Partinico: quando cantina fa rima con diossina


Cantina del real Podere

Cantina del real Podere

Quando Stefano Marino finisce di scrivere “Un raggio di storia siciliana ovvero Partinico e suoi dintorni”, dandolo a una stamperia di tutto rispetto, la Clamis e Roberti di Palermo, nel 1855, un’epoca intera è entrata in crisi e il degrado degli uomini e delle cose ha raggiunto ormai i suoi livelli di guardia, il suo punto di non ritorno. E’ naturalmente ancora diffusa la civiltà contadina, ma le vecchie istituzioni, come gli istituti borbonici, e le opere pubbliche, sono ormai entrati in una crisi irreversibile. Forse per questo motivo, il nostro concittadino non dedica il suo libro alla maestà del re, ma ai suoi compaesani e con un tocco di preveggenza democratica auspica per loro un “migliore avvenire”.

Il paese ha un circuito di due miglia e mezzo. La via “consolare” (‘u cassaru’) lo divide in due, da Palermo ad Alcamo, ritagliando un quartiere verso sud, e uno verso tramontana. Quest’ultimo è diviso da due strade principali: la via Grande (“a strata granni”) e la strada della Madonna del Carmelo (via Castiglia) che conducono entrambe a mare. Sette le grandi strade interne, tutte selciate e arredate con “molteplici fonti per perenne salubre acqua abbondante”. Affluiscono nella piazza anch’essa addobbata con una fastosa fontana (“ottu cannola”).

Città commerciale tra le più importanti della Sicilia, in quanto centro produttivo di prodotti agricoli, ha un territorio di 5487 salme di terra, quasi identico a quello, interamente boschivo dei tempi della donazione fatta nel 1303 da Federico II d’Aragona ai monaci cistercensi. La sua ricchezza deriva dalle sue risorse idriche: le sorgenti di Valguarnera, Mirto, Renda, Lago, Ramo, Margi, Jaconi, Tauro e Finocchio che sbocca a Calatubo.

Gli abati cistercensi per nostra disgrazia erano per lo più aristocratici e preferivano starsene tra Madrid, la Toscana o altre grandi città della Spagna e dell’Italia. Non potendo coltivare i loro terreni vissero per secoli di economia boschiva affidando la custodia delle risorse prodotte dal bosco a personaggi che avevano il solo interesse di arricchirsi. Quando con notevole ritardo i monaci capirono che questo sistema non poteva funzionare nel loro interesse, fecero la prima grande rivoluzione silenziosa della nostra storia. Concessero in enfiteusi le loro terre e consentirono la trasformazione del bosco in colture intensive. Aristocratici e gabelloti di Palermo e della Sicilia fecero così la loro prima comparsa nella nostra piana. Pagarono i canoni enfiteutici ai monaci e introdussero coltivazioni mai viste prima. Nacquero i primi grandi vigneti e oliveti dell’intero Mezzogiorno d’Italia. La parte da leone fu compiuta soprattutto dal vigneto grazie a una piccola e media borghesia agraria che alla fine del ‘700 era così estesa che il re Ferdinando III di Sicilia (noto a Napoli come Ferdinando IV), dopo la sua fuga da Napoli in rivolta, volle premiare i generosi siciliani, sempre pronti a inchinarsi ai potenti. Diede vita al Comune di Partinico (1800) e ordinò la costruzione della Cantina del Real Podere. Così la descrive Marino:

“E’ la cantina del real podere fabbricata ad una estremità di Partinico a sirocco della città nel podere del Crocifisso, ed elevasi in un sito pittoresco, dominata dal Castellaccio, dalla montagnola di Cesarò e dalle montagne di Borgetto pittorescamente frastagliate. Comprende salme 84 delle più fertili terre, abbondantemente irrigate dalle acque del Lago, ivi stagnante, e dalle sorgive di Mirto, circuite intorno di mura intersecate da viali carrozzabili trapiantate con simmetria di vigne, olivi, aranci e sommacchi, con una fruttiera di 3600 alberi dei più pregiati. Aggiungi una villa fiorita ed il palazzo col teatrino del marchese di Gran Montagna, che aggregati e riformati, tutti presero nome di real Podere e della real Casina. Il sito pittoresco del luogo, il poetico terrazzo dell’antico castel di Sala, oggi Castellaccio, i folti carrubi della montagnola, l’eterna frescura del bosco di melaranci, la stufa botanica, la villetta di fiori, il lago, i giardini completarono con la loro amenità la pittura di questi novelli orti Esperidi e fornirono al re il più dolce compenso ai seri pensamenti di quella epoca”.

La cantina dopo il restauro

La cantina dopo il restauro

Marino poi si sofferma a descrivere tutte le maestranze e gli impiegati che trovavano occupazione in questa struttura destinata ad esclusivo uso della produzione del vino: dai curatoli ai giardinieri, dal cantiniere al segretario, dal cappellano al notaio e – diremmo oggi – al ragioniere. Insomma decine di persone che trovavano occupazione e prosperità per le proprie famiglie. Analoga descrizione ne fa il notaio Giuseppe Di Bartolomeo che, avendo finito di scrivere la sua Storia di Partinico cinquant’anni prima, non poteva avere avuto la possibilità di descrivere l’evoluzione nel tempo di una realtà tanto rilevante. Non c’era nulla di simile nel territorio, se si fa eccezione del Palazzo D’Aumale che lavorava con i vigneti dello Zucco di Montelepre, e che aveva tra le sue finalità soprattutto la commercializzazione del vino. Ma si trattava di un impianto nato almeno una generazione dopo. A differenza di questa struttura, dunque, la cantina del real Podere voleva essere non tanto un modello di impresa privata, quanto in realtà un esempio sperimentale permanente di produzione razionale del vino in un’area che aveva il primato dell’impianto del vigneto a livello meridionale. Nel partinicese, infatti, i primi vigneti potevano farsi risalire alla fine del ‘400. Naturalmente i partinicesi non lo sapevano e sprecavano questo loro patrimonio secolare. Ma in epoca di lumi era inconcepibile che si procedesse in modo irrazionale. Partinico non aveva una produzione secondaria se ai primi anni del sec. XIX, si producevano ottomila botti di vino, settemila quintali di olio, cento quintali di lino e frutti di ogni genere. Scriveva infatti il Di Bartolomeo in quegli anni, seguendo l’insegnamento di Felice Lioy, l’amministratore dei beni della Magione e ideatore del primo “esperimento del vino” fatto a Partinico e a Marineo:

“Ma che dirò delle tine da essi adoperate per la formazione della vinaccia, e delle botti, ove conservano il Vino? Alle corte queste formano una quintessenza stomachevole, e nauseosa; sicché, se mi fosse permesso dar parere, ei converrebbe farne un sacrificio quasi di tutte in una baldoria, e abbruciarle ad onore dei Santi protettori del paese. Si procede innanzi colla stessa balordaggine nella costruzion delle cantine quasi tutte a pian terreno in un clima così caldo come questo, dove un’ora di scirocco in tutta la sua gala è più che bastevole a guastarlo, e a corromperlo. Si lasciano per lo più dimezzate le botti, e lungi di aver cura di riempirle, almeno nel tempo del ribollimento ne’ giorni seguenti al travaso nelle botti del mosto fermentato, costoro sono nella falsa credenza, che anzi questo giova a render loro il vino perfetto. infatti ho trovato mille volte le di loro botti senza conchiume, ed allo scoverto: in somma tutto si fa a caso, e quasi a dispetto per ridurre a meno del nulla, a danno della salute pubblica, cotanto prezioso liquore; il quale quando è ben preparato, e sobriamente bevuto, conforta, e prolunga la nostra vita, e la rallegra in mezzo ai guai, che ci circondano; all’opposto è cagione di molte malattie sino a rendersi micidiale. Non basta: trattosi il Vino dalle botti, queste lasciansi vuote, trascurandosi di farle percolare sossopra, acciocchè si purgassero de’ residui, e della feccia, ed allora in poi sino alla nuova vendemmia si abbandonano aperte alla ventura; onde avviene, che sanno per lo più di muffa, e di seccume con gravissimo discapito della qualità del Vino, che vi si ripone nell’anno seguente. Finalmente con sommo danno pure per la conservazione delle botti, senza interloquire degli altri utensili, de’ quali si servono per l’intera preparazione dei Vini, i quali fanno vergogna, ed insieme compassione”

Palazzo D'Aumale

Palazzo D'Aumale

La differenza con palazzo D’Aumale di Terrasini salta subito all’occhio. La cantina Reale è un microcosmo polivalente al cui interno la storia si coniuga col futuro, la ragione con la speranza, il desiderio dello sviluppo col progetto operativo. La cantina è opera educativa come centosessant’anni dopo lo sarà la diga sullo Jato. Il problema è proprio questo: che una grande trasformazione autogena perché si verifichi ha bisogno di tempi eccessivamente lunghi. E qui, come in pochi altri territori del mondo, le cose cambiano col ritmo innaturale e irrazionale che le fa essere sempre in ritardo. Altra differenza sta nel progetto stesso e nell’opera così come fu realizzata: alla cantina si univa infatti un teatro messo a disposizione dal marchese di Gran Montagna, del tutto inglobato nella struttura. Insomma stomaco e cervello andavano d’accordo. Dentro c’era una filosofia. Per nostra disgrazia di importazione. Come qualche altra volta doveva accadere. Da aggiungere i giardini, i laghetti, le “stufe botaniche” e cioè le serre, con tutta probabilità uno dei primi esempi di coltura botanica più o meno coeva all’esperienza dell’Orto botanico di Palermo. Non per ultimo il contesto ecosistemico naturalistico e molti dei monumenti andati distrutti per ignoranza e incuria degli amministratori a cominciare dalla “terrazza” sul Castellaccio, distrutto per far posto ad un breve tratto di strada.

Credo che ulteriori danni e devastazioni non possano essere più consentiti. L’obiettivo è ripristinare quel modello nel suo complesso, tenendo conto che non comincia e non finisce all’interno del perimetro della cantina. L’area infatti si estende fino al mulino di Mirto dove oggi il Comune possiede, proprio ai piedi della scuola realizzata da Danilo Dolci, circa 10 ettari di terreno adibito a discarica pubblica. Ignoti delinquenti vi scaricano gomme e materiali vari. Vi appiccano il fuoco e tutta la zona di Mirto, ancora segnata dalle tracce delle mura di confine del real Podere, diventa un inferno di diossina e di veleni che i bambini che frequentano la scuola, che si trova a pochi metri dalla discarica abusiva, respirano. Ci vuole poco per risolvere il problema: che il comune recinti la sua proprietà e destini quest’area a giardino botanico della flora mediterranea, come più volte abbiamo ripetuto col botanico Antonio Mirabella.

Se gli amministratori non provvedono vuol dire che a Partinico al peggio non c’è mai fine.

(Giuseppe Casarrubea)


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Informazioni su casarrubea

Ricercatore storico. E' impegnato da anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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