Lettura della Sentenza della Corte di Appello di Roma (1956)

Introduzione alla lettura della sentenza della Corte di Appello di Roma (1956) per la strage di Portella della Ginestra

GIUSEPPE CASARRUBEA

(2000)

Dignitatis memores

Ad optima intenti

(Iscrizione muraria,Piazza dell’Orologio, Praga)

1. Un processo mai celebrato

Nel leggere la Sentenza che la seconda Corte di Appello di Roma pronunciò il 10 agosto 1956 e che qui riportiamo nella sua stesura integrale, il lettore criticamente attento, non troverà risposta ai suoi legittimi interrogativi. Il verdetto, infatti, come anche quello pronunciato dai primi giudici di Viterbo nel ’52, lascia un vuoto enorme nella mente e la convinzione che ben due processi si siano celebrati a onore e gloria di un copione scritto da tempo, anzi datato. La data esatta è il 2 maggio 1947, quando il ministro dell’Interno Mario Scelba, rispondendo ai rappresentanti del popolo riuniti nell’Assemblea Costituente che preoccupati di quello che stava accadendo in Sicilia lo interrogavano, ebbe a dire che quella strage era un fatto circoscritto, locale, senza connotati politici e quasi fuori dal mondo. Oggi una simile risposta, sulla quale si appiattirono per un decennio inquirenti e magistrati, appare abbastanza inadeguata a spiegare le profonde ragioni di un affaire che fondò la nascita dello Stato repubblicano segnandone le caratteristiche per quasi cinquant’anni. Intendiamoci. Non si tratta affatto di negare le precise responsabilità della banda Giuliano in tutta quell’operazione che la vide certamente in prima fila a concretizzare le scenografie che si stavano allestendo, e ad eseguire le azioni stesse della scena, ma di capire che a distanza di cinquantatre anni manca ancora un processo sui mandanti di quell’efferato delitto, di quella strage che ha in sé il marchio dello stragismo degli anni futuri.

Il lettore avrà modo di constatare i vuoti che si registrano, le gravi carenze nella costruzione dell’atto di accusa, le omissioni e alcune di quelle principali circostanze che anche al di là dal riferirsi ai mandanti, avrebbero dovuto costituire in partenza piste fondamentali nella ricerca della verità.

Un processo sui mandanti fu celebrato a Palermo in seguito alla denunzia del deputato regionale Giuseppe Montalbano presentata il 25 ottobre 1951 contro Gianfranco Alliata, Tommaso Leone Marchesano, Giacomo Cusumano Geloso quali mandanti della strage di Portella della Ginestra, e contro l’ispettore generale di Ps Ettore Messana, quale correo nell’organizzazione della strage stessa. Ma “il PG rilevando che le risultanze dell’istruttoria […] non si palesavano tali da consentire l’esperimento dell’azione penale nei confronti di alcuni dei denunziati, concluse per l’archiviazione degli atti ai sensi dell’art.74 del cpp e la sezione istruttoria, con decreto motivato in data 9 dicembre 1953, decise in conformità”.[1] Ora un atto di accusa non poteva basarsi con qualche speranza di riuscita sulle dichiarazioni di Pisciotta, di Antonino Terranova o di Giovanni Genovese per quanto a loro risultava direttamente come testimoni, pur se di eccezionale livello. Non eravamo al tempo di Tommaso Buscetta e Totuccio Contorno, né poteva essere concepito ancora il fenomeno del pentitismo, per quanto il luogotenente di Giuliano lo avesse in qualche modo anticipato. Per di più la mafia non era neanche contemplata dal codice penale, e i giudici ritenevano che fosse solo un’astratta realtà sociologica, come essi stessi dichiaravano. Sarebbe stato sufficiente, al contrario, che gli organi inquirenti avessero messo in risalto tutte le coordinate utili a spiegare ragionevolmente come quei banditi, che già erano stati processati e avevano fatto ricorso in appello, erano soltanto il livello più appariscente della cosiddetta lotta antibolscevica che si era scatenata con la strage del 1° maggio 1947 e che doveva proseguire poi con altre stragi fino alla conclusione del 22 giugno di quell’anno. Prima e dopo queste due date quella lotta si era dispiegata con una sorta di delega alla mafia del compito di decapitazione sistematica delle insorgenze che potessero territorialmente arrecare qualche squilibrio all’assetto socio-politico costituito. Il controllo era stato semplice e abbastanza ‘coperto’ istituzionalmente: dall’assassinio di Nicolò Azoti, segretario della Camera del Lavoro di Baucina, a quello di Accursio Miraglia, grande dirigente delle lotte contadine di Sciacca. Per il momento basti al lettore sapere che un processo per questi delitti non fu mai regolarmente celebrato, come anche nel mistero rimase la strage di Alia nella quale avevano perso la vita i dirigenti della Federterra (1946) di quel comune Giovanni Castiglione e Girolamo Scaccia. Si trattava di gestione corrente del controllo politico-sociale che – come ha scritto Giuseppe Di Lello- vedeva muoversi in sintonia inquirenti e giudici, mafiosi coperti dall’impunità ed esecutori di delitti che si prestavano all’assassinio col compenso di un tumulo di terra. La situazione tornerà a normalizzarsi anche dopo le stragi del ’47 fino alla eliminazione di Epifanio Li Puma, Calogero Cangelosi e Placido Rizzotto. E anche oltre. Ma in quel terribile bimestre maggio-giugno 1947 accadde qualcosa di eccezionale, come se qualcuno che pure fingeva di giocare secondo le ‘regole’, avesse buttato le carte in aria e avesse detto: – adesso ci penso io.

– L’ordine di cattura contro Giuliano, fu emesso, su conforme richiesta del PM il 16 luglio 1947. A quella data l’ispettore di polizia Ettore Messana, nonostante destituito a seguito delle continue accuse di Girolamo Li Causi, era nel pieno delle sue attività. Con tutta probabilità influì in modo determinante nella stesura del Rapporto giudiziario, anche se questo porta la data del 4 settembre e la triplice firma di Lo Bianco, Santucci e Calandra e cioè tre subalterni che di fronte a una strage di quelle proporzioni non potevano certamente avere agito di testa propria. E Messana non era uno qualunque, ma la persona che Li Causi aveva accusato di essere “il capo del banditismo politico in Sicilia”. Dopo Messana, nessun ispettore generale, si occupò più delle stragi. Su queste premesse l’istruttoria formale fu conclusa con sentenza del 17 ottobre 1948 della Corte di Appello di Palermo che ordinò il rinvio a giudizio di 39 imputati tutti associati alla banda Giuliano.

2.Imputati e testimoni scomodi

La Sentenza che prendiamo in esame riguarda la causa di secondo grado contro Francesco Gaglio inteso ‘Reversino’ e altri 32 individui già condannati per le stragi di Portella della Ginestra e di Partinico (assalti contro le Camere del Lavoro della provincia di Palermo: 1° maggio-22 giugno 1947). Spiccavano tra gli altri Antonino Terranova, inteso ‘Cacaova’, i fratelli Giovanni e Giuseppe Genovese, Frank Mannino, (‘Ciccio Lampo’), Francesco Pisciotta (‘Mpompò)’, Pasquale ‘Pino’ Sciortino, Nunzio Badalamenti. A quella data i principali imputati, poco più che ventenni, erano tutti morti: uccisi in circostanze misteriose, nel sonno, avvelenati, massacrati in conflitti con i carabinieri dei quali poco o nulla si è saputo. Ferreri fu il primo a sparire assieme ad altri testimoni chiave che ci rimisero le penne con lui la notte tra il 26 e il 27 giugno 1947, nello stesso frangente in cui altri membri della banda saltavano in aria su un ordigno (Angelo Taormina, Federico Mazzola, Francesco Passatempo). Giuseppe Passatempo campò poco più di un anno dalla morte di suo fratello Francesco fino a quando non cadde in “conflitto” il 24 novembre 1948; Rosario Candela fu eliminato il 12 marzo 1950 anche lui in un “conflitto” con i carabinieri; Salvatore Passatempo ci rimise le penne in contrada ‘Sparacia’ di Camporeale il 7 agosto 1952; Giuliano ebbe appena il tempo di fare pervenire ai giudici di Viterbo un memoriale da tutti ritenuto scritto sotto dettatura, una settimana prima della sua uccisione, avvenuta come è noto la notte dal 4 al 5 luglio 1950. Seguì poi la messinscena del capitano Antonio Perenze, col morto sistemato nel cortile della casa dell’ ‘avvocaticchio’ Gregorio Di Maria, e col beneplacito di tutti, a cominciare da tre generali di Corpo d’Armata.

– Pisciotta dopo e Salvatore Ferreri prima, entrambi usati dalle massime autorità delle forze dell’ordine in Sicilia, possono essere paragonati – per riferirci a tempi più recenti – a ciò che rappresentò Prospero Gallinari nella vicenda Moro. Come si sa Gallinari era stato fatto evadere dai carabinieri dal carcere di Treviso, un anno prima della strage di via Fani, il 2 gennaio 1977. Essi “speravano, seguendolo, di arrivare a Moretti (il capo delle Brigate Rosse e killer di Moro)”. I risultati di questa operazione ormai si conoscono. Gallinari non fece catturare proprio nessuno perché i carabinieri –scrive Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione Stragi – persero il controllo della situazione.[2] Nel caso di Ferreri, alias Fra’ Diavolo, e di Pisciotta essi non portarono alla cattura di Giuliano e fecero una fine quanto mai tragica. Il primo, già confidente dell’ispettore generale Ettore Messana, non arrivò neanche al momento della consegna del Rapporto giudiziario col quale, il 4 settembre 1947, furono denunciati per strage i componenti della banda Giuliano; il secondo, credendo fino alla fine di essere superprotetto dal generale dei carabinieri Ugo Luca, morì di stricnina nel carcere dell’Ucciardone di Palermo (9 febbraio 1954). Non lo seguì solo Angelo Russo (“Ancilinazzu”, uno dei principali testimoni della vita interna di quella strana banda monteleprina), ucciso nello stesso carcere tre settimane dopo, ma qualche altro come Nitto Minasola, uno dei tramiti tra la mafia di Monreale e i banditi, l’ispettore Ciro Verdiani che aveva avuto amichevoli rapporti con Giuliano, Giacomo Cusumano Geloso che era stato, secondo Pisciotta, il mediatore tra i banditi e Roma. Per non contare le innumerevoli altre morti misteriose di personaggi che con quei banditi, e con certi mediatori istituzionali avevano avuto a che fare.

3.Un processo in regime di guerra fredda

La Corte di Roma si trovò davanti un drappello di banditi dimezzato, e in questo senso ebbe compiti più facili perché fu ripercorso un campo già arato e venne a mancare sia il clima dell’istruttoria palermitana, sia anche l’attenzione che invece c’era stata sul piano nazionale attorno al processo di Viterbo. Gli esiti furono in qualche modo prevedibili: influì forse l’acuirsi del clima della guerra fredda che aveva prodotto nel ’56 l’occupazione sovietica dell’Ungheria, e forse influirono anche le scelte di campo ideologico e politico manifestate da taluno dei ricorrenti. Giovanni Genovese, condannato all’ergastolo nel ’52, fu clamorosamente assolto; altri, come Pasquale Sciortino e Nunzio Badalamenti passarono dall’ergastolo a pene meno severe. Non se ne spiega la ragione perché il primo era stato il ‘beniamino’ di Giuliano e gli altri due erano stati tra i suoi più fedeli collaboratori. Di fatto il Genovese si era professato dichiaratamente democristiano, Sciortino – avevano dimostrato i primi giudici – era stato il capo organizzatore degli assalti contro le Camere del lavoro, il Badalamenti aveva forse assolto a qualche compito di particolare rilievo a tal punto da essere trattato nei confronti degli altri, con un occhio di riguardo. Tutti avevano partecipato alle riunioni organizzative della strage del 1° maggio e tutti, chi più chi meno, erano stati visti nella marcia di avvicinamento a Portella. Queste motivazioni (partecipazione alla riunione di ‘Cippi’, e alla marcia notturna) erano state sufficienti per la Corte romana per confermare l’accusa e mandare all’ergastolo molti imputati, ma non tutti quelli che erano stati condannati a Viterbo. Giovanni Genovese faceva parte, con Vito Mazzola e Tommaso Di Maggio, del ‘consiglio degli anziani’ della banda e la sua assoluzione avrebbe dovuto portarsi dietro valutazioni analoghe concernenti altri imputati. In realtà le cose andarono diversamente. Inchiodati dai ‘picciotti’, elementi racimolaticci che Giuliano aveva assoldato all’ultimo minuto, subiranno un giudizio diversificato. In sostanza i giudici furono per un verso severi, per un altro palesemente influenzati da una clemenza incomprensibile, tanto più quando questa non veniva indirizzata verso taluni che, come Giuseppe Di Lorenzo, avevano avuto il merito di disvelare le modalità degli assalti del 22 giugno contro le sedi della sinistra, consentendo di colpirne gli esecutori. La Sentenza presenta dunque aspetti di novità pur rimanendo nella sostanza perfettamente aderente all’impostazione politico-giudiziaria precedente.

4. L’insorgenza terroristica:

il Fronte antibolscevico e le coperture politiche del covo

Anche se assente, per morte sopravvenuta, Giuliano restò il soggetto principale della scena. Le molteplici connessioni che egli aveva avuto nel suo reticolo sociale e politico, causa principale della sua condotta, restarono su uno sfondo molto sfumato: la mafia e il Fronte antibolscevico, costituitosi a Palermo in via dell’Orologio e col quale Giuliano aveva avuto un sicuro rapporto, non furono neanche presi in considerazione. I giudici respinsero ogni interferenza esterna, e si mantennero ligi alla linea dettata da Scelba, già all’indomani della strage del primo maggio. Lo scelbismo fu il denominatore che legò assieme in un comune atteggiamento, forze dell’ordine e inquirenti, tribunali e governo. Parlando all’Assemblea Costituente il 2 maggio di quell’anno il ministro aveva dettato gli indirizzi fondamentali per polizia giudiziaria e giudici. Aveva detto che quei fatti dovevano essere attribuiti a situazioni e responsabilità locali; che essi non avevano nessuna connotazione politica e dovevano essere circoscritti all’area territoriale nella quale si erano manifestati.

Non è una manifestazione politica questo delitto: nessun partito politico oserebbe organizzare manifestazioni del genere, non fosse altro perché è facile immaginare che i risultati sarebbero nettamente opposti a quelli sperati. Si spara sulla folla dei lavoratori non perché tali, ma perché rei di reclamare un nuovo diritto. Si vendica l’offesa così come si sparerebbe su un singolo per un qualsivoglia torto ricevuto individuale o familiare. La zona in cui si è maturato il delitto tende ogni giorno più a restringersi e non [è] lontano il giorno in cui potrà scomparire del tutto quando le strade e le comunicazioni in genere, le scuole e le trasformazioni fondiarie avranno fatto scomparire le condizioni sociali arretrate che perpetuano l’esistenza di mentalità anch’esse arretrate” (Z/40, 483).

Le indagini giudiziarie non tennero così in nessun conto il fatto che quelle stragi potessero essere state effettuate su commissione, e che pertanto andavano rintracciate tutte le piste possibili. Quella strage doveva rimanere come una sorta di vendetta personale, la risposta di un bandito a un torto ricevuto. Da quella data a oggi nessun tribunale ha mai posto le questioni in modo diverso. Questa è la vera tragedia storica conseguente alla strage. Una tragedia alla cui copertura valsero di più le trame delle complicità e dei silenzi intessute ad alto livello (ministero dell’Interno, apparati investigativi, tribunali, ecc.) che gli appelli alla Giustizia e alla chiarezza che uno Stato moderno e democratico avrebbe dovuto ascoltare.

In realtà si sparava sulla folla per incutere terrore, ricacciare indietro il movimento democratico, evitare che si superasse la soglia di tolleranza, già oltrepassata in Sicilia con la vittoria del Blocco del popolo nelle elezioni regionali del 20 aprile 1947, e perché il superamento già in atto del limite consentito, non servisse da esempio per un Paese in bilico sulle decisioni di Yalta. Molte circostanze che prenderemo in considerazione depongono in questo senso.

Nelle due sentenze ci sono dunque dei vuoti incolmabili. In realtà se si mettono assieme i tasselli che traspaiono qua e là anche nella sentenza che riportiamo, una pista che conduceva attraverso le forze dell’ordine negli USA non solo doveva essere formulata per dovere d’ufficio, ma era anche quella che doveva apparire come la più conseguente e logica, soprattutto rispetto alla natura dei fatti che si erano verificati e al clima generale nel quale gli stessi si erano manifestati.

Giuliano fu il grande schermo protettivo dell’affaire che gli apparati di forza non vollero smantellare. La conduzione dell’operazione non fu difficile. Il bandito infatti fu sempre facile preda di eventi molto più grandi di lui. Fu illuso prima dai separatisti e poi dal blocco eversivo. Commise l’errore di non tenere conto che la fallimentare esperienza separatista che lo aveva visto investito della carica di colonnello di un esercito inesistente e improponibile, non era servita a tirarlo fuori dal vicolo cieco nel quale quella stessa esperienza lo aveva collocato. Ritenne opportuno al contrario accettare la nuova investitura di capo di un esercito questa volta anticomunista perfettamente compatibile col clima generale della guerra fredda e col consenso ampio diffuso tra i ceti reazionari e conservatori verso una politica di contenimento dell’avanzata delle sinistre in Italia. In questa scelta l’avevano convinto quelle stesse persone che nella mandria dei Genovese a Saraceno (Montelepre) avevano dato il via libera alla strage promettendogli l’impunità per sé e i suoi affiliati. Erano – come vedremo- gli anelli occulti di una catena più lunga di quella che poteva dedursi dalla semplice dichiarazione di Giovanni Genovese.

La sentenza che riportiamo ha perciò un duplice valore storico: 1) conferma la perfetta identità tra la posizione governativa scelbiana, la fase delle investigazioni e quella successiva dei processi; 2) rispecchia le implicite scelte dei giudici rispetto alla temperie storica del momento: ignoramento del clima nel quale le stragi si erano verificate nonché delle funzioni assolte dalla mafia, dalle forze eversive e dal blocco agrario interessati a giocare una partita determinante per le sorti della democrazia nel nostro Paese.

Il banco di prova della Sicilia fu la provocazione generale, il segnale che queste forze non erano più disposte a tollerare che si superassero i limiti di guardia fissati. La sentenza riveste perciò un significato storicamente dato: la rimozione istituzionale delle piste obbligatorie che ogni indagine serena e obiettiva avrebbe dovuto assumere già in partenza per accertare i responsabili del collaudo di una matrice stragista che si sarebbe poi riprodotta nei decenni successivi col risultato di una serie di processi senza colpevoli, senza verità e senza giustizia per i familiari delle vittime. Indubbiamente è anche una sentenza peggiorativa rispetto a quella dei primi giudici (Viterbo) e ha come unico oggetto d’attenzione il ricorso in appello di imputati, rei semmai di essere esecutori, in qualche caso anelli di congiunzione tra mondo criminale e mondo politico-mafioso, non già mandanti. Nuoce alla sua imparzialità il carattere asettico, l’assenza di autonomia critica rispetto all’atto di accusa o di approfondimento delle cause di un episodio cruciale che ebbe notevoli ripercussioni nell’opinione pubblica e nella stessa Assemblea Costituente. Quest’ultima sospese i suoi lavori dopo avere approvato all’unanimità un ordine del giorno nel quale si faceva appello alle autorità preposte di individuare i mandanti di quel barbaro eccidio.

Ma l’auspicio non è mai stato raccolto. Il nuovo Stato repubblicano si è così portato dentro di sé, già dal suo primo nascere, un grido di giustizia mai ascoltato, le voci delle vittime innocenti, umili e indifese che hanno reclamato verità, il marchio di un’infamia che è durata per troppo lungo tempo, il disinteresse colpevole delle istituzioni, la torsione della verità, la beffa aggiunta al danno.

Per quanto la sentenza segni un procedimento a senso unico tuttavia traspaiono qua e là elementi di riflessione che i giudici ebbero pure a manifestare su fenomeni esterni alla banda. La mafia è uno di questi elementi. Gli altri sono costituiti dai comportamenti anomali di certi rappresentanti dello Stato. Lasciati ai margini del processo di appello essi risultano significativamente irrilevanti, aspetti di una coreografica sociale utile solo a dare un tocco di colore all’assunto giudiziario. Un tocco quale avrebbe potuto essere quello di chi li contemplava affidandoli più alla sociologia che alla valutazione della magistratura. Così, assecondando questa lettura, la mafia appare come una “necessità” di “ricorrere ad una privata tutela dell’incolumità personale e patrimoniale”(p. 13); per quanto essa riprenda “vigore e potenza” dopo la caduta del fascismo appare agli occhi dei giudici un fenomeno inspiegabilmente incapace di controllare il banditismo e di tenerlo sotto la sua diretta influenza. La contraddittorietà dei giudici si evince dal ruolo che essi attribuiscono in particolare a Calogero Vizzini rispetto alla vicenda separatista e dalla funzione assegnata a Giuliano quale “paladino” di interessi politici che questi avrebbe accolto “egoisticamente” per la sua impunità (p. 26). Non altrettanto esplicita appare questa attribuzione a un blocco politico eversivo del tutto assente nell’analisi dei giudici e di cui la mafia era uno degli elementi di forza. Eppure essi ripercorrono l’esame dei primi giudici a proposito della temperie elettorale del 20 aprile 1947:

A S. Cipirello la propaganda non fu meno intensa che altrove e non mancarono le intimidazioni; a dire di quel sindaco, il capo mafia locale, tal Celeste Salvatore, parlando in un pubblico comizio, avvertì che in caso di vittoria del Blocco del Popolo molto sangue sarebbe stato sparso e tante fosse si sarebbero scavate per i comunisti: i figli non avrebbero ritrovato il padre e la madre; e, secondo il teste Schirò Giacomo, sulle porte delle case dei comunisti si trovarono scritte le parole “morte ai comunisti”, seguite da segni di croce.[3]

Questi e analoghi fatti non furono oggetto di nessuna indagine, come inesistenti furono le attenzioni sui motivi per cui, dopo la strage del 1°maggio, mancò un “coordinato piano” volto ad identificare tutte le postazioni di tiro da cui si era sparato sulla folla:

L’ispezione del costone della “Pizzuta”, da cui si presumeva fossero partiti i colpi, venne compiuta dalla polizia giudiziaria fin dal pomeriggio del 1° maggio; può dirsi anzi che le ispezioni siano state molteplici, in quanto accedettero sul luogo in momenti diversi il ten. col. Paolantonio, il m.llo Lo Bianco ed altri elementi dell’Ispettorato generale di PS, appartenenti ai Nuclei dei Carabinieri di S. Giuseppe Jato e di S. Cipirrello, il Mag. Angrisani, i Commissari di PS Guarino e Frascolla, il s. ten. Ragusa, il m.llo Parrino ed il carabiniere Saler­no, e furono ripetute anche nei giorni successivi; ma o­gnuno vi andò per farsi una propria idea e mancò un coor­dinato piano di azione per la conservazione delle tracce del reato o quanto meno per l’esatto accertamento di esse ai fini dell’identificazione topografica di tutte le postazioni da cui i malfattori avevano sparato; taluni degli investigatori, non ritenendolo compito proprio, non riferirono nulla all’Autorità giudiziaria, altri, distratti da più pressanti incombenze, omisero di esporre in modo completo ed organico i risultati delle loro osservazioni, di tal che il Questore, a sei giorni dal delitto, ritenne opportuno rimandare sul luogo il Commissario Frascolla per compiere un’indagine supplementare e rife­rirne con relazione scritta (V/3°, 421); tuttavia le lacune dei vari rapporti non furono per il momento colmate ed occorrerà attendere il dibattimento per acquisire maggiori elementi di indagine e di valutazione.

Invero con relazione 7 maggio 1947 il S. Ten Ragusa, premesso che nel punto da cui si sparò – quota 940 circa – il Pelavet presenta un crinale costituito da roccioni a picco, informò i suoi superiori di aver identificato, mediante il rinvenimento di: n. 4 caricatori per fucile mitragliatore Breda mod. 30; n. 13 caricatori da sei completi di bossoli esplosi mod. 91; n. 51 bossoli esplosi mod. 91; n. 27 bossoli esplosi per moschetto automatico americano; n.1 cartuccia a pallottola mod. 91; n.1 cartuccia per moschetto automatico americano; n. 2 ginocchiere di pelle di pecora; le seguenti postazioni: 1. una di fucile o moschetto mod. 91 sul primo roccione, in cima, e in posizione dominante; 2. un’altra di fucile o moschetto mod. 91 ai piedi della postazione predetta, in un piccolo avvallamento; 3. una di fucile mitragliatore Breda mod. 30 ed altra di moschetto automatico americano, subito dopo, verso l’alto, a ridosso di un grosso roccione, in una piccola insenatura; 4. una di fucile o moschetto mod. 91 ancora più in alto e sempre più a destra; 5. due di moschetto o fucile mod. 91 dietro le prime rocce basse (D, 66)

A sua volta, con relazione 8 maggio 1947, il Commissario di PS Frascolla riferendo sulla ispezione compiuta la mattina del giorno precedente, espose gli stes­si dati indicati dal s. ten. Ragusa, dal quale, come poi risulterà in dibattimento (V/3°, 408 r), si fece accompa­gnare sul luogo. Egli non si arrampicò fin su i roccioni, ma chiarì, tuttavia, nel suo rapporto, che le postazioni sopra indicate sotto i numeri 1 e 3 erano site rispetti­vamente sul primo roccione “partendo da sinistra” e nel­la piccola insenatura “verso la destra” di chi guarda la “Pizzuta”; confermò che l’ubicazione della postazione so­pra indicata al numero 4 era “sempre a destra” dell’osservatore ed aggiunse che in tale insenatura furono trovati due mozziconi spenti di sigarette americane e della paglia messa là probabilmente per maggiore comodità del tiratore (A, 78).

Dal verbale di rinvenimento e di sequestro delle cose suddette, sottoscritto dal magg. Angrisani e recante la data del 14 maggio 1947 (A, 33), risultano repertati e consegnati all’Autorità giudiziaria bossoli in numero maggiore di quello desumibile dalle predette relazioni, precisamente: n. 78 bossoli esplosi cal. 6,05 in 13 caricatori mod. 91; n. 128 bossoli esplosi cal. 6,05; n. 1 cartuccia a pallottola inesplosa cal. 6,05; n. 52 bossoli esplosi per moschetto automatico americano; n. 1 cartuccia inesplosa a pallottola per la stessa arma; n. 81 bossoli esplosi per mitra Beretta; n. 1 bossolo per fucile inglese (come poi mise in eviden­za la perizia – G, 383 – non tedesco, come fu erroneamente indicato nel verbale); cioè una differenza in più di n. 24 bossoli esplosi per moschetto automatico americano e tutti i bossoli per mitra Beretta che nelle citate relazioni Ragusa e Frascolla non sono menzionati.

Ma è da notare che neanche questi reperti rispecchiano la realtà dei rinvenimenti, che furono di gran lunga mag­giori.

Fin dalla sua deposizione istruttoria del 12 maggio 1947 il s. ten. Ragusa chiarì che il numero dei colpi sparati doveva essere ben più alto di quanto non risultasse dal­la sua relazione avendo altri prima di lui raccolto dei bossoli nella parte bassa del Pelavet (D, 64); ed in seguito, cioè nel dibattimento, preciserà: che i dati esposti da lui si riferivano ai rilievi del 2 maggio (V/3, 358 r); che nella relazione scritta aveva omesso di menzionare altre sei postazioni rinvenute più in basso (V/3429); che le postazioni, intendendo per postazioni l’esistenza di un certo numero di bossoli raccolti in un breve spazio, erano undici e si succedevano ad una distanza di circa cinque metri l’una dall’altra, onde lo spiegamento dei mal­fattori si era esteso per una lunghezza di circa cinquan­tacinque metri (V/3, 409); che, a suo avviso, il numero dei bossoli rinvenuti era di ottocento e più (V/3, 357 r).

Invero di circa ottocento bossoli, raccolti con il suo concorso durante il pomeriggio del 1° maggio sul costone della “Pizzuta”, o, comunque, di un numero rilevante di essi, dirà poi anche il carabiniere Salerno (V/6, 775); e secondo il m.llo Parrino tutti i bossoli rinvenuti dovrebbero ascendere a circa un migliaio senza per altro esaurire tutti quelli esplosi, ché alcuni, essendo caduti nei crepacci della montagna, probabilmente non furono trovati (V/3, 382).

Adunque è manifesto che, purtroppo, da parte di coloro cui incombeva l’onere della conservazione di tali reper­ti non si ebbe la percezione della importanza di essi, come appare anche dalla data di formazione del verbale di sequestro, e non si pose la dovuta cautela nella loro custodia; molti, moltissimi bossoli rimasero presso i vari Nuclei e Stazioni dell’Arma e andarono indubbiamente dispersi; onde quelli in giudiziale sequestro, lungi dallo indicare il numero dei colpi esplosi, valgono insieme con i caricatori a stabilire soltanto che nella consumazione del reato furono impiegate armi ad essi corrispondenti.

Al reperto dei bossoli esplosi e delle cartucce ine­splose deve aggiungersi, per completezza di indagine, quello di quattro proiettili, uno cal. 6,05, gli altri cal. 9, dei quali tre furono estratti dai feriti ed uno fu rinvenuto intriso di sangue per terra sul luogo del­l’eccidio (A, 77; G, 383).[4]

A quanto osservato dai giudici occorre aggiungere per completezza di analisi che nulla si è mai saputo sulle postazioni di tiro dislocate in altri punti circostanti il pianoro di Portella, dai quali non pochi testimoni ebbero a dichiarare di avere sentito provenire gli spari[5]. In questo caso furono completamente omesse le ricognizioni. Fatto assolutamente inspiegabile a fronte della constatazione che solo con gli interrogatori dei quattro cacciatori del 27-29 maggio di quell’anno, gli organi inquirenti ebbero la certezza della partecipazione della banda Giuliano alla strage. Tanto più che questa si era svolta in un territorio che non era mai stato di abituale dimora dei banditi e che le loro tecniche di assalto in epoca separatista avrebbero potuto essere modulate da soggetti che ben conoscevano alcune tecniche operative degli attentati terroristici. Va altresì sottolineato che non risultano effettuate le autopsie sui corpi dei caduti a Portella – come attestato oggi anche dai familiari delle vittime- e che le sole perizie necroscopiche disposte, non erano di per sé sufficienti a dare esaurienti risposte né sull’inclinazione dei tiri né sui punti dai quali fu aperto il fuoco, né tanto meno sull’intera dinamica della strage. Se c’è dunque da chiedersi il motivo di certe omissioni da parte del fronte istituzionale è anche facile argomentare che all’interno di questo operavano forze complementari ai gruppi eversivi e che l’intera vicenda trovava agevole soluzione formale grazie all’insostituibile presenza della banda Giuliano. Se questa non ci fosse stata se ne sarebbe dovuta inventare un’altra disponibile, per vie più o meno indotte, ad essere presente quella mattina di festa e di tragedia, sui roccioni del Pelavet.

– Sul carattere eversivo della strage non ci sono dubbi. L’azione fu infatti immediatamente rivendicata con una lettera anonima dattiloscritta attribuibile al Fronte antibolscevico, ma sottoscritta con la frase “Chi ripudia la dittatura e lotta per la libertà”. Lo stile non è affatto quello di Giuliano, e del resto non c’è traccia alcuna di tale riferimento.

All’Alto Commissario per la Sicilia

Ai Comandanti: La Legione dei CC.RR. e la Questura

e perché lo pubblichino nei loro quotidiani:

“Giornale di Sicilia, Sicilia del Popolo, La Voce della Sicilia, La Regione, L’Ora”-

Palermo

In tutti i quotidiani dell’Isola variamente commentato è stato il “cosidetto eccidio” di Portella della Ginestra. Hanno voluto in ogni modo naturalmente per fare cosa gradita ai “compagni” drammatizzare su ciò che credevano avesse dovuto essere scritto nei “Brevi di nera” di ogni giornale esclusivamente come un episodio semplice. Invece è stata data grande importanza a questo avvenimento. Ed è quello che noi speravamo. Intendiamo mettere in evidenza un fatto di capitale interesse.

E cioè che: in ogni periodo elettorale la Sicilia ha mostrato una grande maturità politica tale da permettere che tutto si svolgesse con la calma più assoluta e l’ordine più perfetto. A fede di ciò parla chiaro l’ultimo periodo pre-elettorale.

Non si poteva però restare indifferenti davanti all’avanzare diabolico della canea rossa la quale allettando con insostenibili e stolte promesse i falsi lavoratori, poiché non sono lavoratori i venditori di fumo, i vagabondi, canea rossa che ha sfruttato e si è servita del suffragio dato da questo tipo di lavoratori per fare della Sicilia un piccolo congegno da servire al funzionamento della grande macchina sovietica.

La nostra protesta dunque suoni monito a coloro che oggi tanto si stanno interessando della questione dei “compagni caduti” poiché se la nostra prima azione si è limitata a così poco, continuando questi rastrellamenti e queste misure restrittive si potrebbe degenerare in cose peggiori a danno evidentemente di coloro, che prese alcune posizioni, non vogliono ravvedersi.

Ci hanno segnalato già i nomi coi rispettivi domicili, di tutte le autorità che stanno attivamente conducendo questa inchiesta sicuri come siamo che non approderanno a nessun risultato positivo e che povera gente gemerà stoltamente, come sempre, in carcere.

Trattandosi di una questione a sfondo prettamente politico consigliamo alla polizia di restare apatica e assente da questa lotta, poiché diversamente, con nostro grande dolore, saremo costretti ad usare le armi anche contro di essa polizia.

Se hanno da vendicarsi vengano i compagni comunisti, con il loro sangue si tingerà di rosso l’azzurro del mare, non mai le candide coscienze del popolo siciliano.

CHI RIPUDIA LA DITTATURA E LOTTA PER LA LIBERTA’!!!!![6]

'I picciotti' non sanno nulla. Aveva ragione

Giuliano disse: 'I picciotti' non sanno nulla. Aveva ragione

La lettera non fu tenuta in alcun conto dai giudici romani, pur essendosi riferiti ad essa per una sorta di doverosa citazione di cronaca (pp. 38-39). Tuttavia si tratta di un documento nodale. Per tre ragioni. La prima: rappresenta l’enunciazione teorica esatta del ricorso alla strage come espediente di lotta politica; la seconda: traspare chiaramente la dottrina del Fronte antibolscevico. Si trattava nei fatti di bloccare la rottura degli argini imposti dal trattato di Yalta (1945) e di evitare che nell’Europa consegnata all’egemonia statunitense insorgessero tendenze di segno opposto. La vittoria del Blocco del popolo del 20 aprile ’47 in Sicilia si muoveva in questo senso, ed era abbastanza evidente che se una regione tutto sommato abbastanza conservatrice andava a sinistra a maggior ragione in questa direzione si sarebbe spostato l’intero Paese. E questo era un dato che nella prospettiva delle elezioni politiche del ’48 doveva essere tenuto presente. Il risultato di quelle elezioni segnò il punto invalicabile, il limite massimo di sopportazione, lungo il processo riformistico che aveva visto imponenti manifestazioni contadine all’attacco del feudo. I gruppi eversivi si resero interpreti delle ansie provocate dalla paura di un imminente pericolo di sovietizzazione dell’economia e della politica, e mostrarono i muscoli.

La terza ragione sta nel fatto che i materiali estensori del documento, presi forse dall’euforia del notevole successo riscosso dalla loro azione (ne parlarono i giornali di tutto il mondo), sottovalutarono l’errore di non attribuire direttamente a Giuliano la strage, lasciando trasparire chiaramente la presenza di una componente eversiva che non poteva essere lasciata allo scoperto. Gli apparati di forza e di sistema, al contrario, erano interessati a rintracciare immediatamente una ‘copertura’ ragionevole, quanto meno nella direzione indicata già all’indomani della strage, dallo stesso ministro dell’Interno. E’ legittima, pertanto, l’ipotesi che le stragi del successivo 22 giugno, siano servite oltre che a proseguire la manovra eversiva a rimediare all’inconveniente. A Carini e Partinico, infatti, subito dopo gli attentati furono rinvenuti a terra dei volantini con i quali Giuliano si attribuiva la responsabilità dei fatti. Ma anche questa volta non pochi dubbi dovevano essere nutriti sull’autenticità del documento. Il volantino, riportato nella prima pagina del ‘Giornale di Sicilia’ del 24 giugno fu composto in qualche tipografia, ma la firma di S. Giuliano è dattilografata, come pure il luogo dove egli dava convegno ai volontari che volevano intraprendere la lotta armata contro i comunisti. Ora non si capiscono le ragioni di segretezza che impedivano di svelare, prima ancora che gli assalti del 22 giugno fossero messi in opera, il luogo dell’adunata e il nome del firmatario dell’appello che chiaramente furono aggiunti dopo che il volantino di rivendicazione fu ultimato in tipografia. Perché non si fa riferimento agli attentati di quel giorno ma a una chiamata alle armi, a una sorta di reclutamento di massa, per dare a quella lotta sviluppo e organizzazione. Ma era possibile che si indicasse pubblicamente il luogo dove quelle intenzioni si dovevano realizzare? E’ immaginabile che l’intera opinione pubblica non si chiedesse cosa ci stessero a fare le forze dell’ordine? E’ ancora d’obbligo chiedersi: – se il nome di Giuliano e il luogo del reclutamento vennero aggiunti a stampatello prima dell’eccidio, e forse nella stessa giornata del 22 giugno, quale motivo aveva impedito che questo fosse fatto prima? Si temevano forse le delazioni del tipografo? Ma queste non avrebbero comunque potuto verificarsi quando il documento sarebbe diventato di dominio pubblico? Si temeva che la nuova strage fosse sventata in tempo o si dovette fare non poca fatica a far accettare a Giuliano che solo come nuovo capo militare poteva farsela franca? Il volantino certamente non fu scritto da Giuliano. Esso in realtà concilia la mai tramontata velleità di Giuliano di essere un capo militare, con l’interesse che aveva il F.A. a diffondere il terrorismo anticomunista al quale il banditismo ben si prestava. A tal punto che non era stato difficile persuadere Giuliano a recarsi il 1° maggio a Portella, con la nuova investitura di capo di un esercito. E’ quello che il bandito intima ai cacciatori presi sotto sequestro: – andate e dite che a sparare eravamo in cinquecento -. Non stranizza affatto dunque che il volantino di cui abbiamo parlato, e che qui sotto riportiamo, sia stato scritto dalle stesse persone che erano intervenute per rivendicare la strage del 1° maggio (“se la nostra prima azione si è limitata a così poco…”). Ma da questa data al 22 giugno esse avevano trovato il modo di persuadere Giuliano a farsi carico non solo degli aspetti militari dell’affaire (trattati e definiti certamente già dal mese di aprile), ma anche della visibilità sociale e ufficiale che essi dovevano avere. Era abbastanza evidente che Giuliano non agiva motu proprio. Il ritrovamento, all’interno dei locali del Fronte antibolscevico di Palermo perquisiti all’indomani del 22 giugno, del volantino di rivendicazione degli assalti è pertanto un’ulteriore prova a sostegno della pista eversiva:

Siciliani

L’ora decisiva è già scoccata!

Chi non vuole essere facile preda di quella canea di rossi che, dopo di averci infangato tradito e turlupinato facendoci perdere ogni prestigio negli ambienti internazionali, cercano ora di distruggere quanto di meglio ancora abbiamo e che ad ogni costo difenderemo, cioè l’onore delle nostre famiglie e quel nobile sentimento che ci lega alla nostra cara terra, che essi ipocritamente camuffati da internazionalisti respingono e detestano, è necessario che oggi si decida.

Quegli uomini che vogliono ad ogni costo buttarci in grembo a quella terribile Russia dove la libertà è una chimera e la democrazia una leggenda, e per i quali, noi che amiamo la nostra Sicilia, dobbiamo sentire sdegno e ribrezzo, debbono essere senz’altro lottati.

Ed io ho assunto questo impegno.

Ma perché ciò riesca è indispensabile che tutti i cari fratelli Siciliani mi seguano per aprire un nuovo ciclo di storia veramente fulgida e gloriosa che dovrà redimerci, rendendoci degni di questa nobile Sicula terra che in ogni tempo ha dato prova di grande maturità democratica e di refrattarietà ad ogni forma di dittatura.

E tra tutte le dittature quella Russa è la più opprimente e schiacciante e perché questa non attecchisca nella nostra isola d’ora innanzi inizierò una lotta senza quartiere contro i comunisti perché possa scomparire dalla vita politica Siciliana questa canea che infanga il nostro nobile suolo dalle tradizioni tanto gloriose, e perché non intendo, e di questo ne piglio formalmente impegno, che la nostra amata terra diventi un misero ordigno della mastodontica [il corsivo nell’originale è riportato in grassetto] macchina sovietica.

Di quella terribile macchina che ha annientato i nostri sessantamila fratelli prigionieri frantumandoli in quegli ingranaggi che si chiamano squallide ghiacciaie della Siberia, lebbra, e tifo, negando così a sessantamila famiglie l’immensa gioia di riabbracciare i propri cari che in terra straniera, come da vivi, non avranno mai pace né una lacrima che inumidirà le loro tombe.

Ai superficiali annotatori della cronaca potrà sembrare strano che sia io a dare il via a questa grande Crociata contro coloro che negano Dio e la famiglia annientando così lo stesso uomo rendendolo senza vita e senza sensibilità.

Volutamente hanno voluto falsare la mia posizione descrivendomi in tutti i modi e tralasciando quello che effettivamente dimostra la ragione per cui io lotto. Da circa quattro anni mi batto senza tregua per la realizzazione di questo grande nobile e generoso sogno; e per rendere la Sicilia ricca fiorente e prospera e farla tornare come prima il migliore Giardino d’Europa.

Per questo ho lottato e lotterò e non mi fermerò se non quando questo sogno non sarà realtà! Chi si sente veramente Siciliano, degno di questo nome e vuole cooperarsi in questa grande battaglia antibolscevica, sappi che c’è un feudo chiamato “SAGANA” dove ho posto il quartier generale.

Ad un secondo mio avviso che farò pervenire alla stessa maniera del presente sono certo che accorrerete numerosi nel suddetto feudo.

Vi prego di venire forniti di documenti di riconoscimento e di stato di famiglia perché possano essere sussidiate le vostre famiglie.

S.GIULIANO[7]

Per la verità non risulta che nei quattro anni precedenti Giuliano avesse mai attaccato un esponente della sinistra, o che egli avesse paventato il fantasma sovietico. Il suo occidentalismo, per quanto rudimentale nella sua concezione, nasce nel ’48. Prima egli era stato un separatista, attratto dalle simpatie dimostrategli da qualche ufficiale delle truppe di occupazione, da esponenti di destra (monarchici) e dell’aristocrazia decaduta. Gli avevano fatto credere che si poteva fare della Sicilia la 49^ stella americana. Aveva così creduto ai separatisti che con Canepa avevano dimostrato che questo movimento aveva una sua trasversalità. E Giuliano, pur professandosi monarchico, non l’aveva tradita. Del resto tra i separatisti c’erano persone di sinistra, ad esempio, Antonino Varvaro, l’avvocato partinicese che aveva fondato il Movimento separatista democratico repubblicano, che certamente non era filoamericano. Varvaro lo aveva difeso nella causa per l’assassinio del carabiniere Mancino, e i Giuliano avevano ricambiato l’attenzione sostenendolo nelle elezioni del 20 aprile ’47. La lettura dei risultati di queste consultazioni a Partinico non lascia spazio a dubbi e conferma il carattere eversivo non solo della strage del 22 giugno, ma anche del 1° maggio precedente. Se il bandito avesse agito per una qualche forma di ritorsione contro un patto non mantenuto da parte della sinistra (e cioè, secondo quanto sostenuto da Pasquale Sciortino, perché la sinistra non fece confluire i voti sui separatisti) non si spiegherebbe il motivo per cui in quel paese, dove il blocco del popolo aveva ottenuto qualche centinaio di voti, mentre i liberali e gli indipendentisti di Varvaro avevano fatto il pieno, si sarebbe dovuto sparare contro il PCI che praticamente rappresentava una presenza assai contenuta.

5. La testa di morto delle squadre d’azione

Il carattere eversivo e squadristico delle stragi fu ampiamente sottolineato dalla stampa nazionale, e non solo da quella di sinistra. Dopo le stragi, i giornali parlarono di aggressioni fasciste. E in questo senso si tennero in tutta Italia imponenti manifestazioni di massa contro il neofascismo. Del connubio eversione/banditismo era una prova evidente il rinvenimento di quel volantino nei locali del covo di via dell’Orologio.

Per quanto la notizia fosse stata data da diversi organi di stampa, né la polizia giudiziaria prima, né la magistratura dopo si presero la briga di accertare i nessi che legavano il nome del bandito all’attività del famigerato Jack Cipolla, capo del Fronte antibolscevico, nonché i finanziamenti ai quali questi attingeva. La notizia del rinvenimento fu presentata nella prima pagina dell’Avanti! (27 giugno 1947) come un colpo di scena e fu commentata in questi termini: “Il nome del bandito serve a nascondere l’organizzazione terroristica con la quale gli agrari sperano di ostacolare l’ascesa democratica del socialismo tra le masse popolari”. Il 26 giugno l’Unità, con un articolo di prima pagina di Maurizio Ferrara, riportava la notizia dello scioglimento del Fronte antibolscevico e dell’arresto del Cipolla, commentando che la polizia aveva trovato nella sede di quel covo uno scarso numero di armi in quanto “i frontisti erano stati messi sull’avviso” da qualcuno che aveva interesse a farlo. Del resto i gruppi eversivi del Fronte non avevano perso tempo e avevano già assunto la denominazione di Fronte d’Azione Italiana. C’era da chiedersi: – chi teneva le fila di tutta l’operazione? Chi pilotava le indagini? E quanto giovò nelle scelte giudiziarie successive l’orientamento ad attribuire le stragi di maggio-giugno ad una iniziativa legata tutto sommato solo alla “reazione siciliana” e al blocco agrario che la fomentava? Lucida e premonitrice fu invece la lettura che dei fatti ebbe a fare Pietro Ingrao:

Nella notte degli attentati –ebbe a scrivere- le vie di Palermo sono state tappezzate di manifestini che portavano la firma di Giuliano e che dichiaravano la guerra al comunismo […] La manovra di mascheratura è così maldestra da fissare senza equivoci il carattere della strage e le responsabilità dei complici e favoreggiatori. Chi ha lanciato 20 ore prima la cortina fumogena intitolata a Giuliano evidentemente doveva sapere qualcosa dei fatti che ci sarebbero stati quella notte. Chi ha organizzato la puerile messa in scena dei manifestini a firma Giuliano ha fornito un’altra prova che i fatti siciliani di domenica avevano dietro una organizzazione ampia e ramificata.

E concludeva:

Attraverso la breccia siciliana si tenta di portare il colpo alla democrazia nel suo complesso: dietro le salme dei lavoratori siciliani assassinati c’è una minaccia per tutti gli italiani amanti della libertà, comunisti e repubblicani, socialisti e democratici cristiani. L’interesse della nazione e della democrazia vuole che l’offensiva fascista in Sicilia sia stroncata in modo esemplare e decisivo.[8]

Li Causi ebbe più direttamente a riferirsi alle responsabilità dell’ispettore generale di polizia Ettore Messana e alla volontà delle istituzioni di non andare a fondo nella vicenda:

Si dovrebbe concludere – scriveva- che l’esistenza del bandito Giuliano è preziosa per il commendator Messana e per le forze politiche a cui egli obbedisce, forze che hanno esponenti altissimi in certi ambienti politici e basi nelle correnti più decisamente retrive del blocco agrario. […] Intanto -continuava- è per lo meno strano notare come, dopo lo scioglimento del ‘Fronte antibolscevico”, nessuna concreta azione sia stata intrapresa per identificare l’organizzazione neofascista, per stabilire i vincoli – di cui siamo assolutamente certi- che legano neofascismo e banditismo sotto la direzione di una unica guida, quella appunto del blocco agrario.[9]

Probabilmente la ‘guida’ era diversa e quel blocco agrario era una delle componenti essenziali di un fronte più vasto, nel clima favorevole che aveva consentito che le stragi fossero attuate e restassero impunite. C’è un ulteriore dato che riguarda Portella.

– Alberto Borruso, contadino, 19 anni, il primo maggio ha l’incarico di trasportare sul suo carro 200 razioni di pane, vino e carciofi per i suoi compagni poveri che avrebbero partecipato alla festa. Giunto sul pianoro, spinge il suo carro un po’ più al di sopra del podio, stacca il mulo e, attaccando alle aste del mezzo ‘spaiato’ una bandiera rossa da un lato e la bandiera italiana dall’altro, per segnalare a tutti il punto di spaccio delle cibarie, in attesa del comizio se ne va a mietere un po’ d’erba, verso il costone della Pizzuta. Sente i primi colpi, avverte il pericolo, vede un individuo che spara sulla folla e “come questi si sposta da un masso all’altro, lo riconosce per Benedetto Grigoli, inteso Troia perché parente della famiglia Troia, da San Giuseppe Jato”.[10] Abita – dice Alberto- “nella via Anime Sante, nei pressi della caserma dei carabinieri. Egli è un giovane di circa trentacinque anni, alto di statura quasi quanto me, che sono piuttosto lungo, snello, di colorito bruno, capelli scuri. Fa il mestiere di ‘firaru’, come diciamo noi in siciliano, cioè il mestiere di colui che compra e rivende animali nelle fiere. Indossava un vestito comune e distava circa cento metri da me”.[11] “Il Borruso – sottolinea il vicequestore- precisa di averlo riconosciuto nettamente, in modo inequivocabile, armato di un fucile mitra col quale sparava continue raffiche”. Una lo prende di striscio. Fa appena in tempo a raggiungere lo zio, Pietro Tresca: “Zio Pietro – gli dice– morto sono, mi hanno sparato”. E così mostra la punta di una scarpa scalfita da un proiettile[12]. E’ un testimone chiave. Nota che gli assassini hanno una bandiera nera che tengono sollevata su una pietra, “come un segnale di morte per la popolazione”, nonchè un uomo a cavallo di una giumenta che guarda la popolazione; forse di vedetta. Nei giorni successivi alla strage, lo portano a Palermo in automobile “dietro invito di un’autorità”. E di lui non si hanno più notizie. E’ la madre, Giuseppa Bono, che denuncia il fatto, il 3 giugno di quello stesso anno davanti al giudice istruttore. E in assenza del figlio è lei a parlare. Si era recata a Portella con la sua numerosa famiglia; un suo figlio aveva preferito andare nel vicino lago a giocare in compagnia di vicini di casa; lei, col marito e Alberto, era andata sui campi, a monte del podio. Seguiva con lo sguardo il figlio che era andato ancora più in alto. Alle prime raffiche lo vede gettarsi per terra e nascondersi dietro un sasso, poi, cessati gli spari, lo cerca disperatamente, lo incontra e sente pronunciare il nome di un assassino. Di fronte al giudice non ha reticenze. Anzi lo avverte “che tutti i testi che si presentano spontaneamente per deporre a favore degli imputati sono tutti falsi”[13]. Aveva torto. Per i giudici furono dichiarate false tutte le testimonianze che deponevano contro i mafiosi locali.

6.Le delusioni di Giuliano, l’occidentalismo e il Patto atlantico

A legittimare l’ipotesi che anche in Sicilia, terra di confine strategicamente significativa, potessero esistere diramazioni di organizzazioni occulte analoghe a quella che si definiva ‘Osoppo’, depongono alcune necessità logiche. Se i gruppi che costituivano questa brigata erano formati da partigiani democristiani rimasti organizzati per combattere il comunismo dopo la caduta del fascismo con l’intento dichiarato della guerra non ortodossa[14], non minore era la paura del ‘vento del nord’ che si avvertiva in Sicilia e per una serie di ragioni. Nell’immediato dopoguerra, si erano sviluppate in Italia diverse ‘organizzazioni parallele’, come l’Associazione partigiani cristiani diretta da Pietro Cattaneo, altrimenti definita Movimento avanguardia cattolica italiana (Maci) attivo fino alla fine degli anni ‘40. E’ del 27 febbraio 1948 una lettera rinvenuta tra gli incartamenti del Cattaneo, nella quale “si fa riferimento a contatti molto stretti che i gruppi cattolici mantenevano con i servizi segreti e l’Arma dei Carabinieri”. Qui importa rilevare non solo la presenza di alcuni ex partigiani nella banda Giuliano (Sciortino e Pisciotta), o nell’area che in qualche modo la controllava (anche Cusumano Geloso aveva fatto la resistenza) ma che sull’intera realtà eversiva della Sicilia, di cui il separatismo era stato il grande denominatore comune, poterono agire strutture parallele “a vario titolo connesse con l’esperienza della guerra partigiana”. Del resto poco chiarita risulta ancora oggi la funzione assolta da alcuni giovani settentrionali (Celestini, Forniz, Trucco) che prima di raggiungere le montagne monteleprine, trovano uno snodo, sembra occasionale, nella sezione dell’ANPI di Partinico. Si scoprirà poi che erano degli infiltrati che riferiranno tutto ai carabinieri.

Scrive De Lutiis a proposito dell’Armata italiana della libertà (Ail), diretta dal colonnello Musco:

“Sull’attività del Musco non esistono notizie certe; si sa solo che nell’ottobre del 1947 egli deposita presso l’ambasciata statunitense a Roma un promemoria riservato contenente l’elenco dei “membri principali del comitato centrale” dell’Ail: sono 35 nomi, fra i quali figurano dieci generali e quattro ammiragli. Alcuni mesi prima, il reverendo Frank Gigliotti, alto dignitario della massoneria californiana e fiduciario dei servizi di controspionaggio statunitensi, aveva detto a Walter Dowling, membro della divisione affari europei del dipartimento di Stato: ‘Ci sono in Italia 50 generali che si stanno organizzando per un colpo di Stato. Sono tutti anticomunisti e sono pronti a tutto’ […] Siamo – continua De Lutiis- nel periodo tra il 1947 e il 1948. Vedremo successivamente che in quegli stessi mesi, al ministero dell’Interno, Mario Scelba e il generale Pièche avevano predisposto una rete di prefetti ‘ombra’ regionali che, in caso di necessità, avrebbero destituito i prefetti legali assumendo tutti i poteri nelle rispettive regioni di competenza”.[15]

Frank Gigliotti era stato agente della sezione italiana dell’Oss (Office of Strategic Service) dal 1941 al 1945 e poi agente della Cia. Egli fu nel 1947 “l’artefice del primo riconoscimento del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, la casa-madre della loggia P2, da parte della prestigiosa circoscrizione del Nord della massoneria degli Stati Uniti”. In quell’anno, durante un incontro avuto con Giuseppe Saragat, in visita a Washington, gli disse di avere incontrato il bandito Giuliano e di “condividere l’uso dell’illegalità e della violenza impiegate da Giuliano contro i comunisti”.[16]

Giuseppe Pièche, generale dei carabinieri, ex capo del controspionaggio del Sim, e già collaboratore dell’Ovra, ebbe assegnata la carica di direttore generale della Protezione civile e dei servizi antincendio del ministero dell’Interno, col primo governo De Gasperi, nel 1946. Egli ebbe una parte non secondaria “nella costruzione di uffici di intelligence al ministero dell’Interno dopo lo scioglimento della polizia segreta fascista e il trapasso di regime”.[17] E’ d’obbligo chiedersi: quale fu sotto l’egemonia dei governi democristiani la principale preoccupazione del ministero dell’Interno? Quali furono gli effetti dell’anticomunismo, assunto dal terzo al quarto governo De Gasperi, come elemento di fondo dell’azione dello Stato? Quali furono i presupposti della futura ‘Gladio’? Quanto e come agirono le forze dell’ordine come elementi di un blocco antidemocratico? Dalla strage di Palermo del 19 ottobre ‘44 a quella di Portella del primo maggio sembra snodarsi un unico filo conduttore; l’uso cioè della forza militare, più o meno direttamente impiegata, o del piombo della mafia per mantenere l’ordine costituito, o per impedire che fossero varcate certe soglie di sicurezza al di là delle quali non era consentito andare. Non lo consentiva il NSC già nel ‘47. A tale proposito scrive il Perrone:

“Quando si parla di mezzi per combattere il Pci, la direttiva del National Security Council (NSC) del 1947, riprodotta nella raccolta a stampa dei documenti diplomatici americani, reca una censura segnalata da alcuni puntini. Tuttavia una ricerca in un archivio periferico, mi ha consentito di reperire l’originale, integro, del documento fondamentale che tratta questo problema.

Nella raccolta a stampa si legge che, per combattere la propaganda comunista, non solo occorre attuare un programma d’informazione, ma bisogna servirsi anche di ‘tutti gli altri mezzi praticabili’. ‘Mezzi praticabili’, nello spirito del documento, deve significare concretamente realizzabili, e non necessariamente legali.

Non sembri questa – chiarisce lo studioso- una mia conclusione arbitraria. Essa deriva invece, dal leggere che, fra i ‘mezzi praticabili’ s’include persino – è questa la parte omessa nella raccolta a stampa dei documenti diplomatici americani, e da me reperita negli archivi di Independence, Missouri- l’uso di ‘fondi non registrati’ (‘unvouchered funds’), quelli che nel linguaggio corrente vengono indicati come fondi neri o sottobanco”. [18]

Qui occorre precisare che se il NSC viene istituito il 26 luglio 1947 come organo di coordinamento della politica militare americana e dei servizi di intelligence (si tratta di un organismo direttamente presieduto dal presidente degli Usa) non per questo in epoca precedente gli interessi di questo paese a frapporre una ‘barriera all’invadenza sovietica’ o a controllare lo sviluppo delle politiche degli Stati potevano essere non sufficientemente presenti. Al contrario. Orientamenti e scelte erano assunti, per conto dei rispettivi governi, dalle armate di occupazione o dai responsabili dell’Office of European Affairs di cui era direttore H. Freeman Matthews. A coglierne la funzione basti pensare che lo stesso De Gasperi – stando a una conversazione tenuta il 16 maggio 1947 tra l’ambasciatore Tarchiani e Marshall- temeva il ritiro delle truppe alleate prima delle elezioni del ‘48, in quanto a suo giudizio ciò non avrebbe giovato allo sviluppo dell’Italia:

“un’aporia, in un ragionamento che asseriva di impernearsi sulla democrazia, mentre negava agli italiani la capacità di determinare i propri affari in assenza della tutela di eserciti stranieri. Nello stesso tempo, un avvilente implorare e confidarsi con la potenza straniera, persino nelle più delicate questioni concernenti la formazione del governo e l’orientamento politico di carabinieri e polizia […] Nell’eventualità di un’insurrezione comunista […] soltanto i carabinieri venivano ritenuti una forza ‘affidabile’ sebbene dislocati per lo più in piccole località”.[19]

Guarda caso era la stessa posizione del NSC secondo il quale il Pci “non avrebbe tentato di assumere il controllo dell’Italia” “finché le truppe americane e inglesi non fossero state ritirate alla data stabilita dal trattato di pace (15 dicembre 1947)”.[20] Ma a parte gli interessi Usa in Italia a trasformare alcuni gruppi dell’antifascismo in attiva organizzazione anticomunista dopo il 25 aprile del ‘45, resta il dato di una azione autogena in questo senso. I soggetti che la promossero utilizzarono inizialmente il separatismo come semplice espediente riuscendo a penetrare all’interno della stessa Arma dei carabinieri. A tale proposito Giuseppe Calandra, nei suoi memoriali, riporta una lettera pervenutagli quando operava come maresciallo presso la stazione di Montelepre:

“Caro collega,

poggiati su gruppi di azione clandestina potentemente armati, sorretti ed alimentati dall’azione del SS. ufficiali del capoluogo e dello stesso Colonnello Comandante che ha preso contatti con i capi dell’organizzazione clandestina è sorta a Palermo la nostra associazione che ha lo scopo di difendersi e difendere la nazione dal pericolo rosso, il comunismo, le cui squadre di azione cominciano a farsi sentire attraverso i recenti assalti alle nostre caserme. E’ necessario perché l’azione risulti legale e non sporadica che tutti si sia coalizzati e che nei grandi come nei piccoli centri si lavori intensamente per sventare il pericolo ricorrendo in casi estremi anche ad azioni violente contro cose e persone.

Da parte tua puoi stare pure tranquillo poiché seppure non ufficialmente per ovvie ragioni il nostro comandante è con noi ed è pronto a darci tutto il suo appoggio se dovesse essere necessario.

Di questo appoggio tu non abuserai pensando che [se] dovessero privarci del nostro colonnello tutta l’organizzazione andrebbe a monte con le reazioni che ti è facile immaginare da parte di chi gli succederà.

Pertanto fai propaganda fra i tuoi dipendenti e fra giorni verrà costà il nostro incaricato che ti porrà a contatto con il capo dell’organizzazione clandestina che opera nella tua giurisdizione d’accordo col quale dovrai lavorare secondo le direttive che ti verranno date.

Fidiamo nella tua riservatezza e nell’azione che saprai svolgere che non mancheremo di segnalare a chi di competenza”.[21]

Il documento non datato ma che si può far risalire ai tempi dell’Evis porta la sigla di una strana Formazione Organica Reali Carabinieri Anticomunista (Forca) che il Calandra interpretò come un tentativo degli ‘amici di Giuliano’ di farlo cadere in disgrazia presso i suoi superiori. Ma gli autori e le intenzioni della lettera erano ben diversi. Lo dimostrano parecchie circostanze: lo stile linguistico, ancora una volta, non è quello di Giuliano; viene indicato un garante nella persona del colonnello comandante dell’Arma; ci si riferisce a un contatto imminente che si sarebbe potuto facilmente riscontrare; si lasciano intravedere collegamenti nazionali (“difendere la nazione dal pericolo rosso”); nel ‘45 si era costituito il Fronte antibolscevico a Palermo; in quell’epoca Giuliano non ebbe mai ad esprimere alcun proposito di lotta contro il comunismo, ma da una dichiarazione di Antonino Terranova nel dibattimento di Viterbo, si evince che Giuliano poteva essere in contatto col Fronte antibolscevico di Palermo già dal febbraio del ‘47. Lo specialista dei sequestri di persona dichiarava: “So che Giuliano qualche volta si recava a Palermo ma non ricordo se nel febbraio 1947 andò nella sede del partito anticomunista”. E più avanti aggiungeva, a proposito dei manifestini antibolscevichi lanciati a Carini e Partinico, durante le stragi del 22 giugno: “Giuliano stesso mi disse che i manifestini gli erano stati portati pronti per essere lanciati”[22]. ‘Cacaova’, come meglio era conosciuto il bandito, in sostanza ammetteva di non ricordare se in quel mese il suo capo fosse andato nella sede di quel partito. Con ciò ammetteva che vi si era recato prima o dopo, testimoniando un legame che certamente si era definito nel frangente delle stragi. Ma che relazione c’era tra il Fronte antibolscevico e quelli che lo stesso Terranova, seguendo l’accusa fatta da Pisciotta, indicava come mandanti delle stragi di maggio-giugno? Sul loro conto (il principe Gianfranco Alliata di Montereale, l’on.Tommaso Leone Marchesano, il deputato monarchico Giacomo Cusumano Geloso e il democristiano Bernardo Mattarella[23]) non si avviò mai a un percorso giudiziario che portasse a qualche conclusione. Eppure l’Alliata – che aveva avuto nel 1945 un’esperienza di prigionia in Egitto e che troveremo poi iscritto in uno degli elenchi della P2[24]– era stato pienamente smentito circa la presunta infondatezza del memoriale datato 9 dicembre 1951 col quale Antonio Ramirez riferiva quanto confidatogli dal deputato monarchico Gioacchino Barbera. Nello studio dell’on. Ramirez si era tenuta una riunione tra Li Causi, Barbera, Ramirez e Montalbano nella quale il deputato monarchico si dichiarava minacciato di morte da parte di Luigi Marchesano. Questi gli avrebbe detto che “se fosse uscito qualcosa, per quel che concerneva i rapporti fra esponenti monarchici e la banda Giuliano, non avrebbe potuto che essere [lui] a propagarla e quindi che stesse in guardia”. E il Barbera, che l’Alliata dà come aderente alla Massoneria, aveva motivo di temere anche in ragione della recente rottura operatasi, proprio nel ‘51, in seno al partito monarchico. C’era poi da chiedersi, rispetto a certe eredità della lotta partigiana in senso anticomunista, quanto avesse pesato l’esperienza dello Sciortino, o quella poco conosciuta dello stesso Cusumano Geloso. Questi, stando sempre alle affermazioni dell’Alliata, “aveva combattuto nella guerra di liberazione a Monte Marrone” ed era stato “un valoroso ufficiale dei bersaglieri”.[25] Si sarebbe potuto partire anche da un nome fornito dallo stesso ‘Cacaova’ quando aveva affermato: “Giovanni Provenzano conosce i nomi dei mandanti”.[26] Neanche il processo contro Provenzano, Licari e Italiano approdò a nulla. Il procuratore generale presso la corte di appello di Palermo il 22 gennaio 1954 avviò un’istruttoria. Ma a distanza di sette anni i cacciatori che si riteneva fossero stati posti sotto custodia del Licari durante la strage di Portella esposero “la grave difficoltà e la scarsa probabilità di potere identificare il bandito”. Fu ordinato lo stralcio degli atti circa il reato di partecipazione a banda armata del Licari, e gli altri furono assolti per insufficienza di prove.[27]

Giuseppe Montalbano sperimentò per primo l’esistenza di un muro di gomma. Nel luglio del 1947, dopo la tragica fine di Ferreri e dei suoi uomini, aveva presentato una denunzia contro l’ispettore Messana “per concorso con Ferreri Salvatore in tutti i delitti da costui commessi a far data dal 1946, dall’anno cioè in cui – come presumeva – l’aveva fatto suo confidente; e chiarì che la denunzia contemplava anche la correità nella strage di Portella della Ginestra dato che il Ferreri aveva partecipato all’organizzazione, preparazione ed esecuzione materiale di essa”. La denunzia non fu trovata e si adombrò il sospetto della soppressione del documento. Fu pertanto chiesta l’audizione del Montalbano e, cosa singolare, la corte di Viterbo alla quale era stata richiesta l’“unione agli atti” della denunzia, ne respinse l’istanza il 5 settembre 1951. Non migliore fortuna ebbe la successiva denunzia del 25 ottobre di quello stesso anno contro il Messana e i monarchici Alliata, Marchesano e Cusumano Geloso. L’effetto fu solo una querela per calunnia degli interessati.

– All’inizio degli anni ‘70, dopo le insistenti accuse dello stesso Montalbano assunte agli atti della Commissione antimafia si riuscì a smuovere qualcosa. Quanto meno ad avere la consapevolezza che risultava impossibile andare al di sotto della superficie delle cose. Evidentemente, sotto il piano ufficiale ve ne era un altro molto sommerso difficile da raggiungere proprio per il carattere sublegale che lo connotava. Il pericolo rosso aveva cementato assieme gli interessi e le paure di molti: dai neofascisti ai monarchici difensori del latifondo, dai democristiani collusi con la mafia agli apparati istituzionali sostanzialmente ancora orientati al vecchio regime e pertanto fibrillanti sotto l’incubo di una possibile era socialista. Ecco perché è importante la testimonianza del Calandra.

L’autenticità del documento che egli ci fornisce e che potrebbe essere letto come atto interno ‘parallelo’ dell’Arma viene confermata da quanto succede in seguito. Ne parla lo stesso maresciallo. Questi -racconta- consegnò la lettera al tenente colonnello Lentini, un filoseparatista, che a sua volta informò la brigata. Trascorso qualche tempo il maresciallo ricevette un’altra lettera con la stessa intestazione. Era la prova evidente che il documento non poteva essere stato scritto da Giuliano. Il testo recitava in questo modo:

“Caro collega,

uno di noi tradendo la riservatezza ha inviato al nostro colonnello comandante la nostra precedente circolare.

Il colonnello ha dovuto fare buon viso a cattivo giuoco e rispondere con una circolare che presto riceverai sconfessando il nostro movimento.

Non impressionarti perché è una pura formalità e ve lo dimostra il fatto che prima della smentita ufficiale vi perviene la presente.

Ripetiamo è una formalità a cui il nostro colonnello non poteva sottrarsi. Uniamoci compatti e partiamo alla riscossa contro il comunismo oppressore. Viva i carabinieri. (Forca)”.[28]

Questa volta il maresciallo distrusse la lettera e a distanza di tempo interrogandosi su “quella misteriosa organizzazione” annotò: “Ancora oggi non ho potuto chiarire a me stesso il significato di quella lettera anonima”.

– Che sullo sfondo delle spinte centriste si fosse venuta a determinare una convergenza di interessi tra neofascismo e famiglie mafiose che in ogni caso sinergicamente pressavano da destra, è un fatto storicamente documentabile. Sappiamo anche che le scelte della mafia furono poi definitivamente orientate per la Dc. Ma la geografia politica del centro-destra non avrebbe trovato un motore collettivo comune, una propria road holding senza il denominatore dell’occidentalismo. Su questo si incontravano o entravano in conflitto diversi soggetti politici, interessati in vario modo a sottrarre spazio alla sinistra e a bloccarne il processo di sviluppo. La partita fu impostata sul piano visibile del gioco democratico e su quello invisibile dei poteri occulti, per altro compatibili al loro interno per le logiche criminali che li accomunavano. Criminali: giacché non potrà mai darsi per giustificato un delitto, né tanto meno una strage, se si danno delle attenuanti alle motivazioni politiche che li determinano.

Che Giuliano fosse attraversato da quel denominatore è dimostrato dal suo atlantismo abbastanza scoperto in una lettera autografa, scritta al suo amico giornalista del Corriere lombardo, Jacopo Rizza. Siamo a oltre due anni dalle stragi del ’47 e il bandito, imprendibile solo per le forze dell’ordine, è convinto di essere un capo di governo. Così lo troviamo alle prese con Stalin e con Truman nonché con i Paesi che – gli aveva detto qualcuno – erano i più esposti in Europa al pericolo dell’infezione comunista: la Francia e l’Italia [nda: si noti che il periodare e lo stile sono ben diversi dai documenti sopra riportati].[29] Non immaginava però che i destinatari delle sue valutazioni non sapevano neanche che esistesse come persona. Ma si sentiva ugualmente al centro del mondo, tradito da Scelba che non aveva voluto capirlo e dagli Usa che sbagliavano a suo avviso politica internazionale. Forse il bandito sperava ancora che l’anticomunismo lo salvasse. Almeno così gli avevano promesso.

In precedenza si era sentito un capo militare, ma adesso, dopo il fallimento del separatismo e della lotta armata contro il comunismo egli si sente investito di un potere politico di altissimo livello. Viveva fuori dal mondo. I giudici romani lo definirono “un delinquente a orientamento paranoico” e certamente bastava una personalità forte, qualcuno che avesse potere, per dargli le illusioni di cui aveva bisogno [la lettera è riportata con tutti gli errori del testo originale]:

Caro Rizza,

Hai avuto un buon viaggio?

Stai bene? Lo augurio. Il poco tempo trascorso a sieme, non mi diede possibilità di concentrarmi bene sul giudizio di alcune cose che desideravo esprimerti e pertanto riconoscendo che il mio dire ti fa piacere, ti ho scritto per pregarti di parlare a lungo di quanto segue. Desidererei che tu scrivessi il giudizio che io ho dato sulla politica generale e particolarmente su quella dell’Italia, in questa maniera.

Cioè che una nuova guerra sarà inevitabile, sulla parte della russia perché c’è la megalomania di partito e di comando, sulla parte dell’america, per la megalomania distocratica a causa che è una nazione ricca, e preferisce la libertà democratica e quindi ne sarà la difentrice.

Critico Stalin che crede pienamente che il mondo ha bisogno della sua ideologia mentre ignora o fa finta di ignorare che non tutti la possono pensare come lui, e che in effetto non tutti i paesi hanno bisogno della sua ideologia, e non in tutti i popoli si potrebbe adottare. Lo odio che per raggiungere la sua meta addopera metodi ingannatrici verso il popolo facendorgli credere il paradiso, mentre in effetto rimarranno sempre schiavi come sempre lo sono stati, asserviti al suo idealismo.

Dalla parte della america critico fortemente il presidente Truman perché con la sua politica ha reso ridicolo lui e il suo popolo mentre quest’ultimo non lo merita, in quanto Truman ha fatto la parte del leone solo quando sapeva che il suo rivale non era in grado di poterlo affrontare.

Cioè quando sapeva che la russia non possedeva la bomba atomica faceva la voce grossa, e non volle acconsentire nel modo assoluto alla richiesta che gli fece Molotof del controllo atomico, quando seppe che anche la russia possedeva l’atomica.

Io naturalmente non so i segreti degli ambienti politici; ma quanto appare, e chiaro che Truman con queste dichiarazione, ha voluto inviare il suo popolo nella via della rassegnazione scaricandosi così una certa responsabilità di fronte al suo popolo, in caso di una guerra, e con il lanciare subito la nota del controllo atomico a voluto fare credere che lui cerca la pace. A suo parere la sua politica non è male, ma è certo pero che molti hanno finito per criticarlo, in quanto per chi lo comprende, il controllo atomico è una cosa molto ridicolo, perché per quanto si atua non è altro che un controllo di carta, a causa che sia la russia che l’america non sono una casa o un palazzo che facilmente si può controllare, ma sono dei vastissimi territori che se si vuole si possono nascondere altro che bombe atomiche. Chi lo afferma che sia di una parte che dell’altra, non si riservano un certo numero di bombe per qualsiasi eventualità? e ben chiaro che basterebero 10 o 20 bombe per distrugere parte dell’america che della russia.

Per me Truman ha perduto la corsa perché sono certo che buon parte del popolo americano lo ha già definito ridicolo come l’ho definito io. Il patto atlantico e la politica italiana. Sulla parte dell’america il patto atlantico è stata, secondo il mio giudizio, una ottima idea, però gli americani non hanno saputo qualificare la situazione dei loro allieati e questa è la causa di qualche colpo di pugnale che loro stessi si preparano nell’eventualità di una guerra. Secondo il mio modo di vedere sia l’Italia che la Francia, non li avrei abandonati, ma neanche li avrei acluso in patto così importante, a causa che la posizione Italiana che Francese è molto critica a causa che metà del popolo è comunista e questo è una cosa molto grave per gli americani, perché se guerra succederà di sicuro questi due ne diverranno un campo di tradimento o un campo di lotta fratricida. Gli uomini del governo Italiano d’altra parte sono ubriachi o megalomatici di grandezza di intelligenza, credono pienamente che con la loro alleanza possano portare l’Italia alla salvezza, non per quanto sono i miei nemici, lo augurio di ragiungere la meta, ma sono certo però che con questa sua qualità di clericalismo presto o tardi porteranno l’Italia alla rovina e lor finiranno assieme con quel chiamato santo del Vaticano, tutti impiccati o fucilati alla schiena, e pensino bene questi signori se la caveranno a fin quanto le cose trascinano così, ma se guerra succede il mio sogno diventa di sicuro realtà.

L’Italia non può sperare nell’avvenire, perché non è un manganello di un Scelba che può spegnere tutte le fiamelli che oggi stanno sempre pronti e si preparano sempre più per accendere il fuoco, solo con la concordia e la comprensione di tutti si potrebbe ragiungere alla meta, meta che di sicuro non si giungerà mai a fino a quando gli Italiani non abandonano queste sporche ideologie più degli altri di questi falsi profeti sporchi pretacchi, che avidi di comando assoluto si hanno venduto Dio facendone della fede, una vera dittatura materialistica, quale ragione vi era formare un partito chiamato democrazia cristiana se tutto il mondo europeo e latino abbiamo tutti una fede? Poveri preti speravate di più ma fra non molto non avranno neanche quello che possedono ora che hanno svelato il segreto della turlupinazione di tutte le credenze divine, potranno cercare di rassegnarsi perché il tramonto del suo partito di politica divina gia è imminente, io credo ad una divinità che non so chi sia, ma oggi pur quelli che pienamente credevano in Dio non credono neanche questi, è il nemico suo non stato ed è il comunismo come loro decantano ma sono stati loro stessi che si sono corrotti nella più spietata concubinazione materiale e morale.

Non lo augurio, ma oggi non credo che una Italia si possa risolvere dallo schiavismo, e da un sfacelo completo, lo crederei solamente se dalla faccia dell’Italia scomparirebbe il comunismo e il clericalismo e si costituisse un governo misto di liberali e social democratici ma che sia un governo o uomini autonomi da ogni ideologia e che addopererebbero una legge nel vero senso sociale. Solo così mi potrei convincere di una pace e prosperità duratura.

Caro Rizza come vede non ho usato tanta polizia nello scrivere perché tu di quanto ho scritto non hai che trarni la sostanza del pensiero, pertanto di prego di cercare di interpretarlo proprio con quel senso con cui è scritto, credo che non mancherà a te. Caramente assieme ai tuoi amici ti saluto.

Giuliano

Come il lettore può constatare traspaiono chiaramente due atteggiamenti, essendo scontato quello contro l’Urss: l’anticlericalismo e la critica contro Truman. I motivi del rancore contro Scelba si possono intuire: molti si erano rivolti al bandito promettendogli di intervenire presso il ministro per la soluzione dei suoi problemi. Tranne le promesse non aveva cavato un ragno dal buco. Ma perché il bandito ce l’aveva anche contro certi ambienti curiali, gli “sporchi pretacchi”, e contro gli Stati Uniti? Che gli avevano fatto credere? E quale ruolo aveva svolto quel frate Giuseppe Cornelio Biondi di cui doveva poi parlare Pisciotta prima di essere ammazzato? Chi è costui? La curiosità spinse l’arcivescovo di Monreale Ernesto Filippi, che certamente non nutriva antipatie per il regime fascista, a chiedere informazioni riservate al patriarca di Venezia Carlo Agostini. Questi si limitò a fornire un succinto curriculum:

Durante la guerra (cioè per alcuni mesi nel periodo dell’invasione tedesca) a Padova, dove io ero Vescovo, rese servigi preziosi. Portato dall’entusiasmo di fare del bene, passò le linee, ma quando stava per rientrare, fu posto dagli Inglesi in campo di concentramento. Dopo guerra fu implicato in una grossa questione di mercato nero e fu per parecchi mesi in carcere.

I suoi superiori lo sospesero, credo perché invitato a rientrare in monastero, non lo fece.

Per quanto riguarda il celibato non credo si possa rimproverargli nulla. L’animo è buono, generoso. Si tratta di uno spostato.[30]

Più dettagliate erano invece le informazioni che il Filippi raccoglieva dall’abate del monastero di S. Giustino di Padova, Timoteo Campi:

In riscontro alla preg.ma di V.E. posso dire – in via assolutamente riservata – che il P. Cornelio Biondi, da circa due anni ha lasciato questo monastero e [è stato] rimandato al suo di Parma.

Quando circa sei anni or sono, fui eletto abate di S. Giustino, lo trovai qui come economo della casa. Durante il periodo di cospirazione lavorò molto specialmente a Padova, liberando dalla fucilazione e dalla fame migliaia di famiglie. E devo dire che, tranne quel brutto spirito di strafare, lavorò bene ed ebbe molti attestati di riconoscenza.

Son circa due anni: i Superiori gli hanno intimato di tralasciare qualsiasi attività e di rientrare nel proprio monastero di Parma. Di fatto non è mai rientrato perché –così ha detto ai Superiori – ha dei grossi impegni e debiti da pagare. Dopo ripetuti inviti e minacce da circa un anno e mezzo è sotto le Censure.

Avendo continuato a trafficare – dicono i Superiori – o a far del bene – come egli dice – nei primi di questo mese [ottobre 1949], la spada di Damocle a lungo pendente gli è caduta sul capo troncandogli la vita. E’ stato espulso dall’ordine benedettino con l’obbligo di deporre l’abito, col permesso benevolo di potersi cercare un Vescovo che potrà scioglierlo dalle Censure quando egli avrà abbandonato il traffico. So che ha accettato e firmato il Decreto di espulsione. Da quanto sopra, V.E. vede chiaro se egli appartiene ora alla nostra Badia. Da due anni in qua l’avrò visto un paio di volte e solo per dirgli di non mettere più piede a S. Giustino e di troncare ogni relazione diretta o indiretta con i miei monaci.

Se V.E. crederà bene di aiutarlo, mettendolo a prova con attenta vigilanza, mentre farà un’opera squisita di carità, avrà a propria disposizione un uomo generoso, di sacrificio fino all’eroismo, abilissimo nel trattare con le Autorità e nel disbrigare le pratiche.

La prego vivamente del massimo segreto di quanto ho detto, di voler leggere nel fondo della verità i miei sensi di gratitudine verso un monaco al quale voglio sempre bene per quello che ha fatto per noi con gravi sacrifici.[31]

Di fronte a quel personaggio oscuro e multiforme, Filippi dovette avere qualche intuizione particolare. Volle acquisire informazioni a tutti i livelli e si rivolse anche alle alte sfere politiche e persino al segretario particolare di Alcide De Gasperi. Da questi non si poteva certo aspettare una rivelazione sui misteriosi uffici che aveva intrapreso o ai quali poteva essere stato destinato quel monaco “spostato”. Il segretario della Presidenza del Consiglio dei ministri, Francesco Bartolotta, gli rispose con un telegramma del 31 ottobre di quell’anno:

Presidente on. De Gasperi ignora completamente persona di cui a Sua lettera 27 corrente et non habet affidato ad alcuno mandato personale alt

Devoti ossequi.[32]

Può darsi che il capo del governo ignorasse persino l’esistenza del Biondi, ma non si possono escludere facilmente due dati di fatto: il primo che Gaspare Pisciotta conosceva perfettamente il monaco benedettino, e il secondo che Giuliano, negli ultimi mesi del ’49, era fortemente ostile all’arcivescovo di Monreale, tanto, che –come ebbe a scrivere – “l’avrebbe voluto appendere a un albero”. Il rancore del capobanda derivava dalle promesse non mantenute e che all’unisono potevano essere state avanzate sia da esponenti democristiani sia anche da personaggi del mondo della Chiesa, o gravitanti attorno ad essa, come il Biondi. Ma sui rapporti Biondi-Pisciotta la questione non poteva certo porsi solo nei termini di una qualche speculazione illegale alla quale entrambi i personaggi avrebbero aderito per naturale tendenza. Stando all’indice di un libro-intervista scritto da Gian Vittorio Mastari, un compagno di cella di Pisciotta, di cui non si ha però traccia, ma che è riportato negli atti desecretati sulla strage di Portella dalla Commissione Antimafia[33], l’interesse di Pisciotta era esplicitamente di carattere politico. Cosa poteva accomunarli? Quale storia e quali fini potevano unirli? La risposta a queste domande potrebbe derivare da alcuni semplici indizi, che costituiscono, però, dati di fatto obiettivi. Padova, ambiente frequentato dal monaco benedettino, era un centro di eversione anticomunista. Qui, il 21 marzo del 1945, in attuazione del piano Graziani, si era costituito il coordinamento della rete clandestina destinata ad operare dopo la sconfitta, ed è tutt’altro che da escludere l’ipotesi che il Biondi, personaggio attivo durante la “cospirazione”, abbia rappresentato una diramazione in Sicilia di quel gruppo eversivo. Secondo l’ideologia di tali gruppi, abbattuto il fascismo restava un secondo nemico da combattere: il comunismo. Nell’isola Pisciotta rappresentava un elemento di spicco in quanto, come egli stesso scriveva alla sua cara Maria, era stato tre anni nei campi di concentramento in Germania e aveva dedicato all’idea di “Patria” la sua stessa vita “dal giorno in cui aveva vestito per la prima volta il grigioverde”.[34] Quale patria e quale Stato avesse in mente sta scritto nella storia del separatismo, un fenomeno che subì gli effetti delle componenti eversive a livello nazionale e siciliano. Sul filo di tale ipotesi, dunque, occorre legittimamente supporre che come i sequestri di persona erano finalizzati in gran parte all’acquisto di armi e munizioni alla vigilia degli attacchi terroristici, allo stesso modo l’attività affaristica e truffaldina del Biondi poteva essere finalizzata ad azioni analoghe e parallele. Quanto il governo ne fosse escluso non è facilmente dimostrabile. Tuttavia è certo che Scelba fu direttamente coinvolto nella vicenda Biondi. I particolari noti solo oggi vedrebbero il ministro responsabile dell’assegnazione dei cinquanta milioni destinati alla cattura del Giuliano al monaco benedettino, il quale li avrebbe utilizzati per una colossale truffa a danno di un commerciante siciliano. Il fatto sarebbe stato presto bloccato sul nascere dallo stesso Scelba.[35] Evidentemente il ministro capì che non poteva rischiare troppo.

Per il resto resta solo da segnalare che quando venne ucciso Accursio Miraglia, grande dirigente sindacale di Sciacca, uno dei delinquenti incriminati per quell’assassinio, si era recato proprio in quei giorni a Padova, e che nel memoriale Ramirez questo delitto era collegato alla strage di Portella.

– Nella lettera di Giuliano a Rizza è, inoltre, molto sorprendente la consapevolezza e la grande preveggenza che Italia e Francia rappresentassero due seri pericoli per l’avanzata comunista in Europa, tanto più che questa era una delle principali preoccupazioni degli Usa. A tal punto che esse dovevano costituire, al tempo di De Lorenzo, uno dei principali scopi del piano cosiddetto ‘Demagnetize’ destinato a bloccare l’avanzata comunista in Francia e in Italia da parte della Cia.

Leggiamo nella breve storia dei servizi segreti redatta dalla Commissione stragi:

I servizi segreti dell’Italia democratica nascono ufficialmente il 1 settembre 1949, sulle ceneri – ma mantenendo in pieno uomini e strutture – del vecchio SIM, il servizio d’informazione militare, nato durante il regime fascista: il suo nome è SIFAR (Servizio Informazioni Forze Armate).

Già nella costituzione del SIFAR c’è qualcosa di anomalo: nessun dibattito parlamentare, ma solo una circolare interna, firmata dall’allora ministro della Difesa Randolfo Pacciardi, repubblicano.

Dalla nascita della Repubblica, l’Italia ha atteso più di tre anni, quindi, per dar vita all’organismo che dovrebbe tutelarne la sicurezza, il tempo necessario a “scaricare” le sinistre dal governo e ad aderire al Patto Atlantico.

Il primo direttore del SIFAR è il generale di brigata Giovanni Carlo Del Re che opera sotto l’esplicita supervisione dall’emissario della CIA in Italia, Carmel Offie.

In carica per tre anni, Del Re viene sostituito nel 1951 dal gen. Umberto Broccoli – l’uomo che – almeno sulla carta – darà l’avvio a Gladio, sostituito, neppure un anno e mezzo dopo, dal gen. Ettore Musco.

Anche Musco, che nel 1947 aveva formato l’AIL (Armata Italiana per la Libertà) – una formazione diretta da militari, sostenuta economicamente e militarmente dai servizi segreti americani, incaricata di vigilare su un’eventuale insurrezione comunista – fu uomo di stretta osservanza CIA e proprio sotto il controllo americano portò a termine l’acquisto dei terreni di Capo Marrargiu, in Sardegna, dove sarebbe sorta la base di Gladio.

Ma è con l’avvento ai vertici del Sifar del gen. Giovanni De Lorenzo che i servizi segreti italiani si trasformano e cominciano a giocare un ruolo preponderante sulla scena politica italiana. La nomina di De Lorenzo non è casuale: a caldeggiarla, con insistenza, è l’ambasciatrice degli USA Claire Booth Luce, ma il generale è uomo molto gradito anche alle sinistre che per anni equivocheranno sui suoi meriti resistenziali.

De Lorenzo assume le redini del SIFAR nel gennaio del 1956. Resterà in carica fino all’ottobre del 1962: quasi sette anni filati, fatto mai accaduto, neppure in seguito, nella storia dei servizi segreti italiani. E’ sotto la gestione De Lorenzo che l’Italia sottoscriverà il piano, redatto dalla CIA, denominato “Demagnetize” il cui assunto è:

<<La limitazione del potere dei comunisti in Italia e in Francia è un obiettivo prioritario: esso deve essere raggiunto con qualsiasi mezzo>>.[36]

Qui occorre rilevare: 1) che Pacciardi era un amico di Carmel Offie; 2) che al momento della nascita del Sifar, personaggi che si muovevano ad alto livello attorno a Giuliano, come l’ispettore Ciro Verdiani, vengono destituiti con la motivazione che frattanto era nata una nuova organizzazione che avrebbe risolto il problema rappresentato da Giuliano; 3) che quest’ultimo, come abbiamo visto, scriveva:

Secondo il mio modo di vedere sia l’Italia che la Francia, non li avrei abandonati, ma neanche li avrei acluso in patto così importante, a causa che la posizione Italiana che Francese è molto critica a causa che metà del popolo è comunista e questo è una cosa molto grave per gli americani, perché se guerra succederà di sicuro questi due ne diverranno un campo di tradimento o un campo di lotta fratricida.

Se si tiene conto del fatto che la lettera al Rizza è degli ultimi mesi del ’49 ci si può rendere conto dei legami diretti che il bandito teneva con ambienti bene informati e tanto rassicuranti da non indurlo nel sospetto che egli era in realtà un manovrato, almeno dall’anno delle stragi. Se ne era reso ben conto Girolamo Li Causi il quale nella seduta antimeridiana del Senato del 23 giugno 1949 espresse le seguenti preoccupazioni:

Immediatamente dopo Portella della Ginestra, onorevole Scelba, noi troviamo presso Giuliano il capitano americano Stern, precisamente l’8 maggio, almeno dalle notizie che egli stesso ci dà, data del proclama che Giuliano affida a Stern perché il capitano americano lo trasmetta a Truman.

Come io ho denunziato in comizi e in diverse occasioni, ora qui in modo formale chiedo a lei, onorevole Ministro dell’Interno: è vero o non è vero che, arrestato un bandito, nella sua tasca è stata trovata una lettera autentica di Giuliano diretta al capitano Stern a Roma, via della Mercede 53 (è la sede della stampa estera) nella quale lettera Giuliano chiede due cose: primo, armi pesanti; secondo dà dei consigli circa il modo di mantenere il legame con l’ufficiale americano? Io le rivolgo questa domanda in modo formale perché desidero che lei ci dica se è a conoscenza di questa lettera oppure no. Quale interesse ha il saperlo? Certamente non per prendersela con Stern! Stern faceva il suo giuoco. Ma perché all’indomani di Portella era da Giuliano il capitano Stern? E come mai Giuliano si permette chiedere a un capitano americano armi pesanti? Quali discorsi sono stati fatti fra loro? E’ logico pensare che il capitano abbia illuso il bandito e questi gli scrive poi una lettera riservata, lettera autentica che è in possesso del Ministro dell’Interno. Allora abbiamo il dovere di chiedere al Ministro Scelba quali passi ha fatto presso l’ambasciatore americano per avere spiegazioni sull’attività di questo filibustiere che collude col bandito al quale promette armi e la continuazione dei rapporti.[37]

La pista indicata da Li Causi si muoveva lungo una direttrice internazionale. Stern è un filibustiere, ma da chi è manovrato a sua volta? E cosa vuole appurare da Giuliano una settimana dopo la strage? Neanche ai giudici romani sfuggì il carattere enigmatico di questa:

La questura notava nel suo rapporto che i connotati del malfattore dall’impermeabile corrispondevano a quelli del capo bandito Giuliano, onde era da ritenere che autori dell’eccidio fossero stati Giuliano e taluni componenti della sua banda; e ad avvalorare l’ipotesi osservava, sulla base di quanto si è innanzi esposto circa l’attività del Giuliano, che questi è un bandito politicante, il quale, come già prima aveva affiancato e sostenuto il movimento separatista nelle sue violente manifestazioni, così aveva intrapreso ora, con l’intento medesimo “di farsi luce e di redimersi dei tristi suoi trascorsi”, la lotta antibolscevica. Poteva avere agito tanto di sua iniziativa, come per mandato allo stato, non era che un’ipotesi, poiché l’omertà che lo circondava non aveva consentito l’acquisizione di elementi concreti (A,132).[38]

Il ricorso ad una inesistente omertà rappresentò un alibi sufficiente per non approfondire. Non erano stati omertosi i contadini di Piana degli Albanesi, di San Giuseppe e San Cipirello quando avevano detto ai giudici quello che sapevano. Rischiarono anzi di essere incriminati per falsa testimonianza, anche se poi una certa ragionevolezza dei magistrati consigliò di affermare che essi avevano parlato sotto la spinta di una suggestione collettiva; non erano stati omertosi i giornalisti che sulla stampa avevano denunciato pubblicamente le responsabilità dei neofascisti e del Fronte antibolscevico. E’ più facile desumere che ci fu un processo di torsione istituzionale che ebbe a monte un’impostazione dell’accusa che escludeva alcuni elementi chiave dell’operazione stragista (persone e circostanze che dovevano essere sottaciute) ed ebbe come effetto l’ingessatura di una verità parziale e insoddisfacente, fuori dalla logica e dalla storia.

7. Da Viterbo a Roma

E’ il caso, ad esempio, della totale rimozione, dal Rapporto giudiziario del 4 settembre 1947 di ogni riferimento alla funzione assolta da Salvatore Ferreri, confidente della massima autorità delle forze dell’ordine in Sicilia, nonostante pluricondannato all’ergastolo. La mettono in evidenza i giudici di Viterbo:

Certamente il rapporto con cui il nucleo dei carabinieri presso l’ispettorato generale di pubblica sicurezza per la Sicilia denunciò gli autori del delitto di Portella della Ginestra e degli assalti alle sedi del partito comunista in più paesi della provincia di Palermo, non può davvero dirsi sia completo.

Attraverso la deposizione del tenente colonnello Paolantonio, resa in dibattimento soltanto, è risultato in maniera più che certa, che egli apprese dal confidente Ferreri Salvatore che a lui potevano essere fornite notizie intorno ai fatti verificatisi a Portella della Ginestra, dai fratelli Pianello. Costoro non furono, invero, larghi di notizie, indicarono però le persone che avrebbero potuto parlare: Gaglio Francesco, ‘Bambineddu’, Badalamenti Francesco.

Dai fratelli Pianello ebbe il Paolantonio la confidenza della loro partecipazione al delitto consumato a Portella della Ginestra, confidenza che egli comunicò agli ufficiali di polizia giudiziaria incaricati delle indagini.

Ora, se i fratelli Pianello furono dal teste Paolantonio indicati come coloro che avevano partecipato all’azione delittuosa (fol.724 verbale dibtt.) dovevano essere essi stessi denunciati all’autorità giudiziaria o, quanto meno, indicati come partecipanti al delitto stesso. Tanto più che di essi fratelli Pianello si parlò dal Di Lorenzo quali partecipi alla riunione in cui si parlò degli assalti alle sedi del partito comunista.

Ed alla manchevolezza del verbale a tale proposito fa riscontro una deficienza nelle dichiarazioni rese dai picciotti e da Gaglio ‘Reversino’ ai carabinieri del nucleo centrale presso l’ispettorato di pubblica sicurezza per la Sicilia.

Così, ad esempio, con esattezza fu rilevato che gli ufficiali di polizia giudiziaria, che si occupavano delle indagini intorno al delitto consumato a Portella della Ginestra, pur essendo venuti a conoscenza che a fornire gli elementi di prova che permisero ad essi di pervenire alla identificazione di coloro che operarono stando fra i roccioni della Pizzuta, erano stati i fratelli Pianello, che avevano preso parte al delitto, omisero di comprendere costoro fra coloro che erano gli autori del fatto delittuoso. Risponde a verità che in tutto il lungo rapporto che si occupa del delitto di Portella della Ginestra e degli assalti contro le sedi del partito comunista non si trova una sola parola relativa ai fratelli Pianello. E la omissione dei fratelli Pianello fra gli autori del delitto di Portella della Ginestra fu elevata da alcuno dei difensori ad argomento talmente rilevante da far dubitare della veridicità del rapporto. Ora, vera la omissione rilevata e lamentata, non è accoglibile neppure la spiegazione che della omissione fu data: la morte dei fratelli Pianello al momento in cui il rapporto fu redatto e trasmesso alla autorità giudiziaria; l’ufficiale di polizia giudiziaria ha un compito soltanto, quello di riferire all’autorità giudiziaria il risultato delle indagini compiute relativamente ad un fatto delittuoso, di riferire le generalità, quando siano accertate, di tutti coloro che alla consumazione del delitto abbiano preso parte, senza ometterne alcuno, anche se questo qualcuno possa essere deceduto. Ma da una siffatta omissione alla affermazione che ciò costituisce argomento per far dubitare della veridicità del rapporto, è una grande distanza.

Altro rilievo fattosi fu questo: risulta che Gaglio ‘Reversino’ e Di Lorenzo Giuseppe furono fermati nel giorno 9 del mese di luglio; che Pretti fu fermato il 3 agosto, Tinervia Giuseppe il 10 agosto, Terranova Antonino di Salvatore e Sapienza Vincenzo pure il 10 agosto e che furono, invece, presentati al giudice, perché fossero interrogati, rispettivamente il 13 agosto i primi due, il 15 agosto il terzo, il quarto il 21 agosto ed il quinto il 21 ed il sesto, pure il 15 agosto. Ora manca fra i numerosi atti del processo qualunque partecipazione alla autorità giudiziaria di avere proceduto al fermo avanti indicato, come manca, per tutti gli altri, anche qualunque richiesta all’autorità giudiziaria per ottenere l’autorizzazione a che fossero mantenute le stesse in stato di fermo. Ed a quel tempo era in vigore la disposizione contenuta nell’art. 2, legge 20 gennaio 1944, per cui lo stato di fermo non poteva protrarsi al di là di giorni sette.

Vi fu, quindi, inosservanza da parte degli ufficiali di polizia giudiziaria di una disposizione di legge posta a garanzia della libertà individuale dei cittadini, la quale, se può subire delle limitazioni rese necessarie dallo svolgimento delle indagini di polizia giudiziaria, non può subirne al di là del tempo stabilito da una norma giuridica che deve essere osservata anche dagli ufficiali di polizia giudiziaria, ma ciò non è sufficiente per fare affermare che il rapporto non risponde a verità.

Manchevolezza fu riscontrata nella mancata indicazione da parte di tutti i picciotti e di Gaglio ‘Reversino’ della presenza alla riunione di contrada ‘Cippi’ dei fratelli Filippo e Fedele Pianello della cui partecipazione al delitto consumato a Portella della Ginestra non è possibile dubitare dopo quanto espose, in dibattimento, il tenente colonnello Paolantonio.

Questi riferì di avere avuto la confidenza da parte dei fratelli Pianello della loro partecipazione al delitto consumato dai roccioni della Pizzuta contro la folla che era riunita nella vallata formata dalle montagne Pelavet e Kumeta, ed è rispondente al vero che nè nelle dichiarazioni dei picciotti, né in quella di Gaglio ‘Reversino’ si trova fatta la loro menzione, mentre tutti, o quasi, i picciotti dichiararono, in dibattimento, che erano da essi conosciuti. Può bene spiegarsi la mancanza della loro indicazione. Può bene darsi che i fratelli Pianello non si siano trovati presenti alla riunione di Cippi e quindi i picciotti e Gaglio ‘reversino’ non potevano accorgersi della loro presenza; ma dalla mancata indicazione dei fratelli Pianello non può farsi derivare che non rispondano al vero le altre affermazioni fatte dai picciotti e da Gaglio ‘Reversino’. Non può essere trascurata un’osservazione fatta da un teste della cui attendibilità non è lecito dubitare e che, per di più, fu il primo a visitare i luoghi da cui si sparò: il capitano Ragusa, in quel tempo sottotenente, comandante del plotone di ordine pubblico di Piana degli Albanesi. Egli disse di aver rilevato, avendo fatto l’ascensione della montagna Pelavet fino al punto da cui fu fatto funzionare il fucile mitragliatore, che ivi si trovava della paglia e delle tracce di sigarette, segno evidente che alcuno aveva giaciuto in quel luogo; possono ivi avere trascorso la notte i fratelli Pianello, da soli o in compagnia di altri, che poteva essere anche il Ferreri, accanto a cui Giuliano aveva posto i fratelli Pianello per sorvegliarne l’attività, quando egli incominciò a sospettare di lui.

Ma è ancora da dire altro: i picciotti possono bene non aver notato la presenza a Cippi dei fratelli Pianello. Va detto, a questo proposito, che la riunione di tutti in contrada Cippi, si ebbe verso l’imbrunire, poco prima che avessero luogo la distribuzione delle armi, il discorso di Giuliano ai convenuti in quella contrada e la formazione dei gruppi per iniziare la marcia che doveva portare tutti a Portella della Ginestra. In quella contrada vi fu, in quel giorno, un continuo andare e venire di persone quindi, può darsi, che i fratelli Pianello si siano trovati presenti in un momento in cui nessuno dei picciotti si trovò presente nella contrada stessa.

E la stessa osservazione va fatta per quanto si riferisce a Ferreri Salvatore, conosciuto con il soprannome di ‘Fra’ Diavolo’ o di ‘Totò il palermitano’. Della presenza di costui fra i roccioni della Pizzuta al momento della consumazione del delitto, non può davvero dubitarsi. Ne parlò prima Terranova Antonino fu Giuseppe, quando riferendo, nell’interrogatorio reso al magistrato intorno agli autori del delitto consumato a Portella della Ginestra, disse che, per debito di coscienza, doveva riferire che al delitto aveva partecipato anche Salvatore Ferreri, oltre a quelli altri che pure indicò. E dello stesso Ferreri, quale autore del delitto di Portella della Ginestra, parlarono, in dibattimento, Gaspare Pisciotta e Mannino Frank. Eppure neppure di costui si trova menzione né nelle dichiarazioni dei picciotti, né in quella di Gaglio ‘Reversino’. Ed anche della mancata indicazione del Ferreri può essere data piena spiegazione: i picciotti dissero tutti, o quasi tutti, di avere notato presenti alla riunione di Cippi, oltre coloro di cui fecero la individuazione, anche “delle facce estranee”, perché non di Montelepre, ed il Ferreri era nativo di Palermo ed ivi residente, come affermò la madre. [39]

I giudici romani non si pongono tutti questi problemi e anzi, riassumendo in poco più di mezza cartella la cronistoria dell’eliminazione del gruppo dei confidenti Ferreri/Pianello, che avevano partecipato alla strage di Portella, attribuiscono a Fra’ Diavolo un’arma che questi non aveva. Il mitra corto cal. 9, matricola Z3296, fu infatti trovato addosso a Vito Ferreri e non a suo figlio, al momento della ricognizione dei quattro uomini uccisi in ‘conflitto’ dal Giallombardo (Vito Ferreri, padre di Salvatore, Antonio Coraci, suo cognato e i fratelli Giuseppe e Fedele Pianello, confidenti questi ultimi del colonnello Paolantonio). Il dato, con tutta la storia che ci sta dietro è interessante, ma non può essere affrontato in questa sede. Per il momento ci basti prendere atto del fatto che quando i giudici romani, riferendosi all’istruttoria penale sulla strage del primo maggio, dicono che essa fu “sollecita e serrata”, omettono di rilevare quanto grave e determinante sia stata, ai fini dell’accertamento della verità, l’omissione dei nominativi di quei confidenti dal rapporto giudiziario come anche l’omissione delle autopsie sui corpi dei caduti. Tuttavia essi non poterono fare a meno di confermare la presenza di Ferreri e dei Pianello all’azione di Portella:

Vera o non la partecipazione di Ferreri Salvatore, detto “Fra diavolo”, alla impresa di Portella – la Corte ritiene che vi abbia preso parte congiuntamente ai fratelli Pianello – sta in fatto che il primo a farne il nome fu proprio Terranova Antonino “Cacaova” (v. n. 46) per confessione stragiudiziale a suo dire, avuta dallo stesso. Giova ricordare che egli fece contemporaneamente i nomi di Giuliano Salvatore, di Pisciotta Gaspare e dei fratelli Passatempo; e nella udienza del 10 maggio 1951 precisò di aver saputo dell’uccisione del campiere Busellini direttamente dal Ferreri (V/2, 99 r).

Ora, se quanto a Pisciotta Gaspare ed a Passatempo Salvatore poté dire di averli indicati per obbligarli alla solidarietà nel processo, nulla precisò quanto al Ferreri, già morto; e, poiché è ben difficile ammettere che questi gli abbia confessato di essere l’autore dell’omicidio, resta valida l’ipotesi che egli ne abbia presenziato l’esecuzione, il che depone per la partecipazione sua e della sua squadra alla strage di Portella della Ginestra.

D’altra parte, mentre nulla esclude, se pure non sia rimasto sufficientemente provato, che Licari Pietro, uno dei più attivi affiliati alla banda, sia proprio colui che custodì i quattro cacciatori ed abbia così partecipato all’eccidio, l’indicazione di Pasquale Sciortino fra i partecipanti risponde a verità, come sarà stabilito in appresso.

Infine, la pretesa falsità dell’accusa fatta da Pisciotta Gaspare nei confronti del Rimi non interessa il processo e dopo quanto or, ora si è osservato, non può venire in considerazione ai fini per i quali è stata allegata.

II. Ciò premesso, la Corte osserva che le prove costituite dalle chiamate in correità acquistano nei confronti dei suddetti imputati risalto e valore decisivi.

Tutti e tre intervennero alla riunione preliminare di “Pizzo Saraceno”, come Mazzola Vito dichiarò alla polizia giudiziaria, e furono presenti all’adunata di Cippi dove vennero notati, oltre che dal Mazzola e da Gaglio “Reversi­no”, da tutti i “picciotti” che resero confessioni stragiu­diziali e da quelli che le confessioni stesse reiterarono al Giudice istruttore. Solo il Pretti ed il Gaglio non fecero più menzione del Terranova negli interrogatori giudiziali, resi rispettivamente il 15 ed il 29 agosto 1947, ma per mera dimenticanza poiché indicarono Mannino Frank e Pisciotta Francesco ed è pacifico che il Terranova si tro­vasse con loro.

Del resto, escluso che si siano allontanati da Montele­pre la sera del 28 aprile – e lo si deve escludere anche perché una sera “di fine aprile” (v. n. 33), che Pisciotta Vincenzo e Buffa Antonino hanno concordemente indicato nel 29 aprile, Terranova Antonino “Cacaova” e Pisciotta Francesco furono con Candela Rosario nella casa della so­rella di costui, Candela Vita – è di tutta evidenza che all’adunata di Cippi non avrebbero potuto mancare. Fu lo stesso Terranova a riconoscerlo quando, all’udienza del 21 giugno 1950, per negare la realtà di detta adunata, dis­se che se avesse avuto luogo egli sarebbe stato uno dei primi ad esserne informato e ad intervenire (R, 88 e segg.).[40]

Essi inoltre si riferiscono alle “perizie sui feriti” che non si sa quando e come furono effettuate se è vero che interpellati oggi i superstiti, a distanza di cinquant’anni, negano di essere mai stati sottoposti a particolari accertamenti. Del resto da indagini di medicina legale condotte nel ‘97 per conto dell’Associazione dei familiari delle vittime Non solo Portella si trova riscontro ad alcune ipotesi inquietanti: la prima, lasciata trapelare dai giudici di Viterbo, è che quel primo maggio a Portella furono esplosi anche colpi di granata, la seconda è che a fare i morti furono soprattutto i mitra cal. 9, armi in dotazione ai Ferreri. Con ciò non resta assolutamente esclusa la responsabilità di Giuliano e degli uomini della sua banda, accusati dai ‘picciotti’ racimolati all’ultimo minuto. Essi funzionarono come una gabbia di sicurezza, servirono all’accusa e furono quasi tutti assolti, pur avendo partecipato alla strage. Per i giudici romani avevano agito sotto la spinta della paura e di un grave danno alla loro incolumità; per la Corte di Viterbo il motivo era stato ben diverso: avevano accettato di sparare per fare ‘carriera’ e per denaro.

8. Depistaggio

Eppure sarebbe bastato che qualcuno si fosse presa la briga di mettere assieme tutti gli indizi obiettivi per capire le imperdonabili pecche che essi facevano risaltare. I giudici non sarebbero stati così sbrigativi e non avrebbero galoppato solo il cavallo del banditismo. E’ vero che fu tentata anche la pista mafiosa, e che questa non portò ad esito alcuno. Ma quanta fatica dovettero fare mafiosi locali e giudici perché le dichiarazioni dei testimoni fossero, ad un certo punto, prive di effetto? Se ci fosse stato qualche dubbio ne avrebbero avuto la riprova con gli atti concernenti la “crociata antibolscevica” che era stata oggetto di separati rapporti all’autorità giudiziaria dei comandi delle singole stazioni dei carabinieri, del comando del gruppo interno dei CC di Palermo e dell’autorità di Ps di Partinico. I fatti vengono descritti con una sorprendente superficialità, ai paragrafi 23-24 della sentenza che riportiamo. Ci sono due individui vestiti da carabinieri che sparano contro la sezione del PCI di Borgetto. Chi sono? I giudici romani non si pongono l’interrogativo, si limitano a scrivere che nessuno dei banditi partecipanti a quell’assalto era vestito da carabiniere (p.57). Il primo maggio del ’47 nei pressi del pianoro di Portella c’è un gruppo di ragazzi che vanno a modo loro a divertirsi. C’è con loro Calogero Caiola, che vede dopo la sparatoria un gruppo di persone che rientrano dal Pelavet. Avverte la forza pubblica, si dà da fare per individuare i colpevoli. Non arriverà alla fine di quell’anno perché qualcuno gli spara. C’è un mafioso di rango, Gaspare Ofria, quando un gruppo di quattro sconosciuti, in mezzo ai quali questi si trova, prende d’assalto la sezione comunista di Partinico. Tra gli aggrediti c’è Leonardo Addamo che colpito tira fuori la sua rivoltella e spara per legittima difesa. Il commissario di Ps locale non si chiede minimamente che ci sta a fare un personaggio come quello dalla parte del gruppo di fuoco e per salvargli la faccia lo elenca tra i feriti nell’assalto. Non si chiede chi sia, finge di sconoscere la sua fedina penale e che egli è braccio destro di Ignazio Soresi, un iscritto alla Massoneria, proprietario di alcune centinaia di salme di terra a Costamanna che i contadini di Piana rivendicavano in attuazione delle leggi di riforma agraria. Gli inquirenti ignorano pure che il comandante dei carabinieri Tranquillo Avenoso, aveva avuto riferito che quel gruppo di criminali provenivano dalla parte di Alcamo e certamente sapevano chi era Ferreri, da chi prendeva ordini e dove abitualmente teneva la sua dimora. Così i giudici romani fecero ricadere tutta la responsabilità di questa nuova strage su Salvatore Passatempo, tolto di mezzo all’indomani della sentenza dei primi giudici, nel 1952. Tanto il morto non poteva più parlare.

Ciò che è grave e ripugna alla coscienza è che essi neghino la corresponsabilità di quanti, mandanti ed esecutori, avevano ordito le stragi del 22 giugno, la cui organizzazione meticolosa risultava a loro stessi dall’attivismo di Pasquale Sciortino, e di quanti, con la complicità delle forze dell’ordine, dovevano rimanere ignoti per sempre. Ma i giudici fecero di più e senza per nulla documentare le loro asserzioni scrissero che nel passaggio dalla strage del 1° maggio ai fatti del 22 giugno i banditi avevano cambiato tattica:

il reato commesso­ a Partinico trova la sua causa esclusivamente nella criminalità sanguinaria del Passatempo, il quale andò oltre e contro la volontà del Giuliano e degli altri parte­cipanti: nella riunione di “Belvedere o Testa di Corsa” fu annunziato un metodo di lotta sostanzialmente diverso da quello attuato a Portella della Ginestra, che così penosa e controproducente impressione aveva suscitato al punto da indurre lo stesso Giuliano a vergognarsi e disconoscere l’azione. Inoltre che dall’attività delittuosa concordata fosse esclusa ogni previsione di danno alle persone, trova conferma particolare nella condotta del gruppo che agì a S. Giuseppe Jato nel quale era lo Sciortino.

Conseguentemente, in accoglimento del relativo mezzo di gravame e in riforma della impugnata sentenza, la Corte stima conforme a giustizia assolvere il Terranova Antonino fu Giuseppe, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Di Lorenzo Giuseppe, Cucinella Antonino e Sciortino Pasquale dalla imputazione di concorso morale nella strage consumata da Passatempo Salvatore a Partinico per non aver commesso il fatto.[41]

Da quali elementi avessero tratto la convinzione che le stragi del 22 giugno non erano in programma non è dato sapere. Certo è che la minuta descrizione delle volontà dei banditi riuniti fatta dal ‘picciotto’ Giuseppe Di Lorenzo depone per l’esatto contrario:

Quindi prese la parola lo Sciortino Pasquale il quale ci spiegò che lo scopo di quella riunione era quello di invitarci a continuare la lotta contro il comunismo, già intrapresa dal cognato Giuliano, in modo da farlo scomparire dalla Sicilia perché, a suo dire, se tale partito avesse preso il sopravvento, saremmo stati tutti rovinati, specie i monteleprini, ricordandoci che erano stati appunto i comunisti a lacerare a Palermo la nostra bandiera separatista. Fece perciò presente che bisognava andare a distruggere tutte le sedi del partito comunista nella zona d’influenza della banda capeggiata dal cognato, in modo da indurre gli avversari di tale partito a fare altrettanto nelle altre province.[42]

A conferma di quanto osservato per Portella, la strage di Partinico è la prova del nove delle complicità nel depistaggio delle ricerche, e non solo – come dicono i giudici romani- la dimostrazione dell’esistenza “di un intimo legame” tra le due stragi (p. 50).

9. Otto morti in un giorno

In ogni caso l’analisi dei giudici romani segue un percorso tutto interno alla banda. Essi appaiono, rispetto ai primi giudici, meno critici, più appiattiti sul rapporto giudiziario del 4 settembre. Se si volessero trovare elementi di approfondimento o di novità rispetto a quell’atto fondamentale, o a quanto i giudici di Viterbo avevano in alcuni punti forse con qualche acutezza di giudizio espresso, si farebbe fatica vana. Stupisce tuttavia la sottovalutazione di certe circostanze che avrebbero dovuto in qualche modo destare sospetti. Il 26 giugno 1947 muoiono di morte violenta otto persone, tutte della banda Giuliano, o a questa legate da situazioni particolari. Sono Salvatore Ferreri, suo padre Vito, suo zio Antonino Coraci, i fratelli Pianello che avrebbero affrontato un conflitto a fuoco con i carabinieri di Alcamo; Federico Mazzola, Francesco Passatempo e Angelo Taormina che saltano in aria – dicono i giudici fondandosi non si sa bene su quali prove certe del fatto – “a causa di un ordigno bellico che stavano smontando”. Ora quei banditi scaltriti non erano dei ragazzini e otto persone morte d’un colpo in circostanze di cui si conoscono solo le versioni ufficiali sono francamente troppe per non cogliere la strana e anomala coincidenza dei fatti. Tanto più che troviamo: tre confidenti delle massime autorità delle forze dell’ordine in Sicilia; due garanti degli accordi che Messana e l’alto commissario Salvatore Aldisio avevano stretto con Vito Ferreri; tre testimoni diretti delle fasi organizzative delle stragi di Portella e di Partinico. In particolare Francesco Passatempo era fratello dei più noti Giuseppe (il ‘boia’) e Salvatore, che secondo l’interrogatorio reso da Giuseppe Di Lorenzo era la persona che avrebbe avuto il compito di eseguire l’assalto contro la sezione del PCI di Partinico (allora sede anche della Camera del Lavoro), in quanto poteva contare su ‘certi amici’ in questo comune. Di Lorenzo non fa i nomi di questi ‘amici’, ma nel paese di don Santo Fleres, mediatore tra i gruppi politici emergenti locali e la criminalità organizzata, essi non potevano che rispondere alle indicazioni o alle volontà di questo capomafia che a dire di Pisciotta era il confidente numero uno di Ettore Messana. E Francesco Passatempo sapeva direttamente come stavano le cose grazie ai suoi fratelli che uno dopo l’altro faranno una fine non meno gloriosa della sua.

L’ipotesi che ci fosse un piano prestabilito per eliminare l’intera banda Giuliano in quel frangente, e cioè a conclusione della manovra terroristica che si era ampiamente dispiegata dal primo maggio al 22 giugno, è una possibile risposta agli interrogativi che si impongono. Può anche darsi che il piano sembrò, a qualcuno che poteva bloccarlo in tempo, troppo azzardato e che quindi esso sia stato corretto e sostituito da un’altra soluzione. Certo è che a quella data furono eliminati alcuni elementi la cui esistenza in vita costituiva un pericolo, riservandosi per gli altri o l’attesa di qualche salutare “conflitto” o la strada del percorso giudiziario.

10. ‘Consiglio degli anziani’ ed emissari mafiosi

All’interno della banda, come si può evincere anche dalla Sentenza, di particolare interesse è la struttura organizzativa. Vi è un ‘consiglio degli anziani’ che la sovrasta e vi sono degli individui, come Remo Corrao, che fanno da intermediari tra la cosca mafiosa dei Miceli e Salvatore Giuliano. Nel consiglio degli anziani spiccano Giovanni Genovese, Tommaso Di Maggio e Vito Mazzola, quest’ultimo cassiere della banda e dei proventi dei sequestri di persona. Erano ancora freschi nella memoria quelli perpetrati a danno di Lorenzo Di Giovanni e Giuseppe Spatafora (15 e 28 marzo 1947) chiaramente messi in opera per il finanziamento della lotta antibolscevica. Il dato è confermato dagli stessi giudici romani che non possono fare a meno di registrare quanto dichiarato da Vito Mazzola ai carabinieri:

che il giorno precedente a tale riunione [nda: Saraceno, 27 aprile 1947], stando col gregge in contrada ‘Fontanazze’, aveva veduto Sciortino Pasquale e Cucinella Giuseppe seduti insieme su di una pietra nei pressi di un casale diroccato; lo Sciortino aveva seco un voluminoso fascio di carte e gli aveva detto che erano dei manifesti per la propaganda contro i comunisti; due giorni dopo Sciortino Pasquale e Badalamenti Giuseppe si erano presentati da lui a ritirare sei milioni di lire circa, che il Giuliano gli aveva dato in consegna con il consueto incarico di custodirli, dichiarando che occorrevano per acquisto di armi e per dare un premio ai nuovi arruolati nella banda (p. 101).

Significativi la partecipazione al sequestro Spatafora di Salvatore Ferreri, e il fatto che i due malcapitati furono tenuti in ostaggio nella famigerata villa ‘Carolina’, nei pressi del cimitero di Monreale, luogo di abituali incontri tra mafiosi, trafficanti d’armi, banditi e mezzadri troppo scomodi per essere tenuti in vita, come i fratelli Pecoraro. Certamente altri personaggi la frequentavano non senza le dovute cautele, dato che il luogo di proprietà dell’arcidiocesi di Monreale, una specie di porto franco, non poteva essere dato in pasto impunemente alla pubblica opinione. Era tuttavia un luogo che rassicurava i banditi a tal punto che Nitto Minasola trovò il sistema di condurvi Frank Mannino e Nunzio Badalamenti facendoli arrestare. Monreale è uno snodo strategico del controllo di Giuliano, col quale i contatti sono assicurati da Remo Corrao. Scrivono i giudici:

Il 15 settembre 1947 il Nucleo Mobile dei Carabinieri di Palermo dopo un movimentato inseguimento nell’abitato di quella città, trasse in arresto tal Corrao Remo fu Pietro, da Palermo, residente a Monreale, uno dei più fedeli gregari del capo bandito Giuliano.

Nella primavera del 1946, esercitando il mestiere di vaccaro nella contrada “Giacalone” di Monreale, il Corrao aveva avuto occasione di conoscere e di frequentare i banditi Passatempo Salvatore, Pisciotta Gaspare e Ferreri Salvatore, che costituivano, se così può dirsi, lo stato maggiore del Giuliano. Questi si soffermava spesso in quel tempo a “Fontana Fredda”, dove trovava pronta assistenza da parte di mezzadri e di campieri, ed in breve il Corrao, avido di danaro e desideroso di mutare posizione, era diventato amico fidato dei componenti della banda, in modo particolare del Giuliano che spesso gli affidava incarichi di fiducia. Sta in fatto che l’attività criminosa gli consentì di venire in possesso di un autocarro Fiat 626 e di una jeep che egli stesso conduceva.

Sulla figura e sulla posizione processuale di Corrao Remo la Corte avrà più volte motivo di soffermarsi, ma è opportuno fin d’ora notare che egli, sposato dal 1945 a Margherita Miceli di Calcedonio, era, per tal vincolo, diventato nipote di Ignazio Miceli e cognato di Antonino Miceli, capo l’uno, componente l’altro della mafia di Monreale, e poté esplicare un importante ruolo di collegamento tra il capo bandito e costoro i quali, come apparirà chiaro più avanti, tennero in pugno le sorti della banda e del suo capo ne furono i protettori fino a quando, mutando programma, non parve loro di scorgere una via di salvezza nel secondare il compito delle forze di repressione del banditismo.

Il Corrao rese ai carabinieri, in data 30 settembre 1947, una lunga e dettagliata dichiarazione nella quale, fra l’altro, negando la propria partecipazione ai fatti di Portella della Ginestra ed agli attentati alle sedi delle sezioni dei partiti di estrema sinistra, affermò di essere venuto a conoscenza, per mezzo di Madonia Castrense, inteso “Titiddu”, che gli uni e gli altri si dovevano al Giuliano e ad elementi della sua banda; il Madonia gli aveva confidato di aver preso parte anche lui all’eccidio del 1° maggio, nonché all’aggressione alla sede del Partito socialista di Monreale ( Z/1, 101).

Conseguentemente, con rapporto 24 marzo 1948, i carabinieri del Nucleo Mobile di Palermo denunziarono Madonia Castrense per concorso nei reati suddetti ( M, 1).[43]

Osservi il lettore il particolare ruolo del Corrao. Egli è in rapporti stretti con Ferreri, confidente dell’ispettore, e con Salvatore Passatempo che i giudici di Viterbo avevano individuato come uno dei quattro aggressori alla sezione del Pci di Partinico. In quanto entrato a far parte della famiglia mafiosa dei Miceli, è un elemento cardine. Lo troviamo in contatto con i confidenti delle forze dell’ordine in momenti cruciali. Alla vigilia della strage del 1° maggio, si reca con la sua jeep in contrada Balletto/Pernice con uno dei fratelli Pianello (confidenti del colonnello Paolantonio) per avvisare Antonino Terranova che l’indomani all’alba deve farsi trovare a Giacalone, dove suo suocero tiene una casa di campagna, frequentata da Pisciotta. Gli stessi giudici di Viterbo non escludono che suo poteva essere l’automezzo visto nei pressi del pianoro di Portella nel frangente della strage. Per i giudici romani invece la sua non è una collaborazione alla realizzazione di una strage, e pertanto lo assolvono per non avere commesso il fatto:

Al Corrao si è accennato più volte nel corso della mo­tivazione che precede (v. n. 41; n. 47; n. 53, II, 6, a) e la Corte non dubita che egli esplicasse in seno alla banda una funzione di primo piano, soprattutto una funzione di collegamento fra il Giuliano e la “onorata” società che era alle sue spalle e che lo sosteneva quale strumento di conservazione di strutture sociali e di mentalità arretrate, che la evoluzione dei tempi andava lentamente trasformando.

Siffatta funzione del Corrao condurrebbe a sospettare che egli avesse avuto una parte rilevante nel delitto di Portella della Ginestra, ma si deve riconoscere che non vi è nulla nel processo che consenta di tradurre il so­spetto in una concreta realtà ove si eccettui l’ordine di radunata portato al Terranova nella contrada “Pernice” quando la strage fu decisa; della quale attività è cenno, soltanto nei motivi della sentenza di rinvio a giudizio, ma non nella contestazione dell’accusa contenuta nel di­spositivo, contestazione ormai cristallizzata, dopo la sentenza di primo grado per difetto di impugnazione da parte del pubblico ministero.

L’esame, adunque, è circoscritto al fatto di concorso materiale nella esecuzione della strage per avere, al fine di uccidere, esploso vari colpi di arma da fuoco sulla folla convenuta il 1° maggio 1947 a Portella della Ginestra, ponendo in pericolo la pubblica incolumità e cagionando la morte, nonché il ferimento di varie persone; ed è d’uopo ammettere che nessuna prova a tal fine si è raccolta, né della presenza di Corrao Remo a Cippi, né tra i gruppi in marcia, o tra i roccioni della “Pizzuta”, o lungo la via del ritorno, e che le pre­sunzioni sulle quali i primi giudici hanno basato la for­mula dubitativa non valgono a costituire neanche un indizio univoco e preciso.

L’astratta possibilità che, possedendo una jeep il Corrao aveva di restituirsi rapidamente a Monreale dopo la strage e di dedicarsi alla corsa dei cavalli, non consente invero di dedurne la probabilità che ciò sia avvenuto, tanto più che due automezzi cui hanno fatto riferi­mento i testi del gruppo Rumore (un’autovettura ed un autocarro) transitarono in direzione di S. Giuseppe Jato (v. n. 13), non di Monreale, e non risulta affatto che uno di essi fosse una jeep.

Neanche l’atteggiamento avuto dal Corrao di fronte al giudice istruttore, dopo la contestazione del reato di concorso nella strage, può assumersi a indizio di colpevolezza: egli negò tutto e, poiché, detenuto per, altri fatti, già aveva preso a simulare la pazzia, conti­nuò nella finzione e si sottoscrisse: “Beniamino raggio del sole”.

Si deve concludere che manca del tutto la prova che l’appellante abbia commesso il fatto attribuito e, conse­guentemente, in riforma della sentenza impugnata, va pronunziata l’assoluzione del medesimo per non aver commesso il fatto. In tal senso ha concluso anche il pubblico mini­stero.[44]

Figuriamoci se potevano essere toccati i Miceli che erano i più diretti gestori della vicenda Giuliano!

– Tutto interno, poi, al versante confidenti/ mafia/ potere politico è l’interrogatorio reso ai carabinieri da Giovanni Genovese, arrestato col fratello Giuseppe a Carini, il 19 gennaio 1949. Le sue dichiarazioni sono esplosive, sconvolgenti. Parla di un preciso mandato pervenuto nella sua mandria di Saraceno durante la riunione del livello più sommerso della banda, essendo presenti i Pianello e Ferreri. Il latore della missiva è Pasquale Sciortino, uno dei personaggi più anticomunisti e politicizzati della banda. E’ visto in molte circostanze nodali dell’organizzazione delle stragi e persino nella marcia di avvicinamento a Portella. Inoltre è un attivo propagandista, e certamente tiene dei contatti col Fronte antibolscevico di Palermo:

Lo Sciortino, acceso separatista, rimase accanito anti­comunista; e tutto conduce a ritenere che, già animatore e propagandista dell’EVIS, non sia stato estraneo a quella propaganda, concepita in funzione di una così detta “crociata antibolscevica” con cui stranamente si pensò di accendere gli animi e suscitare consensi a cri­mini sanguinosi e nefandi (v. n. 17 e n. 24).

Il giorno che precedette la riunione di “Pizzo Saraceno” – probabilmente il 27 aprile, dopo la consegna della lettera al cognato – egli fu veduto in contrada “Fontanazze” da Mazzola Vito in possesso di un voluminoso fascio di carte ch’erano, a suo dire, stampati di propaganda anticomunista (v. n. 41, II, A, c); e la circostanza è credibile sia perché, pur con qualche modifica, fu ripetuta nel primo interrogatorio giudiziale (v. n. 41, II, B), sia perché realmente manifestini a stampa furono poi dif­fusi in occasione degli attentati del 22 – 23 giugno 1947; mentre non è attendibile la ritrattazione, che si palesa un mezzo di ripiego, (v. n. 48, B, VIII) dappoichè è ovvio che, parlando dei fatti di Portella, il Mazzola non aveva motivo di richiamare un episodio dei fatti dell’EVIS.[45]

Inoltre è lui il latore della lettera con la quale si dava il via libera alla strage. Giuliano la lesse ai presenti e disse: “E’ venuta l’ora della nostra liberazione, dobbiamo andare a sparare ai comunisti, il 1° maggio, a Portella”. Anche Terranova sapeva di questa storia e aveva preferito allontanarsi da Montelepre per non ubbidire al capo. Ma questi, come abbiamo visto, lo fa rintracciare tramite Remo Corrao e uno dei Pianello. Anche Genovese si dice contrario; è un membro del consiglio degli anziani e mette in risalto che sparare su donne e bambini, gente inerme, è un’azione indegna. Suggerisce: meglio prendersela con i capi.

Lo stato maggiore della banda al 27-28 aprile è diviso. I Pianello e Ferreri lo sanno e non possono non riferire nulla ai loro referenti dell’Ispettorato. La posta in gioco é troppo alta e questi ultimi non avrebbero loro perdonato un silenzio decisivo. E’ del tutto pacifico dunque che i confidenti riferirono. Sta di fatto che in quella situazione di rottura il piano stragista sarebbe stato destinato al fallimento. Occorreva inventare un espediente per portare tutta la banda sui roccioni del Pelavet e metterla in bella mostra. L’idea venne a Messana che prendendo spunto da quanto dichiarato da Genovese candidamente dichiarerà ai giudici di Viterbo:

DR: Certamente i rapporti con Ferreri iniziarono prima della strage di Portella. Ricordo di avere saputo, attraverso la fonte Ferreri, che Giuliano voleva attentare alla vita dei dirigenti del Partito comunista di Palermo, fra i quali Li Causi. Informai per opportuna vigilanza il questore e fu il colonnello Paolantonio che avvisò direttamente Li Causi.[46]

Ora se si tiene conto del fatto che l’aggancio col confidente Ferreri fu definito a marzo è logico pensare che tale informativa il Messana l’abbia avuto proprio dopo il 27-28 aprile perché fino all’arrivo della missiva dello Sciortino né Genovese né nessun altro avevano mai espresso l’idea di “prendersela con i capi comunisti”. Anzi le intenzioni di Giuliano erano perfettamente collimanti con quanti volevano l’operazione stragista. Fu bloccato dal consiglio di un “anziano” e dalla posizione assunta dal Terranova.

Al giudice istruttore che lo interrogò il 29 gennaio ’49, il Genovese ebbe ad esprimere dettagliate circostanze:

Dichiarò: a) che la mattina del 27 o del 28 aprile 1947 Giuliano Salvatore, Pianello Giuseppe, Pianello Fedele e Ferreri Salvatore erano andati a visitarlo in contrada “Saraceno”, si erano trattenuti in sua compagnia ed avevano mangiato con lui nella mandria; verso le 15 era sopraggiunto Sciortino Pasquale, latore di una lettera, il quale aveva chiamato in disparte il cognato, postisi a sedere a ridosso di una pietra, avevano letto la lettera e confabulato fra loro; egli non sapeva né la provenienza né il contenuto di quello scritto, ma pensava che fosse un docu­mento molto importante perché dopo averlo letto il Giuliano e lo Sciortino l’avevano bruciato con un cerino; fatto questo lo Sciortino era andato via; b) che allora il Giuliano gli aveva chiesto dove fosse il fratello ed, appreso che si trovava in paese affetto da un foruncolo, aveva soggiunto: “è venuta la nostra ora della liberazione, bisogna fare un’azione contro i comunisti, bisogna andare a sparare contro di loro il 1° maggio a Portella della Ginestra”; egli aveva subito osservato ch’era un’azione indegna: si trattava di una festa popolare, cui avrebbero preso parte donne e bambini, e non doveva prendersela con le donne e i bambini, ma con Li Causi e gli altri capoccia e, così dicendo, aveva respinto la proposta; c) che presenti alla discussione erano stati il Ferreri ed il Pianello; il Giuliano era molto riservato, onde egli non chiese, né quello gli avrebbe detto: “chi aveva spronato lui ed il cognato ad organizzare la strage”; pensava, ma la sua era un’opinione personale non sorretta da alcuna prova, che vi fosse stato spinto da qualche partito politico; ignorava l’orientamento politico del Giuliano a quel tempo; poteva dire soltanto che in occasione delle elezioni del 18 aprile l948, avendogli chiesto consiglio circa il partito per cui dovesse votare, il Giuliano aveva risposto: “per la monarchia”; aveva saputo poi che le donne di casa Giuliano facevano propaganda per la monarchia; quelle di casa sua votarono invece per la Democrazia cristiana; d) che nulla sapeva della riunione avvenuta a Cippi essendosi disinteressato di quanto il Giuliano aveva animo di compiere; il 1° maggio si era recato in contrada “Saraceno” presso la mandria allo scopo di crearsi un alibi poiché sapeva della strage che in quel giorno si doveva commettere.

Quindi ripetuto, in relazione all’alibi, il colloquio col Caruso, così come lo aveva narrato ai carabinieri, e precisato nel modo che segue l’appello rivolto ai presenti: “siatene testimoni che io sin da stamattina sono qui insieme a mio fratello nel caso che ci vogliono caricare questa situazione”, concluse asserendo di aver saputo successivamente che con il Giuliano erano andati a Portella della Ginestra il Ferreri, i fratelli Pianello, i fratelli Passatempo e di aver sentito dire che Terranova Antonino “Cacaova” e Mannino Frank “Lampo” non avevano voluto parteciparvi, ma nulla di certo poteva affermare al riguardo (P, 23, 25).

Pochi giorni dopo però, pur senza ritrattare l’episodio dello Sciortino e della lettera del quale non fece menzione, si espresse ancor diversamente: il 14 febbraio 1949, interrogato – in merito alla sua partecipazione alla banda Giuliano, tra l’altro, dichia­rò: “in ordine a quest’ultimo delitto (strage di Portella della Ginestra) fui invitato a parteciparvi verso il giorno 26 – 27 aprile 1947 da Giuliano Salvatore. Venne a trovarmi in contrada “Saraceno” di Montelepre assieme a Ferreri Salvatore e ai fratelli Pianello e mi disse (ero solo, mio fratello era andato in paese) che ormai voleva farla finita col comunismo e voleva cogliere l’occasione della tradizionale festa popolare di Portella della Ginestra, a cui ogni anno partecipano numerosi gli elementi dei partiti di sinistra, per sparare su quella folla. Io feci rilevare che il gesto era inumano perché a quella festa accorrevano tra l’altro donne e bambini; il Giuliano contrariato si allontanò e da quel giorno si fece vedere più di rado”. Quando in seguito ritornò non mi fece più accenno alla cosa che io avevo appreso con disgusto lo stesso giorno, né io ritenni opportuno parlargliene” (Vol. E, proc. pen. per banda armata, fol. 125, 126).[47]

Come membro del ‘consiglio degli anziani’ Giovanni Genovese sa in anticipo il piano di Saraceno, ed analoga cosa dichiarerà Terranova ‘Cacaova’ che ebbe ad anticipare addirittura alla metà di aprile quello che ‘Manfré’ saprà dieci giorni dopo. Ed entrambi hanno degli alibi forti dalla loro parte. Terranova si era dato disperso e Corrao alla vigilia della strage era andato a rintracciarlo con la sua jeep per esporgli – come abbiamo visto- l’ordine di Giuliano. Qui non interessa tanto sottolineare che anche la mafia di Monreale conosceva in anticipo che si sarebbe compiuta una strage, quanto il fatto che la presenza di Fifiddu Pianello in quel fallito incontro a Balletto, come di entrambi i fratelli monteleprini e di Fra’ Diavolo all’incontro di Saraceno, deponeva per una preventiva conoscenza di quanto si stava tramando, anche da parte delle massime autorità dell’Ispettorato regionale di Ps, trattandosi di soggetti che erano al contempo confidenti di primordine e associati alla banda Giuliano. E che i Pianello, subalterni di Ferreri, fossero presenti a Portella, è una certezza anche per i giudici romani:

Nessuno dei “picciotti” ha fatto il nome dei Pianello nonostante che i due banditi fossero noti a molti di loro: Buffa Antonino, Tinervia Francesco, Musso Gioacchino, Sapienza Vin­cenzo, Pretti Domenico, Terranova Antonino di Salvatore, Pisciotta Vincenzo sicuramente li conoscevano (V/4, 478 – 479) e non ne hanno parlato. Non è possibile che a tutti fossero sfug­giti, oppure che tutti li avessero dimenticati; e poiché è certo che i fratelli Pianello parteciparono alla strage, il si­lenzio dei “picciotti” su di loro dimostra soltanto che né Giuse­ppe, né Fedele Pianello furono presenti all’adunata preparato­ria dei partecipanti a quella impresa criminosa. Il che è avvalo­rato dal fatto che i Pianello vivevano abitualmente in Alcamo, avendo ricevuto dal Giuliano l’incarico di sorvegliare il Ferreri del quale più non si fidava, e non avrebbero avuto motivo di risalire fino a Cippi od anche fino a Cozzo Busino per accedere a Portella della Ginestra: è presumibile che il Giuliano avesse dato loro convegno direttamente ai roccioni della “Pizzuta”.

Essi passarono invece per Cozzo Busino al ritorno: dovettero far parte di quel gruppo di undici banditi che procedette al sequestro ed all’uccisione del campiere Busellini e che Acquaviva Domenico vide transitare per la contrada “Presto” dopo l’azione di Portella della Ginestra (v. n. 18), altrimenti non avrebbero potuto indicare, con tanta precisione da farne uno schizzo, la foiba dentro la quale giaceva il cadavere del campiere. [48]

Il cadavere di Busellini, fatto trovare dai Pianello lo stesso giorno degli assalti alle Camere del Lavoro, era un altro indizio inquietante. Non solo per la coincidenza delle date, ma perché il ritrovamento di quel corpo, secondo Terranova freddato da Ferreri nella marcia di ritorno dopo la strage del 1° maggio, stava a indicare che da lì era passata la banda monteleprina, e dimostrava la partecipazione del gruppo Ferreri alla strage attribuendone al contempo la responsabilità a Giuliano. Non è da escludere che non tutti gli uomini della sua banda vi parteciparono. C’erano state delle divisioni e fino a quel momento ognuno sapeva che c’era un ordine di mobilitazione generale. Ma pochi ebbero la consapevolezza della frattura che l’ordine di strage provocò. Certamente non fu accettato supinamente, tranne che da Giuliano, Ferreri e i Pianello che non risulta abbiano manifestato dissensi. Del resto si notano delle discondanze tra i partecipanti alla riunione di ‘Cippi’, i sette gruppi che sostengono la marcia notturna, e i presenti sui due versanti del crinale del Pelavet. Mancano tra gli altri i Genovese e Pisciotta, [49]stando alla ricostruzione degli stessi giudici. Ma mancano anche gli accertamenti topografici su tutte le postazioni di tiro attorno al pianoro di Portella, che certamente i giudici romani sconoscevano, avendo letto malamente le carte, e non essendosi mai recati sul posto, come avevano fatto i primi giudici. Se fossero stati più attenti non avrebbero affermato l’impossibilità di colpire dalla Kumeta, con armi militari, il podio dove parlavano gli oratori. Avrebbero considerato che i tiri potevano provenire anche dal cozzo Rahji i Dxuhait situato ai piedi di questa montagna e ben fornito di una via di fuga verso la masseria Kaggio, dove, in coincidenza con la riunione di Saraceno si erano riuniti i mafiosi di Piana e San Giuseppe Jato. Dunque non furono accertate tutte le postazioni di tiro, ma si ebbe modo di verificare che i conti non tornavano ugualmente:

Nel suo primo memoriale il Giuliano precisò di aver impartito a ciascuno l’ordine di non sparare più di tre caricatori; e benché – come risulta dai reperti – egli ne abbia sparati quattro col fucile mitragliatore, deve ritenersi che la prescrizione risponda a verità e sia stata in via di massima osservata, in quanto è provato per testimonianze di Fortuna Ettore (R, 199), di Marino Salvatore (V/279), e Cuccia Vito (V/5°,638) che l’azione a fuoco si sviluppò sostanzialmente attraverso tre raffiche di armi automatiche oltre a numerosi colpi isolati. Ora, ciò essendo, è agevole osservare che ove a Portella della Ginestra avessero sparato soltanto undici individui dalle undici postazioni ivi rilevate (il dodicesimo custo­diva i sequestrati ed usò di un fucile da caccia) impiegando nell’azione un fucile mitragliatore Breda mod. 30 un moschetto automatico americano, quattro mitra “Beretta” e cinque moschetti mod. 91, poiché ciascun cari­catore conteneva rispettivamente 30, 20, 6 proiettili, si sarebbe avuta nei bossoli di risulta la seguente situazione: fucile mitragliatore cal. 6,05 (30 x 4) n. 120; moschetti mod. 91 cal. 6,05 (6 x 3 x 5) n. 90; moschetto automatico americano (20 x 3) n. 60; mitra “Beretta” cal. 9 (20 x 3 x 4) n. 240; cioè un totale di n. 510 bossoli in luogo degli 800 e più che furono rinvenuti (v. n.15). E qualora si volesse limitare l’indagine ai 341 bossoli sequestrati il conto del pari non tornerebbe: potrebbero considerarsi vicini alle cifre suddette e trovare conforme spiegazione i 206 bossoli cal. 6,05 ma non così gli 81 bossoli cal. 9 per mitra “Beretta”, posto che tre furono le raffiche, senza dire del bossolo per fucile inglese che indica la presenza di un altro partecipante provvisto dell’arma relativa.

Inoltre è interessante notare che, stante l’armamento degli effettivi della banda, una percentuale cosi elevata di moschetti 91 non sarebbe giustificabile se non nel presupposto di un concorso ben maggiore di malfattori armati di mitra e nella ipotesi di partecipanti estranei alla banda.

Si apprende dagli imputati, così detti “grandi”, che gli effettivi della banda disponevano di mitra: “io e quelli della mia squadra – ha detto Terranova “Cacaova” (W/1,75) – eravamo armati di mitra lunghi”; e, se si deve credere a Mazzola Vito, nella imminenza dell’azione di Portella della Ginestra, il Giuliano somministrò agli affiliati alla sua banda nuovi mitra, procurati a mezzo di Pantuso Gaetano, in sostituzione di quelli di vecchio tipo di cui erano provvisti (Z/1, 131). Per le dichiara­zioni rese da Corrao Remo ai CC. (Z/1, 82) risulta che Russo Angelo era munito di un moschetto semiautomatico di marca inglese; e il fatto che tutti i componenti della banda fossero forniti di mitra trova conferma nella depo­sizione del ten. col. Paolantonio (V/6, 711).

Onde è lecito concludere che l’esistenza accertata delle postazioni di moschetto mod. 91, alle quali, per la posizione di uomini e per la situazione dei luoghi, potettero convergere bossoli provenienti da più armi della stessa specie, denunzia sicuramente la presenza tra i roccioni della “Pizzuta” anche di persone che alla banda non appartenevano.

Gli accertamenti generici non vi contraddicono: non vi è certezza che tutti i punti da cui fu aperto il fuoco siano stati identificati, anzi può dirsi che il processo offra la prova del contrario; nulla si conosce intorno alla ubicazione degli 81 bossoli per mitra “Beretta” sequestrati; e nessuna indicazione esiste dei rimanenti (800 – 341) 459 bossoli che pure furono rintracciati, dappoiché – e lo si è visto – da più fonti si apprese nel dibattimento che i bossoli esplosi erano oltre ottocento.[50]

In altre parti della sentenza i bossoli vengono fatti ammontare a oltre mille, non contando tutti quelli che erano andati a conficcarsi nella terra o che erano andati a finire negli anfratti, tra le rocce. Si ha pertanto la percezione esatta del grande fuoco d’artificio, dell’imponenza della massa di fuoco che si scaricò sul pianoro, senza gli effetti tuttavia di un bilancio di morti e di feriti ancora più pauroso di quello che si registrò in quella mattina di fuoco e di tragedia. A fronte di tale enorme divario la spiegazione che non ci fu un maggior numero di morti perché dopo i primi colpi i banditi dovettero aggiustare il tiro, o perché il dislivello tra punti di fuoco e bersagli era tale da non consentire che i colpi avessero il loro effetto mortale, è una trovata priva di ogni e qualsiasi credibilità. E’ più onesto e ragionevole affermare che tutti sentirono fischiare le pallottole al di sopra delle loro teste (come affermarono di fronte ai giudici i carabinieri presenti quella mattina e numerosi altri testimoni) e che, ad un certo punto, qualcuno si inserì nel fuoco d’artificio e, sicuro delle protezioni che aveva, eseguì degli ordini ai quali non poteva sottrarsi.

11. I capisquadra sapevano

La struttura piramidale della banda non consentiva a tutti di venire a conoscenza delle verità più nascoste, anche se tutti la sera della vigilia della strage (come in modo analogo succederà il 22 giugno) vennero informati dell’obiettivo immediato da raggiungere. Ferreri e Pisciotta certamente conoscevano alcune cose sui mandanti; potevano essersene fatta un’idea; ma quest’idea non poteva che arrivare fino ad un certo punto. Essi però erano soggetti il cui grado di rassicurazione dipendeva anche da loro a tal punto che non potevano permettersi di compromettere inutilmente i benefici di cui i loro protettori, anche a costo di rischiare, erano stati elargitori e garanti. Tutto dipendeva da come si comportavano. Anche Terranova ‘Cacaova’ sapeva molte cose. Scrivono i giudici di Roma:

I. Il primo a far cenno della esistenza di mandanti fu Terranova Antonino, inteso “Cacaova”: diversamente da quanto aveva dichiarato prima (v. n. 48, II), nelle udienze del 10 e dell’11 maggio 1951 egli disse che il Giuliano, nel parlargli tra il 18 ed il 20 aprile 1947 dell’azione divisata contro i comunisti, aveva fatto anche i nomi dei mandanti, nomi che ora più non ricordava, ma che avrebbe cercato di ricordare se altri non fosse stato in grado d’indicarli; ed aggiunse di aver saputo in seguito dallo stesso Giuliano che a disporre gli assalti alle sedi comuniste erano stati i medesimi mandanti che avevano voluto la strage di Portella; inoltre il Giuliano gli aveva detto pure che, se nelle elezioni politiche del 1948 la Democrazia cristiana avesse riportato vittoria, sarebbero stati tutti liberi, quale che fosse il numero dei reati sino allora commessi e, nel caso contrario, con l’aiuto degli stessi mandanti si sarebbero rifugiati in Brasile.

II. Ma, dopo coteste prime caute avvisaglie del Terranova. nelle udienze dal 14 al 17 maggio 1951 e successive Pisciotta Gaspare sviluppò con audacia senza pari la sua difesa pur tra incoerenze e contraddizioni.

Disse che ad ordinare la strage di Portella della Ginestra erano stati l’on. Bernardo Mattarella, l’on. Tommaso Leone Marchesano e il principe Gianfranco Alliata: dopo l’avventura separatista il Giuliano gli aveva detto che la Democrazia cristiana ed il Partito monarchico, in caso di vittoria alle elezioni (e mantiene l’equivoco sulla data e natura di esse) avevano promesso loro l’impunità, ed, in caso contrario, l’emigrazione in Brasile, nelle terre del principe Alliata; aveva tentato di dissuadere il Giuliano dal mettersi con costoro perché l’avrebbero tradito al pari dei separatisti, ma non gli aveva dato retta. Personalmente non aveva mai visto né il Mattarella, né il Marchesano, né l’Alliata, conosceva soltanto l’on. Giacomo Cusumano Geloso che fungeva da “ambasciatore tra la banda e Roma”; tuttavia aveva assistito a quattro riunioni tra i predetti e il Giuliano avanti il 1° maggio 1947: precisamente ad Alcamo presso le case nuove, a Bocca di Falco in casa del mafioso Ernesto Mirasole [nda: leggi Minasola], a Passo di Rigano ed in contrada Parrino, ma or dicendo di avervi preso parte (V/2, 216 r), or di non esservi intervenuto, essendo rimasto, unitamente ad altri della banda, a circa 500 metri dall’abitato, dove l’incontro avveniva, per guardare le spalle al capo bandito (V/2, 222), ed or di essere stato presente soltanto ai convegni avuti dal Giuliano con il Cusumano Geloso e non pure a quelli avuti con l’Alliata, Marchesano ed il Mattarella, cui non era intervenuto poiché ad essi non si interessava (V/7°, 870 r). Un colloquio aveva avuto il Giuliano col Mattarella e col Cusumano Geloso, a Parrino, anche dopo le elezioni del 1948, per chiedere l’os­servanza dei patti, al quale colloquio avevano partecipato il mafioso Albano Domenico di Borgetto, Provenzano Giovanni da Montelepre Costanzo Rosario da Terrasini, nonché vari componenti della banda tra cui lui, Terranova Antonino, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, i fratelli Passatempo, Licari Pietro e Sciortino Giuseppe; e sapeva che il Mattarella ed il Cusumano Geloso eransi recati a Roma per provocare la concessione dell’amnistia, senza alcun risultato positivo, per l’opposizione del ministro on. Scelba che aveva detto di non voler trattare più con i banditi. Dopo di allora l’on. Mattarella non si era più visto ed il Giuliano, risentito, aveva ordinato il sequestro della famiglia di lui residente a Castellammare del Golfo.

Sostenne che la lettera menzionata da Giovanni Genovese era stata consegnata allo Sciortino dal Cusumano Geloso e che, secondo questi gli aveva detto, proveniva ed era sottoscritta dal ministro Scelba; non rispondeva a verità che fosse stata bruciata: si trovava presso Sciortino Pasquale, in America, ed egli, avendogliela il Giuliano fatta vedere, era in grado di ripeterne il contenuto che poteva riassumere presso a poco così: “caro Giuliano, noi siamo sull’orlo della disfatta del comunismo, col vostro e col nostro aiuto possiamo distruggere il comunismo, qualora la vittoria sarà nostra, voi avrete l’impunità su tutto”.

Ed asserì che il Cusumano Geloso, cui, dopo la morte del Giuliano, si era rivolto perché intervenisse a suo favore presso il principe Alliata, gli aveva promesso 50 milioni di lire ed il passaporto per emigrare in Brasile, nelle terre del suddetto principe, dove avrebbe fatto il gran signore, ma egli ne aveva condizionato l’accettazione alla celebrazione del processo per i fatti di Portella della Ginestra, nel quale, ai fini di giustizia, si sarebbe dovuta dire tutta la verità.

Affermò che “banditismo, mafia e polizia costituivano in Sicilia una trinità” e che il banditismo avrebbe potuto essere distrutto fin dal 1947 se l’Ispettorato generale di PS l’avesse voluto: egli stesso era stato in rapporti con l’ispettore generale Messana che, tramite il Ferreri inteso “Fra Diavolo”, gli aveva fatto avere nel maggio 1947 un tesserino di libera circolazione, con facoltà di portare armi, intestato al nome di Faraci Giuseppe; egli ed il Ferreri avevano il compito di sopprimere il Giuliano ove fosse passato al comunismo. Anche l’ispettore generale Ciro Verdiani aveva avuto rapporti con lui e con il Giuliano. Più volte il Verdiani si era incontrato, con loro: una volta a Giacalone quattro o cinque giorni prima dell’eccidio di Bellolampo; un’altra a Castelvetrano la sera del 24 dicembre 1949 nella casa campestre di Marotta Giuseppe, dove, rilevato allo scalo ferroviario di Marsala, il Verdiani era giunto in compagnia di Ignazio ed Antonio Miceli, di Domenico Albano e del Marotta stesso portando un panettone e del vino marsala che erano stati consumati da tutti insieme, prima che l’ispettore si appartasse a discutere col Giuliano; ed infine a Catania dove s’era incontrato con lui e con l’Albano.

Rivelò che di due tesserini di riconoscimento per libera circolazione, con facoltà di portare armi, (in sostituzione di quello avuto dal Messana) lo aveva munito pure il col. Luca, al cui servizio si era posto, per cooperare con lui alla cattura od alla uccisione del Giuliano, quando si avvide che era uomo capace di sopprimere il banditismo; tesserini rila­sciati ambedue sotto il falso nome di Faraci Giuseppe l’uno con fotografia a firma del predetto col. Luca, l’altro senza foto­grafia a firma congiunta del medesimo e del Questore Marzano.

Palesò che Verdiani soleva comunicare con il Giuliano tramite Ignazio Miceli, cui appoggiava le sue lettere, ed il Giuliano, dopo averle lette, usava il sistema di passarle a lui affinché le riconsegnasse al Miceli per la custodia; ed aggiunse che sapeva, per avere intercettato lo scritto, che il Verdiani, cui egli aveva rifiutato ogni collaborazione per la cattura e per la eliminazione del capo bandito, aveva tentato d’informare il Giuliano dei suoi contatti con il col. Luca.[51]

Le circostanze che emergono dalle affermazioni di Pisciotta e Terranova non sono del tutto campate in aria. Andavano solo vagliate e riscontrate attentamente. Anche le reticenze del secondo si sarebbero dovute spiegare, così come avevano fatto i giudici di Viterbo. A questo proposito essi tennero in considerazione il fatto che nella struttura gerarchica della banda, ‘Cacaova’ era sì un caposquadra, ma era anche un subalterno di Pisciotta che rappresentava il capocordata del gruppo del quale facevano anche parte Frank Mannino, Francesco Pisciotta, Rosario Candela ed Angelo Taormina. Osservarono che Terranova non parlò prima che il suo diretto superiore gerarchico dicesse le cose come stavano, dal suo punto di vista; non sapeva fino a che punto poteva esporsi e così aspettò che fosse ‘Gasparino’ a fare il primo passo. E questi afferma e nega, lascia trasparire delle mezze verità e fa delle affermazioni che anche i carabinieri confermano. Egli, ad esempio, aveva ricevuto, una settimana prima che Giuliano fosse ucciso

un attestato di benemerenza datato 28 giugno 1950, rilasciato al Pisciotta in apparenza dal Ministro dell’Interno on. Scelba per l’attiva cooperazione dallo stesso prestata “per restituire alla zona di Montelepre e comuni vicini la tranquillità e la concordia” e “per il totale ripristino della legge”; attestato che il gen. Luca dichiarò di aver lui stesso, ad insaputa del Ministro, creato e consegnato al Pisciotta, che l’aveva preteso, quale prezzo della sua cooperazione, in luogo della taglia posta sul Giuliano e dell’offerta di espatrio, spiegando di averlo fatto per giungere allo “stanamento” del bandito dappoiché, dopo dieci mesi di lavoro, non era ancora riuscito a sapere dove si trovasse (V/6, 684, 687, 689).

Pisciotta, dunque, parla come superiore gerarchico, dice le cose finché può dirle, suggerisce agli altri di seguirlo nella strada intrapresa. Ma gli altri non ne potevano sapere più di lui. Ad esempio del vero memoriale di Giuliano. I giudici ne ebbero due, con i quali il capobanda si autoaccusava delle stragi; ma il memoriale autentico –dichiara Pisciotta- fu consegnato da lui in persona al capitano dei carabinieri Antonio Perenze. Questi smentì l’affermazione, e anche i giudici romani dovendo scegliere tra la parola di un graduato dei Cc e quella di un bandito scelsero quella del graduato. Ma questa volta non ne avevano tutte le ragioni. Anzi. Perché il solerte capitano era l’autore dei falsi sulla morte di Giuliano, e quindi la persona meno indicata a dire che Pisciotta mentiva. Del resto lo scenario che proprio i carabinieri gli avevano preparato non favoriva per nulla la scoperta della verità. Tutto sembrava essere stato congegnato per nasconderla, a partire da quella casa di Gregorio De Maria, al cui interno il capobanda sarebbe stato ucciso, senza che egli fosse per nulla insospettito dal gran traffico che attorno e dentro la sua casa c’era stato quella notte dal 4 al 5 luglio del ’50.

Dunque, solo quando Pisciotta parla autorizza gli altri suoi uomini a imitarlo:

E, come il Pisciotta ebbe fatto coteste affermazioni circa i mandanti, Terranova Antonino “Cacaova”, con l’atteggiamento di chi finalmente possa liberarsi di un segreto, dichiarò: “ora che ha parlato Pisciotta Gaspare posso dire di aver saputo personalmente dal Giuliano che a mandarlo a sparare a Portella furono Alliata, Marchesano, Cusumano e Mattarella; si faceva anche il nome di Scelba – proseguì – ma non son sicuro”.

E nell’intento di sostenere l’assunto del Pisciotta, mal ricordando le parole di costui, aggiunse che nel settembre – ottobre 1948 il Giuliano gli aveva proposto di sequestrare l’on. Mattarella perché non aveva mantenuto la promessa ed egli si era rifiutato di farlo.

Grandi se pur fallaci speranze venivano riposte, adunque, su cotesto primo espediente di difesa e non si mancò di fare, come sarà dimostrato in seguito, altri non leciti tentativi per accreditarlo.[52]

Il lettore potrà meglio vedere da sé dette valutazioni anche per le correlazioni che esse hanno nel contesto sistematico dell’approccio unidirezionale alla lettura dell’accusa.

Pisciotta fu superprotetto dai carabinieri durante il processo di Viterbo. Luca e Perenze lo difesero come meglio poterono, ma le loro testimonianze non valsero ad evitargli l’ergastolo. Il loro atteggiamento è tuttavia abbastanza spiegabile. ‘Gasparino’ era stato già dai tempi di Messana un fattivo collaboratore delle forze dell’ordine che gli avevano fatto avere carte di libera circolazione e documenti falsi. Perenze se lo portava a spasso, e Luca si dimostrava magnanime. E ‘Gasparino’ si fidava e sperava. Cosa gli era stato chiesto in cambio? Non certo lo stanamento o l’uccisione di Giuliano. Questi era già stato mollato dalla mafia; i Miceli lo avevano scaricato e sapevano benissimo dove si trovava. Dunque il luogotenente di Giuliano aveva un compito preciso: venire in possesso del memoriale del suo capo, di cui conosceva il contenuto, avendolo visto e tenuto con sé per lunghi mesi, come egli stesso dichiarava.

Si noti la concentricità delle funzioni, come in un sistema di scatole cinesi, o di matriosche: Ferreri arriva alla conclusione della fase eversiva, poi muore; Pisciotta ha in sé le funzioni di Ferreri, ma le spinge più in avanti finché non si arriva all’eliminazione di Giuliano; questi ha in sé le funzioni di Ferreri e Pisciotta finché questi non si dimostra disponibile a prendere in carico l’uccisione del suo capo. Pisciotta è l’ultimo a morire perché contiene tutti. Tre anelli concentrici, cronologicamente significativi. Si può affermare che il primo rappresenta la consapevolezza sul bimestre delle stragi; Pisciotta ha questa consapevolezza ma non fino al punto di essere a conoscenza diretta dell’anima segreta di Fra’ Diavolo: poteva solo sospettarla, altrimenti avrebbe fatto la stessa fine di Ferreri. Muore perché sa qualcosa che gli altri due non potevano da defunti sapere, e cioè in quale gioco era entrato per far sì che gli ultimi segreti sul fronte del banditismo fossero definitivamente seppelliti. Poi doveva anche lui scomparire. Nella speranza che i carabinieri lo aiutassero fino in fondo, non contento della sconfitta di Viterbo, pensò di potersi rifare a Roma. Ma non arrivò alla conclusione della sentenza di quei giudici. La differenza tra Giuliano e lui è questa: il primo tratta con le armi in pugno, come dimostrava la strage di Bellolampo, battesimo di fuoco dell’arrivo del colonnello Luca in Sicilia; il secondo tratta mettendosi a totale disposizione dei carabinieri. Si fida, spera di redimersi, di tornare libero dopo un condono, un’amnistia, un trattamento speciale tutto per lui. Rifiuta il denaro per la taglia imposta per la cattura del capobanda; gli promettono di mandarlo in America, ma lui rifiuta. Vuole un attestato di benemerenza, vuole tornare al consorzio civile, riabbracciare la sua fidanzata, conforto e tormento al tempo stesso, nel calvario che lo accompagna dalle carceri giudiziarie di Viterbo all’Ucciardone. Si autoaccusa dell’assassinio del suo capo e continua a sperare. Nella vicenda della sua morte, come del resto in quella di Ferreri e Giuliano, è questo che sgomenta: si eliminano dei banditi pluricondannati all’ergastolo, con i quali i rappresentanti dello Stato avevano ampiamente trattato, fino a fornire aiuti e protezione; è l’uso spregiudicato dei confidenti; è il ricorso alla criminalità per finalità politiche e di parte. Anche i giudici romani non poterono fare a meno di rilevare alcune anomalie:

Le affermazioni dell’imputato Gaspare Pisciotta circa le sue relazioni con la polizia (v. n. 51, A, II) furono smentite dal teste Messana che escluse nel modo più reciso di aver avuto rapporti con lui e di avergli rilasciato un tesserino di riconoscimento, come pure negò di aver avuto proprio confidente il Ferreri (V/5, 624); ma, in contrasto con tale testimonianza, il gen. Luca depose che, nell’atto di rilasciare al Pisciotta i due tesserini di cui si è fatto cenno, questi gliene mostrò un altro, molto logoro per l’uso, dalla fotografia sbiadita, rilasciato al nome di Faraci Giuseppe, in data 20 maggio 1947, dall’Ispettorato generale di PS per la Sicilia, nel quale tesserino la firma del funzionario, costituita da un segno indecifrabile, somigliava a quella consueta dell’ispettore Messana (V/5, 674 r); e i testi, ten. col. Paolantonio e m.llo Calandra, fecero affermazioni che non consentono di avere dubbio sulla predetta qualità di confidente del Ferreri.

Il teste Verdiani invece ammise l’incontro con il Giuliano, avvenuto a sera inoltrata, in una località tra Corleone e Castelvetrano, la vigilia o l’antivigilia del Natale 1949: lo scopo che si proponeva – egli disse – era di ottenere intanto la cessazione di ogni attività criminosa contro le forze di polizia e di giungere poi alla costituzione, o alla cattura, o alla eliminazione del Giuliano con qualunque mezzo; ed al capo bandito aveva fatto credere che si sarebbe adoperato affinché alla madre, Lombardo Maria, ch’era detenuta, fosse concessa la libertà provvisoria. Chiarì di aver avuto col Giuliano, tramite Ignazio Miceli, rapporti epistolari ed esibì una lettera ricevuta il 18 febbraio 1950 con la quale il capo bandito si offriva di inviargli un memoriale intorno ai fatti di Portella: si era trattato di un errore – gli scriveva tra l’altro il Giuliano – “perché l’obbiettivo non era quello di colpire quelli che disgraziatamente capitarono, ma bene altro, tutto ciò sempre per colpa dei comunisti stessi perché sono stati loro che ci hanno costretti a ciò”; ed, alludendo a quanto avrebbe scritto nel memoriale, proseguiva: “se lei riconosce che sia necessario anche farlo sentire a sua Eccellenza Pili può dirglielo e se chi sa vuole parlarmi personalmente sono disposto ad incontrarci di nuovo, mi farebbe piacere perché sarebbe di grande conforto” e concludeva raccomandando la sorte delle sorelle Marianna e Giuseppina allora detenute (V/5, 661).

Rivelò ancora il Verdiani di aver ricevuto, circa due mesi dopo, dal Giuliano un memoriale scritto e sottoscritto di suo pugno, che egli si era affrettato a rimettere in data 18 maggio 1950 a SE Pili, procuratore generale della Repubblica in Palermo, per l’uso di giustizia; e di aver avuto con Pisciotta Gaspare un solo rapporto epistolare allorché questi con lettera 14 giugno 1950, inviatagli tramite lo stesso intermediario, si offrì di eliminare il Giuliano. Esibì la lettera, che per altro la Corte non acquisì al processo, ed il Pisciotta riconobbe di averla scritta lui (V/5, 655, 659).[53]

Messana mentiva sapendo di mentire, ma anche Verdiani non era da meno e la sapeva più lunga del diavolo.

12- Lo sfondo del terrorismo

Ad esempio in merito a quell’autoaccusa che Pisciotta avrebbe comunicato al vecchio ispettore, il 14 giugno 1950, prima ancora di dichiarare in piena aula di tribunale nella primavera del ’51, quasi con un anno di anticipo, di essere stato lui l’uccisore di Giuliano. Perché può essere messa in discussione l’autenticità di questa lettera che ‘Gasparino’ avrebbe confermato, davanti ai giudici, come scritta di suo pugno? Per diverse ragioni:

1) non fu acquisita – come abbiamo visto- dai giudici e pertanto di essa non si ha traccia alcuna;

2) perché al momento in cui fu fatta vedere a Pisciotta, essa non faceva altro che confermare una versione dei fatti che esonerava totalmente i carabinieri dalla responsabilità di avere ucciso Giuliano. E Pisciotta, per un tornaconto personale non aveva interesse a mettersi contro di loro. Ce l’aveva contro la Ps che l’aveva fatto arrestare, ma non contro i carabinieri dai quali sperava gli aiuti che in dibattimento realmente ci furono;

3) quella è l’unica lettera che Pisciotta avrebbe scritto a Verdiani, e cioè a una persona verso la quale egli nutriva la più totale diffidenza.

In sostanza i banditi sono inghiottiti nelle sabbie mobili di un sistema istituzionale con vaste fratture di deviazione che mentre sembra tendere loro una mano per salvarli, li fa sprofondare e scomparire. Il fatto è che l’azione esercitata non si sviluppa nel gioco democratico, ma in quello sotterraneo delle complicità, di vaste trame che per la loro natura e gravità non potevano non avere coperture alte. Perché altissime erano le partite in gioco. Anche i giudici della Corte di Assise avevano notato “l’apparente stranezza di alcune circostanze”:

a)che, di tante bande armate costituite in Sicilia durante l’occupazione dell’isola da parte delle truppe straniere, solo la banda comandata dal Giuliano aveva potuto sopravvivere per tanti anni; b) che, mentre era stato possibile a tre ex partigiani continentali, Celestini Forniz, Trucco, di giungere fino al Giuliano e rimanere per qualche tempo presso di lui; ad una giornalista straniera, Maria Cilyacus, di intervistarlo e di ritornare in Sicilia per raggiungerlo nuovamente nel suo nascondiglio, intento nel quale forse sarebbe riuscita se non fosse stata arrestata, tempestivamente; al giornalista Rizza, al fotografo Meldolesi, all’operatore cinematografico D’Ambrosio di incontrarsi con lui, alla presenza del suo luogotenente, nella stalla di Salemi, e di intervistarlo, ritrarre fotografie e fare un cortometraggio – solo le forze di polizia, malgrado non avessero rallentato mai la lotta contro la banda, non erano riuscite a scovarlo, al punto che lo stesso comandante del CFRB, dopo dieci mesi di permanenza in Sicilia, non aveva potuto ancora sapere dove il Giuliano si celasse; c) che pochi giorni prima della strage era pervenuta al capo bandito, a mezzo del cognato Sciortino Pasquale, una lettera misteriosa la cui relazione col delitto appariva, in base alle dichiarazioni rese da Genovese Giovanni, chiara ed indubitabile; d) che il Giuliano era stato ucciso appena dopo che col secondo memoriale aveva escluso l’esistenza del supposto mandato e di mandanti; potesse far pensare al concorso nei delitti di che trattasi di compartecipi estranei alla banda, non ancora accertati i quali alla banda ed al suo capo fossero stati larghi di protezione e di aiuti.

E avevano colto l’abnormità di alcuni fatti:

quali appunto: a) il visibile contrasto “per emulazione” – secondo la spiegazione data dal teste Luca –, manifestatosi tra la Pubblica Sicurezza e l’Arma dei Carabinieri dopo l’eccidio di Bellolampo (v. n. 44, IV), per effetto del quale l’ispettore generale di PS Ciro Verdiani, non soltanto omise di consegnare al comandante del CFRB ogni atto dell’ufficio fino allora diretto e nulla gli fece conoscere della organizzazione confidenziale della quale si era servito – cosicché “il nuovo organo dovette incominciare a costruire ex novo quell’edificio che era stato già costruito a spese dello Stato e nell’interesse esclusivo della generalità dei cittadini” –, ma continuò ad occuparsi, nonostante che più non lo dovesse, del bandito Giuliano, sia ponendo in essere quell’attività di cui si è detto (v. n. 52), sia trascurando di dare esecuzione ad uno qualsiasi tra i tanti mandati di cattura emessi dall’Autorità giudiziaria contro Giuliano Salvatore e Pisciotta Gaspare; e non a questo limitandosi, “poiché, qualche giorno prima che il Giuliano fosse soppresso, attraverso il quasi mafioso Marotta pervenne o doveva pervenire al Giuliano una lettera con cui lo si metteva in guardia facendogli intendere che Gaspare Pisciotta era entrato nell’orbita del colonnello Luca ed operava per costui”; b) l’avere l’ispettore generale di PS Messana prescelto a suo confidente Ferreri Salvatore, condannato con sentenza passata in giudicato alla pena dell’ergastolo e latitante, contro il quale invece avrebbe dovuto far eseguire la condanna; c) l’atteggiamento – “in contrasto con la funzione che è propria degli appartenenti all’Arma dei carabinieri ed alle forze destinate alla repressione del banditismo” – avuto dall’allora col. Luca e dal cap. Perenze, anche in epoca posteriore alla morte del Giuliano, nei confronti del fuorilegge Gaspare Pisciotta, che oltre tutto fu lasciato in stato di libertà fino a quando gli agenti della Questura di Palermo non riuscirono a catturarlo, atteggiamento culminato nelle ricordate affermazioni sull’alibi fatte nel dibattimento; d) l’avere avuto il Giuliano rapporti, oltre che con funzionari di PS, anche con un magistrato, col Procuratore generale presso la Corte di Appello di Palermo, Emanuele Pili, come era lecito desumere dalla lettera esibita dal teste Verdiani.

Ma quei giudici avevano anche “dichiarato di non aver motivo di occuparsi né della mafia, né del banditismo, né dei rapporti tra mafia e bandi­tismo, sebbene alcuno dei difensori ed anche il PM vi si fossero soffermati, trattandosi di problemi che, se pure attraenti e degni di esame, interessavano la sociologia ed esulavano dal tema di una sentenza penale”. [54] Neanche i giudici romani se ne occuparono, pur avendo sollevato il problema dei forti condizionamenti della mafia nell’ambiente sociale. Le loro affermazioni sono semplicemente sbalorditive, perché non ebbero nessun effetto:

[…] non è possibile assolvere un compito siffatto, in una causa in cui i protagonisti vivono in un mondo di ma­fia e di banditismo, senza tenere conto delle regole che lo governano. Esattamente i primi giudici hanno affermato che una sentenza penale non può occuparsi di problemi che riguardano la sociologia e tali certamente sono quelli che riguardano i fenomeni della mafia e del banditismo sotto il profilo delle cause che li hanno determinati e che tuttora ne condizionano l’esistenza, sotto il profilo, cioè, storico e sociale. Ma non sono cotesti gli aspetti che preme considerare e non si esauriscono in essi i problemi inerenti alla realtà della mafia e del banditismo: altri ve ne sono che interessano così il sociologo, come il giudice, per i riflessi di psicologia giudiziaria, quali appunto il contenuto essenziale che i due fenomeni caratterizza, la legge che li governa e in un certo senso li accomuna, l’estensione della mafia nell’ambiente sociale, l’incidenza sulla personalità morale dei soggetti che vivono ed operano in un ambiente siffattamente influenzato.[55] […]

Esaminando l’attività svolta dal Giuliano e dalla sua banda durante i moti dell’EVIS si è osservato che il movimento separatista trovò i suoi principali sostenitori nel ceto agrario e nella mafia; che l’EVIS agitò i medesimi interessi politici e rappresentò le stesse correnti politico–sociali; che il Giuliano elevato a paladino di cotesti interessi fu strumento di coloro che li sostenevano. Ed accennando ad Ignazio Miceli, capo della mafia di Monreale – che pare fosse una delle “famiglie” più importanti della Sicilia – al nipote Antonino Miceli e ad altri mafiosi (Domenico Albano, capo della mafia di Borgetto), si è rilevato come costoro avessero tenuto in pugno le sorti della banda e del suo capo e ne fossero stati i protettori fino a quando non era parso loro di scorgere una via di salvezza nel secondare il compito delle forze di repressione del banditismo. Si può, adunque, sicuramente affermare – anche se, in ossequio all’omertà, Terranova Antonino “Cacaova” ha detto d’ignorare tutto sulla mafia (W/1, 712) – che tra la mafia e il Giuliano vi fu un legame costante determinato da una convergenza d’interessi di cui il capo bandito fu portatore.[56]

Su questa linea, arrivata incontaminata fino ad oggi, si spiegano le ragioni degli atteggiamenti della magistratura rispetto ai tragici fatti di cui ci siamo occupati e rispetto ai quali, agli stessi giudici risultava evidente la matrice terroristica:

una distinzione era pure da farsi tra delitto comune, delitto politico e delitto terroristico e, se mai, le azioni criminose volute ed attuate dal Giuliano e dalla sua banda, sia a Portella della Ginestra, sia contro le menzionate sedi dei partiti di sinistra, dovevano ricondursi nell’ambito del delitto terroristico del quale avevano tutti i caratteri, dalla preordinazione dei mezzi di esecuzione alla potenzialità diffusiva degli stessi, dalla vasta estensione degli effetti immediati alla volontà degli agenti di terrorizzare le popolazioni. […]la disamina degli antecedenti del fatto conduce a ritenere che il Giuliano non era solo in quella lotta perché v’era attorno a lui – lo si è visto – un mondo legato, in­teressato alla conservazione del tradizionale regime della terra, e perché il delitto segnò il passaggio ad un programma di violenza terroristica per arginare il movimento sindacale nelle campagne dopo il fallimento della propaganda e della intimidazione culminata nei risultati delle elezioni regionali.

Anche secondo il ten. col. Paolantonio mafia e banditismo erano collegati (V/6, 723); e se, del tutto coerentemente alla sua inclinazione ed alla sua mentalità, il Giuliano concepì il disegno di debellare i comunisti locali col terrore e di ristabilire in tal modo la sua autorità in quelle zone dove pareva compromessa, nonché di suscitare con la violenza una crociata antibolscevica in Sicilia, è certo che, come nei moti dell’EVIS, così in questa lotta, egli si elevò a tutore degli interessi di coloro che lo sostenevano, interessi nei quali era necessariamente accomunato, pur mirando alla realizzazione di fini parti­colari tra cui la “liberazione” sua e di quelli della sua banda.

Ciò traspare dall’appello alla difesa del “nobile sen­timento che ci lega alla nostra cara terra” – vale a dire alla difesa della tradizionale organizzazione economico-sociale della terra che i comunisti cercavano di smantellare – appello contenuto nei manifestini a stampa diffusi in oc­casione degli attentati alle sedi comuniste (v. n. 24); più chiaramente risulta dal breve discorso tenuto a “Cippi” prima di muovere verso Portella della Ginestra col quale il Giuliano spiegò che occorreva combattere e distruggere i comunisti perché cominciavano a costituire un pericolo non solo per lui e per la banda, che non vedevano la possi­bilità di una riabilitazione, ma per i proprietari che venivano privati delle loro terre (v. n. 26); trova riscontro nel pensiero manifestato ai quattro cacciatori dal bandito che li custodiva ed espresso con la frase: “i comunisti vogliono togliere la terra e la mafia, ora gliela diamo noi sulle corna la terra” (v. n. 20) [57] […] è chiaro che la spinta fondamentale al delitto va pur sempre ricercata nell’interesse a fermare la penetrazione comunista nelle campagne per conservare le vecchie strutture agrarie, interesse che era proprio anche di altri.

Ebbero il torto storico di non agire di conseguenza, o forse fu tale scelta la motivazione che ne spiega la ragione storica. I banditi pagarono le spese per tutti.

(GIUSEPPE CASARRUBEA)


[1] Cfr., infra, pp. 185-187.

[2] Cfr. Claudia Fusani, Moro, un Br fu fatto evadere, in La Repubblica, 17 dicembre 2000, p. 23 e Giovanni Pellegrino, Segreto di Stato (intervista a), Torino, Einaudi, 2000.

[3] Cfr. Sentenza, p. 29.

[4] Cfr. infra, pp. 35-37.

[5] Cfr. Provincia regionale di Palermo- Comune di Piana degli Albanesi- Biblioteca “G. Schirò”, Portella della Ginestra 50 anni dopo (1947-1997), documenti raccolti, scelti, introdotti e annotati da Giuseppe Casarrubea, Caltanissetta- Roma, Sciascia, 1999, pp. 29-57 e passim.

[6] Documento acquisito agli atti del processo di Viterbo tramite la Legione dei carabinieri di Palermo, sta in Archivio generale della Corte di Appello di Roma (Agca), processo 13/50, cartella,1 vol. D, riportato in G. Casarrubea, Fra Diavolo e il governo nero. Doppio Stato e stragi nella Sicilia del dopoguerra, Milano, Franco Angeli, 1998, appendice di documenti.

[7] Doc. in Agca, cit, allegato a Legione territoriale dei Carabinieri di Carini, Rapporto circa l’attentato alla sede del Partito Comunista di Carini avvenuto la sera del 22 giugno ad opera di elementi ritenuti appartenenti alla banda Giuliano, rimasti sconosciuti, n. 181, 25 giugno 1947. Uguale appello fu rinvenuto dopo la strage di Partinico. Si notino due espressioni di Giuliano, che fece proprio il testo, anche se da lui non scritto: 1) ”ho assunto questo impegno”; 2) “d’ora innanzi inizierò una lotta senza quartiere”.

[8] Cfr. Pietro Ingrao, Le forze del disordine, ‘L’Unità’, 24 giugno 1947, prima pagina.

[9] Cfr. Girolamo Li Causi, La situazione in Sicilia, in ‘L’Unità’, 28 giugno 1947, prima pagina.

[10] Troia Giuseppe era figlio di Benedetto e Rosalia Costanzo; era nato il 19/1/1884 a San Giuseppe Jato, dove era residente in Via Nuova, 52. Era imparentato con Pietro Benedetto Gricoli, figlio di Giacomo e della fu Carmela Costanzo (San Giuseppe Jato, 14/8/1916).

[11]Cfr. Procura della Repubblica di Palermo (PRP), Verbale di sommarie informazioni, 5 maggio 1947, in AGCA cit., cartella 1, vol. D, ff.53 e sgg.

[12]Cfr. Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione (TPUI), Verbale di esame testimoniale senza giuramento, 11 giugno 1947, ivi, cartella 1, vol. D, ff. 336 3 segg.

[13]Cfr. ibidem, TPUI, Esame di testimonio senza giuramento, ff.247-248.

[14] Cfr. Giuseppe De Lutiis, Il lato oscuro del potere. Associazioni politiche e strutture paramilitari segrete dal 1946 ad oggi, Roma, Editori Riuniti, 1996, pp. 16-18.

[15] Cfr. ibidem, p. 25

[16] Cfr. Associazioni di familiari vittime di stragi, Il terrorismo e le sue maschere. L’uso politico delle stragi, Bologna, Pendragon, 1966, p. 19 e Roberto Faenza , Marco Fini, Gli americani in Italia, Milano, 1976, p. 138 (documento del Dipartimento di Stato Usa 86500/7-742, ivi cit.).

[17] Cfr. G. De Lutiis, Il lato oscuro del potere, cit., p. 27

[18] Cfr. Nico Perrone, De Gasperi e l’America, cit., p. 74.

[19] Cfr. ibidem, pp.79-80.

[20] Cfr. ibidem, p. 89.

[21] Cfr. Giuseppe Calandra, Memoriale dattiloscritto, fasc. II, p. 121.

[22] Cfr. AGCA, cit., Corte di Assise di Viterbo (Cav), Dichiarazione di Antonino Terranova, dibattimento del 1° maggio 1951; cartella 8, f.5 e 11.

[23] Cfr. ibidem, p. 16.

[24] Cfr. Gli uomini della P2 in Sicilia: chi e dove, in ‘I Siciliani’, marzo-aprile 1985, nn. 26-27.

[25] Cfr. CPIM, Atti interni, cit., Testo delle dichiarazioni dell’onorevole Giovanni Francesco Alliata rese al comitato d’indagine nella seduta del 16 aprile 1970, allegato 14, p.512.Nel dicembre del ‘51 il Barbera capeggiava a Palermo il Partito nazionale monarchico, mentre, Leone Marchesano, Alliata e Cusumano Geloso avevano fondato il Fronte nazionale monarchico. Cfr. anche il memoriale Ramirez in appendice.

[26] Cfr., AGCA, Cav. cit., Dichiarazione di Antonino Terranova, cit., p. 21.

[27] Cfr AGCA, II corte di appello di Roma, Sentenza 10 agosto 1956, vol. II, pp.282-283, 333, 339.

[28] Cfr. AGCA, Cav, cit., p.123.

[29] Si trova in AGCA, cartella 6 vol.Z, n.5. E’ trascritta con tutti gli errori secondo l’originale. Si può fare risalire al nov-dic. 1949.

[30] Cfr. Archivio Arcidiocesi di Monreale, lettera del patriarca di Venezia a mons. Filippi, 25 ottobre 1949.

[31] Cfr. ibidem, lettera dell’abate Timoteo Campi del monastero di S. Giustino di Padova a mons. Filippi, 27 ottobre 1949.

[32] Cfr. ibidem, telegramma del segretario particolare della Presidenza del Consiglio dei Ministri all’arcivescovo di Monreale, 31 ottobre 1949.

[33] Cfr. Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul fenomeno della Mafia in Sicilia, Atti relativi alla strage di Portella della Ginestra (CPIM-PG), parte prima, doc. 607, Documenti consegnati dal senatore Girolamo Li Causi, in data 5 maggio 1970, riguardanti l’attività della banda Giuliano, p. 355 e sgg.

[34] Cfr. CPIM-PG, Lettera di Pisciotta a Maria Locullo, Viterbo, 2 marzo 1952, parte terza, pag. 921.

[35] Cfr. G. Lo Bianco, Il carabiniere e il bandito, Milano, Mursia, 1999, pp. 236-237.

[36]Cfr. Commissione Stragi, Breve storia dei servizi segreti italiani, in www.misteriditalia.com /servizisegreti/

[37] Cfr. CPIM-PG, parte prima, p. 87.

[38] Cfr. Sentenza, infra, p. 43.

[39] Lo stralcio della sentenza della corte di assise di Viterbo, ci fa cogliere il grave rilievo dei giudici circa l’omessa denuncia all’autorità giudiziaria di Salvatore Ferreri e dei fratelli Pianello che avevano partecipato alla strage di Portella della Ginestra e con molta probabilità anche a quella di Partinico. Vi si fa riferimento anche all’omessa comunicazione all’autorità giudiziaria, da parte dei carabinieri inquirenti, del fermo dei primi arrestati. Fatto ancora più grave se si pensa che non fu richiesta la prescritta autorizzazione. Il documento è ancora importante perché vi si afferma con certezza la presenza di Fra’ Diavolo tra i gruppi di fuoco. In CPIM, Atti interni, allegato 4, p.147-149.

[40] Cfr. infra, pp. 298-299.

[41] Cfr., infra, p. 362.

[42] Cfr. AGCA, CAV, Rapporto giudiziario circa le ulteriori indagini in merito alla strage di contrada Portella Ginestra ed alle aggressioni, seguite pure da strage, alle sedi dei partiti socialcomunisti in Provincia di Palermo,4 settembre 1947, n.37, allegato 29, processo 13/50, cart. n. 3, vol. L; ora in CPIM-PG, doc. XXIII, n. 6, Pubblicazione degli Atti riferibili alla strage di Portella della Ginestra, parte quarta, doc. 649, pp. 441 e sgg.

[43] Cfr. infra, p. 105.

[44] Cfr. infra, pp. 311-312.

[45] Cfr. ibidem, p.322.

[46] Cfr. verbale di continuazione di dibattimento,20 luglio 1951, cartella 4, vol. V, n.5 ora in Provincia regionale di Palermo – Comune di Piana degli Albanesi- Biblioteca ‘G.Schirò’, Portella della Ginestra 50 anni dopo (1947-1997), Caltanissetta- Roma, 1999, vol. II, p. 172.

[47] Cfr., infra, pp. 117-119.

[48] Cfr., infra, p. 228-229.

[49] Cfr. infra, p. 246.

[50] Cfr. infra, pp. 249-250.

[51] Cfr. infra, pp.143 e sgg.

[52] Cfr. infra, p.148-149.

[53] Cfr, infra, pp. 162-163

[54] Cfr. infra, pp. 167-168.

[55] Cfr. infra, p. 203.

[56] Cfr. infra, p. 205

[57] Cfr. infra, p. 176, e pp. 345-347.

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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