I fasci dei lavoratori a Partinico

I FASCI DEI LAVORATORI A PARTINICO

(Tratto da: Giuseppe Casarrubea, I fasci contadini e le origini delle sezioni socialiste nella provincia di Palermo, pubblicato S. F. Flaccovio, 1978)

I fasci furono delle organizzazioni di lavoratori, di chiara matrice socialista, sviluppatisi, soprattutto in Sicilia, sul finire del 1892. Essi si mossero sul doppio fronte della lotta sindacale e politica e subirono due momenti di repressione (con Giolitti prima e con Crispi dopo). Furono segnati, in modo fatale, dal meccanismo dei tumulti alla cui insorgenza fu determinante il ruolo assolto dai municipi e dalle mafie locali.

Ai due poli opposti si erano scontrati, in realtà, agrari e gabelloti da un lato e lavoratori delle campagne dall’altro, mentre intermedia era stata la posizione della borghesia, eterogenea e oscillante dal «borghesato» dei sub-gabelloti e dei grossi coltivatori diretti proprietari di bestiame, attrezzi agricoli e magazzini, a quella «burgisìa» siciliana che ha tutti i connotati della precarietà e confina al limite col proletariato rurale (piccoli proprietari, mezzadri, coloni, giornalieri, mesalori, ecc.). In quest’ultima fascia di categorie sociali emersero coscienti ed avvertite contraddizioni: i fasci oscillarono sempre, nella loro breve durata, tra lotta rivendicativa fine a se stessa, e una intuitiva visione dell’alternativa politica, talvolta nel senso marxista e molto più spesso in quello più genericamente socialista.

Un incentivo di questo scontro fu il meccanismo con cui si arrivava ad espropriare le terre, a quei contadini che, dopo aver ottenuto una concessione dall’agrario o dal gabellotto, dovevano ricorrere ad indebitarsi per l’acquisto degli attrezzi di lavoro o delle sementi, e in più dovevano subire la macchina della tassazione per i generi prodotti o da consumare.

Stato e comuni parteciparono in modo diverso al dazio consumo; molto spesso l’addizionale comunale superò di gran lunga la tassa governativa; i signorotti locali si sbizzarrirono con malvagia arguzia nella ricerca dei sistemi migliori che facessero ricadere i prodotti tassabili prevalentemente sulle spalle dei lavoratori. Da aggiungere l’aggravante che derivava dalla suddivisione dei comuni in «aperti» e «chiusi».

Il maggiore comune «chiuso» della provincia fu Partinico. Era isolato, come gli altri comuni «chiusi », da una cinta daziaria, oltrepassata la quale bisognava pagare il dazio per il genere introdotto: l’inconveniente consisteva nel fatto che sul mercato il commerciante faceva ricadere sul consumatore il dazio pagato. Di conseguenza erano sempre le classi più povere a farne le spese. Col sistema «aperto», poi, le cose non sarebbero andate molto diversamente, perchè il ricco proprietario, avrebbe potuto introdurre liberamente le merci, ma nella vendita al minuto, quando cioè il prodotto veniva tassato in loco, il rivenditore si sarebbe rivalso sul compratore, e cioè su chi, sfornito di generi di consumo, era costretto ad acquistarli al minuto nei mercati.

Con quanta pazienza si dovevano poi, di volta in volta, affrontare le vessazioni delle guardie daziarie, era sottolineato dal ‘Giornale di Sicilia’ per quanto accadeva a Misilmeri:

Ci sono tre posti: uno alla stazione, uno al principio della villa, e uno al principio della via Lincoln. In ognuno di questi tre posti il povero passeggero, poco garbatamente fermato dalle guardie di servizio, deve aprire le sue valigie, slegare i suoi involti, permettere alle guardie che frughino a loro bell’agio e tollerare altre insopportabili seccature[1]

Per quanto riguardava Partinico, la situazione non doveva essere migliore, e tuttavia, i tumulti che anche qui scoppieranno, il 9 dicembre, vanno collocati al di fuori dei metodi di lotta politica portata avanti nel corso di un intero anno dal locale fascio (basti pensare che nessun dirigente del sodalizio vi prenderà parte). Questo operava in un contesto sociale, dove non sempre risultava facile la coesione del movimento organizzato e di una popolazione che aveva interessi eterogenei sui quali, era facile, per le classi dirigenti, esercitare, al momento opportuno, un ruolo di aperta provocazione e strumentalizzazione. Si veda, ad esempio, l’imponente manifestazione popolare del mese di agosto, promossa dal sindaco Gaspare Aleo, che se aveva motivo di pronunciare un discorso di condanna per l’eccidio degli emigrati italiani di Aigues-Mortes, non per nulla si trovava alla testa di un corteo di tremila persone[2] che, con la banda musicale in testa, scandivano slogan contro Giolitti e a favore di Crispi. A differenza del prio, il secondo aveva forti ramificazioni clientelari nel paese, come del resto negli altri comuni siciliani. Pertanto sotto la temperie dei fasci in Sicilia, i gruppi dirigenti locali si vennero a trovare nella speciale situazione di essere filocrispini in politica e antigiolittiani nei fatti.

Questa circostanza, che si ripeterà in diverse altre manifestazioni (Balestrate, Cinisi, ad esempio) potrebbe anche indurre a pensare che ben determinate pressioni unite ai tumulti che scoppieranno in tutta l’iso!a dopo il 9 dicembre, servissero a Crispi, dopo il periodo degli scandali bancari, a gettare altro discredito sul superato governo giolittiano. Tornerebbe, così, del tutto pacifico il passaggio dal ministero Giolitti a quello crispino, proprio nel dicembre del 1893. Del resto è ancora strano che tra i testimoni a difesa degli insorti del 9 troviamo elementi come il marchese Bellaroto, e lo stesso Gaspare Aleo, così come è strana la presenza dell’amico del sindaco, La Franca, tra la folla dei tumultuanti.( I tumulti partinicesi del 9 dicembre segnarono, in realtà, lo scontro tra una strategia democratica che impostava la sua azione su basi istituzionali, e una strategia d’intervento istintiva che, fomentata da una ben definita propaganda anarchica e priva di una reale dimensione politica, offriva in definitiva facile pretesto alla repressione. Sul terreno politico-sociale lo scontro fu impostato tra organizzazione e disorganizzazione, ed era del tutto naturale che in questa ultima s’innestassero anche elementi medio-borghesi interessati, dall’esterno, a una strumentale presa di contatto col movimento. C’è da aggiungere che a Partinico -che l’Inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini pubblicata da Bertero nel 1910, nel volume sulle condizioni e i problemi del lavoro agrario, classificava come centro di mafia e li malaria -le amministrazioni erano state sempre facile strumento di potere della grossa borghesia locale. Dall’Unità d’Italia al 1868, come rilevava il comando militare in una nota informativa indirizzata al generale Medici, il comune aveva avuto ben sei amministrazioni. «L’abbandono delle cose comunali» era stato «totale ». Gli amministratori avevano desiderato «la carica… per servire al vantaggio proprio e non al bene comune. Polizia urbana, istruzione, beneficienze, ospedali, guardia nazionale» erano state «cose di cui appena» si era conosciuto il «nome» e che nessuno « si era curato di riordinare o di mettere in atto ». Le strade potevano essere paragonate a letamai; in inverno diventavano «gore immonde» tanto che «a detta degli stessi medici del paese» formavano una causa «occasionale» se non «la prima» delle malattie[3]. Elevatissimo il numero dei cittadini febbricitanti: su 20.000 abitanti se ne contavano più di 2.000, con 18 morti al giorno. I militari aggiungevano: «Questo comune ha bisogno di un’amministrazione onesta, forte ed intelligente, per essere portato a quel grado di benessere e di cultura di cui non foss’altro la straordinaria ricchezza del suolo lo rende capace[4]. Poco più di due anni prima, il 15 maggio 1866, Giuseppe Bonura, che più tardi, durante la vicenda dei fasci, troveremo impegnato come una delle prime voci «socialiste, all’interno del consiglio comunale», aveva fondato una società di mutuo soccorso che, sull’ondata degli entusiasmi, ancora pressanti, suscitati nel paese dal passaggio di Garibaldi, aveva denominato Operaia Garibaldi. Fu questa una delle prime società operaie di mutuo soccorso fondate in Sicilia nel periodo post-unitario, dopo quella intitolata a Francesco Bentivegna nel corleonese. Analoga iniziativa sarà quella di Domemco Cannizzo che, il 15 aprile 1871, contribuirà alla costituzione di una società Agricola con una cinquantina di soci.[5] Al 1892 si riferiscono in ultimo alcuni tentativi di costituire una cooperativa di lavoro e di consumo, ad iniziativa dell’ingegner Vaccaro, che a tale scopo aveva tenuto nel mese di agosto una riunione con 150 operai in un’aula delle scuole elementari.[6] Al di là di queste esperienze vanno registrati anche gli atteggiamenti assunti da alcuni consiglieri comunali negli anni precedenti i fasci e durante la temperie del ’93.

Già nel 1888, in sede consiliare, non si era potuto fare a meno di rilevare -certo con un atteggiamento puramente umanitario -che il paese offriva spesso «lo spettacolo di centinaia di operai e contadini languenti di inedia per le pubbliche vie», in un momento in cui persino l’imposta che si pagava ai guardiani delle proprietà rurali diveniva insostenibile. Le guardie campestri, infatti, «costavano adesso «il doppio», «rubavano a man salva », «costituivano un pericolo permanente per la sicurezza pubblica! Quest’ultima affermazione si doveva connettere alla funzione della guardia campestre nell’ambito delle tenute padronali, e cioè al ruolo di guardia armata esercitato in funzione di difesa e di accaparramento della proprietà[7].

Un altro riscontro di quella condizione lo troviamo nella severità con cui furono perseguiti alcuni «puntonieri », colpevoli di non avere riferito esattamente sul peso e la qualità del pane in vendita nelle botteghe e nei forni. Il presidente del consiglio comunale, aprendo la seduta del 12 maggio 1890, riferiva, infatti, che «dietro rapporto dell’assessore del ramo annona sign. Modica Vito, era stato costretto a pigliare misure di rigore per «tutti i puntonieri» sospendendoli dallo stipendio per quindici giorni. Il Modica aggiungeva che «i puntonieri avevano «riconosciuto giusto il peso, e di qualità -buona il pane di certi fornai e rivenditori, facendone analogo rapporto a lui stesso e che «immediatamente aveva fatto eseguire un servizio segreto di naccertamento e di controllo», rilevando che su 10 centesimi di pane ce n’erano 150 grammi in meno[8]. Questo tono di severità era tuttavia il tono di una certa rispettabile borghesia che aveva i suoi legami e le sue complicità col sistema m’anarchico e con i notabilidella zona, come quel Finocchiaro Aprile (eletto deputato anche per i suffragi di Partinico), amico degli amministratori oltre che per le numerose prove d’interessamento date in passato, per quella recente istituzione de regio ginnasio, il cui merito era dovuto ai rapporti personali avuti dal Finocchiaro col governo del re[9]. Simili rapporti permettevano all’Isola del Colajanni di scrivere: «il collegio di Partinico e Corleone, è destinato dai moderati a quello che si chiama un’esperienza in corpore vili. Infatti i moderati, qui, non avevano avuto mai il più piccolo suffragio elettorale. La figura del Finocchiaro era, in sostanza, quella di un progressista che nella campagna elettorale del ’92 abbiamo trovato accanto a Figlia e Marinuzzi a sostegno della candidatura radicale di Alessandro Paternostro. Questi, nel collegio, si contrapponeva all’altra ben più complessa ed equivoca di Valentino Caminneci. A Corleone il Caminneci si era appoggiato, oltre che alla mafia locale, al partito municipale, che con la mafia doveva fare un tuttuno e che, riunito nella sala consiliare, aveva approvato illecitamente nella seduta del 7 aprile di costituirsi in comitato elettorale.

I rapporti che intercorrevano tra la mafia e le amministrazioni comunali del collegio non riguardavano,in realtà, solo Corleone. Nel numero del 7-8 aprile L’Isola scriveva:

…si va rapidamente attuando la “nazione armata” anche senza bisogno di una legge del Parlamento, da parte del governo dei «galantuomini. Si tratta di una pioggia, anzi, di un diluvio di permessi di armi che si distribuiscono quotidianamente, munendone i più noti, i pregiudicati, […] È una specie di leva in massa che l’autorità politica facendo e le bande per tal mezzo reclutate a favore del candidato ministeriale non hanno nulla da invidiare alle bande semibrigantesche che erano un tempo ai soldi quell’altro Valentino.

A differenza di Corleone, quindi, Partinico aveva osteggiato una candidatura non ministeriale ed in quest’opera si erano distinti oltre al comitato dei 150 di cui facevano parte grosse famiglie di borghesi, come quella di Gaspare Aleo, la società Operaia, quella Agricola e il circolo dei Civili. Nel paese di Verro, naturalmente, la Nuova Età e la Francesco Bentivegna si erano schierarono col Paternostro[10]

A sostegno del Caminneci si erano mossi persino apparati del ministero dell’interno, per cui, ad esempio, all’amministrazione di San Giuseppe Iato che aveva deliberato la condotta delle acque della sorgente Traversa e chiedeva pertanto che fosse sollecitato il relativo decreto di dichiarazione di pubblica utilità, il prefetto rispondeva che la delibera poteva avere corso se avesse ottenuto il più largo suffragio il Caminneci. A San Giuseppe pertanto si era levato il grido: -chi non vota per Caminneci è nemico del paese! Simili pressioni erano state fatte anche dal questore[11]. Si capisce, così, come appena un anno dopo, nel clima dell’astensionismo che aveva caratterizzato quella stagione elettorale dei socialisti palermitani, si potesse lamentare, in una riunione al fascio di Palermo, «la vergognosa commedia elettorale», «giuoco dell’oro e della mafia, o quando si scriveva: «si comincia subito col promettere, col pregare ed infine si finisce colla maffia, con quella terribile leva che è la causa di ogni morale pervertimento», oppure: «con sole cinque lire si acceca l’infelice elettore»[12].

In questo quadro rientrava anche l’eliminazione dalle liste elettorali degli oppositori del municipio a Corleone (circa 900), come in altri comuni, le cui amministrazioni erano quasi sempre oggetto di aspre lotte non per banali rivalità localistiche, ma perchè rappresentavano l’espressione più diretta del potere costituito, come dimostravano anche i brutali sistemi di tassazione.

A Partinico nel 1892 i generi soggetti a dazio erano le bevande (vini, vinelli, mosti, alcool), le carni fresche e salate, le farine, la frutta, l’olio e lo zucchero, per complessivi 25 generi, su cui gravava prevalentemente il dazio governativo; e il ferro, il pesce fresco e salato, il latte, i latticini, il burro, il materiale da costruzione, il caffè, le travi e i mezzi murari, il vino al minuto considerati «dazi puramente comunali per una cinquantina di generi complessivi»[13]. Il corpo delle guardie daziarie era formato da un sottocapo, un caposervizio, otto guardie ambulanti e quarantadue fisse, tutte nominate dalla giunta municipale[14]. Le guardie fisse avevano il dovere di custodire la cinta daziaria per evitare «assolutamente» il contrabbando; prestavano servizio notturno e diurno; non avrebbero dovuto lasciare nemmeno «per un minuto» il loro servizio, come stabiliva l’art. 20 del loro regolamento. Ad essi si aggiungeva il controllo delle guardie campestri che tra gli altri compiti avevano quelli di «prevenire tutti gli inconvenienti» che «disturbavano la campagna»; di «impedire l’abusiva macerazione del lino e della canapa nei corsi d’acqua»; di «ricercare i reati d’ogni genere, raccogliendo prove e fornendole all’autorità giudiziaria; di arrestare gli individui colpiti da mandato di cattura o sorpresi in flagranza di reato, i renitenti e i disertori. Da aggiungere che l’annata vitivinicola del 1892 era andata, quasi completamente, perduta a causa della peronospera e che lo stato di depressione e di disagio delle categorie lavoratrici era al colmo.Un riflesso diretto di questa situazione è riscontrabile nell’intervento del consigliere Giuseppe Bonura Anca (accusato dagli stessi consiglieri di socialismo e radicalismo) nella seduta consiliare del 15 aprile 1893, quando avanzava la proposta, ovviamente respinta, di diminuire gradualmente il dazio consumo sulla farina, il pane e la pasta[15]; di applicare quindi la tassa sul focatico da cento a dieci lire (gradualmente) alle classi più abbienti, e se ciò non bastava, di ricorrere a una tassa foraggi che sarebbe dovuta gravare solo sui ricchi proprietari di animali.

La pressione tassatoria, specialmente sui generi di prima necessità, veniva, in effetti, a esercitarsi in modo insostenibile, tanto che una famiglia di contadini che consumasse in media trenta rotoli di farina per settimana doveva pagare un dazio di L. 1,20 corrispondente a 60 lire all’anno: un quinto dell’intero utile annuale di un contadino. Il Bonura rilevava quindi che non poteva essere tassabile ciò che non era ricchezza e che serviva al sostentamento e al bisogno; che il problema della questione sociale, poteva essere risolto nell’ambito delle istituzioni[16].

La proposta di applicare gradualmente il focatico e di tassare i foraggi, fu ritenuta dai consiglieri Giuseppe Ferro e Giuseppe La Franca (ricchi proprietari) una proposta socialista; per loro sarebbe stato irrilevante lo sgravio del dazio sulla farina, perchè trattandosi di una tassa «prevalentemente governativa, il comune si sarebbe potuto premurare di abolire l’addizionale; ma questo non avrebbe cambiato a suo giudizio il problema. In merito alla tassa sui foraggi replicarono che quasi tutti i contadini erano provvisti di animali (in realtà molti contadini facevano uso non di foraggi ma di «erbe selvatiche; non erano cioè proprietari di colture foraggere) e che la questione sociale andava risolta senza «lotta di classe», e senza «eccitare l’odio di continuo contro il capitale e contro la borghesia».

Questi rilievi vanno fatti se non altro perchè costituiscono il terreno immediato nel quale era avvenuta la fondazione del fascio e dell’impegno che questo aveva assunto nella direzione delle cooperative di produzione e di consumo, la cui «immissione in seno al fascio era considerata uno degli obiettivi di fondo, unitamente alla lotta per l’occupazione e la libertà, l’educazione del lavoratore, l’organizzazione della «concorrenza al capitalista»[17]. In questo senso, e per le connessioni che il fascio di Partinico ebbe con l’intero movimento operaio e contadino isolano e in particolare con quello dei paesi in cui operavano Verro, Barbato e Bosco. Un’analisi delle origini e dello sviluppo del movimento contadino loca1e, può essere utile alla comprensione di come si sia tentato di costruire, per le classi subalterne, una strategia di lotta politica che coincise anche qui con gli indirizzi generali del Partito dei Lavoratori.

L’affermazione del sodalizio poteva essere fatta risalire al ventenne Salvatore Gallo di San Paolo Solerino (Siracusa), uno dei primi schedati dalla regia questura di Palermo. Il suo nome figura al numero 11 di un elenco di 80 soci tra i più influenti del circondario (al primo posto troviamo Bosco, di Nicolò e Patorno Teresa, di anni 29). Nella sua colonna biografica leggiamo:

Appena si costituì il Fascio di Palermo, il Gallo, messosi in relazione col Bosco Garibaldi, si diè a tutt’uomo a far propaganda in Partinico, ed in breve ottenne il pervertimento di quella classe operaia, la quale, imbevuta dei principi dell’attuale socialismo reazionario (sic) attende il segnale del suo capo per entrare in azione contro i proprietari e contro il governo. Gallo, come presidente del sodalizio di Partitico, non manca di tenersi in relazione con gli altri capi del circondario e della Sicilia. Non ha mezzi di fortuna. Il padre fu guardia di ps. a cavallo. Denunziato per associazione a delinquere ai sensi dell’art. 251 C.P. in maggio 1893, il processo trovasi in corso d’istruzione [18].

Ufficialmente il fascio si era costituito il 1 gennaio 1893, ed il questore di Palermo ne aveva dato comunicazione al prefetto, in data 11 febbraio, riferendogli molto francamente che lo scopo dell’associazione era «la solidarietà e la fratellanza fra gli operai» oltre alla costituzione di cooperative di produzione e di consumo. Quest’ultima affermazione contrasta con quella contenuta nel Riassunto del programma nel quale uno degli obiettivi era non tanto la costituzione di cooperative, quanto la loro ammissione in seno al fascio, restando sottinteso che nel paese le cooperative fossero già preesistenti al 1893. Iniziatore del nuovo sodalizio sarebbe stato invece lo studente Gioacchino Cannizzo, che avrebbe agito su indicazioni del fascio del capoluogo[19]. Quanto poi alle preoccupazioni che sarebbero potute derivare dalla locale organizzazione, il questore chiariva subito che non c’era nulla di allarmante; anzi, lo sparuto numero dei soci e la personalità stessa del Cannizzo facevano pensare che si trattasse di una specie di giovanile fervore, facile tuttavia a spegnersi alla prima occasione. In ogni caso, quasi per mettersi la coscienza a posto, aveva sentito il dovere di suggerire una speciale vigilanza al delegato; da parte sua si sarebbe premurato a inviare al prefetto «lo stato informativo di rito e copia del relativo statuto». Ma se il questore minimizzava sulla consistenza e la pericolosità del fascio, di ben altro avviso erano il prefetto e il ministro dell’interno. Questi con una riservata al prefetto, informava urgentemente la direzione generale della pubblica sicurezza di Roma «rac-

comandando la vigilanza e pregandolo di spedirgli il quadro statistico[20]. Da che cosa erano potute derivare le preoccupazioni del prefetto e del ministro? Il fascio di Partinico, subito dopo la sua costituzione, aveva visto il passaggio dalla direzione del Cannizzo a quella del Gallo. Il primo, il 20 marzo, aveva già presentato le suedimissioni dalla carica di presidente provvisorio, per motivi di famiglia[21]. In realtà, si era verificato un processo di maturazione sulla linea Gallo-Bosco notoriamente distante da una semplice azione di rivendicazionismo, o da un semplice servizio assistenziale per le classi subalterne. Del resto, il questore, il 6 luglio, trasmettendo al prefetto lo stato informativo, rilevava come «il fascio fosse del tutto cambiato tanto negli elementi, che nel programma che all’inizio non era sembrato corrispondente a quello del Partito dei Lavoratori». Lo spostamento politico, organizzativo, era avvenuto dunque dalle posizioni del Cannizzo (erede dell’associazionismo contadino di stampo borghese) a quello che faceva capo all’ideologia palermitana, che esorbitava dall’area puramente municipalistica per diventare momento di una visione dell’alternativa più strutturata e più vasta. Un fautore di questa linea, in particolare nel secondo semestre del ’93, fu Stefano Noto, un muratore di ventisei anni nel quale la polizia aveva individuato l’elemento di collegamento tra l’iniziativa del fascio e quella dei comuni della zona costiera occidentale di Palermo.

Il 17 aprile i soci iscritti al fascio erano in tutto 119; la sede si trovava in Corso dei Mille (case Bonura); in atto non vi erano fondi di cassa. Come previsto dallo statuto, ogni socio pagava, per tassa d’ingresso L. 2,50, e l0 centesimi la settimana. Potevano essere ammessi operai apprendisti di età non inferiore ai 15 anni. In merito alle assemblee lo statuto ne prevedeva una al mese in via ordinaria; altre, in via straordinaria, si sarebbero potute tenere tutte le volte che ce ne fosse stato il bisogno, fermo restando che le adunanze potevano essere chieste da un decimo dei soci con preavviso di alcuni giorni.

Una sezione era costituita da almeno dieci operai di ciascua arte. Gli obiettivi venivano individuati nei seguenti punti:

1) difesa dell’occupazione e del diritto al lavoro;

2) educazione alla difesa dei diritti del lavoratore;

3) lotta contro i nemici del fascio;

4) iniziative di «appoggio» della «concorrenza al capitalista»;

5) «ammissione in seno al fascio delle cooperative di produzione e di consumo».

La stesura dello statuto, che secondo il questore Balabio si doveva attribuire «al Barbato e soci più intelligenti[22], era stata fatta in parte sulla falsariga dello statuto del fascio di Caltanissetta, con diverse variazioni sostanziali su alcuni importanti obiettivi immediati e di prospettiva, che dovevano essere connessi naturalmente al diverso tessuto sociale ed economico locale. Così, mentre a Partinico obiettivi erano l’occupazione, l’educazione del lavoratore, le cooperative; a Caltanissetta il fascio si proponeva l’istituzione delle Camere del Lavoro, la riduzione delle ore lavorative, l’aumento dei salari. Le due aree riflettevano problematiche oggettivamente diverse, che, se a Partinico erano ancora esistenziali, nel nisseno apparivano su un piano risolutivo avanzato. Tuttavia sarà la natura stessa della composizione sociale a permettere nella prima una consistente riuscita dello sforzo organizzativo con un balzo nelle iscrizioni dalle 119 unità del mese di aprile al migliaio registrato a luglio[23] e col successo elettorale del 16 luglio che aveva visto l’elezione di tre rappresentanti del popolo al consiglio comunale[24]. Questa crescita trovava delle spiegazioni nell’atteggiamento stesso con cui le forze dell’ordine consideravano la realtà locale: un conseguente riflesso della volontà del governo di assumere pregiudiziali forme di repressione e di controllo nei confronti della realtà contadina e operaia isolana.

A Partinico, il 10 maggio veniva vietata la celebrazione della festa del lavoro da un distaccamento di truppa[25]. Altro pretesto repressivo veniva trovato dal questore. Quindici giorni prima Salvatore Gallo, aveva tenuto nei locali dell’organizzazione una «riunione a porte aperte» senza che ne avesse fatto regolare domanda. Il questore suggeriva così al delegato Giovanni Longo di accertarsi se per tale fatto si potessero riscontrare gli estremi della denuncia. Con queste premesse veniva proibita anche la manifestane che il fascio «diretto dai noti agitatori Gallo, Colnago, Pietro Conti, intimo costui del Barbato testè arrestato» avrebbe voluto realizzare il 18 maggio, anniversario del passaggio dal paese di Giuseppe Garibaldi (figura strumentalmente considerata come quella di un «campione del socialismo»).

Il 14 maggio, qualche giorno dopo le .provocazioni di San Giuseppe, undici militari dell’arma dei carabinieri e due compagnie di bersaglieri che si trovavano ancora a San Giuseppe, impedivano che da Partitico fossero intraprese alcune iniziative a sostegno della lotta nei vicini comuni di Borgetto e Montelepre[26]. Intanto il delegato aveva già preparato il verbale di «denunzia e levata» a carico di Gallo e Conti. Entrambi venivano accusati per i reati previsti dagli articoli 246 e 247, del C.P., per avere il primo in occasione della prima pubblica riunione, «incitando all’odio fra le varie classi sociali, profferito le seguenti parole: -se non basteranno le parole per potere gli operai far valere il loro diritto, sarà necessario impugnare le armi -e per avere il secondo profferito le seguenti parole: -l’ospedale che è stato ieri inaugurato dovrà servire per coloro che lo inaugurarono, dovendo essi un giorno essere feriti dalle nostre palle».[27] Il verbale di denunzia, giuste le istruzioni del questore, era basato sulle rivelazioni fatte a quel delegato, al tenente dei carabinieri, e a quattro dei suoi dipendenti nonché a quattro guardie di città, componenti quella sottobrigata, tutti firmatari della denunzia, oltre che da moltissime persone «degne di fede» che, come era da prevedersi, non intendevano essere scoperte per timore di rappresaglie da parte dei contadini ritenuti capaci di ogni delitto contro chi osasse accusare i loro agitatori. Il questore che, come già sappiamo, aveva idee di largo respiro per la testa, avanzava così la proposta di scioglimento del sodalizio. Ad accreditare questa proposta era corsa voce che il portinaio del palazzo municipale avrebbe inteso dire da dieci sconosciuti individui che confabulavano fra loro innanzi il detto palazzo, che la domenica successiva si sarebbero riuniti per distruggere la villa comunale e per fare saltare in aria il Palazzo Municipale e il Teatrino. Queste voci avevano avuto come effetto immediato l’arrivo di un nuovo distaccamento di truppa nel paese. Di fatto non avevano nessun fondamento tant’è che venivano disconfermate persino dal comandante la tenenza dell’Arma, capitano Acton. Questi, per un’altra circostanza, disponeva un adeguato servizio per evitare che dalla domenica successiva, 21 maggio, non fosse regolarmente riscosso dalle guardie daziarie il dazio che i contadini pagavano per l’introduzione delle merci nel paese e che da qualche giorno non era stato regolarmente riscosso[28]. Sotto la pressione ministeriale il questore continuava ad approfondire le indagini e per avvalorare la tesi del reato «per associazione a delinquere allo scopo di distruggere il diritto di proprietà individuale e di abbattare lo Stato» informava il prefetto che i noti agitatori Gallo, Conti, Cannizzo e Noto erano «da tempo in intime relazioni coi più pericolosi ed influenti soci dei Fasci di Corleone, Piana dei Greci e di San Giuseppe Iato» con i quali avevano avuto «continui abboccamenti allo scopo di estendere sempre più la propaganda sovversiva e di suscitare la classe operaia contro i possidenti ».

A maggior prova di ciò il delegato nel suo verbale faceva cenno che il Noto Stefano per incarico del Cannizzo si era presentato «a lui nelle prime ore del 12 andante mostrandosi tutto concitato di essere a conoscenza dei tumulti di San Giuseppe dove egli voleva recarsi per far causa comune con quei fratelli, i quali non reclamavano che i propri diritti, e che di conseguenza non era il caso di far intervenire la truppa per far spargere sangue». Da questa circostanza, il questore deduceva la complicità di Noto e Cannizzo nel reato previsto dall’art. 248 del C.P. e quindi la denunzia al prefetto per i provvedimenti di legge. [29] In quei giorni inoltre, Gallo veniva ancora denunziato per avere ripetutamente arringato la popolazione per indurla a iscriversi al futuro fascio di Borgetto davanti all’abitazione privata del Rappa. Tra gli incriminati c’era anche lo spinto anarchico Erasmo Calcagno, maestro elementare, altrimenti definito noto socialista, sul cui conto il delegato Longo, dopo accuratissima sorveglianza, era riuscito a sapere solo che era l’autore o quanto meno il correttore degli articoli che si pubblicavano nella Giustizia Sociale con la firma di Noto Stefano[30].

Tra la fine di ottobre e i primi di novembre il quadro dei soci influenti da incriminare o incriminati era già pronto[31]; si poneva il problema, per i dirigenti della provincia, d’intervenire a ogni livello per imporre un giusto orientamento politico ed evitare quanto più possibile il precipitare della stretta repressiva. Il 5 novembre, di mattina, saranno così a Partinico Bosco, Barbato, Verro e Maniscalco (non era certo la prima volta che dirigenti di questo livello si vedevano nel paese; già il 18 luglio, di sera, tremila tra soci e curiosi erano stati a ricevere Bosco alla stazione e la circostanza aveva fatto rilevare ancora una volta la grande attrazione esercitata da questo dirigente sulle masse popolari): saranno presenti a riceverli alla stazione, oltre a quello locale, i fasci (costituiti o in via di costituzione) di Borgetto, Montelepre, Balestrate e Trappeto. Nonostante la questura avesse proibito l’uscita dei gonfaloni. un imponente corteo formatosi tra la stazione ed il paese inneggiava al socialismo. Da Partinico, dove Bosco teneva un discorso socialista d’occasione, la delegazione del C.C. socialista di Palermo, si recava a Montelepre per comporre «alcune scissure» e affidare la presidenza del fascio a Noto. Dopo essere stati accolti con fanfara, musica e fiori, parlavano da un balcone Bosco «sull’importanza del fascio e sulle misure poliziesche, Barbato sul programma socialista, Verro sulle forze dei Fasci e l’importanza dello sciopero agrario, Maniscalco sulla solidarietà internazionale, Noto sulla mistificazione dei borghesi»[32]. Da Montelepre i «mestatori» che avevano fatto propaganda persino durante il pranzo offerto dal fascio locale, si recavano a Borgetto per comporre un altro dissidio, e nominavano presidente, anche qui, il Noto[33].

Tenuto conto di queste iniziative, che sono soltanto esemplificative di un più vasto e operante tessuto organizzativo, c’è da dire che il movimento insurrezionale che scoppierà all’improvviso al di fuori di un qualsiasi schema organizzativo (se si escludono i piani anarchici di Merlino e Malatesta che avevano trovato facile penetrazione nella Sicilia occidentale) e nella confusione, era in realtà molto lontano dalle norme statutarie dei fasci. A Partinico, il 9 dicembre e nei giorni che seguiranno, fino ai primi di gennaio[34], operai e contadini, inneggiando ai Savoia, reclamarono l’abolizione del comune «chiuso»: e il tumulto, privo per la sua stessa natura di prospettiva ricadde in definitiva nelIa trappola di Crispi. Ma alcuni mesi prima la drammaticità della situazione era stata bene avvertita dal Noto, che nelIa riunione tenutasi a Palermo, dopo il congresso di Reggio Emilia, era intervenuto per parlare dei sacrifici da lui sostenuti per costituire i fasci di Balestrate e Trappeto, e per affermare che i lavoratori di Partinico non volevano più sentirne di calma come delle angherie del governo provocatore e quindi per sentire da Bosco cosa si doveva fare[35]. Lo sbandamento e l’irruenza delle iniziative popolari derivavano anche da un certo ritardo col quale le organizzazioni dei lavoratori e in primo luogo il Partito socialista siciliano si erano atteggiati nei confronti del movimento reale, permettendo che estese masse popolari marciassero per conto loro. Solo il 3 gennaio 1894, in seguito ad una riunione del C.C. socialista, veniva emesso un proclama (a firma Barbato, Bosco, De Felice, De Luca, Leone, Montalto, Petrina, Verro) col quale si domandava al governo, tra l’altro, l’abolizione del dazio sulle farine e un’inchiesta sulle pubbliche amministrazioni isolane da farsi col concorso dei fasci.

In sostanza, uno spostamento su posizioni più immediate e meno di prospettiva, in un momento in cui la fame lasciava poco spazio alle ideologie, veniva operato solo quando il processo a catena dei tumulti era stato avviato, e si era anzi concluso.

Un riscontro della condizione di fame in cui vivevano le classi lavoratrici nel paese, ce lo dà Gustavo Nesti, che pubblicò nel 1894 una dispensa sui fasci siciliani:

Era proprio l’epoca del principio dei disordini. A Partinico, come negli altri paesi, la plebe affamata era in grande agitazione. Fu mandato colà un picchetto di bersaglieri, comandato da un ufficiale, per mantenere l’ordine. Costoro, accampati a un centinaio di metri dal paese, sopra una piccola altura, ebbero la distribuzione del rancio.

Mentre i poveri soldati incominciavano a vuotare le loro non molto fornite gavette, si avvicinarono una ventina di donne con trenta o quaranta figliuoletti, dall’aspetto miserevolissimo. Facevano pietà a vedere! –I nostri figli muoiono di fame!… Allora si assistette a uno spettacolo commovente. I buoni nostri soldati si presero, chi uno, chi due bambini e con loro divisero la zuppa. Poi diedero loro del pane e delle gallette. Molti uomini che ciò videro da lontano, accorsero a salutare con evviva i fratelli dell’esercito. Qualche proprietario andò tosto ad avvertire l’ufficiale che pranzava in casa del sindaco. L’ufficiale corse e trovò i soldati che fraternizzavano con quella gente. -Non abbiamo nulla contro di voi, non vi faremo mai del male, se non sarete i primi a farcene. Vogliamo solo che i nostri signori non ci lascino morire di fame. Così parlavano gli uomini e le donne. La sera stessa il distaccamento, per telegrafo, riceveva ordine di tornare a Palermo, e non è stato più mandato nei paesi vicini dove giornalmente andavano rinforzi. Quando li videro partire, i popolani, dopo avere acclamato i soldati, si volsero dalla parte di alcuni proprietari che stavano alle finestre: -Struiditi -esclamarono i popolani grattandosi il gomito -Su nuostri iddi -Testo e parole che significano: -Rodetevi, quelli sono con noi [36]

Questo episodio accadde poco meno di una settimana dopo i fatti del 9 dicembre[37]. Ma le cause di questi fatti, come di numerosi tumulti e manifestazioni del ’93-’94 vanno ricercate direttamente nell’incapacità delle amministrazioni comunali di aderire alle richieste di estese masse, relegate al ruolo di asservimento fiscale, di contribuzione utile al mantenimento del bilancio e degli interessi dei padroni. Si era giunti così alla mattina del 9 dicembre in cui si tennè pure, in una giornata fredda e piovosa, il consiglio comunale, sotto la presidenza di Giuseppe Bonura Anca, nella sua qualità di consigliere anziano. Il Bonura aveva cominciato a giustificare il suo atteggiamento nei confronti delle guardie campestri, proponendo che la discussione sull’inchiesta fosse rinviata, e aveva preso atto della crisi dell’amministrazione. Parlava ancora quando rumori e grida si fecero sentire nella piazza e nella sala d’aspetto. Il cronista Andò del Giornale di Sicilia cosl telegrafava al suo giornale alle 13,45: -Mentre telegrafo immensa folla devasta il munipio e incendia le scritture. Nelle strade si grida: “abbasso le tasse”. E alle ore 17:

Eccovi i primi particolari sui gravi fatti di oggi. Stamane verso le 11 una dimostrazione di circa trecento operai si fece sotto il Municipio, gridando: “Viva Savoia, abbasso il Municipio, abbasso il comune chiuso!”.

Man mano la turba andò ingrossando fino a diventare moltitudine; allora una grande mania di distruzione serpeggiò tra la folla. Il Municipio fu invaso, gli uffici vennero assaliti, saccheggiati, le carte e i registri furono stracciati e incendiati. Il personale municipale fu costretto a fuggire dalle finestre. Anche i casotti delle guardie daziarie furono assaliti e devastati. La forza pubblica e la truppa, benchè in numero sufficiente, non intervennero per non provocare eccidio. Da Palermo sono giunti l’ispettore di P.S. Gervasi, tre delegati e un battaglione di truppa. La dimostrazione fu originata dalle proteste contro i dazi e il comune chiuso.

Era un tumulto incontrollato, scoppiato quando l’amministrazione era ancora intenta a fare questioni di lana caprina. Il sindaco e altri consiglieri facendosi sul balcone invitarono la folla alla calma dicendosi disposti ad accettare una delegazione perchè si sentisse il volere del popolo. Ma la seduta venne sciolta ugualmente perchè il tumulto ormai non permetteva che si continuasse la discussione[38]. La trappola aveva sortito il suo effetto, e si sarebbe potuto dare ragione a Salomone-Marino che in quegli anni aveva espresso questo incredibile giudizio su Partinico:

Il partinicoto adora un solo Dio: l’omicidio; a un solo santo si raccomanda: alla carabina. Far nato dal sangue e pel sangue; e lo sparge ,in pu.bblica piazza, in pieno mezzogiorno, senza scrupoli e senza paura. Inorridisco a dirlo!… Ma fu in Partinico che si ammazzò un tale usciere ed il mutilato cadavere inchiodossi al muro! Fu in Partinico che si ammazzò per sola sete di sangue un assai dabbene notaio e la sua sorella, in casa propria e in pieno dì; e la sanguinaria turba, trascinando in istrada il corpo di quella vergine donzelletta, ne scopria le pudende e… delitto senza nome!… le sputava e violava con lo estremo del fucile!… Ah, mi accontento dei ladri e delle puttane di Borgetto, ma non d’un partinicoto, che pur invocando la Madre santissima del Ponte, sua patrona, mi manda al cuore due palle micidiali! [39].

Certo, la scena di quella turba sanguinaria che infieriva sul cadavere di una giovane, è atroce. Ma è bene chiarire che il Salomone-Marino si riferiva, qui, più che altro agli anni dell’epopea garibaldina, della quale Giuseppe Cesare Abba ci aveva fornito scene non meno selvagge e primitive (basti pensare alle ragazze che ballavano in segno di festa, attorno ai cadaveri squarciati dei soldati borbonici). Era tuttavia era questo il quadro che si preferiva, da parte di settori ben determinati della conservazione e della reazione agraria, perchè quanto prima potesse giustificarsi una risoluta azione repressiva. Ecco perchè i tumulti furono fomentati, e permessi con l’astensione, in molti casi, delle forze militari.

A partire dal 9 dicembre non si tennero più consigli comunali fino alle elezioni del giugno dell’anno successivo, perchè essendosi dimessa la giunta, per parecchi mesi, ebbero il compito di amministrare le sorti del paese dei commissari prefettizi. Servono invece a darci un quadro più completo di quello che potè succedere quel giorno alcune delibere commissariali. Così, quella del 15 dicembre 1893, emessa dal commissario prefettizio G. Battista Saladino, consigliere di” prefettura,” autorizzato con decreto prefettizio del 13 dicembre a dirigere l’amministrazione comunale, prendeva atto delle dimissioni del capo-servizio delle guardie daziarie Pasquale Di Nolfo, per ragioni di ordine pubblico, allontanandolo dal paese e accordandogli un compenso di L. 150 come premio dei servizi prestati. Per incarico dello stesso Saladino, l’agronomo Giovanni Patti compilava un elenco di tutti i danni arrecati al comune, con l’indicazione di tutti gli oggetti distrutti sia nei locali del municipio che lungo la cinta daziaria. I danni maggiori furono quelli arrecati lungo quest’ultima, perchè qui furono distrutti i casotti e disperso e incendiato il materiale che contenevano. Furono distrutti anche gli elenchi dei proprietari di magazzini di vino (all’interno e fuori la cinta daziaria), per cui il commesso di segreteria Vincenzo Trusiano (che fu tra gli impiegati comunali che tentarono di respingere i tulmultuanti) si prese l’incarico di compilare, fuori l’orario d’ufficio, un nuovo elenco che gli fruttò un cospicuo compenso[40]. Accanto a lui quella mattina del 9 c’erano: il piccolissimo proprietario Ferdinando Passalacqua, il benestante Francesco Giallombardo, il nullatenente Giovanni Cossentino, (tutti impiegati comunali), l’inserviente Vito Simonetta, il “puntoniere” Ignazio Giunta e l’accalappiacani Paolo Mannino (nei conf’ronti di quest’ultimo, durante l’udienza dei testimoni a carico, l’imputato Pietro Monti dirà: -chistu nun è accalappiaturi di cani,’ è accalappiaturi di cristiani-): tutti insieme «spiegarono la massima energia nella difesa del comune, riuscendo nell’intento di salvare dalla devastazione alcune stanze e importantissime carte»[41].

La decisione del fascio di distinguersi dal tumulto era apparsa fin dalle prime battute chiara e netta. Una folla che nella mattinata si era recata sotto i locali del fascio «era stata sciolta dal presidente che affacciandosi alla finestra aveva detto che non c’era ragione alcuna di dimostrare, essendo il popolo rappresentato in consiglio comunale da tre consiglieri che si stavano occupando proprio di fare gli interessi delle classi lavoratrici. Anche dopo il tumulto l’atteggiamento del fascio era risoluto: «riunitosi straordinariamente in assemblea generale «protestava contro l’operato della folla»[42]. Intanto tutti i casotti daziari erano stati abbandonati e gruppi di contadini, girando per le strade, entravano nelle botteghe obbligando i bottegai a «diffalcare dal prezzo dei generi alimentari la tassa di consumo, perchè una gran quantità di generi era entrata nel paese senza pagamento di dazio, avendo le guardie daziarie abbandonato i loro posti da due giorni. Temendosi quindi ulteriori disordini, furono inviate alla volta di Partinico altre due compagnie di truppa. Nella mattinata dell’11 ci furono così 18 arrestati, che, però, per le pressioni dei dimostranti vennero rilasciati nella stessa giornata.

Dopo l’eccidio di Giardinello, essendo cresciuti i fermenti, il pretore Baldassare Piazza arringava il popolo esortandolo alla calma[43]. Ma verso la fine del mese la situazione non era ancora cambiata. Gli uffici daziari erano custoditi dai bersaglieri; la calma sembrava restituita solo in apparenza. Cavalleggeri e bersaglieri giravano attorno alla cinta daziaria; un pubblico manifesto era comparso per le vie cittadine, a firma del commisario straordinario Massimo Licastri[44]. I risultati di questo manifesto, che faceva appello allo spirito patriottico dei partinicesi e alla loro calma, dovevano rimanere piuttosto scarni, perchè se era vero che era stato abolito il dazio comunale sulle farine, restava quello sulla paglia e sul fieno che, per i contadini non era meno gravoso del dazio sulle farine. Il primo gennaio a Porta Casa Santa, all’uscita del paese dalla parte di Alcamo, una folla di carrettieri e contadini si rifiutavano così di pagare il dazio sulla paglia, ma venivano caricati e sbandati dalle truppe del maggiore Tassoni. L’agitazione continuava vivissima[45]. L’indomani notte venivano arrestati 82 individui in seguito a un servizio predisposto dall’ispettore di P.S. Marzullo[46]. Perquisizioni e sequestri di armi si registreranno ancora per tutto il mese di gennaio. Il fatto più importante dopo la giornata del 9 e le dimissioni della giunta fu, come abbiamo visto, la deliberazione del regio commissario di modificare, almeno sulla carta, le tariffe del dazio consumo; al deficit si cercò di ovviare con una tassa sul carbone vegetale e minerale che si sarebbe introdotto nel paese, rispettivamente per L. 1.50 e L. 1 il quintale[47]. Adesso mancava ancora al bilancio un cespite di L. 179.000, per cui s’impose all’amministrazione il compito di varare un piano di economie sulle spese molte delle quali dovevano passare sulla testa di qualche impiegato comunale o degli assistiti iscritti negli elenchi dei poveri. Il tentativo fu, per il momento, quello di creare una certa gradualità fiscale che colpisse i più ricchi e nello stesso tempo spostasse verso i generi di non immediato consumo il sistema delle tassazioni. Il regio commissario Saverio Bonomo, così, il 28 aprile 1894, vista la deliberazione del 31 marzo con la quale, fra i vari provvedimenti per pareggiare il bilancio del 1894, s’imponeva la tassa sul focatico o di famiglia, divise le famiglie in 11 classi (escludendo quelle riconosciute povere) che avrebbero dovuto pagalfe da un minimo di L. 2 a un massimo di L. 30, a seconda delle condizioni economiche. Per questo aspetto i tumulti sembravano aver dato il loro risultato.

Il Colajanni ritenne che Partinico fosse stato il «centro del contagio delle manifestazioni popolari diffusesi poi nelle altre province»[48]. 58 all’indomani del 9 dicembre: sarebbero state determinate tutte dal fatto che come a Partinico il regio commissario aveva interamente abolita la tassa comunale su farine, pasta e pane, così avrebbero potuto fare le altre amministrazioni sotto la pressione dei tumulti. «Il contagio sarebbe venuto per il fatto che la manifestazione di protesta riuscì in quel paese ad ottenere, per l’intervento di un consigliere di prefettura, la richiesta abolizione delle tasse». Anche il generale Morra, nella sua Relazione sull’andamento dell’assedio, accennando agli avvenimenti svoltisi dal 6 dicembre al 3 gennaio, scriveva che da Partinico era partito il segnale dell’insurrezione[49], e lo stesso Garibaldi Bosco ritenne che il tumulto del 9 fosse stato il risultato di una provocazione: «La provocazione sarebbe venuta da Partinico, perchè lì erano stati i caprai che protestavano per la tassa di rivendita del latte, e che erano appoggiati da un Fascio antagonista di quello aderente al Fascio dei Lavoratori di Palermo, a provocare gli incidenti con le guardie». Questa affermazione, pero, è poco convincente, almeno per due motivi: 1) perchè tra i processati di marzo non troviamo quasi nessun capraio; 2) perchè dal processo non risulta che le guardie siano intervenute per impedire il tumulto (naturalmente volevano dare più pretesto ad una più generale azione repressiva). In realtà sembrò non esserci un piano precostituito, se si voglia eccettuare l’incidenza che aveva potuto esercitare nel paese la propaganda anarchica di fine anno, della quale, per altro, per quanto concerne Partinico, mancano precise testimonianze, e se si voglia ritenere innocua l’attività di un socialista anarchico qual era Erasmo Calcagno. D’altra parte l’affermazione del Colajanni che sui tumulti di dicembre influì il risultato raggiunto a Partinico in merito all’abolizione di alcune tasse, ci sembra fuor di luogo, in quanto la modifica delle tariffe daziarie fu conosciuta in questo paese solo il 31 dicembre, quando già i tumulti in Sicilia potevano considerarsi quasi conclusi. Pertanto ci sembra più conveniente affermare che i tumulti avevano trovato un detonatore nei bilanci preventivi che in quelle settimane i vari consigli comunali andavano approvando, nel continuo crescendo dell’esasperazione delle masse popolari. Queste, nonostante i costruttivi apporti dei consiglieri socialisti alla battaglia per una diversa concezione della realtà sociale, si vedevano adesso di nuovo di fronte a un anno di promesse e di fame. Furono facile preda della municipalità filocrispina.


[1] Cfr. GDS., 1-2 dicembre 1893, p. 2.

[2] 2 Cfr. ivi, 22-23 agosto 1893.

[3] Ancora nel 1892 la cronaca registrava un episodio non inconsueto: gliabitanti del quartiere di San Giuseppe, il 13 settembre, per chiamare soccorsi e difendersi dalle acque che avevano invaso le loro abitazioni dopo un temporale, furono costrette a tirare alcune fucilate in aria. Cfr. L’Isola, 15-16

settembre 1892.

[4] Cfr. P. Alatri, Lotte politiche in Sicilia sotto il governo della Destra (1866-74), Torino, Einaudi, 1954, pp. 245-247.

[5] Cfr. S. F. Romano, Storia della Sicilia postunificazione, Palermo, IGN, 1958, pp. 346 e 348.

[6] Cfr. L’Isola, 16-17 agosto 1892.

[7] Partinico, Archivio comunale, Atti del Consiglio, 1888, D. 2354.

[8] Partinico, Archivio, cit., verbale n. 104.

[9] Cfr. ivi, verbale D. 105 del 19 maggio 1890

[10]L’Isola, 11-12 aprile 1892.

[11] Cfr. AS. Cit., b. 130, cat. 16 f. 41, Balabio al prefetto, 26 giugno ’93, n. 3249, segn. 3188/163.

[12]Cfr. L’Isola, 18-19 aprile 1892.

[13]Cfr. Partinico, Archivio comunale, seduta del 9 gennaio 1892.

[14]Cfr. ivi, Atti del Consiglio, verbale D. 136 del 1892.

[15] Gli interessi dell’amministrazione comunale erano in realtà diversi: la manutenzione di qualche strada, l’accalappiamento dei cani, l’illuminazione pubblica, la concessione delle elemosine, la sistemazione di qualche chiesa, il finanziamento della banda musicale e via dicendo. Ma i veri problemi, quelli che, sotto la spinta di strumentali sollecitazioni faranno esplodere la rabbia popolare, sembrava addirittura sconoscerli. Il 31 ottobre 1893, la giunta deliberava inoltre, in linea di esecuzione, la modifica della voce n. 19 della tariffa daziaria; la farina veniva ad avere un dazio governativo di L. 1.80 con l’addizionale di L. 2.95, per un totale di L. 4.75 a quintale.

[16]Cfr. ivi, verb. n. 136.

Il dazio sulla farina era eccedente del 50% il valore consentito dalla legge. Ivi, verbale del 15 aprile 1893.

[17] Cfr. Ibidem. Statuto del fascio dei lavoratori di Partinico, Palermo, tip. Matteo Verso, 1893, in Archivio di Stato di Palermo (da ora ASP) , b. 130, fasc. 16 41, riportato in appendice (vol. I) a Giuseppe Casarrubea, I fasci contadini e le origini delle sezioni socialiste della provincia di Palermo,

Palermo, Flaccovio, 1978.

[18] Cfr. ivi, Elenco dei soci influenti del circondario.

[19]Cfr. ivi, il questore al prefetto, Il febbraio ’93.

[20]22 Cfr., ivi, riservata del Ministero dell’Interno, direzione generale di P.S., al prefetto di Palermo, Roma, 18 febbraio ’93.

[21]Cfr., ivi, il questore al prefetto, 20 marzo.

[22]Cfr., ivi, il questore al procuratore del re, 13 marzo 1893

[23]Cfr. ivi, prospetto del questore, 1 luglio 1893.

[24] Questa era la data fissata dal pref. Colmayer, decreto, 1 giugno ’93. Per il dato dettorale cfr. Giornale di Sicilia, 10-11 dicembre ’93.

[25] La festa sarà celebrata ugualmente nei locali dd fascio. Noto parlerà in dialetto a 200 operai, sullo scopo ddla celebrazione. Cfr. Giustizia Sociale, Palermo, Amenta, 13-14 maggio 1893.

Cfr. AS. cit., il col. dei CC. al prefetto, 14 maggio.

[26]Cfr. ibidem. Promotore di queste iniziative sarebbe stato lo studente Pietro Conti, di San Giuseppe, ma domiciliato a Partinico che, prima di diventare socialista, era stato un «noto repubblicano». Cfr. ivi, 16 maggio.

[27] Cfr. ivi, il questore al pref., 14 maggio, n. 2392, fasc. 24 bis

[28] Cfr. ivi, riservata del cap. Acton al pref., 20 maggio. Anche la direzione generale di P.S. ed il M.I. si mostravano in quei giorni molto interessati al f. di Partinico; il sostituto del ministro chiedeva infatti al prefetto di sapere i provvedimenti che avrebbe preso l’autorità giudiziaria nei confronti di Gallo e Conti. Cfr. ivi, ris. del Ministero dell’Interno, 22 maggio, n. 2537.

[29]Cfr. ivi, il questore al prefetto, 26 maggio, n. 2648.

[30]Cfr., ivi, il cap. dei CC. al pref., 2 giugno, n. 2742. Il processo, imperneato sui fatti di S. Giuseppe, si svolgerà davanti alla terza sezione del tribunale penale di Palermo, presieduto dal cav. Germanetti, a partire dal 14 novembre ’93.

[31]Cfr. ivi, il questore al prefetto, 21 ottobre, n. 5241; GDS, 15-16 nov. 1893; allegato alla lettera del questore del 14 ottobre n. 5209.

[32] Cfr. GDS, 6-7 novembre 1893, p. 2.

[33]Cfr. AS. cit., il questore al pref., 8 novembre, n. 5803. Noto in quei giorni doveva recarsi a Borgetto munito di una lettera del C.C. socialista di Palermo, per invitare i soci «alla fratellanza e alla prudenza».

[34]Cfr. GDS, 9-10 dicembre 1893, p. 2.

[35]Cfr. AS. cit., Lucchesi al prefetto, 21 settembre ’93, n. 4827.

[36]Cfr. G. Nesti, I fasci siciliani, Roma, 1894, p. 56.

[37]Cfr. Ibidem, p. 78.

[38]Cfr. Partinico, Archivio, cit., verb. della seduta del 9 dicembre ’93.

[39] Cfr. S. SALOMONE-MARINO, cit., pp. 20-21.

[40] Comune di Partinico, Archivio, cit., 1894, verb. , 4 del l0 gennaio 1894. Cfr. ivi, 24 dicembre 1893 e 1.5 aprile ’94.

[41]Cfr. ivi, 3 marzo ’94, n. 67.

[42] Cfr. GDS, I0-11 dicembre, 11-12 dicembre 1893, p. 2.

[43]Cfr. La Sicilia Cattolica, 13-14 dicembre 1893, p. 3

[44] Ibidem, il manifesto porta la data del 31 dicembre 1893.

[45]Cfr. GDS., 1-2 gennaio 1894, p. 3.

[46] Cfr. ibidem.

[47] Il regio commissario aveva stabilito che la tariffa di riscossione fosse modificata a partire dal 1 gennaio per le seguenti voci: «N. 18. Farine di frumento, pane e pasta. Dazio governativo L. 1.80 il quintale restando abolito quello comunale. N. 19. Farine in fiore. Come sopra. N. 20. Farine, pane, pasta di ogni altro genere. Dazio governativo L. 1.20 ». Cfr. Partinico, Archivio, cit., verb. n. 67 del 3 marzo 1894.

[48] Cfr. S. F. ROMANO, Storia dei Fasci siciliani, cit., p. 463.

[49]Cfr.Ibidem, pp. 495496 n.

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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