Giuliano e la Decima Mas

IL FILO NERO
Salvatore Giuliano e la X Mas
di Vincenzo Vasile

nucleo paramilitare armato

nucleo paramilitare armato

Sono passati 58 anni. La festa dei lavoratori fu arrossata dal sangue di 12 siciliani, contadini, donne, ragazzi, bambini, convenuti nel pianoro di Portella della Ginestra, in mezzo alle montagne dell’entroterra palermitano. La prima strage dell’Italia repubblicana fu presto archiviata come il frutto dell’azione scellerata di una banda di disperati pastori e contadini, al comando di un bandito sanguinario, esaltato e velleitario, di nome Salvatore Giuliano.
I processi hanno sbarrato la strada alla ricerca dei mandanti.
La Commissione parlamentare antimafia negli anni Settanta e anche gran parte della storiografia di sinistra hanno faticato a gettare qualche luce sullo sfondo di interessi retrivi, soprattutto del mondo agrario minacciato dalla “battaglia per la terra”, che stava dietro ai banditi. Ma “Turiddu” di Montelepre era qualcosa di più, e di diverso. E la sua storia – oggi da riscrivere sulla base di recenti scoperte d’archivio – può evidenziare il filo nero che lega gli ultimi rantoli del regime fascista, la mussoliniana Repubblica sociale di Salò, le attività dei servizi segreti americani agli albori della Guerra Fredda, le connivenze e gli inquinamenti di un apparato statuale che la Repubblica neonata non seppe epurare e che la rottura anticomunista del 1948 perpetuò, con un lascito di strutture e personaggi, via via ancora utilizzati nelle “strategie della tensione” del mezzo secolo successivo.
Il bersaglio era la Costituzione. Due mesi prima della strage di Portella, dal 4 marzo 1947, l’Assemblea costituente aveva cominciato a esaminare il “progetto” che avrebbe dato vita a una nuova democrazia sulla base di un patto tra le principali componenti della lotta di Liberazione, comunisti, socialisti, cattolici. Ora si sa che gli stessi gruppi che foraggiarono e commissionarono la strage di Portella tentarono già l’anno successivo di suscitare quello scontro sanguinoso che avrebbe dovuto cancellare la Carta Costituzionale appena varata, con l’attentato a Palmiro Togliatti, 14 luglio 1948: per Portella non c’era stata la reazione di piazza che gli strateghi stragisti avevano previsto e programmato. Il Pci era ancora per qualche settimana al governo, reclamò giustizia e verità, individuò alcune connivenze negli apparati dello Stato, ma poi fu estromesso dalla guida del Paese. Il colpo successivo, con l’attentato fallito al capo dei comunisti italiani, ancora una volta mancò – com’è noto – il bersaglio, per effetto della scelta della dirigenza del Pci di tenere a freno lo sdegno popolare. La Costituzione, intanto, era stata varata – nonostante le divisioni politiche – sulla base di un’intesa che ora si voleva far saltare inaugurando lo strumento del terrorismo politico, per riportare il Paese nel fuoco di una guerra civile.
Finora era stato complicato, e archiviato come un esercizio dietrologico, qualsiasi tentativo di un’interpretazione unitaria di questi due strappi che avrebbero potuto scatenare una guerra civile. Dalle carte che uno storico siciliano, Giuseppe Casarrubea, figlio di una delle vittime di Salvatore Giuliano, ha rinvenuto qualche mese fa nei “National Archives” statunitensi e dalle sue precedenti ricerche sui documenti giudiziari quel filo emerge chiaro e netto: ora ci sono i nomi e i cognomi degli uomini dell’eversione neofascista che tramarono per uno strappo che avrebbe cambiato la nostra storia.
Qualcosa era già venuto alla luce. Ai primi di luglio del 1951 davanti alla Corte d’Assise di Viterbo che dentro ai locali della Chiesa barocca sconsacrata di Santa Maria in Gradi sta giudicando i banditi superstiti della banda Giuliano, si presentava uno strano testimone. Corrado Guastella, imputato di furti rapine e resistenza a pubblici ufficiali, ha appena scritto una confusa lettera al presidente, Gracco D’Agostino, in cui promette rivelazioni sui mandati della strage di Portella. Viene convocato. È una specie di gigante dallo sguardo inquieto, sta da sempre in carcere, ultimamente nel manicomio giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto dov’è stato rinchiuso per avere “attentato alla vita” di Antonio Pallante, proprio lo studente catanese di estrema destra che il 14 luglio 1948 aveva sparato a Togliatti davanti a Montecitorio. Guastella e Pallante erano detenuti nello stesso carcere, a Noto. Felice Chilanti, uno dei più grandi cronisti della storia del giornalismo italiano – uno che aveva scelto di rinunciare ai grandi stipendi di inviato speciale del Corriere della sera, per le inchieste povere ma belle di Paese sera e de l’Ora – racconta così quella testimonianza: “Davanti ai giudici la grossa personalità di Guastella tremava tutta: quell’uomo aveva l’aria di esser giunto a un momento decisivo della sua vita burrascosa, credeva di essere sul punto di compiere un gesto grave per tutta la vita nazionale. Tolse furtivamente dall’interno della giubba sotto gli sguardi attoniti degli avvocati, dei magistrati e dei giudici, una strana carta contorta simile a quelle in uso negli uffici. E aprendo quella cartella disse: ‘Non è vero che io volessi uccidere Pallante; sono entrato nella sua cella perché egli doveva confermare i nomi dei mandanti del suo delitto, nomi che aveva confidato ad altri detenuti come questi documenti dimostreranno’. E così dicendo strappava con le unghie una copertura interna della cartella, apriva cioè un doppio fondo accuratamente preparato nei lunghi mesi di carcere nel silenzio della cella sfuggendo alla sorveglianza dei carcerieri.
‘Ma che cosa c’entra tutto questo con il processo per la strage di Portella?’, chiese irritato il presidente. E Guastella gridò: ‘C’entra, vedrà che c’entra’, e dall’involucro ormai ridotto a pezzi trasse alcuni fogli di carta: erano biglietti passati da cella a cella nel carcere di Noto, dichiarazioni firmate di detenuti: in una di esse, che il Guastalla disse di essere di tale Matteo Ferro, ex-capitano della formazione fascista X Mas, condannato per collaborazionismo e compagno di cella del Pallante, diceva che il Pallante stesso aveva indicato in un’alta personalità politica e in un aristocratico di Catania i mandanti del suo crimine.
Fra le proteste dei magistrati, e le risate ironiche degli avvocati, Guastella riuscì a dire: ‘Dopo l’attentato a Pallante sono stato trasferito nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto. Qui si trovava detenuto anche il bandito Pietro Licari che faceva parte della banda Giuliano. Quando ha saputo chi ero, Licari mi confidò che la banda Giuliano doveva liberare Pallante, per incarico delle stesse persone, mi disse anche che i mandanti della strage di Portella erano gli stessi dell’attentato di Togliatti. Cinque o sei giorni dopo Licari veniva trasferito in un’altra prigione'”.
Il pubblico rumoreggia, ai giornalisti viene impedito di leggere le carte consegnate alla Corte dal testimone. Camera di consiglio: il carteggio viene respinto, non resterà alcuna traccia negli atti processuali. Il Presidente , irritato e sardonico, congeda il teste: “Conducete questo Corrado Guastella immediatamente in carcere e che sia subito riportato al suo manicomio criminale”. Insomma: Guastella è un pazzo che ha fatto perdere del tempo prezioso alla Corte.
Invece, dalla documentazione ritrovata da Casarrubea risulterebbe confermato il nesso: le cellule neo-fasciste di Catania che armano nel 1948 la mano di Pallante facevano parte della stessa rete che sin dal 1944 aveva fornito appoggi, armi, danaro, addestramento a Salvatore Giuliano, il quale il 5 luglio 1950 – dopo aver sottoscritto sotto dettatura alcuni memoriali per negare l’esistenza di mandanti politici della strage di Portella – verrà fatto tacere per sempre con un agguato camuffato da conflitto a fuoco con i carabinieri. Oltre ai contatti già da tempo emersi con il “Fronte antibolscevico” di Palermo, nella cui sede furono trovati pacchi di volantini di rivendicazione degli attentati del giugno 1947 contro sezioni del Pci e Camere del lavoro del Palermitano, Giuliano – sulla base delle nuove scoperte d’archivio – risulta organico al “clandestinismo” fascista sin dal 1944. I carabinieri l’avevano scoperto subito dopo la Liberazione, ma l’inchiesta – avocata dai servizi segreti statunitensi – fu insabbiata: proprio nel 1945, infatti, molti reduci della Decima Mas di Junio Valerio Borghese transitavano al servizio della rete di intelligence e di provocazione messa su da James Jesus Angleton, il capo dei servizi speciali dell’Oss, antesignano della Cia. Lo stesso Borghese, del resto, era stato sottratto ai partigiani da Angleton, e dopo qualche tempo tornava libero. In Sicilia operava sin dai tempi immediatamente successivi allo sbarco alleato una sorta di “Gladio” nera destinata a operazioni di sabotaggio, infiltrazione e spionaggio dietro le linee. Nel nuovo dossier che verrà consegnato dal professor Casarrubea alla Procura della Repubblica di Palermo tra qualche giorno si possono leggere i numerosi rapporti redatti dal maggiore dei carabinieri Camillo Pecorella nel maggio 1945. Viene sin da quei giorni individuata la cellula clandestina neofascista insediata a Partinico, un centro a pochi chilometri dalla Montelepre, sede sociale della banda Giuliano. Sin dall’estate 1944 questo nucleo di militi della Decima Mas avrebbe funzionato da anello di collegamento tra la banda e finanziatori neofascisti, a loro volta collegati con i servizi segreti nazisti e repubblichini, secondo le anticipazioni della ricerca di Casarrubea, in uscita per Bompiani. La scoperta è destinata a far discutere anche da un punto di vista storiografico. Retrodatare al 1944 l'”arruolamento” di Giuliano e della sua banda nella cerchia della decima Mas significa anche leggere sotto un’altra luce tutto il periodo separatista del capobanda, e i rapporti finora rimasti abbastanza sotto traccia, tra il Movimento Indipendentista (Mis), che proprio in quel periodo consegnò le mostrine di colonnello dell’Esercito volontari per l’indipendenza siciliana allo stesso Giuliano, e settori dell’eversione di estrema destra. In quel periodo il fuorilegge fonda anche un suo movimento detto della 49esima stella per aggiungere la stella siciliana alla bandiera “stripes and stars” statunitense. Fallito il progetto separatista, a partire dal 1946 Giuliano avrebbe stretto ancor più saldi rapporti con i suoi referenti fascisti, e con la complicità di settori dell’apparato dello Stato ed esponenti di un’estrema destra in via di riorganizzazione, avrebbe dato vita alla prima pagina dello stragismo italiano. Secondo i rapporti del maggiore Pecorella la guerriglia separatista di Giuliano, punteggiata da sanguinosi attentati a caserme e pattuglie di militari e carabinieri, aveva infatti ispiratori e addestratori che venivano da Salò. Il maggiore Pecorella fa il nome del capogruppo di Partinico, Dante Magistrelli, che – affiancato da altri tre sabotatori della Decima Mas – avrebbe affiancato, addestrato, armato e finanziato Giuliano e tenuto costanti collegamenti con Napoli e Roma. La rete era stata scoperta per caso: una pattuglia americana aveva catturato nel febbraio 1945 due militari della decima Mas a Pistoia, ed essi avevano confessato la loro missione di sabotaggio facendo i nomi di decine di complici operanti in Calabria e in Campania agli ordini dei repubblichini.
Dopo la Liberazione le stesse organizzazioni clandestine continuarono, dunque, la loro “missione” , sbandierando il gagliardetto della Decima, con un teschio con un rosa in bocca e la scritta “per l’onore”, stavolta sotto l’egida dei servizi segreti americani, e gli episodi della strage di Portella e dell’attentato a Togliatti sarebbero così ancor meglio spiegati senza quell’alone di indeterminatezza e di mistero che fin qui li ha avvolti.
Delle stragi e degli attentati per un periodo abbastanza lungo non ci sarà più bisogno: gli stessi ex-clandestini della “Gladio” nera nei loro memoriali variamente edulcorati ci hanno ampiamente spiegato che dopo traversie, processi più o meno aggiustati, evasioni dai campi di concentramento, e riciclaggi, molti degli ufficiali e militari del battaglione Np (Nuotatori-paracadutisti) specializzati nel sabotaggio, furono “avvicinati” dal ministero dell’Interno e inquadrati nei ranghi della polizia scelbiana. Anche se, dunque, non è esatto dire che l’eccidio di Portella fosse una “strage di Stato”, fu dunque il “silenzio di Stato” a coprire come una coltre la verità sul sanguinoso abbrivio della Guerra Fredda, che in Italia comincia in anticipo, proprio quel Primo maggio di 58 anni fa.
da l’Unità

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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