I negoziati mafia-Cln e il futuro della Sicilia

charles-lucky-luciano (3° in prima fila da sx)

charles-lucky-luciano (3° in prima fila da sx)

In una nota dei servizi di Intelligence americani del 13 febbraio 1945 (intitolata “Il generale Castellano rilevato dal comando: si presume che il responsabile sia Aldisio”), leggiamo che “il ministro della guerra Casati ha comunicato al generale Giuseppe Castellano di averlo rilevato dal comando. Casati non ha fornito spiegazioni. Il generale (che ha negoziato l’armistizio dell’Italia con gli Alleati) è convinto che il responsabile della sua rimozione sia Aldisio. Calogero Volpe, esponente democristiano e membro dell’alta mafia, e molti altri amici del generale, sono della stessa opinione. Il sottosegretario all’Educazione Bernardo Mattarella è rientrato a Palermo da Roma il 1° febbraio, in compagnia dell’alto commissario Aldisio. Mattarella ha affermato che Aldisio si è incontrato tre volte con Casati durante la sua permanenza a Roma. Riteniamo che Aldisio abbia riferito al ministro sulle attività politiche di Castellano, che mirava a raggiungere un accordo tra i separatisti e gli unitari e all’eventuale nomina di un nuovo alto commissario per la Sicilia. Secondo Mattarella, il generale è stato rilevato dal comando per due motivi: ha fallito nel ricondurre alla disciplina gli ufficiali e le truppe alle sue dipendenze ed ha frequentato circoli separatisti.” Cfr. Nara, rg. 226, s. 108, b. 151. -continua->

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“Nino domani a Palermo”. Ma Tukory già c’era

Tüköry

Tüköry Lajos

Questa non me la sarei aspettata. Invece il fatto impensabile da parte di una persona che ragiona, è accaduto. Risale a sabato e riguarda il furto di una statua. Non una qualsiasi, di autore sconosciuto, come tante se ne vedono in svariate ville e giardini pubblici d’Italia, ma scolpita da un grande dell’architettura dell’Ottocento tra il 1861 e il 1864. L’artista è Giovan Battista Filippo Basile, il costruttore del Teatro Massimo di Palermo, padre di Ernesto, e l’oggetto rubato è il busto di Lajos Tukory, opera pure di Basile padre. Molti, purtroppo, in Sicilia e in Italia non sanno chi era questo ufficiale ungherese e riassumerne la biografia non è molto semplice perché il magiaro non è una lingua con la quale tutti hanno molta dimestichezza. -continua->

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In inglese è più fico

comunicazione non verbale

comunicazione non verbale

Annamaria Testa, docente di comunicazione all’Università Bocconi di Milano e autrice di numerosi libri sul tema, ha avuto un’idea geniale. Forse non ne poteva più, e avendo deciso che le cose si fanno o si sopportano, inghiottendole come rospi tutti i santi giorni, finalmente è sbottata e ha scritto una petizione a Change.org indirizzata nientedimeno che all’Accademia della Crusca, al suo consiglio direttivo e al suo presidente, Claudio Marazzini. Qual è lo scopo della sua missiva? Fare in modo che tutti questi signori, che rappresentano il baluardo più antico della difesa della nostra lingua nazionale, intervengano presso il governo e le pubbliche amministrazioni, le grandi testate giornalistiche e le associazioni imprenditoriali, “per promuovere l’uso dei termini italiani in ogni occasione in cui farlo sia sensato, semplice e naturale”.
La richiesta sembra banale e, forse, raggiunge gli italiani con un po’ di ritardo da quando lungo il corso del secolo passato, e persino dell’Ottocento, i barbarismi cominciarono a invadere la nostra lingua, oggi la quarta studiata nel mondo per la sua musicalità e bellezza, deviandone la natura più autentica, quella di comunicare al popolo. E qui la questione si complica perché se la lingua viene usata in modo indifferente, ricorrendo ad altre lingue per spiegarsi meglio, è assai probabile che essa si allontani dalla comprensione della gente comune e del popolo e diventi un gergo burocratico, estraneo a chi vive la sua vita quotidiana. E’ questione di tempi e di funzioni nella gestione delle proprie qualità (o limiti) comunicative. Tra lingua e democrazia vi è, dunque, un nesso inscindibile.
Perché allora è nodale la questione sollevata dalla Testa? Perché le parole hanno un senso e quando cadono in disuso il problema non è quello di cancellarle, ma di inventarne altre nuove. Quelle che il popolo, che non si pone tanti problemi, tranne quelli della sua sopravvivenza, riesce ad elaborare per meglio esprimere i suoi bisogni.
Naturalmente c’è una responsabilità collettiva in questa operazione e il compito spetta a tutti, ma soprattutto a chi ci governa, alle classi dirigenti e a quanti occupano posti di responsabilità nei loro uffici. Anche questo denoterebbe il livello di democrazia del nostro Paese, dove tutto sembra decadere verso il basso e l’esterofilia è diventata la prova della nostra difficoltà a identificarci. Ad aggravare il quadro c’è da aggiungere che la torsione della nostra lingua verso altre lingue, soprattutto l’inglese, denota un vuoto culturale che forse gli italiani non avevano mai raggiunto. Perché, in genere, i nostri connazionali, lungi dall’essere bilingui, parlano a stento la loro lingua madre, commettono errori a non finire persino quando utilizzano i sistemi di comunicazione di massa, e surrogano i loro complessi di inferiorità e i loro sensi di colpa, con l’introduzione di termini importati, spesso confusi e privi di senso. La lingua italiana non è limitata nelle sue possibilità espressive, non le manca proprio nulla per essere se stessa e capace di esprimere il mondo, come è dimostrato dai tempi di Dante Alighieri ai nostri giorni. E’ un Paese purtroppo in mano a gente incapace, diciamo pure che si dà arie, che ricorre troppo spesso a fiori di plastica da mettere all’occhiello. Sono convinto che sul tema non si possa intervenire con delle norme, ma mediante un’azione costante di informazione e di supporto all’uso vivo della nostra lingua. A cominciare dalle Scuole. Il che non significa che in vari campi della comunicazione (ad esempio quello informatico), quando è proprio necessario, non si possano usare termini di altre lingue non facilmente sostituibili. Dovrebbe essere vietato sempre, invece, per l’uso di parole che hanno un corrispettivo in italiano. Come ad esempio Jobs act che si potrebbe definire come riforma del lavoro, o revisione dei diritti di impiego, e via dicendo. Ma penso anche a termini, molto in voga nei social network, come ribloggare che potrebbe meglio essere espresso come riproporre, o altro, o partner che è un termine sicuramente meno carico di significato e di valori di compagno, socio. E via dicendo. In definitiva sostituire il nostro lessico con altro, a me pare, non so a voi, un atto di autolesionismo nazionale.
Giuseppe Casarrubea

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Loraquotidiano e i padroni della parola

Sandra Rizza

Sandra Rizza

Cara Alessandra,

Apprezzo molto che hai scritto ai blogger, e visto che anch’io, senza volerlo, mi sono venuto a trovare blogger impegnato su un particolare fronte, quello della conservazione della memoria, non posso esimermi di rispondere al tuo invito, che mi pare dettato dal tuo rammarico, dalla tua rabbia e da un certo giusto pessimismo, nel guardare al futuro di questa nostra terra di Sicilia. Terra molto embletamica. Perché prima che accadesse altrove, qui si sono sempre sperimentati i giochi del potere politico ed economico; qui è stato bloccato nel tempo il senso critico collettivo attraverso le sudditanze clientelari; e qui il diritto alla parola e alla giustizia è stato spesso represso nella violenza e nel sangue. -continua->

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Le riforme del gambero

Finiremo per dare ragione ai nostri avversari politici, noi che abbiamo una cultura di sinistra cementata nelle piazze e nelle strade d’Italia, sui libri e nella nostra vita di ogni giorno, col sogno di una nuova resistenza e con la memoria della guerra contro il nazifascismo. Ci abitueremo a vederli campioni di libertà, come successe a Benedetto Croce dopo l’assassinio di Matteotti, depositari di una vera opposizione costruttiva, liberali autentici e progressivi, salvatori della patria. -continua->

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Bernardo Mattarella: caro don Luigi

Foto segnaletica di don Luigi Sturzo scattata dall'Ovra, lo spionaggio fascista

Foto tessera di don Luigi Sturzo scattata dall’Ovra, lo spionaggio fascista

Cosa pensava il fondatore del Partito popolare, costretto all’esilio negli Usa dal regime fascista, dei rapporti tra mondo cattolico e il Vaticano? E qual era il suo pensiero politico sui compiti dei popolari nell’Italia sconvolta dalla catastrofe della guerra? Alcune sue considerazioni contenute nella lettera che pubblichiamo, potrebbero fornire qualche risposta. La lettera, scritta dall’esilio di Jacksonville, contiene come si può vedere l’organigramma del gruppo dirigente dei cattolici che formeranno la democrazia cristiana, il cui primo congresso regionale si tenne proprio nel 1944. -continua->

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Mattarella, i tribunali e la storia

Appello al neo eletto Presidente della Repubblica

Danilo-Dolci- in una rara foto

Danilo-Dolci- in una rara foto

I figli non devono mai pagare le colpe dei padri, specialmente quando le circostanze li portano a vivere periodi felici per la loro vita. E per quella degli altri. Ma nel caso del neoeletto presidente della Repubblica è la speranza a farla da padrona. Volente o nolente, al neoletto Sergio Mattarella conviene, a mio giudizio, iniziare con un gesto di generosità: riconoscere il lavoro faticoso e pericoloso condotto per ben cinquant’anni nella nostra Sicilia dal sociologo triestino Danilo Dolci che suo padre assieme all’on. Girolamo Messeri e a Calogero Volpe denunciò per diffamazione. E dico questo per due fatti semplicissimi. -continua->

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