Il primo rapporto ufficiale sulla strage del 1 maggio ’47

Rapporto della questura di Palermo sull’eccidio di Portella della Ginestra

QUESTURA DI PALERMO

div. gab. n. 35538-2^ …………………………………………………… …………..Palermo, 8 maggio 1947

Oggetto: Gravi delitti commessi a Piana degli Albanesi in occasione della festa del lavoro, il 1 maggio 1947.

Al Sign. Procuratore della Repubblica

Palermo

Il primo corrente, poco prima di mezzogiorno, pervenne alla compagnia esterna dei Carabinieri una grave notizia: in contrada Portella della Ginestra, territorio di Piana degli Albanesi, era stato sparato sulla folla che celebrava la festa del lavoro in concorso con le popolazioni di S.Giuseppe Jato e Sancipirello, e vi erano diversi morti e feriti.

La questura, di accordo col Comando del Gruppo Esterno dei Carabinieri, provvide, immediatamente, a inviare nei detti Comuni, nuclei di Carabinieri e di guardie di PS, alla dipendenza di funzionari di PS e di Ufficiali dell’Arma per l’accertamento dei responsabili, per i soccorsi ai feriti e per il mantenimento dell’ordine pubblico.

Perciò a Piana degli Albanesi si recarono il Comandante la Squadra Mobile, Commissario aggiunto di PS, dott. Guarino Salvatore, il Comandante del Gruppo Esterno dei Carabinieri, Maggiore Angrisani cav. Alfredo e il Capitano Del Giudice Achille; mentre a San Giuseppe Jato e a San Cipirrello, dove, frattanto, si erano recati ufficiali e funzionari di PS dell’Ispettorato generale di PS per la Sicilia, si recarono il vicequestore Cosenza Filippo, il commissario aggiunto di PS sign. Manlio Lombardo, il Maggiore dei Carabinieri Cassarà cav. Leonardo, il capitano dei Carabinieri sign. Maneri Domenico e altri ufficiali.

Dai primi accertamenti si potè stabilire che la mattina, come era stato praticato l’anno avanti e come si era praticato anche gli anni anteriori al periodo fascista, molti elementi delle popolazioni dei Comuni di Piana degli Albanesi, di San Giuseppe Jato e di Sancipirello, appartenenti, per lo più alle rispettive Camere del Lavoro e accompagnati anche dai familiari, si erano recati, come d’intesa, a piedi, a cavallo e anche su carri, in località Portella di Ginestra, un pianoro sito in territorio di Piana degli Albanesi, tra i monti Pizzuta e Cometa, distante circa km. 5 da Piana, allo scopo di celebrare la festa del lavoro e, nel contempo, fare una scampagnata. Secondo dichiarò sin da principio, il sindaco di Sancipirello, sign. Sciortino Pasquale fu Vito e di Cimino Giovanna, nato a Sancipirello il 4 luglio 1913, e che poi ha confermato l’annesso verbale n. 1, le comitive dei comuni di San Giuseppe e Sancipirello, guidate da lui e dai dirigenti delle rispettive Camere del Lavoro, giunsero sul posto verso le ore 9, quando ancora non era giunta la comitiva del Comune di Piana degli Albanesi. Nell’attesa, i gitanti si sparsero, a gruppi, per i prati sia per riposarsi e sia per consumare il cibo che si erano portato. I cavalli e i muli furono liberati dai basti e lasciati liberi a pascolare o sdraiarsi per terra.

Quando giunse un primo scaglione della comitiva di Piana, tutti si radunarono attorno a una specie di podio, formato da un grosso masso di Pietra e da altri sassi sovrapposti, podio da dove, gli anni anteriori al fascismo, aveva parlato alle folle radunate per l’identico scopo, il propagandista Barbato. Da esso, in attesa che giungesse l’oratore ufficiale sign.Pedalino della Federterra si mise a parlare Schirò Giacomo di Paolo e Damiani Calogera, nato a San Giuseppe Jato il 15 agosto 1907, calzolaio, segretario della sezione del PSI. di San Giuseppe Jato; ma non aveva dette che poche frasi, riscuotendo gli applausi della folla, che si sentì una sparatoria. Non si comprese, da principio, di che si trattasse e molti credettero che fossero detonazioni di fuochi artificiali, in segno di giubilo. La sparatoria continuò, con brevi intervalli tra una scarica e l’altra. Dopo pochi minuti, accanto al sindaco di Sancipirello cadde, grondante sangue, un giovane di Piana degli Albanesi; cadevano, feriti, altri giovani ragazzi, cadevano anche animali che pascolavano lì vicino. Allora si capì che si sparava sulla folla e tutti, presi dallo spavento, si sparpagliarono in diverse direzioni, oppure cercavano riparo dietro ai grossi sassi.

I parenti dei caduti e dei feriti, si trascinarono costoro e si allontanarono, la maggior parte verso Piana, perchè da quella parte si trovava subito il riparo. Quando i funzionari e gli ufficiali giunsero a S.Giuseppe Jato visitarono subito il sindaco sign. Ferrara Biagio di Benedetto e di Lupo Vita, nato a S.Giuseppe Jato il 27 febbraio 1902, il quale dichiarò che il primo maggio stava ammalato a Palermo, ma che, saputo del grave fatto, era tornato in paese per compiere il suo dovere verso la popolazione e specialmente verso le famiglie dei morti e dei feriti. Egli, l’indomani, ci segnalò un ragazzo che aveva fatto importanti dichiarazioni, ragazzo che fu subito identificato per Cusimano Rosario di Angelo e Anna Guzzetta, di anni 12, compiuti, da San Giuseppe Jato, abitante in via Porta Palermo, il quale, come rilevasi dall’annesso verbale n. 2, dichiarò che la mattina del 1 maggio, si era recato alla festa insieme con la madre, alle sorelle e altri ragazzi suoi vicini di casa. Ascoltava il discorso e batteva le mani, quando sentì sparare. Credette che si trattasse di fuochi artificiali, ma quando vide che cascavano ferite le bestie e la gente scappava, egli si nascose dietro un masso. Quando il fuoco cessò e la gente si era allontanata egli andò in cerca dei propri congiunti e non avendoli trovati si avviò verso le case della Ginestra per prendere lo stradale che conduce a San Giuseppe Jato. Ad un certo punto vide tre individui armati, che passarono a poca distanza da lui, inosservato, alla stessa distanza, cioè, che intercorre tra il Municipio e la Caserma dei Carabinieri di S. Giuseppe Jato (circa cinquanta metri). Perciò li riconobbe tutti e tre. Essi erano: Pipino Troia, Totò Romano e Marinotto Elia. Indossavano, tutti, vestiti vecchi ed erano armati: i primi due con fucili mitragliatori, dalle canne con buchi; e il terzo con fucile a due canne, da caccia. Quest’ultimo, inoltre, calzava scarpe gialle, all’americana. Li seguì con lo sguardo sino al ponte grande, finchè tracuddarono – sparirono. Il Cusimano soggiunse che quando fu a casa, disse alla madre quello che aveva visto ed essa gli raccomandò: ‘Non si parla, eh! Si sente ma non si parla”. E’ stato accertato che, alla festa, si eran pure recati un gruppo di cinque giovanotti che si erano fatti accompagnare da una donna di facili costumi.

Essi sono: Bellucci o Bellocci Ugo di Ignoti, di anni 33, da San Giuseppe Jato; Caiola Calogero di Salvatore e fu Anna Di Martino, di anni 29 da San Giuseppe Jato; Randazzo Angelo di Benedetto e di Martorana Maria, di anni 26 da San Giuseppe Jato; Rumore Angelo fu Antonino e di Bono Provvidenza, di anni 25, da San Giuseppe Jato; Baio Antonino non meglio indicato. La donna è stata identificata per Roccia Maria fu Francesco e fu Parrinello Francesca, di anni 29, da Favignana, domiciliata a Trapani, prostituta. Costoro, quasi concordemente, hanno dichiarato (veggansi allegati nn.3-4-5-6-7) che invece di recarsi col grosso della folla, si avviarono verso una località recondita, ad oltre un chilometro dal pianoro della Ginestra, denominata Caramoli. Sul posto c’erano altri due compagni di Piana degli Albanesi, non bene indicati, i quali, però, si trattennero poco con i cinque e con la donna. Il gruppo si era da poco messo a mangiare quando sentì le sparatorie a brevi intervalli l’una dall’altra. Dopo vide la gente fuggire. Allora, impressionati, si guardarono attorno e notarono che, a mezza costa della montagna Pizzuta, scendevano due individui armati; poi, ad una certa distanza, un gruppo di tre armati, poi un altro gruppo di tre e, in ultimo, pure a distanza, un altro gruppo di quattro persone divise in due. Essi, asserirono di non avere riconosciuto alcuno, ma che una delle ultime persone portava un impermeabile chiaro. Questa, camminando, pronunziò la seguente frase: “Disgraziati, chi facistivu?”.

Uno dei cinque giovani che stavano con la donna, e precisamente Caiola Calogero corse a cavallo del suo mulo a Portella della Ginestra, per chiamare la forza pubblica. Di fatti, tornò col maresciallo e un carabiniere, i quali, visto che i malfattori si erano allontanati, se ne tornarono a Portella. Oltre tale dichiarazione assunta a verbale, il Caiola, al vicequestore, nel confermare quanto aveva dichiarato, soggiunse di essersi accorto che sulla montagna, in alto, c’erano pure due pastori che pascolavano pecore e c’erano anche tre individui come se stessero di vedetta.

Fra le persone che si erano recate pure alla festa del lavoro, c’era Borruso Alberto di Leonardo e di Bona Giuseppa, nato a San Giuseppe Jato il 3 gennaio 1928, abitante in via Acqua Nuova, 22, contadino, il quale ha dichiarato (veggasi allegato n. 8) che aveva preso l’incarico di trasportare sul suo carro circa 200 razioni di pane, vino e carciofi da distribuire ai compagni poveri. Giunto sul posto e avendo saputo che la distribuzione doveva avvenire dopo del comizio, egli fece spingere il carro un poco più in sù del podio dove si dovevano tenere i discorsi, staccò il mulo dal carro e lasciando questo in custodia del compagno Tresca Pietro, si recò verso il costone della montagna Pizzuta per raccogliere l’erba per il mulo.

Giunto ad un punto dove c’era un bel cespuglio di erba sulla, si accinse a estirpare detta erba dal suolo, quando sentì degli spari. Dapprima non si seppe rendere conto; ma dopo, essendo stato colpito da una scheggia alla punta di una scarpa, comprese il pericolo e si riparò dietro un mucchio di pietre. Guardando, dice lui, “con maggiore sicurezza” vide che un individuo sparava sulla folla; e come questi si spostò da un masso all’altro, lo riconobbe per Benedetto Gricoli, inteso Troia perchè parente della famiglia Troia, da San Giuseppe Jato.

Il Borruso precisa di averlo riconosciuto nettamente, in modo inequivocabile, armato di un fucile mitra col quale sparava continue raffiche.

Gli individui indicati dal Borruso e dal Cusimano che già erano stati fermati in un primo rastrellamento il giorno 1° maggio sono stati dichiarati in arresto e associati alle locali carceri a disposizione di V/S Ill./ma.

Data la importanza delle dichiarazioni rese dai testi Cusimano e Borruso, questi sono stati subito presentati a V.S.Ill/ma per essere esaminati.

Le loro generalità sono le seguenti:

  1. Troia Giuseppe di Benedetto e fu Costanzo Rosalia, nato a S. Giuseppe Jato il 19/1/1884, ivi residente in via Nuova, 52;
  2. Romano Salvatore fu Vito e fu Di Marco Francesca, nato a San Giuseppe Jato il 5/12/1908, ivi domicialiato in via Normanni n.45, agricoltore;
  3. Marino Elia, inteso Marinotto, fu Paolo e fu Napoli Filippa, nato a S.Giuseppe Jato il 17/10/1890, abitante in via Normanni, n.49;
  4. Gricoli Pietro Benedetto fu Giacomo e fu Costanza Carmela, nato il 14/8/1916 a San Giuseppe Jato.

Il sindaco di Sancipirello, nella sua dichiarazione, assunta a verbale, il giorno 6 andante, oltre ad avere accennato al riconoscimento del Borruso, ha segnalato pure due giovani, uno dei quali si chiama Ferruggia Emanuele, i quali giunti con la comitiva di Sancipirello, in attesa che giungessero quelli di Piana degli Albanesi, si misero a gironzare per i dintorni. Appena giunsero alle falde della montagna Pizzuta, notarono che, a mezza costa, vi erano delle persone appostate.

Essi ne contarono sei.

Insospettiti se ne tornarono indietro per raggiungere il grosso della folla; ma non erano neppure giunti che sentirono sparare: si buttarono per terra e notarono che la folla si sparpagliava spaventata.

Il sindaco di Sancipirello, sign. Sciortino Pasquale, richiesto sui motivi di tale grave fatto, ha detto che riflettendo, questo non può spiegarsi che come effetto della reazione degli avversari politici. Ha ricordato, in proposito alcuni episodi ai quali, prima, non aveva dato importanza. Il giorno 21 aprile u.s., appena si seppe che nelle elezioni il Blocco del popolo aveva ottenuta la maggioranza, l’ex tenente dei Carabinieri sign. Di Leonardo Pasquale di Carlo, da Sancipirello, incontratolo, lo chiamò e, in presenza del Maresciallo Comandante la Stazione dei Carabinieri del luogo, gli disse: “Se avete da fare manifestazioni di giubilo, bisogna evitarle se no succede danno. Ci sono persone che hanno la testa guasta, avvisa pure gli esponenti di San Giuseppe, affinchè non scendano a Sancipirello”. Il sindaco, per evitare disordini non permise alcuna manifestazione.

Egli ha ricordato che, precedentemente, in un pubblico comizio tenuto a Sancipirello, il capo della mafia locale, Celeste Salvatore fu Pietro, volle parlare al pubblico. Fra l’altro disse: “Una vittoria del Blocco sarà tanti fossi che si scaveranno per i comunisti e tanto sangue sarà sparso. I figli non troveranno il padre e la madre perchè conoscete chi sono io”. Il Celeste ricercato si è reso irreperibile.

Il possidente sign. Arcuri Michele, dopocchè subì il sequestro di persona, prese come amministratore, evidentemente perchè impostogli, il mafioso Battaglia Leonardo, il quale in questi giorni, si è reso irreperibile. A proposito di lui, certo Cardarera Filippo avrebbe dichiarato che il 30 aprile u.s., nella casa del Battaglia vi sarebbe stata una riunione di mafiosi.

La sera del 20 aprile, al dire del sindaco di Sancipirello, si era sparsa la voce che in casa di Gioacchino Capra era sta preparata una mitragliatrice per il popolo se questo fosse sceso in piazza; e che i mafiosi erano pronti ad attaccare il popolo. Però non successe nulla.

Infine, il sindaco suddetto ha esibito una lettera anonima, da lui ricevuta per posta, nella quale vengono indicati come assassini (del fatto) del primo maggio Scioano Calogero, Mustacchia Salvatore, Lo Greco Damiano e Cangelosi Antonino; però, Scioano e Mustacchia si sarebbero sottratti con una calunia, una scusa, mentre Cangelosi e Lo Greco avrebbero partecipato all’attacco.

Nell’anonimo si dice infine: “…satti guardare perchè il Maresciallo del vostro paese era pure complice. Salute di un tuo amico”.

Detto anonimo viene annesso al verbale d’interrogatorio del sindaco sign. Sciortino, dopo di averne presa copia.

Degli individui indicati nell’anonimo, due si trovano già fermati, cioè Lo Greco Damiano di Domenico e Di Gregorio Antonina, nato a Sancipirello il 30/10/1902; e Scioano Calogero di Simone e di Anna Di Liberto, nato a Sancipirello il 2/1/1920.

A conferma di quanto ha asserito il sindaco di Sancipirello e cioè che il giubilo del popolo destasse la suscettibilità dei mafiosi di quei paesi, si citano alcune frasi molto significative, pronunciate la mattina del primo maggio da qualcuno di essi. La signora Maiolo Rosalia maritata Norcia, da S. Giuseppe Jato, ha dichiarato- veggasi allegato n.9- che la mattina, recandosi presso la cognata per prendere parte alla festa del lavoro, passò davanti alla casa dei fratelli Giuseppe e Salvatore Romano e vide costoro seduti sullo scalino antistante la casa. Vicino ad essi, ma in piedi, c’era Peppino Troia. Uno dei tre disse, in modo da farlo sentire ad essa: “Sarebbe cosa stamattina di piazzare una mitragliatrice e lasciarli tutti lì”.

La signora Baio Maria, maritata Cuccia, nata a Piana dei Greci ma domiciliata a S. Giuseppe Jato, dichiara- veggasi allegato n. 10- che la mattina del primo maggio, la vicina di casa, Partelli Antonia, vedova, ma che non disdegna i rapporti con gli uomini, diceva: “Vanno a Portella, ma non sanno che lì ci stanno gli americani che devono buttare le caramelle!”.

La Baio di rimando: “Botta di sangue in bocca, che andate dicendo?”.Allora quella riprese: “Io lo dico per ischerzo, ma sapete che a Palermo ci stanno i soldati americani?”.

Maniscalco Giovanna maritata Randazzo, da Sancipirello, e la figlia Randazzo Vincenza di Domenico, di anni 25, da Sancipirello, dichiarano – veggasi allegato n. 11- che pure la mattina del primo maggio levatasi da letto prima del sorgere del sole, perchè i congiunti di sesso maschile si preparavano a partecipare alla festa del lavoro, notarono che la gente era contenta; solo una vicina di casa, certa Trupiano Maria maritata con La Milia Francesco, commerciante di generi vari, criticava la festa e diceva: “I preparativi sono buoni, ma ancora nun sacciu”. Con tali parole sembrava che volesse dire: “Ancora non so come andrà a finire”. Per il momento non fecero caso a tali parole; ma, alle prime voci del delitto consumato, la Randazzo Vincenza, sapendo che sul posto c’erano pure andati il padre e i fratelli, si mise a gridare contro la Milia: “Se avrà qualcosa mio padre e i miei fratelli, verrò ad ammazzarti sino in casa”. La Milia, allora, cercò di negare le riferite frasi; ma un’altra vicina, certa Trupiano Francesca, nata Maniscalco, le disse di avere sentito dire dalla stessa La Milia le seguenti significative frasi: “Vanno cantando e vengono cacando”.

Dopo del fatto La Milia starebbe zitta e rincantucciata a casa.

Com’è noto, immediatamente dopo la comunicazione del grave delitto, gli organi di polizia recatisi sul posto hanno proceduto ad un vasto rastrellamento di elementi ritenuti capaci, per i loro precedenti, per la loro tendenza a delinquere e per altre circostanze, di avere organizzato od eseguito il grave delitto, fermando complessivamente circa centosettantacinque persone fra le zone di Piana dei Greci, di San Giuseppe Jato, Sancipirello estendendo l’azione anche nei comuni di Partinico, Monreale, Altofonte, Pioppo, Altarello di Baida, Boccadifalco e campagne circostanti. Sono in corso attivissime indagini per accertare la posizione dei singoli e procedere senz’altro al rilascio di coloro sui quali non gravano elementi di responsabilità.

Si fa riserva di indicare le generalità delle persone indicate nell’anonimo e di riferire man mano l’esito delle ulteriori indagini che vengono proseguite col massimo interessamento. Si allega l’elenco dei morti e dei feriti.

IL QUESTORE

F. Cosenza

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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