Riapertura delle indagini

“NON SOLO PORTELLA”

Associazione tra i familiari delle vittime della strage di

Portella della Ginestra, della mafia e di altre stragi compiute in Sicilia

Documento del dicembre 2000

CONTRIBUTO

PER LA RIAPERTURA DELLE INDAGINI SULLE STRAGI DI PORTELLA DELLA GINESTRA E DI PARTINICO

1° MAGGIO-22 GIUGNO 1947

Come è noto la vicenda delle stragi di Portella della Ginestra (1°maggio 1947, 11 morti e 27 feriti) e di Partinico (22 giugno 1947, 2 morti e dieci feriti) fu a suo tempo conclusa con la Sentenza del 3 maggio 1952 emessa dai giudici di Viterbo e con quella successiva del 10 agosto 1956 pronunciata dai giudici della seconda Corte di Appello di Roma. Quest’ultima confermava solo nove dei dodici ergastoli comminati dai primi giudici ai membri della banda Giuliano, assolveva Giovanni Genovese e commutava due ergastoli in pene comprese tra i 23 e i 25 anni di reclusione.

I processi che le motivano si sorreggono sul Rapporto giudiziario del 4 settembre 1947 col quale l’Ispettorato Generale di Pubblica Sicurezza per la Sicilia aveva denunciato alla Procura della Repubblica di Palermo, Salvatore Giuliano e la sua banda, quali unici esecutori e mandanti di quella strage.

Gli elementi di novità che emergono ora sia dalla desecretazione dei documenti relativi a quelle stragi ( a seguito della direttiva di Romano Prodi del 2 maggio 1998) sia dai recenti studi del prof. Giuseppe Casarrubea (“Portella della Ginestra. Microstoria di una strage di Stato”, Milano, Franco Angeli, 1997 e “Fra’ Diavolo e il governo nero. ‘Doppio Stato’ e stragi nella Sicilia del dopoguerra”, Milano, Franco Angeli, 1998) nonché dalle perizie medico-balistiche condotte dal dott. Livio Milone, dell’Istituto di Medicina legale del Policlinico di Palermo, consentono di affermare l’esistenza di almeno un’altra postazione di fuoco, a circa trecento metri da quella che occupava la banda Giuliano sui roccioni del Pelavet (propaggini del monte Pizzuta) mentre si individuano alcuni soggetti, non meglio identificati prima, che avrebbero agito nell’assalto contro le Camere del Lavoro e sedi di sinistra di Partinico, Monreale, Borgetto, San Giuseppe Jato, Cinisi, Carini. Circa la strage di Portella l’esistenza della suddetta nuova postazione emerge chiaramente sia da quanto dichiarato agli investigatori dai cacciatori presi sotto sequestro quella mattina del 1° maggio (già oggetto d’attenzione dei primi giudici), sia dal fatto che nessuno degli elementi che si trovavano a sparare dai costoni della Pizzuta sulla folla ebbe mai a fare i nomi di Salvatore Ferreri, alias Fra’ Diavolo e dei fratelli Pianello. I loro nomi non figurano nella descrizione dei punti di fuoco dichiarati dai ‘picciotti’ negli interrogatori condotti dagli organi inquirenti, e non figurano neanche nel Rapporto giudiziario del maresciallo Giovanni Lo Bianco, oggi pubblicato nella sua stesura integrale con i relativi allegati dalla Commissione Antimafia.[1]

Ora poiché i primi giudici ammisero con certezza la presenza di Ferreri e dei Pianello a Portella è indiscutibile che essi si trovassero in una postazione tale da non essere visti dalle squadre che si erano unite a Giuliano. Il dato è tanto più significativo se si pensa al fatto che l’individuazione del gruppo di fuoco della Pizzuta fu resa possibile per un preciso indirizzo dato in questo senso dallo stesso Ferreri, il quale in tal modo determinava le premesse per un vero e proprio depistaggio delle indagini. Il dato è di particolare rilievo in quanto Ferreri Salvatore era, dopo Santo Fleres di Partinico, il principale confidente dell’Ispettore capo di polizia in Sicilia Ettore Messana, personaggio quanto mai discutibile sia per la sua carriera di funzionario (l’aveva cominciata con l’eccidio di Riesi nel 1919), sia anche perché era un monarchico della prima ora con pesanti esperienze antidemocratiche e antirepubblicane.

La centralità di quelle stragi nella storia del nostro Paese, il loro carattere enigmatico, i tanti e inspiegabili misteri che per troppo lungo tempo le hanno coperte con una grande cortina fumogena, il conseguente bisogno di fare chiarezza sulle stesse origini della nostra Repubblica, possono per altro evincersi dal notevole interesse che esse ancora oggi ricoprono. Tant’è che la Commissione nazionale antimafia non ha mai trascurato di occuparsi dell’argomento e a partire dal 30 aprile 1998, con un leggero anticipo sulle stesse disposizioni dell’allora capo del governo, ha pubblicato ben sette volumi di atti tutti riferibili a quelle stragi.

Ci si è venuti così a trovare di fronte a un corpo di materiali che, per quanto ancora incompleti, possono tuttavia consentire di consegnare alla Magistratura palermitana elementi nuovi, gravi e significativi, di un gravissimo crimine commesso contro l’umanità e contro la democrazia nel tempo in cui questa cominciava a prendere il suo primo avvio.

Detti elementi, in quanto non contemplati dal Rapporto giudiziario suddetto, non furono oggetto di una specifica attenzione dei magistrati anche se, in alcuni punti della Sentenza di Viterbo, essi furono in qualche modo anticipati dagli stessi giudici, allorquando giunsero a condannare le omissioni compiute dalla polizia investigativa nel momento in cui questa, pur a conoscenza di fatti e situazioni ben note, non le riferiva all’Autorità giudiziaria.

Riportiamo qui di seguito uno stralcio della Sentenza della Corte di Assise di Viterbo, dal quale si evince il grave rilievo dei giudici circa l’omessa denuncia all’autorità giudiziaria di Salvatore Ferreri e dei fratelli Pianello che avevano partecipato – assieme ad altri soggetti rimasti ignoti- alla strage di Portella della Ginestra e con molta probabilità anche a quella di Partinico. Vi si fa riferimento anche all’omessa comunicazione all’autorità giudiziaria, da parte dei Carabinieri inquirenti, del fermo dei primi arrestati. Fatto ancora più grave se si pensa che non fu richiesta la prescritta autorizzazione. Il documento è ancora importante perché vi si afferma con certezza la presenza di Fra’ Diavolo tra i gruppi di fuoco. Sta in: Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia, Allegati alla Relazione sui rapporti tra mafia e banditismo, trasmessi dal presidente della Commissione, Francesco Cattanei, ai presidenti di Camera e Senato il 4 maggio 1972, Senato della Repubblica, V legislatura, Documenti, vol. LVIII, n. XXIII-2 sexies, Roma, Tipografia del Senato, 1972, Atti Interni (da ora CPIM-AI), allegato 4, pp.147-149.

“Certamente il rapporto con cui il nucleo dei carabinieri presso l’ispettorato generale di pubblica sicurezza per la Sicilia denunciò gli autori del delitto di Portella della Ginestra e degli assalti alle sedi del partito comunista in più paesi della provincia di Palermo, non può davvero dirsi sia completo.

Attraverso la deposizione del tenente colonnello Paolantonio, resa in dibattimento soltanto, è risultato in maniera più che certa, che egli apprese dal confidente Ferreri Salvatore che a lui potevano essere fornite notizie intorno ai fatti verificatisi a Portella della Ginestra, dai fratelli Pianello. Costoro non furono, invero, larghi di notizie, indicarono però le persone che avrebbero potuto parlare: Gaglio Francesco, ‘Bambineddu’, Badalamenti Francesco.

Dai fratelli Pianello ebbe il Paolantonio la confidenza della loro partecipazione al delitto consumato a Portella della Ginestra, confidenza che egli comunicò agli ufficiali di polizia giudiziaria incaricati delle indagini.

Ora, se i fratelli Pianello furono dal teste Paolantonio indicati come coloro che avevano partecipato all’azione delittuosa (fol.724 verbale dibtt.) dovevano essere essi stessi denunciati all’autorità giudiziaria o, quanto meno, indicati come partecipanti al delitto stesso. Tanto più che di essi fratelli Pianello si parlò dal Di Lorenzo quali partecipi alla riunione in cui si parlò degli assalti alle sedi del partito comunista.

Ed alla manchevolezza del verbale a tale proposito fa riscontro una deficienza nelle dichiarazioni rese dai picciotti e da Gaglio ‘Reversino’ ai carabinieri del nucleo centrale presso l’ispettorato di pubblica sicurezza per la Sicilia.

Così, ad esempio, con esattezza fu rilevato che gli ufficiali di polizia giudiziaria, che si occupavano delle indagini intorno al delitto consumato a Portella della Ginestra, pur essendo venuti a conoscenza che a fornire gli elementi di prova che permisero ad essi di pervenire alla identificazione di coloro che operarono stando fra i roccioni della Pizzuta, erano stati i fratelli Pianello, che avevano preso parte al delitto, omisero di comprendere costoro fra coloro che erano gli autori del fatto delittuoso. Risponde a verità che in tutto il lungo rapporto che si occupa del delitto di Portella della Ginestra e degli assalti contro le sedi del partito comunista non si trova una sola parola relativa ai fratelli Pianello. E la omissione dei fratelli Pianello fra gli autori del delitto di Portella della Ginestra fu elevata da alcuno dei difensori ad argomento talmente rilevante da far dubitare della veridicità del rapporto. Ora, vera la omissione rilevata e lamentata, non è accoglibile neppure la spiegazione che della omissione fu data: la morte dei fratelli Pianello al momento in cui il rapporto fu redatto e trasmesso alla autorità giudiziaria; l’ufficiale di polizia giudiziaria ha un compito soltanto, quello di riferire all’autorità giudiziaria il risultato delle indagini compiute relativamente ad un fatto delittuoso, di riferire le generalità, quando siano accertate, di tutti coloro che alla consumazione del delitto abbiano preso parte, senza ometterne alcuno, anche se questo qualcuno possa essere deceduto. Ma da una siffatta omissione alla affermazione che ciò costituisce argomento per far dubitare della veridicità del rapporto, è una grande distanza.

Altro rilievo fattosi fu questo: risulta che Gaglio ‘Reversino’ e Di Lorenzo Giuseppe furono fermati nel giorno 9 del mese di luglio; che Pretti fu fermato il 3 agosto, Tinervia Giuseppe il 10 agosto, Terranova Antonino di Salvatore e Sapienza Vincenzo pure il 10 agosto e che furono, invece, presentati al giudice, perché fossero interrogati, rispettivamente il 13 agosto i primi due, il 15 agosto il terzo, il quarto il 21 agosto ed il quinto il 21 ed il sesto, pure il 15 agosto. Ora manca fra i numerosi atti del processo qualunque partecipazione alla autorità giudiziaria di avere proceduto al fermo avanti indicato, come manca, per tutti gli altri, anche qualunque richiesta all’autorità giudiziaria per ottenere l’autorizzazione a che fossero mantenute le stesse in stato di fermo. Ed a quel tempo era in vigore la disposizione contenuta nell’art. 2, legge 20 gennaio 1944, per cui lo stato di fermo non poteva protrarsi al di là di giorni sette.

Vi fu, quindi, inosservanza da parte degli ufficiali di polizia giudiziaria di una disposizione di legge posta a garanzia della libertà individuale dei cittadini, la quale, se può subire delle limitazioni rese necessarie dallo svolgimento delle indagini di polizia giudiziaria, non può subirne al di là del tempo stabilito da una norma giuridica che deve essere osservata anche dagli ufficiali di polizia giudiziaria, ma ciò non è sufficiente per fare affermare che il rapporto non risponde a verità.

Manchevolezza fu riscontrata nella mancata indicazione da parte di tutti i picciotti e di Gaglio ‘Reversino’ della presenza alla riunione di contrada ‘Cippi’ dei fratelli Filippo e Fedele Pianello della cui partecipazione al delitto consumato a Portella della Ginestra non è possibile dubitare dopo quanto espose, in dibattimento, il tenente colonnello Paolantonio.

Questi riferì di avere avuto la confidenza da parte dei fratelli Pianello della loro partecipazione al delitto consumato dai roccioni della Pizzuta contro la folla che era riunita nella vallata formata dalle montagne Pelavet e Kumeta, ed è rispondente al vero che né nelle dichiarazioni dei picciotti, né in quella di Gaglio ‘Reversino’ si trova fatta la loro menzione, mentre tutti, o quasi, i picciotti dichiararono, in dibattimento, che erano da essi conosciuti. Può bene spiegarsi la mancanza della loro indicazione. Può bene darsi che i fratelli Pianello non si siano trovati presenti alla riunione di Cippi e quindi i picciotti e Gaglio ‘reversino’ non potevano accorgersi della loro presenza; ma dalla mancata indicazione dei fratelli Pianello non può farsi derivare che non rispondano al vero le altre affermazioni fatte dai picciotti e da Gaglio ‘Reversino’. Non può essere trascurata un’osservazione fatta da un teste della cui attendibilità non è lecito dubitare e che, per di più, fu il primo a visitare i luoghi da cui si sparò: il capitano Ragusa, in quel tempo sottotenente, comandante del plotone di ordine pubblico di Piana degli Albanesi. Egli disse di aver rilevato, avendo fatto l’ascensione della montagna Pelavet fino al punto da cui fu fatto funzionare il fucile mitragliatore, che ivi si trovava della paglia e delle tracce di sigarette, segno evidente che alcuno aveva giaciuto in quel luogo; possono ivi avere trascorso la notte i fratelli Pianello, da soli o in compagnia di altri, che poteva essere anche il Ferreri, accanto a cui Giuliano aveva posto i fratelli Pianello per sorvegliarne l’attività, quando egli incominciò a sospettare di lui.

Ma è ancora da dire altro: i picciotti possono bene non aver notato la presenza a Cippi dei fratelli Pianello. Va detto, a questo proposito, che la riunione di tutti in contrada Cippi, si ebbe verso l’imbrunire, poco prima che avessero luogo la distribuzione delle armi, il discorso di Giuliano ai convenuti in quella contrada e la formazione dei gruppi per iniziare la marcia che doveva portare tutti a Portella della Ginestra. In quella contrada vi fu, in quel giorno, un continuo andare e venire di persone quindi, può darsi, che i fratelli Pianello si siano trovati presenti in un momento in cui nessuno dei picciotti si trovò presente nella contrada stessa.

E la stessa osservazione va fatta per quanto si riferisce a Ferreri Salvatore, conosciuto con il soprannome di ‘Fra’ Diavolo’ o di ‘Totò il palermitano’. Della presenza di costui fra i roccioni della Pizzuta al momento della consumazione del delitto, non può davvero dubitarsi. Ne parlò prima Terranova Antonino fu Giuseppe, quando riferendo, nell’interrogatorio reso al magistrato intorno agli autori del delitto consumato a Portella della Ginestra, disse che, per debito di coscienza, doveva riferire che al delitto aveva partecipato anche Salvatore Ferreri, oltre a quelli altri che pure indicò. E dello stesso Ferreri, quale autore del delitto di Portella della Ginestra, parlarono, in dibattimento, Gaspare Pisciotta e Mannino Frank. Eppure neppure di costui si trova menzione né nelle dichiarazioni dei picciotti, né in quella di Gaglio ‘Reversino’. Ed anche della mancata indicazione del Ferreri può essere data piena spiegazione: i picciotti dissero tutti, o quasi tutti, di avere notato presenti alla riunione di Cippi, oltre coloro di cui fecero la individuazione, anche “delle facce estranee”, perché non di Montelepre, ed il Ferreri era nativo di Palermo [n.d.a.: in realtà Alcamo] ed ivi residente, come affermò la madre”.

Ma concentriamoci un attimo su ‘Fra’ Diavolo’.

“Ferreri – dirà Paolantonio – fu agganciato da Messana tramite il padre del bandito, che si presentò a Roma al defunto, compianto onorevole Aldisio e gli disse: mio figlio vuole costituirsi, vuole acquistarsi delle benemerenze e vorrebbe fare qualche cosa per l’eliminazione del bandito Giuliano. Non so se poi, Aldisio, chiamò Messana a Roma e gli disse: guardi che c’è questo e questo; può essere importante per i compiti che lei ha. Questo gli disse, dove doveva trovare il padre di Ferreri; il padre di Ferreri lo mise in relazione con il figlio e incominciò questa vicenda.”[2]

La reticenza circa i colloqui Aldisio-Messana è superata dalle affermazioni del Lo Bianco, il quale dichiara:

“… Messana è entrato in rapporti con ‘Fra’ Diavolo’ in seguito ad un colloquio avuto con l’onorevole Aldisio.

Un giorno l’onorevole Aldisio mandò a chiamare, a Roma, Messana e credo che gli abbia parlato lì quando era Alto commissario. Non ricordo, sono notizie marginali, che ho appreso così; e so che all’onorevole Aldisio si era presentato il padre di questo latitante pericoloso che era condannato all’ergastolo perché si era aggregato alla banda Giuliano e il padre lo voleva salvare, salvare in questo senso: vediamo se mio figlio si può rendere benemerito verso la giustizia e vedere di fargli fare la revisione del processo per poterlo salvare.

Messana, così, tramite il padre entrò in rapporti con ‘Fra’ Diavolo’, non so se gli diede appuntamento, e se Fra’ Diavolo gli aveva promesso che gli avrebbe fatto catturare Giuliano”.[3]

Ma tra i due correvano intese non meglio esplicabili. A Firenze il bandito sarebbe potuto rimanere a tempo indeterminato. Gestiva col padre, che secondo Maxwell era ritornato dalla Francia verso la metà del 1946[4], una trattoria a Borgo Tegolaio n.5 dove abitava al secondo piano. Come abbiamo visto il colonnello Paolantonio attribuisce al padre, Vito, l’iniziativa di fare restituire il figlio al consorzio civile attraverso il particolare servizio che questi avrebbe dovuto espletare, come confidente dell’ispettore di polizia all’interno della banda Giuliano. Ma la metodica del sistema di ricatto utilizzato dalle forze dell’ordine (promessa di restituzione al consorzio civile, o di ‘amnistia’ in cambio di un servizio di confidente, o di un memoriale, o di qualcosa d’altro) fa ritenere il contrario. E cioè che l’iniziativa di infiltrare Ferreri nella banda sia partita dall’alto. Lo dimostra anche il fatto che due mesi prima della strage Messana, tacendo sui colloqui avuti col Ferreri e con Aldisio, “diede disposizioni a tutti i reparti dislocati nella zona calda di stare fermi in quanto stava organizzando un colpo che lo avrebbe portato in breve termine alla cattura di Giuliano”[5]. Invece il colpo grosso si rivelò un colpo di scena, con due connesse stragi, l’eliminazione di Fra’ Diavolo e il nome di Giuliano sbandierato su tutta la stampa nazionale come l’artefice dell’antibolscevismo, della guerra alla “canea dei rossi”. Se ne poteva evincere che la funzione di Ferreri non doveva essere – e non fu – quella della cattura del “re di Montelepre”, ma un’altra strettamente legata alla sua morte. A questo proposito non va dimenticato che Messana era in stretti contatti con un misterioso signor X, dalle “ineccepibili apparenze”, col quale si incontrava costantemente, dopo avere congedato i suoi collaboratori, e che sarà la mafia a fornirgli l’opportunità di agganciare Fra’ Diavolo. E la mafia di Alcamo, chiarisce Spanò, era legata a questo signore.[6] Dunque stando alla logica dei fatti si può bene costatare che Vito Ferreri non aveva da trarre grandi benefici nel consegnare il figlio a quelle forze dell’ordine che questi aveva combattuto in modo sanguinario. Egli con la sua famiglia aveva fatto la scelta di rientrare dalla Francia a Firenze, dove aveva investito dei capitali che non aveva voluto invece impiegare in Sicilia. E’ lecito ipotizzare che ad altri premeva il tanto desiderato ingaggio. Alla sequenza cronologica Vito Ferreri ->Aldisio ->Messana ->Fra’ Diavolo appare più coerente e doveroso sostituire l’altra sequenza: mafia -> Aldisio -> Messana -> V. Ferreri ->Fra’Diavolo.

Molte circostanze inoltre depongono per il lavorìo che sul fronte eversivo caratterizza i mesi che precedono le stragi:

1) E’ documentato dagli atti Antimafia che al gennaio ’47, e quindi in epoca già sospetta, risalgono le pratiche presentate da Mike Stern, già capitano dell’Office of strategic service, per essere accreditato in Italia come giornalista. Stern si incontrerà con Giuliano, prima e dopo la strage di Portella. Il giornalista oggi reperibile presso il Museo Navale di New York non fu mai ascoltato dai giudici di Viterbo;

2) a febbraio/marzo viene concluso l’aggancio di Ferreri e il suo inserimento all’interno della banda Giuliano. Se ne occupano il capo della polizia in Sicilia Ettore Messana e l’Alto Commissario Salvatore Aldisio;

3) dalle dichiarazioni di Terranova Antonino inteso ‘Cacaova’ rese di fronte al magistrato apprendiamo che Giuliano non era estraneo al “partito anticomunista di Palermo” (in realtà Fronte antibolscevico con sede in via dell’Orologio) rappresentato dal famigerato Jack Cipolla;

4) dopo le stragi del 22 giugno ’47 la sede di questo movimento neofascista fu perquisita e all’interno furono trovati dei manifestini identici a quelli lanciati a Partinico e a Carini durante gli assalti contro le Camere del Lavoro e sedi di sinistra. Furono altresì rinvenuti manganelli, bombe e armi varie. La sede fu sciolta, ma i cinquanta arrestati furono subito rilasciati. La notizia fu riportata da diversi giornali. Intanto il tenore della campagna anticomunista si poteva dedurre proprio da quei volantini, per fortuna recuperati e pubblicati persino dai giornali :

(Doc. in Archivio Generale della Corte di Appello di Roma, Città Giudiziaria, piazzale Clodio, processo 13/50, allegato a Legione territoriale dei Carabinieri di Carini, Rapporto circa l’attentato alla sede del Partito Comunista di Carini avvenuto la sera del 22 giugno ad opera di elementi ritenuti appartenenti alla banda Giuliano, rimasti sconosciuti, n. 181, 25 giugno 1947. Uguale appello fu rinvenuto dopo la strage di Partinico. Si notino due espressioni di Giuliano, che fece proprio il testo, anche se da lui non scritto: 1) ”ho assunto questo impegno”; 2) “d’ora innanzi inizierò una lotta senza quartiere”).

Siciliani

L’ora decisiva è già scoccata!

Chi non vuole essere facile preda di quella canea di rossi che, dopo di averci infangato tradito e turlupinato facendoci perdere ogni prestigio negli ambienti internazionali, cercano ora di distruggere quanto di meglio ancora abbiamo e che ad ogni costo difenderemo, cioè l’onore delle nostre famiglie e quel nobile sentimento che ci lega alla nostra cara terra, che essi ipocritamente camuffati da internazionalisti respingono e detestano, è necessario che oggi si decida.

Quegli uomini che vogliono ad ogni costo buttarci in grembo a quella terribile Russia dove la libertà è una chimera e la democrazia una leggenda, e per i quali, noi che amiamo la nostra Sicilia, dobbiamo sentire sdegno e ribrezzo, debbono essere senz’altro lottati.

Ed io ho assunto questo impegno.

Ma perché ciò riesca è indispensabile che tutti i cari fratelli Siciliani mi seguano per aprire un nuovo ciclo di storia veramente fulgida e gloriosa che dovrà redimerci, rendendoci degni di questa nobile Sicula terra che in ogni tempo ha dato prova di grande maturità democratica e di refrattarietà ad ogni forma di dittatura.

E tra tutte le dittature quella Russa è la più opprimente e schiacciante e perché questa non attecchisca nella nostra isola d’ora innanzi inizierò una lotta senza quartiere contro i comunisti perché possa scomparire dalla vita politica Siciliana questa canea che infanga il nostro nobile suolo dalle tradizioni tanto gloriose, e perché non intendo, e di questo ne piglio formalmente impegno, che la nostra amata terra diventi un misero ordigno della mastodontica [il corsivo nell’originale è riportato in grassetto] macchina sovietica.

Di quella terribile macchina che ha annientato i nostri sessantamila fratelli prigionieri frantumandoli in quegli ingranaggi che si chiamano squallide ghiacciaie della Siberia, lebbra, e tifo, negando così a sessantamila famiglie l’immensa gioia di riabbracciare i propri cari che in terra straniera, come da vivi, non avranno mai pace nè una lacrima che inumidirà le loro tombe.

Ai superficiali annotatori della cronaca potrà sembrare strano che sia io a dare il via a questa grande Crociata contro coloro che negano Dio e la famiglia annientando così lo stesso uomo rendendolo senza vita e senza sensibilità.

Volutamente hanno voluto falsare la mia posizione descrivendomi in tutti i modi e tralasciando quello che effettivamente dimostra la ragione per cui io lotto. Da circa quattro anni mi batto senza tregua per la realizzazione di questo grande nobile e generoso sogno; e per rendere la Sicilia ricca fiorente e prospera e farla tornare come prima il migliore Giardino d’Europa.

Per questo ho lottato e lotterò e non mi fermerò se non quando questo sogno non sarà realtà! Chi si sente veramente Siciliano, degno di questo nome e vuole cooperarsi in questa grande battaglia antibolscevica, sappi che c’è un feudo chiamato “SAGANA” dove ho posto il quartier generale.

Ad un secondo mio avviso che farò pervenire alla stessa maniera del presente sono certo che accorrerete numerosi nel suddetto feudo.

Vi prego di venire forniti di documenti di riconoscimento e di stato di famiglia perché possano essere sussidiate le vostre famiglie.

S.GIULIANO”

5) i giudici di Viterbo e di Roma posero scarsa attenzione alla motivazione delle stragi. Fecero propria la versione del Rapporto giudiziario che non aveva per nulla preso in considerazione né il movente politico-eversivo, né il ruolo annesso e indispensabile giocato dai gruppi mafiosi locali (così come risulteranno dai processi di Viterbo e Roma), i quali per competenza territoriale non potevano non sapere ancora prima che le stragi si fossero compiute. Questo movente conduceva all’evidente decisione degli USA di impedire con qualunque mezzo che la realtà delle cose nei vari Paesi europei si muovesse in contrasto con le decisioni di Yalta (1945).

Si spiegava anche per questi fatti la ragione della mancata adesione dei governi nazionale e regionale a progetti di legge di iniziativa parlamentare sull’attività della polizia nei confronti della banda Giuliano. Essa esprimeva una volontà più vasta. Sono note le prese di posizioni ufficiali degli Stati Uniti, le ipoteche imposte da questi ultimi alla rinascita dell’economia italiana col piano Marshall, la rottura del patto di unità nazionale antifascista, come esito di un travaglio che durava da mesi, la nascita del Fronte antibolscevico comprendente vari movimenti monarchici e fascisti direttamente finanziato dagli americani e dall’Intelligence Service.[7] A questo proposito Giuseppe De Lutiis riporta un documento del National Security Council (NSC) datato 8 marzo 1948 col quale gli Stati Uniti paventano “la possibilità che il Blocco del popolo dominato dai comunisti italiani possa conseguire la partecipazione al governo nelle elezioni nazionali di aprile e che i comunisti, seguendo un percorso familiare nell’Europa orientale, possano ottenere il perfetto controllo del governo e trasformare l’Italia in uno Stato totalitario asservito a Mosca”. Viene stilato un piano d’intervento articolato in cinque punti che prevede, tra l’altro, ‘assistenza finanziaria e militare’ ai clandestini anticomunisti impegnati nell’operazione.[8] E’ vero che con l’emanazione di queste direttive riservate ci troviamo già a oltre otto mesi di distanza dalla strage di Portella, ma è anche vero che le preoccupazioni anticomuniste di quel Paese erano già abbastanza esplicite all’inizio del 1947 e che proprio nei giorni della strage del primo maggio il consigliere per l’Italia a Washington Walter Dowling scriveva in un promemoria riservato che il partito comunista era ormai troppo forte per essere battuto in terreno aperto.[9] Anche l’ambasciatore americano a Roma James Clement Dunn s’era dato pensiero e il 7 maggio 1947 in un telegramma inviato al segretario di Stato George C. Marshall scriveva di avere già “sollecitato” “qualche espediente per eliminare il Pci dal governo”: attraverso uomini che potessero meritare la piena fiducia, controlli sugli scioperi, abrogazione di “quelle norme di carattere ‘politico’ che erano state ‘utilizzate per intimidire e paralizzare’ l’economia”.[10] Fra queste non potevano certamente mancare le leggi Segni-Gullo sulla riforma agraria. In ogni caso già dalla data del viaggio di De Gasperi le cose erano mutate, e dovevano mutare sempre più nel corso di quei primi mesi, a seguito dell’enunciazione della dottrina Truman (marzo ‘47).

Non stupisce, dunque, la straordinaria coincidenza tra il clima occidentalista largamente diffuso tra i gruppi dominanti dell’epoca, e l’insorgenza di circostanze che a quel clima si riconducavano e che andavano valutate soprattutto nella considerazione degli effetti determinati dalle azioni poste in essere.

Il rientro in Sicilia di Salvatore Ferreri, il bisogno largamente avvertito in certi ambienti di bloccare l’avanzata delle sinistre, la presenza del Fronte antibolscevico a Palermo, città nella quale viene fatto sistemare il Ferreri al suo rientro da Firenze, la presenza di una bandiera nera tra i gruppi di fuoco notata da Alberto Borruso durante la strage di Portella: sono elementi indiziari mai valutati. Il Borruso é un testimone chiave. I giudici non gli danno credibilità a proposito delle sue dichiarazioni circa la presenza dei mafiosi di San Giuseppe al momento degli spari, come del resto non daranno credito a tutte le altre numerose analoghe testimonianze. Ma il particolare del riferimento alla “bandiera nera sollevata su una pietra ”, dentro una valutazione più ampia, acquista un suo rilievo. Era – dichiarava il Borruso ai giudici – “come un segnale di morte per la popolazione”. Nei giorni successivi alla strage, Borruso viene portato a Palermo in automobile “dietro invito di un’autorità”. E di lui non si hanno più notizie. E’ la madre, Giuseppa Bono, che denuncia il fatto, il 3 giugno di quello stesso anno davanti al giudice istruttore. E in assenza del figlio è lei a parlare. Si era recata a Portella con la sua numerosa famiglia; un suo figlio aveva preferito andare nel vicino lago a giocare in compagnia di vicini di casa; lei, col marito e Alberto, era andata sui campi, a monte del podio. Seguiva con lo sguardo il figlio che era andato ancora più in alto. Alle prime raffiche lo vede gettarsi per terra e nascondersi dietro un sasso, poi, cessati gli spari, lo cerca disperatamente, lo incontra e sente pronunciare il nome di un assassino. Di fronte al giudice non ha reticenze. Anzi lo avverte “che tutti i testi che si presentano spontaneamente per deporre a favore degli imputati sono tutti falsi”[11].

Ferreri, ingaggiato da Messana, era certamente – dicono i giudici- tra i gruppi di fuoco. Egli è il primo tra i ‘grandi’ della banda a sperimentare la funzione inedita di essere al contempo esecutore di una strage e confidente della massima autorità di polizia in Sicilia. Egli è il primo a entrare nella grande macchinazione dell’affaire di Portella. E’ anche il primo a morire. Lo seguiranno in tempi diversi Giuliano e Pisciotta. E parecchi altri. Ma si consideri la diversa funzione, con i relativi diversi contesti di morte, di Ferreri, Giuliano e Pisciotta. Il primo ufficialmente è ingaggiato per portare la polizia alla cattura di Giuliano, di fatto lo troviamo perfettamente coinvolto in due stragi; Pisciotta formalmente è mantenuto in vita per eliminare Giuliano, di fatto egli offre una grande copertura ai falsi sulla morte del capobanda forniti dal generale Ugo Luca e dal capitano Antonio Perenze, proprio nel senso che egli attribuendo a se stesso le responsabilità dell’uccisione del suo capo, rende meno pesanti quelle di coloro che si portavano sulla coscienza la colpa di avere ammazzato un uomo che dormiva. Finché Pisciotta non dichiara di avere commesso quest’atto è perfettamente libero, nonostante tutti gli omicidi di cui era imputato e tutti i mandati di cattura da cui avrebbe dovuto essere perseguito. Giuliano è mantenuto in vita perché diventa l’intestatario dell’antibolscevismo e molti documenti provano questa sua scelta politica dopo le elezioni del 20 aprile 1947.

Il ruolo di Ferreri e dei Pianello negli assalti a Portella della Ginestra e alle Camere del Lavoro e sedi di sinistra non può essere d’altra parte sottaciuto se si pensa alle ricerche già effettuate. In merito ai fratelli Pianello basti l’interrogatorio reso dal ‘picciotto’ Giuseppe Di Lorenzo. Questi dichiarerà ai marescialli Calandra e Lo Bianco:

“Fu così che la sera di venerdì 20 giugno u.s., verso le ore 21,30 vennero a visitarmi nell’abitazione di mia suocera dove mi trovavo per curarmi più tranquillamente il mio male [n.d.a.: ulcera gastrica], i banditi Cucinella Giuseppe di Biagio di anni 21circa, inteso ‘Porrazzolo’ da Montelepre e Sciortino Pasquale, inteso ‘Pino’, cognato del Giuliano Salvatore, i quali mi avvertirono che poco dopo mi sarei dovuto trovare fuori dell’abitato nello spiazzo denominato ‘Belvedere’ perché c’era una riunione che mi riguardava e si allontanarono. Poco dopo anche per curiosare mi recai nella località predetta e vi trovai i seguenti banditi, notoriamente affiliati al Giuliano Salvatore, di cui sono stati in questi ultimi tempi tra i suoi più fedeli seguaci:

1) Passatempo Salvatore sopra menzionato;

2) Passatempo Giuseppe, fratello del precedente;

3) Candela Rosario inteso ‘Cacagrosso’;

4) Pisciotta Francesco inteso ‘Mpompò’;

5) Taormina Angelo inteso “Vito Pagliuso”, ucciso;

6) Mannino Frank inteso ‘Lampo’;

7) Cucinella Antonino, fratello del Cucinella Giuseppe predetto;

8) Terranova Antonino di Giuseppe, tutti apparentemente inermi, nonché i seguenti altri giovani che ritengo incensurati:

1) Pianello Giuseppe di Salvatore;

2) Pianello Filippo, fratello del precedente;

3) Mazzola Federico di Giuseppe, cognato del Terranova;

4) Certo Totò, inteso ‘Rizzo’, di anni 20 circa il cui padre credo si chiami Angelo.

Poco dopo sopraggiunsero lo Sciortino Pasquale ed il Cucinella Giuseppe. Lo Sciortino chiese allora al Cucinella Giuseppe se fossimo tutti presenti; costui rispose che mancava qualcuno e ricordo che in proposito aggiunse: “Ora arriveranno anche Vincenzino, il figlio di Filippeddu e Cicciu Sapienza, figlio dello zio Jachino”.

Di fatto trascorsi pochi minuti si presentarono alla spicciolata nella predetta località altri giovani, tra cui credo quelli summenzionati dal Cucinella Giuseppe che io, però, non potei bene individuare, anche per l’oscurità.

Quindi prese la parola lo Sciortino Pasquale il quale ci spiegò che lo scopo di quella riunione era quello di invitarci a continuare la lotta contro il comunismo, già intrapresa dal cognato Giuliano, in modo da farlo scomparire dalla Sicilia perché, a suo dire, se tale partito avesse preso il sopravvento, saremmo stati tutti rovinati, specie i monteleprini, ricordandoci che erano stati appunto i comunisti a lacerare a Palermo la nostra bandiera separatista. Fece perciò presente che bisognava andare a distruggere tutte le sedi del partito comunista nella zona d’influenza della banda capeggiata dal cognato, in modo da indurre gli avversari di tale partito a fare altrettanto nelle altre province.[12]

Come abbiamo dimostrato in altra sede la sovraesposizione della banda Giuliano in tutta la manovra eversiva della primavera del ’47 è abbastanza evidente. Qui interessa mettere in risalto l’apparente ruolo marginale che l’interrogatorio di Di Lorenzo sembra attribuire ai Pianello dei quali non poteva certo sfuggire ai due marescialli la posizione di confidenti del colonnello Giacinto Paolantonio.

Ma c’è un altro indizio dell’assalto di Ferreri a Portella e alla Camera del Lavoro di Partinico. Si evince dagli atti desecretati pubblicati ora dalla Commissione antimafia che tra gli oggetti sequestrati a Vito Ferreri, dopo la sua uccisione, ve ne erano alcuni abbastanza eloquenti: 1) una copia del ‘Giornale di Sicilia’ del 24 giugno 1947, n. 148; 2) una carta di identità rilasciata ad Alcamo il 5 marzo 1947 recante il numero 12860; 3) una lettera intrisa di sangue; 4) una lente da sole; 5) una licenza di porto di fucile n. 13647 rilasciata dalla questura di Trapani il 18 aprile 1947. Esaminiamoli con attenzione uno per uno.

1) Il numero 148 del ‘Giornale di Sicilia’ che il Ferreri padre aveva in tasca, riportava in prima pagina le seguenti notizie: “Bombe e raffiche di mitra contro le sedi di sinistra a Partinico, Carini, San Giuseppe Jato, Borgetto, Cinisi e Monreale. Sette Centri colpiti nel corso di una notte. Fenomeno mostruoso”, “Immediati provvedimenti del governo per stroncare azioni terroristiche in Sicilia”, “Lo sciopero generale proclamato per oggi a Palermo e provincia”, “Dichiarazione del presidente Alessi sui provvedimenti presi dal governo”. Il giornale non le aveva pubblicate il giorno prima in quanto i fatti erano accaduti nella tarda serata del 22, giorno di domenica e quindi il 23 il quotidiano non aveva fatto in tempo a riportarle. Domanda: quale motivo aveva Vito Ferreri di tenere ben custodito un giornale vecchio di tre giorni, se questo non aveva alcuna connessione con le azioni compiute da suo figlio? Evidentemente nessuno. Una connessione doveva esserci, come c’era stata quando, dopo la strage di Portella, Giuliano ebbe a dichiarare nei suoi memoriali di avere appreso dalla stampa che quel giorno sul pianoro c’erano stati molti morti e moltissimi feriti.[13] Solo dalla stampa i banditi potevano apprendere la gravità delle azioni che avevano commesso;

2) la data in cui viene rilasciata la carta di identità a Vito Ferreri è perfettamente coincidente col periodo nel quale avviene il reinserimento di Fra’ Diavolo nella banda Giuliano. E’ significativo anche il luogo del rilascio: Alcamo, dove l’interessato era nato. Il vecchio Ferreri diventa una specie di ‘procuratore legale’ del figlio, lo segue per tutelarne la sicurezza, le azioni, il rispetto degli impegni assunti da personaggi come Aldisio o Messana;

3) non sappiamo se la lettera intrisa di sangue facesse parte di quest’ambito di interessi; non lo si può escludere ma occorre tenere presente che nessun atto scritto sarebbe stato consentito nella circostanza. E’ più facile ipotizzare che si trattasse di una lettera scrittagli dalla moglie o dal cognato nelle settimane precedenti, quando essi, ancora a Firenze, gli sollecitavano un rientro; o quando, trovandosi già a Palermo, lo invitavano a intervenire nel trasferimento dalla capitale toscana;

4) il particolare che Vito Ferreri, elemento estraneo alla banda,[14] va in giro, seguendo il figlio, con occhiali da sole e il giornale in tasca ci dà la rappresentazione di un uomo che non doveva avere proprio l’aspetto di chi stesse andando a sequestrare una persona. Era ben vestito e curato. Al momento in cui fu trovato morto, bocconi per terra, sulla soglia di un grande cancello di ferro, in via dei Mille, “indossava giacca di velluto marrone, pantaloni di tela cakì, scarpe polacche con elastico, anello d’oro con pietra di colore granatino all’anulare della mano destra e catena d’oro al gilet”. Doveva proprio avere tutta l’aria di un mediatore, di uno che – non potendo condurre le sue trattative alla luce del sole – stava lì a mediare tra forze dell’ordine e banditi, tra il capo della polizia e suo figlio.

5) Il porto d’armi concessogli dalla questura di Trapani, meno di due settimane prima della strage di Portella, la dice lunga su tale funzione, e sulle contropartite che ne derivavano. Era un fatto così grave che quando arrivò all’ispettorato di polizia la notizia dell’eliminazione dell’intero gruppo di Ferreri, Messana si affrettò a mandare il Lo Bianco a ritirare quel documento compromettente, prova di una profonda collusione e del particolare ruolo che gli alti vertici delle forze dell’ordine avevano affidato al padre di Fra’ Diavolo.

Ma esiste un altro indizio dell’assalto di Ferreri alla Camera del Lavoro di Partinico. Lo individua Sandro Volta nella prima pagina del ‘Nuovo Corriere della Sera’ del 28 giugno 1947:

“Risulta alla polizia che negli ultimi tempi ‘Fra Diavolo usava firmare le sue lettere ‘S. Giuliano’ […] questo fatto fa nascere una nuova supposizione: che, cioè, potesse essere sua la firma del famoso manifesto anticomunista di Partinico che era firmato a macchina ‘S. Giuliano’. Ma anche se questo fosse vero, rimarrebbe però ancora da stabilire chi possa essere stato il compilatore del manifesto stesso che non è certo opera di un bandito semianalfabeta; e quindi chi sia l’ispiratore e il mandante dei delitti”.

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Altri elementi di novità convergenti verso l’accusa contro ignoti dei quali si chiede l’identificazione mediante ulteriori indagini della polizia giudiziaria per il reato di strage inoltre risultano:

1- dalle testimonianze di alcuni testimoni oculari che ebbero modo, loro malgrado, di assistere inconsapevoli di ciò che stava accadendo, allo svolgersi della tragedia. Serafino Petta di Piana degli Albanesi potrebbe riferire di aver visto poco prima della sparatoria a Portella delle persone muoversi tra due enormi massi dislocati a circa trecento metri dai punti di fuoco situati sul crinale della Pizzuta (roccioni); dirigenti della sinistra di Piana, e Vincenzo Palermo in particolare potrebbero riferire di avere rinvenuto in occasione della collocazione di paletti proprio sul davanti di quei massi un caricatore metallico di arma da fuoco non ancora identificato. L’oggetto fu trovato durante lo scavo per la collocazione di detti paletti e consegnato a questa Associazione che lo conserva;

1.a- dagli stessi giudici di Viterbo i quali rilevarono nella loro Sentenza che oltre alle armi da fuoco erano esplose delle granate. L’uso di tali armi doveva comportare una conoscenza della balistica che certamente i banditi non avevano. Del resto non risulta da detto processo, né tanto meno dal rapporto giudiziario che lo sorregge, che i banditi avessero in dotazione lanciagranate. Appaiono indubitabili quindi altre responsabilità che non fossero solo quelle dei banditi. Essi ebbero un ruolo strumentale (servirono da cortina fumogena) e i motivi della loro presenza quel giorno a Portella sono stati ampiamente spiegati da Giuseppe Casarrubea nella sua ricerca su Portella della Ginestra. Microstoria di una strage di Stato, edito da Franco Angeli nel 1997.

2- dalle perizie medico-balistiche condotte nel luglio del 1997 dal prof. Livio Milone per conto di ‘Non solo Portella’, Associazione tra i familiari delle vittime della strage di Portella della Ginestra, della mafia e di altre stragi in Sicilia. Il dott. Milone ha esaminato i corpi di alcuni superstiti, feriti quel 1° maggio a Portella, ha prodotto delle indagini radiografiche e diagnostiche, e ha documentato che le armi da cui essi furono attinti avevano sparato anche da punti che non corrispondono con quelli risultanti dalle ricognizioni – allora sommarie e frettolose- condotte dagli organi inquirenti;

3- dall’esistenza a Palermo di un Fronte antibolscevico con sede in via dell’Orologio direttamente finanziato dagli USA, e dall’Intelligence Service. Questo gruppo – scrive il Marino- vero e proprio precedente storico di Gladio, aveva come “massa di manovra paramilitare verso l’esterno” l’Armata italiana di liberazione (Ail). C’è, inoltre, da tenere presente che le funzioni dei servizi segreti italiani, prima della nascita del Sifar (Servizio informazioni unificato delle forze armate-1949), furono in parte assolte dalla polizia politica, all’ombra della Divisione affari generali e riservati del Ministero dell’interno, diretta dal questore Gesualdo Barletta[15]. Si trattava di un coacervo di gruppi, ben conosciuto alle forze dell’ordine, costituitosi già all’indomani del 25 aprile 1945 con l’appoggio del partito monarchico. Lo guidava Jack Cipolla il quale alle azioni tipiche dello squadrismo univa le sue collusioni con la manovalanza armata al servizio di un non meglio precisato ordine politico. Dopo le stragi del 22 giugno ’47, durante una perquisizione compiuta all’interno della sede di questa organizzazione neofascista furono rinvenuti “pacchi di manifesti, a firma ‘Giuliano’ uguali a quelli lasciati nelle sedi dei partiti di sinistra assaltate” (‘Avanti’, 27 giugno 1947, prima pagina), nonché “bombe, pistole e manganelli”. I giornali del tempo ( e non solo quelli di sinistra) parlarono di “aggressioni fasciste” (‘Il nuovo corriere della Sera’, 25-26 giugno 1947, prima pagina) e accusarono le forze dell’ordine di collusione.

Gli stessi giudici ammisero (Sentenza 10 agosto 1956, II Corte di Appello di Roma, Archivio generale della Città Giudiziaria, processo 13/50, cartella 8, vol, I, ff. 44-48) che vi furono sottrazioni di corpi di reato e omissioni di atti d’ufficio che lasciano supporre un vero e proprio depistaggio volto a favorire i veri mandanti della strage, nonché coloro che si aveva interesse a che non venissero scoperti. Scrissero:

“[…] Mancò un coordinato piano d’azione per la conservazione delle tracce del reato o quanto meno per l’esatto accertamento di esse, ai fini dell’identificazione topografica di tutte le postazioni da cui i malfattori avevano sparato; taluni investigatori, non ritenendolo compito proprio non riferirono nulla all’Autorità giudiziaria, altri, distratti forse da più pressanti incombenze omisero di esporre in modo completo ed organico i risultati delle loro osservazioni […]

Adunque è manifesto che, purtroppo, da parte di coloro cui incombeva l’onere della conservazione di tali reperti non si ebbe la percezione dell’importanza di essi, come appare anche dalla data di formazione del verbale di sequestro, e non si pose la dovuta cautela nella loro custodia; molti, moltissimi bossoli rimasero nei vari nuclei e stazioni dell’Arma e andarono indubbiamente dispersi; onde quelli in giudiziale sequestro, lungi dall’indicare il numero dei colpi esplosi, valgono insieme con i caricatori a stabilire soltanto che nella consumazione del reato furono impiegate armi ad essi corrispondenti”

Secondo i giudici di Viterbo e di Roma furono certamente presenti a Portella della Ginestra, quel tragico 1° maggio 1947 Salvatore Ferreri, alias ‘Fra Diavolo, i fratelli Giuseppe e Fedele Pianello. Il primo era confidente dell’ispettore generale di Ps della Sicilia, Ettore Messana, gli altri due erano a loro volta confidenti del colonnello dei carabinieri Giacinto Paolantonio (la valutazione è espressa nelle due sentenze). Il Ferreri partecipò alla riunione di Saraceno del 27 o 28 aprile 1947, quando a Giuliano pervenne la famosa lettera (che poi bruciò) fattagli recapitare tramite il cognato Pasquale Sciortino. Il dato è ulteriormente confermato da una nota del prefetto di Palermo Angelo Vicari al ministro dell’Interno (Div.Ps., prot.09098 del 25 aprile 1950), dove troviamo scritto:

“Della deposizione dei fratelli Genovese tratta l’informativa speciale, pure di questo Ufficio, n. 2/15 R.P. del 25 marzo 1949, pari oggetto della presente, che qui di seguito integralmente si riporta:

“Circa la imputazione che pende sul mio capo per lo eccidio di Portella della Ginestra, posso dire quanto segue: il 27 o 28 aprile 1947, di mattina, in contrada Saraceno, sono venuti a trovarmi il Giuliano con i fratelli Pianello ed il Ferreri Salvatore.

Essi desinarono nella mia mandria, trattenendosi ivi in mia compagnia.

D.R.- Non so il contenuto della lettera né so da chi fosse stata scritta. Doveva essere un documento molto importante, perché lo Sciortino ed il Giuliano dopo averla letta, la bruciarono con un cerino. Quindi lo Sciortino è andato via.

Il Giuliano allora si è avvicinato a me chiedendomi dove fosse mio fratello. Ho risposto che si trovava in paese con un foruncolo. Egli allora mi ha detto: ‘E’ venuta la nostra liberazione’. Io ho chiesto: – E qual è?- Ed egli di rimando mi disse: ‘Bisogna fare un’azione contro i comunisti: bisogna andare a sparare contro di loro, il 1° maggio a Portella della Ginestra. Io ho risposto dicendo che era un’azione indegna, trattandosi di una festa popolare alla quale avrebbero preso parte donne e bambini ed aggiunsi: ‘Non devi prendertela contro le donne ed i bambini, devi prendertela contro Li Causi e gli altri capoccia’.

Lo invitai pertanto a lasciarmi tranquillo e a non farmi simili proposte. Presenti alla nostra discussione erano i fratelli Pianello ed il Ferreri.

D.R.- Il Giuliano era molto riservato. Io non gli chiesi, nè egli mi avrebbe detto chi aveva spronato lui e suo cognato ad organizzare la strage. E’ mio convincimento che però non è suffragato da alcuna prova, ma solo da un mio sospetto, che il Giuliano sia stato spinto da un qualche partito politico. Non sono in grado di specificare quale partito; solo posso dire che in occasione delle elezioni del 18 aprile 1948 io gli chiesi consigli circa il partito per il quale dovessi votare. Egli mi rispose: ‘Per la monarchia’.

Infatti poi seppi che le donne di casa Giuliano facevano propaganda per la monarchia; le donne di casa mia votarono per la democrazia cristiana.

D.R.- Io sono pastore e non mi intendo di politica e prima del 18 aprile mai ho avuto col Giuliano discussioni politiche e pertanto non so il suo orientamento politico nel periodo di tempo che va dal 1° maggio 1947 al 18 aprile 1948.

Ritornando ai fatti della Ginestra debbo dire che nulla so della riunione ai Cippi di cui la S.V. mi parla, perché dato il mio diniego mi sono disinteressato di quanto il Giuliano aveva in animo di compiere.

Il 1° maggio, verso le ore 15, mi trovavo in contrada Saraceno nella mandria, dove mi ero recato sin dalle prime ore del mattino, al fine di crearmi un alibi, poiché sapevo la strage che in quel giorno doveva commettersi; quando è venuto tale Frank Caruso da Torretta, proveniente da Palermo. Egli mi comunicò che dall’Ospedale della Filiciuzza in Palermo, avevano portato molti feriti.

Allora rivoltomi al Caruso ed ai pastori Cucchiara Giuseppe di Giuseppe, Cucchiara Paolo di Emanuele, Maniaci Salvatore di Giacomo, Cucchiara Antonio inteso Crivello, Di Maria Giovanni di Giovan Battista, tutti da Montelepre, ho detto: ‘ Siatemi testimoni che io sin da stamattina sono qua insieme a mio fratello, nel caso che ci vogliono caricare questa situazione’.

D.R. Ho appreso in seguito che assieme al Giuliano andarono il Ferreri, i fratelli Pianello, i fratelli Passatempo”.

Ebbene di Ferreri e dei Pianello non c’è traccia nel rapporto giudiziario di denuncia datato 4 settembre 1947, per cui gli stessi giudici di Viterbo –come abbiamo visto- ebbero ad esprimere il loro grave disappunto.

Ora se si tiene conto delle testimonianze dei quattro cacciatori che la mattina del 1° maggio 1947 si trovarono intorno alle ore 8 a Portella della Ginestra per una battuta di caccia e che furono presi in ostaggio dai banditi, nonché della totale mancanza di riferimento a Ferreri nei dodici interrogatori allegati al rapporto giudiziario del maresciallo Lo Bianco, è automatica la deduzione che questo bandito/confidente assieme ai fratelli Pianello e ad altri individui non ancora identificati, furono tra coloro che parteciparono alla strage, ma non dalle postazioni collocate sui roccioni del Pelavet, ma da altre, non visibili all’occhio di testimoni indiscreti. Gli stessi cacciatori nelle deposizioni dibattimentali indicarono la distanza di circa 350 metri dalla loro posizione ai suddetti roccioni e specificarono che ci furono almeno due persone che aprirono il fuoco sulla folla dai punti di fuoco della posizione dei cacciatori posti sotto sequestro.

1) Sul versante mafioso, a parte le minacce del capomafia di San Cipirello Salvatore Celeste, e quelle di don Calò Vizzini, esplicitate queste ultime in una riunione di separatisti, presenti Tasca e Varvaro, si registra un meno noto incontro avvenuto il 28 aprile 1947 (tre giorni prima della strage) tra le famiglie mafiose di San Giuseppe Jato e di Piana degli Albanesi, comandate rispettivamente da don Peppino Troia e Giuseppe Riolo. Il Celeste, durante la campagna elettorale di quell’anno era stato chiaro: ‘Una vittoria del Blocco del popolo – aveva detto- saranno tanti fossi che si scaveranno per i comunisti. I figli non ritroveranno i loro padri’. E aveva aggiunto: ‘Sapete chi sono io’. Come a dire che quelle affermazioni equivalevano a una parola data, o ad affermazioni di una persona che sapeva il fatto suo. Celeste, boss periferico, si dimostrava, così, perfettamente in linea col suo capo gerarchico, che già alcuni anni prima si era dimostrato abbastanza consapevole del senso che poteva avere bloccare la sinistra prendendo letteralmente d’assalto le Camere del Lavoro. E’ logico pensare che dopo la vittoria del Blocco del Popolo del 20 aprile, e la sconfitta delle forze agrarie e mafiose incalzate dalle occupazioni dei latifondi e dalle leggi di riforma agraria (Segni-Gullo) la mafia non se ne stesse alla finestra a guardare. E di fatto si registra un summit nell’ex feudo Kaggio, situato a ridosso di Portella della Ginestra. Vi partecipano i campieri e mezzadri dei capimafia di Piana degli Albanesi e di San Giuseppe Jato. L’episodio è registrato dalla questura di Palermo che, descrivendolo, avanza l’ipotesi che possa costituire un antecedente della strage. D’altra parte le forze dell’ordine da qualche tempo avevano notato una notevole tensione sociale, e una grave insofferenza del mondo mafioso. A quella data, almeno nella Sicilia Occidentale, Cosa Nostra aveva già definito, sul modello corleonese, i suoi organigrammi. Se ne trova traccia in un’analisi compiuta nel ‘49 a Corleone, da Carlo Alberto Dalla Chiesa, che nel paese di Michele Navarra e di Luciano Liggio operò in quell’anno come capitano dei CC al seguito del Cfrb (comando forze repressione banditismo). Secondo questo modello la mafia controllava il mondo produttivo e i latifondi attraverso propri gabelloti di fiducia. Nell’area di influenza di Giuliano troviamo, oltre ai capimafia indicati, Salvatore Celeste a San Cipirello, Cesare Manzella e Masi Impastato (’U patriarca’) a Cinisi, Santo Fleres a Partinico (si aggiungerà nel ‘48 Frank Coppola che si era andato a formare alla scuola del gangsterismo americano a contatto con Luky Luciano e Frank Costello, divenendo ‘compare di anello’ di Vincenzo Collura, il ’mister Vincent’). Troviamo ancora Vincenzo e Carlo Rimi ad Alcamo, i Buccellato e gli Stellino a Castellammare del Golfo (il paese di Bernardo Mattarella e di Joe Bonanno, capo indiscusso, quest’ultimo, di Cosa Nostra a New York). E ancora: Calcedonio, Ignazio e Nino Miceli a Monreale, Domenico Albano a Borgetto. La vicenda della banda Giuliano si sviluppa sotto il costante controllo di queste famiglie, il cui interesse era legato anche ai sequestri di persona e ai lauti affari che ne derivavano. Scrive giustamente Luciano Violante che Cosa Nostra fu l’arbitra della situazione, con l’obiettivo precipuo di trovare una propria legittimazione politica. Presumere come ebbe a fare il maresciallo Giovanni Lo Bianco nel suo rapporto giudiziario (n. 37 del 4 settembre 1947), che invece la banda Giuliano esercitasse poteri di controllo e di monopolio della violenza in tutto il territorio in cui operava è oggettivamente improponibile. Anche per la sottolineatura che le stesse forze dell’ordine ebbero a fare del ruolo e del predominio mafioso, e particolarmente quando esse si riferivano alla dipendenza dei banditi dai boss locali.

Tuttavia è da rilevare che la mafia era estranea alle logiche stragiste e non avrebbe mai pensato di sparare su donne e bambini. Era stata certamente allertata e, data l’alta posta in gioco, non si rifiutò di prestare il suo aiuto.

2) Sul versante della banda, nello stesso giorno del summit di Kaggio Giuliano riunisce il suo stato maggiore in contrada Saraceno. Lo scopo della riunione è l’attesa di una risposta che qualcuno deve dare. La comunicazione arriva. E’ un ‘via libera’. Giuliano dice: ‘E’ venuto il momento della nostra liberazione’. La banda aveva barattato una promessa di amnistia con l’adesione a uno schieramento autodefinitosi ‘antibolscevico’ che raccoglieva ex separatisti decaduti, frange del Ministero dell’interno, famiglie aristocratiche alla ricerca di un mondo perduto, ex monarchici, neofascisti. Bisognava fare fronte all’avanzata della sinistra che nelle elezioni regionali del 20 aprile 1947 aveva ottenuto la maggioranza dei consensi, aggiungendo un ulteriore tassello alle conquiste del mondo contadino con le leggi di riforma agraria. In seno al vertice della banda si anima una discussione e si registra una rottura di non poco conto. Giovanni Genovese, ad esempio, è contrario a un attacco indiscriminato e suggerisce di prendersela con i capi comunisti. Se la rottura fosse persistita il piano stragista sarebbe saltato. Occorreva ricompattare la banda e condurla sul Pelavet, in bella mostra. L’idea viene a Messana che a Viterbo dichiara di avere dato incarico al Paolantonio di avvertire Li Causi di un ventilato piano di attacco contro i capi comunisti. Contemporaneamente Giuliano artatamente viene informato che Li Causi si recherà a festeggiare il primo maggio a Portella della Ginestra. Su questo denominatore comune (operazione da effettuarsi contro i capi e non contro la folla) la banda si compatta e marcia verso Portella.

La sera del 30 aprile si era riunita per l’avvio della fase esecutiva del piano. Il raduno avvenne in contrada Cippi, una località a pochi chilometri da Montelepre, nella quale alcuni membri della banda, compresa la famiglia di Giuliano, possedevano vigneti e pascoli. Da qui si dipartono due sentieri che conducono per vie diverse a Portella della Ginestra. Uno si blocca proprio sui roccioni del Pelavet, una propaggine del monte Pizzuta. E’ ben strano che Giuliano, secondo i rapporti degli organi inquirenti, per potere organizzare la strage mobiliti una quarantina di persone, gran parte delle quali assoldate tra i ‘picciotti’, ragazzi per lo più con la fedina penale pulita, ed estranei all’attività propria dei ‘latitanti’ della banda, e, cioè, i ‘grandi’. E’ strano perché – come dirà lo stesso bandito in un suo memoriale presumibilmente suggerito da terzi- per un’operazione stragista voluta esclusivamente dal ‘re di Montelepre’ sarebbe bastato mobilitare solo lo stato maggiore della banda: si sarebbe avuta una maggiore garanzia di omertà, la fuga sarebbe stata meno vistosa, e la gestione del dopo-strage sarebbe stata certamente più sicura e meno esposta ai rischi delle delazioni. Ma persuadere Giuliano in qualunque cosa che lo mettesse al centro dell’attenzione non era difficile. Probabilmente gli fecero credere che da capo militare stava conducendo un’operazione strategica di grande valore, lì a Portella dove, come aveva detto Giovanni Genovese non si poteva sparare sulla folla perché c’erano bambini, donne, gente inerme. Qui si trovava già la squadra di Salvatore Ferreri, inteso ‘Fra Diavolo’, confidente dell’ispettore di PS. Ettore Messana. Scrivono i giudici di Viterbo che probabilmente Ferreri è l’elemento che predispone la logistica delle operazioni: fa trovare a Giuliano della paglia a terra, il punto in cui egli dovrà collocare la sua mitragliatrice.

3) Sono gli stessi giudici della seconda Corte di Appello di Roma, a dimostrare che i conti non tornano. Essi infatti, calcolarono il numero dei banditi e delle armi che avevano sparato a Portella e misero in risalto che sul versante dei banditi potevano essere stati esplosi 510 colpi di arma da fuoco, mentre sul terreno di Portella, dopo la strage furono rinvenuti oltre 800 bossoli. Legittima la domanda: – Da dove partirono gli altri 300 colpi? E da chi furono sparati?

4) A queste domande nessuno poté rispondere perché non furono effettuate le perizie autoptiche sui corpi dei caduti.

Tuttavia, dalle perizie necroscopiche risultava che i colpi mortali su alcuni di essi erano dovuti a ordigni esplodenti. Li Causi parlò di corpi lacerati; e ancora oggi una superstite, Maria Caldarera, raccontando da testimone oculare ciò che vide parla di colpi che raggiungendo il terreno a lei vicino lo facevano “aprire” spappolandolo nell’aria. E’ evidente il diverso effetto del proiettile che si conficca e delle schegge di granata che aprono il terreno o producono sui corpi delle lacerazioni. I giudici poi spiegarono la scarsa efficacia dei tiri dal costone del Pelavet col fatto che essendo il tiro inclinato questo perde di efficacia. Se ne evince che i colpi che fecero i morti si riferivano a “tiri radenti” cioè più vicini a una linea orizzontale. Si tratta di spari effettuati quando arma e bersaglio si trovano sulla stessa quota. Questo dato è confermato dalla dinamica dell’eccidio: i primi colpi furono sparati in aria tanto che molti testimoni dichiararono di avere sentito fischiare le pallottole al di sopra delle loro teste e, in un primo momento, scambiarono gli spari per mortaretti. Con le seconde raffiche caddero i cavalli che facevano da siepe come negli accampamenti degli indiani. Solo con le ultime si ebbero i morti e i feriti. Chi avesse sparato dall’alto sulla folla non avrebbe avuto motivo alcuno di abbattere gli animali, avendo, per altro, un’ampia visuale della valle. Francesco La Puma, ferito superstite, porta ancora oggi in corpo un proiettile di mitra parabellum cal. 9, che non era l’arma di cui si servì Giuliano per la strage (mitragliatrice Breda, cal. 6,5).

C’è da aggiungere che non tutti i bossoli ritrovati furono repertati, e se 800 furono i bossoli contati, bisognava aggiungere ad essi quelli che si erano andati a conficcare sul terreno, quelli finiti negli anfratti e in mezzo alle rocce, quelli trafugati da qualcuna delle innumerevoli persone che ebbero libero accesso sin dal primo momento sui luoghi della strage. Inoltre furono individuate 11 postazioni di tiro sopra i roccioni della Pizzuta (quelle dei banditi), ma nelle relazioni di Ragusa e Frascolla furono omessi i riferimenti alle postazioni basse. Inoltre, dalla relazione del maggiore dei CC Alfredo Angrisani risulta che erano stati esplosi 81 bossoli di mitra Beretta che non si riferivano alle postazioni dei banditi. Furono individuate armi diverse: fucili Enfield, mitra Beretta, mitragliatrice Breda, mitra Thompson, moschetti 91, moschetti americani e fucili tedeschi. Cosa che farà dire a Paolantonio all’Antimafia che ebbe ad interrogarlo più di una volta (Cfr. Atti interni citati) che a Portella era evidente che a sparare erano stati anche estranei alla banda.

Subito dopo la strage, numerosi testimoni affermarono di avere visto sulla via di ritorno i mafiosi di San Giuseppe: i Troia, i Gricoli, i Romano, i Marino. Fu registrata anche la presenza di alcune macchine nelle vicinanze del podio, sulla rotabile San Giuseppe Jato- Piana degli Albanesi. In fase istruttoria tutti i mafiosi furono assolti, e i testimoni rischiarono di essere denunciati.

Fatta questa premessa è scientificamente proponibile l’ipotesi che Giuliano fosse stato mandato a Portella con un falso obiettivo. Egli, infatti, doveva costituire da paravento per un’operazione tipicamente eversiva, di cui la banda costituiva una delle forze in campo, ma in posizione subalterna.

Il piano era a vasto raggio, doveva coinvolgere tutta la provincia di Palermo, e sospingere le altre province della Sicilia ad analogo comportamento, per obbligare le sedi delle Camere del lavoro e dei partiti di sinistra alla totale chiusura (Allegati al Rapporto del Lo Bianco del 4 settembre 1947). Esso si spiega in virtù di quelle tensioni occidentalistiche che avevano spinto personaggi mai indagati come il capitano dell’esercito americano Mike Stern, membro dell’Office of Strategic Services, o Frank Gigliotti capo della Massoneria californiana, a incontrarsi con Giuliano, nei mesi che precedono e seguono la strage. L’operazione è evidentemente meditata a livelli alti e trova i banditi in primo piano, i mafiosi sul restoscena in posizione di controllo logistico, le postazioni di tiro ‘coperte’ dagli organi inquirenti a tal punto da ometterle nell’atto di denuncia all’Autorità Giudiziaria.

Il Ferreri e i Pianello sono degli elementi nodali. Il primo in particolare ha l’abitazione a Palermo, ma trova ad Alcamo il suo campo d’azione. Qui è più sganciato dal controllo dei banditi monteleprini, più a contatto con gli ambienti consentitigli dall’ispettore Messana da un lato e dal capomafia del paese, Vincenzo Rimi dall’altro. La sua posizione è poco appariscente, ma perfettamente addentro agli atteggiamenti della banda, tramite i Pianello.

5- Il 21 giugno la banda si riunisce in contrada Belvedere-Testa di Corsa, a Montelepre. Argomento in discussione: colpire l’indomani una serie di obiettivi. Con la complicità delle famiglie mafiose vengono aggredite le sezioni comuniste di Borgetto, Partinico, San Giuseppe Jato, Cinisi, Carini, Monreale. Il risultato è di due morti e una decina di feriti, ingenti i danni alle strutture delle sedi prese d’assalto che resteranno chiuse per parecchio tempo o apriranno, come nel caso di Borgetto, dopo alcuni decenni. Mafiosi di spicco, come Gaspare Ofria, nei rapporti di polizia sui fatti vengono fatti passare per vittime. Fatto che autorizzava Pompeo Colajanni in un suo discorso a denunciare “la collusione di alcuni elementi della polizia di Partinico con gli autori del delitto”[16]. A Carini i banditi, per l’assalto alla Camera del lavoro, sede anche della Federterra, vengono presi in consegna dai mafiosi del posto. A Cinisi e Monreale gli attacchi vengono messi in opera dalle ‘famiglie’ locali, e sugli autori di questi attentati non si saprà mai più nulla.

-6- Fino al completamento della manovra reazionaria, per quanto le forze dell’ordine sapessero delle responsabilità della banda Giuliano, nessun bandito era stato catturato. La sequenza degli arresti è illuminante: nel ‘48 non viene acciuffato nessun bandito. Il principale attacco alla banda sarà sferrato nel ‘49.

Attraverso la catena dei confidenti che erano stati individuati tra le famiglie mafiose e gli stessi banditi si operava la saldatura degli interessi di Cosa Nostra con quanti furono interessati a bloccare gli effetti della vittoria del Blocco del Popolo nelle elezioni del 20 aprile 1947, e a gettare le basi della svolta centrista del 18 aprile 1948. Le sequenze logiche della manovra eversiva hanno i loro riflessi nella sistematica eliminazione dei testimoni scomodi, quando questa manovra si conclude ( eliminazione dei Ferreri, di Giuliano e di Pisciotta).

– Emerge la corresponsabilità del procuratore della Repubblica Emanuele Pili che pare fosse contiguo alle famiglie mafiose dei Greco di Ciaculli. Giuliano ebbe a scrivere che gli dava ‘un grande conforto’. E’ lui che assicura la copertura dei responsabili nella fase istruttoria. Nel suo giro troviamo anche il futuro procuratore della Repubblica di Palermo Pietro Scaglione, che fu assassinato (1971) negli anni in cui l’Antimafia stava svolgendo un’indagine sui mandanti delle stragi di Portella e del 22 giugno. Le complicità di autorevoli rappresentanti dello Stato sono gravi e inequivocabili. Risultano evidenti quelle di Ciro Verdiani che da ispettore generale era passato al Ministero della Frontiera, del colonnello Ugo Luca e del capitano Perenze: tutti collusi con la mafia e, in particolare, con quella di Monreale (Miceli) e di Castelvetrano (Marotta). Si documentano vari incontri organizzati dalle mafie locali e parecchie collusioni tra queste e autorità dello Stato.

Tenuto conto del fatto che non può essere estinguibile per il lungo tempo decorso, un reato di strage, tanto più che esso produsse effetti nefasti sia per la grave perdita di vite umane innocenti, sia anche per lo sviluppo della democrazia nel nostro Paese, la riapertura di un’istruttoria, per i suddetti motivi, consentirebbe di fare finalmente luce su un crimine che certo non ha nulla di meno grave dei delitti consumati dai criminali nazisti in epoche precedenti.

Per quanto sopra detto si chiede che si indaghi:

Sui fascicoli processuali esistenti presso la Procura della Repubblica di Palermo relativi all’arresto per neofascismo di Jack Cipolla e alla chiusura del Fronte antibolscevico (24 giugno 1947) notoriamente finanziato dai servizi segreti americani: per appurare chi erano gli aderenti, quali attività svolgessero e le eventuali responsabilità che essi ebbero nella manovra eversiva di quell’anno;

Sul ruolo assolto dai banditi/confidenti delle forze dell’ordine nella Sicilia nei mesi che precedettero le stragi di maggio-giugno ’47 e sui motivi della loro tragica fine nonché sugli autori che la determinarono e sulla veridicità delle versioni ufficiali fornite all’autorità giudiziaria;

Sui motivi per cui nonostante la direttiva di Romano Prodi del 2 maggio 1998 alcuni ministeri e pubblici uffici non hanno provveduto a dare seguito a una precisa disposizione governativa concernente la desecretazione degli atti in loro possesso relativi alle stragi in parola. A tale proposito si elencano qui di seguito gli atti che risultano a questa Associazione desecretati, ma mai inviati:

-1- Ministero della Difesa- Gabinetto del Ministro– Nota prot. 2/61328/9.1.10.99 del 28 ottobre 1999 indirizzata a ‘Non solo Portella’ e Presidenza del Consiglio dei Ministri- Si segnala la presenza di documentazione presso il gabinetto del Ministero, l’Ufficio storico del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri ed il Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare (SISMI); nota prot. 2/27500/9.1.10/2000 all’Associazione ‘Non solo Portella’ e p. c. alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, comunicazione del rinvenimento di ulteriore documentazione accessibile presso L’Ufficio Storico del Comando Generale dell’Arma e il SISMI.

-2- Ministero per i beni e le attività culturali- Gabinetto– Nota prot. 2650/GS.72.1.2/95 del 12 febbraio 1999 diretta al Presidente del Consiglio dei Ministri e all’Ass. ‘Non solo Portella’ con la quale si comunica che l’Amministrazione archivistica, ha confermato in data 26 gennaio 1999 la massima disponibilità a facilitare la ricerca sulla strage specificando che “l’autorizzazione all’accesso delle carte riservate ai sensi dell’art, 21 del DPR 1409/63 è gestito dal Ministero dell’Interno in forza del DPR 30 dicembre 1975, n. 854. Nota prot. 22542 GS 72.1.2/95 del 6 dicembre 1999 indirizzata alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e al Presidente dell’Associazione ‘Non solo Portella’. Trasmissione di documentazione pervenuta all’Ufficio Centrale per i Beni archivistici a conclusione della ricognizione sui fondi conservati negli Istituti archivistici statali. Si segnala in particolare un fondo Gabinetto- Ministero dell’Interno contenente 5 buste in cui sono raccolti fascicoli provenienti da diverse serie del gab., riguardanti la mafia a partire dal 1947. Busta 1: n.11709/1047 ‘Portella della Ginestra. Eccidio. Processo di Viterbo, fasc. 1 Eccidio di Piana della Ginestra (1947-1952), fasc. 2 Processo. 11401/8 America, Stati Uniti, mafia siciliana (1951-1953). 11401/2. Bandito Giuliano Salvatore (fascicolo personale: 1950-1952). 11401/3 Interviste a Giuliano (1949-1951). 11401/4 conflitti, aggressioni, ricerche (1949). 1512/1 Uccisione di Giuliano. Il fascicolo contiene copie di lettere del bandito mentre un sottofascicolo si riferisce a notizie di un collegamento di Giuliano con il movimento separatista di Antonino Varvaro. 11001/54/2 Processo e morte di Gaspare Pisciotta. Busta 4: fascicolo ‘Polemica Scelba- Li Causi’. Nelle serie ordinarie del gabinetto del Ministero dell’Interno sono presenti i seguenti fascicoli. Anno 1947, fasc. 610 ‘Piana degli Albanesi. Incidenti del 1 maggio’. Il fascicolo principale è passato al fasc. 1771 del 1949, mentre è rimasta nel fasc. la documentazione relativa ai commenti della stampa e agli scioperi generali indetti in tutta Italia. Busta 19 fasc. 827, sottofasc. ‘Banda Giuliano. Conflitti’. Anno 1948: fasc. 11061 ‘Pisa. Ordine e sicurezza pubblica’. Qualche documento riguarda voci sulla presenza di Giuliano a Volterra. Anno 1949 fasc.1489/4, Banda Giuliano, arresti e conflitti a fuoco. 1950, fasc. 11401/9 articolo del settimanale New Yorker. Schedario: presenza di una scheda: Fasc. 29/CS ‘Dichiarazione del bandito Pisciotta circa l’uccisione di Giuliano’ con la scritta ‘Vedere Cassaforte’. Appunto per la ricerca sulla strage.

In relazione alle richieste avanzate dall’Associazione ‘Non solo Portella’ è stata segnalata la presenza di due fascicoli nell’archivio del gab. del Ministero dell’Interno: serie 1947, fasc. 12 uccisione di Accursio Miraglia; serie 1948, fasc. 11652, ‘Sicilia. Ordine e sicurezza pubblica’: s.fasc. 1 ‘Sicilia, sindacalisti uccisi’ contiene sommarie notizie sugli omicidi di Nicolò Azoti, Calogero Cangelosi, Epifanio Li Puma, Placido Rizzotto; s.fasc.1 ‘Sciacca, omicidio in persona del segretario della Camera del Lavoro Accursio Miraglia’ contiene una relazione dell’ispettore generale Pavone al Ministro dell’Interno datata 5 ottobre 1947 e il testo della requisitoria del PM nel processo Miraglia inviato dal Ministro di Grazia e Giustizia al ministro dell’Interno in data 9 ottobre 1947.

Presidenza del Consiglio dei Ministri 1944-1947, fasc. 1.6.4.105854 ‘Sicilia, attività terroristica contro partiti politici’; busta 15 1946-1947, Provvedimenti legislativi, riunione del 3.5.’47.

Presso gli Archivi di personalità dello stesso Archivio Centrale dello Stato si segnalano, inoltre: Archivio V.E.Orlando, busta 85, fasc. 1662 (separatismo) e s.fasc. 2 ‘Pro memoria dattiloscritto anonimo sulla strage di Portella della Ginestra’, 16 maggio 1947; Archivio Ferruccio Parri, b. 34 fasc. 193, rapporti informativi 1946-’47; b. 41, fasc. 225, rapporti segreti, situazione politica 1948; b. 53, fasc. 269 ‘Rapporto informativo di Ugo Luca Osteria’, 25 maggio 1952.

3-Ministro della Giustizia, Oliviero Diliberto, nota prot. 760/U del 30 novembre 1998 diretta al Presidente del Consiglio Massimo D’Alema con la quale si comunica che a seguito della circolare Prodi del 2 maggio 1998 il Ministero di Grazia e Giustizia ha provveduto a desecretare gli atti relativi alla strage di Portella dandone informazione all’Associazione ‘Non solo Portella’. Viene sollecitato un intervento del Presidente del Consiglio presso gli altri Ministeri. Direzione generale degli affari penali, Ufficio I, nota prot. 131-1-1/1999 del 20 gennaio 1999 diretta al capo di Gabinetto del Ministero relativa a documentazione riferibile alla strage di Portella ( doc. 61, 272, 292 raccolta nel fascicolo 111-2-1684/1949 riguardante soprattutto la banda Giuliano). Nota del Ministro di Grazia e Giustizia Oliviero Diliberto prot. Gab/1/99- S.P. 32 del 3 marzo diretta al Presidente dell’Associazione ‘Non solo Portella’ con la quale si comunica che presso l’Ufficio I della Direzione affari Penali è depositata documentazione. Nota diretta all’Associazione ‘Non solo Portella’, prot. Gab/1/1999- SP/44 del 31 marzo 2000 con la quale si comunica che presso l’Ufficio Centrale Detenuti e Trattamento del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria è depositata copia di ulteriore documentazione riferibile alla strage di Portella, tra cui il fascicolo personale del detenuto Pisciotta Gaspare.

Poco sappiamo degli Atti esistenti presso la prefettura di Palermo, nulla sugli archivi dell’ex Alto Commissario per la Sicilia Salvatore Aldisio.

Si può dire che rispetto alla mole della documentazione che dovette prodursi negli anni più bui della nostra storia repubblicana, e in particolare delle stragi di Portella della Ginestra e di Partinico, nonché di quelle che le precedettero (strage di Alia e assassinio di Accursio Miraglia e Nicolò Azoti) e seguirono fino all’assassinio di Placido Rizzotto, Epifanio Li Puma e Calogero Cangelosi (1948) quello che siamo riusciti a sapere è veramente ben poca cosa. La direttiva di Romano Prodi (2 maggio 1998) sulla desecretazione degli atti riferibili a quella strage è rimasta praticamente disattesa. Se diamo infatti uno sguardo al quadro istituzionale al momento della strage, costatiamo che vari Ministeri sono stati scarsamente attivi o del tutto latitanti. Quasi nulla sappiamo della documentazione esistente presso: la Presidenza del Consiglio dei Ministri (De Gasperi), il Ministero degli Affari Esteri (Sforza), il Ministero degli Interni (Scelba: quanto è stato reso ostensibile è più che altro noto da tempo e trasferito all’Archivio centrale dello Stato), il Ministero della Difesa (Gasparotto: in particolare rispetto all’attività dell’Arma; Randolfo Pacciardi rispetto al Comitato per la Difesa delle istituzioni e al Sifar o agli atti confluiti poi nel SISMI), la Marina mercantile (Aldisio).

Si chiede inoltre di venire a conoscenza della fine che hanno fatto i seguenti documenti:

1) Rapporto (1947) dell’ispettore ministeriale Roselli sulla eliminazione della banda Ferreri ad opera del capitano Roberto Giallombardo.

2) Rapporto del prefetto di Palermo Angelo Vicari su mafia e banditismo del 1948;

3) Rapporti informativi esistenti presso il Ministero dell’Interno sul rimpatrio di Lucky Luciano, sull’espatrio di Pasquale Sciortino e sulle attività politico-spionistiche svolte in Sicilia da ex gangster siculo-americani.

Detti atti furono dichiarati inesistenti dal Ministero dell’Interno alla Commissione antimafia il 23 luglio 1969.

4) fascicolo 29/CS “Dichiarazioni di Pisciotta sull’uccisione di Salvatore Giuliano” che nel 1950 si trovava sicuramente negli schedari del Ministro dell’Interno Mario Scelba (chiuso in cassaforte) e che non risulta presente tra le carte a suo tempo inviate all’Archivio di Stato.

Si chiede inoltre a Codesta Procura di volere dare le opportune disposizioni perché si acquisiscano, tramite fonte di sicuro affidamento, atti e documetanzione varia relativi alle stragi in parola, presso il Dipartimento di Stato di Washington, e precisamente presso i seguenti uffici (1943-1948):

Office of Special political affairs;

Division of Territorial studies;

American Consulate general;

Office of Strategic Service;

National Security Council;

Central Intelligence Agency (C.I.A.);

National Security Agency;

Office of European Affairs.

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Il contesto

“L’Italia è stato il più grande laboratorio di manipolazione politica clandestina. Molte operazioni organizzate dalla Cia si sono ispirate all’esperienza accumulata in questo paese, e sono state utilizzate anche per l’intervento in Cile”. Così scriveva nel 1981 William Colby nel suo libro La mia vita nella Cia, pubblicato a Milano da Mursia. Grazie alla Commissione Stragi, presieduta dal senatore Giovanni Pellegrino, oggi possiamo dire di sapere molte più cose di prima su quella storia “non più occulta” del ‘doppio stato’, o come altrimenti è stata definita, della ‘doppia lealtà’ che caratterizzò i comportamenti di privati cittadini e rappresentanti delle istituzioni specialmente nel periodo compreso tra il 1964 e il 1984. Molto meno sappiamo del ventennio precedente che certamente segnò la prima fase della storia dei poteri occulti e le peculiarità con cui essi ebbero a strutturarsi in un preciso codice genetico. Se ne coglie una testimonianza diretta nelle dichiarazioni rese in un’intervista radiotelevisiva da Victor Marchetti, ex agente Cia:

“L’Italia è sempre stata considerata un paese chiave della Cia. Dopo la II guerra mondiale gli Stati Uniti hanno finanziato la Dc e chiunque fosse disposto a collaborare con loro, attraverso molti canali e servendosi di chiunque.[…] La mafia, per sua natura anticomunista, è uno degli elementi su cui poggia la Cia per tenere sotto controllo l’Italia”.[17]

E’ tutt’altro che da escludere, pertanto, l’ipotesi che a partire dai preparativi dello sbarco degli alleati, l’Italia fosse stata interessata dall’esistenza di gruppi eversivi o similari di cui Gladio sarà negli anni successivi il fenomeno più macroscopico. Ma sulle relazioni che avrebbero potuto legare possibili pregladiatori alla realtà sociale e politica della Sicilia le conoscenze sono piuttosto scarse e non ci consentono altro per il momento che analisi di tipo induttivo. Per cui dobbiamo accontentarci di registrare i fenomeni e non tanto gli organismi o i soggetti che li determinavano, non escluso quello che vedeva, fin dal dopoguerra, la partecipazione dell’Arma dei carabinieri a precisi piani di intervento.[18]

Decisa a Casablanca l’occupazione della Sicilia il Naval Intelligence Service organizzò un’apposita squadra (la Target Section) per lo sbarco e la “preparazione psicologica” dei siciliani, richiedendo l’aiuto di Lucky Luciano, allora in galera. Luciano era il capo riconosciuto della mafia italo-americana in quegli anni, ma non era il solo sul quale si poteva fare affidamento. Anzi si poteva dire che tra gli uomini della malavita italo-americana se ne trovavano parecchi. Tra tutti spiccavano Joe Profaci, Vincent Mangano, Nick Gentile e Vito Genovese[19]. Quest’ultimo era nativo di Monreale (il paese dei mafiosi Miceli che gestiranno più tardi gran parte della vicenda di Giuliano) ed aveva dei parenti a Castelvetrano, la cittadina del trapanese dove -come è noto- ebbe a chiudersi la storia personale del ‘re di Montelepre’. Qualche ex gangster entrò nei servizi segreti della marina americana, altri furono rimpatriati e utilizzati direttamente da Poletti.[20] La prospettiva dell’occupazione produsse così una fitta rete informativa e l’isola fu interessata da un crescente numero di ‘collaboratori’. I capimafia siciliani si sentirono nobilitati e di fatto vennero elevati al grado di ‘liberatori’. Secondo Maxwell, che si era recato a Montelepre qualche tempo dopo l’uccisione di Giuliano, i separatisti già da allora poterono contare sull’appoggio americano. A questo proposito egli si riferiva a una lettera esibita da un colonnello italo-americano paracadutato in Sicilia come agente speciale prima dello sbarco alleato. Questi si sarebbe messo in contatto con l’arcivescovo antifascista di Monreale e con Bernardo Mattarella.[21] In ogni caso ai capimafia la prima legittimazione venne dal loro insediamento operato da Charles Poletti nell’amministrazione dei vari comuni.

. Il periodo è cruciale. All’Archivio del dipartimento di Stato di Washington, presso la sezione dell’Office of Special political affaires, si possono trovare due importanti dispacci segreti del console generale americano di Palermo, Alfred T. Nester, indirizzati al segretario di Stato il 21 e il 27 novembre 1944. Hanno per oggetto: “Formation of group favoring autonomy of Sicily under direction of Mafia”. Nel primo si dice che il 18 novembre il generale Giuseppe Castellano, comandante della divisione Aosta in Sicilia, si era riunito con i capimafia dell’isola, compreso il Vizzini e Virgilio Nasi boss della famosa famiglia Nasi di Trapani, chiedendo loro di “prendere il comando di un movimento mafioso per l’autonomia” che avrebbe avuto il sostegno del FDOS. Il generale, si spiegava, si era dimostrato molto attivo da quando aveva preso il comando nel precedente mese di ottobre perchè da siciliano si adoperava a studiare “il problema e cercare una soluzione”. Gli incontri erano stati frequenti. In uno, tenutosi a Palermo, era stato chiesto al Nasi di guidare il movimento “con l’intenzione finale di diventare ‘Alto Commissario’”. Qui è bene precisare che le operazioni del Castellano riferite dal Nester non afferiscono a manovre per appoggiare il separatismo, quanto, in realtà, a iniziative che si collocavano dentro una precisa scelta di campo autonomistico. Si legge infatti:

“Il FDOS, che come ho già raccontato è molto forte, certamente darà un valido aiuto ed io credo che molti seguaci di Finocchiaro Aprile, che sta perdendo popolarità e la fiducia del popolo, si uniranno ai seguaci di Nasi”.

Nel secondo dispaccio si sostiene che il problema era stato discusso a tavolino da alti ufficiali americani, nonchè Vizzini e Nasi menzionati, Calogero Volpe, Vito Fodera e Vito Guarrasi. L’8 settembre 1943 troviamo quest’ultimo ad Algeri, in missione segreta. Vi si era recato con la commissione italiana presso il comando delle forze alleate. Cosa ci stesse a fare, lui che era un semplice ufficiale di complemento, in mezzo a quegli alti ufficiali che trattavano della resa dell’Italia, non si è mai capito. Se ne può spiegare la ragione per la presenza ad Algeri di Galvano Lanza Branciforti di Trabia, amico del Guarrasi e al contempo ufficiale di ordinanza del generale Castellano che trattò la resa a Cassibile. La circostanza illuminante sta forse nel fatto che mentre Galvano Lanza e Vito Guarrasi partecipavano alle trattative di armistizio, “don Calogero Vizzini da Villalba, amministratore del feudo Polizzello di proprietà dei Lanza […] svolgeva a livello tattico attività di preparazione dello sbarco degli alleati in Sicilia”.[22] Mafiosi e personaggi come il Guarrasi gettavano così le basi di vari accaparramenti che si prospettavano dopo la caduta del fascismo e il progressivo affermarsi dell’impianto autonomistico. Li troveremo in tutti i settori chiave del mondo finanziario e industriale siciliano nei decenni successivi allo sbarco alleato[23]. Guarrasi è stato definito “l’uomo dei misteri”. Negli anni ‘50 è un protagonista del ‘milazzismo’ e nel ‘70 lo troviamo nelle indagini sul rapimento e l’omicidio di Mauro De Mauro. Ma -scrive Sebastiano Gulisano- “nulla ha mai confermato il suo coinvolgimento.[24] Di certo si sa però che il suo nome figura tra quelli dei ‘fratelli’ della loggia massonica coperta di via Roma 391 a Palermo. [25] Si può capire l’evoluzione ultragenerazionale di carriere simili se seguendo i curricoli di personaggi come lui si decifrano la peculiarità dei segni -storici, appunto- che li connotano, lungo tappe precise. Si potrebbe dire che la loro rilevanza sta nel fatto che essi sono riusciti a inserirsi sulla cresta dell’onda, per quella forza di spinta data dalla stessa storia. Il loro merito indiscutibile è l’averne individuato la direzione. Anche per questo motivo non si può frapporre dubbio alcuno che le basi del futuro siciliano erano state già poste nel biennio ‘43-’44.

Il ‘44 è l’anno delle grandi manovre del Castellano. Questi lavorando per l’autonomia evidentemente subiva le pressioni della mafia trapanese. Dopo una serie di travagliati incontri fu raggiunto un accordo che prevedeva la sostituzione del democristiano Aldisio col Nasi definito dal Nester un “democratico-laburista” che aveva svolto “un ruolo secondario nei cambiamenti politici dell’isola” nel 1943. Gli incontri del Castellano erano stati solennizzati, poi, da una riunione tenutasi verso la fine del novembre del ‘44 in una villa di Castellammare del Golfo, vicina al mare, con la presenza di due luogotenenti del Nasi, dell’ex aiutante di campo nel Nord Africa e a Roma del generale, del capitano Vito Guarrasi e del procuratore legale Vito Fodera.[26]

Nel 1946, mentre si accentuava il controllo mafioso nei latifondi, a Palermo si avviava la prima speculazione edilizia del Comune, assessore ai lavori pubblici della città Domenico La Cavera, amico del Guarrasi.[27]

Il separatismo appare come espediente atto a mistificare la vera sostanza dei problemi. Di fatto il movimento poteva considerarsi in crisi già con la dichiarazione di guerra alla Germania da parte dell’Italia il 13 ottobre 1943 in quanto sia gli USA che l’Inghilterra furono allora “costretti a iniziare una manovra di sganciamento, non potendo evidentemente continuare ad alimentare l’equivoco separatista, col pericolo di dover poi partecipare ad una lotta civile nel territorio di una nazione amica”. Il senatore americano Joseph Geoffry, membro della Commissione per le relazioni con l’estero esplicitò apertamente tale disimpegno e sottolineò l’inscindibile legame che univa la Sicilia all’Italia. Restava la via autonomistica sostenuta dai partiti antifascisti e sancita dallo Statuto del 15 maggio 1945. Ma si osservi come nel biennio successivo prevalgano da un lato la cultura del riformismo nazionale (leggi Segni-Gullo e lotte contadine) e dall’altro una conflittualità esplicita tra le istanze innovatrici derivanti dall’azione del nuovo Stato, la tendenza alla sedentarietà del vecchio assetto latifondistico, le occulte forme di organizzazione illegale volte al controllo economico, sociale e politico del territorio.

Sullo sfondo, come motore delle azioni, restava il clima della guerra fredda, la divisione del mondo operata a Yalta, la paura del comunismo che costituisce l’anima centrale della politica degli Stati che si ispirano al blocco occidentale, il ruolo attivo svolto dagli USA per prevenire e contenere eventuali avanzamenti degli schieramenti di sinistra. Gli stessi mezzi di informazione dovettero interpretare il viaggio di De Gasperi del gennaio ‘47 “come una sorta di investitura nel ruolo di rappresentante dell’Italia anticomunista e come una consacrazione internazionale nel [suo] ruolo di uomo di governo”. Lo lasciava trasparire anche la scarsa considerazione nella quale fu tenuto Pietro Nenni, allora ministro degli esteri, e la sua sostituzione a febbraio con Carlo Sforza. Sarà l’ambasciatore italiano a Washington Alberto Tarchiani – “l’interprete più autentico dello spirito che anima l’establishment americano a proposito dei rapporti futuri con l’Italia”- a chiarire la posizione Usa durante quel fatidico viaggio: “L’America -dirà- non darà aiuti a nessun governo che non proclami e rispetti i principi della più aperta democrazia”.[28] E in questo senso si doveva registrare proprio in quello stesso mese la scissione socialista di Saragat contro il patto di unità d’azione con i comunisti: il primo atto della politica italiana a favore delle richieste di garanzia degli Usa per un forte piano di aiuti all’Italia. Si trattava di un’operazione “notoriamente finanziata e preparata negli Stati Uniti”. Giustamente scrive Perrone:

[…] le nostre richieste di soccorso faranno breccia, non per simili motivazioni [le disastrose condizioni economiche dell’Italia], ma solo quando la convenienza politica di creare in Italia un forte fronte anticomunista orienterà gli Stati Uniti a un diverso interesse per il nostro paese”.[29]

D’altra parte il viaggio di De Gasperi aveva di per sè una valenza politica al di là della richiesta di aiuti economici agli Usa: serviva a spingere verso una richiesta di democrazia e di anticomunismo accelerando il processo interno di costruzione del centrismo. Lungo il ‘47 si registra pertanto una sequenza di avvenimenti, di cui la strettoria di maggio-giugno è il vertice più cruento, dentro una parabola che va dall’assassinio di Miraglia ai fatti di Canicattì e Campobello del 21 dicembre quando mafia e polizia sparano sui lavoratori causando quattro morti. In questo frangente la mafia svolge anche un’azione interna per il perfetto controllo della dc. L’esempio più clamoroso è quello dell’uccisione del segretario regionale della dc e candidato alle elezioni per la Camera, avv. Vincenzo Campo, che fu fulminato a colpi di mitra il 22 febbraio del ‘48[30]. La sua candidatura era stata contrastata dai gruppi mafiosi collegati con Mattarella. Analoga sorte toccherà a Pasquale Almerico dirigente dc inviso a Vanni Sacco. Nella provincia di Trapani dopo la caduta del fascismo e l’ingresso degli americani la mafia rimase politicamente divisa. Vi erano infatti i clan di Lauria, Cottone di Alcamo, Vanni Sacco di Camporeale, Gullo di Salemi, nonchè quelli di Castelvetrano su posizioni separatiste; le ‘famiglie’ Licari, Bua di Marsala, Giovanni Stellino, Carlo e Vincenzo Rimi, Serafino Mancuso di Alcamo, Libero Monna di Castellammare, compare di Bernardo Mattarella, su posizioni democristiane; i Tagliavia, i Daidone e i Minore di Trapani schierati con i liberali.

Vincenzo Rimi era membro del comitato direttivo della dc alcamese, e Giovanni Stellino un attivista, sempre presente ai comizi di Mattarella da posti di privilegio, e cioè dal podio o dal balcone da dove parlava l’oratore.[31] Lo stesso Stellino sarà uno degli arrestati dopo i fatti del 22 giugno assieme al suo compaesano Vito Jemolo.[32] Nel nisseno si deve registrare l’ambivalenza del Vizzini che nel 1947, pur essendosi appoggiato al blocco liberalqualunquista, di fatto aveva fatto votare per Salvatore Aldisio.[33] Predilezione, questa, che sospingerà altri mafiosi stante il fatto che ai tempi in cui l’onorevole sarà ministro dei Lavori pubblici, risultava essergli amico il capomafia di Bolognetta Serafino Di Peri, che già Pisciotta a Viterbo aveva definito un “assassino”.[34] Questo boss era stato un testimone al processo di Viterbo; e qui aveva fatto riferimento a una conversazione avvenuta tra lui, Di Maria, Pisciotta e Giuliano a seguito della lettura su alcuni giornali del resoconto di un dibattimento in cui si parlava delle indagini per accertare le generalità dell’”avvocaticchio”; i giudici si erano richiamati a lui per definire l’identità di questa enigmatica figura con Gregorio Di Maria. E’ mai possibile che non si fossero mai chiesti cosa ci stesse a fare un mafioso di quel calibro tra quei banditi? O quali fossero le sue frequentazioni politiche? Siamo ben oltre il limite delle osservazioni fatte dal relatore di minoranza della Commissione antimafia:

“Si manifestò subito, nell’azione dell’Alto commissario Aldisio, la doppia anima della politica che poi la Democrazia cristiana seguirà negli anni successivi: da un lato, un programma di riforme e di sviluppo democratico e dall’altro la ricerca di un compromesso con i ceti parassitari isolani. Questa contraddizione trovò un nodo risolutore nella rottura dell’unità antifascista nella primavera del 1947”.[35]

Il caso trapanese, come del resto quello nisseno, è emblematico dell’iniziale frammentazione del sistema mafioso e del suo progressivo processo di unificazione politica attorno all’autonomismo della dc. Tale processo era concluso nel ‘47, se è vero che alla risoluzione di determinati problemi già a questa data intervenivano assieme -presente Mattarella- Vanni Sacco, Giuseppe Cottone, Vincenzo Rimi, Stellino e Munna,[36] e se don Calò lasciava ogni sua titubanza per gli uomini dello scudocrociato. La DC apparve alla mafia come il partito più capace di organizzare il cambiamento e di operare la svolta imposta dalla dottrina Truman.

Essa -scrive Ernesto Ragionieri-

“aveva un significato generale implicito, ma abbastanza chiaro: da un lato costituiva la prima attuazione della strategia del ‘containment’ nei confronti di ogni ulteriore espansione dell’influenza sovietica e, dall’altro, come immediato corollario, implicava una più rigorosa organizzazione politica ed economica della sfera di influenza americana”. […] Così, l’Italia veniva sostanzialmente ad aggiungersi al novero degli Stati nei quali l’enorme pressione originata dalla ‘guerra fredda’ si imponeva al libero gioco delle forze endogene della società, in modo da favorire nell’immediato quelle che in nome della conservazione puntavano sulla divisione”.[37]

A legittimare l’ipotesi che anche in Sicilia, terra di confine strategicamente significativa, potessero esistere diramazioni di organizzazioni occulte analoghe a quella che si definiva ‘Osoppo’, depongono alcune necessità logiche. Se i gruppi che costituivano questa brigata erano formati da partigiani democristiani rimasti organizzati per combattere il comunismo dopo la caduta del fascismo con l’intento dichiarato della guerra non ortodossa[38], non minore era la paura del ‘vento del nord’ che si avvertiva in Sicilia e per una serie più complessa di ragioni. Questa paura raggiunse il parossismo con le elezioni del 20 aprile 1947, e trovò un suo sbocco naturale negli ambienti eversivi. Di fatto, nell’immediato dopoguerra, si erano sviluppate in Italia diverse ‘organizzazioni parallele’, come l’Associazione partigiani cristiani diretta da Pietro Cattaneo, altrimenti definita Movimento avanguardia cattolica italiana (Maci) attivo fino alla fine degli anni ‘40. E’ del 27 febbraio 1948 una lettera rinvenuta tra gli incartamenti del Cattaneo, nella quale “si fa riferimento a contatti molto stretti che i gruppi cattolici mantenevano con i servizi segreti e l’Arma dei Carabinieri”. Qui importa rilevare non solo la presenza di alcuni ex partigiani nella banda Giuliano (Sciortino e Pisciotta), o nell’area che in qualche modo la controllava (anche Cusumano Geloso aveva fatto la resistenza) ma che sull’intera realtà eversiva della Sicilia, di cui il separatismo era stato il grande denominatore comune, poterono agire strutture parallele “a vario titolo connesse con l’esperienza della guerra partigiana”. Scrive De Lutiis a proposito dell’Armata italiana della libertà (Ail), diretta dal colonnello Musco:

“Sull’attività del Musco non esistono notizie certe; si sa solo che nell’ottobre del 1947 egli deposita presso l’ambasciata statunitense a Roma un promemoria riservato contenente l’elenco dei “membri principali del comitato centrale” dell’Ail: sono 35 nomi, fra i quali figurano dieci generali e quattro ammiragli. Alcuni mesi prima, il reverendo Frank Gigliotti, alto dignitario della massoneria californiana e fiduciario dei servizi di controspionaggio statunitensi, aveva detto a Walter Dowling, membro della divisione affari europei del dipartimento di Stato: ‘Ci sono in Italia 50 generali che si stanno organizzando per un colpo di Stato. Sono tutti anticomunisti e sono pronti a tutto’ […] Siamo -continua De Lutiis- nel periodo tra il 1947 e il 1948. Vedremo successivamente che in quegli stessi mesi, al ministero dell’Interno, Mario Scelba e il generale Pièche avevano predisposto una rete di prefetti ‘ombra’ regionali che, in caso di necessità, avrebbero destituito i prefetti legali assumendo tutti i poteri nelle rispettive regioni di competenza”.[39]

Giuseppe Pièche, generale dei carabinieri, ex capo del controspionaggio del Sim, e già collaboratore dell’Ovra, ebbe assegnata la carica di direttore generale della Protezione civile e dei servizi antincendio del ministero dell’Interno, col primo governo De Gasperi, nel 1946. Egli ebbe una parte non secondaria “nella costruzione di uffici di intelligence al ministero dell’Interno dopo lo scioglimento della polizia segreta fascista e il trapasso di regime”.[40] E’ d’obbligo chiedersi: quale fu sotto l’egemonia dei governi democristiani la principale preoccupazione del ministero dell’Interno? Quali furono gli effetti dell’anticomunismo, assunto dal terzo al quarto governo De Gasperi, come elemento di fondo dell’azione dello Stato? Quali furono i presupposti della futura ‘Gladio’? Quanto e come agirono le forze dell’ordine come elementi di un blocco antidemocratico? Dalla strage di Palermo del 19 ottobre ‘44 a quella di Portella del primo maggio sembra snodarsi un unico filo conduttore; l’uso cioè della forza militare, più o meno direttamente impiegata, o del piombo della mafia per mantenere l’ordine costituito, o per impedire che fossero varcate certe soglie di sicurezza al di là delle quali non era consentito andare. Non lo consentiva il NSC già nel ‘47. A tale proposito scrive il Perrone:

“Quando si parla di mezzi per combattere il Pci, la direttiva del National Security Council (NSC) del 1947, riprodotta nella raccolta a stampa dei documenti diplomatici americani, reca una censura segnalata da alcuni puntini. Tuttavia una ricerca in un archivio periferico, mi ha consentito di reperire l’originale, integro, del documento fondamentale che tratta questo problema.

Nella raccolta a stampa si legge che, per combattere la propaganda comunista, non solo occorre attuare un programma d’informazione, ma bisogna servirsi anche di ‘tutti gli altri mezzi praticabili’. ‘Mezzi praticabili’, nello spirito del documento, deve significare concretamente realizzabili, e non necessariamente legali.

Non sembri questa -chiarisce lo studioso- una mia conclusione arbitraria. Essa deriva invece, dal leggere che, fra i ‘mezzi praticabili’ s’include persino -è questa la parte omessa nella raccolta a stampa dei documenti diplomatici americani, e da me reperita negli archivi di Independence, Missouri- l’uso di ‘fondi non registrati’ (‘unvouchered funds’), quelli che nel linguaggio corrente vengono indicati come fondi neri o sottobanco”. [41]

Qui occorre precisare che se il NSC viene istituito il 26 luglio 1947 come organo di coordinamento della politica militare americana e dei servizi di intelligence (si tratta di un organismo direttamente presieduto dal presidente degli Usa) non per questo in epoca precedente gli interessi di questo paese a frapporre una ‘barriera all’invadenza sovietica’ o a controllare lo sviluppo delle politiche degli Stati potevano essere non sufficientemente presenti. Al contrario. Orientamenti e scelte erano assunti, per conto dei rispettivi governi, dalle armate di occupazione o dai responsabili dell’Office of European Affairs di cui era direttore H.Freeman Matthews. A coglierne la funzione basti pensare che lo stesso De Gasperi – stando a una conversazione tenuta il 16 maggio 1947 tra l’ambasciatore Tarchiani e Marshall- temeva il ritiro delle truppe alleate prima delle elezioni del ‘48, in quanto a suo giudizio ciò non avrebbe giovato allo sviluppo dell’Italia:

“un’aporia, in un ragionamento che asseriva di impernearsi sulla democrazia, mentre negava agli italiani la capacità di determinare i propri affari in assenza della tutela di eserciti stranieri. Nello stesso tempo, un avvilente implorare e confidarsi con la potenza straniera, persino nelle più delicate questioni concernenti la formazione del governo e l’orientamento politico di carabinieri e polizia […] Nell’eventualità di un’insurrezione comunista […] soltanto i carabinieri venivano ritenuti una forza ‘affidabile’ sebbene dislocati per lo più in piccole località”.[42]

Guarda caso era la stessa posizione del NSC secondo il quale il Pci “non avrebbe tentato di assumere il controllo dell’Italia” “finchè le truppe americane e inglesi non fossero state ritirate alla data stabilita dal trattato di pace (15 dicembre 1947)”.[43] Ma a parte gli interessi Usa in Italia a trasformare alcuni gruppi dell’antifascismo in attiva organizzazione anticomunista dopo il 25 aprile del ‘45, resta il dato di una azione autogena in questo senso. I soggetti che la promossero utilizzarono inizialmente il separatismo come semplice espediente riuscendo a penetrare all’interno della stessa Arma dei carabinieri. A tale proposito Giuseppe Calandra, nei suoi memoriali, riporta una lettera pervenutagli quando operava come maresciallo presso la stazione di Montelepre:

“Caro collega,

poggiati su gruppi di azione clandestina potentemente armati, sorretti ed alimentati dall’azione del SS. ufficiali del capoluogo e dello stesso Colonnello Comandante che ha preso contatti con i capi dell’organizzazione clandestina è sorta a Palermo la nostra associazione che ha lo scopo di difendersi e difendere la nazione dal pericolo rosso, il comunismo, le cui squadre di azione cominciano a farsi sentire attraverso i recenti assalti alle nostre caserme. E’ necessario perchè l’azione risulti legale e non sporadica che tutti si sia coalizzati e che nei grandi come nei piccoli centri si lavori intensamente per sventare il pericolo ricorrendo in casi estremi anche ad azioni violente contro cose e persone.

Da parte tua puoi stare pure tranquillo poichè seppure non ufficialmente per ovvie ragioni il nostro comandante è con noi ed è pronto a darci tutto il suo appoggio se dovesse essere necessario.

Di questo appoggio tu non abuserai pensando che [se] dovessero privarci del nostro colonnello tutta l’organizzazione andrebbe a monte con le reazioni che ti è facile immaginare da parte di chi gli succederà.

Pertanto fai propaganda fra i tuoi dipendenti e fra giorni verrà costà il nostro incaricato che ti porrà a contatto con il capo dell’organizzazione clandestina che opera nella tua giurisdizione d’accordo col quale dovrai lavorare secondo le direttive che ti verranno date.

Fidiamo nella tua riservatezza e nell’azione che saprai svolgere che non mancheremo di segnalare a chi di competenza”.[44]

Il documento non datato ma che si può far risalire ai tempi dell’Evis porta la sigla di una strana Formazione Organica Reali Carabinieri Anticomunista (Forca) che il Calandra interpretò come un tentativo degli ‘amici di Giuliano’ di farlo cadere in disgrazia presso i suoi superiori. Ma gli autori e le intenzioni della lettera erano ben diversi. Lo dimostrano parecchie circostanze: viene indicato un garante nella persona del colonnello comandante dell’Arma; ci si riferisce a un contatto imminente che si sarebbe potuto facilmente riscontrare; si lasciano intravedere collegamenti nazionali (“difendere la nazione dal pericolo rosso”); nel ‘45 si era costituito il Fronte antibolscevico a Palermo; in quell’epoca Giuliano non ebbe mai ad esprimere alcun proposito di lotta contro il comunismo, ma da una dichiarazione di Antonino Terranova nel dibattimento di Viterbo, si evince che Giuliano poteva essere in contatto col Fronte antibolscevico di Palermo già dal febbraio del ‘47. Lo specialista dei sequestri di persona dichiarava: “So che Giuliano qualche volta si recava a Palermo ma non ricordo se nel febbraio 1947 andò nella sede del partito anticomunista”. E più avanti aggiungeva, a proposito dei manifestini antibolscevichi lanciati a Carini e Partinico, durante le stragi del 22 giugno: “Giuliano stesso mi disse che i manifestini gli erano stati portati pronti per essere lanciati”[45]. ‘Cacaova’, come meglio era conosciuto il bandito, in sostanza ammetteva di non ricordare se in quel mese il suo capo fosse andato nella sede di quel partito, con ciò non escludendo che vi si fosse recato prima o dopo, testimoniando un legame che certamente si era definito nel frangente delle stragi. Ma che relazione c’era tra il Fronte antibolscevico e quelli che lo stesso Terranova, seguendo l’accusa fatta da Pisciotta, indicava come mandanti delle stragi di maggio-giugno? Sul loro conto (il principe Gianfranco Alliata di Montereale, l’on.Tommaso Leone Marchesano, il deputato monarchico Giacomo Cusumano Geloso e il democristiano Bernardo Mattarella[46]) non si avviò mai un percorso giudiziario che portasse a qualche conclusione. Eppure l’Alliata – che aveva avuto nel 1945 un’esperienza di prigionia in Egitto e che troveremo poi iscritto in uno degli elenchi della P2[47]– era stato pienamente smentito circa la presunta infondatezza del memoriale datato 9 dicembre 1951 col quale Antonio Ramirez riferiva quanto confidatogli dal deputato monarchico Gioacchino Barbera. Nello studio dell’on. Ramirez si era tenuta una riunione tra Li Causi, Barbera, Ramirez e Montalbano nella quale il deputato monarchico si dichiarava minacciato di morte da parte di Luigi Marchesano. Questi gli avrebbe detto che “se fosse uscito qualcosa, per quel che concerneva i rapporti fra esponenti monarchici e la banda Giuliano, non avrebbe potuto che essere [lui] a propagarla e quindi che stesse in guardia”. E il Barbera, che l’Alliata dà come aderente alla Massoneria, aveva motivo di temere anche in ragione della recente rottura operatasi, proprio nel ‘51, in seno al partito monarchico. C’era poi da chiedersi, rispetto a certe eredità della lotta partigiana in senso anticomunista, quanto avesse pesato l’esperienza dello Sciortino, o quella poco conosciuta dello stesso Cusumano Geloso. Questi, stando sempre alle affermazioni dell’Alliata, “aveva combattuto nella guerra di liberazione a Monte Marrone” ed era stato “un valoroso ufficiale dei bersaglieri”.[48] Si sarebbe potuti partire anche da un nome fornito dallo stesso ‘Cacaova’ quando aveva affermato: “Giovanni Provenzano conosce i nomi dei mandanti”.[49] Neanche il processo contro Provenzano, Licari e Italiano approdò a nulla. Il procuratore generale presso la corte di appello di Palermo il 22 gennaio 1954 avviò un’istruttoria. Ma a distanza di sette anni i cacciatori che si riteneva fossero stati posti sotto custodia del Licari durante la strage di Portella esposero “la grave difficoltà e la scarsa probabilità di potere identificare il bandito”. Fu ordinato lo stralcio degli atti circa il reato di partecipazione a banda armata del Licari, e gli altri furono assolti per insufficienza di prove.[50]

Giuseppe Montalbano sperimentò per primo l’esistenza di un muro di gomma. Nel luglio del 1947, dopo la tragica fine di Ferreri e dei suoi uomini, aveva presentato una denunzia contro l’ispettore Messana “per concorso con Ferreri Salvatore in tutti i delitti da costui commessi a far data dal 1946, dall’anno cioè in cui l’aveva fatto suo confidente; e chiarì che la denunzia contemplava anche la correità nella strage di Portella della Ginestra dato che il Ferreri aveva partecipato all’organizzazione, preparazione ed esecuzione materiale di essa”. La denunzia non fu trovata e si adombrò il sospetto della soppressione del documento. Fu pertanto chiesta l’audizione del Montalbano e, cosa singolare, la corte di Viterbo alla quale era stata domandata l’ “unione agli atti” della denunzia ne respinse l’istanza il 5 settembre 1951. Non migliore fortuna ebbe la successiva denunzia del 25 ottobre di quello stesso anno contro il Messana e i monarchici Alliata, Marchesano e Cusumano Geloso indicati il primo come correo e gli altri come mandanti della strage. L’effetto fu solo una querela per diffamazione degli interessati. Tuttavia un’inchiesta sommaria fu espletata dal procuratore generale di Palermo che il 31 agosto 1953 ritenne che le risultanze “non si palesavano tali da consentire l’esperimento dell’azione penale nei confronti di alcuno dei denunziati” e concluse per l’archiviazione degli atti. E in tal senso decise la sezione istruttoria di Palermo con decreto del 9 dicembre 1953.

All’inizio degli anni ‘70, dopo le insistenti accuse dello stesso Montalbano assunte agli atti della Commissione antimafia si riuscì a smuovere qualcosa. Quanto meno ad evere la consapevolezza che risultava impossibile andare al di sotto della superficie. Evidentemente, sotto il piano ufficiale ve ne era un altro molto sommerso difficile da raggiungere proprio per il carattere sublegale che lo connotava. Il pericolo rosso aveva cementato assieme gli interessi e le paure di molti: dai neofascisti ai monarchici difensori del latifondo, dai democristiani collusi con la mafia agli apparati istituzionali sostanzialmente ancora orientati al vecchio regime e pertanto fibrillanti sotto l’incubo di una possibile era socialista. Ecco perchè è importante la testimonianza del Calandra.

L’autenticità del documento che egli ci fornisce come atto interno ‘parallelo’ dell’Arma viene confermata da quanto succede in seguito. Ne parla lo stesso maresciallo. Questi -racconta- consegnò la lettera al tenente colonnello Lentini, un filoseparatista, che a sua volta informò la brigata. Trascorso qualche tempo il maresciallo ricevette un’altra lettera con la stessa intestazione. Era la prova evidente che il documento non poteva essere stato scritto da Giuliano che per altro era dotato di ben altro stile linguistico. Il testo recitava in questo modo:

“Caro collega,

uno di noi tradendo la riservatezza ha inviato al nostro colonnello comandante la nostra precedente circolare.

Il colonnello ha dovuto fare buon viso a cattivo giuoco e rispondere con una circolare che presto riceverai sconfessando il nostro movimento.

Non impressionarti perchè è una pura formalità e ve lo dimostra il fatto che prima della smentita ufficiale vi perviene la presente.

Ripetiamo è una formalità a cui il nostro colonnello non poteva sottrarsi. Uniamoci compatti e partiamo alla riscossa contro il comunismo oppressore. Viva i carabinieri. (Forca)”.[51]

Questa volta il maresciallo distrusse la lettera e a distanza di tempo interrogandosi su “quella misteriosa organizzazione” annotò: “Ancora oggi non ho potuto chiarire a me stesso il significato di quella lettera anonima”.

Finito il separatismo Giuliano diventa depositario di una rubrica politica di estremo interesse, anche perché i suoi principali referenti si collocavano tra ex separatisti che gli avevano dato i gradi di colonnello di un esercito inesistente, baroni e baronesse, esponenti dell’aristocrazia monarchica, democristiani e liberali della prima generazione, massoni separatisti e filoamericani. Vi erano anche strani istruttori di cultura generale e insegnanti di inglese, diversi giornalisti, gli aderenti al Fronte antibolscevico di via dell’Orologio, a Palermo. L’anticomunismo viscerale del bandito, come qualche suo scritto atlantista, era stato fomentato da amicizie di questo tipo. Tra tutte dovettero essergli più vicine quelle che si riconducevano oltreoceano, negli USA. Le fonti testimoniali che ne attestano la fondatezza non sono di secondo piano. Paolantonio ammette:

Secondo me Giuliano, con l’uccisione di un certo numero di comunisti, di ‘vili rossi’, come lui si esprimeva, intendeva accaparrarsi benemerenze presso gli americani, che, per mezzo di elementi isolati, di giornalisti di quella nazione, desiderosi di scrivere sui loro giornali un ‘buon pezzo’ lo avevano avvicinato, lusingato, gli avevano fatto promesse. Giuliano sperava così di accaparrarsi benemerenze presso gli americani e che questi lo avrebbero poi aiutato con la sua banda ad espatriare e a trovare una buona sistemazione in America.

Non è da escludere che qualche americano, non le autorità di quel paese, gli abbia promesso l’espatrio negli USA.[52]

Lo stesso Messana, forse per scrollarsi di dosso i sospetti che il senatore Li Causi gli aveva fatto pesare come un macigno, fino alla sua destituzione, fa delle affermazioni sconvolgenti sulla pista americana comunicandole al capo della polizia il 4 giugno ’47, a poco meno di tre settimane dagli assalti alle Camere del Lavoro della provincia di Palermo:

Il Giuliano va in cerca di armi automatiche – aveva scritto – , ed a lui furono portati tredici dei quattordici mitra rubati, con la connivenza dell’aviere scelto Lo Dico Salvatore, dell’armeria dell’aeroporto di Boccadifalco (Palermo) oggetto della segnalazione del Comando dei carabinieri presso l’Aeronautica di Palermo in data 22 maggio scorso n° 136/1.

Intanto dalla medesima fonte fiduciaria ho appreso che il Giuliano, in questi ultimi tempi, ha avuto frequenti contatti con emissari americani, i quali lo avrebbero incaricato di compiere delle aggressioni ai maggiori esponenti del Partito Comunista della Sicilia, principale tra essi l’on. Girolamo Li Causi […][53]

IL PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE

PROF. GIUSEPPE CASARRUBEA


[1] Cfr. Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre associazioni criminali similari. Pubblicazione degli atti riferibili alla strage di Portella della Ginestra, deliberata dalla Commissione nella seduta del 28 aprile 1998,doc. XXIII n.6, parte quarta, documento 649, pp. 349-474; 523-575.

[2]Cfr. Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia, Allegati alla Relazione sui rapporti tra mafia e banditismo, trasmessi dal presidente della Commissione, Francesco Cattanei, ai presidenti di Camera e Senato il 4 maggio 1972, Senato della Repubblica, V legislatura, Documenti, vol. LVIII, n. XXIII-2 sexies, Roma, Tipografia del Senato, 1972, Atti Interni (da ora CPIM-AI), Testo delle dichiarazioni del generale dei carabinieri in congedo Giacinto Paolantonio, p. 470.

[3] Cfr. ivi, Testo delle dichiarazioni del maresciallo dei carabinieri in congedo Giovanni Lo Bianco, cit., p. 671.

[4] Cfr. Gavin Maxwell, Dagli amici mi guardi Iddio, cit., p. 79.

[5] Cfr. Giuseppe Casarrubea, Portella della Ginestra, cit., p. 128.

[6] Cfr. Aristide Spanò, Faccia a faccia con la mafia, Milano, Mondadori, 1978, pp. 104, 106.

[7] Cfr. G. De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia, Roma, Editori Riuniti, 1985, p. 51.

[8] Cfr. Giuseppe De Lutiis, Il lato oscuro del potere. Associazioni politiche e strutture paramilitari segrete dal 1946 ad oggi, Roma, Editori Riuniti, 1996, pp. 5-8.

[9] Cfr. Carlo Ruta, Il binomio Giuliano-Scelba. Un mistero della Repubblica? Soveria Mannelli, Rubbettino, 1995, p. 32, e in Casarrubea, Portella della Ginestra, cit. p. 88.

[10] Cfr. Nico Perrone, De Gasperi e l’America, cit., pp. 63-64.

[11]Cfr. Archivio generale della Corte di Appello di Roma, Città Giudiziaria, processo 13/50, Carte provenienti dal Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione (TPUI), Esame di testimonio senza giuramento, ff.247-248.

[12] Cfr. AGCA, Corte di Assise di Viterbo (CAV), Rapporto giudiziario circa le ulteriori indagini in merito alla strage di contrada Portella Ginestra ed alle aggressioni, seguite pure da strage, alle sedi dei partiti socialcomunisti in Provincia di Palermo,4 settembre 1947, n.37, allegato 29, processo 13/50, cart. n. 3, vol. L; ora in CPIM-PG, doc. XXIII, n. 6, Pubblicazione degli Atti riferibili alla strage di Portella della Ginestra, parte quarta, doc. 649, pp. 441 e sgg.

[13] Cfr. Giuseppe Casarrubea, Portella della Ginestra, cit., p. 315.

[14] Cfr. CPIM-PG., cit., Pubblicazione degli atti riferibili alla strage di Portella della Ginestra, cit., parte quarta, p. 208. L’affermazione, credibile, è dello stesso Messana il quale giustificava in tal modo la concessione del porto d’armi al Ferreri Vito.

[15]Cfr. G. Carlo Marino, La Repubblica della forza, cit., pp. 62-63 e 50.

[16] Cfr. Sanguinose aggressioni fasciste in Sicilia, in L’Unità, 24 giugno 1947, prima pagina.

[17] Cfr. Paolo Cucchiarelli-Aldo Giannuli, Lo Stato parallelo, Roma, Editrice Gamberetti, 1997, p. 348.

[18] Cfr. ibidem, p. 365.

[19] Cfr. Filippo Gaja, L’esercito della lupara, Milano, Area, 1962, p. 82

[20] Cfr. Nick Gentile, Vita di capomafia, Roma, Editori Riuniti, 1963, p. 163.

[21]Cfr. Gavin Maxwell, Dagli amici mi guardi Iddio, Milano, Feltrinelli, 1957, p. 65.

[22] Cfr. Commissione Parlamentare di Inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia (da ora CPIM), Tipografia del Senato della Repubblica, 1972, Relazione di minoranza del deputato Giuseppe Niccolai, parte terza, pp.1092-1093.

[23] L’interminabile elenco delle società di cui il Guarrasi sarà amministratore, o azionista o socio fondatore, o altro è contenuto nella relazione del Niccolai cit., pp. 1094-1096. Tra le tante ricordiamo qui la Società siciliana mineraria (SO.SI.MI.), la società per la ricerca e lo sfruttamento in Sicilia di giacimenti di idrocarburi liquidi e gassosi (S.O.M.I.S.), la società per l’industria zolfifera siciliana (SO.CHI.MI.SI, una collegata dell’EMS di cui era presidente il senatore democristiano Graziano Verzotto, poi latitante in Libano per i fondi neri versati nelle banche di Sindona), la SAGET per la gestione delle tonnare e della pesca.

[24] Cfr. I Siciliani- Fondatore Giuseppe Fava, anno XIII-n. 1, gennaio ‘96.

[25] Cfr. ‘Indice dei nomi proibiti’, in ‘I Siciliani’, gennaio 1996, anno XIII, n. 1.

[26] Cfr. Relazione di Niccolai, cit., pp. 1121-1122. I dispacci del Nester sono riportati in copia degli originali.

[27] Cfr. ibidem, p. 1096.

[28]Cfr. Nico Perrone, De Gasperi e l’America, cit., pp.40-46.

[29] Cfr.ibidem, p. 17; sulla scissione saragattiana p. 71.

[30] Cfr. CPIM, cit., Memoriale trasmesso il 18 gennaio 1964 dalla federazione del PCI di Agrigento e Sciacca, cit., p. 710-733.

[31] CPIM, cit., Memoriale trasmesso il 16 febbraio 1965 dalla federazione del PCI di Trapani, cit., p.815.

[32] Cfr. Avanti, 8 giugno 1947, articolo di prima pagina: Scompare fra’ Diavolo, Giuliano Minore, ucciso ad Alcamo in conflitto coi carabinieri. E tornano in circolazione 50 fascisti arrestati con Cipolla.

[33] CPIM, cit., Testo delle dichiarazioni di Michele Pantaleone rese alla Commissione parlamentare ecc., il 30 ottobre 1963, vol. III, tomo I, p. 165. Uguale predilezione avrà poi altro boss di prim’ordine, quale fu Frank Coppola, per lo stesso onorevole, in epoca successiva.: cfr. ivi, capitolo secondo, Il dominio di Lucky Luciano, in Relazione di maggioranza, pp. 353 e sgg.

[34] Cfr. Giuseppe Calandra, Memoriale, copia del testo dattiloscritto, fasc. III, p. 275. Alle pp. 275-279 l’autore riporta una memoria personale relativa all’interesse avuto dalle gerarchie dell’Arma dei carabinieri per il sostegno dello stesso Calandra alle campagne elettorali dell’Aldisio che si chiudevano con banchetti ai quali partecipavano assieme al prefetto Vicari, personaggi come Calogero Volpe, Genco Russo e lo stesso Vizzini. Pisciotta, nel procedimento penale contro Giovanni Provenzano, dichiarava al procuratore generale di avere sentito parlare di Di Peri come capomafia, e di averlo conosciuto come detenuto solo all’Ucciardone. Asseriva ancora che all’epoca in cui era latitante aveva notizia di tutti i mafiosi della Sicilia “poichè ogni paese ha il suo capo e i suoi dipendenti”. Il Di Peri era entrato in contatto con Giuliano all’epoca del separatismo. Cfr. AGCA, TPUI, cit., Procedimento penale contro Giovanni Provenzano, cit., cartella 8, cont. da p. 1027.

[35] Cfr. ibidem, Relazione di minoranza, pp. 574-575.

[36] Cfr. CPIM, cit., Memoriale trasmesso il 16 febbraio 1965 dalla federazione del PCI di Trapani, cit., p. 796.

[37] Cfr. Ernesto Ragionieri, Novità istituzionali e chiusure politiche. La fine dell’unità antifascista, in Storia d’Italia, Dall’Unità a oggi, Torino, Einaudi, 4***, pp. 2462-2463.

[38] Cfr. Giuseppe De Lutiis, Il lato oscuro del potere, cit., pp. 16-18.

[39] Cfr. ibidem, p. 25

[40] Cfr. ibidem, p. 27

[41] Cfr. Nico Perrone, De Gasperi e l’America, cit., p. 74.

[42] Cfr. ibidem, pp.79-80.

[43] Cfr. ibidem, p. 89.

[44] Cfr.Giuseppe Calandra, Memoriale, cit., fasc. II, p. 121.

[45] Cfr. AGCA, cit., Corte di Assise di Viterbo (Cav), Dichiarazione di Antonino Terranova, dibattimento del 1° maggio 1951; cartella 8, f.5 e 11.

[46] Cfr. ibidem, p. 16.

[47] Cfr. Gli uomini della P2 in Sicilia: chi e dove, in ‘I Siciliani’, marzo-aprile 1985, nn. 26-27.

[48] Cfr. CPIM, Atti interni, cit., Testo delle dichiarazioni dell’onorevole Giovanni Francesco Alliata rese al comitato d’indagine nella seduta del 16 aprile 1970, allegato 14, p.512.Nel dicembre del ‘51 il Barbera capeggiava a Palermo il Partito nazionale monarchico, mentre, Leone Marchesano, Alliata e Cusumano Geloso avevano fondato il Fronte nazionale monarchico. Cfr. anche il memoriale Ramirez in appendice.

[49] Cfr., AGCA, Cav. cit., Dichiarazione di Antonino Terranova, cit., p. 21.

[50] Cfr AGCA, II corte di appello di Roma, Sentenza 10 agosto 1956, vol. II, pp.282-283, 333, 339.

[51] Cfr. AGCA, Cav, cit., p.123.

[52] Cfr. CPIM-Ai, Atti Interni, Testo delle dichiarazioni del generale dei carabinieri in congedo Giacinto Paolantonio, 25 marzo 1969, allegato 6, p. 422.

[53] Cfr. CPIM- Atti relativi alla strage di Portella della Ginestra, nota prot.3235 del 4 giugno 1947 dell’Ispettore generale di Ps al Capo della Polizia, doc.XXIII, n.22, pubblicazione comunicata alle Presidenze il 26 gennaio 1999, p. 398.

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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Una risposta a Riapertura delle indagini

  1. michele varì ha detto:

    ho intervistato frank Mannino, se avete bisogno chiamatemi, Michele Var’, redattore Corriere Mercantile, Genova, 347 8439031

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