L’assalto a Partinico

Il rapporto sulla strage di Partinico contiene falsi e un vero e proprio depistaggio. Il capomafia locale Gaspare Ofria, che aveva una fedina penale tutt’altro che pulita, viene elencato infatti tra le vittime dell’agguato, quando è ormai dimostrato che si trovava sul versante opposto, quello da cui partì il fuoco dei mitra contro la sede del PCI. La ricostruzione dei fatti, che qui si propone, è contenuta nel libro di Giuseppe Casarrubea Portella della Ginestra. Microstoria di una strage di Stato, edito da Franco Angeli nel 50° della strage.

L’assalto a Partinico

di Giuseppe Casarrubea

E’ capeggiato dal fratello del ‘Boia’, Salvatore Passatempo, ed è il più cruento, perchè qui, a differenza delle altre località, si hanno due morti, e diversi feriti. Secondo il Mazzola, a comandarlo è -invece- proprio il ‘Boia’ perchè -spiega- “è l’unico della banda che conta alcuni amici nella malavita di quel comune”(1). L’affermazione è rilevante perchè conferma che i banditi, per agire, avevano bisogno di basi di appoggio, e queste, al di fuori della banda, non potevano che trovarsi nelle famiglie mafiose. Ma i giudici di Viterbo la sottovalutano e dicono che il Mazzola si è, forse, confuso, in quanto, se Giuseppe Passatempo si trovava in quel momento a sparare a Carini, non poteva essere contemporaneamente presente anche a Partinico. E certo hanno ragione. I due fratelli potevano essere stati confusi, ma resta il dato significativo di quella affermazione, valido come regola generale, e dimostrato dalle diverse presenze di estranei alla banda durante lo svolgimento delle operazioni di assalto. I banditi, per agire, avevano bisogno dei mafiosi locali. Anzi, dovevano averne almeno un preciso consenso.

bomba a mano lanciata a Partinico nell'assalto terroristico contro la Camera del Lavoro, il 22 giugno 1947. Tipo di bomba SCRM

bomba a mano lanciata a Partinico nell'assalto terroristico contro la Camera del Lavoro, il 22 giugno 1947. Tipo di bomba SCRM

A differenza di quanto succede per le altre aggressioni, sugli esecutori materiali della strage, cala da subito il più assoluto silenzio. Solo il ‘picciotto’ Antonino Buffa fa un’indicazione puntuale, e dice di avere appreso da Rosario Candela che qui il gruppo era capeggiato da Salvatore Passatempo. E’ l’unico nome saltato fuori dalle indagini. A questo proposito, è lecita l’ipotesi che se il Candela non riferì altri nomi, ciò poteva essere dovuto al fatto che non ce n’erano, in quanto il Passatempo, per agire, si era avvalso dell’appoggio degli “amici” di Partinico, che solo qualcuno della banda conosceva. Poteva anche significare che egli non voleva compromettersi agli occhi di un ‘picciotto’, o che non gli convenisse fare i nomi dei killer partinicesi. In ogni caso, sarà messo a tacere per sempre il 12 marzo 1950, quando si disse che aveva avuto un conflitto a fuoco con i carabinieri.

Quello di Partinico, è l’unico caso in cui la sezione del partito comunista, allora anche sede della Camera del Lavoro, quella sera di domenica, alle ore 22, era ancora aperta. Davanti alla porta sostavano, discutendo del più e del meno, Salvatore Mancuso, insegnante elementare(2), Leonardo Addamo, Giuseppe Salvia, Giuseppe Casarrubea, tutti tesserati al PCI, e Salvatore Patti, un simpatizzante. Erano poi sopraggiunti Andrea Mazzurco e Vincenzo Lo Iacono, quest’ultimo iscritto pure alla sezione. I due dovevano proseguire nella passeggiata, ma si erano intrattenuti per pochi minuti a parlare, in piedi, con l’Addamo che stava seduto sul lato sinistro dell’ingresso. La porta era aperta e all’interno le luci erano spente. Mancuso se ne stava con la spalla destra poggiata sul battente sinistro e lo sguardo rivolto verso il basso, quasi in meditazione. Di fronte a lui c’era Patti, un calzolaio che faceva anche lo scrivano alla Camera del Lavoro. All’esterno arrivava tenue la luce della lampada elettrica dell’illuminazione pubblica. Nessuno del gruppo quella sera era voluto andare a piazza Garibaldi, al ‘teatrino’, per ascoltare la banda musicale. Era ancora forte l’impressione della strage di Portella. Quando i banditi sbucano dalla via Pozzo del Grillo, quasi di fronte alla sezione comunista, si trovano questo gruppo di persone davanti. Non hanno un attimo di esitazione, non vogliono testimoni. Casarrubea era uno di questi. Li aveva visti perchè stava seduto con la faccia rivolta proprio verso la via Pozzo del Grillo, mentre l’Addamo era intento a parlare ora con Lo Iacono, ora col Salvia che stava seduto anche lui davanti alla porta.

la stessa rma che portava Salvatore Ferreri e che aveva sparato a Portella della Ginestra  il 1° maggio '47

sul terreno furono rinvenuti 41 bossoli di mitra Beretta cal. 9: la stessa arma che portava Salvatore Ferreri e che aveva sparato a Portella della Ginestra il 1° maggio '47

L’azione è rapidissima, dura tre o quattro minuti. I banditi sparano per uccidere: lo evidenziano i fori dei proiettili(3) sui corpi degli uccisi e dei feriti, nonchè sulle suppellettili della sezione:

“Furono accertate le seguenti circostanze: un foro prodotto da pallottola all’altezza di centimetri trenta dal marciapiedi; altro foro a centimetri cinquanta sul battente di destra della porta; a circa centimetri ottanta dal marciapiedi un foro prodotto probabilmente da scheggia di bomba a mano; su una sedia, e precisamente alla spalliera, in alto, un foro prodotto da pallottola, altra sedia pure presentava due fori sul listone della spalliera; nella parete interna della camera di fronte all’ingresso sedici fori prodotti da pallottole di arma da fuoco e, diversi altri fori sui muri ed annerimento prodotto dal fumo della benzina bruciata.(…) I fori riscontrati sulle spalliere delle sedie che erano poste sul marciapiedi sono indici sicuri ed inconfondibili che contro le persone furono sparati i colpi indirizzati e con la intenzione di uccidere. (…) Poichè è accertato che Casarrubea riportò due lesioni, una alla regione glutea, l’altra quella che fu la causa della morte, alla spalla ed il proiettile, dopo avere attraversato il cuore ed il polmone sinistro, uscì dalla decima costola; Lo Iacono riportò lesioni, che lo condussero alla morte, alla regione addominale. Ed il perito medico-legale, mentre nulla potè dire intorno alla distanza a cui si trovò colui che sparò contro Lo Iacono disse, invece, che dovette essere breve quella in cui si trovò chi colpì Casarrubea”(4).

Le vittime cercano riparo all’interno della sezione. Ma, chiuse dentro una morsa, sono ripetutamente colpite da cinque-sei raffiche di mitra sparate da una distanza di “circa dodici o quindici metri” e dal lancio di bombe esplosive del tipo S.C.R.M. e BREDA, nonchè da due bottiglie incendiarie. (Sul terreno furono raccolti 41 bossoli di fucile mitra calibro 9, 8 pallottole di piombo, frammenti di contenitori di liquidi infiammabili). Inoltre i banditi, in quattro, secondo il comandante il nucleo mobile di PS di Partinico, Tranquillo Avenoso, per impedire ogni via di fuga, si dividono in coppie, delle quali una si apposta quasi di fronte alla sede comunista, l’altra sul lato destro di chi stava seduto dando le spalle alla porta. Mazzurco fa appena in tempo a raggiungere il portone accanto ferendosi in una vetrata della vicina abitazione di Stefano Chimenti; Patti viene colpito al braccio, alla coscia sinistra e al petto; Salvia alla mano sinistra; Mancuso si ripara dentro la sezione, dietro l’angolo formato dalla porta semiaperta; non è ferito, e assiste lucido e impotente alla strage che si è compiuta: ha accanto Lo Iacono che, caduto in un primo tempo, si rialza e poggia il viso sanguinante sulla sua spalla. Ma la sua fine non è ancora segnata. Il ferito, infatti, esce dalla sezione in cerca di aiuto; percorre il corso dei Mille fino all’altezza di largo Modica, incontra l’infermiere Ernesto Tomasino che cerca di soccorrerlo, ma scambiatolo, forse, per uno dei banditi, ritorna indietro sui suoi passi, e, proprio in questo momento, è raggiunto da una raffica di mitra che lo colpisce all’addome. Morirà una settimana dopo, tormentato da atroci sofferenze. Nella sezione, intanto, giace in una pozza di sangue Casarrubea. Addamo ha appena il tempo di vedere “un gruppetto di persone messe in agguato all’angolo della via Pozzo del Grillo”(5). Estrae la sua rivoltella Coltis e spara un colpo contro gli assalitori. Poi cade a terra, colpito anche lui in più parti del corpo. Ma il suo gesto istintivo non è stato vano. Il bersaglio è Gaspare Ofria fu Vito di anni 52 di Partinico, esponente della mafia locale, domiciliato in via Usignolo 12, impiegato presso Ignazio Soresi, un aderente alla Massoneria. Alle cinque del mattino del 23 giugno ’47, interrogato dal sostituto procuratore dott.Giubilaro, presso la clinica Orestano di Palermo, testualmente dichiara:

“Verso le ore 22 di ieri sera mentre mi trovavo in piazza del Carmine ad ascoltare la musica, udii una forte sparatoria nei pressi del corso dei Mille, anzi dico meglio, nel corso dei Mille stesso. Cessata la sparatoria credendo che tutto fosse finito mi diressi verso la sede del Partito Comunista. Sopra la sede del Partito Comunista vi abita la famiglia Soresi, presso la quale da alcuni anni sono impiegato. Chiamai ad alta voce la signora Soresi facendole coraggio perchè tutto era cessato; improvvisamente venni colpito da un colpo di arma da fuoco allo sterno. Non mi è stato possibile vedere il mio feritore, presumo che questi mi abbia colpito ad una distanza di circa dodici metri.

D.R.: Colui il quale mi ha colpito si trovava di fronte a me”(6).

E’ evidente che Ofria, non trovandosi nel gruppo dei comunisti che sostavano davanti alla loro sezione, stava dalla parte opposta, alla distanza concordante indicata sia da lui che dall’Addamo, il quale aveva sparato un colpo della sua rivoltella dopo le ultime raffiche di mitra. E’ altrettanto evidente, quindi, che Ofria non poteva trovarsi a piazza del Carmine. A provarlo è la stessa dichiarazione di Maria Sacramentina Lo Vasco, la quale, quella sera, si trovava a casa del cognato Ignazio Soresi, in Corso dei Mille, n. 315 (la sezione comunista era al n. civico 313). Interrogata l’indomani dall’ufficiale di polizia giudiziaria, testualmente dichiarava:

“Ieri sera, verso le 22, trovandomi a cenare in casa di mia sorella Maria Grazia in Soresi, abitante al secondo piano di via dei Mille 315, intesi bussare al portone. Mi alzai per guardare dal balcone e mentre mi accingevo ad aprire intesi delle raffiche di mitra. Serrai le imposte senza avere avuto ancora il tempo di aprire le persiane, facendo altrettanto con gli altri balconi. Subito dopo intesi l’esplosione di due o tre bombe a mano e guardando attraverso uno spiraglio del balcone laterale notai dei bagliori d’incendio. Preoccupata mi affacciai ad un balcone del corso, quando già era affluita gente sul posto. Ma il principio d’incendio cessò subito.

Nell’affacciarmi vidi Gaspare Ofria persona di fiducia di mio cognato Soresi Ignazio, il quale mi disse: ‘Non si preoccupi signorina, dica ai suoi che io sono qua’. Dopo ho sentito dire che anche lui è rimasto ieri sera ferito, mentre a mio parere non lo era nel momento che mi aveva rivolto le parole. Nulla vidi presso il vicolo di fronte”(7).

Interrogato l’Ofria quello stesso giorno 23 anche dal commissario aggiunto di PS, dava quest’altra versione, sensibilmente diversa dalla prima:

“Ieri sera verso le ore 22 nell’abitato di Partinico e precisamente davanti la sede comunista sita in quel corso dei Mille, avvenne una sparatoria. Pochi minuti dopo, mentre rincasavo, pervenuto all’altezza della predetta sede, nell’atto in cui davo coraggio alla signora Soresi, che abita sopra la predetta sede comunista e che affacciata al balcone mi chiamava, venni colpito da un’arma di cui sconosco la natura. Ferito stesso mi recai a casa da dove fui successivamente accompagnato a Palermo dai miei familiari”(8).

Ma, nella comunicazione del commissario capo di Partinico, Pietro Agnello, al pretore del paese e al questore, Ofria passa per una delle vittime, e l’Addamo per uno che “cercò fare uso dell’arma per difendersi, ma non dovette esplodere alcun colpo perchè la rivoltella è stata rinvenuta carica”(9). Affermazione, come risulta dallo stesso interrogatorio dell’Addamo, assolutamente falsa(10). La cosa strana non è, tuttavia, solo l’equivoca attività di indagine degli inquirenti, quanto il fatto che i giudici sia a Viterbo, sia a Roma, non svolsero nessun approfondimento autonomo, e si appiattirono acriticamente sui rapporti di polizia.

L’esplosione delle bombe e il crepitare dei mitra provocarono un grande panico. La gente assiepata al ‘teatrino’ si disperse in un momento. Nella calca rimasero ferite una bambina di 10 anni, Elena Bono, e Maria Antonia Pupillo di 13 anni. A terra, nella via Pozzo del Grillo, i criminali avevano firmato il loro delitto, anche se il presunto autore principale non vi aveva preso parte. Si tratta della firma ‘S. Giuliano’, apposta a un documento-appello che certamente non era stato scritto o concepito dallo stesso bandito. Lo stile è corretto, la forma retorica lascia trasparire, nel falso orgoglio sicilianistico (“l’onore delle nostre famiglie e il nobile sentimento che ci lega alla nostra cara terra”) l’elaborazione di una mente criminale finissima, quasi accademica, che concepisce di “aprire un nuovo ciclo di storia”, e di impedire che la Sicilia diventi “un misero ordigno della mastodontica macchina sovietica”. Non un errore di grammatica o di sintassi, quali era solito farne, e a migliaia, il capobanda. L’appello si conclude con una sorta di sfida all’esercito italiano: il raduno pubblicamente conclamato nel feudo di Sagana, da parte di quanti accettandolo, ritenevano giunto il momento di aprire una guerra senza quartiere contro i comunisti(11). Il maggiore dei carabinieri Antonino Denti di Forlì, dandone informazione l’indomani al suo Comando generale e al Ministro degli interni, sottolineava che i volantini a stampa, lasciati a Carini e Partinico, annunciavano “l’inizio della crociata antibolscevica”.

Per leggere il Rapporto dei CC del 26 giugno 1947 clicca qui sotto:

Il Rapporto dei CC sulle stragi del 22 giugno 1947



Note

(1) Cfr. Processo verbale di interrogatorio di Vito Mazzola, 4 novembre 1947, cit., f. 22.

(2) era figlio di Giuseppe e Vitale Maria. Era nato a Palermo il 13.11.1919 e abitava a Partinico in via P.pe Umberto n. 94.

(3) Cfr. ibidem, TPUI, Esame di testimonio senza giuramento di Mancuso Salvatore di Giuseppe di anni 28, membro del comitato direttivo della sezione del Pci di Partinico, 6 ottobre 1947, e Processo verbale di ispezione di luoghi, 6 ottobre 1947, testimonianza di Raffaele La Franca, segretario della stessa sezione, cartella 2, vol. F.

(4) Cfr. Senato della Repubblica, V legislatura, Atti interni, cit., Allegato 4, Sentenza del 3 maggio 1952, p.372.

(5) Cfr. ibidem, TPUI, Esame di testimonio senza giuramento di Leonardo Addamo, 1 novembre 1947, e Stazione dei CC. di Partinico, Processo verbale di restituzione di una rivoltella, sequestrata al sign. Leonardo Addamo, in occasione dell’attentato alla sede del Partito Comunista Italiano, 9 novembre 1947, cartella 2, vol F, e Verbale di sommarie informazioni del 23 giugno 1947, rese da Leonardo Addamo all’Ospedale della Filiciuzza di Palermo, ibidem al f.67. L’Addamo dichiara: “Allorchè fui colpito estrassi la rivoltella sparando un colpo in direzione degli sconosciuti; non mi è stato possibile riconoscere alcuno degli assalitori data la distanza e l’oscurità per cui non mi fu possibile precisare il numero di questi ultimi”. Secondo la testimonianza dell’Avenoso, dovuta a “confidenze di persone” che il comandante non intendeva nominare, essi erano quattro; erano arrivati con un camion da Porta Alcamo, erano discesi lungo il corso dei Mille, a piedi, seguiti lentamente dal mezzo, e quindi si allontanarono, dopo la strage, con lo stesso mezzo, verso Borgetto, dove poco dopo sarebbe seguito un altro attentato. Cfr. AGCA, cit., dibattimento del 18 luglio 1951, cartella 4, vol. V, n. 5, ff. 599-600. In realtà -come abbiamo visto- il commando di Borgetto è costituito da elementi diversi.

(6) Cfr. ibidem, Verbale di sommarie informazioni rese da Gaspare Ofria il 23 giugno 1947, presso la clinica Orestano, al sostituto Procuratore della Repubblica di Palermo, f. 68.

(7) Cfr. ibidem, Processo verbale di interrogatorio De Maria Sacramentina Lo Vasco, 23 giugno 1947, cart. 2, vol. F.

(8) Cfr. ibidem, Commissario aggiunto di PS, Processo verbale di interrogatorio di Ofria Gaspare, 23 giugno ’47. L’interesse per l’Ofria si spiega sia per i suoi legami di “uomo di fiducia” di Ignazio Soresi, legato ad ambienti massonici, sia perchè il pastificio del Soresi è quasi sulla linea retta costituita dalla via Pozzo del Grillo, sia anche per la biografia penale dello stesso. Certamente era uno che -come egli stesso dichiarava- non aveva a simpatia i comunisti (dichiarazione resa durante l’interrogatorio del 23 giugno ’47, davanti al sostituto procuratore dott. Giubilaro. Cfr. note precedenti). Nato a Partinico il 1.5.1894, era figlio di Vito e di Arena Nunzia.

(9) Cfr. ibidem, Commissariato di PS di Partinico, Rapporto del commissario capo di PS, Pietro Agnello, al pretore, al questore e all’Ispettorato generale di PS per la Sicilia, 24 giugno 1947, , n. 987/2-M.I., cartella 2, vol. F.

(10) Cfr. ibidem. Il commissario Pietro Agnello corregge la sua precedente versione con comunicazione diretta al pretore n.987, div. II. M.I. del 27 giugno 1947. Si legge: “A seguito della dichiarazione resa dall’Addamo, riesaminata più attentamente la rivoltella che trovasi in potere del maresciallo Coppola, comandante della locale stazione dei carabinieri, si è constatato che una delle cartucce è stata esplosa. Tanto si comunica a rettifica di quanto detto nel precedente rapporto”.

(11) Cfr. ibidem, allegato al rapporto del commissario di PS di Partinico, 24 giugno 1947.

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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