Storici e paraocchi

Risposta allo storico Aurelio Lepre

Nel commentare, sul Corriere della Sera del 14 maggio 2004, il recente libro di Nicola Tranfaglia Come nasce la Repubblica, edito da Bompiani e annotato da chi scrive, Aurelio Lepre sembra muovere le sue considerazioni quasi a difesa di taluno degli storici siciliani che, non avendo mai scritto nulla sulla strage di Portella della Ginestra, si sono dedicati, ciò nondimeno, al bandito che ebbe a dichiarare di esserne stato l’autore. Il bandito in questione è Salvatore Giuliano, sulla cui responsabilità la pietra tombale fu posta, a meno di ventiquattro ore dall’eccidio, dall’allora ministro dell’interno Mario Scelba. “Questo non è un delitto politico, ma opera di banditismo”, ebbe a dire. E su questa scia Giuliano firmò pure il suo atto di accusa, prima di essere ammazzato.

Ora gli storici che hanno contribuito a perpetuare la linea scelbiana francamente mi lasciano perplesso. Chiudono i conti con una strage rimasta impunita e col loro atteggiamento non aiutano a fare un passo in avanti, per capire uno degli episodi più cruenti della storia siciliana e italiana.

Decisivo anche per le sorti nazionali checché ne pensi Lepre. Affermare, ad esempio, che lo sbarco alleato (10 luglio 1943) sia stato irrilevante per la crescita della mafia è una grossolana eresia; dichiarare l’inincidenza dei servizi di intelligence prima, durante e dopo gli anni che vanno dal ’43 alla strage di Portella, ha a che fare più con la natura ideologica e socio-politica dei comportamenti che con la ricerca scientifica.

Lepre resta prigioniero del vecchio schema interpretativo che i dirigenti comunisti del dopoguerra nell’isola ebbero a utilizzare per spiegare la strage del 1° maggio del ’47, quando la reazione sanguinaria fu spiegata in termini economicistici, come dovuta ai baroni delle terre e, per essi, alla mafia. Era la versione più comoda, vista la difficoltà che si aveva allora di analizzare esattamente i fatti. Perché si era circondati da spie, fascisti e ufficiali di polizia giudiziaria o alti vertici delle forze dell’ordine passati in blocco dagli apparati del vecchio regime ai posti di comando della nascente Repubblica. Insomma, quelli che dovevano garantire la ricerca della verità erano i primi a depistarla. E che sia solo Lepre a non saperlo è curioso.

La Sicilia, come poi del resto l’Italia nei territori liberati, fu un pullulare di double agents, di burocrati dell’ex polizia politica fascista (Ovra), di agenti assoldati dagli angloamericani, di cui finalmente abbiamo nomi, cognomi e soprannomi loro attribuiti dai servizi di intelligence di Washington.

Attorno a Giuliano e alla sua banda ruotarono personaggi di primo piano del vecchio regime, come l’ispettore di polizia Ciro Verdiani ed elementi di spicco del neofascismo come Fortunato Polvani, capo del centro fascista clandestino di Palermo. Lepre dunque dovrebbe avere meno distrazioni e più attenzione per il lavoro altrui e, se permette, anche per il mio, visto che alla materia, dal 1995 a oggi ho dedicato ogni mia personale fatica. Che Lepre si permetta, con una fastidiosa spocchia accademica, di affermare che io nelle note avrei cercato, senza trovarle, “conferme e ipotesi formulate in una mia precedente opera”, mi pare un modo avventato di emettere giudizi senza alcuna cognizione di causa. Cosa che è disdicevole in qualsiasi essere umano e tanto più in uno storico. Perché non sono mai stato per niente convinto, come è parso al contrario a qualche storico, che la storia è quella delle cronache e delle bibliografie, dei pregiudizi e dei partiti presi, quasi un gioco di compari e di “amici degli amici”, ma è cosa molto diversa e richiede, prima di tutto, rispetto, oltre che sapere guardare al di sotto della superficie delle cose.

Lepre spara a zero non solo contro Tranfaglia, che considero un maestro, ma anche contro quei giornalisti (leggi: Vincenzo Vasile de l’Unità) che hanno ripreso alcune mie affermazioni “decisamente antiamericane”. Non so a quale mio libro e a quale ipotesi si riferisca Lepre. Probabilmente al mio Fra’ Diavolo e il governo nero, uscito in tempi non sospetti, nel 1998. Ma qui i miei riferimenti alle responsabilità americane non si discostano per niente da quanto egli stesso afferma, in un suo libro uscito nelle settimane scorse, a proposito dellespulsione dei comunisti dal governo voluta dagli americani e “dalla linea più dura assunta a Washington contro il comunismo”. Così siamo alle solite. Sollevare critiche agli Usa, significa essere antiamericani? E se i documenti dell’Oss ci dicono, attraverso diversi soggetti che ne parlano, che vi furono delle intese tra i neofascisti e i capi dei servizi di controspionaggio, bisogna tacere per non essere antiamericani? E’ questa la storia che vuole Lepre? Visto che i documenti pubblicati a centinaia egli non trova – a quanto sembra – il tempo di leggerli, gli consiglio un volumetto agile ed eloquente di Nino Buttazzoni, noto esponente della Decima Mas specializzato in sabotaggi e bollato dall’intelligence americana come “criminale di guerra”. Si intitola Solo per la bandiera. I nuotatori paracadutisti della Marina, pubblicato da Mursia nel 2002. Vi potrà leggere, alle pagine 122-123 che uomini come Buttazzoni non solo fondarono il Movimento sociale, partecipando all’atto di nascita di questo partito in rappresentanza del principe Borghese e della Decima Mas, ma brani come il seguente:

Angleton, responsabile dei servizi di informazione americani in Italia, mi mette a disposizione una sua collaboratrice, di nome Vacirca, alla quale posso rivolgermi per qualunque necessità. A Roma agli inizi del 1946 ci ritroviamo a decine in galleria tra paracadutisti, uomini della Decima, tutti rigorosamente proscritti. Le idee sono molte, la voglia di fare qualcosa anche […] E’ in questo periodo che nasce l’Eca, l’Esercito clandestino anticomunista. Possiamo contare su un nucleo ristretto di gente decisa e ben addestrata. Un esponente militare vuole valutare visivamente la consistenza di questo gruppo. Al Pincio facciamo una prova. Viene mandato un osservatore che non conosco. Io sono seduto su una panchina e davanti a me faccio sfilare tutti gli aderenti con un segno di riconoscimento. Alla fine sono 212. […] Abbiamo a disposizione armi e depositi al completo. Faccio contattare anche alcuni NP del Sud.

E’ esattamente quello che ci dicono, a conferma della loro puntualità e precisione, i documenti Oss a proposito degli interrogatori a Borghese del maggio-ottobre 1945, e delle missioni speciali della Decima Mas affidate al battaglione Vega, comandato da Mario Rossi. In un altro documento segreto sui movimenti clandestini neofascisti, datato 10 giugno 1947, l’agente Victor Barret, non solo conferma l’esistenza dell’Eca, guidato da “numerosi generali e ufficiali di basso rango” ma precisa che il suo quartiere generale (o un suo punto di riunione) si trova da qualche parte dentro le mura vaticane. Vi si dice che il principe Valerio Pignatelli di Roma è elemento di collegamento tra due movimenti sovversivi, uno dei quali si trova presso il ministero della Guerra; che il Pignatelli ricopre una posizione di spicco nei ranghi del partito fascista in fase di ricostituzione in tutta Italia e si descrive la struttura eversiva dei Far (Fasci di azione rivoluzionaria) organizzati in tutta Italia, con le unità subordinate dei Gar, dei Nar e dei Sar. Si afferma poi la connessione esistente tra i Far e il Movimento sociale italiano.

L’antologia è ricca di informazioni sul clandestinismo fascista. Ma se Lepre non ha ancora voglia di leggere i documenti e di collegarli fra di loro, può ricorrere a un breve saggio storico di Aldo Sabino Giannuli, pubblicato sulla rivista “Libertaria” nell’ottobre del 2003, e finalmente trovare conferma sull’appartenenza al clandestinismo fascista della banda Giuliano. Se ciò non gli bastasse potrebbe anche leggere la copiosa corrispondenza filoamericana del bandito che, essendo un grafomane, grazie a Dio ebbe a disvelare, per sua spontanea iniziativa, i collegamenti che lo univano a certi personaggi dei servizi di intelligence americani come Mike Stern, attraverso i quali chiedeva armi pesanti.

Ci sono poi i rapporti dello stesso ispettore di Ps Ettore Messana, che dicono che Giuliano è in contatto con agenti americani. Un rapporto del generale di Corpo d’Armata, De Giorgis, afferma testualmente: “gli accoliti del Giuliano erano undici e vestivano l’uniforme dell’esercito americano” (rapporto n. 353/54 del 28 giugno 1947).

E qui si apre una questione che riguarda la responsabilità diretta di Giuliano nell’esecuzione della strage. Si tratta di una questione complessa e non è questa la sede giusta per affrontarla. Basti sapere che la banda Giuliano fu un plotone armato al servizio dei gruppi eversivi che lo usarono per i propri fini.

Ora è evidente, per concludere, che la storia della repubblica vista da Lepre è stata spiazzata dall’antologia di Tranfaglia. Tant’è che presenze determinanti per la comprensione storica di quegli anni, come i gruppi neofascisti, la Decima Mas e personaggi chiave come James Jesus Angleton vengono del tutto ignorati, fino all’errore di considerare Angleton futuro direttore della Cia, quando in realtà questi diventa nel 1953 direttore del controspionaggio. Insomma, per Lepre, Junio Valerio Borghese comincia ad esistere nella storia della prima Repubblica col tentativo del golpe del 1970, quando stando ai documenti Oss la sua opera inizia ad essere nodale già dal 1944. Ingaggiato in funzione anticomunista dagli americani, essi prima gli salvano la vita e poi lo utilizzano – come scrivono – per “operazioni di medio e lungo termine”. Dunque, la sua cattura non fu legata soltanto alle conoscenze navali e alla possibilità di utilizzarle in funzione antigermanica.

Quanto alla sottovalutazione della figura di Luigi Sturzo nelle sue relazioni con l’Oss, vi sono ben seicento documenti nel faldone che ne documenta i particolari caratteri, che lasciano pensare che Lepre ama fare la storia con i paraocchi, visto che gli riesce difficile smontare le strutture interpretative e conoscitive finora da lui adoperate. Se anche qui avrà la bontà di leggere i documenti, potrà forse rendersi conto che le relazioni tra il sacerdote di Caltagirone e l’Oss non erano improntate solo ai “normali contatti” che i servizi segreti avevano col mondo degli esuli. Un’interpretazione del genere è troppo ingenua e semplicistica. In realtà i massimi livelli dell’Oss in America, e in Italia, nulla facevano per quanto concerneva le loro azioni nel nostro paese, senza consultare Sturzo, che non solo era una fonte bene informata sui fatti italiani, ma era la persona che meglio di tutte poteva fornire informazioni sulle possibili azioni da mettere in campo in determinate circostanze della vita politica e sociale italiana. Sturzo, come si evince dai documenti, non era solo il principale artefice della costruzione della Democrazia Cristiana, ma anche la persona che attraverso Felix Morlion influenzava in modo diretto e decisivo gli ambienti vaticani, fino al punto che fu il Vaticano a decidere sulle sorti del partito cattolico, e fu il Vaticano, tramite Morlion, a non fidarsi più, ad un certo punto, di De Gasperi e a mettergli alle calcagna il “delfino” Giulio Andreotti.

Possiamo non fidarci dei documenti degli agenti dell’Oss, e in linea generale faremmo bene, come vuole Lepre, a ritenere che raccontano “un mucchio di balle”. Ma questa volta lo storico si sbaglia di grosso, e per due semplici considerazioni: i loro rapporti trovano conferma in altri archivi, questa volta italiani, come anche nella bibliografia esistente sul tema; in secondo luogo, se gli agenti si fossero messi a raccontare frottole avrebbero fatto fallire gli scopi per i quali erano stati nominati e pagati. Un sistema di comunicazioni fondato sulla menzogna avrebbe fatto entrare in crisi in breve tempo l’intero sistema americano di intelligence, per il quale i vari agenti avevano seguito una vera e propria scuola, e per il quale erano impegnati su più livelli (si pensi, ad esempio, alla centralità delle funzioni, nei territori occupati, degli uffici della guerra psicologica o di quelli che riguardavano le operazioni speciali)

Se Lepre, in conclusione, avrà la bontà di leggere un po’ di più e di sentenziare un po’ meno, si renderà conto del carattere fondamentale che ebbero i servizi segreti e i gruppi neofascisti dopo la caduta di Mussolini. Anche e soprattutto nella storia della prima Repubblica. Non lo confermano solamente le note che ho curato, ma altri studi compiuti da studiosi che non avevo mai prima conosciuto e che si sono incrociati con le fatiche di Tranfaglia e mie pervenendo agli stessi risultati. A questi studiosi, come Giannuli, che hanno lavorato come me in silenzio, devo la massima riconoscenza.

GIUSEPPE CASARRUBEA

Palermo, 16 maggio 2004

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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