Mussolini, storia di una morte annunciata

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Mussolini e Claretta Petacci a piazzale Loreto (Milano)

Da numerosi rapporti e cablogrammi (redatti da agenti dell’Oss) sulle ultime ore di Mussolini emerge che gli americani pianificano di sottrarre l’ex duce ai partigiani per metterlo in salvo a bordo di due aerei militari, assieme ad altri gerarchi di Salò. Dal memorandum scritto dall’agente 441 e inviato da Lugano il 30 maggio 1945 ad Allen Dulles a Berna, tale tentativo risulta abbastanza delineato e induce a rinfocolare le ipotesi sulle controverse versioni riguardanti la morte del duce. Tra queste quella che colloca le ragioni dell’eliminazione del capo del fascismo da parte di un commando partigiano nelle trattative segrete che avrebbero interessato Mussolini e Churchill, già a partire dall’entrata in guerra dell’Italia (1940). Un delitto su commissione insomma, nel quale l’iniziativa poteva essere partita anche da luoghi a quel momento non sospetti.
Un’anticipazione del memorandum possiamo riscontrarla nel rapporto del capitano di fregata Giovanni Dessy scritto il 1° maggio 1945 su incarico del Cln di Como. Il documento, rintracciato al Nara, descrive i fatti accaduti dopo la cattura di Mussolini e l’interesse che avevano gli americani a un passaggio dei poteri senza vittime, come si può leggere in una nota scritta da Jones a Lugano il 26 aprile ’45. Utili appaiono i quattro allegati al rapporto. Ci forniscono, come il lettore potrà vedere, il quadro delle diverse posizioni assunte, nei giorni della cattura e della condanna a morte del duce, da personaggi come Alessandro Pavolini e Pino Romualdi. Il primo preparava l’estrema difesa in Valtellina, il secondo trattava la resa con il Cln.

La vicenda dell’uccisione di Mussolini e di Claretta Petacci, è abbastanza spinosa e controversa. La versione qui riportata, indirizzata agli uffici dello spionaggio americano a Berna, si basa sulle fonti testimoniali di alcuni dei protagonisti oculari della vicenda. Ad esempio la proprietaria della casa che ospita i due prigionieri prima dell’esecuzione e un partigiano che spara gli ultimi colpi contro l’ex dittatore: circostanza che nel film di Carlo Lizzani mandato in onda sulla 7 ieri sera, non compare, come molti altri elementi. Segno evidente che la memoria orale, non sempre possono spiegare i fatti. Specie quando sono spiegati o tramandati dagli stessi protagonisti.

Appare chiaro anche che gli americani, il Clnai (Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia), come lo stesso Raffaele Cadorna (comandante in capo del ‘Corpo volontari della libertà’) volevano il prigioniero vivo per processarlo. Ancora al 9 maggio ’45, però, il braccio militare della Resistenza non ha chiari o addirittura sconosce molti dettagli dell’ esecuzione capitale, avvenuta il 28 aprile, a tal punto che, secondo Gustavo Ribet, comandante del Cvl, il Clnai si sarebbe assunta la responsabilità dell’operazione ben ventiquattro ore dopo la fucilazione. Segno evidente che essendo stato messo di fronte al fatto compiuto fu costretto a esprimere una posizione. Sappiamo che le istruzioni date dal Clnai ai partigiani dell’area di Dongo, dopo la cattura di Mussolini il 27 aprile 1945, riguardano la severità nella sua custodia e l’attenzione che non gli fosse fatto del male. Per ragioni di sicurezza, dunque, il prigioniero e la sua compagna vengono trasferiti il pomeriggio del 27 da Dongo a Germasino prima, e a Bonzanico di Mezzegra, dopo (ore 2-3 del mattino del 28 aprile). I due sono accompagnati dai partigiani Neri, Pedro, Pietro, Gianna, Menefrego e Lino. L’alloggio si trova in cima a una collina. E’ Neri che lo propone perché vi si è rifugiato in passato, durante la lotta partigiana. Di questo gruppo Lino e Menefrego sono addetti alla vigilanza sulla casa; gli altri vanno via. Ma possiamo dire che dal momento della cattura, ad opera di Pedro, all’epilogo il Cln dell’area si trova in uno stato di grave incertezza, in assenza di un serio coordinamento tra i gruppi, e in un vuoto di governo della situazione da parte del Clnai milanese. Tale condizione si concretizza nelle azioni di commando di Walter Audisio, alias colonnello Valerio, e nella doppia anima che traspare dai documenti: quella legalitaria del Cln e quella giustizialista di una parte del gruppo dirigente che lo rappresenta con Longo, Valiani, Parri e Pertini. Da loro sembra derivare il mandato del colonnello. Ma la questione non è solo questa.
Nel conflitto tecnico-politico che si registra è legittimo supporre che vi sia anche una terza componente, molto meno visibile, interessata, come abbiamo già ipotizzato, a operazioni occulte, per scopi legati a ragioni di Stato, quali potevano essere quelle che nutrivano da tempo gli inglesi per contenere il regime mussoliniano in crisi orientandolo verso posizioni di distacco dalla Germania di Hitler.
La morte di Mussolini è segnata da zone d’ombra e contraddizioni. Cruciali sono i dieci minuti impiegati dalla coppia Mussolini/Petacci nel percorso dalla casa dei De Maria al luogo della fucilazione in località Giulino di Mezzegra.

Valter Audisio, comandante "Valerio" (1945)

Valter Audisio, comandante “Valerio” (1945)

Il quadro si modifica con l’irrompere sulla scena in modo repentino di Walter Audisio, per conto del Clnai, e anzi, per la componente socialcomunista e azionista del comitato di liberazione nazionale. Valerio giunge a Bonzanico nella casa che ospita Mussolini e Petacci alle ore 16 del 28 aprile. E’ in compagnia di un partigiano, e dovrebbe avere trovato sul luogo a guardia della casa Lino e Menefrego, oltre ai coniugi De Maria, proprietari dell’abitazione. Il colonnello è deciso a tutto, ma gli ordini di cui è portatore non sono quelli di consegnare il prigioniero, ma di eliminarlo. Certamente è informato anche della presenza della Petacci, ma non può prevederne il comportamento. La prima cosa che fa Valerio è di invitare i due a lasciare immediatamente l’abitazione e a trasferirsi in altro luogo.Fatto singolare, questo, e senza apparente spiegazione se si tiene conto del fatto che quella casa offriva ogni forma di riservatezza che il caso richiedeva.
Ma seguiamo più da vicino le azioni a cominciare dal giorno precedente. Il colonnello raggiunge la prefettura di Como la sera del 27 e fornisce le sue credenziali. Cadorna deve già avergli affidato la missione segreta: consegnare Mussolini al Cln. Il 27 tra i capi partigiani dell’area si tiene una riunione a Dongo e si decide di trasferire Mussolini da Como a Milano. A tale scopo una colonna motorizzata è inviata a Dongo. Scrive l’agente 441: “Non è chiaro perché Valerio modificò i suoi piani. L’unica cosa certa è che, pochi minuti prima, aveva ricevuto una chiamata da Milano. Dopo aver scambiato alcune parole al telefono, diventò molto teso e senza troppi complimenti ordinò a tutti di lasciare l’ufficio. Mentre parlava, brandiva nervosamente un mitra e urlava ordini. Tutto indica che fu la telefonata a modificare la sua missione originale”.
Il suo mandato prevede ora oltre all’eliminazione di Mussolini, anche quella dei capi fascisti. Così di tutti i prigionieri di quell’area, una cinquantina, fu compilata una lista di sedici persone da fucilare. Le due operazioni si verificano in parallelo, con precisione quasi cronometrica. Ma quanto accade a Bonzanigo di Mezzegra precede di un’ora circa l’esecuzione di Pavolini e degli altri. Non tutto è perfettamente chiaro. Né alla chiarezza contribuisce la versione data da Audisio sull’Unità, qualche giorno dopo i fatti.
Occorre rilevare, prima di tutto, che la pretesa, ricercata segretezza dell’uccisione di Mussolini, stride con le azioni messe in campo da Valerio secondo il rapporto dell’agente 441. Nel tragitto da Bonzanico a Giulino troppe persone sarebbero state testimoni di qualcosa che rischiava di diventare oggetto di pubblica constatazione: i numerosi uomini della scorta dopo l’uscita dei due condannati a morte dalla casa di De Maria; i passanti che osservano il corteo; la troppo evidente presenza di una Fiat 1100 stranamente utilizzata per qualche centinaio di metri per portare i due condannati in via 24 maggio, all’altezza del numero civico 14 (luogo della fucilazione), ecc. Da aggiungere un altro testimone: un partigiano che arriva sul luogo dopo la raffica di mitra, e che spara su Mussolini, ancora in vita, due colpi di rivoltella. Un racconto con molti lati oscuri. Se non altro perché questa folla di testimoni avrebbe messo a repentaglio la sicurezza personale di ciascun operatore diretto o indiretto di quella missione, a cominciare dai coniugi De Maria e dallo stesso Valerio. Appare perciò più plausibile il recente racconto di Edoardo Conti (Cattolica, prov. Di Rimini,cl. 1929) su quanto avrebbe raccontato lo stesso colonnello Valerio una sera di agosto 1950.
Sono presenti cinque persone, delle quali Conti è l’unico superstite. Gli altri testimoni sono l’on. Giuseppe Ricci che fa gli onori di casa, l’on. Gombi di Bologna, l’on. Walter Audisio e Luigi Bordoni, guardaspalle di Audisio. Conti [la cui memoria è stata consegnata dallo stesso all'Archivio Casarrubea] è presentato come segretario personale di Ricci (1948-1955), già responsabile della Resistenza in territorio di Valconca. Queste persone giurarono solennemente di non svelare i fatti narrati da Audisio, se non dopo la loro morte.
Punti salienti della conversazione di Audisio quella sera, secondo Conti, sono i seguenti:
-in Italia gli angloamericani non hanno intenzione di creare una Norimberga che processi il fascismo. Churchill teme che il Cln “tramuti la vittoria sul campo della guerra patriottica in un ampio consenso elettorale che imponga con il voto un governo democratico post-fascista”. I Servizi segreti sono in allarme e infiltrano i reparti partigiani. Ma anche il Cln ha i suoi informatori e così viene a sapere che gli angloamericani vogliono salvare quella parte del fascismo che non si era compromessa con fatti di sangue; “preparare il dopoguerra senza il ciarpame fascista del manganello e dell’olio di ricino”. Per Churchill l’esercito di liberazione italiano è troppo spostato a sinistra e pertanto costituisce motivo di seria preoccupazione per un liberal-monarchico come lui.
-I primi segnali per uscire dal vecchio fascismo e fondarne uno nuovo sono contenuti nell’ordine del giorno Grandi. Fin qui la coerenza del racconto si incontra con la documentazione storica in quanto Grandi oltre ad essere un capocordata del colpo di Stato del 25 luglio è il precursore che apre la strada a Raffaele Guariglia il ministro degli Esteri di cui abbiamo parlato a proposito dell’armistizio.
Nel dettaglio il racconto della cattura è così descritto:
Il Cln viene a conoscenza che Mussolini frequenta Claretta Petacci a Fiordaliso di Gardone, dove la visita spesso e cena e fa colazione con lei.
Leggi la La versione del colonnello Valerio su L’Unità  e nota le diverse discrepanze sia con la sceneggiatura e la regia edulcorate del film Carlo Lizzani, sia in particolare sulla uccisione, diciamolo pure gratuita e inspiegabile, della Petacci che viene trattata allo stesso modo di Mussolini, avendo come unica colpa quella di essere infatuata, da quand’era ragazzina, del duce. Fatto su cui neanche le femministe più convinte hanno mai voluto spendere una parola. E la circostanza è quanto meno sconcertante.

Walter Audisio riceve l’incarico di catturare Mussolini da Luigi Longo. Il mandato prevede di giustiziarlo assieme ad altri membri della Repubblica di Salò. Longo consegna ad Audisio un documento che gli dà per quella missione pieni poteri e che dovrà essere distrutto al compimento della stessa. La decisione non è presa da tutto il Cln, ma da quattro suoi autorevoli esponenti: a parte Longo, Sandro Pertini, Leo Valiani, e Ferruccio Parri. Cadorna è tenuto all’oscuro dell’intera missione in quanto la sua autorità è imposta dagli Alleati e rappresenta il governo monarchico, cioè un’istituzione compromessa.
Italo Pietra mette a disposizione del colonnello Valerio 12 partigiani scelti del suo battaglione. La fase conclusiva e finale coinvolge soltanto quattro persone: il col. Valerio, i coniugi De Maria, e un partigiano fidatissimo. Non avrebbero mai rivelato i fatti e avrebbero dovuto portare a termine la loro esistenza “in assoluta tranquillità”, nel segreto assoluto di quanto avvenuto.
E’ probabile che l’idea di eliminare Mussolini e i capi della Repubblica di Salò sia scaturita dall’atteggiamento degli Alleati che in quei giorni avevano salvato dal plotone di esecuzione il generale Graziani e Junio Valerio Borghese, per consegnarli alla giustizia italiana.
Che la stessa cosa per loro potesse ripetersi con Mussolini era scontato.
Il colonnello Valerio lascia Milano il 27 aprile ’45. Ha con sè in macchina quattro compagni di viaggio: Ferro, Lampredi, Aglietto e Gorreri.
Mussolini è catturato il 28 aprile e condotto presso il municipio di Dongo. Qui è raggiunto dalla Petacci. I due vengono fatti uscire con uno stratagemma. Scrive Conti:
Benito Mussolini e Claretta Petacci furono portati via dal municipio di Dongo con un’astuta messa in scena. Cioè uno stratagemma per trarre in inganno i Servizi segreti che sicuramente sorvegliavano il municipio di Dongo. Feci indossare a un partigiano il cappotto di Benito Mussolini e a una donna partigiana la pelliccia di Claretta Petacci. Il loro compito era quello di camminare e fingere di parlare gesticolando in modo concitato come due persone che non si trovano d’accordo. I loro gesti dovevano essere visti da fuori, però senza avvicinarsi molto alle finestre e soprattutto senza guardare. Lo scopo molto importante era di far capire che Mussolini e la Petacci erano ancora nel municipio di Dongo e nello stesso tempo Mussolini cercava di convincere la giovane amante ad andarsene lasciandolo al suo destino.
A Giulino di Mezzegra, un partigiano che portavo sempre con me [è Conti che scrive attribuendo il racconto al colonnello Valerio] conosceva una famiglia di contadini antifascisti che non si erano mai esposti, ma erano amici dei partigiani. Sono i coniugi De Maria. Abitano in un casolare isolato e occorre salirvi a piedi poiché è un sentiero abbastanza ripido. Si arriva di notte. Mussolini zoppica e sale con fatica (forse una vecchia ferita e gli anni). L’aiutai ad arrivare nel casolare il più presto possibile. Era buio ma meno occhi indiscreti c’erano meglio era, per la missione da compiere. [...].
Ma seguiamo la narrazione dei fatti accaduti nel casolare dei De Maria, tenendo presente che il Conti riferisce il racconto di Valerio/Audisio:
Siamo sei persone: io, Walter Audisio, i coniugi De Maria padroni di casa, il partigiano, Mussolini e la Petacci. Dispongo di alcune stanze. Claretta Petacci nella stanza in fondo è guardata a vista, senza essere lasciata sola per un minuto, dalla moglie del De Maria. Invece il padrone di casa lavora come sempre intorno al casolare – così fanno i contadini- e sorveglia attentamente che nessuno si avvicini al casolare. [...] Il casolare dei De Maria consentiva di avere un dialogo lontano dagli altri [...] Informo il duce che il Cln dopo un breve processo ha decretato la sua condanna.; la morte per i suoi crimini nei confronti dei suoi avversari politici.

Pronunciai la sentenza con voce autorevole e sicura. Il duce del fascismo ammutolì, il viso sbiancò e il terrore apparve in tutta la sua persona. Per qualche minuto ho temuto il collasso. Cominciò un tremolio nervoso [...] Era di fronte a me, guardava con terrore il mitra a tracolla, sempre più pallido e incapace di reagire con una sola parola. Era improvvisamente diventato muto, un uomo privo di senno. La mente smarrita, mi fissava con occhi sbarrati e allucinanti. [...]

L’ordine ricevuto era di fare presto. Presi subito una decisione immediata. Preparai un piano. Dovevo portare il duce del fascismo in cantina e lontano da occhi ed orecchie indiscrete ed eseguire la sentenza..
La cantina dei De Maria era fuori da ogni possibilità di intervento esterno.
Avevo dirottato il gruppo dei partigiani con Lampredi alla colonna dei prigionieri e degli altri gerarchi del regime di Salò. Ero solo e dovevo compiere la mia missione nel più breve tempo possibile in assoluta segretezza. Pensai che la cantina dei De Maria era il posto migliore [...]
Avevo separato Benito Mussolini e Claretta Petacci. Di proposito poiché dopo la sentenza eseguita, a giustizia eseguita, avrei accompagnato Petacci a Milano. Il piano ideato era di arrivare in cantina soli io e Mussolini. Lontano da occhi e orecchie indiscrete.
All’improvviso accadde un fatto imprevisto e mi mise in serio imbarazzo. Come una furia arrivò Claretta Petacci. Apparve in cantina seguita dalla sua sorvegliante, la moglie del De Maria. Tentava di giustificarsi. Ho dovuto rivelare il luogo poiché si mise a urlare che voleva il suo Ben. Quella di Claretta Petacci si rivelò una crescente pressione ossessiva. Temevo che qualcuno di fuori fosse in ascolto. Tentai di calmarla. Non era mia intenzione uccidere Claretta Petacci. Ma lei disse che la sorte del duce doveva essere anche la sua. [...] Mussolini rimase folgorato e prese notevole forza da quella decisione, La guardò e la strinse con vanto di uomo orgoglioso. Quella giovane donna che voleva morire con lui era più giovane di sua figlia. [...]
L’ultimo atto della tragedia si compì nella cantina dei De Maria. Davanti al mitra caddero insieme il duce del fascismo e la sua giovane amante, la passionaria del duce [...] estranea all’immensa tragedia della guerra e degli orrori delle camicie nere e degli squadroni della morte [...].
Il racconto prosegue su come i corpi dei due giustiziati sono portati fuori dal casolare dei De Maria e poi inviati a Milano assieme ai corpi dei gerarchi di Salò fucilati dal gruppo di Lampredi (Barracu, Bombacci, Mezzasoma, Pavolini, Marcello Petacci, fratello di Claretta e altri).

Trovai in cantina il carretto che usava De Maria per portare gli attrezzi nei campi. La decisione fu immediata. Verso sera col primo buio avvolsi i due corpi con due coperte, uno di fianco all’altro nel carretto. Con l’aiuto del partigiano e De Maria (doveva riportare il carretto nel casolare) a notte fonda portai Benito Mussolini e Claretta Petacci davanti al cancello in zona Bonzanigo – Giulino di Mezzegra. Qui una scarica per simulare l’avvenuta esecuzione. In questo modo volevo evitare complicazioni alla famiglia De Maria [...]
La versione Conti resta forse la più plausibile. Ma anche qui, le ragioni reali dell’esecuzione appaiono ancora, nonostante tutto, assai nebulose.
Il documento autografo di Benito Mussolini “La situazione italiana dopo lo sbarco angloamericano” conferma che le certezze che il duce manifesta nel suo famoso discorso sul “bagnasciuga” si scontrano tutte con una realtà che già gli sfugge totalmente di mano. Una molteplicità di aspetti convergenti si coniugano verso una coerente lettura di questo frangente. La fronda interna contro il regime mussoliniano è forse ormai decisamente diretta a determinare una nuova situazione. L’uscita dalla guerra è la soluzione prevalente sotterraneamente prevista dagli stessi gerarchi in crisi. Si notino lo stupore per l’eccessiva mancanza di “resistenza” contro l’occupazione e gli interrogativi che lo stesso Mussolini si pone rispetto alla situazione generale e ad alcuni casi in particolare (quelli di Siracusa e di Augusta). Ma possiamo dire che è con il discorso sul 25 luglio che egli prende consapevolezza del complotto nel quale è caduto.

Che le cose non andassero bene era stato preannunciato dallo stesso Scorza quando aveva sollevato l’interrogativo se Mussolini potesse ritenersi sicuro di tutti quelli che lo circondavano. Aveva insinuato in lui il tarlo del dubbio, ma senza riuscire nell’intento. Solo a distanza di tempo e dopo il suo arresto l’ex capo del governo si dice sicuro che Scorza fosse a conoscenza sia dell’ordine del giorno Grandi, sia anche di quanto si stava preparando a sua insaputa. Una conferma dei sospetti può essere data dall’irreperibilità di Grandi il giorno del Gran Consiglio, nelle ore che precedono il suo inizio e dai comportamenti ambigui di vari ufficiali delle forze armate che, è evidente, sono parte integrante della rete golpista il cui capo è proprio il re, Vittorio Emanuele III. Non si assuma, però, questo dato come un atto di antifascismo. Al contrario, è l’espressione una una manovra cinica e di parte con cui, agli Alleati offrono a Badoglio e ai Savoia, una via di uscita dal tunnel della guerra, senza di fattonulla alterare del fascismo, ma cambiandone il capo e alcuni ambienti che con lui si erano compromessi.
I“Pensieri Pontini e Sardi” (si possono leggere in questo blog nella stesura manoscritta di Mussolini e in edizione assolutamente integrale, formato Pdf) rappresentano la versione fedele del dattiloscritto rintracciato presso il National Archives di Kew Gardens. Fa parte delle carte provenienti dal GFM (German Foreign Ministry) inserite nell’ “Italian Collection”. Il documento, recuperato dagli Inglesi dopo il crollo della Germania di Hitler, è scritto in italiano, consta di 28 pagine numerate dal n. 263706 al n. 263733 e proviene dal dossier “Duce- Dokumente”. La stesura originale è a matita, quasi a denotare il senso di assoluta precarietà e di solitudine in cui l’ex dittatore era precipitato, dopo il suo arresto e il suo trasferimento prima a Ponza, poi alla Maddalena, e in ultimo a Campo Imperatore sul Gran Sasso, dove era stato liberato da un commando tedesco agli ordini del capitano Skorzeny. L’atto temporale di stesura del documento copre il periodo forse più triste di Mussolini: dal suo arresto avvenuto nelle ore successive alla seduta del Gran Consiglio del fascismo che lo aveva praticamente defenestrato (25 luglio ’43) al 20 agosto, quando i nazisti si sono già resi conto della piega presa dalla situazione italiana dopo lo sbarco angloamericano del 10 luglio e la fronda antiregime che si stava sviluppando vertiginosamente. Hanno già pronta in mano la soluzione e organizzano la sua liberazione. I “Pensieri pontini e sardi”, scritti quando ormai Mussolini è tra due fuochi, gli Alleati da un lato e i Tedeschi che lo controllano completamente dall’altro, sono rintracciati perciò dai tedeschi, dopo il 12 settembre. Ne digitano una copia a macchina per un uso che non era certo di natura letteraria. L’incontro di Feltre tra Mussolini e Hitler al quale fa riferimento l’ex dittatore nel “pensiero” 73, coincide con l’inizio di un periodo tra i più neri nella storia del regime e dei rapporti con la Germania nazista da parte dell’Italia fascista. Già da allora (sbarco in Sicilia) l’Italia appare totalmente succube del suo alleato. Mussolini è in balia di forze che non riesce più a controllare, preda dei suoi stessi fedelissimi. Non se ne fa una ragione ma avverte la fine imminente. E’ preso dal fatalismo e persino il pessimismo cosmico di leopardiana memoria e il suo meccanicismo lo attraggono. Lo sconcerta il contrasto improvviso e violento tra passato e presente, tra il clamore delle folle acclamanti e la solitudine totale della prigionia. Ha il “crescente presentimento della crisi” dall’ottobre 1942, quando cominciano a diventare più scoperti i segnali del tradimento e della congiura. Ma questo è il paradosso che lo travolge: si deve fidare sapendo che non può più contare su nessuno. Anche a Feltre è circondato da personaggi che già gli hanno voltato le spalle: ad esempio il generale Vittorio Ambrosio, la cui nomina a capo di stato maggiore della Difesa è voluta da Galeazzo Ciano e dalle trame che Castellano intesse con tutti gli ambienti ostili a Mussolini.

Giuseppe Casarrubea

Ricerche presso gli archivi del Nara: Mario J. Cereghino

Documentazione presso Archivio Casarrubea senior- Partinico (PA)

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La continuità mafiosa

il giornalista del settimanale Weekendavisen, Morten Beiter

il giornalista del settimanale Weekendavisen, Morten Beiter

Pubblichiamo, di seguito, l’articolo con l’intervista a Giuseppe Casarrubea di Morten Beiter, giornalista del settimanale danese “Weekendavisen”, uscito  venerdì scorso 22 agosto nello stesso settimanale.

L’articolo è scritto in lingua danese e prende spunto dall’anatema del papa, di  quest’estate e dai vari “inchini” susseguitisi in Calabria e in Sicilia. Il tutto per dare un esempio del controllo del territorio da parte delle organizzazioni mafiose di oggi, e per entrare poi in un’indagine di tipo storico sul tema.

L’articolo si intitola:”Madonnaens knæfald”

Clicca qui sotto per leggere l’articolo.

Madonnaens knæfald-intervista Morten Beiter

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I limoni lunari

limone lunare di due anni

limone lunare di due anni

Si chiamano lunari

Perché ogni luna butta le sue zagare

Senza risparmio, ma non tutte infruttano,

casca la vecchia foglia dalle nuove,

forti le scure

gialle le deperite, come noi.

Quando si coglie l’ultimo limone

Giallo maturo, è verde il piccolo

E affaccia il nuovo fiore, in ogni tempo

Senza darci la secca.

Si raccolgono quando non c’è altri

E hanno altro valore.

Arrivano a cent’anni come noi, forti,

se si è sinceri non vi viene il male

si resiste meglio: a guardare una pianta di lunari

non pare mai inverno.

(Danilo Dolci, Il limone lunare, Bari, Laterza, 1969, dal testo manoscritto corretto dall’autore)

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Diga Jato: chi prepara la guerra sociale?

diga-jato-

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Non pagati da maggio a oggi, compresa la 14a mensilità che percepivano a giugno, gli operai del Consorzio di Bonifica Palermo 2, si chiedono dove siano andati a finire i soldi dei salari e degli stipendi, e se è mai possibile che un consorzio che concede ai dirigenti 95 mila euro di straordinari, non abbia più soldi per rendere produttiva la sua impresa. Fatta di operai e gente che, grazie alla propria fatica e alla propria competenza, rende possibile che le campagne del palermitano siano irrigate e che la città di Palermo possa avere l’acqua a sufficienza per i bisogni delle varie famiglie e persino dell’aeroporto di Palermo. Eppure la copertura finanziaria di tutti i dipendenti dell’ex consorzio irriguo Jato è prevista dalla legge 45/95 e persino i cinquantunisti avrebbero il diritto di lavorare per 51 giornate lavorative, piuttosto che essere licenziati. Per il bene della struttura, per lo sviluppo, tanto decantato dell’agricoltura.

Invece si stava meglio forse quando si stava peggio. Allora i produttori agricoli erano una realtà. Una famiglia poteva campare con un ettaro di limoneto o di vigneto, gli orti non irrigui, davano le loro specialità locali, come i pomodori seccagni, a “’nsiriddu” o “ciaschiteddu” che prendevano i nomi siciliani degli oggetti d’uso quotidiano contadino. Gli “stazzoni” producevano infatti recipienti d’acqua di terracotta gialla, i “ciaschi” e gli “’nzira” che i contadini attaccavano ai fianchi dei muli, scaricandoli all’ombra degli ulivi e lasciandoli trasudare di acqua sempre fresca. L’acqua dissetava, e il mare era ancora mare con i pesci che vi guizzavano dentro mentre ci si faceva il bagno nella calura estiva.

Poi venne Danilo Dolci, la Cassa per il Mezzogiorno e l’Esa e cessarono lentamente le fatiche, l’acqua si accumulò in grandi quantità sulla linea di sbarramento dello Jato e le campagne furono finalmente dissetate. Subentrarono nuovi tipi di vitigni, gli orti si arricchirono di nuove specialità come gli asparagi e le zucchine, subentrarono le serre al posto dei terreni aridi e improduttivi e le campagne subirono una rivoluzione mai vista prima.

Non avvenne tutto in modo pacifico. Ci furono bombe contro le case dei dirigenti contadini, tagli di alberi fruttiferi, lettere minatorie, e colpi di arma da fuoco indirizzati contro qualcuno che non sapeva neanche cosa fosse la polvere da sparo.

Una fase nuova della nostra storia territoriale si accompagnò con lo sviluppo della democrazia e con la nascita delle forme organizzative nelle campagne, con l’elezione della cooperativa Consorzio irriguo Jato, del suo presidente, dei suoi organi amministrativi. Ma ci fu qualcuno che, considerando gli essere umani oggetti da amministrare, senza storia e senza anima, prese spugna e acqua e cancellò in un minuto cinquant’anni di storia territoriale. Cinquant’anni di memoria della nostra terra. Siamo sicuri che oggi Danilo si rivolta nella tomba e che, se potesse ritornare tra di noi, farebbe come Cristo nella Chiesa di Gerusalemme, quando si recò direttamente al tempio e rovesciò le tavole dei cambia-monete e le sedie dei venditori di colombi. Quella che fu una cooperativa con cinquant’anni di vita e di storia ora è un carrozzone burocratico nelle mani di persone che non hanno competenza alcuna. Né cuore, né memoria.

Il Consorzio di bonifica Palermo 2, che fornisce acqua anche all’aeroporto di Palermo, naviga in un mare in tempesta. I dipendenti a tempo indeterminato vantano arretrati per cinque mensilità. Il personale, con le garanzie della legge regionale n.° 14 del 2010 è stato sospeso con grave disservizio per gli agricoltori che devono irrigare i loro terreni. Approvato il bilancio regionale la Regione, come avevamo predetto, non sa che pesci pigliare e il rischio che si registrino gesti incontrollati, scontri sociali e problemi di ordine pubblico è gravissimo. Per caso si chiedono a Roma e a Palermo cosa può fare una famiglia che si vede seccare il frutto del proprio lavoro di un intero anno? Il prefetto di Palermo e Renzi o Crocetta, si rendono conto dello stato in cui versano le campagne di Partinico? Conoscono la realtà criminale di questo territorio.

I conti sono presto fatti. La nuova legge finanziaria copre la situazione fino a dicembre. Ma questa politica dei pannicelli caldi tipica della Sicilia e dei governi nazionali, a che cosa porterà? Non certo a costruire il futuro di cui la Sicilia ha bisogno, e, prima di tutto i “cinquantunisti”, licenziati in tronco per mancanza di fondi in bilancio.

Insomma l’ammalato va di male in peggio, e se prima mancava il bilancio del consorzio di bonifica, o il patto di stabilità, ora manca la pubblicazione della finanziaria ter che non è stata ancora finanziata, mentre i burocrati vanno in ferie e tutto è demandato a settembre.

E se i venti operai su cui gravano i servizi da erogare sui 12.000 ettari di terreni decidessero di scioperare che succederebbe nella piana di Partinico e altrove?

Ma parliamoci chiaro: non sarebbe meglio che il Consorzio di Bonifica Palermo 2, con il beneplacito della Regione siciliana e di Crocetta, decidessero che fosse restituita all’antica amministrazione democratica ed autonoma quella che fu un tempo la vecchia e buona gestione democratica della Cooperativa irrigua Jato? Che questa avesse una sua struttura autonoma, liberata dai troppi lacci e lacciuoli, e ritornasse ad essere una struttura elettiva, fatta da produttori e da gente legata al proprio territorio?

Giuseppe Casarrubea

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Gaza. Ma c’è speranza per il popolo palestinese?

Domenico Stimolo

Roma per la Palestina

Roma per la Palestina

L’unica cosa certa è che nella Striscia di Gaza stanno attuando un assassinio di massa. Non è una guerra, come tradizionalmente e sventuratamente conosciuta. E’, questa, del tutto unilaterale; negli effetti materiali ed umani. Il resto è solo propaganda, costruita a tavolino da sapienti mani che inondano le strutture informative internazionali. -continua->

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Melchiorre Gerbino condannato per diffamazione

Un signore che su youtube parla a nome di un certo Casababbea

Un signore che su youtube parla a nome di un certo Casababea (sospettiamo che sia l’attuale faccia di M. Gerbino)

E’ da mesi che un certo sign. Melchiorre Gerbino, ragioniere settantacinquenne di Calatafimi, in provincia di Trapani, ma espatriato in Malesia, parecchio tempo fa, mi perseguita, attraverso il web, con calunnie, minacce e diffamazioni, inventandosi, persino contro mio padre, ucciso dal terrorismo politico-mafioso, storie assolutamente campate in aria. Come quelle che, negli assalti alle Camere del Lavoro del 22 giugno 1947, “i comunisti si spararono tra di loro”. -continua->

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Diga sullo Jato e altro. Il patto leonino Renzi-Crocetta

Nino-Dina-Cuffaro-2006

Nino-Dina-Cuffaro-2006

Non è necessario avere la scienza infusa per capire cosa si nasconde dietro i giochi di palazzo da cui dipende la vita di molte persone e famiglie. Una scelta non vale l’altra e, se ci si viene a trovare in una palude, la colpa non è della palude ma di chi ha messo un cartello stradale indirizzando le persone ad impantanarsi.

Nel nostro caso il pantano è la grande crisi in cui è entrato da tempo il valore del lavoro e, collegato ad esso, il concetto di sviluppo. La Sicilia si muove sul binario dell’emergenza, al rimorchio delle concessioni dello Stato, che alla fine cede per sanare la cattiva politica e lenire la sicumera parlamentare dei nostri “onorevoli” regionali. Non è che a Roma sono tutti galantuomini, ma noi siamo buoni per le chiacchiere e per sollevare pennacchi di fumo, esperti nel non dare certezze e speranze al futuro. Attenzione, è una storia che dura dal tempo dei viceré, quando il Parlamento era fatto da baroni che, se li gradivano, li lasciavano al loro posto, altrimenti li cacciavano via a pedate nel sedere come successe al viceré Fogliani. -continua->

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