Appello, sentenza, Roma 1956 (parte prima)

R E P U B B L I CA I T A L I ANA

2ª Corte di Assise di Appello di Roma [1]

in nome del popolo italiano

L’anno millenovecentocinquantasei il giorno dieci del mese di agosto in Roma, la Corte di Assise di Appello di Roma, composta dai signori: 1. D’Amario Nicola (Presidente); 2. D’Ottavi Alfredo (Consigliere); 3. Margherini Mario, 4. Baldassarini Nazareno, 5. Remiddi Alberto, 6. Travostini Federico, 7. Forlivesi Sergio, 8. Alvino Vincenzo (Giudici popolari); con l’intervento del Pubblico Ministero rappresenta­to dal Signor Dott. Colonnese Alfonso e con l’assisten­za del Cancelliere Signor Bielli Tullio, ha pronunciato la seguente s e n t e n z a

nella causa di secondo grado contro:

N

Nome

e cognome

Paternità

e maternità

Luogo e

data di nascita

Nomignolo

Stato e periodo di detenzione

Presente o contumace

1

Gaglio Francesco

Vincenzo e di

Pizzo Giuseppa

Montelepre 2.12.1919

Reversino

dal 9.7.1947

Presente

2

Sapienza Giuseppe

Tommaso e Palermo G.p­pa

Montelepre 8.12.1922

Bambineddu

dal 10. 8.1947 al 3.5.1952

Contumace

3

Gaglio Antonino

Giuseppe e fu Spadafora C.na

Montelepre 2.12.1923

Costanzo

dal 15.8.1947

al 3.5.1952

Contumace

4

Tinervia Francesco

Giacomo e Giuliano C.fis­sa

Montelepre 30.10.1926

Bastardone

dal 10.8.1947

al 3. 5.1952

Contumace

5

Sapienza Vincenzo

Tommaso e Palermo G.ppa

Montelepre

14.5.1927

Bambineddu

dal 3.8.1947

al 3.5.1952

Contumace

6

Pretti Domenico

Filippo e Spica Giuseppa

Montelepre 4.8.1927

Figghiu di Filippeddu

dal 3.8.1947

al 3.5.1952

Contumace

7

Tinervia Giuseppe

Giacomo e Giuliano C.fis­sa

Montelepre 4.1.1930

Bastardone

dal 10.8.1947

al 3.5.1952

Presente

8

Russo Giovanni

fu Salvatore e Quisquino R.lia

Montelepre 18.6.1926

Marano

dal 19 .8.1947

al 3.5.1952

Presente

9

Terranova Antonino

Salvatore e

Pisciotta Rosalia

Montelopre 21.7.1930

U figghiu du miricanu

dal 10.8.1947

al 3.5.1952

Presente

10

Buffa Antonino

Antonino e

Gaglio Maria

Montelepre 11.2.1926

dal 4.8.1947

al 3.5.1952

Presente

11

Buffa Vincenzo

Antonino e

Gaglio Maria

Montelepre

3.2.1925

dal 4.8.1947

al 3.5.1952

Contumace

12

Musso Gioacch.

Leonardo e

Spica Teresa

Partinico 20.3.1930

dal 21.8.1947

al 3.5.1952

Contumace

13

Cristiano Giuseppe

Giuseppe e fu Cucchiara

Rosalia

Montelepre 16.6.1927

dal 21.8.1947

al 3.5.1952

per altra causa

Assente

14

Pisciotta Vincenzo

Francesco e Lorenzo Antonia

Montelepre 10.8.1928

Mpompò

dal 21.8.1947

Presente

15

Di

Lorenzo

Giuseppe

fu Antonino e Terranova

Marianna

Montelepre 16.11.1908

Peppe

di Flavia

dal 9.7.1947

al 3.5.1952

per altra causa

Assente

16

Terranova Antonino

fu Giuseppe e fu Gaglio M.nna

Montelepre 13.11.1925

Cacaova

dal 10. 5.1949

Presente

17

Genovese Giovanni

Angelo e Di Maria Raffaella

Montelepre 27.5.1912

Manfrè

dal 19.1.1949

Presente

18

Genovese Giuseppe

Angelo e Di Maria Raffaella

Montelepre 18.5.1923

Manfrè

dal 19.1.1949

Presente

19

Mannino Frank

Ignoto e

Mannino Anna

Montelepre 14.10.1923

Lampo

dal 20.3.1950

Presente

20

Pisciotta Francesco

Francesco e Lorenzo Antonia

Montelepre 18.8.1924

Mpompò

dal 2.1.1949

Presente

21

Sciortino Pasquale

fu Giuseppe e Miccichè N.zia

S. Cipirrello 10.10.1923

Detenuto

Presente

22

Cucinella Antonino

Biagio e

Cirillo Carmela

Montelepre 1.1.1920

Purazzuolo

dal 9.12.1948

Presente

23

Mazzola Vito

fu Vito e fu Sgrei Elisabetta

Montelepre 16.11.1904

dal 8.10.1947

al 3.5.1952

per altra causa

Assente

24

Motisi

F. Paolo

Girolamo e Bono Violante

Montelepre 9.7.1927

dal 25.11.1949

al 3.5.1952

Contumace

25

Badalamenti Nunzio

Salvatore e Di Gregorio Scolastica

Montelepre 27.10.1927

Culubiancu

dal 13.4.1950

Presente

26

Sapienza Giuseppe

F. e Maniaci Rosalia

Montelepre 3.9.1926

Scarpe sciolte

dal 28.9.1947

al 3.5.1952

Contumace

27

Di Misa Giuseppe

Michelangelo e fu Cucinella Vin­cenza

Montelepre 4.6.1925

dal 30.9.1947

al 3.5.1952

Contumace

28

Lo Cullo Pietro

Eugenio e

Candela Maria

Montelepre 18.9.1927

dal 12.10.1947

al 3.5.1952

Contumace

29

Candela Vita

Giuseppe

e Candela Vita

Montelepre 18.2.1916

Contumace

30

Cucchiara Pietro

Giuseppe e

Cucuzza Rosa

Camporeale

Contumace

31

Corrao Remo

fu Pietro e

Cerniglia Rosa

Palermo 12.2.1926

Detenuto

per altra causa

Assente

32

Palma Abate Francesco

Angelo e

Marchese

Giovanna

Montelepre 23.1.1923

Contumace

33

Rizzo

Girolamo

Agostino e Randazzo Maria

Partinico 18.5.1901

Contumace

appellanti

tutti, ad eccezione del 32° e del 33° citati per estensibilità dei motivi,

contro

la sentenza – appellata altresì dal PM – della Corte di Assise di Viterbo in data 3 maggio 1952 che riteneva col­pevoli: Pisciotta Gaspare, Terranova Antonino fu Giuseppe, Manni­no Frank, Pisciotta Francesco, Cucinella Antonino, Cucinella Giuseppe, Badalamenti Nunzio, Sciortino Pasquale, Ga­glio Francesco, Russo Angelo, Genovese Giovanni, Genovese Giuseppe, Pisciotta Vincenzo, Passatempo Salvatore della strage ad essi ascritta, consumata il 1° maggio 1947 in Portella della Ginestra. in concorso di circostanze attenuanti per Pisciotta Vincenzo e per Russo Angelo; e inoltre dichiarava: Pisciotta Gaspare, Pisciotta Francesco, Sciortino Pasquale, colpevoli di danneggiamento mercè incendio in danno della sede del Partito comunista in San Giuseppe Jato; Terranova Antonino fu Giuseppe e Mannino Prank colpevo­li di danneggiamento mercè incendio in danno della se­de del Partito comunista in Carini; così modificate le imputazioni relative; b) Passatempo Salvatore colpevole altresì della strage consumata in Partinico e per conseguenza di strage conti­nuata; dichiarava: Terranova Antonino fu Giuseppe, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Sciortino Pasquale, Cucinella Antonino e Cucinella Giuseppe colpevoli di concorso nel delitto di strage consumato a Partinico da Passatempo Salvatore, con la diminuente di cui all’art. 116 capv. cp, ed il Passatempo di concorso nei delitti di danneggiamento mercé incendio consumati in Carini ed in San Giuseppe Jato; dichiarava: Terranova Antonino fu Giuseppe, Pisciotta Gaspare, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Russo Angelo, i due Cucinella, Badalamenti Nunzio, Sciortino Pasquale, Passatempo Salvatore, Genovese Giovanni, Genovese Giuseppe colpevoli di detenzione di armi da guerra in una sola riunite le due imputazioni relative; dichiarava: Candela Vita e Cucchiara Pietro colpevoli dei delitti rispettivamente loro ascritti; e li condannava: Pisciotta Gaspare, Terranova Antonino fu Giuseppe, Cucinel­la Giuseppe, Cucinella Antonino, Badalamenti Nunzio, Sciortino Pasquale, Mannino Frank e Pisciotta Francesco, nonché Genovese Giovanni e Giuseppe alla pena dell’ergastolo con l’isolamento diurno per mesi sei; Passatempo Salvatore alla pena dell’ergastolo con l’isolamento diurno per la durata di un anno; Gaglio Francesco alla pena dell’ergastolo; Russo Angelo e Pisciotta Vincenzo alla pena della reclusione per anni venti ciascuno; Palma Abate Francesco alla pena della reclusione per anni due; Candela Vita e Cucchiara Pietro a quella della reclusione per mesi sei ciascuno che dichiarava interamente condonata con tutte le conseguenze di legge; ed altresì assolveva: Sciortino Pasquale dalla imputazione di tentato omicidio per insufficienza di prove; Palma Abate Francesco, Motisi Francesco Paolo, Corrao Re­mo, Mazzola Vito, Rizzo Girolamo dalle imputazioni residuali ad essi ascritte per insufficienza di prove; Sapienza Vincenzo, Pretti Domenico, Buffa Antonino e Vin­cenzo, Musso Gioacchino, Terranova Antonino di Salvatore, Tinervia Giuseppe, Sapienza Giuseppe di Tommaso, Russo Giovanni, Cristiano Giuseppe, Gaglio Antonino, Tinervia Francesco, Di Misa Giuseppe, Lo Cullo Pietro, Sapienza Giuseppe di Francesco dalla imputazione di correità nel­la strage consumata a Portella della Ginestra, nonché Di Lorenzo Giuseppe, da quella di partecipazione al fatto di S. Giuseppe Jato e dal concorso ascrittogli, perché non punibili per avere agito in stato di costrizione per sal­varsi da un pericolo attuale di un danno grave alla perso­na; gli stessi e Gaglio Francesco, Di Lorenzo Giuseppe e Pisciotta Vincenzo dalla detenzione di armi perché il fatto non costituisce reato; e il Di Lorenzo inoltre dalle imputazioni di concorso in tentato omicidio e in danneggiamento per insufficienza di prove.

In esito al pubblico dibattimento; Udita la relazione della causa fatta dal presidente; Sentiti i difensori delle parti civili, il PM, i di­fensori degli imputati, nonché gl’imputati presenti che per ultimi hanno avuto la parola;

osserva in fatto e in diritto

1

Le tristi vicende dell’ultima guerra, che portarono dovunque in Italia desolazioni e lutti, e l’occupazione mi­litare degli Alleati ebbero in Sicilia ripercussioni e con­seguenze del tutto particolari; rotto l’equilibrio politi­co, economico e sociale, nel generale disagio che ne derivò, riaffiorarono con crescente intensità quei mali endemi­ci a sfondo politico‑sociale, prodotto di fattori storici, economici, ambientali e nel rinnovato contrasto degli in­teressi e delle passioni, tornarono sul tappeto, con urgen­za di attualità, problemi antichi non ancora soluti.

Il marasma seguito alla disfatta, le distruzioni, la miseria, lo stato di abbandono materiale e morale in cui quelle popolazioni vennero a trovarsi, la liberazione dal­le carceri di pericolosi criminali erroneamente scambiati per prigionieri politici, la presenza dovunque di armi e munizioni lasciate dalle truppe n ritirata, il saccheggio di magazzini militari e di polveriere – tra cui quella di Piana dell’Occhio a quattro chilometri circa da Montelepre v. rapp. n. 58, Ufficio Stralcio CFRB favorirono in Sicilia la recrudescenza di una criminalità impressionante attuata nelle forme più efferate e crudeli.

Varie bande di malfattori, veri sodalizi criminosi, si formarono dopo l’agosto 1943 ed agirono in armi quasi in tutta l’Isola, particolarmente nelle provincie di Trapani e di Palermo, consumando una lunga serie di delitti con­tro il patrimonio e la persona,. restaurando il predominio della violenza e del terrore.

In cotesto clima favorevole, caratterizzato oltre tutto dalla inferiorità degli organi di polizia impossibilitati, per mancanza di uomini e di mezzi, a garantire l’autorità del­lo Stato e l’imperio della legge di fronte al dilagare della delinquenza e dalla necessità del ricorso ad una privata tu­tela dell’incolumità personale e patrimoniale, riprese vigore e potenza anche la mafia attingendo nuova linfa vitale alle condizioni propizie dell’ambiente sociale ed al regime presso che immutato della proprietà terriera.

2

Nella folta schiera dei banditi che alimentarono il nuovo brigantaggio siciliano assurse rapidamente a triste fama, e tutti li sovrastò per intelligenza, temerarietà, ambi­zione, tracotanza, calcolo e criminosità, un oscuro braccian­te agricolo monteleprino, Giuliano Salvatore di Salvatore e di Lombardo Maria, nato a Montelepre il 22 novembre l922, un giovane contadino che, dopo lo sbarco degli Alleati nell’Iso­la, si era dato, al pari di molti altri, a traffici illeciti di grano. Fermato il 2 settembre 1943, in contrada Quarto mu­lino di S. Giuseppe Jato, da una pattuglia di carabinieri e guardie campestri in servizio di blocco per la repressione del mercato nero, mentre con un cavallo trasportava un carico di grano, cosciente dell’illecito in cui versava, esplose per sot­trarsi all’arresto vari colpi di rivoltella contro il cara­biniere Mancino, uccidendolo, e riuscì a dileguarsi per le cam­pagne nonostante fosse stato ferito da un colpo di fucile spa­rato dalla guardia campestre Mangiaracina, intervenuta in soc­corso del carabiniere.

Questo delitto, manifestazione improvvisa di un temperamen­to impulsivo, violento e ribelle, segnò l’inizio della sua vi­ta di bandito. Il 23 dicembre dello stesso anno nel corso di una operazione di rastrellamento nell’abitato di Montelepre, disposta dalle Autorità Alleate per reprimere la delinquenza contro il patrimonio divenuta allarmante in quella zona, egli esplose una raffica di mitra contro un gruppo di militari dell’Arma, che custodivano alcuni individui ferma­ti quali sospetti autori di reati, tra i quali era anche suo padre, uccidendo il carabiniere Aristide Gualtieri. E, concepita l’idea di costituire una banda di malfatto­ri che agisse al suo comando, la notte dal 30 al 31 gen­naio 1944 procurò, con l’aiuto di Cucchiara Tommaso fu Pietro, l’evasione dalle carceri mandamentali di Monreale dello zio Giuliano Francesco di Salvatore, inteso ­“Canale”, del cugino Lombardo Salvatore di Antonino non­ché di Cucchiara Salvatore fu Pietro, Cucinella Antonino di Biagio, Abbate Andrea di Santo, Vitale Angelo di Sal­vatore, Spica Giuseppe fu Salvatore, tutti da Montelepre, che, fermati per delitti comuni nel corso delle indagini relative all’uccisione del Gualtieri, erano detenuti a di­sposizione della polizia giudiziaria.

Evasi, costoro si dispersero per le campagne e, ligi a colui che li aveva audacemente liberati, formarono il primo nucleo della banda che si adunò nell’ex feudo Sa­gana, dove il Giuliano fissò il proprio quartiere. Ad essi, ben presto altri proseliti si aggiunsero ad ingros­sare le fila dell’associazione criminosa, sospinti dalla loro perversa inclinazione ed attratti dal crescente pre­stigio del capo e dal miraggio di facili guadagni.

Campo delle loro operazioni criminose furono le zone di Montelepre, Partinico, Borgetto, S. Cipirrello, S. Giuseppe Jato, Piana degli Albanesi, Pioppo, Monreale, Boc­cadifalco, Passo di Rigano, Torretta, Carini, Giardinello; e dovunque il Giuliano passava taglieggiava e spargeva il terrore avendo cura di costituirsi, tra pastori, contadi­ni, campieri, impiegati, capi mafia e proprietari delle zone battute, una larga schiera di manutengoli e favoreggiatori solleciti ad assisterlo ed a servirlo, chi per lucro, chi per compiacenza, chi per paura.

Come ha messo in evidenza la Sezione Istruttoria della corte di Appello di Palermo (sent. 30.6.1950 nel pro­cedimento n. 905/46 e sent. 13.6.1951 nel procedimento n. 519/51 stralciato dal precedente), provvedendo in merito ai numerosi reati ascritti al capo bandito ed ad altri imputati e del pari ha rilevato il Tribunale della stessa città (sent. 13.5.1954 n. 1217 nel procedimento per banda armata), considerando il carattere del vincolo associativo tra gli appartenenti alla banda, un odio implacabile animava il Giuliano ed i suoi gregari contro gli agenti dell’ordine e contro gli onesti cittadini che intendevano collaborare all’opera repressiva del delitto bene armati ed equipag­giati, vincolati da ferrea disciplina ad una obbedienza pronta, assoluta, passiva al loro capo, favoriti dalla na­tura impervia del terreno e dalla conoscenza completa del­le montagne e delle aride valli, delle grotte e dei sentie­ri, assistiti da un numero sempre maggiore di manutengoli e forti del predominio raggiunto, cui non furono estranei fattori politici dell’immediato dopo guerra, essi inorgo­glirono al punto da credere “di potersi arrogare poteri sovrani non solo sulla vita e sugli averi dei cittadini, ma sulla compagine dello Stato e delle sue forze costitui­te ed iniziarono una lotta senza quartiere contro la polizia, in special modo contro i carabinieri, tendendo loro agguati, assaltando le loro caserme, commettendo eccidi e stragi”: spinsero la propria audacia fino ad operare nei centri abitati e a consumare i loro crimini, in ore diur­ne, anche nelle vie più frequentate della città di Palermo (v. sent. citata n. 1217).

Trasse la banda mezzi di vita e di prosperità da furti, da rapine da estorsioni da sequestri di persona a scopo di estorsione. Le vittime dei sequestri, private della libertà fisica e morale, costrette a spostamenti faticosi, furono ristrette, talvolta per mesi, in diruti casolari abbandonati, oppure in anguste grotte in attesa del pagamen­to del riscatto; e somme ingenti, per centinaia di milioni complessivamente furono estorte alle famiglie dei sequestrati sotto l’assillo di realizzare in tutta fretta, talora anche rovinosamente, i mezzi per soddisfare le ri­chieste onde salvare i propri congiunti dall’angoscioso spettro della morte.

3

La crisi della sicurezza pubblica impose speciali misure per fronteggiarla: nell’aprile del 1945, accanto ai normali organi territoriali, fu istituito in Sicilia un Ispettorato Generale di PS per la lotta contro il banditismo e la delinquenza associata, ma i mezzi di cui fu possibile dotarlo risultarono del tutto impari alla gra­vità della situazione. Il nuovo organo, costituito da un comando con sede a Palermo e da Nuclei mobili di Carabi­nieri e di Agenti di PS dislocati in tutte le provincie dell’Isola, dispose inizialmente soltanto di un piccolo numero di ufficiali e funzionari, di 750 carabinieri e di 350 agenti; a dirigerlo fu chiamato l’Ispettore generale dr. Ettore Messana che rimase in carica fino al 31 luglio 1947, data in cui fu sostituito dal dr. Domenico Coglito­re (Messana, V/4°, 622).

Queste forze, insufficienti per numero ed armamento, fu­rono in proseguo di tempo potenziate anche mediante im­piego di soldati. Con circolare a stampa 2 agosto 1946 n. 1318 (Z/3°, 335), diramata a tutti gli organi e comandi impegnati nella repressione del banditismo, l’Ispettore generale Messana, dando alcune notizie circa i componenti, i movimenti, la zona di azione e l’attività criminosa attribuita alla banda Giuliano, nonché direttive e suggeri­menti circa l’impiego degli uomini, l’uso delle armi e la esecuzione dei servizi, avvertiva che negli ultimi tempi l’Ispettorato era riuscito, con la collaborazione degli Organi territoriali, a conseguire notevoli risultati, quali l’arresto di alcuni gregari della banda, la conoscenza dei sistemi del bandito, l’identificazione dei suoi prin­cipali sostenitori e favoreggiatori, e che, ad intensifi­care la lotta, il Governo aveva inviato contingenti di for­za impiegati parte a completare gli organismi esistenti e parte a costituire, in talune località, “Squadriglie” ope­ranti di conserva con gli organi territoriali. Compiti di ordine pubblico furono pure affidati a plotoni dell’eser­cito.

Secondo le informazioni dell’Ispettorato generale, ca­ratteristica della banda era la sua mobilità: si spostava preferibilmente di notte, a piccoli gruppi collegati fra loro da segnali convenzionali, battendo spesso le contra­de: Renda, Menta, Agli di Sotto, Agrifoglio, Cannavera, Molinelli e Fontana Fredda, circoscritte dalle strade sta­tali Palermo – Borgetto e Palermo – Partinico via S. Giuseppe Jato; nonché l’ex feudo Grisì e le contrade: Giardinello – ­Rapitalà di Alcamo, Montagnola e Sparacio di Camporeale, Balletto e Pietralunga di S. Cipirrello, Ginestra e Kaggio di Piana degli Albanesi, Tagliavia, Aquila, Bifarera e Bosco di Ficuzza, lungo la zona collinosa tra Monte Busam­bra di Corleone e l’ex feudo Pietralunga di S. Cipirrello, infine Monte Sparacio di Castellamare del Golfo.

Invero, sugli elementi fino allora acquisiti relativamente alla complessa attività criminosa della banda Giulia­no, l’Ispettorato generale aveva già riferito all’Autorità giudiziaria con vari rapporti, tra cui quello del 7 marzo 1946 n. 714 circa le bande armate dell’EVIS, e riferì ancora con rapporto n. 20 del 26 settembre 1946 circa l’o­rigine della banda e gli altri delitti dalla stessa compiuti a quella data.

Ma di coteste manifestazioni criminose e delle altre avvenute successivamente, tutte gravi ed anche gravissi­me, che occuparono le cronache giornalistiche del Paese per oltre sei anni, quanti ne occorsero perché, con la morte del capo bandito Giuliano avvenuta il 5 luglio 1950, la banda fosse annientata interamente, e raggiunsero un’ampiezza, una intensità ed una violenza inaudita in un totale di non meno 430 delitti, tra i quali assai numerosi gli omicidi di militari dell’Esercito, dei Carabinieri, della PS, caduti sotto il piombo dei banditi nell’eroico adempimento del loro dovere in difesa della società, nonché di civili vittime gli uni e gli altri di una criminalità brutale e sanguinaria che affonda atavicamente radici in remote condizioni di am­biente e di vita; di coteste manifestazioni, ripetesi, che hanno formato oggetto di procedimenti penali diversi, ta­luni già definiti, altri in corso di definizione dinanzi alle competenti autorità, non sarà d’uopo nel presente giudizio occuparsi se non nei limiti di quanto sia necessario per l’accertamento della verità sul fatto attribuito o sia utile alla individuazione della personalità degli imputati.

4

Al riguardo giova accennare innanzi tutto al ruolo che il Giuliano e la sua banda ebbero in quel movimento separatista siciliano che, facendo leva sul disagio e sul malcontento diffusi nell’ambiente, pretendeva nell’immediato do­poguerra di staccare la Sicilia dall’Italia.

Come risulta dal rapporto 7.3.1947 n.714 dell’Ispettorato generale di PS per la Sicilia ( I/A, 22) il Movimento per l’Indipendenza Siciliana (MIS) sorse in Sicilia subito dopo lo sbarco degli Alleati; capeggiato dall’on. Andrea Finocchiaro Aprile e dall’avvocato Antonino Varvaro, raggiunse in breve, per effetto di una in­tensa propaganda, un certo grado di sviluppo e sezioni e gruppi furono costituiti in numerosi comuni delle provin­cie di Palermo, Catania e Messina; concordi negli obiet­tivi, i dirigenti non lo furono nel metodo da usare per raggiungerli, parendo ad alcuni che l’intento si potesse conseguire trascinando gli animi solo con la propaganda, sembrando agli altri che fosse invece necessario accender­li anche con la violenza, attraverso il divampare di moti rivoluzionari. Questa seconda corrente dapprima non prevalse; ma più tardi, nella generale evoluzione della situazione politica siciliana, si fece vieppiù strada l’opinione che unico mezzo per assicurare il successo fosse ormai soltanto l’insurrezione armata ed i più accesi determinarono di organizzarla. Nacque in tal modo l’Esercito Volontario per l’Indipendenza Siciliana (EVIS) che secondo il disegno dei promotori, doveva far leva principalmente sulla forza bruta delle bande armate di Rosario Avi­la e di Salvatore Giuliano, operanti l’una in territorio di Niscemi e zone limitrofe, l’altra nei luoghi già detti, assurte entrambe alla più trista notorietà, nonché sul lievito della Gioventù Rivoluzionaria per l’Indipendenza Siciliana (G.R.I.S.), un’organizzazione militare concepita sul tipo delle società segrete che avrebbe dovuto acco­gliere il ceto intellettuale e che sembra abbia dato manifestazioni di vita soltanto nella Sicilia orientale.

Tuttavia, secondo [quanto] ha ritenuto la Sezione istruttoria della Corte di Appello di Palermo con sentenza 23 dicembre 1947 n. 463/46 RG, nell’EVIS non si riassumeva né si identificava il MIS: questo movimento, come tale, rimase al di fuori mirando “soltanto verso un governo autonomo per la Sicilia, finalità che è stata poi in parte raggiunta con la concessione di una autonomia amministrativa, nell’ambito dell’unità politica e militare dello Stato Italiano” (S, 522).

Stando al citato rapporto n. 714 la direzione dell’EVIS, accentrata in Palermo, era nelle mani del duca Carcaci Guglielmo da Catania, di Tasca Giuseppe di Lucio da Palermo, di un tal Cacopardo Rosario da Messina (non identificato), di Gallo Concetto da Ca­tania, comandante generale delle forze insurrezionali; e fra gli organizzatori del­l’insurrezione eransi da considerare sullo stesso piano il barone La Motta Stefano da Nicosia, La Manna Salvatore da Palermo, Franzone Pietro da Borgetto e Sciortino Pasquale fu Giuseppe da S. Cipirrello.

Non interessa ai fini del giudizio analizzare i fatto­ri del movimento separatista, né considerare le fasi di sviluppo dell’EVIS e della sanguinosa lotta ingaggiata contro le forze armate dello Stato nell’intento di suscitare la sollevazione generale dell’Isola, come pure le cause del suo fallimento; ma altrettanto non può dirsi dei rapporti che i promotori ebbero col Giuliano per associarlo alla loro impresa e dei sentimenti, delle finalità, del mirag­gio che mossero costui ad aderirvi e a condurre con cieco furore la guerriglia, dappoiché gli uni e gli altri con­corrono a dare risalto alla personalità del capo della banda e di taluno degli attuali imputati, in particolare dello Sciortino Pasquale, che allora fu al Giuliano assai vicino.

Questi – un’ex sottufficiale dell’esercito tornato a S. Cipirrello nell’estate del 1944 dopo la liberazione dell’Italia centrale, fervente assertore dell’idea separatista e militante nelle file dell’EVIS, un gio­vane che l’Ispettorato generale di PS per la Sicilia, nel menzionato rapporto n. 714, disse “cresciuto in ambiente di mafia e di delinquenza” – tratto in arresto il 16 gennaio 1946 al posto di blocco di Giardinello (quanto più intensa era in quella zona e nei territori di Carini, Partisco, Lo Zucco, l’attività criminosa della banda) perché trovato in possesso di una pistola tedesca e di due tubi di gelatina che deteneva nella macchina – una 1100 FIAT – sulla quale viaggiava, confessò tra l’altro ai carabinieri che, persuaso dal latitante Monticcioli Giuseppe ad entrare nel movimento separatista, aveva preso contatto nel giugno 1945 con il bandito Giuliano, che il Monticcioli considerava persona di preminente importanza nel movimento stesso e chiamava “il generale”; che, nel breve incontro avuto con il Giuliano, questi gli aveva lasciato intendere di essere in rapporti con l’on. Finocchiaro Aprile, con l’on. Varvaro, e con Pietro Franzone, fratello del sindaco di Borgetto; che a Palermo il barone Stefano La Motta, cui era stato presentato dal Franzone confermandogli che il Giuliano era uno degli esponenti, l’aveva esortato a fare in lui pieno affidamento […] gli aveva chiesto di dargli lezioni d’italiano e di francese, compito che però non si era assunto ritenendo di non essere in grado di assolverlo.

Narrò quindi di un convegno tra il Giuliano ed i dirigenti dell’EVIS, avvenuto a Ponte Sagana, nel quale erano state definite le linee generali dell’azione; circa l’arma e l’esplosivo trovati in suo possesso, lo Sciortino chiarì che la pistola era del latitante Mazzola Santo da S. Giuseppe Jato, affiliato alla banda Giuliano, dal quale l’aveva avuta per farla riparare, ed i due tubi di gelatina facevano parte di un maggior quantitativo di esplosivo destinato al capo bandito, esplosivo che acquistato a Licata da Bonelli Luciano, suo ex mezzadro, era stato trasportato con la sua macchina: egli aveva accom­pagnato il Bonelli a Licata per invito del Mazzola, cui poi la gelatina era stata consegnata, ed i due tubi di cui si tratta, caduti accidentalmente dal sacchetto che contene­va l’esplosivo, erano rimasti nella sua automobile per me­ra dimenticanza; negando l’appartenenza alla banda, ammise tuttavia di aver partecipato ad una delle aggressioni organizzate dal Giuliano contro le caserme, precisamente a quel­la contro la caserma dei CC. di Grisì (I/A, Evis, 128‑135, 297).

Buona parte delle dichiarazioni dello Sciortino trovarono conferma negli interrogatori resi alla polizia giudiziaria dal barone La Motta e dal Franzone, i quali furono tratti in arresto nello stesso torno di tempo: a dire del Franzone, il bandito Giuliano aveva il comando dell’EVIS nella Sicilia occidentale e, secondo l’assunto del La Motta – quale ci diranno dal rapporto n. 714 (I/A, Evis, 38) – il medesimo ingrossate le fila della banda con l’acca­parramento dei giovani dell’EVIS, aveva dato corso alle azioni aggressive contro le caserme, onde acquisire benemerenze presso il movimento rivoluzio­nario che, per gli accordi stipulati e le promesse fatte, gli avrebbe assicurato, in caso di vittoria, l’impunità per tutti i gravi delitti da lui e dai suoi affiliati commessi.

Negli interrogatori successivi, raccolti dall’Autorità giudiziaria, nessuno di costoro confermò le dichiarazioni fatte precedentemen­te: lo Sciortino ed il Franzone addussero di essere sta­ti costretti a farlo dal m.llo Capo dei CC Leone Alberto mediante minacce, maltrattamenti, sevizie; ed il La Motta spiegò di aver firmato il verbale non per sottrarsi alle sevizie che in realtà non gli erano state usate, bensì all’atmosfera di terrore che il m.llo Capo Leone aveva saputo creare attorno a lui.

In particolare lo Sciortino escluse di aver avuto col Giuliano alcun rapporto; e, mentre quanto alla pistola as­serì di averla avuta in dotazione durante la sua apparte­nenza alle brigate partigiane del Lazio e della Toscana dopo gli avvenimenti del settembre 1943, quanto alla ge­latina precisò di averla acquistata a Licata (circa Kg. 6,500) da alcuni pescatori di frodo, occorrendogli per bonificare un terreno di proprietà del nonno sito in loca­lità “Mortilla” di S. Cipirrello, ma poi, preso dalla pau­ra di trasportarla, se n’era subito disfatto rivendendola a sotto costo ad altro pescatore; cosicché i due tubi rin­venuti dai carabinieri nella macchina dovevano essere ca­duti dall’involucro che li conteneva nel momento in cui si era disfatto dell’esplosivo (I/B, Evis, 6).

Riservando di considerare a suo tempo tali dichiarazio­ni e gli elementi di valutazione che ne scaturiscono, può intanto aversi per fermo, in base a quanto lo Sciortino ha detto nel dibattimento di appello che a Ponte Sagana i dirigenti dell’EVIS conferirono al Giuliano anche l’investitura formale del comando: gli consegnarono le insegne del grado di Ten. Colonnello e lo salutarono militarmente.

Sta in fatto che il 29 dicembre 1945 Salvatore Giuliano e la sua banda iniziarono la loro criminosa guerriglia nella Sicilia occidentale assalendo via via le caserme dei CC. di Grisì, di Bellolampo, di Borgetto, di Montelepre, di Pioppo, di Piano dell’Occhio, attaccando proditoriamente automezzi militari; consumando omicidi e tentati omicidi di carabinieri e di soldati; fino ad innalzare – esaltati dai loro successi effimeri e da un elogio dei dirigenti dell’EVIS, che il Giuliano lesse ai gregari riuniti a “Lannachi” di Montelepre (Mannino F. Z/1, 104) – la bandiera giallorossa del separatismo sul Montedoro, alle cui falde ingaggiarono un conflitto aspro e cruento con le forze dell’ordine (I/A, Evis, 27).

Ma, intensamente premuta sulle montagne dalle Squadriglie e dai Nuclei Mobili, la banda si frazionò e si assottigliò costretta a spostarsi in altri luoghi.

5

È d’uopo considerare che non tutti in coteste azioni di guerriglia si esaurirono gli atti di banditismo attribuiti al Giuliano ed alla sua banda, commessi durante il periodo dell’EVIS (settembre 1945 ‑ marzo 1946) e subito dopo in quell’angolo della Sicilia occidentale dove il capo bandito pareva dominasse invulnerabile per la rilevanza che spiegano nella presente indagine: a) l’omicidio e il tentato omicidio consumati in Monte­lepre, la sera del 7 settembre 1945, in persona rispettivamente della bambina Talluto Angela e di Spica Giovanni: quest’ultimo, mentre sedeva davanti la porta della propria abitazione, in via Vittorio Emanuele, e con lui erano il nipote Musso Vincenzo, Talluto Francesco, Candela Vincenza e la piccola Angela, venne fatto improvvisamente segno a numerosi colpi di pistola sparati da due malfattori che, commesso il delitto, si allontanarono immediatamente; tutti restarono feriti ed in conseguenza delle lesioni ripor­tate la bimba decedette; l’azione fu motivata da un intento di rappresaglia e di vendetta; b) la rapina ed il sequestro a scopo di estorsione in persona di Di Lorenzo Giuseppe di Giovanni da S. Giuseppe Jato avvenuti la mattina del 19 settembre l945 in località “Passo Puledro” di Grisì: il sequestrato fu poi rilasciato senza che si facesse luogo al pagamento del prezzo del riscatto perché il latore della lettera di richiesta, fermato risolutamente dai parenti della vittima e riconosciuto per Di Lorenzo Giuseppe fu Antonino da Montelepre inteso “Peppe di Flavia” fu indotto a promettere la libera­zione onde essere a sua volta rilasciato; c) la rapina ed il sequestro a scopo di estorsione in persona del possidente avv. Arcuri Michele da Palermo, com­messi l’11 novembre 1945 in contrada ”Balletto” di S. Cipirrello: i malfattori si impossessarono anche dell’automezzo, un camioncino Fiat 501, con il quale l’Ar­curi era andato a “Balletto” ed incassarono per il rilascio del sequestrato la somma di £. 4.500.000; d) l’omicidio del carabiniere Sassano Francesco consumato la sera del 25 marzo 1946 a Pioppo, mentre vi tra­scorreva una licenza: solo perché avrebbe osato dire in paese di sentirsi capace di far catturare il capo bandi­to Giuliano, tre malfattori armati di mitra, introdotti­si nella sua abitazione, lo costrinsero – sotto gli occhi delle sorelle Anna e Francesca, che terrorizzate non potettero dargli alcuno aiuto – ad uscire di casa ed a seguirli per breve tratto sulla strada Pioppo – Borgetto dove immediatamente, con alcune raffiche di mitra, lo trucidarono, quindi, prima di allontanarsi, posero sul cadavere del povero Sassano un foglio con la scritta: “questa e la fine delle spie. Giuliano’’; la gente viveva in uno stato di terrore: subito dopo, a bordo di un camion, transitò per quella stra­da certo Canera Salvatore da Monreale, vide a terra il corpo inanimato del carabiniere e, temendo per sé, non si fermò a soccorrerlo e neanche avvertì i carabinieri di Pioppo; e) l’assalto all’autocorriera Palermo – Montelepre messo in atto nelle ore pomeridiane del 1° aprile 1946: quel giorno l’automezzo procedeva carico di passeggeri, oltre cinquanta, tra cui donne e bambini, e trasportava ingenti va­lori postali; su di esso viaggiavano pure il m.llo dei CC. Calandra Giuseppe, comandante la stazione di Montelepre ed altri sei militari, in servizio di scorta, appartenenti alla stessa stazione; giunti in località “Bellolampo” al­le falde di Monte Cuccio, la presenza sul piano stradale, accanto ad un carro agricolo che ostruiva il passaggio, di una sagoma umana – era un fantoccio disteso su di una pozza che pareva di sangue – costrinse l’autista a ferma­re ed indusse il carabiniere Bardani Giovanni a scendere per verificare l’accaduto; ma, come questi fu sceso, una scarica di colpi, sparati da malfattori in agguato dietro le rocce, si abbatté su di lui; la reazione dei carabinieri sotto la guida del loro comandante fu pronta ed efficace: il conflitto che ne seguì si protrasse per alcuni minuti e feriti rimasero anche il brig. Vella ed i carabinieri Gentile e Mancuso, ma infine i banditi furono volti in fuga; l’azione criminosa fu preparata e condotta dal Giuliano personalmente con l’appoggio di un gruppo dei suoi più fidi, in odio ai carabinieri, particolarmente vuolsi al comandante Calandra che riteneva gli desse una caccia spietata; e, come la Sezione istruttoria della Corte di Appello di Palermo ha osservato (sent. cit. 13.6.1951 Z, 159), non a caso fu scelto un giorno in cui l’autocorriera traspor­tava ingenti valori che la banda, una volta soppressi i ca­rabinieri di scorta, non avrebbe risparmiato alla razzia; f) l’omicidio dei fratelli Misuraca Mario e Giuseppe ed il tentativo di omicidio in persona di Misuraca Giorgio e Cappello Salvatore, consumati in S. Cipirrello la notte del 24 al 25 aprile 1946: costoro, fatti uscire a forza dalle loro case da una diecina di malfattori bene armati, qualificatisi carabinieri, vennero condotti nella piazza prin­cipale del paese ed ivi, disposti in fila a ridosso di un muro, furono fatti segno a raffiche di mitra e di fucileria; Misuraca Mario e Giuseppe caddero crivellati da numerosi colpi, Misuraca Giorgio rimasto illeso trovò scampo nella fuga e similmente riuscì a salvarsi fuggendo il loro cognato Cappello Salvatore, quantunque fosse stato col­pito ad una gamba; prima di allontanarsi con l’automez­zo sul quale erano venuti i banditi, tra cui furono rico­nosciuti il Giuliano e Monticciolo Giuseppe, posero sul cadavere di Misuraca Mario un foglietto ammonitore con la scritta: “anime di spie non vanno in paradiso, tutte le spie contro Giuliano fanno questa fine”; l’addebito mosso loro dai banditi era di appoggiare l’opera della polizia nella repressione del banditismo e, del resto, ciò rese noto lo stesso Giuliano quando nel giugno 1946, con lette­ra autografa alla rivista “Cronaca Nera”, assumendo la pa­ternità dell’eccidio, dichiarò apertamente di averlo com­piuto per punire i Misuraca ed il Cappello della collabo­razione che prestavano alla polizia per la cattura sua e degli uomini della banda (v. sent. cit. 13.6.1951 Z9, 198); g) i sequestri di persona, a scopo di estorsione consumati: 1. in danno dell’industriale Virga Giov. Battista il 3 maggio 1946, in Palermo: nelle prime ore del mattino, men­tre il Virga usciva dalla propria abitazione in via Dante, venne aggredito da sette malfattori armati e sospinto a viva forza dentro una automobile, all’uopo predisposta, che subito si allontanava a gran velocità; il sequestrato fu rilasciato dopo nove giorni previo pagamento da parte dei familiari della somma di £. 25.000.000, che fu ritirata nel luogo convenuto dal bandito Salvatore Giuliano personalmente; 2. in danno del possidente Stabile Francesco il 13 mag­gio 1946, in contrada Vivignano di Alcamo: otto banditi armati di mitra, moschetti e pistole prelevarono nel primo pomeriggio lo Stabile mentre sopraintendeva alla coltura dei campi, depredando, nel contempo, il padre di lui, An­tonino, di due cavalli, di 100 kg. di formaggio e di un fucile e impossessandosi altresì di un altro fucile appar­tenente a Pirrone Andrea, impiegato degli Stabile; il sequestrato fu rimesso in libertà previo pagamento di 6 milioni di lire nelle mani di certo Cataldo Vincenzo di Gaetano da Alcamo che aveva fatto da intermediario tra Sta­bile Antonino e il capo bandito Giuliano; 3. in danno di Ugdulena Antonino, il 15 Giugno 1946, in contrada “Monaco” di Torretta: numerosi banditi, armati i più di armi automatiche, irruppero nelle ore pomeridiane a “Villa Fanny”, abitazione del possidente Gregorio Ugdule­na; misero a soqquadro la casa impossessandosi di bianche­ria, indumenti, armi, equini per un valore di alcune centinaia di migliaia di lire; intimarono all’Ugdulena, sotto minaccia di procedere al sequestro del figlio Antonino, la consegna immediata della somma di 15.000.000 di lire e, non avendo quello potuto ottemperare alla richiesta, condussero via il giovane a bordo di una grossa autovettura Alfa Romeo, di cui pure si impadronirono sul posto, e lo tennero per più tempo in ostaggio, dapprima nella “casa bianca” a Piano Renda, una casetta rurale sita al limitare di un bosco, unitamente ad altro sequestrato, Antonio Vanella, e poi in una lunga ed oscura grotta in contrada “Crucifia”; quindi lo liberarono, sembra, a quanto venne detto, senza percepire alcun prezzo di riscatto; 4. in danno del commerciante Agnello Luigi il 17 Giugno 1946, in Palermo: verso le 15, nella centrale via Villa Franca, l’Agnello, mentre si accingeva a scendere dalla propria automobile, fu circondato da alcuni malfattori ar­mati e costretto ad entrare in altra automobile, che si allontanò subito velocemente; condotto prima in una casetta rurale in località “lannachi”, poi in una stalla nell’abi­tato di Montelepre, fu infine, per ordine di Giuliano, trasferito in una grotta alla contrada “Crucifia”, dove in seguito furono ristretti anche il Vanella e l’Ugdalena; indi per precauzione fu spostato ancora in altra grotta alla contrada “Bommarito” di S. Giuseppe Jato e successivamente all’addiaccio in contrada “Ficuzza”, fino a che, dopo quaranta cinque giorni non fu rimesso in libertà previo pagamento da parte del suoi familiari della somma di £. 30.000.000 che il capo bandito Giuliano ritira personalmente; 5. in danno del possidente Vanella Antonio, il 19 giugno 1946, nell’ex feudo Catagnano (Corleone) mentre si trat­teneva col fratello Francesco in una stanza a piano terra della sua casa rurale, due malfattori, qualificandosi agenti di PS, entrarono audacemente con l’apparente scopo di controllare le armi e, impossensatisi in tal modo dei due fucili da caccia dei Vanella, si rivelarono per quel che realmente erano: terrorizzando tutti i presenti con i mi­tra, presero dalla stalla due cavalli ed una mula, e fat­to salire Vanella Antonio su di una cavalcatura lo costrinsero a seguirli; il sequestrato fu tenuto in ostaggio, come si è detto, insieme all’Ugdulena e venne liberato il 28 dello stesso mese dopo che il fratello Francesco ebbe versato nelle mani dei banditi un milione di lire, tutto quanto affannosamente era riuscito a mettere insieme; h) e dell’eccidio consumato il 27 maggio 1946 a “Balletto”, dove, per motivi di predominio e di rivalità criminale, furono attirati e barbaramente trucidati certi Ballarò Saverio da Camporeale, Cici Salvatore da Partinico, Sessa Pietro, Grimaudo Giuseppe e Vivona Rosario da Alcamo: tutti delinquenti, associati fra loro, essi osavano commettere delitti nella stessa zona di influenza del Giuliano, senza la sua autorizzazione, abusando in tal modo del suo nome e furono per questo, da lui e dagli uomini della sua banda soppressi.

6

La menzione dei sequestri perpetrati in persona dell’Ugdulena, dell’Agnello e del Vanella offre l’oppor­tunità di accennare all’avventura occorsa a tre giovanissimi settentrionali, tre ex partigiani, Trucco Bruno di Andrea da Conegliano Ligure, Celestini Giancarlo di Giuseppe da Milano, Forniz Enzo di Antonio da Pordenone – sentiti quali testimoni anche in questo procedimento – che spintisi fino in Sicilia in cerca di lavoro, raggiunsero fortunosamente la banda Giuliano e vi furono arruolati.

Il contatto con gli emissari della banda avvenne a Par­tinico, dove essi arrivarono di passaggio il 9 giugno 1946 diretti a Trapani; erano senza mezzi e, dopo essersi rivolti a varie autorità per aiuti, ottennero dalla locale sezione dell’ANPI un sussidio di lire 1500 ciascuno; mentre vagavano per l’abitato furono raggiunti da un certo “Ciccio il Vaccaro”, identificato per Cucchiara Francesco di Giuseppe da Montelepre, che, mostrandosi edotto della lo­ro situazione, promise un buon lavoro. Come meglio si di­rà in seguito, dopo i moti dell’EVIS la banda si trovava in crisi: diversi elementi, circa una trentina, erano stati arrestati dalla polizia, altri, quelli mossi unicamen­te da una finalità politica avevano preferito tornare alla loro vita normale, altri infine erano scontenti, dissentivano dal capo e pensavano di organizzarsi diversamente; vi era perciò bisogno di nuovi elementi fidati e risoluti, e parve che la qualità di partigiani avuta dai giovani suddetti potes­se dare affidamento. Il Cucchiara li condusse a Montelepre a piedi e per sentieri di montagna; colà passarono al va­glio di due banditi di rilievo, Passatempo Salvatore e Pi­sciotta Gaspare, nonché di Marianna Giuliano che curò il controllo dei loro documenti, e furono ingaggiati. Un certo Palermo Giuseppe di Giovanni da Montelepre, che pure si occupò di loro, li tranquillizzò dicendo che il Giuliano non era un malfattore come si diceva era soltanto un combattente che lottava per l’indipendenza dell’Isola allo stesso modo che i partigiani avevano lottato nel continen­te, e spiegò che se avessero collaborato al trionfo della sua idea sarebbero stati pagati e trattati bene. Attratti da questo falso miraggio accettarono, ma ben presto dovet­tero constatare – come la citata sentenza 13.6.1951 ha po­sto in evidenza (Z 9°, 170) – che nella banda Giuliano si operava per un fine di comune criminalità e rimasero vit­time della loro inesperienza senza più possibilità di sottrarsi alle violenze dei banditi se avessero tentato di fuggire.

Il capo bandito li accolse con diffidenza. Stava con i suoi uomini alla “casa bianca” di Piano Renda, indossava pantaloni di velluto e camicia all’americana e portava sul petto un distintivo costituito da due strisce d’oro su fondo giallo rosso; li avvertì che se fossero “sbirri” o spie venuti per farlo catturare sarebbero stati uccisi inesorabilmente e li ammonì che gli dovevano assoluta ob­bedienza; poi, fattosi d’un tratto più cordiale, li invi­tò a chiamarlo semplicemente “Turiddu” e li ammise a man­giare con lui e con quelli della sua banda. Manifestò di sé e della sua potenza un concetto smisurato: disse che “comandava la Sicilia” e volle sapere se si parlasse di lui in alta Italia.

Il loro primo impiego avvenne nel sequestro Ugdulena, cui non potettero esimersi dal partecipare, ed in seguito furono addetti alla custodia dei sequestrati, sia nella “casa bianca” di Renda, che nella grotta “Crucifia”; ma, presi tosto in sospetto, furono tenuti in stato di servaggio insieme con i sequestrati, adibiti ai lavori più umili, finché, una quindicina di giorni dopo o poco più, il Giuliano, persuaso che fossero per la banda un “peso inutile”, non decise di lasciarli andare. Ingiunse loro di restituirsi alle loro case e di non far parola di quanto avevano visto; quindi in compenso dei servigi fece dare a ciascuno £.100.000.

Ma lo stesso giorno essi furono fermati dai carabinieri a Partinico, nei cui pressi erano stati riaccompagnati; il danaro venne sequestrato ed essi furono tradotti a Palermo, nella caserma S. Vito, dove, rimessi in libertà, restarono a lungo ospiti dell’Arma con la quale lealmente collaborarono ai fini degli accertamenti in corso a quel tempo (D, 368‑374; V 5°, 601‑602 e 630‑633, L, 11) dando notizie utili per la identificazione e per l’arresto anche di taluno dei componenti della banda.

7

Liquidata che fu l’insurrezione, la corrente de l’EVIS rientrò nell’alveo del MIS e coloro che dirigevano il movimento, una volta liberati dal confino e tornati in Sicilia, non esitarono a valersi dell’appoggio politico del Giuliano per la campagna elettorale del 2 giugno 1946.

Sta in fatto, invero, che il Giuliano si impegnò a fondo per il MIS in tutta la zona della propria influenza e mobilitò a tal fine anche i familiari “sia io che gli altri familiari ed amici di Turiddu – asserì la sorella Marianna nelle dichiarazioni giudiziali del 9.2.1953 (V. proc. pen. c. i mandanti, Vol. 2,65) – eravamo esortati dallo stesso a seguire le sue direttive politiche. Io fui attiva propagandista dell’on. Varvaro, tanto che, con la moglie, la figlia di Lucio Tasca ed altre donne di cui non ricordo il nome, lo accompagnai per la campagna elettorale del 1946 nei comizi tenuti non solo a Montelepre ma anche in altri paesi, quali Partinico, Borgetto, Terrasini, Grisi, Alcamo, Carini, Villabate, Misilmeri, Bagheria, Porticello ed altri ancora che precisamente non ricordo. Egli “appoggiò tutta la lista separatista capeggiata dall’on. Finocchiaro Aprile” e, “quando poi avvenne la scissione tra i separatisti (è noto che eletto deputato alla Costituente, l’on. Varvaro si dimise dal MIS e creò il MISDR), rimase fedele al gruppo dell’on.Varvaro, sostenendolo altresì alle elezioni regionali del 20 aprile 1947”.

Non è dubbio che cotesti contatti, attraverso l’EVIS ed il MIS, con persone di ben diverso ed elevato ceto so­ciale, che al Giuliano si affiancarono per il consegui­mento dei loro fini politici, ed il peso determinante dal­le stesse riposto nell’azione di lui, abbiano avuto l’effetto di potenziare nel capo bandito – cui già l’acquiescen­za supina di possidenti agrari, soprastanti, gabelloti, campieri, contadini, aveva dato il senso del dominio – una falsa opinione della propria personalità. Molteplici fat­tori concorsero a questo risultato e come l’Ispettorato generale di PS riferì col rapporto n. 37 del 4.9.1947 (L, 9 e 13) – ad un certo momento egli ritenne di essere un gran capo, il sostenitore di un’idea politica: lanciò pro­clami, tramò per l’uccisione di uomini politici che rite­neva suoi avversari; fece minacce a varie Autorità; entrò in polemiche e scrisse ai giornali, che pubblicarono e commentarono le sue lettere dando alle stesse risalto e dif­fusione.

8

Giova rilevare che in base al citato rapporto del­l’Ispettore generale di PS per la Sicilia 7.3.1946 n. 714 ed a precedenti denunzie ad esso richiamate fu istituito un procedimento penale contro 183 imputati – tra cui anche gli esponenti dell’EVIS dianzi menzionati – per omicidi e tentati omicidi aggravati, costituzione di banda armata diretta a commettere reati contro la proprietà e la persona e partecipazione alla stessa, insurrezione armata con­tro i poteri dello Stato ed altri reati, secondo le rispettive imputazioni.

L’istruttoria iniziata dal Procuratore militare presso il Tribunale militare di Guerra di Palermo, fu proseguita e fu conclusa dalla Sezione istruttoria della corte di Appello della stessa città che, con sentenza 23.12.1947, ordinata la separazione del processo in relazione ad alcuni fatti avvenuti in territorio di Caltagirone, dichiarò di non doversi procedere nei confronti di quasi tutti gli imputati o per non essere stati identificati, o per non aver commesso il fatto o per estinzione dei reati a causa di amnistia in applicazione del DP 22.6.1946 n.4, oppure a causa di morte di taluno dei rei (come per gli Avila uc­cisi in conflitto).

Conformemente a quanto si è notato innanzi e risulta, del resto, dalla sequenza degli avvenimenti, la Sezione Istruttoria, riconosciuta la preesistenza ai fatti dell’EVIS delle due bande del Giuliano e dell’Avila, dirette al­la consumazione di reati comuni contro il patrimonio e contro la persona, escluse che i dirigenti dell’EVIS avesse­ro dato vita, con l’apporto di costoro, ad una banda autono­ma, diversa da quelle precedenti, ma ritenne che, per sorreggere e potenziare la loro azione di forza, essi avessero fatto capo alle due bande suddette che pertanto avevano conservato intera, fino alla fine, l’originaria fisionomia. Questa considerazione, se per un verso condusse al proscioglimento con formula piena dall’accusa di costituzione e di partecipazione ad una banda nuova, distinta dalla precedente, lasciò, peraltro, impregiudicata la responsabilità penale del Giuliano e dei suoi accoliti in relazione all’associazione per delinquere già costituita ed ai reati commessi in dipendenza del vincolo nascente dalla associazione stessa.

9

Questa rapida rassegna dell’attività svolta da Sal­vatore Giuliano e dalla sua banda durante i moti insurre­zionali dell’EVIS e nel periodo immediatamente successivo, fatta alla luce delle risultanze obiettive del processo, autorizza intanto le seguenti osservazioni conclusive: a) il movimento separatista trovò i suoi principali so­stenitori nel ceto agrario e nella mafia: ciò traspare chiaramente dal rapporto n. 714 dell’Ispettorato generale di PS per la Sicilia la dove accenna alla condizione sociale di principali dirigenti dell’EVIS la dove rileva che Calogero Vizzini noto “capofamiglia“­ e importante personaggio della mafia siciliana appoggiava il separatismo sebbene autonomo e distinto dal MIS, l’EVIS scaturito da questo movimento quale espressione della corrente più accesa, agitò i mede­simi interessi politici e sostanzialmente rappresentò le stesse correnti politico-sociali; b) elevato a paladino di cotesti interessi, il bandito Giuliano agì in solidarietà con coloro che li sostenevano, o meglio, quale strumento di essi, mirando, tuttavia, attraverso il conseguimento di obiettivi politici, alla soddisfazione di esigenze meramente egoistiche: la completa impunità per sé e per i suoi affiliati ed il coronamento di ambiziosi disegni personali; di tal che, pur nell’aureola di politicità di cui ammantò la propria azione non cessò da quell’attività di delinquenza comune che gli era pro­pria ed abituale, caratterizzata da avidità di lucro, da sentimenti di odio e di vendetta, da assoluto dispregio della legge e di ogni potere costituito, espressione im­mediata e sincera della sua personalità; c) il fallimento dei moti e la liquidazione dell’EVIS, consolidando la responsabilità penale di lui e degli uomini della sua banda, perseguiti da mandati di cattura per la lunga serie di delitti comuni commessi che il genera­le beneficio dell’amnistia elargita con il DP 22.6.1946 n. 4 non copriva, rese più acuto l’avvertito desiderio di impunità ed il capo bandito se ne ripromise il soddisfacimento attraverso l’affermazione politica del MIS che ripiegava sull’autonomia amministrativa dell’Isola.

10

Non è compito della Corte esaminare le cause che condussero al progressivo declino di questo movimento e neanche considerare i nuovi orientamenti politici di quelle correnti che lo avevano alimentato: una siffatta indagine esula dalle finalità del giudizio; ma, per l’esatta valutazione dei fatti della causa e soprattutto dell’atmosfera in cui sono germinate, non si può fare a meno dal tenere conto dei riflessi che nella zona di influenza della ban­da Giuliano ebbe la lotta ingaggiata dai partiti di estrema sinistra per il raggiungimento degli scopi perseguiti.

Nel regime ancora quasi feudale della proprietà terrie­ra, le condizioni dei contadini, segnatamente nella predet­ta zona, erano assai disagiate e sul disagio, come sul naturale desiderio di miglioramento, fecero leva l’on. Girolamo Li Causi, dirigente delle organizzazioni comuniste dell’Isola, ed il suo collaboratore l’on. prof. Giuseppe Montalbano, per agitare le masse rurali e muoverle all’assalto del feudo.

Il movimento che ne nacque, volto alla eversione del latifondo ed allo smantellamento delle sue strutture, non mancò di suscitare l’allarme di coloro che maggiormente erano interessati alla conservazione; e proprietari per un verso, soprastanti, gabelloti, campieri per un altro, vi opposero una tenace resistenza che raggiunse l’acme di una lotta mortale.

Era naturale che il primo urto avvenisse col separatismo, che, come si è visto, cotesti interessi almeno in parte inizialmente rappresentava, ed il contrasto fu co­sì forte che, secondo ha detto l’imputato Pasquale Sciortino, elementi del blocco del popolo strapparono in Pa­lermo la bandiera separatista. Forse non furono estranei anche altri motivi a questo gesto (lo Sciortino non ne ha indicato alcuno), ma, quali che fossero, essi certamente valsero a scavare ancor più il solco.

Una causa di vivo attrito e di fermento fu l’applicazione dei Decreti Legislativi (Gullo) 19 ottobre 1944 n. 279 e (Segni) 6 settembre 1946 n. 89, concernenti la concessione dei terreni incolti, o non coltivati sufficentemente, a cooperative di contadini. Restando nell’ambito che interessa, va rilevato che la mattina del 31 ottobre l946 circa un migliaio di contadini, associati nella cooperativa agricola di Piana degli Albanesi, non soddisfatti delle decisioni della Commissione provinciale, che aveva assegnato loro soltanto l’ex feudo ‘‘Guadalami”, si raccolsero dinanzi alla Prefettura di Palermo per protestare; la protesta valse ad ottenere l’assegnazione anche degli ex feudi “Maganoce” e “Maroni”, nonché di 80 ettari dei 250 costi­tuenti l’ex feudo “Scala” di proprietà dei conti Naselli, ma, insofferenti degli indugi frapposti alla consegna per la resistenza dei proprietari, il 16 novembre dello stes­so anno invasero arbitrariamente tanto le terre assegnate, quanto la rimanente parte non concessa dell’ex feudo Scala (A, 51‑52).

Siffatta progressiva penetrazione delle massse rurali dei partiti di estrema sinistra – alle amministrative dell’ottobre 1946 a S. Cipirrello fu eletto sindaco Sciorti­no Pasquale, capolista del Blocco del Popolo – spiega la tensione e l’asprezza che caratterizzarono la lotta dei partiti nelle elezioni regionali del 20 aprile 1947 e l’in­teresse diretto di taluni agrari e della mafia a combattere nel comunismo l’anelito dei contadini a spezzare la ti­rannia di quelle strutture quasi feudali ed a conseguire nell’ambito della legislazione vigente più accettabili con­dizioni di vita.

Anche in queste elezioni Salvatore Giuliano ebbe una parte attiva che svolse a favore del “Movimento Indipenden­tista Siciliano Democratico Repubblicano” (MISDR), organiz­zato dall’ on. Varvaro dopo la scissione del separatismo: è negli atti un manifesto dattiloscritto che fu affisso nel­l’abitato di Grisì col quale egli invitava la popolazione a votare compatta per il MISDR, lista n. 8, che dichiara­va unico vero difensore degli interessi dell’Isola, e la e­sortava a non dimenticare “che molto sangue siciliano è stato sparso e che vostri fratelli hanno perduto la vita per la libertà della Sicilia” (A, 150); un più caldo appello ri­volse al popolo di Montelepre incitandolo a non dare “ret­ta ai falsi propagandisti” ed ammonendo che, “se di questi vi sono, stiano attenti che hanno da fare i conti con noi” (Z/4°, 545). Similmente impegnò nella competizione elettora­le i suoi familiari, come emerge dalle citate dichiarazio­ni della sorella Marianna che, pure assorbita dalle cure domestiche per l’imminenza delle sue nozze con Pasquale Sciortino fu Giuseppe, fece propaganda in Montelepre ed intervenne ad un comizio tenuto dall’ on. Varvaro a Partinico.

A S. Cipirrello la propaganda non fu meno intensa che al­trove e non mancarono le intimidazioni; a dire di quel sin­daco, il capo della mafia locale, tal Celeste Salvatore, parlando in un pubblico comizio, avvertì che in caso di vittoria del Blocco del Popolo molto sangue sarebbe stato sparso e tante fosse si sarebbero scavate per i comunisti: i figli non avrebbero ritrovato il padre e la madre (A, 13); e, secondo il teste Schirò Giacomo, sulle porte delle case dei comunisti si trovarono scritte le parole “morte ai comunisti”, seguite da segni di croce (D, 35).

Tuttavia ciò non valse che in parte ad arginare il movimento sindacale dei contadini organizzato dai socialcomunisti, e come emerge dai seguenti risultati elettorali:

Comuni

MISDR

Lista 8

BdP

Lista 10

DC

Lista 1

PNM

Lista 3

PL

Lista 5

Montelepre

1521

70

719

114

71

Giardinello

443

4

76

15

41

Partinico

2611

653

1536

1327

2809

S. Giuseppe Jato

229

2303

965

38

948

S. Cipirrello

73

1180

201

26

899

Piana d.Albanesi

13

2739

505

30

239

dei principali comuni della zona d’influenza del bandito Giulia­no, se la lista n. 8 riportò i maggiori suffragi a Montelepre, Giardinello, Partinico, dove il predominio del capo bandito, e di coloro che lo sostenevano, si rivelò ancora saldo ed operante, non ebbe a S. Giuseppe Jato, a S. Cipirrello, a Piana degli Albanesi alcun successo, sì che, per difetto del quoziente necessario, non ottenne alcun seggio. Al contrario, in questi tre ultimi comuni fu il Blocco del Popolo a segnare una clamorosa vittoria che cominciava a rendere piuttosto difficile ed incerta la conservazione del tradizionale dominio delle campagne.

Il turbamento o, meglio, il risentimento che ne derivò non fu affatto lieve: l’ex tenente dei carabinieri Di Leonardo Pasquale che ne aveva raccolto gli echi, credette opportuno consigliare il sindaco di S. Cipirrello, presente il comandante la locale stazione dei CC., di astenersi dal fare manifestazioni di giubilo perché c’erano persone dalla “testa guasta”; ed il sindaco, per evitare disordini, non permise alcuna manifestazione (A, 13).

11

Fin dall’anno precedente, i contadini di Piana degli Albanesi, di S. Giuseppe Jato e di S. Cipirrello, ripristinando una vecchia consuetudine interrotta durante il periodo fascista, avevano ripreso a celebrare la festa del lavoro a Portella della Ginestra, un vasto pianoro pascolativo sito in territorio del Comune di Piana degli Albanesi, al km. 4,300 della strada carreggiata che da Piana conduce a S. Giuseppe Jato, ed anche quell’anno la mattina del 1° maggio vi convennero numerosi per solennizzare in allegria il lavoro dei campi.

È opportuno precisare che la località Portella della Ginestra comprende tutta la vallata che si estende tra il Monte Pelavet, ultima propagine del Monte Pizzuta, chia­mata comunemente la “Pizzuta” per la sua conformazione a rocce appuntite e le falde dell’opposto Monte Kumeta; la valle, ad andamento piuttosto pianeggiante con leggero declivio verso il centro, dove si snoda la carreggiabile suddetta, è formata, verso il Monte Kumeta, da terreni se­minativi coltivabili a grano e, verso la “Pizzuta”, da ter­reni incolti, pascolativi, alquanto accidentati, dissemi­nati di numerosi massi, dalla forma e dalle dimensioni va­rie, non eccedenti tuttavia l’altezza di m. 1,20 circa. La strada attraversa il fondovalle ed a destra, nel senso Piana degli Albanesi – S. Giuseppe Jato, è delimitata da una scarpata che si eleva di circa un metro, al di sopra della quale si estende fino alle pendici della Pizzuta il menzionato pianoro pascolativo incolto ed accidentato; su di esso, a circa 46 metri dalla strada, si erge una specie di podio, di forma ovale, costituito da roccia viva e da pietrame a secco, la cui altezza da terra, da un massimo di m. 1,60 verso il Kumeta, degrada fino ad un minimo di un metro verso il Pelavet.

La manifestazione indetta dagli organi sindacali e dai Partiti comunista e socialista, aveva anche un contenuto ricreativo, di tal che, come era d’uso, i partecipanti vi affluirono con i propri familiari tra i quali donne e bambini. Vi giunsero chi a piedi, chi a ca­vallo, chi sopra i caratteristici carretti siciliani, can­tando inni d’occasione e sventolando bandiere rosse. Era una festa ed era rallegrata dalla banda musicale di Piana degli Albanesi.

Le prime a giungere sul luogo, verso le 9, furono le comitive provenienti da S. Giuseppe Jato e da S. Cipirrello, guidate dal sindaco di quest’ultimo comune e dai dirigenti delle rispettive organizzazioni sindacali; e tutti in at­tesa dell’arrivo della comitiva di Piana degli Alhanesi, si sparsero a gruppi nel pianoro, taluni per riposare, al­tri per consumare la colazione che avevano portato.

Verso le 10, appena fu giunto il primo scaglione di Piana con la musica, molti si radunarono intorno al podio, dal quale in passato aveva parlato alle folle, ivi convenu­te per lo stesso scopo, il dott. Barbato, medico di Corleo­ne [Piana degli Albanesi, NdC], che si era dato alla propaganda dell’idea socialista, e, poiché l’oratore ufficiale, il Segretario Generale della Confederterra non era ancora arrivato da Palermo, prese intanto a parlare il calzolaio Schirò Giacomo, segreta­rio della sezione del PSI di S. Giuseppe Jato.

Aveva detto appena poche parole, salutato dall’applau­so dei presenti, che si udì una sparatoria proveniente dalle alture, che si fece via, via più intensa. Parve dapprima che si trattasse di fuochi d’artificio, tanto ognuno era lontano dall’idea di una proditoria aggressione, ma presto fu chiaro che si sparava sulla folla; dopo i primi colpi alcuni quadrupedi che pascolavano nei pressi furono visti stramazzare al suolo uccisi o feriti e persone intorno al podio rimasero ferite. Un panico indicibi­le si impadronì allora di tutti e ciascuno cercò riparo dietro i grossi sassi, i carretti, gli animali, nella cunetta della strada.

Il m.llo Parrino Giovanni della Stazione dei CC. di Piana degli Albanesi, che con i carabinieri Salerno Giuseppe, Di Gilio Mario disimpegnava il servizio di ordine pubbli­co, descrisse la scena efficacemente. Stava davanti al po­dio col viso rivolto alla “Pizzuta” ed ascoltava l’oratore; percepì anche lui i primi colpi come sparo di mortaretti, volse lo sguardo in giro e non vide nulla; i colpi si sus­seguirono, vi fu un ondeggiamento della folla e taluni gli dissero: “maresciallo si butti a terra che qui ci ammazza­no”; udì le pallottole sibilare “intorno” alla testa ed un ondata della folla in fuga lo buttò a terra; si rialzò e fu travolto ancora e, poiché le raffiche continuavano ed i proiettili “giungevano attorno”, riparò dietro una pietra; quelli che stavano ai margini trovarono scampo nella fuga, ma gli altri compresero che fuggendo sarebbero stati fal­ciati e si distesero a terra per offrire minore bersaglio (D, 46).

Il fuoco durò una quindicina di minuti secondo alcuni, una diecina secondo altri, ed il triste bilancio della giornata fu di 11 morti e di 27 feriti.

Furono uccisi: Giovanni Megna, Vito Allotta, Vincenza La Fata, Giovanni Grifò, Giuseppe Di maggio, Francesco Vicari, Costanza Intravaia, Giorgio Cosenza, Margherita Clesceri, Serafino Lascari, Filippo Di Salvo; uomini e donne persone mature e giovani che si affacciavano alla vita, adolescenti, bambini – come la piccola La Fata – tutti accomunati nella stessa sorte crudele.

Riportarono lesioni: Giorgio Caldarella,, Giorgio Mileto, Antonino Palumbo, Salvatore Invernale, Francesco La Puma, Damiano Petta, Salvatore Caruso, Giuseppe Muscarello, Eleonora Moschetto, Salvatore Marino, Alfonso Di Corrado, Giuseppe Fratello, Pietro Schirò, Provvidenza Greco, Cristina La Rocca, Marco Italiano, Maria Vicari, Salvatore Renna, Maria Calderara, Ettore Fortuna, Vincenza Spina, Giuseppe Parrino, Gaspare Parola, Antonina Caiola, Castrenza Ricotta, Francesca Di Lorenzo, Gaetano Di Modica.

Con carretti, quadrupedi, biciclette, a cura dei congiunti, i feriti furono portati a S. Giuseppe Jato ed a Piana degli Albanesi e, dopo le prime cure, vennero trasportati a Palermo a mezzo di autoambulanze per essere ricoverati ne­gli ospedali di quella città.

La notizia dell’eccidio fu data a Piana degli Altanesi dal carabiniere Di Gilio e di lì fu trasmesso per telefono dal S. Ten Ragusa, comandante del Plotone OP, all’I­spettorato generale di PS per la Sicilia, al Comando del­la Legione dei CC. e ad altre autorità di Palermo.

Nuclei di carabinieri e di guardie di PS, alle dipendenze del Comandante del Gruppo Esterno dei CC., magg. Angrisani, e del Capo della Squadra Mobile, Commissario agg. Guarino, partirono immediatamente per Piana degli Albanesi col compito di organizzare il trasporto dei feriti agli ospedali, di mantenere l’ordine pubblico ed accertare i responsabili. Similmente con lo stesso compito, altre forze di polizia, al comando del Vice Questore Cosenza e del magg. dei CC. Cassarà, mossero per S. Giuseppe Jato e per S. Cipirrello, dove accedettero pure ufficiali, sottufficiali e funzionari dell’Ispettorato generale di PS tra cui il ten. col. dei CC. Paolantonio ed il m.llo magg. Lo Bianco.

Il Procuratore della Repubblica di Palermo fu solleci­tamente informato dell’accaduto dal Pretore di Piana degli Albanesi, dalla Questura, dal Comandante del Gruppo Ester­no dei CC. e lo stesso giorno l’Autorità giudiziaria ini­ziò l’istruttoria penale raccogliendo le dichiarazioni dei feriti negli ospedali della Feliciuzza e della CRI n.1.

12

Come fu riferito dalla Questura di Palermo con rapporto 8 maggio 1947, una viva Commozione si era prodot­ta in quei paesi in conseguenza del delitto; la cui causa­le si faceva, in un modo o nell’altro, risalire alla dram­matica lotta dei partiti ed alla vittoria elettorale del movimento dei contadini.

I dirigenti locali di questo movimento, cioè i segreta­ri delle camere del lavoro e delle sezioni dei partiti so­cialista e comunista, vedevano nel fatto una feroce forma di intimidazione connessa alle richieste di concessioni di terre fatte dalle cooperative dei lavoratori, richieste che, – si è visto – per gli ex feudi Guadalami, Maganoce, Marone, e parte dell’ex feudo Scala, erano state già accolte con la conseguente estromissione dei vecchi locatori o mezzadri e campieri cui si addebitava l’ispirazione del­la rappresaglia; altri attribuivano il delitto alla situa­zione ambientale di viva tensione politica conseguita alla lotta dei partiti nelle elezioni regionali del 20 aprile 1947, lotta che nei detti comuni si era risolta a favore del Blocco del popolo; altri ancora pensavano ad una mani­festazione di livore della mafia locale che i partiti di sinistra avevano in programma di stroncare, manifestazio­ne di vendetta attuata, perciò, a ragion veduta, nella gior­nata della festa del lavoro.

In conseguenza la responsabilità fu riversata sugli esponenti dei partiti avversari ai socialisti ed ai comunisti ed accuse si levarono immediatamente a cari­co di Troia Giuseppe, Romano Salvatore, Marino Elia, Grigoli Pietro Benedetto da S. Giuseppe Jato, i primi due esponenti dei partiti di destra e tutti mafiosi o ritenuti ta­li, i quali, con lo stesso rapporto, furono dalla Questu­ra deferiti, in stato di arresto, all’Autorità giudiziaria per il corso ulteriore di giustizia.

L’accusa invero era sorretta dalle testimonianze di Cu­simano Rosario e di Burruso Alberto, entrambi di S. Giuseppe Jato.

Il Cusimano, un ragazzo di 12 anni, dichiarò che, ces­sato il fuoco, non avendo più ritrovato i suoi congiunti, si era avviato verso le “Case della Ginestra” per prende­re la rotabile che da Palermo conduce a S. Giuseppe Jato e ad un tratto aveva visto tre individui armati discendere la montagna provenendo dal luogo da cui si era sparato; gli erano passati ad una cinquantina di metri di distanza e li aveva riconosciuti per Troia Giuseppe, Romano Salva­tore, Marino Elia; indossavano vestiti vecchi, due erano armati di mitra lunghi, uno di fucile da caccia e quest’ultimo calzava scarpe gialle all’americana; li aveva seguiti con lo sguardo fino al ponte grande e dopo era­no spariti.

Il Burruso, un giovane di 19 anni, asserì che, avendo trasportato a Portella della Ginestra 200 razioni di pane, di vino e di carciofi da distribuire dopo il comizio ai compagni poveri, aveva fermato il suo carro oltre il podio e, staccato il mulo, si era diretto verso il costone del­la “Pizzuta” per raccogliere erba; ad un certo momento a­veva sentito sparare e, postosi dietro alcune pietre, ave­va notato un individuo che armato di mitra sparava raffi­che sulla folla; aveva riconosciuto in lui Grigoli Pietro Benedetto.

A costoro si aggiunse il sedicenne Faraci Menna pure da S. Giuseppe Jato, il quale riferì che, dopo l’eccidio, percorrendo su di un carro che trasportava una bimba ferita, la carreggiata per S. Giuseppe Jato, aveva veduto sulla parte bassa della “Pizzuta” un individuo nel quale aveva riconosciuto Troia Giuseppe; questi era solo e si dirigeva verso lo stradale di Palermo, dove, secondo aveva inteso poi dalla voce pubblica, vi era una macchina ad attenderlo.

Contro il Troia, il Marino ed il Grigoli venne proce­duto penalmente e fin dal primo momento essi protestaro­no, con costanza e con fermezza, la propria innocenza deducendo alibi fondati e precisi; nessun elemento di prova fu raccolto contro di loro salvo le inattendibili dichiarazioni extragiudiziali e giudiziali dei testi suddetti che, suggestionati o forse anche sollecitati dall’ambiente, credettero di riconoscere in persone vedute a distanza coloro che l’opinione pubblica additava quali possibili autori di un crimine tanto efferato ed in conseguenza, dopo lunga istruttoria, con ordinanza 12.9.1947, essi furono escarcerati per difetto di indizi.

13

Con lo stesso rapporto la Questura informò pure che Pellucci Ugo, Caiola Calogero, Randazzo Angelo, Baio Antonino, tutti da S. Giuseppe Jato, essendosi recati quella mattina insieme con Roccia Maria, una donna di facili costumi, in località “Caramoli”, a circa un kilometro dal pianoro dove la massa dei convenuti era raccolta, avevar udito la sparatoria e veduto la gente fuggire; impauriti si erano nascosti tra le rocce e di lì avevano notato 12 individui tutti armati discendere per un sentiero che dalla “Pizzuta” conduce verso la strada S. Giuseppe Jato – Palermo; procedevano a piccoli gruppi distanziati l’uno dall’altro: prima due, poi ad un certo intervallo tre poi ancora tre ed infine altri quattro, due a due; uno degli ultimi due indossava un impermeabile chiaro camminando aveva detto: “disgraziati, chi facistivu (disgraziati, che cosa avete fatto)”, successivamente sul tratto visibile della strada per Palermo, avevano visto passare un’autovettura ed un autocarro diretti verso S. Giuseppe Jato. Il Caiola era corso a Portella della Ginestra per informare il m.llo Parrino di quanto aveva veduto; questi, unitamente al carabiniere Salerno, si era portato subito nella località “Caramoli” per le investigazioni opportune; ma, rilevato che i malfattori erano spariti sarebbe stato vano il loro inseguimento, aveva fatto ritorno sul luogo dell’eccidio.

Deve dirsi che, parallelamente all’arresto del Troia, del Romano, del Marino e del Grigoli, le forze di polizia procedettero, fin dalle prime ore del pomeriggio del 1° maggio, ad un vasto rastrellamento di persone sospette nei territori di Piana degli Albanesi, di S. Giuseppe Jato, di S. Cipirrello, nonché di Partinico, Monreale, Al­tofonte, Pioppo ed altre zone, procedendo al fermo di 175 persone che rimasero a disposizione della Questura di Palermo per il controllo delle singole posizioni e l’accertamento di eventuali responsabilità.

14

Tra gli episodi più salienti di queste operazioni giova tener presente il conflitto a fuoco, sostenuto la mattina del 3 maggio 1947 in contrada “Pernice’’ di S. Cipirrello, con alcuni banditi da carabinieri del Nucleo Mobile di S. Giuseppe Jato, conflitto sul quale lo stesso Nucleo riferì con rapporto giudiziario n. 49 del 5 maggio 1947 (Z 1°, 69).

Verso le sette, nel corso di una perquisizione operata in una fattoria appartenente al principe di Camporeale, i carabinieri procedettero al fermo di sette persone e, mentre alcuni di essi conducevano i fermati all’automezzo lasciato sullo stradale sottostante, gli altri si diressero attraverso i campi ad altra fattoria appartenente pure allo stesso principe, sita a 500 m. circa dalla prima, per compiervi analoga operazione. Come giunsero in prossimità del caseggiato, furono fatti segno da un vicino pagliaio a diverse raffiche di mitra; risposero al fuoco prontamente sostenendo un conflitto durato circa 20 minuti al termine del quale i banditi, favoriti dalle anfrattuosità dei luoghi, si posero in salvo con la fuga abbandonando sul terreno 3 mitra “Berretta” di cui uno di nuovo tipo, 2 moschetti mod. 91, uno zaino contenente due bombe a mano ed abbondanti munizioni per le dette armi, nonché due giac­che ed un berretto.

L’azione dei carabinieri si concluse con un rastrellamento a vasto raggio della zona che condusse al fermo di altre persone, le quali, unitamente a quelle fermate poco prima, furono poi tutte rilasciate.

15

L’ispezione del costone della “Pizzuta”, da cui si presumeva fossero partiti i colpi, venne compiuta dalla polizia giudiziaria fin dal pomeriggio del 1° maggio; può dirsi anzi che le ispezioni siano state molteplici, in quanto accedettero sul luogo in momenti diversi il ten. col. Paolantonio, il m.llo Lo Bianco ed altri elementi dell’Ispettorato generale di PS, appartenenti ai Nuclei dei Carabinieri di S. Giuseppe Jato e di S. Cipirrello, il Mag. Angrisani, i Commissari di PS Guarino e Frascolla, il s. ten. Ragusa, il m.llo Parrino ed il carabiniere Saler­no, e furono ripetute anche nei giorni successivi; ma o­gnuno vi andò per farsi una propria idea e mancò un coor­dinato piano di azione per la conservazione delle tracce del reato o quanto meno per l’esatto accertamento di esse ai fini dell’identificazione topografica di tutte le postazioni da cui i malfattori avevano sparato; taluni degli investigatori, non ritenendolo compito proprio, non riferirono nulla all’Autorità giudiziaria, altri, distratti da più pressanti incombenze, omisero di esporre in modo completo ed organico i risultati delle loro osservazioni, di tal che il Questore, a sei giorni dal delitto, ritenne opportuno rimandare sul luogo il Commissario Frascolla per compiere un’indagine supplementare e rife­rirne con relazione scritta (V/3°, 421); tuttavia le lacune dei vari rapporti non furono per il momento colmate ed occorrerà attendere il dibattimento per acquisire maggiori elementi di indagine e di valutazione.

Invero con relazione 7 maggio 1947 il S. Ten Ragusa, premesso che nel punto da cui si sparò – quota 940 circa – il Pelavet presenta un crinale costituito da roccioni a picco, informò i suoi superiori di aver identificato, mediante il rinvenimento di: n. 4 caricatori per fucile mitragliatore Breda mod. 30; n. 13 caricatori da sei completi di bossoli esplosi mod. 91; n. 51 bossoli esplosi mod. 91; n. 27 bossoli esplosi per moschetto automatico americano; n.1 cartuccia a pallottola mod. 91; n.1 cartuccia per moschetto automatico americano; n. 2 ginocchiere di pelle di pecora; le seguenti postazioni: 1. una di fucile o moschetto mod. 91 sul primo roccione, in cima, e in posizione dominante; 2. un’altra di fucile o moschetto mod. 91 ai piedi della postazione predetta, in un piccolo avvallamento; 3. una di fucile mitragliatore Breda mod. 30 ed altra di moschetto automatico americano, subito dopo, verso l’alto, a ridosso di un grosso roccione, in una piccola insenatura; 4. una di fucile o moschetto mod. 91 ancora più in alto e sempre più a destra; 5. due di moschetto o fucile mod. 91 dietro le prime rocce basse (D, 66)

A sua volta, con relazione 8 maggio 1947, il Commissario di PS Frascolla riferendo sulla ispezione compiuta la mattina del giorno precedente, espose gli stes­si dati indicati dal s. ten. Ragusa, dal quale, come poi risulterà in dibattimento (V/3°, 408 r), si fece accompa­gnare sul luogo. Egli non si arrampicò fin su i roccioni, ma chiarì, tuttavia, nel suo rapporto, che le postazioni sopra indicate sotto i numeri 1 e 3 erano site rispetti­vamente sul primo roccione “partendo da sinistra” e nel­la piccola insenatura “verso la destra” di chi guarda la “Pizzuta”; confermò che l’ubicazione della postazione so­pra indicata al numero 4 era “sempre a destra” dell’osservatore ed aggiunse che in tale insenatura furono trovati due mozziconi spenti di sigarette americane e della paglia messa là probabilmente per maggiore comodità del tiratore (A, 78).

Dal verbale di rinvenimento e di sequestro delle cose suddette, sottoscritto dal magg. Angrisani e recante la data del 14 maggio 1947 (A, 33), risultano repertati e consegnati all’Autorità giudiziaria bossoli in numero maggiore di quello desumibile dalle predette relazioni, precisamente: n. 78 bossoli esplosi cal. 6,05 in 13 caricatori mod. 91; n. 128 bossoli esplosi cal. 6,05; n. 1 cartuccia a pallottola inesplosa cal. 6,05; n. 52 bossoli esplosi per moschetto automatico americano; n. 1 cartuccia inesplosa a pallottola per la stessa arma; n. 81 bossoli esplosi per mitra Beretta; n. 1 bossolo per fucile inglese (come poi mise in eviden­za la perizia – G, 383 – non tedesco, come fu erroneamente indicato nel verbale); cioè una differenza in più di n. 24 bossoli esplosi per moschetto automatico americano e tutti i bossoli per mitra Beretta che nelle citate relazioni Ragusa e Frascolla non sono menzionati.

Ma è da notare che neanche questi reperti rispecchiano la realtà dei rinvenimenti, che furono di gran lunga mag­giori.

Fin dalla sua deposizione istruttoria del 12 maggio 1947 il s. ten. Ragusa chiarì che il numero dei colpi sparati doveva essere ben più alto di quanto non risultasse dal­la sua relazione avendo altri prima di lui raccolto dei bossoli nella parte bassa del Pelavet (D, 64); ed in seguito, cioè nel dibattimento, preciserà: che i dati esposti da lui si riferivano ai rilievi del 2 maggio (V/3, 358 r); che nella relazione scritta aveva omesso di menzionare altre sei postazioni rinvenute più in basso (V/3429); che le postazioni, intendendo per postazioni l’esistenza di un certo numero di bossoli raccolti in un breve spazio, erano undici e si succedevano ad una distanza di circa cinque metri l’una dall’altra, onde lo spiegamento dei mal­fattori si era esteso per una lunghezza di circa cinquan­tacinque metri (V/3, 409); che, a suo avviso, il numero dei bossoli rinvenuti era di ottocento e più (V/3, 357 r).

Invero di circa ottocento bossoli, raccolti con il suo concorso durante il pomeriggio del 1° maggio sul costone della “Pizzuta”, o, comunque, di un numero rilevante di essi, dirà poi anche il carabiniere Salerno (V/6, 775); e secondo il m.llo Parrino tutti i bossoli rinvenuti dovrebbero ascendere a circa un migliaio senza per altro esaurire tutti quelli esplosi, ché alcuni, essendo caduti nei crepacci della montagna, probabilmente non furono trovati (V/3, 382).

Adunque è manifesto che, purtroppo, da parte di coloro cui incombeva l’onere della conservazione di tali reper­ti non si ebbe la percezione della importanza di essi, come appare anche dalla data di formazione del verbale di sequestro, e non si pose la dovuta cautela nella loro custodia; molti, moltissimi bossoli rimasero presso i vari Nuclei e Stazioni dell’Arma e andarano indubbiamente dispersi; onde quelli in giudiziale sequestro, lungi dallo indicare il numero dei colpi esplosi, valgono insieme con i caricatori a stabilire soltanto che nella consumazione del reato furono impiegate armi ad essi corrispondenti.

Al reperto dei bossoli esplosi e delle cartucce ine­splose deve aggiungersi, per completezza di indagine, quello di quattro proiettili, uno cal. 6,05, gli altri cal. 9, dei quali tre furono estratti dai feriti ed uno fu rinvenuto intriso di sangue per terra sul luogo del­l’eccidio (A, 77; G, 383).

16

Il delitto produsse un’impressione enorme in Si­cilia ed in tutto il Paese, suscitando ovunque una profonda indignazione della quale si fece eco la stampa e rese interprete l’Assemblea Costituente nella seduta del 2 maggio 1947, in sede di svolgimento di interrogazioni presentate con richiesta di urgenza al Ministro dell’Interno.

Questi, on. Scelba, rispondendo ed esprimendo nel tempo stesso il sentito cordoglio del Governo per le vittime, per le loro famiglie, per quella popolazione laboriosa, e l’augurio che il legittimo sdegno causato nei lavoratori da un delitto unanimemente deprecato non fosse causa di nuove lotte, disse, fra l’altro che il delitto era avve­nuto “in una zona fortunatamente limitata e sarebbe estremamente ingiusto generalizzare a tutta la Sicilia in cui persistono mentalità feudali, sorde e chiuse che pensano di ripagarsi con un’imboscata o con una bravata fatta eseguire da arnesi da galera per torti ricevuti. Non è una manifestazione politica questo delitto: nessun partito politico oserebbe organizzare manifestazioni del genere, non fosse altro perché è facile immaginare che i risultati sarebbero nettamente opposti a quelli sperati. Si spara sulla folla dei lavoratori non perché tali, ma perché rei di reclamare un nuovo diritto. Si vendica l’offesa così come si sparerebbe su un singolo per un qualsivoglia torto rivevuto individuale o familiare. La zona in cui si è maturato il delitto tende ogni giorno più a restringersi e non lontano il giorno in cui potrà scomparire del tutto quando le strade e le comunicazioni in genere, le scuole e le trasformazioni fondiarie avranno fatto scomparire le condizioni sociali arretrate che perpetuano l’esistenza di mentalità anch’esse arretrate” (Z/40, 483).

L’on. Li Causi attribuì il delitto alla mafia ed agli agrari; osservò che i nomi dei probabili organizzatori erano corsi sulla bocca di tutti ed erano i “Terrana, gli Zito, i Bosco, i Romano, i Riolo‑Matranga”, vale a dire i capi mafia, i gabelloti, gli esponenti del partito mo­narchico e del blocco monarchico liberale-qualunquista di S. Giuseppe Jato; e mosse accusa agli alti funzionari addetti alla polizia di compromissione con i monarchici ed a taluni non specificati marescialli dei carabinie­ri di connivenza con i mafiosi (Z/4°, 483). L’on. Mattarel­la, quale membro dell’Assemblea e deputato siciliano, si augurò che le misure prese e le disposizioni date vales­sero ad assicurare alla giustizia i responsabili della barbara, inumana imboscata anche perché solo nel rigore della legge potranno essere stroncate manifestazioni di così grave criminalità al servizio di “interessi di casta” (Z/4°, 484). L’on. Varvaro accennò al­lo stato di tensione che si è determinato dopo le elezioni nel nostro Paese, nella nostra isola e rappresentò la necessità di intervenire, sul serio con provvedimenti che tranquillizzino tutti, altrimenti “si darà inizio in Sicilia alla guerra civile” (Z/4°, 484). Tra gli altri deputati, che pure presero la parola, si levò a parlare l’on. Vittorio Emanuele Orlando per chiedere che “giustizia sia fatta”, ché “ad ogni costo deve essere fatta”, perché il sangue delle vittime lo esige e grida vendetta (Z /4°, 485).

Ed infine l’Assemblea, approvato all’unanimità il testo di una risoluzione con la quale, fra l’altro, si affermava che nella giornata del 1° maggio il sangue dei contadini siciliani era stato sparso per cieca difesa d’interessi che degenera in fanatico odio di parte e si esprimeva l’attesa dalle Autorità e dal civismo dei cittadini di un’azione energica per individuare ed affidare alla giustizia gli autori ed i mandanti della strage, sospese la seduta per mezz’ora in segno di solidarietà col popolo siciliano (Z/4°, 487).

17

Per coordinare le indagini di polizia e dare alle stesse maggiore impulso il Ministero dell’Interno inviò sul luogo l’Ispettore generale di PS Rosselli il quale, allo stato delle risultanze, decise che le investigazioni proseguissero sotto l’autorità del Questore dott. Giammorcaro Felice che, per competenza territoriale e funzionale, le aveva inizialmente avocate al suo controllo (Messana, V/5°, 623; Giammorcaro, V/7°, 846). Invero, per quanto, come si dirà, il ten. col. Paolantonio, il m.llo Lo Bianco ed anche il magg. Angrisani avessero per vari indizi intuito che la banda Giuliano non poteva essere estranea al delitto, nessuna prova, che non fosse meramente congetturale, era fino a quel momento emersa ad indicare che si trattava di una vera e propria manifestazione di banditismo rientrante nella sfera della competenza repressiva propria dell’Ispettorato generale di PS per la Sicilia.

Va detto qui che nei giorni immediatamente successivi al delitto una lettera anonima, scritta a macchina e sottoscritta con la frase “chi ripudia la dittatura e lotta per la libertà”, i cui autori non furono identificati, venne inviata all’Alto Commissario per la Sicilia, al Comandante della legione dei Carabinieri, al Questore ed ai quotidiani palermitani per giustificare sotto la ragion politica l’azione criminosa e per diffidare ls polizia a non intervenire onde “non essere costretti ad usare le armi anche contro di essa”.

Gli ignoti autori della lettera che si attribuivano la paternità del crimine, premesso che tutti i quotidiani dell’Isola avevano drammatizzato su di un semplice episodio da relegarsi nei “brevi di nera” di ogni giornale, scrivevano tra l’altro che non si poteva restare indifferenti davanti all’avanzare diabolico della canea rossa la quale, allettando con insostenibili e stolte promesso i falsi lavoratori, poiché non sono lavoratori i vendi­tori di fumo, i vagabondi, canea rossa che ha sfruttato e si è servita del suffragio dato da questo tipo di la­voratori per fare della Sicilia un piccolo congegno da servire al funzionamento della grande macchina sovietica, ed ammonivano coloro che oggi tanto si stanno interessando della questione dei compagni caduti poiché se la nostra prima azione si è limitata a così poco, continuando questi rastrellamenti e queste misure restrittive si potrebbe degenerare in cose peggiori a danno evidentemente di coloro che, prese alcune posizioni, non voglio­no ravvedersi (A, 7).

18

La mattina del 1° maggio 1947 il campiere dell’ex feudo Strasatto, Busellini Emanuele di Guglielmo, da Altofonte, uscito di casa per il suo normale servizio, non fece più ritorno. Per le indagini sollecitamente compiute dal m.llo dei CC. Di Salvo Alessandro, Comandante la Sta­zione di Altofonte, il quale ne riferì l’esito con rapporto 8 maggio 1947 n.48, si poté stabilire che quella mattina, alle ore 11, il Busellini, armato del suo fucile da caccia, percorreva la contrada “Presto” dirigendosi verso le alture; passando per il fondo di Arrigo Giovanni si era fermato a scambiare qualche parola con costui, quindi aveva proseguito per la sua strada. Quella stessa mattina, nella medesima contrada, ma in altra parte di essa lavorava anche Acquaviva Domenico; verso le ore 11 egli aveva udito dal suo terreno un crepitio di colpi di arma da fuoco proveniente da Portella della Ginestra e più tardi verso le 13 circa, aveva visto il Busellini disarmato insieme ad undici persone armate di moschetti militari una di esse portava anche un fucile da caccia; tutti provenivano dalla parte alta della contrada “Presto”, e, tagliando il fianco della montagna, si dirigevano verso la località “maggior Cassaro”; all’infuori del Busellini non aveva riconosciuto altri e non sapeva chi fossero.

La Questura di Palermo con nota 28 maggio 1947, segnalando il fatto all’Autorità giudiziaria, ed informandoci del Busellini non si era saputo più nulla, osservò come non fosse improbabile che, incontratosi con i malfattori provenienti da Portella della Ginestra, egli fosse stato dagli stessi sequestrato e forse soppresso nel timore di essere scoperti (A, 78).Il mistero sulla sorte del Busellini poté essere par­zialmente svelato il 22 giugno 1947, a seguito di una confidenza avuta dal ten. col. Paolantonio come egli stes­so dirà in dibattimento la quale consentì al Nucleo Mo­bile dei CC. di S. Cipirrello di rinvenirne il cadavere dentro una foiba ben nascosta, alla profondità di otto metri, in contrada “Cannavera”, località “Cozzo Busino”.

Si constatò il verbale d’ispezione esterna del ca­davere reca la data del 23 giugno 1947 che il Buselli­ni era stato ucciso a colpi di arma da fuoco di grande potenza balistica, verosimilmente di tipo militare (fu­cile o mitra), e la morte doveva risalire a non meno di quaranta giorni prima (C, 29), cioè poteva ricondursi an­che al 1° maggio.

Addosso al cadavere fu, tra l’altro, rinvenuto un biglietto a firma del brig. Buscanera, Comandante la Stazione dei CC. di Portella della Paglia, datata 2 aprile 1947, con il quale quel sottufficiale pregava il Busselini di passare da lui in caserma per parlargli.

Questo biglietto, riconosciuto dal Buscanera, dava a­dito anche all’ipotesi che il Busellini fosse stato sop­presso per brutale vendetta, motivata dall’opinione che egli fosse un confidente dei carabinieri

19

Con la medesima nota in data 28 maggio 1947 la Questura di Palermo deferì all’Autorità giudiziaria, per quanto di giustizia, un tal Cucchiara Pietro di Giuseppe e di Cucuzza Rosa, nato a Camporeale il 24 aprile 1927, residente a S. Giuseppe Jato, contadino, perché, fermato il 2 maggio 1947 in contrada Kaggio ed invitato a dichiarare dove fosse stato dalle 7 alle 17 del giorno precedente, aveva falsamente asserito di essere rimasto a S. Giuseppe Jato, a casa ed a letto, in preda a forti dolori addominali.

Al riguardo va precisato che il Cucchiara dimorava per ragioni di lavoro, a Kaggio, insieme con i propri genitori, mezzadri del possidente Troia Giuseppe, arrestato sotto l’accusa di correità nei fatti di Portella della Ginestra. Il 28 aprile 1947 egli aveva preso parte ad una riunione tenutasi a Kaggio per discutere intorno ad una questione di estagli, riunione alla quale aveva parteci­pato il Troia, tali Gambino Giov. Battista, Bernardo Pu­leo, Francesco Pardo, Giovanni Riolo capo mafia di Piana degli Albanesi, nonché alcuni pastori di Piana, di S. Cipirrello, di S. Giuseppe Jato; ma correva voce che ivi, anziché parlarsi di estagli, si fosse preordinato e de­ciso il delitto e la polizia giudiziaria si era preoccu­pata di stabilire se ciò avesse o meno fondamento di ve­rità.

Ora il Cucchiara, interrogato, non aveva voluto giustificare come e dove avesse trascorsa la giornata del 1° maggio, ostinandosi in un assunto che i suoi congiun­ti avevano smentito la sorella Giuseppa, infatti, lo zio Abbatino Egidio, la zia Cocuzza Maria avevano dichiarato che, sebbene il giorno precedente (30 aprile) egli, venuto da Kaggio a S. Giuseppe Jato, avesse accusato forti do­lori intestinali, tuttavia la mattina del 1° maggio, era partito alle 7 dal paese e vi aveva fatto ritorno verso le 17.

Il contegno mendace del Cucchiara alimentava vivi sospetti, donde l’iniziativa della Questura di sottoporre il caso alla valutazione dell’Autorità giudiziaria.

È opportuno dire subito che anche in sede di inchie­sta penale il Cucchiara, sentito quale teste in data 5 giugno 1947, mantenne ferma la sua versione (D, 339) e, poiché pur dinanzi al magistrato i suoi congiunti lo smen­tirono (D, 320, 321, 322) dichiarando che il 1° maggio egli si era recato in campagna, a Kaggio, fu proceduto contro di lui per falsa testimonianza ai sensi dell’art. 372 cp ed intanto fu rimesso in libertà, il reato non consentendo l’ammissione del mandato di cattura.

20

Con rapporto 5 giugno 1947 (A, 129) la Questura, fra l’altro, riferì che un tal Riolo Damiano di Giorgio da Piana degli Albanesi, fermato fin dal 1° maggio perché trovato dopo l’eccidio sulle pendici della “Pizzuta”, si era deciso il 24 maggio a rivelare che, stando il giorno del delitto nei pressi di Portella della Ginestra a pascolare il suo gregge, unitamente ai pastori Di Giuseppe Gioacchino, Cuccia Francesco, nonché ad un figlioletto di costui, tutti pure da Piana degli Albanesi, aveva ad certo momento udito ripetuti spari di armi da fuoco e, tosto che furono cessati, aveva visto quattro individui, provenienti dai costoni della “Pizzuta”, che si dirigevano verso di lui; portavano dei fucili da caccia e, come gli altri erano stati da presso, li aveva riconosciuti per Riolo Antonino, Sirchia Giorgio, Cuccia Gaetano e Fusco Salvatore tutti i suoi compaesani erano pallidi, spaventati ed avevano detto che dalla “Pizzuta” era stato aperto il fuoco contro la folla riunita nel pianoro; li aveva accompagnati fino al vicino “bevaio del Frassino” ed ivi si erano fermati un poco a commentare l’accaduto; indi avevano prose­guito per Piana passando per il valico del monte Pizzuta.

Rintracciati esaminati nell’ufficio della Squadra Mobile dal magg. Angrisani e dal Commisario di PS Guarino, il Riolo, il Sirchia, il Cuccia ed il Fusco, tutti e quat­tro iscritti al Partito comunista, ammisero di aver assi­stito, loro malgrado, alla consumazione del delitto.

De­posero sostanzialmente: che, recatisi di buon’ora la mattina del 1° maggio sul­le pendici della “Pizzuta” per una battuta di caccia, era­no stati avvicinati e disarmati da alcuni banditi che, sotto la minaccia dei mitra, li avevano tenuti in sequestro in una specie di avvallamento sottostante alla “lista”; che uno dei banditi, un giovane bruno, dal fare energi­co, dai capelli neri, tirati all’indietro e terminanti quasi a ciuffo, dall’impermeabile chiaro, dai pantaloni di velluto marrone scuro, camicia di tipo americano, giac­ca recante all’occhiello un distintivo rotondo, scarpe mi­litari americane rosse a stivaletto, orologio d’oro da polso con una medaglietta, binocolo a tracolla, armato di un mitra piccolo dall’impugnatura come una pistola, un giova­ne che mostrava di essere il capo, li aveva richiesti di dire se fossero comunisti ed alla risposta negativa, dopo averli fatti perquisire per sincerarsene, aveva detto: “siete fortunati che non siete iscritti e non avete docu­menti di comunista”; quindi, guardando l’orologio, rivol­to ai suoi uomini, aveva detto: “sbrighiamoci che la gen­te sta arrivando” e tutti i banditi che li avevano circon­dati, salvo due, il capo ed un giovane di 25 anni si erano portati carponi sui roccioni soprastanti della “Pizzuta”; che essi, intanto, condotti due a due nel punto ove fu­rono tenuti in sequestro, erano rimasti prima sotto la sorveglianza del giovane bandito sui 25 anni e poi di altro più anziano, venuto a sostituirlo, dall’età di 35‑37 anni, altezza normale, robusto, mani muscolose e dita grosse di colorito “rusciano”, che indossava un abito di velluto marrone chiaro, berretto, fazzoletto verde pisello annodato al collo; calzava scarpe da campagna, portava un tascapane da campiere a forma di mezza luna, era armato di fucile da caccia; questi, durante la custodia, aveva detto: “i comunisti vogliono togliere la terra e la mafia, ora gliela diamo noi sulle corna la terra”; che i banditi, circa 12, indossavano in prevalenza pan­taloni e giubboni americani; tutti salvo uno, quello armato di fucile da caccia, un altro che teneva il moschetto ed un terzo che portava sulle spalle un’arma (un fucile mitragliatore) avvolta da una coperta e legata con una fune, erano visibilmente armati di mitra; uno aveva anche un arnese a forma di tromba che somigliava ad una sirena, il cui suono si era udito contemporaneamente alla cessazio­ne del fuoco; che, dopo circa due ore di attesa, colui che indossava l’impermeabile aveva guardato col binocolo in direzione del podio e subito dopo era stato aperto il fuoco dal costone laterale della “Pizzuta”, alla cui base essi stava­no il Fusco in particolare aveva veduto il bandito dallo impermeabile sparare col fucile mitragliatore; che, dopo nutrite scariche (tre raffiche secondo il Fusco ed il Cuccia) e numerosi colpi isolati, protrattisi complessivamente una diecina di minuti, durante i quali colui che li custodiva aveva esploso quattro colpi col suo fucile, uno dei malfattori, avvolto il fucile mitra­gliatore nella coperta, era disceso verso il basso segui­to da tutti gli altri; che, passando a qualche distanza da loro, l’uomo dall’impermeabile aveva ordinato che fossero lasciati andare ed aveva detto loro: “camminate e senza parlare, dite ai chianoti (a quelli di Piana) che eravamo cinquecen­to”; che il bandito che li custodiva aveva eseguito l’ordi­ne: restituiti i fucili e le sole cartucce “a migliari­no”, aveva ingiunto loro di incamminarsi per l’abbeveratoio del Frassino senza voltarsi indietro; che essi avevano obbedito allontanandosi di corsa verso il Frassino; non conoscevano alcuno dei banditi veduti in ­quella circostanza e non sapevano dire chi fossero.

La Questura notava nel suo rapporto che i connotati del malfattore dall’impermeabile corrispondevano a quelli del capo bandito Giuliano, onde era da ritenere che autori dell’eccidio fossero stati Giuliano e taluni componenti della sua banda; e ad avvalorare l’ipotesi osservava, sulla base di quanto si è innanzi esposto circa l’attività del Giuliano, che que­sti è un bandito politicante, il quale, come già prima ave­va affiancato e sostenuto il movimento separatista nelle sue violente manifestazioni, cosi aveva intrapreso ora, con l’intento medesimo “di farsi luce e di redimersi dei tristi suoi trascorsi”, la lotta antibolscevica. Poteva aver agito tanto di sua iniziativa, come per mandato allo stato, non era che un’ipotesi, poiché l’omertà che lo circondava non aveva consentito l’acquisizione di elemen­ti concreti (A, 132).

21

Uno degli affiliati più temibili e pericolosi della banda Giuliano era Ferreri Salvatore di Vito e di Coraci Maria nato ad Alcamo il 14 aprile 1923 e residente a Palermo, inteso “Fra Diavolo”, oppure “Totò u palermi­tanu’’, individuo audace e sanguinario, condannato in contumacia all’ergastolo con sentenza della Corte di Assise di Palermo in data 29 settembre 1945, quale colpevole di omicidio a scopo di rapina, e perseguito da numerosi man­dati di cattura per altri reati, il quale da qualche tem­po consumava estorsioni, rapine, omicidi ed altri gravi de­litti prevalentemente nei territori di Alcamo e di Trapa­ni.

La sera del 26 giugno 1947 il cap. Giallombardo Rober­to, Comandante la Compagnia dei CC. di Alcamo, avuta no­tizia che durante la notte il Ferreri ed altri banditi sarebbero entrati in città per la via dei Mille, dispo­se gli opportuni servizi per catturarli. Alla intimazio­ne dei carabinieri i banditi risposero lanciando due bom­be a mano ed a loro volta i carabinieri, di cui alcuni rimasero feriti, reagirono col fuoco delle loro armi; il conflitto si concluse col ferimento di “Fra Diavolo” e con l’uccisione dei suoi quattro compagni, identificati per: lo zio Coraci Antonìno di Vito, da Alcamo, barbiere; il padre Ferreri Vito fu Salvatore, da Alcamo; Pianello Fedele di Salvatore, da Montelepre; Pianello Giuseppe di Salvatore, da Montelepre.

Il Ferreri, ferito, si era riparato sulla soglia di un magazzino e, non appena il cap. Giallombardo gli si avvicinò, disse di essere un agente segreto al servizio dell’Ispettorato Generale di P.S. e chiese di parlare coll’Ispettore Messana; condotto in caserma, ripeté la richiesta facendo il nome anche del ten. col. Paolantonio, ma il cap. Giallombardo, che intanto l’aveva riconosciuto, gli obiettò: “mise­rabile, tu sei Fra Diavolo’’. Il Ferreri allora, risponden­do “fammi andar via che è meglio per te”, si lanciò ful­mineamente contro l’ufficiale colpendolo con la testa all’addome ed impegnando con lui una colluttazione duran­te la quale riuscì a sfilargli la pistola dal cinturone; nelle alterne fasi della drammatica lotta venuto a tro­varsi in imminente pericolo di vita, il Giallombardo e­stratta un’altra pistola di cui era armato, fece fuoco sul bandito uccidendolo (Z/13°, 23).

Addosso a “Fra Diavolo”, che era armato di un mitra corto, cal. 9 matricola Z3296, fu rinvenuta, fra l’altro, una carta d’identità con la sua fotografia, rilasciata i 28 giugno 1945 dal Municipio di Palermo al nome di Rossi Salvo di Rolando e di Costantini Maria, nato il 13.4.1923 a Palermo ed ivi residente; mentre addosso al padre fu trovato un permesso di porto d’armi per fucile, anche ad uso di caccia, rilasciato dal Questore di Trapani in data 12 aprile 1947 (Z/13°, 27, 29, 59).

22

L’istruttoria penale, condotta in via formale con l’intervento del PM, fu sollecita e serrata: il giudice istruttore procedette a ricognizione e necroscopia dei cadaveri degli uccisi, a perizie sui feriti, ad ispezioni luoghi ed esperimenti giudiziari, a perizia balistica su bossoli e sui proiettili in sequestro, a perizia sullo stato dei luoghi con rilievi planimetrici e fotografici, alla escussione di parti offese e di testi.

A. In relazione a tali atti giova intanto notare che, nel corso dell’ispezione dei luoghi eseguita il 30 maggio 1947, il giudice istruttore: rilevò che il crinale del Pelavet, descritto nella relazione del s. ten. Ragusa, è costituito da una massa rocciosa dell’altezza di m.45 circa a strapiombo sulle falde del monte stesso; esaminò nuovamente il m.llo dei CC. Parrino Giovanni, che riferì sulle constatazioni fatte immediatamente dopo la cessazione degli spari: a circa un metro dal podio giaceva il cadavere della Clesceri; presso a poco alla stessa distanza, in altro lato, erano a terra due giovani feriti; più in basso, in prossimità della scarpata della strada, stava il cadavere del Cosenza; in un raggio di 50 metri dal podio giacevano persone ferite ed equini morti e feriti (A, 61); constatò e dette atto che dalla località “Caramoli” (dove stavano i testi Caiola, Rumore, Randazzo, Bellocci e Roccia) si ha una visuale ampia che abbraccia tutto lo […] rocciose della zona Partinico ‑ S. Giuseppe Jato: a valle, a circa due km. in via d’aria, si snoda la rotabile S. Giuseppe Jato ‑ Palermo scoperta in più punti in altri coperta da colline; che di fronte, lungo la costa del Pelavet, la quale dista dal punto di osservazione 450 metri circa (in linea d’aria), è visibile la traccia di un sentiero che, dipartendosi o, comunque provenendo, dal roccione dove furono rinvenuti i bossoli, discende a valle in direzione della rotabile suddetta disperdendosi nei campi arati prima di raggiungere la strada; invitò i testi Roccia Maria, Randazzo Angelo, Rumore Angelo, Caiola Calogero, Bellocci Ugo, convenuti sul posto, a fare esatta indicazione dei luoghi, nonché a precisare ulteriormente il contenuto delle loro deposizioni istruttorie; ed essiconfermarono che gli uomini veduti scendere a valle per il suddetto sentiero erano dodici; in particolare la Roccia disse di averli seguiti con lo sguardo finché non scomparvero dietro una collina che domina la strada S. Giuseppe Jato ‑ Palermo ed asserì di non aver udito la frase “disgraziati chi facistivu”, che uno di essi avrebbe pronunziata (A, 64); anche il Randazzo dichiarò di non aver udito tale frase soprattutto chiarì di non aver potuto seguire bene la discesa dei malfattori verso la valle per debolezza visiva: privo di un occhio, aveva l’altro velato da raffreddore; il Rumore, il Caiola ed il Bellocci, confermando invece di averla sentita, indicarono il punto del sentiero dove uno dei banditi che formavano l’ultimo gruppo l’aveva pronunziata; in particolare il Caiola ed il Rumore precisano inoltre di aver veduto i banditi sostare in una zona più verdeggiante della valle dove vi sono dei campi coltivati a “sulla” (A, 65 e 66); notò quindi e dette atto che il “sulleto” menzionato dal Caiola e dal Rumore, sito a valle verso la strada, dista circa un km. in linea d’aria dal luogo della osser­vazione si distingue dalle zone circostanti per lo più intensa colorazione verde delle sue culture; accertò mediante esperimento, che dalla località “Caramoli” era possibile percepire le parole pronunziate ad alta voce nel suindicato punto del sentiero percorso dai banditi (A, 66 r); fece procedere inoltre ad un esperimento di tiro, con un fucile mitragliatore Breda mod.30, quattro moschetti mod. 91, un mitra americano ed un mitra Beretta a canna lun­ga, dal costone roccioso, dal quale si era sparato il 1° maggio, in direzione del podio; e dette atto del rinveni­mento, in detta circostanza, tra quelle rocce, di un altro bossolo di cartuccia per arma da guerra mod. 91; dette incarico infine ai periti balistici, magg. Purpura e m.llo Gaudesi, ed al perito topografo, geom. Mar­guglio, intervenuti al sopraluogo, di eseguire rispettiva­mente perizia balistica e rilievi topografici secondo i quesiti loro proposti (A, 68‑69);

B. Nel corso di altra ispezione di luoghi eseguita il 20 giugno 1947, il giudice istruttore, procedendo ad esperimento giudiziario per accertare il tempo occorrente a compiere a piedi il percorso tra il costone della “Piz­zuta”, dove furono trovati i bossoli relitti dagli autori dell’eccidio del 1° maggio, ed il punto più prossimo alla strada nazionale Palermo ‑ S. Giuseppe Jato, rilevò e dette atto (A, 166): che il percorso seguito fu indicato dal m.llo Parrino, cui la zona era nota per ragioni del suo servizio; che tale percorso, snodantesi dapprima attraverso i sassi, quindi tra i campi seminati a grano ed in parte su di un viottolo che costeggia le falde della “Pizzuta”, non è per niente agevole, si svolge per quasi tutta la sua lunghezza su terreno accidentato, con un sensibile declivio che in taluni punti si fa assai ripido, e conduce in un punto della suddetta strada prossimo alla masseria del dott. Lino (case Lino); che in discesa si impiegarono cinquantacinque mi­nuti a coprire la distanza, ma in senso inverso, data la forte pendenza, sarebbe occorso un tempo maggiore; che, a seguito del rapporto della Questura 9 giugno 1947, il giudice istruttore: esaminò senza indugio il Fusco, il Sirchia, il Cuccia, il Riolo (D, 341, 345, 347, 348) e li invitò a riconosce­re su tredici fotografie di pregiudicati, fornite dall’I­spettorato Generale di PS a mezzo del ten. col. Paolan­tonio, alcuno dei banditi menzionati nelle loro deposizio­ni: tutti riconobbero concordemente in una fotografia di persona ritratta a cavallo (A, 180) che si assumeva fosse il Giuliano, il capo dei banditi nei quali si erano im­battuti e non furono in grado di riconoscerne altri (E, 14 e segg.); come del pari non riconobbero nei cadaveri di Ferreri Salvatore, Ferreri Vito, Pianello Fedele, Pianel­lo Giuseppe e Coraci Antonino, che pure furono loro mo­strati, alcuno dei malfattori veduti a Portella della Gi­nestra (E, 39 e segg.); similmente infruttuoso fu il rico­noscimento degli stessi da parte di Domenico Acquaviva; escusse altresì i testi Trucco Bruno, Forniz Enzo e Celestini Giancarlo sulle circostanze dianzi esposte (v. n.6), i quali senza ombra di dubbio riconobbero nel­la persona a cavallo ritratta nella fotografia suddetta il capo bandito Salvatore Giuliano (E, 64‑66).

Pertanto in base alle risultanze istruttorie così ac­quisite, su conforme richiesta del PM in data 16 luglio 1947, fu emesso mandato di cattura contro Giuliano Salvatore per i reati di strage, detenzione di armi da guerra, partecipazione a banda armata, sequestro di persona in dan­no di Fusco Salvatore, Sirchia Giorgio, Cuccia Gaetano, Riolo Antonino, di sequestro di persona e di omicidio ag­gravato del Busellini, commessi in correità di altri ri­masti, allo stato, sconosciuti (A, 184‑185).

23

Ma l’eccidio di Portella della Ginestra non doveva restare l’unico episodio criminoso organizzato ed e­seguito con lo stesso intento: improvvisamente la notte dal 22 al 23 giugno 1947 venivano aggredite le sedi delle sezioni del Partito comunista in Partinico, Carini, Borgetto, S. Giuseppe Jato, Cinisi e della sezione del Partito socialista di Monreale. Infatti alle ore 22 circa del 22 Giugno, mentre la musica suonava nella piazza Garibaldi di Partinico, a­scoltata da molte persone che passeggiavano anche lungo il corso principale del paese, alcuni sconosciuti – vuolsi quattro – appostatisi all’angolo di via Pozzo del Grillo, all’altezza del Corso dei Mille, quasi di fronte alla sede del Partito comunista, esplodevano alcune raffiche di mitra e lanciavano un fiasco di liquido infiammabile, nonché alcune bombe a mano contro la sede del partito pre­detto sita al n. 313 del Corso.

I numerosi colpi di arma da fuoco, tre distinte esplo­sioni di bombe, il liquido in fiamme sul marciapiede ca­gionarono panico ed allarme: i musicisti cessarono di suo­nare ed il pubblico si allontanò di corsa.

Raggiunto da proiettili di mitra e da schegge di bom­be all’emitorace posteriore sinistro, alla regione sottomascellare destra ed alla fronte, Casarubbia Giuseppe, di anni 47, da Partinico, ebanista iscritto al Partito co­munista, decedeva immediatamente; mentre altre cinque per­sone iscritte pure allo stesso partito, precisamente Lo Jacono Vincenzo, Addamo Leonardo, Patti Salvatore, Salvia Giuseppe e Ofria Gaspare, che sostavano davanti alla sezio­ne, rimasero ferite, ma a causa delle lesioni riportate anche il Lo Jacono decedette.

Marzucco Andrea, Mancuso Salvatore, che pure erano da­vanti all’ingresso della sezione suddetta, rimasero illesi.

Sul posto si rinvennero evidenti tracce della esplosione di due bombe a mano, due bombe a mano inesplose, qua­rantuno bossoli di cartucce per mitra cal. 9, otto proiet­tili di piombo schiacciati, tre cappe di bombe a mano ed altrettante linguette di sicurezza, frammenti di vetro e paglia di rivestimento del fiasco che aveva contenuto il liquido infiammabile.

Verso le ore 23 dello stesso giorno ignoti esplodevano alcuni colpi di mitra e lanciavano due bottiglie di benzi­na ed una bomba a mano contro la porta della sezione del Partito comunista di Carini, determinando un principio d’incendio e generando molto panico fra i cittadini che anco­ra gremivano la vicina piazza del Duomo.

Per le deposizioni di Caetta Antonio e Scavo Vincenzo si poteva stabilire che diversi individui forniti di ar­mi militari e di tascapani, provenienti dalle campagne attigue alla strada Montelepre – Carini, si erano diretti in via Roma e, mentre due di essi proseguivano per via Ro­solino Pilo portandosi a poca distanza dalla sede della sezione predetta, gli altri si erano fermati; quindi, ad un cenno di uno di questi ultimi, i primi due avevano da­to esecuzione all’attentato e riunitisi ai loro compagni si erano tutti dileguati per le campagne. Nessun danno al­le persone. L’incendio fu subito domato dai carabinieri e da volenterosi.

Il medesimo giorno, verso le ore 23,30, ignoti esplo­sero una raffica di mitra contro le sedi del Partito comu­nista e della Camera del lavoro di Borgetto, site entrambe nel medesimo locale a piano terra in via Roma n.1.

I colpi raggiunsero le insegne del Partito comunista e della Camera del lavoro, nonché un’attigua abitazione privata. Nessun danno alle persone.

Secondo le indagini condotte dai carabinieri, l’azione sarebbe stata compiuta da due individui, in apparenza carabinieri vestiti grigio verde e armati di mitra.

Similmente, verso le 23,35, in S. Giuseppe Jato, quattro individui in abito civile, provvisti di tascapani e armi militari, si portarono in via Trapani, angolo Corso Umberto I; se ne distaccarono due che, dopo aver fatto cenno alle persone che sostavano di allontanarsi, esplose­ro raffiche di mitra e lanciarono due bombe a mano contro la sede unica della sezione del Partito comunista, della camera del lavoro e della cooperativa agricola “Arciprete Natale Migliori”, sita al primo piano di un edificio del Corso.

Compiuto l’atto terroristico i quattro malfattori si diressero fuori del paese continuando di tanto in tanto a sparare per proteggersi la ritirata ed in via Vittorio Emanuele un proiettile attingeva certa Rizzo Benedetta all’ipocondrio, cagionandole una lesione guarita in giorni dieci.

La sede del Partito comunista subiva danni alle persia­ne ed al balcone e tutti i vetri dell’edificio andavano in frantumi.

Sul luogo da cui il fuoco era stato aperto si rinvenne­ro sette cartucce per mitra non esplose, ottantatré bosso­li di cartucce per mitra esplose e sotto la sede del Partito comunista furono trovate tre bombe a mano, evidente­mente lanciate e non esplose.

Verso le ore 2,15 del giorno 23 giugno 1947 i Carabinie­ri di Monreale furono avvertiti che poco prima ignoti, co­sparsa di petrolio la porta esterna della sezione del Partito socialista vi avevano dato fuoco. L’incendio­ prontamente domato mercé l’opera dei carabinieri e di volenterosi. Nessun danno alle persone.

Alle ore 3,45 della stessa notte in Cinisi un ordigno esplodeva davanti la porta del partito socialcomunista danneggiandola leggermente. Non vi furono vittime. Carabinieri prontamente accorsi constatavano che trattavasi di un ordigno rudimentale fabbricato con un barattolo di latta che esplodendo aveva provocato l’accensione di un liquido infiammabile, all’uopo collocato in un bidone.

24

Tanto a Partinico quanto a Carini gli autori degli attentati lanciarono dei manifestini a stampa con­tenenti l’annunzio di una crociata antibolscevica inizia­ta dal Giuliano ed un appello ai siciliani degni di questo nome a cooperare alla grande battaglia accorrendo per ar­ruolarsi, al feudo Sagana dove il Giuliano aveva posto il suo quartiere generale.

Va notato che il testo di tale appello nel quale la parola “Sagana” e la firma “S. Giuliano” vi sono dattiloscritte al tempo stesso che l’annunzio ed il segnale di una lotta politica ad oltranza, è soprattutto un’esaltazione del capo bandito che si fa l’iniziatore della crociata e rivendica a sé l’alto compito di salvare la Sicilia, di impedire che diventi “un misero ordigno della mastodontica macchina sovietica”.

Invero, premesso “che l’ora decisiva è già scoccata” e che chi non vuole essere facile preda di quella canea di ros­si, che … cercano di distruggere quanto di meglio an­cora abbiamo e ad ogni costo difenderemo, cioè l’onore delle nostre famiglie e quel nobile sentimento che ci lega alla nostra cara terra, è necessario che oggi si deci­da; affermato che Salvatore Giuliano si è assunto l’impegno di lot­tare quegli uomini che vogliono ad ogni costo buttarsi in “grembo a quella terribile Russia dove la libertà è una chimera e la democrazia è una leggenda”; e, rappresentato il trattamento usato dalla Russia ai “nostri ses­santamila fratelli prigionieri”, il manifestino prosegue “ai superficiali annotatori della cronaca potrà sembrare strano che sia io a dare il via a questa grande crociata contro coloro che negano Dio e la famiglia, annientando così lo stesso uomo rendendolo senza vita e senza sensi­bilità. Volutamente hanno voluto falsare la mia posizione descrivendola in tutti i modi e tralasciando quello che effettivamente dimostra la ragione per cui io lotto. Da circa quattro anni mi batto senza tregua per la realizzazione di questo grande nobile e generoso sogno; e per rendere la Sicilia ricca, fiorente e prospera e farla tornare come prima il migliore giardino d’Europa. Per questo ho lottato e lotterò e non mi fermerò se non quando questo sogno sarà realtà!” (B, 53).

Traspare da queste parole un intento di far presa sugli animi e di agitarli ed insieme di mantenere una posizione che fatalmente declina senza che le mete sperate siano raggiunte.

Anche per questi fatti, – in ordine ai quali, con sepa­rati rapporti, riferirono all’Autorità giudiziaria i Coman­di delle singole Stazioni interessate, il Comando del Grup­po Interno dei CC. di Palermo e l’ Autorità di P.S. di Partinico – venne iniziato procedimento penale in via formale, ma i primi atti raccolti non offrirono alcun elemen­to utile per l’identificazione dei colpevoli.

25

Le deposizioni dei quattro cacciatori testimoni oculari dell’eccidio e la identificazione in Salvatore Giuliano del bandito dall’impermeabile determinarono un nuovo e decisivo orientamento nelle indagini di polizia giudiziaria, che passarono, per competenza, all’Ispettora­to Generale di PS per la Sicilia e furono proseguite dal m.llo Lo Bianco Giovanni, Comandante del Nucleo Mobile dei CC. di Palermo, e dai m.lli Calandra Giuseppe e Santucci Pierino coadiuvati dai militari dipendenti.

In verità, come risulta dal rapporto numero 37 del 4 settembre 1947 e dalle testimonianze rese dal ten. col. Pao­lantonio e dal m.llo Lo Bianco in dibattimento, il sospetto che l’eccidio di Portella della Ginestra fosse opera del Giuliano e di elementi della sua banda era stato av­vertito dall’Ispettorato Generale fin dal primo momento. Vari indizi sussistevano ad alimentarlo: a) la zona prescelta, sita nell’ambito dell’ “assoluto dominio” (L, 2) del capo bandito, dove nessuno avrebbe osato compiervi un’azione siffatta senza il suo consenso; b) la complessa organizzazione dell’impresa e le armi impiegate, tutte armi da guerra, delle quali egli ampiamente disponeva; c) la presenza fra le rocce della “Pizzuta”, notata dal m.llo Lo Bianco durante il suo sommario sopralluogo, di due postazioni tante egli ne contò senza ascendere la massa rocciosa improvvisate con pietre sovrapposte, collocate in modo da consentire brevi aperture a guisa di feritoie e da costituire riparo o schermo per il tiratore, le qua­li ricordavano le postazioni da cui il 1.4.1946 a Bellolampo era stato aperto il fuoco contro l’autocorriera Paler­mo ‑ Montelepre (V/4°, 558 r); d) il sequestro del campiere Busellini e la direzione seguita da coloro che lo conducevano, verso Agrifoglio, Cannavera, Sagana, tutte zone nelle quali solitamente operava la banda Giuliano (V/4°, 559); ma non si ritenne tuttavia che ricorressero le condizioni per indirizzare le indagini in tal senso, malgrado che le accuse mosse, certamente in buona fede, dai comunisti del luogo contro il Troia, il Grigoli, il Romano ed il Marino non avessero convinto l’Ispettorato Generale, che pure li aveva fatti arrestare, della colpevolezza di costoro (L, 5).

Ora, però, la presenza di Giuliano Salvatore tra i costoni della “Pizzuta” non era più solo una intuizione od un sospetto, era un fatto accertato, ed evidente appariva anche l’esistenza di un intimo legame tra l’eccidio di Portella della Ginestra e gli attentati alle sedi dei partiti di estrema sinistra; occorreva procedere alla iden­tificazione dei compartecipi, raccogliere elementi di prova a carico loro, accertare il movente e le modalità di preparazione e di esecuzione di cosi gravi delitti; ed a tale compito lealmente si accinse il Nucleo Mobile Cara­binieri di Palermo in manifesta intesa con l’Autorità giudiziaria, che dell’esito delle indagini fu informata con rapporti parziali, mano a mano che queste si andavano sviluppando, e da ultimo col rapporto giudiziario conclusivo n. 37 del 4 settembre 1947 contenente l’esposizione degli atti compiuti e dei risultati raggiunti.

L’istruttoria penale segui di pari passo l’inchiesta di polizia e, se talvolta non fu approfondita tanto quanto sarebbe stato desiderabile, fu tuttavia attenta, cauta, obiettiva, come la situazione di ambiente e l’indole dei soggetti richiedevano; ma di essa converrà far menzione separatamente.

26

L’attenzione degli investigatori si concentrò innanzi tutto (ed in seguito sarà chiarito il perché) sulla persona di Gaglio Francesco di Vincenzo, inteso “Reversino”, pastore, da Montelepre, individuo assai vicino alla famiglia Giuliano e fidanzato di tal Valoroso Rosa, cugina materna del capo bandito.

Fermato il 9 luglio 1947, quale responsabile secondo fu scritto nel rapporto 13 agosto 1947 (A, 194) del sequestro di persona in danno di Asta Giovanni da Alcamo consumato in contrada “Tuffo” di Monreale il 7 giugno dello stesso anno, il Gaglio, nel corso degli interrogatori cui fu sottoposto, confessò insieme al sequestro attribuitogli anche la propria correità nei fatti di Portella della Ginestra dando di essi una circostanziata versione.

Come risulta dal processo verbale d’interrogatorio raccolto in data 14 luglio 1947 (L, 59 e segg.), il Gaglio dichiarò che la mattina del 30 Aprile dello stesso anno, ver­so le ore 9 mentre dopo aver consegnato il latte al rivenditore Gaglio Cesare da Montelepre, conduceva, assieme al fratello minore Benedetto, il suo gregge al pascolo verso la la contrada “Suvarelli”, era stato raggiunto a “Mandra di Mezzo”, località sita alla periferia del paese, dal pa­store Mazzola Vito che, chiamatolo in disparte, gli aveva detto che Salvatore Giuliano desiderava parlargli e l’attendeva nella vicina collina di Cippi. “Ci veni ‘dda ‘nca­pu, ca t’avi a parrari Turiddu Giuliano?”, gli aveva chie­sto e, benché “il nome di quel bandito da tutti temuto” gli avesse cagionato turbamento, tuttavia, rassicurato dal Maz­zola sulla liceità di quanto il Giuliano voleva dirgli, aveva aderito all’invito e, lasciato il gregge alla custo­dia del fratello, si era incamminato col Mazzola alla volta di Cippi dove erano giunti verso le 10,30. Ivi, nel va­sto appezzamento incolto appartenente a don Emanuele Palaz­zolo da Cinisi, avevano trovato insieme col Giuliano, che egli conosceva sin da piccolo, vari individui affiliati al­la banda, tutti armati, chi di mitra chi di moschetto mod. 91, tra i quali ricordava: Terranova Antonino inteso “Cacaova”, [Candela Rosario inteso “Cacagrosso”], Russo Angelo inteso “Angelinazzu”, Genovese Giovanni inteso “Manfré”, Genovese Giuseppe inteso pure “Manfré”, Passatempo Salvatore, Passatempo Giuseppe, Manni­no Frank inteso “Lampo”, Taormina Angelo inteso “Vito u pagliusu”, Pisciotta Francesco inteso “Mpompò”, Pisciotta Gaspare inteso “Chiaravalle”, Sciortino Pasquale inteso “Pino”, Cucinella Giuseppe inteso “Porrazzolo”, Cucinella Antonino inteso pure “Porrazzolo”, tut­ti latitanti nonché i seguenti altri giovani di Montelepre che al pari di lui e del Mazzola erano inermi: Sapienza Giuseppe inteso “Bambineddu”, Badalamenti Francesco, “Costanzo” Antonino, Tinervia Francesco, inteso “Bastar­done”. Il Giuliano, dopo averlo salutato col rituale ab­braccio, imitato in questo dagli altri, gli aveva chiesto: “ci vuoi venire con me?” ed alla sua esitazione aveva sec­camente soggiunto: “si tratta di una cosa da nulla ed in nottata sarai di ritorno a Montelepre”. Per paura di rap­presaglie, essendo notoria la brutalità di quell’uomo, non aveva replicato ed era rimasto lì, in attesa di ordini, l’intera giornata consumando il pane che aveva portato seco da casa; lo stesso avevano fatto gli altri, salvo il Mazzola che dopo circa mezz’ora era andato via. Verso l’imbrunire aveva visto giungere altri giovani tra i quali ricordava Pretti Domenico inteso “U figghiu di Filippeddu”, e Sapienza Vincenzo inteso “Bambineddu”, accolti pure dal Giuliano con il rituale abbraccio. Quindi questi, radunati i presenti davanti a sè a semicerchio, aveva detto di aver­li convocati per dare “una lezione ai comunisti ché aveva­no preso troppo campo ed il loro partito cominciava a co­stituire un pericolo, non solo per lui e la banda che non vedevano la possibilità di una riabilitazione, ma anche per i proprietari che venivano arbitrariamente privati del­le loro terre, onde occorreva combatterli e distruggerli; sarebbe stata quella la prima rappresaglia che attuava con­tro il comunismo ed affidava loro il compito di sparare contro un folto gruppo di aderenti al partito che l’indo­mani mattina si sarebbero riuniti a Portella della Ginestra. Detto questo, aveva dato ordine di mettersi in cammino e sul far della sera si erano mossi a gruppi di cinque o sei, non molto distanziati fra loro, ciascun gruppo guidato da uno dei banditi esperti dei luoghi. Il suo gruppo era guidato da Candela Rosario, inteso “Cacagrossu”, e di esso facevano parte anche “Costanzo” Antonino, Tinervia Francesco e, se mal non ricordava, Sapienza Giuseppe; su­perato il Passo di Renna, avevano camminato tutta la notte per contrade a lui sconosciute, sostando ogni tanto per riposare un po’; anche il Giuliano aveva camminato a piedi come loro, in gruppo con Pisciotta Gaspare o con i fratelli Salvatore e Giuseppe Passatempo, che erano tra i suoi più fidi. All’alba erano giunti su di un’alta col­lina rocciosa – Portella della Ginestra – dove per ordine del capo si erano fermati. Questi, lasciatili sul posto, si era allontanato da solo ed aveva fatto ritorno dopo circa due ore conducendo un mulo baio carico di moschetti militari mod. 91, di un fucile mitragliatore e di un sacco di canapa contente munizioni; quindi, dopo aver distribuito le armi a coloro che ne erano sprovvisti a lui aveva dato un moschetto mod. 91 con tre caricatori completi di cartucce aveva assegnato ad ognuno il posto di agguato a pochi metri di distanza l’uno dall’altro e ponendosi al centro della formazione col fucile mitragliatore, li ave­va avvertiti che avrebbero dovuto sparare contro coloro che sarebbero convenuti nella valle sottostante solo quando avesse aperto lui il fuoco. Alcuni si erano posti dietro le rocce, altri, rimanendo scoperti, s’erano costrui­ti dei ripari con delle pietre sovrapposte. Verso le 10 e­rano giunti nella valle folti gruppi di uomini, donne e bambini cantando l’inno “bandiera rossa”, e, come essi si furono ammassati, il Giuliano aveva aperto il fuoco imitato da tutti gli altri: da parte sua aveva sparato dieci, undici colpi; la folla con alte grida di aiuto si era sbandata cercando un riparo ed il Giuliano, accortosi che or­mai era inutile continuare, aveva fatto cessare il fuoco, la cui durata era stata di pochi minuti, dando ordine a tutti di abbandonare immediatamente quella località. Quindi, ritirate sul posto le armi prima distribuite, aveva ordinato ai non effettivi della banda di allontanarsi alla spicciolata. Mentre il Giuliano ricaricava le armi sul mulo erano intorno a lui il Terranova, i fratelli Passatempo, il Pisciotta ed altri; egli li aveva lasciati lì e non sapeva quale via avessero presa. Raggiunta la strada sottostante che conduce alla contrada “Giacalone”, aveva imboccato la via per Borgetto e pervenuto aPonte Sagana attraverso la contrada omonima, aveva fatto ritorno a Mon­telepre verso le ore 16. Nulla sapeva del sequestro del campiere Busellini, di cui aveva avuto notizia solo attra­verso la stampa e nessun compenso aveva percepito per la sua partecipazione ai fatti di Portella. Non poteva esclu­dere che anche altre persone, oltre quelle menzionate, avessero preso parte al delitto.

Gli investigatori mostrarono al Gaglio le carte di iden­tità di taluni degli individui da lui nominati ed egli, osservate le fotografie, dichiarò di riconoscere perfettamente in esse il Mazzola Vito, Genovese Giovanni, Passatempo Salvatore, Candela Rosario, Pisciotta Francesco, i fratelli Giuseppe e Antonino Cucinella, Russo Angelo, Pisciotta Ga­spare, Mannino Frank, Terranova Antonino e Sciortino Pa­squale, escludendo cosi ogni possibilità di confusione sui loro nomi; ma quanto al Mazzola tenne a precisare che, pur avendo preso parte alla organizzazione del delitto, non era poi andato a Portella della Ginestra. Gli mostrarono altresì la fotografia del Giuliano a cavallo ed egli, guardandola appena, esclamò: “questo è il bandito Salvatore Giuliano che ha rovinato e continua a rovinare la popola­zione di Montelepre”.

Notava il m.llo Lo Bianco nel suo citato rapporto n. 37 che la confessione del Gaglio, sebbene alquanto monca e reticente, almeno circa la responsabilità era valsa a gettare un primo sprazzo di luce sul delitto e soprattutto a identificare altri nuovi elementi della banda.

27

Del pari il 9 luglio 1947, in esecuzione di man­dati di cattura, emanati rispettivamente in data 12 marzo, 7 e 19 maggio 1947 dalla Sezione Istruttoria di Palermo per correità in sequestri di persona e rapine, tra cui – come si è visto (v. n. 5, b) – il sequestro e la rapina in danno del possidente Di Lorenzo Giuseppe da S. Giusep­pe Jato, venne tratto in arresto. Di Lorenzo Giuseppe fu Antonino, bracciante, da Montelepre, inteso “Peppe di Flavia”, il quale interrogato in data 16 luglio 1947 dai m.lli Lo Bianco e Calandra, pur negando ogni sua partecipazione ai fatti di Portella della Ginestra, confessò di aver preso parte all’attentato contro la sede del Partito comunista di Carini.

Egli dichiarò (L, 142 e segg.) che, dimesso il 18 feb­braio 1947 dalle carceri di Palermo dove trovavasi da circa un anno essendo stato arrestato, per i noti fatti dell’EVIS, quale gregario della banda Giuliano si era trasferito, per allontanarsi dall’ambiente, a Guardistal­la di Pisa, presso il cugino Giacopelli Salvatore che con­duceva in affitto il podere “Casal Testa” e l’aveva assun­to quale bovaro; senonché, affetto da ulcera gastrica, non aveva retto alla fatica, e dopo il 1° maggio 1947 aveva fatto ritorno a Montelepre col programma di attivare un commercio di olio di oliva tra la Sicilia ed il continente. Ma avendo appreso che pendeva contro di lui un mandato di cattura, aveva creduto prudente rimanersene rifugiato a Montelepre. Così, la sera del 20 Giugno 1947, verso le 21,30, mentre stava in casa della suocera, aveva ricevuto la visita dei banditi Cucinella Giuseppe, inteso “Porrazzolo”, e Sciortino Pasquale, inteso “Pino”, che lo avevano invitato ad intervenire ad una riunione che si sarebbe tenuta subito dopo a “Belvedere – Testa di Corsa”, località appena fuori dell’abitato. Vi era andato anche per curiosare e vi aveva trovato i seguenti banditi che cono­sceva come i più fedeli gregari di Giuliano: Passatempo Salvatore, Passatempo Giuseppe, Candela Rosario inteso “Cacagrosso”, Pisciotta Francesco inteso “Mpompo”, Taormina Angelo inteso “Vito u pagliusu”, Mannino Frank inteso “Lampo”, Cucinella Antonino, Terranova Antonino inteso “Cacaova”; nonché i seguenti al­tri giovani che riteneva incensurati: Pianello Giuseppe, Pianello Filippo (Fedele), Mazzola Federico cognato del Terranova, certo Totò inteso “Rizzo”.

Poco dopo erano venuti Sciortino Pasquale e Cucinella Giuseppe, il quale ultimo aveva annunziato l’arrivo di Vincenzino, figlio di “Filippeddu”, e di Ciccio Sapienza, figlio dello “Zu Jachino”. Difatti altri giovani erano sopraggiunti che egli non aveva riconosciuti; quindi, lo Sciortino aveva preso la parola per invitarli a continua­re la lotta contro il comunismo intrapresa dal cognato Giuliano (il 24 aprile lo Sciortino aveva sposato Giulia­no Marianna) perché, se i comunisti avessero avuto il sopravvento, sarebbero stati tutti rovinati, specialmente essi monteleprini: i comunisti avevano lacerato a Palermo la bandiera separatista; occorreva distruggere tutte le sedi del loro partito nella zona d’influenza della banda per indurre gli avversari del comunismo a fare altrettanto nel­le altre province. Dette queste parole aveva sciolto la riunione, avvertendo che al momento opportuno ognuno a­vrebbe ricevuto gli ordini e le armi per agire.

In quel luogo stesso era stato avvicinato da Terranova Antonino che l’aveva invitato a trovarsi la sera della domenica successiva, 22 giugno, alle ore 21, a “Piano Gallina”. Temendo le rappresaglie del Giuliano, che sapeva inesorabile in simili casi, non aveva avuto il coraggio di rifiutare, neanche adducendo la sua malattia, ed aveva ac­cettato. All’appuntamento aveva trovato Terranova Antoni­no “Cacaova” e Passatempo Giuseppe, entrambi armati di mitra; dopo di lui erano giunti Mannino Frank., Taormina Angelo, Candela Rosario, armati il primo di moschetto mod. 91, gli altri di pistola. Il Taormina aveva dato anche a lui una pistola a tamburo e tutti insieme, guidati dal Terranova e dal Passatempo, attraverso le campagne, era­no giunti verso le ore 22,30 alla periferia di Carini, in un vigneto, dove erano ad attenderli due amici del luogo a lui sconosciuti, che con Terranova Antonino, Passatempo Giuseppe e Mannino Frank avevano proseguito verso l’abi­tato. Il Candela, il Taormina e lui erano rimasti ad attenderli nel vigneto e poco dopo avevano udito esplosioni di bomba a mano e raffiche di mitra. Esaurita l’azione, il Terranova, il Passatempo ed il Mannino avevano fatto sol­lecito ritorno e tutti insieme avevano ripreso la via di Montelepre. Lungo la strada, parlando della rappresaglia compiuta, il Terranova ed il Passatempo avevano detto che la porta della sezione del Partito comunista era chiusa e ne avevano provocato l’incendio cospargendola di benzina, procurata loro dai due carinesi, ed appiccandovi il fuoco mediante esplosione di una bomba a mano; quindi, allonta­nandosi avevano lanciato dei manifestini a firma del Giuliano. A queste parole il Mannino traendo alcuni manife­stini dalle tasche della giacca, aveva espresso il ramma­rico di non aver fatto in tempo a lanciarli anche lui.

Disse pure il Di Lorenzo di non aver avuto alcun com­penso per tale suo concorso criminoso ed aggiunse che conosceva bene sia Cucinella Giuseppe, che Sciortino Pasquale per aver partecipato con loro ai moti dell’EVIS.

Va notato che gli investigatori mostrarono anche al Di Lorenzo alcune fotografie, precisamente: la fotografia di Salvatore Giuliano ritratto a cavallo e quelle di Sciorti­no Pasquale, di Candela Rosario, di Cucinella Antonino, di Cucinella Giuseppe, di Mannino Frank, di Pisciotta Francesco, di Terranova Antonino, di Passatempo Salvatore e di Passatempo Giuseppe, apposte nelle rispettive carte di identità, ed egli, osservatele, riconobbe in esse, perfet­tamente, le persone nominate.

28

In seguito alle chiamate in correità fatte dal Gaglio “Reversino”, il 3 agosto 1947 furono fermati Pret­ti Domenico di Filippo, contadino, e Sapienza Vincenzo di Tommaso, calzolaio, entrambi da Montelepre.

Presentati al Gaglio il 10 agosto, questi ripeté che ben li conosceva e ne confermò la partecipazione ai fat­ti di Portella della Ginestra. A loro volta anche il Pretti ed il Sapienza ammisero di conoscere il Gaglio, l’uno fin da piccolo perché vicino di casa, l’altro per avergli riparato spesso le scarpe (L, 49).

Interrogati rispettivamente l’11 e il 12 agosto 1947 entrambi confessarono la loro partecipazione sia ai fatti di Portella della Ginestra, sia all’attentato contro la sede della sezione comunista di Borgetto, facendo dei due avvenimenti una particolareggiata narrazione.

I. Pretti dichiarò fra l’altro: a) che una sera del mese di aprile 1947 era stato av­vicinato in Montelepre dal Gaglio “Reversino” che, con fa­re misterioso, gli aveva proposto di unirsi a loro: “ci veni cu nuavutri agghiri a ddavia?”; avendo compreso che voleva associarlo ad una impresa delittuosa e non deside­rando trattare con lui, gli aveva risposto che preferiva parlare direttamente con uno della banda ed il Gaglio gli aveva promesso di farlo incontrare con Cucinella Giuseppe; due sere dopo difatti si era imbattuto in costui che l’a­veva invitato a prendere parte ad un’azione delittuosa che sarebbe stata compiuta dal Giuliano, da lui e da altri della banda; limitandosi a dire che a suo tempo il Giuliano avrebbe dato istruzioni, il Cucinella non aveva precisato il contenuto dell’azione ed intanto, per invogliarlo, gli aveva dato L. 5000 in biglietti di occupazione da L.1000 ciascuno e aveva promesso di dargli ancora mezza salma di grano per i bisogni della famiglia; attratto dall’offerta aveva accettato mettendosi a sua disposizione; b) che la sera successiva, verso l’imbrunire, il Cu­cinella l’aveva accompagnato a Cippi e si era allontanato; ivi egli aveva trovato: Giuliano Salvatore Candela Rosario, Pisciotta Gaspare, Passatempo Salvatore, Passatempo Giuseppe, Genovese Giovanni, Russo Angelo, Gaglio Francesco, Ciccio “Bastardone” (Tinervia Francesco) Nunzio inteso “Culobianco”, Badalamenti Nunzio e qualche altro che più non ricordava; circa un’ora dopo era arriva­to Sapienza Vincenzo insieme a Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Terranova Antonino “Cacaova” e Cucinella Giuseppe, Cucinella Antonino e qualche altro giovane che non era in grado di indicare perché non di Montelepre; c) che quando tutti furono riuniti il Giuliano aveva pronunziato un breve discorso dicendo presso a poco: “pic­ciotti, dobbiamo distruggere i comunisti che sono quelli che ostacolano la mia riabilitazione e quella dei miei compagni, costringendoci a fare i latitanti e chiedo aiuto da parte vostra”; aiuto che consisteva nell’andare a Portel­la della Ginestra per iniziare l’offensiva contro molti comunisti che si sarebbero riuniti in quella località; quindi aveva ordinato a Cucinella Giuseppe di distribuire le armi a coloro che ne erano sprovvisti ed egli aveva ricevuto un moschetto mod. 91, sei caricatori completi, una pistola automatica carica e due bombe a mano: le armi era­no là, per terra, a breve distanza dal Giuliano; d) che si erano messi in cammino a gruppi di quattro ed erano giunti a Portella mentre albeggiava; ivi il Giu­liano li aveva fatti disporre tra le rocce e ricordava che taluni suoi compagni avevano costruito dei ripari con pie­tre sovrapposte; egli si era collocato dietro una roccia, a breve distanza da Cucinella Giuseppe e dopo un’attesa di circa tre ore e forse più, durante la quale il Giulia­no si era allontanato spesso seguito dai suoi più fidi gre­gari, la valle si era popolata di persone giunte, chi a piedi, chi a cavallo, cantando; e) che ad un certo momento il Giuliano aveva detto di tenersi pronti e, come quelle persone si furono maggiormente avvicinate, aveva aperto il fuoco col suo fucile mitragliatore, imitato dagli altri; egli aveva sparato in direzione della folla le cartucce di un solo caricatore; f) che, cessato il fuoco, durato pochi minuti, aveva udito le grida di soccorso della folla che fuggiva terro­rizzata; il Giuliano aveva ordinato a tutti di ripiegare sul versante opposto alla collina e, percorsi pochi chilometri, egli aveva riconsegnato le armi a Cucinella Giuseppe quindi, separatosi dagli altri, si era avviato con Sapienza Vincenzo verso Montelepre, dove erano giunti alle 21 circa; lungo la strada S. Giuseppe Jato – Partinico il Sapienza, sentendosi stanco, aveva viaggiato per un buon tratto su di un carretto, ed a Partinico aveva acquistato del pane e del formaggio, dividendolo con lui; a casa egli si era giustificato della prolungata assenza dicendo di esser­si fermato a lavorare in contrada “Parrino” ed aveva con­segnato alla madre mille lire pari all’importo di due gior­nate di lavoro; g) che la sera del 21 giugno 1947 Cucinella Giuseppe, incontratolo nei pressi di casa sua, gli aveva detto di tenersi pronto perché la sera successiva sarebbero andati a Borgetto per sparare contro la sede della sezione comu­nista: all’impresa avrebbero partecipato pure il fratello Antonino e Nunzio “Culobianco”; pertanto gli aveva dato appuntamento per il giorno dopo, alle ore 18, a “Vignazze”, località sita alla periferia di Montelepre, e l’aveva incaricato di avvertire Sapienza Vincenzo; questi era a letto febbricitante e dapprima aveva opposto un ri­fiuto, ma il Cucinella si era irritato ed aveva preteso che andasse per forza, altrimenti sarebbe finito male; così il Sapienza aveva accettato e l’indomani era stato pun­tuale; h) che a “Vignazze” Cucinella Giuseppe aveva comunicato a tutti il compito da assolvere: sparare alcune raffiche di mitra, a titolo di rappresaglia, contro la sede della sezione del Partito comunista di Borgetto; quindi aveva consegnato loro le armi: a Badalamenti Nunzio ave­va dato, se non ricordava male, un moschetto mod. 91, a lui una pistola e quattro bombe a mano, similmente una pistola e bombe a mano al Sapienza; i due Cucinella erano ar­mati di mitra e portavano a tracolla un tascapane contenente munizioni; attraverso Ponte Nocilla erano giunti a Borgetto alle 23; Cucinella Giuseppe aveva disposto che si fermasse all’angolo di una via coll’incarico di proteg­gere le spalle agli altri che proseguirono; quindi poco dopo aveva udito raffiche di mitra ed i compagni di ritor­no gli dissero di aver trovato la sezione chiusa e di aver sparato contro la porta; a “Vignazze” avevano restituite le armi a Cucinella Giuseppe e, insieme a Sapienza Vincen­zo, aveva fatto ritorno in paese verso l’una, in tempo per godersi lo spettacolo cinematografico che si dava all’a­perto in Piazza Principe di Piemonte, per la festa di S. Antonio; nessuno di essi per commettere il delitto si era, travestito da carabiniere; egli non aveva ricevuto alcun compenso ed alle sue rimostranze Cucinella gliene aveva fatto promessa, non più mantenuta (L, 55‑60).

II. Una confessione sostanzialmente conforme rese ai carabinieri Sapienza Vincenzo di Tommaso inteso “Bambineddu”, se pure con autonomia di narrazione. Egli tenne a chia­rire innanzi tutto di aver agito esclusivamente per fini politici e sotto l’incubo di gravi rappresaglie, alle qua­li non avrebbe potuto sottrarsi in caso di rifiuto: la se­ra del 29 aprile, verso le 21, Cucinella Giuseppe l’aveva informato confidenzialmente che Salvatore Giuliano aveva deciso di combattere i comunisti perché in Sicilia vole­vano comandare troppo e richiedeva la collaborazione sua e di altri amici: stava preparando “un’aggressione” contro un numeroso gruppo di comunisti allo scopo di metterli in soggezione. Ignaro della grave responsabilità aveva ac­cettato. La sera dopo, verso le 18, mentre era a letto perché affetto da blenorragia, Pretti Domenico l’aveva avvertito che Cucinella Giuseppe voleva parlargli; s’era rifiutato di uscire, ma il Cucinella gli aveva fatto dire dal Pretti che, se voleva salva la vita, doveva portarsi subito a “Vignazze”. Quivi nei pressi della casetta rura­le aveva trovato ad attenderlo i due Cucinella ed altri banditi, tra cui ricordava Terranova Antonino inteso “Ca­caova”, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Abbate Fran­cesco, ed era stato costretto a seguirli a Cippi dove il Giuliano avrebbe dato istruzioni. Ivi aveva trovato Giuliano Salvatore, Passatempo Giuseppe, Passatempo Salvatore, Gaglio Francesco, Candela Rosario, Tinervia Francesco, Tinervia Giuseppe, Pretti Domenico, Pisciotta Gaspare, certo Nené figlio dell’ “amiricanu”, Motisi Francesco ed altri che non era in grado di indicare. Le ar­mi erano già sul posto ed egli aveva avuto in consegna di­rettamente dal Giuliano un moschetto mod. 91 ed un carica­tore; il suo gruppo di marcia si componeva del Pretti, di Cucinella Giuseppe e di Cucinella Antonino che lo guidava; giunto a Portella della Ginestra, all’alba, aveva pre­so posto dietro una roccia, tra Cucinella Giuseppe ed Anto­nino, ed ivi era rimasto per circa tre ore; intanto la vallata sottostante s’era venuta popolando di una moltitu­dine di persone che cantavano l’inno “bandiera rossa” e gridavano “viva il comunismo”; ad un certo momento il Giuliano aveva impartito l’ordine di tenersi pronti e quindi aveva aperto il fuoco sparando contro la folla. Egli aveva sparato in tutto sei colpi. Poco dopo il Giuliano, soddisfatto del risultato, aveva dato ordine di cessare il fuoco e di ripiegare; percorsi circa tre km., si erano fermati un istante per restituire le armi ed il Giuliano, ritirando il moschetto, gli aveva regalato L. 5000 in biglietti di occupazione da L. 1000; anche il Pret­ti aveva riconsegnato il moschetto nella stessa circostan­za ed insieme avevano fatto ritorno a Montelepre (L, 74‑82).

Nel resto, la confessione del Sapienza collima con quel­la del Pretti e ne è superflua la citazione. Giova tuttavia sottolineare: a) che circa l’esecuzione dell’attentato alla sezione al Partito comunista di Borgetto egli si espresse: “i fratelli Cucinella fecero appostare prima il Pretti vicino alla strada principale, me all’angolo di altra via vicina ed il Nunzio poco distante da noi”, mentre essi prosegui­rono per commettere l’azione; b) che riconobbe il Giuliano nella fotografia che lo raffigura a cavallo e riconobbe altresì nella fotografia della carta di identità Badalamenti Nunzio, inteso “Culo­bianco”: lo conosceva solo per soprannome, era certo del­la sua partecipazione ai fatti di Borgetto ma non ricorda­va se avesse preso parte anche a quelli di Portella della Ginestra; c) che escluse la partecipazione di suo fratello Giusep­pe chiamato in correità dal Gaglio “Reversino”.

Dalle confessioni del Pretti e del Sapienza si ebbe dunque l’indicazione di altri partecipanti: Badalamenti Nunzio, Nené figlio dell’ “Amiricanu”, Tinervia Giusep­pe, Motisi Francesco e Abbate Francesco (Palma Abate Francesco), non menzionati dal Gaglio.

29

In data 10 agosto 1947 fu proceduto al fermo di Tinervia Francesco di Giacomo inteso “Bastardone”, di Sapienza Giuseppe di Tommaso inteso “Bambineddu”, di Terra­nova Antonino di Salvatore inteso “U figghiu di l’amiri­canu”, di Tinervia Giuseppe di Giacomo inteso “Bastardone”, i quali tutti confessarono la propria partecipazio­ne ai fatti di Portella della Ginestra dando interessanti particolari ricostruttivi – come già il Gaglio, il Pretti ed il Sapienza – della riunione a Cippi, del breve discor­so del Giuliano, della provvista delle armi dei gruppi di marcia, dell’itinerario seguito, dell’appostamento tra le rocce della “Pizzuta”, del ritorno.

È a tali punti salienti, pertanto, che si farà rife­rimento nella menzione di tali confessioni e delle altre che seguiranno, soprattutto per coglierne i contrasti e le consonanze ai fini della loro attendibilità.

I. Tinervia Francesco mantenne dapprima ed è comprensibile un atteggiamento negativo, ma, posto l’11 agosto separatamente al cospetto di Gaglio “Reversino” (L, 51), del Pretti (L, 53) e del Sapienza Vincenzo (L, 83) che l’a­vevano chiamato in correità e confermarono in sua presenza l’accusa, si decise a parlare.

Interrogato il 14 agosto 1947 (L, 61‑68) egli premes­so che coltivando i terreni che la famiglia conduceva a mezzadria nell’ex feudo Sagana, nelle contrade Parte Bor­getto e Mandra di Mezzo, ed altri che possedeva alle con­trade Lo Zucco, Ecce Homo, Sassana, Bonagrazia e Cippi del comune di Montelepre, aveva conosciuto il pastore Ga­glio Francesco, inteso “Reversino”, dichiarò: a) che una sera, verso la fine dell’aprile u.s., il Gaglio lo aveva avvicinato nella Piazza Anime Sante del paese per invitarlo a collaborare con lui in un’impresa che non aveva voluto specificare ed, appreso che nei gior­ni successivi egli avrebbe lavorato nella vigna del nonno a Cippi, non aveva detto altro; la sera del 30 aprile, verso l’imbrunire, mentre lavorava in tal vigna, il Gaglio lo aveva invitato a seguirlo su di un’altura vicina dicen­dogli di essere attesi dal bandito Giuliano e dai suoi compagni; sorpreso e sgomento nell’udire quel nome tanto temuto, aveva supplicato il Gaglio di evitargli l’incon­tro, ma questi l’aveva minacciato di fargliela pagare ca­ra se non avesse obbedito e, sapendo che era tal uomo da mandare ad effetto la minaccia, preso da paura l’aveva se­guito; b) che sulla detta altura aveva trovato: il Giuliano, Candela Rosario, Terranova Antonino, inteso “Cacaova”, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Pisciotta Gaspare, Passatempo Salvatore, Passatempo Giuseppe, Cucinella Antonino, Cucinella Giuseppe, Russo Angelo, Taormina Angelo, tutti latitanti ed inoltre i seguenti giovani che conosceva bene ed aveva riconosciuto perfettamente: Badalamenti Nunzio, Sapienza Vincenzo, Pretti Domenico, Passatempo Francesco, Terranova Antonino, inteso anche “Nené l’Americanu”, Sapienza Giuseppe di Francesco, inteso “Bambineddu”, Sapienza Giuseppe di Tommaso, Badalamenti Francesco, Motisi Francesco, “Marano” Giovanni (cioè Russo Giovanni inteso “Marano”), Tinervia Giusep­pe, suo fratello, nonché un giovane siciliano, dall’età di circa 22 anni, statura regolare, capelli castani e legger­mente ondulati, che non conosceva perché non era di Mon­telepre, con il quale il Giuliano si intratteneva molto confidenzialmente; c) che fattili radunare intorno a sé, il Giuliano ave­va annunziato con baldanza che sarebbero andati a Portel­la della Ginestra a sparare contro i comunisti: intendeva intraprendere contro costoro una lotta armata ed accanita e chiedeva la loro collaborazione; quindi, poiché tutti erano già armati aveva dato anche a lui un moschetto mod. 91 con tre caricatori; d) che egli faceva parte del gruppo di retroguardia con Russo Angelo, Candela Rosario e Terranova Antonino “Cacaova” che li precedeva di qualche passo; attraverso la collina “Fior dell’Occhio” e le località “Portella Renna” e “Portella Bianca”, che egli conosceva per avervi la­vorato, ed altre località sconosciute, erano pervenuti sul far dell’alba sopra una collina rocciosa che gli fu detto essere Portella della Ginestra; gli altri gruppi erano già arrivati e prendevano posizione fra le rocce a mezza costa del monte, di fronte alla pianura sottostante; e) che, per ordine del Terranova, egli ed il Russo, che pure era armato di moschetto, avevano preso posto die­tro una roccia all’estrema destra dello schieramento, con il compito di segnalare l’eventuale arrivo di carabinieri o di civili dal versante di S. Giuseppe Jato; dopo circa tre ore di attesa erano affluiti da tale versante nella valle folti gruppi di persone che cantavano inni comuni­sti e dopo che essi furono scomparsi alla loro vista, dap­poiché dal luogo dell’appostamento non vedevano il pia­noro, avevano udito diverse raffiche di armi automatiche e colpi di moschetto, seguiti da disperate invocazioni di aiuto; data l’invisibilità del bersaglio essi non avevano neanche sparato; f) che, cessato il fuoco, Russo Angelo gli aveva ordinato di seguirlo ed a passi svelti erano discesi a valle per la stessa via fatta nel salire, ed, attraversata la strada asfaltata, (la statale per Palermo) avevano proseguito per la montagna opposta, dove poco dopo erano stati raggiunti dal Giuliano e da altri, tra i quali ricordava Terranova Antonino, Candela Rosario, Pisciotta Francesco, Pisciotta Gaspare, Taormina Angelo, Passatempo Francesco ed il giovane sconosciuto, amico del capo bandito; quivi il Giu­liano, fattisi restituire il moschetto e le munizioni, gli aveva ordinato di proseguire da solo: indicandogli la sommità del monte, gli aveva detto che di lassù avrebbe visto la montagna lunga di Sagana dalla quale avrebbe trat­to orientamento per tornare a Montelepre e l’aveva diffi­dato a non far parola con alcuno di quanto aveva visto; il fratello Giuseppe, il Pretti, Sapienza Vincenzo, i due Cucinella non erano con loro in quel momento e, se non avevano preso altra via, dovevano essere rimasti in coda; era giunto a Montelepre nelle prime ore del pomeriggio e con i genitori si era giustificato dicen­do di essersi fermato a Sagana ad irrigare un fondo di loro proprietà; prima di muovere da Cippi il Giuliano gli aveva promesso cinquemila lira, ma non gli aveva dato più nulla; g) che il Giuliano portava seco un impermeabile; h) che la maggior parte dei banditi indossava pantaloni di velluto e giacche di colore grigio; che tutti gli altri indossavano vestiti da lavoro.

Va rilevato che gli investigatori mostrarono al Ti­nervia, insieme a diverse altre fotografie, quella del Giuliano a cavallo e quella di Giuliano Marianna e di Sciortino Pasquale ritratti insieme: il Tinervia, dopo averle osservate, riconobbe nella prima Salvatore Giu­liano e nella seconda il giovane sconosciuto che aveva veduto accanto al capo bandito.

II. Similmente sulla negativa si tenne Sapienza Giuseppe di Tommaso, finché, messo anche lui l’11 agosto al cospetto del Gaglio (L, 52) ed il 16 a quello di Tiner­via Francesco, che entrambi l’avevano chiamato in cor­reità e confermarono in sua presenza l’accusa, non cre­dette utile più oltre mentire.

Nel suo interrogatorio, raccolto il 16.8.1947 (L, 69‑73), egli dichiarò: a) che la sera del 29 aprile 1947 Pretti Domenico, suo amico di infanzia, l’aveva avvisato che il Giuliano lo at­tendeva per l’indomani mattina a Cippi, sull’altura a de­stra della rotabile Montelepre – Palermo, nei pressi del­la casetta rurale ivi esistente; non gli aveva spiegato il motivo dell’invito ed alle sue preghiere di esimerlo da quell’incontro, poiché sentiva che poteva venirne compromesso, il Pretti l’aveva consigliato ad obbedire perché il bandito Giuliano, diversamente, non ci sareb­be passato sopra; b) che, recatosi a Cippi verso le otto del mattino, vi aveva trovato Salvatore Giuliano in compagnia dei fratelli Giuseppe e Salvatore Passatempo e di Gaglio Francesco inteso “Reversino”; successivamente erano giun­ti alla spicciolata vari altri individui e poteva dire di aver notato nel pomeriggio, oltre ai suddetti, anche: Terranova Antonino “Cacaova”, Cucinella Antonino, Cucinella Giuseppe, Pisciotta Gaspare, Russo Angelo, Candela Rosario, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Genovese Giovanni, Genovese Giuseppe, Tinervia Francesco, Tinervia Giuseppe, Terranova Antonino, Pretti Domenico, Buffa Antonino, Motisi Francesco Paolo, Sapienza Vincenzo (suo fratello) ed altri che non sapeva indicare, dei quali alcuni non di Montelepre; c) che, verso sera, il Giuliano, dopo averli riuni­ti e detto loro che di lì a poco sarebbero partiti tut­ti con lui per Portella della Ginestra dove l’indomani mattina avrebbero sparato contro i comunisti colà riuniti, aveva distribui­to le armi – moschetti mod. 91 – a coloro che non ne ave­vano, prendendole con l’aiuto dei fratelli Passatempo dalla vicina casetta rurale: a lui aveva dato un moschet­to e quattro caricatori; d) che tutti si erano incamminati a piccoli gruppi e con il suo gruppo, guidato da Terranova Antonino “Cacaova”, del quale facevano parte Tinervia Francesco, Ca­ndela Rosario e Gaglio “Reversino”, attraverso contrade che non conosceva, era giunto all’alba a Portella, dove già altri da poco li avevano preceduti; per ordine di Giuliano si era appostato dietro una roccia, a pochi pas­si da Gaglio “Reversino”, che era alla sua sinistra, e dal bandito Terranova “Cacaova” postosi alla sua destra; e) che dopo un’attesa di circa tre ore, diversi grup­pi di persone avevano cominciato ad affluire cantando nella pianura sottostante e, tosto che si furono raggrup­pati, il Giuliano aveva iniziato il fuoco seguito dagli altri; egli ignaro del funzionamento dell’arma, non ave­va sparato nemmeno un colpo; f) che, cessato dopo pochi minuti il fuoco, il capo bandito aveva dato ordine a tutti di ritornare sui pro­pri passi quindi, contemporaneamente, fattisi restitui­re il moschetto ed i caricatori non consumati, gli aveva ingiunto di tornare subito a Montelepre e di non far parola con alcuno di quanto aveva veduto; ma egli, raggiun­ta la sottostante strada per S. Giuseppe Jato, anziché a Montelepre, si era diretto alla fattoria Di Lorenzo a “Tornamilla”, dove a quel tempo lavorava e dove stavano anche sua moglie con la famiglia; la sera del 29 aprile si era trovato a Montelepre casualmente per prelevarvi pane e farina; nessun compenso aveva ricevuto, né gli era stato promesso.

III. Terranova Antonino di Salvatore, cugino dei banditi Terranova Antonino “Cacaova” e Pisciotta Gaspare “Chiaravalle”, interrogato il 17 agosto 1947 (L, 95‑101) confessò la propria partecipazione limpidamente e con ricchezza di particolari.

Premesso che conosceva il bandito Passatempo Giuseppe in quanto le famiglie rispettive possedevano dei fon­di in contrada Parrino di Partinico ed avevano avuto occasione per questo di vedersi spesso, il Terranova di­chiarò: a) che una sera dell’aprile 1947 il Passatempo incontratolo, gli aveva detto: “a viniri cu nuavutri”; sapendolo un affiliato alla banda Giuliano, si era impres­sionato ed aveva declinato l’invito pregando il Passatem­po di lasciarlo in pace; sennonché quattro giorni dopo questi l’aveva fatto richiamare a mezzo del nipote Pas­satempo Giuseppe di 14 anni e l’aveva avvertito che l’in­domani mattina avrebbe dovuto recarsi a Cippi dove il Giuliano e gli altri gregari desideravano parlargli; a­veva insistito ancora presso il Passatempo perché lo e­sentasse, ma quegli di rimando, minacciandolo di morte, gli aveva ingiunto di obbedire senza fiatare; b) l’indomani 30 aprile, di buon mattino, ri­levato a casa ed accompagnato dal suddetto nipote del Passatempo, si era recato a Cippi e vi aveva trovato Giu­liano Salvatore, Passatempo Giuseppe, Passatempo Salvatore, Pisciotta Gaspare; qualche ora dopo erano giunti: Gaglio “Reversino” e Mazzola Vito, Mannino Frank, Pisciotta Francesco; in seguito erano arrivati altri e nel pomeriggio in aggiunta alle persone suddette aveva notato: Candela Rosario, Genovese Giovanni, Genovese Giuseppe, Russo Angelo, Terranova Antonino “Cacaova”, Cucinella Antonino, Cucinella Giuseppe, Tinervia Francesco, Tinervia Giuseppe, Sapienza Vincenzo, Pretti Domenico, Buffa Antonino, certo “Piddu Piri” che sarà identificato per Lo Cullo Pietro, “Marano” Giovanni cioè Russo Giovanni inteso “Marano”, “zio Mommo” da Partinico, Musso Gioacchino e un individuo che egli non conosceva, dall’età di 25 anni circa, capelli neri leggermente ondulati, sta­tura regolare, corporatura regolare, chiamato “Pino”, da S. Cipirrello; il Mazzola però dopo un poco che era venuto si era allontanato e, se male non ricordava, non aveva fatto ritorno; c) che, mentre il sole tramontava, il Giuliano aveva mandato Russo Angelo, Mannino Frank, Candela Rosario a prendere le armi: avevano fatto ritorno dopo circa mezz’ora portando tre moschetti ciascuno che lo stesso Giu­liano, con il loro aiuto, aveva distribuito a quelli che non ne avevano; a lui aveva dato un moschetto e sei caricatori; quindi il Giuliano li aveva riuniti ed aveva fatto un breve discorso; era stato preso da un senso di panico e non ricordava più le parole esattamente: la sostanza era che dovevano recarsi a Portella della Ginestra per sparare contro i comunisti; d) che il Giuliano marciava in testa a tutti i gruppi e con lui si accompagnavano il “Pino” da San Cipirrello e Genovese Giovanni; egli era in un gruppo insieme con Mannino Frank e Pisciotta Francesco che faceva da guida; percorrendo la montagna di contro a “Piano del­l’Occhio”, la montagna lunga di Sagana ed altri luoghi sconosciuti, erano giunti all’alba su di un monte che dal Pisciotta aveva saputo essere Portella della Ginestra; per ordine del Giuliano si erano disposti dietro le rocce che guardano la valle, egli era tra Mannino Frank, al­la destra, e Pisciotta Francesco, alla sinistra; e) che erano li da circa tre ore quando vari gruppi di persone, delle quali talune sventolavano bandiere ros­se, avevano cominciato ad affluire cantando nella valle; ad un certo momento si era sentito echeggiare un colpo di arma da fuoco: era il segnale convenuto dato dal Giu­liano, che sparava con un fucile mitragliatore, per l’i­nizio dell’azione; esso Terranova aveva spara­to sulla folla tutte le cartucce di un caricatore; f) che, cessato il fuoco, egli si era mosso con Mannino Frank e Pisciotta Francesco: insieme, discesi a valle, erano risaliti per un’alta montagna e si erano fermati nei pressi della cappelletta di Ponte Sagana dove, dopo un’ora circa, erano stati raggiunti dal Giuliano, dal giovane chiamato “Pino”, dai fratelli Giuseppe e Salvatore Passatempo e da altri che non ricordava; il Giuliano, ritiratogli il moschetto e i cinque caricatori residui, gli aveva regalato 500 lire in unico biglietto di occupazione e l’aveva rimandato a Montelepre, dove era giunto verso le ore 15; alla madre aveva giustificato l’assenza spiegando di essere stato con il nipote del Passatempo a lavorare in contrada “Suvarelli”.

Va detto che i m.lli Calandra e Lo Bianco mostrarono pure al Terranova le fotografie esibite a Tinervia Francesco e quegli riconobbe, senza alcuna esitazione, nel giovane fotografato a cavallo Salvatore Giuliano e, nel l’individuo fotografato insieme con Giuliano Marianna, cioè in Sciortino Pasquale, lo sconosciuto chiamato “Pino” che stava sempre accanto al capo bandito.

IV. Tinervia Giuseppe, interrogato il 18 agosto 1947(L, 102‑108), dichiarò ai carabinieri: a) che a convocarlo a Cippi era stato Sapienza Vin­cenzo, il quale la sera del 29 aprile, verso le 19, era andato da lui a dirgli che l’indomani mattina il bandi­to Giuliano l’attendeva nel fondo di don Emanuele da Cinisi per parlargli; meravigliato aveva chiesto al Sapienza chiarimenti, ma questi senza dargliene l’aveva consigliato ad andare perché altrimenti avrebbe “potuto aver delle seccature”; b) che l’indomani verso le ore 9 a Cippi località di cui era pratico perché suo nonno vi possedeva un piccolo appezzamento di terreno aveva trovato: Giuliano Salvatore, Passatempo Giuseppe, Passatempo Salvatore, Genovese Giuseppe, Gaglio Francesco ed altri due o tre giovani che non conosceva; durante il giorno, alla spicciolata, erano giunti, chi armato di mitra o di mo­schetto e chi apparentemente inerme, Terranova Antonino “Cacaova”, Cucinella Antonino, Cucinella Giuseppe, Pisciotta Gaspare, Pisciotta Francesco, Mannino Frank, Taormina Angelo, Genovese Giovanni, Terranova Antonino, Mazzola Federico, Pretti Domenico, Sapienza Vincenzo, Motisi Francesco Paolo, “Marano” Giovanni (Russo Giovanni), Russo Angelo, Badalamenti Francesco, Candela Rosario, Tinervia Francesco (suo fratello), Di Maggio Tommaso fu Alfio, un giovane di circa 25 anni, di corporatura regolare, statura regolare, capelli neri e ondulati che chiamavano “Pino” ed aveva saputo essere di S. Cipirrello, altro giovane che chiamavano “Pinuzzo” di anni 24 circa e che era da S. Giuseppe Jato; infine qualche altro che non sapeva indicare; c) che verso sera il Giuliano li aveva riuniti per dire loro che dovevano recarsi a Portella della Ginestra per sparare contro i comunisti che si sarebbero colà riuniti l’indomani mattina: era così pieno di paura nel trovarsi in mezzo a tutti quei malfattori che non aveva avuto la forza di seguire il discorso; quindi il Giuliano aveva ordinato al Taormina Angelo ed a qualche altro di andare a prelevare le armi temporaneamente nascoste in un vicino torrente e difatti poco dopo essi erano tornati con diversi moschetti e vari pacchetti di caricatori che furono distribuiti a chi non ne aveva: a lui venne dato un moschetto con sei caricatori; il Di maggio non aveva armi, non era stato armato; il Giuliano aveva giudicato che, per età e condizioni di salute, non po­tesse partecipare all’impresa e gli aveva detto: “Zu Masi, vossia è vecchiu e nun po fari strapazzi, perciò vassa sinni va”; ed il Di maggio se n’era andato; d) che si erano messi in marcia verso le ore 21: il Giuliano in testa alla formazione con altri quattro o cinque (di cui ricordava Genovese Giovanni) aveva seco una mula bardata sulla quale erano legate altre armi che non sapeva indicare; egli era in un gruppo col Taormina con Pretti Domenico e Passatempo Giuseppe, che faceva da guida, seguito a breve distanza da altro gruppo capeggiato da Cucinella Antonino; e, per la montagna “Fior dell’Occhio”, la contrada “Portella Renne” ed altre località non conosciute, all’alba erano arrivati a Portella della Ginestra dove quando tutti i gruppi furono giunti, il Giuliano li aveva fatti disporre in ordine sparso dietro le rocce, avvertendo che avrebbe dato lui il segnale di fuoco con il primo colpo; esso Tinervia era appostato dietro una roccia avendo alla destra Taormina Angelo, alla sinistra Pretti Domenico e un po’ più avanti, pure alla sinistra, Passatempo Giuseppe; dalla sua posizione non vedeva il capo bandito e non sapeva con quali armi avesse sparato; e) che, dopo circa tre ore di attesa, la valle aveva cominciato a popolarsi di una moltitudine di persone provenienti dal versante di S. Giuseppe Jato; ad un certo momento il Giuliano aveva aperto il fuoco e gli altri l’avevano seguito, ma egli non aveva sparato nessun colpo non essendo riuscito ad azionare il moschetto; f) che, finita la sparatoria, il Giuliano aveva ordinato di ripiegare per la stessa strada, in direzione di Ponte Sagana, e, unitamente a Passatempo Salvatore, Pisciotta Gaspare, Pisciotta Francesco, Mannino Frank, Terranova Antonino, Russo Angelo ed altri due o tre che non ricordava, conducendo seco la mula su cui erano le armi, si era allontanato per proprio conto; egli, invece, disceso con Taormina Angelo, Passatempo Giuseppe e al­tri, che più non rammentava, verso la valle opposta a quella dove era stata fatta la sparatoria, attraversata la strada asfaltata S. Giuseppe Jato – Palermo, percorsa la montagna di fronte, aveva raggiunto Ponte Sagana per altra via; ivi, nei pressi della cappella, avevano trova­to Salvatore Giuliano, Pisciotta Francesco ed altri compagni che li avevano preceduti; il Giuliano, cui aveva restituito il moschetto e le cartucce, gli aveva dato £. 1.200 dicendogli: “tieni, queste sono per il lavoro che hai fatto”; a Montelepre era giunto a sera, essendosi fermato alcune ore nel fondo paterno in contrada “Sassani”; g) che durante le ore di attesa tra i roccioni del­la “Pizzuta” il Giuliano non era stato fermo allo stes­so posto: si era mosso lungo la montagna forse per con­trollare.

Anche Tinervia Giuseppe riconobbe: Giuliano Salvatore nella fotografia del giovane a cavallo (A,180); colui che veniva chiamato “Pino” nella fotografia del giova­ne (Sciortino Pasquale) ritratto insieme a Giuliano Ma­rianna (A, 253); ed il giovane chiamato “Pinuzzo”, che dicevano essere da S. Giuseppe Jato, in quella della carta di identità rilasciata al bracciante, Sciortino Giuseppe di Emanuele da S. Cipirrello.

30

Emerse dalle predette confessioni la indicazione di altri compartecipi non menzionati prima: Passatem­po Francesco, Russo Giovanni inteso “Marano”, Sapien­za Giuseppe di Francesco, Buffa Antonino, Musso Gioacchino, Lo Cullo Pietro, Mazzola Federico, Sciortino Giuseppe, inteso “Pinuzzo”, “zio Mommo” da Partinico; e si seppe altresì della presenza a Cippi del vecchio Di maggio Tommaso, accorso anche lui alla chiamata del capo.

I carabinieri presero ad esaminare la posizione di costoro ed intanto procedettero al fermo, rispettivamente in data 14 e 15 agosto 1947, di Buffa Antonino di Antonino, chiamato in correità da Sapienza Giuseppe di Tommaso e da Terranova Antonino di Salvatore, nonché di Gaglio Antonino di Giuseppe, inteso “Costanzo”, chia­mato in correità da Gaglio Francesco, inteso “Reversino”.

I. Gaglio Antonino, che risultò essere in intime re­lazioni di amicizia sia con il “Reversino”, sia con Candela Rosario, sia con Tinervia Francesco e con Sapienza Giuseppe di Tommaso, interrogato dai carabinieri il 18 agosto (L, 84) ammise di conoscere costoro appena dì vi­sta, in quanto compaesani, escludendo di avere avuto con loro alcun rapporto; e conseguentemente negò ogni sua partecipazione ai fatti di Portella della Ginestra: non era stato a Cippi, non conosceva Salvatore Giuliano, né alcun altro della sua banda se non per sentito dire.

II. Buffa Antonino, invece, interrogato il 21 agosto (L, 86‑94), confessò la sua partecipazione tanto all’eccidio di Portella della Ginestra, quanto alla riunione di “Belvedere – Testa di Corsa”.

Premesso che sua sorella Rosalia era fidanzata da tre anni con il latitante Candela Rosario inteso “Cacagrossu”, e, stante l’opposizione dei genitori, essi soleva­no vedersi di nascosto in casa della sorella di costui, Candela Vita in Giostra, egli dichiarò: a) che la sera del 29 aprile, verso le ore 21, mentre stava in casa, era stato chiamato da Cucinella Giuseppe e da Pisciotta Vincenzo, inteso “Mpompò”, i quali l’avevano avvertito che Candela Rosario desiderava par­largli di urgenza e l’attendeva in casa della sorella Vita; era andato ed aveva trovato “il cognato” in compa­gnia dei banditi Pisciotta Francesco e Terranova Antoni­no; il Candela, fatta allontanare la sorella Vita, gli aveva detto, presenti gli altri due, che l’indomani ver­so mezzogiorno l’avrebbe atteso in quella stessa casa per andare insieme dal proprietario di un fondo presso cui gli aveva trovato lavoro ed, alla osservazione che sarebbe stato compromettente farsi vedere insieme, dandogli scherzosamente uno scappellotto, l’aveva esortato a non aver paura ed aveva spostato il luogo dell’appun­tamento alla contrada “Finocchiara”, dietro il cimitero di Montelepre; così l’indomani mattina, detto ai genito­ri che andava a lavorare a “Bonagrazia” dove essi hanno un terreno, si era recato prima alla contrada “Nacà” e di lì, dopo circa tre ore, al luogo stabilito dove ave­va trovato íl Candela “armato di moschetto”; b) che questi l’aveva condotto a Cippi, nel fondo di don Emanuele da Cinisi; vi erano giunti nelle prime ore del pomeriggio ed aveva notato colà “una trentina di individui”, la maggior parte dei quali di Montele­pre ed a lui noti, tra cui ricordava: Cucinella Antonino, Cucinella Giuseppe, Mannino Frank, Terranova Antonino “Cacaova”, Pisciotta Francesco, Genovese Giovanni, Genovese Giuseppe, Passatempo Giuseppe, Passatempo Salvatore, Pisciotta Gaspare, Russo Angelo, tutti banditi, armati chi di mitra, chi di moschetto e Gaglio Antonino inteso “Costanzo”, Sapienza Vincenzo, Pretti Domenico, Tinervia Francesco, Sapienza Giuseppe, Ter­ranova Antonino di Salvatore, Cristiano Giuseppe, Pisciotta Vincenzo, Di Misa Giuseppe, “Marano” Giovanni, nonché Badalamenti Francesco e Gaglio Francesco i quali ultimi, a differenza degli altri che si tenevano appar­tati, stavano nel gruppo dei banditi con i quali dimostra­vano molta familiarità; inoltre il Candela gli aveva in­dicato Salvatore Giuliano, Sciortino Pasquale da S. Cipir­ello che, a suo dire, aveva recentemente sposato Giulia­no Marianna, nonché un tal Sciortino Giuseppe, pure da S. Cipirrello e parente del predetto cognato del capo ban­dito; c) che verso l’imbrunire il Giuliano, fatti riunire intorno a sé tutti gli astanti, aveva rivolto loro bre­vi parole, (che egli però non aveva udito essendo rimasto seduto a qualche distanza con Candela Rosario e Passatempo Salvatore) ed aveva consegnato moschetti militari e munizioni a quelli che non erano armati, meno che a lui perché non si era avvicinato; d) che, essendo stato dato ad un certo momento l’ordine di dividersi a piccoli gruppi e di mettersi in cam­mino, egli aveva chiesto chiarimenti al Candela, dappoiché, preso ad un certo momento dal sonno, non si era re­so conto della sua presenza in quel luogo, e questi si era limitato a dirgli che doveva soltanto seguirlo; cosicché, verso le 21, con il Candela e il Passatempo Sal­vatore aveva iniziato il cammino; attraverso zone sconosciute (ricordava solo Ponte Sagana e la soprastante montagna “Crucifia”) erano pervenuti, alle prime luci dell’alba, su di un’alta montagna dove si erano fermati; il Candela l’aveva informato che erano giunti a Portella della Ginestra e dovevano sparare contro alcuni gruppi di comunisti che si sarebbero riuniti in quel luogo; su­bito dopo, infatti, Cucinella Giuseppe aveva consegnato al Candela un moschetto mod. 91 ed un caricatore dicendogli: “questo è per tuo cognato” ed il Candela gliene aveva spiegato il funzionamento dappoiché egli non lo conosceva; quindi, mentre tutti gli altri per ordine del Giuliano si andavano disponendo dietro le rocce, distan­ziati di quattro, cinque passi l’uno dall’altro, il Can­dela l’aveva fatto collocare dietro una roccia alla sua destra, mentre dall’altro lato aveva preso posto Passa­tempo Salvatore; e) che, dopo circa tre ore di attesa, dal versante di S. Giuseppe Jato avevano cominciato ad affluire nella sottostante pianura numerosi gruppi di persone, chi a piedi, chi a cavallo, cantando e sventolando bandiere rosse; ad un tratto, quando costoro si furono ammassati, aveva sentito sparare raffiche di armi automatiche ed anche il cognato aveva iniziato il fuoco con il suo moschetto ordinandogli di fare altrettanto, ma, non prati­co dell’arma ed emozionato dalle grida dei colpiti e dal­la fuga della folla in cerca di riparo, era riuscito a sparare solo tre colpi in direzione della pianura; f) che, cessato il fuoco, aveva preso con il cognato la via del ritorno: discesi entrambi verso val­le dalla parte opposta a quella da cui avevano sparato, attraversata nuovamente la strada di S. Giuseppe Jato (per Palermo) e risalita la montagna, si erano portati, precedendo tutti gli altri, nei pressi della Cappella di Ponte Sagana; ivi il Candela, fattosi consegnare il moschetto con le cartucce residue, gli aveva dato per compenso L. 2000: avrebbe dovuto versarle alla madre e dirle di averle guadagnate facendo due giornate di lavo­ro presso Candela Rosario; era giunto a casa nel pomerig­gio ed alla madre aveva dato solo L.1500 giustificando l’assenza ed il danaro nel modo suggerito dal Candela.

Aggiunse ancora il Buffa che una quarantina di gior­ni dopo il Candela, a mezzo di Cucinella Giuseppe e di Pisciotta Vincenzo, l’aveva nuovamente invitato ad anda­re in casa della sorella Vita, dove si teneva nascosto, e gli aveva chiesto di accompagnarlo la sera successiva a “Testa di Corsa”: desiderava che gli facesse da staf­fetta, gli esplorasse, cioè, la strada da percorrere se­gnalandogli l’eventuale presenza di carabinieri; così, la sera successiva, verso le 21, erano andati insieme a “Testa di Corsa” e, con meraviglia, vi aveva trovati di nuovo riuniti ed armati: Passatempo Salvatore, Cucinella Giuseppe e Terranova Antonino “Cacaova”, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, nonché, a breve distanza, altre per­sone che data l’oscurità non aveva individuate; la pre­senza di tanti banditi insieme gli aveva dato l’impres­sione che si stesse organizzando un’altra impresa criminosa ed aveva pregato il “cognato” di rimandarlo a casa, il che quello aveva fatto anche per consiglio del Terranova Antonino che era stato dello stesso avviso; al loro arrivo infatti questi l’aveva riconosciuto alla luce di una lampadina tascabile e aveva detto al Candela che sa­rebbe stato meglio farlo ritornare in paese.

Due o tre giorni dopo, precisamente la sera in cui si festeggiava in paese la ricorrenza di S. Antonio, era corsa voce di attentati alle sezioni comuniste di Borgetto, Partinico etc. Trascorsi alcuni giorno, il Candela l’aveva informato che erano stati essi a commetterli, dividendosi il compito, e che a Partinico la spedizione era stata ca­peggiata da Passatempo Salvatore.

Riconobbe il Buffa, nella fotografia del giovane ri­tratto con Giuliano Marianna, la persona indicata col no­me di Sciortino Pasquale; mentre non ravvisò nella foto­grafia della carta di identità rilasciata al nome di Scior­tino Giuseppe, la persona indicatagli con tal nome dal Candela.

31

Russo Giovanni, inteso “Marano”, chiamato in correità da Tinervia Francesco, Terranova Antonino di Sal­vatore e Tinervia Giuseppe – lo sarà pure da Buffa Antonino (come ora si è visto) e da Cristiano Giuseppe – venne fermato il 19 agosto 1947.

Egli negò dapprima l’accusa ma, messo a confronto in data 20 stesso mese con Tinervia Giuseppe – il quale gli disse che, ormai, dopo che gli altri avevano parlato, sarebbe stato inutile negare ed aveva preferi­to dire “tutta la verità”, anche per dimostrare, che al pari di tanti altri compaesani e coetanei, non avrebbe po­tuto sottrarsi ad un ordine di quel disgraziato di Giu­liano che aveva voluto rovinarli (L, 123) – finì per am­mettere la sua partecipazione.

Pertanto, come risulta dall’interrogatorio raccolto dai carabinieri in data 25 agosto (L, 125‑129), dichiarò: a) che la sera del 30 aprile 1947, verso l’imbrunire, mentre dalla contrada “Parrino” tornava a Montelepre, giunto a “Ranna”, località sita alla periferia dell’abi­tato, tre giovani armati di mitra nascosti dietro una siepe, lanciato un piccolo sasso per richiamare la sua attenzione, gli avevano fatto cenno di avvicinarsi: erano Candela Rosario, Pisciotta Francesco e Terranova Antonino “Cacaova” di cui aveva sentito parlare più vol­te quali affiliati alla banda Giuliano; essi gli avevano imposto di seguirli e aveva dovuto obbedire; giunti in un giardino retrostante l’abitazione del Terranova, sita nella predetta località, il Pisciotta ed il Cande­la l’avevano lasciato solo col Terranova, il quale l’a­veva invitato ad entrare in casa attraverso la finestra che da sul giardino; dopo circa due ore e un quarto, du­rante le quali il Terranova gli aveva offerto una mine­stra di pasta e lenticchie, erano tornati il Pisciotta e il Candela avvertendo che era giunta l’ora di partire; ridiscesi nel giardino attraverso la finestra, il Terra­nova gli aveva dato un moschetto completo del caricato­re, un caricatore di riserva e una diecina di cartucce sciolte; quindi, procedendo in fila indiana per la cam­pagna, erano giunti dopo circa un’ora di cammino su di una collinetta dove il Terranova, il Pisciotta e lui si erano fermati, mentre il Candela aveva proseguito oltre; b) che, trascorsa circa mezz’ora, era tornato il Candela insieme ad altre persone tra le quali, essendo già buio, aveva potuto riconoscere soltanto: Giuliano Salvatore, Pisciotta Gaspare, Passatempo Giuseppe, Passatempo Salvatore, Cucinella Antonino, Sciortino Pasquale inteso “Pinuzzo” da S. Cipirrello, uno sconosciuto di 28 anni circa da S. Giuseppe o S. Cipirrello, Cucinella Giuseppe, Russo Angelo, Mannino Frank, Buf­fa Antonino, Tinervia Giuseppe, Sapienza Vincenzo, Pretti Domenico, Cristiano Giuseppe, Passatempo Francesco; c) che subito dopo avevano iniziato il movimento a gruppi di quattro o cinque. egli camminava vicino a Pisciotta Francesco, a Terranova Antonino, a Candela Ro­sario ma vicino a loro erano pure altri giovani; e po­co prima dell’alba erano giunti su di una collina e si erano messi a sedere fra le rocce; il bandito Terranova stava a breve distanza da lui; d) che dopo circa tre ore di sosta, quando la valle sottostante fu gremita di gente, egli, che era ancora completamente ignaro di tutto, aveva sentito un primo crepitio di armi automatiche e si era avveduto che tut­ti sparavano verso la valle; il Terranova, notando il suo smarrimento, l’aveva investito dicendogli “disgraziato, perché non spari?” ed egli aveva sparato un col­po in aria, ma per l’inceppamento dell’otturatore non a­veva potuto continuare; e) che, a causa degli spari, durati una diecina di minuti, la gente nella valle si era dispersa invocando aiuto; e, cessato il fuoco, egli si era allontanato con Terranova “Cacaova” e Pisciotta Francesco, per vie di campagna, preceduti a breve intervallo da diversi altri, in direzione di Ponte Sagana dove erano giunti dopo cir­ca tre ore di cammino; ivi il Terranova gli aveva riti­rato il moschetto e le munizioni e, constatando che ave­va sparato un solo colpo, l’aveva rimproverato dicendo­gli: ‘‘disgraziato e miserabile, a vent’anni ancora non sai sparare? vattene al paese e non ti far più vedere, se avessi fatto qualche cosa ti avremmo dato un po’ di soldi ma, dato che non hai saputo fare niente, vai a fa­re in culo”; di lì aveva fatto ritorno a Montelepre e solo l’indomani, sentendone parlare in paese, aveva ca­pito che a Portella della Ginestra si era sparato contro i comunisti.

Nella fotografia della carta d’identità, rilasciata dal Comune di S. Cipirrello al nome di Sciortino Giusep­pe, il Russo riconobbe lo sconosciuto ventottenne menzio­nato nella sua confessione.

32

Il 21 agosto 1947 vennero fermati Musso Gioacc­hino di Leonardo, Pisciotta Vincenzo di Francesco, Cris­tiano Giuseppe di Giuseppe chiamati in correità, il Musso da Terranova Antonino di Salvatore, gli altri, da Buffa Antonino; il Cristiano però sarà chiamato anche dal Musso ed a sua volta farà il nome di Pisciotta Vincenzo.

I. Musso Gioacchino interrogato dai carabinieri il 22 agosto (L, 115‑122), confessò subito la sua parteci­pazione ai fatti di Portella della Ginestra ed all’attacco contro la sede della sezione comunista di S. Giuseppe Jato.

Invero egli dichiarò: a) che una sera, verso la fine di aprile, in Monte­lepre, il suo conoscente Terranova Antonino di Salvato­re, “u figghiu du miricanu”, l’aveva avvicinato in via Castrense Di Bella per dirgli che l’indomani il Giulia­no li attendeva a Cippi dove aveva indetto una riunione; non volendo compromettersi, aveva cercato di declinare l’invito ma, alle insistenze del Terranova, il quale chiaramente gli disse che per salvare la vita avrebbe dovuto obbedire, nel timore di sicure rappresaglie, a­veva accettato; così la mattina dopo, verso le 8, il Terranova era andato a rilevarlo a casa ed insieme si erano diretti a Cippi una collina sita a circa due km. dal cimitero del paese; b) che sulla sommità del colle erano riuniti diver­si individui, molti dei quali armati di mitra e moschet­ti, altri apparentemente inermi; egli non ne conosceva alcuno, avendo risieduto sempre con la famiglia a Partinico e trovandosi solo da poco tempo a Montelepre in ca­sa della nonna materna Lino Rosalia; ma il Terranova glieli ­aveva indicati uno per uno ed aveva saputo che essi erano: Giuliano Salvatore, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Taormina Angelo, Pisciotta Gaspare, Terranova Antonino “Cacaova”, Cucinella Giuseppe, Cucinella An­tonino, Passatempo Salvatore, Passatempo Giuseppe, Genovese Giovanni, Genovese Giuseppe, Badalamenti Francresco Pretti Domenico, Sapienza Giusepe, Sapienza Vincenzo, Passatempo Francesco, Tinervia Francesco, Tinervia Giuseppe, Russo Giovanni, Cristiano Giuseppe, Badalamenti Nunzio, Gaglio Francesco “Reversino”, Buffa Antonino, Buffa Vincenzo; costoro non erano tutti presenti al loro arrivo, alcuni erano venuti dopo e non sapeva dire chi vi fosse già e chi vi fosse giunto successivamente, come non poteva affatto escludere la presenza anche di altri; c) che nella mattinata Taormina Angelo, inteso “Pa­gliusu’’, aveva portato varie armi a dorso di una mula di manto morello; e verso mezzogiorno, per ordine del Giu­liano, Genovese Giuseppe era andato a prendere nella vi­cina mandria una brocca d’acqua, dieci grossi pani ed una forma di cacio, distribuendone a tutti dopo aver ta­gliato a fette il pane ed il formaggio; sull’imbrunire ­Giuliano Salvatore li aveva riuniti, aveva detto loro che dovevano recarsi a Portella Ginestra e sparare con­tro i comunisti che si sarebbero riuniti colà il matti­no seguente; quindi aveva distribuito i moschetti e le cartucce a chi non aveva armi: a Badalamenti Francesco aveva dato da portare a spalla un fucile mitragliatore ed a lui una cassettina contenente le munizioni per detto fucile; d) che verso le 21 il Giuliano aveva dato l’ordine di partire a piccoli gruppi: egli insieme con Badalamen­ti Francesco era nel gruppo di testa formato dal Giuliano, da Genovese Giiovanni e da Pisciotta Gaspare; gli altri gruppi seguivano a debita distanza; percorrendo montagne che non conosceva erano giunti nella località designata mentre albeggiava; sistemato il fucile mitra­gliatore su di una roccia e fattavi collocare la cas­setta delle munizioni accanto, il Giuliano si era al­lontanato lasciando Badalamenti Francesco a guardia del fucile ed ordinando a lui di sedersi dietro una roc­cia, a circa 100 metri di distanza, posizione dalla qua­le non vedeva il pianoro sottostante; e) che trascorso un quarto d’ora egli aveva veduto il Giuliano tornare e collocarsi vicino il fucile mitragliatore; quindi dopo un’attesa di circa tre ore aveva inteso sparare raffiche di fucile mitragliatore e di mi­tra, seguite da diversi colpi di moschetto, ed aveva u­dito grida di soccorso da parte di uomini e di donne; f) che, cessato il fuoco, la cui durata era stata di pochi minuti, il Giuliano aveva dato ordine di ripie­gare in direzione della stessa strada dalla quale erano venuti: Badalamenti Francesco col fucile mitragliatore sulle spalle ed egli con la cassetta contenete i cari­catori vuoti si erano messi in cammino; percorsi circa due km. il capo bandito, fattagli deporre la cassetta a terra, gli aveva rivolto le seguenti parole: “vattene a casa e se ti incontra qualcuno non dire che sei stato a Portella della Ginestra, diversamente verrò a trovar­ti fino a casa tua e ti sparerò per come sparai a tuo zio Spica Giovanni che non volle fornirmi la farina per me e per i miei uomini” (v. n. 5/a); terrorizzato dal ricordo di questo fatto si era allontanato di corsa e dopo circa mezz’ora o poco più, poiché per lo spaven­to correva e tremava, aveva raggiunto Ponte Sagana e di lì nelle prime ore del pomeriggio Montelepre; a casa a­veva raccontato l’accaduto alla nonna, e costei, impre­cando contro il Giuliano aveva detto: gran disgraziato non gli bastò che rovinò la prima volta la nostra casa”; g) che, la sera in cui si celebrava in paese la festa di S. Antonio, Mannino Frank, fermatolo per via, gli ave­va ordinato di seguirlo; per timore di rappresaglie, a­veva obbedito ed il Mannino l’aveva condotto in locali­tà “Sassana”, nei pressi di “Testa di Corsa”, dentro una stalla dove già si trovavano Terranova Antonino “U figghiu du miricanu” e i fratelli Buffa Vincenzo e Anto­nino; il Mannino si era allontanato e poco dopo erano venuti Pisciotta Francesco, Pisciotta Gaspare ed un giovane che gli altri chiamavano “Pinuzzo Sciortino”; riteneva che fosse tornato anche il Mannino, ma non poteva dirlo con assoluta certezza; ricordava che lo Sciortino, Pisciotta Gaspare e Pisciotta Francesco erano armati di mitra e ciascuno portava anche un piccolo tascapane, mentre non poteva dire se il Terranova e i due fratelli Buffa fossero armati, egli era inerme; h) che lo Sciortino, il quale gli parve funzionasse da capo, aveva ordinato la partenza per S. Giuseppe Jato e giunti ad una curva del tratto stradale Montelepre – Partinico, sita a cento metri dal bivio di Giardinello, avevano trovato ad attenderli un giovane a lui sconosciuto che custodiva un camioncino; Pisciotta Gaspare si e­ra messo alla guida, lo Sciortino gli si era seduto ac­canto e gli altri avevano preso posto dentro ad eccezio­ne del giovane sconosciuto, che era stato rimandato a Mon­telepre; arrivati alla periferia di S. Giuseppe Jato era­no discesi: rimasto il Terranova a guardia dell’automez­zo, essi avevano proseguito per l’abitato dove lo Scior­tino, lasciandolo all’angolo di una via comunicante con il corso principale, gli aveva dato incarico di segnala­re l’eventuale presenza di carabinieri e similmente aveva fatto con i fratelli Buffa; stando così di guardia aveva inteso poco dopo esplosioni di bombe a mano, raffiche di mitra e grida di persone provenienti dal Corso principale; quindi erano ripassati di corsa i tre bandit­i, s

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parando raffiche di mitra a scopo d’intimidazione e ad essi si erano accodati lui e i due Buffa; presa la via del ritorno, lo Sciortino era sceso alla periferia di S. Cipirrello, davanti al magazzino del consorzio, mentre essi, ricondotti in camioncino fino a Ponte Nocilla, avevano proseguito a piedi per Montelepre; Pisciotta Gaspare era rimasto sull’automezzo, Pisciotta Francesco si era accompagnato a loro fino alla periferia dell’abitato e, per via, li aveva informati, avvertendoli di non dire nulla ad alcuno sotto minaccia di gravi rappresaglie, dell’azione portata a compimento contro la sezione del Partito comunista a S. Giuseppe Jato.

II. Pisciotta Vincenzo, invece, non confessò immediata­mente e si decise a parlare solo dopo che, messo a con­fronto il 22 agosto con Buffa Antonino, questi gli dis­se: “senti, io ho detto la verità perché sono convinto che lo hanno detto anche i nostri compagni” è “inutile negare; … non abbiamo rubato … è stato esclusivamen­te per politica e perché così ha voluto Salvatore Giulia­no e la sua banda”(L, 122).

Interrogato dai carabinieri il 23 agosto (L, 133‑137) egli infatti ammise: a) che una sera degli ultimi di aprile 1947, appre­so da Cucinella Giuseppe che suo fratello Francesco, che non vedeva da circa sei mesi, desiderava parlargli e li attendeva in casa di Candela Vita, vi era andato immediatamente; con il fratello stavano i banditi Terranova Antonino, Cucinella Giuseppe e Candela Rosario e, dopo i saluti, quest’ultimo l’aveva pregato di chiamargli Buffa Antonino; era andato dal Buffa in compagnia del Cucinella e quello si era unito a loro; quindi il Cande­la aveva invitato il suo futuro cognato a trovarsi la mattina dopo a “Nacà Ricurso”, l’avrebbe atteso nel suo piccolo fondo unitamente al Terranova “Cacaova” ed a Pi­sciotta Francesco; questi aveva dato a lui lo stesso appuntamento; b) che l’indomani mattina verso le 8 si era recato nel luogo fissato, vi aveva trovato il fratello Francesco, Terranova Antonino e Candela Rosario, tutti e tre armati di mitra, e dopo di lui era arrivato Buffa Anto­nino; tutti insieme si erano portati a Cippi, passando per “Mandra di Mezzo”, ed ivi, nelle vicinanze della ca­sa rurale, avevano trovato: Giuliano Salvatore, Manni­no Frank, Cucinella Antonino, Russo Angelo, Taormina Angelo, Terranova Antonino di Salvatore, Tinervia Fran­cesco, Tinervia Giuseppe, Buffa Vincenzo, Genovese Giovanni, Genovese Giuseppe, Gaglio Francesco “Reversino”, Pisciotta Gaspare, Passatempo Giuseppe, Pas­satempo Salvatore, Passatempo Francesco; nonché diver­si altri giovani da Montelepre e taluno anche forestie­ro che conosceva solo di vista; c) che appena giunti il fratello, dandogli l’ordine di rimanere colà in attesa, si era allontanato con il Terranova e con il Candela; lo stesso ordine aveva im­partito quest’ultimo al Buffa e tutti e due, seduti a breve distanza l’uno dall’altro, avevano trascorso l’intera giornata a Cippi assistendo ad un via vai di ban­diti; verso sera, essendo già abbastanza numerosi, il Giuliano li aveva radunati per dire loro che dovevano andare a Portella della Ginestra, a sparare contro i co­munisti; quindi aveva distribuito le armi a coloro che non ne avevano – i latitanti erano già tutti armati in maggioranza di armi automatiche – ed egli aveva avuto un moschetto militare e sei caricatori; d) che verso le 21 si erano mossi a piccoli gruppi: nel suo gruppo, capeggiato da Terranova Antonino “Cacao­va”, erano il fratello Francesco, Candela Rosario e Buf­fa Antonino; non ricordava se vicino a loro fosse Terra­nova Antonino di Salvatore; per zone di cui ricordava solo Ponte Sagana e la montagna soprastante chiamata “Crocifia”, discesa una vallata, attraversata una stra­da, e risalita una costa erano pervenuti a destinazio­ne alle prime luci dell’alba; ivi avevano preso posto dietro le rocce e i suoi compagni si erano sparpaglia­ti per lungo tratto nella estesa montagna sovrastante la valle; da un lato egli aveva Buffa Antonino, dall’al­tro il fratello Francesco, più avanti, al di là del Buf­fa, era Candela Rosario; il Giuliano era appostato più a monte rispetto a loro e dal suo posto non lo vedeva; e) che dopo molto tempo, quando la valle si fu popo­lata di uomini, donne ed anche bambini che cantavano, aveva sentito sparare raffiche di armi automatiche e colpi di moschetto; in conseguenza anche lui aveva inizia­to il fuoco, ma aveva sparato un sol colpo non essendo stato capace di far funzionare l’arma; f) che, subito dopo la cessazione degli spari, durati una diecina di minuti, il fratello Francesco, Buffa Antonino e lui si erano allontanati insieme da Portella rifacendo la stessa via; arrivati nei pressi della montagna “Crocefia” tanto lui che il Buffa avevano ricon­segnato i moschetti e le munizioni residue al fratello Francesco ed entrambi avevano proseguito per Montelepre giungendovi verso le ore 16; egli non aveva ricevuto al­cun compenso per tale prestazione ed ignorava se ne a­vessero avuto gli altri; ai genitori aveva giustificato l’assenza da casa dichiarando di essere stato in compa­gnia del fratello; g) che non aveva partecipato ad altri delitti e non rispondeva a verità che circa quaranta giorni dopo i fat­ti di Portella della Ginestra egli avesse con Cucinella Giuseppe chiamato nuovamente Buffa Antonino per dirgli che Candela Rosario l’attendeva in casa della sorella Vita; si era recato invece dal Buffa quindici o venti giorni dopo e per invitarlo a lavorare con lui in loca­lità “Pernice”, dove il padre conduceva a mezzadria un fondo appartenente al principe di Camporeale.

III. Cristiano Giuseppe, interrogato dai carabinieri il 25 agosto (L, 109‑114, ammise senz’altro la sua partecipazione; egli dichiarò: a) che la mattina del 30 aprile 1947, verso mezzogiorno, mentre si trovava in contrada “Comuni”, alla periferia di Montelepre, nel fondo della nonna Candela Rosalia, aveva ricevuto la visita del bandito Pisciotta Francesco che conosceva da tempo perché possessore di un fondo contiguo a quello della nonna; questi gli ave­va dato appuntamento per il pomeriggio, alle ore 16, nel­lo stesso luogo e si era subito allontanato; dopo esse­re stato in paese per la colazione, era tornato puntual­mente nella località suddetta e vi aveva trovato il Pi­sciotta, armato di mitra e provvisto di un tascapane con­tenente munizioni, che, senza dargli alcuna spiegazione, l’aveva invitato a seguirlo; per timore di rappresaglie non aveva osato rifiutare e lo aveva seguito; b) che, attraverso le contrade “Poggio Muletta”, “Mandra di Mezzo” e “Finocchiara”, erano giunti verso le ore 18 a Cippi, dove avevano trovato: Giuliano Salva­tore, Tinervia Francesco, Tinervia Giuseppe, Buffa Antonino, Buffa Vincenzo, Pisciotta Vincenzo, Sapienza Vincenzo di Tommaso, Sapienza Giuseppe di Tommaso, Pretti Domenico, Russo Giovanni, Pisciotta Gaspare, Candela Rosario, Terranova Antonino “Cacaova”, Cucinella Giuseppe, Cucinella Antonino, Passatempo Giusep­pe, Passatempo Salvatore, Mannino Frank, Taormina Angelo, Terranova Antonino di Salvatore, Passatempo Francesco, individui che ben riconobbe, ed altri, tra cui dei forestieri, che più non ricordava; dopo di lui anche altre persone erano arrivate alla spicciolata; c) che sull’imbrunire il Giuliano, riunitili, aveva detto che dovevano recarsi a Portella della Ginestra per sparare contro i comunisti che l’indomani mattina si sarebbero riuniti per la loro festa ed aveva bisogno del loro aiuto: non ricordava bene tutto il discorso; quindi lo stesso Giuliano, aiutato da altri banditi, aveva distribuito dei moschetti ai giovani chiamati a par­tecipare all’impresa, poiché gli appartenenti alla ban­da erano già tutti armati di mitra o di moschetto e por­tavano a tracolla un tascapane; Pisciotta Francesco gli aveva consegnato un moschetto mod. 91 ed un caricatore completo di cartucce; d) che si erano messi in marcia verso le 21 a picco­li gruppi: egli aveva camminato vicino ad alcuni tra i quali ricordava solo uno dei fratelli Passatempo, crede­va fosse Giuseppe; e, per le montagne di fronte alla con­trada Piano dell’Occhio, per Sagana, la trazzera Menta ed altre montagne che non conosceva, erano giunti all’alba a Portella della Ginestra dove il Giuliano li aveva fat­ti disporre dietro le rocce a distanza di quattro o cin­que passi l’uno dall’altro; egli si era appostato tra Pisciotta Francesco, che stava dietro la stessa roccia, quasi a contatto di gomito, alla sua sinistra, e Passatem­po Giuseppe alla sua destra; erano rimasti lì per circa tre ore durante le quali il Giuliano si era spostato da una parte all’altra dello schieramento per controllare; e) che quando il sole era già alto la piana sotto­stante aveva cominciato a popolarsi di gente che, secon­do gli disse Pisciotta Francesco, proveniva dal comune di S. Giuseppe Jato: cantavano e sventolavano bandiere rosse; il Pisciotta gli aveva detto pure che erano i comunisti attesi e che, quando il Giuliano avesse dato il segnale sparando il primo colpo, tutti avrebbero dovuto far fuoco su di essi; appena quella gente, abbastanza numerosa, era stata a tiro aveva udito un colpo seguito da diverse raffiche di armi automatiche ed anche Pisciotta Francesco aveva sparato con il mitra; egli non era riuscito a far funzionare il moschetto e non aveva sparato nessun colpo; dalla valle si erano elevate grida di aiuto ed aveva veduto persone fuggire in cerca di riparo; f) che, cessato il fuoco, Giuliano aveva dato ordi­ne di ripiegare nella stessa direzione da cui erano ve­nuti: ancora terrorizzato aveva preso la via del ritor­no con Pisciotta Francesco seguito a distanza da altri; a Ponte Sagana il Pisciotta, fattosi restituire il mo­schetto e le cartucce, l’aveva rimandato a Montelepre diffidandolo a non far parola con alcuno dell’accaduto, altrimenti sarebbe finito male; era giunto a casa nelle ore pomeridiane ed alla madre aveva detto di essersi fer­mato a “Passo di Carrozza” ad irrigare gli ortaggi dello zio Cristiano Ludovico; g) che una quindicina di giorni dopo, mentre stava nel fondo della nonna in contrada “Comuni”, Pisciotta Francesco, gettandogli davanti del danaro accartocciato, gli aveva detto: “tieni, questo è tuo, vatti a comprare le sigarette”; erano in tutto 1500 lire costituite da un biglietto da L.1000 e da uno da L. 500; h) che tanto a Cippi, quanto a Portella della Gine­stra il bandito Giuliano aveva seco un impermeabile chia­ro; e che i banditi avevano condotto da Cippi a Portella un mulo di manto scuro, utilizzato per il trasporto di indumenti personali, tascapani ed armi;

Furono mostrate al Cristiano la fotografia della car­ta di identità rilasciata al nome di Sciortino Giuseppe di Emanuele e la fotografia di Sciortino Pasquale e di Giuliano Marianna. Osservando la prima vi ravvisò le sem­bianze di un giovane forestiero veduto a Cippi e poi tra i roccioni della “Pizzuta”, che uno dei compagni aveva chiamato “Pino”; osservando la seconda riconobbe Marianna­ Giuliano ma non il giovane fotografato accanto a lei.

33

In data 25 agosto i carabinieri raccolsero pure le dichiarazioni di Buffa Vincenzo di Antonino, chia­mato in correità da Musso Gioacchino, Pisciotta Vincen­zo e Cristiano Giuseppe, e fermato fin dal 14 dello stes­so mese coevamente al fratello Antonino. Egli negò reci­samente le accuse che gli venivano mosse: mentre non ri­cordava dove avesse trascorso le giornate del 30 aprile e del 1° maggio 1947, poteva dire che il 22 giugno, gior­no dei festeggiamenti di S. Antonio in Montelepre, dopo essere stato ad irrigare il suo fondo in contrada “Nacà”, aveva fatto ritorno in paese a tarda ora, ma tuttavia in tempo per assistere alla proiezione cinematografica al­l’aperto e godere tutto lo spettacolo (L, 130).

In data 6 settembre 1947 i carabinieri sentirono an­che Candela Vita di Giuseppe. Ella confermò che il fra­tello Rosario era fidanzato con Buffa Rosalia e che, op­ponendosi i genitori di costei alla relazione, essi si vedevano periodicamente in casa sua; ed ammise che un giorno di fine aprile 1947, se non errava, ricorreva in Montelepre la festa di S. Giuseppe, il fratello era anda­to da lei verso mezzogiorno e vi si era trattenuto fino a tarda sera, ma nel pomeriggio era rimasto solo, essen­dosi ella recata con il marito, Giostra Andrea, alle corse dei cavalli. Non poteva escludere che, nella di lei assenza, il fratello avesse dato convegno a Buffa Antoni­no ed a Pisciotta Vincenzo, come pure ai latitanti Pi­sciotta Francesco e Terranova Antonino, ma lo ignorava assolutamente; quella sera era rincasata verso le 21 ed il fratello dopo averla salutata, era andato via; nel­la seconda quindicina di giugno questi era ritornato da lei, ma si era trattenuto appena il tempo strettamente necessario per salutarla e per cambiarsi di biancheria. Del resto, non negava che il fratello facesse capo ora a lei, ora alla vicina casa della madre per dare contez­za di sé e per avere l’assistenza personale che gli occorreva

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In base a tali risultanze, adunque, con il citato rapporto n. 37 l’Ispettorato generale di PS per la Sicilia – informando che Taormina Angelo, Passatempo Francesco e Mazzola Federico erano morti il 27 giugno 1947, in località Pitarre di Camporeale, a causa dell’e­splosione di un ordigno bellico che stavano smontando, e facendo riserva di indagini per conseguire l’arresto dei latitanti e degli irreperibili, nonché per addive­nire alla identificazione di Totò “U Rizzo”, di Sapien­za Francesco “Figghiu du zu Jachino” e di “Zio Mommo” (i primi due indicati dal Di Lorenzo, il terzo da Ter­ranova Antonino di Salvatore) – denunziò all’Autorità giudiziaria oltre a Giuliano Salvatore, contro cui già si procedeva, altri 41 individui affiliati alla sua ban­da: 14 già in stato di latitanza, 11 di irreperibilità e 16 in stato di cattura, tra i quali Pisciotta Salvato­re fu Gaspare (padre del bandito Pisciotta Gaspare) che nessuno aveva indicato.

Costui, affiliato da lungo tempo alla banda Giuliano, era stato arrestato unitamente a Lombardo Giacomo, cugi­no materno del capo bandito, entrambi colpiti da di­versi mandati di cattura, la mattina del 20 giugno 1947, nel corso di una operazione di polizia che condusse al­la liberazione dei sequestrati maggio Stefano e Schirò Nicolò – del cui sequestro la Corte avrà motivo di occuparsi – e l’Ispettorato opinò che non potesse essere rimasto estraneo ai fatti di Portella della Ginestra, a meno che il capo, come per il Di maggio Tommaso, non l’a­vesse dispensato.

Inoltre fu denunziata Candela Vita per favoreggiamen­to personale.

L’azione della polizia giudiziaria e la conseguente istruttoria penale determinarono, con i primi fermi mu­tati in arresto, uno stato di allarme in Montelepre do­ve Mazzola Vito, Badalamenti Nunzio, Motisi Francesco Paolo, Sapienza Giuseppe di Francesco, Di Misa Giuseppe, Lo Cullo Pietro, sapendosi ricercati, si resero irrepe­ribili; e posero il bandito Giuliano, per l’attribuzio­ne, ormai palese, a lui ed alla sua banda dell’eccidio di Portella della Ginestra, in una situazione di grave disagio di fronte a coloro che ancora esaltavano in lui l’audacia e la forza.

Se quel delitto per la sua grande inumanità aveva su­scitato l’esecrazione e l’orrore dell’intero Paese, un più immediato e vivo sentimento di sdegno e di riprova­zione produsse nella generalità del popolo siciliano che nell’offesa indiscriminata alle donne e ai bambini scor­geva oltre tutto un’azione vile, un’inqualificabile vio­lazione delle leggi dell’onore e della cavalleria

Giuliano Salvatore sentì l’onta che dall’attribuzio­ne di quel delitto gli veniva e tentò di respingerla: fece appello alle lotte del passato per ridare tono e prestigio alla sua persona e ascrisse a barbari sistemi di inquisizione poliziesca le gravi affermazioni fatte dagli inquisiti.

Il 2 settembre 1947 inviò al direttore del “Mattino di Sicilia”, per la pubblicazione nel giornale, una let­tera scritta di suo pugno nella quale: premesso che delle vicende avventurose della sua vita molto si era scritto e detto, al punto che tanto la stam­pa giornalistica, quanto la fantasia popolare gli aveva­no fatto “un leggendario nome, capace di tutto, senza però mai una base fondamentale”, onde, dato che “la fal­sità” dei “così chiamati tutori dell’ordine” e degli in­teressati a fargli “ostruzionismo” avevano sempre avvol­to la verità nel più fitto mistero, credeva opportuno manifestare al popolo ciò che era stato il suo “sogno”; affermato, per rispondere a coloro che lo definivano “predone di strada, uomo mercinario, servitore dei così detti cappeddi”, che non credeva possibile che il popo­lo dimenticasse “quelle indimenticabbile giornate gloriose il quali da veri leoni affianco a quella immorta­le vissillo giallorosso” si erano battuti contro la so­verchiante forze di quasi tutto l’esercito italiano in­curante della nostra stessa vita; esposti gli intenti che avevano animato il suo program­ma separatista, rimasto purtroppo vano per il tradimen­to dei capi del movimento, cui aveva affidato il “gros­so della politica”, i quali, dopo essersi “incoronati di quell’onore che no ne sono degni”, per i primi l’aveva­no qualificato per “un volgari bandito”, attribuendogli perfino le “loro risponsabilità”; e, respinto l’assunto che la sua “carriera politica” fosse informata allo scopo di “discolparsi di ogni ri­sponsabilità”; dichiarava testualmente: “con la più pura coscienza posso vantarmi che il mio sogno è stato di un principio sagro inviolabile e lo sarà sempre perché poco mi im­pressioneranno i carri armati, gli apparecchi, l’eser­cito italiano e con tutto anche l’intero popolo e poco mi impressionerà la morte perché la mia lotta non è sta­ta allo scopo finanziari, al contrario mi avrebbero ba­stati i milioni noti a tutti, ma ho lottato e lotto allo scopo di dare la prosperità a un popolo che, mentre prova vergogna a rinunciare alla propria Patria, soffre del più imperiale schiavismo. Se ciò non mi sarà con­cesso dal grandi Dio, lotterò per lasciar scritto sul­la mia tomba l’eroi della Sicilia” (A, 409).

E meno di venti giorni dopo un’altra lettera inviò al direttore de “La Voce della Sicilia”, quotidiano co­munista, che la pubblicò in fac simile nel numero 221 del 21 settembre 1947, con la quale, insorgendo contro l’accusa di strage cui veniva fatto segno, poneva la do­manda se fosse ragionevole pensare che “un Giuliano ama­tore dei poveri e nemico dei ricchi” potesse “andare contro la massa operaia”; quindi proseguiva: “di tutte le prove che portano quei macellatori della carne umana dei carabinieri son dovuti alle torture, se volete ve­dere la prova domandateci a questi che innocenti rei confessi chi sono stati gli autore della guerra e il fragellamento dell’Italia, di sicuro vi diranno che so­no stati loro; come mai poteti avere una prova da que­sti individui che con molta facilità comprendono che a tale dichiarazione si scavano una fossa con le proprie mani. Quindi se ciò si hanno accollato è chiaro che so­no stati le torture che li hanno fatto dire e firmare tutto quello che ce interessava. Se altre cose le saran­no domandate finiranno pure per accollarsele” (A, 418).

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L’interrogatorio giudiziale degli imputati de­nunziati in stato di arresto fu raccolto dal giudice i­struttore nel proprio ufficio, con l’intervento del PM, lo stesso giorno della presentazione; e, come risul­ta dagli atti relativi, a ciascun imputato fu fatto, e talora fu anche ripetuto, l’avvertimento che si trovava davanti a un giudice e poteva dire liberamente la veri­tà, ritrattando o modificando i detti precedenti, senza alcun timore.

È sommamente interessante, ai fini dell’indagine, co­gliere e fissare l’evoluzione dell’atteggiamento avuto da ognuno nel corso dell’istruttoria­ per valutare, attraverso una visione unitaria e d’insieme, l’attendi­bilità delle dichiarazioni rese e la causa delle mutazioni successive; salvo a considerare il contenuto delle dichiarazioni stesse in sede di esame critico delle pro­ve.

I. Gaglio Francesco, inteso “Reversino”, fu interroga­to il 13 agosto e ritrattò la confessione: gli era stata estorta con la violenza – disse – non poteva confer­marla; riconosceva di aver dichiarato realmente quei fatti e quelle circostanze che risultavano dal processo verba­le redatto dai carabinieri, ma li aveva inventati total­mente traendone lo spunto dalle notizie di cronaca pub­blicate nei giornali; aveva chiamato in correità quelli che sapeva notoriamente affiliati alla banda Giuliano e ingiustamente aveva accusato anche i fratelli Vincenzo e Giuseppe Sapienza e Tinervia Francesco; conosceva Mazzo­la Vito, ma non conosceva Giuliano; non l’aveva mai vi­sto di persona e, se l’aveva riconosciuto nella fotogra­fia mostratagli dai carabinieri, ciò gli era stato pos­sibile per averne visto in precedenza un’altra fotogra­fia in un manifesto col quale si dava notizia di una ta­glia stabilita per la sua cattura; deduceva infine un a­libi assumendo che negli ultimi di aprile e nei primi di maggio 1947 soffriva di pleurite ed era stato curato dal medico di Montelopre dottor Salsedo (E, 70).

Il giudice istruttore controllava l’alibi senza indu­gio: sentito lo stesso giorno il dottor Salsedo Giuseppe, interino a Montelepre dal 6 marzo al 18 luglio 1947, non ricordava sul momento di aver avuto in cura il giovane Gaglio “Reversino” (D, 427), ma, messo a confronto con lui il 14 agosto 1947 nelle carceri di Palermo, gli sovvenne di averlo visitato in un giorno non precisato dell’apri­le o del maggio di quell’anno: era a letto, accusava dolori alle spalle ed aveva la tosse; la diagnosi era sta­ta di pleurite, gli aveva prescritto riposo assoluto, a­limentazione abbondante ed iniezioni di calcio; l’aveva rivisto ancora un mese dopo all’incirca nell’ambulatorio dell’ospedale: i fatti polmonari erano migliorati, pre­sentava tumefazione alla milza ed al fegato; gli aveva consigliato una sierodiagnosi che, eseguita presso l’I­stituto d’Igiene e Profilassi di Palermo, era risultata positiva per la melitense (E, 74).

Nuovamente interrogato il 16 agosto (E, 85), il Gaglio ammise il suo fidanzamento con Valoroso Rosa ma, persistendo nella ritrattazione, continuò a negare di aver co­nosciuto il bandito Giuliano; senonché, dopo le accuse mossegli, in sede di confronto, da Musso Gioacchino (E, 143), Terranova Antonino di Salvatore (E, 148), Buffa Antonino (E, 150) nel carcere di Termini Imerese, nonché da Tiner­via Francesco (E, 160) e Sapienza Giuseppe di Tommaso (E, 164) nel carcere di Caltanissetta, tornò a confessare la riunione a Cippi e la sua presenza in quella località.

Il 29 agosto, adunque, egli dichiarò: “dato che tutti hanno confessato e mi hanno incolpato, mi sono deciso a dire tutta la verità e, diversamete da quanto aveva det­to ai carabinieri, narrò che una sera degli ultimi di a­prile, trovandosi per istrada, era stato avvicinato da Cucinella Giuseppe che a nome del Giuliano gli aveva da­to appuntamento per l’indomani a Cippi. Disse che vi si era recato verso le 12 e ripeté i nomi di coloro che vi aveva trovati: tra esse non menzionò più Terranova “Ca­caova”, Sapienza Giuseppe di Tommaso, Gaglio Antonino, Tinervia Francesco, Badalamenti Francesco, Russo Angelo, Sciortino Pasquale, ma non escluse che vi fosse­ro; escluse invece la presenza di Mazzola Vito e smentì che fosse stato costui a convocarlo. Ammise questa volta di conosce­re il Giuliano solo di vista e spiegò che, dopo il bre­ve discorso con cui questi aveva annunziato l’azione che intendeva compiere a Portella della Ginestra, l’aveva avvicinato per chiedergli di dispensarlo, a causa della pleurite; il Giuliano l’aveva esonerato dicendogli “levati davanti e vattene”; in tal modo aveva fatto ritor­no in paese (E, 165).

Postosi ormai su questa linea difensiva il Gaglio vi rimase per alcun tempo: il 29 agosto sostenne, in confron­to con Pretti Domenico e con Sapienza Vincenzo di aver­li visti a Cippi (E, 167‑168); il 3 settembre confermò, in confronto con Tinervia Giuseppe (E, 169), Russo Gio­vanni (E, 170), Cristiano Giuseppe (E, 172), Pisciotta Vincenzo (E, 173), di essere stato a Cippi il 30 aprile e sostenne, in confronto con Gaglio Antonino, di aver sen­tito fare a Cippi il suo nome tra gli intervenuti alla riunione pur non avendolo visto di persona; e mantenne ancora ferma nel novembre 1947 detta sua versione ripe­tendo di aver parlato per la prima volta con il Giulia­no nella riunione di Cippi (E, 199).

Solo in data 21 luglio 1948, con esposto diretto al Procuratore generale presso la Corte di Appello di Pa­lermo, tornò al primo assunto istruttorio sottolineando di essere stato sottoposto per trentaquattro giorni da parte dei carabinieri del Nucleo di quella città ad un trattamento disumano: pressanti bastonature, lesioni al petto, famigerata cassetta con maschera annessa; a suo dire, nell’interrogatorio giudiziale del 29 agosto 1947, raccolto dal giudice istruttore dopo che vari coimputa­ti l’avevano accusato incolpandosi, era venuto a trovar­si in uno stato d’incoscienza, per non dire d’intimida­zione, per cui aveva asserito fatti e circostanze comple­tamente falsi; la verità era che il 1° maggio stava a Montelepre, ammalato, e poteva testimoniarlo l’infermie­ra Russo Giuseppa che aveva avuto occasione di vederlo dalle ore 9 a poco prima delle 12(A, 625).

Ma, riguardo all’alibi, non si può tacere il tentati­vo precedentemente fatto di potenziarlo con testimoni falsi. Il 15 settembre 1947 furono sequestrati nelle car­ceri di Caltanissetta due bigliettini, affidati dal Ga­glio ad altro detenuto per farli recapitare ai familia­ri clandestinamente, con i quali egli sollecitava la ma­dre a procurare testimoni in suo favore che dichiarasse­ro senza paura di averlo veduto nei mesi di aprile e di maggio, soprattutto la mattina del 1° maggio, a casa, ma­lato: in particolare una certa “donna Giovannina” avreb­be dovuto dire che gli aveva “fatto le punturi tutti li matini, specialmenti primo maggio, chi sa ci domandeno, a letto” (E, 190‑193).

II. Di Lorenzo Giuseppe inteso “Peppe di Flavia”, in­terrogato pure il 13 agosto, confermò invece sostanzial­mente la confessione stragiudiziale e le chiamate in cor­reità, pur continuando a protestare la propria innocen­za quanto all’eccidio di Portella della Ginestra. Preci­sò di essere rimasto in Toscana fino al 7 maggio 1947 e addusse a testimoni, per darne la prova, il cugino Gia­copelli Salvatore che gli aveva dato ospitalità, nonché Morelli Virgilio e Serenari Alfredo da Guardistalla con i quali aveva lavorato.

Senonché, tre giorni dopo fece istanza di essere sen­tito dal giudice istruttore per fare “importanti rivela­zioni” (A, 259); ripeté la istanza il 10 settembre 1947 (A, 399); e, interrogato lo stesso giorno, ritrattò la confessione giudiziale: non aveva partecipato – egli disse – né alla riunione di “Belvedere –Testa di Corsa”, né all’azione in Carini; durante il mese di giugno 1947, a causa dell’ulcera allo stomaco che l’affliggeva, non si era mai mosso da casa e ciò poteva essere testimoniato da Ruffino Francesco, Alfano Salvatore, Catalano Fedele; era bensì vero che il giudice istruttore l’aveva invita­to a discolparsi liberamente, ma quando fu interrogato era ancora sotto l’influenza “delle minacce e violenze subite ad opera del m.llo dei CC. Lo Bianco’’ (E, 175).

Postosi su questa via più non se ne mosse; ed anche nell’interrogatorio reso il 21 ottobre 1947 confermò la ritrattazione, assumendo di aver confessato fatti e particolari di mera fantasia (F, 21); ma una spiegazione più precisa delle ragioni per cui si era indotto a con­fessare egli la dette nell’esposto 6 gennaio 1948, con cui chiedeva di essere passato a vita carceraria comune: “alla caserma dei carabinieri di Palermo – così si espresse – fra torture inenarrabili, degne di una nazione barbara, mi si fece sottoscrivere di aver preso parte all’assalto della sezione comunista di Carini e mi si fecero fare nomi di gente che non ho mai visto e sentito. Il maresciallo Lo Bianco con tre carabinieri mi accompagnò di fronte al giudice Mauro (non) senza prima avermi detto che, se al giudice non avessi con­fermato quanto a loro sottoscritto, mi avrebbero nuo­vamente “scassato”. È veramente degno di una Nazione incivile pensare che un magistrato interroga un imputato sapendo che dietro la sua porta ci siano i verba­lizzanti … non ho potuto dire altro al giudice sapendo che al ritorno si fossero riprese quelle torture che durarono dal 10 luglio al 12 agosto con inter­valli di due o tre giorni” (B, 29).

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Sapienza Vincenzo e Pretti Domenico, interrogati il 15 agosto, resero confessioni giudiziali cir­costanziate e sostanzialmente conformi alle loro prece­denti dichiarazioni, salvo alcuni sintomatici elementi di dettaglio sui quali non è d’uopo ora indugiare; inol­tre, tra i chiamati in correità, il Sapienza non fece più menzione di Motisi Francesco Paolo (E, 76) ed il Pretti omise di parlare di Terranova ‘Cacaova’’, (E, 80); entram­bi poi finirono per trovarsi d’accordo anche sull’unico punto in cui erano discordi, avendo il Sapienza ammesso di essere stato convocato a Cippi, nelle ore pomeridiane del 30 aprile, non già dal Pretti per incarico di Cucinella Giuseppe, come aveva asserito bensì dal Cucinella direttamente (E, 84).

Deve dirsi pure che lo stesso giorno – 15 agosto – dopo l’interrogatorio, condotti sul luogo del delitto, essi procedettero alla ricognizione del punto preciso in cui si appostarono e da cui spararono il 1° maggio.

Secondo risulta dal processo verbale relativo (A, 235 e segg.), muovendo dal podio e seguendo il percorso da essi indicato si pervenne ad un’altura, sulle falde della montagna “Pizzuta”, a superficie pianeggiante, quasi un terrazzo proteso sul pianoro di Portella della Ginestra, distante circa 400 metri in linea d’aria dal punto di partenza.

Il Sapienza, indicando un grosso sasso ivi esistente, dichiarò di essersi posto a ridosso di esso; a suo dire i fratelli Cucinella erano a pochi passi da lui, dietro lo stesso sasso; il Pretti invece ad una cinquantina di metri di distanza a ridosso di altre pietre; mentre il Giuliano e gli altri partecipanti erano sparsi, dietro le rocce, lungo i costoni della “Pizzuta”.

Il Pretti confermò di essersi collocato proprio dietro i sassi indicati dal Sapienza: vicino a lui erano appostati: “Angelinazzo” (Russo Angelo), Sarino “Cacagrossu” (Candela Rosario) e Ciccio “Mpompò” (Pisciotta Francesco); ripeté che dopo l’azione si erano incamminati per un viottolo diretti verso la strada di S. Giuseppe, ma non sempre avevano percorso il sentiero, si erano inoltrati pure attraverso campi seminati a grano, a sulla e a fave; chiarì di aver consegnato le armi al Cucinella in una località sottostante al detto sentiero e, comunque, molto prima di arrivare alla strada di S. Giuseppe Jato; disse infine che gli altri banditi si allontanarono prima di lui, essendosi attardato a far compagnia al Sapienza che si sentiva male.

Raccolte tali dichiarazioni, il giudice istruttore dette atto: che i sassi indicati dall’imputato Sapienza, come quelli dietro i quali si era nascosto il Pretti e da questi riconosciuti, distavano realmente circa 50 metri dal punto dove era appostato il Sapienza, e sono siti proprio sull’orlo dell’altura là dove essa sporge, quasi come un terrazzo, sul pianoro di Portella della Ginestra; che, mentre da tali sassi la visibilità del pianoro e del podio è perfetta, altrettanto non è dal sasso dietro cui stava il Sapienza, essendo il pianoro visibile solo parzialmente e non scorgendosi il podio per esserne la visibilità ostacolata da una roccia sita più a valle, nel pianoro stesso; che tra la massa rocciosa, dove, secondo l’assunto del Sapienza, si erano disposti il Giuliano e gli altri banditi, ed il sasso dietro cui si sarebbero collocati lo stesso Sapienza ed i due Cucinella intercede una distanza di 150 metri circa; che tale massa rocciosa si erge alla sinistra di tale sasso per chi guarda la “Pizzuta”, ed è proprio quello in cui furono rinvenuti i bossoli ed i caricatori.

Risulta inoltre dallo stesso processo verbale di ispezione che sul luogo intervennero per il servizio di scorta dell’ufficio, nonché di traduzione e di scorta dei due detenuti, il cap. dei CC. Campo Eugenio, i m.lli Lo Bianco Giovanni e Calandra Giuseppe, e il brig. Sganga Nicola tutti dell’Ispettorato generale di PS per la Sicilia ed altri militari dell’arma.

Senonché, messi l’indomani – 16 agosto – a confronto nelle carceri di Palermo con Gaglio “Reversino”, che si protestava innocente, entrambi ritrattarono le confessioni rese circa l’eccidio di Portella della Ginestra, spiegando che il giorno prima erano ancora sotto l’influenza, l’uno (il Sapienza) delle “vio­lenze” (E, 86), l’altro (il Pretti) delle “minacce” (E, 89) subite ad opera della polizia; ma continuarono tuttavia ad ammettere la propria partecipazione, e quella dei coimputati chiamati in correità, alla rappresaglia attuata contro la sede della sezione del Partito comunista di Borgetto.

Ed alle contestazioni mosse dall’inquirente, che ricordava loro le indicazioni date e le dichiarazioni fatte sul luogo del delitto, le une e le altre conformi a positive risultanze della generica, opposero di averlo fatto e detto a “muzzo”, cioè a caso.

In particolare il Sapienza affermò che il 1° maggio 1947 si trovava in contrada “Brucco” di Partinico a trasportare limoni nell’azienda agricola di Francesco Purpena ed indicò quale testimone o alibi colui che, a suo dire, gli aveva dato lavoro, tal Geloso Vincenzo detto “Testa di lana”, che sentito il 29 di settembre 1947 fu del tutto negativo (D, 453).

Postosi sulla via della ritrattazione Pretti Domenico non ebbe più tentennamenti: resisté sulla nuova posizione difensiva in confronto con Musso Gioacchino, con Buffa Antonino, con Tinervia Francesco, con Sapienza Giuseppe, che apertamente sostennero la accusa di correità, e respinse la suadente esortazione di Gaglio “Reversino” il quale, tornato ad ammettere di essere andato a Cippi, nel confronto del 29 agosto gli disse: “Pretti confessa, inutile negare” (E, 167). Anzi finì per orientarsi verso un atteggiamento di denegazione totale, escludendo il proprio concorso anche ai fatti di Borgetto. Infatti, interrogato a riguardo il 21 ottobre 1947, egli tenne ancora fede alla sua confessione, pur attenuandola mediante introduzione di elementi difensivi ed escludendo la correità di Badalamenti Nunzio (F, 25); e lo stesso giorno pochi minuti dopo, messo a confronto con Sapienza Vincenzo che aveva ritrattato totalmente, si allineò subito e ritrattò tutto anche lui senza dare alcuna spiegazione della sua incoerente condotta (F, 24).

Sapienza Vincenzo, però, fu meno fermo resisté alle accuse che in confronto gli mossero Terranova Antonino di Salvatore, Buffa Antonino, Tinervia Francesco, Musso Gioacchino; ma, di fronte al mutato atteggiamento del Gaglio, che nel confronto del 29 agosto sostenne di averlo veduto a Cippi, aggiungendo per altro di non poter dire se fosse andato poi a Portella della Ginestra, non seppe più opporre una smentita ed, adattandosi alla nuova tesi difensiva che in tal modo gli veniva suggerita, tornò ad ammettere di aver partecipato alla riunione tenuta dal Giuliano a Cippi e negò di aver partecipato all’azione di Portella. Confermò di aver trovato a Cippi: Terranova “Cacaova”, i fratelli Cucinella, Pretti Domenico, “Chiaravalle” (Pisciotta Gaspare), “Mpompò” (Pisciotta Francesco), Ciccio “Lampo” (Mannino Frank) ed altri che più non ricordava; e chiarì che, essendo affetto da blenorragia, aveva chiesto a Cucinella Giuseppe di essere dispensato: questi, sinceratosi della verità del suo male, l’aveva mandato via. Null’altro sapeva dei fatti perché “i grandi”, quelli cioè notoriamente latitanti, stavano in disparte e parlavano tra loro (E, 168).

Interrogato ancora il 21 ottobre 1947 sui fatti di Borgetto, egli ritrattò la confessione di colpevolezza e, dimenticando di aver confessato anche giudizialmente per ben due volte la propria correità, addusse che ritrattava perché la confessione resa ai carabinieri gli era stata “estorta con la violenza” (F, 127); quindi nel menzionato confronto con il Pretti esclamò: “ci stiamo imbrogliando tutti, non sappiano più come comportarci”.

Sebbene il Pretti, ritrattando, non avesse dedotto alibi, il suo difensore con istanza 12 novembre 1947 chiese l’audizione dei testi Maniglia Giuseppe, Bono Giuseppe, Cucinella Salvatore, Abbate Michele per dire: il primo, che Pretti Domenico lavorava da circa un anno alle sue dipendenze alla contrada “Parrino” e faceva ritorno a Montelepre solo la domenica; tutti, che anche il 1° maggio aveva lavorato in quella località distante molti km. da Portella della Ginestra (I, 18).

I

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testimoni furono esaminati. Il Maniglia confermò solo la prima parte della posizione: era vero che Pretti Domenico lavorava alle sue dipendenze, quale pastore, a “Parrino” e soleva far ritorno a Montelepre il sabato sera o la domenica mattina per restituirsi a “Parrino” la mattina del lunedì, ma talvolta, sebbene raramente, si era assentato anche durante il corso della settimana e non era in grado di precisare se il 1° maggio avesse lavorato oppure no a “Parrino” (D, 491). Similmente, nessuno degli altri testi fu in grado di fare tale affermazione (D, 489, 490, 492).

Per il Sapienza, fallito con la deposizione del teste Geloso Vincenzo l’alibi dedotto dall’imputato, il difensore con istanza 5 dicembre 1947 (I, 40) propose e chiese di provare un alibi diverso, cioè che il medesimo lavorava giornalmente alle dipen­denze di Galati Giuseppe e Galati Francesco in Giardinello al carico ed allo scarico dei limoni, facendo ritorno a Montelepre solo nei giorni di festa, e che anche il 1° maggio aveva lavorato con loro.

Il giudice istruttore non omise di sentire anche tali testimoni i quali, secondando l’intento difensivo, dichiararono che Sapienza Vincenzo aveva lavorato alle loro dipendenze in Giardinello, nella raccolta dei limoni dal 28 aprile al 2 maggio 1947 e ne erano certi perché il Sapienza aveva lavorato quattro giorni ed era stato pagato (D, 512 e 513).

37

Tinervia Francesco e Sapienza Giuseppe di Tommaso, interrogati dal giudice istruttore il 19 agosto, resero particolareggiate confessioni sostanzialmente conformi alle rispettive dichiarazioni stragiudiziali, ma più ricche di riferimenti e di circostanze.

I. Tinervia Francesco mantenne ferme tutte le chiamate in correità, precisando che aveva veduto il fratello Giuseppe, Badalamenti Nunzio, Russo Giovanni e Sapienza Giuseppe di Francesco soltanto a Cippi e non sapeva se avessero partecipato all’eccidio di Portella della Ginestra (E, 91); successivamente (il 29 agosto), nel carcere di Caltanissetta, confermò il suo assunto in confronto con Sapienza Vincenzo (E, 159), con Gaglio Francesco (E, 160) e con Pretti Domenico i quali negavano la loro correità. Al Pretti che gli disse di averlo accusato “per le legnate” ricevute, ri­spose: “io pure l’ho detto per le legnate, ma ora, dato che è la verità, confesso la mia responsabilità” (E, 161).

Tradotto dal carcere di Caltanissetta a quello di Palermo, il 13 novembre 1947 chiese di conferire col giudice istruttore per fare delle rivelazioni interessanti il processo (I, 27); e, con esposto 3 agosto 1948 ritrattò le sue confessioni protestandosi innocente: arrestato e condotto alla caserma dei carabinieri di Palermo – egli scrisse – era stato sottoposto per più giorni, senza un attimo di respiro, a gravi sevizie e stringenti interrogatori, onde, pur di uscire dalla incresciosa situazione in cui stava, era stato costretto ad accollarsi ed a dire ciò che gli venne suggerito e si volle che dicesse: vero che aveva confessato anche davanti al giudice, ma solo molto tempo dopo era venuto a conoscenza che l’interrogante era un giudice, credeva di essere sempre sotto i torchi della polizia onde aveva continuato a ripetere meccanicamente ciò che prima era stato co­stretto a dire; a Caltanissetta, infatti, sapendo di essere interrogato da un giudice non aveva avuto più paura né di torture, né di “cassetta”, ed aveva ritrattato tutto al pari del Gaglio, del Pretti, del Sapienza (affermazione manifestamente mendace); in realtà la mattina del 1° maggio non poteva trovarsi tra i roccioni della Pizzuta avendo trasportato un carico di legna alle Distillerie Bertolino di Partinico: lo scarico e la consegna della legna doveva risultare dai registri della ditta e sul fatto avrebbero potuto deporre gli operai della distilleria ed altre persone nominativamente indicate.

Al riguardo giova tener presente che cotesto alibi, già prima che l’imputato lo deducesse, era stato prospettato da altri per lui al giudice istruttore. Il 29 dicembre 1947 il teste Pisciotta Andrea, impiegato presso le Distillerie Bertolino di Partinico, si era presentato spontaneamente al giudice istruttore per dichiarare che nei mesi di aprile e maggio di quell’anno Tinervia Francesco aveva portato alle distillerie suddette dei carichi di legna da ardere: non era in grado di precisare se ciò fosse avvenuto anche il 1° maggio, ma avrebbe potuto agevolmente rilevarsi dai registri della ditta.

Raccolta tale dichiarazione, l’inquirente aveva proceduto subito alla ispezione delle carte contabili della ditta Bertolino in Partinico e su di un foglio volante, esibitogli dal Pisciotta, aveva rilevato, sotto la intestazione “Legna da ardere”, l’annotazione degli acquisti fatti dalla ditta nel periodo 4 novembre 1946 – 31 maggio 1947; di ciascuna partita era indicata la quantità, il prezzo unitario, l’importo complessivo: solo le partite 1 – 17 marzo e 5 aprile contenevano anche l’indicazione “Tinervia” mentre le partite 23 febbraio e 27 marzo recavano altre annotazioni prive di rilievo; sotto la data del 1° maggio risultava annotato un acquisto di q.li 6,30 di legna e, pur nel difetto di alcun riferimento concreto, il Pisciotta aveva dichiarato trattarsi di una partita di legna portata da Tinervia Francesco (D, 526).

II. Sapienza Giuseppe, invece, pur mantenendo tutte le altre chiamate di correo, non fece più menzione del fratello Vincenzo (E, 96); anche lui confermò il proprio assunto di colpevolezza nei vari confronti avuti il 29 agosto, nel carcere di Caltanissetta, con Tinervia Giuseppe, Pretti Domenico e Gaglio “Reversino”.

Al riguardo è sommamente interessante notare: che di fronte al Tinervia ripeté la formazione del proprio gruppo di marcia (E, 162); che ricordò al Pretti come fosse stato proprio lui a convocarlo a Cippi per ordine del Giuliano ed alle proteste di innocenza che quello opponeva disse: “è meglio che stai zitto, io confermo davanti a te tutto quello che ho dichiarato al giudice quella è la verità mentre invece tu mentisci” (E, 163); che al Gaglio, che gli diceva: “io non c’ero (a Cippi ed alla Ginestra) e tu neppure, ti ho chiamato pur sapendoti innocente”, contestò con tale accento di spontaneità: “tu mi hai consumato e tu c’eri”; che l’altro ne rimase scosso ed osservò: “io pure mi sono rovinato” (E, 164).

Ma, dopo che fu tradotto al carcere di Palermo, con esposto 9 novembre 1947 (I, 15) il Sapienza, implicitamente ritrattando; quanto aveva dichiarato, affermò che la mattina del 1° maggio quando fu commesso il delitto, egli lavorava in contrada “Torna­milla” di Grisì, a parecchi km. di distanza da Portella della Ginestra, e non poteva trovarsi sui costoni della “Pizzuta”. Indicò vari testi di alibi ed altri ne furono addotti dal suo difensore con istanza 5 dicembre 1947 (I, 41); tuttavia di essi, e ne furono escussi una diecina, solo due, Tinervia Salvatore e Riccobono Pietro, entrambi da Montelepre, confermarono assiomaticamente l’alibi dell’imputato senza per altro precisare se questi avesse lavorato a “Torna­milla” l’intera giornata, oppure soltanto la mattina, o il pomeriggio (D, 516 e 523).

Fu solo con esposto 2 agosto 1948, diretto alla Procura generale della Repubblica, che il Sapienza, insistendo sull’alibi ed indicando altri testimoni, si accinse a dare una spiegazione della propria condotta processuale. La prova della sua innocenza – egli scrisse – scaturiva oltre tutto dal suo comportamento ché, se davvero egli avesse avuto sulla coscienza il peso del grave delitto che gli si attribuiva, non se ne sarebbe rimasto a casa tranquillo, particolarmente dopo l’arresto del fratello Vincenzo avvenuto sette giorni prima; stava in fatto che, arrestato e condotto alla caserma dei carabinieri di Palermo, era stato sottoposto a sevizie inaudite, fra cui la ben nota tortura della “cassetta”, e, pressato giorno e notte da continui interrogatori, aveva finito per credere di avere realmente commesso quanto gli veniva suggerito ed impresso a viva forza nella mente; sempre sotto l’incubo della paura e prima di avere il tempo di ritornare in sé era stato interrogato da un giudice, ma non aveva saputo la qualità dell’interrogante e, credendo di essere ancora nelle mani della polizia, aveva continuato a ripetere macchinalmente cose di cui non si rendeva conto; ora a mente tranquilla e serena poteva dire la verità, la quale si compendiava nella protesta di completa innocenza (A, 546).

38

Gaglio Antonino, inteso “Costanzo”, interrogato il 20 agosto, respinse anche dinanzi al giudice istruttore l’accusa che gli veniva mossa, qualificandola calunniosa, ed affermò che il 1° maggio non poteva aver preso parte al delitto consumato a Portella della Ginestra poiché si trovava a “Conigliano”, nei pressi di Montelepre, a preparare un terreno per la piantagione dei pomodori. Indicò quindi quali testimoni di alibi Mazzola Giacomo, Mazzola Salvatore e Provenzano Francesco che però suffra­garono solo in parte il suo assunto. Il Provenzano, dichiarando di aver visto più volte, tra gli ultimi di aprile e ai primi di maggio, il Gaglio lavorare in contrada “Conigliano” non poté afferm­are con certezza di averlo veduto anche il giorno suddetto: ‑“se mal non ricordo – si espresse – può darsi che l’abbia visto anche il 1° maggio, di pomeriggio, intento a piantare pomidoro” (D, 452); Mazzola Giacomo, dimostrando di avere un ricordo più sicuro, asse­rì di averlo visto lavorare il pomeriggio del 1° maggio (D, 454); mentre del tutto negativo fu Mazzola Salvatore (D, 475).

Terranova Antonino di Salvatore e Tinervia Giuseppe, interrogati il 21 agosto, resero ampie e circostanziate confessioni giudiziali sostanzialmente conformi a quelle rese ai carabinieri.

I. Terranova Antonino, ripetendo […] uno ad uno i nomi dei chiama­ti in correità non fece più menzione dei fratelli Giuseppe e Francesco Tinervia; ma fu una mera dimenticanza dappoiché il 26 agosto, nel carcere di Termini Imerese, messo a confronto con Tinervia Giuseppe, che, come si vedrà, aveva ritrattato, sostenne di averlo veduto sia a Cippi che a Portella della Ginestra (E, 145).

E similmente fece nei confronti sostenuti con Pretti Domenico (E, 146), con Sapienza Vincenzo (E, 147) e con Gaglio “Reversino” (E, 148), confronti che, pur nella concisione delle parole, raggiunsero toni di alta drammaticità. Tutti e tre tentarono invano di volgere il Terranova alla loro causa: a) al Pretti, che gli diceva: “io non ti ho chiamato, intendevo chiamare Terranova Antonino, quello “causiato”, non ero alla finestra e non so nulla dei fatti”, oppose netto e fermo: “tu c’eri non so che arma tu avessi”; b) pari affermazione fece al Sapienza che si affannava a dirgli: “io non c’ero, ti ho chiamato, sapendoti innocente, per le violenze subite”, affermazione che fu una nuova confessione poiché aggiunse: “io avevo un moschetto, ma non ricordo che arma avessi tu” ; c) ed al Gaglio, che insinuava: “non ero ai Cippi ed alla Ginesra: a te non ti conosco, a te ti ha chiamato Vincenzo Sapienza che me lo ha confessato nella caserma di S. Vito”, rispose “tu c’eri e mi hanno detto che mi hai chiamato tu”; e poiché l’altro insisteva: “io non ti ho chiamato, io ho chiamato i due Sapienza, Bastardone, i Tinervia e Costanzo”, esclamò rassegnato: “io abbraccio la mia croce e mi raccomando sempre alla Vergine Maria”.

Ma in data 3 ottobre 1947 il Terranova chiese di conferire con il Giudice istruttore “dovendo comunicare altri fatti inerenti al processo” (I, 4); e il 22 dello stesso mese ritrattò anche lui spiegando di aver confessato per suggerimento del m.llo Santucci, il quale l’aveva assicurato che, trattandosi di un reato poli­tico, entro dieci giorni sarebbe stato rimesso in libertà; era innocente, nel carcere si era ricordato che il 1° maggio aveva lavorato alle dipendenze di Polizzi Francesco, allo scarico della sabbia per la costruzione di un “bevaio” in un fondo sito alla periferia di Montelepre (E181), e poteva dimostrarlo a mezzo di testimoni dei quali indicava il nome.

Il medesimo giorno, interrogato in relazione all’accusa di correità nell’assalto alla sede della sezione del Partito comunista di S. Giuseppe Jato, accusa che gli proveniva dalla chiamata in correità fatta dal Musso, egli del pari protestò la propria innocenza, conformemente del resto a quanto aveva sempre fatto, assumendo di aver trascorso il pomeriggio e la sera del 22 giugno 1947 in Montelepre, in compagnia dei suoi amici e coimputati Tinervia Giuseppe e Musso Gioacchino, nonché di Pietro Randazzo (F, 28).

Va detto che i testi di alibi furono sentiti; essi affermarono che tra gli ultimi di aprile ed i primi di maggio il Terra­nova aveva trasportato a dorso di mulo della sabbia per conto del muratore Polizzi Francesco, ma non vi fu conformità di circostanze tra i loro detti e l’assunto dell’imputato: Alfano Salvatore non fu in grado di precisare se il trasporto della sabbia fosse stato fatto anche il 1° maggio (D, 472); Polizzi Francesco ed il figlio Francesco, che invece se ne mostrarono sicuri, parlarono della riparazione di una strada nei pressi della caserma dei CC. di Montelepre, non della costruzione di un “bevaio” in un fondo alla periferia del paese (D, 473 e 474).

II. Tinervia Giuseppe non fece menzione più tra i chiamati in correità di Mazzola Federico, Russo Angelo, Badalamenti Francesco e portò invece presente a Cippi Mazzola Vito che non aveva nominato nella sua confessione stragiudiziale (E, 110); ma ben presto si pentì di aver ammesso la propria colpevolezza e, messo il 26 agosto 1947, nel carcere di Termini Imerese, a confronto con Sapienza Vincenzo, denunziò prima ancora dell’inizio dell’atto la falsità delle sue precedenti dichiarazioni. Disse che la prima confessione gli era stata estorta dalla polizia e che sotto l’influsso delle violenze subite aveva ripetuto anche al Giudice istruttore tutti i particolari dell’azione di Portella della Ginestra: cosi come dai verbalizzanti gli erano stati suggeriti; era bensì vero che il giudice l’aveva più volte invitato a discolparsi liberamente, ma, poiché “non c’era passato mai”, non sapeva come regolarsi; vero pure che in una fotografia esibitigli dal Giudice aveva riconosciuto la sorella del Giuliano ed aveva soggiunto che il giovane fotografato accanto a lei era “Pinuzzo” veduto in contrada Cippi, ma l’aveva asserito perché gli era venuto in mente di dire così e quanto aveva detto non era vero (E, 139).

Pervenuto in tal modo nel divisamento di ritrattare, resisté alle accuse che gli mossero, in confronto, Musso Gioacchino (E, 143), Terranova Antonino di Salvatore (E, 145), Sapienza Giuseppe (E, 162) ed, avendo il Musso sostenuto di averlo veduto a Cippi come vi aveva veduto il “Reversino”, il Pretti e tutti gli altri, gridò: “qua deve venire “Reversino” a dire se c’ero io perché l’avete messo come “un capro di testa”.

E Gaglio Francesco “Reversino”, che, per vero, non aveva mai fatto il suo nome, né il 14 luglio ai carabinieri, né il 29 agosto al Giudice istruttore, messo il 3 settembre 1947 a confronto con lui dichiarò: “in verità non ti ho visto, ho visto tuo fratello” e poi, attenuando: “dico meglio tuo fratello non l’ho visto, ma qualcuno diceva che era presente”; e, animato dall’intento di rendersi quanto più possibile estraneo a quella vicenda, proseguì: “ho compreso sia da qualche parola pronunziata dal Giuliano, sia da qualche frase detta dai presenti che si doveva fare un’azione contro i comunisti perché questi avevano preso troppo campo; io non m’intendo di politica e non so …”(E, 169).

Tradotto dal carcere di Caltanissetta a quello di Palermo, Tinervia Giuseppe con istanza 26 novembre 1947 addusse un alibi a sostegno della ritrattazione e chiese l’esame di due testimoni, il barbiere Di Bella Salvatore e Musso Angelina, l’uno per dire che due giorni prima del fatto attribuito gli aveva cavato sangue dal braccio destro, con la conseguenza di una temporanea incapacità dell’arto a qualsiasi lavoro, e l’altra per affermare che nei mesi di aprile, maggio e giugno esso Tinervia aveva ef­fettuato trasporti di legna per lei (I, 32); ma in data 9 dicembre 1947 sostituì al teste Di Bella, indicato – come scrisse – erroneamente, un tal De Simone Salvatore, inteso “Sfascia padelle” (I, 42).

Costoro furono sentiti: il Di Bella fu negativo e dichiarò di non conoscere Tinervia Giuseppe (D, 510); la Musso depose che ogni mattina i carrettieri Francesco e Giuseppe Tinervia solevano partire con il loro carro da Montelepre per portare legna a vendere a Partinico; che dal 20 aprile al 25 giugno 1947, tutti i giorni, di pomeriggio, essi avevano portato legna da ardere a casa sua e cosi anche il pomeriggio del 1° maggio (D 511); il De Simone, flebotomo e barbiere, ammise di avere, un giorno imprecisato degli ultimi di aprile o dei primi di maggio 1947, praticato un salasso a Tinervia Giuseppe affetto da polmonite (D, 528).

Anche l’imputato Tinervia Giuseppe con esposto 3 agosto 1948, diretto alla Procura generale della Repubblica, dette una più ampia spiegazione della sua condotta processuale. Alcuni giorni dopo il suo arresto – egli scrisse – messo alla presenza del Terranova e di Sapienza Giuseppe si era visto accusare da costoro di correità nella strage di Portella della Ginestra; sul momento non si era reso conto del motivo del loro comportamento, ma poi, per esperienza personale, aveva capito che essi l’avevano accusato, sotto “le più inaudite sevizie e torture”, come automi privi di volontà, essendo stato anche egli costretto “con ogni specie di torture e sevizie” a confessarsi colpevole di fatti non commessi; la verità era che dal 28 aprile al 5 maggio 1947 era stato a casa ammalato: il 30 aprile De Simone Salvatore gli aveva cavato sangue ed il 1° maggio era rimasto a letto; ma oltre tutto, a prova della sua innocenza, si poteva ben considerare che se avesse avuto sulla coscienza il peso di un delitto così grave, non sarebbe rimasto tranquillamente a Montelepre fino al momento dell’arresto (A, 555).

39

Similmente Buffa Antonino e Musso Gioacchino, in­terrogati il 25 agosto, fecero confessioni giudiziali ampie e circostanziate, conformi nella sostanza alle dichiarazioni rese alla polizia giudiziaria:

I. Buffa Antonino fece menzione, con chiarezza di ricordo, delle stesse persone indicate nella confessione stragiudiziale, salvo Pisciotta Vincenzo e Sciortino Giuseppe che più non nominò come presenti a Cippi; però disse che vi erano pure altri: “due non di Montelepre, dell’apparente età di anni 25 circa”. Inoltre, come già in precedenza aveva fatto, continuò a negare la sua partecipazione alla rappresaglia contro la sede della sezione comunista di S. Giuseppe Jato, nonostante la chiamata in correità da parte del Musso (E, 137).

Tuttavia le ritrattazioni degli altri esercitarono anche su di lui una certa suggestione. Il 26 agosto, nel carcere di Termini Imerese, sostenne l’assunto di colpevolezza in confronto prima con Pretti Domenico (E, 129), poi con Gaglio Francesco “Reversino”, con il quale ebbe un dialogo interessante che si concluse con una conferma netta e precisa della sua chiamata in correità: “tu c’eri (alla Ginestra) – gli contestò il Buffa – ed avevi un moschetto” (E, 150).

Ma, pur dopo tale atteggiamento, un istinto di difesa lo spinse ad allinearsi a costoro e, messo successivamente al cospetto del suo amico Sapienza Vincenzo, ritrattò immediatamente la confessione dicendo: “è inutile il confronto perché … non è vero che io abbia partecipato all’azione di Portella della Ginestra, né è vero che io abbia partecipato all’azione di Partinico”, che per altro nessuno gli aveva addebitato. Non seppe resistere alle contestazioni che l’inquirente gli mosse sulle modalità della confessione resa il giorno prima e tornò a confessare, confermando i detti precedenti. Quindi, proseguendosi nel confronto, tentò di aiutare il suo interlocutore e disse: “in verità ho visto il fratello del qui presente Sapienza Vincenzo, non ricordo di aver visto quest’ultimo, ma mio cognato mi disse che c’era anche lui”; il Sapienza ribattè “mio fratello non l’ho visto, io non c’ero e la verità è che ci stiamo infos­sando tutti quanti; al che, con tutta spontaneità, il Buffa rispose “la verità è che c’eravamo tutti, c’era anche “Reversino”; e tenne ferma la confessione giudiziale dopo averne avuto nuovamente lettura (E, 151).

Tradotto nel carcere di Palermo, il Buffa si allineò definitivamente ai suoi coimputati ed, interrogato il 21 ottobre 1947 sugli attentati alle sedi delle sezioni del Partito comunista, qualificando calunniose le affermazioni del Musso, negò di es­sere andato alla contrada “Testa di Corsa”: questa ammissione gli era stata estorta “con violenza” dai carabinieri; ed infine ritrattò ancora la sua confessione circa i fatti di Portella della Ginestra dichiarando: “io sono innocente di tutte le cose” (F, 23).

Anche per Buffa Antonino l’alibi fu dedotto dal difensore con istanza 12 novembre 1947 (I, 16) chiedendo l’audizione di alcuni testimoni per dimostrare che ‘‘da oltre i primi di aprile fino al giugno 1947 l’imputato era stato costretto a casa da febbre alta.

I testimoni furono escussi: Di Bella Maria, vicina di casa, dichiarò che nei mesi di aprile e maggio 1947, spesse volte la mamma del Buffa le aveva detto che il figlio era malato di malaria e stava a casa: ella stessa qualche volta l’aveva visto seduto davanti la porta di casa ed aveva notato che era un poco sofferente (D, 530); Gaglio Rosa (D, 533), Di Piazza Rosaria (D, 531), Cocuzza Anto­nietta (D, 532) similmente deposero che nei mesi di aprile e maggio l’imputato aveva sofferto di febbri malariche e spesso era costretto a letto; Cucchiara Rosalia, indotta da Sapienza Giuseppe a proprio discarico, fece anch’essa per il Buffa analoga dichiarazione, precisando che questi, a causa della malaria, “quando usciva e quando stava a letto” (D, 519); infine Cucchiara Gioacchino asserì che il 22 giugno 1947 aveva trascorso la serata in compagnia di Buffa Antonino ed erano stati insieme in paese dalle ore 20 alle 2 del mattino (D, 532).

II. Musso Gioacchino ricordò e ripeté con straordinaria limpidezza i nomi di coloro che aveva menzionati nella confes­sione stragiudiziale, gran parte indicandone col solo soprannome con cui erano conosciuti. Non parlò più soltanto di Passatempo Francesco e di Pisciotta Francesco; e, modificando i detti pre­cedenti, escluse la partecipazione di Buffa Vincenzo alla rappresaglia di S. Giuseppe Jato (E, 131).

Per un certo tempo la sua condotta processuale fu costante e risoluta e sostenne il proprio assunto: a) il 25 agosto, nelle carceri di Palermo, in confronto con Buffa Antonino che negava la presenza del fratello Vincenzo a Cippi e la propria partecipazione ai fatti di S. Giuseppe Jato; b) il 26 agosto, nelle carceri di Termini Imerese, in confronto con: Buffa Vincenzo, cui confermò di averlo visto a Cippi, ma di non poter dire se fosse poi andato a Portella della Ginestra poiché egli camminava avanti insieme a Giuliano, Pisciotta Gaspare e Badalamenti Francesco (E, 140); Pretti Domenico, cui, mosse analoga contestazione (E, 142); Sapienza Vincenzo, cui disse di averlo veduto arrivare a Cippi (E, 141); Gaglio Francesco “Reversino”, cui contestò di averlo veduto a Cippi, presente al discorso del Giuliano (E, 143); e Tinervia Giuseppe come or ora si è visto.

Ma nella solitudine del carcere l’atteggiamento di costoro, informato ad un intento di difesa, operò anche nel suo spirito e vi generò un conflitto nel quale sentimenti opposti ebbero volta a volta sopravvento.

Così il 4 ottobre 1947 (E, 197) chiese di conferire con un magistrato ed il Procuratore della Repubblica di Termini Imerese che il 14 ottobre raccolse le sue dichiarazioni, ritrattò quanto sino allora aveva confermato: “in seguito alle violenze e sevizie patite – egli disse – mi confessai autore della strage e chiamai in correità altre persone; fui sentito dal GI a Palermo e confermai l’interrogatorio reso ai CC.; debbo però precisare che ciò feci in quanto il maresciallo mi disse che, dichiarando innanzi al magistrato conformemente a quanto avevo a lui riferito, in due o tre settimane sarei stato liberato; poiché sono trascorsi tre mesi e trovomi ancora detenuto mi sono deciso a dire la verità, che cioè io sono innocente e che le persone da me chiamate in correità sono innocenti anch’essi in quanto ne feci i nomi dietro suggerimento dei CC.” (E, 198)

Senonché, sentito nuovamente dal giudice istruttore, il 22 dello stesso mese, tornò a confessare accettando tuttavia gli elementi difensivi già evidenti nella sua confessione: Terranova Antonino di Salvatore gli aveva detto che se non avesse ottemperato all’ordine del Giuliano avrebbe fatto la fine di suo zio e di sua zia, onde egli era andato a Cippi insieme a lui per paura del Giuliano; vi era giunto prima di mezzogiorno e vi aveva trovato diverse persone che non conosceva; il Terranova gli aveva indicato Giovannino “Manfrè”, il fratello di costui ed altri che, dato il tempo trascorso, più non ricordava; si erano seduti e poco dopo un individuo, che il Terranova gli aveva nominato e ora non sapeva più dire chi fosse, aveva distribuito pane e formaggio; il Giuliano aveva mandato uno dei suoi a prendere le armi e questi dopo circa due ore le aveva portati a dorso di un mulo; quindi il Giuliano le aveva consegnate tra i presenti ed a lui un tale aveva dato da portare una cassettina contenente munizioni; vissuto a Partinico fino all’età di 16 anni, essendosi la sua famiglia trasferita a Montelepre solo pochi giorni prima che venisse “ucciso” lo zio (come si è detto il fatto avvenne il 7 settembre 1945 e lo zio Spica Giovanni restò ferito), non conosceva molte persone in questo paese; durante il pomeriggio altri erano giunti a Cippi ed a sera il Giuliano aveva ordinato di mettersi in marcia; egli però non sapeva che sarebbero andati a Portella a sparare poiché, il Giuliano non l’aveva detto; aveva marciato nel gruppo di testa “con il Giuliano ed altri due” dei quali non ricordava più i nomi; a Portella era rimasto nascosto dietro un sasso, a circa 200 metri (in precedenza aveva detto 100) dal posto dove stava il Giuliano con il suo gruppo, e, cessata la sparatoria uno di costoro l’aveva chiamato per riconsegnargli la cassetta delle munizioni; al ritorno non aveva camminato insieme con il Giuliano, ma in un gruppo di altri banditi e, dopo aver camminato un bel po’ ed aver attraversato lo stradale per Monreale (cioè la strada S. Giuseppe Jato – Palermo), uno di essi gli aveva ingiunto di mettere a terra la cassetta e di proseguire per Montelepre senza parlare con alcuno perché diversamente avrebbe fatto la fine dello zio.

Dette queste parole, con cui la sua nuova narrazione si con­cluse, il Musso ebbe uno scatto d’ira, come una incontenibile reazione di dolore e di risentimento, contro il Giuliano ed esclamò: “a diciassette anni mi trovo in questi guai per un individuo che fa piangere tante famiglie; tutta la boria che ha è perché ha ammazzato quattro carabinieri; prima ha consumato mio zio e mio fratello ed ora consuma me”; poi, quasi dando forma ad un pensiero improvviso, disse: “non confermo la mia confessione resa alla SV il 25 agosto nella parte che riguarda l’azione contro la sede del Partito comunista di S. Giuseppe Jato, con­fessai – chiarì a domanda dell’inquirente – perché, pur sapendo di trovarmi davanti al giudice, temevo di ritornare ad essere messo a disposizione dei CC.” (E, 182‑185).

Ed a fondamento della parziale ritrattazione dedusse un alibi: dichiarò che il 22 giugno 1947 si trovava in compagnia, in contrada S. Anna, a lavorare con suo padre e non era stato affatto in paese (F, 29); ma più non mutò la propria versione circa i fatti di Portella della Ginestra e lo stesso giorno 22 ottobre 1947 mantenne di fronte al Terranova Antonino la chiamata in correità (E, 186).

Tuttavia anche il difensore del Musso dedusse con istanza 3 dicembre 1947 un alibi per l’imputato in relazione ai fatti di Portella della Ginestra, chiedendo l’audizione di alcuni testimoni per dimostrare che questi nei giorni precedenti e successivi al 1° maggio, questo giorno compreso, lavorava con il padre in contrada S. Anna, a metà strada circa tra Alcamo e Partinico (I, 37).

Tutti i testimoni indicati furono escussi e dichiararono di aver veduto nel mese di maggio 1947 il Musso lavorare col pa­dre nella suddetta località, ma nessuno fu in grado di preci­sare di avervelo veduto il 1° maggio (D, 486, 493 e 497).

40

Buffa Vincenzo, Russo Giovanni, Cristiano Giuseppe e Pisciotta Vincenzo furono interrogati dal giudice istruttore il primo in data 26 agosto, gli altri il 28 agosto.

Il Buffa mantenne fermo il proprio atteggiamento negativo già assunto dinanzi alla polizia giudiziaria; e, mentre Russo Giovanni e Cristiano Giuseppe ritrattarono le loro confessioni stragiudiziali, Pisciotta Vincenzo invece confessò con ampiezza di particolari la propria colpevolezza, in modo sostanzialmente conforme alle dichiarazioni rese ai carabinieri;

I. Buffa Vincenzo, riportandosi ai suoi detti precedenti, chiese di essere messo a confronto col Musso (E, 138), che, si è notato, non esitò a confermare di averlo veduto a Cippi. Interrogato ancora il 21 ottobre 1947, in merito all’attentato contro la sede del Partito comunista di S. Giuseppe Jato, continuò a protestarsi innocente e precisò di aver trascorso la sera del 22 giugno 1947 in paese, assistendo allo spettacolo cinematografico: verso le 22 – disse – era andato in contrada “Nacà” a dare acqua al suo giardino ma dopo mezz’ora aveva fatto ritorno a Montelepre. Indicò quindi alcuni testimoni a prova di tal assunto.

II. Russo Giovanni dichiarò che la confessione stragiudiziale gli era stata estorta con la violenza e non poteva confermarla: sapeva bene di essere stato chiamato in correità da vari coimputati dappoiché anche in sua presenza lo avevano accusato nella caserma dei CC., ma avevano mentito; riconosceva di aver detto di propria iniziativa quanto risultava scritto nel verbale d’interrogatorio raccolto dai carabinieri, ma aveva tutto inventato per sottrarsi alle violenze; la verità era a suo dire che il 1° maggio 1947 aveva lavorato in contrada “Parrino” con D’Angelo Salvatore, inteso “Mangia fasole”, e Licari Giovanni, onde non poteva trovarsi contemporaneamente a Portella della Ginestra.

È da notare che l’alibi, dedotto poi anche dal difensore dell’imputato con istanza 12 novembre 1947 (I, 17), non ebbe il suffragio della prova: sia il D’Angelo che il Licari affermarono di aver visto più volte il Russo lavorare in contrada “Parrino” ma non furono in grado di precisare se vi avesse lavorato il 1° maggio 1947 (D, 488 e 501).

III. Cristiano Giuseppe similmente asserì di non poter confermare la confessione stragiudiziale perché estortagli con la violenza dai carabinieri: egli era innocente e il 1° maggio aveva lavorato a “Cambuca” di Grisì con Riccobono Erasmo, e Candela Giov. Battista; si trovava a Grisì fin dal 25 aprile e vi era rimasto per ventidue giorni senza allontanarsi mai; Buffa Antonino l’aveva accusato perché gli voleva male; dopo il confronto avuto col Buffa in caserma aveva detto al maresciallo: “Buffa dice che io c’ero ed allora scriva pure così”; i particolari risultanti dalla confessione erano in parte invenzione sua ed in parte glieli aveva suggeriti il m.llo Calandra; tuttavia riconosceva di aver fatto “spontaneamente” i nomi delle 21 persone menzionate nella sua confessione e chiariva di aver chiamato in correità quelli che sapeva latitanti e quelli già arrestati per i fatti di Portella; Giovannino ”Marano” (cioè Russo Giovanni) aveva ammesso in caserma la sua partecipazione all’eccidio di Portella […] a te ti venne a chiamare qualcuno dei latitanti?”; a seguito di questa domanda, sapendo che Pisciotta Francesco era latitante, egli aveva dichiarato di essere stato chiamato dal Pisciotta (E, 153).

I testi di alibi furono sentiti: Candela Giov.Battista asserì che la mattina del 1° maggio, nonostante fosse festa dei lavoratori, aveva lavorato in un suo vigneto sito in contrada “Cambuca” di Grisì e ricordava di aver visto il nipote e Cristiano Giuseppe lavorare nel fondo di Fiorbelli Paolo: verso le ore 9, sospeso il lavoro, avevano fumato una sigaretta, quindi ognuno aveva ripreso a lavorare e per quel giorno non si erano veduti più (D, 476); Riccobono Erasmo dichiarò di aver visto verso le ore 16 del 1° maggio il Cristiano intento a lavorare nel fondo del Fiorbelli; dopo aver dato lo zolfo alle viti, verso le 19, 30 avevano fatto ritorno insieme a Grisì (D, 477); Fiorbelli Paolo depose che il Cristiano lavorava alle sue dipendenze e la mattina del 1° maggio si trovava con lui in contrada “Cambuca’ allorché si era udito un crepitio di armi automatiche proveniente da Portella della Ginestra, località distante 4 km. in linea d’aria e visibile da ‘Cambuca” (D, 478); ma le loro deposizioni non parvero attendibili e persuasive.

IV. Pisciotta Vincenzo ripeté la confessione stragiudiziale aggiungendo altre circostanze e chiamò in correità le medesime persone menzionate prima, meno Taormina Angelo che non nominò e Gaglio Francesco “Reversino” del quale disse che non sapeva se vi fosse perché non lo conosceva: l’indicazione del suo nome nel verbale redatto dai carabinieri era dovuta certamente ad errore.

Quindi, al consueto avvertimento, che l’inquirente gli reiterò di dire liberamente tutta la verità anche modificando le dichiarazioni rese alla polizia giudiziaria, rispose: “confermo tutto quanto ho dichiarato perché questa è la verità” (E, 155‑157).

Ma, pur dopo un così deciso e consapevole atteggiamento il Pisciotta, posto il 3 settembre 1947, nelle carceri di Caltanissetta alla presenza di Gaglio Francesco “Reversino”, affinché osservando potesse precisare se fosse tra quelli notati a Cippi, ritrattò innanzi tutto la sua confessione giudiziale dicendo: “quando sono stato da lei interrogato, non pensavo che il 1° maggio mi trovavo in contrada “Pernice” a levare l’erba dalle spighe e non pensando tale circostanza mi sono incolpato per errore di aver partecipato all’azione di Portella della Ginestra”; quindi ammise che conosceva il Gaglio quale paesano (E, 173).

L’alibi, in tal modo appena accennato, fu precisato poi dal difensore del Pisciotta con istanza 3 dicembre 1947, allorché chiese l’esame dei testi: Randazzo Salvatore, Caputo Paolo, Leone Augusto e certa “Chianciananna” identificata in Di Martino Rosa, tutti da Montelepre, per dire: 1. che il 1° maggio 1947 Pisciotta Vincenzo si trovava nel fondo “Pernice” del principe di Camporeale a raccogliere carciofi che poi caricò insieme con fieno sopra un asino; 2. che a Pernice intesero parlare della strage avvenuta alla Ginestra; 3. che il Pisciotta partì la notte dal 1° al 2 per Montelepre con l’asino carico di carciofi e di fieno; 4. che nella mattinata (del 2) a Montelepre scaricò l’asino aiutato dal figlio della “Chianciannna“, la quale ebbe a notare il suo arrivo (I, 39).

I testimoni furono sentiti e le loro affermazioni non persuasero il giudice istruttore; ma di esse, poiché l’alibi del Pisciotta formerà oggetto di un nuovo ed attento esame, si farà menzione più avanti.

40

I. Con verbale 17 ottobre 1947 (A, 434) il Nucleo Mobile dei Carabinieri di Palermo riferì di aver tratto in arresto e condotto in carcere, in esecuzione di mandato di cattura emesso dal GI in data 21 settembre 1947, Sapienza Giuseppe di Francesco inteso “Bambineddu”, pastore, da Montelepre, fermato il 28 settembre 1947.

Il Sapienza, che era stato chiamato in correità da Tinervia Francesco, interrogato dal GI si protestò innocente. Egli dichiarò che, per le violenze subite ad opera dei carabinieri del Nucleo durante il fermo, aveva confessato loro la sua partecipazione alla strage di Portella della Ginestra, ma la confessione non rispondeva a verità. La mattina del 1° maggio si trovava col gregge in contrada “Suvarelli” di Montelepre insieme con i pastori Di Noto Nino e Purpura Vincenzo e con il cugino Sapienza Antonino di Salvatore; ciò escluse la sua presenza sul luogo del delitto (E, 179) l’alibi fu controllato: Sapienza Antonino, un ragazzo di 12 anni, dichiarò che nei mesi di maggio e giugno 1947 Sapienza Giuseppe aveva esercitato la pastorizia insieme con lui, con Di Noto Antonino e con Purpura Vincenzo nelle contrade Renda, Suvarelli e Calcerame, ma non poteva precisare dove fosse stato il 1° maggio (D, 459); Di Noto Antonino, zio dell’imputato, confermò tale circostanza. Chiarì che il gregge era allevato e sfruttato in società tra loro ed aggiunse che, pur non essendo in grado di precisare dove il nipote fosse stato il 1° maggio, certamente si trovava insieme a lui in una delle contrade suddette, poiché di solito lo aiutava nella mungitura degli animali (D, 458); Purpura Vincenzo dichiarò di essere estraneo al rapporto (D, 470).

Giova notare che l’imputato Sapienza Giuseppe di Francesco era particolarmente vicino e legato ai fratelli Genovese anche per i riflessi di un rapporto sentimentale, essendo fidanzato con una so­rella della fidanzata di Genovese Giuseppe.

Va detto pure che il giudice istruttore omise ogni indagine sulla confessione stragiudiziale dell’imputato: di essa non è fatta menzione nel verbale di arresto, né vi è traccia negli atti del processo.

II. Similmente con verbale 17 ottobre 1947 (A, 436) il Nucleo Mobile dei Carabinieri di Palermo riferì di aver tratto in arresto condotto in carcere, in eseuzione di mandato di catturta, Di Misa Giuseppe di Michelangelo, contadino, da Montelepre, fermato il 30 settembre dello stesso anno.

Il fermo fu eseguito a Bari, dove il Di Misa si trovava fin dal 4 settembre per servizio militare di leva, e con rapporto 28 ottobre 1947 i carabinieri informarono che, dopo il fermo, gli era giunto da Montelepre, presso il 9° CAR cui era in forza, una lettera della sorella Rosalia che, scrivendogli: “non aver premura se licenza non te ne danno che ancora il tempo è lungo, ai capito? ancora la testa l’hanno malata”, l’avvertiva delle ricerche che le forze di polizia proseguivano per l’arresto degli indiziati di partecipazione al delitto di Portella della Ginestra (A, 438, 440).

Il Di Misa risultava intimo amico di Russo Giovanni, inteso “Marano”, ed era stato chiamato in correità da Buffa Antonino. Egli, interrogato dal giudice istruttore negò l’accusa che gli veniva mossa: mai nessun contatto aveva avuto con elementi della banda Giuliano e, se mal non ricordava, il 1° maggio di quell’anno aveva lavorato in contrada “Zucco”, presso Barone Rosario, come poteva essere testimoniato da costui, dal fratello Salvatore, da un tale Stefano identificato per De Luca Stefano, nonché da Polizzi Giov. Battista, inteso ‘Trapano”, e da Di Piazza Vincenzo (E, 177).

Anche questi testi furono sentiti: il Polizzi ed il Di Piazza affermarono di non conoscere neppure il Di Misa (D, 463, 464); Barone Rosario e Salvatore ammisero che, per lungo tempo e fino a quando non era stato chiamato alle armi, il Di Misa aveva lavo­rato alle loro dipendenze in contrada “Zucco”, ed era probabile che si trovasse con loro anche il 1° maggio poiché non si era allontanato mai; tuttavia non erano in grado di precisarlo (D, 460-461); De Luca Stefano fu ancor più evasivo: nella primavera del 1947 aveva lavorato alle dipendenze di Barone Rosario insieme col Di Misa, ma non sapeva dove questi fosse stato il 1° maggio (D, 462).

III. In esecuzione di mandato di cattura fu arrestato in data 12 ottobre 1947 in Montelepre (A, 432) Lo Cullo Pietro di Eugenio, da Montelepre, muratore, inteso “Piri”. Egli era stato chiamato in correità da Terranova Antonino di Salvatore con la seguente indicazione: “certo Piddu Piri abitante in contrada Portazza, di anni 20 circa, il quale ha una sorella impiegata presso l’ufficio postale di Montelepre ed è cugino materno dei Passatempo, ed i carabinieri l’avevano identificato agevolmente. Risultava che egli era intimo amico di Sapienza Giuseppe di Tommaso, suo vicino di casa; che la sorella Maria, fidanzata con il bandito Pisciotta Gaspare, era impiegata presso l’ufficio postale di Montelepre; ed infine neanche era dubbio che egli fosse cugino materno dei banditi Passatempo Salvatore, Giuseppe e Vincenzo.

Interrogato dal giudice istruttore, Lo Cullo Pietro negò di aver commesso il fatto ascrittogli: la mattina del 1° maggio si trovava a lavorare, in contrada “Cammuca” di Grisì, alla riparazione della strada Grisì – Partinico, e non era materialmente possibile che avesse partecipato al delitto. Era addetto a quei lavori da circa tre mesi, pernottava sul posto e faceva ritorno a Montelepre solo il sabato sera per restituirsi il lunedì mattino sul luogo del lavoro. Indicava testimoni di alibi: Licari Filippo, Licari Rosario, Licari Luigi, Palermo Giuseppe, Franceschetti Vincenzo (E, 178). Riconobbe che la sua famiglia è chiamata “Pira” poiché tale è il cognome della matrigna; che il padre è conosciuto per “mastro Piddu Pira”; che la sorella Maria è impiegata nell’ufficio postale di Montelepre (L, 180).

I testimoni furono esaminati e deposero conformemente all’assunto dell’imputato; il lavoro era eseguito dalla Cooperativa Muri­fabbri di Montelepre presso cui – come precisò il teste Palermo (D, 465) – potevano reperirsi i libri paga e matricola.

41

I. Con verbale 19 dicembre 1947 (A, 460) il Nucleo Mobile dei Carabinieri di Palermo riferì di aver tratto in arresto e condotto in carcere il latitante Russo Angelo di Giov. Battista, contadino, da Montelepre, inteso “Angilinazzu u Turù”, cui quale gregario della banda Giuliano, si attribuivano numerosi delitti contro il patrimonio e la persona, tra i quali la partecipazione all’eccidio di Portella della Ginestra in conseguenza delle chiamate di correità e nelle loro confessioni stragiudiziali e giudiziali da Gaglio Francesco, Pretti Domenico, Tinervia Francesco, Sapienza Giuseppe di Tommaso, Terranova Antonino, Tinervia Giuseppe, Buffa Antonino e Pisciotta Vincenzo, nonché da Russo Giovanni solo nella confessione stragiudiziale, avendo interamente ritrattato quanto aveva detto.

Russo Angelo fu fermato il 3 ottobre in contrada “Lavatore” di Grisì e il 7 ottobre rese ai carabinieri, a disposizione dei quali rimase fino al 19 dicembre 1947 una lunga e dettagliata dichiara­zione concernente l’attività sua e della banda nel periodo dell’EVIS e successivamente (Z/I, 105 e segg.).

Chiarì il motivo per cui tanto lui, quanto gli altri, dopo il fallimento della campagna separatista, erano rimasti a far parte della banda; ammise la propria partecipazione al sequestro di Adamo Vincenzo da Alcamo, consumato il 21 dicembre 1946, dal quale aveva tratto un profitto di £. 100.000; confessò di aver preso parte alla custodia, unitamente a Di Lorenzo Giuseppe, inteso “Peppe di Flavia” nella villa “Carolina”, nei pressi del cimitero di Monreale, dei sequestrati Di Giovanni Lorenzo e Spatafora Giuseppe, – il sequestro dei quali era stato eseguito rispettivamente il 15 e il 28 marzo 1947 – custodia per la quale non aveva ricevuto dal Giuliano alcun compenso; fece cenno e drastiche misure prese verso di lui dal capo bandito, a causa di alcune imprudenti parole attribuite alla moglie, suscettibili di far capire i nascondigli della banda e, comunque, dal Giuliano ritenute tali; precisò la posizione avuta in seno alla banda da Mazzola Vito, che vi disimpegnava le funzioni di cassiere ed era l’unica persona in cui il Giuliano riponesse incondizionata fiducia; negò infine la propria colpevolezza in relazione all’eccidio di Portella della Ginestra, affermando di non aver voluto, a differenza di tutti i suoi compagni, partecipare ad un delitto esecrando che aveva destato lo sdegno di tutte le popola­zioni. Invero, a sostegno della sua innocenza, asserì, che verso la fine del mese di aprile il Giuliano, a mezzo di Di Lorenzo Giuseppe, l’aveva invitato alla riunione di Cippi; ancora risentito per il trattamento usatogli dal capo bandito, gli aveva fatto ri­spondere che non poteva andare perché aveva una costola contusa e stava a riposo; qualche ora dopo Passatempo Giuseppe gli aveva ripetuto l’invito e, di fronte al suo nuovo rifiuto, si era fatto restituire la pistola “Beretta” per consegnarla a chi l’avrebbe sostituito; ben conosceva, quali compaesani, Gaglio Francesco “Reversino” e gli altri che avevano fatto il suo nome, ma non aveva avuto mai con loro alcun rapporto criminoso; qualche giorno dopo i fatti di Portella della Ginestra uno dei Cucinella e qualche altro gregario della banda gli avevano detto che l’esecuzione del delitto era stata organizzata e diretta dal Giuliano il quale nella circostanza aveva arruolato molti altri giovani monteleprini.

Interrogato il 19 dicembre 1947 dal Giudice istruttore, il Russo tacque ma non escluse l’invito avuto tramite il Di Lorenzo. Asserì che, tornato a Montelepre dalla contrada “Villa Carolina” dove, costrettovi dalle minacce del Giuliano, aveva custodito il sequestrato Spatafora, una sera degli ultimi di aprile aveva ricevuto la visita di Passatempo Giuseppe per il noto invito; nel rispondere che non poteva aderire, aveva mostrato al Passatempo il torace fasciato da una benda, al che quello, dicendo: “tu sempre calunnie hai”, aveva preteso la restituzione della pistola “Beretta” datagli dal Giuliano per la custodia dello Spatafora. Quindi, in relazione alla notizia avuta dal Cucinella, chiarì che incontratosi con Cucinella Nené (Antonino), questi gli aveva detto: “hai visto, quel disgraziato – intendendo alludere al Giuliano – se li è portati a sparare a Portella della Ginestra e ci capitò pure mio fratello Peppino”, aggiungendo di averlo appreso proprio dal fratello Peppino (Cucinella Giuseppe) che aveva partecipato alla strage (E, 201).

Interrogato ancora l’8 giugno 1948 il Russo confermò i suoi detti precedenti, salvo la confessione della correità nel se­questro Spatafora perché fatto in un momento in cui non gli reg­geva la mente (E, 227).

II. Del pari in data 19 dicembre 1947 (A, 453) il Nucleo Mobile dei Carabinieri di Palermo, in esecuzione di mandato di cattura emesso il 21 settembre 1947, trasse in arresto e condusse in carcere, a disposizione del Giudice istruttore, Mazzola Vito fu Vito, pastore, da Montelepre che, fermato fin dal 28 ottobre, era rimasto a disposizione dell’arma per indagini di polizia giudiziaria in relazione ad altri delitti che gli venivano attribuiti. Il Mazzola, gregario fedelissimo e collaboratore di fiducia del capo bandito Giuliano, rese ai carabinieri una lunga e circostanziata dichiarazione che fu raccolta a verbale in data 4 novembre 1947.

Muovendo dai primordi della banda, fino a risalire al tempo del suo fermo, il Mazzola mise in luce con le sue dichiarazioni stra­giudiziali numerosi particolari atti: a cogliere e fissare avveni­menti; a delineare la figura, l’attività, i rapporti in seno al sodalizio criminoso di taluno tra gli imputati principali; a co­stituire, sceverato il vero dal falso, elementi di riscontro e di controllo per l’accertamento della verità.

Su tali particolari e su tali circostanze si avrà motivo di indugiare più avanti, ma è d’uopo ora notare quanto il Mazzola disse ai carabinieri in correlazione ai fatti di Portella della Ginestra, pur negando la propria partecipazione ai fatti stessi, egli dichiarò: a) che in quel periodo, conducendo solitamente il gregge nelle contrade “Tirone” e “Cippi”, aveva occasione di incontrarsi quasi ogni mattina col capraio Gaglio Francesco, inteso “Reversino”, il quale frequentava le stesse località; in uno dei consueti incontri il Gaglio, dicendosi a conoscenza degli intimi rapporti di amicizia che lo legavano al Giuliano, l’aveva pregato di procurargli un appuntamento avendo vivo desiderio di parlare al capo bandito; il giorno dopo, incontratosi col Giuliano a “Pizzo Saraceno”, gli aveva comunicato il desiderio del Gaglio; il Giuliano non aveva opposto difficoltà e gli aveva dato incarico di avvertire il Gaglio affinché si facesse trovare l’indomani a Cippi; il mattino successivo, visto il Gaglio a “Mandra di Mezzo” l’aveva informato della risposta del Giuliano; al che il Gaglio, lasciate le capre ad un suo fratellino, si era diretto subito a “Cippi”; ciò era avvenuto verso la fine di aprile; b) che, in quei medesimi giorni, informato una sera da Badalamenti Francesco che il Giuliano l’avrebbe atteso la mattina dopo a “Pizzo Saraceno” per parlargli, si era portato di buon’ora in quella località; il Giuliano era li e l’aveva incaricato di invitare Cucinella Giuseppe a recarsi subito da lui e di portargli poi due pani e un po’ di ricotta; assolto il primo incarico, era tornato a “Pizzo Saraceno” verso le 9 per portare i pani e la ricotta ed ivi insieme al Giuliano, aveva trovato Badalamenti Francesco, Di Lo­renzo Giuseppe, certo “Titiddu” da Monreale, Cucinella Giuseppe; trattenutosi con loro, aveva veduto giungere poi isolatamente Ter­ranova Antonino “Cacaova”, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Passatempo Salvatore, Passatempo Giuseppe, Pisciotta Gaspare, Candela Rosario e qualche altro che più non ricordava; il Giuliano dopo aver parlato a ciascuno separatamente, aveva fatto un breve discorso per sottolineare la necessità di arruolare nuovi elementi nella banda, da scegliersi possibilmente tra i compaesani più fidati, con l’ordine di tenersi pronti in attesa di istruzioni: in sostanza ognuno avrebbe dovuto trovare di propria iniziativa nuovi gregari; c) che il giorno precedente a tale riunione, stando col gregge in contrada “Fontanazze”, aveva veduto Sciortino Pasquale e Cucinella Giuseppe seduti insieme su di una pietra nei pressi di un casale diroccato; lo Sciortino aveva seco un voluminoso fascio di carte e gli aveva detto che erano dei manifesti per la propaganda contro i comunisti; due giorni dopo Sciortino Pasquale e Badalamenti Giuseppe si erano presentati da lui a ritirare sei milioni di lire circa, che il Giuliano gli aveva dato in consegna con il consueto incarico di custodirli, dichiarando che occorrevano per acquisto di armi e per dare un premio ai nuovi arruolati nella banda; d) che alcuni giorni dopo Cucinella Giuseppe gli aveva confidato di aver ingaggiato nella banda Pretti Domenico e Sapienza Vincenzo, che egli poi aveva avuto modo di vedere nell’abitazione del Cucinella stesso suo vicino di casa; e) che verso la fine di aprile, trovandosi col suo gregge in contrada “Cippi”, si era imbattuto nuovamente in Gaglio “Reversino” con le sue capre; gli era andato incontro per dolersi del fatto che quello aveva introdotto il gregge nel fondo da lui tolto in affitto ed anche per evitare che gli animali si mescolassero: gli aveva mosso rimprovero, ma quello, che era in compagnia di Sapienza Giuseppe di Francesco, inteso “Bambineddu”, aveva risposto che proprio quel giorno, in cui stava per avvenire a Cippi una riunione importantissima della banda Giuliano, non era il caso di inquietarsi per così poco; f) che, pertanto, lasciate le pecore al suo garzone Temperino Salvatore, si era portato sul luogo della riunione dove erano convenuti già: Giuliano Salvatore, Passatempo Salvatore, Passatempo Giuseppe, Cucinella Giuseppe, Mannino Franck, Pisciotta Francesco, Pisciotta Gaspare, Terranova Antonino “Cacaova”, Candela Rosario, Genovese Giuseppe, Genovese Giovanni, Buffa Antonino, Buffa Vincenzo, nonché Sapienza Giuseppe di Francesco, e Gaglio “Reversino” i quali, lasciati gli animali ai rispettivi fratelli, l’avevano preceduto; avevano notato che tutti i banditi erano armati di mitra e che mitra e moschetti mod. 91 erano appoggiati alle rocce e sui muri a secco, pronti per essere distribuiti ai nuovi arruolati; g) che, mentre gli altri parlavano e scherzavano fra loro, si era trattenuto a lungo con Genovese Giovanni a parlare delle condizioni dell’industria pastorizia: dall’insieme dei discorsi aveva capito che si attendevano altri compagni e giovani di recente arruolati; verso mezzogiorno, salutati il Giuliano e gli altri amici, si era diretto verso le vicine case di Cippi ed in quei pressi aveva incontrato Cucinella Antonino, Pretti Domenico e Sapienza Vincenzo che si dirigevano là dove erano gli altri; non sapeva lo scopo di quella riunione, né fino a quale ora si fosse protratta; h) che però ne aveva avuto poi notizia da Cucinella Giuseppe nel seguente modo: due giorni dopo l’eccidio di Portella, verso le otto, trovandosi col gregge a “Cugnu Signuruzzu”, nei pressi del cimitero di Montelepre, il figlio Vincenzo ed un nipotino gli dissero che in una collina vicina tre individui lo avevano incaricato di far avere loro un po’ di latte; si era recato subito nella detta località con mezzo secchiello di latte ed ivi, sdraiati sotto alcune piante di sommacco, stanchi e sfiniti per lungo cammino, aveva trovato là, Passatempo Giuseppe, e Di Lorenzo Giuseppe e Cucinella Giuseppe; questi, bevuto il latte, abbandonandosi a confidenze, aveva detto che, con tutti gli altri compagni convenuti a “Cippi”, sotto la guida di Giuliano Salvatore, si erano recati a Portella della Ginestra ed avevano sparato contro i comunisti riunitisi colà per una festa; mentre erano in attesa dell’arrivo di costoro avevano fermato due o tre cacciatori cui avevano controllato i documenti di riconoscimento e, dopo essersi sincerati che non erano né poliziotti, né spie, li avevano fatti allontanare; il Cucinella avrebbe continuato a dare altri particolari del delitto se ad un certo momento il Passatempo non l’avesse severamente richiamato; si era trattenuto con loro circa un’ora e li aveva lasciati lì; i) che una mattina, dopo circa tre mesi, si era imbattuto nei fratelli Giuseppe e Giovanni Genovese erano in compagnia di Badalamenti Nunzio, inteso “Culo bianco”; quest’ultimo era irritato verso Cucinella Giuseppe perché lo aveva ingaggiato nella banda, promettendogli un premio di £. 100.000 per eseguire degli attentati contro i comunisti, e gli aveva dato poi soltanto L. 10.000; al riguardo il Badalamenti aveva detto che una sera del mese di giugno u. s. Cucinella Giuseppe, Cucinella Antonino, Sapien­za Vincenzo, Pretti Domenico, e lui avevano sparato contro l’insegna della sezione del Partito comunista di Borgetto; Genovese Giovanni, presente alla discussione gli aveva a sua volta confidato che Giuliano Salvatore era offeso con lui (cioè con esso Genovese) perché non aveva voluto partecipare materialmente alla sparatoria di Portella della Ginestra, alla quale era stato espressamente invitato; gli aveva manifestato altresì il suo rammarico per il trattamento usato a Badalamenti Nunzio: lo avevano compromesso facendolo partecipare all’aggressione contro i comunisti e l’avevano poi abbandonato al suo destino; mosso a pietà per le precarie condizioni economiche in cui il Badalamenti versava, l’aveva assunto temporaneamente alle proprie dipendenze; l) che in seguito Badalamenti Nunzio, come poi aveva saputo, era diventato gregario del Giuliano rimanendogli sempre vicino (Z/1, 141, 145).

B. Interrogato il 19 dicembre 1947 dal giudice istruttore, il Mazzola non confermò l’interrogatorio reso ai carabinieri addu­cendo essergli stato estorto con la violenza; ma, pur tacendo o modificando quanto aveva detto, fece ammissioni che, ricollegandosi alle dichiarazioni precedenti, ne costituiscono una implicita conferma e rivelano l’intento di piegarli ad un fine di difesa.

A suo dire non rispondeva a verità che avesse fatto da tramite tra il Gaglio “Reversino” e Giuliano Salvatore: il Gaglio gli aveva manifestato si il desiderio di parlare con il capo bandito ed egli, nel pomeriggio dello stesso giorno, essendo il Giuliano venuto con la madre a Cippi, gli aveva comunicato il desiderio del Gaglio, ma la sua attività non era andata oltre poiché il Giu­liano aveva detto di averlo già visto; difatti quel medesimo giorno imbattutosi nuovamente nel Gaglio mentre questi con Sapienza Giuseppe faceva abusivamente pascolare gli animali nel suo fondo, l’aveva rimproverato ed in quella circostanza il Gaglio gli aveva con­fermato di aver già parlato col Giuliano.

Chiariva che precedentemente si era recato a “Pizzo Saraceno” per ritirare una “fascella” di ricotta data a Badalamenti Francesco e con costui aveva trovato Giuliano Salvatore e il cognato Sciortino; che la sera di quello stesso giorno aveva visto lo Sciortino con un fascio di carte in mano il quale richiesto gli aveva detto trattarsi di stampati propagandistici; ma non era affatto vero che avesse partecipato alla riunione in contrada Cippi menzionata nelle sue dichiarazioni ai carabinieri.

Similmente non rispondeva a verità che Cucinella Giuseppe gli avesse confidato l’ingaggio del Pretti e del Sapienza: un giorno del mese di aprile, passando davanti la casa di Cucinella Giuseppe, aveva visto costui seduto sul gradino della porta con due giovani e, tanto per dire, gli aveva chiesto: “questi picciutteddi a te appartengono?” al che l’altro aveva risposto: “no”, dichiarando che l’uno era Pretti, l’altro “Bambineddu” Vincenzo; la stessa sera aveva chiesto spiegazioni al suo vicino Russo Angelo (Angelinazzo u Turu), che aveva detto di nulla sapere.

L’episodio relativo alla richiesta del latte si era svolto diversamente: una sera, mentre stava per condurre gli animali nella stalla, il suo garzone, che proveniva dal paese, gli aveva detto che “U zu Piddu” suo vicino di fondo voleva un po’ di latte e desiderava parlargli; portatosi là dove credeva che fosse vi aveva trovato invece Cucinella Giuseppe e Passatempo Giuseppe; nel vederli li aveva pregati di non andare più da lui doppoiché, per essere stato creduto loro amico, era già stato in carcere per cinque mesi (fatti dell’EVIS); di tale cattiva accoglienza l’avevano rimproverato soggiungendo che erano stanchi perché venivano da lontano; alla sua domanda: “da dove?” il Cucinella aveva risposto: “dalla Ginestra”, al che il Passatempo era intervenuto dicendo: “ancora parli” e tutto si era esaurito lì; l’indomani si era dif­fusa in paese la voce della strage avvenuta a Portella della Gine­stra il giorno prima (E, 200, 204).

Tali dichiarazioni il Mazzola confermò ancora il 4 giugno 1948 (E, 209), modificando tuttavia l’episodio suddetto nel senso che il Cucinella gli aveva risposto “veniamo da lontano”, senza menzionare la Ginestra e non aveva aggiunto altro perché il Passatempo aveva detto: “stai zitto”.

Ma in seguito neppur esse resteranno ferme: il Mazzola tenterà di sommergere tutto in un mare di confusione.

III. Candela Vita fu interrogata con mandato di comparizione e confermò a propria discolpa quanto aveva dichiarato ai carabinieri. Preciso che suo fratello Rosario era andato da lei il 27 aprile 1947 verso mezzogiorno, trattenendosi poche ore; ella era uscita verso le 16 per assistere alla sfilata della processione e per godersi la festa in paese ed era rincasata verso le 21; era ben possibile che nel frattempo fosse accaduto quanto Buffa Antonino e Pisciotta Vincenzo avevano detto, ma ella non si era trovata presente e non lo sapeva.

41

Le indagini per la identificazione di “Abbate Francesco, di anni 24 circa, da Montelepre” – menzionato da Sapienza Vincenzo, tanto nella confessione stragiudiziale nella quale precisò ulteriormente: “ ha altri due fratelli di cui uno è in atto soldato in Toscana e l’altro che credo si chiami Giovanni è più piccolo di lui” (L, 76), quanto in quella giudiziale, in cui più semplicemente lo chiamò “Ciccio Abate” (E, 76) – non furono agevoli e condussero erroneamente all’arresto, eseguito il 4 novembre 1947, di Abate Francesco di Pietro, nato il 12 novembre 1928 a Montelepre.

Ma in seguito, col rapporto 13 dicembre 1947 del Nucleo Mobile dei Carabinieri di Palermo (A, 448), fu chiarito che trattavasi di Palma Abbate Francesco di Angelo, nato a Montelepre il 23 gennaio 1923.

L’uno e l’altro abitavano in via Cesare Gaglio e tutti e due avevano un fratello a nome Giovanni; però soltanto Palma Abate Francesco aveva anche un fratello in servizio militare di stanza in Ancona, e sta in fatto che dopo l’arresto dell’Abate si rese irreperibile, confermando in tal modo, con la sua condotta, l’errore della prima identificazione, cosicché in data 22 dicembre 1947 Abate Francesco fu escarcerato e contemporaneamente venne emesso mandato di cattura contro il Palma Abate, mandato rimasto per altro sempre ineseguito.

La polizia ignorava che alla data dell’eccidio di Portella della Ginestra costui appartenesse alla banda Giuliano, ma in realtà egli era già un affiliato e faceva parte della squadra comandata da Terranova Antonino “Cacaova”; Sapienza Vincenzo lo ha nominato unitamente a quest’ultimo, a Mannino Frank, a Pisciotta Francesco, precisando che li conosceva già tutti prima che divenissero banditi (L, 76).

Il 15 settembre 1947 il Nucleo Mobile dei Carabinieri di Palermo dopo un movimentato inseguimento nell’abitato di quella città, trasse in arresto tal Corrao Remo fu Pietro, da Palermo, residente a Monreale, uno dei più fedeli gregari del capo bandito Giuliano.

Nella primavera del 1946, esercitando il mestiere di vaccaro nella contrada “Giacalone” di Monreale, il Corrao aveva avuto occasione di conoscere e di frequentare i banditi Passatempo Salvatore, Pisciotta Gaspare e Ferreri Salvatore, che costituivano, se così può dirsi, lo stato maggiore del Giuliano. Questi si soffermava spesso in quel tempo a “Fontana Fredda”, dove trovava pronta assistenza da parte di mezzadri e di campieri, ed in breve il Corrao, avido di danaro e desideroso di mutare posizione, era diventato amico fidato dei componenti della banda, in modo particolare del Giuliano che spesso gli affidava incarichi di fiducia. Sta in fatto che l’attività criminosa gli consentì di venire in possesso di un autocarro Fiat 626 e di una jeep che egli stesso conduceva.

Sulla figura e sulla posizione processuale di Corrao Remo la Corte avrà più volte motivo di soffermarsi, ma è opportuno fin d’ora notare che egli, sposato dal 1945 a Margherita Miceli di Calcedonio, era, per tal vincolo, diventato nipote di Ignazio Miceli e cognato di Antonino Miceli, capo l’uno, componente l’altro della mafia di Monreale, e poté esplicare un importante ruolo di collegamento tra il capo bandito e costoro i quali, come apparirà chiaro più avanti, tennero in pugno le sorti della banda e del suo capo ne furono i protettori fino a quando, mutando programma, non parve loro di scorgere una via di salvezza nel secondare il compito delle forze di repressione del banditismo.

Il Corrao rese ai carabinieri, in data 30 settembre 1947, una lunga e dettagliata dichiarazione nella quale, fra l’altro, negando la propria partecipazione ai fatti di Portella della Ginestra ed agli attentati alle sedi delle sezioni dei partiti di estrema sinistra, affermò di essere venuto a conoscenza, per mezzo di Madonia Castrense, inteso “Titiddu”, che gli uni e gli altri si dovevano al Giuliano e ad elementi della sua banda; il Madonia gli aveva confidato di aver preso parte anche lui all’eccidio del 1° maggio, nonché all’aggressione alla sede del Partito socialista di Monreale ( Z/1, 101).

Conseguentemente, con rapporto 24 marzo 1948, i carabinieri del Nucleo Mobile di Palermo denunziarono Madonia Castrense per concorso nei reati suddetti ( M, 1).

42

In base alle denunzie di cui si è fatto cenno, il procedi­mento penale fu condotto, come si è visto, nei confronti di tutti i denunziati, ma prima di far menzione delle statuizioni della sentenza con la quale l’istruttoria formale si concluse, è opportuno considerare che, tramite i loro difensori, deduzioni di alibi furono fatte anche dai latitanti Giuseppe e Giovanni Genovese, Motisi Francesco Paolo, Badalamenti Nunzio e Sciortino Pasquale.

A. Con istanza 31 ottobre 1947 (I, 11) il difensore dei fratelli Giuseppe e Giovanni Genovese chiese di provare con testimoni le seguenti circostanze: a) che dal 28 aprile al 5 maggio 1947 i due Genovese accudirono alla loro mandria in contrada “Cippi”, attendendo alla custodia degli animali ed alla lavorazione dei formaggi e non si mossero mai da quella località; b) che la mattina del 1° maggio 1947 Caruso Franco da Torretta ritirò dai fratelli Genovese, a Cippi, il consueto quantitativo di ricotta che da più giorni essi gli fornivano; quindi si portò a Palermo per la vendita e, recatosi all’ospedale della Feliciuzza, per visitarvi un parente ricoverato, vide giungere i feriti prove­nienti da Portella della Ginestra; e, tornato nelle prime ore del pomeriggio nella mandria dei Cucchiara e C., confinante con quella dei Genovese, rivide costoro sul posto e li informò di quanto aveva saputo a Palermo.

I testimoni indicati furono escussi e deposero secondo le linee generali della posizione, ma, mentre Cucchiara Paolo restò nell’am­bito del periodo indicato, asserendo che dal 28 aprile al 5 maggio 1947, i due Genovese non si erano allontanati mai dalla contrada “Cippi” (D, 540), Cucchiara Giuseppe andò oltre e depose di averli visti ogni mattina, dal 15 aprile alla fine di maggio 1947, conse­gnare ricotte al compratore di Torretta (D, 539); Cucchiara Antonino invece fu più cauto e parlò di “quasi tutti i giorni” nei mesi di aprile e maggio (D, 541).

Il compratore Caruso Franco fece poi alcune precisazioni interessanti: anche la mattina del 1° maggio 1947, al pari delle altre mattine, i fratelli Genovese gli avevano consegnato verso le 7.30 a Cippi la consuete ricotte che aveva portato a Palermo in bicicletta; ivi, nell’ospedale della Feliciuzza, mentre attendeva le 13, ora stabilita per l’inizio delle visite ai ricoverati, aveva visto giungere i primi automezzi con i feriti provenienti da Por­tella della Ginestra; tornato a Cippi, “verso le ore 17 di quello stesso giorno” per restituire le “fustelle” vuote ai fratelli Genovese, li aveva veduti entrambi ed aveva narrato loro quanto aveva appreso a Palermo circa la strage di Portella della Ginestra (D, 542)

B. Con istanze 10 e 20 novembre 1947 la difesa di Motisi Francesco Paolo chiese di provare che questi, quale aiutante autista, ac­compagnava giornalmente tal Adamita Domenico che, con una macchina di sua proprietà, effettuava trasporti di persone da Montelepre a Palermo; e ciò aveva fatto pure la mattina del 1° maggio 1947 partendo da Montelepre verso le 7. Il testimoniale escusso parve accreditare l’alibi suddetto.

C. Con istanza presentata in data 3 dicembre 1947 la difesa di Badalamenti Nunzio chiese l’audizione dei testi Ranzelli Gregorio da Montelepre, Misuraca Salvatore e Cuccia Teodoro da Giardinello per dire: il Ranzelli, che passando il 1° maggio 1947 per la contrada “Lo Zucco”, vi aveva veduto il Badalamenti intento a far legna; il Misuraca, che da molto tempo questi gli vendeva legna e che anche il 1° maggio gliene aveva consegnato una buona quantità; il Cuccia, che, quale campiere dell’ex fendo “Lo Zucco” aveva dato il permesso al Badalamenti di tagliare i rami secchi degli alberi di ulivo e che questi Il 1° maggio si era portato a “Lo Zucco” a tagliar legna (I, 35).

I primi due furono sentiti e deposero conformemente alla posi­zione spiegando che ricordavano la data con esattezza, l’uno perché trattavasi di giorno festivo (D, 509), l’altro perché, come di consueto, faceva i conti di fine mese relativi alle forniture di legna fatte ai militari durante il decorso mese di aprile (D, 508).

D. Una specifica deduzione di testi a discolpa fece anche la difesa di Sciortino Pasquale con istanza 19 dicembre 1947. Chiese l’audizione del dott. Salsedo Giuseppe, di Caruso Elisabetta, di Di maggio Anna e di Spica Rosa per accertare: a) che subito dopo il matrimonio lo Sciortino fu gravamente ammalato per “coliche fortissime”; che il dott. Salsedo, chiamato a curarlo ed a praticargli personalmente delle iniezioni, poté constatare che rimase a letto sino al 13 – 15 maggio; che alcuni giorni dopo ebbe una ricaduta e il dott. Salsedo tornò a curarlo; che il dott. Salsedo dette istruzioni alla Caruso Elisabetta di seguire il malato, controllando che venissero praticate le cure prescritte; b) che lo Sciortino fu malato e stette a letto dai giorni suc­cessivi al matrimonio al 13 – 14 maggio; che ebbe una ricaduta; che la Caruso lo curò seguendo le prescrizioni del dott. Salsedo.

I testi furono esaminati in data 29 dicembre 1947 e furono nel complesso conformi alle posizioni, meno per quanto attiene alla ricaduta, ma giova tener presente quanto ciascuno depose.

I. Il dott. Salsedo asserì che tre o quattro giorni dopo il matrimonio tra Giuliano Marianna e Sciortino Pasquale, la cui data (24 aprile 1947) aveva appreso dai giornali, era stato chiamato in casa di costei per assistere lo Sciortino della cui identità aveva avuto notizia solo più tardi, quando il “Giornale di Sicilia” pubblicò la fotografia degli sposi, poiché non gli era stata rive­lata. L’infermo accusava un violento dolore al fianco destro, che aveva consentito di fare una diagnosi di appendicite acuta, per il che aveva prescritto l’applicazione di una borsa di ghiaccio e consigliato un immediato intervento chirurgico, consiglio che però non era stato accettato dal paziente; aveva rivisitato l’ammalato per circa 15 giorni successivi e sempre l’aveva trovato degente a letto (D, 537)

II. Spica Rosa, fornaia, depose che un giorno del mese di Aprile 1947, mentre Lombardo Maria, madre del Giuliano, si tratteneva nei locali del forno, venne a chiamarla una bambina perché lo “zizì” stava morendo; udendo queste parola la Lombardo era andata via gridando: “che disgrazia, mi muore il genero solo dopo tre giorni dal matrimonio”; era accorsa anche lei aveva veduto lo Sciortino degente a letto, ed anche nei giorni successivi, per circa 15 giorni, si era recata a far visita allo Sciortino e sempre l’aveva trovato a letto (D, 536).

III. Caruso Elisabetta, vicina di casa dei Giuliano, dichiarò che un giorno della fine di aprile 1947 aveva udito delle grida provenienti dalla casa suddetta; era accorsa ed aveva visto lo Sciortino a letto che si lamentava accusando un forte dolore; la Lombardo manifestava il suo rincrescimento per l’accaduto dicendo: “che disgrazia mi capitò solo dopo tre giorni dal matrimonio di mia figlia”; in seguito aveva visto un via vai del dottore e del­l’infermiera (D, 536).

IV. Analoga deposizione rese Di maggio Anna, pure vicina di casa, la quale pertanto aveva avuto modo di vedere poi, per diversi giorni, il medico e l’infermiera frequentare la casa Giuliano (D, 538).

V. Giova notare che Candela Marianna, non era nelle lista dei testimoni, ma si trovò presente a Partinico dove avveniva l’esame e fu sentita anche lei dal giudice istruttore (D, 532).

Ella, che già praticava iniezioni di calcio a Marianna Giuliano prima del matrimonio, asserì che il 27 aprile 1947 era stata chiamata con urgenza in casa Giuliano per praticare iniezioni di canfora e di vitamina B a Pasquale Sciortino, che giaceva a letto, sofferente di un dolore al fianco destro; aveva praticato poi ogni giorno fino al 13 maggio tali iniezioni allo Sciortino e lo aveva trovato sempre a casa, steso a letto perché ancora sofferente.

43

In esito alle risultanze della istruttoria formale, con sentenza 17 Ottobre 1948, la Sezione istruttoria presso la Corte di Appello di Palermo ordinò il rinvio a giudizio dinanzi alla Corte di Assise di Palermo degli imputati: 1. Giuliano Salvatore di Salvatore e di Lombardo Maria, nato a Montelepre il 20.11.1922, latitante; 2. Gaglio Francesco di Vincenzo e di Pizzo Giuseppa, nato a Montelepre il 2.12.1919, inteso “Reversino”, detenuto; 3. Sapienza Giuseppe di Tommaso e di Palermo Giuseppa, nato a Montelepre l’8.12.1922, inteso “Bambineddu”, detenuto; 4. Gaglio Antonino di Giuseppe e fu Spadafora Caterina, nato a Montelepre il 2.12.1923, inteso “Costanzo”, detenuto; 5. Tinervia Francesco di Giacomo e di Giuliano Crocifissa, nato a Montelepre il 30.10.1926, inteso “Bastardone”, detenuto; 6. Sapienza Vincenzo di Tommaso e di Palermo Giuseppa, nato a Montelepre il 12.5.1927, inteso “Bambineddu”, detenuto; 7. Pretti Domenico di Filippo e di Spica Giuseppa; nato a Montelepre il 4.8.1927, inteso “U figghiu di Filippeddu”, detenuto; 8. Tinervia Giuseppe di Giacomo e di Giuliano Crocifissa, nato a Montelepre il 4.1.1930, inteso “Bastardone”, detenuto; 9. Russo Giovanni fu Salvatore e di Quisquino Rosalia, nato a Montelepre il 18.6.1926, inteso “Marano”, detenuto; 10. Terranova Antonino di Salvatore e di Pisciotta Rosalia, nato a Montelepre il 21.7.1930, inteso “U figghiu du miricanu”, detenuto; 11. Buffa Antonino di Antonino e di Gaglio Maria, nato a Montelepre l’11.11.1926, detenuto; 12. Buffa Vincenzo di Antonino e di Gaglio Maria, nato a Montelepre il 3.2.1925, detenuto; 13. Musso Gioacchino di Leonardo e di Spica Teresa, nato a Partinico il 20.3.1930, detenuto; 14. Cristiano Giuseppe di Giuseppe e fu Cucchiara Rosalia, nato a Montelepre il 16. 6.1927, detenuto; 15. Pisciotta Vincenzo di Francesco e di Di Lorenzo Antonia, nato a Montelepre il 10.8.1928, inteso “Mpompò”, detenuto; 16. Di Lorenzo Giuseppe fu Antonino e fu Terranova Marianna, nato a Montelepre il 16.11.1908, inteso “Peppe di Flavia”, detenuto; 17. Terranova Antonino fu Giuseppe e fu Gaglio Marianna, nato a Montelepre il 13.11.1925, inteso “Cacaova”, latitante­; 18. Russo Angelo di Giovan Battista e di Licari Benedetta, nato a Montelepre il 5.9.1906, inteso “Angilinazzi u Turu”, detenuto; 19. Genovese Giovanni di Angelo e di Di Maria Raffaela, nato a Montelepre il 27.5.1912 inteso ‘‘Manfrè’’, latitante; 20. Genovese Giuseppe di Angelo e di Di Maria Raffaela, nato a Montelepre il 18.5.1923, inteso “Manfrè”, latitante; 21. Passatempo Salvatore di Vincenzo e di Candela Rosalia, nato a Montelepre il 25.3.1917, latitante; 22. Passatempo Giuseppe di Vincenzo e di Candela Rosalia, nato a Montelepre il 6.9.1921, latitante; ­23. Mannino Frank d’ignoto, e di Mannino Anna., nato a Montelepre il 14.10.1923, inteso “Lampo”, latitante; 24. Pisciotta Francesco di Francesco, e di Di Lorenzo Antonia, nato a Montelepre il 18.8.1924, inteso “Mpompò”, latitante; 25. Sciortino Pasquale fu Giuseppe e di Micciché Nunzia, nato a S. Cipirrello il 10.10.1923, inteso “Pino”, latitante; 26. Cucinella Giuseppe di Biagio e di Cirillo Carmela, nato a Montelepre il 31.10.1926, inteso “Purrazzuolu”, latitante; 27. Cucinella Antonino di Biagio e di Cirillo Carmela, nato a Montelepre il 1.1.1920, inteso “Purrazzuolu”, latitante; 28. Sciortino Giuseppe di Emanuele e di Cutrò Maria, nato a S. Cipirrello il 9.2.1924, inteso “Pinuzzo”, latitante; 29. Pisciotta Gaspare di Salvatore e di Lombardo Rosalia, nato a Montelepre il 5.9.1924, inteso “Chiaravalle”, latitante; 30. Candela Rosario di Giuseppe e di Candela Vita, nato a Montelepre il 10.10.1924, inteso “Cacagrossu”, latitante; 31. Mazzola Vito fu Vito e fu Sgroi Elisabetta, nato a Montelepre il 16.11.1904, detenuto; 32. Badalamenti Nunzio, di Salvatore e di Di Gregorio Scolastica, nato a, Montelepre il 27.10.1927 inteso “Culobianco”, latitante; 33. Motisi Francesco Paolo di Girolamo e di Bono Violante, nato a Montelepre il 1.7.1927, latitante; 34. Sapienza Giuseppe di Francesco e di Maniaci Rosalia, nato a Montelepre il 3.9.1926, inteso “Bambineddu”, detenuto; 35. Di Misa Giuseppe di Michelangelo e fu Cucinella Vincenza, nato a Montelepre il 4.6.1926, detenuto; 36. Lo Cullo Pietro di Eugenio e di Candela Maria, nato a Montelepre il 18.9.1927, detenuto; 37. Candela Vito di Giuseppe e di Candela Vita, nato a Montelepre il 18.2.1916 ed ivi residente, libero; 38. Cucchiara Pietro di Giuseppe e di Cucuzza Rosa, nato a Camporeale (Trapani) il 24.4.1927, residente a S. Giuseppe Jato, libero; 39. Palma Abate Francesco di Angelo e di Marchese Giovanna, nato a Montelepre il 23.1.1923, latitante;

per rispondere tutti, ad eccezione del 16°, 37°, 38°, (cioè di Di Lorenzo Giuseppe, Candela Vito e Cucchiara Pietro)

A. del delitto di cui all’art. 2 cap. Decreto Legge Luogotenenziale 10.5.1945 n. 234 per aver partecipato ad una banda armata con l’aggravante per il 1° della ipotesi di cui alla parte prima dell’articolo stesso per esserne stato il promotore ed il capo;

B. del delitto di cui all’art. 3 Decreto Legge Luogotenenziale 10.5.1945 n. 234 per avere abusivamente detenuto armi e munizioni da guerra (mitra e moschetti) dopo la scadenza del termine stabilito dalla Autorità per la consegna.

Accertati in Portella della Ginestra il 1° maggio 1947.

C. del delitto di cui all’art. 422 c. p. per avere in correità fra loro, al fine di uccidere, esploso diverse colpi di armi automatiche sulla folla convenuta il 1° maggio 1947 in contrada Portella della Ginestra di Piana degli Albanesi, ponendo in pericolo la pubblica incolumità e cagionando la morte di:

1. Megna Giovanni di Giuseppe di anni 18, da Piana degli Albanesi­; 2. Allotta Vito di Filippo, di anni 19, da Piana degli Albanesi; 3. La Fata Vincenzo di Salvatore, di anni 4, da Piana degli Albanesi; 4. Grifò Giovanni di Giovanni, di anni 12, da Piana degli Albanesi; 5. Di maggio Giuseppe di Lorenzo, di anni 12, da Piana degli Albanesi; 6. Vicari Francesco di Giorgio da Piana degli Albanesi; 7. Intravaia Costanza di Giuseppe da Piana degli Albanesi; 8. Cosenza Giorgio di Giuseppe da Piana degli Albanesi; 9. Clesceri Margherita di Giuseppe da Piana degli Albanesi; 10. Lascari Serafino di Paolo da Piana degli Albanesi; 11. Di Salvo Filippo fu Giuseppe da Piana degli Albanesi; nonché lesioni personali a: 1. Caldarella Giorgio fu Serafino, guarite in giorni 30 con residuale indebolimento permanente della funzionalità dello arto inferiore destro; 2. Mileto Giorgio fu Benedetto, guarite in gg. 28; 3. Palumbo Antonino fu Calogero, guarite in gg. 10; 4. Invernale Salvatore fu Onofrio, guarite in gg. 45; 5. La Puma Francesco di Antonino, guarite in gg. 60; 6. Petta Darniano di Giuseppe, guarite in gg. 22; 7. Caruso Salvatore produttiva di malattia probabilmente insanabile; 8. Muscarello Giuseppe fu Giovanni guarite in gg.30; 9. Moschetto Eleonora di Rosario, guarite in gg. 10; 10. Marino Salvatore di Giuliano, guarite in gg. 28; 11. Di Corrado Alfonso di Salvatore, guarite in gg. 30; 12. Fratello Giuseppe fu Calogero, guarite in gg. 50; 13. Schirò Pietro fu Giuseppe, guarite in gg. 57; 14. Greco Provvidenza di Salvatore, produttive di malattia insanabile con residuale indebolimento dell’organo della vista e della parola articolata; 15. La Rocca Cristina di Vincenzo, guarite in gg. 30; 16. Italiano Marco fu Giov. Battista, guarite in gg. 40; 17. Vicari Maria di Mariano, guarite in gg. 50; 18. Renna Salvatore di Francesco, guarite in gg. 90; 19. Caldarera Maria fu Filippo, guarite in gg. 60; 20. Fortuna Ettore d’ignoti, guarite in gg. l20; 21, Spina Vincenzo di Vincenzo, guarite in gg. 40; 22. Parrino Giuseppe fu Giorgio, guarite in gg. 22; 23. Pardo Gaspare di Girolamo, guarite in gg. 10; 24. Caiola Antonina fu Domenico, guarite in gg. 45; 25. Ricotta Castrenza, guarite in gg. 25; 26. Di Lorenzo Francesca, guarite in gg. 40; 27. Di Modica Gaetano, guarite in gg. l5. In contrada Portella della Ginestra di Piana degli Albanesi alle ore 10 circa del 1° maggio 1947;

il 1° (Giuliano Salvatore) inoltre:

D. del delitto di cui all’art. 605 c. p. per avere privato della libertà personale Busellini Emanuele di Guglielmo. In contrada Strasatto di Monreale il 1° maggio 1947;

E. del delitto di cui agli art. 575 e 577 in relazione all’art. 61 n.1 c. p. per avere, per motivo abietto, cagionato mediante colpi di arma da fuoco la morte di Busellini Emanuele di Guglielmo. In contrada Cannavera di Monreale il 1° maggio 1947;

la 37ª (Candela Vita):

F. del delitto di cui all’art. 378 c. p. per avere aiutato Terranova Antonino di Giuseppe e Pisciotta Frarcesco, latitanti, a sottrarsi alla ricerche dell’Autorità. In Montelepre nell’aprile 1947;

il 38° (Cucchiara Pietro):

G. del delitto di cui all’art. 372 c. p. per avere, deponendo come teste il 5 giugno 1947 davanti al giudice istruttore di Palermo assunto il falso;

tutti, ad eccezione del 16°, 37°, 38° (cioè di Di Lorenzo Giu­seppe, Candela Vita, Cucchiara Pietro):

H. del delitto di cui all’art. 605 c. p. per avere privato della libertà personale Sirchia Giorgio, Fusco Salvatore, Cuccia Gaetano e Riolo Antonino, in Portella della Ginestra il 1° maggio 1947;

il 16°, 17°, 22°, 23°:

I. del delitto di cui all’art. 422 u. p. c. p. per aver, al fine di uccidere, mediante lancio di bombe a mano ed esplosione di colpi di arrna da fuoco contro la sezione del Partito comunista di Carini, la sera del 22 giugno 1947, compiuto atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità;

il 6°, 7°, 26°, 27°, 32°:

L. del delitto di cui all’art. 422 u. p., 2ª ipotesi, c. p. per aver, al fine di uccidere, mediante cariche di mitra e moschetto contro la sezione del Partito comunista di Borgetto, la sera del 22 giugno 1947, compiuto atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità;

il 10°, 11°, 13°, 24°, 25° 28° 29°:

M. del delitto di cui all’art. 426 u. p., 2ª ipotesi, cp, per aver al fine di uccidere, mediante lancio di bombe a mano ed esplosione di colpi di arma da fuoco contro la sezione del Partito comunista di S. Giuseppe Jato, la sera del 2 giugno 1947, compiuto atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità;

il 25° (Sciortino Pasquale):

N. del delitto di cui agli artt. 56, 575 cp per aver la sera del 22 giugno 1947, in S. Giuseppe Jato, irnmediatamente dopo la esecuzione del delitto di cui sopra, compiuto atti idonei diretti a cagionare la morte di Rizzo Benedetta, esplodendo contro di lei un colpo di mitra, producendole una lesione personale guarita in giorni 10;

il 21° (Passatempo Salvatore):

O. del delitto di cui all’art. 42 pp cp per avere, al fine di uccidere, mediante lancio di bombe a mano ed esplosione di raffiche di mitra contro la sezione del Partito comunista di Partinico, ponendo in pericolo la pubblica incolumità, cagionato la morte di: 1. Casarubbia Giuseppe fu Giuseppe; 2. Lo Iacono Vincenzo di Francesco; e lesioni personali a: 1. Petti Salvatore, guarite in mesi quattro con residuale indebolimento permamente dell’arto superiore sinistro; 2. Addamo Leonardo, guarite in mesi quattro con residuale indebolimento permanente della gamba destra; 3. Salvia Giuseppe, guarite in gg.10 con residuale indebolimento permanente della mano sinistra; 4. Ofria Gaspare, produttive di malattia probabilmente insanabaile;

il 7°, 16°, 17°, 22°, 23°, 24°, 25°, 26°, 27°, 30°:

P. di correità ai sensi degli art. 110, 112 n. 1 c. p. per aver partecipato alla riunione indetta dal 25° (Sciortino Pasquale) in contrada “Testa di Corsa” di Montelepre la sera del 20 giugno 1947 dove vennero decise e organizzate le stragi ed il danneggiamento di cui sopra e cioè rispettivamente a quelle stragi alle quali non presero parte quali esecutori materiali il 1° (Giuliano Salvatore) ancora:

Q. di correità morale in tutte le stragi ed i danneggiamenti di cui sopra per avere determinato gli altri a commetterli;

il 1°, 6°, 10°, 11°, 12°, 13°, 17° dal 21° al 30° e il 32°:

R. del delitto di cui all’art. 2 capov. DLL 10 maggio 1945 n. 234 per aver partecipato ad una banda armata con l’aggravante per il 1° (Giuliano Salvatore) di esserne il capo e l’organizzatore;

S. del delitto di cui all’art.3 capov. DLL 10 maggio 1945 n. 234 per aver detenuto armi da guerra (moschetti, mitra e bombe a mano) e munizioni dopo la scadenza del termine per la consegna; reati accertati il 22 giugno 1947;

dichiarò di non doversi procedere: a) contro Badalamenti Francesco, Taormina Angelo, Pianello Giuseppe, Pianello Fedele e Mazzola Federico deceduti nelle more della istruttoria per estinzione dei reati agli stessi ascritti a causa di morte degli imputati; b) contro Pisciotta Salvatore, Abate Francesco, Troia Giuseppe, Romano Salvatore, Marino Elia, Grigoli Pietro per non aver commessi fatti loro ascritti; c) contro Madonia Castrenze per tutti i reati di cui sopra e contro Di Lorenzo Giuseppe in ordine ai reati: di strage consumata a Portella della Ginestra, di partecipazione a banda armata e di detenzione di armi e munizioni da guerra, accertati il 1° maggio 1947, nonché di sequestro di persona in pregiudizio di Fusco, Sirch­ia, Riolo e Cuccia per insufficienza di prove; d) contro “Totò u Rizzu”, “Zio Mommo” da Partinico, e Sapienza Francesco, inteso “U figghiu du zù Iachino” non meglio identificato perché rimasti ignoti.

Osservò la Sezione istruttoria, a fondamento della sua decisione di rinvio a giudizio, che le tardive ritrattazioni, frutto di riflessione e di consiglio negli ambienti carcerari, non potevano spiegare rilevanza alcuna agli effetti di togliere efficacia alla prova, costituita da libere e spontanee confessioni giudiziali e da concordanti chiamate in correità; che la manifesta compiacenza dei testimoni addotti a discolpa, giustificata dalla ineluttabile necessità di deporre nel senso voluto dai favoreggiatori della banda, numerosi nelle zone di Montelepre e di Partinico, privava gli alibi di qualsiasi attendibilità; e rilevò, a giustificazione della pronuncia di proscioglimento nei confronti di Madonia Castrenze e di Di Lorenzo Giuseppe, che le propalazioni stragiudiziali di Corrao Remo, per l’uno, e di Russo Angelo e Mazzola Vito, per l’altro, non erano state giudizialmente confermate e non trovavano elementi di riscontro nelle altre risultanze.

Su richiesta del Procuratore generale presso la Corte di Appello di Palermo, la Suprema Corte di Cassazione, con provvedimento 2 febbraio 1949, rimise il giudizio alla Corte di Assise di Viterbo per gravi motivi di ordine pubblico e per legittimo sospetto.

44

Nonostante che le forze di polizia avessero perseverato con abnegzione e con coraggio nella lotta contro la banda Giuliano – la madre del capo bandito e le sorelle Marianna e Giuseppina furono arrestate (V/6°, 733), numerosi favoreggiatori monteleprini, oltre un centinaio, furono inviati via via al confino di polizia (Z/3°, 359 e segg.), taluni componenti della banda furono catturati, al­tri, come Badalamenti Francesco, Passatempo Giuseppe, Sciortino Giuseppe, vennero uccisi in conflitto e non pochi furono i conflitti a fuoco impegnati con i banditi per annientarli – Giuliano Salvatore era riuscito a rendersi, ogni volta, invulnerabile e irraggiungibile, persistendo in un’attività criminosa sempre più grave ed inquietante, particolarmente accentuata contro le forze di polizia.

Negli anni 1948-49 la banda, pur progressivamente decimata, compì ben 62 imprese delittuose, delle quali, per quel che interessa la presente indagine, giova menzionare l’omicidio del cara­biniere Esposito, il duplice omicidio dei coniugi Frisella, il conflitto a fuoco in contrada Timpone di Montelepre, la strage di Bellolampo.

I. La mattina del 1° maggio 1948 Giuliano Salvatore, Genovese Giovanni, Genovese Giuseppe, Badalamenti Nunzio e Di Maggio Tommaso sorpresi in contrada Calcerame da una pattuglia di carabinieri del Nucleo di Montelepre che batteva la zona, si posero in salvo facendo uso delle armi e dandosi a precipitosa fuga: il carabiniere Esposito Giuseppe rimase ferito e morì in conseguenza delle lesioni riportate. Sul luogo del delitto fu rinvenuto un quaderno abbandonato dal Giuliano nella fuga, contenente esercitazioni di lingua inglese ed altre annotazioni, tra cui, a pag. 42, la indicazione dei seguenti nomi: “Di Lorenzo, Pretti, 2 Bamminelli, Bamminello Giuseppe, 2 Tinervia, Terranova, Cristiano, Rivirsino, 2 Giacomo, Abate, Canale, Marano, Cusumano, Giloso, Pasqualino, Di Luca (il nome è cancellato); Mamanello (cancellato), Santantonio, Santarosalia”. I nomi “Santantonio” e “Santarosalia” sono preceduti da una crocetta (+); una lineetta (‑) segue il nome “Terranova”; una grossa virgola segue il nome Abate; nessun segno segue o precede i nomi “Canale” e “Giloso”; una crocetta segue tutti gli altri nomi (Z/6°, 763; V/4°, 504).

II. Frisella Bernardo, barbiere, da Montelepre, aveva osato affermare apertamente nella sua bottega che era ormai tempo che il Giuliano ed i suoi accoliti la finissero: queste parole erano bastate perché il capo bandito ne decretasse la morte quale spia e Terranova “Cacaova”, Palma Francesco, Mannino Frank, Candela Rosario accettassero di eseguire l’ordine di ucciderlo. La sera del 3 agosto 1948 costoro mossero da Sagana per Montelepre e fe­cero sosta a “Portadinella”; quivi, rivedendo il piano di azione, contrariamente agli ordini del Giuliano, il Terranova – secondo egli stesso ebbe a confessare il 28 novembre 1949 ai CC. – decise di compiere il delitto soltanto con il Mannino ed il Palma Abate, e lasciati gli altri in attesa, si portò insieme con loro nella via principale del paese dove il Frisella aveva l’esecizio e l’abitazione. Questi, si tratteneva con la moglie, Amato Rosaria, da­vanti alla porta del suo locale e, come i banditi gli furono da presso, il Palma Abate con una raffica di mitra colpì in pieno entrambi e li uccise.

III. La mattina del 15 ottobre l948, in contrada “Timpone” di Montelepre, Terranova Antonino, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Palma Abate Francesco, Motisi Francesco Paolo, Candela Rosario e Pizzo Mariano da Custonaci, tutti latitanti, mentre si rifocillavano nella casa colonica del padre del Candela, furono quasi interamente circondati dalle forze di polizia e, per sottrarsi alla cattura, impegnarono un aspro conflitto a fuoco riuscendo a fuggire ed a riparare in contrada “Cortiglia” di Giardinello, donde in seguito si portarono a Castellammare del Golfo per espatriare clandestinamente in Tunisia.

Ed in effetti, meno il Pizzo Mariano che restò in Sicilia, essi, cui si unì pure Cucinella Antonino, partirono la notte del 7 dicembre 1948 a bordo di un motopeschereccio procurato a nolo, per un milione e duecentomila lire, da Milazzo Salvatore, nativo di Castellammare, che espatriò con loro.

IV. Il 19 agosto 1949 il Giuliano – che, nella sua bieca criminalità, aveva carezzato in passato l’idea, per come ebbe a testimoniare il ten. col. Paolantonio (V/6°, 723), di uccidere un uomo che gli somigliasse, di rivestirlo dei suoi panni, di sfigurarlo nel viso perché l’inganno fosse più sicuro, di porlo in un luogo preventivamente disseminato di ordigni esplosivi e di far diffondere la voce che Giuliano era stato ucciso per il gusto sadico di far saltare in aria, dilaniate dagli esplosivi, le autorità che da Palermo sarebbero convenute a constatarne la morte – preordinò e mise in atto uno dei suoi più ripugnanti delitti: simulando un attacco alla caserma dei CC. di Bellolampo, provocò l’arrivo da Palermo di un’autocolonna di soccorso e quando, dopo un vano rastrellamento della zona, l’autocolonna riprese la via del ritorno, fece collocare sul piano stradale, in località Castellana del Passo di Rigano, una potente mina che, esplosa al passaggio di uno degli automezzi, cagionò la morte di sei militari della Arma dei CC. ed il ferimento di altri undici.

Al Messana ed al Coglitore erano succeduti nella direzione dell’Ispettorato generale di PS per la Sicilia, gli ispettori Modica, Spanò e Verdiani il quale ultimo subentrò in carica nel febbraio 1949.

Dopo la strage di Bellolampo l’Ispettorato generale di PS per la Sicilia fu sciolto ed in luogo di esso venne istituito il Comando Forze Repressione Banditismo (CFRB), a capo del quale fu posto il Colonnello dei Carabinieri Ugo Luca.

45

Successivamente alla sentenza di rinvio a giudizio furono tratti in arresto altri imputati. Il 19 gennaio 1949 vennero arrestati in Carini i fratelli Giuseppe e Giovanni Genovese.

I. In relazione ai fatti di Portella della Ginestra Genovese Giuseppe fu parco di parole. Interrogato dai carabinieri il 22 gennaio 1949, asserì semplicemente che il Giuliano aveva invitato tanto lui quanto suo fratello, a prendere parte all’impresa, ma né lui né il fratello avevano aderito alla proposta: il 1° maggio 1947 sia lui che il fratello Giovanni si trovavano in contrada Saraceno con il bestiame bovino (Z/1°, 60).

Ed ancor più cauto e prudente fu il 12 febbraio 1949 dinanzi al giudice istruttore che, interrogandolo in merito alla sua appartenenza alla banda, accennò anche all’addebito di correità nei fatti suddetti: “non è affatto vero – rispose – che ho partecipato all’eccidio di Portella della Ginestra, in merito mi difenderò quando mi sarà contestata l’imputazione relativa” (Vol. E proc. pen. per banda armata, fol. 122‑23).

Giova tuttavia notare che in tale interrogatorio Genovese Giuseppe ammise di avere avuto, unitamente al fratello Giovanni, continui contatti con i componenti della banda e rese dichiarazioni giudiziali di notevole rilievo.

Egli disse: a) che, avendo entrambi conosciuto Sciortino Pasquale durante i fatti dell’EVIS, sapendolo danaroso, gli avevano chiesto ed avevano ottenuto in gabella un centinaio di pecore: cotesto rapporto iniziato nell’ottobre 1945 era poi cessato nell’agosto 1946 perché “gli affari andavano male”; b) che, durante il tempo in cui le contrade di Montelepre erano infestate dalla delinquenza, aveva avuto modo di incontrarsi con vari componenti della banda: Giuliano Salvatore, Ferreri Salvatore inteso “Fra diavolo”, Sciortino Pasquale, Badalamenti Giuseppe, i fratelli Passatempo, Terranova Antonino “Cacaova”, Candela Rosario “Cacagrossu”, in genere con tutti i latitanti suoi compaesani. c) che, trascorrendo la loro vita in campagna, né lui né suo fratello potevano negare assistenza a costoro senza esporsi alle loro rappresaglie.

II. Genovese Giovanni si lasciò andare invece a rivelazioni estremamente interessanti. Ai carabinieri del Nucleo Mobile di Palermo, che lungamente l’interrogarono sull’attività della banda, dichiarò in data 20 gennaio 1949: 1. che una sera verso la fine di aprile 1947, per mezzo di Mazzola Vito, il Giuliano l’aveva convocato per la mattina dopo alla con­trada Saraceno; vi era andato e l’aveva trovato in compagnia di Ferreri Salvatore, detto “Fra diavolo”, e dei fratelli Giuseppe e Fedele Pianello; in presenza di costoro, il Giuliano gli aveva proposto di partecipare alla sparatoria che intendeva effettuare contro i comunisti a Portella della Cinestra il 1° maggio e, per convincerlo, gli aveva confidato di aver parlato con pezzi grossi della politica senza per altro farne i nomi i quali li avevano ‘‘promesso l’amnistia totale di tutti i delitti consumati dalla banda”: dalla operazione contro i comunisti dipendeva – a suo dire – la nostra libertà; aveva risposto che né lui, né suo fratello avrebbero collaborato a tale impresa e risentito per l’invito ricevuto gli aveva detto che doveva chiedere man forte a coloro con i quali aveva diviso il prezzo di riscatto del sequestrato Agnello; 2. che qualche giorno dopo, come in seguito aveva saputo, il Giuliano aveva riunito tutti i banditi alla contrada “Cippi” per invitarli ad incorporare nella banda nuovi elementi per l’impresa da attuare il 1° maggio a Portella della Ginestra: tanto lui, quanto il fratello non erano stati presenti, né avevano avuto invito ad intervenire alla riunione; 3. che il 1° maggio 1947, verso le ore 15, era andato, come di consueto da lui a ritirare la ricotta Caruso Francesco da Torretta il quale, presenti Cucchiara Antonino, Cucchiara Giuseppe, Di Ma­ria Giovanni, Cucchiara Paolo, Maniaci Salvatore, Crivello Antonino, Cucinella Salvatore e Pisciotta Domenico, parlando del più e del meno, aveva narrato di aver saputo che quella mattina erano stati ricoverati all’Ospedale della Feliciuzza una diecina di feriti a causa di un conflitto con i banditi a Portella della Ginestra; al che egli, temendo di essere accusato anche di tale delitto, aveva pregato i presenti dl testimoniare, occorrendo, che per tutto il giorno 1° maggio non si era allontanato dalla contrada “Saraceno”; 4. che verso la metà del giugno dello stesso anno si era incontra­to in località “Saraceno” col Giuliano il quale, non potendo ancora darsi pace pel suo rifiuto, l’aveva apostrofato: “che uomo sei, che malandrino sei, e così che vuoi vincere la battaglia?”; gli aveva risposto che “ non gli importava del suo giudizio e intendeva fare il bandito a modo suo”; 5. che qualche giorno dopo era venuto a conoscenza delle aggressioni contro le sezioni del Partito comunista, opera anch’essi della banda che, per agire nella stessa notte, si era divisa a piccoli gruppi (Z/1°, 161, 163).

Interrogato dal Giudice istruttore il 29 gennaio 1949 apportò a tali suoi detti sensibili modificazioni ed aggiunse nuove circostanze.

Dichiarò: a) che la mattina del 27 o del 28 aprile 1947 Giuliano Salvatore, Pianello Giuseppe, Pianello Fedele e Ferreri Salvatore erano andati a visitarlo in contrada “Saraceno”, si erano trattenuti in sua compagnia ed avevano mangiato con lui nella mandria; verso le 15 era sopraggiunto Sciortino Pasquale, latore di una lettera, il quale aveva chiamato in disparte il cognato, postisi a sedere a ridosso di una pietra, avevano letto la lettera e confabulato fra loro; egli non sapeva né la provenienza né il contenuto di quello scritto, ma pensava che fosse un docu­mento molto importante perché dopo averlo letto il Giuliano e lo Sciortino l’avevano bruciato con un cerino; fatto questo lo Sciortino era andato via; b) che allora il Giuliano gli aveva chiesto dove fosse fratello ed, appreso che si trovava in paese affetto da un foruncolo, aveva soggiunto: “è venuta la nostra ora della liberazione, bisogna fare un’azione contro i comunisti, bisogna andare a sparare contro di loro il 1° maggio a Portella della Ginestra”; egli aveva subito osservato ch’era un’azione indegna: si trattava di una festa popolare, cui avrebbero preso parte donne e bambini, e non doveva prendersela con le donne e i bambini, ma con Li Causi e gli altri capoccia e, così dicendo, aveva respinto la proposta; c) che presenti alla discussione erano stati il Ferreri ed il Pianello; il Giuliano era molto riservato, onde egli non chiese, né quello gli avrebbe detto: “chi aveva spronato lui ed il cognato ad organizzare la strage”; pensava, ma la sua era un’opinione personale non sorretta da alcuna prova, che vi fosse stato spinto da qualche partito politico; ignorava l’orientamento politico del Giuliano a quel tempo; poteva dire soltanto che in occasione delle elezioni del 18 aprile l948, avendogli chiesto consiglio circa il partito per cui dovesse votare, il Giuliano aveva risposto: “per la monarchia”; aveva saputo poi che le donne di casa Giuliano facevano propaganda per la monarchia; quelle di casa sua votarono invece per la Democrazia cristiana; d) che nulla sapeva della riunione avvenuta a Cippi essendosi disinteressato di quanto il Giuliano aveva animo di compiere; il 1° maggio si era recato in contrada “Saraceno” presso la mandria allo scopo di crearsi un alibi poiché sapeva della strage che in quel giorno si doveva commettere.

Quindi ripetuto, in relazione all’alibi, il colloquio col Caruso, così come lo aveva narrato ai carabinieri, e precisato nel modo che segue l’appello rivolto ai presenti: “siatene testimoni che io sin da stamattina sono qui insieme a mio fratello nel caso che ci vogliono caricare questa situazione”, concluse asserendo di aver saputo successivamente che con il Giuliano erano andati a Portella della Ginestra il Ferreri, i fratelli Pianello, i fratelli Passatempo e di aver sentito dire che Terranova Antonino “Cacaova” e Mannino Frank “Lampo” non avevano voluto parteciparvi, ma nulla di certo poteva affermare al riguardo (P, 23, 25).

Pochi giorni dopo però, pur senza ritrattare l’episodio dello Sciortino e della lettera del quale non fece menzione, si espresse ancor diversamente: il 14 febbraio 1949, interrogato – in merito alla sua partecipazione alla banda Giuliano, tra l’altro, dichia­rò: “in ordine a quest’ultimo delitto (strage di Portella della Ginestra) fui invitato a parteciparvi verso il giorno 26 – 27 aprile 1947 da Giuliano Salvatore. Venne a trovarmi in contrada “Saraceno” di Montelepre assieme a Ferreri Salvatore e ai fratelli Pianello e mi disse (ero solo, mio fratello era andato in paese) che ormai voleva farla finita col comunismo e voleva cogliere l’occasione della tradizionale festa popolare di Portella della Ginestra, a cui ogni anno partecipano numerosi gli elementi dei partiti di sinistra, per sparare su quella folla. Io feci rilevare che il gesto era inumano perché a quella festa accorrevano tra l’altro donne e bambini; il Giuliano contrariato si allontanò e da quel giorno si fece vedere più di rado”. Quando in seguito ritornò non mi fece più accenno alla cosa che io avevo appreso con disgusto lo stesso giorno, né io ritenni opportuno parlargliene” (Vol. E, proc. pen. per banda armata, fol. 125, 126).

III. Il 14 ottobre 1949 venne catturato nell’abitato di Palermo Cucinella Giuseppe dopo violento conflitto a fuoco con i carabinieri della squadra informativa del CFRB che aveva scovato il suo rifugio. All’atto dell’arresto era in possesso di vari milioni della cui provenienza non volle dare spiegazione (R, 156).

Il Cucinella era entrato nella banda Giuliano durante i moti insurrezionali dell’EVIS ed era stato tratto in arresto nel gennaio 1946 durante un rastrellamento nell’abitato di Montelepre; liberato pochi mesi dopo a seguito di amnistia, era tornato nella banda e, per la intensa criminalità di cui dette prova, nonché per l’assoluta fedeltà al capo bandito, assunse presto a posizione di primo piano come dirà Motisi Francesco Paolo nel suo interrogatorio giudiziale (T, 42), egli era a capo di una squadra di malfattori di cui facevano parte anche il fratello Antonino, squadra che, secondo il teste Paolantonio, era la più numerosa ed operava di solito nei pressi di Palermo, città nella quale il Cucinella conviveva con la prostituta Angela Burruano e dove gli era agevole occultarsi quando non si rifugiava nell’abitato o nelle campagne di Montelepre.

46

L’avventura tunisina del Terranova “Cacaova” e dei suoi compagni non ebbe l’epilogo sperato: Cucinella Antonino fu tratto in arresto dalla polizia francese lo stesso giorno dello sbarco, il 9 dicembre 1948; Pisciotta Francesco fu arrestato il 2 gennaio 1949. Terranova Antonino aveva acquistato a nome di Milazzo Salvatore, la cui presenza in Tunisia pareva fosse consentita dall’autorità francesi, una villa nei pressi di Tunisi, ma l’arresto del Pisciotta pose lui e gli altri in allarme e li indusse tutti a trasferirsi altrove: Palma Abate Francesco, Candela Rosario e Mannino Frank si rifugiarono nella legione straniera, il Terranova ed il Motisi si spinsero in Algeria con la speranza di trovarvi un più sicuro asilo, ma furono tratti in arresto entrambi il 10 maggio 1949.

Tutti gli arrestati vennero estradati e tradotti in Italia.

Pisciotta Francesco fu interrogato, in relazione ai fatti per cui era inquisito, prima dal Nucleo di Polizia Giudiziaria CC. del CFRB il 27 settembre 1949 e poi dal giudice istruttore, nelle carceri di Sciacca, il 5 novembre dello stesso anno.

Circa gli addebiti di cui si tratta, il Pisciotta, assumendo Terranova Antonino e tutti quelli del gruppo da costui capeggiato, del quale anch’egli faceva parte, si erano sempre rifiutati di commettere azioni che importassero spargimento di sangue ed escludendo la partecipazione propria e di tutti i componenti del gruppo stesso ai fatti di Portella della Ginestra, dichiarò al giudice istruttore: che “qualche giorno prima” della consumazione del delitto, trovandosi con Terranova Antonino, Mannino Frank, Palma Abate Francesco e Candela Rosario in località “Pernice”, aveva visto venire a bordo di una jeep un individuo non conosciuto prima che, disceso dalla macchina, si era diretto verso di loro e, chiamato in di­sparte il Terranova, aveva parlato con lui; quando se ne fu andato il Terranova li aveva informati che quegli era Corrao Remo, mandato dal Giuliano a chiamarli perché prendessero parte all’azione contro i comunisti a Portella, e che aveva pregato il Corrao di riferire al Giuliano di non averli visti: invero a tal proposito ricordava che un giorno Terranova Antonino gli aveva parlato del disegno del capo bandito, di sparare sopra i comunisti in Portella della Ginestra in occasione della festa del 1° maggio, e gli aveva palesato l’intenzione di non parteciparvi; che taluni di coloro cui tale delitto veniva attribuito erano certamente innocenti, quali i “fratelli Bastardone”, i ‘‘fratelli Cristiano” (ma uno solo era imputato) e ‘‘suo fratello Vincenzo” perché incapaci di commettere reati (T, 2‑3).

In base a queste dichiarazioni fu elevata imputazione di correità nel delitto di strage anche nei confronti di Corrao Remo che però, interrogato dal giudice istruttore il 9 dicembre 1949, nel manicomio giudiziario di Barcellona, dove trovavasi in osservazione per simulate manifestazioni di infermità di mente, negò il fatto disse: di non conoscere né Pisciotta Francesco, né Terranova Antonino, né Giuliano Salvatore e sottoscrisse il verbale firmandosi “Beneamino Raggio del Sole” (T, 24).

Giova notare che alla smentita piena del Corrao fece eco quella parziale di Terranova Antonino “Cacaova”, il quale, interrogato dal giudice istruttore, nelle carceri di Palermo, il 1° febbraio 1950, pur deducendo un alibi morale e temporale simile a quello dedotto dal Pisciotta, non confermò l’assunto di costui. Invero il Terranova, protestando la propria innocenza in relazione ai fatti oggetto del procedimento, dichiarò: che le azioni di sangue ripugnavano ai suoi sentimenti, non vi aveva mai partecipato e, proprio per sottrarsi alla esecuzione degli ordini impartiti dal Giuliano, di aggredire e di uccidere i carabinieri, aveva abbandonato la banda riparando con la sua squadra in Tunisia; che la vigilia del giorno in cui la strage fu consumata (cioè il 30 aprile), essendosi recato a “Pernice” unitamente a Pisciotta Francesco, Palma Abate Francesco, Mannino Frank e Sciortino Giuseppe, un tale Randazzo Salvatore di Antonino, da Montelepre, dimorante in quella località, li aveva avvertiti che, “poco prima” del loro arrivo, Pianello “Filippo” (cioè Fedele), venuto a bordo di un automezzo insieme ad altre due persone che non erano di Montelepre e non sapeva chi fossero, aveva lasciato per loro l’ordine del Giuliano di trovarsi “l’indomani mattina all’alba in contrada Portella della Ginestra di Piana degli Albanesi”; il Pianello non aveva detto, ed il Randazzo non aveva loro comunicato, il motivo di quella urgente convocazione, ma egli lo sapeva perché precedentemente il Giuliano gli aveva palesato “che era consuetudine che a Portella si riunissero ogni 1° maggio i comunisti per una festa campestre e che era sua intenzione di fare un’azione contro di loro; che, perciò, tanto lui, quanto gli elementi del suo gruppo, non volendo partecipare al delitto, avevano trasgredito gli ordini del capo bandito e non si erano recati a Portella: una ventina di giorni dopo, però, essendosi incontrato col Giuliano, aveva dovuto dargli conto del motivo per cui erano mancati all’appuntamento e si era giustificato col dire che, essendo arrivati a “Pernice” alle ore 5 del 1° maggio e solo allora avendo avuto notizia dell’ordine, non avevano potuto raggiungere tempestivamente il luogo stabilito; che il suo compare Pisciotta Francesco aveva forse mentito per non compromettere il contadino Randazzo Salvatore, del tutto estraneo alla banda: non era vero che avessero parlato con Corrao Remo, che egli neppure conosceva pur sapendo, per averlo appreso dal Giuliano che faceva parte della banda ed era un giovane intelligente, di assoluta fiducia; sentiva “il dovere” di manifestare la sua convinzione “che alcuni degli imputati” della strage di Portella fossero innocenti, precisamente: il cugino Terranova Antonino, i due fratelli Tinervia e tale Lo Cullo perché assolutamente estranei alla banda con la quale non avevano avuto mai alcun contatto, e Pisciotta Vincenzo perché, se Pisciotta Francesco si era rifiutato di aderire all’iniziativa del Giuliano, certamente aveva impedito al fratello minore di aderirvi; che dopo l’arresto dei suddetti giovani aveva esortato il Giuliano, dato che soleva talvolta ammettere pubblicamente la propria responsabilità nei conflitti a fuoco sostenuti con i carabinieri, a scrivere una lettera ai giornali per assumersi la responsabilità della strage di Portella della Ginestra e scagionare coloro che non vi avevano preso parte; ma il Giuliano si era rifiutato e – secondo lui – non già perché temesse di dare le prove della propria colpevolezza, bensì “perché si vergognava di riconoscersi autore di un’azione cosi nefanda e inumana”; che “per debito di coscienza” doveva ancora dire che alla strage di Portella avevano sicuramente partecipato Giuliano Salvatore, Ferreri Salvatore, Pisciotta Gaspare ed i fratelli Passatempo: ciò poteva affermare perché spesso incontrandosi ne avevano parla­to e poteva aggiungere che in una di cotesta occasioni aveva udito che il Ferreri e gli altri, discorrendo tra loro, dicevano “che il campiere di Strasatto (Emanuele Busellini) – che forse era un mafioso – non avrebbe potuto mai immaginare la fine che avrebbe fatto e dicevano che essi rientrando in gruppo da Portella avevano incontrato il detto campiere e che il Ferreri li aveva sparato mentre quello si avvicinava a loro sorridendo e con fare amichevole” (T, 32 – 35).

Randazzo Salvatore, sentito quale testimone il 27 febbraio 1950, non poté confermare l’assunto del Terranova: ricordava di aver visto a “Pernice”, dove coltivava un fondo a mezzadria, Terranova Antonino e Pisciotta Francesco “verso la fine di aprile 1947”; conosceva “Pianello Filippo” (cioè Fedele); però non ricordava la circostanza riferita dal Terranova; non conosceva Corrao Remo, né mai l’aveva visto (T, 39). Ma, subito dopo, tosto che fu messo a confronto col Terranova e questi gli ebbe ricordato: “tu ti trovavi alle case di “Pernice” quando sono venuto io, Mpompò, Vito Pagliusu, Mannino Frank e Palma Abate; ti abbiamo chiesto un po’ d’acqua che ci hai dato; quindi tu mi hai detto che era venuta una camionetta con Fifiddu Pianello ed altre due persone che non conoscevi e che il Pianello ti aveva incaricato di riferirmi che il Giuliano mi attendeva a Portella della Ginestra anzi al Giacalone, assieme a quelli del mio gruppo; io ti ho risposto: va bene”, riacquistò, a causa del particolare dell’acqua, come disse, limpida memoria dell’avvenimento e ricordò che l’appuntamento era per l’indomani al Giacalone.

Al che il Terranova, quasi allora si risovvenisse e non avesse menzionato lui la località “Giacalone” in luogo di Portella della Ginestra, incalzò: “sì è vero che tu mi hai detto di recarci al Giacalone dietro invito di Pianello ed in questo modifico il mio interrogatorio, perché neppure io so dove sia Portella della Ginestra ed il Giuliano sapendo tale fatto mi invitava al Giacalone contrada che conosco” (T, 40).

Ed anche Pisciotta Francesco, quando il 16 marzo 1950 ebbe conoscenza, a seguito di contestazione da parte del giudice istruttore, delle dichiarazioni fatte dal suo capo squadra Terranova si allineò, come poté, ai detti di costui senza tuttavia riuscirvi interamente.

Invero convenne subito sulla ambasceria fatta loro dal Randazzo per incarico di “Pianello Filippo” e di altri emissari non nominati, giunti a Pernice con una jeep, e chiarì anche di aver fatto il nome del Corrao, che neppure di vista conosceva, nel timore che il Randazzo, del tutto estraneo alla banda, potesse avere spiacevoli conseguenze; ma, diversamente dal Terranova, confermò che il colloquio col Randazzo era avvenuto “qualche giorno prima del 1° maggio 1947”, trovandosi a passare per Pernice, ed asserì: che non ricordava se il Randazzo avesse detto loro che il Pianello e gli altri emissari erano andati da lui “quella stessa mattina, oppure il giorno prima”, né se avesse riferito che l’appuntamento era “sulle montagne di Pioppo o su quelle del Giacalone”; che, non volendo partecipare all’azione che il Giuliano intendeva compiere a Portella della Ginestra, avevano dato incarico al Randazzo di riferire ai suddetti emissari, qualora fossero tornati, che non li aveva visti: di tale azione erano stati informati “giorni prima” dallo stesso Giuliano con cui lui e quelli del suo gruppo si erano incontrati, non ricordava più in quale zona; che in tanto aveva parlato di Corrao Remo, in quanto tal nome gli era stato fatto diversi giorni dopo la strage dallo stesso Pianello come quello di colui che l’aveva accompagnato in jeep a Pernice: tuttavia ignorava che facesse parte della banda Giuliano (T, 44 – 45).

Contro Randazzo Salvatore fu elevata imputazione di correità nella organizzazione della strage di Portella della Ginestra, per avere comunicato al gruppo dei banditi capeggiato dal Terranova l’ordine di convocazione a Giacalone, ed interrogato con mandato di cattura, pur non ritrattando l’ammissione fatta in sede di confronto con il Terranova, ne modificò due importanti circostanze: ricondusse l’avvenimento non più “al giorno precedente alla strage di Ginestra”, ma ad un giorno non precisato dell’aprile 1947; escluse che il Pianello, oltre che il luogo, gli avesse detto anche la data della convocazione (T, 98).

La difesa del Corrao presentò un numeroso testimoniale di alibi per dire che questi il 1° maggio 1947, verso le ore 10, era sceso da Monreale a Palermo con la sua jeep restituendosi a Monreale dopo circa due ore; e che verso le ore 12,30 aveva con detta sua macchina condotto il sindaco dott. Mammino e certo Piro a controllare gli apprestamenti per la corsa dei cavalli, corsa che si svolse a Monreale nel pomeriggio dello stesso giorno ed in quello del giorno successivo per la festa del SS. Crocifisso; durante le corse poi, dalle 16.30 alle 19, aveva accompagnato i fantini dal luogo di arrivo a quello di partenza affinché par­tecipassero alle gare successive; e giova notare che tale discol­pa rimase provata.

Motisi Francesco Paolo fu interrogato dal giudice istruttore l’8 marzo 1950 (T, 41-43). Protestandosi innocente, egli dedusse l’alibi prospettato dal suo difensore, alibi che sapeva già convalidato dai testimoni escussi; e chiarì la sua condotta successiva spiegando di essersi dapprima reso irreperibile per sottrarsi a temute violenze da parte dei carabinieri che lo cercavano per catturarlo e di essersi affiliato alla banda, entrando a far parte del gruppo comandato da Terranova Antonino “Cacaova”, costrettovi con minaccia dal cognato Mannino Frank.

47

Facendo seguito al rapporto del 4 settembre 1947, n. 37, il Nucleo Informativo CC. del CFRB riferì all’autorità giudi­ziaria con rapporto 9 novembre 1949 che “Totò Rizzo”, indicato dall’imputato Di Lorenzo Giuseppe fra i partecipanti alla riunione tenutasi il 20 giugno 1947 a “Belvedere – Testa di Corsa”; doveva identificarsi in Ronzelli Gregorio di ignoti da Petralia Sottana, inteso “Totò u Rizzu”, perché allevato da certo Rizzo Filippo da Montelepre che faceva parte della squadra capeggiata da Cuci­nella Giuseppe e, tratto in arresto, aveva confessato vari delitti commessi in seno alla banda; e similmente informò che “zio Mommo da Partinico”, portato presente a Cippi da Terranova Antonino di Salvatore e dallo stesso descritto come un individuo dell’età di anni 30 circa, di corporatura robusta, di statura regolare, di colorito bruno, capelli neri e radi, viso butterato dal vaiolo, dentatura caratterizzata da due incisivi di metallo bianco, doveva identificarsi nella persona di certo Rizzo Girolamo di Agostino e di Randazzo Maria, nato a Partinico l’8 maggio 1901, domiciliato a Palermo, commerciante, emigrato clandestinamente in Tunisia.

Pertanto fu proceduto penalmente anche contro costoro ed, in esito ai risultati della formale istruttoria, la Sezione istruttoria presso la Corte di Appello di Palermo con sentenza 13 luglio 1950, su conforme requisitoria del PM, dichiarato, di non doversi procedere per non aver commesso il fatto contro Randazzo Salvatore e Ronzelli Gregorio, ordinò il rinvio di Corrao Remo e Rizzo Giro­lamo al giudizio della Corte di Assise di Palermo per rispondere dei reati di partecipazione a banda armata, di detenzione abusiva di armi e munizioni da guerra, di concorso nella strage di Por­tella della Ginestra.

Quanto al Ronzelli la Sezione istruttoria ritenne che nessun elemento consentisse di stabilire la sua identità con l’individuo indicato col soprannome di “Totò Rizzo”, tanto più che a Montelepre egli era conosciuto per “Peppino u Rizzo”; e, quanto al Randazzo, che dall’unico elemento costituito dalla esecuzione dell’incarico datogli dal Pianello, del quale, per altro, ignorava lo scopo, non potesse dedursi una sua convivenza con i banditi, essendo verosimile che a ciò si fosse indotto per non esporsi a rappresaglie di individui assai pericolosi. Nei confronti del Rizzo rilevò che, stante la precisione e la corrispondenza dei dati somatici forniti dal Terranova contestualmente alla chiamata in correità, mantenuta in un primo tempo anche nelle dichiarazioni giudiziali, non sussisteva motivo per disattendere l’accusa; e nei confronti del Corrao osservò che numerosi elementi concorrevano a dimostrare l’appartenenza alla banda armata del Giuliano e la partecipazione all’organizzazione della strage, quali: a) l’incarico di fiducia, affidatogli dal Giuliano alla vigilia del delitto, di portare, servendosi della propria jeep, l’ordine di radunata ai gruppi di banditi che per necessità tattiche soggiornavano in punti diversi, onde lo si trova a “Pernice” per portare insieme con Pianello Fedele, inteso “Filippo”, l’ordine di convocazione al gruppo Terranova; b) la irrilevanza della prova di alibi, perché il carico che gli si fa non è di avere partecipato materialmente alla strage, ma “di avere alla vigilia di essa portato l’ordine di radunata ai gruppi sparsi, mandato che fu in grado di assolvere non gravando sino allora a suo carico alcun sospetto, da parte della polizia, di appartenenza alla banda e disponendo di un mezzo celere; e, per non pregiudicare questa sua prerogativa di persona non sospettata, egli la mattina del 1° maggio è a Monreale ed a Palermo facendosi notare in giro col suo automezzo”. (T, 158).

Sennonché, in contrasto con tale motivazione, il Corrao fu col dispositivo della sentenza fu rinviato a giudizio per avere, in concorso con gli altri imputati, esploso, a fine di uccidere, diversi colpi di arma da fuoco sulla folla convenuta il 1° maggio in contrada Portella della Ginestra ponendo in pericolo la pubblica incolumità e cagionando la morte di varie persone, nonché il ferimento di altre, cioè per correità nella esecuzione del delitto di strage.

Su richiesta del Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Palermo, la Suprema Corte di Cassazione, con provvedimento 3 novembre 1950, rimise anche questo giudizio alla Corte di Assise di Viterbo per motivi di ordine pubblico e per legittimo sospetto.

(continua)


[1] Estremi di archiviazione: N. 35/54 del reg. gen. E N. 29 del reg. inserz. sentenze

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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