Portella della Ginestra: documenti su una strage

Contadine a Portella

Come ogni anno, il nostro Archivio rende omaggio alla verità storica sulla strage di Portella della Ginestra .

Malgrado i nostri numerosi detrattori in ambienti politici, sindacali e accademici.

Ma dire la verità, si sa, è un atto rivoluzionario. E noi così ci sentiamo: persone che non si accontentano della vulgata su Portella, su Giuliano e su molti altri misteri della Repubblica. Alla faccia di chi ci vuole male e vorrebbe che scomparissimo come neve al sole.

Il lungo testo che presentiamo fa parte di due corposi dossier presentati rispettivamente il 7 dicembre 2004 e il 24 maggio 2005 all’allora Procuratore della Repubblica di Palermo, dott. Pietro Grasso. Era nostra speranza che una simile mole di documentazione portasse, quanto meno, alla riapertura di un fascicolo sulle stragi del dopoguerra e le connessioni tra Cosa Nostra, Servizi segreti e ambienti nazifascisti.

Ma in data 8 maggio 2007, i pubblici ministeri G. Pignatone e A. Morvillo rigettavano la richiesta perchè, tra l’altro, i documenti dei Servizi italiani e americani da noi esibiti venivano ritenuti “anonimi”, scritti da persone “non identificate o non identificabili” e, infine, perchè basati su “ricostruzioni di storici e studiosi e su notizie di stampa”.

Non entriamo nel merito di questa opinione. Giudichi il lettore come stanno le cose.

Giuseppe Casarrubea e Mario  J.  Cereghino

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Un documento del Servizio informazioni e sicurezza (Sis)

Un rapporto Sis datato 25 giugno ‘47, che si riporta per intero (pubblicato dallo storico Aldo Sabino Giannuli – e dallo stesso rintracciato nel ‘96 – nella rivista Libertaria, il piacere dell’utopia, anno 5, n. 4, ottobre – dicembre 2003, pp. 48 – 58, titolo: Salvatore Giuliano, un bandito fascista,) riferisce quanto segue:

[…] Il “bandito Giuliano” vi è stato più volte segnalato, anche e soprattutto in ordine ai suoi contatti con le formazioni clandestine di Roma. Vi fu precisato il luogo degli incontri coi capi del neo – fascismo (bar sito a via del Traforo all’angolo di via Rasella). Vi parlammo dei suoi viaggi Roma-Torino. Precisammo che capo effettivo della banda è presentemente il tenente della Gnr Martina, già di stanza a Novara.  È superfluo ricordarvi che la banda ha sempre provveduto al mantenimento di un proprio nucleo dislocato in Roma (punto di ritrovo: alla “Teti” e nel caffé con servizio esterno sito in piazza San Silvestro) e che il noto detentore della valigia di bombe proveniente da Bari – per incarico del Partito fusionista italiano, certo Nicola, sfuggito (all’epoca del lancio delle “bombe di carta”) alla cattura per l’intempestiva pubblicazione relativa all’operazione di polizia in corso – altri non era che il pseudo “Dan”, altrimenti detto il “sergente di ferro”, che al nord fu attivissimo collaboratore del Martina, intimo fra l’altro della Sanna Anna, a voi nota, e di suo fratello Domenico. La banda Giuliano è da ritenersi, fin dall’epoca delle nostre prime segnalazioni, a completa disposizione delle formazioni nere. Il nucleo romano della banda Giuliano era comandato fino a quindici giorni fa da certo “Franco” e da un maresciallo della Gnr, che si trovano attualmente a Cosenza. Partirono da Roma improvvisamente “per ordine superiore”, e in Sicilia dopo una breve permanenza a Napoli, da dove hanno scritto al Fronte dando “ottime notizie sulla situazione locale”. Le loro lettere, a firma “Franco”, vengono indirizzate a certa signora Gatti, “zia” di Franco, madre della Sanna. Con la loro ultima, annunciavano “cose grandi in vista e molto prossime”. Richiedevano la presenza a Palermo di 8 uomini completamente sconosciuti in Sicilia, ma la richiesta non venne accolta. Da Cosenza, la banda Giuliano, che ha ramificazioni in ogni centro della Calabria, della Sicilia e della Campania, inviò la settimana scorsa a Roma tal Libertini Sebastiano. Si presentò con documenti vari. In alcuni risultava impiegato alle dipendenze della locale Direzione di Artiglieria; in altri carabiniere. Aveva l’incarico di far noto che “data l’imminenza dell’azione”, la presenza a Cosenza di un esponente nazionale era indispensabile. Non se ne fece nulla, anche perché il suo arrivo a Roma coincideva stranamente coi noti fermi degli appartenenti ai Far [Fasci di azione rivoluzionaria]. Vi fu molto tempo fa parimente segnalata l’attività clandestina neo – fascista del console Riggio, trapiantato a Palermo con lo pseudonimo di “ing. Rizzuti” e, reiteratamente, quelle dell’avv. Ciarrapico, neo capo del Partito fusionista in sostituzione di Pietro Marengo, e del noto dott. Cappellato, ex medico di Mussolini, agente provocatore n. 1 in Sicilia, comandante del vecchio Partito fascista democratico prima, e delle FFNN [Formazioni nere] dopo, in seno alla sezione romana del Partito fusionista. Altra nostra segnalazione di alcuni mesi fa: al bandito Giuliano doveva essere demandato il compito di provvedere alla evasione di Borghese, relegato a Procida, perché soltanto l’ex capo della Decima Mas era ritenuto in grado di assumere militarmente il rango, per l’influenza esercitata, di capo militare delle formazioni clandestine dell’isola. Anche il colonnello Pollini e Spinetti Ottorino, già abitanti in Roma in via Castro Pretorio 24, piano ultimo, sono stati, pochi giorni prima dell’arresto del Pollini e dell’inizio dell’azione della banda, in Sicilia e a Palermo per conto dell’“Ecla” [o Eca, Esercito clandestino anticomunista] diretta da Muratori. Vale qui ricordare che Muratori ha sempre agito nel campo clandestino in funzione di agente provocatore. Egli ha avuto anche contatti e remunerazioni, da notizie assolutamente certe, dal Pci. Il Fronte antibolscevico costituito recentemente a Palermo, al quale dette la sua adesione incondizionata l’On. Alfredo Misuri in proprio, e quale capo del gruppo “Savoia” di via Savoia 86 (cap. Pietro Arnod, principessa Bianca Pio di Savoia, ecc.), non è una sezione del Fronte anticomunista a voi nota. Il Cipolla, che a Palermo dirigerebbe il Fronte, è del tutto sconosciuto al “Fronte unico anticomunista” di cui alle nostre reiterate segnalazioni confidenziali. Il Fronte antibolscevico di Palermo è però collegato con Anna Maria Romani, ospite della principessa Pio di Savoia, sedicente segretaria particolare di Misuri, cucita in tutto a filo doppio del noto colonnello Paradisi, detto anche Minelli (piazza Tuscolo) ed è pei suoi “buoni uffici” che Misuri e i “camerati” del Comitato anticomunista di Torino, a voi noto, appoggiarono e appoggiano il progetto di “azione diretta” di cui il Paradisi è autore.  Negli ambienti dei Far, Nuovo Comando Generale, si ammette che l’azione della banda Giuliano è in relazione con l’ordine testé impartito di “accelerare i tempi”. L’ordine, come vi fu fatto noto, è stato esteso all’Ecla di Muratori e Venturi, i quali attingono denaro e disposizioni da un’unica fonte. Si preparano adesso a Roma e al nord. Non è il caso di sottovalutare questa ennesima segnalazione, i considerazione del fatto che, per la perfetta conoscenza dell’ambiente, quanto di solito vi viene segnalato si verifica poi a breve scadenza (anche l’affare dei Far vi era stato reiteratamente segnalato per la sua pericolosità). Nel mese di marzo, se ben si rammenta, fu segnalato che il duca Spadafora, capo del gruppo commerciale agrario del sud, fu a Roma ed ebbe colloqui con rappresentanti del Fronte clandestino. Chiese di poter versare un milione in conto, a condizione che si facesse in Sicilia “un lago di sangue”. Mormini, del Fronte, avrebbe dovuto raggiungere in Sicilia la banda Giuliano, a contatto anche colla mafia locale in parte a disposizione del suo gruppo. La proposta non fu accettata, sembrò orribile… Da allora, da notizie certe e sicure, Spadafora ha contatti diretti col Martina, che finanzia direttamente e al quale impartisce disposizioni. Elementi ricercati sono stati ammessi a far parte della banda. Proposte identiche a quelle avanzate dallo Spadafora pervengono in questi giorni insistentemente alle FFNN, e al Fronte anticomunista, da parte dell’avv. Tefanin di Padova. Di quest’ultimo (anche lui pone come condizione il “lago di sangue”) si sa soltanto che capita spesso a Roma e alloggia al Grande Albergo. A Roma, dopo l’azione della banda Giuliano, i più facinorosi (reperibili tutti tra i nullafacenti e gli sfaccendati dei bar dell’Esedra, al bar Carloni, al bar del Nord all’angolo del Viminale e in Galleria) hanno ripreso fiato, cianciano di rivoluzione imminente e di atroci vendette da compiere. Per esempio, l’anticomunismo di cui si ammanta il Rac (Reparti anticomunisti) è puramente fittizio. Non si tratta che di una organizzazione tipicamente fascista repubblichina, cui da Muratori e Venturi è stato affidato il compito di impossessarsi della Direzione Generale di Polizia. Dato l’aggravarsi della situazione interna, una visita a Milano, Verona, Torino, ecc. – di cui si hanno come già comunicato notizie certe di bande armate, le quali sono già sul piano di guerra – sarebbe più che opportuna per attingere informazioni dirette sulle azioni di piazza minacciate. Vale a questo punto ricordare che è recentissima la nostra segnalazione relativa alla distribuzione di buoni per il prelevamento di mitra ad opera del gruppo Navarra – Viggiani, che la questura non conosce, e di altre formazioni neo – fasciste (da non confondere con le organizzazioni anticomuniste “pure”), le quali attingono, si ripete, disposizioni e denaro da un’unica fonte. […].

Sono informazioni di tale gravità da far ritenere che le stragi e gli omicidi ai quali si è fatto cenno, verificatisi in Sicilia tra il ’46 e il ‘48, siano da considerare sotto nuova luce, anche in virtù del fatto che alcuni mandanti ed esecutori potrebbero essere ancora in vita e, pertanto, penalmente perseguibili.

Il Rapporto giudiziario che fonda l’atto di accusa contro i mandanti e gli esecutori materiali delle stragi di Portella e di Partinico (firmato Giovanni Lo Bianco, Giuseppe Calandra, Pierino Santucci, marescialli dei Cc i primi due e brigadiere il terzo) è redatto nel settembre ’47 sotto l’egida dell’ispettore generale di Ps nell’isola, Ettore Messana, del quale meglio parleremo più avanti. Questo rapporto deve ora essere valutato depistante e inconsistente ai fini dell’accertamento della verità e dei responsabili. La figura del principale imputato, Salvatore Giuliano, risulta collocata nell’ambito delle azioni criminali delle squadre paramilitari neofasciste operanti su tutto il territorio nazionale almeno dall’autunno ‘43. Infine, è da segnalare che per la maggioranza dei sindacalisti assassinati tra il ’46 e il ’48, i processi giudiziari non sono mai stati celebrati.

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Squadroni della morte

Per capire ciò che accade nel ’47, occorre fare un passo indietro.

Terroristi neri

Sappiamo che tra la caduta di Mussolini (25 luglio ‘43) e il mese di gennaio ‘44, Giuliano costruisce le basi della sua futura carriera criminale. Nell’estate ’43 avvengono numerose evasioni in massa dalle carceri di Partinico e dei comuni vicini. Non è un dettaglio secondario in quanto un documento americano, intitolato I mafiosi e datato 18 luglio ‘43, riferisce: “Ispettori della Milizia fascista sono stati inviati a Palermo e a Sciacca per aprire negoziati con esponenti mafiosi in prigione da lungo tempo. Ai mafiosi internati è fatta la seguente promessa: se contribuiranno a difendere la Sicilia, saranno allestiti nuovi processi per provare la loro innocenza”. È appena passata una settimana dallo sbarco angloamericano.

Il 2 settembre ‘43 Giuliano uccide il carabiniere Antonio Mancino; il 10 novembre prende d’assalto la polveriera di San Nicola a Montelepre, provocando 18 morti; alla vigilia di Natale uccide il carabiniere Aristide Gualtieri; il 30 e il 31 gennaio ’44 organizza l’evasione in massa dei detenuti dalle carceri di Monreale. La sua carriera, appena agli esordi, è già collaudata. Giuliano è specializzato in assalti ad armerie e penitenziari. La fuga dei detenuti di Monreale segna la data di nascita del gruppo di fuoco  monteleprino, sotto l’egida della famiglia mafiosa dei Miceli che in questa città del palermitano esercita un dominio assoluto. Su ciò che accade nei mesi successivi si possono ora avanzare alcune ipotesi, basate su una serie di documenti dell’intelligence Usa.

La Sicilia e il sud sono stati liberati dagli angloamericani e il fronte si trova sulla linea Gustav (settembre ’43). Nel febbraio ’44 Giuliano è inviato a Taranto e ottiene una sorta di promozione sul campo. È probabile che l’operazione sia da attribuire alla rete nazifascista clandestina al sud, coordinata dal principe calabrese Valerio Pignatelli e operativa da prima del 25 luglio ‘43. In vista del crollo del regime, infatti, Mussolini istituisce la “Guardia ai Labari”, di cui Pignatelli è designato capo per il mezzogiorno d’Italia. Nel porto pugliese Giuliano si arruola in un corpo speciale, quello della Decima Flottiglia Mas badogliana, istituita alla fine del ’43 a Taranto dagli Alleati, al comando del capitano Kelly O’Neill. Sono i Nuotatori paracadutisti (Np) del sud e non superano i cinquanta elementi. Dovranno combattere con gli Alleati contro i tedeschi. La missione di Giuliano è di infiltrarsi pPll’lebrati.er conto della rete Pignatelli. Tra gli uomini di O’Neill c’è anche Athos Francesconi.

A marzo ’44 arrivano a Taranto Rodolfo Ceccacci e Aldo Bertucci, appartenenti ai corpi speciali della Decima Mas di Junio Valerio Borghese. Il principe ha aderito alla Rsi costituendo nel settembre ’43 la Decima Mas, a La Spezia, per combattere assieme ai nazifascisti. Ceccacci e Bertucci si fingono disertori dell’esercito di Salò e hanno la missione di organizzare lo spionaggio e il sabotaggio in tutto il meridione contro gli angloamericani. Contattano subito Francesconi, di idee fasciste, e nei giorni seguenti altri marò disposti ad agire contro gli Alleati. Tra costoro c’è Giuliano. Che si tratti di infiltrati è così certo che, nell’aprile ’44, Giuliano diserta per seguire Ceccacci e Bertucci nella Rsi. I tre uomini varcano la linea Gustav e raggiungono Penne, nelle Marche, dove è operativa una base della Decima nazifascista. Poco dopo, il colonnello Hill Dillon del Cic (Counter intelligence corps, il controspionaggio dell’esercito americano) segnala il grave fatto con una circolare nella quale Giuliano spunta come “Giuliani, palombaro e sottocapo” della Decima di O’Neill a Taranto. Il colonnello traccia anche un identikit del ricercato, da dove risulta che è alto m. 1,65, robusto, occhi e capelli scuri. La descrizione dei caratteri fisici corrisponde a quella del capobanda monteleprino.

L’8 maggio ‘44, giorno dell’arrivo dei tre a Penne, Ceccacci raduna i suoi uomini e comunica loro che è giunta l’ora di agire oltre le linee contro gli Alleati, con azioni di spionaggio e sabotaggio. Tra i presenti troviamo i parà Giuseppe e Giovanni Console di Partinico, un paese distante pochi chilometri da Montelepre in provincia di Palermo, e il marò Dante Magistrelli  (Milano). È probabile che l’incontro tra Giuliano, i Console e Magistrelli avvenga proprio l’8 maggio e che nei giorni seguenti prenda corpo il piano di spedire un commando nazifascista a Partinico. A fine giugno, infatti, i fratelli Console e Magistrelli sono già operativi nella cittadina siciliana. Per coprire le loro reali attività, i tre iniziano a lavorare in un esercizio commerciale. I Console raccontano ai loro compaesani che Magistrelli è un profugo rifugiatosi a Partinico per sfuggire alla guerra in corso nell’Italia centro – settentrionale. Nelle stesse settimane, a Giuliano è ordinato di rimanere nella Rsi per continuare l’addestramento nei corpi speciali nazifascisti. A luglio è segnalato dagli americani in un elenco di Np siciliani al nord, nella Decima di Borghese, assieme a Cacace e a Lo Cascio (quest’ultimo originario di Monreale, in provincia di Palermo).

Tra il novembre e il dicembre ’44, secondo le dichiarazioni rese agli Alleati nell’agosto ‘45 da Aniceto del Massa (uno dei capi dei servizi segreti di Salò), trenta uomini della Decima sono inviati in Sicilia. Sono stati addestrati a Campalto (Verona) presso la scuola di sabotaggio diretta dall’Ss Otto Ragen. Nell’elenco compare anche Giuseppe Sapienza, nato a Montelepre (il paese di Giuliano) il 19 novembre ‘18. La presenza di Sapienza nel palermitano, per operare con le bande fasciste, è segnalata anche da un dispaccio di Hill Dillon del novembre ‘44. Che Giuliano faccia parte di questo gruppo è confermato dall’interrogatorio di Pasquale Sidari (12 maggio ’45), un agente segreto nazifascista in missione nell’Italia liberata, arrestato dagli americani nei pressi di Pistoia il 2 marzo ‘45 assieme a Giovanni Tarroni, anch’egli una spia di Salò. Sidari confessa che nelle montagne tra Partinico e Montelepre è attiva una banda fascista al comando di “Giuliani” (head of a fascist band in the Palermo province), composta anche da “disertori tedeschi” (un riferimento agli istruttori delle Ss tedesche di Verona). Spiega di avere appreso queste notizie dai fratelli Console durante una conversazione avvenuta il 15 dicembre ’44, nell’atrio del teatro Finocchiaro a Palermo, e aggiunge che “dopo Natale, Magistrelli e Giovanni Console si sarebbero recati al nord per riferire al comando della Decima Mas sulle attività della banda”.

L’arrivo in Sicilia del gruppo dei trenta sabotatori di Campalto coincide con lo scoppio dei moti del “Non si parte”, che si sviluppano nell’isola sotto l’apparente spinta separatistica tra il dicembre ’44 e il gennaio ’45. Che si tratti di terroristi salotini emerge dai rapporti dell’intelligence britannica. In diversi comuni siciliani appaiano scritte fasciste accanto a slogan come “Entrate nella banda!” e “Viva Giuliani!”.

Salvatore Giuliano, agosto 1947

Nel marzo ’45, le confessioni di Sidari e Tarroni provocano l’arresto di una quarantina di sabotatori della Decima nazifascista tra Napoli e Palermo. A Napoli, cadono nella rete americana gli uomini di Pignatelli (Rosario Ioele) e i sabotatori Bartolo Gallitto e Gino Locatelli. A Partinico sono arrestati i fratelli Console e Dante Magistrelli. Gli interrogatori avvengono presso il carcere di Poggioreale, a Napoli, e sono condotti dai carabinieri del Sim (Servizio informazioni militari) al comando del maggiore Camillo Pecorella.

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Dalle scuole di sabotaggio all’azione sul campo

Giuliano, Sapienza e i trenta sabotatori addestrati a Campalto sfuggono alla cattura e tornano nella Rsi. In un rapporto di Hill Dillon del 25 marzo ’45, troviamo infatti il nome del “sottotenente dei parà Giuliano” in uno dei corpi scelti della Decima Mas nazifascista, al nord. Sapienza è arrestato il 7 maggio ‘45 e internato in un campo di prigionia alleato, a Modena. Nonostante i gravi contraccolpi subìti, l’eversione nera in Sicilia non si arrende. Al contrario. Dalla confessione resa agli Alleati il 17 giugno ’45 da Fernando Pellegatta, un sabotatore del battaglione Vega della Decima nazifascista con sede a Montorfano (Como), apprendiamo che 120 uomini del Vega sono inviati al sud il 1° aprile ’45. Sono stati selezionati tra le Ss italiane e i militi della trentacinquesima brigata nera “Raffaele Manganiello”. Il capo di quest’ultima a Como, dall’autunno ’44 all’aprile ’45, è l’ex federale di Firenze Fortunato Polvani, stretto collaboratore di Pino Romualdi, vicesegretario del Partito fascista repubblicano (Pfr). Polvani, non a caso, è a Palermo dall’estate ’45 per dirigere il Centro clandestino fascista della capitale siciliana, e qui rimane fino al marzo ‘46. È probabile, quindi, che i 120 uomini del Vega costituiscano il nocciolo duro dell’Evis (Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia), che nasce nel settembre ‘45 e di cui Giuliano è nominato “colonnello” nei pressi di  Sagana (Montelepre).

Il terrorismo nazifascista in Sicilia è considerato, da un punto di vista strategico, fondamentale per il futuro movimento neofascista. Non pochi indizi ci dicono che dietro la strage del 19 ottobre ‘44 in via Maqueda  (Palermo) agiscano, quali provocatori, elementi salotini. Tale presenza, agli occhi del governo Bonomi, appare così pericolosa da far ordinare il massacro della folla da parte della divisione Sabaudia. Di fatto, l’eccidio (16 morti e decine di feriti) è un monito contro l’eversione nera nell’isola. Ma serve a poco. Un mese dopo scoppiano i moti del “Non si parte”.

Montelepre, 9 gennaio ’46. Centocinquanta uomini agli ordini di Salvatore Giuliano sferrano un durissimo attacco contro le caserme dei carabinieri. Il conflitto dura una settimana. Perdono la vita 9 militari, i feriti sono 35. I servizi segreti britannici affermano che la banda è composta anche da “terroristi ebraici” e da “elementi anticomunisti jugoslavi”. I primi sono i gruppi armati che si preparano alla nascita dello Stato di Israele, addestrati nel dopoguerra dagli uomini della Decima Mas di Borghese su richiesta del capo dei servizi segreti americani in Italia, James Angleton. A confermarlo è Nino Buttazzoni (capo degli Np nella Rsi tra il ’43 e il ’45) nel volume Solo per la bandiera (Milano, Mursia, 2002, p. 125). Per quanto riguarda gli jugoslavi, si tratta di elementi fascisti croati manovrati dai servizi Usa. Operano in Italia al comando di Ante Moškov, un ex generale ustascia. Anche il Sis segnala l’attività dei gruppi jugoslavi in Puglia, pronti a entrare in azione “contro il pericolo bolscevico” (b. 46, f. LP155/Fronte internazionale antibolscevico, titolo: Organizzazione internazionale anticomunista, 6 settembre ’47). Fanno capo a una centrale anticomunista slava, con sede a Parigi e collegata all’Internazionale nera di Martin Bormann e Otto Skorzeny (ex gerarchi nazisti), attiva in Argentina e in Europa dal ‘46 (sul tema, cfr. il capitolo I del volume Tango Connection di G. Casarrubea e M. J. Cereghino, Milano, Bompiani, 2007).

Nei primi cinque mesi del ’46 cresce la tensione nei gruppi monarchici e neofascisti. Temono la vittoria della Repubblica al referendum istituzionale e una forte affermazione delle sinistre all’Assemblea costituente. I servizi segreti americani non nascondono le loro preoccupazioni e, dopo le precedenti intese col principe Borghese (primavera ‘45), si accordano con i capi politici e militari del neofascismo (Turati, Scorza, Messe, Navarra Viggiani, Romualdi, Buttazzoni) per avviare su vasta scala l’offensiva anticomunista. Sanno che il Pci e il Psi potrebbero conquistare la maggioranza relativa alla Costituente e che l’avvento della Repubblica potrebbe rapidamente trasformarsi nell’“anticamera del comunismo”. Nel marzo ’46, in gran segreto, l’intelligence Usa preleva Borghese dal penitenziario di Procida e lo trasferisce in una località sconosciuta. L’obiettivo è di organizzare la controffensiva paramilitare in caso di vittoria dei comunisti e dei socialisti.

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All’armi siam fascisti!

Nell’aprile ’46, Buttazzoni inizia a lavorare per Angleton con lo pseudonimo di “ingegner Cattarini”. Forte di questa copertura, il capo degli Np fa sfilare i suoi uomini al parco del Pincio, a Roma. Sono duecento militi di provata fede anticomunista e disposti a tutto. In Solo per la bandiera (cit., pp. 122 – 123) scrive: “Sono momenti in cui per molti Repubblica significa comunismo e la nostra scelta non ha incertezze. Abbiamo armi e depositi al completo. Faccio contattare anche alcuni Np del sud”. Nelle stesse settimane, Buttazzoni fonda l’Eca (Esercito clandestino anticomunista) mentre Romualdi redige il manifesto programmatico del Fronte antibolscevico italiano (Fai, composto interamente da unità neofasciste clandestine) e lo consegna ad Angleton tramite Buttazzoni. Nel documento si sostiene in maniera esplicita che neofascisti e americani devono unirsi per una comune azione contro il comunismo, “focolaio di infezione sociale per l’Europa e il mondo”. Vi si afferma testualmente: “I neofascisti intendono stabilire un contatto con le autorità americane per analizzare congiuntamente la situazione del Paese. La questione politica italiana sarà quindi collocata nelle mani degli Stati Uniti d’America”. Dall’analisi di questo testo (ora in Nicola Tranfaglia, Come nasce la Repubblica, Milano, Bompiani, 2004, pp. 80 – 86) emergono non poche analogie con il testo dei volantini lanciati durante gli assalti contro le Camere del lavoro di Partinico e Carini (Palermo), il 22  giugno ‘47. Qui si fa riferimento alla “canea rossa” e alla “mastodontica macchina sovietica”. I due documenti sembrano scritti dalla stessa mano. Non a caso, i Fasci di azione rivoluzionaria (Far) nascono ufficialmente poco dopo, nell’autunno ’46, sotto la guida di Pino Romualdi e con palesi finalità terroristiche.

A Palermo, nel giugno ’46, è arrestato Giuseppe Caccini, alias “comandante Tempesta” della brigata Carnia (derivazione della Osoppo). L’accusa è di costituzione di banda armata (cfr. documenti Sis del 14 e 26 giugno ‘46). In Sicilia, a Catania, è entrato in contatto col principe Flavio Borghese, fratello maggiore del capo della Decima Mas. Caccini proviene da Roma, dove è giunto nel mese di maggio assieme a 221 uomini pronti a entrare in azione in caso di vittoria della Repubblica. È probabile, quindi, che gli uomini del “comandante Tempesta” siano gli stessi passati in rassegna da Buttazzoni, al Pincio, nelle stesse settimane. Caccini raggiunge la Sicilia su raccomandazione del capitano Callegarini (Cc), legato agli ambienti della Casa reale.

Il 25 giugno ‘46, il Sis segnala in Calabria le attività di “un movimento clandestino armato, sia per sostenere la monarchia nel caso di vittoria nel referendum, sia per attuare la separazione del Mezzogiorno dall’Italia”. Il movimento è diretto da un ex carabiniere ed ex maggiore della Gnr, Serafino Ferrero (Torino, 1899), e da un certo “tenente Franco”, ovvero Walter Di Franco. Il suo vero nome è Francesco Argentino (Reggio Calabria, 1916), ex membro della banda Koch e capofila dei Far nel meridione. Le attività paramilitari nere, ramificate in tutta la regione, godono del supporto sotterraneo dell’Arma dei carabinieri e delle squadre neofasciste calabresi, siciliane e campane con base a Napoli.

Di una tentata insurrezione neofascista a Roma, nel maggio ’46, scrive ampiamente un rapporto Sis del 17 giugno, a firma del questore Ciro Verdiani. Tra gli organizzatori troviamo Candiollo e Rodelli, capisquadra  neofascisti per l’attuazione di un colpo di Stato. I due frequentano Francesco Garase, detto “lo zoppo”, che varie carte Sis definiscono nel ‘47 “l’emissario a Roma della nota banda Giuliano”, in contatto permanente con Walter Di Franco. Assieme ad altri neofascisti come Silvestro Cannamela (ex Decima Mas) e Caterina Bianca (ex spia nazifascista), Garase visita assiduamente le sedi monarchiche di via Quattro Fontane 143 e di via dell’Umiltà 83. Non a caso, un rapporto Sis di qualche mese dopo (1° novembre ‘46) afferma testualmente: “Da 20 giorni è stata riaperta la sede del partito in via Quattro Fontane, che è quella legale e dove gli iscritti vengono indirizzati verso l’organizzazione clandestina. Ferve l’opera di riorganizzazione soprattutto in Sicilia, dove non si disdegnano i contatti diretti neppure con la banda Giuliano”. Tra il novembre e il dicembre ‘46, il Sis segnala inoltre che la banda è in rapporti con le squadre neofasciste in Basilicata (26 novembre) e con il Macri (Movimento anticomunista repubblicano italiano, 31 dicembre). Tra il ’44 e il ‘45, Cannamela fa parte di un commando nazifascista della Decima Mas operante nell’Italia liberata (squadra Anassagora Serri/Gruppo Ceccacci). Tra i suoi componenti vi sono anche i fratelli Giovanni e Giuseppe Console e Dante Magistrelli, in missione a Partinico dall’estate ’44.

Nell’ottobre ’46 il colonnello Laderchi (Cc), il capitano Callegarini (Cc), l’ammiraglio Maugeri, il colonnello Resio (Marina), il generale dell’Aeronautica Infante e molti altri ufficiali iniziano a organizzare un colpo di Stato antidemocratico. “Sono in contatto con i fascisti monarchici” e preparano “una rivolta armata nel Paese” (cfr. documenti Sis, 12 ottobre e 5 novembre ‘46). Carlo Resio lavora per l’Oss di Angleton dall’estate ’44 (a Roma, in via Sicilia 59) e rimane alle sue dipendenze fino al dicembre ‘47, data in cui il capo dei servizi americani ritorna negli Stati Uniti. Resio è tra gli uomini che prelevano Junio Valerio Borghese (a Milano, il 10 maggio ’45) per tradurlo a Roma. All’operazione partecipano Angleton e Federico d’Amato (intelligence italiana).

Secondo un documento Top Secret dell’MI5 britannico, datato 8 ottobre ’46 e desecretato a Londra nel 2005, sono soliti riunirsi a Roma: Augusto Turati, ex segretario del Partito nazionale fascista (Pnf) e capo politico del clandestinismo fascista; Pompeo Agrifoglio, ex capo del Sim; Luigi Ferrari, capo della polizia; Leone Santoro, membro dell’ufficio politico del ministero dell’Interno; Izielo (sic) Corso, sottosegretario all’Interno nel secondo governo De Gasperi [c’è un Angelo Corsi, sottosegretario all’Interno nel secondo governo De Gasperi] e l’agente americano Philip J. Corso (Cic), uno dei collaboratori più stretti di Angleton e “custode” di Junio Valerio Borghese a Forte Boccea (Roma) e a Procida. Il documento specifica: “Numerosi ufficiali americani e italiani (come il capitano Corso suddetto) sono legati in maniera intima e attiva a questo gruppo”. Il tramite tra Corso e Agrifoglio è il tenente Mario Bolaffio  (Sim). Nello stesso periodo, Augusto Turati è ritenuto “persona grata agli angloamericani, i quali lo stimano e lo rispettano molto” (Sis, 19 settembre ‘46, b. 13, f. Turati Augusto).

Secondo un altro rapporto britannico top secret (27 novembre ’46), “Il capitano Corso ha recentemente sostenuto un incontro con Enzo Selvaggi  [esponente monarchico] e lo ha informato di aver ricevuto istruzioni dal suo governo per formare un gruppo politico anticomunista. Corso ha aggiunto che questo cambio di politiche è dovuto al successo del Partito repubblicano nelle elezioni statunitensi”. Si tratta delle elezioni di mezzo termine del congresso americano (novembre ’46) . Si registra, in pratica, il via libera all’offensiva anticomunista in Italia da parte di Washington.

Il 27 novembre ‘46, il Sis (b. 13, f. Turati Augusto) segnala:

Da alcuni elementi fascisti è stato riferito che i noti Scorza e Turati si sarebbero trasferiti dal nord a Roma, dove sarebbe stato pure trasferito il ‘comando generale del movimento fascista’. Secondo le voci che corrono tra gli elementi fascisti, il ‘comando’ starebbe preparando tutto un lavorìo di organizzazione dei ‘quadri’ fascisti specialmente con riferimento al  meridione. Si dice che in gennaio o febbraio dovrebbe ‘scoppiare’ qualcosa di grosso.

Da Bari, il 13 gennaio ‘47, il Cic scrive:

Un informatore affidabile di questo Ufficio ha sostenuto una conversazione con tre ufficiali dell’Arma dei carabinieri, il 10 dicembre ‘46. Costui ha riferito di certe direttive provenienti dal comando dell’Arma dei carabinieri a Roma, in cui si raccomanda di promuovere una forte propaganda monarchica all’interno del Corpo. Quando l’informatore ha chiesto notizie più dettagliate, gli è stato risposto che la monarchia sarebbe stata ristabilita nel giro di pochi mesi. L’informatore ha replicato che la restaurazione della monarchia sarebbe il segnale per una rivolta popolare, soprattutto al nord. Gli ufficiali però, sorridendo, hanno fatto notare che i qualunquisti hanno il supporto dei carabinieri e che sono fortemente armati e in posizione di contrastare qualunque mossa. I qualunquisti sono stati menzionati a tale proposito perché si suppone che questo partito debba creare ‘l’incidente’ che dovrebbe condurre al colpo di Stato.

I collegamenti tra il gruppo terroristico di Salvatore Giuliano in Sicilia e il capo dei Far, Pino Romualdi, trovano conferma nei seguenti elementi:

1) Fortunato Polvani, braccio destro di Romualdi almeno dal ‘43, è a Palermo nella veste di capo del Centro clandestino fascista a partire dall’estate ’45. Qui si ferma fino al marzo ’46. È Polvani il responsabile della trentacinquesima brigata nera “Raffaele Manganiello”, a Como, fino alla primavera ‘45. L’1 aprile ‘45, 120 militi di questa formazione sono inviati al sud con l’intento di continuare la cosiddetta “resistenza fascista” nell’Italia liberata;

2) Uomo dei Far e referente della banda Giuliano in Calabria e in Sicilia, almeno dal maggio ’46, è Francesco Argentino/Walter Di Franco, che opera in Calabria con Serafino Ferrero. È molto probabile che il documento Sis del 25 giugno ’47 (riportato all’inizio di questo dossier) si riferisca proprio a questi due elementi nel seguente passo:

La banda Giuliano è da ritenersi, fin dall’epoca delle nostre prime segnalazioni, a  completa disposizione delle formazioni nere. Il nucleo romano della banda Giuliano era comandato fino a quindici giorni fa da certo “Franco” e da un maresciallo della Gnr, che si trovano attualmente a Cosenza.

Nel ’47, vari documenti Sis segnalano Argentino/Di Franco in contatto con Francesco Garase, “emissario a Roma della nota banda Giuliano”;

3) Gli assalti alle sedi comuniste e alle Camere del lavoro iniziano il 18 giugno ’47 in Calabria, per poi dilagare nella provincia di Palermo con gli esiti stragistici del 22 giugno. Il rapporto Sis del 25 giugno ’47, infatti, afferma che “la banda Giuliano ha ramificazioni in ogni centro della Calabria, della Sicilia e della Campania”;

4) Nello stesso documento leggiamo:

Negli ambienti dei Far, Nuovo Comando Generale, si ammette che l’azione della banda Giuliano è in relazione con l’ordine testé impartito di “accelerare i tempi”. L’ordine, come vi fu fatto noto, è stato esteso all’Ecla [Eca] di Muratori e Venturi, i quali attingono denaro e disposizioni da un’unica fonte.  Si preparano adesso a Roma e al nord.

Un altro dispaccio Sis (b. 46, f. LP155/Fronte internazionale antibolscevico, Titolo: Movimenti neo – fascisti, segreto, 25 giugno ‘47), riporta:

Il comando generale dei Far ha ordinato questa mattina, in conseguenza dell’operazione di polizia in corso, di accelerare i tempi, nel senso di anticipare l’azione di piazza per la conquista del potere. L’Ecla e le Sam [Squadre armate Mussolini] procedono di pari passo (come tattica, metodo e programma) con i Far. Le direttive sono identiche. I fondi, notevoli, provengono da un’unica fonte. L’ultimo stanziamento è stato interessante. La sola formazione Ecla ha incamerato quattro milioni. La polizia romana non ha fermato che alcuni degli elementi effettivamente responsabili, senza minimamente intaccare i gangli vitali e capillari della organizzazione, che ha carattere nazionale. Da non sottovalutare lo spirito combattivo e, per la disciplina instaurata nei ranghi, la più assoluta dedizione ai capi da parte dei gregari. (…) Se vi saranno moti armati, i Far vi parteciperanno per diventare movimento risolutivo della situazione. Nonostante la suddetta operazione di polizia, i Far continuano a controllare tutte le formazioni clandestine, anche l’Upa e il gruppo carabinieri, in seno a quali elementi fidati lavorano sotto controllo agli effetti della realizzazione del colpo di Stato.

Si fa riferimento a un “Nuovo comando generale”, risultante dall’unificazione delle tre principali formazioni paramilitari neofasciste: Eca, Sam e Far. Secondo una nota del Sis (cfr. Giannuli, Libertaria, cit., p. 51), “a Venezia, Milano e nella Calabria ferve il lavoro delle Sam, le quali sono sovvenzionate da Giuliano ed il suo aiutante è lo scugnizzo. È partito da Roma un console della milizia per la Calabria, per incontrarsi con Giuliano”. Uno dei capi delle Sam è Selene Corbellini (ex membro della banda Koch), che agisce tra Milano, Torino e Roma e che nel ‘47 troviamo a Palermo per incontrare il capobanda monteleprino. Scrive il Sis:

Da Palermo viene segnalata la presenza in quella città di Selene Corbellini, ricercata, già della banda Koch, detta anche Lucia o Maria Teresa (…). Si tratta di un elemento pericoloso. Ai camerati di Palermo dichiarava appena giunta di dovere stabilire contatti diretti col noto Martina, capo della banda Giuliano (2 agosto ‘47).

I collegamenti diretti tra l’Evis e le Sam sono segnalati inoltre dall’intelligence Usa (20 febbraio ’46) e da quella britannica (19 gennaio ’46). Dalla Sicilia, il Cic riferisce:

Alcuni membri dell’Evis indossano uniformi americane e britanniche. Parecchi disertori alleati sono membri di queste bande ribelli. Il maggiore britannico Oliver si dice appartenga a una di queste formazioni ribelli. Un ufficiale britannico dello stesso nome sarebbe stato di stanza a Palermo per conto dell’intelligence alleata, durante il periodo dell’occupazione (29 gennaio ’46).

Secondo un rapporto statunitense dell’anno precedente (23 gennaio ’45), Oliver è un agente del Field security service (il controspionaggio britannico), a contatto nell’isola con non meglio precisati “banditi”.

Il riferimento all’Eca di Muratori non è da sottovalutare. Lo stesso Buttazzoni (cfr. il volume di Lapo Mazza Fontana intitolato Italia über alles, Milano, Boroli editore, 2006, pp.169 -170) dichiara:

Io ho costituito l’Eca (…) a Roma nel periodo del ’46 – ’47, dopo essere scappato dal campo di concentramento di Ancona il 22 settembre 1945 (…), e con l’Eca ho riunito parecchi ex ufficiali; come aiutante avevo un ex generale della Milizia che si chiamava Muratori.

È Muratori a coordinare l’eversione nera in Sicilia alla vigilia delle stragi del ’47 (Sis, 25 giugno ‘47):

Anche il colonnello Pollini e Spinetti Ottorino (…) sono stati, prima dell’arresto del Pollini e dell’inizio dell’azione della banda [Giuliano], in Sicilia e a Palermo per conto dell’Ecla diretta da Muratori.

Si può quindi ipotizzare che sia Muratori a emanare ordini al colonnello Pollini e a Spinetti (esponenti neofascisti), su mandato di Nino Buttazzoni. Ma quest’ultimo ha sempre evitato ogni riferimento alle attività da lui svolte nel periodo che va dall’aprile ‘46 (inizio della sua collaborazione con i servizi segreti di Angleton, a Roma) al settembre ‘47, data in cui è arrestato dalla polizia nei pressi dell’università La Sapienza;

5) A Palermo, nella primavera ‘47, opera il Fronte antibolscevico (via dell’Orologio). Lo guida Gioacchino Cipolla, un neofascista. Secondo quanto emerge durante la fase dibattimentale al processo di Viterbo, e le dichiarazioni del bandito Antonino Terranova (inteso “Cacaova”), Giuliano è solito frequentare il “Partito anticomunista” della capitale siciliana proprio nella temperie delle stragi di Portella e di Partinico. In realtà, il Fronte antibolscevico (o anticomunista) altro non è che la copertura legale delle attività terroristiche dei Far nell’isola;

6) Secondo il giornalista Andrea Lodato, i Far di Romualdi iniziano a operare a Catania nel gennaio ’46, tramite il neofascista Nino Platania. In città, dal ’43, è attivo anche il principe Flavio Borghese, in contatto dal ’46 con le formazioni paramilitari di Caccini (Osoppo) e, probabilmente, con quelle di Buttazzoni (Eca) e di Giuliano (Evis/Sam).

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Golpisti

Numerosi rapporti Sis si occupano di un’organizzazione, l’Upa, che nell’ottobre ’46 inizia a preparare un colpo di Stato. È guidata dal generale Giovanni Messe (Cc), dal Sim e, come abbiamo visto, da Laderchi, Callegarini, Maugeri, Resio e Infante. L’Upa agisce agli ordini diretti dell’intelligence Usa di Angleton e di Philip J. Corso. L’obiettivo è una dittatura militare transitoria, della durata di uno o due anni, affidata all’Arma dei carabinieri.

Secondo un documento britannico dell’11 agosto ‘47, (Movimento italiano di estrema destra: assistenza americana, paragrafo Visita di un rappresentante americano), l’ex capo dell’Amgot (il governo militare alleato dal ‘43 al ‘45), il colonnello Charles Poletti, arriva in Italia nel mese di giugno ‘47 “in missione speciale per conto del governo americano”, in coincidenza con le stragi siciliane:

Il signor Poletti è arrivato in Italia a giugno in missione speciale per conto del governo americano. Ha incontrato il signor Jacini a Roma e, dopo un attento esame dell’organizzazione dei movimenti italiani di estrema destra, ha promesso da parte del governo americano armi per il movimento e un supporto finanziario sia per le attività in Italia sia sul confine orientale (Udine). […] Poletti ha posto come condizione per l’assistenza americana che il movimento dell’estrema destra in tutta Italia sia collocato sotto un comando unificato.

Con ogni probabilità, il Jacini in questione è Stefano Jacini, ministro della Guerra nel governo Parri e ambasciatore straordinario in Argentina dal settembre ‘47. È con lui che Poletti instaura un rapporto fiduciario.

Il percorso eversivo (iniziato nell’estate ’46) appare ora più maturo sotto la spinta degli Usa, che forniscono un poderoso scudo protettivo costituito da appoggi politici, denaro e armi. Ecco perché l’8 maggio ’47, una settimana dopo la strage di Portella della Ginestra, troviamo Mike Stern (un celebre  giornalista americano, in Sicilia da molte settimane) a pranzo con la famiglia di Salvatore Giuliano, a Montelepre. Stern è il garante in Sicilia, per conto di Poletti, della corretta esecuzione del piano golpista, che dovrà in breve espandersi a tutta l’Italia? Su questo argomento, il supplemento n. 24 di Propaganda (Pci, 1949), al paragrafo I banditi e gli agenti americani (pp. 16 – 18), denuncia senza mezzi termini:

Il giorno 8 maggio 1947, a una settimana di distanza dall’eccidio di Portella della Ginestra, il capitano dell’esercito americano Stern si recava, a quanto scrive egli stesso, nel covo di Giuliano e riceveva dalle mani del bandito un proclama indirizzato al presidente Truman. Dopo qualche settimana, nelle tasche di un bandito caduto in mano della polizia, veniva trovata una lettera autentica di Giuliano diretta al suo amico Stern a Roma, via della Mercede 53 (sede della Associazione della stampa estera), nella quale il fuorilegge chiedeva armi pesanti e dava consigli circa la maniera di mantenere i contatti con l’ufficiale americano. Due circostanze colpiscono a prima vista: il fatto che, proprio all’indomani di Portella, lo Stern senta il bisogno di andare a fare visita al “re di Montelepre” ed il fatto che quest’ultimo si permetta, nella sua lettera intercettata dalla polizia, di chiedere armi ad un ufficiale dell’esercito americano. Ma tutto ciò ormai non ha più nulla di strano. È chiaro che l’iniziativa dello Stern non è frutto di una curiosità individuale, ma che la sua visita a Giuliano ed i suoi rapporti con il bandito sono frutto di precise istruzioni diramate dall’Ufficio servizi strategici [Oss], allo scopo di agganciare il bandito alla politica americana nel Mediterraneo. A conferma di questa tesi, è facile ricordare l’atteggiamento del governo di De Gasperi in questa circostanza. Il governo italiano, infatti, si guarda bene di intervenire presso l’ambasciatore americano a Roma per protestare o almeno per chiedere spiegazioni dell’attività del capitano Stern, uno straniero che promette ad un bandito armi ed aiuto.

In sintesi, i rapporti britannici (inaccessibili fino al 2005) ci dicono che i mandanti delle stragi siciliane del  maggio-giugno ’47 sono da ricercare nel governo degli Stati Uniti d’America, presieduto dall’aprile ‘45 da Harry Truman. Di conseguenza, i tramiti sono Charles Poletti, James Angleton, Philip J. Corso e, forse, Mike Stern. Non a caso, un documento del 13 agosto ‘47 afferma:

Il maresciallo Messe ha assunto la direzione militare di tutto il movimento  anticomunista nel nord Italia (…). Il movimento riceve dieci milioni di lire al mese dalla Confederazione degli industriali dell’Italia settentrionale (…). Jacini mantiene costantemente informate le autorità americane sugli sviluppi del movimento anticomunista.

Altri due dispacci britannici (2 giugno e 5 agosto ’47, spediti da Roma a Londra) riferiscono ampiamente sui finanziamenti erogati dalla Banca nazionale dell’agricoltura (Bna) al movimento clandestino monarchico – fascista, che punta alla costituzione “di squadre armate per opporsi alle formazioni comuniste”. Si fanno i nomi dell’avvocato Carlo Jurghens, presidente della Bna, e del condirettore della banca, conte Armenise. Il denaro arriva anche ai rappresentanti dell’Umi (Unione monarchica italiana) con sede a Roma in via Quattro Fontane, luogo frequentato anche dagli emissari della banda Giuliano. Ed è molto probabile che sia proprio questa la “fonte unica” a cui attinge il “Nuovo comando generale” (Far, Eca e Sam) per sviluppare le attività terroristiche del maggio – giugno ’47 in Sicilia (cfr. i due documenti Sis del 25 giugno ’47, già esaminati). Secondo Londra, Umberto II (in esilio da un anno a Cascais, in Portogallo) è al corrente  dell’operazione eversiva in atto. Non è casuale che nelle stesse settimane l’ex re incontri Eva Perón, consorte del presidente argentino Juan Perón, dalla quale (secondo il giornalista Jorge Camarasa) riceve un grosso quantitativo di pietre preziose (cfr. il capitolo I del volume Tango Connection, cit.). Il rapporto britannico del 5 agosto riporta infatti che le formazioni nere cercano di ottenere finanziamenti, oltre che dalla Bna, anche dagli industriali e dai neofascisti italiani emigrati in Argentina. Nel ‘47, denaro e armi arrivano in Italia senza problemi. Il comando militare del Partito nazionale monarchico (Pnm), guidato dal generale Scala, dispone a Roma di tre depositi d’armi clandestini con seicento mitragliatrici e cinquemila bombe a mano. Ma l’afflusso di armi inizia nell’autunno ‘46:

I gruppi monarchici hanno ricevuto dall’America del Nord ingentissime somme e armi di ogni specie. Fra le armi, vi sono dei fucili mitragliatori di nuovo tipo con cartuccia molto lunga e di grosso calibro. Il morale è elevatissimo. Notizia assolutamente certa (Sis, b. 43, f. L25/Attività monarchica, 9 ottobre ’46).

Le gravi responsabilità del governo americano nelle vicende eversive italiane emergono anche da un questionario dei servizi segreti Usa (tradotto in italiano dal Sis):

Gli elementi che potrebbero opporsi in combattimento contro il comunismo armato provengono quasi totalmente dai quadri degli ufficiali dell’esercito regolare, devoti alla monarchia, nonché da elementi fascisti che non si siano piegati al comunismo (Sis, b. 44, f. LP39/Movimento anticomunista, 17 ottobre ’47).

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Alle soglie dell’inferno

Non vi è dubbio che il Pci di Togliatti, ovvero il “Partito nuovo” che inizia a formarsi all’indomani della Liberazione, dispone di un’organizzazione armata occulta (il celebre “apparato”) pronta a entrare in azione soprattutto nell’Italia centrale e settentrionale. Ma possiamo affermare senza ombra di dubbio che tale “apparato” non ha funzioni eversive. Il suo compito è semmai di “vigilanza rivoluzionaria”, come si diceva in quegli anni, con l’obiettivo legittimo di impedire che un colpo di Stato neofascista provochi l’annientamento delle sinistre e delle conquiste democratiche successive al 25 aprile ‘45. Truman teme che i comunisti e i socialisti assumano il potere mediante regolari elezioni politiche, un modello che potrebbe diffondersi rapidamente in altre parti del mondo e mettere in crisi le basi ideologiche della nascente guerra fredda tra i blocchi dell’est e dell’ovest. L’ostentazione ossessiva del cosiddetto “fantasma rosso” e la sua demonizzazione sono quindi strumentali al patto scellerato che si stabilisce tra servizi segreti Usa, corpi dello Stato italiano, neofascisti e mafia fin dal ‘43 e che tanti lutti provocherà nei decenni successivi. Sono i servizi segreti statunitensi a sancire questo connubio, con l’obiettivo di bloccare il processo democratico che inizia a svilupparsi in Italia a partire dall’8 settembre ‘43 e, in modo più deciso, dopo il 25 aprile ‘45. L’ottima affermazione delle sinistre nelle elezioni per l’Assemblea costituente del 2 giugno ‘46 (comunisti e socialisti sfiorano il 40 per cento dei voti, contro il 37, 2 della Dc) e la vittoria della Repubblica sulla Monarchia, sono i moventi di un colpo di Stato antidemocratico che mira ad instaurare una dittatura gestita unicamente dall’Arma dei carabinieri. Tra gli obiettivi urgenti, vi è la messa fuori legge del Pci. In sintesi, le stragi siciliane della primavera ’47 altro non sono che l’innesco di una bomba che dovrà portare alla reazione popolare e alla conseguente risposta armata guidata dall’intelligence americana. L’esecuzione del golpe è affidato all’Arma dei carabinieri e alle squadre armate neofasciste, con la complicità dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica.

Sono molti i nominativi che ricorrono nel lungo documento Sis del 25 giugno ‘47, riportato all’inizio di questo dossier. A parte Salvatore Giuliano, incontriamo un certo “tenente della Gnr Martina, già di stanza a Novara”, definito “capo effettivo della banda”. Nell’interrogatorio condotto dal Sim di Napoli il 12 maggio ’45, intitolato Magistrelli Dante, agente nemico, si legge:

Il 16 giugno 1944 i comandi italiani e tedeschi arrivano a Porto d’Ascoli, dove rimangono per tutto il giorno. Qui, assieme a Console Pino, il soggetto decide di disertare per raggiungere Partinico, provincia di Palermo. I due ricevono l’aiuto di un certo Francesco Martina, nativo anche lui di Palermo, elemento che  incontrano per caso presso la famiglia Caratella, originaria di Franca Villa Mare, ma sfollata a Porto d’Ascoli.

È quindi lecito ipotizzare che il Martina al quale si accenna nel documento Sis, sia lo stesso che accompagna i fratelli Console e Magistrelli a Palermo nell’estate ’44.

Scorrendo il documento del 25 giugno ’47, compare più volte il Partito fusionista italiano (Pfi). In particolare, si menzionano i suoi dirigenti: Pietro Marengo, l’avvocato Ciarrapico e “il noto dottor Cappellato, ex medico di Mussolini, agente provocatore numero uno in Sicilia, comandante del vecchio Partito fascista democratico prima, e delle formazioni nere dopo, in seno alla sezione romana del Partito fusionista”. Di Marengo scrive il Cic in un rapporto del 27 gennaio ‘47 intitolato Attività neofasciste a Bari: “Pietro Marengo, che è il direttore dell’organo del partito Il Manifesto, ha assicurato il nostro informatore che la piattaforma del partito è fascista”. E poco prima: “Cerapico [si tratta probabilmente di Ciarrapico] ha istruito un membro siciliano del partito nei seguenti termini: ‘Dobbiamo assolutamente vincere le elezioni in Sicilia in via pacifica, altrimenti dovremo cominciare a spezzare le ossa con cazzotti e bastoni’ ”. Su questa formazione, i servizi segreti britannici riferiscono:

Il Partito fusionista italiano, in origine un piccolo fronte neofascista camuffato in Sicilia, sta trasferendo la sua base di operazioni a Roma. Nuove forze organizzative ne hanno preso il controllo e che ora servirà da fronte per i vari elementi ex fascisti, un tempo disorganizzati, e per i vari elementi nazionalistici. Il suo programma sarà basato sull’attività anticomunista  (18 ottobre ‘46).

La riorganizzazione del Pfi avviene nell’autunno ’46 quando, secondo i documenti Sis, si inizia a parlare di un colpo di Stato guidato dall’intelligence Usa e dall’Upa. La sperimentazione eversiva in Sicilia assume, quindi, un carattere nazionale e si colloca all’interno del più generale progetto golpista attuato delle squadre paramilitari neofasciste, che cominciano la lunga marcia che le porterà a scatenare, qualche mese dopo, l’“incidente” terroristico di Portella della Ginestra. Sul Pfi leggiamo ancora:

Scorza [ex segretario Pnf] ha diretti rapporti col generale Messe [generale dei Cc, capo dell’Upa] e tali rapporti si riferiscono all’eventualità di un’azione anticomunista di carattere interno [il colpo di Stato dell’Upa] o contro le forze di Tito nella Venezia Giulia. Sono organi politici del partito [Pfd]: il Partito fusionista italiano; la frazione Patrissi dell’Uq (Uomo qualunque); […] le organizzazioni neofasciste indipendenti, create in Calabria e in Sicilia dal principe Pignatelli; i nuclei reduci della Decima Mas del principe Borghese (Sis, b.13, f. Turati Augusto, titolo: Partito fascista democratico: quadro dell’organizzazione a tutto il 26 settembre 1946, 30 settembre ‘46).

L’imminenza di un’azione anticomunista risulta anche da un altro rapporto Sis:

Ha avuto luogo ieri sera alla sede del Pfi, via Regina Giovanna di Bulgaria, n. 95 (interno 20), una riunione limitata ai dirigenti fascisti dello stesso partito. Erano presenti: il dott. Cappellato che presiedeva (…). Cappellato ha fatto le seguenti testuali dichiarazioni: ‘Abbiamo preso noi fascisti le redini del Pfi che ormai è letteralmente nelle nostre mani (…). Un’azione monarchica tendente a capovolgere radicalmente la situazione pare imminente con l’intervento di corpi armati. In questo caso il Pfi si terrà a stretto contatto di gomito, al centro e alla periferia, col nostro partito (alludeva al Pfd) per la funzione che questo ha da svolgere di movimento risolutivo della situazione’  (b. 56, f. MP44/Attività fascista nel Lazio, titolo: Partito fusionista italiano, 9 ottobre ‘46) .

Alcide De Gasperi

La riunione si svolge pochi giorni dopo quella – ben più importante – tra Turati, Corso (sottosegretario agli Interni nel secondo governo De Gasperi), Ferrari, Santoro, Agrifoglio e Philip J. Corso (cfr. documento britannico dell’8 ottobre ’46, già visto). A conferma di queste manovre, una nota Sis del 2 novembre ‘46 (b. 56, f. MP44/Attività fascista nel Lazio) riferisce: “Personalità dell’Alto comando alleato incoraggiano questi piani [golpisti] ‘da un punto di vista soprattutto antibolscevico’. Il passaporto internazionale rilasciato dagli Alleati a Turati è parte integrante del suddetto programma d’azione”.

Emerge in modo netto il progetto di colpo di Stato, che vede in cima alla piramide il Comando alleato e i servizi segreti statunitensi (Angleton, Philip J. Corso e altri). Costoro inviano ordini a rappresentanti del governo italiano e degli apparati dello Stato (Agrifoglio, Corso, Santoro, Ferrari) nonché a Turati. Quest’ultimo controlla le varie organizzazioni del clandestinismo fascista sparse in tutta l’Italia. Tra queste, il Pfi di Marengo, Ciarrapico e Cappellato. La militarizzazione neofascista è “conseguenza degli incontri di cui sopra. (…) Si tratta di formazioni che avranno in dotazione armi e munizioni”. Le riunioni si tengono ai primi di ottobre tra “Bastiano” (definito “un cugino del re”, ovvero Laderchi), il principe Ruspoli e i neofascisti Gray, Nunzi, Turati e Pini. Agli incontri partecipa anche Resio. Il documento Sis del 2 novembre ’46 è molto esplicito sulle finalità di questi gentiluomini: “Stringere un più omogeneo patto d’azione tra fascisti e monarchici, in previsione delle agitazioni popolari che verranno promosse simultaneamente in tutte le città d’Italia, per imporre il ritorno al regime monarchico e alla legalità”.

Le riunioni, nel corso delle quali è sancita la nascita dell’Upa, affidata al generale Messe (Cc), si svolgono a Roma in una casa di via Due Macelli (di proprietà della duchessa Caffarelli), che dista appena cinquanta metri dal bar Traforo, un locale frequentato da Giuliano. Nel documento del 25 giugno ‘47 leggiamo che “il bandito Giuliano vi è stato più volte segnalato, anche e soprattutto in ordine ai suoi contatti con le formazioni clandestine di Roma. Vi fu precisato il luogo degli incontri con i capi del neofascismo (bar sito a via del Traforo, all’angolo di via Rasella)”. E via Due Macelli non è lontana dal bar con servizio esterno situato a piazza San Silvestro (angolo con via della Mercede). Qui, come abbiamo visto, ha sede l’Associazione della stampa estera dove lavora Mike Stern.

Nella gerarchia golpista il Pfi assume un’importanza fondamentale, in quanto garantisce i contatti logistici tra la capitale e il sud nelle persone di Marengo, Pini, Cappellato e altri. Francesco Garase assicura il rapporto col gruppo monteleprino (nota Sis del 28 luglio ‘47) ed è definito, il 2 agosto successivo, “emissario a Roma della nota banda Giuliano”. Frequenta il bar di piazza San Silvestro allo scopo di “tenere i collegamenti con i rappresentanti romani delle varie organizzazioni clandestine”, sostituendo Giuliano quando questi è impegnato in Sicilia. A Roma, Garase è in contatto con elementi dei Far di Romualdi (in particolare con Walter Di Franco, che è solito incontrare Puccioni, 28 luglio ’47) ma anche con pericolosi neofascisti come Armando Di Rienzo, Marco Fossa e Antonio Di Legge. Quest’ultimo è segnalato dal Sis in rapporti con il Centro informazioni Pro Deo, ovvero l’intelligence vaticana diretta dal frate domenicano belga Felix Morlion. Secondo un documento Sis dell’8 luglio ‘47 “c’è un movimento, l’Eca, che fa capo a un certo Muratori, e del cui servizio informazioni è a capo un certo Puccioni”. In sintesi, emerge che i Far e l’Eca, tramite Di Franco, Garase e Puccioni, inviano ordini alla banda Giuliano in Sicilia e in Calabria. Come abbiamo visto, l’Eca è stata fondata da Nino Buttazzoni, ai cui ordini opera Muratori. Altri rapporti Sis descrivono Buttazzoni e Di Franco come elementi neofascisti coinvolti nelle azioni eversive dell’estate ‘47. Da un dispaccio del 6 dicembre ’46 (Sis) apprendiamo che anche Alfredo Covelli è alla testa del movimento clandestino monarchico – fascista di Laderchi, Callegarini, Resio e Infante. Si segnalano poi le attività eversive di Spinetti, Pollini e Cappellato, che agiscono all’interno del Pfi, sorto a Bari nell’aprile ‘46. Il loro campo di azione si estende a Roma, Milano, Agrigento, Brindisi, Caltanissetta, Cagliari, Catania, Palermo, Firenze, Lecce, Messina e Potenza. Come si vede, le città siciliane interessate sono ben cinque.

Accursio Miraglia, sindacalista di Sciacca, assassinato il 4 gennaio 1947

Nei rapporti, anche alcune perifrasi alludono al colpo di Stato. Ad esempio, i termini “azione diretta” e “movimento risolutivo della situazione”. La formula “azione diretta” compare in una circolare del Fronte internazionale antibolscevico riportata dal Sis il 18 luglio ‘47  (in cui si illustrano le fasi dell’imminente insurrezione neofascista) e in un documento datato 13 agosto ’47, in cui si afferma “che i Far sono per l’azione diretta, non rifuggono dalla violenza e fanno ricorso ad atti terroristici”. L’espressione “movimento risolutivo della situazione”, che troviamo in un altro rapporto del 25 giugno ’47, ricorre per la prima volta il 9 ottobre ‘46, come abbiamo già visto. Si parla del Pfi, del dottor Cappellato e di “un’azione monarchica tendente a capovolgere radicalmente la situazione con l’intervento di corpi armati”. La stessa formula compare il 14 ottobre ‘46 riferita al Pfd di Turati, Nunzi e Gray, che proprio in quei giorni decide di “fiancheggiare il movimento monarchico”. Le disposizioni sono impartite anche agli uomini di Romualdi e del Pfi in tutta Italia, isole comprese.

Altri personaggi ricorrono nel documento del 25 giugno ’47. I loro nomi sono Alfredo Misuri, la principessa Bianca Pio di Savoia, Gioacchino Cipolla e “Anna Maria Romani”:

Il Fronte antibolscevico costituito recentemente a Palermo, al quale dette la sua adesione incondizionata l’onorevole Alfredo Misuri in proprio, e quale capo del gruppo di via Savoia 86 (capitano Pietro Arnod, principessa Bianca Pio di Savoia, ecc.), non è una sezione del Fronte anticomunista a voi nota. Il Cipolla che a Palermo dirigerebbe il fronte è del tutto sconosciuto al Fronte unico anticomunista, di cui alle nostre reiterate segnalazioni confidenziali. Il Fronte antibolscevico di Palermo è però collegato con Anna Maria Romani, ospite della principessa Pio di Savoia sedicente segretaria particolare di Misuri, cucita in tutto a filo doppio del noto colonnello Paradisi, detto anche Minelli (piazza Tuscolo) ed è pei suoi buoni uffici che Misuri e i camerati del comitato anticomunista di Torino, a Voi noto, appoggiarono e appoggiano il progetto di azione diretta di cui Paradisi è autore.

Alfredo Misuri è un collaboratore stretto di Covelli. Alla fine del ’47 ricopre l’incarico di presidente dell’Umi in via dell’Umiltà 83, a Roma. Vicepresidente è il conte Luigi Benedettini, che nel maggio ‘46 incontra Garase, Cannamela e Caterina Bianca proprio in via dell’Umiltà. Risulta quindi evidente che, almeno dalla primavera ’46, esponenti monarchici di prima grandezza sono in contatto con la banda Giuliano, in maniera diretta o tramite emissari.

A proposito del colonnello Paradisi, alias Minelli, che opera presso la cellula neofascista del rione Tuscolo a Roma, leggiamo: “In via Britannia, di fronte alla caserma dei carabinieri esisterebbe un bar ove si terrebbero riunioni della cellula neofascista, il cui locale verrebbe fra l’altro frequentato da tale Bianchini, da un maggiore dell’esercito e da un professore” (Sis, busta 56, f. MP44/Attività fascista nel Lazio, 19 ottobre ‘46). E in un altro rapporto del 21 ottobre ‘46: “Dal gruppo neofascista Tuscolo ho avuto l’incarico – scrive l’anonimo agente – di funzionare da tratto di unione tra il gruppo stesso e il capitano Nebulante, comandante di settore del movimento monarchico romano”. Si fa riferimento anche all’attività clandestina dei carabinieri. Infine, in un dispaccio Sis del 2 novembre ‘46 si parla di “contatti tra monarchici clandestini e neofascisti/qualunquisti del rione Tuscolo, per un’azione in comune nell’imminenza dell’azione di piazza di cui si farebbe promotore il Partito monarchico per il ritorno al potere del re. Il piano di tale alleanza sarebbe stato propugnato col consenso della federazione romana del Partito fascista democratico”. È chiaro, come recita un altro documento Sis redatto il 2 novembre (già citato), che tale fermento punta a “stringere un più omogeneo patto di azione tra fascisti e monarchici in previsione delle agitazioni popolari che verranno promosse”. Il Bianchini in questione è Domenico Bianchini (classe 1896), figura di spicco nel Pfd dell’epoca assieme ai colonnelli Mariani e Pollini, che tra la fine del ’46 e l’estate ’47 operano al sud. Ma sappiamo anche che Pollini è in Sicilia prima della fine dell’estate: “Il colonnello Pollini Gianni, già in collegamento con Pucci e Del Massa [esponenti di primo piano dei servizi segreti della Rsi], è attualmente a Napoli in attesa di trasferirsi in Sicilia con altri elementi” (Sis, b. 38 f. HP40/Penne stilografiche esplosive, 11 agosto ‘46).  L’affermazione è confermata da un passo (già visto) del rapporto del 25 giugno ‘47 che stiamo esaminando: “Anche il colonnello Pollini e Spinetti Ottorino (già abitanti a Roma, in via Castro Pretorio 24, piano ultimo), sono stati, pochi giorni prima dell’arresto del Pollini e dell’inizio dell’azione della banda [Giuliano], in Sicilia e a Palermo per conto dell’Ecla diretta da Muratori”. Per quanto riguarda Mariani, colonnello dei carabinieri ed ex Gnr, è presente al sud tra il ’46 e il ‘47 e agisce in sintonia con i generali Bencivenga e Caracciolo. In quei mesi, Napoli è un punto di riferimento cruciale per l’eversione monarchico – fascista nel meridione e nelle isole. I contatti con l’Arma dei carabinieri sono costanti. Si citano, ad esempio, il maggiore Giovannini, il maresciallo Milanesi e il capitano Bernardi dell’Ufficio informazioni (Sis, b. 43, f. L25/Attività monarchica, 20 settembre ‘46).

Un personaggio importante è la principessa Bianca Pio di Savoia, cognata del colonnello Laderchi (Cc), dal quale la nobildonna è incaricata di occuparsi delle formazioni nere meridionali. La sua abitazione, in via Savoia 86 a Roma, è un centro di organizzazione anticomunista per le attività eversive al sud nei primi mesi del ’47 nonché punto di riferimento per la nobiltà siciliana nella capitale, di cui sono esponenti non secondari le principesse di Ganci e di Niscemi. Bianca Pio di Savoia ospita “Anna Maria Romani”, uno dei nomi di copertura di Selene Corbellini, esponente delle Sam e frequentatrice degli ambienti eversivi palermitani collegati al “noto Martina, capo della banda Giuliano”. La Corbellini mantiene i contatti con l’Associazione patriottica anticomunista (Apa) di Torino. Qui troviamo Valletta, Pirelli, Falck, Piaggio e Costa, che finanziano i movimenti eversivi neri almeno dall’immediato dopoguerra (cfr. documento britannico del 30 giugno ‘45). Tra il ’46 e il ’47, la capitale sabauda diventa il crocevia dei movimenti clandestini monarchico – fascisti, che ricevono denaro e armi per le attività terroristiche in tutta l’Italia. A Torino, nei primi mesi del ’47, sono operativi il generale Infante, Covelli, Misuri, il principe Alliata di Montereale (poi coinvolto nelle trame nere degli anni 60’ e ’70), Tommaso Leone Marchesano, Selene Corbellini, Tullio Abelli (Decima Mas/Far), Mario Tedeschi (Decima Mas/Far) e, secondo il documento del 25 giugno ’47 che stiamo esaminando, Salvatore Giuliano in persona (“Vi parlammo dei suoi viaggi Roma – Torino”). Sappiamo inoltre che, dal dopoguerra, Tedeschi e Abelli lavorano come confidenti per l’intelligence americana. Sull’importante ruolo golpista ricoperto dall’Apa nel ’47, il Sis non potrebbe essere più esplicito: “Formazioni clandestine anticomuniste preparano in Sardegna moti rivoluzionari per la defenestrazione violenta delle autorità locali e la proclamazione di un governo nazionale nell’isola. Le formazioni, collegate con altre organizzazioni della penisola, riceverebbero ordini e denaro da un Comitato anticomunista di Torino” (b. 44, f. LP39/Movimento anticomunista, 8 agosto ’47). Secondo il Sis, l’Apa di Torino “è un movimento che mira ad un colpo di Stato e che è incoraggiato e finanziato dall’Argentina” (cfr. documenti del 10 giugno ’47, 13 agosto ’47, 19 settembre ’47 e il capitolo I del volume Tango Connection, cit.). Elemento fondamentale dei circuiti eversivi e finanziari neofascisti è Giuseppe Cambareri, gran massone, capo dei Rosacrociati d’America e del Fronte internazionale antibolscevico (Fia) e collaboratore dei servizi segreti americani dal ‘39. Non a caso, un dispaccio Sis del 27 ottobre ’47 riferisce che “Cambareri ha rapporti con l’estero, principalmente con le Americhe con la Spagna, ed è stato fra i dirigenti della rivoluzione che ha portato al potere Peron”.

Charles Poletti, capo dell'Amgot (GMA)

Nel giugno ’47, come abbiamo visto, sbarcano in Italia due personaggi di prima grandezza nella storia eversiva del Belpaese. Il primo è Charles Poletti, che promette soldi e armi da parte del governo americano a condizione che si istituisca un comando unico delle forze paramilitari neofasciste. Il secondo è Eva Perón. Giunge in Italia con un carico di lingotti d’oro, pietre preziose e denaro che sono distribuiti (tra giugno e luglio) in varie città della penisola, in Svizzera e in Portogallo. Nelle stesse settimane, anche Covelli viaggia a Lisbona per incontrarsi con Umberto II. Che i fondi per l’eversione nera provengano in gran parte dal paese sudamericano, ce lo conferma il quotidiano La Repubblica d’Italia del 22 giugno ‘47, a proposito della retata della polizia ai danni dei Far (di cui parleremo tra poco): “L’organizzazione a carattere terroristico farebbe capo a un governo provvisorio fascista in Argentina”.

Si può ora ipotizzare il seguente schema finanziario per il golpe neofascista del ’47 in Italia: il denaro (proveniente dalle casse dall’Internazionale nera di Bormann e Skorzeny) parte dall’Argentina di Perón tramite il “governo provvisorio fascista” con sede a Buenos Aires (composto anche da tre ministri della ex Rsi: Moroni, Spinelli e Pellegrini Giampietro; sul tema, cfr. il settimanale L’Europeo del 10 luglio ‘49); viaggia con Eva Perón (cioè con valigia diplomatica) nel giugno ’47; arriva in Italia dove è suddiviso tra gerarchie vaticane e banche. Ne beneficiano l’ex re d’Italia, l’Upa e, probabilmente, anche la Bna. A sua volta, quest’ultima lo distribuisce alle squadre paramilitari monarchico – fasciste di Turati, Scorza, Covelli, Fresa e Patrissi. I soldi finiscono così nei circuiti del “Nuovo comando generale” (Far, Eca, Sam) per le azioni terroristiche siciliane del maggio – giugno ‘47, ovvero “il bagno di sangue” messo in atto dallo squadrone della morte agli ordini di Salvatore Giuliano.

Il rapporto del 25 giugno ’47 si sofferma anche sul duca di Spadafora:

Nel mese di marzo, se ben si rammenta, fu segnalato che il duca Spadafora, capo del gruppo commerciale agrario del sud, fu a Roma ed ebbe colloqui con rappresentanti del Fronte clandestino. Chiese di poter versare un milione in conto, a condizione che si facesse in Sicilia “un lago di sangue”. Mormini, del Fronte, avrebbe dovuto raggiungere in Sicilia la banda Giuliano, a contatto anche colla mafia locale in parte a disposizione del suo gruppo. La proposta non fu accettata, sembrò orribile… Da allora, da notizie certe e sicure, Spadafora ha contatti diretti col Martina, che finanzia direttamente e al quale impartisce disposizioni. Elementi ricercati sono stati ammessi a far parte della banda.

Qualche mese prima, il Sis scrive:

Il principe Spadafora, neofascista monarchico che fu collaboratore della Repubblica di Salò, sottosegretario di Stato e detenuto a Regina Coeli da dove venne liberato per il personale intervento di re Umberto, si trova presentemente in missione in Sicilia, a contatto con i dirigenti separatisti e con i neofascisti aderenti ai gruppi autonomi (6 ottobre ’46).

Le attività stragiste del duca sono dunque documentate almeno dall’autunno ’46, in coincidenza con l’inizio delle mattanze in Sicilia (eccidio di Alia) e con gli accordi golpisti siglati nei palazzi romani. Vi è inoltre un legame diretto tra il duca e Martina, ritenuto dal Sis il capo della banda Giuliano e al quale Spadafora invia ordini e denaro.

In merito al “lago di sangue”, una nota Sis del 17 settembre ‘47 afferma:

Altri emissari di Ambrosini [capo delle formazioni militari neofasciste del Pfr] si recarono a Milano e incassarono la somma elargita (…) per il lago di sangue voluto dagli industriali. In casa Ambrosini fu compilata una lista di coloro che dovrebbero comporre il nuovo governo (…). Si sta provvedendo alla distribuzione di armi automatiche nuove e di munizionamento (…). Certo Di Franco andrà in questi giorni in Umbria per impartire ai camerati le ultime disposizioni. Parteciperà al raduno di Napoli (…). Lavorano attivamente per la detta azione: generale Navarra Viggiani, generale Muratori, Venturi (…), il capitano Italo Nebulante (…), il colonnello Festi, il colonnello Buttazzoni (b. 39, f. HP68/Partito fascista repubblicano).

Alla fine dell’estate ’47, Walter Di Franco continua ad essere molto attivo nella preparazione del “lago di sangue” che dovrà condurre al colpo di Stato. Tornano alla ribalta il capitano Nebulante (già visto in collegamento con il gruppo neofascista di piazza Tuscolo, a Roma) e Buttazzoni, che è arrestato dalla polizia nel settembre ’47. L’azione golpista, dunque, non si ferma dopo le stragi siciliane e mira con insistenza a provocare  il famoso “incidente” di cui scrivono numerosi rapporti italiani e britannici. Un altro documento Sis del 25 giugno ’47, già esaminato, recita infatti:

Il comando generale dei Far ha ordinato questa mattina, in conseguenza dell’operazione di polizia in corso, di accelerare i tempi.

James J. Angleton, capo dell'X-2, Roma

Le operazioni di polizia cercano di arginare gli attacchi terroristici neofascisti, che avvengono in Calabria e in Sicilia a partire dal 18 giugno ‘47. Si tratta di una retata di ampio respiro che porta all’arresto di numerosi capi dei Far (cfr. Pier Giuseppe Murgia, Il vento del nord. Storia e cronaca del fascismo dopo la resistenza, 1945 – 1950, Milano, Sugarco, 1975, pp. 288 – 292). La strage di Portella della Ginestra (1° maggio) non ha sortito l’effetto desiderato, ovvero l’insurrezione delle sinistre. I neofascisti dei Far tentano quindi il tutto per tutto. Ecco perché il 22 giugno ’47 attaccano con mitra e bombe a mano le Camere del lavoro della provincia di Palermo (due sindacalisti perdono la vita e i feriti si contano a decine). Nelle settimane precedenti atti analoghi si registrano in tutta Italia, soprattutto a Milano e a Roma. Si punta a provocare soprattutto il Pci, costi quel che costi. Lo conferma Pasquale Pino Sciortino, membro autorevole della banda Giuliano, nel suo discorso ai banditi radunati la sera del 21 giugno ’47 a Testa di Corsa, una contrada di Montelepre. Sciortino istruisce i suoi uomini agli assalti del giorno dopo. È presente il “picciotto” Giuseppe Di Lorenzo, già veterano dei moti del “Non si parte”. Questi, in un verbale d’interrogatorio datato 16 luglio ‘47, riporta l’intervento (poi ripreso dal Rapporto giudiziario del 4 settembre ‘47): “Lo Sciortino concluse dicendo che questa seconda parte del loro programma [la prima era stata la strage del 1° maggio] tendeva specificamente alla distruzione delle sedi dei partiti di sinistra, site nella zona di influenza del Giuliano, in modo da creare lo scompiglio e far sì che anche negli altri comuni gli aggressori trovassero imitatori”. È una frase che ricorda da vicino il documento del 25 giugno ’47, a proposito dei Far: “Anticipare l’azione di piazza per la conquista del potere”. Il Sis torna sull’argomento due settimane più tardi, il 10 luglio ‘47 (b. 44, f. LP40/Arditi): “Con le annunciate manifestazioni degli Arditi (…), si vorrebbe provocare incidenti di piazza per dare modo al Partito comunista di scendere in campo con le sue forze, per una offensiva anticomunista in grande stile da parte delle organizzazioni militari clandestine [neofasciste]”. Infine, di “iniziative di piazza” parla anche il conte Armenise (condirettore della Bna), nell’ambito del “movimento anticomunista armato” da lui finanziato (cfr. MI5 britannico, 16 giugno ’47).

Il progetto di insurrezione golpista, che doveva innescarsi con l’eccidio di Portella, fallisce perché il Pci e il Psi non reagiscono alla grave provocazione. Togliatti e Nenni sanno benissimo che la strage altro non è che una gigantesca trappola destinata ad annientare i partiti storici della sinistra italiana. Già l’8 maggio ’47, il Sis rileva che vi è una spaccatura tra l’Upa e i Far, che diventa definitiva con la nascita del quarto governo De Gasperi, il 31 maggio ‘47, quando comunisti e socialisti sono estromessi dal governo. L’Upa avverte che non è più necessaria una insurrezione violenta perché il “pericolo comunista” comincia finalmente ad allontanarsi. Non così la pensano i Far, che proseguono imperterriti sulla strada delle azioni terroristiche che dovranno portare al golpe. Ma è un pesante atto di disubbidienza nei confronti delle potenti gerarchie eversive della capitale, uno sgarro che Romualdi e le sue squadre armate pagano a caro prezzo. Tra il 26 e il 27 giugno ’47 si scatena la micidiale rappresaglia dell’Upa. In poche ore, in Sicilia, sono massacrati a colpi di mitra Salvatore Ferreri, alias Fra’ Diavolo (il vice di Giuliano), e altri otto banditi. È l’inizio della fine per lo squadrone della morte monteleprino e per le Sam, l’Eca e i Far. La sconfitta del “Nuovo comando generale” segna il decollo definitivo dell’Upa – l’organizzazione parallela interna allo Stato che veglierà sul “pericolo comunista” per i successivi cinquant’anni – e della destra “istituzionale” dell’Msi di Giorgio Almirante.

Il comandante Borghese

Secondo il documento Sis del 25 giugno ’47, Giuliano è in rapporti anche con la mafia. A questo proposito, occorre precisare che  il bandito, dal ’43, agisce sotto il controllo dei vari capifamiglia delle zone in cui opera: Vincenzo Rimi (Alcamo), Santo Fleres (Partinico), Domenico Albano (Borgetto), Salvatore Celeste (San Cipirello), Giuseppe Troia (San Giuseppe Jato), don Ciccio Cuccia (Piana degli Albanesi), don Calcedonio Miceli (Monreale). Sono questi padrini a determinare la particolare insorgenza del gruppo monteleprino e la scomparsa di tutte le altre bande di tipo tradizionale in Sicilia. Giuliano rappresenta un fatto nuovo nell’organizzazione criminale del territorio. Ne segna un salto qualitativo nella direzione dei più alti livelli istituzionali e politici del tempo, a cominciare dagli ambienti più disponibili a sperimentare il terrorismo di Stato e l’eversione antidemocratica: “Mormini del Fronte – leggiamo nel lungo rapporto – avrebbe dovuto raggiungere in Sicilia la banda Giuliano, a contatto anche con la mafia locale in parte a disposizione del suo gruppo”. Non sappiamo chi sia questo Mormini, ma il documento ci dice che lavora per il Fronte antibolscevico nell’isola, cioè per il “Nuovo comando generale” neofascista. Più sfumato appare il quadro che l’estensore del documento presenta circa le relazioni tra la mafia e il bandito. Probabilmente, gli sfugge lo status di dipendenza del gruppo terroristico dal più attrezzato (anche sotto il profilo sociale) controllo mafioso del territorio. Sono infatti i padrini locali a determinare l’esistenza, la durata e persino i modi di essere di qualsiasi organizzazione criminale all’interno della nicchia di potere che esse si costruiscono. Fino alla vigilia di Portella, le famiglie mafiose sembrano paghe del loro tradizionale controllo territoriale. Sono in rapporti con autorevoli esponenti del mondo istituzionale ma non hanno ancora compiuto il salto verso lo Stato. Stentano a percepire il terrorismo come strategia di lotta politica ma non disdegnano di contribuire alla decapitazione delle leadership del movimento democratico. Nell’imminenza dell’evento stragista, i vecchi padrini nutrono ancora molti dubbi sul da farsi. A tutti loro pensa Salvatore Lucania (Lercara Freddi, 1897), alias Lucky Luciano, il super boss della mafia siculo – americana che arriva per la prima volta a Palermo nella primavera ‘46 (aprile, maggio e giugno) per poi ripartire durante l’estate per il Sud America (Brasile, Colombia e Venezuela). Dall’ottobre ’46 al marzo ’47 è a Cuba e il 12 aprile ’47 arriva a Genova a bordo di un piroscafo turco. Il 30 aprile è a Palermo, dove giunge con un treno speciale scortato da sei carabinieri. Il 22 giugno lascia l’hotel delle Palme per recarsi a Napoli. La data di arrivo e quella di partenza sono illuminanti: la presenza di Lucky Luciano è ritenuta imprescindibile dall’intelligence Usa (Angleton in testa) per appianare le divergenze che potrebbero svilupparsi tra i vari capifamiglia dell’isola nell’attuazione del golpe.

Lucky Luciano

Ad assicurare la necessaria tranquillità sul piano delle cosiddette “forze dell’ordine” troviamo un personaggio come Ettore Messana. Ma non è da questo versante che può arrivare la certezza sulle future coperture istituzionali e sociali di cui l’operazione stragista ha bisogno. La mafia garantisce non solo l’omertà necessaria ma anche la prospettiva del controllo interno agli stessi apparati dello Stato. E, al contempo, costituisce il  deterrente al disvelarsi di eventuali anelli deboli. Messana è l’uomo giusto al posto giusto, forte delle sue esperienze di criminale di guerra per gli atti genocidi compiuti tra il ‘41 e il ‘42 nella Slovenia occupata dalle truppe italiane. Ma non subisce alcun processo. Al contrario, nell’autunno ’44 è scelto ispettore generale di Ps in Sicilia dal secondo governo Bonomi, in straordinaria coincidenza con la nomina di Angleton a capo assoluto dello Special counter intelligence (Sci), il controspionaggio alleato in Italia. Si può quindi ipotizzare che il Comando alleato utilizzi i moti siciliani della fine del ’44 (ispirati e in gran parte organizzati dai servizi segreti di Salò) come contraltare al “pericolo rosso” che si sviluppa al nord (lotta partigiana) e al sud  (leggi di riforma agraria del ministro comunista Fausto Gullo). Tuttavia, appaiono gravi le responsabilità del capo del governo, Ivanoe Bonomi, che nell’inverno ’44 – ’45 ricopre ad interim la carica di ministro dell’Interno. È lui a mettere Messana a capo della Ps in Sicilia, pur sapendo che questi figura negli elenchi dei criminali di guerra ricercati dalle Nazioni unite per “assassinio, massacri, terrorismo sistematico, torture di civili, violenza carnale, deportazioni di civili, internamento di civili in condizioni inumane, tentativi di denazionalizzazione degli abitanti dei territori occupati” (cfr. Repubblica Slovena, Archivio nazionale di Lubiana, b. 1551, 14 luglio ’45).

Altrettanto sconcertanti risultano le mosse di Alcide De Gasperi. Durante il suo secondo governo (13 luglio ’46 – 20 gennaio ‘47), si registra la fase matura degli accordi tra intelligence Usa, clandestinismo neofascista e corpi dello Stato (ottobre – novembre ‘46). Questi ultimi fanno riferimento al ministero dell’Interno, al Sim, alla Ps e all’Arma dei carabinieri. È evidente che il Sis riferisce, per dovere d’ufficio, al ministro dell’Interno, carica ricoperta ad interim proprio da De Gasperi. Come abbiamo visto, la circostanza  è denunciata in quelle settimane da una serie di preoccupati rapporti top secret redatti a Roma dall’intelligence britannica.

Mario Scelba diventa ministro dell’Interno con il terzo governo De Gasperi (2 febbraio – 13 maggio ‘47) e tale carica ricopre in maniera ininterrotta fino al ‘54. Il ministro è perfettamente a conoscenza del retroscena eversivo neofascista che porta alle stragi siciliane del maggio – giugno ‘47. Le migliaia di rapporti Sis prodotti nella primavera – estate ’47, e che riconducono in maniera inequivocabile all’alleanza tra servizi segreti statunitensi, squadre armate neofasciste, Arma dei carabinieri ed Esercito, sono ovviamente diretti proprio a lui. Tuttavia il 2 maggio ‘47, in piena Assemblea costituente, Scelba pronuncia un accalorato discorso nel quale nega l’esistenza di mandanti nella strage di Portella della Ginestra, definendola un fenomeno da collegare all’arretratezza feudale della Sicilia. In Italia si avvia così un’altra storia tra mistificazioni, inganni e omertà istituzionali. Quella della doppia lealtà, del doppio Stato.

*

La dinamica della strage di Portella della Ginestra

Le sentenze di Viterbo e di Roma sulle stragi di Portella della Ginestra (1° maggio) e gli assalti alle Camere del Lavoro della provincia di Palermo (22 giugno 1947) condannano Salvatore Giuliano e gli uomini della sua banda come unici responsabili degli eccidi. Ma l’analisi delle deposizioni rese all’epoca dai testimoni e l’acquisizione di nuove documentazioni medico – legali consentono ora di mettere in discussione la versione ufficiale della strage del 1° maggio.

In sintesi, nei giorni e nelle settimane successivi all’eccidio, numerose persone (tra queste, i quattro cacciatori catturati dalla banda Giuliano sui roccioni del Pelavet) rilasciano agli inquirenti dettagliate testimonianze sulla dinamica della sparatoria. I giudici del processo di Viterbo non tengono conto di tali dichiarazioni, che attestano la presenza di un misterioso gruppo di uomini sulle pendici del Cozzo Duxait (noto anche come monte Cometa o Kumeta) [cfr. Giuseppe Casarrubea (a cura di), Portella della Ginestra 50 anni dopo: documenti, volume II, Caltanissetta - Roma, Salvatore Sciascia editore, 1999, pp. 29 - 66];

In particolare, segnaliamo i seguenti elementi.

Don Calò Vizzini

In data 2 maggio 1947, in Piana degli Albanesi, Vincenzo Petrotta, 46 anni, segretario del Pci di Piana, agricoltore, dichiara al Procuratore della Repubblica di Palermo, dott. Rosario Miceli: “[…] A un certo momento, vidi che dall’altra montagna Cometa, che trovasi di fronte a quella della Pizzuta, una trentina di uomini che si muovevano e sparavano pure. […] Posso assicurare che tanto dalla montagna Pizzuta che dalla Cometa sparavano con le mitragliatrici. Sentii inoltre che si sparava pure con mitragliatrici da un terzo posto e cioè dalle falde della stessa montagna Cometa, che digradano verso la galleria non molto lungi dalla diga del lago. […] So che due ragazzi di San Giuseppe Iato, che erano venuti insieme ieri con gli altri, videro nei pressi della galleria, di cui sopra ho fatto cenno, due persone che portavano addosso una mitragliatrice ciascuno. Essi erano stati allontanati dalla diga, verso cui erano diretti, da un uomo in maniche di camicia e con baffi che, qualificandosi per custode, aveva detto che in quei pressi non si poteva stare. […]”.

In data 3 maggio 1947, in San Giuseppe Iato, Giacomo Schirò, 39 anni, segretario della locale sezione socialista, calzolaio, dichiara:  “[…] Ma avevo appena dato inizio al mio dire, e credo avevo parlato per circa dieci minuti, quando incominciò un crepitìo di colpi. Qualcuno si impaurì, ma altri disse: ‘Non temete, saranno spari di mortaretti’. […] Percepii anche che si sparava non solo dal costone  della montagna Pizzuta, ma anche da un punto opposto, e precisamente dalla montagna Cometa. Infatti, oggi stesso, ritornato sul posto, ho potuto constatare che si vedono tracce di proiettili sulle pietre opposte la montagna Cometa. […] Ritengo che i primi colpi non produssero vittime perché il tiro non era aggiustato, mentre quando fu aggiustato cominciarono ad aversi morti e feriti. Ciò spiega perché da principio si riteneva trattarsi di fuoco di mortaretti. […] Pochi giorni fa hanno sparso la voce che gli americani erano sbarcati in Sicilia e che avrebbero fatto piazza pulita di tutti gli appartenenti al Blocco del popolo. […]”.

In data 3 maggio 1947, in San Giuseppe Iato, Giuseppe Di Lorenzo, 32 anni, segretario della locale Camera del lavoro, muratore, dichiara: “[…] Debbo ancora far rilevare che i colpi non venivano sparati soltanto dalla montagna Pizzuta, ma doveva esserci un appostamento in un sito opposto donde si sparò pure sulla folla, perché io ho constatato tracce di proiettili sulle pietre del poggetto, e precisamente su quelle opposte alla montagna della Pizzuta. […] Una donna di cui sconosco il nome, ma che posso ora rintracciare, mi disse che da parte di un’altra donna, moglie di un borgese a nome Balestreri Domenico, la mattina del 1° maggio mentre si avviava alla Ginestra, ricevette questa intimidazione: ‘Oggi vi finirà bene la festa’. […]”.

In data 4 maggio 1947, in Piana degli Albanesi, Giovanni Parrino, 42 anni, maresciallo dei carabinieri di Piana degli Albanesi, dichiara: “[…] Egli [Giacomo Schirò] iniziò il suo discorso dicendo che finalmente si ritornava alla vecchia consuetudine di festeggiare il 1° maggio ed aveva aggiunto altre poche parole quando si udirono alcuni spari, che io e gli altri percepimmo come spari di mortaretti. […] Anche sulla montagna Cometa vidi persone, ma non posso stabilire se fossero pastori o banditi. […]”; e ancora: “[…] I primi colpi non furono neppure da me avvertiti, o almeno non li intesi passare sulla testa, e quindi penso che avessero avuto una direzione verso l’alto. Non posso dare spiegazione come mai i primi colpi non avessero raggiunto il podio, perché era naturale che si volessero colpire quelli che erano attorno al podio, che dovevano essere le autorità […]”. Cfr. Cav, verbale di continuazione di dibattimento, teste Giovanni Parrino, 13 giugno 1951, cartella n. 4, vol. V, n. 3, f. 382, retro.

In data 4 maggio 1947, in Palermo, Rosario Cusumano, 12 anni, di San Giuseppe Iato, dichiara: “[…] Una persona, che io non conosco, cominciò a parlare dall’alto di un piccolo rialzo di pietre. Ma aveva pronunciato poche frasi, quando incominciammo ad udire degli spari. Sulle prime, si credette trattarsi di spari di mortaretti ed io mi ero levato sulla punta dei piedi per guardare meglio. […]”.

In data 6 maggio 1947, in Palermo, Anna Guzzetta, 46 anni, di San Giuseppe Iato, dichiara: “[…] Il signor Schirò salì sul podio che è al centro della radura ed aveva pronunciato poche frasi per commemorare la giornata, quando si udirono raffiche di spari. Si credette trattarsi di spari di mortaretti o razzi (carrittigghi), ma le raffiche si ripeterono e la gente cominciò ad essere colpita e a cadere al suolo. […]”.

In data 15 maggio 1947, in Palermo, Vincenza Spataro, 48 anni, di San Giuseppe Iato, dichiara: “[…] Ad un tratto abbiamo udito degli spari, che da prima furono ritenuti prodotti da mortaretti. […]”.

In data 15 maggio 1947, in San Giuseppe Iato, Nicolò Napoli, 48 anni, di San Giuseppe Iato, dichiara: “[…] Di un tratto furono uditi gli spari. Dapprima ritenni trattarsi di fuochi artificiali, però poco dopo ho visto cadere uccisa sul colpo una donna. […]”.

In data 15 maggio 1947, in San Giuseppe Iato, Menna Farace, 17 anni, contadino, dichiara: “[…] Ad un tratto abbiamo udito degli spari che provenivano dalle falde della Pizzuta. Ho guardato da quel lato ma non ho scorto nulla. Dapprima ho ritenuto trattarsi di mortaretti. […]”.

In data 23 maggio 1947, in San Giuseppe Iato, Pasquale Sciortino, 34 anni, sindaco di San Cipirello, dichiara: “[…] Randazzo Vincenza e Maniscalco Giovanna, in mia presenza, ebbero a dichiarare al vice questore di avere inteso, la mattina del 1° maggio, certa Trupiano Maria dire: ‘I preparativi sono buoni, ma ancora un u sacciu’; e l’altra frase: ‘Vanno cantando e tornano cacando’. Certo Russo Salvatore, inoltre, mi ha detto che la mattina del 1° maggio tale Grimaudo Giuseppe gli avrebbe detto: ‘Tu non ci vai perché ti scanti delle bombe’, intendendo così riferire alla festa della Ginestra. […]”.

In data 27 maggio 1947, in Siena, Nunzio Borruso, 22 anni, militare di leva, dichiara: “[…] Alle ore 9 del mattino, come ho detto, già ferveva la festa, allorché sentimmo raffiche di mitragliatrice provenienti dalla montagnola di Ginestra. A queste si aggiunsero subito dopo colpi di fucile tedesco, provenienti dalla Cometa. Dico che trattasi di fucile perché lo riconobbi dal colpo, che faceva: ‘ta… pum, ta… pum’. […] Vidi soltanto tre uomini sulla Cometa: uno con un impermeabile bianco; un altro con una camicetta e un cappello grande scuro; il terzo aveva stivali con pantaloni alla cavallerizza. […]”.

In data 11 giugno 1947, in San Giuseppe Iato, Pietro Tresca, 55 anni, di San Giuseppe Iato, dichiara: “[…] Mentre parlava Schirò Giacomo, abbiamo udito degli spari che dapprima furono ritenuti prodotti da mortaretti. […]”.

Vincenzo Di Salvo (figlio di Filippo Di Salvo, una delle vittime) si trova sotto il palco e ode come dei mortaretti. Cfr. dichiarazione resa al sottoscritto prof. Casarrubea, nell’aprile 1998.

In data 29 maggio 1947, in Palermo, Salvatore Fusco (uno dei 4 cacciatori catturati da Salvatore Giuliano prima della strage), bracciante di Piana degli Albanesi, dichiara: “[…] Aggiungo che mentre eravamo a terra, guardati, notai sul monte Kometa di fronte a noi numerosi altri individui. Ci venne detto che erano compagni dei malfattori. […]”. E ancora: “[…] Il segnale d’allarme [prodotto dalla sirena portatile di Giuliano], secondo quanto essi riferirono, doveva essere dato forse a quelli sulla Kumeta. […]”. Cfr. Agca, verbale di continuazione di dibattimento, interrogatorio 28 maggio 1947, cartella 4, vol. V, n. 3, foglio 321 e retro.

Vari quotidiani nazionali, in data 2 e 3 maggio 1947, segnalano la presenza di misteriosi individui sulle pendici del Cozzo Duxait. Il Giornale di Sicilia del 2 maggio 1947 scrive: “[…] Qualcuno addita all’altra montagna: mentre da monte Pizzuta si spara, da monte Kumeta altri assassini seguono immobili sotto i tabarri la scena, le armi al piede. […]”. Su l’Unità del 3 maggio 1947, leggiamo: “[…] Scariche di mitragliatrice, provenienti dai sovrastanti costoni della Pizzuta e della Cometa, si abbattevano sul luogo del comizio. […] Un nutrito fuoco incrociato si protraeva per venti minuti, mentre la folla si disperdeva in corsa in tutte le direzioni. […] Anche sul costone della Cometa si notavano gruppi di uomini in ritirata e pare, anzi, che da essi fosse partito il segnale di fuoco. […]”.  Anche La Voce della Sicilia del 2 maggio 1947 riporta l’episodio: “[…] Intanto, sul costone della Cometa si notava un gruppo di uomini che si ritirava. Pare che da essi era partito il segnale di fuoco. Poco prima, all’imboccatura della galleria – che fa parte di una strada ferrata incompiuta che unisce Piana dei Greci a San Giuseppe Iato – una macchina attendeva dentro la galleria, che dovette accogliere gli uomini della Cometa. Questi sarebbero dovuti intervenire a fare fuoco incrociato, se quelli della Pizzuta fossero stati fatti segno ai colpi della forza pubblica, che avrebbe dovuto trovarsi presente al comizio, ma che, invece, era presente solo con tre uomini […]”. Su La Stampa del 3 maggio 1947, leggiamo: “[…] Dal monte Cometa altri criminali erano con le armi al piede, pronti a dar man forte ai compagni di delitto se da parte della folla si fosse tentata la reazione […]”. E, infine, su Il Messaggero del 3 maggio 1947: “[…] Da monte Cometa, fermi con le armi al piede, immobili nei loro tabarri, altri briganti osservavano la scena e l’opera bieca dei loro colleghi del monte Pizzuta […]”. Anche il leader comunista siciliano Girolamo Li Causi, nel dibattito svoltosi alla Camera dei Deputati il 2 maggio 1947, riferisce che “dai due costoni, la Cometa e la Pizzuta, sono partite raffiche di mitragliatrice”.

Sul quotidiano l’Unità dell’8 maggio 1947, leggiamo: “[…] Testimoni oculari hanno dichiarato che a partecipare all’operazione sono stati dai 40 ai 50 assassini. Essi dovevano aprire un fuoco incrociato sui lavoratori dai costoni di Monte Pizzuta e di Monte Cometa. Il disegno dell’aggressione era infatti di proporzioni molto più vaste di quanto sia stato effettuato e, se esso fosse riuscito secondo i piani dei mandanti, la zona di Piana delle Ginestre sarebbe stata il 1° maggio ricoperta di cadaveri. Per un puro caso, invece, gli individui che erano appostati sui costoni del Monte Pizzuta hanno dovuto aprire il fuoco prima che quelli destinati a sparare da Monte Cometa raggiungessero le loro postazioni. Essi [gli uomini sul Pizzuta] sono stati infatti scoperti da un giovane di San Giuseppe, che era andato a fare erba per i muli. Uno degli uomini appostati aprì allora il fuoco sul giovane. A lui fecero seguito i mitra degli altri puntati sulla folla. […]”.

Secondo Felice Chilanti, la mattina del 1° maggio la folla nota un gruppo di uomini sul Cozzo Duxait (cfr. il volume Tre bandiere per Salvatore Giuliano, cit., p. 107).

Scrive ancora Il Giornale di Sicilia del 2 maggio 1947: “[…] Un po’ più a valle, intanto, due ragazzetti venuti giù da San Cipirello bighellonavano in riva al lago. Cercavano fave e volevano forse fare un bagno. Ma c’era parecchia gente in giro, affaccendata, che non voleva importuni tra i piedi. Poi venne un grosso camion rosso con a bordo cinque o sei figuri e si cacciò nella galleria presso il lago. Dall’altro lato, s’era ai piedi di Monte Pizzuto d’onde s’organizzava l’agguato. I ragazzi guardavano un poco e poi tiravano dritto, abituati ad essere poco curiosi. Ad un tratto, uno sussurrò piano qualcosa all’altro, e si nascosero: passava carponi un tizio con sulle spalle un’arma grossa che avevano visto di rado in giro, pur in questi tempi larghi di esibizioni del genere. A fatica si è riusciti poi a capire che si trattava di una mitragliatrice pesante, del tipo in uso nel nostro esercito. I ragazzi rimasero un attimo senza respiro, poi pensarono di raggiungere la comitiva, ché quel luogo era poco rassicurante per troppi sintomi […]”.

Giorgio Parrino, originario di Piana degli Albanesi, inteso “il sergente”, ha raccontato qualche anno fa al prof. Giuseppe Schirò (abitante a Piana degli Albanesi) il seguente episodio: “Il 1° maggio 1947, tra le 7 e le 8 del mattino, in compagnia del mio amico Filippo Camarda, salivo le falde della Kumeta per andare a mangiare la ricotta presso la mandria della famiglia Riolo. Arrivati nei pressi di un poggio roccioso, abbiamo sentito un ‘Urrà!’ gridato da un gruppo di uomini appostato dietro ai massi. Dopo che abbiamo risposto, babbiando, con un altro ‘Urrà!’, siamo stati avvicinati da uno del gruppo che indossava un impermeabile bianco, che era uscito da dietro quelle rocce. Quello, in siciliano, ci ha chiesto chi eravamo e che cosa facevamo da quelle parti. Dopo che ha saputo che il mio amico era figlio del mandriano di Giuseppe Riolo [capomafia di Piana degli Albanesi], l’uomo con l’impermeabile ci ha detto di andare via”.

Maria Baio, maritata Cuccia, nata a Piana dei Greci, ma domiciliata a San Giuseppe Iato, dichiara che la mattina del 1° maggio la vicina di casa Antonia Partelli, vedova, le si rivolge dicendo: “Vanno a Portella ma non sanno che lì ci stanno gli americani che devono buttare le caramelle!”. La Baio di rimando: “Botta di sangue in bocca, che andate dicendo?”. Allora quella riprende: “Io lo dico per ischerzo, ma sapete che a Palermo ci stanno i soldati americani?” [cfr. Giuseppe Casarrubea, Portella della Ginestra. Microstoria di una strage di Stato, Milano, Franco Angeli, 1997, p. 300, rapporto del questore Filippo Cosenza al Procuratore della Repubblica di Palermo]. Cfr. anche Rosa Mecarolo e Angelo La Bella, Portella della Ginestra, Milano, Teti, 2003.

In un articolo apparso sul settimanale L’Espresso in data 7 maggio 1967, titolo: E Giuliano li andò ad ammazzare, il giornalista Lino Jannuzzi scrive: “[...] La Fata Vincenzo, un pastore, dichiara: ‘Passò un gippone di corsa [dopo la strage], coperto di polvere, con due uomini in divisa americana e uno dietro con un impermeabile chiaro. Andavano verso Monreale’. [...]”.

In un manuale di combattimento in dotazione agli agenti dell’Oss (titolo: Armi speciali, congegni ed equipaggiamenti, febbraio 1945,  cfr. il volume Come nasce la repubblica, cit., p. 204, nota 98, titolo: Attività del bandito Giuliano in Sicilia), troviamo un capitolo illustrato sul funzionamento di un “simulatore di bomba aerea” che, prima di esplodere come un grosso petardo, emette un fischio assordante di circa 3 secondi e mezzo. Come abbiamo visto, molti dei presenti a Portella in quel drammatico giorno ricordano di aver sentito, pochi secondi prima dell’inizio della sparatoria, una rapida successione di scoppi e di fischi prolungati scambiati dalla folla per fuochi d’artificio. Vale notare che decine di persone subiscono quella mattina ferite nelle parti basse del corpo (piedi, gambe, cosce e glutei). Stupisce, infine, che il probabile uso di esplosivi a Portella della Ginestra sia citato nella sentenza del processo di Viterbo in appena mezzo rigo [cfr. Giuseppe Casarrubea (a cura di), La strage di Portella della Ginestra, vol. III, Documenti, Sentenza di Roma del 10 agosto 1956,  Caltanissetta - Roma, Salvatore Sciascia editore, 2001].

I 'picciotti' di Giuliano a Viterbo

In un’intervista pubblicata nell’edizione palermitana del quotidiano la Repubblica in data 20 settembre 2003 (titolo: All’antimafia l’archivio Usa), lo storico Francesco Renda afferma: “[…] Io partecipai ai sopralluoghi [a Portella della Ginestra, il 1° maggio] con i carabinieri. La presenza di un lanciagranate non mi sembra che escluda per forza Giuliano. Era il colonnello dell’esercito indipendentista dell’Evis, poteva averlo un lanciagranate. E la traiettoria dei colpi, così come ufficialmente riconosciuta, pare l’unica attendibile: c’erano mille persone, ne morirono undici e ne rimasero ferite trenta. Il tributo di sangue sarebbe stato ben più pesante se la folla fosse stata bersagliata da un tiro incrociato. Domanda [di Enrico Bellavia]: Lei era l’oratore di Portella, fu mai interrogato? Risposta: Mai, io arrivai a bordo di una sgangherata motocicletta. Avevo venticinque anni, ero un attivista della Federterra e meditavo di tornare ai miei studi universitari […]”. Per la prima volta in 56 anni, lo storico rivela di aver preso parte ai sopralluoghi sul luogo della strage assieme all’Arma dei carabinieri. Nel corso di un colloquio sostenuto con il sottoscritto Giuseppe Casarrubea nell’agosto del 1998, anche il giornalista e critico d’arte Franco Grasso rivela di essere arrivato a Portella poche ore dopo l’eccidio.

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Le perizie medico – legali sui feriti

Tra le decine di feriti, segnaliamo i seguenti casi.

Cristina La Rocca (San Cipirello, 9 anni) è seduta su un sasso a circa venti metri dal podio, con la Pizzuta alle spalle. Uditi i primi colpi, li scambia per fuochi d’artificio e prende a battere le mani. Subito dopo sente come una gragnuola di sassi che colpiscono le pietre vicine e pensa: “E che, tirano sassi?”. Subito si alza e corre verso suo padre, che è accanto al podio, ma si sente mancare e cade a terra. La sparatoria è in pieno svolgimento. Suo padre la raggiunge, la solleva ed inizia a correre verso Piana degli Albanesi. A piedi, la porterà in braccio fino a San Cipirello dove, sfinito, morirà di collasso cardiaco alcuni giorni dopo. Cristina è colpita da qualcosa alla regione lombare sinistra (cfr. radiografia realizzata nel 1947). Nel foglio di accettazione dell’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo, in data 1° maggio, ore 17.00, leggiamo: “[…] Ferita d’arma da fuoco emitorace sinistro penetrante in cavità. […]”. Sempre in data 1° maggio, nel verbale di perizia, il dott. Martorana annota: “[…] Rimosse le bende, si osserva una lesione di continuo di forma circolare a bordi introflessi. […] La Rocca Cristina ha subito una ferita di arma da fuoco all’emitorace sinistro penetrante in cavità. […]”; e il 23 maggio: “[…] Sulla qui presente La Rocca Cristina, si osserva in corrispondenza del decimo spazio intercostale […] una crosta ematica della grandezza di 1 centimetro circa, di forma rotondeggiante. Alla palpazione, la paziente avverte dolore. Giudico che la crosta ematica è il reliquato di una ferita di arma da fuoco lunga e costituisce il foro di entrata del proiettile. […]”. In data 17 aprile 1997, a Palermo, il dott. Livio Milone (specialista in medicina legale all’Università di Palermo) visita Cristina La Rocca ed esegue una radiografia. Scrive il medico: “[…] Esame radiografico torace: presenza di corpo estraneo metallico in sede basale paramediana sinistra che il L – L si proietta posteriormente al cuore e, pertanto, localizzato nel parenchima polmonare del lobo inferiore sinistro. Considerazioni medico – legali: la signora La Rocca Cristina venne attinta da un frammento metallico alla regione lombare sinistra con orificio d’entrata posto centimetri 10 sopra la bisiliaca e centimetri 8 a sinistra della medio – vertebrale, nonché ad una altezza dal suolo di centimetri 102. Il frammento penetrato negli strati sottocutaneo e muscolare della regione lombare è risalito in alto sino a pervenire in sede basale paramediana sinistra, venendo ritenuto in corrispondenza del lobo inferiore del polmone sinistro. Dall’esame diretto delle lastre radiografiche, si rileva nella proiezione antero – posteriore, la presenza di un corpo estraneo di densità metallica, attribuibile verosimilmente a scheggia metallica proveniente da frammentazione di proiettile d’arma da fuoco o di bomba o di lamiera metallica, avente conformazione grossolanamente quadrangolare delle dimensioni di mm. 6,2 per mm. 7,5 sui radiogrammi in A – P, e di mm. 8,3 per mm. 9,6 sui radiogrammi L – L. Considerando la presenza della cicatrice residuata all’originario foro d’entrata, regione lombare sinistra, e considerando la sede di ritenzione del ‘proiettile’, si può ritenere che il detto elemento sia pervenuto sul corpo con forte inclinazione dal basso verso l’alto, da un punto di fuoco posto alla sinistra del soggetto. […]”. Infine, la bambina racconta che, mentre si reca con tutta la famiglia a Portella, alcune persone si rivolgono ai suoi genitori esclamando: “Va purtastivu a mattula cu spiritu?” (Vi siete portati bambagia e alcool?). Cfr. dichiarazione resa al sottoscritto Casarrubea nell’aprile del 1998.

Maria Caldarera (San Giuseppe Jato, 35 anni) si trova di fronte al Sasso Barbato, con il viso rivolto agli oratori. Ha davanti a sè la Pizzuta e, alle spalle, la Kumeta. Uditi i primi colpi, che anche lei scambia per mortaretti, si volge a destra e vede alle sue spalle, a circa due metri, il terreno che si gonfia e si solleva (“La terra si sparmau”, racconta al sottoscritto Casarrubea nell’aprile del 1998). Spaventata, fugge verso lo stradale, lo supera e sale correndo il pendio della Kumeta. Percorse poche decine di metri, sente il piede destro nella scarpa come bagnato. Si ferma e scopre di avere tutta la gamba destra coperta di sangue. Maria è colpita da qualcosa che, penetratole sotto il gluteo destro (a 61 cm da terra), le esce sul lato anteriore della coscia a 64 cm da terra, cioè con una direzione dal basso verso l’alto e dall’indietro al davanti. È probabile che la donna sia raggiunta dalla scheggia dell’ordigno che ha visto esplodere alle sue spalle poco prima. Nel verbale di perizia, compilato in data 1° maggio 1947 presso l’ospedale Filiciuzza di Palermo, il dott. Costantino Martorana scrive: “[…] In corrispondenza della coscia destra, presenta una lesione di continuo della grandezza di un cece, a bordi introflessi (foro d’entrata). Altra lesione di continuo si nota allo stesso lato, a bordi estroflessi (foro d’uscita). […] Giudico che la Caldarera Maria ha subìto una ferita di arma da fuoco. […]”; nel foglio di accettazione dell’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo, sempre il 1° maggio, leggiamo: “[…] Ferita d’arma da fuoco un terzo superiore coscia destra. Anamnesi: ferita coscia sopra interessante le parti molli, con foro d’entrata alla faccia antero – esterna e foro d’uscita alla faccia posteriore. […]”. In un secondo verbale di perizia, in data 23 maggio, il dott. Martorana annota: “[…] Giudico che le soluzioni di cui sopra costituiscono rispettivamente foro di entrata e foro di uscita di un proiettile di arma lunga da fuoco. […]”.

Giuseppe Fratello (San Giuseppe Jato, 34 anni) si trova sullo stradale con il viso rivolto verso il podio e con, alle spalle, la Kumeta. È colpito contemporaneamente alla mano sinistra, alla spalla sinistra e alla regione inguinale destra (“Ho avvertito come un pugno alla mano sinistra e poi anche alla spalla sinistra”, rivela al dott. Milone nel 1997). Nel foglio di accettazione dell’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo, in data 1° maggio, alle ore 15.20, leggiamo: “[…] Ferita d’arma da fuoco alla spalla sinistra, alla mano sinistra ed alla regione inguinale destra. […] Esame obiettivo: ferita a proiettile di medio calibro con foro d’entrata alla regione inguinale destra e foro d’uscita alla regione sacro destra, con lesione degli organi interni. L’addome si presenta in contrattura in corrispondenza dell’ipocondrio destro. Altra ferita alla spalla sinistra con foro di entrata lungo la spina della scapola e ritenzione del proiettile in corrispondenza della regione deltoidea. Altra ferita all’indice e al medio della mano sinistra, con frattura della seconda falange dell’indice. […]”. Nel verbale di perizia del 1° maggio, il dott. Martorana scrive: “[…] Presenta ferita di arma da fuoco alla spalla sinistra a bordi introflessi (foro di entrata) in corrispondenza della spina della scapola. Altra ferita della stessa natura alla mano sinistra con frattura aperta della prima falange. Altra ferita alla regione inguinale destra, penetrante in cavità, e foro di uscita alla regione sacrale. […]”; e nel verbale del 19 maggio, a proposito della lesione alla spalla sinistra: “[…] Il proietto trovasi ancora tra i tessuti della regione scapolare sinistra, […]”. È probabile che il Fratello sia stato colpito contemporaneamente da almeno 3 schegge di una granata esplosa sul terreno, alla sua sinistra. Secondo la dichiarazione resa dal Fratello al prof. Milone nel 1997, il “proiettile” penetratogli nella regione scapolare sinistra è estratto in un periodo successivo al 19 maggio.

Gaspare Pardo (San Giuseppe Jato, 19 anni) è in piedi sul podio del sasso Barbato, alla sinistra dell’oratore Schirò. Ha il viso rivolto verso la strada e, alle spalle, la Pizzuta. Mentre si gira a sinistra per essere fotografato da un amico, ode dei botti, che scambia come il segnale di inizio della festa. Subito dopo, è colpito da qualcosa alla spalla destra ed esclama: “Che tirate a fare questi sassi?”. Subito dopo, vede cadere Filippo Di Salvo e Vincenzina La Fata. Nei pressi, si trova anche suo cognato, Alfonso Di Corrado (ferito al calcagno da vari frammenti metallici). Nel verbale di perizia del 10 giugno 1947, il dott. Martorana scrive: “[…] Si rileva quanto appresso: 1) Alla regione infrascapolare destra, due cicatrici ovulari, superficiali, alla distanza di circa 2 centimetri l’una dall’altra; 2) Al braccio destro, terzo medio, si nota una cicatrice di forma lineare, superficiale, della lunghezza di circa 3 centimetri e larga 1 centimetro. Giudico che le cicatrici, di cui al punto 1, sono rispettivamente il foro di entrata e quello di uscita di un colpo di arma lunga da fuoco, che ha attraversato solamente cute e sottocute. La cicatrice, di cui al punto 2, è stata prodotta da un proiettile di arma lunga da fuoco, che ha colpito di striscio la cute del braccio. Il Pardo è guarito in giorni 10 senza conseguenze. […]”. Con ogni probabilità, e contrariamente a quel che afferma Martorana, le 2 schegge che colpiscono Pardo (ma anche Di Salvo, Caldarera e Di Corrado) provengono da una granata esplosa davanti al podio.

Alfonso Di Corrado (San Giuseppe Jato, 25 anni, bracciante) è ricoverato alle ore 15.20 del 1° maggio all’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo perché “[…] Affetto da ferita d’arma da fuoco al piede destro. Anamnesi: ferito durante l’eccidio di Portella della Ginestra. Esame e diario: ferita da scoppio della grandezza di una moneta da cinque centesimi circa. Margini frastagliati sulla faccia naturale al di sotto del malleolo. Esame obiettivo: alla spellazione si apprezza presenza di corpi estranei di aspetto metallico. Radiograficamente: frammenti metallici multipli regione calcagno destro. 10.5.47: si estrae una piccola scheggia metallica. 15.5.47: si estrae una grossa scheggia metallica. 19.5.47: si estrae altra scheggia metallica. […]”. Sempre in data 1° maggio, nel verbale di perizia consegnato al Procuratore della Repubblica di Palermo, il dott. Costantino Martorana annota: […] “Visitato il qui presente Di Corrado Alfonso di Salvatore, lo stesso presenta: ferita di arma da fuoco al tallone destro, penetrante in cavità nella regione tibio tarsica, a bordi introflessi (foro d’entrata). […]”; e il 19 maggio: “[…] Richiesta la radiografia, già eseguita, si nota che vi è situazione di due schegge di proiettile al calcagno. Giudizio: giudico che le soluzioni di continuo di cui sopra, costituiscono rispettivamente foro d’entrata e foro di uscita di proiettili di arma lunga da fuoco. […]”. Il dott. Martorana non accenna al fatto che al Di Corrado sono estratte 3 schegge metalliche tra il 10 e il 19 maggio (cfr. il foglio di accettazione delle ore 15.20 del 1° maggio). Inoltre, il chirurgo parla ora, per la prima volta, di un foro di uscita, contrariamente a ciò che ha affermato nel verbale di perizia del 1° maggio. Infine, nella “Relazione di perizia su Di Corrado Alfonso” dell’11 novembre 1947, il dott. Martorana scrive che il bracciante è stato “investito da raffica di mitragliatrice” e, poche righe dopo, che: “[…] All’esame obiettivo, si riscontra quanto è stato già detto, e cioè, con dettagli, dirò che si riscontra cicatrice da ferita da scoppio di pallottola dum – dum alla faccia posteriore del calcagno destro. È questa la sede di penetrazione del proiettile. La cicatrice del foro di uscita è alla faccia interna del piede, a livello dell’articolazione del collo del piede. […] L’esame radiografico mostra schegge di proiettile quasi puntiformi a livello del calcagno. Lo scheletro è integro. Possiamo concludere che il Di Corrado fu colpito da proiettile d’arma da fuoco, verosimilmente fucile o mitra, tirato a distanza e che con direzione dall’indietro all’avanti attraversò le parti molli del piede. La guarigione dovette avvenire entro un mese. Non si ebbero esiti. […]”. Gaspare Pardo, imparentato con il Di Corrado, conferma che l’uomo è ferito da diverse schegge al calcagno destro (dichiarazione resa al sottoscritto Casarrubea nell’aprile del 1998).

Filippo Di Salvo (San Giuseppe Iato, 49 anni). La mattina del 1° maggio 1947 si trova vicinissimo al Sasso Barbato e ascolta l’oratore che parla sul podio, dinanzi a lui. Di Salvo ha il viso rivolto verso la Pizzuta e volge le spalle allo stradale e alla Kumeta. All’improvviso è ferito al labbro inferiore e nella cavità orale. Nel pomeriggio del 1° maggio è ricoverato all’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo. Il verbale di perizia del 7 giugno 1947, rileva: “[…] Si nota l’asportazione del canino inferiore sinistro e di due premolari inferiori a sinistra. Il paziente presenta agitazione febbrile e lievissima rigidità nucale. Pur avendo la coscienza e volontà dei propri atti, presenta un lieve stato confusionale. […] L’asportazione dei denti sopra indicati è stata causata da corpo contundente scagliato con violenza, probabilmente scheggia di proiettile o di pietra. […]”. Filippo Di Salvo muore l’11 giugno per infezione tetanica. È probabile che sia stato colpito alla bocca dalla scheggia di una granata esplosa nei pressi del Sasso Barbato.

Giovanni Grifò racconta che il suo omonimo zio (12 anni) si trova sullo stradale, accanto a un palo telefonico. È rivolto verso il palco. Colpito al petto, afferma di avere qualcosa che gli brucia dentro, un carrittigghiu (un petardo). Cfr. testimonianza resa al sottoscritto Casarrubea nell’aprile del 1998. Trasportato a Palermo, muore il 3 maggio. Nel verbale di perizia del 1° maggio, il dott. Martorana scrive: “[…] Presenta una lesione di continuo da intervento chirurgico all’addome per ferita di arma da fuoco alla regione epicolica sinistra, con foro d’uscita alla regione lombare stesso lato. Si notano lesioni multiple sul tenue ed al colon discendente. […]”. Nel rapporto inviato al procuratore della Repubblica di Palermo in data 4 maggio, il dott. Martorana scrive che il bambino “[…] È deceduto per ferite d’arma da fuoco alla regione apicolare destra, penetrante in cavità con lesione intestinale (colon discendente e tenue) e foro di uscita alla regione lombare dello stesso lato. Tali lesioni sono state prodotte da proiettile unico a pallottola di arma automatica […]”. Infine, nella relazione di perizia del 3 giugno 1947, il dott. Martorana e il dott. Bambino, scrivono: “[…] La lesione riscontrata sul cadavere era stata sicuramente prodotta da un unico proiettile a pallottola. Le dimensioni delle due soluzioni (d’entrata e d’uscita), d’altra parte, fanno argomentare che il proiettile non doveva essere di grosso calibro, ma di calibro ridotto e presumibilmente dello stesso tipo di quelli repertati durante l’autopsia del Megna Giovanni e del Vicari Francesco. […] Una migliore precisazione potrebbe farsi conoscendo la planimetria e la topografia dei luoghi della strage, e soprattutto della posizione nella quale venne trovato il cadavere. Mancandoci l’uno e l’altro elemento di orientamento, dobbiamo limitarci a identificare la direzione del colpo, ricavandola dal corpo della vittima in posizione anatomica (eretta). In tali condizioni, il colpo appare diretto dall’avanti all’indietro e dall’alto in basso (il foro di entrata infatti corrispondeva alla regione epicolica sinistra, mentre il foro di uscita si trovava posteriormente più in basso alla regione lombare dello stesso lato). Lo sparatore, stando a questi risultati, doveva cioè occupare una posizione sopraelevata rispetto alla vittima. […] Conclusioni: 1) le ferite riscontrate sul cadavere del piccolo Grifò Giovanni (a prescindere dalla ferita laparatomica chirurgica) sono state prodotte da un unico proiettile a pallottola; 2) l’arma adoperata è stata sicuramente un’arma di grande potenza balistica e presumibilmente un’arma lunga da fuoco rigata; 3) il colpo è stato sicuramente esploso al di fuori dei limiti delle brevi distanze. Teoricamente, la distanza di sparo è identificabile in quella zona della traiettoria indicata come zona delle perforazioni o delle distanze medie (400 – 1000 metri circa). […]”. Da rilevare la confusione che è fatta nei tre rapporti tra lato destro e lato sinistro delle lesioni. In ogni modo, è verosimile che il Grifò sia stato colpito da un proiettile calibro 9 parabellum, lo stesso tipo di proiettile che uccide anche la bambina Provvidenza Greco (anche lei sullo stradale).

Provvidenza Greco (San Giuseppe Iato, 13 anni) è colpita alla testa da un proiettile. Racconta Andrea Greco (fratello maggiore della ragazza): “[…] Alla mia destra, le pallottole mietevano l’erba. Io ero buttato a pancia in giù verso la Pizzuta, verso il podio. Quando la sparatoria si calmò, sono andato per trovare mia sorella e l’ho vista in un piccolo burrone verso la strada. Me la caricai sulle spalle e mi diressi verso San Giuseppe Iato. […]”. Cfr. dichiarazione resa al sottoscritto Casarrubea nell’aprile del 1998. Nel foglio di accettazione dell’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo, in data 1° maggio alle ore 15.00, leggiamo che la ragazza ha subìto una “[…] Ferita d’arma da fuoco alla regione orbitaria destra. […] Esame obiettivo: ferita con foro di entrata nella regione sotto orbitale destra. Chimosi della congiuntiva e delle palpebre. […]. Radiografia: presenza proiettile in corrispondenza della rocca petrosa destra. […]”. Nel verbale di perizia del 1° maggio, il dott. Martorana  annota: “[…] Si presenta una lesione di continuo di forma semi circolare della grandezza di 1 centimetro a bordi introflessi, in corrispondenza della regione orbitaria destra. Si osserva ecchimosi della congiuntiva. […]; e in un secondo verbale (23 maggio): “[…] Giudico che la soluzione di continuo di cui sopra costituisce il foro di entrata di un proiettile di arma lunga da fuoco, che ha prodotto eventuali lesioni interne alla massa cerebrale o alla base cranica, non ancora guarita. È opportuno sottoporre la Greco ad esame radiografico e all’esame di uno specialista in malattie nervose per gli accertamenti neurologici. […]”. Nei due verbali citati, Martorana non accenna mai alla presenza del proiettile ritenuto nel cranio della Greco, elemento che è invece notato fin da subito nella radiografia realizzata il 1° maggio dal pronto soccorso dell’Ospedale Civico di Palermo. Ma alcuni mesi dopo, nella relazione di perizia del 25 ottobre 1947, il medico scrive: “[…] La piccola perizianda fu ferita da pallottola di fucile che, penetrando nell’orbita destra verso il suo contorno inferiore, andò ad arrestarsi contro la rocca petrosa dello stesso lato, rimanendo trattenuta all’interno della cavità cranica. La bambina perdette la coscienza e non la recuperò che dopo circa tre ore, nella propria abitazione dove era stata frattanto trasportata. La madre riferisce che essa, oltre che dalla ferita alla palpebra, perdeva sangue anche dall’orecchio destro (otorragia), e che da allora ha presentato deturpazione della armonia facciale, impossibilità di chiusura dell’occhio destro, difficoltà di pronuncia, stiramento della rima labiale verso sinistra: in una parola, i segni di una paralisi del nervo facciale destro. […]”. Dall’esame della radiografie realizzata sulla bambina nel 1947, notiamo la ritenzione di un proiettile calibro 9 Parabellum, lo stesso tipo di proiettile che si trova ancora nelle carni di Francesco La Puma. Provvidenza Greco muore nel 1951 in conseguenza delle lesioni riportate durante la strage.

Francesco La Puma (San Giuseppe Iato, 25 anni, bracciante) è di fronte al palco (alla sua sinistra si trova Salvatore Invernale, anche lui ferito) e ode all’improvviso come dei mortaretti. Subito dopo è colpito all’emitorace anteriore destro da un proiettile, che è ancora nelle sue carni. La Puma è rivolto verso il podio e volge le spalle alla Kumeta. Nel foglio di accettazione dell’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo, in data 1° maggio 1947, leggiamo: “[…] Esame radiografico: presenza di proiettile di medio calibro in corrispondenza della clavicola destra. […]”. Sempre il 1° maggio, nel verbale di perizia, il dott. Martorana, annota: “[…] In corrispondenza della spalla destra regione anteriore, ed in vicinanza del cavo ascellare, si nota una cicatrice di forma rotondeggiante dal diametro di circa 1 centimetro. […] Alla palpazione, il paziente avverte dolore e dolore avverte altresì alla regione scapolare corrispondente. […]”. Nel verbale del 1° maggio (ma anche in un secondo documento del 16 maggio), Martorana non fa alcun accenno alla presenza del proiettile ritenuto nella spalla di La Puma. Infine, dalla relazione di perizia del 28 agosto 1947, apprendiamo che: “[…] Praticate radioscopie, si vede nella regione toracica profondamente stirata un proiettile lungo circa 10 mm, che ha i caratteri di un proiettile di mitra. […]”. In data 17 aprile 1997, a Palermo, il dott. Livio Milone visita La Puma. Scrive il medico: “[…] Dall’esame diretto delle lastre radiografiche si rileva nella proiezione antero – posteriore la presenza di un corpo estraneo di densità metallica, attribuibile chiaramente a proiettile d’arma da fuoco, indovato tra le parti molli della regione posteriore del torace a livello dell’arco posteriore della seconda costola. Il proiettile appare avere conformazione cilindro – ogivale con punta rivolta verso il basso e verso l’esterno, delle dimensioni sui radiogrammi di mm. 17,00 per mm. 9,5. Si è proceduto quindi a raffronto sugli stessi radiogrammi con proiettile ‘test’ calibro 9 Parabellum interamente camiciato, proveniente da smontaggio di cartuccia calibro 9 marca ‘Fiocchi’, mod. ‘9 M 38’, di produzione dell’anno 1943, posta sul torace del soggetto anteriormente, alla stessa altezza del proiettile ritenuto, rilevando che le dimensioni del proiettile suddetto appaiono di mm. 16,2 per mm. 9,4. Si desume, tenendo conto della lieve differenza dimensionale determinata dalla non planarietà dei due elementi e, quindi, ai raggi X, di un lieve aumento delle dimensioni originali degli elementi, che il proiettile ritenuto posteriormente al torace del sig. La Puma sia un proiettile cal. 9 Parabellum, in origine proveniente da cartuccia militare di pari calibro (nelle varie denominazioni usate: cal. 9 Luger, cal. 9 Parabellum, cal. 9 Lungo, cal. 9 M 38 italiana, cal. 9 per 19 mm.). Considerando la presenza di cicatrice rotondeggiante all’emitorace anteriore destro, regione sopramammaria (cicatrice attribuibile sicuramente a pregresso orificio d’arma da fuoco), e considerando la sede di ritenzione del proiettile posteriormente, si può ritenere che il detto proiettile sia stato esploso con direzione antero – posteriore da un punto di fuoco posto sul davanti e da destra rispetto al soggetto. Il proiettile è arrivato con scarsa forza di penetrazione, ha perforato gli indumenti e le parti molli non riuscendo a perforare lo strato osseo costale con produzione di tramite sottocutaneo circumgirante e ritenzione posteriore dell’elemento. Considerando la scarsa penetrazione, la sede attinta e la produzione di un tramite circumgirante, si può ritenere che il proiettile sia stato esploso da una certa distanza e con una inclinazione praticamente ortogonale rispetto al soggetto o comunque con inclinazione compresa entro i 45 gradi circa”.  Da chi è sparato il proiettile che colpisce La Puma? Secondo la versione ufficiale della sparatoria, la banda Giuliano spara con un mitragliatore Breda modello 30 (calibro 6,5) e con i moschetti 1891 (calibro 7,6). Con ogni probabilità, i proiettili calibro 9 sono esplosi  dai mitra Beretta modello 38 in dotazione a Salvatore Ferreri e ai fratelli Giuseppe e Fedele Pianello (membri della banda Giuliano).

Salvatore Invernale (San Giuseppe Iato, 29 anni, contadino) si trova di fronte al palco, alla sinistra di Francesco La Puma. Nel verbale di perizia del 1° maggio 1947, il dott. Martorana scrive: “[…] Presenta una ferita di arma da fuoco a bordi introflessi in corrispondenza della regione sterno cloideo e mastoideo sinistra (foro di entrata); altra lesione di continuo in corrispondenza della prima vertebra dorsale, a bordi estroflessi (foro di uscita). […]”; e nel verbale del 16 maggio: “[…] Si osserva una cicatrice puntiforme alla regione sterno cleido mastoidea. […] Alla regione scapolare sinistra, e precisamente all’altezza della prima vertebra dorsale, si osserva una cicatrice di forma rotondeggiante dal diametro di circa 1 centimetro. […] Giudico che le cicatrici sopra specificate costituiscono rispettivamente il foro di entrata e il foro di uscita di un proiettile di arma lunga da fuoco, esploso dall’alto verso il basso. […]”. Infine, nella relazione di perizia del 3 novembre 1947, Martorana commenta: “[…] Riassumendo, possiamo concludere che l’Invernale fu colpito da proiettile d’arma da fuoco, che penetrò nella regione laterale sinistra del collo e uscì dorsalmente in corrispondenza della fossa sopraspinosa di sinistra. Non vennero lesi organi importanti. La guarigione completa avvenne nel termine di giorni 45. Date le diversioni del foro di entrata, si presume che l’arma sia stata un comune mitra. […]”. Vista la sua vicinanza a La Puma, è verosimile che anche Invernale sia stato colpito da un proiettile calibro 9 Parabellum.

Marco Italiano (16 anni) è sotto il palco. Uditi i primi colpi, si mette a correre ma subito dopo sente la gamba sinistra come bagnata. Alza il pantalone e nota che qualcosa gli ha perforato la gamba, da destra a sinistra (cfr. dichiarazione resa al sottoscritto Casarrubea nell’aprile del 1998). Nel foglio di accettazione dell’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo, in data 1° maggio, alle ore 15.00, leggiamo: “[…] Ferita d’arma da fuoco al ginocchio. […] Esame obiettivo: ferita come sopra, con foro di entrata al lato interno e fuoriuscita esterna. Ginocchio leggermente tumefatto e presenta ballottamento rotuleo. I movimenti attivi e passivi sono possibili. […] Firmato: il primario Lombardo. […]”. In data 1° maggio 1947, il dott. Martorana annota nel verbale di perizia: “[…] Presenta una lesione di continuo a bordi introflessi in corrispondenza della regione laterale del ginocchio sinistro. Altra lesione di continuo, a bordi estroflessi (foro di uscita) al cavo popliteo. Giudico che le lesioni sopra descritte sono state prodotte da arma da fuoco. […]”; e in un successivo verbale del 23 maggio: “[…] Notasi una cicatrice di forma rotondeggiante e dal diametro di circa mezzo centimetro alla faccia interna del ginocchio sinistro. Altra cicatrice notasi al cavo popliteo della stessa gamba. Notevole edema in tutto l’arto ed in special modo alla regione del ginocchio. La deambulazione non è regolare, anzi notevolmente difettosa. Giudico che le cicatrici sopra riscontrate sono rispettivamente il foro di entrata e di uscita di un proiettile di arma lunga da fuoco. […]”. In realtà, è verosimile che Italiano sia stato colpito al ginocchio dalla scheggia di una granata esplosa nei pressi del podio.

Antonina Caiola. Nel verbale di perizia del 27 giugno, il dott. Martorana scrive: “Sulla qui presente paziente Antonina Caiola si osserva al terzo medio inferiore sinistro, in prossimità della regione malleolare, una cicatrice alla faccia interna della gamba, rotondeggiante e dal diametro di circa 50 millimetri. Altra cicatrice, simile alla prima, notasi alla faccia esterna della stessa gamba. Deambulazione normale. Giudico che le cicatrici suddette costituiscono rispettivamente foro di entrata e foro di uscita di un proiettile di arma lunga da fuoco. […]”. Lesioni da scheggia?

Ettore Fortuna (San Cipirello, 36 anni). Nella relazione di perizia del 28 agosto 1947, il dott. Martorana scrive: “[…] Presenta cicatrice di foro di entrata d’arma da fuoco a centimetri 2 sotto la cresta iliaca sinistra. La cicatrice di foro di uscita è alla natica destra, al limite anteriore della regione glutea. […] All’esame radiologico del bacino, non si riconoscono nè proiettile nè frammenti di esso, nè lesioni scheletriche. […]”; e nel verbale di perizia del 1° maggio: “[…] Presenta una lesione di continuo alla regione glutea destra ed altra lesione di continuo a due dita traverse dalla cresta iliaca destra. Dette lesioni sono state prodotte da arma da fuoco […]”. Vi è contraddizione tra i due documenti a proposito del lato della cresta iliaca in cui si presenta la ferita. Lesioni da scheggia?

Damiano Petta (Piana degli Albanesi, 36 anni). Nel foglio di accettazione dell’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo, in data 1° maggio, leggiamo: “[…] Affetto da ferita da arma da fuoco al terzo medio della gamba destra. Esame obiettivo: come sopra, con foro d’entrata alla parte media e foro di uscita alla stessa altezza parte laterale. […]”. Nel verbale di perizia del 19 maggio, il dott. Martorana scrive: “[…] In corrispondenza del terzo medio della gamba destra, alla sua parte mediana, faccia posteriore, si nota una soluzione di continuo, di forma circolare, dal diametro di 1 centimetro. […] Alla faccia anteriore della stessa gamba, notasi una forma rotondeggiante dal diametro di 1 centimetro circa. Giudico che le due soluzioni di continuo, sopra specificate, costituiscono rispettivamente foro di entrata e foro di uscita di un proiettile di arma lunga da fuoco. […]”. Nel 1997, Petta riferisce al dott. Milone che, mentre si allontana di corsa, è colpito da qualcosa alla faccia posteriore della gamba destra. Lesioni da scheggia?

Pietro Schirò (Piana degli Albanesi, 24 anni). Nel verbale di perizia del 1° maggio, il dott. Martorana annota: “[…] Presenta ferita al piede sinistro. Palpando, non si apprezza lesione ossea. […] Giudico che detta lesione, che fu prodotta da arma da fuoco, potrà guarire in dieci giorni da oggi. […]”.; e il 20 maggio: “[…] Sul qui presente Schirò Pietro si osserva: alla regione metatarsica del piede sinistro una soluzione di continuo, di forma circolare, dal diametro di 1 centimetro circa. Al margine laterale, altra soluzione di continuo, simile alla prima. […] Giudico che le dette soluzioni di continuo costituiscono rispettivamente il foro di entrata e quello di uscita di un proiettile di arma lunga da fuoco. […]”. In un documento autografo (la firma del sanitario è illeggibile) stilato il 1° maggio, leggiamo invece: “[…] Certifico di aver visitato il sig. Schirò Pietro e di avergli riscontrato ferite multiple al dorso del piede sinistro, con dubbio di frattura ossea guaribile in giorni 30. […]”. In realtà, è probabile che Schirò sia stato colpito da almeno due schegge di granata.

Giorgio Caldarella (Piana degli Albanesi, 61 anni). Nel foglio di accettazione dell’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo, in data 1° maggio, leggiamo: “[…] Affetto da frattura aperta alluce destro da ferita d’arma da fuoco. […] Esame obiettivo: ferita come sopra con foro di entrata al dorso dell’alluce destro e di uscita a parte plantare. Diagnosi: ferita arma da fuoco seconda falange alluce destro con asportazione dell’unghia. […]”. Nel verbale di perizia, sempre il 1° maggio, il dott. Martorana scrive: “[…] Presenta frattura aperta alluce destro, guaribile in giorni venti salvo complicazioni. Detta ferita è stata prodotta da arma da fuoco. […]”. Lesioni da scheggia?

Giorgio Mileto (Piana degli Albanesi, 17 anni). Nel verbale di perizia del 13 maggio, il dott. Martorana scrive: “[…] Sul qui presente Mileto Giorgio si riscontra quanto appresso: in corrispondenza della regione mediana del braccio sinistro una lesione di continuo, di forma circolare, a bordi introflessi e lievemente arrossati in alcuni punti, mentre in altri si nota già un processo di cicatrizzazione in atto. Tale lesione è della grandezza (diametro) di circa 80 millimetri. Altra lesione, a bordi estroflessi, o meglio: altra soluzione di continuo a bordi estroflessi dal diametro di circa 1 centimetro, notasi al terzo medio regione posteriore dello stesso braccio. […] Giudico che le dette soluzioni di continuo sono state prodotte da colpo di arma da fuoco e costituiscono rispettivamente foro di entrata e foro di uscita della pallottola, che ha prodotto un’unica lesione interessante le parti molli del terzo medio del braccio sinistro del Mileto. […]”.

Maria Vicari. Nel verbale di perizia del 23 maggio, il dott. Martorana annota: “[…] Alla regione dorsale del piede sinistro si nota una lesione in via di cicatrizzazione, per intervento chirurgico, della lunghezza di circa 1 centimetro. […] Epidermide arrossata. Edema diffuso al piede. […] Giudico che la lesione di cui sopra è stata prodotta da intervento chirurgico su processo suppurativo derivato da ferita di arma da fuoco. […]”. Lesione da scheggia?

Giuseppa Parrino (Piana degli Albanesi, 73 anni). Nel foglio di accettazione dell’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo, in data 1° maggio, leggiamo: “[…] Affetta da ferita d’arma da fuoco penetrante in cavità emitorace destro. Esame obiettivo: ferita a fuoco all’emitorace destro, con foro d’entrata alla regione sottoclavicolare e foro di uscita alla regione scapolare stesso lato. Radiografia torace: notevole ingrandimento fasci aortici e ventricolo sinistro. […] 6.5.47: enucleazione di una voluminosa cisti dermoide regione laterale sinistra del collo. […]”. Nel verbale di perizia del 1° maggio, il dott. Martorana rileva: “[…] Una lesione di continuo della grandezza di un cece, a bordi introflessi, all’emitorace destro (foro di entrata). Altra lesione di continuo a bordi estroflessi alla regione scapolare destra (foro di uscita). Giudico che la Parrino, in atto, versa in pericolo di vita e che le lesioni causate da colpi di arma da fuoco possono guarire entro venti giorni da oggi, ove non sopravvengano complicazioni. […]”. Alla Parrino è forse asportata una scheggia metallica, responsabile dell’infiammazione dei fasci aortici?

Antonio Palumbo (San Giuseppe Iato, 49 anni). Nel foglio di accettazione dell’Ospedale Civico e Benefratelli, in data 1° maggio, leggiamo: “[…] Affetto da ferite d’arma da fuoco ad entrambe le regioni glutee. Esame obiettivo: 2 ferite ai glutei. In prossimità della fossa iliaca destra, si palpa sottocute un corpo della forma e del volume di grossa fragola, che si sposta facilmente in ogni senso. L’esame radiografico non ammette presenza di schegge metalliche. Cura chirurgica: asportazione della cisti. […]”. Nel verbale di perizia del 1° maggio, il dott. Martorana annota: “[…] Lesione di continuo alla regione glutea destra e sinistra. Dette lesioni potranno guarire entro il decimo giorno salvo complicazioni e sono state prodotte da arma da fuoco. […]”; e il 16 maggio: “[…] Si accerta quanto appresso: alla regione glutea sinistra si nota una cicatrice di forma rotondeggiante e dal diametro di 1 centimetro circa. Alla palpazione, notasi un inasprimento dei tessuti circostanti. Il Palumbo non accusa alcuna sensazione dolorifica. Alla regione glutea destra, notasi 2 cicatrici di forma rotondeggiante e distanti l’una dall’altra circa 2 centimetri. Tra queste, in senso verticale, notasi altra cicatrice di forma lineare, a bordi netti, della lunghezza di 3 centimetri circa. Giudizio: le cicatrici di forma rotondeggiante sopra indicate sono i reliquati di ferite di arma lunga da fuoco e sono guarite chirurgicamente nel termine di giorni dieci, senza conseguenze. La cicatrice di forma lineare è stata prodotta da intervento chirurgico a scopo esplorativo, per estrarre eventuali proiettili. […]”. A Palumbo, insomma, sono estratti dei “proiettili” o “una cisti delle dimensioni di una grossa fragola”? In realtà, è probabile che l’uomo sia stato colpito ai glutei da almeno 3 schegge di granata.

Salvatore Caruso (San Giuseppe Iato, 57 anni). Nel foglio di accettazione dell’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo, in data 1° maggio, leggiamo: “[…] Affetto da ferita d’arma da fuoco penetrante in cavità emitorace sinistro. […] Esame obiettivo: ferita come sopra da mitraglia, in corrispondenza dell’emiclaviare sinistra al terzo medio. Foro di uscita alla scapola sinistra, a 4 centimetri inferiormente all’angolo della spalla. […]  Nel verbale di perizia del 1° maggio, il dott. Martorana annota: “[…] Presenta una ferita di arma da fuoco a bordi introflessi (foro di entrata) al terzo spazio intercostale sinistro. Vasta enfisema. Altra lesione alla regione scapolare con forte enfisema (foro di uscita). […]”; e il 19 maggio: “[…] All’emitorace sinistro, in corrispondenza della emiclaviare, si nota una soluzione di continuo, di forma circolare, dal diametro di 1 centimetro circa. In corrispondenza della linea scapolare sinistra, si nota altra lesione di continuo, dal diametro di 1 centimetro circa, di forma circolare. […] Giudico che le due soluzioni di continuo, di cui sopra, costituiscono rispettivamente foro di uscita e foro di entrata di un proiettile di arma lunga da fuoco. […]”. Vi è contraddizione, tra le ultime due perizie, in rapporto ai fori di entrata e di uscita del proiettile.

Salvatore Renna (San Giuseppe Iato, 27 anni). Nel verbale di perizia del 1° maggio, il dott. Martorana annota: “[…] Presenta frattura apice malleolo piede destro. Giudico che detta lesione, che fu prodotta da arma da fuoco, potrà guarire entro dieci giorni da oggi, salvo complicanze. […]”; e il 23 maggio: “[…] Si osserva all’apice del malleolo del piede destro una cicatrice di forma circolare, dal diametro di circa 1 centimetro. Altra cicatrice, simile alla prima, notasi alla faccia anteriore della gamba destra, all’altezza del collo del piede. […] Giudico che le cicatrici, di cui sopra, costituiscono rispettivamente il foro di uscita e quello di entrata di un proiettile d’arma lunga da fuoco. […]”. Lesioni da scheggia?

Eleonora Moschetto (Piana degli Albanesi, 17 anni). Nel foglio di accettazione dell’Ospedale Civico e Benefratelli, in data 1° maggio, leggiamo: “[…] Affetta da ferita d’arma da fuoco alla spalla destra. In gravidanza al nono mese. Esame obiettivo: ferita come sopra con foro d’entrata alla regione sopra spinosa e foro di uscita alla regione deltoidea. […]”. Nel verbale di perizia del 1° maggio, il dott. Martorana annota: “[…] Presenta una lesione di continuo alla spalla destra a bordi introflessi. […] Giudico che la lesione sopra descritta fu dovuta a colpo di arma da fuoco. […]”; e il 13 maggio: “[…] Si nota quanto segue: al braccio sinistro due soluzioni di continuo, la prima a bordi introflessi dal diametro di circa 1 centimetro, la seconda a bordi estroflessi dal diametro di circa 120 millimetri. La prima sulla faccia anteriore del braccio al terzo superiore, mentre l’altra alla regione scapolare. […] Giudico che dette soluzioni sono state provocate da un proiettile di arma da fuoco lunga, e rappresentano rispettivamente il foro di entrata e quello di uscita del proiettile stesso. […]”. Da rilevare la contraddizione sulla spalla colpita: quella destra nei primi due rapporti, quella sinistra nel terzo. Nella primavera del 1967, Rosario Moschetto (padre di Eleonora e marito della vittima Margherita Clesceri), rievoca per la rivista L’Espresso la sua drammatica esperienza: […] “La mattina del 1° maggio ci avviammo verso Portella della Ginestra. Giunti nella piana, ci avvicinammo al podio dove si poteva sentire bene l’oratore che faceva propaganda. Io, tenendo mio figlio Vito per la mano, salii su una pietra. Quando mia moglie sentì i primi colpi, mi gridò: ‘È per la festa, è per la festa’. Ma mia figlia Eleonora (17 anni) mi afferrò per le spalle, dicendo: ‘Babbo, mi fa male il braccio, non so che ci ho.’ Niente si vedeva, solo una striscia nera sulla carne. A mia moglie Margherita, invece, ci vidi il sangue dalla bocca e cadde sulla pietra strappando la bandiera”. La “striscia nera” notata da Moschetto potrebbe essere stata provocata da una grossa scheggia di granata che ferisce di striscio il braccio di Eleonora. A questo proposito, Felice Chilanti racconta che, subito dopo la strage, vari testimoni notano sul sasso Barbato delle grosse macchie nere (cfr. il già citato volume Da Montelepre a Viterbo). Si tratta dell’alone della polvere da sparo, causato dall’impatto di una granata sulla pietra?

Giuseppe Muscarello (Piana degli Albanesi, 44 anni) si trova davanti al podio, assieme ai genitori. Nel verbale di perizia del 13 maggio, il dott. Martorana scrive: “[…] Si riscontra quanto appresso: al polpaccio della gamba sinistra si riscontrano due soluzioni di continuo di forma circolare dal diametro di 1 centimetro circa. La prima, cioè quella più prossima alla faccia anteriore, a bordi introflessi mentre la seconda a bordi estroflessi. Ciascuna dista dall’altra 6 centimetri circa e costituiscono rispettivamente foro d’entrata e foro di uscita di un proiettile di arma da fuoco, che interessò solo le parti molli del polpaccio. […]”; e nella relazione di perizia del 20 novembre 1947: “[…] Il Muscarello fu colpito da colpo di arma da fuoco. La guarigione avvenne entro un mese senza lasciare conseguenza. Il proiettile dovette essere quello di un comune fucile o di mitra, dal calibro medio abituale. Il colpo fu tirato a distanza e attraversò di striscio la faccia interna del piede. […]”. Da rilevare la contraddizione tra i due documenti: Muscarello è colpito al polpaccio sinistro o al piede? In realtà, è probabile che l’uomo sia stato colpito da 2 schegge al polpaccio della gamba sinistra e al piede sinistro.

Vincenza Spina (San Giuseppe Iato, 69 anni). Nel foglio di accettazione dell’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo, in data 1° maggio, leggiamo: “[…] Affetta da ferita d’arma da fuoco in cavità addominale. Esame obiettivo: ferita d’arma da fuoco con foro d’entrata alla regione epatica sotto l’arco costale e foro di uscita all’undicesimo spazio intercostale circa, lungo la paravertebrale destra. […] Diagnosi: ferita d’arma da fuoco a canale completo alla regione laterale emitorace destro. […]”. Nel verbale di perizia del 1° maggio, il dott. Martorana rileva: “[…] Una lesione di continuo di forma circolare a bordi introflessi, in corrispondenza della regione epatica sotto l’arco costale (foro di entrata). Altra lesione di continuo a bordi estroflessi in corrispondenza del terzo spazio intercostale (foro di uscita). Giudico che le lesioni sopra descritte sono state prodotte da arma da fuoco. […]”; e nella relazione di perizia del 28 agosto 1947: “[…] Presenta cicatrice di foro di entrata alla regione lombare di destra, all’altezza della quarta vertebra lombare e lungo il margine destro della doccia lombare. Il foro di uscita è stato nel torace posteriormente, all’altezza della settima costola lungo l’ascellare medio. Accusa dolori di testa e grande debolezza. L’esame radiologico della zona della lesione esclude l’esistenza di proiettile e di lesioni. […]”. Torneremo ad occuparci di Vincenza Spina nel quinto capitolo (Le perizie balistiche).

Zina Ricotta. Nella relazione di perizia del 28 agosto 1947, il dott. Martorana annota: “[…] Fu colpita da proiettile d’arma da fuoco e riportò ferita alla mano sinistra. […] All’esame obiettivo locale, si riscontra che al lato volare delle quattro ultime dita si ha una successione di strisce, l’una successiva all’altra. È evidente che sono state prodotte da un unico proiettile d’arma da fuoco. Le strisce sono le cicatrici che residuano alla scomparsa del processo suppurativo. […]”. Lesioni da scheggia?

Salvatore Marino (Piana degli Albanesi, 23 anni). Nel foglio di accettazione dell’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo, in data 1° maggio, leggiamo: “[…] Ferita d’arma da fuoco con foro d’entrata radice coscia sinistra regione anteriore e foro d’uscita regione ischiatica. […]”. Nel verbale di perizia del 13 maggio, il dott. Martorana annota: “[…] Si rileva in corrispondenza della radice della coscia sinistra, regione anteriore, una lesione di continuo di forma circolare della grandezza di una moneta di 1 centesimo fuori corso, a bordi fortemente arrossati. […] In corrispondenza della regione ischiatica sinistra, si nota una lesione di continuo di forma quasi ovoidale e più grande della prima. I bordi sono arrossati ed estroflessi. […] Giudizio: Da quanto sopra è stato rilevato, il Marino ha subito una ferita di arma da fuoco con foro di entrata alla radice della coscia sinistra, con foro di uscita alla regione ischiatica sinistra. […]”.

Gaetano Di Modica. Nel verbale di perizia del 27 giugno, il dott. Martorana rileva: “[…] Alla regione frontale, si nota una piccola cicatrice […] di forma ovoidale e lunga circa 1 centimetro. Giudizio: la cicatrice sopra descritta è stata prodotta dallo striscio di un proiettile di arma lunga da fuoco. […]”. La ferita di striscio di Di Modica è stata probabilmente provocata da una scheggia di granata.

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Le perizie medico – legali sui cadaveri e le autopsie

Oltre a Grifò, Di Salvo e Greco (già citati, deceduti rispettivamente 2 giorni, 40 giorni e 4 anni dopo la strage), a Portella della Ginestra si contano altri 9 morti.

Castrense Intravaia (San Giuseppe Iato, 20 anni) si trova davanti al palco, con il viso rivolto verso la Pizzuta e con il Kumeta alle spalle. Nel processo verbale di autopsia del 2 maggio, il dott. Martorana scrive: “[…] Sul cadavere in esame, si rilevano le seguenti lesioni prodotte da proiettile unico a pallottola appartenente ad arma automatica: alla regione acromiale dell’arto superiore sinistro e fuori, sul prolungamento della linea ascellare anteriore, si rileva una soluzione di continuo di forma allungata nei due terzi superiori e con asse lungo di circa 2 centimetri e dal diametro di circa 1 centimetro. […] La soluzione rappresenta il foro di entrata del proiettile. Il foro di uscita è situato nell’emitorace posteriore sinistro, e precisamente lungo la marginale interna della scapola, e circa 3 centimetri al di sotto dell’angolare della scapola. […]”. La relazione di perizia del 2 giugno, a firma Martorana e Bambino, rileva inoltre: “[…] La direzione del colpo, ricavata sulla vittima immaginata in posizione anatomica (eretta) al momento della esplosione del colpo, riesce dall’alto in basso e da sinistra verso destra; il feritore, pertanto, doveva occupare una posizione sopraelevata rispetto alla vittima. […]”.

Vincenza La Fata (San Giuseppe Iato, 9 anni) si trova sotto il palco. Nel processo verbale di autopsia del 3 maggio, i medici Martorana e Bambino annotano: “[…] Sul cadavere si rilevano le seguenti lesioni prodotte da proiettile unico di arma automatica: alla regione occipitale sinistra, in prossimità della regione mastoidea. Il cuoio capelluto presenta una soluzione traumatica a forma rotondeggiante ed un foro ovulare, la quale ha un diametro massimo di circa 8 millimetri nell’asse più lungo e una ampiezza di circa mezzo centimetro. Il cuoio capelluto è stato perforato a tutto spessore. […] Al sondaggio, la soluzione riesce penetrante in cavità cranica. Essa ha i caratteri del foro di entrata di proiettile unico a pallottola. […] Il foro di uscita del proiettile corrisponde alla glabella frontale e si estende dalla regione nasale a quella paraorbitaria sinistra (angolo interno). […]”. Nella relazione di perizia del 3 giugno, Martorana e Bambino scrivono: “[…] La direzione del colpo, ricavata sul corpo della vittima in posizione anatomica, riesce postero – anteriore e pressoché rettilinea. È possibile pertanto che, al momento in cui veniva colpita, la vittima si trovava in un atteggiamento atipico, nella vana speranza di trovare riparo ai colpi di arma da fuoco. […]”.

Giovanni Megna (Piana degli Albanesi, 18 anni). Dal processo verbale di autopsia del 2 maggio, a firma Martorana e Bambino, apprendiamo che “[…] Sul cadavere, si rilevano le seguenti lesioni prodotte da proiettile a pallottola: alla regione frontale, lato destro, e precisamente in prossimità dell’angolo esterno della zona sopraccigliare, si osserva una soluzione di continuo prodotta da proiettile d’arma da fuoco. La soluzione ha forma rotondeggiante, margini introflessi e un diametro di circa mezzo centimetro. […] Essa rappresenta il foro d’entrata del proiettile e risulta penetrante in cavità cranica. La soluzione non ha corrispondente foro di uscita. Si è avuta, pertanto, ritenzione del proiettile. Un’altra ferita a canale completo si rileva alla regione deltoidea destra (foro di entrata), sulla faccia latero – esterna dell’arto […], e con foro di uscita alla faccia interna del braccio, a circa 3 centimetri dal cavo ascellare destro. […]. Il proiettile è rimasto incuneato nei tessuti epicranici ed in corrispondenza dell’impianto del proiettile si nota un diffuso ematoma. Esso viene rimosso e consegnato all’autorità giudiziaria presente. […]”. Nella relazione di perizia del 2 giugno, i due sanitari annotano: “[…] Il proiettile repertato appare di calibro ridotto, di forma cilindro ogivale e di piccolo peso; inoltre, appare poco deformato dalle resistenze ossee incontrate. […] La direzione del colpo, rilevata sulla vittima immaginata in posizione anatomica (eretta), ha una obliquazione dall’alto in basso non molto appariscente, talché, a prima vista, il colpo apparirebbe diretto pressoché perpendicolarmente all’asse della superficie corporea della vittima, nel colpo che ha attinto alla regione cranica; mentre per il colpo al braccio destro, la traiettoria dall’alto in basso risulta più appariscente. […]”.

Margherita Clesceri (Piana degli Albanesi, 47 anni). Si trova dinanzi al palco, spostata un po’ a sinistra. Nel verbale di autopsia del 2 maggio, Martorana e Bambino annotano: “[…] Sul cadavere si rilevano le seguenti soluzioni traumatiche prodotte da proiettile unico di arma automatica: sulla superficie cutanea dell’emitorace posteriore sinistro, lungo la linea ascellare posteriore a circa 1 centimetro traverso dalla spina della scapola, si nota una soluzione di continuo a forma allungata con asse obliquo in basso e a destra. L’asse lungo misura circa 2 centimetri, mentre il diametro della soluzione è a circa mezzo centimetro. La soluzione ha i caratteri del foro di entrata del proiettile ed, al sondaggio, riesce penetrante in cavità toracica. Altra soluzione (foro di uscita) si rileva nell’emitorace anteriore destro, e precisamente lungo la linea ascellare anteriore nell’incrocio con il quarto spazio intercostale. Anche questa soluzione ha forma allungata ed asse obliquo, in basso e verso sinistra. Le dimensioni sono pressoché analoghe a quelle del foro di entrata, i margini apparentemente estroflessi. […]”. Nella relazione di perizia del 2 giugno, i due sanitari scrivono: “[…] Nel caso in esame, la lesione rilevata sul cadavere si presentava a ‘canale completo’ (foro d’entrata, tramite e foro di uscita) ed era stata prodotta da un proiettile unico a pallottola. Il proiettile, pertanto, ha dimostrato grande forza viva, tanto da superare le resistenze del bersaglio (frattura di costole) e fuoriuscire. […] Teoricamente, pertanto, il colpo che ha ucciso la Clesceri Margherita è partito da una distanza superiore ai metri 400. […] Non possiamo precisare le posizioni rispettive tra sparatore e vittima al momento del fatto delittuoso, ma dobbiamo limitarci a ricavare la direzione del colpo immaginando la vittima in posizione anatomica (eretta) al momento in cui il proiettile ha urtato contro il bersaglio. In tali condizioni, il colpo presenta una obliquità dall’alto in basso non molto sensibile ed appariscente, ed è diretto nettamente da sinistra a destra. La vittima, cioè, venne colpita di fianco. Risulta evidente, pertanto, che lo sparatore doveva occupare una posizione sopraelevata rispetto a quella della vittima. […] L’arma adoperata ha dovuto essere un’arma di grande potenza balistica (fucile o mitra da guerra). […]”.

Vito Allotta ( Piana degli Albanesi, 20 anni). Nel processo verbale di autopsia, in data 4 maggio, Martorana e Bambino scrivono: “[…] Sul cadavere si rilevano le seguenti ferite prodotte da proiettile unico a pallottola di arma automatica: alla regione sottoclavicolare destra, in corrispondenza del terzo medio esterno della clavicola, si nota una soluzione di continuo di forma rotondeggiante e dal diametro di circa 8 millimetri. La soluzione è circondata da un piccolo alone abraso ed ecchimotico dello spessore di pochi millimetri. Al sondaggio, riesce penetrante in cavità toracica. La soluzione descritta ha i caratteri del foro di entrata del proiettile. Il foro di uscita è situato nell’emitorace posteriore sinistro e precisamente lungo la linea marginale esterna della scapola, a circa 4 centimetri dall’angolo scapolare ed a 9 centimetri dalla linea paravertebrale. […]”. Nella relazione di perizia del 2 giugno, Martorana e Bambino annotano: “[…] I caratteri della lesione sono indubbiamente quelli di una lesione prodotta da proiettile unico a pallottola ed analoghi a quelli rilevati sui cadaveri di Megna Giovanni e Vicari Francesco, per i quali è stato ritrovato il proiettile. È possibile, pertanto, che le lesioni siano state tutte prodotte da armi dello stesso tipo e sicuramente di grande potenza balistica. […] In rapporto al corpo della vittima, immaginato in posizione anatomica (eretta) al momento del fatto delittuoso, il colpo appare diretto da destra a sinistra, con una evidente obliquità dall’alto in basso. È possibile anche che, al momento del delitto, la vittima si era stesa a terra, nella vana speranza di trovare riparo. […]”.

Francesco Vicari (Piana degli Albanesi, 23 anni). In data 2 maggio, nel processo verbale di autopsia, Martorana e Bambino scrivono: “[…] Sul cadavere si rileva: una soluzione di continuo prodotta da proiettile d’arma da fuoco, all’emitorace anteriore sinistro. La soluzione ha forma tendente a quella ovale, con asse obliquo in basso e lateralmente. Ha le dimensioni di un cece ed appare ricoperta da croste ematiche. […] La soluzione riesce a canale cieco: non si nota infatti la corrispondente soluzione di uscita, per cui si è avuta ritenzione del proiettile. […] Il proiettile repertato è stato consegnato all’autorità giudiziaria presente. […]”; e nella relazione di perizia del 2 giugno: “[…] Tenuto conto del tipo di proiettile repertato e del fatto che il proiettile non ha avuto forza viva sufficiente a superare le resistenze incontrate e fuoriuscire, è chiaro che, al momento in cui il proiettile è pervenuto sul bersaglio, doveva trovarsi pressoché al limite della sua traiettoria, avendo esaurito quasi completamente la sua forza viva iniziale. Le resistenze incontrate, infatti, sono state pressoché insignificanti, avendo il proiettile incontrato nella sua traiettoria organi esclusivamente parenchimatosi. Il proiettile repertato appare di calibro ridotto, ricoperto da metallo Maillechort (lega di nikel e rame elettrolitico), di forma cilindrica e di piccolo peso. A noi sembra identificabile in proiettile di tipo mitra. L’esame del perito tecnico – balistico potrà, comunque, meglio precisare le caratteristiche del proiettile e dell’arma adoperata. […] È chiaro che il proiettile è pervenuto sul bersaglio con una forza viva pressoché esaurita nelle scarse resistenze offerte da tessuti molli. Il colpo pertanto è partito da grande distanza, possibilmente da una zona intermedia tra quelle da noi indicate come zona di perforazione e di contusione (1000 metri circa). […] La direzione del colpo, ricavata sulla vittima immaginata in posizione anatomica (eretta), risulta antero – posteriore e dall’alto al basso. Lo sparatore, pertanto, doveva occupare una posizione sopraelevata rispetto alla vittima. […]”.

Giuseppe Di Maggio (San Giuseppe Iato, 12 anni). In data 3 maggio, nel processo verbale di autopsia, Martorana e Bambino scrivono: “[…] Sul cadavere in esame si rilevano le seguenti ferite prodotte da proiettile unico a pallottola di arma automatica: alla regione dell’ipocondrio destro, lungo la linea mammillare, circa 8 centimetri al di sotto della papilla mammaria destra, si nota una soluzione di continuo a forma rotondeggiante e dal diametro di circa mezzo centimetro. I margini della soluzione sono netti ed introflessi. I caratteri sono quelli del foro di entrata. Al sondaggio, la soluzione riesce penetrante in cavità toracica. Il foro di uscita è situato nell’emitorace posteriore sinistro, sul prolungamento della linea marginale interna della scapola. Quest’ultima soluzione ha forma leggermente allungata con asse lungo obliquo dall’alto in basso e da sinistra a destra. […]”; e nel rapporto di perizia del 2 giugno: “[…] In rapporto al corpo della vittima, immaginata in posizione anatomica (eretta), il colpo ha una netta direzione antero – posteriore, dall’alto in basso e da destra a sinistra. È presumibile, pertanto, che lo sparatore dovesse occupare una posizione sopraelevata rispetto alla vittima. […] Le lesioni rilevate sul cadavere sono state prodotte da un proiettile unico a pallottola. L’arma adoperata è stata un’arma di grande potenza balistica e presumibilmente un’arma lunga da tiro rigata. […]”.

Giorgio Cusenza (Piana degli Albanesi, 42 anni). Nel processo verbale di autopsia, in data 2 maggio, Martorana e Bambino scrivono: “[…] Sul cadavere in esame si rilevano le seguenti lesioni prodotte da proiettile unico a pallottola: alla regione della fascia sopraclavicolare destra, fuori dall’inserzione del collo, si nota una ferita d’arma da fuoco a forma rotondeggiante, a margini introflessi e dal diametro di circa 1 centimetro. La soluzione appare circondata da un alone ecchimotico dello spessore di pochi millimetri. Ha i caratteri del foro d’entrata del proiettile ed, al sondaggio, riesce comunicante con altra soluzione della stessa natura (foro d’uscita) situata nella zona simmetrica sinistra, ma un poco più in basso e lateralmente. […]”; e nella relazione di perizia del 2 giugno: “[…] È evidente che l’arma adoperata doveva essere un’arma di grande potenza balistica, tanto da consentire al proiettile una notevole forza di penetrazione. È difficile precisare il tipo di arma adoperata, basandosi esclusivamente su dati probativi, quali possono essere quelli ricavabili dalle misurazioni delle soluzioni traumatiche e dagli effetti lesivi causati dal proiettili. È certo però che le varie lesioni rilevate sulle vittime mostrano carattere di similitudine assai sensibili sia per tipo di lesioni, sia per traiettoria dei colpi. Non è improbabile, pertanto, che le armi adoperate siano state armi di tipo e calibro analoghi. A questo riguardo, riteniamo che l’esame peritale praticato dal tecnico – balistico sui pochi proiettili repertati nelle varie autopsie praticate, potrà fornire elementi di giudizio assai importanti. […] In rapporto all’asse del corpo della vittima immaginata in posizione anatomica (eretta), il colpo appare diretto da destra a sinistra, con una modica obliquità dall’alto in basso. Ciò lascerebbe presumere che la posizione dello sparatore doveva essere sopraelevata rispetto a quella della vittima. È possibile che tale direzione del colpo sia da mettere in relazione ad una particolare posizione della vittima al momento del fatto delittuoso. È possibile, cioè, che il Cusenza Giorgio si fosse steso a terra, nella vana speranza di trovare riparo ai colpi d’arma da fuoco. […]”.

Serafino Lascari (Piana degli Albanesi, 12 anni). Nel processo verbale di autopsia, in data 2 maggio, Martorana e Bambino annotano: “[…] Sul cadavere si rilevano le seguenti ferite prodotte da proiettile unico a pallottola di arma automatica: alla superficie antero – mediale del braccio destro, una ferita d’arma da fuoco a striscio, interessante per circa 3 centimetri i tegumenti comuni ad un terzo superiore dell’arto. Alla stessa altezza nell’emitorace destro si osserva una soluzione di continuo di forma rotondeggiante, dal diametro di circa mezzo centimetro. Detta soluzione è situata sulla linea ascellare anteriore, all’incontro con la quarta costola destra. Ha i caratteri del foro di entrata del proiettile e, al sondaggio, riesce penetrante in cavità toracica. Lo stesso proiettile che ha leso a striscio i tegumenti del braccio destro, pertanto, è successivamente penetrato in cavità toracica. Il foro di uscita del proiettile corrisponde all’emitorace sinistro, all’incrocio della linea ascellare anteriore con il quinto spazio intercostale. La soluzione di uscita ha forma allungata, con asse lungo di circa 1 centimetro e mezzo e parallelo all’asse costale, ed un’ampiezza massima di circa mezzo centimetro. […]”; e nella relazione di perizia del 2 giugno: “[…] È difficile precisare il tipo di proiettile che ha prodotto la lesione, ma questo risulta di tipo analogo a quelli repertati sui cadaveri del Megna Giovanni e del Vicari Francesco. Le soluzioni traumatiche, infatti, presentano caratteri analoghi di forma e di dimensioni. Il proiettile è stato lanciato, cioè, da un’arma di grande potenza balistica e sicuramente da un’arma da tiro rigata. […] Basandoci su dati teorici, si può stabilire che il colpo che ha ucciso il piccolo Lascari è partito da una distanza superiore ai 400 metri. […] Dobbiamo limitarci ad identificare la direzione del colpo ricavandola dalla posizione anatomica (eretta). In tali condizioni, il colpo si presenta con direzione pressoché rettilinea e con una assai modesta inclinazione dall’alto in basso. È verosimile, però, che tale rettilineità della traiettoria sia da identificare nel fatto che, al momento in cui la vittima veniva raggiunta dal proiettile, il ragazzo si era disteso a terra nel vano tentativo di trovare riparo ai colpi di arma da fuoco. In questo caso, è chiaro che lo sparatore doveva occupare una posizione sopraelevata rispetto alla vittima. […]”.

*

Le perizie balistiche

Vari documenti allegati al processo di Viterbo affrontano la questione dei bossoli, delle cartucce e dei caricatori rinvenuti sul luogo della strage nonché dei proiettili estratti dai cadaveri e dai feriti.

Dagli atti esaminati emerge quanto segue.

In un documento redatto dalla stazione dei carabinieri di San Giuseppe Iato in data 9 maggio 1947, il maresciallo capo Giovanni Calabrò e il carabiniere a piedi Giuseppe Criscioli scrivono: “[…] Riferiamo a chi di dovere che il 1° maggio corrente, recatici sul posto della strage (Portella della Ginestra), rinvenimmo 1 proiettile intriso di sangue per terra che, col presente processo verbale, viene repertato a disposizione dell’autorità giudiziaria. Noi maresciallo Calabrò riferiamo inoltre che la sera dello stesso giorno, fatto ritorno in San Giuseppe Iato, dal dott. Licari Giuseppe gli veniva consegnato 1 proiettile (il più piccolo dei 2 repertati) estratto dal medico alla nominata Spina Vincenza, di anni 61, di San Giuseppe Iato. […]”. È da rilevare che tale passo entra in contraddizione con le tre relazioni di perizia eseguite sulla donna (capitolo quarto, punto a). Secondo queste relazioni, infatti, Vincenza Spina non ritiene alcun proiettile, giacché è affetta da “[…] ferita d’arma da fuoco a canale completo alla regione laterale emitorace destro […]”. Vale inoltre notare che i due carabinieri non specificano il calibro dei due proiettili repertati. Di conseguenza, ignoriamo di che calibro sia il proiettile che colpisce Vincenza Spina. I due militi si limitano a dire che il proiettile estratto dalle carni della donna dal dott. Licari è “il più piccolo dei 2 repertati”.

In data 27 maggio 1947, in una lettera inviata dal direttore sanitario dell’Ospedale Civico di Palermo al Giudice Istruttore della Quinta Sezione Tribunale di Palermo (prot.: 1023), leggiamo: “Oggetto: Trasmissione copie cartelle cliniche. Con riferimento alla Sua richiesta del 19 corrente mese, Le rimetto le accluse copie di cartelle cliniche, relative ai feriti di Portella della Ginestra (Piana degli Albanesi) il 1° maggio c.a. Per i feriti ancora ricoverati, le copie delle cartelle cliniche sono state redatte allo stato presente. I proiettili estratti ai medesimi sono stati già inviati da tempo, con i relativi referti medici, alla Procura della Repubblica, sezione corpo del reato”.

In un documento inviato alla Procura del Tribunale di Palermo in data 16 giugno 1947 (titolo: Relazione di perizia balistica), il maggiore di artiglieria Antonio Purpura scrive: “[…] In data 30 maggio 1947 ho effettuato un sopralluogo nella zona di Portella della Ginestra (Piana degli Albanesi) allo scopo di stabilire, in base all’esame dei bossoli, cartucce e caricatori rinvenuti sul posto, ed in base alle tracce sul terreno delle pallottole lanciate, il tipo delle armi adoperate dai banditi che hanno sparato sulla folla il 1° maggio 1947, l’efficacia e la direzione del tiro. Dagli elementi acquisiti sul posto, e dall’esame del materiale del reperto fornitomi dal Tribunale di Palermo, è risultato quanto segue: 1) tipo delle armi relative ai caricatori, cartucce e bossoli rinvenuti: fucile mitragliatore Breda 30 cal. 6,5; fucile o moschetto mod. 91 cal. 6,5; moschetto automatico mitra Beretta cal. 9; carabina americana cal. 7,6 circa; fucile a ripetizione Enfield; fucile mitragliatore Bren. Per quanto le due prime armi adoperino le stesse cartucce, si arguisce che siano state adoperate entrambe dal fatto che, nel reperto, esistono i due diversi tipi di caricatori adoperati dalle due armi. Non si può stabilire se l’Enfield e il Bren sono stati adoperati entrambi, o uno solo dei due, in quanto non esistono nel reperto i due diversi tipi di caricatori, ma un solo bossolo del tipo adoperato da entrambe le parti. I bossoli delle cartucce cal. 9 esistenti nel reperto possono essere adoperati, oltre che dal moschetto automatico Beretta, anche da pistole in uso dello stesso calibro e con la stessa camera di scoppio. È da escludersi però l’uso della pistola, in quanto è difficile che i tiratori abbiano potuto pensare che la pistola potesse avere efficacia alla distanza in cui trovavasi il bersaglio dalle postazioni dei tiratori, e comunque dal posto in cui i bossoli stessi sono stati rinvenuti. Risulta in via ufficiosa, in quanto le nostre regolamentazioni non contemplano tale tipo di arma, che le cartucce 7,6 circa, di cui nel reperto esistono i bossoli ed una completa, sono dagli americani adoperate con la loro carabina. Quindi, stante tale notizia ufficiosa, si dovrebbe escludere l’uso di altro tipo di arma dello stesso calibro e dare per certo l’uso della carabina americana. 2) Sul posto, in un sasso sito a circa venti metri dal podio dal lato del Pelavet, è stata notata una traccia di proietto lanciato e schiacciato contro il sasso stesso. Data la forma e l’ubicazione del sasso, e la posizione in esso della traccia, si desume che il proietto è stato lanciato da un’arma posta a nord del podio. 3) In seguito a tipi di prova effettuati sul posto in presenza mia, delle autorità giudiziarie e dei carabinieri con armi portatili postate sulle pendici del Pelavet, e precisamente sul luogo ove sono stati rinvenuti caricatori, bossoli e cartucce, su bersagli posti accanto e sopra il podio, sono stati notati su diversi sassi siti lungo la direttrice di tiro, a monte e a valle del podio, quattro tracce di proietti schiacciatisi contro i sassi stessi della stessa natura di quelle precedenti. 4) Tutte le armi elencate al n. 1 hanno sicuramente efficacia alla distanza di 530 metri, che intercorre tra il luogo ove sono stati rinvenuti i relativi caricatori, bossoli e cartucce e il podio, specie trattandosi di un bersaglio di considerevoli dimensioni quale la folla compatta di spettatori raccolti il 1° maggio attorno al podio. Con l’occasione, si fanno presenti le differenze riscontrate tra quanto segnato nel reperto e quanto materialmente rinvenuto dentro in seguito ad apertura del pacco: bossoli per armi 91 sparati: n. 128 e non 129; bossoli per armi 91 con la capsula non percossa: n. 1; bossoli per carabina americana: n. 52 anziché 51; cartucce di nazionalità inglese, e non tedesca: n. 1. Firmato: i periti Purpura Antonio (maggiore di artiglieria) e Gaudesi Natale (maresciallo capo/capo armaiuolo). […]”. Risulta interessante che i due periti escludano che i proiettili cal. 9 siano stati esplosi da pistole, a conferma dell’ipotesi che a sparare i proiettili cal. 9 utilizzando un mitra Beretta siano stati Salvatore Ferreri e i fratelli Pianello.

In un documento inviato al Tribunale di Palermo in data 26 giugno 1947 (titolo: Perizia balistica relativa al processo di Portella della Ginestra, cfr. Cav, cartella 1, foglio 164), il maggiore Purpura annota: “In base ai quesiti posti da codesto tribunale, il sottoscritto avrebbe dovuto esaminare, tra l’altro, dei proiettili estratti dai cadaveri e dai feriti di Portella della Ginestra. Però, nel materiale repertato messo a disposizione del sottoscritto, non si sono notate pallottole che risultassero tali. Si prega pertanto volere cortesemente fornire chiarimenti in merito e, se le pallottole di cui trattasi trovansi custodite a parte presso codesto Tribunale, metterle a disposizione del sottoscritto perché possa esaminarle e completare così la sua relazione di perizia balistica. Firmato: il perito maggiore di artiglieria Purpura Antonio”. Con tutta evidenza, la richiesta di Purpura è subito esaudita. In una annotazione a mano aggiunta in calce al documento, leggiamo infatti: “A) 26 giugno 1947. Consegnati al maresciallo Gaudesi: 1 reperto contenente 2 proiettili; 1 reperto contenente 1 proiettile; 1 reperto contenente 1 proiettile”. Rimane comunque il mistero sulle “pallottole che non risultano tali” estratte dai feriti e dai cadaveri e consegnate al maggiore Purpura. Per quale motivo non è redatta nessuna perizia su queste? Si tratta forse delle numerose schegge di granata estratte dai feriti?

I 3 reperti (contenenti complessivamente 4 proiettili, a cui si accenna nell’annotazione a mano del punto precedente) costituiscono il tema della Relazione di perizia balistica redatta da Purpura e Gaudesi in data 1° luglio 1947 e inviata alla Procura del Tribunale di Palermo. Vi leggiamo: “[…] Seguito relazione del 16 giugno 1947. Esaminato il materiale reperto, richiesto dal sottoscritto con lettera del 16 giugno 1947, è risultato quanto segue: 1) delle 2 pallottole contenute nel reperto n. 1, una è del cal. 6,5, impiegabile indifferentemente e solamente col fucile mitragliatore Breda 30, col fucile o moschetto mod. 91. Nel caso specifico, non si può stabilire con quale delle suddette armi [la pallottola] è stata lanciata, non essendo in possesso del relativo caricatore che differenzia l’uso dei due tipi di arma da fuoco. L’altra pallottola è del cal. 9, impiegabile solamente col moschetto automatico mitra Beretta, se si esclude nel caso specifico, per motivi esposti nella precedente relazione, l’uso di pistole dello stesso calibro e con la stessa camera di scoppio del mitra Beretta; 2) la pallottola contenuta nel reperto n. 2 è del cal. 9 impiegato normalmente colle pistole Glisenti. È stato provato, però, che la stessa pallottola con relativo bossolo può essere efficacemente impiegata anche col moschetto automatico mitra Beretta, che ha lo stesso calibro e la stessa camera di scoppio della predetta pistola; 3) la pallottola contenuta nel reperto n. 3 è del cal. 9, impiegabile solamente col mitra Beretta, sempre escludendo nel caso specifico l’uso di pistole dello stesso calibro, come detto sopra. […]”. È anzitutto da rilevare che Purpura e Gaudesi non specificano da quali cadaveri o feriti provengano i proiettili esaminati. Le 2 pallottole del reperto 1 (una di calibro 6,5 e l’altra di calibro 9) sono probabilmente i 2 proiettili di cui scrivono in data 9 maggio i carabinieri Calabrò e Criscioli. Possiamo ipotizzare che la già citata Vincenza Spina sia stata colpita da un proiettile cal. 9, definito dai due militi “il più piccolo dei due repertati”. La pallottola cal. 9, infatti, è più tozza e corta rispetto ad un proiettile cal. 6,5 (di forma più affusolata e lunga). I 2 proiettili cal. 9 contenuti nei reperti 2 e 3 sono probabilmente quelli estratti dai cadaveri di Giovanni Megna e di Francesco Vicari.

Appare sconcertante il comportamento dell’autorità giudiziaria, dei medici e dei periti balistici. In sintesi, abbiamo appurato le seguenti circostanze: a) dai cadaveri di Giovanni Megna e a Francesco Vicari sono estratti 2 proiettili che sono consegnati alle autorità giudiziarie presenti alle autopsie. Ma il rapporto del dott. Martorana non ne specifica il calibro; b) i carabinieri Calabrò e Criscioli rinvengono a Portella, il 1° maggio, un proiettile intriso di sangue, mentre il giorno stesso a Calabrò è consegnato dal dott. Licari un altro proiettile estratto dalle carni di uno dei feriti, Vincenza Spina. Ma nel rapporto del 9 maggio, i due militi non specificano il calibro delle 2 pallottole; c) in data 26 giugno, il maggiore Purpura si lamenta con gli inquirenti del fatto che “nel materiale reperto messo a disposizione del sottoscritto non si sono notate pallottole che risultassero tali”, ma non specifica che tipo di materiale gli sia stato consegnato; d) Infine, in data 1° luglio, i periti balistici Purpura e Gaudesi esaminano 4 proiettili (1 cal. 6,5 e 3 cal. 9), ma non specificano da quali feriti o cadaveri siano stati estratti.

In ogni modo, siamo in grado di affermare che una vittima (Provvidenza Greco) e un ferito (Francesco La Puma) sono stati sicuramente colpiti da proiettili cal. 9, mentre è probabile che anche un altro ferito (Vincenza Spina) e altre due vittime (Giovanni Megna e Francesco Vicari) siano stati raggiunti da proiettili cal. 9.

Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino

NB: i documenti citati in questo post sono tutti consultabili, in copia cartacea degli originali, presso i locali dell’Archivio Casarrubea di Partinico (Palermo).


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Informazioni su casarrubea

Ricercatore storico. E' impegnato da anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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8 risposte a Portella della Ginestra: documenti su una strage

  1. Pingback: Portella della Ginestra: documenti su una strage | Politica Italiana

  2. domnico ricotta ha detto:

    vorreie sapere.in quello periodo.a portell della ginestra

    chera un marecialo dei vigelle urbanidi san giuseppe iato

    il suo nome era bernardo ricotta il sindaco era comunista

    biagio don vicenzo canzoneri.del partito comunista di san giuseppe iato questa era una cosa que volevo specificare

    e que solo miom zio e andato contro quei diciamo banditti

    grazie per questa oportunita

  3. Pingback: Kataweb.it - Blog - I Care » Blog Archive » Le stragi del ‘92 e del ‘93

  4. nicolò canzoneri ha detto:

    a domenico ricotta chiarisco:
    il sindaco di san giuseppe jato era biagio ferrara ed il segretario del partito comunista era vincenzo canzoneri

  5. ottimo blog…complimenti

  6. mariella ha detto:

    Ci sono stata a Portella della Ginestra. Era una bellissima giornata di agosto,ero in vacanza e il nome del posto era evocativo per me. Non c’era nessuno. Solo quei sassi che riproducevano il luogo e la posizione delle persone uccise. Una tristezza infinita. Ho ripercorso la festa, i canti, il cibo e il vino e poi gli spari, il corri corri una volta capito che non si trattava di petardi, i bimbi che non capiscono, le urla, la morte. Pensavo di trovare altra gente lì, non per soddisfare una bieca curiosità,ma per capire, vedere un pezzo della nostra Storia. Solo sassi, nomi, in compagnia di nessuno.

    • casarrubea ha detto:

      Belli questi tuoi pensieri. I migliori monenti del mio ritrovarmi a Portella sono quelli in cui non c’è nessuno. Allora sei a contatto con la storia, se in qualche modo già la conosci. Portella è un luogo sacro che ci ricorda le prime lotte del mondo del lavoro, il grande medico socialista e anarchico Nicolò Barbato, la nascita del movimento contadino, la repressione dei fasci dei lavoratori. E’ il simbolo vivente della repressione attuale dello Stato che ignora ancora le vittime. Grazie per questi tuoi pensieri.

  7. Filadelfio Nascone ha detto:

    grazie di questo blog, per una persona che ha fame di sapere per un eccidio quando io non ero ancora nato ma che sentivo parlare del bandito giuliano io sono un siciliano

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