Il principe nero

borghese

Junio Valerio Borghese è una delle figure più controverse degli anni della seconda guerra mondiale e del periodo postbellico. Lo troviamo al centro di molti convergenti interessi istituzionali dopo l’8 settembre 1943 ed è ancora attivo fino al 1970, quando lo incontriamo a Palermo qualche mese prima del famigerato golpe dell’Immacolata.

Noto anche come il “principe nero” (1906 – 1974) intraprende la carriera militare in marina. Negli anni Trenta partecipa all’invasione dell’Etiopia e alla guerra civile spagnola. Dal 1940 è assegnato alla Decima Flottiglia Mas, con la quale compie alcune clamorose operazioni di sabotaggio contro la flotta inglese in Egitto e a Gibilterra. Dopo l’8 settembre 1943 si schiera con la Rsi e assume il comando della Decima, che per venti mesi si distingue per la ferocia utilizzata nelle azioni di controguerriglia contro i partigiani e nelle rappresaglie contro la popolazione civile. Nel maggio 1945, a Milano, viene salvato da un commando dell’Oss e internato nel penitenziario dell’isola di Procida. Dopo aver subìto un processo per i crimini di guerra perpetrati dalla Decima tra il 1943 e il 1945, viene condannato a dodici anni di reclusione “per collaborazionismo col tedesco invasore” ma torna in libertà nel 1949. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta è a capo di varie organizzazioni neofasciste. Nel 1967 fonda il Fronte Nazionale e, nel dicembre del 1970, organizza a Roma un tentativo di colpo di Stato. Rifugiatosi nella Spagna franchista, muore a Cadice quattro anni dopo.

Su Borghese, cfr. Giampaolo Pansa, Borghese mi ha detto, Milano, Palazzi, 1971; Mario Bordogna, Junio Valerio Borghese e la Decima Flottiglia Mas, Milano, Mursia; Ricciotti Lazzero, La Decima Mas, Milano, Rizzoli; Zara Algardi, Processi ai fascisti, Firenze, Vallecchi, 1973. Sono numerosi i documenti su Borghese e la Decima Mas conservati a College Park. In un rapporto Cia del 19 novembre 1951, leggiamo che “Borghese è attualmente impegnato nella compravendita di materiale bellico alleato, in eccedenza e di recupero, la cui esportazione è consentita dalle attuali leggi italiane.” Cfr. Nara, archivio informatizzato della Cia. Una sua scheda biografica del 27 gennaio 1945 porta la firma di Carlo Resio, l’agente del Sis che partecipa al trasferimento segreto del principe da Milano a Roma, il 10 maggio dello stesso anno. Cfr. Nara, rg. 226, s. 108A, b. 206, f. jrx-1945. In una nota del 2 aprile del 1945 (manca la collocazione), l’Oss segnala che “dopo un litigio tra Mussolini e il principe Borghese, litigio causato dall’ordine di Fernando Mezzasoma di chiudere il giornale della Decima Mas, i rapporti tra quest’ultima e il governo repubblicano sono peggiorati. […] La fonte riferisce inoltre che un ufficiale della Decima Mas ha rivelato che il principe Borghese inizierà presto negoziati con il governo del Luogotenente (il principe Umberto, ndr) per il passaggio della Decima Mas al movimento partigiano. Parlando con alcuni suoi amici, il principe ha affermato: ‘Rimanere nella Decima Mas è, al momento, la migliore assicurazione per il futuro’.” Segnaliamo infine un ampio memorandum redatto dal principe per l’Oss, in cui vengono ripercorse le vicende belliche degli anni 1940 – 1945 (titolo: “La Decima Flottiglia Mas”, cfr. Nara, rg. 226, s. 174, b. 117, f. 892).

Raffaele De Courten (1888 – 1978) cui si accenna nel documento è nominato ammiraglio alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. Caduto il fascismo, nel settembre del 1943 diventa ministro e capo di stato maggiore della marina nel governo Badoglio. Tra il 1944 e il 1946, è ministro nei governi Bonomi, Parri e nel primo governo De Gasperi.

Conversazioni avute con il comandante Borghese

Appena presentato, ho tenuto al comandante Borghese il seguente discorso:

“Sono un tenente di vascello effettivo del corso Azzoni. All’armistizio mi sono trovato da questa parte, sono stato fatto prigioniero dai tedeschi e sono riuscito a fuggire. Non ho aderito alla marina repubblicana perché non ne condividevo gli ideali. Ho però sempre seguito attentamente l’attività della marina repubblicana e degli enti da essa dipendenti, in particolare della Decima Flottiglia Mas. Ho acquisito la convinzione che la Decima è una delle pochissime, forse l’unica organizzazione militare repubblicana che non agisce agli ordini diretti dei tedeschi e che ha conservato una certa indipendenza ed autonomia. Circa due mesi fa ho passato le linee e ripreso il mio posto nella Real Marina. Ho riferito al Sis le mie impressioni sulla marina repubblicana e sulla Decima e ho avuto dal Sis l’incarico di venire ad accertare fino a quale punto questa autonomia della Decima può manifestarsi e quale atteggiamento essa ha intenzione di assumere davanti alla immancabile distruzione delle basi navali, delle industrie, in una parola delle ricchezze tutte del nostro paese che i tedeschi effettueranno immancabilmente quando si ritireranno dall’Italia settentrionale.”

Il comandante Borghese mi ha ascoltato attentamente senza interrompermi. Dall’espressione del suo viso ho capito subito che non correvo nessun pericolo di essere fucilato e ho aspettato tranquillamente la sua risposta. Egli mi ha detto più o meno queste parole:

“So che sul conto mio sono corse spesso voci di ogni genere circa la possibilità che io faccia, ad un certo momento, un voltafaccia ai tedeschi o per lo meno che io non sia convinto del mio modo di agire. La verità invece è questa: io non ho potuto seguire gli ordini del governo che si è accordato in modo così poco onorevole col nemico e continuerò a combattere fino in fondo questo nemico a prescindere dagli obblighi che posso avere contratto con i tedeschi. Tuttavia io non andrò mai in Germania perché non ritengo, andando in Germania, di fare il bene del mio paese e mi ritirerò piuttosto sulle montagne da dove continuerò a combattere gli inglesi. Sono sicuro che attorno a me si raccoglieranno anche italiani che ora si trovano al sud e spero, intorno a me, di riaccendere quella fiaccola che sento latente negli animi di tutti gli italiani. Da queste isole in mezzo alle montagne dove sarò riunito con i miei uomini invierò parlamentari a voi italiani degni di stima, all’eccellenza De Courten soprattutto, per offrirgli il mio appoggio a quel movimento di indipendenza del quale anch’egli non mancherà prima o poi di sentire il bisogno.”[1]

Gli ho risposto che l’eccellenza De Courten e tutti noi non aspiriamo che a questa indipendenza ma che per arrivarvi occorre innanzitutto liberare il Paese dai tedeschi e perciò è nostro dovere aiutare gli Alleati il cui scopo coincide col nostro. Comunque le sue intenzioni future non mi riguardavano mentre il mio compito era quello di appurare il suo atteggiamento presente.

A questo proposito gli ho chiesto se lui riteneva che il sabotaggio da parte tedesca di tutta l’industria lombarda o la non effettuazione di questo sabotaggio avesse avuto influenza sul risultato finale della guerra.

Mi ha risposto che era convinto che la cosa non potesse avere importanza decisiva.

Allora gli ho detto: “Poiché invece per l’Italia questa mancata distruzione può avere un’importanza decisiva per consentire la rinascita del Paese nel quale finora sono state distrutte perfino le macchine utensili e le officinette dei fabbriferrai, non capisco perché Lei, che dice di adorare il Paese, non sfrutti il suo ascendente sui tedeschi per procrastinare fino al limite estremo il sabotaggio delle industrie della Lombardia e il suo ascendente sui suoi seguaci per impedire con la forza all’ultimo momento l’effettuazione del sabotaggio stesso.”

E’ rimasto un po’ pensoso e poi mi ha detto che avrebbe riflettuto sulla cosa.

Comunque egli non avrebbe potuto andare di sua iniziativa incontro agli industriali della Lombardia se questi non avessero chiesto per primi il suo appoggio.

Gli ho detto che avrei pensato io ad avvertire gli industriali, che potevano andargli a parlare senza preoccupazione.

L’ho messo poi in guardia sulle voci tendenziose che probabilmente gli erano pervenute dal sud circa disordini, malcontenti e disorganizzazione e in particolare gli ho illustrato la losca figura del comandante Scarelli, da lui eletto comandante di uno dei suoi reparti senza sapere che al sud egli aveva lasciato debiti ovunque e che era fuggito appunto perché la sua situazione era diventata insostenibile.

Gli ho detto inoltre che noi giovani patrioti ci meravigliavamo che lui, autentica medaglia d’oro, già vanto della nostra marina, facesse causa comune con uomini come Grossi, simulatore di affondamenti di navi da battaglia chiamato dagli americani “disonore di tutte le marine”. Ho inoltre deprecato, in forma naturalmente molta rispettosa, che fosse proprio la Decima a combattere contro i ribelli mentre invece sarebbe stato molto più opportuno guidare questi ribelli verso la disciplina, l’ordine e la vera riscossa del Paese.

Mi ha detto che egli aveva già tentato degli accordi con i partigiani, ma che la cosa era molto difficile perché i loro capi non trasmettevano ai ribelli le promesse di buon trattamento che egli aveva fatto loro per timore di perdere i seguaci. Mi ha detto anche che avrebbe esaminato la possibilità, piuttosto che sterminarli, di attendere che le prime nevi li facessero scendere per fame o per freddo dalla montagna. L’idea di mettersi a capo di tutto il ribellismo lombardo e piemontese mi è parso che lo allettasse molto e ho cercato di stuzzicarlo nella realizzazione di questa cosa che, se avvenisse, costringerebbe i tedeschi a distogliere un notevole numero di forze dal fronte di combattimento e che porrebbe definitivamente fine ad una vergognosa guerra fratricida.

Qualunque possa essere l’atteggiamento che il comandante Borghese assumerà nei riguardi degli industriali e dei ribelli, io non mi sono impegnato in nessun modo e a nome di nessuno a nessuna promessa, limitandomi a dirgli che il giudizio degli italiani nei suoi riguardi, e il seguito che egli potrà avere in avvenire fra questi, dipenderà molto dalla linea di condotta che egli terrà d’ora in avanti.

Congedandomi da lui gli ho detto: “Non dimentichi, comandante, che i suoi sentimenti di italianità, dei quali io sono personalmente convinto, hanno bisogno di una prova concreta per essere apprezzati e creduti.”

Al che egli mi ha risposto: “Mi mandi gli industriali”, cosa che mi sono affrettato a fare prima di lasciare Milano.

Sono rimasto anche d’accordo con loro che, se le loro conversazioni col comandante Borghese dovessero sortire buon esito, essi dovranno trasmettere nei giorni 5, 10, 15, 20, 25 e 30 di ogni mese alle ore 8.00, 12.00 e 16.00, su onda 41 e – alle ore 24.00 – su onda 80 con nominativo di chiamata “zeta gamma uno”, una di queste tre parole: “Ernesto”, “Giorgio”, “Zika”, che significano rispettivamente: “Borghese ha accettato in pieno la nostra causa”; “Borghese farà qualche cosa”; “Chiediamo l’ascolto continuo perché dobbiamo trasmettere notizie importanti.”

Se invece né Borghese né il Cln, né il gruppo delle Fiamme Bianche, né il gruppo Franchi daranno agli industriali garanzia di qualche successo, sarà trasmesso il segnale “Necessaria tua presenza” con le stesse modalità, che significa: “Non si può contare che su di una azione di paracadutisti.”

Per quanto riguarda questa azione, ho già riferito nella mia relazione di carattere militare.

Giorgio Zanardi,

tenente di vascello

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Informazioni su casarrubea

Ricercatore storico. E' impegnato da anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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