Orda nera: 22 giugno ’47 (doc.I-A)

Partinico-la-sede-del-pci-dopo-l'assalto terroristico

“Bombe contro le sedi dei partiti di sinistra a Partinico. Di notte e senza vittime” (Giulio Andreotti, 1947, L’anno delle grandi svolte nel diario di un protagonista, 23 giugno, Milano, Rizzoli, 2005, p. 101)

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Estratti dalla sentenza di Appello – Roma, 1956

sugli esecutori delle stragi del 1° maggio e 22 giugno 1947

banda Giuliano al processo di Viterbo

[...] il 9 luglio 1947, in esecuzione di man­dati di cattura, emanati rispettivamente in data 12 marzo, 7 e 19 maggio 1947 dalla Sezione Istruttoria di Palermo per correità in sequestri di persona e rapine, tra cui – come si è visto (v. n. 5, b) – il sequestro e la rapina in danno del possidente Di Lorenzo Giuseppe da S. Giusep­pe Jato, venne tratto in arresto Di Lorenzo Giuseppe fu Antonino, bracciante, da Montelepre, inteso “Peppe di Flavia”, il quale interrogato in data 16 luglio 1947 dai m.lli Lo Bianco e Calandra, pur negando ogni sua partecipazione ai fatti di Portella della Ginestra, confessò di aver preso parte all’attentato contro la sede del Partito comunista di Carini.

Egli dichiarò (L, 142 e segg.) che, dimesso il 18 feb­braio 1947 dalle carceri di Palermo dove trovavasi da circa un anno essendo stato arrestato, per i noti fatti dell’Evis, quale gregario della banda Giuliano si era trasferito, per allontanarsi dall’ambiente, a Guardistal­la di Pisa, presso il cugino Giacopelli Salvatore che con­duceva in affitto il podere “Casal Testa” e l’aveva assun­to quale bovaro; senonché, affetto da ulcera gastrica, non aveva retto alla fatica, e dopo il 1° maggio 1947 aveva fatto ritorno a Montelepre col programma di attivare un commercio di olio di oliva tra la Sicilia ed il continente. Ma avendo appreso che pendeva contro di lui un mandato di cattura, aveva creduto prudente rimanersene rifugiato a Montelepre. Così, la sera del 20 Giugno 1947, verso le 21,30, mentre stava in casa della suocera, aveva ricevuto la visita dei banditi Cucinella Giuseppe, inteso “Porrazzolo”, e Sciortino Pasquale, inteso “Pino”, che lo avevano invitato ad intervenire ad una riunione che si sarebbe tenuta subito dopo a “Belvedere – Testa di Corsa”, località appena fuori dell’abitato. Vi era andato anche per curiosare e vi aveva trovato i seguenti banditi che cono­sceva come i più fedeli gregari di Giuliano: Passatempo Salvatore, Passatempo Giuseppe, Candela Rosario inteso “Cacagrosso”, Pisciotta Francesco inteso “Mpompo”, Taormina Angelo inteso “Vito u pagliusu”, Mannino Frank inteso “Lampo”, Cucinella Antonino, Terranova Antonino inteso “Cacaova”; nonché i seguenti al­tri giovani che riteneva incensurati: Pianello Giuseppe, Pianello Filippo (Fedele), Mazzola Federico cognato del Terranova, certo Totò inteso “Rizzo”.

Poco dopo erano venuti Sciortino Pasquale e Cucinella Giuseppe, il quale ultimo aveva annunziato l’arrivo di Vincenzino, figlio di “Filippeddu”, e di Ciccio Sapienza, figlio dello “Zu Jachino”. Difatti altri giovani erano sopraggiunti che egli non aveva riconosciuti; quindi, lo Sciortino aveva preso la parola per invitarli a continua­re la lotta contro il comunismo intrapresa dal cognato Giuliano (il 24 aprile lo Sciortino aveva sposato Giulia­no Marianna) perché, se i comunisti avessero avuto il sopravvento, sarebbero stati tutti rovinati, specialmente essi monteleprini: i comunisti avevano lacerato a Palermo la bandiera separatista; occorreva distruggere tutte le sedi del loro partito nella zona d’influenza della banda per indurre gli avversari del comunismo a fare altrettanto nel­le altre province. Dette queste parole aveva sciolto la riunione, avvertendo che al momento opportuno ognuno a­vrebbe ricevuto gli ordini e le armi per agire.

In quel luogo stesso era stato avvicinato da Terranova Antonino che l’aveva invitato a trovarsi la sera della domenica successiva, 22 giugno, alle ore 21, a “Piano Gallina”. Temendo le rappresaglie del Giuliano, che sapeva inesorabile in simili casi, non aveva avuto il coraggio di rifiutare, neanche adducendo la sua malattia, ed aveva ac­cettato. All’appuntamento aveva trovato Terranova Antoni­no “Cacaova” e Passatempo Giuseppe, entrambi armati di mitra; dopo di lui erano giunti Mannino Frank., Taormina Angelo, Candela Rosario, armati il primo di moschetto mod. 91, gli altri di pistola. Il Taormina aveva dato anche a lui una pistola a tamburo e tutti insieme, guidati dal Terranova e dal Passatempo, attraverso le campagne, era­no giunti verso le ore 22,30 alla periferia di Carini, in un vigneto, dove erano ad attenderli due amici del luogo a lui sconosciuti, che con Terranova Antonino, Passatempo Giuseppe e Mannino Frank avevano proseguito verso l’abi­tato. Il Candela, il Taormina e lui erano rimasti ad attenderli nel vigneto e poco dopo avevano udito esplosioni di bomba a mano e raffiche di mitra. Esaurita l’azione, il Terranova, il Passatempo ed il Mannino avevano fatto sol­lecito ritorno e tutti insieme avevano ripreso la via di Montelepre. Lungo la strada, parlando della rappresaglia compiuta, il Terranova ed il Passatempo avevano detto che la porta della sezione del Partito comunista era chiusa e ne avevano provocato l’incendio cospargendola di benzina, procurata loro dai due carinesi, ed appiccandovi il fuoco mediante esplosione di una bomba a mano; quindi, allonta­nandosi avevano lanciato dei manifestini a firma del Giuliano. A queste parole il Mannino traendo alcuni manife­stini dalle tasche della giacca, aveva espresso il ramma­rico di non aver fatto in tempo a lanciarli anche lui.

Disse pure il Di Lorenzo di non aver avuto alcun com­penso per tale suo concorso criminoso ed aggiunse che conosceva bene sia Cucinella Giuseppe, che Sciortino Pasquale per aver partecipato con loro ai moti dell’Evis.

Va notato che gli investigatori mostrarono anche al Di Lorenzo alcune fotografie, precisamente: la fotografia di Salvatore Giuliano ritratto a cavallo e quelle di Sciorti­no Pasquale, di Candela Rosario, di Cucinella Antonino, di Cucinella Giuseppe, di Mannino Frank, di Pisciotta Francesco, di Terranova Antonino, di Passatempo Salvatore e di Passatempo Giuseppe, apposte nelle rispettive carte di identità, ed egli, osservatele, riconobbe in esse, perfet­tamente, le persone nominate.

[...]

I. Musso Gioacchino interrogato dai carabinieri il 22 agosto (L, 115‑122), confessò subito la sua parteci­pazione ai fatti di Portella della Ginestra ed all’attacco contro la sede della sezione comunista di S. Giuseppe Jato.

Invero egli dichiarò: a) che una sera, verso la fine di aprile, in Monte­lepre, il suo conoscente Terranova Antonino di Salvato­re, “u figghiu du miricanu”, l’aveva avvicinato in via Castrense Di Bella per dirgli che l’indomani il Giulia­no li attendeva a Cippi dove aveva indetto una riunione; non volendo compromettersi, aveva cercato di declinare l’invito ma, alle insistenze del Terranova, il quale chiaramente gli disse che per salvare la vita avrebbe dovuto obbedire, nel timore di sicure rappresaglie, a­veva accettato; così la mattina dopo, verso le 8, il Terranova era andato a rilevarlo a casa ed insieme si erano diretti a Cippi una collina sita a circa due km. dal cimitero del paese; b) che sulla sommità del colle erano riuniti diver­si individui, molti dei quali armati di mitra e moschet­ti, altri apparentemente inermi; egli non ne conosceva alcuno, avendo risieduto sempre con la famiglia a Partinico e trovandosi solo da poco tempo a Montelepre in ca­sa della nonna materna Lino Rosalia; ma il Terranova glieli ­aveva indicati uno per uno ed aveva saputo che essi erano: Giuliano Salvatore, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Taormina Angelo, Pisciotta Gaspare, Terranova Antonino “Cacaova”, Cucinella Giuseppe, Cucinella An­tonino, Passatempo Salvatore, Passatempo Giuseppe, Genovese Giovanni, Genovese Giuseppe, Badalamenti Francresco Pretti Domenico, Sapienza Giusepe, Sapienza Vincenzo, Passatempo Francesco, Tinervia Francesco, Tinervia Giuseppe, Russo Giovanni, Cristiano Giuseppe, Badalamenti Nunzio, Gaglio Francesco “Reversino”, Buffa Antonino, Buffa Vincenzo; costoro non erano tutti presenti al loro arrivo, alcuni erano venuti dopo e non sapeva dire chi vi fosse già e chi vi fosse giunto successivamente, come non poteva affatto escludere la presenza anche di altri; c) che nella mattinata Taormina Angelo, inteso “Pa­gliusu’’, aveva portato varie armi a dorso di una mula di manto morello; e verso mezzogiorno, per ordine del Giu­liano, Genovese Giuseppe era andato a prendere nella vi­cina mandria una brocca d’acqua, dieci grossi pani ed una forma di cacio, distribuendone a tutti dopo aver ta­gliato a fette il pane ed il formaggio; sull’imbrunire ­Giuliano Salvatore li aveva riuniti, aveva detto loro che dovevano recarsi a Portella Ginestra e sparare con­tro i comunisti che si sarebbero riuniti colà il matti­no seguente; quindi aveva distribuito i moschetti e le cartucce a chi non aveva armi: a Badalamenti Francesco aveva dato da portare a spalla un fucile mitragliatore ed a lui una cassettina contenente le munizioni per detto fucile; d) che verso le 21 il Giuliano aveva dato l’ordine di partire a piccoli gruppi: egli insieme con Badalamen­ti Francesco era nel gruppo di testa formato dal Giuliano, da Genovese Giiovanni e da Pisciotta Gaspare; gli altri gruppi seguivano a debita distanza; percorrendo montagne che non conosceva erano giunti nella località designata mentre albeggiava; sistemato il fucile mitra­gliatore su di una roccia e fattavi collocare la cas­setta delle munizioni accanto, il Giuliano si era al­lontanato lasciando Badalamenti Francesco a guardia del fucile ed ordinando a lui di sedersi dietro una roc­cia, a circa 100 metri di distanza, posizione dalla qua­le non vedeva il pianoro sottostante; e) che trascorso un quarto d’ora egli aveva veduto il Giuliano tornare e collocarsi vicino il fucile mitragliatore; quindi dopo un’attesa di circa tre ore aveva inteso sparare raffiche di fucile mitragliatore e di mi­tra, seguite da diversi colpi di moschetto, ed aveva u­dito grida di soccorso da parte di uomini e di donne; f) che, cessato il fuoco, la cui durata era stata di pochi minuti, il Giuliano aveva dato ordine di ripie­gare in direzione della stessa strada dalla quale erano venuti: Badalamenti Francesco col fucile mitragliatore sulle spalle ed egli con la cassetta contenente i cari­catori vuoti si erano messi in cammino; percorsi circa due km. il capo bandito, fattagli deporre la cassetta a terra, gli aveva rivolto le seguenti parole: “vattene a casa e se ti incontra qualcuno non dire che sei stato a Portella della Ginestra, diversamente verrò a trovar­ti fino a casa tua e ti sparerò per come sparai a tuo zio Spica Giovanni che non volle fornirmi la farina per me e per i miei uomini” (v. n. 5/a); terrorizzato dal ricordo di questo fatto si era allontanato di corsa e dopo circa mezz’ora o poco più, poiché per lo spaven­to correva e tremava, aveva raggiunto Ponte Sagana e di lì nelle prime ore del pomeriggio Montelepre; a casa a­veva raccontato l’accaduto alla nonna, e costei, impre­cando contro il Giuliano aveva detto: gran disgraziato non gli bastò che rovinò la prima volta la nostra casa”; g) che, la sera in cui si celebrava in paese la festa di S. Antonio, Mannino Frank, fermatolo per via, gli ave­va ordinato di seguirlo; per timore di rappresaglie, a­veva obbedito ed il Mannino l’aveva condotto in locali­tà “Sassana”, nei pressi di “Testa di Corsa”, dentro una stalla dove già si trovavano Terranova Antonino “U figghiu du miricanu” e i fratelli Buffa Vincenzo e Anto­nino; il Mannino si era allontanato e poco dopo erano venuti Pisciotta Francesco, Pisciotta Gaspare ed un giovane che gli altri chiamavano “Pinuzzo Sciortino”; riteneva che fosse tornato anche il Mannino, ma non poteva dirlo con assoluta certezza; ricordava che lo Sciortino, Pisciotta Gaspare e Pisciotta Francesco erano armati di mitra e ciascuno portava anche un piccolo tascapane, mentre non poteva dire se il Terranova e i due fratelli Buffa fossero armati, egli era inerme; h) che lo Sciortino, il quale gli parve funzionasse da capo, aveva ordinato la partenza per S. Giuseppe Jato e giunti ad una curva del tratto stradale Montelepre – Partinico, sita a cento metri dal bivio di Giardinello, avevano trovato ad attenderli un giovane a lui sconosciuto che custodiva un camioncino; Pisciotta Gaspare si e­ra messo alla guida, lo Sciortino gli si era seduto ac­canto e gli altri avevano preso posto dentro ad eccezio­ne del giovane sconosciuto, che era stato rimandato a Mon­telepre; arrivati alla periferia di S. Giuseppe Jato era­no discesi: rimasto il Terranova a guardia dell’automez­zo, essi avevano proseguito per l’abitato dove lo Scior­tino, lasciandolo all’angolo di una via comunicante con il corso principale, gli aveva dato incarico di segnala­re l’eventuale presenza di carabinieri e similmente aveva fatto con i fratelli Buffa; stando così di guardia aveva inteso poco dopo esplosioni di bombe a mano, raffiche di mitra e grida di persone provenienti dal Corso principale; quindi erano ripassati di corsa i tre bandit­i, sparando raffiche di mitra a scopo d’intimidazione e ad essi si erano accodati lui e i due Buffa; presa la via del ritorno, lo Sciortino era sceso alla periferia di S. Cipirrello, davanti al magazzino del consorzio, mentre essi, ricondotti in camioncino fino a Ponte Nocilla, avevano proseguito a piedi per Montelepre; Pisciotta Gaspare era rimasto sull’automezzo, Pisciotta Francesco si era accompagnato a loro fino alla periferia dell’abitato e, per via, li aveva informati, avvertendoli di non dire nulla ad alcuno sotto minaccia di gravi rappresaglie, dell’azione portata a compimento contro la sezione del Partito comunista a S. Giuseppe Jato. [...]

Su tali particolari e su tali circostanze si avrà motivo di indugiare più avanti, ma è d’uopo ora notare quanto il Mazzola disse ai carabinieri in correlazione ai fatti di Portella della Ginestra, pur negando la propria partecipazione ai fatti stessi, egli dichiarò [...]; c) che il giorno precedente a tale riunione, stando col gregge in contrada “Fontanazze”, aveva veduto Sciortino Pasquale e Cucinella Giuseppe seduti insieme su di una pietra nei pressi di un casale diroccato; lo Sciortino aveva seco un voluminoso fascio di carte e gli aveva detto che erano dei manifesti per la propaganda contro i comunisti; due giorni dopo Sciortino Pasquale e Badalamenti Giuseppe si erano presentati da lui a ritirare sei milioni di lire circa, che il Giuliano gli aveva dato in consegna con il consueto incarico di custodirli, dichiarando che occorrevano per acquisto di armi e per dare un premio ai nuovi arruolati nella banda [...].

In esito alle risultanze della istruttoria formale, con sentenza 17 Ottobre 1948, la Sezione istruttoria presso la Corte di Appello di Palermo ordinò il rinvio a giudizio dinanzi alla Corte di Assise di Palermo degli imputati: 1. Giuliano Salvatore di Salvatore e di Lombardo Maria, nato a Montelepre il 20.11.1922, latitante [...] 25. Sciortino Pasquale fu Giuseppe e di Micciché Nunzia, nato a S. Cipirrello il 10.10.1923, inteso “Pino”, latitante [...].

per rispondere tutti, ad eccezione del 16°, 37°, 38°, (cioè di Di Lorenzo Giuseppe, Candela Vito e Cucchiara Pietro)

A. del delitto di cui all’art. 2 cap. Decreto Legge Luogotenenziale 10.5.1945 n. 234 per aver partecipato ad una banda armata con l’aggravante per il 1° della ipotesi di cui alla parte prima dell’articolo stesso per esserne stato il promotore ed il capo;

B. del delitto di cui all’art. 3 Decreto Legge Luogotenenziale 10.5.1945 n. 234 per avere abusivamente detenuto armi e munizioni da guerra (mitra e moschetti) dopo la scadenza del termine stabilito dalla Autorità per la consegna.

Accertati in Portella della Ginestra il 1° maggio 1947.

C. del delitto di cui all’art. 422 c. p. per avere in correità fra loro, al fine di uccidere, esploso diverse colpi di armi automatiche sulla folla convenuta il 1° maggio 1947 in contrada Portella della Ginestra di Piana degli Albanesi, ponendo in pericolo la pubblica incolumità e cagionando la morte di:

1. Megna Giovanni di Giuseppe di anni 18, da Piana degli Albanesi­; 2. Allotta Vito di Filippo, di anni 19, da Piana degli Albanesi; 3. La Fata Vincenzo di Salvatore, di anni 4, da Piana degli Albanesi; 4. Grifò Giovanni di Giovanni, di anni 12, da Piana degli Albanesi; 5. Di maggio Giuseppe di Lorenzo, di anni 12, da Piana degli Albanesi; 6. Vicari Francesco di Giorgio da Piana degli Albanesi; 7. Intravaia Costanza di Giuseppe da Piana degli Albanesi; 8. Cosenza Giorgio di Giuseppe da Piana degli Albanesi; 9. Clesceri Margherita di Giuseppe da Piana degli Albanesi; 10. Lascari Serafino di Paolo da Piana degli Albanesi; 11. Di Salvo Filippo fu Giuseppe da Piana degli Albanesi; nonché lesioni personali a: 1. Caldarella Giorgio fu Serafino, guarite in giorni 30 con residuale indebolimento permanente della funzionalità dello arto inferiore destro; 2. Mileto Giorgio fu Benedetto, guarite in gg. 28; 3. Palumbo Antonino fu Calogero, guarite in gg. 10; 4. Invernale Salvatore fu Onofrio, guarite in gg. 45; 5. La Puma Francesco di Antonino, guarite in gg. 60; 6. Petta Darniano di Giuseppe, guarite in gg. 22; 7. Caruso Salvatore produttiva di malattia probabilmente insanabile; 8. Muscarello Giuseppe fu Giovanni guarite in gg.30; 9. Moschetto Eleonora di Rosario, guarite in gg. 10; 10. Marino Salvatore di Giuliano, guarite in gg. 28; 11. Di Corrado Alfonso di Salvatore, guarite in gg. 30; 12. Fratello Giuseppe fu Calogero, guarite in gg. 50; 13. Schirò Pietro fu Giuseppe, guarite in gg. 57; 14. Greco Provvidenza di Salvatore, produttive di malattia insanabile con residuale indebolimento dell’organo della vista e della parola articolata; 15. La Rocca Cristina di Vincenzo, guarite in gg. 30; 16. Italiano Marco fu Giov. Battista, guarite in gg. 40; 17. Vicari Maria di Mariano, guarite in gg. 50; 18. Renna Salvatore di Francesco, guarite in gg. 90; 19. Caldarera Maria fu Filippo, guarite in gg. 60; 20. Fortuna Ettore d’ignoti, guarite in gg. l20; 21, Spina Vincenzo di Vincenzo, guarite in gg. 40; 22. Parrino Giuseppe fu Giorgio, guarite in gg. 22; 23. Pardo Gaspare di Girolamo, guarite in gg. 10; 24. Caiola Antonina fu Domenico, guarite in gg. 45; 25. Ricotta Castrenza, guarite in gg. 25; 26. Di Lorenzo Francesca, guarite in gg. 40; 27. Di Modica Gaetano, guarite in gg. l5. In contrada Portella della Ginestra di Piana degli Albanesi alle ore 10 circa del 1° maggio 1947 [...]

il 10°, 11°, 13°, 24°, 25° 28° 29°:

M. del delitto di cui all’art. 426 u. p., 2ª ipotesi, cp, per aver al fine di uccidere, mediante lancio di bombe a mano ed esplosione di colpi di arma da fuoco contro la sezione del Partito comunista di S. Giuseppe Jato, la sera del 2 giugno 1947, compiuto atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità;

il 25° (Sciortino Pasquale):

N. del delitto di cui agli artt. 56, 575 cp per aver la sera del 22 giugno 1947, in S. Giuseppe Jato, irnmediatamente dopo la esecuzione del delitto di cui sopra, compiuto atti idonei diretti a cagionare la morte di Rizzo Benedetta, esplodendo contro di lei un colpo di mitra, producendole una lesione personale guarita in giorni 10;

il 21° (Passatempo Salvatore):

O. del delitto di cui all’art. 42 pp cp per avere, al fine di uccidere, mediante lancio di bombe a mano ed esplosione di raffiche di mitra contro la sezione del Partito comunista di Partinico, ponendo in pericolo la pubblica incolumità, cagionato la morte di: 1. Casarrubea Giuseppe fu Giuseppe; 2. Lo Iacono Vincenzo di Francesco; e lesioni personali a: 1. Patti Salvatore, guarite in mesi quattro con residuale indebolimento permamente dell’arto superiore sinistro; 2. Addamo Leonardo, guarite in mesi quattro con residuale indebolimento permanente della gamba destra; 3. Salvia Giuseppe, guarite in gg.10 con residuale indebolimento permanente della mano sinistra; 4. Ofria Gaspare, produttive di malattia probabilmente insanabile.

[...]

il 7°, 16°, 17°, 22°, 23°, 24°, 25°, 26°, 27°, 30°:

P. di correità ai sensi degli art. 110, 112 n. 1 c. p. per aver partecipato alla riunione indetta dal 25° (Sciortino Pasquale) in contrada “Testa di Corsa” di Montelepre la sera del 20 giugno 1947 dove vennero decise e organizzate le stragi ed il danneggiamento di cui sopra e cioè rispettivamente a quelle stragi alle quali non presero parte quali esecutori materiali; ancora:

Q. di correità morale in tutte le stragi ed i danneggiamenti di cui sopra per avere determinato gli altri a commetterli. [...]

Genovese Giovanni si lasciò andare invece a rivelazioni estremamente interessanti. [...]

Dichiarò: a) che la mattina del 27 o del 28 aprile 1947 Giuliano Salvatore, Pianello Giuseppe, Pianello Fedele e Ferreri Salvatore erano andati a visitarlo in contrada “Saraceno”, si erano trattenuti in sua compagnia ed avevano mangiato con lui nella mandria; verso le 15 era sopraggiunto Sciortino Pasquale, latore di una lettera, il quale aveva chiamato in disparte il cognato, postisi a sedere a ridosso di una pietra, avevano letto la lettera e confabulato fra loro; egli non sapeva né la provenienza né il contenuto di quello scritto, ma pensava che fosse un docu­mento molto importante perché dopo averlo letto il Giuliano e lo Sciortino l’avevano bruciato con un cerino; fatto questo lo Sciortino era andato via; b) che allora il Giuliano gli aveva chiesto dove fosse il fratello ed, appreso che si trovava in paese affetto da un foruncolo, aveva soggiunto: “è venuta la nostra ora della liberazione, bisogna fare un’azione contro i comunisti, bisogna andare a sparare contro di loro il 1° maggio a Portella della Ginestra”; egli aveva subito osservato ch’era un’azione indegna: si trattava di una festa popolare, cui avrebbero preso parte donne e bambini, e non doveva prendersela con le donne e i bambini, ma con Li Causi e gli altri capoccia e, così dicendo, aveva respinto la proposta; c) che presenti alla discussione erano stati il Ferreri ed il Pianello; il Giuliano era molto riservato, onde egli non chiese, né quello gli avrebbe detto: “chi aveva spronato lui ed il cognato ad organizzare la strage”; pensava, ma la sua era un’opinione personale non sorretta da alcuna prova, che vi fosse stato spinto da qualche partito politico; ignorava l’orientamento politico del Giuliano a quel tempo; poteva dire soltanto che in occasione delle elezioni del 18 aprile l948, avendogli chiesto consiglio circa il partito per cui dovesse votare, il Giuliano aveva risposto: “per la monarchia”; aveva saputo poi che le donne di casa Giuliano facevano propaganda per la monarchia; quelle di casa sua votarono invece per la Democrazia cristiana; d) che nulla sapeva della riunione avvenuta a Cippi essendosi disinteressato di quanto il Giuliano aveva animo di compiere; il 1° maggio si era recato in contrada “Saraceno” presso la mandria allo scopo di crearsi un alibi poiché sapeva della strage che in quel giorno si doveva commettere.

22 giugn 47: dichiarazione del ferito Leonardo Addamo

[...]In esito al lungo dibattimento, la Corte di Assise di Viterbo con sentenza 3 maggio 1952, A. dichiarò Pisciotta Gaspare, Terranova Antonino fu Giuseppe, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Cucinella Antonino, Cucinella Giuseppe, Badalamenti Nunzio, Sciortino Pasquale, Gaglio Francesco, Russo Angelo, Genovese Giovanni, Genovese Giuseppe Pisciotta Vincenzo, Passatempo Salvatore colpevoli della strage ad essi ascritta, consumata il 1° maggio 1947 in Portella della Ginestra, in concorso di circostanze attenuanti generiche per Pisciotta Vincenzo e per Russo Angelo; Pisciotta Gaspare, Pisciotta Francesco, Sciortino Pasquale colpevoli di danneggiamento mercé incendio in danno della sezione del Partito comunista di S. Giuseppe Jato, così modificata la rubrica; Terranova Antonino fu Giuseppe, Mannino Frank colpevoli di danneggiamento mercé incendio in danno della sede del Partito comunista di Carini, così modificata la rubrica; Passatempo Salvatore colpevole della strage consumata in Partinico ascrittagli come in epigrafe, col vincolo della continuazione, e pertanto colpevole di strage continuata; Terranova Antonino fu Giuseppe, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Sciortino Pasquale, Cucinella Antonino e Cucinella Giuseppe colpevoli di concorso nel delitto di strage consumato da Passatempo Salvatore con la diminuente di cui al capov. dell’art. 116 cp, ed il Passatempo di concorso nei delitti di danneggiamento mercé incendio alle sedi di Carini e di S. Giuseppe Jato; Terranova Antonino fu Giuseppe, Pisciotta Gaspare, Palma Abate Francesco, Mannino Frark, Pisciotta Francesco, Russo Angelo, Cucinella Giuseppe, Cucinella Antonino, Badalamenti Nunzio, Sciortino Pasquale, Passatempo Salvatore, Genovese Giovanni, Genovese Giuseppe colpevoli di detenzione di armi da guerra, in tal modo unificate le due imputazioni loro contestate; Candela Vita e Cucchiara Pietro colpevoli dei delitti ad essi rispettivamente ascritti; e conseguentemente condannò: Pisciotta Gaspare, Terranova Antonino fu Giuseppe, Cucinella Giuseppe, Cucinella Antonino, Badalamenti Nunzio, Sciortino Pasquale, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Genovese Giovanni e Genovese Giuseppe alla pena dell’ergastolo con l’isolamento diurno per la durata di mesi sei ciascuno; Passatempo Salvatore alla pena dell’ergastolo con isolamento diurno per la durata di un anno; Gaglio Francesco alla pena dell’ergastolo; tutti alla interdizione perpetua dai pubblici uffici ed alla interdizione legale con la perdita dell’autorità maritale e della capacità di testare; Russo Angelo e Pisciotta Vincenzo alla pena della reclusione per anni venti ciascuno, e alla interdizione perpetua dai pubblici uffici ed alla interdizione legale durante la pena; Palma Abate Francesco alla pena della reclusione per anni due; Candela Vita e Cucchiara Pietro a quella della reclusione per mesi sei ciascuno, pena che dichiarava condonata interamente; pose le spese del giudizio in solido a carico dei condannati e quelle del mantenimento durante la carcerazione preventiva a carico di ciascuno; dispose la pubblicazione, per estratto, alla sentenza di condanna alla pena dell’ergastolo nei comuni di Viterbo, di Montelepre, S. Giuseppe Jato, Partinico e Piana degli Albanesi, nonché nei giornali “L’Ora” e “Giornale di Sicilia” di Palermo, a spese dei condannati a tale pena.

— Ora, che l’idea della strage di Portella e degli atten­tati alle sedi comuniste sia sorta nella mente del Giuliano è una convinzione che la Corte condivide, anche se non dubita che nell’organizzazione della lotta intrapresa contro i comunisti rilevante sia stato l’apporto morale del cognato Pasquale Sciortino; fu egli stesso ad attribuirsi nel primo memoriale il disegno della strage, allorché scrisse di aver cominciato a maturare verso i primi di aprile il piano di punizione (v. n. 48, A), e può essere creduto in quanto fu lui a prendere la decisione di compierla e a darvi ese­cuzione. Onde, ammesso – come riferì il Nucleo Mobile dei Cara­binieri di Palermo col rapporto giudiziale 4 settembre 1947 n. 37 e come i primi giudici hanno ritenuto – che il Giuliano sia stato tratto ad agire “da suoi interessi e fini particolari, primo fra tutti quello della sicurezza personale minacciata dalla diversa situazione che andava creandosi nei feudi in seguito ai successi dei partiti di sinistra e delle “cooperative agricole” (L, 14), è chiaro che la spinta fondamentale al delitto va pur sempre ricercata nell’interesse a fermare la penetrazione comunista nelle campagne per conservare le vecchie strutture agrarie, interesse che era proprio anche di altri.

Invero tale convergenza d’interessi trova conferma – senza che perciò occorra trarne la conseguenza di un mandato alla strage – nella lettera menzionata da Giovanni Genovese; lettera che certamente era assai importante ed urgente se è vero che, secondo ha precisato lo stesso Pasquale Sciortino in dibattimento, Lombardo Maria, dopo averla letta, gli disse che “occorreva recapitarla di urgenza al figlio Salvatore contenendo notizie che lo riguardavano diretta­mente” (W/2, 178 r); circostanza questa che, mentre non si concilia con l’asserito contenuto di una offerta di espa­trio clandestino negli Stati Uniti d’America valida in qualsiasi momento, ben si armonizza invece con la decisione presa dal Giuliano subito dopo aver avuto cognizione della lettera e con la frase: “è venuta l’ora della nostra liberazione” con cui sollecitò Giovanni Genovese a partecipare alla strage, frase quanto meno espressiva della sua speranza di ritrarre dall’azione, cui si accingeva, il desiderato evento della completa impunità per sé e per i componenti della banda, evento che vanamente aveva sperato di conseguire attraverso i moti dell’EVIS e l’affermazione politica del MIS (v. n. 9). Le dichiarazioni fatte dallo Sciortino, in relazione a tale lettera, come si sono dimostrate mendaci sulla data del recapito al cognato, così sono false quanto al contenuto dello scritto.

Già il Giuliano nel suo secondo memoriale, che reca la data del 28 giugno 1950 e fu esibito dall’avv. Romano Battaglia alla Procura generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Palermo il 25 maggio 1951, aveva tentato di escludere ogni correlazione tra la lettera di cui si tratta e la strage di Portella della Ginestra, assu­mendo che essa proveniva da alcuni amici d’America con i quali stava trattando l’espatrio del cognato (v. n. 49); e analogamente fecero durante il corso del giudizio di primo grado Lombardo Maria e Giuliano Marianna, dando tuttavia del contenuto della lettera difformi versioni. La Lombardo nella udienza del 24 luglio 1952 depose che con essa alcuni amici di suo figlio informavano costui che qualora avesse desiderato espatriare gli avrebbero mandato un aereo (V/5, 643); mentre la Giuliano nel “memoriale” pubblicato in data 17 ottobre 1951 sul n. 55 della rivista “Epoca”, al quale già si è fatto riferimento, asserì che la lettera proveniva da Chicago e con essa “un amico invitava Turiddu a raggiungerlo in America e gli metteva a disposizione persone e mezzi che gli garantivano la riuscita dell’impresa”.

Lo Sciortino nelle sue fantasiose dichiarazioni orali ha seguito la stessa linea di difesa ma ha posto in essere un’altra versione: la lettera non proveniva da Chicago ma da New York e con essa un certo John assicurava il Giuliano della sua possibilità di farlo espatriare con alcuni componenti la banda.

Le contraddizioni nelle quali costoro sono caduti ri­velano che tanto il Giuliano, quanto i suoi congiunti hanno taciuto la verità, e l’inconsistenza dell’assunto si ri­scontra attraverso le dichiarazioni di Giovanni Genovese al giudice istruttore, mantenute ferme anche in questa sede, le quali insieme alla successione storica e al legame logico degli avvenimenti dimostrano che la lettera di cui si tratta non può essere dissociata dalla strage di Portella della Ginestra.

L’espatrio dello Sciortino è collegato agli eventi che si verificarono dopo gli attentati alle sedi dei partiti di sinistra e l’idea verosimilmente nacque allorché, con l’arresto del Gaglio e del Di Lorenzo, un primo allarme si diffuse tra coloro che ai delitti avevano partecipato, per cui avvenne che taluni di essi si dettero alla latitanza prima ancora di essere ricercati, in previsione di quanto sarebbe accaduto.

Sta in fatto che lo Sciortino, sparito ad un certo momento da Montelepre, espatriò nell’agosto 1947 contemporaneamente a Badalamenti Giuseppe, a Barone Francesco ed a qualche altro quando le indagini della polizia giudiziaria erano nel loro pieno sviluppo.

[...] II. Per effetto delle attenuanti di cui all’art. 62 bis cp alla pena dell’ergastolo inflitta a Sciortino Pasquale per il delitto di strage va sostituita quella della reclusione che, tenuto conto dei motivi su cui tali attenuanti si fondano, nonché dalla gravità del delitto, della rilevanza dell’apporto dato dall’imputato alla preparazione ed alla esecuzione del delitto stesso e degli altri elementi sopra valutati, si stima giusto determinare nella misura di anni ventiquattro [cui si aggiungono altri due anni circa per ulteriori delitti, ndr].

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Informazioni su casarrubea

Ricercatore storico. E' impegnato da anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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