Sessant’anni di silenzi di Stato

PORTELLA DELLA GINESTRA:

SESSANT’ANNI DI SILENZI

Il silenzio delle istituzioni

A distanza di quasi sessant’anni dalle stragi di Portella della Ginestra (1° maggio 1947) e di Partinico (assalti contro le Camere del Lavoro della provincia di Palermo; 22 giugno dello stesso anno), un bilancio è, quanto meno, doveroso. Sotto il profilo degli atteggiamenti ufficiali verso quegli avvenimenti e sotto l’aspetto delle analisi storiche. Perché quei fatti segnarono il battesimo di fuoco della Repubblica e diedero la stura all’Italia delle stragi e dei misteri che, ancora oggi, rendono carente l’azione dello Stato, insicura la democrazia.

Ufficialmente, da parte dello Stato italiano, e cioè dei suoi organi, la versione è ancora quella pronunciata dall’allora ministro dell’Interno, Mario Scelba: “…si tratta – ebbe a dire l’allievo di Sturzo all’Assemblea Costituente – di un fatto circoscritto, legato a situazioni locali”. Il maestro di Caltagirone, tornato da poco da Jacksonville (Florida) e ancora fresco delle frequentazioni con gli uomini dell’Office of Strategic Services, di cui si era servito per i suoi contatti con l’Italia (ad esempio il misterioso Nicholas Olds), durante il suo esilio americano, non lo contraddisse e col suo silenzio favorì una sorta di omertà originaria di quello che ormai era il suo partito. La Dc, infatti, si dimostrò silente come ottenebrata da un male profondo e grave: il prototipo stragista che si stava sperimentando. Non sappiamo a che livello di consapevolezza. Silente e complice, ma non artefice. Non poteva esserlo, almeno per una questione di peso specifico circa l’ordito disumano e antidemocratico che si stava tessendo, già da tempo. Da sola non avrebbe retto rispetto all’impatto, fortemente traumatico, che quelle stragi avrebbero provocato. Era sprovvista soprattutto dell’attrezzatura di un ombrello protettivo adeguato. Giulio Andreotti, fresco anche lui di non improbabili contatti con i servizi segreti vaticani, e con Felix Morlion in particolare (“Centro informazioni Pro Deo”), fece di più e scrisse nel suo diario di quell’anno, oggi pubblicato da Rizzoli, che Scelba non pensava che i comunisti si fossero sparati fra di loro il primo maggio. Si noti il lato psicologico dell’annotazione, quasi da manuale di propaganda occulta. Introducendo sottilmente il sospetto che tutto sommato i padri si erano messi a sparare, durante la festa, contro i figli, i mariti contro le mogli, i nipoti contro gli zii, presi tutti da una insana ubriacatura collettiva, distorceva l’attenzione dalla realtà dei fatti, mettendo in second’ordine il suo fondamentale compito di dirigente politico di rilievo nazionale, che era quello di fornire coordinate corrette sui gravi fatti accaduti. Ma non arrivò più oltre a quegli appunti aridi e frettolosi e si spinse più tardi a ignorare completamente le stragi del 22 giugno 1947. D’altra parte, la precoce carriera che il beniamino del Vaticano allora avviava, favorì e al contempo produsse, da parte dei servizi Usa, la sua collocazione alle calcagna di De Gasperi, reo di avere fatto tre governi con i comunisti. Meno male che non proseguì, almeno nell’immediato, sulle cose siciliane e che Scelba, che era un siciliano di razza, prese il sopravvento col suo freddo realismo, quasi con metallico rigore teutonico. Al peggio non c’è mai fine e tra Scelba e Andreotti, per quanto la scelta possa sembrare equivalente, era tuttavia, preferibile l’uomo della celere. Almeno, non sarebbe stato difficile sapere che faceva.

Processo al principe Junio Valerio Borghese

Così, non erano passate ventiquattro ore dalla tragedia del primo maggio che l’inventore della Celere e delle manganellate contro gli operai che scioperavano nelle piazze d’Italia, e persino contro gli ospiti di una comunità cattolica come quella di Nomadelfia, diretta da don Zeno, alludeva a quei quattro pastori di Montelepre che, non avendo nient’altro da fare, si erano organizzati in banda e si erano messi a sparare contro i contadini in festa e le loro sedi sindacali. O meglio, si erano messi in testa – loro che forse neanche sapevano cosa fossero i partiti politici, e certamente non avevano mai sentito parlare di soviet e di Togliatti – di fare la lotta contro i bolscevichi, e per questo avevano concepito chissà quali altre idee patriottarde. Soffrivano peraltro una condizione di classe che era per certi versi anche peggiore di quella di coloro contro i quali si sarebbero messi in testa di fare la guerra.

Solo nel 1999 la Regione Siciliana, dopo varie battaglie sostenute dall’Associazione ‘Non solo Portella’, nata due anni prima, e costituita dai familiari delle vittime di quelle stragi, varava una legge e faceva un piccolo passo avanti che riconosceva anche simbolicamente le vittime, considerandole, finalmente, “caduti per la Sicilia”. Ma le cose non sono cambiate per lo Stato che continua a ignorarli nonostante gli sviluppi della ricerca storica nell’ultimo decennio. Un dossier presentato da chi scrive alla Procura della Repubblica di Palermo sembra di fatto fermo in qualche cassetto. Il decaduto governo Berlusconi sul tema ha toccato il punto più basso suggellandolo con lo sbalorditivo incontro che il presidente del consiglio italiano ha avuto col famigerato giornalista-spia, Mike Stern, all’epoca al seguito dei servizi segreti americani e punto di riferimento importante nella ricerca di armi pesanti da parte di Salvatore Giuliano, il bandito “re di Montelepre”. Servivano a Turiddu – come aveva scritto indirizzando la sua richiesta al Comando militare americano – per fare la guerra contro i “ vili rossi”. A tale scopo invitava qualche ufficiale dell’esercito ad andare a trovarlo, vestito in borghese, per non dare nell’occhio e servendosi di quello strano corriere postale e di chissà quali altri uffici, qual era, appunto, quel falso giornalista di nome Stern. E proprio da Stern, ora ultranovantenne direttore dell’Intrepid, una nave da guerra americana trasformata in Museo, Berlusconi ha ricevuto un riconoscimento ufficiale al merito. Non si sa di che cosa, ma si può intuirlo, tenuto in debito conto il fatto che, se un tempo la lotta contro i comunisti la si faceva eliminandoli armi in pugno, oggi è più sottile, perchè la si fa in altro modo, anche se a cercarli col lanternino comunisti non se ne trovano più, visto che, per il capo dei forzisti, tutti lo sono diventati, liberali compresi.

Il Parlamento, tranne i dibattiti che dovette registrare nei mesi e nei primi anni dopo quella primavera di piombo del ’47, sembra avere rimosso definitivamente la stessa memoria e le stesse ragioni per le quali nacque, come organo dello Stato, grazie alle componenti antifasciste e antisalotine che ne avevano segnato, come una filigrana, lo statuto originario, e cioè la Carta Costituzionale.

A interpretare quella stagione in chiave di psicologia di massa, si potrebbe dire che gli italiani, rimuovendo Portella della Ginestra e le stragi che la precedettero e seguirono, hanno voluto far tacere la loro coscienza sporca per affermare la più conveniente autodefinizione che li vuole “brava gente”, come direbbe Angelo Del Boca. La rimozione della memoria. Ecco il punto. Perché molti hanno saputo la verità di quei fatti, anche per ragioni di ufficio, o perché direttamente implicati e, comunque, informati, di quanto era successo in quel momento della nostra storia nazionale.

Neofascisti e nazisti

Portella della Ginestra, di fatto, non è una vicenda di storia regionale, ma qualcosa che assomiglia molto a Marzabotto (771 trucidati dai nazisti con la complicità dei fascisti: 29 settembre 1944), o a Sant’Anna di Stazzema (560 uomini, donne e bambini assassinati il 12 agosto 1944). Anche a Portella, una folla di circa cinquemila persone, fu accerchiata e presa di mira da ignoti rimasti sempre tali e dalla banda di Salvatore Giuliano. Puntarono le loro armi su quella folla in festa. Armi da guerra, di grande potere balistico: un mitragliatorore Breda mod. 30, cal. 6,5; moschetti 1891, fucili mitragliatori tedeschi ed Enfield, mitra Beretta cal. 9. Lanciarono anche una serie di granate. Avrebbe potuto esserci un’ecatombe se tutte quelle armi si fossero scaricate sulla folla. Le cose andarono diversamente perché solo uno o due tiratori puntarono sulla folla, lasciando sul terreno undici morti e ventisette feriti. Sul terreno furono repertati un migliaio di proiettili, gran parte dei quali fatti poi scomparire. Qualcuno aveva pensato a una strage di grandi proporzioni, ma i morti si ebbero soltanto attorno al podio, come se qualcuno avesse voluto colpire il centro di quella manifestazione di popolo. L’unica variante rispetto ai crimini nazisti è che a quella data gli angloamericani avevano liberato da quasi quattro anni la Sicilia, dopo lo sbarco del 10 luglio 1943 quando nessun blocco degli Alleati era avvenuto sulla linea del bagnasciuga, come aveva detto Mussolini. In Sicilia non ci fu, dunque, una lotta partigiana che temprasse i caratteri di intere popolazioni alla Resistenza contro i nazifascisti. Ci fu una Liberazione immediata che non tenne conto, però, del fatto che i capi del fascismo morente, da Mussolini a Pavolini, da Buffarini Guidi al principe nero Junio Valerio Borghese, avevano giurato di riconquistare gli spazi perduti anche dopo il crollo definitivo del regime grazie alla fondazione di una sorta di arcipelago neofascista che, come in una serie diversificata di microesperienze in vitro, avrebbe ricostituito il mondo perduto e dei perdenti, in un nuovo regime, con forme nuove e modalità originali di impianto territoriale e nazionale. Di fatto anticipando l’atlantismo più estremo e pericoloso. Era la teoria, oggi ammessa dalla stessa letteratura di destra, delle “Uova del drago”, volta a disseminare le spore del nuovo fascismo in una prospettiva a medio e lungo termine. Una lunga opacità marxiana caratterizzante i gruppi dirigenti della sinistra nel Mezzogiorno d’Italia ha, poi, contribuito, per la sua parte, al perpetuarsi di una visione di quegli eventi come fatti legati ad uno schema economicistico e di classe, per cui, tra i fattori eziologici di quei mali venivano repertati in stretta dipendenza solo agrari e mafiosi, come soggetti emergenti dello scontro. C’era ben altro. E cioè che proprio alcuni ceti subalterni, emergenti dal sottoproletariato e dalle fasce marginali, si erano prestati a essere manovalanza attiva, e ben remunerata, di progetti eversivi estranei alla loro condizione di classe e alla loro formazione culturale e politica, pur nei termini gramsciani in cui questa poteva essere concepita. Portella fu, dunque, la continuità fascista dello stragismo nazista dopo la sua confluenza nella temperie salotina. Numerosi documenti, giacenti in fondi archivistici distanti fra di loro, come quelli del Nara (National Archives and Record Administration, Maryland, Usa) e del Sis (Servizio informazioni e sicurezza) di Roma, dimostrano la convergenza delle ipotesi, grazie anche allo splendido lavoro di Mimmo Franzinelli e di Aldo Sabino Giannuli. In effetti, sullo spartiacque dell’8 settembre 1943, quando fu firmato l’armistizio tra l’Italia e gli Alleati, dopo il lungo travaglio sotterraneo che aveva visto impegnato il generale dell’esercito Giuseppe Castellano in trame volte a mettere fine alla crisi che travagliava il fascismo, si registrano innumerevoli gruppi e sigle che hanno una matrice ben precisa nella Repubblica sociale italiana, anche se altre matrici ad essa affini si rilevano nel Mezzogiorno d’Italia, specie quelle afferenti alla rete del parà e principe nero, Valerio Pignatelli, la figura più autorevole e inquietante del neofascismo meridionale, o alle attività del meno noto Flavio Borghese, fratello del principe Junio Valerio, che operava a Catania.

Organigrammi paramilitari

Si tratta di una storia lunga che oggi comincia a emergere grazie ai documenti che, assieme a Nicola Tranfaglia e a Mario Cereghino, ho rintracciato a College Park Maryland). Risultano così provati i circuiti che legavano alcuni capi nazisti con i neofascisti e con la banda Giuliano. Gli angloamericani segnalano, ad esempio, che Huber (Zurigo, 1908) è il capo dei servizi segreti germanici a Tangeri (protettorato spagnolo nel nord Africa) e che per lui lavorano gli agenti salotini Bernasconi e Petri. Spiegano anche che egli è in possesso di “documenti decisamente compromettenti” sulle attività di spionaggio e di sabotaggio di Salò nel Mediterraneo (ad esempio, il sabotaggio di navi americane nei porti spagnoli operato da militi della “marina repubblicana fascista”, cioè Decima Flottiglia Mas). E a Huber fa riferimento nella Spagna del 1942-’43, il marò ‘Sassi’, nome di copertura, guarda caso, di quel Giuseppe Sapienza monteleprino della Decima Mas, che troveremo nelle vicende spionistiche nazifasciste in Sicilia, nel novembre 1944. I tedeschi fecero scuola ai militi salotini, e ci sono ampie prove che dopo il 25 aprile 1945 non cessarono proprio la loro attività sovversiva. Fino alla convergenza degli interessi, dopo quella data, tra nazifascisti, alla ricerca di un ruolo politico e reti spionistiche alleate, interessati tutti a sconfiggere il comunismo, come mal comune. Nel caso di Huber, si tratta, probabilmente, del tenente germanico Tommaso Hubert Pfannenstiel, un triestino di origine austriaca che il 1° giugno 1944 aveva assegnato il marò Dante Magistrelli alla squadra del nazifascista De Benedetti e che si era incontrato con militanti salotini come Rodolfo Ceccacci e Aldo Bertucci. Personaggi che, o tutti o in parte, già dall’estate del 1944 entrano nelle grazie della banda del “re di Montelepre”. Magistrelli, infatti, originario di Legnano, fa parte della squadra di Anassagora Serri, alla quale appartengono i parà Giovanni e Giuseppe Console che condividono col suo camerata lombardo la loro casa di Partinico (a pochi chilometri da Montelepre). E’ la genesi drammatica della cosiddetta ‘banda Giuliano’ come plotone armato nazifascista nella Sicilia liberata dagli angloamericani.

L’esempio più evidente di questi circuiti è Otto Ragen, alias maggiore Begus (Bolzano, 1899). Catturato dagli Alleati a Bolzano nel giugno del 1945, fu condannato da una corte militare austriaca a soli tre anni di reclusione. Pochi per la verità, ma tanti se pensiamo che in suo favore (in quanto ormai al soldo di Mosca che lo incaricò di spiare americani e gruppi nazisti) era intervenuto il comando militare sovietico in Austria. Aveva finto di accettare ma si era messo in realtà al servizio degli Americani (nome di copertura Petty). Ebbene, dalla scheda biografica compilata dal Cic (Counter Intelligence Corps) in Austria, nel 1949, risulta che egli, nel 1944-’45, assieme a Borghese, aveva inviato il monaco benedettino Giuseppe Cornelio Biondi in Vaticano per raccogliere fondi da utilizzare a Campalto (Verona) nell’organizzazione del sabotaggio e dello spionaggio da parte dei neofascisti nell’Italia liberata. E, come ormai sappiamo, da alcune carte desecretati nel 1998 da Clinton, Biondi era collegato con la banda Giuliano e, in particolare, con Gaspare Pisciotta, il “luogotenente” di Turiddu.

Inoltre possiamo collegare il dato a un documento Oss in cui si dice che Fede Arnaud, nella Roma occupata dai nazisti (settembre 1943-giugno 1944), agisce come importante elemento di collegamento tra la Decima e il Vaticano (in specie, Montini, allora segretario di Stato). Il ruolo di padre Biondi va quindi ben al di la’ dei presunti piani tedeschi per intavolare, con la mediazione del Vaticano, una trattativa segreta con gli Alleati (come dicono i documenti Oss del 1944). In sintesi, il Vaticano continua a finanziare occultamente Borghese, Ragen & Co., anche dopo la liberazione di Roma (giugno 1944), e almeno fino al marzo del 1945.

L’ombrello protettivo di Angleton

La complessità della sottile trama sommersa dello stragismo italiano nella sua fase “infantile”, si coglie proprio dopo la Liberazione, quando cominciano a delinearsi i caratteri peculiari del neofascismo nato dalle ceneri di Salò. Il 1946 è l’anno in cui sotto l’ombrello protettivo Usa, e specialmente del controspionaggio di James Angleton, si mette a punto la macchina eversiva. A maggio il capo dell’X-2 dirama un Memorandum per i capi addetti all’intelligence. Conseguentemente si allertano anche i Servizi italiani. Questa volta sono gli archivi del Sis a darcene conto. In un documento del 5 ottobre 1946 che riguarda i neofascisti palermitani si dice che grosse formazioni di uomini “militarmente inquadrate e armate, vengono concentrate nelle zone alpine e tenute pronte per una nuova marcia su Roma”. Si accenna, poi, all’esistenza in Sicilia di battaglioni bene armati e pronti, appena sarà dato l’ordine, a marciare su Roma per rovesciare il governo ed impadronirsi del potere. Si insiste anche sul fatto che, anziché dal nord, come avvenne nel 1922, la marcia si inizierà dalla Sicilia. […].” E, in effetti, l’isola era una terra che appariva ai neofascisti e agli angloamericani, molto a rischio, in quanto, a differenza di altre realtà geografiche italiane, presentava una particolare e non facilmente controllabile, effervescenza democratica, legata, soprattutto, ai processi di riforma. Inoltre, vi operavano dirigenti sindacali decisamente organizzati tra le fila del rinato Pci (Partito comunista italiano), quando non erano, come nel caso del saccense Accursio Miraglia, di provenienza anarco-socialista. E non è un caso che l’assassinio di questo dirigente di Sciacca cada proprio all’inizio dell’anno delle stragi, il 1947, quasi a indicare il segnale della svolta e della rottura di ogni tolleranza da parte del vecchio establishment.

Dell’esistenza di un complotto organizzato da un movimento neofascista clandestino, parlano sempre le carte dei servizi di intelligence italiani. Ed è dalla ricostruzione dei circuiti che corrono tra i neofascisti e il mondo della criminalità che veniamo ad incrociare la banda Giuliano. Riportiamo, di seguito, alcuni dei tanti fili di connessione che legano gli uomini di Giuliano e la Sicilia al neofascismo.

Militi ed emissari nel fermento eversivo

Un documento dei servizi italiani ci dice che il capodivisione a palazzo Caprara, e cioè al Ministero della Guerra, il colonnello Marseguerra, e il paracadutista maggiore Massa, comandante della zona di Roma ‘Bonifiche montane’ erano i capi militari di un’organizzazione clandestina legata ai monarchici. Marseguerra avrebbe provveduto all’armamento dei fedelissimi, mentre comandanti militari sarebbero stati gli onorevoli Covello e Sarrocchi. L’agente segreto precisava che l’attività ferveva in Sicilia e che l’organizzazione aveva da poco riaperto la sede romana di via Quattro Fontane, frequentata da Franco Garase e Caterina Bianca. Il primo catanese, è elemento di congiunzione tra i gruppi eversivi e la banda Giuliano. Il fascista Domenico Polverini, colonnello dei CC, si sarebbe trovato al comando di una formazione di monarchici clandestini e poteva contare su parecchie amicizie negli ambienti dell’Arma. Un altro documento del 26 novembre 1946 ci dice che nella provincia di Potenza e a Lavello esisteva un’analoga organizzazione monarchica clandestina facente capo a Michele Cossidente che aveva rapporti con la banda Giuliano, tramite la “centrale provinciale di Napoli”. Ma i monarchici non erano i soli ad avere rapporti col banditismo fascista siciliano. Tra le varie formazioni clandestine vi era anche il Macri (Movimento anticomunista repubblicano italiano), organizzato militarmente e forte di undicimila uomini. Alla comprensione del clima di guerra civile che si doveva respirare alla vigilia del ’47, basti un altro documento dell’ottobre 1946: “L’attuale attività del fronte clandestino monarchico consisterebbe attualmente nella consegna agli aderenti di armi già in dotazione dei comandi dei Carabinieri, nella presa di contatto con ex capi di bande da incorporare nel movimento e, infine, nell’opera di organizzazione e propaganda. L’organizzazione – si spiegava – sarebbe curata da ufficiali, sottufficiali dei carabinieri – tra cui si distingue il maresciallo Franzolini, noto persecutore di patrioti, già detenuto per collaborazionismo – i quali provvedono a fornire informazioni sui capi banda e sugli aderenti, nonché a trasmettere e diffondere ‘riservatissime’ di carattere antisocialista e anticomunista. […]” . L’agente poi precisava: “si preannuncia una prossima azione armata per assicurare la restaurazione monarchica, alla quale gli Alleati sarebbero favorevoli”. Ci si riferiva anche ai contatti tenuti con Carlo Resio, del servizio informazioni della Marina, che lavorava per Angleton già dal 1944.

Il 25 luglio 1946, Ettore Tomassetti, un ragazzo di appena diciott’anni anni, classe 1928, detenuto nelle carceri di Sulmona con altri neofascisti arrestati (Adriano Gazzotti e Giuseppe De Carolis), dichiarava al giudice istruttore che durante l’occupazione tedesca era stato ingaggiato come militare nel battaglione Barbarigo (Decima Mas), con la qualifica di sergente e che aveva combattuto sul fronte di Nettuno assieme ai tedeschi. Dopo la Liberazione, era venuto a conoscenza di un movimento neo-fascista che tramava un colpo di Stato. L’organizzazione aveva sede in Roma ed era legata con la Sicilia. Aggiungeva che, ingaggiato come autista dal comando di tale movimento, era stato messo alle dirette dipendenze del capitano di artiglieria Gaspare De Prazza (agrigentino, classe 1917).

Nel novembre 1944, in auto, aveva accompagnato il De Prazza in Sicilia per una attività di propaganda, ed era stato incaricato di spedire telegrammi in diversi paesi e città dell’isola, con i quali il De Prazza mandava a chiamare varie persone. Spiegava, poi, che dello stesso movimento facevano parte il principe Borghese, il conte Perrià, il vescovo Sclafani e un altro prelato che abitava nel lungotevere della via Giulia. Il condetenuto Giuseppe De Carolis era anche lui un aderente alla sedicente repubblica fascista. L’aveva conosciuto quand’era militare nel battaglione Barbarigo. Affermava, in ultimo, di ritenere che il De Carolis fosse a contatto con i capi del movimento neofascista, tanto che, secondo quanto confidatogli da lui stesso, era stato visitato nelle carceri di Soriano del Cimino, da un colonnello addetto alla Sezione Recuperi del ministero dell’Aeronautica. Il De Carolis –spiegava – gli avrebbe pure detto che secondo il colonnello vi sarebbero stati duecentomila uomini pronti per un colpo di Stato. Il Gazzotti, dal canto suo, dichiarava che Tomassetti gli aveva confidato che i capi di tale movimento, che si svolgeva da Roma alla Sicilia, disponeva di un ingente quantitativo di armi, munizioni e materiale militare e che come autista addetto al comando del movimento clandestino, conosceva i luoghi dove erano nascoste le armi e dove erano dislocate le varie sezioni del movimento. Successivamente, il Tomassetti, interrogato il 6 novembre 1946 nella casa di reclusione Badia in Sulmona, da un funzionario di PS della questura dell’Aquila, dichiarava che verso la fine dell’ottobre 1944, casualmente assunto come autista dal De Prazza, aveva fatto con lui un viaggio in Sicilia (novembre – dicembre 1944), visitando i centri di Messina, Palermo, Agrigento ed altre città minori, ricevendone l’impressione che il capitano svolgesse opera di propaganda monarchico-fascista, e di organizzazione al fine di concertare un programma d’azione con l’obiettivo finale di un colpo di Stato e che comunque intendesse agire in forma violenta. Alle dipendenze del De Prazza fino al momento in cui era stato arrestato (gennaio 1945) aveva avuto occasione di conoscere altre persone aderenti al movimento. Il De Carolis l’aveva conosciuto prima della Liberazione, quand’era sergente della Decima Mas sul fronte di Nettuno. Dopo la Liberazione, l’aveva incontrato a Roma. Aveva così saputo che faceva parte di una organizzazione che si occupava di incettare macchine di provenienza furtiva, di camuffarle e di consegnarle al ministero dell’Aeronautica, facendole passare per recuperi militari e ricevendo un compenso per ogni macchina.

Non si sottovaluti questo particolare perché anche altri due personaggi autorevolissimi della banda Giuliano erano dediti al commercio di auto rubate. Si tratta di Gaspare Pisciotta e di Salvatore Ferreri, alias Fra’ Diavolo. Ai primi di giugno del 1944, Fra’ Diavolo aveva ucciso Vincenzo Monticciolo di Alcamo, per impossessarsi della sua vettura. L’auto sarà rinvenuta a Palermo e un certo Gasparino sarà implicato nel fatto criminale. Che si tratti di Gaspare Pisciotta, l’altro autista di automezzi destinati a rifornire i nazisti della divisione Hermann Goering impegnati sulla linea Gustav, non è una ipotesi azzardata. Fra’ Diavolo rappresentava il braccio esecutivo, il più disposto a sporcarsi le mani. Se l’ipotesi fosse fondata ciò significherebbe che la carriera criminale neofascista di Fra’ Diavolo non inizia con l’assassinio di Monticciolo, ma che a quella data (primi di giugno 1944) il bandito alcamese era già entrato nei circuiti nazisti, forse indotto da Giuliano che lo aveva anticipato di almeno otto mesi, con l’uccisione del carabiniere Mancino (2 settembre 1943).

“Emissario della banda Giuliano a Roma”, a Firenze e ad Arezzo, era Franco Garase (Catania 1908), un personaggio che era solito circolare in uniforme dell’Aeronautica (come risulta da altri documenti Sis). Gli “agenti dello stesso movimento” di cui parla il Tomassetti, sono probabilmente i 30 uomini di villa Grezzana che arrivano in Sicilia nel novembre 1944 per unirsi a Salvatore Giuliano, Magistrelli, i fratelli Console, Tarroni, Sidari, Pisciotta. Tra di loro c’è Sapienza: “I seguenti agenti nemici – scriveva il colonnello del Cic Hill Dillon – potrebbero essere inviati (o, forse, si trovano già) nell’Italia liberata per missioni di sabotaggio: […] Sapienza Giuseppe. Destinato a Palermo. Dovrebbe unirsi ad un gruppo di sabotatori già operante sul territorio e mettersi ai loro ordini. Addestrato a Campalto”.

Per quello che riguarda Portella della Ginestra e il più articolato piano di attacco alla sinistra in Sicilia, un’area di coaugulo fu certamente la linea Gustav, lungo la quale, nei primi mesi del 1944, ebbero modo di imbattersi alcuni dei capi della cosiddetta banda Giuliano. Lo stesso “re di Montelepre” in fuga, dopo l’uccisione del carabiniere Mancino, avvenuta alla vigilia della data in cui fu realmente stipulato l’armistizio di Cassibile (3 settembre 1943), anche se portato alla luce l’8 settembre, è dato da diverse fonti informative presente a Taranto, a contatto con i capi di un gruppo agguerrito che il “Nostromo” di Mussolini, Tommaso David, dava in missione oltre le linee del fronte della guerra. Di fatto la linea Gustav, mentre era oggetto delle azioni militari alleate che si muovevano per sfondarla, era ridotta a colabrodo in senso inverso in virtù delle numerose incursioni dal Nord ad opera di diversi nuclei che si riconducevano alla Gnr (Guardia nazionale repubblicana) di Salò, nonché ad altre organizzazioni similari. Sullo sfondo, il brodo di coltura era fomentato dagli espliciti consensi espressi ad azioni anticomuniste da parte del capo del controspionaggio americano, James Jesus Angleton, che a Roma dirigeva l’ufficio dell’X2, con sede in via Sicilia 59. Nella stessa palazzina trovavano posto oltre a Angleton, l’808° battaglione del Controspionaggio italiano, Carabinieri ed Esercito. Organi, tutti, come anche il Si (Servizio di informazioni) o il Sim (Servizio di informazioni militari), che riferivano agli americani, ignorando i livelli gerarchici diretti del governo nazionale, a cominciare da quello di Ivanoe Bonomi. Dobbiamo necessariamente supporre una simile valutazione se non vogliamo affermare che detti organi e soggetti avessero informato quanto meno il ministero degli Interni o la stessa presidenza del Consiglio dei ministri, di quanto risultava dalle indagini investigative dei loro uffici di intelligence afferenti ad Angleton. In tal caso, le responsabilità omissive di questi rappresentanti dello Stato, ai più alti livelli, sarebbe stata eccezionalmente grave.

Anche dopo la Liberazione il comune denominatore dell’anticomunismo nascose il più generale blocco politico-eversivo del processo democratico che si era attivato dopo il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 e, prima ancora, a partire dagli accordi che Angleton aveva stipulato con Borghese, salvandogli la pelle e impegnando i suoi uomini verso una sotterranea lotta contro i pericoli di una imminente sovietizzazione dell’Italia e dell’Europa. Che ci fosse questa paura ridotta al parossismo, quando, in realtà, nessuna minaccia poteva incombere da parte di Mosca sull’Europa occidentale, è oltremodo evidente a tutti i livelli. A cominciare dal fatto che Stalin fu il primo a pretendere l’intransigenza nel rispetto degli accordi di Yalta (1945). Evidentemente a qualcuno piaceva soffiare sul fuoco. Qui basti sapere, a titolo di mero esempio, come persino in un intellettuale come Curzio Malaparte, ancora nel 1949, quando uscì il suo Storia di domani, si fosse concretizzata la convinzione di una possibile sovietizzazione dell’Italia, fino al punto da immaginare che Scelba, De Gasperi e altri politici italiani fossero già finiti nelle patrie galere, e che i sovietici avessero già trasformato istituti, piazze, vie intestandoli agli artefici della rivoluzione d’Ottobre. E’ la stessa ansia patogenica che si evince dalle dichiarazioni rilasciate, qualche tempo fa, da un’eminenza grigia della Sicilia che contava: l’avvocato Vito Guarrasi. Questi, intervistato dal giornalista olandese Peter Fleury, dichiarò che l’Oss non poteva rimanere inerte di fronte al pericolo di un’invasione sovietica, come sembrava dovesse accadere sul versante del confine italiano del Nord-Est con le truppe titine, e in Sicilia per spontanea e naturale proliferazione delle lotte contadine sollecitate dai processi di riforma agraria del comunista Fausto Gullo, ministro dell’Agricoltura (1944). Nel contrastare questa tendenza non vi erano, però, solo i neofascisti. Non avrebbero potuto circolare tanto, specie dopo la Liberazione. Così, il capo del controspionaggio americano in Italia, Angleton, dopo avere salvato la pelle a Borghese, il principe nero al quale si ispiravano i nuovi gladiatori, lasciò mano libera a diverse organizzazioni paramilitari, e mise il suo suggello definitivo alla sperimentazione che volle effettuare in Sicilia. Con “i mortaretti della festa” di quel primo maggio della Repubblica.

note
Fonti: Su Huber: Nara, Rg 65 (Fbi), S. A1-136P, b. 176, f. 53737 / sec. 3 (date: 3 marzo 1945 e 10 maggio 1945); Rg 65 (Fbi), S. A1-136P, b. 176, f. 53737 / sec. 1 (date: 28 settembre 1944 e 19 ottobre 1944). Sulle squadre dipendenti dai nazisti, G. Casarrubea, Storia segreta della Sicilia, Milano, Bompiani, 2005, pp. 156 e sgg.

-Acs (Archivio Centrale dello Stato) , Sis, b. 41, f. “Attività eversive”:

Class.: segreto, Titolo: Dichiarazioni dei nominati Gazzotti Adriano e Tomassetti Ettore, detenuti nelle carceri di Sulmona.; Acs, P. S. H2 (1944 – 1947), b. 211, f. 146 De Carolis Giuseppe, rivelazioni circa un complotto organizzato da un movimento neo – fascista clandestino. 24 maggio 1947.

Su Giuseppe Sapienza, rapporto di Hill Dillon in Nara Coll.: rg 226, s. 174, b. 115, f. 875 [.], Class.: segreto Data: 25 novembre 1944 Titolo: Agenti nemici.

-Su Marseguerra e Garase, tra svariati documenti, si veda Acs, Sis,b. 43, f. Attività monarchica, L25, 1°novembre 1946, riservatissima al questore; su Cossidente Acs, Sis, b. 43, Attività monarchica/ L25. Sui contatti Giuliano/Macri, ibidem, b. 41 f. Formazioni clandestine monarchiche; sul coinvolgimento dell’Arma e Carlo Resio, Acs, Sis, b. 56 f. MP44, Attività fascista nel Lazio, 12 ottobre 1946

Articolo di Giuseppe Casarrubea pubblicato sul Diario, 2006.

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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