Il diario segreto di Castellano (integrale)

DIARIO

DEL GENERALE GIUSEPPE CASTELLANO

luglio – settembre 1943

Office of Strategic Services

secret

Archivi Nazionali degli Stati Uniti d’America

(College Park, Maryland)

Collocazione: RG 226 (casellario Oss),

numero 33854, serie 92, busta 621, fascicolo 5

Parte prima: inizio degli eventi

3 sett. '43 (Cassibile)

Il generale Giuseppe Castellano firma l'armistizio a Cassibile (3 sett. '43)

25 luglio 1943

In seguito al primo colloquio avuto con Ciano, gli eventi portano alla nomina di Ambrosio a capo di stato maggiore e a quella di Sorice a sottosegretario del ministero della guerra. Tali nomine, soprattutto la prima, avranno una importanza fondamentale per gli eventi futuri.

Le discussioni mi permettono di conoscere Ciano, guadagnarmi la sua simpatia e iniziare a sostenere la candidatura di Ambrosio. Carboni mi aiuta in maniera eccezionale. Fin dal primo incontro, Ciano cambia lentamente la sua opinione su Ambrosio e, alla fine, si decide a parlarne con Mussolini.

Il Duce non ha una gran opinione di Ambrosio. Tuttavia, l’odio di Ciano per Cavallero, la persistente malafede di quest’ultimo e la perdita della Libia obbligano Mussolini a rimuoverlo.

Ciano, che ha una sua lista di candidati, prende in considerazione per qualche tempo il nome di Ambrosio. Quest’ultimo, su mia insistenza, va a trovarlo ogni tanto e, con la sua solita franchezza, sparla del Duce.

Anche Ciano odia il suocero. Forse aspira già a succedergli e ascolta volentieri le parole di Ambrosio. Conoscendo la rettitudine e la modestia di Ambrosio, Ciano pensa di potersi fidare del generale. Per questo motivo egli sostiene la nomina di Ambrosio a capo di Stato Maggiore. In sintonia con me, dietro le quinte, Sorice si lavora la cerchia di Claretta Petacci. Tuttavia, ritengo che non riscuota molto successo, giacché altri elementi hanno più possibilità di persuaderla.

In Italia, tutti sono contrari a Cavallero, soprattutto le alte sfere vicine a Mussolini: Buffarini e Ciano. Buffarini è collegato alla Petacci ed ha un suo candidato alla successione di Cavallero.

Mussolini finisce per scegliere Ambrosio. La scelta viene fortemente influenzata da Ciano, come capisco dalle numerose discussioni avute con lui. Ormai è chiaro che pensa sempre più al nome di Ambrosio dal momento che ha giurato di silurare Cavallero. Io mi sono già guadagnato la fiducia di Ciano. Le mie insistenze, assieme al lavoro di D’Ayeta e Carboni, hanno portato Ciano a fare le sue scelte, certo com’è che Ambrosio sarà un docile strumento per i suoi futuri piani politici. […]

Assunto l’incarico, il principale obiettivo di Ambrosio è quello di liberare l’Italia da Mussolini. Egli agisce con lealtà e da vero soldato.

Nella sua ingenuità, ritiene che la soluzione più logica sia quella di convincere Mussolini che la guerra non può più essere vinta, che l’Italia deve rompere i rapporti con l’alleato tedesco e che tale decisione spetta al duce. Tuttavia, commette un errore di valutazione. Non capisce che il dittatore non avrà mai il coraggio di abbandonare il suo collega Hitler e l’onestà di abbandonare il potere.

Di conseguenza, inizio a scrivere una serie di rapporti a Mussolini che conducono sempre alla medesima questione: le nostre deficienze in tutti i campi e la nostra impossibilità morale e materiale a continuare la guerra.

I rapporti vengono inviati anche al re. Ambrosio gli illustra sempre la serietà della situazione interna e militare. Vittorio Emanuele ascolta in silenzio.

La perdita della Tunisia aggrava la situazione e provoca ulteriore confusione, ma nulla di concreto ne emerge.

I miei colloqui con Ciano continuano, ma con me non è così esplicito come con D’Ayeta. Siamo soliti discutere su vari argomenti ma non concludiamo nulla.

Nel frattempo, Ambrosio subisce pressioni da ogni parte. I più si preoccupano solo di salvare la pelle. Altri cercano di capire le intenzioni di Ambrosio. Questi non nasconde le sue idee, parla apertamente del suo odio per Mussolini e del suo desiderio di vederlo deposto. Non capisco come riesca ad evitare una denuncia.

La caduta di Pantelleria non fa che aumentare il malumore e convince Ambrosio, e forse il re stesso, che è necessario arrivare ad una decisione.

I miei rapporti continuano a circolare e insistono sempre sullo stesso punto.

Accarezzo l’idea di liquidare Mussolini, un progetto concreto già abbozzato a febbraio e rivisto in seguito. La condizione fondamentale è quella di ordire un colpo di stato interno, preparandoci al contempo a respingere un’eventuale reazione dei tedeschi. Il duca Acquarone (ministro della Real Casa) non è della stessa idea. Afferma addirittura che non bisogna parlarne, a meno che la decisione non venga dal re in persona. Ciò basta a classificare Acquarone!. Con tristezza, va detto che Ambrosio non gli presta attenzione e che non prende alcuna precauzione riguardo ai tedeschi. Mi dice che la divisione “M” è composta da “un branco di imbecilli” e che la cosa non la preoccupa. Ambrosio non crea un corpo d’armata da dislocare nei pressi di Roma, non ordina al Sim (il servizio segreto militare, ndr) di seguire i movimenti delle truppe delle SS dentro e fuori Roma, non si preoccupa di sostituire i comandanti della Gu (Guardia dell’Urbe, ndr)), alcuni dei quali sono notoriamente inaffidabili. Ambrosio è convinto che gli eventi seguiranno un corso più favorevole di quel che appare in superficie.

Tale apatico comportamento avrà una forte influenza sugli avvenimenti futuri, giacché contribuirà ad accentuare l’impreparazione e il disorientamento di fronte alla cruda realtà dei fatti.

Nessuno si occupa degli affari interni del paese. Io vengo solo autorizzato a prendere contatto con i comandi di difesa territoriale di Torino, Milano e Trieste, nel tentativo di anticipare un possibile conflitto interno.

Informati del mio progetto, Ciano e D’Ayeta (due civili!) insistono sulla necessità di adeguate misure militari, come io sottolineo nei miei rapporti. Tuttavia, mi scontro sempre con l’inspiegabile incomprensione di Ambrosio su questo punto.

Lo sbarco nemico in Sicilia sconvolge l’opinione pubblica italiana, ma ancor più gli uomini al potere, poiché capiscono che è l’inizio della catastrofe. Si muovono solo per salvarsi.

Naturalmente, costoro contano sull’esercito. Vi è infatti un continuo pellegrinaggio di funzionari e gerarchi che cercano di me o di Ambrosio. Le loro idee sono confuse e cercano di strapparci qualche ammissione. Per quanto mi riguarda, non pronuncio una parola che possa svelare i miei pensieri.

Acquarone si reca da Ambrosio per dirgli che il re si è quasi deciso. Ambrosio mi convoca per dirmi che Vittorio Emanuele vuole un piano d’azione. Tuttavia, io insisto sulla necessità di avere a disposizione un po’ di tempo per metterlo in atto. Altrimenti, il rischio di insuccesso sarà alto. Ripeto la stessa cosa ad Acquarone, il quale non comprende. Ha paura!

Gli eventi si svolgono in rapida successione e arriviamo così alla vigilia dell’assemblea del Gran Consiglio. Mussolini e Hitler si sono incontrati qualche giorno prima a Feltre. In quell’occasione, con molto coraggio, Ambrosio comunica alcune evidenti verità a Mussolini, facendogli capire che non rimane altra scelta che sganciarsi dalla Germania.

Prima di partire per Feltre, Ambrosio mi prende da parte e mi dice in maniera succinta ciò che intende dire a Mussolini per forzarlo a prendere una decisione. Io gli faccio notare che la questione si può risolvere in un unico modo: sbarazzandosi di Mussolini.

E’ interessante osservare l’evoluzione del pensiero di Ambrosio da ora alla caduta di Mussolini. A Feltre, e anche prima, egli non vede altra soluzione che quella di rompere con la Germania. In seguito, parlerà con meno convinzione di tale idea, anche se ogni tanto ne accennerà. E’ il pericoloso declino di una personalità instabile! Ambrosio dà prova di innegabile coraggio dinanzi a Mussolini. Ma gli manca poi il coraggio necessario ad agire, per timore di mettere la nazione a ferro e fuoco. E mette da parte i suoi piani precedenti. Ma la colpa non è solo sua. Ora che ogni sforzo mira ad abbattere Mussolini, il mio capo confida solo in me ed io lo invito a percorrere la strada della sfida.

Appare sulla scena Rossi. Dubbioso e con poche idee in testa, egli dissuade Ambrosio dall’agire. Tale debolezza finirà per rivelarsi disastrosa per la nazione.

L’incontro di Feltre ha luogo il 19 luglio, lo stesso giorno in cui gli americani bombardano Roma. Il generale Hazon, comandante dei Carabinieri, trova la morte durante il raid. Sorice mi suggerisce di sostituirlo con Cerica. Io concordo, giacché qualche mese prima ha offerto i suoi servigi e quelli dei Carabinieri per qualsiasi emergenza. Senza indugiare, Ambrosio accetta e fa il nome di Cerica a Mussolini, che finisce per approvarlo. La mattina del 22 chiamo Cerica e gli dico: “A mezzogiorno sarai comandante in capo dell’arma dei carabinieri. Ti meriti tale nomina, grazie anche al discorso che hai pronunciato a mio favore qualche tempo fa. Sei sempre della stessa opinione? Te lo chiedo a nome di Ambrosio.” Cerica mi fornisce ampie assicurazioni.

Acquarone continua ad affermare che il re si è finalmente deciso. Intende mettere in atto il colpo di stato il 25, al più tardi il 26.

Ancora una volta, io gli faccio notare che è necessario procedere a piccoli passi e, al contempo, entrare in azione. Ambrosio ha un colloquio con Cerica e gli lascia capire cosa bolle in pentola. Anch’io sono presente assieme ad Acquarone, Cerica e Frignani. Si accende la discussione su come procedere alla cattura di Mussolini. Suggerisco che il piano deve essere messo in atto la mattina di lunedì 26 luglio al Quirinale, dopo l’udienza con il re. Dico anche che, in alternativa, si può invitare Mussolini ad assistere ad alcune manovre militari, per poi catturarlo sulla via del ritorno. I Carabinieri ammutoliscono. Sono terrorizzati. Bisogna anche prendere provvedimenti per catturare i principali collaboratori di Mussolini. Mentre sono nell’ufficio di Cerica, entra Senise il quale, vedendomi, cerca di nascondersi il volto con un fazzoletto. Viene poi stilata la lista dei collaboratori del duce. Cerica chiede tempo per cercare i loro indirizzi. Le discussioni avvengono a bassa voce in un angolo della stanza, lontani dal telefono. Senise infatti teme che le loro conversazioni possano essere ascoltate sebbene la cornetta sia abbassata. Una scena piuttosto ridicola!

Nel frattempo, corre la voce che il 24 vi sarà l’assemblea del Gran Consiglio del Fascismo. Una premessa: giorni prima, gli oratori vengono ricevuti da Mussolini per dire la loro su vari argomenti. Per la prima volta, osano criticare Mussolini. Come fascisti, chiedono ora una partecipazione più diretta alla gestione del potere. All’inizio Mussolini rimane in silenzio ma poi li zittisce con i soliti argomenti. Il giorno dopo fa sapere a quei galantuomini di essere uomini piccoli e ridicoli. Per loro, potrebbe essere l’inizio della fine. Di conseguenza, su suggerimento di Scorza e di Grandi, chiedono la convocazione del gran consiglio.

Dinanzi a tali notizie Acquarone rimane perplesso. Teme che il gran consiglio possa coinvolgere il re, che lo stesso Mussolini scarichi sul monarca ogni decisione tramite il gran consiglio o attraverso un comitato politico.

Diversi membri del gran consiglio parlano con Acquarone e percepiscono che Sua Maestà si sta schierando contro il duce.

Ciò li incoraggia e iniziano a preparare il famoso ordine del giorno. I membri del gran consiglio promettono anche che non abbandoneranno palazzo Venezia finchè Mussolini non si piegherà ai loro voleri. Alcuni, soprattutto Grandi, ritengono possibile che uno di loro prenda il posto del duce.

Prima dell’assemblea, Acquarone si procura l’ordine del giorno, di cui Mussolini è ancora all’oscuro. Io ne faccio una copia e lo consegno ad Ambrosio.

Il re suggerisce i nomi di varie persone da arrestare e stila l’elenco di vari edifici da occupare. Prepara poi il suo proclama e quello di Badoglio, il quale, fino a quel momento, è stato tenuto all’oscuro di tutto. Badoglio, infatti, parla sempre troppo. Io ho delle riserve sulla scelta del vecchio maresciallo.. Non ho mai avuto molta simpatia per lui.

A questo punto, dico ad Ambrosio che bisogna fare qualcosa anche dal punto di visto militare. Viene convocato il generale Carboni e Ambrosio lo mette al comando delle truppe che stazionano a Roma e dintorni. Tale mossa viene compiuta di nascosto, altrimenti sarebbe necessario informare Roatta e il comando militare. Si preferisce mettere Carboni in contatto solo con il comandante della Divisione Granatieri. Gli ordino di radunare le varie unità della sua divisione in vista di probabili, gravi avvenimenti. Lo informo inoltre che deve porsi agli ordini di Carboni. Quest’ultimo e Ruggero mi raggiungono nel mio ufficio la mattina del 24 luglio.

Ruggero dice che è in grado di radunare appena due battaglioni. Inoltre, per procurarsi più uomini, afferma che è necessario ridurre il personale della difesa costiera. Viene autorizzato il giorno successivo. Dinanzi a tale situazione, Ambrosio impallidisce. Forse si rammarica di non avermi prestato ascolto prima.

Cerica esita. Assieme a Carboni, quindi, decidiamo di affidare ai Carabinieri il solo compito di mettere in atto gli arresti. Carboni e Barbieri provvederanno al resto, cioè all’occupazione militare della città. Al momento opportuno, a Barbieri verrà ordinato di richiamare le truppe a guardia dei depositi d’armi.

La questione dell’arresto di Mussolini è ancora incerta. Tutti aspettano la decisione del Gran Consiglio per studiare le mosse da farsi. Tuttavia, nessuno sa esattamente quali passi compiere. L’ipotesi più plausibile è ancora quella che io ho suggerito in precedenza, e cioè arrestare Mussolini nel corso di una parata militare nei dintorni di Roma.

Il Gran Consiglio si riunisce nel pomeriggio del 24, alle ore 17.00. L’assemblea si protrae fino alle 3 del mattino. Durante la notte non trapela alcuna notizia. La mattina del 25 Acquarone mi telefona per dirmi ciò che è accaduto. Si attende ora che Mussolini chieda di essere ricevuto in udienza dal re. Sua Maestà comunicherà al duce che viene deposto dalla carica di capo del governo. Ma cosa si deve fare? Bisogna arrestarlo o lasciarlo andare? Il re non fornisce indicazioni in proposito. Ciò è lodevole, perché significa che Sua Maestà non è contraria all’arresto di Mussolini.

Passano le prime ore del mattino e il Quirinale non riceve alcuna richiesta di udienza.

Poco prima di mezzogiorno, Acquarone mi informa che Mussolini ha chiesto un’udienza per il pomeriggio, alle ore 17.00, a Villa Savoia.

“E ora cosa facciamo?”, mi chiede Acquarone.

“Il re cosa dice?”, replico.

“Niente”, dice Acquarone.

“In tal caso agiremo”, concludo.

Vado immediatamente a casa di Ambrosio. Questi suggerisce di lasciar andare Mussolini, nel caso questi accolga di buon grado la richiesta di dimissioni da capo del governo. In caso contrario, occorrerà arrestarlo. Torno da Acquarone, il quale avanza alcune perplessità:

“Come facciamo a capire se si comporta bene o meno? Nessuno sarà presente all’incontro, ed il re non desidera che si origli.” L’indecisione è totale. Il tempo passa. Vado da Cerica per ordinargli di mettere a punto l’arresto di Mussolini: 50 Carabinieri a Villa Savoia ed un’ambulanza per portarlo via attraverso un’uscita secondaria. Cerica mi chiede un ordine scritto. Gli rispondo che l’avrà al momento opportuno e che, nel frattempo, deve agire. Subito, Cerica ordina di predisporre il tutto. Nessuno sospetta di niente. Alle ore 15 mi telefona Poppi, il segretario di Chierici, per dirmi che il capo della polizia desidera vedermi con urgenza. Temo che possa trattarsi di una trappola e mi tengo sul vago. Alle ore 16 incontro Poppi a Palazzo Vidoni e gli comunico che non posso andare all’appuntamento.

All’arrivo di Cerica, Ambrosio gli comunica che deve arrestare un certo numero di esponenti fascisti. Cerica prende nota dei nomi ma è chiaro che non agirà.

Poco prima delle 17 parte per Villa Savoia. Alle 17 arriva Chierici, per parlare con me ed Ambrosio. Non ho idea di come possa andare a finire. Piazzo quindi alcuni Carabinieri nell’ufficio attiguo a quello di Ambrosio, devono tenersi pronti all’eventualità di arrestare Chierici. Ma questi si comporta bene, lasciando intendere di essere pronto a mettersi agli ordini di Ambrosio.

Alle 17.30 Acquarone mi telefona per informarmi che Mussolini è stato arrestato. Ora bisogna arrestare gli altri, ma i Carabinieri ne acchiappano alcuni tra i meno pericolosi. Gli altri fuggono nel corso della notte.

Cosa faranno ora il partito fascista, la milizia e le forze di polizia?

Ritengo che Albini è stato informato da Acquarone, mettendosi a disposizione del nuovo capo di governo. Senise si reca subito al Viminale. Alle 18, assieme a Sorice, vado da Albini. Vi trovo Senise. Poco dopo giunge anche Chierici. Pallido in volto, rimane in silenzio in un angolo della stanza. La polizia finisce per schierarsi dalla nostra parte.

Non sappiamo niente delle reazioni di Scorza, molto meno (ed è la cosa più importante) di quelle di Galbiati. Albini parla poi con Scorza: questi promette (ma non manterrà la promessa) di rimanere al suo posto a disposizione delle autorità politiche e militari. L’obiettivo è quello di placare gli spiriti turbolenti dei suoi seguaci. Ma più vigliaccamente dei suoi capi, non fa assolutamente niente.

Vengono prese alcune misure di natura militare. Ruggero raduna i suoi granatieri. Barbieri organizza alcune nuove unità per occupare i siti più importanti, a cominciare da Villa Savoia. Ambrosio convoca anche Roatta, Fougier e Riccardi per informarli di ciò che è avvenuto. Roatta informa Carboni di non voler essere implicato e fa notare che “qualcuno deve mettersi da parte.”

Vi sono voci allarmanti sul comportamento della milizia fascista. Si dice che vari battaglioni sono pronti a marciare su Roma a bordo di camion. Si dice anche che una divisione si sta dirigendo verso Roma e che Galbiati ha innalzato delle barricate al comando di un migliaio di uomini.

E’ il momento più pericoloso della prima notte di libertà.

Alle 22.45 la radio annuncia al mondo la caduta del fascismo. L’entusiasmo popolare scoppia all’improvviso e in maniera spontanea nelle strade di Roma, entusiasmo che onvince Galbiati a prendere una decisione.

Verso la mezzanotte del 25 luglio, Ambrosio telefona a Galbiati per capire le sue intenzioni. Galbiati replica che rimarrà fedele “al binomio Re-Duce”. Una risposta idiota e per niente rassicurante. Si pensa allora di chiedere a Badoglio (che sta arrivando a Palazzo Vidoni) di entrare in azione. Badoglio appone la sua firma in calce ad una lettera scritta da Ambrosio per Galbiati. La lettera chiede a Galbiati di obbedire da buon soldato e gli promette di procurargli un incarico.

La consegna della lettera viene affidata al generale Ferone. Il vecchio maresciallo non fa attendere la sua risposta. E’ stanco e chiede di ritirarsi a vita privata. Promette infine di obbedire.

Acquarone è preoccupato per Mussolini e propone al maresciallo di scrivergli una lettera. Ferone gliela recapita. La risposta è dignitosa ma c’e da dubitare della sua sincerità.

Verso le 3 del mattino tutto appare calmo. I fascisti non hanno sparato un colpo, nessuno si lamenta. Codardi!

La lista dei nuovi membri del governo viene pubblicata il giorno dopo. Per mesi ho insistito affinché la maggioranza dei ministri sia costituita da militari. Ho anche preparato una lista di generali, che è stata approvata da Ambrosio e inviata ad Acquarone. Tuttavia, il re (che in un primo tempo desidera dei militari al potere) cambia idea (o forse qualcuno gliela fa cambiare) e stabilisce che i militari non devono occuparsi di politica. Scarta tutti, anche Carboni (in lizza fino a mezzogiorno). Sarà quel che sarà..

Sua Maestà, da politico, mi invita a tacere e dice che io aspiro al ministero degli esteri. Ambrosio mi riferì l’osservazione. Io confermo di avere delle aspirazioni ma in un governo più stabile di quello che è appena nato.

Guariglia, di cui si dice ogni bene, viene chiamato a ricoprire il dicastero degli esteri. Si trova ad Ankara e arriverà nel giro di quaalche giorno.

30 luglio 1943

Non ci curiamo delle informazioni che arrivano da oltre frontiera sui preparativi germanici e sulle loro intenzioni. E’ impossibile illudersi che i tedeschi arriveranno ad una soluzione pacifica. Un conflitto armato sembra inevitabile.

Considerando l’ipotesi migliore, i tedeschi dovrebbero permetterci di abbandonare il conflitto vista la nostra impossibilità di continuare a batterci. Ma non accetteranno mai l’idea di ritirarsi dall’Italia. Sempre nell’ambito di questa ipotesi, che per noi è la più plausibile, i tedeschi assumeranno il comando delle operazioni militari e si opporranno centimetro per centimetro all’avanzata alleata.

Dobbiamo rimanere con le mani legate? Non credo.

Ma gli eventi prenderanno un’altra direzione.

Supponiamo che si svolga l’incontro tra i due uomini di stato: Hitler e Badoglio. Il leader del nazismo ne trarrà un’unica conclusione: il nostro desiderio di uscire dal conflitto. Immaginare che egli possa accettare tale eventualità, significherebbe ignorare la mentalità teutonica, la perfidia di Hitler, gli eccessi del suo brutale carattere, la sua necessità di punire chiunque non si dimostri fedele alla linea, il sadismo di un criminale che volentieri vedrebbe scorrere il sangue del popolo italiano (che egli disprezza).

Siamo nelle condizioni di reagire in maniera adeguata e abbiamo bisogno d’aiuto. I nemici di oggi ci verranno in aiuto o preferiranno vederci massacrare? Saranno in grado di sbarcare in forze per combattere i tedeschi nel giro di pochi giorni? E se non arrivano subito, che ne sarà dell’Italia? Sono tutti interrogativi che rimangono senza risposta e ai quali nessuno è al momento in grado di fornire una risposta.

Sono dell’idea che ogni ora persa sarà fatale per l’Italia e che non bisogna perdere nemmeno un minuto.

Attendere la risposta del Fuhrer non ci impedirà di agire, anche perché non c’era da fidarsi delle parole di un simile galantuomo..

Ecco che cosa si deve fare nell’immediato:

1. Dire agli angloamericani che abbiamo deciso di separarci dai tedeschi e che è nostro desiderio passare dalla loro parte, a patto che ci forniscano chiare garanzie di un immediato intervento militare.

2. Stabilire assieme loro il tempo che occorre per fornirci il suddetto aiuto.

3. Temporeggiare con i tedeschi fino a quel momento, portandoli a credere che non vi è alcun cambiamento nei rapporti italo-tedeschi. Tale tattica deve essere condotta attraverso i discorsi, la stampa e astenendoci dal prendere decisioni che possano svelare i nostri orientamenti antigermanici (le decisioni del governo Badoglio, in tal senso, avranno una tempistica sbagliata).

4. Studiare ed organizzare un piano operativo per contrastare le forze armate tedesche che cercheranno di occupare la capitale e fermare quelle che cercheranno di attraversare le Alpi.

5. Dichiarare Roma “città aperta” (come gli americani hanno chiesto in precedenza) e trasferire la monarchia, il governo e il comando supremo in un’altra località. Di ciò verranno informati gli Alleati.

6. Nell’eventualità che gli Alleati non siano pronti ad intervenire, noi arriveremo ad una rottura definitiva al momento dell’incontro tra Hitler e Badoglio (sarebbe comunque consigliabile rimandare tale incontro).

31 luglio 1943

Piuttosto che suggerire agli Alleati la località dove sarà conveniente sbarcare (un suggerimento che dovrà tener conto le loro possibilità, a noi ignote: forze armate, mezzi da sbarco, aviazione e navi), sarebbe più logico valutare la nostra situazione militare e quella dei tedeschi. Dovremmo stimare cosa possiamo fare per conto nostro per facilitare lo sbarco, la penetrazione e l’avanzata verso la valle del Po. In seguito, dovremo monitorare le mosse germaniche nel nostro territorio.

Considerando l’attuale dislocamento delle forze germaniche e l’afflusso di ulteriori forze provenienti da Cornice e dalle Alpi, consideriamo la futura situazione militare nel modo seguente: una forte concentrazione di truppe nell’Italia del sud e a sud del parallelo di Napoli, nei pressi di Roma, nella valle del Po e sull’apennino tosco-emiliano.

Le nostre armate verrebbero schiacciate dalle truppe tedesche presenti in Italia. Per difendersi, dovrebbero agire lungo le linee interne, cioè scagliarsi anzitutto contro la terza divisione di granatieri e contro le truppe a nord di Roma. In seguito, l’esercito italiano dovrebbe opporsi alle truppe tedesche nell’Italia del sud, così impedendo la loro avanzata verso il nord con ogni mezzo di ostruzione e mediante l’interruzione delle linee di comunicazione.

Questa doppia operazione non è priva di rischi. Di conseguenza, sarebbe necessario l’intervento dell’aviazione alleata. Di fatto, non saremmo in grado di tener testa alle truppe provenienti da Francia e Germania.

Sappiamo ed è logico pensarlo, che i tedeschi difenderanno i passi dell’apennino tosco-emiliano e la valle del Po. Un’azione contro i tedeschi operata da truppe sbarcate sulla costa tirrenica sarebbe lunga e difficile. Quindi, sarebbe consigliabile che lo sbarco avvenga sulla costa adriatica tra Ancona e Pesaro, a meno che gli Alleati non siano in grado di agire immediatamente, cioè prima che i tedeschi arrivino sugli Appennini (cosa in realtà difficile).

Potremmo creare delle teste di ponte per aiutare gli Alleati sulla costa adriatica, sulla costa tirrenica o su entrambe. Ciò faciliterebbe lo sbarco del grosso delle loro truppe. Sarebbe quindi necessario rendere agibili fin da subito i migliori aeroporti e iniziare a difenderli con le nostre truppe.

Questo è un quadro schematico degli obiettivi da raggiungere. Tuttavia, i nostri suggerimenti avrebbero valore solo nel caso gli Alleati siano in grado di attuare il suddetto piano militare.

Lo schema dovrebbe essere sviluppato da un tecnico in grado di redigere un piano operativo comune ad Alleati e italiani., un piano basato sulla reale situazione militare.

E’ una fase da attuare in assoluta segretezza. Se più persone fossero al corrente di tali manovre, ciò porterebbe a compromettere la nostra situazione.

E’ urgente incaricare un nostro ufficiale di informare gli Alleati, i quali, mentre i tedeschi si preparano ad attaccarci, continuano ad essere all’oscuro della nuova situazione italiana. I preparativi per un’operazione da sbarco sarebbero molto lunghi. Prima che i flemmatici anglosassoni si decidano ad agire, passerebbe molto tempo, troppo per resistere ai tedeschi.

Ecco perché è necessario rimandare il più possibile l’incontro tra Hitler e Badoglio.

A seconda di ciò che gli Alleati decidano di fare, si dovrà scegliere la nuova località del governo italiano. Altrimenti, il pericolo che Badoglio e il re cadano nelle mani dei tedeschi diverrebbe concreto.

La nuova sede del governo dovrà essere localizzata nei pressi delle coste, tra Livorno e La Spezia o tra Ancona e Rimini.

Dal momento che la rottura con i tedeschi avverrà prima che gli Alleati sbarchino (di sicuro in maniera rapida e inaspettata), sarà di vitale importanza scegliere in anticipo la località in cui il governo dovrà trasferirsi.

I tedeschi sono ovunque e in grado di saltarci addosso in ogni teatro di guerra. Si pensa quindi alla possibilità di scegliere una località nei pressi del confine svizzero, dove il re potrebbe trovare rifugio in caso di necessità. Mano a mano che gli Alleati avanzeranno lungo la penisola, il governo Badoglio li seguirà.

E’ necessario prendere una decisione immediata, altrimenti rischiamo di trovarci senza re e senza governo da un momento all’altro. Si pensa al 10 agosto per dare il via al trasferimento, giacché tutto lascia pensare che la rottura con i tedeschi avverrà verso la metà del mese.

Per leggere il testo integrale del diario di Castellano clicca qui

diario-castellano

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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