Col crepitare dei mitra ancora nelle orecchie

COL CREPITARE DEI MITRA

ANCORA NELLE ORECCHIE

I mortaretti della ‘festa’

Quel giorno ebbe inizio come le feste dei santi patroni nelle ricorrenze che si celebrano nei paesi della Sicilia, quando anche l’aria è pervasa dall’attesa e improvvisamente i mortaretti rompono il torpore del sonno, annunciano all’alba il giorno che viene, col suo carico di preparativi, di speranze e di riti. Ma allora non c’erano santi da commemorare e il dio che si festeggiava era un dio pagano, al cui potere misterioso si dovevano immolare vittime innocenti utili a placare l’ira di quella nuova e antica divinità turbata dalla sua stessa anima in pena. A destarla fu forse una semplice consuetudine avviata al tempo dei fasci dei lavoratori da un medico di Piana degli Albanesi che nel 1893 era stato più volte arrestato per difendere libertà e socialismo dai vizi antichi di re e ricchi. Era Nicolò Barbato, apostolo della libertà, simbolo delle aspirazioni di quell’antica colonia del ‘400, fondata dal condottiero albanese Scandeberg e divenuta, assieme alla Corleone di Bernardino Verro, una delle capitali delle lotte dei lavoratori nei latifondi. Fu quest’ansia, quest’anelito, mentre nasceva la Repubblica, a trasformare Portella della Ginestra nel tempio del sacrificio.

un momento dei funerali

un momento dei funerali

Processioni informali d’intere famiglie si erano cominciate a snodare da San Giuseppe Jato, San Cipirello, Piana degli Albanesi, già dalle prime ore del mattino, quando a piedi, con i muli e i carretti, le bandiere rosse e quelle bianco-rosso-verde dell’Italia, contadini e artigiani, poveri e benestanti, giornalieri e mezzadri, si erano partiti dai loro paesi a valle, per risalire, attraverso antichi sentieri percorsi nel tempo, fino alla ‘Ginestra’ (a Jnestra, come la chiamavano quelle popolazioni), al ‘sasso’ di Barbato. Da qui il medico pianese dell’’800, soleva parlare ai convenuti, predicando i diritti dei lavoratori. Anche quella mattina del 1° maggio 1947 la folla si era radunata in quel pianoro, per sentire parlare dei diritti calpestati dal fascismo e della nuova Italia democratica che a fatica si stava costruendo. Mentre gli oratori ufficiali tardavano ad arrivare aveva preso la parola, per intrattenere la folla, un calzolaio di San Giuseppe Jato, segretario della locale sezione socialista. Aveva parlato per alcuni minuti quando si udirono gli spari di alcuni mortaretti. Molti applaudirono pensando trattarsi dell’inizio di una festa popolare ma ben presto la loro allegria si tramutò in tragedia. Prima cominciarono a cadere i muli che con i carretti facevano da siepe, come negli accampamenti indiani, poi, uno dopo l’altro, caddero i contadini, i bambini, le madri.

Per quella strage senza precedenti (undici morti e ventisette feriti) le sentenze di Viterbo (1952) e di Roma (1956) condannarono gli uomini di Salvatore Giuliano, un ragazzo che a vent’anni aveva ucciso, forse per difesa personale, il carabiniere Antonio Mancino, tenendo a battesimo così l’8 settembre ’43 e prendendo la via delle montagne. Solo che in Sicilia non c’erano schieramenti nemici da combattere e le truppe alleate, già da un paio di mesi, avevano invaso l’isola cacciando fascisti e tedeschi.

L’analisi delle deposizioni rese all’epoca dai testimoni, l’acquisizione di nuove documentazioni medico–legali, ricerche archivistiche condotte in Italia e all’estero, consentono ora di mettere in discussione la versione ufficiale dei fatti. Una soluzione comoda che, a strage compiuta, chiudeva immediatamente ogni indagine, ogni dibattito.

Nelle settimane e nei giorni successivi all’eccidio, numerose persone (tra queste, i quattro cacciatori catturati dalla banda Giuliano sui roccioni del Pelavet, quella stessa mattina di fuoco) rilasciarono agli inquirenti dettagliate testimonianze sulla dinamica della sparatoria. Ma i giudici di Viterbo non ne tennero conto[1]. Eppure non ne avrebbero dovuto fare a meno considerando che esse erano state tutte concordi e univoche su alcuni aspetti essenziali della dinamica dei fatti e cioè l’accerchiamento della folla e l’uso di armi solitamente non in possesso della criminalità comune (ad esempio le granate).

Ascoltiamo, allora, questi testimoni perché ci aiutano a capire. Vincenzo Petrotta, 46 anni, segretario del Pci di Piana, agricoltore, a meno di ventiquattro ore dall’eccidio, dichiara al Procuratore della Repubblica di Palermo, dott. Rosario Miceli:

A un certo momento, vidi che dall’altra montagna Cometa, che trovasi di fronte a quella della Pizzuta, una trentina di uomini si muovevano e sparavano pure. […] Posso assicurare che tanto dalla montagna Pizzuta che dalla Cometa sparavano con le mitragliatrici. Sentii inoltre che si sparava pure con mitragliatrici da un terzo posto e cioè dalle falde della stessa montagna Cometa, che digradano verso la galleria non molto lungi dalla diga del lago. […] So che due ragazzi di San Giuseppe Iato, che erano venuti insieme ieri con gli altri, videro nei pressi della galleria, di cui sopra ho fatto cenno, due persone che portavano addosso una mitragliatrice ciascuna. Essi erano stati allontanati dalla diga, verso cui erano diretti, da un uomo in maniche di camicia e con baffi che, qualificandosi per custode, aveva detto che in quei pressi non si poteva stare.[2]

Il 3 maggio 1947, Giacomo Schirò, 39 anni, segretario della sezione socialista di San Giuseppe Iato, calzolaio, dice:

[…] avevo appena dato inizio al mio dire, e credo avevo parlato per circa dieci minuti, quando incominciò un crepitìo di colpi. Qualcuno si impaurì, ma altri disse: ‘Non temete, saranno spari di mortaretti’. […] Percepii anche che si sparava non solo dal costone della montagna Pizzuta, ma anche da un punto opposto, e precisamente dalla montagna Cometa. Infatti, oggi stesso, ritornato sul posto, ho potuto constatare che si vedono tracce di proiettili sulle pietre opposte la montagna Cometa. […] Ritengo che i primi colpi non produssero vittime perché il tiro non era aggiustato, mentre quando fu aggiustato cominciarono ad aversi morti e feriti. Ciò spiega perché da principio si riteneva trattarsi di fuoco di mortaretti. […] Pochi giorni fa hanno sparso la voce che gli americani erano sbarcati in Sicilia e che avrebbero fatto piazza pulita di tutti gli appartenenti al Blocco del Popolo.

In quello stesso giorno fu ascoltato Giuseppe Di Lorenzo, 32 anni, segretario della locale Camera del Lavoro, muratore:

Debbo ancora far rilevare che i colpi non venivano sparati soltanto dalla montagna Pizzuta, ma doveva esserci un appostamento in un sito opposto donde si sparò pure sulla folla, perché io ho constatato tracce di proiettili sulle pietre del poggetto, e precisamente su quelle opposte alla montagna della Pizzuta. […] Una donna di cui sconosco il nome, ma che posso ora rintracciare, mi disse che da parte di un’altra donna, moglie di un borgese a nome Balestreri Domenico, la mattina del 1° maggio mentre si avviava alla Ginestra, ricevette questa intimidazione: ‘Oggi vi finirà bene la festa’.

Che non si fosse sparato soltanto dal Pelavet o che fossero state esplose delle granate, fu attestato anche da Giovanni Parrino, 42 anni, maresciallo dei Carabinieri di Piana degli Albanesi; Rosario Cusumano, 12 anni (fu sentito il 4 maggio); Anna Guzzetta, 46 anni, di San Giuseppe Iato; Vincenza Spataro, 48 anni, dello stesso comune; Nicolò Napoli, 48 anni; Menna Farace, 17 anni, contadino, che disse:

Ad un tratto abbiamo udito degli spari che provenivano dalle falde della Pizzuta. Ho guardato da quel lato ma non ho scorto nulla. Dapprima ho ritenuto trattarsi di mortaretti.

I mortaretti della festa. Se non fossero stati esplosi la dinamica della strage sarebbe stata diversa e diversi sarebbero stati i protagonisti. La banda Giuliano, infatti, nella sua storia di assalti alle caserme, ai tempi dell’Evis, non aveva fatto uso di esplosivi a distanza. I banditi di Montelepre non sapevano calcolare le parabole degli ordigni lanciati a centinaia di metri dai bersagli e non risultava neanche che avessero gli attrezzi adatti per compiere lanci ragguardevoli (500-600 metri). Del resto le dichiarazioni dei primi testimoni sono confermate, a distanza di cinquant’anni, dai testimoni ancora viventi: Maria Caldarera vide “la terra” aprirsi attorno a sé; Cristina La Rocca presenta all’esame radiografico una scheggia metallica di forma stellare nella zona toracica; Francesco La Puma ha un proiettile di mitra Beretta calibro 9 (l’arma di Fra’ Diavolo) conficcato ancora nel suo corpo; il maestro Schirò racconta di strani saluti in gergo non siciliano, di cui alcuni suoi amici erano stati fatti segno, ecc.

Ma non sono le armi e le circostanze contenute nel rapporto giudiziario del 4 settembre 1947, a firma dei marescialli dei Cc Giuseppe Calandra, Giovanni Lo Bianco e Santucci. Manca del tutto ogni riferimento ai lanciagranate o a strumenti simili, come i panzerfaust in dotazione a pochi gruppi paramilitari in Italia, ad esempio, i militi della Decima Mas. A questa organizzazione di Junio Valerio Borghese ci rimandano non solo le armi usate per la strage (moschetti 1891, e mitragliatore Breda mod. 30), tipiche del fascismo e di quei militi, ma la partecipazione stessa di alcuni siciliani e qualche monteleprino alla scuola di sabotaggio di Villa Grezzana di Campalto (Verona). Forse per questo il capobanda e i suoi uomini furono messi in evidenza sullo scenario del Pelavet. Tanto in evidenza che alcuni dei manifestanti ne sentirono il vociare tra i roccioni, o li videro addirittura spostarsi da un masso all’altro.

Non erano passate neanche ventiquattro ore dalla strage e cominciavano i misteri. Il primo lo sollevava l’ispettore capo di polizia in Sicilia, Ettore Messana, che scrisse subito essersi trattato di un episodio circoscritto, di carattere locale. La versione, come è noto, fu avallata dallo stesso ministro dell’Interno, il democristiano Mario Scelba, che, intervenendo quasi subito all’Assemblea Costituente, ribadì, quanto con un telegramma gli aveva comunicato l’ispettore. Erano cominciati gli intrighi di palazzo nelle cui maglie cadranno molte vittime. Si è calcolato, infatti, che i morti per coprire la strage possono considerarsi il doppio delle stesse vittime.

Il particolare delle granate, alle quali accennano in mezzo rigo, in una sentenza di quasi mille pagine, i giudici di Viterbo, è un aspetto centrale della strage e delle sue finalità immediate. L’uso di quegli ordigni (o come li chiamavano gli americani ‘bombe aeree simulate’), infatti, tendeva a disperdere la folla per meglio consentire ai commandos di pochi elementi, che provenivano dal basso e anche agli altri che si trovavano appostati tra i roccioni, di operare in modo mirato con maggiore possibilità di riuscita. Faceva parte delle procedure da manuale. Attaccare dei capi di un movimento all’interno di una folla di migliaia di persone, richiede competenza e un lungo addestramento.

Che l’obiettivo fosse disperdere la folla e attaccare i capi è fuori discussione. Se tutte quelle armi da guerra fossero state dirette fin dall’inizio, sulla folla, quella mattina si sarebbe avuta un’ecatombe. L’attacco si svolgeva in uno scenario concepito secondo un sistema di scatole cinesi. La banda di Giuliano era bene in vista (con un osservatorio ‘interno’ di quattro cacciatori avventuratisi quella mattina in direzione dei banditi e presi naturalmente sotto sequestro). Vi erano poi gli uomini ‘invisibili’ (i confidenti delle forze dell’ordine come Salvatore Ferreri, alias Fra’ Diavolo) che non dovevano spuntare neanche nel rapporto giudiziario, cioè nell’atto di accusa degli autori della strage; in ultimo vi erano coloro che le voci popolari, quella mattina di tragedia, additavano genericamente evocando azioni di violenza che sarebbero state compiute per conto degli ‘americani’.[3] A suggellare l’operazione o, meglio, l’affare che ne sarebbe derivato per molti, naturamente, c’erano anche i mafiosi. Non potevano mancare per questioni di semplice e intuitivo controllo della scena e del territorio. I boss locali stavano giocando una loro partita e non potevano consentire che altri la gestissero senza di loro. Insomma Portella fu come un tavolo da gioco per giocatori raffinati; non ci si poteva esimere dall’accettare la partita.

I caduti e i feriti

Il numero più alto di vittime si ebbe tra coloro che si erano collocati più vicini al podio, verso il quale vi era stata una vera e propria convergenza di tiro.

Il maresciallo Parrino era a pochi metri dal punto in cui s’era messo a parlare l’oratore. Vide cadere accanto a sè Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, e Giovanni Megna. All’incredulità e al terrore collettivo seguì un fuggi fuggi generale, tra urla di disperazione, di madri che chiamavano i figli, di persone che cercavano un riparo nelle scarpate o nei cunettoni dello stradale, o dietro qualche roccia. Giovanni Grifò, 12 anni, di San Giuseppe Jato, era andato a comprare delle nespole nei mercatini improvvisati dalle Camere del Lavoro; fece in tempo a raggiungere la madre per dirle che era stato colpito al fianco destro da un proiettile. Venne adagiato, con gli altri feriti, su un carro e quindi trasportato nel suo paese, e poi a Palermo, dove morì in ospedale[4] il 15 maggio. Sorte analoga toccò ad altri suoi compaesani: Vincenza La Fata, una bambina di 9 anni, che morì sul colpo, Giuseppe Di Maggio, 13 anni, Filippo Di Salvo, 48 anni (morirà, dopo atroci sofferenze, il successivo 11 giugno). Si contavano, poi, gli altri morti, di Piana degli Albanesi: Francesco Vicari, Castrenze Intravaia, un ragazzo di 18 anni, Serafino Lascari, Vito Allotta di 19 anni. Undici morti.

Sul terreno restavano ancora ferite 27 persone: Giorgio Caldarella che perdeva la funzionalità dell’arto inferiore destro, Giorgio Mileto, Antonio Palumbo, Salvatore Invernale, Francesco La Puma, Damiano Petta, Salvatore Caruso (che resterà invalido a vita), Giuseppe Muscarella, Eleonora Moschetto, Salvatore Marino, Alfonso Di Corrado, Giuseppe Fratello, Pietro Schirò, Provvidenza Greco (che perderà l’uso della vista e della parola), Cristina La Rocca, Marco Italiano, Maria Vicari, Salvatore Renna (ferite anche per lui invalidanti), Maria Calderara, Ettore Fortuna (che sarà costretto a rimanere per sei mesi a letto, con postumi invalidanti), Vincenza Spina, Giuseppe Parrino, Gaspare Pardo, Antonina Caiola, Castrenze Ricotta, Francesca Di Lorenzo, Gaetano Modica. Tutti, con una pietosa opera di volontariato, nei modi più improvvisati furono condotti ai loro paesi di origine per ricevere i primi soccorsi, e da qui, poi, con mezzi di fortuna o autocorriere a disposizione sul posto, furono trasportati all’ospedale della Filiciuzza di Palermo, dove giunsero nel primo pomeriggio. Nessun ospedale fece partire le sue ambulanze, nessun medico si sentì in dovere di recarsi sul posto per dare i primi soccorsi..

Le ricognizioni

Una prima ispezione fra i roccioni fu operata dal capitano dell’esercito Ragusa, lo stesso pomeriggio del 1 maggio. La prima domanda era d’obbligo: che armi si erano usate? La verifica fu fatta da graduati dell’artiglieria di Palermo, che per l’occasione spararono, dal punto in cui si erano trovate le tracce delle postazioni di armi automatiche, in direzione del podio (480 metri), usando 1 fucile mitragliatore Breda mod. 30, 4 moschetti mod. 91, 1 mitra americano, 1 mitra Beretta mod. 1938/A a canna lunga. Ma ci si sarebbe dovuti chiedere, però, e non risulta dagli atti processuali che qualcuno se lo sia chiesto, come mai si era potuta registrare una grande varietà di armi, quando i quattro cacciatori presi in ostaggio, ebbero a dichiarare, al contrario, che, per tutte le ore in cui restarono sequestrati, essi avevano visto “dodici individui armati di moschetto militare e di un fucile mitragliatore, avvolto in una coperta e portato a spalla”. Evidentemente non c’erano state solo le undici postazioni di tiro individuate.

Il militare potè raccogliere ben oltre 800 bossoli e desumere, dai punti in cui erano stati in gran parte trovati, che le persone che avevano sparato erano 8[5]. Era stato preceduto, quel pomeriggio, da Giovanni Parrino (immediatamente avvisato dal Caiola in mattinata), dal maggiore Angrisani, e dai commissari Guarino e Frascolla. Il più tempestivo era stato il maresciallo Calabrò della stazione dei carabinieri di San Cipirello, solerte quanto qualche altro graduato della vicina stazione di San Giuseppe: si erano messi a raccogliere bossoli, senza nessun coordinamento, e senza che nessuno abbia mai saputo a quali armi si riferivano e dove e quando fossero stati repertati e conservati e soprattutto da quali posti fossero stati prelevati. Fatto che non esimeva, però, il Parrino dal dichiarare, davanti al giudice, che “i bossoli rinvenuti dal Ragusa [erano] diversi da quelli rinvenuti dai carabinieri del nucleo e della stazione di S.Giuseppe Jato e di S. Cipirello”[6].

Sul luogo, dopo le prime ricognizioni, furono trovati complessivamente oltre mille bossoli, non tutti repertati, e non contando quelli che erano andati a finire nei crepacci della montagna, o che non furono mai trovati per altre ragioni. Dirà l’Angrisani ai giudici: “Ricordo che furono rinvenuti caricatori di fucile mitragliatore e di armi automatiche italiane, senza trovare i relativi bossoli. La qual cosa mi fece supporre che quelli che spararono raccolsero poi i bossoli”[7]. E’ più ragionevole pensare che siano stati altri a svolgere questo delicato compito. Erano entrati in funzione fucili italiani, tedeschi e americani, armi di grande potere balistico, mitra e mitraglie. Una massa di fuoco imponente. Le stesse forze dell’ordine capirono immediatamente che, oltre alla banda, c’erano stati altri tiratori[8]. Conoscevano bene i personaggi, e sapevano che non avevano potuto agire da soli. Lo stesso Paolantonio dirà: “Ordinariamente, Giuliano, quando doveva compiere un’azione in grande stile, cercava di neutralizzare le caserme dei carabinieri, e perciò non è da escludersi che oltre coloro che spararono a Portella vi siano state delle pattuglie di protezione in vari posti”[9]. Ma non tutto quel potenziale di morte fu scaricato sulla folla. I primi colpi, come asserivano i testimoni (ad esempio, Leonardo Di Maggio)[10], furono sparati in aria, servirono a fare disperdere la folla. Dirà Giovanni Parrino, che da carabiniere dovette assistere impotente alla tragedia:

D.R.: La sparatoria durò circa venti minuti.

D.R.: Ebbi la sensazione che delle pallottole mi lambissero quasi le spalle; data la posizione in cui mi trovavo e dati i luoghi non potevano che provenire dalla Pizzuta.

D.R.: Se i primi colpi sparati avessero avuto la direzione e la prensione che ebbero gli ultimi, lì a Portella si sarebbe avuto un secondo cimitero di Piana.

D.R.: I primi colpi non furono neppure da me avvertiti o almeno non li intesi passare sulla testa e quindi penso che avessero avuto una direzione verso l’alto.

D.R.: Non posso dare spiegazione come mai i primi colpi non avessero raggiunto il podio, perchè era naturale che si volessero colpire quelli che erano attorno al podio che dovevano essere le autorità. [11]

Giuliano aveva adoperato il mitragliatore Breda 30 cal. 6,5; la maggioranza della banda il moschetto militare mod. 91 cal. 6,5, qualcuno la carabina americana cal. 7,6, o il mitra corto Thompson. Ma si era fatto ricorso anche ad armi che non erano solitamente in dotazione alla banda, quali il fucile a ripetizione Enfield, il fucile mitragliatore Bren, il moschetto automatico mitra Beretta cal. 9. Sette tipi di armi diverse, in tutto. Ad esse dovevano essere aggiunte quelle usate dal versante del Kumeta, e le altre che avevano sparato dalle postazioni disseminate, che nessuno identificò mai per il semplice fatto che nessuno si prese la briga di effettuare un’analisi dettagliata su tutto il terreno di Portella, nel raggio di almeno 500 metri attorno al podio. In ogni caso, la superficialità nell’espletamento delle ricognizioni è dimostrata dalle contraddittorie relazioni degli ufficiali che se ne occuparono. Queste, unitamente a molto altro materiale documentario sulla responsabilità di gruppi neofascisti legati alla banda Giuliano, costituiscono oggi oggetto di una precisa richiesta di riapertura di indagini. Ma la Procura della Repubblica di Palermo, da quest’orecchio non sembra ci senta bene. A differenza dei morti che ancora gridano.

(Giuseppe Casarrubea)


[1] Cfr. Giuseppe Casarrubea (a cura di), Portella della Ginestra 50 anni dopo: Documenti, volume II, Caltanissetta – Roma, Salvatore Sciascia editore, 1999, pp. 29 – 66, allegato n. 4

[2] Le testimonianze riportate in questo paragrafo sono contenute nel vol. suddetto.

[3] Per quest’aspetto mi permetto rinviare ai seguenti miei lavori: Portella della Ginestra, cit.; Fra’ Diavolo e il governo nero, cit., nonché ai voll. II e III di Documenti editi dalla casa editrice Sciascia di Caltanissetta nel 1999, e nel 2001 a cura della biblioteca comunale di Piana degli Albanesi.

[4]Cfr. TPUI, Esame di testimonio senza giuramento. Testimone Vincenza Spadaro, madre del Grifò, ucciso. 15 maggio 1947. Cartella n.1, vol. D. ff. 107-108.

[5]Cfr. CAV, Verbale di continuazione di dibattimento,testimone con giuramento Carmelo Ragusa, 31 maggio 1951, cartella 4, vol. V., n. 3, f.357, retro.

[6]Cfr. ibidem, 13 giugno 1951, f. 380, retro.

[7]Cfr. ibidem, 18 giugno ‘51, f. 412, retro. Sul totale dei bossoli ritrovati riferiscono i giudici della II Corte di Appello di Roma, in Sentenza, cit., vol. I, f. 47.

[8]Cfr. ibidem, Verbale di continuazione di dibattimento, teste con giuramento Giacinto Paolantonio, 31 luglio ‘51, vol. V. n. 6, f. 711.

[9]Cfr. ibidem, f. 722.

[10]Cfr. ibidem, CAV, Verbale di continuazione di dibattimento, teste Leonardo Di Maggio, 15 giugno 1951, cartella n. 4, vol. V. n. 3, f. 395.

[11]Cfr. ibidem, CAV, Verbale di continuazione di dibattimento, teste Giovanni Parrino,13 giugno 1951, cartella n. 4, vol. V. n. 3, f. 382, retro.

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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2 risposte a Col crepitare dei mitra ancora nelle orecchie

  1. lina furfaro ha detto:

    Le vicende storiche come queste dovrebbero essere scritte e pubblicate di tanto in tanto per renderle note alle varie generazioni. Non per vivere il passato ma per realizzare le aspettative positive che il passato non ha potuto…
    Posso qualche notizia sul figlio di Margherita Moschetto? sto cercando notizie sul Villaggio Cagnola dove forse è stato ospitato. Grazie

  2. Pingback: Az „ünnepi” mozsárágyúk « KRea traduzioni

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