I memoriali del bandito Giuliano

Il primo memoriale di Giuliano. E’ indirizzato all’abitazione privata di Emanuele Pili, procuratore della Repubblica di Palermo, via Emerico Amari, 146- Palermo, piano IV. E’ privo di data, ma il timbro postale, in partenza, è quello di Roma, 12 maggio 1950, spedito da Piera Sartorelli, via Ada, 24- Roma. Il documento è riprodotto fedelmente con tutti gli errori.

Il documento sta in ‘Archivio generale della II Corte di Appello di Roma’- Piazzale Clodio, processo 13/50, Cartella 6, vol. Z, n. 3.

Egregi signori magistrati,

Come vedeti, con il fermo sentimento di uomo corretto verso i fini sociale della giustizia, vi affido la mia deposizione per il fatto riguardante (Portella della Ginestra) facendo, nella maniera più serena e cosciente, ogni rivelazione che concerne detagliatamente i fatti a finchè la maestà della legge possa reggersi sul vero senso della giustizia e valutare disinvoltamente, questo mio indubbiamente, alto contegno morale, che si è tenuto fuore della legge costituita sì; ma entro il vero regno della giustizia combattendo nella forma più cavalleresca e umana, sotto il peso delle mie responsabilità al di sopra di ogni morbosa speculazione umana. Vorrei sperare che ognun di voi si mantenga lontano da ogni aspirazione politica per evitare facili affoscamenti ideologici e così giudicare serenamente nella piena solidarietà della giustizia.

Sono fiducioso, e prego a voi tutti che sia presto ogni cosa sollecitata, perchè sono certo che questo processo sarà il più grande testimone, che metterà alla luce le obbrobriosi infamie dell’ingiustizia sociale, di cui ne sono stato sempre vittima, e mi ha condotto nella via del male e della perdizione.

Cordialità Giuliano

Se la giustizia non svanisce sotto l’impulso delle tendenze politiche o odio personale, voglio schiarire la infamante versione di portella della “Ginestra” che è stata il sostegno d’obiezione politica e propagantica [sic] di coloro che ci vogliono trascinare nell’orbita dell’imperialismo rosso. Sono convinto naturalmente, che essendo considerato fuori della legge e non godendo nessuna protezione impunitiva, come la godono l’oro, questo processo si pronuncierà tutto a mio carico. Ma comunque a me interessa che il mondo sappia quale fu il movente di questo delitto.

Questo mio comportamento di denunciare tutto a viva voce, non è per come alcuni dicono, che mi riconosco immune, questo nò, perchè tale non ci fu un Mussolini che per 20 anni spatroneggiò liberamente con un certo assolutismo, non ci fu un Napolione che spatroneggiò e trionfò dalle infinite pianure gelite di Russia alle coste occidentale d’Europa, dalle nordiche paei [sic] bassi alle alte piramidi d’Egitto, e quindi non lo posso essere io che sono braccato da centinaia di carabinieri in un solo angolo della Sicilia, ma perchè il mio raziocinio spira -come sopra l’aquila vola- aldisopra di ogni virulento artifizio umano, e senti che la concezione di un essere, non si deve solo alla raffigurazione di un blocco di ossa e di carne come lo siamo, ma più d’ogni altro, alla concentrazione di ogni riflessione di opere sentimentale, che lo spirito della virtù distende su questa terra.

E per quanto tale definisco la vita, mi sento orgoglioso di oggi denunciare ogni particolare dei miei delitti, per far rilevare che il mio cervello non è quello di un delinquente assassino, ma quello di un giusto che sa pesare, più o meno, una colpa prima che se ne rende responsabile.

L’odissea di portella della Ginestra è un po’ tragica ed incredibile, specie per coloro che sono inettati del veleno comunista che credono ciecamente a questa fede, senza scrutarne almeno il senso della moralità, ma per chi sa concepire questa ideologia materialistica non stenterà a credermi sia per la logicità dei fatti, che per l’onesto sentimento, di non limitarmi a rivelare solo il fatto, già conosciuto, ma al più vasto reato che può, naturalmente determinarmi [n.d.a.: cancellata e sostituita con altra grafia con la parola: attribuirmi] più grave responsabilità.

Come tutti sanno fino della costituzione dei vari partiti, quello comunista incominciò a basare il suo programma su tutto quanto gli è stato conveniente per arrivare al suo scopo. Come tema della sua dottrina il suo primo programma, fu quello di iniettare il virus scabbioso, che ben presto per la molta ignoranza contaggiò buona parte del popolo Italiano.

Ed ecco: dopo i primi risultati, i capi comunisti incominciarono a istigare il popolo verso i ricchi, che per combattere questi, il primo obiettivo da colpire fu la mafia, perchè la mafia, guarda spalle dei ricchi, ostacola ampiamente i contadini. Iniziarono la lotta ma prima non tanto apertamente, perchè i rappresentanti comunisti temevano le [nda: cancellate le parole: spauracchio delle] rappresaglie dei mafiosi.

Ma in seguito, subito dopo, il primo impulso, vedendo la meschina temerarietà dei mafiosi, ecco che quasi tutti i giorni sui giornali comunisti, incominciano ad affacciare intere colonne di discorsi infiammatori contro la mafia.

La lotta dei comunisti contro i ricchi e la mafia avanza apertamente, e ad un certo punto la mafia viene considerata -dai comunisti- uno stato entro lo stato, e la sua fantomatica organizzazione viene anche definita come il sostenimento dei banditi, facendo finta di dimenticare che la maggior parte dei banditi sono stati vittime della guerra per le conseguenze che se ne risentono tutt’ora.

Ma fin qui il mio sguardo nel mondo politico, rimaneva del tutto disinteressato, perche’ il ricordo del tradimento separatista mi era ancora vivo e doloroso, e per tanto [nda: cancellata la parola:che] mi dilettavo a semplicemente osservare per formarmi un’idea dell’avvenire [nda: sono cancellate due parole che potrebbero leggersi come: me ridevo]

La schermaglia politica accennava a farsi piu’ serrata or con minaccie or con senso di persuazione; promettendo senza [nda: cancellata la parola: mai] nulla dare e vieppiu’ me ne ridevo bleffonate comuniste che predicavano il paradiso di mosca metre questi chiedevano all’Italia per i trattati di pace, quelle cose meschine, che noi Italiani pur essendo vissuti nella miseria, abiamo disprezzato, trattenendosi anche quei poveri prigionieri facendone loro schiavi come gli antichi romani, mettendoli alla prova della vita.

[Nda: cancellata la parola: mentre] D’altra parte guardavo gli americani non solo che ci hanno lasciati liberi e non hanno richiesto un minimo di quello che le spettava ma anche ci hanno dato del loro sforzandosi di alleviare della miseria.

Ma la mia disinteressata osservazione non pote’ continuare a lungo, perche’ i comunisti piano piano trasformarono il loro programma propagandisco ad aggressione politica.

[Nda: parola cancellata: Perche’] I caporioni comunisti ad un certo punto diedero ordine ai contadini di fare la spia ai banditi evidemtemente perche’ i banditi consistevano e consistono – per loro – la forza invisibile dei mafiosi cosi’ dei ricchi e certo pure del governo.

Cosa indubbiamnete incontrastabile in quanto le accuse fatti al governo, di non aver supouto agire con i banditi e la mafia , si sono susseguite a vicende.

Tale notizia ben presto mi giunse all’orecchio e [nda: parole cancellate: il quale] mi desto’ una viva impressione perche’ sul momento non arrivai a capire la ignominiosa macchinazione politica, e dal quel momento non ebbi piu’ quiete e la mia mente vacillava senza meta or qua or la’, ma ad’ogni prospettiva escludevo categoricamente che cio potesse essere [nda : queste due ultime parole hanno un’altra grafia] un risentimento scaturito dagli stessi contadini, in quanto fino dalla mia prima avventura, per i poveri ho sempre conservato un senso di pieta’ e di rispetto tanto che nelle mie possibilita’ non mi son mai rifiutato di dargli [nda: corretto in: dare loro con altra grafia] quel po’ di aiuto che mi e’ stato possibile.

Dopo quattro giorni di deliranti pensieri finalmente decisi epilogare un po’ tutti gli articoli che rigurdavano la mafia e il banditismo, come pure ordinai ai miei uomini [nda: quest’ultima parola e’ scritta con altra grafia e seguita da una parola illeggibile]; di raccogliere notizie piu’ precise ed accertarci in maniera piu’ sicura della situazione, perche’ sciente ormai del precedente, pensai che cio’ anche poteva essere qualche manovra politica per farsi gioco di me e liguitarsi [nda: corretto in : liquidarsi] i loro nemici. Passarono circa 15 giorni e infine ebbi la notizia precisa che quanto ci era stato riferito risultava a verità; nel frattempo anche dagli stessi giornali comunisti potei convincermi che ciò era manovra politica, evidentemente per la ragione sopra detta. Mi è difficile rappresentare quanto fu amaro il mio furore, nel vedere lo spettacolo della infamante vigliaccheria che esiste su questa terra.

E finalmente scovato quale era lo scopo di quella raggiante tragedia, verso i primi del mese d’ aprile, non ricordo il giorno con precisione, incominciai a maturare il piano di [nda:segue parola cancellata illeggibile, corretta con altra grafia] punizione, perchè pur essendo di un animo discendente [nda: corretta con altra grafia: condiscendente], di fronte a certe stoltezze, questa volta non seppi tollerare che quegli assassini politici, traditori della loro stessa coscienza, per arrivare al loro scopo di comando, continuassero a trascinare un popolo al delitto morale facendone la sferza contro i loro stessi confratelli di classe e di sventura. Ma il dilemma mi si presentò di molto difficile per quanto non si trattava di un solo uomo [nda: corretto in: si presentò molto difficile perchè non si trattava di un solo capo comunistaqueste due ultime parole hanno la stessa grafia delle precedenti correzioni], e così mi posi a meditare per studiare un piano che poteva risolvere la situazione in una sola volta. Nel frattempo non trascuravo leggere i giornali, specie quelli comunisti, tanto che appresi la festa che si doveva celebrare a portella della Ginestra e che prendevano parte vari rappresentanti comunisti.

Quella festa la credetti opportuna poichè credetti che solo in quella maniera potevo capitare i principali responsabili, cui miravo. Così ben presto studiai il piano come meglio potevo contare sulla riuscita. Siamo a cinque giorni di distanza del primo Maggio ed io già mi ero ben preparato, quando mi arrivò un messaggio che dovevo inviare un gruppo di uomini in contrada Balletto per svolgere alcuni nostri affari.

Cosicchè pensai di dividere gli uomini in due gruppi, che tutti eravamo 20, e 8 di questi li mandai a Balletto rimanendo collegati medianti una staffetta.

Siamo già al giorno 30 di aprile e così mentre io mi preparavo a partire inviai la staffetta inviandogli [nda: corretto in: con] l’ordine di la mattina seguente alle 4 farsi trovare al pizzo della Ginestra e di là appena le davo signalazione rispondere subito. Scesa la sera verso le ore 20 pian piano ci siamo incamminati alla volta della Ginestra e verso le ore 3 siamo arrivati ai piedi di monte Pizzuta. Faceva ancora buio, ma poco dopo le prime luci del giorno avvolgevano il luccichio delle stelle e così via si fece giorno. Fatto giorno, i miei primi sguardi cadevano sul pizzo della Ginestra dove speravo scoprire quei miei 8 giovani. Ogni mio sguardo fu invano, poichè la staffetta essendo arrivata a balletto, dove doveva trovare quei giovani, non trovò nessuno, per la ragione che quei giovani ore prima si dovettero spostare a tutta fretta, per alcuni sospetti, e così si perse il collegamento.

Perduto il collegamento e quelli non avendo ricevuto nessun ordine, la mattina non si recarono al pizzo della Ginestra.

Così verso le ore 9 la speranza di vedere l’altra squadra, era svanita e il piano predisposto fallito.

Il piano fallito era quello di circondare tutta quella massa di gente, prelevare quelli che riconoscevo responsabili e giustiziarli lì stesso, leggendoci quale era la ragione della loro morte.

Ma fallito quel piano, lo riconoscetti imprudente agire, con soli 12 uomini, anche per la sfavorevole posizione di aggiramento, in quanto ci trovavamo tutti da un solo lato e la nostra presenza ad un primo sospetto si poteva capovolgere in nostro d’anno, mentre precedentemente avevo deciso di apparirci dai due lati dei monti di portella della Ginestra che in quel modo il piano di aggiramento era infallibile.

Fallito il primo piano, come ripeto, momentaneamente pensai di fare una sparatoria in forma intimatoria, allo scopo di far sciogliere quella festa ed evitare che quei contadini ricevessero altro veleno della propaganda comunista.

Esaminato quel progetto celermente stabilii di attuarlo e così diedi ordine ai miei uomini di fare una sparatoria ordinando di ognuno sciupare 3 caricatori, e sparare più o meno a 20 metri al disopra la massa in modo che questi sentendo fischiare le pallottole la consideravano una cosa seria e scioglievano, immediatamente, la festa.

Fecimo la sparatoria ed osservammo come pensavamo il fuggi fuggi, e dopo dieci minuti circa ce ne siamo andati sicuri che era riuscito tutto bene, quando invece l’indomani sui giornali abbiamo appreso del triste errore. E’ incredibile il dolore che sentimmo per quella triste notizia, e nello intento di confortarci ci interrogammo a vicenda se qualcuno aveva usato [sic] sparare direttamente sopra la massa. Ma tutti ci sentimmo tranquilli e allora ci siamo convinti che a qualcuno ci dovette tremare la mano o non seppe regolarsi bene.

Intanto la cosa finiva nell’angoscioso rammarico nel pensare quei poveri innocenti che avevano perduto la vita, vittime di un odio nato per colpa di quel ripudioso sentimento, avido di comando, di quegli uomini che con il male altrui credono raggiungere la loro meta.

Tanto che quel sinistro è valso a fare altre nuove offensive e mafia, banditi, feudatari, e governo, per i comunisti divenne [nda: corretto in: divennero] il principale obiettivo da colpire. Il fuoco trovava fuoco ed anziché di astenermi di quel pensiero di vendetta, pensai di fare altro piano, e cioè di eliminare uno per uno i capi comunisti, tanto che feci un attentato a Li Causi che fortunatamente, per lui anche questo mi fallì perchè il momento che mi sono recato nella sua casa lui era uscito.

Sono certo che molti si domanderanno, come questa mia alquanto strana volontaria confessione, che può determinarmi più grave responsabilità?

D’accordo, ma per me, la vita su questa terra è nulla, o come un semplice pensiero che attraversando la nostra mente svanisce come un sogno. E più di tutto quello che io miro è di far conoscere lo spirito psicologico e giudizievole della mia vita che è stato lottato per quello di un bruto assassino al disotto di ogni ripudio del pensiero umano, mentre non è [nda: corretto, con altra grafia: sono] stato altro che il nemico n.1 dell’ingiustizia sociale, e dell’artifizio politico schermeggiato con abile raggiro di quegli uomini avidi di comando.

In ciò forse ho da rimproverarmi in me stesso, perchè non ho saputo frenare la mia delirante impulsività, cagionata da certe ripugnanti azioni altrui, non ho saputo esamenare le grave situazione che mi si sono presentate e non ho saputo agire con altrettanta virulenta ipocrisia. Ma ognun di noi c’è di diverso degli altri, perchè la virtù della natura non si può mobilitare assecondo i bisogni di alcuni che richiama [nda: corretto in: che in alcuni casi richiama] il nostro pensiero, per cui mi sento orgoglioso di essere di una virtù inremovibile il quale [nda: corretto in: che] mi fa tenere alto il coraggio, di rispondere -disinvoltamente sotto il peso delle mie responsabilità- in faccia a qualsiasi forte e insuperabile nemico che posso avere su questa terra.

A questo punto richiamo ai giudici di non didurre questo processo al solo fatto conosciuto di portella della Ginestra, ma al più ben vasto piano di vendetta che meditai, basando però i fatti nella forma induttiva, e declinare le ragioni che mi spinsero al delitto, perchè più della responsabilità materiale, io miro a quella morale, e cioè che non ho sparato volontariamente contro quei poveri lavoratori inermi 1) perchè non sono sceso mai a tale bassezza di agire contro uomini inermi, e lo dimostra il fatto: non solo che ho affrontato interi eserciti, ma anche ho usato quello spirito di cavalleria di avvertire il nemico prima di svolgere l’azione. 2) che non potevo commettere simili errori di sparare volontariamente contro gente che sono della mia stessa classe che nelle mie circostanza ne sono stato sempre familiarizzato e gli ho dato quel po’ di aiuto che mi è stato possibile.3) Io non sono un ricco feodatario, non appartengo a quello gergo [nda: corretto in: a quel cerchio] di patrizzi a cui piace fare il gioco dello schiavismo della bassa plebe, e neanche sono stato al loro servizio, ma posso dire forse il loro nemico. Sono figlio invece di un lavoratore che si creò la famiglia con il sacrificio della vita, e seppe educare i figli in quel suo stesso sacrificio, per cui fin dall’età di 13 anni incominciai a sacrificarmi nel lavoro per sentire il bisogno della famiglia, e di ciò se ne possono rendere conto chiunque vuole interrogando l’intero popolo di Montelepre.

Non solo, ma forse per le infamie subite nel lavoro è nata qualche conseguenza che mi determinò in una vita così avventurosa e quindi non è mai possibile che mi son dimenticato del continuo sacrificio dei poveri lavoratori.

Il solo ultimo fatto dell’arresto di mia madre ne può testimoniare il fatto che non sono un vile e che ho affrontato intere colonne di carri blindati con centinaia di carabinieri, mentre potevo combattere il nemico con la loro stessa maniera [nda: parola aggiunta, con altra gafia: cioè] con una semplice carica di dinamite potevo distrugere una intera famiglia, poichè a fin dei conti se pagavo i miei nemici con la stessa moneta non era tanto disonesto per me che sono un bandito fuore della legge. Perchè non l’ho fatto? Perchè nel petto tengo un cuore non di pietra come lo hanno dimostrato altri, e in testa un cervello che sa tenersi nei limiti della giusta via.

Io termino, con la speranza che i giudiridici sappiano dimostrare lo spirito di serenità della magistratura, contro tutti, sia grandi che piccoli, sia forti che deboli, saper valutare lo spunto di quella causa che determinarono il delitto, saper così concepire e illustrare, che la mala fede, il raggiro, l’infamia, dei più grandi, ha condotto e condurrà sempre i popoli nella guerra, mentre la pace e la grandezza di un popolo non si può avere, principalmente, che con la comprensione e il buon senso dei più grandi.

Cordialità Giuliano

(cartella 4, vol. V, n. 3)

Il secondo memoriale col quale Giuliano, inconsapevolmente, dichiarò la propria condanna a morte: fu, infatti, ucciso una settimana dopo averlo scritto (il testo riprodotto è fedele all’originale d’archivio. Pertanto si sono lasciati gli errori e non è stato operato alcun intervento sulla forma).

28-6-50

Seguendo le vicende degli interrogatori del processo di portella che celebrasi a Viterbo, ho potuto rilevare una presa di posizione contraria, sia da parte dei magistrati che della stampa, da rendere fosca la realtà dei fatti e i principii della giustizia. Io non vorrei credere che proprio questi uomini il cui compito di tenere alto lo spirito della giustizia siano affetti da ambizioni che li distragono da quella giusta via che hanno loro da seguire, ed ammettendo che ciò sia dovuto a turbamenti mentali provocati dalle constrastanti fasi del processo, mi son sollecitato a presentare le seguenti osservazioni, per chiarire qual cosa che potrebbe intralciare la verità.

Le frasi pronunciati ironicamente dal Presidente e anche da qualche giornalista nell’esaminare il mio memoriale e le dichiarazioni fatti dagli imputati, mi fan trapelare, che sia la magistratura che la stampa, sia di già stabilita in un stato di prevenzione. E’ proprio a questo punto chiedo al signor Presidente: Quale differenza passa per lei uomo che deve ricercare la verità e far valere la giustizia, fra un imputato e un leso? Può o non può un imputato essere un giusto? Può o non può un imputato essere un innocente?

E’ detto che la verità e la giustizia stanno solo nella parte degli offesi?

Perchè mediante le esperienze raccolte nella mia vita, ho potuto comprendere, che spesse volte gli uomini siamo vittime delle nostre stesse azioni. Nello svolgimento delle interrogazioni, ho capito che si guarda molto con diffidenza gli imputati che ritrattano. Ma si è veritevole forse solo nell’incolparsi? Proprio per questo ho ritenuto opportuno rilevare queste mie osservazioni. Se tutti gli imputati incolpati del fatto della Ginestra, hanno dichiarato di essere colpevoli, senza il mezzo brutale delle torture, per quale ragione di fronte a voi Presidente, oggi gli stessi non dovrebbero confermare quello che dissero ai carabinieri? Quindi è chiaro, evidente, logico, che le torture vi sono stati, ed è proprio vero che oggi tutto il mondo deve osservare e credere, che la giustizia Italiana si basa sulla lurida e bassa mentalità di un carnefice, (brigadiere don Pasquale).

Non vorrei crederlo, perchè troppo rincresce per una Italia che si sente democratica e civile, ma se l’eroico metodo del borbonico don Pasquale viene preso in considerazione e le fantastiche invenzioni che le fecero firmare vengono ancora una volta riconosciuti in pieno, converrà da oggi innanzi, fare appello alle donne mamme Italiane di fare figli di acciaio in modo che possono resistere ogni specie di torture e far si che l’Italia possa mostrare al mondo, che in Italia non vi sono delinquenti, e i delitti che non si possono scoprire, per ragione che gli autori non hanno parlato sotto le torture, chisà magare le possiamo attribuire agli spiriti che vagano nel vuoto.

Dunque in Italia si è innocenti e onesti se si sa resistere alle torture?

E se non lo si sa resistere si diventa delinquenti e colpevoli? Brava molto eroica la polizia Italiana e il suo governo democratico e civile. Questo metodo medioevale, forse è un metodo molto intelligente per la polizia Italiana, ma questa volta mi dispiace perchè le prove che dimostreranno l’innocenza di tutti questi poveri vittime dall’animalesca mentalità della polizia sono molti e logicamente chiari e quindi questa intelligenza non può essere che considerata per quella che può avere la gente zotica e barbara.

La stampa Italiana come se annunciasse una grande scoperta, più volte ha messo in rilievo quella frase estratta dalla deposizione che fece l’imputato Giovanni Genovese, nel dire: che io le dissi se volevamo essere salvi bisognava fare una azione contro i comunisti, o meglio dice lui, che io le dissi: è venuta l’ora della nostra liberazione. E che io impartii subito ordine per subito dopo fare una riunione, in contrada (Cippi), cui più volte si è detto, che io fece. A tutte queste invenzioni frutto d’artifizio della polizia e delle parti interessate, i giornalisti vi ci si sono aggrappati, come un gruppo di naufraghi a un ramoscello, ma ecco che le nuove osservanti dichiarazioni spezzeranno il ramoscello come un nulla, e i naufraghi sprofonderanno lo stesso nel mare.

Ne resta proprio convinto il presidente e tutto il pubblico, che a giro di solo un giorno dal primo Maggio potei avere la forza di reclutare tanta gente o meglio ragazzi che non conoscevo, e dargli tutta quella fiducia e riconoscenza di grandezza di io potere prendere consigli da loro e svelargli un simile grave fatto?

Noti bene il signor Presidente e il pubblico che dal dire al fare vi è molta differenza, come pure, pur ammettendo che sono figlio di contadino e io stesso feci il contadino, non ho proprio quella mentalità bassa di fare le cose con gli occhi chiusi.

Vorrei sapere chi è stato questo scienziato che ha fatto questa invenzione di questa riunione e poi in un simile caso che cosa le poteva essere di riunire. Ma forse pensa il signor Presidente che nelle mie file vi è il parlamento come a Montecitorio?

Se riunioni aveva da fare potevo farla semmai con due o tre, cioè con i miei luogotenente e non mai con tutti questi ragazini, e se ciò avveniva di certo questa confidenza non l’andavo a dare a tutti i comuni uomini della banda. Quindi pur logicamente il signor Presidente si può convincere che detta riunione è del tutto infondata e se se ne parla non è altro che una invenzione. Io non capisco se l’assicurazione dei giornalisti è quella di far condannare gli uomini o colpevoli o innocenti che essi siano; ma il fatto è che essi non fanno altro che aprire sempre gli occhi a cose che possono provocare del male o confermare il male già fatto, quasi mai leggo, che un giornalista cerca con speciali osservazioni di scoprire la verità su alcuni fatti misteriosi, non fanno altro invece di mettere pietra sopra pietra a quel fatto, che possibilmente è del tutto diverso di come si presenta nell’apparenza. Per esempio in questo processo tutti i giornali hanno pubblicato con grande rilievo la frase del Genovese e la riunione di “Cippi”, ma a nessuno mai è saltato in testa di fare le osservazione sudetti e quelle sotto scritte. Come si spiega che i colpevoli del fatto siamo 12 come ho detto nel precedente memoriale, e come è stato dichiarato dai stessi testimoni dalla parte lesa, cioè quei quattro che catturai prima di compiere l’azione, mentre gli imputati attuali sono 27, più quelli che siamo ancora latitanti e imparte morti. Nessuno mai, ad esempio ha fatto osservare come questa azzione fu compiuta da tutti questi ragazzi, che allora erano liberi cittadini anzichè da noi che già ci trovavamo alla montagna latitanti. Rispondo io stesso; è stato perchè noi ci trovavamo a villeggiatura o forse a discutere gli affari di stato a Roma. Può darsi che ciò risponda a verità? Credo di sì, perchè ciò le rende comodo per potere condannare quei poveri innocenti. Dunque debbo considerare la stampa, la macchina del male? O i giornalisti senza quel coraggio civile di affrontare quelle forze politiche contro le quali possono mettere in repentaglio la loro professione o libertà? O debbo considerarli solo bravi critici e grandi intelletuali, nel biasimare me per i molti errori che faccio, di ortografia e di grammatica a causa che sfortunatamente non dispongo di cultura letteraria? Non lo credono forse gravissimo delitto, se proprio gli uomini che cercano esaltare la giustizia fanno o condannano gli uomini innocenti?

Quindi consiglirei a tutti i signori giornalisti di menomare le loro frasi fantastiche nell’esaltare piccole cose a farle credere come cose grandi e vere mentre non sono neanche degni di rilievo.

Tutti gli imputati che avete più volte definito i masnadieri di portella, sono tutti innocenti, e se dopo tutte le prove che avrò modo di presentare, verranno lo stesso condannati, protesto vivamente che ciò è un delitto ingiustificato e lo è al solo scopo di mascherare le malefatte della polizia e di far credere che la giustizia Italiana si tiene alta ai limiti del miglior giudizio umano.

Si è fatta tanto eco per la definita misteriosa lettera che mi portò mio cognato in contrada Saraceno, perchè dopo averla letta la bruciai. Ma vorrei sapere, qual mistero vi può essere se in mia persona ogni qual volta che mi arrivavano lettere le bruciavo.

E’ stata, e sarà sempre mia abitudine, quanto mi troverò così, bruciare le lettere dopo averle lette, ogni qual volta che mi arrivano, o importanti o poco importanti che esse siano, ciò al solo scopo di distruggere ogni piccola traccia dietro di me ed evitare di compromettere persone; come è bene a tutti noto, che delle volte un pezzettino di carta può causare grave conseguenza. Quindi non vi è nulla di mistero se ho bruciato la lettera pervenutami dall’America, da amici cui stavo trattando per far espatriare mio cognato, come più tardi avvenne. Allo stesso Genovese potete domandare, se quando qualche volta mi intrattenevo in sua compagnia e proprio in quel momento mi perveniva qualche lettera, come succedeva spesso, se dopo leggerla, le bruciavo come tutte le altre. Se queste mie dichiarazioni non vengono prese in considerazione, vorrei sapere, se per dire la verità debbo dire tutto quanto vi rende comodo.

Comprendo benissimo che tutto questo scetticismo lo si deve perchè, si insiste nel voler sapere o scoprire se vi sono stati dei mandanti, come i comunisti più volti hanno denunciato il ministro Scelba.

Chiedo: se vi fossero stati dei mandanti e sarebbe stato il ministro Scelba come insistono i comunisti, quale interessi potrei avere salvare questi che è stato ed è il mio più acerbo nemico? Non solo, ma se vi fossero coinvolti persone di stato certo la piega del processo risulterebbe diversa e credo che per me e i miei la situazione fossi meglio! Pensino bene, che la figura di Scelba per me è il ricordo più doloroso della mia vita, poichè la visione della ultima lotta che ho sostenuto per la difesa di mia madre, mi è ancora viva e profondamente in ogni attimo mi addolora non solo per il pensare le ingiuste sofferenze che sofferse mia madre, ma più per l’eterno dolore rimasto a quelle mamme delle mie stesse vittime, poichè le mamme per i figli le riconosco tutte le stesse.

Giacchè una simile dichiarazione sarebbe stata accreditata con più facilità, avrei potuto approfittare dell’occasione per vendicarmi in certo qual modo del signore Scelba. Ma io non sono un vile ne traditore, ne infame, e se mi gravano molte responsabilità nella mia vita, mi sento tranquillo e se non sono apposto con la giustizia della forza degli uomini, mi trovo apposto con la mia coscienza e quindi mi sento orgoglioso e onorato di non avermi reso meschino difronte all’ingiustizia sociale degli uomini e di avere il razziocinio e quella forza di autoaccusarmi dei miei stessi peccati, come in questo processo vivamente protesto di non esservi mandanti e responsabili all’infuori di me, responsabile però di un errore causato per difendermi dalla tragedia di quegli uomini che per raggiungere quella meta del comando hanno suscitato di fare di un popolo la sferza dei suoi propri fratelli, disonorando così l’Italia e noi tutti.

Giuliano

Nota: Il memoriale fu inviato a mano, tramite l’ufficiale dei carabinieri, capitano Carta, dalla Procura generale presso la Corte di Appello di Palermo, (prot. 23 ris del 25 maggio 1951), al presidente della Corte di Assise di Viterbo. Lo stesso era pervenuto alla Procura tramite l’avv. Giuseppe Romano Battaglia di Termini Imerese.

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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8 risposte a I memoriali del bandito Giuliano

  1. endo o. cortolezzis ha detto:

    Prof. Casarrubea,

    E’ la prima volta che leggo i due memoriali del bandito Salvatore Giuliano e ringrazio Lei per averli pubblicati.

    Sarei interessato a sapere se la lettera pervenuta a Giuliano e poi subito bruciata dallo stesso dopo averla letta,
    gli era stata spedita dagli Stati Uniti o da “amici” americani in Italia, vedi per esempio il Sig. Michael Stern o i servizi segreti USA in Italia. A me pare inverosimile che un individuo come il bandito Giuliano intrattenesse una corrispondenza con amici americani negli Stati Uniti; piuttosto, questi amici si trovavano in Italia.

    Grazie ancora, Endo

    Genova, 25 luglio 2008

  2. casarrubea ha detto:

    I due memoriali di Giuliano furono scritti di pugno dal bandito su pressione dell’ispettore di Ps Ciro Verdiani. Servirono per costruire una coreografia utile a chi aveva ordito la strage. Giuliano cadde nella trappola avendo accettato di stare al gioco e ai patti. Nottetempo si recò con una dozzina di ‘picciotti’ racimolati all’ultimo minuto, che sapevano appena sparare, sui roccioni del Pelavet e attese l’alba del 1° maggio. Sul posto trovò Ferreri, inteso Fra’ Diavolo, confidente dell’ispettore di Ps Messana. Questi due soggetti, entrambi esponenti di spicco del fascismo italiano di quegli anni, indicano, come pietre miliari, la pista giusta da seguire. Ma sono solo un punto di partenza. Molti infatti erano interessati a dare quel “via libera” mediante la lettera che Giuliano dovette bruciare: i neofascisti delle formazioni clandestine, gli aristocratici della corrente monarchica eversiva insoddisfatti dall’esito del referendum del 2 giugno, gli Usa che già da anni avevano pensato all’Italia come base delle loro azioni nel Mediterraneo. Certo è che una strage come quella non poteva essere il frutto di una iniziativa autonoma degli italiani. Nessuno di loro l’avrebbe potuta reggere sotto il profilo giudiziario e politico. In sintesi: qualcuno escogitò il piano; qualche altro lo organizzò in termini operativi e logistici, e qualche altro ancora, come Giuliano lo eseguì materialmente. (G.C.)

    • melita salvatore ha detto:

      Non sono d’accordo con la sicurezza che lei ha sulla esecuzione materiale della strage attribuita solo a salvatore giuliano. Del resto non si volle mai fare chiarezza sulla vicenda, a qualcuno convenì così e lei non riesce a farsene una ragione . uno storico deve essere imparziale e lei non lo è. Salvatore Giuliano non fù un eroe ma fa parte di un pezzo di storia della nostra nazione. Lui (forse) morì, ma i responsabili invecchiarono andarono in pensione con i massimi onori e protetti dallo stato. La verità? non si saprà mai e la riesumazione non sarà la cosa che chiarirà i suoi dubbi.

  3. Salvatore Demma ha detto:

    Egr. Professor Casarrubea, volevo comunicarle di aver pubblicato un libro sul Sottotenente Sergio Barbadoro ucciso dai soldati U.S.A. il 22/07/1943; sono inoltre rintracciabile presso la divisione chirurgica dell’ospedale di Partinico o attraverso l’indirizzo e-mail sopra indicato. Distinti saluti

    Dott. Salvatore Demma

  4. melita salvatore ha detto:

    Egr. professore, i suoi libri non sono il vangelo, ed io ho le mie idee, non ho nemmeno bisogno dei suoi inviti alla lettura. Lei oltre a non essere imparziale è anche presuntuoso.

    • casarrubea ha detto:

      Caro sign. Melita, mi perdoni se, non volendolo, ho urtato la sua sensibilità. Non volevo nuocerLe nè, tanto meno, costringerla a leggere qualcosa di mio. Quanto all’imparzialità e alla presunzione, credo che ognuno di noi abbia diritto ad avere il suo punto di vista. Se lo fa, o si sforza di farlo, in modo documentato è meglio.

      • melita salvatore ha detto:

        Dopo esserci rimbeccati, volevo dirle che nella prima risposta che ho dato alla sua spiegazione sulla strage di portella relativamente a mandanti ed esecutori , noto che le nostre idee non sono poi cosi diverse. Il mio unico dubbio e che a sparare non siano stati gli uomini di Giuliano. che peraltro hanno sempre negato sdegnosamente anche dopo essere usciti dalle carceri e dopo avere scontato la pena massima per quel reato. Le dicevo che non si volle mai fare chiarezza. anche se bisogna dire che i metodi di indagine delle forze dell’ordine non erano quelli dei nostri giorni, si procedette con qualche sommaria autopsia e giu sottoterra. Alla fine il caso Giuliano gira e rigira va a finire sempre e solo a portella . Sette anni della nostra storia giudicati solo per questo avvenimento ed il processo di viterbo non sciolse nessun dubbio, espiarono e pagarono per tutti dei ragazzi ignoranti che sconosccevano persino il motivo per cui si trovavano dietro quelle sbarre .Si è sempre voluto far credere, per comodità politica che Giuliano deliberatamente sparasse sulla sua stessa gente. Anche il regista Rosi abbraccia la tesi di Stato, ufficiale ma menzognera. All’inizio del film. si sente il banditore che invita i cittadini a rifornirsi di quanto di bisogno e ritornare subito a casa per effetto del coprifuoco, donne e bambini stanno attingendo acqua alla fontana, si sente una raffica di mitragliatrice , grida di terrore e dolore . alcuni di essi rimangono morti per terra .Questa è la prima scena del film di Rosi che avalla cosi la strage di portella. Di altro spessore il film di benvenuti “Segreti di stato” che da nomi e volti a colpevoli e implicati. “Ci siamo fatti na bella chiaccherata”. Io sono del 1954, sin da piccolo questa storia mi ha sempre appassionato, fino al1961 ho abitato a Palermo mio padre era un sott’ufficiale della Guardia di Finanza e dopo il ritorno dalla prigionia in Germania fece servizio di istituto aPalermo . Fu proprio mio padre che comincio a parlarmi di Giuliano, che qualche volta si era recato a Montelepre per servizio di ispezione presso piccole attivita di quel paese e mi raccontava di avere paura sentendo ciò che succedeva, ma i superiori gli dicevano di stare treanquillo perchè Giuliano non ce laveva con la Guardia di Finanza ma con i Carabinieri. Le ho raccontato un aneddoto che mio padre soleva spesso raccontare per sdrammatizzare quei ricordi con una punta di ironia verso i colleghi dell’Arma. Buonaserata

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