Strage di Portella: parlano i testimoni davanti alle autorità e ai giudici (1947-1951)

 

PORTELLA DELLA GINESTRA

documenti sulla strage introdotti raccolti e curati da

GIUSEPPE CASARRUBEA

1999

(Edizione Sciascia, Caltanissetta-Roma, a cura della Biblioteca comunale di Piana degli Albanesi)

Introduzione

Vengono qui presentati alcuni documenti sulla strage di Portella della Ginestra che ci è parso utile consegnare all’attenzione dei lettori per un triplice ordine di motivi: 1) si tratta in parte di atti che servirono all’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo per gettare le basi processuali di un decennio e per sorreggere l’atto di accusa col quale il 4 settembre 1947 vennero denunciati, quali autori di quell’episodio efferato, Salvatore Giuliano e gli uomini della sua banda; 2) fortissimi indizi e dati obiettivi avrebbero potuto orientare le scelte degli inquirenti anche verso altri soggetti che assieme alla banda Giuliano avevano organizzato ed eseguito quel battesimo di fuoco della prima Repubblica; 3) è necessario recuperare, prima che sia troppo tardi, ogni documento, memoria, traccia utili a conservare, per le nuove generazioni, il significato di quella vicenda: un vero “affare” per le classi dominanti di allora e al contempo banco di prova della nascita del ‘doppio Stato’ e del terrorismo eversivo.

Sono stati aggiunti alcuni documenti che riguardano la fase dibattimentale del processo di Viterbo, con le relative dichiarazioni di Gaspare Pisciotta, e alcuni altri atti che testimoniano i particolari sospetti del senatore Giuseppe Montalbano circa i comportamenti tenuti dall’ispettore Messana.

Mafie locali e forze istituzionali emergono – come il lettore potrà ben vedere-come elementi nodali. Sta di fatto tuttavia che esse, sul piano giudiziario, non ebbero rilievo alcuno. Questo spiega anche come molti enigmi siano stati risolti a senso unico, e non vagliando –come sarebbe stato doveroso fare- ogni indizio utile ai fini dell’approfondimento delle indagini.

L’insufficienza e la limitatezza estrema dell’impianto accusatorio che faceva carico a una banda di malfattori, per lo più analfabeti, di aver concepito ed eseguito un progetto eversivo antidemocratico, si strutturano in tempi diversi, secondo una linea dettata già lo stesso giorno della strage, dagli organi di polizia d’intesa col ministero dell’Interno. Quest’ultimo di quel fatto tragico ebbe a circoscrivere immediatamente la natura localistica. Si tratta di una presa di posizione sbalorditiva dagli effetti ancora oggi poco valutati. Non era pensabile, infatti, che a meno di un giorno di distanza dall’eccidio, il ministro dell’Interno in persona, Mario Scelba, potesse assumere un orientamento capace di condizionare i comportamenti futuri sia degli organi inquirenti, sia anche della Magistratura. Va detto a questo proposito che anche durante lo svolgimento del processo di Viterbo gli stessi giudici non poterono fare a meno di esaminare le accuse specificamente formulate, e di lamentare che nei confronti di certi personaggi e fatti emergenti, non si poteva dare luogo a procedere per una specifica mancanza di capi di accusa che solo il pubblico ministero avrebbe potuto formulare. Evidentemente non poche furono, all’interno dei vari organi inquirenti, le forme di soggezione allo scelbismo onnipresente, con le conseguenti sudditanze della magistratura al potere politico.

Con questo lavoro abbiamo pensato di fornire al lettore, al di là della voce popolare che sin dai giorni successivi alla strage ne attribuiva la responsabilità a proprietari terrieri, mafiosi e politici collusi, una serie di materiali che contraddiconole indagini a senso unico allora condotte, fino agli esiti estremi delle condanne che colpirono esclusivamente i banditi di Montelepre. Lungi dal difendere questi ultimi, qui, si è voluto semplicemente mostrare alcuni aspetti della trama delle complicità sulle quali, ancora oggi, nonostante le pressioni dei familiari delle vittime, e dei Comuni colpiti, nessuna indagine giudiziaria si è avviata.

pianta topografia di Portella e delle dislocazioni di tiro sulla folla

pianta topografia di Portella e delle dislocazioni di tiro sulla folla

Abbiamo aperto la serie dei documenti con la carta geografica dell’area di Portella della Ginestra tracciata dagli inquirenti. Una prova di come la topografia del luogo riferita alle dinamiche della strage raccontate da vari testimoni- le cui dichiarazioni integrali vengono riportate in questa silloge di documenti – abbia costituito uno dei primi elementi non secondari del depistaggio messo da subito in opera. Il lettore scorgerà un’unica via di fuga degli esecutori materiali della strage: quella che costeggiando il Cozzo Valanca dalla parte dei roccioni del Pelavet consentiva, attraverso l’antica trazzera regia Piana degli Albanesi-Mulino Chiusa (oggi in buona parte non più esistente) di raggiungere la provinciale San Giuseppe Jato-Palermo in corrispondenza delle case Lino. Si tratta di una via in parte ben visibile dall’alto della carreggiabile San Giuseppe Jato-Piana degli Albanesi, agli abitanti di San Cipirello e San Giuseppe Jato che ogni anno si recavano dai loro paesi a Portella della Ginestra per la festa del primo maggio. E’ su questa via di fuga che, dopo la strage, la comitiva di Calogero Caiola che si trovava in contrada Caramoli a circa un chilometro di distanza da Portella, scorge dodici persone armate e degli automezzi che si dirigono verso San Giuseppe Jato:

Ugo Bellocci, Calogero Caiola, Angelo Randazzo e Rumore Angelo i quali, recatisi a Portella della Ginestra, si erano appartati ad un chilometro circa dal luogo dove era radunata la folla, assieme alla prostituta Maria Roccia, dichiaravano alla loro volta che dopo l’eccidio avevano visto allontanarsi dal Pelavet dodici armati così divisi: due avanti, seguiti da tre, quindi altri tre e poi due e ancora altri due; tutti individui a loro sconosciuti. Uno di costoro indossava un impermeabile chiaro. […] Avevano successivamente notato nello stradale un’autovettura e un autocarro diretto a San Giuseppe Jato (infra, Sentenza istruttoria).

Anche Salvatore Fusco, uno dei quattro cacciatori presi in ostaggio durante la sparatoria, dirà:

Vennero effettuate tre scariche e poi uno dei malfattori ha avvolto il fucile mitragliatore con una coperta e, seguito da tutti gli altri, si è diretto verso il basso, verso lo stradale che porta a San Giuseppe (cfr. infra).

La traiettoria dell’avvistamento è segnata dunque dalle testimonianze del gruppo Caiola e confermata dai cacciatori che in quella circostanza rappresentarono una sorta di osservatorio interno al momento in cui la strage si verificava. Senonchè la via è completamente diversa da quella indicata dal contadino Domenico Acquaviva che, a proposito della sparizione del campiere Emanuele Busellini, avvenuta quella stessa mattina del primo maggio, incontra pure lui un gruppo di dodici persone armate:

Nella stessa giornata del 1° maggio 1947 era misteriosamente scomparso dall’ex feudo Strasatto di Monreale, ove prestava servizio di vigilanza, in qualità di campiere, Busellini Emanuele da Altofonte. Acquaviva Domenico riferiva alla Polizia di avere visto il Busellini, alle ore 13.00 del 1° maggio, in località Prestotra un gruppo di circa dodici armati e contrariamente al suo solito non portava il fucile. Li vide scomparire dietro una collina. La località Presto confina con Portella della Ginestra. Evidentemente quel gruppo di armati, commessa la strage di Portella della Ginestra, aveva sequestrato il Busellini per eliminare un teste a loro carico (Infra, Rapporto giudiziario dei Carabinieri di Altofonte).

Stando all’analisi degli interrogatori dei ‘picciotti’ quella mattina sui roccioni del Pelavet dovevano esserci non meno di ventiquattro persone. Gli stessi giudici di Viterbo confermarono che doveva trattarsi di un numero ben maggiore di persone rispetto a quelle che-come vedremo attraverso i documenti- erano state notate dai testimoni occasionali di quel tragico evento. Tutti, concordemente, asserirono di avere notato circa dodici persone: il gruppo di Calogero Caiola, i cacciatori presi sotto sequestro, il contadino Domenico Acquaviva. Erano stati testimoni oculari di ciò che avevano fatto quei banditi durante il momento del sequestro e poi nel frangente della sparatoria; oppure della loro presenza su una via di fuga. Se ne dovrebbe dedurre come sostennero alcuni difensori degli accusati che a sparare non potevano essere state più di dodici persone. Tale ipotesi in sede processuale fu smontata dai giudici. Essi dimostrarono che molti ‘picciotti’parteciparono a vario titolo: per fare carriera, per la promessa di denaro, per la paura. Ora a parte il fatto che mai nessuna indagine fu sviluppata per venire a conoscenza di tutte quelle figure sospette che molti testimoni dichiaravano di avere visto nell’area di Portella durante la strage, è singolare il modo in cui vengono trattati i cosiddetti ‘picciotti’. Essi servono prima per incastrare la banda Giuliano, dopo per togliersi fuori dall’impiccio. I giudici palermitani furono propensi a sostenere che essi erano stati allettati dagli aspetti mercenari dell’ ‘affare’ e pertanto li rinviarono a giudizio; a Viterbo i loro colleghi la pensarono diversamente. Ritennero che fosse stata la paura la molla che aveva spinto la teppaglia che si muoveva attorno a Giuliano a imbracciare le armi e pertanto i ‘picciotti’ furono assolti per avere agito contro la loro libera volontà.

A prescindere dalla funzione dei ‘picciotti’ nella strage del 1° maggio e in quella del successivo 22 giugno, sta di fatto che senza le loro dichiarazioni puntuali e circostanziate contro i banditi di Montelepre loro compaesani, sarebbe stato difficile, per non dire impossibile, costruire un rapporto giudiziario che inchiodava alle sue responsabilità l’intera banda di Salvatore Giuliano.

Il fatto preoccupante è che l’intera sequenza delle confessioni, e delle autodenunce, prende lo spunto da Salvatore Ferreri, bandito-confidente al servizio dell’ispettore Messana e dalla soffiata che due altri confidenti a lui legati (i fratelli Pianello) ebbero a fare al colonnello dei carabinieri Giacinto Paolantonio. Essi dettarono un nome, quello di Francesco Gaglio inteso ‘Reversino’ come punto di rottura che consentiva alle forze dell’ordine di seguire unicamente la pista delle responsabilità del banditismo in quelle vicende stragiste. Questi dati, di per sé sospetti, vengono confermati come tali anche rispetto alle testimonianze che vengono riportate in queste pagine. Si consideri, ad esempio, il fatto che dopo l’eccidio del 1° maggio diversi testimoni vedono in luoghi diversi e in orari diversi due distinte squadre di individui armati: percorrono strade diverse e sono diretti verso destinazioni diverse. Una è avvistata dalla comitiva di Calogero Caiola sulla strada che costeggia il Cozzo Valaca e conduce allo stradale San Giuseppe Jato-Palermo; l’altra dal contadino Acquaviva in contrada Presto, cioè dalla parte opposta, verso Altofonte.

Prima ancora che fosse redatto l’atto di accusa contro Giuliano e gli uomini della sua banda, gli inquirenti non si chiesero se per caso quest’ultimo gruppo di persone potevano rappresentare uno squadrone della morte diverso da quello che aveva imboccato la strada a valle. La loro via di fuga non risulta segnata sulla carta topografica elaborata dagli inquirenti. Essi non si posero neanche il problema di sapere i motivi per cui, al ritorno, Giuliano stabilì di fare una divisione matematica del gruppo di fuoco che quella mattina era stato presente sui roccioni del Pelavet. Le diverse circostanze, se raffrontate con le accuse ufficiali, inducono a riflettere e non sono così chiare come appaiono a prima vista ai carabinieri di Altofonte. La località Presto fa parte del feudo Strasatto dove il Busellini esercitava il mestiere di campiere al servizio di una molteplicità di piccoli e medi proprietari soprattutto di Altofonte. E’ un luogo di passaggio da questo comune del palermitano a Portella della Ginestra. Per arrivare da quel puntoa Portella bisogna risalire lungo i versanti accidentati che costeggiano il Cozzo di Fratantoni e la Serra del Frassino da un lato e la Pizzuta dall’altro, per degradare verso i costoni del Maia e Pelavet seguendo l’antica trazzera della Scala della Targia che si imbocca in contrada Giacalone. Quest’ultimo è un luogo famigerato: a Viterbo ne parlò ampiamente Gaspare Pisciotta che era abituale ospite della famiglia mafiosa dei Miceli di Monreale che lì amministravano i beni del cavalier Maio e del barone Gramignani e tenevano una masseria in contrada Fontana Fredda. Ne parlarono anche alcuni testimoni che dichiararono che prima dell’alba del 1° maggio quello era il luogo dove si sarebbe dovuta recare la squadra di Antonino Terranova, lo specialista dei sequestri di persona.

Lo Strasatto si trova, dunque, sul versante opposto a quello della Ginestra, essendo separato da questo dai rilievi che abbiamo menzionato.

Ora la domanda che sorge spontanea è questa: cosa ci stavano a fare intorno alle ore 13, undici banditi oltre al Busellini, ormai sotto sequestro,in contrada Presto? Sono essi lo stesso gruppo che intorno alle ore 11 era stato visto percorrere una strada completamente diversa, diretto in direzione opposta? Si potrebbe supporre che lo stesso gruppo avvistato da Caiola e compagni a ridosso del Cozzo Valanca, e capeggiato da Giuliano stando alla presenza dell’uomo con l’impermeabile bianco, giunto al bivio della Figurella in località del Frassino, anziché scendere verso il basso e dirigersi a San Giuseppe Jato, abbia preferito proseguire incrociando la strada San Giuseppe-Palermo, girando poi a destra verso il feudo Strasatto. C’è da ritenere che in questa circostanza la direzione di marcia dei fuggitivi dovesse essere verso Palermo e non già verso Montelepre. La presenza di due gruppi, composti da un uguale numero di persone, registrata da osservatori diversi, sollecita alcuni interrogativi.La logica vuole che una persona che imbocca una strada per raggiungere una località non cambia poi parere per seguirne un’altra. E’ impensabile che dopo una strage di quelle proporzioni i materiali esecutori se ne vadano in giro seguendo strade molto frequentate, specie in un giorno che per consuetudine i contadini avevano ripreso a festeggiare nelle campagne. Inoltre si tenga conto del fatto che essendo ultimati gli spari certamente non dopo le 10,30, alle 13 i banditi dovevano essere ben lontani da tutta quella zona, e molti di loro dovevano essere già vicini alle loro case, o nei luoghi dove potevano essersi dati degli appuntamenti. Del resto i ‘picciotti’ di Giuliano che dichiararono di aver partecipato a vario titolo alla strage ammisero tutti che, compiuto il misfatto, se ne tornarono tranquillamente nelle loro case di Montelepre seguendo la via che avevano percorso la notte precedente e che essi stessi indicarono in un tragitto che è ben definito nella sua prima parte, è molto sfumato nella seconda. La prima parte si può seguire anche sulle carte topografiche 1:50.000 lungo la linea masseria dei Cippi- piano dell’Occhio- Portella Renne- Portella Bianca- Ponte di Sagana-; la seconda dovrebbe continuare con la strada statale Borgetto-Pioppo dal Ponte di Sagana a Giacalone- per continuare attraverso la masseria dei Miceli- lungo la Scala della Targia- fino al Pelavet. Ma di questo specifico tratto non fa riferimento nessuno: ammetterlo avrebbe significato l’implicita dichiarazione che la mafia era coinvolta nell’operazione. Fa eccezione come adesso vedremo ‘Reversino’, che fu il primo a parlare e forse per questo ebbe meno tempo degli altri per riflettere. In diverse dichiarazioni il luogo è scartato e la pista che sembrano aver seguito i fuggitivi dopo il loro barbaro delitto è quella della trazzera che congiunge il Cozzo Valanca con lo stradale bitumato di San Giuseppe Jato, e da qui si va a immettere alla Cannavera, da dove i banditi si sarebbero congiunti al Ponte di Sagana.

Ora, per quanto le testimonianze –come il lettore potrà vedere – deponevano tutte sulla presenza di soli dodici persone armate nelle diverse postazioni al momento degli spari, non si può negare il fatto che in realtà al momento della fuga esse risultino ventiquattro: dodici che imboccano la trazzera verso San Giuseppe e altre 11-12 che si avviano invece dalla parte opposta che guarda verso lo Strasatto. Stando ai primi interrogatori succedutisi dopo l’arresto di Francesco Gaglio inteso ‘Reversino’, di fatto sul Pelavet dovevano esserci non meno di ventiquattro persone.

Per ragioni di spazio non ci è stato possibile riportare nel presente volume le dichiarazioni rese dai ‘picciotti’ (da non confondere con i grandi latitanti della banda) durante gli interrogatori della polizia giudiziaria dell’estate del ’47. Ma da una sintetica esposizione delle loro affermazioni si può desumere la centralità del problema. ‘Reversino’disse:

…mi diressi verso il sottostante stradale che conduce in contrada Giacalone, poi imboccai lo stradale di Borgetto e giunto al ponte Sagana, attraverso la contrada omonima, raggiunsi l’abitato di Montelepre.<!–[if !supportFootnotes]–>[1]<!–[endif]–>

Ma ascoltiamo qualche altro:

Domenico Pretti:

…Giuliano ordinò di ripiegare verso il versante opposto della collina. […] Quindi assieme al Sapienza Vincenzo mi distaccai dal gruppo dei nostri compagni di delitto e, attraverso le campagne e lo stradale di San Giuseppe Jato e Partinico, raggiungemmo Montelepre verso le ore 21.<!–[if !supportFootnotes]–>[2]<!–[endif]–>

Francesco Tinervia:

Non appena cessò il fuoco il Russo mi ordinò di seguirlo e, a passi svelti prendemmo la stessa strada per dove eravamo colà pervenuti, scendendo verso una valle, attraversammo quindi uno stradale cilindrato e poi iniziammo l’ascesa della montagna che si trova alla parte opposta allo stradale stesso. Pochi istanti dopo ci raggiunsero un buon numero degli altri compagni, tra cui ricordo Giuliano Salvatore, il Terranova Antonino, il Candela Rosario, il Pisciotta Francesco, lo sconosciuto amico di Giuliano, il Pisciotta Gaspare, inteso ‘Chiaravalle’, il Taormina Angelo e il Passatempo Francesco, mentre qualche altro che non ricordo, seguiva a breve distanza.<!–[if !supportFootnotes]–>[3]<!–[endif]–>

Giuseppe Sapienza di Tommaso:

Anziché rientrare a Montelepre, io dopo avere raggiunto il sottostante stradale di San Giuseppe Jato, che riconobbi perché in quell’epoca lavoravo alla dipendenza di certo Di Lorenzo, abitante in quel comune, passando al largo di quell’abitato mi diressi nella contrada Tornamilla, precisamente nel caseggiato del predetto Di Lorenzo, ove trovai mia moglie con la sua famiglia, rimanendo colà a lavorare sino alla vigilia della festa di S. Antonio che si celebra a Montelepre verso la metà del mese di giugno di ogni anno.<!–[if !supportFootnotes]–>[4]<!–[endif]–>

Vincenzo Sapienza di Tommaso:

Assieme al Pretti, attraverso una trazzera, giunsi sullo stradale di San Giuseppe Jato e seguendo lo stesso proseguimmo verso Partinico. Qui io acquistai del pane e del formaggio che assieme al Pretti mangiai lungo la strada per Montelepre, dove arrivammo all’imbrunire.<!–[if !supportFootnotes]–>[5]<!–[endif]–>

Antonino Buffa:

…scendemmo verso valle, dalla parte opposta da dove avevamo sparato, attraversammo nuovamente lo stradale di San Giuseppe Jato, risalimmo la montagna e giungemmo a ponte Sagana e precisamente nei pressi della cappelletta […] proseguii la mia strada verso Montelepre, percorrendo la trazzera Sagana, Costa Stinco e Bonagrazia, giungendo a casa di pomeriggio.<!–[if !supportFootnotes]–>[6]<!–[endif]–>

Buffa ci spiega inoltre di avere visto nel percorso notturno di andata, sulla sua destra, l’abitato di San Giuseppe Jato illuminato. Il particolare è significativo in quanto lascia spazio all’ipotesi che il tragitto notturno seguito, sia stato quello di Giacalone-Scala della Targia. Da quest’ultimo luogo infatti si intravede sulla destra il comune di San Giuseppe Jato.

Ma ascoltiamo altri interrogatori. Terranova Antonino l’Americano:

Sempre in compagnia del Pisciotta Francesco e del Mannino Frank intrapresi la via del ritorno, altrepassato, quindi, uno stradale cilindrato che, dimenticavo dirlo, avevo attraversato pure nel viaggio di andata, salendo sopra un’alta montagna, giunsi presso la cappella del ponte Sagana. Quivi ci fermammo un po’ e, dopo circa un’ora, ci raggiunsero il Giuliano Salvatore, il di costui cognato [ndc: Pasquale Sciortino inteso ‘Pino’], i fratelli Passatempo Salvatore e Giuseppe ed altri amici che non ricordo.

[…] Rammento che arrivai a casa verso le ore 15.<!–[if !supportFootnotes]–>[7]<!–[endif]–>

Giuseppe Tinervia inteso ‘Bastardone’:

…Giuliano ci ordinò di ripiegare percorrendo la stessa strada da dove eravamo venuti e dirigerci verso il ponte Sagana, mentre egli assieme al Passatempo Salvatore, al Pisciotta Gaspare, al Pisciotta Francesco, al Mannino Frank, al Terranova Antonino [ndc: ‘Cacaova’], al Russo Angelo e ad altri due o tre che non ricordo, conducendo con lui la mula dove erano legate delle armi, si allontanarono per conto loro, però sempre nella stessa direzione.

Io, in compagnia del Passatempo Giuseppe, del Taormina e non ricordo con chi altro, scesi verso la valle opposta quella dov’era stata fatta la sparatoria, attraversai lo stradale bitumato che da San Giuseppe Jato va verso Palermo e, attraverso la montagna di fronte, giunsi a ponte Sagana, dove, nei pressi della cappella sacra, trovammo il Giuliano assieme al Pisciotta Francesco e ad altri suoi compagni con i quali era partito dalla contrada Portella della Ginestra e che ci avevano preceduti.

[…] Da solo proseguii per Montelepre dove giunsi verso la sera, perché, passando dalla contrada ‘Sassani’ mi soffermai alcune ore a lavorare nel fondo di mio padre coltivato a grano, lasciando tutti gli altri assieme al Giuliano.<!–[if !supportFootnotes]–>[8]<!–[endif]–>

Gioacchino Musso:

Giuliano diede ordine di ripiegare in direzione della stessa strada da dove eravamo venuti.<!–[if !supportFootnotes]–>[9]<!–[endif]–>

Giuseppe Cristiano:

Giuliano diede allora ordine di ripiegare nella stessa direzione da dove eravamo venuti. In compagnia del Pisciotta Francesco intrapresi così la via del ritorno.<!–[if !supportFootnotes]–>[10]<!–[endif]–>

Giovanni Russo inteso ‘Marano’:

Terminata la sparatoria anche noi ci sbandammo e a passi svelti, predemmo la via del ritorno. Io mi allontanai assieme ai banditi Terranova Antonino e Pisciotta Francesco seguiti e preceduti a poca distanza da diversi altri. Percorremmo sempre vie di campagna ed in circa tre ore giungemmo al ponte Sagana.<!–[if !supportFootnotes]–>[11]<!–[endif]–>

Risulta chiaro da queste testimonianze che dopo la strage chi non aveva altro da fare poteva essere nei pressi di casa intorno alle due, assumendo come destinazione Montelepre; le vie di ritorno furono sostanzialmente due: la prima ripiegava verso lo Strasatto-Giacalone per ricongiungersi al ponte Sagana attraverso la Cannavera; l’altra scendeva a valle costeggiando il Cozzo Valanca fino alle case Lino per riannodarsi poi alla Cannavera e da qui al ponte Sagana. Ma, nonostante l’ordine di Giuliano, non tutti fanno la stessa strada. Domenico Pretti e Vincenzo Sapienza, dopo avere percorso un tratto in comune con gli altri membri della banda, arrivano a Montelepre attraverso Partinico, Giuseppe Sapienza preferisce tornarsene nella proprietà del latifondista Di Lorenzo, dove non si sa perché c’è ad attenderlo sua moglie. In ogni caso chi aveva imboccato la strada per San Giuseppe dirigendosi verso le case Lino, non poteva aver fatto la stessa strada che avevano percorso i dodici individui notati dal contadino Domenico Acquaviva in contrada Presto. Distanze e tempi di percorrenza furono spiegati ai giudici dal maresciallo Giuseppe Calandra:

Da Portella della Ginestra può, a piedi, percorrendo un viottolo in discesa, pervenirsi alla strada nazionale San Giuseppe Jato-Palermo e precisamente nella località ove sono le case ‘Lino’. Da questo punto si può in auto, percorrendo lo stradale che attraversa Pioppo e Monreale, pervenire a Palermo in circa quaranta minuti, tenendo una velocità regolare.

Da Portella alle case ‘Lino’ vi è una distanza che può percorrersi a piedi in circa trenta minuti”<!–[if !supportFootnotes]–>[12]<!–[endif]–>.

Dunque, se alle ore 10,30 la sparatoria è finita e alle undici i criminali potevano aver raggiunto lo stradale per Palermo, o per San Giuseppe Jato, cosa stavano a farci in contrada Strasatto ben due ore dopo, quelle undici persone che avevano preso sotto sequestro il Busellini?

La risposta al problema sollevato, e cioè dell’avvistamento in due luoghi completamente diversi di 11-12 persone armate ce la dà il cadavere dello stesso campiere che fu trovato morto il 22 giugno 1947 (altro giorno di stragi e di assalti alle Camere del Lavoro di diversi comuni del palermitano) in una foiba profonda 80 metri, del Cozzo Busino, a oltre mille metri di altezza, ai confini della contrada Cannavera. Il dato singolare è che stando agli interrogatori, la squadra di Giuliano di cui fa parte uno “sconosciuto” di cui parla Francesco Tinervia, pur facendo un percorso più lungo per ricongiungersi all’altro gruppo sulla Cannavera, arriva con un ritardo ragionevole che non spiegherebbe il tempo che avrebbe dovuto impiegare per recarsi al Cozzo Busino, uccidere qui il campiere Busellini e andarsi a ricongiungere poi alla Cannavera col gruppo dei ‘picciotti’ che avevano fatto altra strada. Tanto più che i tempi non corrispondono. Lo stesso Tinervia dirà che la squadra di Giuliano raggiunse il gruppo di ritorno di cui egli faceva parte “pochi istanti dopo” e Terranova l’Americano che egli arrivò a casa alle ore 15. E’ probabile che questo compito sia stato assunto da altri, e precisamente da Salvatore Ferreri alias ‘Fra Diavolo e cioè dal capo dello squadrone ‘coperto’. Sulla sua responsabilità nell’uccisione di Busellini l’accusa di Terranova fu precisa. La puntuale dichiarazione di ‘Cacaova’che egli, al momento del suo interrogatorio, ritenendo che fosse ancora operante in Sicilia l’Ispettorato di PS, non fece i nomi dei mandanti per il timore che avrebbe fatto la stessa fine di Ferreri, la dice lunga in proposito. Con ciò, evidentemente, indicava nell’Ispettorato il mandante di questo delitto. E Pisciotta aggiungerà: “i Pianello e Ferreri furono uccisi perchè non facessero i nomi dei mandanti”<!–[if !supportFootnotes]–>[13]<!–[endif]–>. Anche presso la seconda Corte di appello di Roma, i giudici non poterono fare a meno di ammettere, per inciso (poche affermazioni su una sentenza di quasi mille pagine), che era la mafia a tenere in pugno le sorti della banda, “sostenendola ed animandola”<!–[if !supportFootnotes]–>[14]<!–[endif]–>.

La contrada Presto, come Giacalone, il pianoro di Portella rientrano nel dominio territoriale dei Miceli.Costoro in quel momento proteggevano Giuliano o coprivano altri? La sovraesposizione del primo, figura molto appariscente, scenografica e quasi onnipresente, ci dice che la mafia, al momento della strage, aveva già compiuto la scelta decisiva di giocarsi Giuliano in cambio di qualcos’altro. Si spiega così il motivo per cui viene ucciso Busellini, a differenza dei quattro cacciatori ai quali Giuliano aveva fatta salva la vita: era stato non testimone della strage ma dell’esistenza di un gruppo ‘coperto’ che attraversando i territori controllati dai mafiosi che in quel momento gestivano il caso Giuliano, avrebbe potuto fornire particolari compromettenti sulle persone che lo componevano e sulla funzione che esse avevano avuto in tutta l’operazione. Tra queste sicuramente c’era il confidente dell’ispettore Messana, Salvatore Ferreri, alias Fra’ Diavolo; c’erano anche i confidenti del tenente colonnello Giacinto Paolantonio: i fratelli Giuseppe e Fedele Pianello. La versione ufficiale dell’uccisione del campiere fu invece un’altra. Gli fu trovato addosso un biglietto del 2 aprile ’47 col quale un carabiniere lo invitava ad andare in caserma. Il dato avrebbe confermato lo stato di confidente della vittima. Ma è ben strano che un campiere scaltrito se ne vada in giro per quasi un mese con un biglietto compromettente come quello. E poi che motivo aveva di portarsi dietro quell’arma contro di lui, se già era passato un mese dall’appuntamento richiesto?

Dunque come in un gioco di scatole cinesi vediamo ora meglio le diverse funzioni dei gruppi nella fase del rientro. Il primo doveva servire a incastrare Giuliano, il secondo all’ulterirore dispiegarsi della manovra eversiva che doveva essere condotta a termine con gli assalti alle Camere del Lavoro e sedi socialcomuniste il 22 giugno di quell’anno. I grandi controllori del territorio restano fuori, ai magini, come fantasmi incombenti. Ma come si vede c’era anche un gruppo ‘coperto’ meno esposto e sicuro delle protezioni.

In tutta la vicenda stragista di maggio-giugno, una posizione difficile da chiarire è quella di Gaspare Pisciotta, il luogotenente di Giuliano. In suo favore basti il dato che egli in dibattimento fa nomi e cognomi dei mandanti e dei reali esecutori della strage: accusa il gruppo Ferreri, Licari, Madonia e i Pecoraro, questi ultimi esponenti della mafia monrealese, come Remo Corrao e Gaetano Pantuso gravitanti nell’orbita del clan dei Miceli. Tutti personaggi profondamente coinvolti con la banda Giuliano, presenti nei traffici d’armi che si sviluppano nei mesi precedenti la strage del 1° maggio, e tutti processualmente inesistenti come imputati, o assolti a diverso titolo. I casi più vistosi sono quelli di Ferreri e dei Pianello. Essi, nonostante siano dichiarati presenti nell’organizzazione ed esecuzizone delle stragi dagli stessi giudici, non figurano neanche nel rapporto giudiziario. Faranno tutti una fine cruenta e disumana. Avevano creduto non solo alle promesse ma all’autorità di quello Stato che essi avevano visto nelle figure di ispettori, colonnelli e uomini politici. Si erano fidati a tal punto da condividere con loro incontri, giorni, conversazioni, banchetti e passeggiate; avevano avuto salvacondotti e false carte di identità, finchè, cessata la loro funzione, non vennero tutti eliminati. Senza eccezione alcuna.

Pisciotta viene ucciso, tuttavia, non tanto per le dichiarazioni che aveva fatto in aula, quanto per ciò che avrebbe potuto svelare e che non aveva ancora detto. E’ certo che egli, dopo l’eliminazione di Ferreri e dell’intero gruppo che con lui si accompagnava la notte del 26 giugno 1947, rappresenta con Santo Fleres di Partinico, il principale confidente delle forze dell’ordine. C’è da chiedersi, dunque, di quali segreti potesse essere depositario Pisciotta, visto e considerato che quello che egli ha da dire lo dichiara già nel 1951 e che altri prima di lui avevano fatto analoghe dichiarazioni (è il caso della vicenda di Gaetano Palazzolo di cui abbiamo parlato in altra sede).

Pisciotta, ancora di più di Giuliano, è una delle figure più misteriose e singolari che costellano gli oscuri scenari della strage. Viene collocato all’esterno della scenografia. Le versioni ufficiali, autorevoli e rappresentative agli alti vertici delle forze dell’ordine, lo tutelano e proteggono. Analoga protezione avevano esercitato nei confrornti della squadra di Ferreri fino alla tragica liquidazione di questa. Pisciotta segue da vicino ispettori di polizia come Ciro Verdiani e mafiosi di spicco come Ignazio e Nino Miceli; è amico dei Marotta di Castelvetrano e del capitano dei carabinieri Antonio Perenze che lo ospita a casa suaa Palermo e se lo porta in giro a fare le spese. Lo sovrasta la protezione e la tutela di Ettore Messana, ispettore generale di Ps in Sicilia prima di Verdiani, e del colonnello dei carabinieri Ugo Luca.

Stando alle testimonianze rese durante gli interrogatori che si trovano allegati al rapporto di denuncia, i protetti dalle forze dell’ordine sembrano non esistere a fronte di un cliché che si ripete seguendo uno schema prestabilito. Si parte dalla riunione di Cippi, la vigilia del 1°maggio; si segue il percorso di avvicinamento a Portella durante la notte fino all’arrivo dei tiratori sui roccioni del Pelavet. Si passano poi in rassegna le varie presenze nelle diverse postazioni di tiro. Tutti i ‘picciotti’ usano lo stesso stile linguistico, come se le loro affermazioni uscissero da una sola bocca e da una sola mente. Alcuni non hanno neppure 18 anni. Sono tutti pastori analfabeti o contadini, o calzolai. Non c’è Fra Diavolo, non ci sono i Pianello e tutti gli altri che la cordata di Gaspare Pisciotta accuserà come i reali esecutori della strage. C’è il capobanda nel quale sembrano convergere i filoni palesi e occulti dell’assalto di Portella.

Come il lettore potrà constatare dall’insieme dei documenti riguardanti le testimonianze di coloro che assistettero impotenti alla strage -comuni cittadini, familiari delle vittime, e persino le forze dell’ordine-gli schemi delle versioni ufficiali sono palesemente contraddetti dall’imponenza delle dichiarazioni obiettive. Nessuna madre avrebbe, ad esempio, esposto il proprio figlio alle rappresaglie dichiarando al giudice che lì sul posto c’erano i mafiosi a far da ‘controllori’ del territorio e dell’ ‘affare’ che si stava realizzando; nessun segretario di partito o di Camera del Lavoro avrebbe dichiarato l’implicito coinvolgimento delle mafie locali, se ciò non fosse risultato da fatti obiettivi e premonitori già denunciati. Mai si sono visti nella storia della Sicilia tanti testimoni denunciare apertamente i clan mafiosi del loro paese, con uno slancio e una fiducia nello Stato inimmaginabili per quei tempi. Di converso mai lo Stato, di fronte a una vicenda così tragica quanto decisiva per le sorti future della nostra Repubblica, si dimostrò completamente ostile verso le vittime e verso ciò che esse rappresentavano: baluardidella lotta per la nascente democrazia; punti di aggregazione e di riscossa contro la tirannia delle mafie e il servilismo feudale. Non deve meravigliare perciò l’affermazione che l’omertà non è mai stata una caratteristica del popolo siciliano, bensì un prodotto specifico dell’inerzia dello Stato, il risultato della sua assenza o della sua condizione d’apparato al servizio di un potere oligarchico e sensibile alle influenze esterne. Perché sicuramente, come traspare da alcuni documenti e da analisi condotte in altra sede e richiamate in nota alla presente introduzione, non furono estranei alla vicenda alcuni nuclei eversivi che si legavano al terrorismo neofascista, con cui Giuliano era in combutta. Ma mai nessuna indagine fu avviata per saperne di più di quel Fronte antibolscevico nella cui sede palermitana erano stati trovati dei manifestini identici a quelli lanciati a Partinico e Carini durante gli assalti del 22 giugno ’47; come mai nessuna indagine fu avviata per capire come e quanto i servizi segreti americani avessero potuto giocare la loro partita decisiva in quel momento nodale della nostra storia.

Al processo di Viterbo la condotta di Pisciotta, esponente di punta dei giochi sotterranei intessuti da Ettore Messana prima e da Ciro Verdiani dopo, nonchè da alti ufficiali delle forze dell’ordine, lasciò trasparire alcune piste d’indagine che nessuno prese in considerazione. Ad esempio non si indagò sulla posizione di Francesco Alliata il cui nome ricorre nelle vicende della massomeria italiana, o di Giovanni Genovese che a Portella era di casa per via degli animali che egli teneva a pascolo da quelle parti e sul senso dei legami che lo univano direttamente alla democrazia cristiana di Salvatore Aldisio.

Poco o nulla si venne a sapere sui motivi per cui lo stesso ‘Gasparino’ fu lasciato in libera circolazione con documenti falsi per oltre tre anni dopo la strage di Portella, e nei mesi successivi alla stessa morte di Giuliano. Si spiega invece bene il motivo per cui Pisciotta sia riuscito a vivere per oltre tre anni dopo il suo arresto avvenuto nel dicembre del 1950.

A Viterbo ebbe a dichiarare di essere in possesso anche lui di un memoriale, e Antonino Terranova inteso ‘Cacaova’, suo braccio destro, ebbe a puntualizzare che quel momoriale constava di ben quattordici quaderni manoscritti. Sappiamo adesso, dalle carte desecretate dalla Commissione Antimafia, il contenuto esatto dei quaderni, con relativo indice dei capitoli. Non si tratta dei quaderni autografi di Pisciotta, ma di un memoriale redatto da un certo Gian Vittorio Mastari, laureato in legge, di 35 anni. Questi, essendo stato un compagno di cella del luogotenente di Giuliano, avrebbe compilato il memoriale fondandolo su “una lunga serie di conversazioni”. Questo prezioso documento, dunque, se esiste, va tenuto distinto dal vero e proprio memoriale di Pisciotta di cui è certa l’esistenza in quanto l’affermarono lo stesso autore e gli uomini della sua squadra. I quaderni furono visti e forse letti dai redattori palermitani dell’Unità che lo ebbero per le mani e lo restituirono a Pietro Pisciotta, il fratello di Gaspare che avrebbe chiesto come contropartita un compenso in denaro. Si tratta di un punto ancora poco chiaro che, in ogni caso, va tenuto distinto dalla vicenda che seguì il memoriale Pisciotta-Mastari. In quest’ultimo caso la certezza dell’esistenza del documento è attestata da una lettera che il vicedirettore del quotidiano romano Paese Sera, Fausto Coen, inviava a Girolamo Li Causi il 25 luglio del 1954 all’indirizzo della Camera dei Deputati. In questa lettera Coen informava Li Causi che un certo Remo Iannotti, ex compagno di cella del Mastari, tornato in libertà a seguito di amnistia nella sua casa romana di Piazza Costaguti, 14, si era recato alla redazione di ‘Paese Sera’, proponendo l’acquisto del memoriale. Coen chiedeva un giudizio sulla proposta che gli “consentisse di stabilire una linea di condotta”, e a tale proposito riportava l’indice dell’opera. Non vi erano argomenti di poco conto: vi si parlava dei viaggi a Roma di Pisciotta, e di un “luogo di appuntamento col ministro Scelba”, del suo incontro con quest’ultimo e dei motivi per cui si era preferito evitare l’appuntamento al ministero dell’Interno; dei rapporti di amicizia col principe Alliata e dell’amicizia di Giuliano con l’on. Margherita Bontade e del cardinale Ruffini con Pisciotta.

Vi si riferiva inoltre dei documenti che “comprovano la verità”, “di quattro assassinati occultati con l’aiuto dell’Autorità”, dei “colpevoli di Portella”, degli “ordini della mafia per celare la verità”, delle promesse di Scelba e delle accuse dirette a quest’ultimo, dell’inesistente riunione di Cippi [ndc: punto forte del rapporto giudiziario sulla strage e della pubblica accusa in dibattimento].

Che non si trattasse di cose campate in aria è dimostrato da altri due capitoli disvelatori: ‘Se vado all’Ucciardone mi uccidono’ e ‘ ‘La beffa dell’assegno della Banca Morgan’. Doverlo uccidere dovette apparire come un rimedio estremo. In precedenza c’erano stati tentativi di ridurlo a miglior consiglio per le vie, diciamo così, diplomatiche. Se ne era occupato l’onorevole democristiano Ivo Coccia, sul cui conto al casellario giudiziario della pretura di Roma, risultavano, tra il ‘27 e il ‘42, lesioni, calunnie, appropriazioni indebite, falsi e truffe. Per questa vicenda il nome di Coccia si lega, all’opposto, a quello di Giovanni Polacco, che dopo anni di galera e di confino, sotto il fascismo, aveva cominciato la lotta partigiana a Roma, a capo della famosa “banda Morelli”. Ebbene il Polacco, condannato a 13 anni di reclusione per l’uccisione di un ufficiale carrista, avvenuta il 15 giugno 1944, durante un’operazione per arrestare il console Massa, comandante della famigerata ‘Caserma Mussolini’, ebbe fatta, ed accettò, la proposta di avvicinare Pisciotta, per “esercitare [su di lui] le pressioni necessarie e indurlo a dichiarare in pubblica udienza che le accuse contro personalità del governo gli erano state suggerite. Se fosse riuscito nell’intento il suo compito sarebbe stato esaurito”. Ne era latore, appunto, il Coccia, suo avvocato difensore, il quale gli si presentòil 18 aprile 1951, nella casa penale di Soriano, nel Cimino (Viterbo) e gli disse che se l’impresa fosse andata in porto avrebbe ottenuto la scarcerazione (“proprio questa mattina-spiegò- ho parlato a lungo col ministro che mi ha assicurato che ti renderà immediatamente giustizia”). Accettata la proposta, il 2 maggio del ‘51, Polacco fu aggregato, come previsto, al carcere di Viterbo, su disposizione del ministero e trasferito alla sezione osservazione. Questa -scrive Polacco-

“era posta nel lato adibito a carcere giudiziario e l’ambiente consisteva in una stanza munita di alcuni letti, ma completamente disabitata quando vi fui assegnato. Oltre l’ingresso regolare -spiega meglio– v’era un passaggio interno composto da uno stretto e corto corridoio che dava in un’altra camera, quella abitata dal Pisciotta, alla quale potevasi adire mediante altra porta sita all’esterno. Eravamo così separati, ma virtualmente a contatto” .

Il tentativo di Polacco, però, non riesce perchè ‘Gasparino’ si dimostra intransigente contro Scelba dopo averlo incontrato personalmente prima di dare ascolto alle lusinghe di poliziotti e carabinieri<!–[if !supportFootnotes]–>[15]<!–[endif]–>.

Il carcere di Viterbo è teatro di grandi manovre. Per quanto Pisciotta sia tenuto isolato, non mancano le occasioni di incontrarlo, o di avere con lui dei contatti. I fratelli Genovese, ad esempio, si servirono del detenuto addetto all’infermeria dei tubercolotici, Pasquale Pellegrini e gli fecero sapere che volevano parlargli. Si combinò un incontro veloce, quasi fortuito (“Genovesi parlò viso a viso con Pisciotta”). Avevano interesse che stesse zitto e, quando furono certi della sua ostinazione a dire quanto sapeva, ricorsero ad altre vie più persuasive. “Prepararono -dice Pisciotta ai giudici- dei pugnaletti con del ferro tolto dalle brande” e organizzarono, in tal modo, la sua eliminazione. Che l’affermazione sia frutto di fantasia è improbabile, perchè nella vicenda vi sono dei testimoni. Uno è il Pellegrini. Il 19 aprile del ‘51, si trovava nel cortile del passeggio, quando scorse un pugnale costruito con un pezzo di branda. Strumenti atti ad offendere se ne erano trovati spesso in quel carcere, ma mai della rilevanza di quello. Il cambio di turno per l’ora d’aria era avvenuto da poco, e a precederlo erano stati proprio i componenti la camerata dei fratelli Genovese, la numero 14, e altri imputati nello stesso processo. Conosceva o intuiva i retroscena e avvertì il pericolo. Avvisò il comandante degli agenti di custodia, Giuseppe Carvone e intanto si diede da fare. L’indomani, procedendo a perquisizione, scoprì nel pagliericcio di Giuseppe Sapienza di Francesco, un altro pezzo di ferro “ridotto a forma di trincetto”, e nella camera numero 13 “un arnese simile ben celato”. Si dovette provvedere a piantonare l’accesso alla camera di ‘Gasparino’, notte e giorno, tanto più che essa si affacciava nello stesso corridoio nel quale davano le camere 13 e 14.

Altro testimone è Oreste Piconi, scopino della seconda sezione che comprendeva quelle camere, uno che viveva arrangiandosi e, quando gli capitava, rendeva qualche piccolo servigio ai reclusi. Alcuni giorni dopo l’episodio raccontato dal Pellegrini, ebbe affidato l’incarico di lavare un paio di pantaloni di Giuseppe Genovese. Nelle tasche c’era un biglietto che il Piconi asseriva di avere letto e gettato via. Il Genovese -che egli indica come la persona che ebbe a fargli la richiesta di un “pezzo di branda”-preso di contropiede, non potè nascondere che, da quanto scritto, traspariva la sua colpevolezza e promise di interessare l’on. Marchesano<!–[if !supportFootnotes]–>[16]<!–[endif]–>.

Ma contro ‘Gasparino’ non si ordiva solo il danno, ma anche la beffa. Quando il processo sta per concludersi, gli perviene, da New York, un assegno di 35.000 dollari emesso dalla Corn Exchange Bank Trust Company, a firma e per conto di un certo James P.Morgan della “Federation of Bankers- New Jersey- Michigan”. L’Interpol accertava che il Morgan non era un correntista di quella banca e che l’assegno, pertanto, poteva ritenersi falso<!–[if !supportFootnotes]–>[17]<!–[endif]–>. Chi erano questi ‘amici’ americani di Pisciotta? Chi si prendeva gioco di lui nell’altra parte del continente? Chi poteva avere mezzi tali da falsificare un assegno che solo attraverso l’Interpol si riusciva a bloccare? A questi interrogativi nessuno diede mai una risposta, anche perché né inquirenti né magistrati ebbero la briga di volerne sapere di più.

La fine di Pisciotta è segnata dalla sua coerenza e lucidità, a fronte di un contesto totalmente ostile. Lo scenario non è Viterbo, ma Palermo, l’università della mafia. La sua morte, come quella di Giuliano, è l’ennesima conferma che i mandanti di Portella erano tutti liberi e impuniti e continuavano il loro inesorabile percorso di morte. Era anche un monito per i banditi in galera.

Fuori in libertà non c’erano le mezze cartucce. C’erano anche coloro che dagli Stati Uniti si prendevano la briga di scherzare, di illudere, forse, un semianalfabeta, o di lanciare qualche messaggio simbolico che solo Pisciotta poteva capire. Non sappiamo. Sta di fatto che l’invisibile legame dei fatti con gli Stati Uniti è più evidente che mai. Qui si rifugiano a strage conclusa Francesco Barone, Pasquale Sciortino e Pietro Licari; agli Stati Uniti si riferiscono diversi testimoni che la stessa mattina del primo maggio udirono ripetere da ambienti sospetti di mafia che quel giorno gli Americani avrebbero “lanciato le caramelle” a Portella. Chi erano questi Americani? Dove erano collocati? Chi li accompagnava? A dare una risposta a questi interrogativi non ci aiuteranno né gli archivi segreti del ministero dell’Interno che ci fa sapere tramite il ministero per i Beni e le Attività Culturali che “l’autorizzazione all’accesso alle carte riservate ai sensi dell’art. 21 del DPR 1409/63 è gestito in forza del DPR 30 dicembre 1975, n, 854”, né quelli del ministero della Difesa, nonostante le pressioni esercitate dall’Associazione dei familiari delle vittime “Non solo Portella”. Potranno aiutarci al contrario gli archivi della CIA, aperti al pubblico da tempo, se su questa strada sarà messo in opera un apposito finanziamento da parte della Regione Siciliana, o di qualche ente o ministero che non ha scheletri nascosti dentri gli armadi.

(Giuseppe Casarrubea)

Doc. I

Didascalia dell’area di Portella della Ginestra redatta dagli organi inquirenti su tavoletta dell’Istituto Geografico Militare. Essa contiene l’indicazione dei punti in cui i testimoni Calogero Caiola e Menna Farace notarono degli individui in ritirata dopo la strage. Si osservi quanto segue:

1) Non si fa riferimento alcuno al percorso di fuga attraverso l’antica trazzera della Scala della Targia che collegava Portella della Ginestra con la masseria dei mafiosi Miceli di Monreale presso la quale nell’aprile del 1947 aveva trovato ospitalità Gaspare Pisciotta. Il luogo era frequentato assiduamente da Giuliano;

2) Farace avvista don Peppino Troia a Valle del Cozzo Valanca. A prescindere dall’identità del capomafia di S. Giuseppe Jato resta il fatto che certamente in quel punto vi erano delle persone armate al momento della strage.

3) Il teste Calogero Caiola sarà assassinato a San Giuseppe Jato il 3.11.1947.

________ sentiero che sarebbe stato percorso dai fuggitivi.

,,,,,,,,,,,,,,,,, confine intercomunale

Apodio – B postazioni di tiro- D punto di avvistamento di Cajola – C punto

Nel quale furono visti i fuggitivi dal gruppo Cajola- E posizione del Troia visto da Farace- F posizione del Farace durante l’avvistamento del Troia.

<!–[if gte vml 1]> <![endif]–><!–[if !vml]–><!–[endif]–><!–[if gte vml 1]><![endif]–>
(AGCA, copia dell’originale)


Doc. II

Sentenza di rinvio a giudizio emessa dalla sezione istruttoria della Corte di Appello di Palermo il 27.10.1948.

Si trova in Archivio generale della II Corte di Appello di Roma, Città giudiziaria,piazzaleClodio, processo 13/50, cartella 3 vol. 0.

La Corte dichiarando chiusa l’istruttoria, ordinavail rinvio a giudizio dei banditi e scagionava la mafia mentre il Procuratore assumeva nuove iniziative sui testimoni Rosario Cusumano, Nunzio Borruso, Menna Farace e Alvaro Scaduto.

634/48

[Copia della Cancelleria del tribunale di Palermo, Corte di Appello, sezione istruttoria indirizzata all’Ufficiale giudiziario presso la Pretura di Monreale “per provvedere alla notifica della sentenza al Madonia Castrenze già latitante, in atto libero, domiciliato costì in via Chiasso Tripoli, 6- 22 novembre 1948”]

REPUBBLICA ITALIANA
In nome del Popolo Italiano
La Corte di Appello di Palermo, Sezione Istruttoria

composta dai sign.:

1) Dott.Cassata Luigi- Presidente

2) Dott. Canizzaro Antonio- Consigliere

3) Dott. Urso Andrea- FF. Consigliere

ha emesso la seguente

Sentenza

nel procedimento penale

contro

1) Troia Giuseppe fu Benedetto nato 19.1.1894 in S.Giuseppe Jato, arr. il 1.5.1947 e scar. il 13.9.1947.

2) Romano Salvatore fu Vito nato 5.12.1908 in S.Giuseppe Jatoarr. il 1.5.1947 e scar. il 13.9.1947.

3) Marino Elia fu Paolo nato 17.10.1890 in S. Giuseppe Jatoarr. il 1 5.1947 e scar. il 13. 9. 1947.

4) Grigoli Pietro Benedetto di Giacomo nato 14.8.1916 in S. Giuseppe Jato arr. il 1.5.1947 e scar. il 13.9.1947.

5) Giuliano Salvatore di Salvatore nato 22.11.1922 in Montelepre latitante.

6) Gaglio Francesco di Vincenzo nato 2.12.1919 in Montelepre inteso “Reversino”) det. dal 9.7.1947 Palermo.

7) Sapienza Giuseppe di Tommaso inteso Bambineddu nato 8.12.1922 in Montelepre det. dal 10.8.1947.

8) GaglioAntonino di Giuseppe inteso Costanzo nato 2.12.1923 in Montelepre det. dal 155.8.1947.

9) Tinervia Francesco di Giacomo nato 20.10.1926 in Montelepre inteso Bastardonedet. dal 10.8.1947.

10)SapienzaVincenzo di Tommaso inteso Bambineddu nato 14.5.1927 in Montelepre det. dal 3.8.1947.

11)Patti Domenico di Filippo inteso u figghiu di Filippeddu nato 4.8.1927 in Montelepre det. dal 13.8.1947.

12)TinerviaGiuseppe di Giacomo inteso Bastardone nato 4.1.1930 in Montelepre det. dal 10.8.1947.

13)Russo Giovanni di Salvatore inteso Marano nato 18.6.1926 in Montelepre det. dal 19.8.1947.

14)TerranovaAntonino di Salvatore inteso U figghiu du miricanu nato 21.7.1930 in Montelepre det. dal 10.8.1947.

15)Buffa Antonino di Antonino nato 11.11.1926 in Montelepre det. dal 14.8.1947.

16)Buffa Vincenzo di Antonino nato 3.2.1925 in Montelepre det. dal 14.8.1947.

17)Musso Gioacchino di Leonardo nato 20.3.1930 in Partinico det. dal 21.8.1947.

18)CristianoGiuseppe di Giuseppe nato 16.6.1927 in Montelepre det. dal 21.8.1947.

19)PisciottaVincenzo di Francesco nato 18.8.1928 in Montelepre inteso Mpampò det. dal 21.8.1947.

20)Di Lorenzo Giuseppe fu Antonino inteso Peppe di Flavia nato 16.11.1908 in Montelepre det. dal 9.7.1947.

21)PisciottaSalvatore fu Gaspare nato 25.9.1889 in S. Giuseppe Jato det. per altro.

22)TerranovaAntonino di Giuseppe inteso Cacaova nato 10.2.1925 in Monteleprelatitante.

23)Russo Angelo di Giovan Battista inteso Ancilunazzu o Turi nato 5.9.1925 in Montelepre det. dal 3.10.1947

24)GenoveseGiovanni di Angelo inteso Manfrè nato 28.5.1912 in Monteleprelatitante.

25)GenoveseGiuseppe di Angelo nato 18.5.1923 in Monteleprelatitante.

26)Passatempo Salvatore di Vincenzo nato 25.3.1917 in Montelepre latitante.

27)Passatempo Giuseppe di Vincenzo nato 26.9.1921 in Montelepre latitante.

28)ManninoFrank di ignoto nato 14.10.1923 in Montelepre inteso “lampo” latitante.

29)PisciottaFrancesco di Francesco inteso Mpompò nato 18.8.1924 in Montelepre latitante.

30)SciortinoPasquale fu Giuseppe inteso Pino nato 10.10.1923 in S. Cipirello latitante.

31)CucinellaGiuseppe di Biagio inteso Purrazzolo nato 31.10.1926 in Montelepre latitante.

32)CucinellaAntonino di Biagio nato 1.1.1920 in Montelepre latitante.

33)SciortinoGiuseppe di Emanuele inteso Pinuzzo nato 9.2.1921 in S.Cipirellolatitante.

34)PisciottaGaspare di Salvatore nato 5.9.1924 in Montelepre latitante.

35)CandelaRosario di Giuseppe nato 1.10.1924 in Montelepre latitante.

36)Badalamenti Francesco di Giuseppe nato 6.4.1923 in Palermo latitante.

37)MazzolaVito fu Vito nato 16.11.1904 in Montelepre arr. 28.10.1947 det. in Caltanissetta.

38)Badalamenti Nunzio di Salvatore inteso Culo bianco nato 27.10.1927 in Montelepre latitante.

39)Motisi F. Paolo di Girolamo, nato 9.7.1927 in Montelepre latitante.

40)SapienzaGiuseppe di Francesco nato 3.9.1926 in Montelepre det. dal 28.9.1947.

41)Abbate Francesco di Pietro nato 12.11.1928 in Montelepre arr. 4.11.1947 e scar 22.12.1947.

42)Di MisaGiuseppe di Michelangelo nato 4.6.1926 in Montelepre det. dal 30.9.1947.

43)Lo CulloPietro di Eugenio nato 18.9.1927 in Montelepre det. dal 12.10.1947.

44)certo Totò intesou rizzu non meglio identificato.

<!–[if !supportLists]–>45)<!–[endif]–>certo Sapienza Francesco inteso U figghiu du zù Iachino non meglio identificato.

46)certo Zio mommo non meglio identificato.

47)TaorminaAngelo di Giuseppe nato 2.7.1927 in Giardinello rinvenuto ucciso il 29.6.1947.

48)Candela Vita di Giuseppe nata 16.2.1916 in Montelepre libera.

49)CucchiaraPietro di Giuseppe nato 18.4.1927 in S. Giuseppe Jato fer. il 2.5.1947e scar. il 6.6.1947.

50)11 individui non identificati.

51)Palma Abbate Francesco di Angelo nato 23.1.1923 in Montelepre latitante.

52)4 individui non identificati.

53)MadoniaCastrenze di Benedetto nato 2.11.1926 in Monrealelatitante.

54) Pianello Giuseppe di Salvatore di anni 27 da Montelepre ucciso in conflitto il 27 6.1947 in Alcamo.

55)Pianello Fedele di Salvatore di anni 24 da Montelepre deceduto il 27.6.1947.

56)MazzolaFederico di Giuseppe deced. il […].

57 )2 sconosciuti da Carini.

58)Ignoti.

59)Altri ignoti.

60)Altri ignoti.

IMPUTATI

dal n.1 al 53: ad eccezione dei primi quattro (Troia, Grigoli, Marino, e Romano) e dal 48° e 49° (Candela Vita, e Cucchiara Pietro) del delitto di cui all’art. 2 cpv. D.I.L.10.5.1945 n. 234 per avere partecipato ad una banda armata, con l’aggravante per il 5° della ipotesi di cui alla prima parte citato art. 2 per essere stato il promotore ed il capo; dal 1° al 53° ad eccezione del 48° e 49° del delitto di cui all’art. 3 DLL 10.5.’45 – 2.3.4, per avere portato armi e munizioni da guerra (mitra e moschetti) dopo essere scaduti i termini di consegna stabiliti dalle autorità. Accertato in Portella della Ginestra il 1-5-1947.

I primi 53 escluso il 48° ed il 49° (Candela Vita e Cucchiara Pietro) del delitto di cui all’art. 122 C.P. per avere, in correità tra loro, al fine di uccidere, esploso diversi colpi di armi automatiche sulla folla convenuta il 1° maggio 1947 in contrada Portella della Ginestra di Piana degli Albanesi ponendo in pericolo la pubblica incolumità e cagionando la morte di:

1)Megna Giovanni di Giuseppe di anni 18 da Piana d. Albanesi;

2)Allotta Vito di Filippo di anni 19 da Piana degli Albanesi;

3)La Fata Vincenzo di Salvatore di anni 7 da S. Giuseppe Jato;

4)Grifò Giovanni di Giovanni di anni 12 da S. Giuseppe Jato;

5)Di Maggio Giuseppe di Lorenzo di anni 13 da S. Giuseppe Jato;

6)Vicari Francesco di Giorgio;

7)Intravaia Castrenze di Giuseppe;

8)Cusenza Giorgio di Giuseppe;

9)Clesceri Margherita di Giuseppe;

10) Lascari Serafino di Paolo;

11) Di Salvo Filippo fu Giuseppe.

E lesioni personali a:

1)Caldarella Giorgio fu Serafino guarito in 30 giorni reliquandogli indebolimento permanente della funzionalità dell’arto inferiore destro;

2) Mileto Giorgio di Benedetto guarito in giorni28;

3) Palumbo Antonino fu Calogero““10;

4) Invernale Salvatore fu Onofrio““45;

5) La Puma Francesco di Antonino““60;

6) Petta Damiano di Giuseppe““22;

7) Caruso Salvatore di Francesco cui è reliquata una malattia probabilmente inguaribile;

8) Muscarella Giuseppe fu Giovanni guarito in giorni 30;

9) Moschetto Eleonora di Rosario guarita in giorni 10;

10) Marino Salvatore di Giuliano““ 28;

11) Di Corrado Alfonso di Salvatore““ 30;

12) Fratello Giuseppe fu Calogero““ 50;

13) Schirò Pietro fu Giuseppe““ 57;

14) Greco Provvidenza di Salvatore alla quale è reliquata malattia insanabile ed indebolimento dell’organo nella vista e della parola articolata;

15) La Rocca Cristina di Vincenzo guarita in giorni 30;

16) Italiano Marco fu G. Battista“““40;

17) Vicari Maria di Mariano“““50;

18) Renna salvatore di Francesco“““90;

19) Caldarella Maria fu Filippo“““60;

20) Fortuna Ettore di ignoti“““120;

21) Spina Giovanni fu Vincenzo“““40;

22) Parrino Giuseppa fu Giorgio“““22;

23) Pardo Gaspare di Girolamo“““10;

24) Caiola Antonina“““45;

25) Ricotta Castrenze“““25;

26) Di Lorenzo Francesca“““40;

27) Di Modica Gaetano di Giuseppe“““ 15;

In contrada Portella della Ginestra di Piana degli Albanesi alle ore 10 circa del 1° maggio 1947.

Tutti ad eccezione del 48° e 49°: del delitto di cui all’art. 3 cit. D.L.L.per avere detenuto abusivamente armi e munizioni da guerra (mitra e moschetti) dopo essere scaduto il termine di consegna stabilità dall’autorità.

Accertati in Portella della Ginestra il 1° maggio 1947.

Il 5° ed il 50° (gli 11 non ancora identificati ) del delitto di cui all’art. 605 C.P. per avere in correità tra loro privato della libertà personale Busselini Emanuele di Guglielmo.In contrada Strasatto di Monreale il 1° maggio 1947

Il 5° e 50° (gli 11 non ancora identificati) del delitto di cui agli art. 575, 577 n. 4 in relazione all’art. 61 C.P. per avere in correità tra loro per motivo obietto cagionato mediante colpi di arma da fuoco la morte di Busselini Emanuele di Guglielmo.

In contrada Cannavera di Monreale il 1° maggio 1947.

La 48° (Candela Vita) del delitto di cui all’art. 378 C.P. per avere aiutato Terranova Antonino di Giuseppe e Pisciotta Francesco latitanti a sottrarsi alla ricerca dell’autorità.

In Montelepre nell’Aprile 1947

Il 49° (Cucchiara Pietro) del delitto di cui all’art. 37 C.P. per avere deponendo come teste il 5.6.1947 davanti il giudice Istruttore di Palermo assunto il falso.

I primi 53 ad eccezione del 48° e 49° del reato di cui all’art. 605 C.P. per avere privato della libertà personale Sirchia Giorgio, Fusco Salvatore, Cuccia Gaetano e Riolo Antonino.

In Portella della Ginestra il 1. 5. 1947

Il 20, 22, 27, 28, 47, 57: del delitto di cui all’art. 422 C.P. per avere al fine di uccidere mediante lancio di bombe a mano ed esplosione di colpi di arma da fuoco contro la sezione del partito comunista di Carini la sera del 22. giugno 1947 compiuto atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità.

Il 10, 11, 31, 32, 38 del delitto di cui all’art. 422 o. p. 2° ipotesi C. P. per avere al fine di uccidere mediante scariche di mitra e moschetto contro la sezione del partito comunista di Borgetto la sera del 22 giugno 1947 compiuto atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità. Il 14, 15, 16, 17, 29, 30, 33, ed il 34: del delitto di cui all’art. 422 2° ipotesi C. P. per avere al fine di uccidere mediante lancio di bombe ed esplosione di colpi di arma da fuoco contro la sezione del partito comunista di San Giuseppe Jato la sera del 22 giugno 1947 compiuto atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità.

Il 30° del delitto di cui all’art. 56.575 C.P. per avere in sera del 22 giugno 1947 in S. G. Jato immediatamente dopo la esecuzione del delitto di cui sopra compiuto atti idonei diretti a cagionare la morte di Rizzo Benedetta esplodendo contro di lei un colpo di mitra producendole una lesione personale guarita in giorni 10.

Il 26 e 58 del delitto di cui all’art. 422 o. p. C.P. per avere al fine di uccidere mediante lancio di bombe a mano ed esplosione di raffiche di mitra contro la sezione del Partito Comunista di Partinico, posto in pericolo la pubblica incolumità cagionando la morte di:

-Casarrubea Giuseppe fu Giuseppe e Lo Jacono Vincenzo di Francesco

e lesioni personali a:

<!–[if !supportLists]–><!–[endif]–>Patti Salvatore guarito in mesi 4 con indebolimento permanente parziale arto superiore sinistro;

<!–[if !supportLists]–><!–[endif]–>Addamo Leonardo guarito in mesi quattro reliquante il debolimento permanente gamba destra;

<!–[if !supportLists]–><!–[endif]–>Salvia Giuseppe guarito in gg. 40 con indebolimento permanente mano sinistra;

<!–[if !supportLists]–><!–[endif]–>Ofria Gaspare al quale è reliquata una malattia probabilmente insanabile.

Il 59° del delitto di cui all’art. 422 o. p. 2° ipotesi C.P. per avere al fine di uccidere mediante lancio di bombe ed esplosione di colpi di arma da fuoco contro la sezione del Partito Comunista di Cinisi la sera del 22 giugno 1947 compiuto atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità.

Il 60: del delitto di cui all’ art. 424 o.p. per avere allo scopo di danneggiare la sede del P.S.I. di Monreale la notte del 22 giugno 1947 appiccato il fuoco alla porta dell’edificio facendo sorgere pericolo di incendio.

Il 11, 20, 22, 26, 27, 28, 29, 30, 31, 32, 35, 45, 47, 54, 55 e il 56: di correità a sensi dell’art. 110 e 112 n.1 C. P. per avere partecipato alla riunione indetta dal 30° in contrada Testa di Corsa di Montelepre la sera del 20.6.1947 dove vennero decise ed organizzate le stragi ed il danneggiamento di cui sopra e cioè rispettivamente a quelle stragi alle quali non presero parte quali esecutori materiali.

Il 5° di correità morale in tutte le stragi e danneggiamento cui sopra per avere determinato gli altri a commetterlo.

Il 5°, 10°, 11°, 14°, 15°, 16°, 17°, 20°, 22°, 26°, 27°, 28°, 29°, 30°, 31°, 32°, 33°, 34°, 35°, 38°, 44°, 45°, 47°, 54, 55°, 56°, 57°, 58°, 59°, 60°:

a) del delitto di cui all’art. 2 cpv D.L. L. 10.5.45 n. 234 per avere partecipato ad una banda armata con l’aggravante per il 5° di essere il capo e l’organizzatore;

b) del delitto di cui all’art. 3 cpv int. D.L.L. per avere detenuto armi da guerra (moschetti, mitra e bombe a mano) e munizioni dopo la scadenza del termine utile per la consegna.

Reati accertati il 22.6.1947

omissis

La Corte di Appello di Palermo, Sezione Istruttoria

Visti gli art. 374, 378 C.P.P. 12 D.L.L. 5.10.45 N. 679;

In parziale difformità dalla richiesta del P.M.;

Dichiarata chiusa la formale istruzione;

Ordina

il rinvio al giudizio della corte di Assise di Palermo di:

Di Lorenzo Giuseppe per rispondere di strage connesse in Carini il 22.6.1947 di concorso in strage in tentativo di omicidio ed in danneggiamento, delitti decisi ed organizzati in contrada Belvedere di Montelepre il 20 giugno del 1947 nonché dei delitti di partecipazione a banda armata di detenzione di armi e munizioni da guerra accertati il 22.6.1947 e di Candela Vita di Giuseppe, Cucchiara Pietro di Giuseppe, Giuliano Salvatore di Salvatore, Gaglio Francesco di Vincenzo, Sapienza Giuseppe di Tommaso, Gaglio Antonino di Giuseppe, Tinervia Giuseppe di Giacomo, Russo Giovanni fu Salvatore, Terranova Antonino di Salvatore, Buffa Vincenzo di Antonino, Musso Gioacchino di Leonardo, Cristiano Giuseppe di Giuseppe, Pisciotta Vincenzo di Francesco, Sciortino Pasquale fu Giuseppe, Terranova Antonino di Giuseppe, Russo Angelo di G. Battista, Genovese Giovanni di Angelo, Genovese Giuseppe di Angelo, Passatempo Salvatore di Vincenzo, Passatempo Giuseppe di Vincenzo, Mannino Frank di ignoto, Pisciotta Francesco di Francesco, Cucinella Giuseppe di Biagio, Cucinella Antonino di Biagio, Sciortino Giuseppe di Emanuele, Pisciotta Gaspare di Salvatore, Candela Rosario di Giuseppe, Mazzola Vito fu Vito, Badalamenti Nunzio di Salvatore, Motisi Francesco Paolo di Girolamo, Sapienza Giuseppe di Francesco, Di Misa Giuseppe di Michelangelo, Lo Cullo Pietro di Eugenio, Palma Abbate Francesco di Angelo, per rispondere dei reati rispettivamente loro ascritti come in epigrafe, fermi mantenendo lo stato di carcerazione preventiva in cui si trovano gli imputati Di Lorenzo Giuseppe, Gaglio Francesco di Vincenzo, Sapienza Giuseppe di Tommaso, Gaglio Antonino di Giuseppe, Tinervia Francesco di Giacomo, Sapienza Vincenzo di Tommaso, Pretti Domenico di Filippo, Tinervia Giuseppe di Giacomo, Russo Giovanni fu Salvatore, Terranova Antonino di Salvatore, Buffa Antonino di Antonino, Buffa Vincenzo di Antonino, Musso Gioacchino di Leonardo, Cristiano Giuseppe di Giuseppe, Pisciotta Vincenzo di Francesco,Russo Angelo di G. Battista, Mazzola Vito fu Vito, Sapienza Giuseppe di Francesco, Di Misa Giuseppe di Michelangelo, Lo Cullo Pietro di Eugenio; ed i mandati di cattura emessi a carico di Giuliano Salvatore di Salvatore, Terranova Antonino di Giuseppe , Genovese Giovanni di Angelo, Genovese Giuseppe di Angelo, Passatempo Salvatore di Vincenzo, Passatempo Giuseppe di Vincenzo, Mannino Frank di ignoto, Pisciotta Francesco di Francesco, Sciortino Pasquale fu Giuseppe, Cucinella Giuseppe di Biagio, Cucinella Antonino di Biagio, Sciortino Giuseppe di Emanuele, Pisciotta Gaspare di Salvatore, Candela Rosario di Giuseppe, Badalamenti Nunzio di Salvatore, Motisi Francesco Paolo di Giuliano e Palma Abbate Francesco di Angelo.

dichiara

non doversi procedere contro Badalamenti Francesco, Taormina Angelo, Pianello Giuseppe, Pianello Fedele, Mazzola Federico, perché estinti i reati loro ascritti per morte degli stessi, contro Pisciotta Salvatore e Abbate Francesco per i reati loro ascritti per non avere commesso i fatti; contro Madonia Castrenze pure in ordine a tutti i reati ascrittigli e contro Di Lorenzo Giuseppe per i delitti di strage di contrada Portella della Ginestra, per il delitto di partecipazione a banda armata e per detenzione di armi e munizioni di guerra accertati in contrada Portella della Ginestra il 1° maggio 1947, nonché per il delitto di sequestro di persona in pregiudizio di Fusco, Cuccia, Sirchia, e Riolo per insufficienza di prove contro gli ignoti perché rimasti tali, contro Romano, Marino, Grigoli e Troia in ordine a tutti i reati loro ascritti per non avere commesso il fatto.

Ordina

l’immediata scarcerazione di Pisciotta Salvatore se non detenuto per altra causa e dispone la revoca del mandato di cattura emesso contro Madonia Castrenze.

Dispone

che copia autentica delle dichiarazioni dei testi Cusimano Rosario, Borruso Alberto, Faraci Menna, Scaduto Alvaro, Licciardi Giuseppe e dei processi verbali dei giudiziali esperimenti a cui detti intervennero siano rimessi al procuratore generale, che ha fatto riserva di ulteriore iniziativa.

(FF. 34,38,67,68,174a, 178,181a,183,VOL. A .50, 51, 53, 54, 215, 250, 117 a 121, VOL.D.)

Palermo 27. 10. 1948

F.to Cassata. Canizzaro. Urso. Piazza Cancelliere

Depositata oggi. Palermo 17.11.1948

Il cancelliere. f.to Piazza.

Estratto conforme all’originale per l’esecuzione

Palermo 17.11. 1948

Doc. III

L’analisi dei fatti compiuta dai giudici istruttori palermitani costituisce l’atto fondamentale su cui si fonderà il processo di Viterbo e quello che seguirà presso la II Corte di Appello di Roma. I materiali d’accusa sono forniti dal Rapporto n. 37 del 4 settembre 1947 del maresciallo Giovanni Lo Bianco. Si noti come le indagini di polizia giudiziaria non ebbero l’avallo di nessun ispettore generale di Ps succeduto a Ettore Messana. Questi mantenne la sua carica in Sicilia praticamente fino ai primi di agosto 1947, nonostante fosse stato destituito già nelle settimane successive alla strage del 1° maggio. Nell’atto non vi è traccia alcuna del delicatissimo compito di bandito-confidente assegnato dallo stesso ispettore Messana a Salvatore Ferreri e quasi nulla traspare di altri due importanti confidenti: i fratelli Giuseppe e Fedele Pianello, entrambi di Montelepre. Saranno tutti eliminati in un conflitto a fuoco avvenuto ad Alcamo la notte del 26 giugno 1947. Nello stesso giorno saltarono in aria su un ordigno, in contrada Pitarre di Camporeale, altri personaggi che avevano partecipato alla fase organizzativa ed esecutiva delle stragi del 22 giugno 1947: Federico Mazzola, Angelo Taormina e Francesco Passatempo. I Passatempo, nella vicenda stragista di maggio-giugno, hanno un rilievo non trascurabile in quanto, secondo alcune testimonianze emerse al processo di Viterbo, essi erano in rapporti di amicizia col capomafia di Partinico Santo Fleres, che Gaspare Pisciotta indicava come il principale confidente di Messana. Salvatore e Giuseppe Passatempo furono sicuramente presenti a Portella della Ginestra il 1° maggio 1947 e parteciparono, stando alle testimonianze del ‘piccotto’ Giuseppe Di Lorenzo alla strage di Partinico e agli assalti contro le sedi del Partito comunista e delle Camere del Lavoro della provincia di Palermo, la sera del 22 giugno ’47.

Sezione Istruttoria della Corte di Appello di Palermo

[Descrizione dei fatti e motivazione della sentenza di rinvio a giudizio]27.10.1948

Il 1° maggio del 1947 per solennizzare la festa del lavoro, seguendo una vecchia tradizione, convenivano, sin dalle prime ore del mattino, in località Portella della Ginestra, a sud-est di Piana degli Albanesi, sulla vallata circoscritta dai monti Cometa e Pelavet, parecchie centinaia di cittadini aderenti ai partiti di sinistra dei comuni di Piana degli Albanesi, S. Giuseppe Jato e S. Cipirrello, tra cui anche donne e bambini. Erano le 10,30 circa quando quella folla si radunò festeggiante attorno ad un podio costituito da uno sperone di roccia, per ascoltare la parola degli esponenti locali dei partiti socialista e comunista. Proprio allora dalle pendici del Pelavet, a mezza costa, fu aperto un fuoco d’armi automatiche su quella massa di convenuti. La folla, pervasa da panico, cercò scampo nella fuga, rifugiandosi nelle anfrattuosità del terreno mentre alcuni cadevano uccisi e molti altri feriti. Non furono pochi coloro che rimasero malconci, travolti nella corsa. Gli spari si protrassero per circa un quarto d’ora. Ad undici assommarono le vittime e a ventisette i feriti.

Il folle, criminale gesto destò l’unanime indignazione in tutta la nazione. Le forze di polizia accorsero prontamente e si accertò innanzitutto ancora, da parte del Giudice Istruttore, che si era sparato, a mezza costa, dal Pelavet servendosi di sei postazioni e che le armi usate furono i fucili mitragliatori Breda 30 cal. 6,5, moschetto modello 91 cal. 6,5, moschetto automatico e mitra Beretta cal. 9, carabina americana, fucile a ripetizione Enfield, fucile mitragliatrice Bren, tutte armi efficienti alla distanza di 530 metri, che è quella intercorrente tra le postazioni, ai piedi delle quali vennero rinvenuti i caricatori e bossoli e il podio attorno al quale era radunata la folla.

Le prime indagini si svolsero in un atmosfera infuocata mentre vivaci erano le polemiche tra le contrapposte fazioni e vennero operati centinaia di fermi in base a semplici sospetti di carattere generico. La voce corrente nel pubblico indicava quali autori dell’eccidio «i Romano e i Troia», cioè gli esponenti dell’anticomunismo. Il grido «sono stati i Romano e i Troia» era stato lanciato dalla moltitudine ancora sconvolta sulla via del ritorno da Portella della Ginestra. Il giorno 2 maggio il sindaco di San Giuseppe Jato, Biagio Ferrara segnalava agli organi di Polizia l’opportunità di assumere in esame il dodicenne Cusimano Rosario che aveva fatto in paese delle importanti propalazioni circa gli autori dell’eccidio. Il Cusimano dichiarava che il 1° maggio era stato a Portella della Ginestra e subito dopo la strage, avviatosi da solo attraverso i campi per raggiungere lo stradale di San Giuseppe Jato, pervenuto nei pressi di un casamento, aveva visto passare a brevissima distanza, a circa 50 m. («quanta ne intercorre tra il municipio e la caserma dei carabinieri di S. Giuseppe Jato» — cosi egli poi si espresse) tre individui armati, due di mitra e uno di fucile, che riconobbe per Troia Giuseppe, Romano Salvatore, e Marino Elia i quali provenivano a suo dire dalle pendici del Pelavet diretti verso lo stradale. Agli stessi verbalizzanti il giovane Borruso Alberto riferiva che il 1° maggio si era recato a Portella col suo carro carico di circa duecento razioni di pane ed altro che avrebbe dovuto essere distribuito dal Comitato organizzatore della riunione ai compagni poveri; che inoltratosi nei campi verso i costoni del Pelavet per raccogliere l’erba al suo animale, aveva avuto modo di riconoscere, mentre durante sparatoria si era riparato dietro una roccia, un individuo che sparava sulla folla, essendosi questi spostato da un posto all’altro del Pelavet, per Grigoli Benedetto inteso Troia.

Ugo Bellocci, Calogero Caiola, Angelo Randazzo e Rumore Angelo i quali, recatisi a Portella della Ginestra, si erano appartati ad un chilometro circa dal luogo dove era radunata la folla, assieme alla prostituta Maria Roccia, dichiaravano alla loro volta che dopo l’eccidio avevano visto allontanarsi dal Pelavet dodici armati così divisi: due avanti, seguiti da tre, quindi altri tre e poi due e ancora altri due; tutti individui a loro sconosciuti. Uno di costoro indossava un impermeabile chiaro e si udì una voce ripetere: «Disgraziati chi facistivu». Avevano successivamente notato nello stradale un’autovettura e un autocarro diretto a San Giuseppe Jato.

L’undici maggio del 1947 il sedicenne Faraci Menna affermava che avvenuta la strage, di ritorno in paese, aveva visto Troia Giuseppe, transitare su un’altura rocciosa sita tra lo stradale e i contorni del Pelavet. Anche il tredicenne Scaduto Alvaro che si trovò in contrada Ginestra il 1° maggio disse l’indomani, di aver visto mentre si recava alla riunione, tre persone che correvano in direzione di detta contrada e in una di esse ebbe l’impressione di riconoscere uno dei fratelli Romano di cui non seppe precisare il nome (f. 38, fasc. A).

Si accertava che il 28 Aprile 1947 in contrada Kaggio si era tenuta una riunione alla quale avevano partecipato i Troia, Gambino Giovanbattista, Cucchiara Pietro, Bernardo Puleo, Giuseppe Riolo, Francesco Pardo ed alcuni pastori di S. Cipirrello, Piana e San Giuseppe Jato. Voci correnti nel pubblico aveva definito quella una riunione di mafiosi nella quale sarebbe stato deciso di consumare la strage del 1° maggio. Senonché risultò che la riunione era stata tenuta per discutere circa una questione di estagli.

Molte altre voci correnti nel pubblico si raccolsero. Alcuni riferirono circa larvate minacce contenute in discorsi di esponenti locali dei partiti di destra. Salvatore Celeste, presunto capo della mafia locale, in un comizio tenuto a San Cipirrello aveva detto che se il blocco del popolo avesse riportato una vittoria nelle elezioni regionali molto sangue comunista sarebbe stato sparso.

Maiolo Rosalia in Norcia da San Giuseppe Jato vide la mattina del 1° maggio 1947 i fratelli Giuseppe e Salvatore Romano conversare con Giuseppe Troia e udì uno dei due Romano dire: «sarebbe cosa stamattina di pigghiari una mitragliatrice e lasciarli tutti lì».

L’ingegnere Dionisio Masi, oggi defunto, in occasione della raccolta di somme di denaro per i festeggiamenti in onore di San Giorgio in Piana degli Albanesi, avrebbe detto che i partiti di destra erano intenzionati a farla finita una buona volta con i comunisti e ad un certo punto avrebbe soggiunto: «chissà che questi denari raccolti con la festa di San Giorgio non serviranno per comprare le medicine».

Di seguito a tali primi accertamenti, il 15.5.47, l’Autorità Giudiziaria emetteva un mandato di cattura a carico di Troia Giuseppe, Romano Salvatore, Marino Elia e Grigoli Pietro che sin dal 1° maggio erano stati fermati dalla Polizia.

Nella stessa giornata del 1° maggio 1947 era misteriosamente scomparso dall’ex feudo Strasatto di Monreale, ove prestava servizio di vigilanza, in qualità di campiere, Busellini Emanuele da Altofonte. Acquaviva Domenico riferiva alla Polizia di avere visto il Busellini, alle ore 13.00 del 1° maggio, in località Prestotra un gruppo di circa dodici armati e contrariamente al suo solito non portava il fucile. Li vide scomparire dietro una collina. La località Presto confina con Portella della Ginestra. Evidentemente quel gruppo di armati, commessa la strage di Portella della Ginestra, aveva sequestrato il Busellini per eliminare un teste a loro carico. Il 22 giugno del 1947, in località Cozzo Busino di contrada Cannavera, in una buca profonda circa 80 m. veniva rinvenuto il cadavere del Busellini. La morte era stata causata da colpi d’arma da fuoco che avevano leso il cuore e risaliva almeno a 40 giorni avanti.

Il Busellini era un valido collaboratore della Polizia. Addosso al cadavere veniva rinvenuto tra l’altro un biglietto a firma del brigadiere Buscasseracomandante della stazione di Portella della Paglia con la scritta «Caro Emanuele vi prego venire in caserma che vi debbo parlare.Portella, lì 2.4.47 ore 15.20».

Detto biglietto era riconosciuto dal Brigadiere Buscassera che dichiarava di averlo indirizzato appunto ad Emanuele Busellini .

L’eccidio di Portella della Ginestra non restava unico episodio, l’unica manifestazione accompagnata da selvaggia criminalità contro gli aderenti del Partito Comunista.

La sera del 22 giugno 1947 seguivano altri gravi e luttuosi avvenimenti:

a) In Partinico, la sera del 22.6.47, mentre in piazza suonava la musica e i cittadini pacificamente passeggiavano lungo il corso principale del paese, alcuni sconosciuti, che si erano appostati all’angolo della via Pozzo del Grillo, dirimpetto alla sede del partito comunista, esplodevano alcune raffiche di mitra e lanciavano un fiasco di liquido infiammabile ed alcune bombe a mano contro la sede del Partito predetto. La folla presa dal panico si dileguava, la musica cessava di suonare. La Polizia, accorsa sul luogo del delitto, trovava nell’interno dei locali del Partito Comunista, sito a piano terreno, bocconi sul pavimento in una pozza di sangue, il cadavere del nominato Giuseppe Casarrubea. Presentava ferite prodotte da colpi di mitra e da schegge di bomba a mano, all’emitorace posteriore sinistro e in altre parti del corpo. Altre cinque persone erano rimaste ferite tra cui Lo Jacono Vincenzo, che successivamente decedeva. Quasi tutti costoro erano iscritti al partito comunista. Marzucco Andrea e Mancuso Salvatore, che si erano trovati anche essi davanti la porta della sede del Partito Comunista, erano rimasti miracolosamente illesi. Furono rinvenute inesplose due bombe, furono raccolti n. 41 bossoli di fucile mitra cal. 9, n. 8 pallottole di piombo, n. 3 involucri di bombe a mano e frammenti di paglia del rivestimento del fiasco che conteneva il liquido infiammabile. A terra, in via Pozzo del Grillo, furono trovati due manifesti a stampa contenenti un appello rivolto ai Siciliani di accorrere al feudo Sagana, quartiere generale della banda di Salvatore Giuliano onde partecipare alla lotta antibolscevica promossa dallo stesso Giuliano. I manifestini a stampa recavano dattiloscritte la parola «Sagana» e la firma di Salvatore Giuliano.

b) La stessa sera del 22.6.1947, alle ore 23.00 circa, in Carini altri sconosciuti esplodevano prima colpi di mitra e lanciavano una bomba a mano e due bottiglie di benzina contro la porta d’ingresso della sezione del Partito Comunista Italiano. I malfattori, in numero di dieci circa entrati in paese provenienti dallo stradale di Montelepre, avevano fulmineamente compiuto l’azione dileguandosi subito dopo. Fortunatamente nessun danno veniva arrecato alle persone. I carabinieri subito accorsi riuscivano a domare un principio d’incendio. Furono raccolti dei manifestini uguali agli altri rinvenuti a Partinico.

c) Sempre nella stessa serata del 22.6.1947, alle ore 23.30 circa, due individui vestiti da carabinieri sparavano una raffica di mitra contro la gente dei locali della sezione del Partito Comunista di Borgetto siti a pochi metri da quel Comando Stazione Carabinieri. I militari accorsi tentavano la cattura dei due fuggitivi ma non vi riuscivano. Nessun danno alle persone ebbe a verificarsi.

d) Anche a San Giuseppe Jato, alle ore 23.35 del 22.6.47, quattro individui armati esplodevano raffiche di mitra e lanciavano delle bombe a mano contro la porta del locale Partito Comunista, sita al primo piano di quell’abitato. Allontanandosi i malfattori continuavano a sparare e uno dei colpi feriva certa Benedetta Rizzo che riportava lesioni guarite poi in giorni 15. Le aperture dell’edificio rimanevano danneggiate e i vetri andavano in frantumi. I carabinieri, accorsi, raccoglievano nel luogo del delitto 7 cartucce di mitra non esplose, 83 bossoli della stessa arma e 3 bombe a mano pure inesplose.

e) A Monreale alle ore 2.15 del 23.6.47, ignoti, cosparsa di petrolio la porta d’ingresso della sede del locale Partito Socialista Italiano, vi appiccavano il fuoco, che veniva estinto dai carabinieri e dai cittadini accorsi.

f) Alle ore 3.45 del 23.6.47, in Cinisi un ordigno esplodeva davanti la sede del locale Partito Comunista Italiano, che rimaneva danneggiata.

Le violente e criminali aggressioni alle sedi dei partiti, comunista e socialista, avvenute di seguito all’eccidio di Portella della Ginestra erano evidentemente collegate a questo detto primo episodio da unicità di programma criminoso.

Quanto alla strage di Portella della Ginestra, la Polizia era riuscita ad avere qualche nuovo elemento raccogliendo la dichiarazione di Riolo Damiano, che, dopo alcuni giorni di fermo, finiva col narrare che il 1° maggio 1947, sui costoni del Pelavet a caccia, si erano trovati assieme i compagni Riolo Damiano, Sirchia Giorgio, Cuccia Gaetano e Fusco Salvatore, tutti e quattro iscritti al Partito Comunista Italiano. Costoro quella mattina erano stati catturati da un gruppo di malviventi. Disarmati dei fucili da caccia, erano stati richiesti se fossero iscritti o non al Partito Comunista ed avendo loro risposto con furberia negativamente è stata loro risparmiata la vita. Erano stati fatti mettere da parte, e, guardati a vista da uno dei malviventi, avevano assistito allo svolgimento dell’eccidio. Successivamente erano stati rimessi in libertà, erano state loro restituite le armi ma non le munizioni, ed era stato loro imposto di dire in paese d’aver visto che a sparare erano stati in 500 circa.

Il Riolo, il Sirchia, il Cuccia e il Fusco confermavano al Giudice Istruttore i particolari del loro sequestro, precisando che il capo di quei malviventi indossava un impermeabile bianco. Che il malfattore incaricato della loro sorveglianza durante l’attesa aveva loro detto: «i comunisti vogliono togliere la terra e la mafia, gliela diamo noi nelle corna la terra». Mostrata ai quattro una recente fotografia del noto bandito Salvatore Giuliano, riconoscevano, nella persona ritratta nella fotografia (f. 180 fasc. A), il capo del gruppo dei malfattori nei quali si erano imbattuti il 1° maggio 1947 sui costoni del Pelavet.

Intanto gli elementi raccolti dalla Polizia subito dopo l’eccidio Portella della Ginestra a carico di Troia, Romano, Marino e Grigoli venivano inficiati nella fase giudiziale condotta con la più rigorosa obiettività. Anzitutto il teste Scaduto Alvaro ritrattò la sua stragiudiziale dichiarazione asserendo d’averla resa per istigazione della guardia comunale Ricotta.

Fece presente di non avere riconosciuto alcuno dei malfattori, mentre i suoi familiari negarono di aver appreso alcunché dal loro congiunto in ordine alla strage di Portella della Ginestra. La ritrattazione del teste è corroborata dalla deposizione del suo coetaneo Licciardi che si trovò in contrada Ginestra assieme a lui.

Il testimone Faraci Menna aveva asserito di avere riconosciuto il Troia in uno di coloro che avevano sparato sulla folla. Il Giudice Istruttore lo condusse nel luogo del delitto e ivi il testimone indicò il punto in cui egli si sarebbe trovato e il punto in cui si sarebbe trovato il Troia. Fu misurata la distanza con l’ausilio di tecnici periti. Essa risultò di 400 m. circa. Si procedette a giudiziale esperimento: il Giudice Istruttore restò nel punto indicato dal Faraci Menna come quello ove egli si sarebbe trovato; si mandarono soldati nell’altro ove si sarebbe trovato il Troia. Quando essi vi furono giunti s’accertò che un uomo di vista normale qual è il Faraci Menna non riesce a scorgere a quella distanza non soltanto le fattezze del viso ma neppure la foggia del vestito. Anche Borruso Alberto fu condotto sul luogo del delitto e fu invitato a precisare il punto ove egli si sarebbe trovato quando riconobbe il Grigoli e il punto in cui si sarebbe trovato questi. Egli cadde in contraddizione con le sue stesse precedenti giudiziali dichiarazioni e poiché aveva precisato che nella circostanza di luogo in cui vide il Grigoli si trovava in ginocchio ed il Grigoli procedeva ricurvo, il Giudice Istruttore procedette a giudiziale sperimento e stabilì che per potere vedere, dal posto in cui il Borruso si sarebbe trovato un individuo che si fosse trovato nel posto ove il Grigoli sarebbe stato visto dal testimone, sarebbe occorso che entrambi gli individui si fossero trovati in piedi.

Durante la giudiziale ricognizione il dichiarante Cusimano a sua volta incorreva in contraddizioni. Aveva precedentemente detto di essersi nascosto dietro un casamento e di aver visto e riconosciuto il Troia, il Romano e il Marino, tutti e tre armati, e che questi sarebbero passati a brevissima distanza da lui e che egli avrebbe lasciato il suo nascondiglio dietro il casamento solo dopo la cessazione degli spari. Nel corso dell’ispezione, invece, indicava, come posto ove si sarebbe nascosto, un masso distante 190 m. dal casamento di cui aveva parlato, diceva che due soltanto, e non più tutti e tre gli imputati, erano armati e che essi sarebbero passati a distanza maggiore di quella di cui aveva in precedenza parlato e che egli avrebbe lasciato il suo nascondiglio quando ancora gli spari non erano cessati.

I testi Sirchia, Fusco, Cuccia e Riolo nelle giudiziali ricognizioni escludevano di avere visto il Troia, il Romano, il Marino e il Grigoli, per il gruppo dei malfattori. D’altra parte gli alibi addotti dai quattro imputati, ora esaminati, risultarono pienamente provati per concordi deposizioni di numerosissimi testimoni degni di ogni fiducia, alcuni dei quali appartenenti all’Arma dei Carabinieri.

Da questo imponente testimoniale, la presenza dei quattro suddetti imputati alle pendici del Pelavet, la mattina del 1° maggio 1947 rimane inequivocabilmente esclusa.

Gli ulteriori accertamenti della Polizia portavano intanto a ritenere che la strage di Portella della Ginestra e le aggressioni armate contro le sedi dei partiti di sinistra erano state materialmente eseguite da numerosi elementi della banda Giuliano capeggiati dallo stesso Salvatore Giuliano.

Il 14 luglio del 1947 veniva fermato Gaglio Francesco di Vincenzo, inteso «Reversino». Il Gaglio, fidanzato con una nipote della madre del Giuliano e imparentato a mezzo della sorella Marianna coi banditi fratelli Passatempo di cui la donna aveva sposato altro fratello, finiva col rendere una interessantissima propalazione in merito alla strage di Portella della Ginestra. Il Gaglio precisava che chiamato da Mazzola Vito, a nome del Giuliano, nel pomeriggio del 30 aprile 1947 aveva partecipato in contrada Cippi di Montelepre ad un convegno durante il quale il Giuliano personalmente ai convenuti aveva tenuto un discorso asserendo che era suo intendimento di lottare a mano armata contro il comunismo, che minacciava di espandersi nella zona oltre i limiti della sua tolleranza, e che aveva intanto deciso di impartire senz’altro una lezione agli aderenti a quel partito che avrebbero l’indomani partecipato al tradizionale raduno di Portella della Ginestra. Furono indi distribuite le armi ed attraverso le campagne, fuori dalla strada di comunicazione, all’alba del 1° maggio pervennero al luogo convenuto appostandosi sui costoni del Pelavet. Attesero il momento opportuno e al segnale del Giuliano, che sparò il primo colpo, aprirono il fuoco sulla folla, fuoco che fu cessato ad altro ordine del Giuliano. Le armi furono raccolte dai più fidi a lui, che formarono un gruppo di una decina o poco più che si allontanò per suo conto, mentre agli altri venne ordinato di avviarsi alla spicciolata verso Montelepre.

Quali concorrenti nell’azione criminosa il Gaglio fece i nomi di:

Mazzola Vito; Antonino Terranova; Rosario Candela inteso Cacagrasso; Russo Angelo inteso Ancilinazzu; Genovese Giovanni inteso Manfrè; Genovese Giuseppe; Passatempo Salvatore; Passatempo Giuseppe; Mannino Frank inteso Lampo; Taormina Angelo inteso Vitu Pagliuso; Pisciotta Francesco inteso Mpompò; Pisciotta Gaspare, inteso Chiaravalle; Sciortino Pasquale inteso Pino, cognato di Giuliano; Cucinella Giuseppe inteso Porrazzolo; Cucinella Antonino; Sapienza Giuseppe inteso Bambineddu; Badalamenti Francesco di Giuseppe; Costanza Antonino di Giuseppe; Tinervia Francesco di Giacomo; Pretti Domenico, inteso figlio di Filippello; Sapienza Vincenzo di Tommaso.

Il giorno 16 dello stesso luglio 1947 veniva catturato il bandito Di Lorenzo Giuseppe fu Antonino, già colpito da diversi mandati di cattura emessi dalla Autorità Giudiziaria per gravi delitti comuni commessi in seno alla banda (vedi procedimento n. 905/46 Sez. Istr. Corte Appello di Palermo). Il Di Lorenzo confessava ai carabinieri di avere partecipato nella tarda sera del 20 giugno 1947, nel Piazzale Belvedere, fuori dell’abitato di Montelepre, invitato da Cucinella Giuseppe, inteso Porrazzolo e da Sciortino Pasquale cognato di Giuliano Salvatore, ad una riunione a cui presero anche parte: 1) Passatempo Salvatore; 2) Passatempo Giuseppe; 3) Candela Rosario, inteso Cacagrasso; 4) Pisciotta Francesco inteso Mpompò; 5) Taormina Angelo, inteso Vito Pagliuso; 6) Mannino Franco, inteso Lampo; 7) Cucinella Antonino; 8) Terranova Antonino; 9) Pianello Giuseppe; 10) Pianello Filippo; 11) Mazzola Federico; 12) certo Totò intesoU Rizzu; 13) Prtti Domenico; 14) Sapienza Francesco. Sciortino Pasquale disse ai convenuti che era ormai tempo di tradurre in atto un piano d’attacco diretto alla distruzione delle sedi del Partito Comunista Italiano nel territorio ove operava la banda Giuliano, facendo voti che l’esempio che stavano per dare, fosse seguito in altre provincie della Sicilia. La riunione fu sciolta avvertendo i convenuti che sarebbero stati singolarmente informati del luogo e della data di prossime riunioni per passare all’azione. Il Di Lorenzo fu invitato senz’altro dal Terranova Antonino a farsi trovare alle ore 21.00 del 22 successivo in contrada Piano Gallina. Ivi trovò il Terranova, Passatempo Giuseppe, Taormina Angelo inteso Pagliuso, Mannino Frank inteso Lampo e il Candela Rosario inteso Cacagrasso e partecipò, dandone i particolari, all’aggressione alla sede del Partito Comunista di Carini.

Le propalazioni del Gaglio Francesco e del Di Lorenzo Giuseppe diedero la possibilità alla polizia di fare piena luce in merito ai gravissimi delitti di cui al presente procedimento. Oltre il Gaglio e il Di Lorenzo vennero tratti in arresto: 1) Sapienza Vincenzo; 2) Pretti Domenico; 3) Tinervia Francesco; 4) Sapienza Giuseppe di Tommaso; 5) Gaglio Antonino; 6) Tinervia Giuseppe; 7) Terranova Antonino, inteso Costanzo, di Salvatore; 8) Buffa Antonino; 9) Musso Gioacchino; 10) Buffa Vincenzo; 11) Cristiano Giuseppe; 12) Pisciotta Vincenzo; 13) Russo Giovanni; 14) Russo Angelo; 15) Pisciotta Salvatore; 16) Mazzola Vito; 17) Di Misa Giuseppe; 18) Lo Cullo Pietro; 19) Sapienza Giuseppe di Francesco.

Dei predetti arrestati, Sapienza Vincenzo, Pretti Domenico, Tinervia Francesco, Sapienza Giuseppe di Tommaso, Tinervia Giuseppe, Terranova Antonino, Buffa Antonino, Musso Gioacchino e Pisciotta Vincenzo resero ampie giudiziali confessioni, con ricchezza di particolari, specificando tutte le modalità di preparazione ed esecuzione dell’eccidio di Portella della Ginestra e indicando i nominativi di coloro che vi ebbero a partecipare. Il Sapienza Vincenzo e il Pretti, dopo la confessione giudiziaria, condotti sul luogo, indicarono il luogo preciso ove si appostarono, precisamente quei luoghi ove la Polizia aveva rinvenuto i bossoli dei colpi sparati dai banditi. Confermarono che era il Giuliano colui che portava addosso un impermeabile chiaro.

Cristiano Giuseppe, Russo Giovanni, Mazzola Vito e Sapienza Giuseppe di Francesco confermarono alla Polizia, ma al cospetto del Giudice ritrattarono. Di Lorenzo Giuseppe, Buffa Vincenzo, Gaglio Antonino, Russo Angelo, Pisciotta Salvatore, Di Misa Giuseppe e Lo Cullo Pietro si protestarono innocenti sia avanti la Polizia che avanti al Giudice.

Gaglio Francesco ritrattò giudizialmente la partecipazione materiale al delitto ammettendo di essere stato alla riunione di contrada Cippi ma non anche a Portella.

[…]

La riunione indetta dallo Sciortino Pasquale in contrada Belvedere – Testa di Corsa di Montelepre, nella quale venne concordata l’esecuzione degli assalti alle sedi dei partiti, comunista e socialista, fu voluta dal Giuliano Salvatore e ad essa parteciparono, oltre allo Sciortino Pasquale, Di Lorenzo Giuseppe, Cucinella Giuseppe, Passatempo Salvatore, Passatempo Giuseppe, Candela Rosario, Pisciotta Francesco, Taormina Angelo, Mannino Frank, Cucinella Antonino, Terranova Antonino di Giuseppe, Pianello Giuseppe, Pianello Fedele, Mazzola Federico, Sapienza Francesco di Gioacchino e Pretti Domenico.

Durante le azioni furono buttati nel luogo dei manifestini a firma di Giuliano.

Durante l’istruzione si accertò il decesso di Taormina Angelo, Pianello Giuseppe, Pianello Fedele e Mazzola Federico; Di Lorenzo, Sapienza, Pretti, Buffa Antonino, Musso Gioacchino ritrattarono successivamente le precedenti dichiarazioni giudiziali.

L’imputato Pisciotta Salvatore venne arrestato e denunziato, avendo fatto sempre parte della banda Giuliano ed avendo partecipato a tutti i crimini della banda stessa. Il Pisciotta negò la sua partecipazione alla strage di Portella della Ginestra, ammettendo solo alla Polizia di essere venuto a conoscenza del delitto perché informato da Passatempo Salvatore.

Si procedette altresì contro Candela Vita per favoreggiamento personale essendo affiorato nel corso delle indagini che aveva dato ospitalità ai latitanti Terranova Antonino di Giuseppe, Pisciotta Francesco e Candela Rosario e che ivi costoro avevano dato convegno prima della strage ai giovani Buffa Antonino e Pisciotta Vincenzo.

Durante il corso della formale istruzione Cucchiara Pietro, deponendo quale teste avanti il Giudice Istruttore, il 5.6.47, affermò falsamente di essere rimasto in casa il giorno 1° maggio 1947, mentre attraverso le dichiarazioni rese da Cucchiara Giuseppe, Cocuzza Rosa, Cucchiara Francesco, Abbadino Egidio e Cocuzza Maria, rimase accertato che egli quel giorno si recò in contrada Kaggio. A suo carico si procedette per falsa testimonianza.

La compiuta formale istruzione ha fatto piena luce circa gli esecutori materiali della strage di Portella della Ginestra e delle aggressioni avvenute contro le sedi del Partito Comunista e Socialista. Numerosi affiliati alla banda, tristemente nota, del Giuliano Salvatore hanno reso ampie confessioni giudiziali in merito ai due gravissimi delitti che il Giuliano Salvatore stesso — si dice — volle in odio al comunismo che alla sua mente appariva alla realizzazione dei suoi piani criminosi il principale nemico. Le confessioni giudiziali sono state anche controllate obiettivamente con i riscontri sul luogo del delitto di Piana della Ginestra in base alle indicazioni di Sapienza Vincenzo e Pretti Domenico, al Giudice, dei luoghi di appostamento dei banditi durante l’azione a fuoco.

I cacciatori Sirchia, Fusco, Cuccia e Riolo che rimasero sequestrati durante gli spari hanno riconosciuto in una fotografia di Giuliano Salvatore, questi per il capo dei malfattori che diresse l’azione e portava addosso un impermeabile chiaro. L’autenticità della fotografia è stata controllata con ricognizione da parte dei giovani Formiz Enzo, Trucco Bruno, Celestino Giancarlo che col Giuliano ebbero modo di intrattenersi essendo incappati per la loro inesperienza per qualche tempo nelle reti della banda (ff. 368-374, fasc. D).

In base a questi elementi è ormai definitivamente acquisito che i due gravissimi episodi delittuosi furono opera materiale del Giuliano e dei suoi affiliati.

Ma il Giuliano agì di sua iniziativa o per mandato di altri? Ebbe cooperatori materiali provenienti dal gruppo dei mandanti ed estranei alla sua banda?

A questi interrogativi le risultanze processuali non hanno acquisito nulla di positivo e di concreto. Generalmente la prova del mandato non è di facile acquisizione, nella specie ancora più difficile perché le pressioni di parte portarono agli eccessi, per effetto della concitazione gli animi si accesero e la prevenzione e la suggestione tolsero ogni serenità alla ricerca della verità. La prima parte delle indagini risentì infatti di tale stato d’animo della popolazione e sorse in molti il convincimento che l’eccidio di Portella della Ginestra era stato opera degli esponenti del locale anticomunismo personificato dai Romano e dai Troia di S. Giuseppe Jato. Tornarono in mente le larvate minacce e allusioni della campagna elettorale; la fantasia di qualche giovanissimo suggestionato formulò accuse conciate a carico di Troia Giuseppe, Romano Salvatore, Marino Elia, Grigoli Pietro che ne determinarono il fermo e l’emissione del relativo mandato di cattura. Ma queste accuse provenienti dai testi Cusimano Rosario di anni 12, Borruso Alberto di anni 19, Faraci Menna di anni 17 e Scaduto Alvaro di anni 12 si sgretolavano nel prosieguo della formale istruzione. Come si è già più specificatamente avanti detto nell’esposizione in fatto il teste Scaduto ritrattò asserendo di avere calunniato il Romano per istigazione della guardia comunale Ricotta( f. 215 fasc. D ). Egli era assieme al coetaneo Licciardi Giuseppe al momento dell’eccidio e questi ha confermato che non videro nessuno del gruppo degli aggressori e che si preoccupò assieme allo Scaduto unicamente di ripararsi dai colpi (f. 250 fasc. D).

Gli altri furono smentiti dai risultati dei giudiziali esperimenti sul luogo del delitto. Faraci Menna indicò il luogo ove si sarebbe trovato il Troia, e il posto da dove egli lo vide, la distanza risultò di metri 400 e si accertò che un uomo di vista normale non riesce a scorgere a quella distanza non soltanto le fattezze del viso ma neppure la foggia del vestito della persona che si trova a quella distanza. Anche Borruso Alberto precisò circostanze di luogo che esclusero la possibilità di un riconoscimento dell’aggressore. Il dodicenne Cusimano, dimentico di quanto aveva già detto al Giudice, nel corso dell’ispezione dei luoghi faceva delle dichiarazioni in aperto contrasto con le precedenti dando così la prova del suo mendacio.

Si accertò altresì nel corso del giudiziale esperimento che 55 minuti occorrono per giungere a piedi e, per l’accidentalità del terreno non si può andare se non a piedi, dalle pendici del Pelavet, luogo degli spari, allo stradale che conduce a S. Giuseppe Jato; e dieci minuti impiega un automezzo per giungere alla periferia di S. Giuseppe Jato. La strada a piedi sarebbe riuscita molto disagevole al Troia Giuseppe affetto da obesità e da ernia ombelicale come si accertò con perizia; egli evidentemente avrebbe dovuto impiegare un tempo superiore ai 55 minuti per scendere dal Pelavet, onde è inverosimile che gli automezzi, visti dal Caiola e compagni sullo stradale diretti a S. Giuseppe Jato poco dopo l’eccidio e il cui arrivo fu accertato in paese dopo 15 o 20 minuti circa dal teste Napoli Nicolò (f. 113 retro fasc. D), abbiano potuto restituire in paese il gruppo composto dal Troia, dal Romano, dal Gricoli e dal Marino. Costoro non furono notati affatto dal Sirchia, dal Fusco, dal Cuccia e dal Riolo cioè dai quattro cacciatori che i malfattori fermarono poco prima dell’azione criminosa e tennero con loro in stato di sequestro durante la sparatoria. Le giudiziali ricognizioni in tal senso sono state negative.

L’alibi a favore dei quattro imputati suddetti è imponente ed esclude la presenza di costoro alle pendici del Pelavet, la mattina del 1° maggio del 1947. I testi sono degni di fiducia alcuni appartengono all’Arma dei Carabinieri.

(v.ff.104-167-183-189-200-221-222-224-225-229-230-256-258-259a-263-272-274a-276-296-297-309a-315-323a-325-329-331a-335).

Esclusa la partecipazione materiale del Troia, del Romano, del Gricoli e del Marino all’eccidio, rimane da esaminare il quesito se in costoro possono ravvisarsi alcuni dei mandanti. Ma anche in tal senso la compiuta istruzione non ha fornito elementi concreti di sorta. Rimangono le voci correnti nel pubblico; le larvate minacce contenute in discorsi pubblici e privati da parte di uomini dei partiti di destra contro la sinistra; la congettura sorta circa pretesi rapporti avuti dal Troia coi banditi di Montelepre tramite Cucchiara Pietro, figlio del campiere del Troia, oriundi di Montelepre ed omonimi di affiliati a quella banda, congettura sorta prendendo lo spunto dall’equivoco atteggiamento del Cucchiara Pietro il quale falsamente attestò al giudice di essere rimasto a casa il 1° maggio del 1947, mentre fu in contrada Kaggio per ragioni di lavoro come affermato dai numerosi testi escussi. Nessun rapporto di parentela è emerso tra il Cucchiara, complice del Troia, e gli omonimi della banda Giuliano. Voci correnti, larvate minacce e congetture, sospetti non sono elementi di prova come la riunione in contrada Kaggio del 28 aprile 1947 che ebbe però un altro oggetto: la questione degli estagli.

Queste essendo le risultanze processuali s’impone il proscioglimento del Troia, del Romano, del Marino e del Grigoli per non avere commesso il fatto, dalle imputazioni loro contestate.

Cucchiara Pietro va rinviato a giudizio per la falsa testimonianza.

Come si è detto gli esecutori materiali del delitto sono stati in massima parte identificati e sufficienti elementi impongono il loro rinvio a giudizio. Gli elementi a carico di Giuliano Salvatore, Pretti Domenico e Sapienza Vincenzo sono stati già rilevati avanti. A carico degli imputati Tinervia Francesco, Sapienza Giuseppe di Tommaso, Tinervia Giuseppe di Giacomo, Terranova Antonino di Salvatore, Buffa Antonino di Antonino, Musso Gioacchino di Leonardo e Pisciotta Vincenzo di Francesco stanno le loro giudiziali confessioni rese all’Istruttore che più volte li ammonì che si trovavano innanzi a Magistrato e che, se avessero voluto modificare e ritrattare le precedenti dichiarazioni, lo avrebbero potuto liberamente fare.

Sono stati concordi nell’esposizione delle modalità di preparazione ed esecuzione dell’eccidio di Portella della Ginestra, con dovizia di particolari, senza incorrere in contraddizioni concordando reciprocamente nelle chiamate in correità giudizialmente mantenute. Le tardive ritrattazioni di alcuni di essi sono irrilevanti agli effetti delle prove, sono frutto di riflessione e di consiglio negli ambienti delle carceri giudiziarie, mentre la compiacenza dei testi addetti a discolpa è giustificata dalla ineluttabile necessità di deporre nel senso voluto dai favoreggiatori della banda che numerosi ricorrono nella zona di Montelepre e Partinico.

A carico degli imputati Gaglio Francesco, Cristiano Giuseppe, Russo Giovanni, Sapienza Giuseppe di Francesco, comparsi stragiudizialmente, di Buffa Vincenzo, Gaglio Antonino inteso Costanzo, Russo Angelo, Di Misa Giuseppe, Lo Cullo Pietro, soprannominato Piddu Pirri, Mazzola Vito, i quali si sono protestati innocenti sia stragiudizialmente che giudizialmente, di Terranova Antonino di Giuseppe, Genovese Giovanni, Genovese Giuseppe, Passatempo Salvatore, Passatempo Giuseppe, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Sciortino Pasquale, Cucinella Giuseppe, Cucinella Antonino, Sciortino Giuseppe, Pisciotta Gaspare, Candela Rosario di Giuseppe, Badalamenti Nunzio, Motisi Francesco Paolo e Palma Abbate Francesco di Angelo, tutti latitanti stanno lì le chiamate in correità, giudizialmente mantenute.

Dallo svolgimento della formale istruzione nessun elemento è emerso invece a carico degli imputati Abbate Francesco, Pisciotta Salvatore in ordine alla loro partecipazione all’eccidio di Portella della Ginestra. Contro Abbate Francesco si procedette per errore di persona mentre il vero imputato con migliori indicazioni fu poi identificato per Palma Abbate Francesco. La partecipazione al crimine di Pisciotta Salvatore fu ritenuta dai verbalizzanti per presunzione stante che egli aveva fatto parte della banda sin dalla sua costituzione e aveva attivamente partecipato alle gesta criminose della banda.

La congettura è un vago indizio che porta, in difetto di altri elementi, al proscioglimento con formula piena.

Insufficienti sono gli elementi a carico di Di Lorenzo Giuseppe per il concorso nell’eccidio di Portella della Ginestra e reati connessi. Egli partecipò (ed è confesso) all’assalto del Partito Comunista di Carini, era affiliato alla banda Giuliano e attivamente aveva partecipato ai vari crimini onde sussiste la presunzione che abbia partecipato anche all’eccidio di Portella della Ginestra. Ma la prova in un tal senso difetta: le propalazioni di Russo Angelo (f. 461 fasc. A) e di Mazzola Vito (f. 354 fasc. A) non sono state giudizialmente confermate e non ricorre alcun riscontro di sorta, mentre l’imputato ha sempre negato la sua partecipazione.

Altro imputato della strage di Portella della Ginestra è Madonia Castrenze. A suo carico ricorre la stragiudiziale propalazione del detenuto Corrao Remo, ma questi non ha confermato giudizialmente le dichiarazioni rese in merito alla polizia. Il Madonia d’altra parte persiste nella latitanza. In difetto di altri elementi di riscontro il Madonia va prosciolto pure per insufficienza di prove.

Gli imputati che vennero rinviati a giudizio per l’eccidio di Portella della Ginestra devono altresì rispondere del sequestro di persona continuato ed aggravato in pregiudizio dei nominati Sirchia, Fusco, Cuccia e Riolo incontrati dai banditi alle falde del Pelavet ove si trovavano a caccia.

Il sequestro fu operato dal Giuliano (poi riconosciuto in effigie dai quattro) e da coloro che gli stavano attorno; fu eseguito per portare a termine l’eccidio, i quattro vennero tenuti per quel tempo dell’azione, immobilizzati sotto la minaccia delle armi.

Del delitto debbono rispondere tutti coloro che sono responsabili di Portella della Ginestra anche se trovandosi a distanza nelle postazioni e in agguato, non vi presero materialmente parte. Non vi è dubbio che questo reato diverso fu consumato unicamente per portare a termine l’azione principale voluta onde vi è un rapporto di causalità tra le due azioni, e del reato diverso ne rispondono tutti i concorrenti all’azione principale tutte le volte che questo mezzo di causalità non è rotto. Il disposto dell’articolo 116 C. P. è applicabile nella specie.

Quanto invece al sequestro di persona e all’omicidio del campiere Busellini, detti reati avvenuti successivamente, quando l’azione di fuoco a Portella della Ginestra era cessata e i banditi, riposte le armi, si erano avviati a gruppi, ognuno seguendo la sua strada, diretti alle loro case, non possono addebitarsi che soltanto a quel gruppo di dieci uomini circa, visti dal teste Aquaviva che procedettero materialmente al sequestro e poi alla soppressione del Busellini. Il fatto fu successivamente e non trova applicazione l’art. 116, non sussistendo più il nesso di causalità con l’eccidio di contrada Ginestra. Quel gruppo, il più numeroso, era costituito dal Giuliano e dai suoi più fidi mentre gli altri si erano allontanati isolatamente. Il Busellini fu sequestrato più tardi, verso le ore tredici e fu poi soppresso per eliminare un incomodo testimone ma principalmente per vendetta perché egli attivamente cooperava con la polizia contro la delinquenza, facendo da confidente al brigadiere Buscassera. Del gruppo, come sappiamo, faceva parte Giuliano Salvatore mentre gli altri sono rimasti sconosciuti.

Sufficienti elementi ricorrono altresì a carico di Giuliano Salvatore e degli altri indiziati degli assalti delle sedi dei Partiti Comunisti e Socialisti, che impongono il loro rinvio al giudizio della Corte d’Assise competente per rispondere dei reati relativi loro rispettivamente ascritti come in epigrafe.

Le risultanze di fatto esposte più avanti sono suffragate dalle stragiudiziali confessioni e chiamate in correità giudizialmente ripetute di Di Lorenzo Giuseppe, Sapienza Vincenzo, Pretti Domenico, Musso Gioacchino e dalle giudiziali propalazioni di Buffa Antonino. Le giudiziali confessioni concordano nei più minuti particolari: dalla narrazione dell’episodio relativo alla riunione di contrada Belvedere in cui prese la parola Sciortino Pasquale all’esposizione dei singoli episodi; dal rinvenimento sui luoghi dei delitti di congegni di sicurezza di bombe a mano, di bossoli di proiettili usati, di resti di bottiglie che contenevano il materiale infiammabile, ai manifestini col proclama del Giuliano.

Anche l’imputata Candela Vita è raggiunta da sufficienti elementi in ordine al reato di favoreggiamento personale ascrittole.

Dalle giudiziali dichiarazioni del Buffa e di Pisciotta Vincenzo emerge infatti che essa diede ospitalità nella sua abitazione ai latitanti Terranova Antonino e Pisciotta Francesco e che nella sua casa ebbero luogo dei convegni per concertare l’esecuzione di delitti come quello a cui presero parte Buffa e Pisciotta.

Resta infine da esaminare l’imputazione di partecipazione a banda armata organizzata e capeggiata dal Giuliano unitamente all’altra di detenzione di armi da guerra di cui sono stati chiamati a rispondere oltre il Giuliano Salvatore tutti gli altri che alle stragi parteciparono.

A prescindere dall’esistenza di un mandato, ipotizzabile ma non provato, al Giuliano conferito da altri e da questi accettato per fini di lucro o perché lo trovò consono ai suoi sentimenti di odio verso il comunismo, è certo che i due gravi delitti, oggetto del presente procedimento, sono stati eseguiti materialmente da lui e dai suoi associati sopra indicati quale esplicazione dell’attività di quel sodalizio criminoso precostituito a cui si deve tutta la serie di gravissimi reati comuni consumati dalla banda dal 1943 ad oggi .

Accanto agli elementi più fidi uniti da tempo da vincolo associativo al Giuliano, altri giovanissimi si associarono per i nuovi delitti, per dare man forte ai loro congiunti ed amici già affiliati alla banda dagli stessi sollecitati ed allettati da compensi in denaro promessi e corrisposti in misura varia.

Il vincolo associativo non può essere trascurato e dell’imputazione relativa debbono rispondere unitamente alla imputazione per la detenzione delle armi anche militari.

Gli imputati ignoti non sono stati identificati.

Badalamenti Francesco, Taormina Angelo, Pianello Giuseppe, Pianello Fedele e Mazzola Federico sono deceduti giusti certificati in atti.

La competenza per il giudizio è della Corte di Assise di Palermo.

P. Q. M.

La Corte di Appello di Palermo – Sez. istruttoria.

Visti gli artt. 374, 378, C.P.P. 12 D. L. L. 5.10.45 n. 679;

Vista la parziale difformità della richiesta del P. M.;

Dichiarata chiusa la formale istruttoria;

Ordina

il rinvio a giudizio della Corte di Assise di Palermo di Di Lorenzo Giuseppe per rispondere di strage commessa in Carini il 22/6/47, di concorso in strage più tentativo di omicidio ed in danneggiamento, delitti decisi ed organizzati in contrada Belvedere di Montelepre il 20 giugno del 1947, nonché dei delitti di partecipazione a banda armata e di detenzione di armi e munizioni da guerra, accertati il 22/6/47, e di Candela Vita di Giuseppe, Cucchiara Pietro di Giuseppe, Giuliano Salvatore di Salvatore, Gaglio Francesco di Vincenzo, Sapienza Giuseppe di Tommaso, Gaglio Antonino di Giuseppe, Tinervia Francesco di Giacomo, Sapienza Vincenzo di Tommaso, Pretti Domenico di Filippo, Tinervia Giuseppe di Giacomo, Russo Giovanni fu Salvatore, Terranova Antonino di Salvatore, Buffa Antonino di Antonino, Buffa Vincenzo di Antonino, Musso Gioacchino di Leonardo, Cristiano Giuseppe di Giuseppe, Pisciotta Vincenzo di Francesco, Sciortino Pasquale fu Giuseppe, Terranova Antonino di Giuseppe, Russo Angelo di G. Battista, Genovese Giovanni di Angelo, Genovese Giuseppe di Angelo, Passatempo Salvatore di Vincenzo, Passatempo Giuseppe di Vincenzo, Mannino Frank di ignoto, Pisciotta Francesco di Francesco, Cucinella Giuseppe di Biagio, Cucinella Antonino di Biagio, Sciortino Giuseppe di Emanuele, Pisciotta Gaspare di Salvatore, Candela Rosario di Giuseppe, Mazzola Vito fu Vito, Badalamenti Nunzio di Salvatore, Motisi Francesco Paolo di Girolamo, Sapienza Giuseppe di Francesco, Di Misa Giusepe di Michelangelo, Lo Cullo Pietro di Eugenio, Palma Abbate Francesco di Angelo, per rispondere dei reati rispettivamente loro ascritti, come in epigrafe, fermo mantenendo lo stato di carcerazione preventiva in cui si trovano gli imputati Di Lorenzo Giuseppe, Gaglio Francesco di Vincenzo, Sapienza Giuseppe di Tommaso, Gaglio Antonino di Giuseppe, Tinervia Francesco di Giacomo, Sapienza Vincenzo di Tommaso, Patti Domenico di Filippo, Tinervia Giuseppe di Giacomo, Russo Giovanni fu Salvatore, Terranova Antonino di Salvatore, Buffa Antonino di Antonino, Buffa Vincenzo di Antonino, Musso Gioacchino di Leonardo, Cristiano Giuseppe di Giuseppe, Pisciotta Vincenzo di Francesco, Sciortino Pasquale fu Giuseppe, Terranova Antonino di Giuseppe, Russo Angelo di G. Battista, Mazzola Vito fu Vito, Sapienza Giuseppe di Francesco, Di Misa Giuseppe di Michelangelo, Lo Cullo Pietro di Eugenio; e di mandati di cattura emessi a carico di Giuliano Salvatore di Salvatore, Terranova Antonino di Giuseppe, Genovese Giovanni di Angelo, Genovese Giuseppe di Angelo, Passatempo Salvatore di Vincenzo, Passatempo Giuseppe di Vincenzo, Mannino Frank di ignoto, Pisciotta Francesco di Francesco, Cucinella Giuseppe di Biagio, Cucinella Antonino di Biagio, Sciortino Giuseppe di Emanuele, Pisciotta Gaspare di Salvatore, Candela Rosario di Giuseppe, Badalamenti Nunzio di Salvatore, Motisi Francesco Paolo di Girolamo, Palma Abbate Francesco di Angelo.

Dichiara

non doversi procedere contro:

– Badalamenti Francesco, Taormina Angelo, Pianello Giuseppe, Pianello Fedele, Mazzola Federico perché estinti i reati loro ascritti per morte degli stessi;

– Pisciotta Salvatore e Abbate Francesco per i reati loro ascritti per non aver commesso i fatti;

– Madonia Castrenze pure in ordine a tutti i reati ascrittigli;

– Di Lorenzo Giuseppe per il delitto di strage di contrada Portella Ginestra, per il delitto di partecipazione a banda armata e per detenzione di armi e munizioni da guerra accertate in contrada Portella della Ginestra il 1° maggio 1947, nonché per il delitto di sequestro di persona in pregiudizio di Fusco, Cuccia, Sirchia e Riolo per insufficienza di prove;

– gli ignoti perché rimasti tali;

– Romano, Marino, Gricoli e Troia in ordine a tutti i reati a loro ascritti per non aver commesso i fatti.

Ordina

l’immediata scarcerazione per Pisciotta Salvatore se non detenuto per altra causa e dispone la revoca del mandato di cattura emesso contro Madonia Castrenze.

Dispone

che copia autentica delle dichiarazioni dei testi Cusimano Rosario, Borruso Alberto, Faraci Menna, Scaduto Alvaro, Licciardi Giuseppe e dei processi verbali di giudiziali esperimenti a cui detti testi intervennero siano ammessi al Procuratore generale che ha fatto riserva di ulteriori iniziative.

(ff. 34, 38, 67, 68, 174 a 178, 181 a 183 vol. A; ff. 50, 51, 53, 54, 215, 250, 117a, 121 vol. D).

Palermo 27/10/48


Doc. IV

I materiali di documentazione che seguono si trovano presso l’Archivio Generale della II^ Corte di Appello di Roma e provengono dalla Sezione Istruttoria della Corte di Appello di Palermo, n. 1/1954 reg. gen. dell’Ufficio del Procuratore Generale, e n. 4/1954 dell’Ufficio Istruzione. Si tratta del procedimento penale contro Giovanni Provenzano, Pietro Licari, Vincenzo Italiano imputati della strage di Portella della Ginestra. Le accuse erano state formulate al processo di Viterbo da Gaspare Pisciotta che, a differenza di quanto risulta dal Rapporto giudiziario sulla strage (n. 37 del 7 settembre 1947) aveva fatto nomi e cognomi di mandanti ed esecutori, sconfessando le tesi delle versioni ufficiali. Il processo, anche se non approdò a esiti concreti, rappresentò un passo in avanti perché dimostrò il coinvolgimento di Pietro Licari, cugino del bandito Salvatore Giuliano, poi fuggito negli Stati Uniti nell’affare di Portella. I giudici avanzarono il forte sospetto che il Licari fosse stato uno dei custodi dei quattro cacciatori che la mattina della strage furono tenuti sotto sequestro nel frangente della strage. È interessante mettere in risalto il fatto che mentre negli interrogatori allegati al rapporto del maresciallo Giovanni Lo Bianco non si fa riferimento alcuno a Licari, ai fratelli Pianello (Giuseppe e Fedele) e a Salvatore Ferreri, alias Fra’ Diavolo, le responsabilità di questi ultimi — al contempo banditi e confidenti delle massime autorità di P. S. — furono messe in risalto dai giudici che emisero la sentenza del 10 agosto 1956.

Le affermazioni di Pisciotta riguardavano il coinvolgimento delle mafie locali e di forze politico‑istituzionali, e furono in tempi diversi confermate anche dagli uomini della sua squadra: Francesco Pisciotta, inteso Mpompò, Frank Mannino inteso Ciccio Lampo, Antonino Terranova, inteso Cacaova. Risultano documentate le responsabilità dirette di mafiosi come Ignazio Miceli, Nitto Minasola e Remo Corrao di Monreale. Essi, nonostante fosse stata documentata la funzione di appoggio logistico e di sostegno ai banditi, in sede processuale, non furono neanche presi in considerazione. Peggio, nel caso di Corrao furono invece assolti. I Miceli, occorre precisare, svolsero un ruolo determinante nell’ascesa e nella eliminazione della banda Giuliano. Giocarono un ruolo chiave anche per i documentati rapporti col mondo istituzionale e in particolare con l’Ispettore di PS. Ciro Verdiani (1949).

Seguono tre documenti consegnati da Girolamo Li Causi al Giudice Istruttore di Palermo Antonino Mauro il 10 maggio 1950.

Sono:

l) un appello lanciato da Portella della Ginestra il 1 maggio 1949 dallo stesso Li Causi a Giuliano in occasione dello scoprimento di una lapide che ricordava la strage. L’onorevole, con lucida intelligenza, anticipava al bandito che lo scopo del governo era quello di eliminarlo e lo invitava a fare i nomi dei mandanti;

2-3) due lettere di Giuliano nelle quali il bandito avanza al governo proposte di «conciliazione» e accusa Mario Scelba, allora ministro degli Interni, di essere un «buffone».

Dichiarazioni di Pisciotta Gaspare

«Ero autista e facevo dei trasporti con un camioncino 501 il cui cofano era verniciato in rosso e la cassa in azzurro».

D.R. «La macchina era intestata a mia madre».

D.R. «Tale macchina da me posseduta fin dal rientro dalla prigionia in Germania, avvenuto nel 1945 fu poi venduta nel 1949 da mio fratello».

D.R. «Non ricordo il numero di targa della macchina».

D.R. «Sono innocente della strage di Portella della Ginestra, anzi respingo la parola strage con disprezzo».

D.R. «Non presi parte agli assalti alle sedi dei partiti comunisti perché non sono un sanguinario come mi hanno dipinto».

D.R. «Sono conosciuto con il soprannome di Chiaravalle».

Contestatogli che diversi degli imputati lo portano presente alla riunione ai Cippi e poi anche a Portella della Ginestra, risponde:

«La riunione ai Cippi non c’é stata».

Contestatogli che anche Giuliano nel memoriale ai ff. 38, 39 e 40 del proc. verb. dibatt. parla di una riunione che precedette l’andata a Portella della Ginestra, risponde:

«Non è vero, il memoriale è una cosa balordissima di Giuliano ed io lo qualifico in tal modo perché esso fu fatto fare a Giuliano».

Aggiunge:

«Io non sono un bandito né per mestiere né per rubare. Non mi vergogno di dire che ho fatto parte della banda e del movimento separatista, né mi vergogno di dire quello che ho fatto come si vergognano il sig. Duca di Carcaci, Finocchiaro Aprile, La Motta e l’on. Gallo che ha assassinato 8 carabinieri. Prima incominciammo con questi signori, poi dopo l’amnistia, intervennero il Partito monarchico e la Democrazia Cristiana i quali ci promisero che se avessero ottenuto la vittoria nelle elezioni noi tutti saremmo stati liberi e che altrimenti ci avrebbero fatto andare tutti in Brasile nelle terre del principe Alliata».

D.R. «Ciò a me disse Giuliano ed io cercai di convincerlo di non mettersi con costoro ed a proposito gli dissi: come ci hanno venduto i primi, ci venderanno anche questi altri. Giuliano non volle però ascoltarmi e ricominciò a sparare a Portella ed altrove».

D.R. «Io conoscevo solo una persona: Giacomo Geloso Cusumano e posso dire che nel 1946 vi furono degli abboccamenti fra Giuliano ed il Cusumano, il quale faceva da ambasciatore tra la banda e Roma».

D.R. «Si svolsero dei colloqui tra Giuliano e gli on. Marchesano, Alliata e Bernardo Mattarella. Io ho assistito ai colloqui che avvennero tra costoro e Giuliano e fu precisamente da questi che Giulianofu mandato a sparare a Portella della Ginestra».

D.R. «Io non fui a Portella della Ginestra e se mi ci fossi trovato sarei stato io a sparare contro coloro che sparavano sulla folla».

D.R. «All’epoca dei fatti di Portella e precisamente dal 25 aprile al 15 o 20 maggio 1947 io mi trovai ammalato a Monreale nella casa di Nino Miceli, e durante tale malattia restai sempre a letto».

D.R. «Il 1° Maggio 1947, su indicazione del dott. Fici di Palermo andai in casa del dott. Grado per sottopormi a radiografia. Fu da questa casa che verso le ore 11,30 vidi passare delle autoambulanze e degli automezzi della Polizia che trasportavano i feriti di Portella della Ginestra. Il 1° Maggio però non mi poté essere fatta la radiografia perché a causa della celebrazione della festa del Crocifisso, non vi era energia elettrica sufficiente. Ritornai il 2 maggio ed in questo giorno la radiografia mi fu fatta sotto il nome di Faraci Giuseppe».

D.R. «Faraci Giuseppe non esiste, tali generalità furono da me inventate e sotto tale nome riuscii anche ad ottenere una tessera di riconoscimento rilasciatami dall’Ispettore Messana fattami recapitare tramite Ferreri Salvatore, che era il confidente del Messana. Il Ferreri aveva il compito di riferire se Giuliano avesse deciso di passare al comunismo; perché in tal caso doveva essere soppresso».

D.R. «Non so chi abbia preso parte ai fatti di Portella della Ginestrae se anche ne fossi a conoscenza non direi nulla. Chi è a conoscenza di ciò dovrebbe presentarsi dinanzi questa Corte e dire i nomi dei partecipanti senza far soffrire ancora degli innocenti che da quattro anni sono in carcere».

D.R. «Ho preso parte alla banda Giulianoper i fatti dell’EVIS».

D.R. «Mi distaccai da Giuliano una decina di giorni prima dei fatti di Portella a causa della mia malattia. Ritornai con Giuliano nel 1949 tramite l’Ispettore Generale di PS. Verdiani il quale, me presente, ebbe vari colloqui con Giuliano. Posso aggiungere che tutto l’Ispettorato di Polizia era in continuo contatto con Giuliano.

Richiesto cosa intendeva dire per Polizia risponde:

«L’Ispettorato di P. S., escludo i carabinieri che invece andavano a morire. Non ho preso parte neppure agli assalti delle sedi dei partiti comunisti».

Contestatogli che nei loro interrogatori i coimputati hanno parlato di una riunione ai Cippi, risponde:

«Tutti coloro che hanno parlato della riunione ai Cippi lo hanno fatto in conseguenza delle botte ricevute, essi sono tutti innocenti».

D.R. «Ripeto che non so i nomi di coloro che spararono a Portella della Ginestra, o altrove, coloro che vi parteciparono dovrebbero farne i nomi».

Contestatogli quello che afferma Terranova Antonino Cacaova,a f. 34 retro vol. 1, risponde:

«Non è vero che io abbia parlato dopo i fatti di Portella col Terranova, non gli serbo rancore per tale affermazione perché so che egli sa che conosco fatti più di lui».

D.R. «Non nego di essermi incontrato più di una volta col Terranova nelle vicinanze del paese dopo i fatti di Portella».

D.R. «L’ultima volta che mi incontrai col Terranova fu in contrada Parrini, ove vi fu un convegno fra Giuliano, Mattarella e Cusumano, i quali due ultimi dicevano che dovevano recarsi a Roma per trattare della questione dell’amnistia».

D.R. «Il Terranova e tutti gli altri erano alla distanza di qualche chilometro dal luogo dove avvenne il colloquio. So che il Mattarella e il Cusumano vennero a Roma ma gli si oppose alla concessione dell’amnistia il ministro dell’Interno Scelba e riferirono che Scelba aveva detto che non trattava più con i banditi».

D.R. «Uscito da Monreale andai in cura in un sanatorio privato a Palermo, dico meglio, io non restai personalmente al sanatorio ma ivi mi recavo quando avevo bisogno di essere sottoposto al pneumotorace».

D.R. «Restavo anche a Montelepre in casa mia».

D.R. «Non ritengo di poter rivelare il nome del direttore della casa di salute, perché costui sapeva che ero Gaspare Pisciotta e non Faraci Giuseppe, ma non fece annotazione alcuna sui registri».

D.R. «Quando avvennero gli assalti alle sedi di partiti comunisti mi trovavo a casa mia».

D.R. «C’era il Cusumano che veniva ad invitare Giuliano che venisse a prendere parte alle riunioni indicando il luogo dove la riunione doveva avvenire».

D.R. «Tali riunioni avvenivano di solito in casa del solito mafioso Ernesto Minasola di Bocca di Falco, a Passo di Rigano, in una casa che non so indicare in contrada Parrini e in casa di Santofeli [n.d.c.: Santo Fleres, il maggior confidente dell’ispettore Messana] in Partinico».

D.R. «No vidi mai né Alliata né Marchesano, né Mattarella».

D.R. «Posso dire che la lettera di cui parla Genovese Giovanni fu portata da Cusumano, che la diede a Sciortino il quale la consegnò a Giuliano».

D.R. «La lettera non fu bruciata trovasi in possesso di Sciortino Pasquale, cognato di Giuliano, che trovasi in America dove fu in un primo momento arrestato dall’Interpol americana, ma poi liberato».

D.R. «La lettera secondo quanto mi disse Cusumano, indirizzata a Giulianoera di Scelba ed io sono in grado di ripeterle il contenuto che posso riassumere così: “Caro Giuliano, noi siamo sull’orlo della disfatta del comunismo; col nostro e col vostro aiuto noi possiamo distruggere il comunismo; qualora la vittoria sarà nostra voi avrete l’impunità su tutto” ».

Contestatogli che l’imputato Genovese Giovanni nel suo interrogatorio afferma che la lettera fu invece bruciata risponde:

«Forse gli occhi del Genovese avranno visto la fiamma, ma la lettera non fu bruciata, può darsi che si trattava di un’altra lettera».

D.R. «Dopo qualche mese dai fatti di Portella ebbi occasione di incontrare Giuliano, il quale mi fece vedere la lettera che insieme ad altri documenti portava sempre addosso».

D.R. «Avevo modo di girare dove volevo, incontravo varie macchine, mi mettevo a bordo di una e quando la polizia mi vedeva si levava tanto di cappello».

D.R. «Sia da Ferreri che da Giuliano, appresi che a Portella della Ginestraavevano preso parte Giuliano, Ferreri, i fratelli Pianello e Badalementi Francesco; non mi furono fatti altri nomi oltre i predetti».

D.R. «Il denaro Giuliano se lo procurava attraverso i sequestri e nessuna attività egli espletava se non veniva portata prima a conoscenza dell’Alliata».

D.R. «Le radio trasmittenti furono certamente portate al Giuliano».

D.R. «Dall’Ispettore Messana furono dati a Ferreri cinque mitra, perché li consegnasse a Giuliano».

D.R. «Poiché avevo modo di girare, sapevo dell’indignazione che il fatto di Portella aveva suscitato sull’opinione pubblica».

D.R. «Tale indignazione resi nota a Giuliano, il quale mi rispose che a lui nulla interessava e che avrebbe combattuto il comunismo fino all’ultima goccia di sangue».

D.R. «Non mi costa di riunioni che abbiano preceduto l’assalto alle sedi comuniste; so però che si era concordata un’azione in grande stile: d’accordo con la mafia dovevano essere bruciate tutte le sedi comuniste. Poi la mafia si ritirò indietro e Giulianooperò per conto degli altri che ho già nominato».

D.R. «La lettera di cui ho parlato prima era firmata Scelba, era scritta su carta non intestata; certamente non poteva essere scritta su carta intestata al Ministero dell’Interno».

D.R. «La carta della lettera era comune e bianca».

A domanda del G. P. Cherubini, risponde:

«In principio, Giuliano mi rifiutò le lire 100.000 che gli avevo chiesto per curarmi, ma poi un decina di giorni dopo mi procurò la streptomicina;

A domanda dello stesso G. P. risponde:

«Ho assistito alle riunioni che ebbero luogo prima del 1° Maggio 1947 e precisamente a quattro: ad Alcamo presso le case nuove, a Bocca di Falco in casa di Minasola, a Passo di Rigano ed in contrada Parrini, prendendo parte alle stesse».

D.R. «La lettera di cui sopra era scritta a penna, non ricordo la data della stessa, ammesso che ve ne fosse una».

D.R. «Non posso dire se la lettera fosse autografa di Scelba, a dire ciò potrebbe essere più preciso il Cusumano».

Dopo di che il Presidente rinvia la prosecuzione del dibattimento all’udienza di domani 15.5.51 ore 9,30».

Verbale di interrogazione

Il giorno 15.5.1951 ore 9,30 in Viterbo

[…]

Dopo di che il Presidente richiama l’imputato Pisciotta Gaspare:

D.R. «Nell’interrogatorio che resi al Giudice Istruttore di Palermo parlai anche dei mandanti del delitto di Portella della Ginestrae degli assalti alle sedi di partiti comunisti, però feci solo il nome di Scelba e di Mattarella e non quelli di Alliata, Marchesano e Cusumano».

Contestatogli che nell’interrogatorio pervenuto a questa Corte, nella parte relativa ai fatti di Portella e agli assalti alle sedi dei partiti comunisti non vi é per nulla cenno di Mattarella e di Scelba, risponde:

«Il Giudice Istruttore ha svolto opera più di commissario che di magistrato, tutti i nomi li ho fatti ora innanzi a questa Corte».

D.R. «Ho indicato Cusumano come ambasciatore non nel senso di diplomatico ma in quello di intermediario tra Giuliano e gli altri, fra banditismo, polizia, deputati monarchici e deputati democristiani».

D.R. «Il Cusumano risiede in Palermo».

D.R. «Il Cusumano non ebbe alcun rapporto col mandato essendosi limitato ad essere il trade-union tra Giulianoe gli altri».

D.R. «Nessuno degli attuali imputati erano a conoscenza del mandato, dico meglio che vi sono alcuni che sanno i nomi dei mandanti e non vogliono dirli».

D.R. «Non so chi sono costoro, é cosa che riguarda la loro coscienza e non la mia».

D. R. «Il memoriale che é stato fatto pervenire alla Corte fu scritto contro la mia volontà da Giuliano. In un primo momento si era interessato per scriverlo l’Ispettore di PS. Verdiani, ma Giuliano non avendone fiducia, si avvalse poi dell’opera dei monarchici Alliata, Cusumano e Marchesano, ai quali era più legato».

D.R. «Il memoriale fu portato dal Cusumano a Giulianoil quale si limitò solo a sottoscriverlo».

D.R. «Sono in grado di riconoscere la calligrafia di Giuliano».

Mostrati all’imputato i due scritti contenuti nella busta, a f. 134 vol. T, risponde:

«La grafia delle due scritture che la S.V. mi mostra è proprio di Giuliano».

Mostrato all’imputato lo scritto che è a pagg. 38, 39, 40 proc. verb. dibatt., risponde:

«Anche la grafia di questo scritto è di Giuliano».

Contestatogli che poco prima ha affermato che il memoriale trasmesso a questa Corte fu portato da Cusumano al Giulianoche si limitò a sottoscriverlo, risponde:

«Il Cusumano portò uno scritto a macchina che Giuliano ricopiò e poi sottoscrisse».

D.R. «Il 2.5.47 la radiografia mi fu fatta stando all’impiedi».

D.R. «I pneumotorace mi furono praticati i primi ogni tre giorni e gli altri ogni otto giorni, e poi ogni mese».

D.R. «Tale operazione mi fu praticata parte in Monreale, parte in clinica e parte in Montelepre in casa mia dal medico della clinica di Palermo che veniva a Montelepre appositamente».

D.R. «Mi sono state fatte circa 20 radiografie, parte a Monreale, parte a Montelepre e parte a Castelvetrano».

D.R. «Dette radiografie in parte possono trovarsi in casa mia a Montelepre».

D.R. «Il prof. Fici si limitò solo a visitarmi, le radiografie invece mi vennero fatte dal dott. Grado, che ha ancora un ambulatorio in Monreale fornito di apparecchioper raggi».

D.R. «Il memoriale, nel quale era contenuta tutta la vita di Giuliano, fu nelle mie mani circa 4 mesi prima della sua morte».

D.R. «Detto memoriale consegnai al capitano Perenze e sono non in possesso di una lettera dello stesso capitano, nella quale mi chiedeva di inviargli il memoriale e gli altri documenti intestati a Giuliano».

D. R. «In detto memoriale non era fatto cenno alcuno di coloro che avevano preso parte all’azione di Portella della Ginestraed agli assalti alle sedi dei partiti comunisti, in esso può dirsi contenuto il succo delle azioni di Giuliano».

D.R. «Dopo la morte di Giuliano consegnai personalmente al capitano Perenze il memoriale, che era scritto a penna, ed era esteso su una ventina di fogli di carta uso bollo».

D.R. «Chiesi a Giuliano di consegnarmi il memoriale perché sapevo quale sarebbe stata la sua fine e desideravo avere quanto mi occorreva per difendere me e gli altri».

D.R. «Il memoriale fatto pervenire alla Corte, non era esatto ed appunto per la sua falsità io mi decisi a sopprimere a Giuliano».

A domanda dell’avv. Sotgiu.

D.R. «Insisto nell’affermare che una riunione a Cippi dalla quale si partì per Portella non vi fu; vi furono soltanto le quattro riunioni di cui ho parlato ieri».

L’avv. Sotgiu chiede che l’imputato specifichi come salvò la vita a centinaia di persone, affermazione fatta ieri.

Il Presidente ritiene almeno per ora non pertinente la domanda e non la rivolge.

A domanda dell’avv. Sotgiu.

D.R. «Mi determinai a consegnare il memoriale di Giuliano al capitano Perenze perché desideravo che non si verificasse quello scandalo che si sta verificando e pensavo così di porre dell’acqua sul fuoco. Poiché mi accorsi che si voleva giuocare anche me, sarò io che giocherò tutti e sballerò tutti».

D.R. «Ebbi, come già dissi ieri, dall’Ispettore Messana una tessera che si ridusse in condizioni di non essere più utilizzata. Quindi ebbi dal generale Luca altre due tessere intestate a Faraci Giuseppe; ad esse era apposta la mia fotografia».

D.R. «Le due tessere le ho avute circa otto giorni prima dalla morte di Giuliano».

D.R. «Le due tessere sono in mio possesso e le esibirò».

D.R. «Ieri ho parlato di una possibile emigrazione di tutti in Brasile nelle proprietà che in quello stato ha il principe Alliata».

D.R. «Più volte ho avuto occasione di emigrare anche con offerte di centinaia di milioni, denaro che ho sempre rifiutato perché mi fa schifo».

D.R. «Sapevo che Giuliano doveva fare un discorso alla radio al tempo dell’elezione del 1948, discorso che era stato preparato certamente da quelli che erano stati i mandati dell’azione di Portella della Ginestra».

D.R. «Non vidi il discorso che Giulianodoveva pronunciare».

D.R. «Mi consta che i manifestini propagandistici a stampa furono portati da Cusumano a Giuliano, il quale poi li consegnò a coloro che materialmente consumarono i delitti».

D.R. «Non sono a conoscenza di una riunione a Partinico fra Giuliano e il comm. Caputo».

D. R. «Non posso essere preciso se affermo che da Giulianosi presentò certo Manganaro, certo che a lui si presentavano molte persone».

D.R. «Non mi trovai sempre presente ai convegni di Giuliano, andavo solo a quelli che mi interessavano».

A domanda del Presidente risponde:

«A me interessavano soltanto quei convegni cui intervenivano monarchici o democratici cristiani».

A domanda dell’avv. Sotgiu

D.R. «Il Ferreri aveva un lasciapassare da parte della Polizia».

D.R. «Non ho avuto colloqui a Roma con i mandanti di cui ho parlato ieri, né ne ho avuti in Sicilia. Ne ebbi solo con Cusumano».

D.R. «Non ho portato a Roma lettere di Giulianoin cui si parlava del delitto di Portella».

D.R. «Sono venuto una volta a Roma accompagnato da un ufficiale, non so se dei CC. o della P. S., perché era in borghese».

D.R. «Quando fui presentato alla Questura di Palermo, il questore Marzano mi disse che se volevo aveva ordinato di farmi espatriare. Poiché io mi opposi mi fece scrivere tre lettere, una al gen. Luca, una all’avv. Bucciante e una a Scelba, lettere che egli trattenne».

L’avv. Sotgiu chiede che sia domandato all’imputato se gli risulta che alcuni dei mandanti avessero a Palermo un deposito di armi.

Il Presidente non ritiene la domanda pertinente e non la rivolge.

A domanda dell’avv. Tino.

D.R. «Sia nella tessera fattami avere dall’Ispettore Messana che in quelle due rilasciatemi in sostituzione della prima logora per l’uso, mi veniva consentito anche di portare delle armi ed anche un cannone».

A domanda del G. P. Cherubini.

D.R. «Dicendo di essermi allontanato da Giuliano non intendevo dire che mi ero definitamente distaccato da lui, intendevo dire invece che mi ero allontanato dall’indirizzo dato da lui. Essendo restato in istato di latitanza avevo occasione ogni otto o dieci giorni di incontrarmi con Giuliano».

A domanda del P. G.

D. R. «Non posso dire nulla sul fatto di Balletto, poiché nulla mi risulta. Devo dire che se Giuliano ha parlato di 11 persone erano 11 e non 100».

D.R. «Il memoriale è stato da me qualificato balordissimo, perché in esso Giuliano non ha incluso i nomi dei mandanti.

D.R. «Preciso che io non presenziai alle quattro riunioni cui ieri feci cenno, la mia opera si ridusse a guardare le spalle perché restavo insieme con gli altri a circa 500 metri dall’abitato dove il colloquio avveniva».

D.R. «Ogni volta Giuliano mi diceva che bisognava agire contro i comunisti e distruggere il comunismo».

D.R. «Giuliano mai nulla mi riferì dell’organizzazione dell’azione da svolgere a Portella, perché se lo avesse fatto io avrei sventato l’azione».

D.R. «Giuliano, pur sapendo che io non lo avrei seguito dappertutto, poiché sapeva che io potevo svuotare il sacco, mi nutriva a caramelle».

D.R. «Giuliano oltre che parlare con me, parlava con centinaia di persone che fossero fidate. Ciò mi consentì di ammettere che abbia parlato con Terranova».

Su richiesta del P. G. il Presidente dà lettura delle due lettere manoscritte di Giuliano contenute nella busta a f. 134, vol. A.

Dopo la lettura delle lettere domandato all’imputato quali erano i fatti personali cui si accenna nell’ultima parte della lettera nella quale si parla del fatto dei quattro mulini, risponde:

«Giuliano si sarebbe fatto ammazzare per la monarchia. Se si fosse trattato di parlare solo di Scelba e Mattarella egli avrebbe parlato, ma dovendo fare i nomi di monarchici, tacque».

D.R. «La divergenza tra me e Giuliano si riferiva all’azione da compiere contro i comunisti, ma nonostante ciò eravamo d’accordo».

Contestatogli che nell’interrogatorio reso a Palermo non disse che era in disaccordo con Giuliano, ma parlò solo della richiesta di 100 mila lire che Giuliano gli rifiutò senza accennare divergenze di altra natura, risponde:

«Parlai solo della richiesta delle 100 mila lire, perché [non] mi trovavo di fronte alla Corte, ma dinanzi a chi più che un giudice era un commissario».

D.R. «La streptomicina mi fu fornita nei mesi di giugno, luglio e agosto 1947».

D.R. «Ritornai dalla prigionia già ammalato, durante le ore del giorno avevo sempre una febbre a 37° e qualche volta 40°. Essendo stato colto da una tosse violenta mi feci visitare dal dr. Fici in casa Miceli ed il 1° maggio accompagnato dai miei familiari andai a Palermo per sottopormi alla radiografia».

D.R. «Il dr. Fici venne a Monreale, dove fu accompagnato con la macchina da mia madre».

D.R. «Non ho nessun rapporto di parentela con Giuliano. Non é vero che mia madre é sorella di sua madre».

D.R. «Non vidi mai manifestini a stampa».

D.R. «Giuliano non mi parlò mai delle persone che eseguirono gli assalti alle sedi comuniste; dovrebbero essere gli esecutori stessi a fare le dichiarazioni, perché io, se anche li sapessi, non li direi».

D.R. «Nel giugno 1947 avevo ancora il camioncino malgrado fosse stato sequestrato dalla polizia, la quale si limitò a portare seco il libretto di circolazione».

D.R. «Il camioncino era in Montelepre nel mio garage posto all’angolo che la via Vittorio Emanuele II forma con via Soldato Cuia».

D.R. «Detto camioncino mi fu sequestrato al tempo dell’Evis perché la polizia riteneva che con tale mezzo io portassi in giro i separatisti».

D.R. «Il 22.6.1947 mi trovavo a casa mia in Montelepre».

Contestatogli che, a f. 131 vol. E, Musso ha dichiarato che esso Pisciotta portava il camioncino che doveva portare coloro che assalirono poi la sede del partito comunista di S. Giuseppe Jato, risponde:

«I ragazzi hanno affermato tutto quello che é nei loro interrogatori in conseguenza delle botte ricevute. Poi io non potevo giovarmi del camioncino perché rotto e privo di gomme».

D.R. «Soltanto io sapevo guidare la macchina tra coloro che erano attorno a Giuliano. Giuliano non era in condizioni di guidare una macchina, poteva portarla per pochi tratti».

Contestatogli che il Musso afferma di essere andato da Cippi verso Portella in compagnia di esso Pisciotta, risponde:

«Non é vero».

D.R. «Anche quello che mi attribuisce il Gaglio non é vero. Gaglio é innocente».

Contestatogli quello che Gaglio dice a f. 165 vol. E, risponde:

«Non é vero quello che afferma il Gaglio, perché non vi fu riunione a Cippi».

D.R. «Tutti i Monteleprini vanno in contrada Cippi, come anche quelli di Torretta per raccogliere ndisa. Può darsi che si siano trovati in più a tale scopo e che quindi abbiano trasformato una siffatta coincidenza con una riunione».

Contestategli tutte le altre circostanze del processo ascritto che portano lui in contrada Cippi, risponde:

«Non posso che confermare quanto ho già dichiarato, ho la coscienza pulita per quanto riguarda Portella e gli altri assalti alle sedi comuniste poiché non ho mai fatto spargere sangue».

D.R. «Insistetti molte volte presso Giuliano, anche in occasione del precedente dibattimento, perché intervenisse a favore degli imputati, ma egli sempre tergiversò rinviando da oggi a domani ed é per questo che é morto».

D.R. «Io insistevo presso Giuliano perché svuotasse il sacco intendendo riferirmi anche alla rivelazione dei nomi dei mandanti».

D.R. «Non feci alcuna dichiarazione perché non intendevo arrivare al punto di coinvolgere tante persone nei fatti».

D.R. «Alla riunione di Bocca di Falco intervennero Alliata e Marchesano, a quelle di Alcamo andò Mattarella, a Passo di Rigano il Cusumano e ad una prima riunione ai Parrini il Cusumano ed il Mattarella, il quale ultimo non si fece più vedere».

D.R. «Ricordo che non essendo stato il Mattarella più presente alle riunioni, Giuliano aveva ordinato che fosse sequestrata la di lui famiglia a Castellamare del Golfo».

Omissis

D.R. «Mi consta che le tre lettere scritte da me e lasciate al Questore Marzano furono da costui trattenute».

D.R. «Ricordo che nella lettera indirizzata a Scelba dicevo di non volere emigrare ed in quella indirizzata al generale Luca chiedevo di venirmi incontro trovandomi nelle mani della Polizia».

A domanda del G. P. Cherubini.

D.R. «Le tre lettere furono da me scritte sotto dettatura del Questore Marzano».

D.R. «Non sono analfabeta, ho frequentato la quinta elementare».

A domanda del P. G..

D.R. «Non sono in grado di indicare i proprietari delle case in cui avvennero le riunioni di Alcamo e Passo di Rigano; ho già indicato dove avvennero quelle di Partinico e Bocca di Falco».

D. R. «La casa di Alcamo é alla periferia, mentre quella di Bocca di Falco é al centro del paese».

A domanda dell’avv. Loriedo.

D.R. «Dei cosiddetti ragazzi non vidi nessuno far parte della banda Giuliano».

D.R. «Tutti quelli che sono attualmente presenti come me in udienza, siamo tutti estranei ai veri eccidi consumati, i veri colpevoli si trovano negli Stati Uniti, nel Venezuela o in Argentina. Sono partiti tutti con regolare passaporto rilasciato dal ministero degli Interni dall’aeroporto di Bocca di Falco salutati dalla polizia».

D.R. «Al momento della partenza di ciascuno Verdiani dava comunicazione di volta in volta a Giuliano».

D.R. «Non posso dire i nomi di coloro che partirono per l’Estero potrebbe farlo Verdiani».

Su insistenza del Presidente perché dica i nomi dei colpevoli dei fatti di Portella risponde:

«Se io fossi stato a Portella direi i nomi».

A domanda dell’avv. Loriedo:

D.R. «15 o 20 giorni prima dell’arresto scrissi una lettera al ‘Giornale di Sicilia’ di Palermo. Cusumano mi dettò il contenuto della lettera che io consegnai allo stesso. La lettera fu pubblicata dal ‘Giornale di Sicilia’ prima del mio arresto. Mi consta che tale lettera é in possesso del magistrato Mauro, il quale me la fece vedere durante un interrogatorio e mi chiese se era stata scritta da me. Io gli risposi che la grafia era mia senza fargli sapere che mi era stata dettata dal Cusumano».

Contestatogli che poco fa ha detto che fra gli imputati detenuti vi possono essere alcuni innocenti, cosa che fa supporre che ve ne potrebbero essere altri colpevoli, risponde:

«Può darsi di si e può darsi anche di no».

A domanda dell’avv. Loriedo

D.R. «Il memoriale che io ho detto trovarsi presso Perenze fu scritto da Giuliano fuori la mia presenza».

D.R. «Non feci copie fotografiche del memoriale che affidai al capitano Perenze perché ero sicuro che egli fosse un amico e che quindi al momento opportuno avrebbe fatto le cose giuste».

D.R. «Perenze mi chiese il memoriale prima a voce, poi per iscritto».

D.R. «Perenze ed altri insistevano perché facessi loro pervenire un memoriale di Giuliano e dopo ripetute insistenze Perenze mi scrisse ed io un giorno prima della partenza, dopo la morte di Giuliano gli consegnai il memoriale».

A domanda dell’avv. Pittaluga per sapere se Giuliano dopo i fatti di Portella ebbe occasione di parlargli dello svolgimento dei fatti, risponde:

«L’avv. Pittaluga la domanda potrebbe rivolgerla al suo difeso, Sciortino Pasquale».

A domanda del Presidente, risponde:

«Giuliano non scendeva mai a raccontare i particolari di Portella».

D.R. «Ho saputo sempre che a partecipare ai fatti di Portella furono in 11 come Giuliano disse. Ricordo che egli diceva che gli scomunicati eravamo noi che cadevamo sotto i mitra dei carabinieri ed aggiungeva di avervi preso parte insieme agli altri di cui ieri feci i nomi».

A domanda dell’avv. Fiore.

D.R. «Tutte le volte che mi recai a Montelepre durante la mia infermità non intesi mai parlare di reclutamento da parte di Giuliano per l’azione da svolgere a Portella».

A domanda del P. G..

D.R. «Giuliano scrisse delle lettere a tutti i giornali, lettere nelle quali parlò di 11 persone, ciò scrisse anche nel memoriale ed il male che ha fatto é stato quello di non aver fatto i nomi degli altri 11 e dei mandanti».

Domandatogli se tutti gli 11 trovansi in America, risponde:

«Ce ne possono essere nelle carceri di Palermo, qui, in America anche liberi e anche morti».

A domanda del P. G., risponde:

«Parlai della presenza a Portella del Ferreri, dei fratelli Pianello, del Badalamenti Francesco perché queste 4 persone andavano sempre insieme e siccome il Ferreri mi disse della sua partecipazione a Portella, ne dedussi la partecipazione degli altri».

D.R. «Il discorso tra me e Ferreri avvenne quando egli mi riferì di avere avuto dall’Ispettore Messana i 5 mitra».

D.R. «Tale discorso avvenne nel giorno in cui costui fu ucciso. Anzi prima ferito in un conflitto con i carabinieri, morì poi in caserma».

A domanda dell’avv. Fiore.

«Nulla mai seppi dell’uccisione del campiere Busellini»

A domanda dell’avv. Sotgiu.

D.R. «Giuliano più d’una volta si incontrò alla fine del 1946 con un capitano americano, col quale ebbe vari colloqui».

Mostrate all’imputato le lettere a ff. 478, 479. 480, 482 del vol. A, risponde:

«Riconosco negli scritti che mi si mostrano la grafia di Giuliano».

D.R. «Non so se effettivamente Giuliano scrisse le lettere che mi sono state fatte vedere, avrei dovuto avere con me un librettino su cui segnare tutto».

D.R. «Se vi sono manifestini a firma di Giuliano vuol dire che li ha fatti lui o altri glieli hanno fatti fare».

L’avv. Galli chiede che sia domandato all’imputato se conferma il contenuto del manifestino ai ff. 483 e segg., in cui si parla di offerta di armi e munizioni e denari da parte dei comunisti.

Il presidente ritiene non pertinente la domanda e non la rivolge.

L’avv. Loriedo chiede che si domandi all’imputato se si trovò presente ad un discorso che Giuliano si dice abbia fatto con la giornalista svedese Ciriacus e se si parlò in quell’occasione dei fatti di Portella.

D.R. «Ho saputo di detto incontro ma non so cosa si disse durante il colloquio perché non fui presente».

D.R. «Vi fu un’intervista tra Giuliano e il giornalista Rizza e fu fatta anche una fotografia con me Giuliano insieme».

D.R. «Giuliano parlò con Rizza dei fatti di Portella, ma io percepii poco di quello che dissero; posso dire soltanto che Giuliano parlò dei mandanti senza indicare a quali partiti appartenessero e senza fare neppure i nomi perché non gli conveniva farli».

D.R. «Ho letto l’intervista pubblicata sul giornale ‘Oggi’ ma non so se tutto quello che fu pubblicato fu riferito a Giuliano, non avendo come ho già detto, percepito tutto. Comunque tutti sanno che i giornalisti sono abituati ad allargare quello che sanno».

D.R. «L’intervista con Rizza ebbe luogo quando il gen. Luca venne in Sicilia ad assumere il comando del C.F.R.B. precisamente 5 o 6 mesi dopo».

A domanda del P. G. risponde:

«Quando giunse il Gen. Luca in Sicilia per assumere il comando del C.F.R.B. l’Ispettorato di PS. era stato soppresso. Anche dopo la soppressione dell’Ispettorato, Verdiani veniva spesso in Sicilia».

D.R. «Posso dire di averlo visto una volta a Giacalone e un’altra volta a Castelvetrano».

D.R. «Un’altra volta il Verdiani si incontrò con Albano Domenico a Catania».

D.R. «La contrada Giacalone é nei pressi di Pioppo e precisamente al bivio tra S. Giuseppe Jato e Partinico».

D.R. «Non so che distanza intercorre tra Giacalone e Portella della Ginestra, poiché ho sempre percorso in macchina la strada che congiunge le due località».

D. R. «Non conosco la montagna Cometa, né posso dare indicazioni sulla zona di Portella della Ginestra non essendovi mai stato».

D.R. «Conosco, avendola percorsa varie volte, la via che da S. Giuseppe Jato porta a Piana degli Albanesi e se mi si facesse vedere una carta geografica potrei dare precise indicazioni al riguardo».

Mostrata all’imputato la carta geografica di Piana dei Greci, a f. 187 vol. S, dichiara:

«Chi percorre la strada che da S. Giuseppe Jato porta a Piana degli Albanesi, quasi a metà strada trova due montagne che quasi si fronteggiano. Una di queste due montagne dista circa km. 2, o km. 2 ½, da Giacalone in linea d’aria e circa 6 o 7 km. su strada».

A domanda dell’avv. Sotgiu, risponde:

«Il colloquio che Verdiani ebbe a Giacalone avvenne 5 o 6 giorni prima dell’eccidio di Bellolampo».

A domanda del P. G.

D.R. «Alla contrada Giacalone vi andai con una 1100 dell’Ispettore Verdiani».

D.R. «Non mi risulta una riunione a Testa di Corsa o Belvedere».

D.R. «So che Giuliano aveva un quaderno nel quale aveva segnati i nomi degli appartenenti alla banda, non so dove sia andato a finire».

D.R. «Se nel taccuino vi sono nomi potranno ivi essere rilevati».

A domanda dell’avv. Crisafulli, risponde:

«Tutto quanto ho riferito oggi avanti questa Corte non potevo riferirlo quando Giuliano era invita perché si sarebbero avute una di queste due conseguenze: o Giuliano avrebbe smentito me, oppure saremmo venuticon le pistole alle mani».

Domandatogli se venne qualche volta con le armi alle mani con Giuliano, risponde:

«Qualche volta venimmo con le pistole alle mani e quando arrivammo a tale punto Giuliano ci rimise la vita ed io sono qui. Chiarisco, una sola volta venni con Giuliano alle mani e precisamente quella in cui Giuliano ci rimise la vita».

L’avv. Crisafulli chiede che sia rivolta all’imputato la domanda se rivolse qualche suggerimento a Giuliano affinché spiegasse un’attività diversa da quella che spiegò.

D.R. «Io sempre sconsigliai Giuliano di compiere azioni sia contro i carabinieri, che contro i comunisti, egli però agì sempre dietro suggerimento degli altri, che ho già indicati e di altri appartenenti alla PS.»

Omissis

Interrogato sul memoriale di cui si parla sul ‘Giornale di Sicilia’ del 6.8.50 risponde:

«Qualificando balordissimo il memoriale di Giuliano mi riferisco a quello di cui parla il ‘Giornale di Sicilia’ e che segnò la fine di Giuliano. Quello esistente negli atti processuali, é un memoriale balordo».

D.R. «Il memoriale che consegnai a Perenze é un memoriale vero. Io avevo l’impressione che il memoriale di cui si parla nel ‘Giornale di Sicilia’ fosse quello facente parte al processo».

Omissis

«Su tutto quanto ho dichiarato a proposito di mandanti, possono essere interrogati Albano Domenico da Borgetto, Provenzano Giovanni da Montelepre e Costanzo Rosario di Terrasini, il 1° ed il 3° attualmente detenuti a Palermo, i quali possono testimoniare dei colloqui che Giuliano ebbe con Geloso Cusumano. Gli stessi potrebbero dire tante altre cose relative ai fatti di cui é processo ed anche a causa di chi tante persone soffrono».

D.R. « Il Provenzano é quello stesso al quale furono sequestrate le 4 radio, di cui parlò il Terranova (Cacaova)».

D.R. «Non so per quali imputazioni l’Albano ed il Costanzo sono in carcere, essi sono stati tratti in arresto per opera di quegli stessi che si sono serviti di loro».

D.R. «L’Albano appartiene alla mafia».

A domanda dell’avv. Morvidi

D.R. «Poco fa ho indicato 5 persone di cui 4 mandanti e cioè: Alliata, Marchesano, Mattarella e Cusumano e per quinto intendevo parlare di Scelba, ma ciò non mi consta».

D.R. «Spiego che il Cusumano fece opera di intermediario».

A domanda del P. G..

D.R. «Albano, Provenzano e Costanzo furono presenti alla riunione avvenuta tra Giulianoe Cusumano in contrada Parrini dopo le elezioni del 1948. Al colloquio assistemmo anche io, Mannino, Terrranova (Cacaova) i fratelli Passatempo, Sciortino Giuseppe, Pisciotta Francesco, Licari Pietro ed altri che non ricordo. Il Costanzo potrebbe parlare anche delle radio. Ciò dico per rafforzare quanto ho già riferito».

A domanda dell’avv. Lanzetti.

D.R. «Non so se l’Albano, il Provenzano ed il Costanzo abbiano preso parte ad altre riunioni pur avendo la convinzione che vi hanno preso parte».

D.R. «Non so se i tre predetti abbiano accompagnato altre persone presso Giuliano».

D.R. «Albano accompagnò anche Verdiani ad un appuntamento con Giuliano».

D.R. «Non conosco l’argomento della riunione di cui ho parlato, io vi assistevo a 30 o 40 metri di distanza».

Omissis

D.R. Insisto nell’affermare di aver scritto, alla presenza del Questore Marzano e dei commissari Gambino e Guarino, le tre lettere di cui ho parlato anche al giudice Mauro».

D.R. «L’iniziativa di scrivere le tre lettere fu del questore Marzano che date le direttive si allontanò non so per dove. Debbo dire che man mano che io parlavo il Marzano veniva informato per telefono e durante le telefonate io fui allontanato dalla camera dove esse avvenivano».

D.R. «Ricordo presso a poco il contenuto delle tre lettere: In quella a Bucciante gli dicevo che ero ormai nelle mani della Questura e che si rivolgesse al maestro (cioè al colonnello Luca); in quella al colonnello Luca vi era analogo contenuto, in quella a Scelba gli dicevo invece che non volevo emigrare, così come mi suggeriva il Questore Marzano».

D.R. «Le tre lettere restarono nelle mani del Commissario Guarino».

D.R. «Dicendo di aver bollato un tesserino non intendevo riferirmi a quello rilasciatomi dal colonnello Luca, ma ad altro rilasciato dal Questore Marzano poiché da tutti i capi della Polizia Giudiziaria io ebbi sempre tesserini dal 1947 al 1951».

D.R. «Nel 1947 il primo tesserino me lo rilasciò l’Ispettore Messana dopo circa 15 giorni dei fatti di Portella e mi fu recapitato a mezzo di Fra’ Diavolo, al quale avevo consegnato la mia fotografia».

D.R. «Detta tessera mi occorreva perché ero nel periodo culminante della mia malattia ed avevo bisogno di girare indisturbato».

D.R. «Il Messana mi rilasciò il tesserino per raggiungere lo stesso scopo cui doveva giungere l’opera di Fra’ Diavolo il quale era stato posto alle costole di Giuliano per accertare se e quando costui si fosse girato al comunismo».

D.R. «Nel mio precedente interrogatorio dissi di aver consegnato personalmente al capitano Perenze il memoriale relativo a tutta l’attività della banda Giuliano, ma ciò feci solo per non nominare colui che era in possesso del memoriale consegnatogli da me e Giuliano».

D.R. «Non so se costui avesse un soprannome, lo conosco solo di vista e non posso darne le generalità».

D.R. «Fui io che consegnai personalmente a detta persona il memoriale».

D.R. «La consegna fu fatta a costui poiché sia io che Giuliano avevamo occasione di abitare nella sua casa. Costui dell’età di una quarantina d’anni é di Mazara del Vallo, non so se é un avvocato o un professore».

D. R. «Non so se costui fosse chiamato Avvocaticchio».

D.R. «Una volta il capitano Perenze venne da me a domandarmi documenti per conto del colonnello Luca. Io gli dissi che avrei scritto al colonnello Luca, però non ricordo se effettivamente a tale proposito scrissi una lettera al colonnello Luca; al quale ho scritto tante volte».

D.R. «Non ricordo momentaneamente il nome della persona a cui affidai il memoriale».

Ad insistenza del Presidente risponde:

«Non ricordo chi sia tale persona».

A domanda dell’avv. Sotgiu

D.R. «Come ho già detto sotto la denominazione maestro si nascondeva il colonnello Luca, nonposso dire chi si nascondesse sotto il nome dell’amico di Roma e chi si nasconde sotto la denominazione Avvocaticchio».

Richiesto se l’avvocaticchio fu a dirgli di aver bruciato i documenti risponde:

«Oggi non posso dir nulla».

D.R. «Scrivendo carte o soldi si poteva riferire alla emigrazione che io non volli mai fare».

A domanda dell’avv. Galli per sapere se in carcere fu visitato da persone che non siano il proprio difensore o i propri congiunti risponde:

«Mi rifiuto di rispondere».

A questo punto sull’accordo delle parti il Presidente, ordina di richiedere alla Direzione delle Carceri di Viterbo ed a quelle di Palermo l’elenco delle persone che possono aver visitato sia il Pisciotta Gaspare che tutti gli altri imputati.

Il Pisciotta aggiunge:

«Fui visitato, su mia richiesta, dal Cardinale Ruffini per avere con lui la confessione. Non ebbi altre visite».

A domanda del P. G. risponde:

«Fra i documenti tenuti dall’Avvocaticchio oltre il memoriale vi erano altre lettere inviate a Giuliano dall’on. Gallo, dal barone La Motta, dal duca di Carcaci, dall’on. Andrea Finocchiaro Aprile, dall’avv. Battaglia Romano, dal capitano Stern e da qualche altra persona che non ricordo».

D. R. «Il memoriale era scritto di pugno di Giuliano».

Omissis

D. R. «Ricordo di aver scritto più lettere ai giornali, ma non ricordo di averne scritta una particolarmente a ‘LOra del Popolo’ di Palermo.

Lettere ne scrissi a tutti i giornali ed in tutte mi occupai del fatto di Portella dicendo sempre che vi erano a rispondere, dinanzi alla Corte di Viterbo, della strage, degli innocenti».

Richiesto di fare il nome di colui presso cui trovavansi atti provenienti da Giuliano risponde:

«Non posso fare il nome poiché facendolo nello spazio di 24 ore la famiglia di costui sarebbe distrutta».

A domanda dell’avv. Sotgiu, richiesto di dare i connotati della persona e dire se fosse alto o basso, se grosso o magro, risponde:

«Non l’ho misurato, però era senza baffi a quell’epoca».

A domanda dell’avv. Sotgiu

«Il memoriale fu consegnato da me alla persona che era in possesso dei documenti e della consegna era a conoscenza Giuliano. La consegna avvenne fuori della presenza di Giuliano».

D.R. «Alla persona io consegnai il solo memoriale, ma mi risultava, avendole viste, che Giuliano aveva altre carte».

D.R. «Ebbi nelle mie mani il detto memoriale per circa 4 mesi. Io lo lessi, ma non lo feci leggere ad altri».

D.R. «Lessi in detto documento che si facevano i nomi di Scelba a proposito della lettera di Alliata, Marchesano, Cusumano e Mattarella».

D.R. «Nel detto memoriale si parlava di 12 persone come partecipanti al fatto di Portella, ma non erano fatti i nomi di Pantuso e Licari dei quali parlai in questo dibattimento».

D.R. «Giuliano mi scrisse, è vero, di dodici ma io ritengo che egli abbia voluto ridurre il numero da quindici a dodici per escludere il cognato Sciortino e i due cugini, Licari e Badalamenti Giuseppe. I nomi degli altri egli me li fece ed è così che io potetti riferirli alla Corte completandoli con le generalità di coloro che, ritenevo, Giuliano avesse voluto escludere».

A domanda dell’avv. Sotgiu

«A distruggere la famiglia di colui che possedette il memoriale hanno interesse sia coloro che parteciparono a Portella, sia i mandanti».

A domanda del Presidente

D.R. «Io scrissi una lettera al generale Luca, il quale insisteva per avere il memoriale. Fui io che mi rivolsi alla detta persona indicandogli l’ora in cui doveva trovarsi al 5° chilometro della via tra Castelvetrano e Mazara del Vallo per consegnare alla persona che si fosse presentata i documenti. Indicai anche alla stessa la parola d’ordine, ma non ricordo quale fosse, per effettuare la consegna».

D.R. «Non ebbi mai più occasione, dopo la mancata consegna dei documenti, di avvicinare detta persona».

D.R. «Mi avvicinai a Giuliano dopo circa 6 mesi dallo arrivo di Verdiani dall’Ispettorato Generale di PS. per la Sicilia. Egli il nome di quindici me lo fece in più occasioni e ciò fino al 5.7.1950. Gli altri erano tutti innocenti non avendo avuto mai gli stessi occasione di avvicinare Giuliano, me o gli altri latitanti».

D.R. «Malgrado io abbia avuto contatti con Verdiani, Messana, Luca, Perenze, ed anche col defunto Spanò io non indicai mai loro i nomi fattimi da Giuliano di quelli che avevano partecipato alla strage di Portella della Ginestra perché ero sicuro che un giorno o l’altro sarei finito in corte di Assise e mi riservai perciò di farlo dinanzi alla Corte».

D.R. «Ebbi rapporti con Verdiani sei o sette giorni prima che si verificasse l’eccidio di Bellolampo, che non ricordo se avvenne nel luglio od agosto 1949».

Contestatogli che se il fatto di Bellolampo avvenne nel luglio-agosto 1949 in quell’epoca vi era il colonnello Luca e non Verdiani, risponde:

«Non so se il fatto di Bellolampo avvenne nel 1948 o nel 1949».

D.R. «Se avessi fatto i nomi indicatimi da Giuliano prima di farli dinanzi a questa Corte, nessuno ci avrebbe creduto, anzi posso dire che nessuno sarebbe giunto dinanzi alla Corte. Chiarisco l’espressione da me usata in precedenza “coloro che parteciparono ai fatti di Portella” dichiaro che, usando tale espressione, intendevo dire coloro che spararono a Portella della Ginestra».

A domanda del P. G..

D.R. «Non feci i nomi, indicatimi dal Giuliano, al Giudice Istruttore che mi interrogò perché intendevo farli in Corte di Assise, dove solamente dirò quello che dovrò dire».

D.R. «Non mi decisi a farli neppure al mio primo interrogatorio reso a questa Corte perché pensavo che coloro che erano colpevoli si fossero decisi a dichiararsi autori della strage».

D.R. «Pensavo che coloro che avrebbero dovuto parlare, avrebbero fatto i nomi dei morti che avevano partecipato al delitto di Portella. Ho altre lettere che potrei anche esibire, ma che mi astengo dal farlo perché non hanno relazione con i fatti di Portella».

A domanda dell’avv. Sotgiu

«Le lettere che sono state esibite alla Corte, io me le procurai togliendole dalle tasche di Giuliano e qualche altra che Giuliano mi dava per consegnarla al Miceli, io la trattenni per me».

A domanda dell’avv. De Nichilo

D.R. «Non feci i nomi appresi da Giuliano al generale Luca perché questi non era il Presidente della Corte di Assise».

A domanda dell’avv. De Nichilo perché l’imputato dica se egli prese contatti con Luca allo scopo di far conoscere a costui la verità, risponde:

«Mi rifiuto di rispondere».

A domanda dell’avv. Loriedo

«Ero conscio del pericolo in cui potevo trovarmi da un momento all’altro ed è per questo che anche io scrissi un memoriale stando in casa mia poiché in campagna io mi recavo per respirare un po’ di aria pura. Lasciai il memoriale in posto sicuro e non ho ragione dipresentarlo perché sono qui in persona e posso quindi riferire tutti i fatti».

L’avv. Loriedo chiede che si rivolga al teste la domanda se egli ebbe contatti con Luca dopo che era stato bruciato il memoriale

L’imputato Pisciotta risponde

D.R. «Anche dopo che fu bruciato il memoriale io mi incontrai col colonnello Luca perché ero un libero cittadino».

D.R. «Sapevo che vi erano mandati di cattura contro di me ma non avevo paura poiché ero convinto di poterli smantellare essendo la mia coscienza pulita».

D.R. «Altrettanto debbo dire relativamente ai miei incontri con Perenze, i quali ebbero luogo sia prima che dopo la bruciatura del memoriale. Chiarisco ancora. Il memoriale di cui si parlò fu incominciato a scrivere da Giuliano dopo le elezioni del 1948. Essendosi egli visto tradito da tutti, detto memoriale rimase nelle mie mani quattro mesi, poi lo consegnai alla persona che lo bruciò quattro mesi prima della morte di Giuliano».

D. R. «Chiarisco e preciso che io consegnai il memoriale a quella persona quattro mesi prima della morte di Giuliano, per quattro mesi prima rimase in mio possesso».

A domanda dell’avv. Loriedo

D.R. «Non pensai a far fotografare il memoriale e gli atti perché Giuliano prometteva sempre di render noto quello che aveva scritto nel memoriale».

D.R. «Fui io in buoni rapporti con Giuliano fino al momento della morte e cioè quando mi accorsi che egli aveva tradito tutti».

D.R. «Col Cucinella Giuseppe durante la latitanza ci incontrammo qualche volta, ci salutammo e mai tra noi vi furono motivi di dissenso».

A domanda dell’avv. Fiore

D.R. «Al momento in cui Giuliano mi fece i nomi di coloro che spararono a Portella il memoriale era stato già scritto ma trovavasi presso altra persona. Dopo un certo tempo Giuliano mi pregò di richiedere a detta persona il memoriale, cosa che feci e il memoriale restò presso di me quattro mesi circa. Avendo avuto occasione di incontrarmi altre volte con Giuliano costui mi disse di portarlo presso colui che aveva altri documenti e che fu proprio colui che li bruciò. Quest’ultima consegna avvenne circa quattro mesi prima della morte di Giuliano. Mi recai in casa di colui che per primo indicai come detentore del memoriale di Giuliano in compagnia di altre persone delle quali non posso fare il nome poiché di coloro che hanno fatto del bene non intendo fare i nomi».

D.R. «Giuliano parlò di 15 persone come di coloro che andarono a Portella, ma se poi tutti, o solo in parte, hanno sparato io questo non lo so».

Omissis

D.R. «Il memoriale esibito dall’avv. Romano Battaglia nella prima fase del dibattimento é quello che io ho qualificato balordo. Quello che é stato consegnato dallo stesso Battaglia al Procuratore Generale di Palermo é quello che ho qualificato balordissimo. Con questo memoriale Giuliano segnò la sua condanna a morte. Il memoriale vero é invece quello che fu affidato a quella persona, di cui io non intendo fare il nome e che fu incominciato a scrivere da Giuliano spontaneamente dopo le elezioni del 18 aprile 1948».

D.R. «Nel primo memoriale non vi é alcun cenno ai mandanti, se ne fa cenno in quello depositato a Palermo. Quest’ultimo fu fatto appunto perché non si fu contenti del primo e furono perciò fatte delle sollecitazioni».

D.R. «Non fui presente quando fu scritto il secondo memoriale, ne appresi il contenuto dallo stesso Verdiani in un colloquio che ebbi con lui a Catania in un albergo del quale non posso indicare la denominazione».

D.R. «Io arrivai a Catania col treno».

D.R. «Il Verdiani doveva venire a Monreale, ma in conseguenza di un telegramma fattomi da lui nel luogo dove io trovavami, l’appuntamento fu spostato a Catania, ove fui accompagnato da altra persona».

D.R. «Fu dopo il convegno con Verdiani a Catania che io scrissi la lettera che giorni fa Verdiani ha esibito alla Corte e della quale non fu ammessa la alligazione agli atti processuali».

Contestatogli che il memoriale consegnato dall’avv. Battaglia al P. G. di Palermo porta la data del 28.6.50 mentre l’altro che egli classifica come vero, doveva essere finito tra la fine del 1949 o principi del 1950, risponde:

«Il memoriale che io consideravo come vero, fu incominciato a scrivere da Giuliano dopo le elezioni politiche del 1948, anzi posso dire che quello deve essere considerato come un diario di tutta la attività della banda Giuliano».

Il Presidente insiste perché il Pisciotta dica le generalità di colui che doveva consegnare il memoriale e gli altri documenti che furono bruciati. L’imputato Pisciotta risponde:

«Io non lo posso dire».

D.R. «No so se Perenze o Luca sappiano le generalità di tale individuo».

A domanda del P. G., risponde

D. R. «Di Avvocaticchio ve ne sono molti».

A domanda dell’avv. Sotgiu risponde

«Escludo che colui che ebbe il memoriale sia stato in istato di detenzione, o é morto o é libero».

D.R. «Trattasi di persona vivente».

D.R. «Dopo l’incontro avuto da costui con il capitano Perenze, io non ebbi occasione di vederlo».

D.R. «Non posso dire se effettivamente i documenti furono bruciati, tale affermazione feci perché così mi riferì il capitano Perenze».

D.R. «Prima che io concretizzassi gli accordi con il colonnello Luca, avevo inteso dire da Giuliano che egli dopo aver fatta azione contro i comunisti avrebbe voluto iniziare un’azione contro la Chiesa e perciò voleva procedere al sequestro prima ed alla uccisione dopo dell’Arcivescovo di Monreale, di padre Di Giovanni e di padre Biondi. Il Giuliano aveva intenzione di appendere ad un albero l’Arcivescovo di Monreale. In tale proposito egli insisteva malgrado le mie opposizioni ed allora ritenni fosse il caso di avvertire il colonnello Luca perché attorno alla palazzina in cui villeggiavano i tre fosse posto un cordone di carabinieri, cosa che fu fatta. No so se tale fatto abbia relazione con Portella».

D.R. «La persona presso cui erano depositati il memoriale e i documenti era di Mazara del Vallo che non so quanto dista da Castelvetrano».

A domanda dell’avv. Tino, risponde

«Colui che mi accompagnò a Catania era un mafioso, ciò avvenne una decina di giorni prima che io scrivessi la lettera esibita dall’Ispettore Verdiani e la cui alligazione la Corte ha respinto. L’argomento del discorso tra me e Verdiani a Catania furono le trattative dal punto di vista economico di un film che interessava Giuliano e di cui é cenno in una lettera dallo stesso inviata a Verdiani».

D. R. «Solo Giuliano in mezzo a tutti sapeva scrivere a macchina, egli si giovava per scrivere a macchina di altre persone che andava a chiamare a Palermo. Non so se la copia dattiloscritta mandata qui a Viterbo sia stata fatta fuori oppure sia stata scritta dove si trovava la banda».

A domanda del P. G., risponde

«Non so se del memoriale da me qualificato come vero fu fatta copia che si trova presso altri».

D.R. «Sul momento non posso fare il nome del detentore del memoriale, ma lo farò».

Omissis

«La lettera esibita dal colonnello Paolantonio può essere paragonata alle lettere minatorie che Alliata riceveva da Giuliano. Dette lettere servivano semplicemente per nascondere il vero scopo dei convegni tra Giuliano ed Alliata».

D.R. «Appresi dell’arrivo di tali lettere minatorie all’Alliata negli ultimi tempi dallo stesso Giuliano».

Omissis

Il Pisciotta Gaspare dichiara

«Effettivamente feci una fotografia col mitra indicato dal teste, mitra che apparteneva a Candela Rosario che era in vita. Tale fotografia la feci insieme con Giuliano per dare smacco ai carabinieri. Tutto ciò fu organizzato dall’Ispettore Verdiani».

Omissis

Il Pisciotta dichiara

«Io, Giuliano e Paolantonio avevamo uno stesso orologio che a noi fu regalato dal principe Alliata ed inoltre avevamo delle fibbie d’oro fatte costruire in Svizzera».

Omissis

L’imputato Pisciotta Gaspare dichiara:

«Ho saputo il 24.12.1949 in Castelvetrano, presente Giuliano, dall’Ispettore Verdiani, che questi aveva trovato nella perquisizione operata nello studio fotografico del padre dal maresciallo Lo Bianco copie fotografiche dei verbali e di atti che Verdiani aveva presi e portati con sé. L’incontro anzidetto avvenne in una casa campestre di Marotta ed il Verdiani fu prelevato dallo stesso Marotta in un albergo o alla stazione di Marsala e portato in campagna. Il Verdiani trovavasi con il Miceli, Albano Domenico ed il Marotta, i quali furono anche essi presenti alla consumazione di marsala e panettoni. Quando si trattò di discutere Verdiani e Giuliano si allontanarono».

D.R. «Io arrivai in possesso di lettere di Giuliano mandate in copia a Miceli con mezzi che non posso riferire».

D.R. «Giuliano non portava con sè tutto quanto lo riguardava ma lo lasciava in qualche posto».

A questo punto l’imputato Pisciotta Gaspare chiede che se il Presidente gli consentirà di esibire tutti gli originali di cui egli può disporre, egli li esibirà all’udienza di domani.

A questo punto l’avv. Crisafulli dichiara che l’imputato anche se ha dei documenti questi possono non riguardare Portella della Ginestra e quindi non vi é ragione che siano esibiti.

L’imputato Pisciotta Gaspare dichiara di smentire le affermazioni fatte dal maresciallo Lo Bianco perché di tutte le imputazioni a lui fatte ne é rimasta solo una, una rapina di 300 salme di grano in epoca in cui egli trovavasi in campo di concentramento in Germania.

«Aggiungo che sono stato rinviato a giudizio per la strage di Bellolampo, ma al momento opportuno saprò difendermi».

A domanda del P. G. l’imputato Pisciotta Gaspare risponde:

«Ho avuto con Verdiani tre colloqui, uno a Giacalone, il secondo a Castelvetrano, il terzo a Catania».

Omissis

D.R. «Del tutto assurdo quanto ieri fu affermato dal capitano Giallombardo in conseguenza di riferimento a lui fatto da un confidente e cioè che i fratelli Passatempo avrebbero detto che aspettavano la mia guarigione per compiere un’azione contro il Giallombardo per quanto era avvenuto ad Alcamo e che causò la morte del Ferreri e degli altri».

D.R. «Con i fratelli Passatempo non mi trovai mai a parlare di fatti del genere e del Giallombardo».

D.R. «Passatempo Salvatore, ancora latitante, é mio cugino avendo contratto matrimonio con una mia cugina».

D.R. «Per quanto riguarda la mia malattia debbo dire che questa mi ridusse in condizioni da non potermi reggere in piedi, per cui fui costretto a fermarmi in Monreale verso la metà di aprile in casa di Miceli Antonino di Calcedonio».

D.R. «Fui visitato per la prima volta dal prof. Fici, ricordo di essere stato visitato da altro medico, non so se prima o dopo la visita del prof. Fici, penso però che debba essere stato prima».

D.R. «Prima di essere a Monreale io mi trovavo a Montelepre dove fui visitato da altri specialisti fatti venire da Palermo. Di tali specialisti non so fare i nomi ma possono essere ben fatti da mia madre».

D.R. I medici che mi visitarono mi prescrissero delle iniezioni, nessuno mi disse che avevo una malattia degli organi respiratori. Essi peraltro non erano specialisti di malattie di tali organi. Vi fu qualcuno che mi parlò anche di malattia alle tonsille per cui mi fu prescritta la tonsillectomia ed io per questa operazione, mi recai a Monreale con la intenzione di scendere a Palermo per farmi visitare meglio. A Palermo fui visitato dal prof. Fici che mi riferì che ero malato di petto avendo anche la febbre a 39°-40°. Dopo la visita del Fici avvenne quello che ho già riferito.

D.R. «A Monreale andai in macchina accompagnato da mia madre soltanto».

D.R. «Vi é una strada che porta direttamente da Montelepre a Palermo, ma ve ne é un’altra per la quale si fa l’itinerario Montelepre, Borgetto, Pioppo, Monreale, Palermo. Più breve fra le due é quella da me indicata per prima».

D.R. «Fra le due strade io scelsi la seconda perché la prima era custodita al Passo di Rigano da un blocco di CC., anzi dico meglio, vi era spesso un posto di blocco. La seconda invece era più facile a percorrere senza pericolo di imbattersi nei carabinieri».

D.R. «A quell’epoca io non ero ancora munito del tesserino dell’Ispettore Messana, avendolo avuto il 21.5.47».

D.R. «Quando ebbi consegnato il tesserino da Ferreri, costui non era stato ancora operato di appendicite».

D.R. «Seppi da Ferreri la sera del 21.5.47 che il col. Paolantonio in quella sera si recò a Monreale per rilevarlo con la macchina e portarlo ad Alcamo».

D.R. «Tutto ciò io appresi dallo stesso Ferreri ed il discorso avvenne in casa del Miceli, dove mi trovavo ancora ricoverato, ma non ero a letto».

D.R. «Dopo di allora non ebbi occasione più di vedere il Ferreri».

D.R. «Il Ferreri invitò anche me ad andare ad Alcamo in modo che potevo incontrarmi col Messana, col quale doveva incontrarsi anche lui».

D.R. Io avrei avuto il piacere di incontrare Messana, ma non potetti accettare l’invito perché dovevo sottopormi a pneumotorace o nel giorno successivo o qualche giorno dopo».

D.R. Io debbo dire che mai incontrai il Messana, ma egli mi fece sapere a mezzo del Ferreri che desiderava di incontrarsi con me».

D.R. «Nel mese di aprile quando io lasciai Montelepre per recarmi a Monreale, non ricordo se a comandare la stazione di Montelepre vi fosse il Calandra o il Santucci. Vi era anche il Nucleo dei CC., comandato dal maresciallo Di Francesco».

D.R. «Nell’aprile ed in genere nell’anno 1947, né la polizia, né i CC. esercitavano vigilanza su mia madre, in quanto nulla succedeva. Noi eravamo ben visti dalla popolazione. Fu dopo i fatti di Portella che la vigilanza si fece più vigorosa».

A domanda dell’avv. Sotgiu risponde

«La macchina con cui intrapresi il viaggio da Montelepre a Monreale, era il camioncino di cui era proprietaria mia madre e guidato da mio fratello Pietro».

D. R. «Dopo l’uccisione del Ferreri, per cui si disse che vi era stata una spiata dei mafiosi, si pensò di fare una spedizione contro i mafiosi e precisamente contro Vincenzo Rimi di Alcamo e Santo Fleres di Partinico, quest’ultimo era il più importante confidente dell’Ispettore Messana. Non si pensò mai ad una azione contro il Giallombardo».

D.R. «Mi fu detto che il Ferreri e gli altri quella sera entrarono in Alcamo in macchina».

Contestatogli che nel rapporto del capitano Giallombardo non vi é cenno alcuno che le persone entrarono in Alcamo in macchina, risponde:

«Io non ero presente e quindi non posso dare chiarimenti».

D.R. «Se io ebbi il tesserino da parte di Messana penso che a maggior ragione avrebbe dovuto averlo lui. Del resto il Ferreri era fornito di carta di identità per cui poteva circolare. Circa 10 giorni prima della morte di Giuliano, costui mi consegnò una lettera indirizzata all’on. De Gasperi, già affrancata come espresso. La lettera mi fu consegnata chiusa, ma io, come era mia abitudine, aprii la lettera che poscia rimisi in altra busta, sulla quale scrissi a stampatello l’indirizzo che vi era sulla busta strappata, ed affidai alla posta».

D.R. «Nella lettera, che io lessi, non vi era alcun cenno sui fatti di Portella. In essa si parlava delle delusioni avute».

D.R. «Posso ripetere la parte conclusiva della lettera in cui in sostanza si diceva che su tutti quelli che erano arrestati a Montelepre, né su di lui poteva cadere la benché minima colpa per il sangue che era stato versato. Diceva “per tanti uomini, che oggi si sentono di comandare l’Italia per turbe di ambizioni e sete di gloria, di comandare hanno buttato nel baratro tanta gente ed oggi siamo costretti a rivivere il dramma pietoso stanchi ed avviliti. Chi sta per entrare nell’ombra, non può mentire”».

D. R. «Avevo promesso di fare il nome dell’Avvocaticchio, ma non posso farlo, perché sono sicuro che se la indicazione della persona viene fatta da me, quando egli viene a sedere su questa sedia nulla dirà ed anzi dirà di non conoscermi. Sono invece sicuro che se il nome dell’Avvocaticchio viene fatto da altra persona, egli venendo qui viene a dire tutta la verità».

D.R. «Posso dire di essere addolorato di non potere fare il nome dell’Avvocaticchio perché se lo facessi io, egli verrebbe qui seguendo una direttiva».

D. R. «La direttiva gli sarebbe segnata da coloro che hanno interesse. Io solo non sono stato comprato, pur essendomi stati offerti centinaia di milioni».

Domandato di fare i nomi delle persone che gli hanno offerto il denaro di cui egli ha parlato, risponde:

«Non posso fare i nomi di coloro che mi offrirono denaro, quando ero detenuto a Palermo ed a Viterbo, posso fare i nomi di coloro che mi offrirono denaro quando ero fuori».

D. R. «In carcere in un colloquio che ebbi con l’avv. Bucciante, prima che iniziasse questo dibattimento, egli mi offrì 50 milioni perché io non parlassi. Devo dire a tale proposito che l’avv. Bucciante venne mandato in Sicilia da Scelba che lo scelse come mio difensore. Ciò avvenne in un colloquio che egli ebbe con me in una camera di queste carceri, in cui abitualmente hanno luogo gli interrogatori degli imputati da parte dei magistrati. Fu perciò che l’avv. Bucciante chiese il rinvio della causa, perché fosse abbinata con tutti gli altri processi pendenti contro i componenti la banda Giuliano. Io mi ribellai alla richiesta fatta dall’avv. Bucciante alla Corte e perciò lo rifiutai come mio difensore».

D. R. «Mentre stavo fuori mi furono offerti anche 50 milioni ed il passaporto per l’estero da Geloso Cusimano».

D. R. «Dopo alcuni giorni dalla morte di Giuliano io scrissi una lettera a Geloso Cusimano invitandolo ad intervenire presso il principe Alliata per accertare come andava a finire la cosa. Egli venne a trovarmi a casa mia a Montelepre e mi promise 50 milioni oltre il passaporto per emigrare e fermarmi nelle terre del principe Alliata, ove avrei potuto fare il gran signore. Finii con l’aderire alle proposte fattemi dal Cusumano però aggiunsi che sarei emigrato solo dopo il processo di Portella della Ginestra, in cui si sarebbe dovuta dire la verità semplicemente ai fini della giustizia, come per i fini della giustizia mi adoperai a collaborare col colonnello Luca per la uccisionee cattura di Giuliano, cosa che non volli fare con l’Ispettore Verdiani, malgrado costui avesse chiesto la mia opera».

D. R. «Noi fummo sempre illusi nel senso che nessuno pensava di poter subire una condanna per i fatti compiuti, anche io subii la mia delusione perché pensavo di non dover subire un procedimento penale. Noi fummo illusi dagli esponenti del Partito separatista e da quelli del Partito monarchico. Alcuni di costoro dopo avere acquistato il titolo di onorevole lasciò noi sotto le zampe del cavallo per essere schiacciati. Devo dire che tutti si giovavano di Giuliano quando ne ebbero bisogno, poi lo hanno abbandonato ed io posso dire che moralmente Giuliano nulla ha fatto e spiego ciò nel senso che quanto fece gli fu fatto fare».

Adomanda dell’avv. Tino [risponde]:

«L’offerta fattami da Geloso Cusumano avvenne prima del mio arresto: egli venne a Montelepre in conseguenza della lettera da me scrittagli».

D. R. «Non mi consta personalmente che offerte di denaro siano state fatte a me ad altri imputati».

D. R. «L’offerta di denaro fatta a me, e che non mi consta sia stata fatta ad altri, va spiegata col fatto che solo io sapevo tutti i fatti relativi a Giuliano ed io soltanto avevo avuto occasione di vedere Cusumano conferire con Giuliano in contrada Parrini mentre nessuno degli altri, che erano nelle vicinanze del luogo dove avveniva il colloquio, ebbero talepossibilità. Debbo aggiungere che prima ancora della morte di Giuliano sapevo che doveva essere consegnata a me per farla pervenire a Giuliano, una lettera del principe Alliata, ma il Perenze non me ne dette il tempo».

D. R. «Non so se coloro che mi facevano offerte di denaro sapevano che io potessi essere in possesso delle lettere che ho fatto esibire alla Corte, penso però che essi sospettassero che io potessi avere qualche lettera di Alliata, Marchesano, Cusumano».

D. R. «La lettera che io scrissi al Cusumano e dopo la quale egli venne, a casa, a Montelepre a trovarmi, aveva per oggetto la richiesta di adempimento delle promesse fatte a me ed agli altri e che si riferivano alla liberazione di tutti gli imputati».

A domanda dell’avv. Pittaluga [risponde]:

«Tra Ferreri e me si parlò del tesserino da farmi avere dall’Ispettorato di P. S. alcuni giorni prima della consegna dello stesso, edio avevo bisogno del tesserino per circolare liberamente a causa della mia malattia. Giulianosapeva che il Ferreri era a contatto col Messana ma non aveva ragione di diffidare del Ferreri perché anche lui era a contatto col Messana. Giuliano però non seppe mai che il Ferreri era venuto in Sicilia con le direttive di sopprimerlo qualora egli fosse passato al Partito comunista. Io, venuto a conoscenza delle direttive date al Ferreri, aderii alle stesse».

D. R. «Il Ferreri non mi disse da chi gli erano state date le direttive, si limitò solo a dirmi che venivano da Roma».

A domanda dell’avv. Loriedo, [risponde]:

«Ritenni mio dovere imbucare la lettera indirizzata a De Gasperi senza consegnarla a Luca o all’Ispettorato di P. S. perché tale era il mio incarico».

D. R. «Io avevo rifiutato le offerte di denaro fattemi e accettai la difesa dell’avv. Bucciante pur sapendo che egli era un messo di Scelba. Mi indussi a rifiutare l’offerta del Bucciante perché ritenni che egli volesse il rinvio del processo onde io non parlassi prima delle elezioni politiche in Sicilia».

A domanda del P. G., [risponde]:

«Bucciante venne a trovarmi a Monreale insieme al colonnello Luca e lì mi fu fatta porre una firma su un foglio di carta bollata riempito poi a macchina dall’avvocato».

A domanda dell’avv. Galli, [risponde]:

«Non parlai con alcuno della lettera imbucata per De Gasperi, ne parlai solo col generale Luca, il quale può averne parlato con il colonnello Paolantonio. Del resto devo fare anche le mie meraviglie come la parte civile abbia esibito le fotografie di certi indirizzi scritti su due pezzi carta, i cui originali sono presso di me e che suppongo siano stati riprodotti fotograficamente nello studio Lo Bianco e quindi pervenute nelle mani del colonnello Paolantonio».

D. R. «I documenti, e quindi anche gli indirizzi, dopo la morte di Giuliano, erano in mio possesso ed io li custodivo in un cassetto nella camera della casa del capitano Perenze. Suppongo che li abbia fatte fotografare il colonnello Paolantonio poiché non ritengo di ciò capace Luca o Perenze».

A domanda del G. P., [risponde]:

«Seppi della reazione che Giuliano voleva compiere contro Rimi per il fatto di Alcamo, dallo stesso Giuliano».

D. R. «Non faccio il nome dell’Avvocaticchio sia per la ragione indicata in precedenza, sia per quella indicata stamattina».

D. R. «Sono sicuro che tanto Perenze quanto Luca sappiano chi sia l’Avvocaticchio».

A domanda del G. P. Cherubini, [risponde]:

«L’Avvocaticchio è libero»

A domanda dell’avv. Crisafulli, [risponde]:

«Giuliano si firmava Salvo».

D. R. «La carta di identità rilasciata al Ferreri sotto il nome di Rossi conteneva la indicazione Salvo perché serviva a indicare che l’intestatario apparteneva alla banda Giuliano, precisamente a quelli che sapevano che Ferreri era a contatto con Giuliano e con Messana».

A domanda del Presidente, [risponde]:

«Sono sicuro nell’affermare che il Ferreri ebbe un tesserino rilasciato nel 1946 dall’Ispettore Messana, all’inizio dell’arrivo del Messana a Palermo. Io non credo che fra le cose trovate sulla persona del Ferreri, non si sia trovato il tesserino».

Contestatogli che nell’elenco delle cose rinvenute sulla persona di Ferreri Salvatore, a f. 27 del volume relativo alla morte di Ferreri, non risulta che sia stato rinvenuto il tesserino, [risponde]:

«Se fosse stato rinvenuto il capitano Giallombardo non lo avrebbe consegnato».

Omissis

«Una sola cosa che egli può affermare, che dal 1945 al 1950 il Provenzano fu in contatto con Giuliano».

Omissis

D. R. «Escludo nel modo più assoluto che tutto quello che fu pubblicato dal Rizza, risponda a verità. È vero che Rizza, Meldolesi, D’Ambrosio vennero a trovarsi nel territorio di Salemi, è vero che essi arrivarono in una giornata di pioggia nel luogo dove avvenne la riunione, è vero che io ebbi le chiavi della macchina su cui viaggiavano i tre giornalisti, ed è vero parimenti che furono fatte delle fotografie. Anzi si ricavò una pellicola di circa 250 metri, ma non si parlò di nulla. Mi accorsi ad un certo momento che il Rizza prendeva degli appunti, ma fui io stesso che gli strappai il foglio su cui li aveva scritti e quindi non se ne fece più nulla. Verso le ore 13 venne il proprietario della casa a portarci da mangiare, si restò insieme fino alle ore 15,30 e poi i giornalisti presero la via del ritorno verso le ore 15,45 ed io mi avviai verso la stazione di Salemi per prendere il treno onde recarmi prima a Palermo e poi a Monreale dove dovevo vedere mia madre liberata dal confino».

D. R. «A Monreale effettivamente trovai mia madre che era stata liberata dal confino».

D. R. «Non è vero quindi che il Giuliano ed il Rizza ad un certo momento si siano separati da noi e conferito insieme, sia pure per poco tempo. Devo dire che io mi allontanai dalla stalla dopo aver mangiato, e restai fuori tre quarti d’ora, mentre nella casa restarono il Rizza, il Meldolesi, il D’Ambrosio, Albano Domenico, che li aveva accompagnati, ed altra persona di Partinico venuta con i giornalisti. Ricordo che, alla presenza di tutti il Rizza domandò a Giuliano qualcosa sui fatti di Portella e Giuliano si limitò a dire soltanto le seguenti parole: “A Portella della Ginestra io non ci sono stato, se sarà il caso, un certo giorno parlerò”».

D. R. «Talché il momento in cui egli avrebbe potuto parlare dei fatti di Ginestra non era venuto ancora e non si era verificato fino al momento della sua morte». Devo dire che se Giuliano avesse parlato, né io né alcuno degli altri imputati ci saremmo trovati qui a giudizio».

Contestato all’imputato quanto egli affermò al f. 229 retro verb. dibattimento, nonché quanto si trova a f. 756 stesso verbale dibattimento

D. R. «La verità è quella che ho detto or ora e non quella che trovasi nelle mie dichiarazioni precedenti».

D. R. «Io mi trovo nelle condizioni di poter documentare che il giornalista Rizza fu mandato dall’avv. Bucciante e fu dallo stesso indotto a pubblicare quello che pubblicò sul«Corriere Lombardo».

D. R. «Per quanto si riferisce alla mia malattia respingo sdegnosamente quello che Rizza ha dichiarato».

D. R. «Insisto nel dichiarare di essere venuto dinanzi alla Corte di Assise di Viterbo per difendere e non per difendermi». Aggiungo che mi si attribuisce di essere filo-comunista, ma io non appartengo e non ho mai appartenuto ad alcun partito. Ho amato e amo tre cose: la mamma, Gesù Cristo e la mia nazione».

D. R. «I giornalisti furono accompagnati da Albano Domenico e da un’altra persona di Partinico, che sapevo amica di Giuliano, ma della quale non so dare le generalità perché non lo conosco».

D. R. «L’intervista fra i tre giornalisti e Giuliano fu organizzata dall’Ispettore Verdiani».

A domanda dell’avv. Sotgiu [risponde]:

«Aggiungo che l’intervista fu organizzata dall’Ispettore Verdiani e fu stabilito anche che doveva essere fatto un cortometraggio prima che noi espatriassimo».

D. R. «Il tempo decorso tra l’arrivo dei giornalisti a Palermo e l’intervista, decorse per il fatto che il Verdiani aspettava ancora la macchina da presa con cui doveva essere girato il cortometraggio. Io penso che i giornalisti dovevano avere conosciuto qualcuno di Partinico a Roma che lo condusse da Albano che concluse l’intervista a Salemi degli stessi con Giuliano. Chiarisco che Verdiani aveva organizzato una cinematografia per conto proprio, mentre si attendeva il materiale per fare la cinematografia, sopraggiunse la spedizione Rizza. Fu informato di ciò il Verdiani che consentì di fare eseguire le fotografie dicendo che consentiva di far fotografare ma non di parlare».

D. R. «Io del mio alibi ne parlai all’avv. Bucciante ed io stesso consegnai a Bucciante la prima radiografia fattami dal dott. Grado, anzi, dico meglio consegnai all’avv. Bucciante quella lastra radiografica che fu esibita dal difensore in dibattimento. L’altra radiografia pure esibita dal mio avvocato è quella fatta ad opera del capitano Perenze alla fine di giugno o i primi di luglio 1950. Detta radiografia fu eseguita in un sanatorio di Palermo dove fui accompagnato dal Perenze con la macchina».

D. R. «Il pagamento della radiografia fu effettuato dal Perenze».

D. R. «L’indomani il Perenze mi consegnò la lastra radiografica».

D. R. «Le varie radiografie intermedie fattemi, come anche la prima, possono essere state smarrite presso i vari studi medici presso cui mi recai».

A domanda dell’avv. Sotgiu, [risponde]:

«È vero che consegnai al Meldolesi la stella di cui parla il Rizza, era un oggetto d’oro regalatomi da un mio parente venuto dall’America. Avuta la richiesta la consegnai al Meldolesi. Essa non serviva ad indicare alcun grado».

D. R. «La stella portava una iniziale «G»formata da false pietre e che voleva indicare Gaspare e non Giuliano».

D. R. «Nella fibbia vi era un portafotografie in cui avevo posto la fotografia di mia madre e non quella di Giuliano».

D. R. «Credo che Giuliano abbia regalato al Rizza un lapis placcato in oro».

D. R. «I documenti e le lettere, di cui ho parlato prima, non hanno relazione con questo processo».

D. R. «Non ebbi alcun ordine da Verdiani prima che si verificasse la morte di costui (Giuliano) anzi devo dire che Verdiani fece sapere a Giuliano che io ero a contatto col generale Luca».

D. R. «Non conosco l’avvocato Agueci».

A domanda del Presidente, [risponde]

«Non posso neppure oggi fare il nome dell’Avvocaticchio, ma, come dissi, potrebbe farlo meglio il capitano Perenze ed il generale Luca».

D. R. «Tutte le domande che la S.V. mi rivolge per sapere il nome dell’Avvocaticchio, spremendomi come un limone, le rivolga al capitano Perenze ed al generale Luca».

A domanda del P. G., [risponde]:

«L’idea di difendermi dall’imputazione dei fatti di Portella con l’alibi, mi sorse il giorno dopo a quello in cui morìGiuliano».

D. R. «Io non pensavo mai di dover subire, per Portella, un processo, pensavo invece che alla difesa mia e degli altri avrebbe dovuto pensare Giuliano con la pubblicazione dei nomi dei mandanti».

D. R. «Noi servimmo con lealtà e disinteresse i separatisti monarchici e democristiani, tutti gli appartenenti a tali partiti sono a Roma con cariche, mentre noi siamo scaricati in carcere».

D. R. «Nel dire che Giuliano avrebbe dovuto pensare alla difesa degli altri intendo comprendere anche Cucinella Giuseppe, i fratelli Genovese e tutti gli altri che parteciparono al delitto di Portella».

A domanda dell’avv. De Nichilo,[risponde]

«Non chiesi uno scritto qualsiasi, in cui Giuliano dicesse chi erano i colpevoli del delitto di Portella perché avevo come difendermi, peraltro, io posso esibire alla Corte una fotografia di Pietro Licari che fu colui che custodì i quattro cacciatori, ed è colui che può riferire tutto intorno ai fatti di Portella».

D. R. «La fotografia del Licari che esibisco fu fatta pervenire al mio avvocato Crisafulli, io la richiesi a lui per poterla esibire io stesso alla Corte».

D. R. «La fotografia mi fu fatta pervenire da amici che risiedono fuori».

L’avv. Crisafulli dichiara di essere venuto lui in possesso della fotografia quando egli si recò in Sicilia per il rintraccio di documenti ed il processo fu sospeso per tale ragione. Dichiara che era già a conoscenza della esistenza di tale fotografia.

Continua il Pisciotta:

D. R. «Io sono venuto qui per difendere gli innocenti che sono i ragazzi e per accusare quelli di cui feci i nomi che sono i colpevoli». Aggiungo che, dopo la pubblicazione fatta dal Rizza sul settimanale «Oggi», Giuliano scrisse una lettera al Rizza chiamandolo miserabile. Al Rizza, Giuliano scrisse più volte, ma mi trovai presente quando Giuliano gli scrisse la lettera che ho or ora riferito».

A domanda dell’avv. Fiore, [risponde]

«Giuliano scrisse la lettera al Rizza perché erano rimasti d’accordo che questi avrebbe dovuto dire che l’incontro era avvenuto in contrada Zuno e non in territorio di Salemi e poi perché nulla doveva pubblicare di quello che si era detto».

D. R. «Il fatto principale per cui si adirò Giuliano è per avere il Rizza pubblicato che egli aveva avuto per fidanzata un certa Maria, e facendo tale pubblicazione si poteva pensare che Giuliano avesse ancora dell’affetto per tale ragazza».

D. R. «Malgrado la ragazza fosse già passata a nozze, l’averne parlato poteva sembrare a Giuliano che si pensasse ancora che egli aveva dell’affetto per tale ragazza».

D. R. «Non posso fare il nome del proprietario della stalla in cui ebbe luogo il convegno».

Omissis

A domanda dell’avv. Galli, [risponde]

«I miei rapporti con mio padre furono sempre buoni».

D. R. «Tra aprile e maggio 1947 avevo occasione di vedermi con mio padre».

D. R. «Non sapevo che mio padre appartenesse al Partito comunista. Fui presente solo ai convegni avuti da Giuliano con Cusumano perché mi interessavano. So di convegni di Giuliano con Alliata, Marchesano e Mattarella, ma io non fui presente agli stessi».

Omissis

«Oltre l’Albano, di cui parlai in precedenza, in territorio di Salemi vi era anche Vincenzo Italiano da Partinico e certo La Fata pure da Partinico».

D. R. «Feci il nome nell’udienza scorsa dell’Albano perché me lo ricordai, degli altri due me ne sono ricordato stanotte».

D. R. «Albano Domenico si trovò presente tutta la giornata. L’Albano e l’Italiano partirono con i tre giornalisti – vennero a Roma con i tre ed ebbero a Roma stesso ciascuno mezzo milione».

D. R. «Seppi della faccenda del mezzo milione dato all’Albano e all’Italiano dallo stesso Albano, poiché costui doveva regalare a me una penna Parker e l’Italiano doveva regalare la stessa penna a Giuliano».

D. R. «L’Albano a me non dette niente dicendo che il denaro gli era occorso per fare andare il fratello in America».

D. R. «Tra la liberazione di mia madre dal confino al giorno in cui andai a Monreale per vederla, io non avevo visto altre volte mia madre».

Contestatogli che uscendo dal confino la mamma sarebbe stata certamente munita di foglio di via obbligatorio e quindi sarebbe dovuta andare a Montelepre, risponde:

«Io non sono un questore, mia madre veniva da Montelepre».

D. R. «Non posso dire in quale casa avvenne l’incontro tra me e mia madre».

Il teste Rizza

D. R. «Io ritornai a Roma il giorno dopo l’intervista, peraltro l’indicazione si trova in una pubblicazione fatta dal Meldolesi».

L’imputato Pisciotta Gaspare

D. R. «Ilmezzo milione ad Albano ed Italiano fu consegnato dal Meldolesi, secondo quanto mi disse Albano».

D. R. «Sono sicuro se affermo che Albano e Italiano viaggiarono da Salemi a Palermo con i tre giornalisti, se proseguirono con gli stessi fino a Roma non lo so».

D. R. «Nessuno dei tre da me indicati furono ripresi nel cortometraggio».

A domanda dell’avv. Lanzetti, [risponde]

«Aggiungo che La Fata conobbe i giornalisti a Roma e poi servì da tratto di unione tra i giornalisti e l’Albano».

D. R. «La macchina su cui viaggiarono i giornalisti era una 1100».

D. R. «Dichiaro che a Salemi i giornalisti vennero su una 1100, del Topolino si servivano quando erano a Palermo».

Omissis

D. R. «Una delle due persone che accompagnò i giornalisti alla stalla di Salemi aveva della rassomiglianza con l’attuale Albano; ma io non posso dire se è il qui presente Albano od altri».

D. R. «Fu il Giuliano a dirmi che i due si chiamavano uno Albano e l’altro Italiano».

D. R. «Posso dire che Verdiani quando si incontrò con me e con Giuliano fu accompagnato proprio dal qui presente Albano, che non avevo mai visto prima di allora».

D. R. «L’incontro col Verdiani ebbe luogo dopo l’intervista. Sono sicuro se affermo che il qui presente Albano accompagnò Verdiani, ma non posso dire se accompagnò anche gli intervistatori».

D. R. «Io ero contrario all’intervista di Giuliano e della stessa mi disinteressai; perciò non detti importanza per riconoscere le persone che accompagnarono i giornalisti. Io sono fatto così, delle cose che non mi interessano, non vado molto a fondo».

Omissis

D. R. «Insisto nell’affermare che ad accompagnare i giornalisti alla stalla di Salemi, dove mi trovavo io con Giuliano fu Albano Domenico. Posso aggiungere che l’Albano andò una volta ad incontrare l’ispettore Verdiani a Catania».

D. R. «Avevo visto un’altra volta l’Albano quando presenziò ad un colloquio tra me, Giuliano e Cusumano in contrada Parrini».

Contestatogli come mai ieri, alla presenza di Albano egli fu incerto nell’identificarlo per colui che accompagnò i giornalisti alla stalla di Salemi [risponde]

«Dal momento che egli negò di essere stato lì a Salemi ed insistette nella negativa io mi stancai e quindi non insistetti più nella identificazione dello Albano».

D. R. «L’Albano era conosciuto con il nome di Menichello o di Borgetto, poiché in qualche lettera che Verdiani scriveva a Giuliano diceva salutami o mandami Borgetto, volendo significare Albano; salutami o mandami Monreale volendo significare Ignazio Miceli».

D. R. «Io seppi della venuta di Miceli Nino e di Albano Domenico qui a Roma. Lo scopo della venuta era quello di provvedere all’espatrio di Giuliano ed anche per le macchine da presa che dovevano venire dalla Svizzera».

D. R. «Miceli Nino venne a Roma al posto di Miceli Ignazio che era ammonito».

D. R. «Il Verdiani mandò una lettera scritta sulla solita carta velina in cui in sostanza diceva di avere pazienza».

D. R. «Da circa tre mesi prima del 5.7.1950 io mancavo da casa Di Maria in Castelvetrano».

D. R. «Mi ero recato in tale casa in precedenza, dove dormivo due, tre notti e poi ritornavo a Monreale o Montelepre».

D. R. «Non sapevo però di dormire in casa dell’avv. Di Maria, Giuliano sapeva in casa di chi si andava a dormire; io seppi che quella era la casa dell’avv. Di Maria attraverso i giornali dopo la morte di Giuliano».

D. R. «Io andai a dormire in quella casa più di una volta».

D. R. «Io e Giuliano frequentavamo 4 o 5 case in Castelvetrano, dellequali non posso indicare i proprietari perché non conosco i nomi».

D. R. «Io non mi trovavo sempre con Giuliano, egli mi scriveva di farmi trovare in tale giorno alla periferia di Castelvetrano, dove trovavo Giuliano, ed insieme si andava a dormire».

D. R. «Giuliano non frequentava Castelvetrano, incominciò ad andarvi dopo l’arrivo del C.F.R.B. ed io, come già ho detto, avevo da lui l’indicazione dei luoghi dove dovevo trovarmi».

D. R. «Non posso dare indicazione precisa sull’epoca in cui io e Giuliano ci spostammo per andare a Castelvetrano, ritengo che ciò sia avvenuto un mese e mezzo o due mesi dopo l’inizio dell’attività da parte del C.F.R.B.».

D. R. «Mi fermai anche io forse per 15 giorni, poi ritornai qualche altra volta a Castelvetrano quando vi andò Verdiani dopo l’intervista con i giornalisti».

D. R. «La consegna del memoriale fu fatta precisamente alla persona che ci ospitò per la prima volta; tale consegna avvenne in epoca successiva che non posso precisare».

D. R. «Tale persona io avevo conosciuta all’epoca dell’Evis. Trattavasi di persona che voleva organizzare l’Evis anche a Castelvetrano».

D. R. «Debbo dire che quelli di Castelvetrano non furono posti sotto procedimento penale per i fatti dell’Evis».

D. R. «Provvedevamo al nostro vitto per mezzo delle persone che abitavano nella casa».

D. R. «Non posso dare indicazioni precise intorno alla casa, perché arrivavo a Castelvetrano di sera e di giorno certo non andavo gironzolando per il paese perché non volevo correre il rischio di essere arrestato».

D. R. «Era Giuliano che mi faceva uscire a Castelvetrano, ma quando ero a Monreale o altrove uscivo liberamente».

D. R. «Non ebbi mai preoccupazione di essere arrestato non avendo svolto azioni da bandito; era Giuliano che non mi faceva uscire».

D. R. «Colui che ci ospitava a Castelvetrano non sapeva di ospitare né Gaspare Pisciotta né Faraci Giuseppe».

D. R. «Quando arrivai a Castelvetrano avevo presso di me la tessera dell’ispettore Messana».

D. R. «Pur non avendo preoccupazioni, feci distruggere le radiografie intestate a Faraci Giuseppe per la preoccupazione dei carabinieri, perché mai della Ps. avevo avuto spavento».

D. R. «Avevo preoccupazione solo dei carabinieri di Montelepre e non degli altri posti dove non mi conoscevano che ero Gaspare Pisciotta».

A domanda dell’avv. Sotgiu, [risponde]

«Non ricordo se sono in possesso della lettera che Verdiani mandò a Giuliano a mezzo di Nino Miceli ed Albano Domenico oppure se l’abbia qualche altro».

D. R. «Per andare nella casa in cui fummo ospitati per la prima volta a Castelvetrano, non fummo accompagnati da alcuno, Giuliano trovò la casa e poi mi disse di accompagnarlo».

D. R. «Giungendo alla stazione di Castelvetrano trovammo tre o quattro persone che ci accompagnarono alla casa scelta da Giuliano».

D. R. «So le generalità della persona che ci ospitò, ma non posso indicarle».

D. R. «Giuliano partì da Monreale a cavallo una certa sera; io partii l’indomani col treno da Palermo. Ci incontrammo in un caseggiato vicino alla stazione».

D. R. «L’ultima volta che ebbi occasione di incontrarmi con Giuliano, e cioè nella notte del 5 luglio 1950, io mi recai a Castelvetrano spontaneamente; però avevo ricevuto due o tre giorni prima una lettera di Giuliano in cui mi indicò la casa in cui si trovava».

D. R. «Egli non mi indicò la casa Di Maria come quella in cui si trovava, ma io pensai che poteva trovarsi o in casa Di Maria o in altra casa».

D. R. «Io pensai, ricevendo la lettera di Giuliano, che egli potesse trovarsi o in casa Di Maria o in altra casa che non intendo indicare».

D. R. «Andai nell’altra casa, e, avendo saputo che ivi non vi era, andai nella casa nel cui cortile fu poi all’indomani trovato morto Giuliano, anzi chiarisco andai nel cortile del Di Maria».

A domanda dell’avv. Sotgiu, [risponde]

«Non sono stato sottoposto ad esame radiografico né visitato in una caserma dei CC. dopo la morte di Giuliano».

D. R. «Non ricordo se feci fare l’esame delle urine».

A domanda del P. G., [risponde]

«La persona alla quale fu consegnato il memoriale era di statura normale, snello in viso, senza barba, senza baffi, non so dire di che colore erano gli occhi».

D. R. «Detta persona poteva avere da 35 a 40 anni, vestiva bene, aveva proprietà, è di Mazara del Vallo, aveva casa tanto a Mazara del Vallo e a Castelvetrano, non so se aveva vigneti».

D. R. «In casa di costui io ero stato, ma non so per quante volte».

D. R.«Consegnai il memoriale nella casa di costui a Castelvetrano».

Malgrado le insistenze del Presidente perché si decida a dire il nome della persona a cui fu consegnato il memoriale, risponde:

«Non posso fare il nome, anzi mi dispiace non poterlo fare e non lo faccio perché vi sono molte mani ingarbugliate».

D. R. «Penso che il generale Luca possa sapere le generalità della persona a cui fu consegnato il memoriale perché non è da credere che un generale intelligente come Luca, mandato a comandare il C.F.R.B., non abbia individuato la persona di cui io indicai i connotati».

A domanda dell’avv. Loriedo, [risponde]

«Nelle lettere che scriveva Giuliano non vi era data e neppure in quella che ricevetti due o tre giorni prima della sua morte».

D. R. «Non ricordo se in tale lettera fosse contenuta la metà di un biglietto da £. 5».

A domanda dell’avv. Loriedo, perché il Pisciotta dica se nella lettera si facesse cenno che dovevano andare a rilevare Giuseppe Giuliano, che usciva dal confine

D. R. «Non c’era tale circostanza in quella lettera, né vi fu in altre».

D. R. «Il contenuto della lettera era in sostanza il seguente: Io dovevo recarmi in Castelvetrano perché l’indomani egli doveva emigrare con un apparecchio».

Spontaneamente aggiunge:

«Escludo di aver avuto mai denaro a mezzo del capitano Perenze. Il generale Luca doveva mandarmi due milioni per il memoriale, somma che io dovevo consegnare alla persona che lo deteneva. Essendosi verificata la mancata consegna del memoriale, perché si disse bruciato, il denaro non mi fu più consegnato».

A domanda dell’avv. Sotgiu, [risponde]

D. R. «Nulla so dei cinque milioni di cui ha parlato la mamma di Giuliano, la quale potrà sapere invece queste cose».

Omissis

D. R. «Le iniziali “S. G.“ che si trovano sulla fibbia di metallo giallo, significano “Salvatore Giuliano“, la fibbia stessa mi fu regalata da Giuliano quando io presi contatto con lui».

D. R. «Il regalo me lo fece nell’aprile 1949».

D. R. «La fibbia era di Giuliano e me la regalò avendone egli un’altra; ciò avvenne verso il 20 o 25 aprile 1949».

D. R. «Egli me la consegnò il 1° maggio 1949. Aggiungo che le fibbie provenivano dal principe Alliata».

D. R. «Non so quanto il predetto fece pervenire a Giuliano la fibbia che poi questo regalò a me».

D. R. «Giuliano non sapeva che io sarei ritornato a lui; fui invece io che andai in cercadi lui».

D. R. «Entrambi le fibbie sono identiche; cambia solo il colore dell’oro: la mia era di oro giallo, mentre quella di Giuliano era d’oro bianco. Del resto le due fibbie possono essere confrontate essendo state entrambe sequestrate».

Omissis

D. R. «Quando andai a Monreale il camioncino era guidato da mio fratello».

D. R. «Ebbi una sola fidanzata e precisamente la Locullo Maria con la quale sono fidanzato da 10 anni».

D. R. «Escludo di avere avuto una fidanzata a Palermo».

Contestatogli quanto affermò Spica Giovanni, marito della sorella Rosalia, a f. 58 vol. I del processo contro Pileri Natale ed altri, a proposito di Pizzurro Caterina che sarebbe stata già fidanzata di lui Pisciotta, [risponde]

«Nego di essere stato mai fidanzato con la Pizzurro Caterina che neppure conosco e che credo non conosca neppure mio cognato».

Richiesto come mai il cognato abbia fatto una tale dichiarazione, [risponde]

«Penso che ciò possa essere stata conseguenza di torture inflittegli».

Contestatogli che tale affermazione trovasi nell’interrogatorio reso dallo Spica al Consigliere dott. Urso Andrea, [risponde]

«So bene che i magistrati non torturano gli imputati, se mio cognato fece tale affermazione, vuol dire che egli è un cretino, uno stupido, un pazzo».

Spontaneamente aggiunge:

«Chiedo sia presa nota di questa mia affermazione. Io scrissi al Questore Marzano di Palermo perché venisse a prendermi a casa mia a Montelepre dove si trovavano già degli agenti di P.S. Non trattasi quindi di un arresto vero e proprio ma di un invito a rilevarmi. Gli agenti mi piantonarono a porte chiuse. Quindi non è esatto quanto è contenuto nel verbale letto giorni or sono».

Contestatogli che egli fu tratto in arresto come è detto nel verbale, mentre aveva sulla persona una pistola a 14 colpi, [risponde]

«Io avevo in casa detta pistola su di una sedia e non mi fu trovata addosso».

D. R. «Nego anche di essere stato trovato nascosto in una botola, fui trovato a letto avendo in quel momento la febbre».

A domanda del Presidente, [risponde]

«Lo Spica Giovanni, mio cognato non è quello stesso Spica Giovanni che fu sparato mentre stava davanti la porta di casa e durante il quale fatto trovò la morte un bambino. Trattasi di un parente di mio cognato».

Omissis

D. R. «Confermo anche ora di essere stato il Marotta a rilevare il Verdiani o alla stazione o in albergo di Marsala accompagnandolo in una casetta campestre nella quale avvenne il colloquio. Aggiungo che siail Miceli che il Marotta e l’Albano possono essere raffigurati a 4 cavalli i quali arrivati di fronte all’ostacolo si fermano. L’ostacolo sarebbe rappresentato dall’aula della Corte di Assise. Posso dire che Di Maria, Miceli, Marotta ed Albano sapevano tutto della banda Giuliano».

D. R. «Non conoscevo Marotta prima dell’incontro che ebbi con lui nella casa campestre, non lo conosceva neppure Giuliano ma ritengo che per andare da lui deve avere avuto le sue ragioni, perché non si sarebbe affidato a persona di cui non era sicuro».

D. R. «Quando partimmo dal posto in cui ci trovavamo, Giuliano non mi disse che saremmo arrivati in casa Marotta».

D. R. «Io non conoscevo il Di Maria prima di andare nella sua casa».

D. R. «In non ero stato in Castelvetrano in precedenza, Giuliano invece sì».

D. R. «Io avevo saputo da Giuliano che egli si trovava qualche volta in Castelvetrano, ma egli non mi disse mai né io glielo domandai presso chi alloggiasse». Il Marotta non è l’Avvocaticchio».

Il Presidente insiste perché il Pisciotta dica chi è l’Avvocaticchio ed egli risponde:

«Anche se ne facessi il nome verrebbe qui e diventerebbe un pezzo di legno».

Fattogli osservare che venendo qui la persona, prestando giuramento potrebbe dire la verità, risponde:

«Ciò non avverrebbe poiché tutti si illudono con la prestazione del giuramento».

Insistendo e fattogli osservare che egli assume di difendere gli altri e non se stesso e che la documentazione che egli afferma si trovi presso l’avvocaticchio,o vi si trovava, potrebbe servire di difesa per gli altri, risponde:

«Io mi interesso della difesa degli altri perché io dei fatti sono innocente. Potrà darsi che venga un giorno in cui mi deciderò a fare il nome dell’Avvocaticchio, ma per oggi non posso che riportarmi alle ragioni già spiegate».

A domanda dell’avv. Sotgiu, [risponde]

«Èvero che dissi che Marotta faceva parte dello stato maggiore di Verdiani. Il Marotta entrò certamente a far parte dello stato maggiore di Verdiani dopo il colloquio. Del resto io, Giuliano, Marotta, Miceli ed Albano eravamo tutti comandati da Verdiani facendo tutti i mestieri».


Doc. V

Dichiarazioni di Pisciotta Francesco.

A questo punto l’imputato Pisciotta Francesco chiede di parlare, e dichiara:

«Da Terranova Antonino detto Cacaova, mi furono fatti i nomi dei partecipanti alla strage di Portella, che sono i seguenti: Genovese Giuseppe, Cucinella Giuseppe, Sapienza Giuseppe di Francesco, Ferreri Salvatore detto Fra’ Diavolo, i fratelli Pianello, uno di Monreale di cui non ricordo il nome, Licari Pietro, attualmente detenuto inaltro carcere, Giuliano Salvatore».

D. R. «Non ricordo altri nomi fattimi da Terranova, il quale potrebbe benissimo ricordarli e riferirli alla Corte».

D. R. «Se vi fosse stato qualcuno della squadra Terranova ne avremmo fatto senz’altro i nomi»

D. R. «Le suddette dichiarazioni il Terranova mi fece mentre eravamo detenuti insieme. Anche prima della detenzione, sapendo che il Terranova era in continuo contatto col Giuliano, insistetti presso di lui perché riferisse a Giuliano che fra i detenuti vi erano innocenti mio fratello Vincenzo ed altri. Il Terranova mi promise sempre che ne avrebbe parlato a Giuliano, riferendomi che aveva fiducia in lui».

D. R. «Terranova sempre mi promise che avrebbe fatto lui le dichiarazioni che ho fatto ora io, ma poiché egli, fino a questo momento, non si è deciso a parlare, mi sono deciso io».

D. R. «Anche poco fa ho insistito presso il Terranova perché parlasse dei fatti di Portella, ma invano».

A domanda dell’avv. Morvidi, [risponde]

Il Terranova diceva di aver saputo da Giuliano che egli si era determinato a compiere il delitto di Portella della Ginestra perché gli era stata promessa la libertà per tutti; però non mi fece i nomi di coloro i quali gli avrebbero fatto la promessa.

Il detenuto Pisciotta viene restituito nella gabbia e viene chiamato il detenuto Terranova Antonino fu Giuseppe. Si dà atto, che appena rientrato nella gabbia il Pisciotta Francesco, si determina un tumulto fra i detenuti della gabbia grande, che viene immediatamente sedato dall’intervento dei CC.

Omissis

D. R. «Affermo l’innocenza di quelli contenuti nella gabbia piccola, perché non li ho visti mai avvicinare i componenti della banda Giuliano, di cui io facevo parte e tale affermazione posso fare anche perché Terranova Cacaova mi aveva fatto i nomi dei partecipanti a Portella dei quali io ho fatto dichiarazione».


Doc. VI

Dichiarazioni di Mannino Frank

«Quelli che possono dire tutto sull’attività e sui fatti della banda Giuliano sono Terranova (Cacaova) e Pisciotta Gaspare poiché il Giuliano si confidava solo con essi. Aggiungo che vi sono altri che potrebbero affermare cose relative all’attività della banda Giuliano. Sono sicuro che Terranova parlerà, e se non lo farà, lo farò parlare io».

Richiesto sul mezzo come farà parlare il Terranova risponde:

«Sono sicuro che Terranova parlerà e se egli non parlerà, [lo farò parlare] io».

Richiesto se il suo parlare deve avere relazione anche con i fatti di Portella, risponde:

«Non mi sento in condizioni di poter parlare».

D. R. «L’espatrio verso la Tunisia fu deciso nel 1948. Ricordo che in un primo tempo dovevamo espatriare tutti, compreso Giuliano, poi si decise da parte dei componenti della squadra Terranova di espatriare da soli poiché Giuliano intendeva che si sparasse contro la forza pubblica, cosa che noi non volevamo».

D. R. «Il giorno 8.12.1948, giorno dell’Immacolata, eravamo sul mare dopo esserci imbarcati a Torre da Moisu tra Castellamare del Golfo e S. Vito».

D. R. «Il prezzo del nolo fu di £. 1.000.000 che fu versato in parti uguali da me, Terranova, Palma Abbate, Pisciotta Francesco e Candela Rosario».

D. R. «Mio cognato Motisi e Cucinella Antonino nulla versarono».

D. R. «A noi i mezzi derivavano dal sequestro del commerciante Gulì».

D. R. «La squadra di cui facevo parte sequestrò 10 od 11 persone».

D. R. «Del denaro ricavato dai sequestri Giuliano ebbe la gran parte, il residuo spettò a noi e fu diviso in parti uguali compreso il Terranova, nonostante fosse il caposquadra».

D. R. «La nostra unione cominciò con i fatti dell’Evis, e il primo comandante fu un certo Filippo Ferrari il quale ci comunicò che anche Giuliano era uno dei capi dell’Evis. Vi fu quindi una continuazione di attività e il primo sequestro avvenne appunto perché Giuliano diceva di aver bisogno di danaro per la propria banda e per acquisto di altre cose. Un tempo avevamo dei blocchetti che ci servivano per requisire quanto ci occorreva».

D. R. «In un secondo tempo ci costituimmo in squadra e per quanto riguarda la squadra di cui io facevo parte si operava per ordine di Giuliano».

D. R. «Non so se vi era una squadra Cucinella, pur essendo a conoscenza che i due fratelli Cucinella erano latitanti».

D. R. «Spiego, io conobbi Giuliano nell’occasione da me avanti detta come lo conoscevo anche prima, lo vidi poi quando cominciammo ad operare per l’Evis, io conobbi Giuliano non come bandito ma come capo politico».

D. R. «Ho avuto occasione di vedere spesso Giuliano o perché ci incontrammo o perché egli mandava a chiamare Terranova».

D. R. «Non ricordo se ebbi occasione di vedere Giuliano nel tempo immediatamente precedente ai fatti di Portella».

D. R. «Il Giuliano indossava un impermeabile che in principio era chiaro anche quelli della squadra Terranova erano muniti di impermeabili tutti dello stesso colore, che ci giovava per confonderci con i sassi che erano sparsi per la montagna».

D. R. «Non mi consta che fra gli espatriati vi fosse un certo Liborio».

D. R. «Nulla posso dire del nome e del numero del motopeschereccio».

D. R. «La decisione di espatriare anche da parte di Giuliano con tutti i componenti della squadra avvenne nel marzo-aprile 1948; anzi posso dire che un primo tentativo di espatrio doveva avvenire nel dicembre 1948, ma non si espatriò perché la squadra capeggiata da Passatempo Giuseppe giunse a Palermo in ritardo. A Palermo dovevamo trovarci tutti».

D. R. «Vi era la squadra Passatempo capeggiata da Passatempo Giuseppe, quella di Terranova e lo stato maggiore, così chiamato nella Legione dei Carabinieri, costituito da Giuliano e da Gaspare Pisciotta».

A domanda del P.G., risponde:

«Il Giuliano tentava di espatriare per non farsi prendere».

D. R. «Della squadra Passatempo facevano parte i due fratelli Passatempo Giuseppe e Salvatore, gli altri componenti non mi interessano».

D. R. «Quando vi era qualche azione da compiere Giuliano mandava a chiamare i capi squadra anche quando eravamo tutti insieme».

D. R. «Non ho sentito parlare mai di un Corrao Remo come facente parte della banda Giuliano».

Il difensore di parte civile, avv. Sotgiu, chiede che si domandi all’imputato se Giuliano attraverso i capi squadra dette disposizioni per l’atteggiamento da assumere davanti le elezioni del 18.4.’48».

Il P. G. chiede che la domanda non sia rivolta perché non interessa i fatti di questo processo. L’avv. Sotgiu insiste nella sua richiesta.

Il Presidente ritiene non utile la domanda ed ordina che non sia rivolta perché non pertinente ai fatti di cui è processo.

Il difensore di parte civile avv. Sotgiu chiede ancora che sia rivolta all’imputato la seguente domanda: se Giuliano fece alcuna comunicazione sulle vie da seguire per espatriare e sulle ragioni che lo inducevano a tentare l’espatrio.

Il P. G. chiede che la domanda non sia rivolta.

Il Presidente ritiene inutile ai fini del dibattimento rivolgere la domanda e ordina di procedere oltre.

A domanda del P. G., risponde:

«Né Giuliano, personalmente, né Terranova mi dissero mai di un attacco da farsi a Portella della Ginestra, ripeto che Terranova ci comunicava l’azione da compiere solo quando ci trovavamo sul posto dove l’azione doveva essere svolta. Posso dire a tale proposito che nel 1947, non so se prima o dopo i fatti di Portella, io con la squadra di Terranova ci spostammo da Montelepre nei dintorni di Monreale per consumare un sequestro che non fu consumato. Restammo fuori tre giorni per ritornare poi a Montelepre. So che Giuliano mosse rimprovero a Terranova chiedendogli con chi si era confidato dal momento che la Polizia di Palermo sapeva già del loro spostamento. Il Terranova disse a Giuliano che poteva fare richiesta altrove perché egli neppure lo aveva riferito ai picciotti, intendendo riferirsi ai componenti della squadra».

A domanda dell’avv. Crisafulli, risponde:

«Al ritorno dalla Tunisia cercai di avere un colloquio con Giuliano anche a mezzo di Pisciotta Gaspare ma non avendo potuto incontrarmi con Giuliano comunicai con lui a mezzo lettere, comunicate dalla mia staffetta costituita da Nino Miceli e Nitto Minasola entrambi da Monreale. Col Miceli dovevo prendere appuntamento per incontrarmi con Giuliano e per questo andai a villa Carolina dove ebbi il primo colloquio con il Miceli e poi col Minasola che mi fecero promessa di farmi parlare con Giuliano. Ritornai una seconda volta a villa Carolina dove fui arrestato. Il Nitto Minasola avrebbe dovuto accompagnarmi da Giuliano invece mi fece arrestare».

Dopo di che il Presidente rinvia la prosecuzione del dibattimento a domani 9/5/1951.

verbale di continuazione

Il giorno 9.5.1951 ore 9.30 in Viterbo.

Dopo di che il Presidente procede all’imputato Mannino Frank.

Chiede preliminarmente che gli sia data lettura dell’interrogatorio reso l’anno scorso in Viterbo e chiede che gli sia consentito poi accertarsi se la firma, sottostante a tale interrogatorio,è sua, poiché egli ricorda di non aver fatto in detto interrogatorio precisazione intorno alla data del 1° Maggio.

Si dà lettura all’interrogatorio da f. 6 a f. 10 dell’all. I al vol. E.

D. R. «Tutto quello che ho detto si trova consacrato nell’interrogatorio di cui la S. V. mi ha dato lettura; osservo che solo manca la notizia del servizio da me prestato per tre mesi nella legione straniera e che non è esatta quella relativa alla precisazione della data 1° maggio».

D. R. «I fratelli Cucinella erano conosciuti in paese con il soprannome di Purrazzolo».

Contestatogli che a pag. 10 del suo interrogatorio (all. I vol. E) egli ha dichiarato che Cucinella Antonino si accodò ad essi dopo che tutto era stato stabilito da essi per lo espatrio, risponde:

«Non è esatto quanto si contiene in detto interrogatorio. Il Cucinella fu da noi incontrato fra Castellammare e S. Vito e le trattative non erano state ancora concluse. Il Pizzo Mariano, di cui si parla nello stesso foglio, fu il nostro compagno di viaggio dalla periferia di Montelepre alla montagna Sparaci, poi egli si allontanò per conto suo e noi proseguimmo la nostra strada».

D. R. «Appena giunti a Tunisi io, Candela e Palma Abbate ci arruolammo nella legione straniera e quindi fummo avviati per altro posto. Dopo circa tre mesi ritornammo a Tunisi, io e Candela, perché non arruolati. A Tunisi restammo per circa un mese e indi ripartimmo. Nello spazio di tempo di circa un mese, intercorso dal ritorno in Tunisi al rimpatrio, non vidi mai Cucinella Antonino, anzi posso dire che egli era stato già arrestato».

D.R. «Ritornammo con un motopeschereccio diverso da quello che ci condusse in Tunisia».

D. R. «Non so se il Milazzo una volta giunto in Tunisia vi si fermava oppure ritornava in Italia né posso dire se Milazzo commerciasse in Tunisia formaggio».

D. R. «Dopo il fatto di Portella ebbi occasione di incontrarmi spesso anche con Giuliano».

D. R. «Non parlai mai con Giuliano dei fatti di Portella, dopo che essi si furono verificati, il Giuliano può averne parlato con Terranova».

D. R. «Posso dire che Giuliano diceva che potevamo sperare di essere liberi ma non ci disse mai con quale mezzo».

Alla domanda su «che cosa intenda dire con la frase essere liberati» risponde:

«Noi potevamo tornare nuovamente liberi cittadini».

D. R. «I più vicini a Giuliano erano Gaspare Pisciotta, Passatempo Salvatore e Ferreri Salvatore inteso Fra’ Diavolo, poi il Passatempo andò a far parte della squadra del fratello Giuseppe».

D. R. «La squadra di Passatempo Giuseppe era formata da lui, dal fratello Salvatore e da un certo soprannominato Dottore».

D. R. «Mi pare che al tempo dei fatti di Portella la squadra di Passatempo era già formata».

D. R. «Non ricordo se ebbi occasione di parlare con Terranova Cacaova di coloro che parteciparono ai fatti di Portella».

D. R. «Quando si parlava di cose interessanti come quella di Portella a parlarne erano gli ufficiali, noi soldati stavamo da parte».

D. R. «In occasione della festa del Crocefisso in Montelepre ci fu un tentativo di arresto del Pisciotta Gaspare che era ritornato in paese perché si riteneva come me e gli altri liberi. Il tentativo di arresto fu effettuato dall’allora brigadiere Santucci. Mentre lo accompagnavano in caserma il Pisciotta riuscì ad evadere, furono sparati dei colpi di arma da fuoco ma il Pisciotta non fu attinto. Dopo questo fatto anch’io ritenni opportuno darmi alla latitanza. Durante la latitanza mi accorsi che il Pisciotta Gaspare aveva una tosse un poco preoccupante, gli consigliai di farsi visitare da un dottore. Fu visitato in casa di un dottore, di cui non posso fare il nome né dire la residenza, il quale accertò una infiammazione alle tonsille».

D. R. «Il Pisciotta batteva ugualmente la campagna, ma per pochi giorni. Fu Giuliano che gli fornì i mezzi per acquistare la streptomicina».

D. R. «Nel 1948 accompagnai il Pisciotta a Monreale per una radiografia, lo affidai a Nino Miceli ma non so dove ebbe luogo la visita».

D. R. «Non so in quale periodo del ‘48 affidai il Pisciotta al Miceli».

D. R. «Non so quello che Randazzo Salvatore comunicò a Terranova Cacaova ed a Pisciotta Francesco quando costoro si recarono da lui; può darsi che Terranova abbia detto di cercare acqua allo scopo di avere una scusa per avvicinare il Randazzo».

Invitato l’imputato a dire fin da ora quello che potrebbe dire qualora il Terranova ed il Pisciotta Gaspare non dicessero quello ad essi consta intorno ai fatti di Portella della Ginestra ed agli assalti alle sedi comuniste risponde:

«Sia il Terranova che il Pisciotta possono fare i nomi di coloro che presero parte agli assalti alle sedi comuniste ad ai fatti di Portella come pure possono fare i nomi dei mandanti».

D. R. «Una volta nel 1948 vidi venire una macchina in contrada Parrini da dove scese una persona della quale nulla posso dire perché stavano a circa 2 km. di distanza».

D. R. «In questa occasione eravamo insieme: Giuliano, noi della squadra Terranova e quelli della squadra Passatempo».

D. R. «In detta circostanza venne un confidente di Giuliano, che non so chi fosse, il quale diede un fischio che fu identificato da Giuliano. Non ricordo se Giuliano andò insieme a Gaspare Pisciotta che trovavasi con noi».

D. R. «Al principio del 1947 Giuliano ebbe un convegno nell’abitato di Partinico, non so però con quale persona. Noi ci trovavamo tra Partinico e Borgetto e Terranova ci comunicò che Turiddu doveva parlare con persone nell’abitato di Partinico».

D. R. «Il Terranova ci disse che se non avessimo avvertito alcun segno quando era notte potevamo ritornarcene, cosa che facemmo ritornando a Montelepre dove abitavamo».

D. R. «Non ricordo se Terranova abbia qualche volta parlato di coloro che parteciparono a Portella della Ginestra ».

D. R. «Escludo che il Terranova mi abbia detto che a Portella della Ginestra avesse preso parte anche Gaspare Pisciotta. il quale in quel tempo era nel pieno della malattia».

Contestatogli quanto nell’interrogatorio a f. 39 retro vol. I il Terranova dice, risponde:

«Ho sentito quello che la S. V. mi ha detto, ma nulla so di proposito, posso ripetere che il Pisciotta a quell’epoca era nel pieno della malattia».

D. R. «Bisogna a proposito della malattia il Pisciotta tener conto dell’inizio della stessa che fu individuata due mesi dopo che fu tentato il suo arresto. Fino a 5 o 6 mesi dopo la individuazione della malattia, il Pisciotta dormì sempre in mia compagnia e quando vi era qualche operazione da compiere noi della squadra uscivamo dal paese mentre egli restava nell’abitato. Non posso escludere che durante la nostra assenza egli si recò fuori anche a trovare Giuliano».

D. R. «Mi consta che il Pisciotta mancò un periodo di tempo da Montelepre, non so se fu ricoverato in qualche posto».

D. R. «Di politica con Giulianoparlavano i nostri ufficiali non noi soldati».

D. R. «Ricordo che si parlava di votareper la Monarchia e per la Democrazia».

D. R. «Nel periodo dall’aprile al giugno 1947 il Giuliano diceva “speriamo che le cose vadano bene e saremo tutti liberi”».

D. R. «Noi pensavamo di poter essere liberi malgrado i fatti di sequestro ed altri fatti consumati perché tutto si ricollegava all’Evis».

D. R. «Non posso dire se Giuliano nel dare le disposizioni per le operazioni da compiere si accertasse prima dell’esito dell’operazione e delle persone che dovevano parteciparvi».

D. R. «Mi consta che Giuliano ha frequentato fino alla 5ª elementare, mi consta pure che egli studiava anche per conto proprio in casa sua».

D. R. «La stampa qualifica me come letterato della banda, ma io ho frequentato solo la 5ª elementare».

D. R. «Non mi consta che fra la banda vi fosse qualcuno che aveva frequentato studi superiori».

A domanda del P. G. perchè chiarisca la frase “che egli ha fiducia in Terranova perché costui impedì che egli cadesse in agguato”, risponde:

«Sequestrato Gino Agnello a Palermo da me e Taormina Angelo e senza la presenza di Terranova, che è rimasto nei pressi del Politeama, pur essendo venuto a Palermo per procedere al sequestro, a un certo momento Giuliano, precisamente dopo circa 8 giorni, prese con sé il sequestrato. Tra Terranova e Giuliano vi fu un colloquio nel quale Giuliano insisteva perché si continuasse a sparare contro i carabinieri mentre il Terranova insisteva nel dire che egli avrebbe ripreso a sparare contro i carabinieri se altri paesi vi fossero riuniti a Montelepre per sparare».

D. R. «Per andare a sparare contro i carabinieri si dovevano loro tendere degli agguati».

A domanda del P. G., risponde:

«Non so lo scopo della missione affidata alla nostra squadra per Balletto».

Il P. G. chiede che sia richiesto all’Arma dei Carabinieri di Montelepre copia del verbale di arresto di Pisciotta Gaspare di cui ha parlato l’imputato e del conflitto verificatosi in tale occasione. I difensori nulla osservano.

La Corte dispone in conformità a domanda dell’avv. Crisafulli.

D. R. «Nel periodo di tempo in cui fui chiuso in carcere di sicurezza del C.F.R.B. in stato di arresto non subii alcun maltrattamento ad opera dei carabinieri».

D. R. «Fui interrogato dal maresciallo Calandra e sottoscrissi le dichiarazioni che feci. Vidi una volta soltanto il maresciallo Lo Bianco ed un’altra volta in caserma il giorno successivo a quello del mio arresto».

D. R. «Se io sono in vita, e son potuto arrivare a Viterbo, è dovuto all’opera del colonnello Luca».

D. R. «Dopo essere stato 110 giorni legato mani e piedi ad una branda, chiesi al maresciallo Calandra di essere liberato da quella posizione. Dopo qualche giorno venne, parlò con me il capitano Perenze il quale mi disse che se ero in vita dovevo ringraziare prima il Padre Eterno e il colonnello Luca e poi lui».

L’avv. Crisafulli chiede sia richiesto al Mannino se attraverso la stessa strada per cui pervenne al suo arresto, e cioè attraverso Miceli e Nitto Minasola, si poteva o meno giungere all’arresto di Giuliano.

Il Presidente, poiché la domanda, così come formulata, contiene sostanzialmente un’opinione da parte dell’imputato, non ritiene sia il caso di rivolgerla.

L’avv. Crisafulli chiede che all’imputato sia rivolta questa altra domanda [e cioè] se tra le tante domande che gli furono rivolte vi sia stata anche quella relativa alla sua cooperazione alla cattura di Giuliano.

Il Presidente ritiene la domanda estranea al processoe quindi non la rivolge.

A domandadel P. G. [risponde]

«Non so spiegare la ragione per cui fui tenuto legato».

L’avv. Crisafulli chiede che dopo il rigetto dell’ultima domanda possa svolgere l’incidente relativo. Avuta la parola, l’avv. Crisafulli conclude insistendo sulla ammissione della domanda come formulata. Gli altri difensori si associano alla richiesta dell’avv. Crisafulli. I difensori di parte civile si associano alla richiesta dell’avv. Crisafulli e chiedono che la Corte rivolga anche le domande precedenti respinte perché ritenute un apprezzamento, formulandola nei seguenti termini: “Dica il Mannino se gli consti che attraverso le stesse persone di Miceli e Nitto Minasola fu tentata la cattura del Giuliano”.

Omissis

D. R. «Ricordo di aver fatto il nome dell’Alliata e del Mattarella al maresciallo Calandra quando mi interrogò senza redigere verbale. Egli però prese degli appunti dicendo di dover svolgere una associazione[sic]».

D. R. «Feci al maresciallo Calandra il nome dei due perché ritenevo costui il solo che non avesse avuto rapporti con la banda Giuliano, anzi posso dire che nessuno dei carabinieri ebbe rapporto con la banda, mentre il rapporto l’avevano quelli della polizia».

D. R. «Sapevo che Costanzo Rosario, Provenzano Giovanni e Albano Domenico informavano Giuliano di tutti i movimenti della polizia e per tale fatto non mi considerai mai un bandito. Noi, polizia e banditi, ci ammazzavamo fra di noi mentre gli altri camminavano nelle macchine».

D. R. «Al maresciallo Calandra non feci per nulla i nomi di Marchesano e di Cusumano».

D. R. «Nulla posso dire dei rapporti tra Giuliano, Alliata e Mattarella intervenuti ai fatti di Portella. Posso solo dire che prima di Portella vi fu una riunione a Partinico, dove prese certamente parte Giuliano, e Terranova ci disse in quella occasione che Giuliano doveva incontrarsi con delle persone delle quali non mi indicò il nome. Noi restammo fuori dell’abitato di Partinico».

D.R. «Se [si tratta] di un’altra riunione in cui prese parte Giuliano accompagnato da Costanzo e Provenzano, non so però chi furono in tale riunione gli interlocutori».

Alle insistenze del Presidente perché faccia i nomi di coloro che parteciparono ai fatti di Portella l’imputato non risponde, poi dice:

«Non ricordo, il Lo Bianco potrebbe dire chi è stato».

Ad altra insistenza del Presidente, risponde:

«Nell’agosto 1949 ebbi occasione di incontrarmi con Candela Rosario, il quale ha in questo processo arrestati i due cognati fratelli Buffa. In tale incontro, avendo saputo da Candela che egli si era incontrato con Giuliano, gli domandai se avesse saputo qualcosa ed egli mi informò che Giuliano gli aveva detto che fra quelli arrestati, ve ne era uno solo che aveva partecipato ai fatti di Portella. Il Candela mi fece anche il nome del partecipante, che io oggi non ricordo, ed aggiunse che, se le cose andavano male, Giuliano gli aveva detto che avrebbe fatto sapere alla Corte il nome dei mandanti e degli esecutori».

D. R. «Col Candela non parlai degli assalti alle sedi dei partiti comunisti».

Ad ulteriore istanza del Presidente, risponde:

«Se mi ricorderò il nome fattomi dal Candela, domani mi presenterò io stesso alla Corte».

A domanda del P. G., risponde:

«Dicendo che le cose vanno male Giuliano intendeva riferirsi alla possibile condanna degli innocenti. Può darsi che Giuliano pensasse di mandare qualche notizia prima che la Corte si pronunciasse».

A domanda dell’avv. Lanzetti, perché dica se vi è qualche altro fra gli imputati che è in grado di fare i nomi di quelli che parteciparono, all’azione di Portella, risponde:

«Mi pare che Terranova (Cacaova) abbia fatto il nome di qualcuno».

Omissis

Richiamato l’imputato Mannino Frank

D. R. «Dal Candela, come ho già detto appresi i nomi dei partecipanti alla strage di Portella, e cioè Giuliano, Ferreri (Fra’ Diavolo), i fratelli Pianello, Badalamenti Francesco, Pecoraro Totò da Monreale, Passatempo Giuseppe, Genovese Giuseppe, Cucinella Giuseppe, Sapienza Giuseppe di Francesco e Licari Pietro».

D. R. «Nell’udienza scorsa non feci i nomi di tutti perché pensavo che, indicando Genovese Giuseppe, costui, mettendosi una mano sulla coscienza, avrebbe fatto i nomi dei compagni di delitto meritando maggiore fiducia».

D. R. «Non feci il nome del Cucinella Giuseppe perché costui, sia prima che durante lo svolgimento del processo, prometteva di fare le sue dichiarazioni, cosa che non ha fatto».

D. R. «Giorni fa ebbi occasione di parlare con Sapienza Giuseppe di Francesco, che io già sapevo che aveva partecipato al delitto di Portella, il quale mi disse che era stato messo nel sacco da Genovese Giovanni».

D. R. «Devo dire ancora che, dopo aver fatto il nome di Genovese Giuseppe, in una udienza passata, trovandomi nella gabbia in cui vi sono in gran parte i ragazzi fra cui Sapienza Giuseppe di Francesco, dissi all’avvocato di Sapienza che tutti i ragazzi erano innocenti».

Contestatogli come mai egli poteva assicurare il difensore del Sapienza della innocenza del suo difeso, mentre a lui risultava invece che aveva preso parte alla strage di Portella, risponde:

«Sapevo della partecipazione del Sapienza all’azione di Portella, ma sapevo anche che costui era stato messo nel sacco dal Genovese Giovanni che lo affidò al proprio fratello. Sono convinto anche che il Sapienza, fino a quando non arrivò a Portella, nulla sapeva di quello che ivi si sarebbe dovuto fare».

D. R. «Se non feci il nome del Licari, al momento delle mie dichiarazioni, è dovuto al fatto che non intendevo fare entrare nel processo una persona che fino a questo momento era estranea. Ora ne faccio nome perché mi pare giunto il momento di illuminare la giustizia in modo che siano condannati i colpevoli e non gli innocenti come me».

D. R. «Un certo giorno, durante il mio interrogatorio ricordo che il giudice Mauro mi disse che a Portella certamente avevano preso parte Gaspare Pisciotta, Cucinella Giuseppe, Genovese Giuseppe e Sapienza Giuseppe (Scarpe sciolte)».

D. R. «Io esclusi ogni partecipazione del Pisciotta Gaspare perché sapevo che era ammalato».

Contestatogli che fra i nomi indicatigli dal Giudice manca quello di Giuliano Salvatore, risponde:

«Il giudice parlava di coloro che erano presenti a Viterbo e non poteva menzionare Giuliano che allora era ancora latitante».

A domanda dell’avv. Tino, risponde:

«Genovese Giuseppe, Giovanni e Cucinella Giuseppe mi dicevano che al momento opportuno si sarebbero alzati ed avrebbero fatto le loro dichiarazioni, chiarendo i fatti».

D. R. «Tra me ed i predetti si parlò di essi come partecipanti all’azione di Portella. Peraltro essi non potevano negare né a me né ad altri di aver partecipato all’azione di Portella. Tale affermazione negativa possono fare solo alla Corte».

D. R. «Al giudice io parlai dei fatti di Portella a titolo di cronaca tanto che egli non fece verbale. Gli dissi che fra i ragazzi vi erano uno o due colpevoli intendendo riferirmi a Sapienza Giuseppe di Francesco e Cucinella Giuseppe.

A domanda del P. G., risponde:

«Con Terranova (Cacaova) non avevo bisogno di parlare degli autori del delitto di Portella perché già egli lo sapeva».

D. R. «Il giudice per i fatti di Portella non mi sottopose ad un vero e proprio interrogatorio, io feci delle dichiarazioni in merito ma non furono comprese nel verbale».

D. R «Non ho fatto prima di oggi il nome di Cucinella Giuseppe perché pensavo che egli si sarebbe alzato e avrebbe confessato la sua partecipazione all’azione di Portella».

A domanda dell’avv. Loriedo, risponde:

«Non feci il nome di Sapienza Giuseppe di Francesco perché sapevo che egli non era andato a Portella di sua spontanea volontà».

D. R «Effettivamente l’avv. Loriedo insistette presso di me perché facessi delle dichiarazioni e salvassi degli innocenti».

D. R «Quanto riferii in principio, a proposito del discorso tra me e l’avv. Loriedo, va completato così: “Mi trovo nella gabbia dei così detti piccoli, entrò il Buffa Antonino il quale mi disse che l’avvocato suo difensore non credeva alla sua innocenza. Io vedendo l’avv. Loriedo gli dissi che tutti coloro che si trovavano in quella gabbia erano innocenti”».

D. R «I due fratelli Sapienza sono da me conosciuti come i figli di Zi Tanu e Palermo e non come Bambineddu. Conoscevo il Sapienza Giuseppe di Francesco come Scarpe sciolte e Bambineddu».

A domanda del P. G., risponde:

«Quanto ho riferito intorno a Sapienza Giuseppe di Francesco, l’ho appreso da lui stesso».

A domanda dell’avv. Lanzetti, risponde:

«Il Sapienza stesso mi disse che era stato messo nel sacco».

A questo punto il Presidente comunica alle parti che gli è pervenuta dalle Carceri una lettera di Gaspare Pisciotta con la quale chiede di presenziare, pur essendo ammalato, sotto la sua responsabilità, all’udienza.

Richiamato l’imputato Sapienza Giuseppe di Francesco, contestatogli quanto ha riferito poco fa il Mannino, risponde:

“Nulla è vero, poiché mai mi trovai insieme col Mannino. Non è vero neppure che io gli abbia detto di essere stato messo nel sacco da Genovesi Giovanni. Se ciò fosse stato vero non avrei avuto difficoltà a dirlo”.

D.R. “Il mio soprannome è ‘Scarpe sciolte’.

D.R. “Vi sono a Montelepre molte persone soprannominate ‘Bammineddu’, ma escludo che tale soprannome sia riferito a me o alla mia famiglia che è conosciuita col soprannome di ‘Scarpe sciolte’.

Richiamato l’imputato Mannino viene messo a confronto col predetto Sapienza.

Mannino: “Ricordati, Sapienza, che più di una volta ti dissi che il tuo nome non sarebbe stato fatto, ma giunte le cose al punto in cui sono giunte non ho potuto fare a meno di indicarti come uno dei partecipanti all’azione di Portella. Ricordo che ti assicurai che il tuo nome non sarebbe stato fatto, una volta mentre salivamo la sede del carcere dopo che eravamo stati sciolti dalle manette.

Sapienza: “Mannino, tu non hai coscienza perché se ne avessi avuta non avresti accusato me. Io mai parlai con te e mai ti riferii quello che tu anche stamane hai ripetuto. Dapprima secondo te eravamo tutti innocenti, adesso hai scelto me per indicarmi come colpevole.

Mannino: “Quello che ho detto risponde a verità”.

Si dà atto che ognuno insiste nelle proprie affermazioni.

A domanda del G.P. Tiburli

Mannino: “Non dirò più niente, neppure dirò i nomi di coloro che possono aver sentito il discorso fatto tra me e Sapienza quando mi trovai nella gabbia dei cosiddetti ‘ragazzi’.

Su richiesta dell’avv. Soria si dà atto che l’imputato Sapienza Giuseppe di Francesco posto al confronto col Mannino ha cominciato il discorso dicendo:

“Non ti sputo in faccia perché ti profumerei”.

A domanda dell’avv. Galli:

Mannino: “Nessun accordo vi fu tra me, Pisciotta Francesco e Terranaova Cacaova perché questi ultimi due facessero le dichiarazioni fatte ieri”.

D.R.”Nessuna ragione particolare mi ha indotto a parlare proprio in quel giorno in cui parlai. Avendo visto che Genovesi Giuseppe non si decideva a parlare, mi decisi io”.

D.R. “Tra me e Terranova Cacaova si era stabilito di non fare il nome di Sapienza Giuseppe di Francesco poiché costui aveva questo solo processo e si pensava di poterlo salvare qualora Genovese Giuseppe avesse detto la verità”.

D.R. “Col Terranova Cacaova ebbi occasione di parlare del Sapienza quando fui nella sua stessa camerata. Non ricordo però se stamane feci una tale dichiarazione”.

D.R. “Dal primo giorno che sono qui a Viterbo ho parlato col Terranova Cacaova del Sapienza e, sempre con lui, dissi di non fare il nome del Sapienza”.

Richiamato l’imputato Cucinella Giuseppe lo stesso viene messo a confronto col Mannino Frank

Mannino: “Ricordo che dal primo giorno in cui ci trovammo in quest’aula io ti esortai a fare le dichiarazioni relative alla tua partecipazione a Portella”.

Cucinella: “Nulla è vero di quello che tu dici”.

Invitato ancora l’imputato Cucinella a dire la verità rispsonde:

“Nulla posso dire intorno alla mia partecipazione al delitto di Portella, località che neppure conosco”.

Si dà atto che i due imputati insistono nelle rispettive affermazioni.

A domanda dell’avv. Loriedo

Mannino: “Non potevo riferire a Gaspare Pisciotta quando l’incontrai nel luglio 1949, quello che avevo saputo dal Candela, perché il colloquio col Candela avvenne nell’agosto 1949”.

D.R. “Non so se Pisciotta Gaspare sapesse della partecipazione di Sapienza Giuseppe di Francesco al delitto di Portella della Ginestra”.

D.R. “Non so nulla intorno alla parte avuta da Sapienza a Portella”

A domanda dell’avv. Loriedo

Terranova Cacaova: ”Qualche volta in gabbia parlai col Pisciotta Gaspare della partecipazione del Sapienza Giuseppe di Francesco al fatto di Portella. Ne parlammo anche tutte le volte che ci incontrammo fuori”.

D.R. ”Ritengo che Pisciotta Gaspare abbia avuto notizia della partecipazione del Sapienza a Portella dallo stesso Giuliano, che era sempre col Pisciotta””

Richiamato l’imputato Mannino

D.R. « Dopo l’arresto di Lombardo Giacomo, Giuliano mandò a mezzo di Provenzano una lettera al maresciallo Lo Bianco in cui vi era contenuto del denaro perché non fosse maltrattato il Lombardo e quindi non facesse dichiarazioni».

D. R «Io vidi scrivere Giuliano la lettera, ma non posso dire quello che in essa si dicesse».

D. R «Il denaro non fu contenuto nella lettera ma fu consegnato nelle mani di Provenzano. Ricordo che la somma consegnata fu di lire 360.000 di cui 300.000 per il Lo Bianco e 60.000 per altro affare».

Contestatogli che tutti, o quasi tutti, gli imputati accusarono i carabinieri di averli maltrattati, cose che contrasterebbero con le affermazioni sue, che Giuliano avrebbe mandato lire 300.000 al Lo Bianco perché non maltrattasse il Lombardo risponde:

«Il maresciallo Lo Bianco mangiava a due ganasce».

Contestatogli che nessuno degli imputati ha parlato mai di danaro dato al Lo Bianco, risponde:

«Ciò nonostante il Lo Bianco maltrattava gli imputati. Per altro il maresciallo Lo Bianco aveva una donna propria che era a contatto con Giuliano ed attraverso costei il Giuliano cercava di arrivare al sequestro del Lo Bianco. Io non posso dire se il tentativo di sequestro fu fatto».

A questo punto il P. G. dichiara di fare riserva di iniziare, quando lo crederà opportuno, i procedimenti penali contro Pisciotta Gaspare per l’accusa da lui rivolta contro il colonnello Paolantonio per l’orologio e contro il Mannino per le accuse che sta rivolgendo al maresciallo Lo Bianco.

Interrogato il teste maresciallo Lo Bianco

D. R. «Respingo sdegnosamente le accuse che in questo momento mi ha rivolto Mannino. Posso dire di avere un solo torto, se così può dirsi, quello di avere operato energicamente contro la banda Giuliano uccidendo anche banditi nell’abitato di Palermo».

Il Mannino dichiara:

«Posso dire che Gaglio Reversino è innocente perché non faceva parte della banda Giuliano.»

Il teste Lo Bianco:

D. R. «Se Giuliano mi avesse mandato, secondo il Mannino, oltre 300.000 lire, io non avrei costretto il Gaglio a fare dichiarazioni che fece proprio sul delitto di Portella.»

A questo punto l’imputato Mannino dichiara:

«Si accerti come il maresciallo Lo Bianco comprò la casa a Palermo».

Omissis

«A confermare quanto già dissi, aggiungo che nel giorno in cui furono liberati i 2 sequestrati Maggio e Schirò, il Provenzano venne in contrada Cippi con una Topolino e riferì a Giuliano anche la circostanza del conflitto che si era avuto con gli agenti della forza pubblica. Ricordo che in quella occasione il Provenzano disse a Giuliano che ero stato arrestato io e Candela Rosario; al che il Giuliano fece osservare al Provenzano che io e Candela eravamo con lui. In quel giorno fu arrestato Giacomo Lombardo ed il Giuliano scrisse una lettera, non ricordo se indirizzata a Lo Bianco o ad altri, per il Lo Bianco nella quale furono messe £. 360 mila».

D. R. «L’auto era guidata dallo stesso Provenzano.

L’imputato Mannino Frank

D. R. «Fui arrestato a Villa Carolina e mai mi recai in quel posto tramite Nino Miceli».

D. R. «A me si presentò Nino Miceli che mi fece conoscere Nitto Minasola dicendomi che era la stessa persona sua».

D. R. «Mi si disse in quell’occasione che avrei incontrato Giuliano a Villa Carolina ed invece trovai Perenze, Paolantonio, Lo Bianco ed altri quattro carabinieri».

D. R. «Io conoscevo Nino Miceli da molto tempo e non così Nitto Minasola».

[segue Pisciotta Gaspare da pag. 1207 a pag. 1212]


Doc.VII

Richiamato l’imputato Pisciotta Gaspare

Richiesto se dopo quanto si svolse in questa aula in questi ultimi giorni ha qualcosa da dire intorno alla identificazione del cosiddetto Avvocaticchio, risponde:

«Intorno a costui non posso dire niente altro oltre a quello che ho già detto, continuare sullo stesso argomento mi pare cosa superflua».

D. R. «Sapevo che Giuliano aveva un portacarte che poteva essere contenuto in una tasca di giacca, può darsi che avesse in tale portacarte una mia fotografia».

D. R. «Nel portacarte ordinariamente non teneva denaro, ma solo carte e lettere».

D. R. «Nel mese di luglio 1950, il memoriale che io ho qualificato vero, non era presso Giuliano. Io e Giuliano d’accordo lo avevamo affidato a quella persona che si dice Avvocaticchio».

D. R. «L’Avvocaticchio è così qualificato da me un tale, una persona di paese, che spiccia faccende. Trattasi di persona che ha proprietà a Castelvetrano ed a Mazara del Vallo e che si sposta a seconda dei lavori agricoli da effettuare nelle sue terre».

A domanda dell’avv. Sotgiu, risponde:

«Le lettere che furono esibite nel mio interesse in questo dibattimento, non si trovavano certamente nel portacarte che io non ho, non ebbi mai, né so chi possa averlo».

D. R. «Tra la fine di giugno e i primissimi di luglio 1950 io ebbi una lettera in cui si diceva a Giuliano di guardarsi da me, anzi gli si diceva “Provvedi”, parola che io interpretai nel senso che doveva farmi la pelle. Tale lettera mi fece vedere Giuliano nella notte del 4.7.50».

D. R. «Chiarisco che tra il 29.6 ed l’1.7.50, io intercettai una lettera indirizzata a Giuliano in cui lo si informava di guardarsi di me, poi, la notte del 5.7., egli me ne mostrò un’altra nella quale ultima vi era la parola “Provvedi”».

D. R. «Io mi trovavo verso la fine di giugno a Monreale, mi fu fatta recapitare una lettera che doveva essere data a Giuliano; secondo la mia abitudine strappai la busta, lessi il contenuto della lettera e la trattenni presso di me».

D. R. «Non posso indicare singolarmente le persone a cui venivano indirizzate le lettere da recapitarsi poi a Giuliano. Da postini facevano i Miceli, Marotta, io stesso. Poiché i postini erano molti, se dicessi di averla avuta da uno potrei anche sbagliarmi. Devo dire ancora, che potrei informare la Corte di altre cose che non hanno rapporto con i fatti di Portella della Ginestra.

A domanda dell’avv. Sotgiu, risponde:

«Certo non fu Marotta a farmi avere quella lettera».

D.R. «Non so quali indumenti avesse Giuliano nel luglio 1950 in casa Di Maria, ricordo di averlo lasciato nel febbraio con due vestiti».

L’avv. De Nichilo chiede che si rivolga al Pisciotta la seguente domanda: “dica le circostanze in cui consegnò il memoriale all’Avvocaticchio”.

L’imputato Pisciotta, risponde:

«Poiché su questa domanda ho già risposto altra volta, mi rifiuto di rispondere oggi».

D. R. «Non so le carte contenute nel portacarte di Giuliano».

A domanda del P.G., risponde:

«Avevo inteso parlare del Di Peri quale capo mafia».

D. R. «Non conoscevo, prima di essere detenuto, il Di Peri che vidi di persona solo qui. Avevo notizia, quando fui latitante, di tutti i mafiosi della Sicilia poiché ogni paese ha il suo capo ed i suoi dipendenti. Di Peri ebbe contatto con Giuliano all’epoca del separatismo».

D. R. «I Miceli erano mafiosi e così Albano, Marotta».

D. R. «Di Maria non c’entra con la mafia».

D. R. «Non so chi sia il capo mafia di Castelvetrano».

D. R. «Non so se Nitto Minasola faceva parte della mafia, e non conosco Piccione».

A domanda del P. G., risponde:

«Ebbi ieri uno scatto nei confronti del teste Di Peri perché egli nel telegramma si riferiva a singole persone e così parlando o si riferiva a noi detenuti, o all’Arma dei CC., al colonnello Luca ed al capitano Perenze. Se si riferiva a questi ultimi non poteva dire che le singole persone non contavano per la Giustizia, se si riferiva a noialtri, egli non poteva neppure parlare di noi. Io, ad esempio, prima di questi fatti non sono mai stato in prigione, dove sono ingiustamente insieme con gli altri, e non solo per questo fatto ma per tutti i fatti che ci sono addebitati».

A domanda del P.G., risponde:

«Dico che siamo tutti innocenti, perché siamo stati giocati, venduti ed oggi ci assassinano».

Omissis

A domanda dell’avv. Sotgiu, risponde:

«La sera del 4.7 quando incontrai Giuliano egli mi mostrò la lettera in cui si diceva che io l’avrei tradito e dove si diceva anche “Provvedi”. La lettera restò nelle mani mie. Detta lettera trovasi tuttora presso di me e tuttora deve trovarsi tra le mie carte in Sicilia. La lettera restò presso di me per averla avuta da Giuliano. Trattasi dell’ultima lettera e la lettera mi fu data senza busta».

D. R. «La 1ª lettera, da me intercettata a Monreale, non fu mai da me fatta vedere a Giuliano».

D. R. «Mai vidi una lettera che Marotta dice sia pervenuta a Giuliano nel gennaio 1950».

D. R. «Da quando andai in casa Di Maria la prima volta, io non mi allontanai se non nel mese di febbraio».

D. R. «Le lettere pervenute con l’indicazione Ministero della Frontiera furono più, in gran parte tutte da me lette. Qualcuna non fu però da me letta».

D. R. «Mai Giuliano mi accennò di lettere in cui gli si suggeriva di diffidare di me».

A domanda di P. G., risponde:

«Io feci vedere al colonnello Luca qualche lettera ma non posso ricordare se feci vedere quella intercettata a Monreale oppure la seconda, quella fattami vedere da Giuliano la notte in cui morì».

[a pag. 1241]

verbale dibattimento del 31 ottobre 1951

Omissis

Richiamato l’imputato Pisciotta Gaspare

D. R. «Non ricordo di avere scritto alcune lettere alla giornalista Ciljakus, ma se anche ne scrissi non potetti parlare di un cortometraggio, che non esistette mai.

A domanda del Presidente, risponde:

«Ammetto di aver scritto qualche volta alla Ciljakus ma non posso ricordare il contenuto delle lettere».

D. R. «Non ricevetti personalmente risposta dalla Ciljakus prima di essere arrestato, né ne ricevetti durante la detenzione».

A domanda dell’avv. Tino, risponde:

«Non ricordo la data in cui io scrissi alla Ciljakus; le scrissi dopo la morte di Giuliano, ma non mi occupai di tale avvenimento».


Doc. VIII

Dichiarazioni di Terranova Antonino

L’imputato Terranova Antonino

D. R. «Non ho preso parte alla strage di Portella della Ginestra né agli assalti alle sedi comuniste».

D. R. «Non so chi abbia preso parte alla strage di Portella».

D. R. «Ho fatto i nomi di Pisciotta Gaspare e Passatempo Salvatore per obbligarli alla solidarietà nel processo che si sarebbe dovuto fare».

D. R. «Ammetto di aver detto al Giudice di essere sicuro che a Portella vi avevano partecipato Giuliano, Ferreri, Gaspare Pisciotta, i fratelli Passatempo e ciò dissi perché dopo i fatti di Portella se ne parlò con essi dai quali appresi anche il fatto del Busellini. Anzi il fatto di Busellini lo appresi dal Salvatore Ferreri».

D. R. «Appresi da Giuliano e Ferreri che Busellini apparteneva alla mafia».

D. R. «Non so se vi fosse dissidio fra la mafia e Giuliano e la sua banda non avendo mai avvicinato mafiosi».

D. R. «Quando fui interrogato dal magistrato l’1.7.50 sapevo che dei compaesani erano stati arrestati per i fatti di Portella».

D. R. «Nel mio interrogatorio a f. 34, vol. T, indicai come innocente dei fatti di Portella Terranova Antonino di Salvatore perché mio cugino, Lo Cullo perché cugino di mia moglie, i due Tinervia perché compagni di scuola ed anche perché durante la latitanza non li vidi portare da Montelepre a Partinico legna, Pisciotta Vincenzo perché fratello di Pisciotta Francesco, il quale era mio compare ed apparteneva alla banda».

D. R. «Questi li conoscevo praticamente, degli altri non potevo parlare non conoscendoli praticamente».

D. R. «Confermo che il 18 o il 20.4 Giuliano mi parlò dell’azione da farsi contro i comunisti».

D. R. «Esisteva anche una squadra Passatempo, capeggiata da Passatempo Giuseppe, e della quale facevano parte Passatempo Salvatore e certo Ofanto. Fino al tempo che io frequentai tale squadra non mi risulta che a comporla ve ne fossero altri».

D. R. «Ricordo di avere avuto occasione d’incontrarmi con la squadra Passatempo fino all’ottobre 1948, epoca in cui avvenne un conflitto ed io decisi di espatriare».

D. R. «Quando Giuliano il 18 o 20.4, mi parlò per la prima volta dell’azione da farsi contro i comunisti mi indicò anche i nomi dei mandanti, nomi che adesso non ricordo e che cercherò di fare se altri non si trovano in condizioni di farlo».

D. R. «Ricordo che Giuliano mi disse che se nelle elezioni politiche del 1948 la Democrazia Cristiana avesse avuto la vittoria, saremmo stati tutti liberi qualunque fosse il numero dei reati commessi ed in caso contrario saremmo tutti emigrati in Brasile con l’aiuto degli altri mandanti».

D. R. «Insisto nel dire che non ricordo i nomi di coloro che furono i mandanti. Anche dopo le elezioni politiche del ’48 ebbi occasione di parlare con Giuliano e seppi da lui che aveva chiesto ai mandanti di mantenere la promessa di renderci tutti liberi anziché farci espatriare».

D. R. «Nel settembre 1948 tra me e Giuliano vi fu un discorso: egli voleva che si sparasse contro i Carabinieri perché non so se fra coloro che gli avevano promesso la liberazione vi fosse anche qualche comandante dei Carabinieri. Mi rifiutai di aderire alla proposta fattami ed appunto per evitare che [tra] me e lui si venisse alle armi preferii di allontanarmi e lo feci con tutta la mia squadra».

D. R. «L’ultima volta che vidi Pisciotta Gaspare fu in occasione di un appuntamento con Giuliano durante il periodo del sequestro di Agnello. Da questo sequestro, che non so quanti milioni fruttò, non ebbi neppure un soldo».

D. R. «Ho visto Pisciotta Gaspare qualche volta anche alla fine del 1947».

D. R. «Nel 1946 vi fu, tra Pisciotta Gaspare e Giuliano, un discorso a proposito degli spari che Giuliano voleva si rivolgessero contro i carabinieri poi il disaccordo finì».

D. R. «Pisciotta Gaspare si allontanò per conto proprio senza formare una propria squadra».

D. R. «Se nell’aprile 1947 vi fosse tra i due accordo o disaccordo non lo so, certo è che in quel periodo Pisciotta Gaspare era ammalato come appresi dal Mannino».

D. R. «Sentii dire che Giuliano aiutò Pisciotta Gaspare nell’acquisto di medicinali, ma non posso dire il periodo di tempo in cui ciò avvenne».

D. R. «Giacalone resta situata tra Pioppo e San Giuseppe Jato».

D. R. «Io bazzicavo di più nella zona di Pernice e di Vallefonda».

.D. R. «Non posso dire quale era la missione da compiere a Balletto».

D. R. «A Balletto ci fermammo alcune ore e poi ripartimmo per Pernice dove restammo per ore».

D. R. «Escludo di aver visto in contrada Pernice arrivare una jeep». Contestatogli quello che afferma a f. I retro, vol. T, l’imputato Pisciotta Francesco e cioè che furono presenti all’arrivo di una jeep in contrada Pernice, dalla quale scese Corrao Remo risponde:

«Non è vero quanto il Pisciotta afferma».

Contestatogli ancora quanto il Pisciotta dice alla fine del f. I retro e f. 2, vol. T, risponde:

«Non è vero quanto afferma il Pisciotta».

D. R. «Può darsi che il Pisciotta abbia fatto il nome del Corrao per non fare quello del contadino cui ci recammo per avere dell’acqua. Il Pisciotta non conosceva il Corrao Remo».

Contestatogli che il Pisciotta invece a f. 2, vol. T, indica i connotati del Corrao, risponde:

«Il Pisciotta non può aver visto il Corrao, come non lo vidi io».

D. R. «Ho sentito il Mannino dire che a parlare di tutti i fatti potevo essere io, non è da escludersi che egli si sia illuso che essendo il caposquadra potevo saperne più di lui».

D. R. «Ripeto non sono in grado di ricordare chi furono i mandanti del delitto di Portella, quando me ne ricorderò ne farò i nomi».

Si dà lettura della cartella biografica dell’imputato Terranova Antonino fu Giuseppe.

L’avv. Crisafulli fa rilevare che della cartella non si sarebbe potuto dar lettura non rientrando essa in precedenti penali giudiziari dell’imputato.

D. R. «Delle imputazioni, che mi furono contestate con i mandati di cattura che si rilevano dalla cartella biografica, otto o dieci sono già caduti. Dei tentati omicidi ne resta in vita uno soltanto. È caduto anche il mandato di cattura c[ontro] Spiga Giovanni e tutti gli altri mandati di cattura anteriori al 1947».

Il P. G. chiede che vengano aggiornate le cartelle biografiche relative a tutti gli imputati.

A domanda del P. G., contestatogli quanto afferma a f. 34 retro, vol. T, risponde:

«È vero quello che la S. V. mi dice. Io conoscevo allora tutti quelli che erano stati arrestati ed al Giudice feci i nomi di Lo Cullo, Pisciotta Vincenzo e fratelli Tinervia e di mio cugino Terranova Antonino fu Salvatore, perché come ho già detto li conoscevo praticamente».

D. R. «Al Giuliano non feci il nome di alcuno. Ricordo che egli diceva: “questi ragazzi sono innocenti senza specificare né tutti né pochi”».

D. R. «A me Giuliano confidava qualcosa, se aveva altri che godevano presso di lui maggior fiducia non lo so».

Contestatogli quanto egli dice a f. 33, vol. T, del Corrao Remo, risponde:

«Sapevo che vi era un Remo di Monreale che faceva parte del gruppo di Giuliano, e che era fra i fidati dello stesso, ma non mi sembra che io abbia fatto il nome del Corrao».

Contestatogli come mai nell’interrogatorio risulta il nome del Corrao, risponde:

«Non ricordo».

A domanda dell’avv. Sotgiu, risponde:

«So che Giuliano qualche volta si recava a Palermo ma non ricordo se nel febbraio del 1947 andò nella sede del Partito anticomunista».

Si dà lettura dell’interrogatorio a f. 32, vol. T.

Dopo di che il Presidente invia la prosecuzione del dibattimento all’udienza di dimani 11.5.51 ore 9,30.

Verbale di continuazione di dibattimento.

Il giorno I° maggio 1951, alle ore 9.30, in Viterbo.

Il Presidente prosegue all’interrogatorio dell’imputato Terranova Antonino (Cacaova)

D. R. «Il giorno 1° maggio mi fermai in contrada Pernice dalle prime ore fino a quando avvenne il conflitto tra i carabinieri e Candela Rosario ed Angelo Taormina».

D. R. «La notizia del conflitto l’apprendemmo dal Candela in contrada Vallefonda dove ci eravamo avviati prima del conflitto durante la stessa mattinata».

Contestatogli che il Randazzo a f. 39, vol. T, afferma che l’andata di Terranova in contrada Pernice si verificò verso la fine dell’aprile 1947 risponde:

«Il Randazzo, in un confronto con me, ebbe a dire che non ricordava che la mia andata a Pernice si verificò l’ 1.5 oppure verso la fine dell’aprile 1947».

Contestatogli che anche nel confronto a f. 40, vol. T, il Randazzo affermò di avere visto il Terranova il giorno precedente la strage di Portella, risponde:

«Mi ricordo invece che Randazzo alla mia presenza disse invece che non ricordava se l’incontro avvenne il 30.4 oppure l’1.5.1947».

Contestatogli che egli stesso nel predetto confronto parla dell’andata della camionetta in contrada Pernice e dell’ambasciata fatta dal Pianello Filippo per conto di Giuliano, che per l’indomani l’attendeva in contrada Giacalone con tutto il suo gruppo, risponde:

«Da ciò si può arguire solo che la camionetta andò il 30.4. ma non che io mi sia presentato alla casa di Pernice in tale giorno».

D. R. «Alla casa del Randazzo ci presentammo tutti ed il più lontano di noi si poteva trovare alla distanza di dieci metri».

D. R. «Non so se esista una montagna che si chiami Cometa fronteggiante la Pizzuta».

D. R. «Neppure dopo i fatti di Portella ebbi occasione di andare sulle montagne Pizzuta e Cometa, che ripeto non so dove si trovino».

D.R. «Fino a quando fui libero lavorai in contrada Pernice nell’amministrazione del principe Camporeale, nel 1946, durante la latitanza non ci andai più».

D. R. «Prima dell’incontro che ebbi, come ho già detto, col Randazzo l’11.5.1947 in contrada Pernice vi ero stato ma non mi ero fermato a parlare col Randazzo».

D. R. «Nelle case di contrada Pernice vi erano anche altri miei compaesani nonché l’amministratore del principe Camporeale certo don Peppino, ed il campiere don Vito che conoscevo».

D. R. «Tra i compaesani vi erano la famiglia Caputo con i figli e la famiglia Abbate, i cui uomini attualmente risiedono in contrada Pernice».

D. R. «Con le predette famiglie che abitano a circa dieci metri dalla casa mia in Montelepre, avevo lavorato ed ero con le stesse in buoni rapporti di amicizia.

Domandatogli perché mai avendo tante conoscenze scelse proprio la casa del Randazzo, risponde:

«Scelsi la casa del Randazzo perché aveva la porta sulla strada, mentre quella della famiglia Caputo, che è sotto la casa abitata dall’amministratore ed entrambe vicine a quella del campiere, si trovano dall’altro lato dello stesso casamento».

D. R. «Sulla casa del Randazzo non vi sono altre abitazioni e ciò può essere controllato guardando una carta geografica militare della zona».

A domanda del P. G., risponde:

«Percorrendo la via rotabile da Balletto a Pernice si impiegano da 25 a 30 minuti mentre percorrendo la via non rotabile se ne impiegano circa 15».

D. R. «Partimmo da Balletto per Pernice, verso le 2 e mezza».

D.R. «Non mi ricordo che la risposta che detti al Randazzo quando mi comunicò l’ambasciata del Pianello, certamente non lo misi in sospetto. Può darsi anche che io al Randazzo abbia detto oltre la frase “va bene” anche “dirai a Pianello, se dovesse ritornare di non averci visti”».

Fattogli rilevare che le due espressioni non sono inconciliabili, risponde:

«Dicendo “va bene” intendevo riferirmi alla conoscenza che avevo di quello che da me voleva il Pianello».

D. R. «Sapevo che il Pianello non poteva farmi che ambasciata di trovarmi a Portella avendo io parlato di ciò alcuni giorni prima con Giuliano».

A domanda del P. G., risponde:

«Non so se qualche altro componente del mio gruppo sentì il discorso che vi fu tra me e il Randazzo il quale mi fece la comunicazione parlando con tono di voce naturale».

A domanda dell’avv. Sotgiu, risponde:

«Null’altro aggiunsi dopo aver risposto “va bene” all’affermazione fatta dal Randazzo nel confronto, perché mi limitavo a rispondere alle domande del Giudice e non ritenni il resto aver rilevanza interessandomi solo far ricordare al Randazzo la mia andata a Pernice.

Contestatogli che anche l’imputato Pisciotta Francesco a f. 1 retro, vol. T, afferma che la risposta alla comunicazione del Randazzo fu questa “digli che non ci hai visti”, risponde:

«Non è vero quello che Pisciotta dice».

Contestatogli che il Pisciotta a f. 44 retro, vol. T, afferma che la risposta al Randazzo fu di dire al Pianello qualora fosse ritornato di non averli visti, risponde:

«Evidentemente Pisciotta Francesco non dice il vero, egli nulla sapeva di Portella della Ginestra tanto che anche dopo mi chiese notizie intorno ai fatti ed agli autori della strage ricevendone sempre risposta negativa».

D. R. «Successivamente a quest’ultimo fatto non ebbi occasione di parlare con Pisciotta Francesco dei fatti di Portella neppure dopo l’incontro con Giuliano e gli altri durante il quale appresi del fatto Busellini».

Contestatogli che il Pisciotta Francesco a f. 1 retro e 2, vol. T, afferma che egli Terranova comunicò a tutti che Giuliano li cercava per andare a compiere un’azione contro i comunisti di Portella, risponde:

«Non è vero quello che afferma il Pisciotta, ma quello che ho detto io».

Domandatogli perché mai il Pisciotta Francesco indicò il Corrao Remo come colui che avrebbe dato comunicazione dell’ambasciata fattagli dall’inviato di Giuliano, risponde:

«Su ciò può dare opportuna risposta il Pisciotta».

A domanda del P. G. Cherubino, risponde:

«Il Giuliano sapeva sempre dove ci trovavamo e perciò se egli, od un suo inviato, nonci trovava in un posto conosceva dove ci eravamo spostati sapendo la zona in cui agivamo».

D. R. «Io nonostante ciò potevo dire una menzogna a Giuliano e spostarmi per mia decisione, ma certamente dovevo presentare a Giuliano le mie giustificazioni».

D. R. «Della mancata presenza al convegno presentai a Giuliano le mie giustificazioni e dissi che quando appresi della sua convocazione a Giacalone mi trovavo in un posto dal quale non avevo il tempo di arrivarci».

D. R. «Giacalone dista da Pernice circa 20 chilometri».

D. R. «Non dissi a Giuliano il nome di colui che mi aveva dato notizia dell’invito a Giacalone».

D. R. «Dissi a Giuliano che non avevo avuto il tempo per andare all’appuntamento, perché pensai che questa era la migliore giustificazione da dargli, non bazzicando egli in contrada Pernice ed anche perché sapevo di poter avvertire Randazzo della risposta data a Giuliano».

Contestatogli che tutto ciò potrebbe avere rilevanza se ad avere comunicazioni dall’invito di Giuliano fosse stato il Randazzo e non il Corrao, risponde:

«Io non vidi il Corrao».

A domanda del P. G., contestatogli che nel f. 32 retro, vol. T, afferma che l’invito riguardava Portella e non Giacalone, risponde:

«Devo essermi confuso nel parlare di Portella invece che di Giacalone. In un altro interrogatorio devo aver parlato di Giacalone».

La Corte dà atto che effettivamente nel confronto a f. 40, vol. T, l’imputato parla di Giacalone e non di Portella.

D. R. «Alla partenza da Montelepre vi era con noi un siciliano di Palermo il quale rimase in nostra compagnia fino al momento in cui non apprendemmo del conflitto del Candela e del Taormina. Non so se lo sconosciuto si chiamasse Pietro o Salvatore, Giuliano me lo affidò all’uscita di Montelepre dicendomi “portalo con te per il fatto della missione e poi puoi licenziarlo”».

D. R. «Egli se ne ritornò a Palermo quando io decisi di ritornare a Montelepre per avere notizie di Taormina e del Candela».

D. R. «Anche se non l’avessi licenziato come mi aveva detto Giuliano, egli si sarebbe certamente allontanato per unirsi a lui» .

D. R. «Balletto è un feudo di proprietà Accursiil quale fu nel 1945 sequestrato da me ed in conseguenza di tale sequestro mi detti alla latitanza.».

A domanda del P. G., risponde:

«Non ho sentito mai parlare di una riunione ai Cippi, anzi escludo che vi sia stata».

D. R. «Sono portato ad escludere tale riunione per il fatto che Giuliano avrebbe avuto bisogno della mia squadra, costituita da sei uomini, e poiché fino a quel momento non gli avevo mai opposto rifiuto, egli mi avrebbe convocato».

D. R. «Quando si parlò tra me e Giuliano dell’azione di Portella egli mi disse che contava su un numero di partecipanti da 18 a 23 anni, dei quali sette sarebbero stati del mio gruppo e gli altri li avrebbe chiamati anche latitanti di altri paesi conoscendone molti, oltre quelli della sua squadra».

D. R. «Sono restato nella caserma dei carabinieri di Palermo 72 giorni, ed alcuni schiaffi da qualche carabiniere ma non per l’interrogatorio [sic]».

D. R. «Non fui interrogato né per i fatti di Portella, né per gli assalti alle sedi comuniste».

D. R. «Giuliano scriveva, ma non era un letterato, qualche lettera al giorno la scriveva lui, ma il più delle volte no. Non so dire chi scrivesse per lui; ma non faceva parte della banda».

D. R. «Giuliano come tutti quelli della banda non scriveva bene, mentre delle lettere erano scritte in modo tale che non era capace di compilarle neppure chi avesse frequentato la 4ª o 5ª ginnasiale e da ciò si può desumere che egli si giovava di altra persona».

D. R. «So che per le elezioni del 1948 egli aveva preparato un discorso da trasmettere alla radio di cui noi eravamo forniti, discorso che non fu poi trasmesso perché la radio si guastò».

D. R. «Vidi 10 o 15 mezzi fogli di carta ed accortomi che non era farina del suo sacco, chiesi a Giuliano chi glieli avesse scritti ed egli mi rispose che non l’aveva scritto lui».

D. R «Non so dire con precisione il contenuto dello scritto, in esso si parlava contro la mafia, il comunismo e tutto quello che avveniva in Sicilia».

D. R. «La banda disponeva di più di una macchina da scrivere una delle quali credo appartenesse alla caserma dei carabinieri di Grisì o di Bellolampo».

D. R. «Sarei in grado di conoscere la grafia di Giuliano se mi fosse mostrata».

Mostrate all’imputato due lettere manoscritte che si trovano nella busta a f. 134, vol. T, dopo averle osservate, risponde:

«Gli scritti che la S. V. mi fa vedere li riconosco come vergati dalla mano di Giuliano».

Mostrato all’imputato lo scritto ai ff. 38, 39, 41 vol. R, risponde:

«Anche i predetti fogli sono scritti da Giuliano come pure la firma è autografata».

D. R. «In un primo tempo il Giuliano indirizzava delle lettere al Giornale di Sicilia. Quando a detto giornale fu vietato di pubblicarle egli si rivolse ad altro giornale. In conseguenza del divieto, Giuliano fece dei manifestini dopo di che poté nuovamente inviare le lettere al Giornale di Sicilia».

D. R. «Quando avvennero gli assalti alle sedi comuniste, non ricordo se prima o dopo furono lanciati dei manifestini».

D. R. «Giuliano stesso mi disse che i manifestini gli erano stati portati pronti per essere lanciati ma non mi specificò da chi furono portati».

D. R. «Vidi i manifestini, ma non sono in grado di riconoscerli, né ricordo se fossero sottoscritti con la firma di Giuliano a penna o stampati».

D.R. «Non ricordo se ho letto qualcuno dei manifestini».

D. R. «Non sono in possesso della lettera di Giuliano».

Mostrato all’imputato il manifesto a f. 13, vol. B, risponde:

«Mi consta di averlo visto, evidentemente prima del mio arresto».

D. R. «Più volte Giuliano mi fece vedere dei manifestini ed una volta me ne fece vedere alcuni, dei quali non so dire il contenuto, i quali non furono lanciati».

D. R. «Seppi degli assalti alle sedi comuniste da Giuliano il quale mi riferì che erano stati disposti dagli stessi che vollero la strage di Portella».

D. R. «Non posso fare i nomi di coloro che vollero ciò, perché non li ricordo. Quello che ricordavo l’ho già detto».

D. R. «La contrada Testa di Corsa è alla porta di Montelepre».

D. R. «Passai gran parte della latitanza fuori Montelepre dove mi recavo solo per cambiarmi biancheria e vedere la famiglia».

D. R. «La mia casa ha una finestra al primo piano, alta dal suolo circa 5 metri, che dà direttamente sulla campagna».

D. R. «Non so di nessuna riunione a Testa di Corsa che è limitrofa alla casa di Giuliano».

D. R. «Belvedere e Testa di Corsa è la stessa contrada».

Contestatogli che molti imputati parlano di una riunione a Testa di Corsa, risponde:

«Posso escludere la riunione in detta contrada per il fatto che essendo vicina la casa di Giuliano era possibile un appostamento da parte dei carabinieri».

D. R. «A Montelepre vi furono sempre i carabinieri, i quali non venivano tutti i giorni a visitare le nostre case, passava anche qualche mese senza che venissero».

D. R. «So di un tentato arresto di Gaspare Pisciotta che a quanto ricordo avvenne nel giugno 1946. Ho una requisitoria in carcere in cui si parla del mandato di cattura emesso contro il Gaspare Pisciotta per tale fatto: potrei esibirlo alla prossima udienza».

A domanda del P. G., Cherubini risponde:

«Mi consta di un ordine pervenuto a Giuliano di votare per la monarchia o per la Democrazia Cristiana. Furono indicati anche i nomi delle persone alle quali bisognava dare il voto di preferenza, nomi che non ricordo».

Il Presidente insiste presso l’imputato perché faccia il nome delle persone di cui ha parlato. L’imputato risponde:

«Non posso in questo momento fare il nome di alcuno, perché cadrei in errore, farò il meglio per ricordarli ed al momento opportuno li indicherò».

A domanda dell’avv. Crisafulli, contestatogli che a f. 90, v. R, ed in altro punto dello stesso verbale egli disse che Giuliano non accennò mai a persone che lo avrebbero aiutato e disse che lo stesso agiva di propria iniziativa, mentre nell’odierno dibattimento parlò dell’intervento di altre persone, risponde:

«All’epoca della celebrazione del precedente dibattimento Giuliano era in vita e Pisciotta Gaspare era latitante ed io avevo fiducia che essi ci avrebbero aiutati e non parlai perché quanto dissi allora era sufficiente per la mia difesa. Ora che Giuliano è morto e Pisciotta Gaspare è in carcere, non ho più ragione di mantenere il riserbo ed ognuno si difende per conto proprio».

Domandatogli perché mai, egli che nega qualunque partecipazione alla strage di Portella ed agli assalti delle sedi comuniste, potesse attendere un qualsiasi aiuto da parte di Giuliano e di Pisciotta Gaspare, risponde:

«Appunto perché sono innocente avevo più ragione di sperare aiuto da parte di entrambi».

A domanda dell’avv. Morbidi, risponde:

D. R. «Il colloquio che io faccio risalire al 18 o 20 aprile, avvenne nei pressi di Montelepre».

D. R. «Non posso indicare il luogo dove avvenne il colloquio durante il quale si parlò anche dell’uccisione di Busellini».

D. R. «È vero che dissi che Giuliano aveva un impermeabile chiaro, ma egli non aveva un solo impermeabile».

L’avv. Crisafulli chiede che sia rivolta all’imputato la seguente domanda: “Se ebbe espresso incarico da Giuliano di procedere al sequestro del deputato Bernardo Mattarella”».

Il Presidente non ritiene opportuno rivolgere la domanda e respinge l’istanza.

L’avv. Crisafulli chiede ancora che sia rivolta all’imputato quest’altra domanda: “Se conosceva l’on. Bernardo Mattarella”.

Il Presidente non ritiene pertinente la domanda e non la rivolge.

L’avv. Crisafulli chiede che sia rivolta all’imputato questa terza domanda: “Se egli ancora oggi gode della stessa fiducia che manifestò di avere in Gaspare Pisciotta quando era ancora latitante”.

Il Presidente ritiene che la domanda è estranea al processo e non la rivolge.

Dopo di che il Presidente rinvia la prosecuzione del dibattimento all’udienza del 14 maggio 1951 ore 9,30.

Verbale di continuazione

Giorno 14.5.1951 ore 9,30 in Viterbo.

Dopo di che il Presidente richiama l’imputato Terranova Antonino.

Si dà lettura dell’interrogatorio ai ff. 88 e segg. precedente verbale dibattimento.

D. R. «Ero a conoscenza dell’azione che si doveva svolgere a Portella della Ginestra, ma seppi ciò che si era verificato dalla lettura del giornale».

D. R. «Mi incontrai, dopo 10 giorni circa dal fatto, con Giuliano ma non ebbi la curiosità di domandargli chi erano stati quelli che avevano partecipato all’azione».

D. R. «Al momento dell’incontro con Giuliano vi erano altre sette o otto persone tra i quali i fratelli Ferreri e Pianello, non ricordo il nome degli altri».

D. R. «Dopo il conflitto che si ebbe nei primi giorni di maggio io mi recai a Montelepre e non ricordo se mi fermai in paese o nelle prossime vicinanze».

A domanda del P. G.,risponde:

«I nomi dei mandanti, Giuliano me li fece sia prima che dopo i fatti di Portella della Ginestra».

D. R. «Insisto nel dire che non ricordo i nomi dei mandanti essendo passati quattro anni».

D. R. «So che significa mandante di un delitto, cioè una persona diversa che da incarico ad altri per consumare il delitto».

Contestatogli che a f. 34 retro, v. T, egli fra i nomi indicati, comprese Ferreri Salvatore, uno dei fratelli Passatempo, attualmente morti, dai quali non si poteva aspettare quella solidarietà o quell’aiuto che sperava di avere, risponde:

«Io unii i nomi di morti e di viventi perché ripeto aspettavo solidarietà».

Contestatogli che non fece il nome di Candela Rosario, risponde:

«Effettivamente nell’interrogatorio che la S. V. mi ha letto non è compreso il nome del Candela, io ne feci menzione in altro interrogatorio».

D. R. «I componenti della mia squadra erano, come me, innocenti dei fatti di Portella ed è per questo che non ne feci i nomi».

D. R. «I componenti della mia squadra erano, come me, innocenti dei fatti di Portella».

A domanda dell’avv. Sotgiu, risponde:

«In epoca che non posso precisare, nel 1948, Giuliano ebbe un colloquio in Partinico con persone di cui non posso indicare le generalità perché non conosco. Tale colloquio fu successivo ai fatti di Portella».

A domanda dell’avv. Sotgiu se a trovare Giuliano andasse spesso un giovane zoppicante e che indossava un abito americano, risponde:

«Non lo so».

Si dà lettura dell’interrogatorio a f. 158 e segg., prec. verbale dibatt..

A domanda dell’avv. Crisafulli, risponde:

«Ogni squadra della banda Giuliano aveva una radio trasmittente».

D. R. «Le squadre che erano a mia conoscenza erano tre, quella di Giuliano, quella di Passatempo e la mia. Ognuno aveva la sua radio trasmittente e ricevente, Giuliano ne aveva più di una».

D. R. «Una di quelle radio che avevamo noi fu sequestrata vicino casa mia, però non sapevo a chi appartenesse».

D. R. «Non so il modo con cui fummo forniti delle radio trasmittenti e riceventi: ricordo che la Questura di Palermo arrestò un giorno un tale con 4 radio trasmittenti e riceventi, ma costui fu rilasciato con tutte le radio che erano destinate a noi».

D. R. «Il predetto era Provenzano Giovanni e ricordo il suo nome perché, essendo da Montelepre, lo conoscevo».

D. R. «Le radio al Provenzano furono sequestrate dai carabinieri al tempo in cui vi era l’Ispettorato di Polizia».

A questo punto l’avv. Crisafulli chiede che la Corte richieda il verbale di arresto e di sequestro delle radio del Provenzano. I difensori di parte civile si associano.

Il P. G. chiede che l’istanza sia respinta non ravvisando la necessità.

Omissis

Richiamato l’imputato Terranova Antonino fu Giuseppe (Cacaova).

D.R. «Ora che ha parlato Pisciotta Gaspare posso dire di avere saputo personalmente da Giuliano che a mandarlo a sparare a Portella furono Alliata, Marchesano, Cusumano e Mattarella, si faceva anche il nome di Scelba, ma di costui non sono sicuro. I predetti mandanti dicevano di essere in contatto con Scelba però Giuliano non prestava fiducia alla loro asserzione».

D. R. «Anche il Cusumano era indicato da Giuliano come mandante».

D. R. «Giuliano affermava che i quattro mandanti gli avevano promesso la sola libertà, il denaro invece a noi occorrente ce lo procuravamo con i sequestri e da essi non avemmo mai alcuna assistenza al riguardo».

D. R. «Non presi mai parte alle riunioni tra Giuliano ed i 4 mandanti, vi sono stato solo quando vi fu una riunione in contrada Parrini, ma restai a poca distanza fuori dall’abitato dove avvenne la riunione».

D. R. «Non so chi prese parte alla riunione per l’azione di Portella, il maggior numero dei partecipanti, se non sono tutti morti, si trovano nelle altre carceri o possono essere anche liberi. Se nelle carceri di Viterbo ve ne sono, sono in così piccolo numero che scompaiono tra gli altri».

D. R. «Non posso fare il nome di alcuno dei partecipanti all’azione di Portella, posso dire solo quello che mi riguarda: ho compiuto dei sequestri, ma non ho mai fatto piangere mamme».

D. R. «Nulla mi consta sulla lettera che si dice pervenuta a Giuliano qualche giorno prima del fatto di Portella».

D. R. «Avrei potuto fare il nome anche di Albano e Costanzo, ma penso che è inutile farli perché i predetti se chiamati dinanzi la Corte non diranno niente o non si farà loro dir niente dai mandanti».

D. R. «Non so se dei presenti arrestati vi sia alcuno che abbia partecipato all’azione di Portella, costui, se c’è, dovrebbe presentarsi dinanzi la Corte e fare i nomi di quelli che vi parteciparono

A domanda del P. G., risponde:

«Nei primi tempi successivi ai fatti di Portella io incontrai Giuliano, ma non sempre si parlò di Portella, ne riparlammo invece nel settembre-ottobre 1948. In tale epoca il Giuliano mi propose di sequestrare il Mattarella che non aveva mantenuto la promessa fatta qualora la Democrazia Cristiana avesse vinto le elezioni, come infatti fu. Io mi rifiutai di fare tale sequestro e dissi a Giuliano di procedere lui a tale operazione dal momento che con il Mattarella egli aveva avuto dei colloqui».

D. R. «Se avessi conosciuto alcuno dei mandanti non sarei emigrato».

D. R. «I nomi di Mattarella, Alliata, Marchesano e Cusumano, il Giuliano me li fece quando per la prima volta mi propose l’azione di Portella e qualche volta anche dopo».

Contestatogli perché egli essendo informato che i mandanti avevano assicurato la libertà a tutti, qualora avesse vinto la Democrazia Cristiana non prese parte all’azione di Portella, risponde:

«Innanzi tutto perché non credevo alle promesse che erano state fatte a Giuliano, e poi perché l’azione da compiere a Portella era rivolta contro i poveri che Giuliano invece difendeva».

D. R. «In un primo momento l’azione di Portella era preordinata contro i capi, ma non per lasciarli vivi, ed io non ritenni di prendervi parte, perché come ho detto non credevoalla promessa di libertà».

A domanda del P.G. Cherubini, risponde:

D. R. «Ricordo che dopo l’uccisione del Ferreri (Fra’ Diavolo) il Pisciotta Gaspare mi disse che anche lui sarebbe potuto morire in quell’occasione, perché insieme col Ferreri, che era in diretto contatto con l’Ispettore Messana, egli avrebbe dovuto uccidere Giuliano qualora costui fosse passato ai comunisti».

D. R. «Giuliano aveva sempre vicino a sé Pisciotta Gaspare, durante la malattia del Pisciotta egli si contentava di aver vicino qualche altro, ma Pisciotta quando era in condizione di camminare era sempre vicino a Giuliano».

A domanda dell’avv. Morvidi, risponde:

D. R. «Anche per le aggressioni alle sedi comuniste vi furono gli stessi mandanti dell’azione di Portella».

D. R. «Se avessi conosciuto i mandanti, avrei potuto ora presentare delle prove, ma non posso dire che parole conoscendone solo i nomi e fu per questo che preferii emigrare non avendo prove a mia discolpa».

A domanda dell’avv. Lanzetti, risponde:

«Non posso dire se tutte le azioni di Giuliano erano precedute da accordo con l’Alliata, egli era però a contatto col Cusumano il quale portava gli ordini degli altri».

D. R. «Ho visto Cusumano solo da lontano, mai da vicino».

D. R. «Tra coloro che parteciparono all’azione di Portella ve ne sono come ho detto anche liberi».

Invitato l’imputato dal cessare ad essere reticente e ad indicare i colpevoli che sono liberi e quelli tra gli imputati che sono estranei ai fatti contestati, risponde:

«Io, il Pisciotta Francesco, Pisciotta Gaspare e Mannino Frank siamo a disposizione della Giustizia durante il dibattimento per dire tutto quanto è a nostra conoscenza, può darsi che qualcuna delle persone interrogate, confesserà dinanzi questa Corte».

Alle insistenze delPresidente, cui si associa il P. G. perché l’imputato fin da questo momento indichi i nomi dei colpevoli e degli innocenti, risponde:

«Per il momento non posso aderire alla richiesta che mi si fa, i presenti imputati possono essere anche tutti innocenti poiché il processo è stato fatto dai carabinieri».

D. R. «Gli imputati presenti hanno tutti rapporti di parentela o di amicizia con i banditi».

A domanda dell’avv. Fiore, risponde:

«Non dissi mai a Giuliano che Pisciotta Gaspare era confidente della Polizia; intanto appresi la notizia, in quanto Pisciotta aveva fiducia in me e sapeva che non andavo d’accordo con Giuliano».

Omissis

«Il maresciallo Calandra mi interrogò anche sui mandanti ed io gli raccontai che Giuliano si era incontrato una volta col Re ed un un’altra volta col principe d’Orleans. Feci tali nomi per far credere che non sapessi niente. Intesi il maresciallo Calandra- il quale mi aveva rivelato se facendo il nome d’Orleans intendevo parlare del principe Alliata-dire ad un signore, che io conoscevo come dottore, ma che poi seppi essere il colonnello Paolantonio, che Genovese Giovanni aveva dichiarato che Giuliano si era incontrato col principe Alliata in un casolare che sembrava pieno di fieno, ma che spostando il quale vi era dietro un vuoto, dove essi parlavano quando vi erano in vista i carabinieri».

D. R. «Che sotto la veste del dottore vi fosse il colonnello Paolantonio, lo appresi da alcuni carabinieri, i quali anche me presente chiamavano detto dottore anche colonnello».

D. R. «Nulla appresi mai da Giuliano di coloro che parteciparono agli assalti alle sedi comuniste».

A domanda dell’avv. Morvidi, risponde:

«Non posso dire da chi fu fornita la radio trasmittente che doveva essere installata nella casa di Genovese Giovanni. Le quattro radio piccole vennero dall’America ma non so da chi furono fornite. Di esse, una era in possesso della mia squadra, una della squadra di Passatempo Giuseppe, una di quella di Giuliano e la quarta poteva essere in possesso di Cucinella Giuseppe o di altri, essendo Giuliano in contatto con molti latitanti».

D. R. «Non so se il Cucinella Giuseppe abbia avuto una squadra da lui comandata».

D. R. «Null’altro ho da dire, salvo che abbia dimenticato qualcosa».

A domanda dell’avv. Morvidi, risponde:

«È vero che parlai dell’Alliata, del Marchesano, del Cusumano e del Mattarella, come mandanti del delitto di Portella, ma oggi parlo dell’Alliata e del Marchesano soltanto perché ho avuto attraverso Genovese Giovanni la prova per Marchesano ed appresi nella caserma dei CC. quello che ho riferito per Alliata. Per gli altri due non ho nessuna prova».

A domanda del P. G., risponde:

«Nelle udienze precedenti non parlai mai degli esecutori materiali del delitto di Portella perché non mi ero deciso a parlare, oggi invece, che mi sono deciso,ne ho fatto i nomi».

Contestatogli che nella dichiarazione a f. 34 , v. T, come esecutori materiali del delitto di Portella egli indicò soltanto: Giuliano Salvatore, Ferreri, i fratelli Passatempo e Pisciotta Gaspare, risponde:

«Feci i nomi di alcuni morti e di tre soltanto vivi, cioè Giuliano, Pisciotta Gaspare e Passatempo Salvatore per chiamare questi ultimi in solidarietà e dei primi per far credere al Giudice che dicevo la verità».

D. R. «Omisi di indicare i fratelli Pianello perché non mi interessava tanto fare i nomi dei morti».

D. R. «Del Licari non parlai perché allora non ero deciso a parlare e così pure per il Pecoraro».

Contestatogli che Genovese Giovanni nulla disse intorno agli autori della strage di Portella, risponde:

«Quando arrivai dall’Algeria fui posto all’ottava sezione del carcere di Palermo. Ivi appresi dagli scopini ed altri addetti al carcere che Genovese Giovanni aveva fatto dei nomi ed io perciò mi decisi a fare i nomi di alcuni».

L’imputato Sapienza Giuseppe di Francesco, chiede di parlare:

«Ho inteso che tanto Pisciotta Francesco quanto Terranova (Cacaova) mi hanno accusato di aver preso parte alla strage di Portella. Non so come essi abbiano appreso tale mia partecipazione, né so spiegarmi la ragione per cui essi mi hanno accusato. Non ho che riportarmi all’interrogatorio che resi al giudice Mauro quando fui da lui interrogato: ripeto, conosco il Pisciotta ed il Terranova come compaesani e non per quello che mi hanno attribuito».

D. R. «Conosco Genovese Giovanni, come compaesano, sono pastore, e non fui mai alle sue dipendenze. Custodivo la mandria di mio padre composta di 70 o 80 pecore».

D. R. «Non ho avuto mai alcun rapporto con Genovese Giovanni, né ho ragioni di inimicizie con Terranova ed il Pisciotta».

omissis

D. R. «Posso assicurare che in casa di Genovese, dopo il fatto di Portella, vi fu Marchesano che ebbe un colloquio con Giuliano. Ciò mi disse lo stesso Genovese Giovanni, non ricordo quando, ma sicuramente prima della partenza per la Tunisia».

omissis

L’imputato Terranova (Cacaova)dichiara:

«Una volta, mentre mi trovavo per compiere un sequestro nei pressi di Monreale, io mi allontanai spontaneamente dal luogo. Poi incontrai Giuliano che mi disse di aver saputo dal colonnello Paolantonio che se non mi fossi spostato mi avrebbe tratto in arresto».

Interrogato il colonnello Paolantonio, risponde:

«Nulla è vero di quanto afferma il Terranova, è uno dei tanti falsi che mette davanti per salvarsi».

L’imputato Terranova (Cacaova)dichiara:

«Provenzano Giovanni conosce i nomi dei mandanti».

D. R. «Non ho parlato per nulla al Paolantonio della missione a Balletto perché se fossi stato interrogato in merito e non avessi detto lo scopo della missione mi avrebbero bastonato».

D. R. «Fui bastonato un pochetto».

Il Terranova dichiara ancora che quando fu interrogato per Portella egli parlò del principe d’Orleans.

«E poiché essi mi interrogavano parlavano del principe Alliata io dissi loro che ne sapevano più di me. Aggiungo: Io non feci allora i nomi dei mandanti perché pensavo di trovare ancora l’Ispettorato di P. S. ed ero sicuro che sarei stato ucciso come fu ucciso il Ferreri».

D. R. «All’epoca in cui fu ucciso il Ferreri vi era l’Ispettorato».

Il teste Paolantonio dichiara:

«Alcamo non dipendeva dall’Ispettorato ma dalla Legione dei Carabinieri di Palermo».

Il Terranova dichiara ancora:

«Io posso dire che prima dell’uccisione del Ferreri vi fu una conversazione telefonica con Palermo e io seppi che di questa telefonata Giuliano tutto aveva saputo».

D. R. «Con precisione come pervenne tale notizia a Giuliano può dirlo Gaspare Pisciotta».

A domanda del Procuratore Generale [risponde]

«Dissi che, se chiamati Provenzano od altri, non parleranno, perché qualora parlassero, dimostrerebbero di essere favoreggiatori della banda».

Omissis

D. R. «Ricordo di aver visto padre Di Bella in casa Giuliano, ma egli non mi vide perché ero in altra stanza».

D. R. «Ricordo di avere fatto i nomi di alcuni dei presenti appartenenti alla banda e cioè io, Mannino, Pisciotta Francesco, Passatempo Giuseppe e Salvatore ed altri che non ricordo».

D. R. «Noi appartenenti alla banda eravamo in una stessa camera, quando si allontanò il sacerdote, entrammo tutti nella stanza dove erano gli sposi».

Omissis

D. R. «Io sconoscevo che il Licari Pietro facesse parte della banda Giuliano, pur sapendo che era un latitante, e precisamente fino a quando Giuliano non mi disse che Licari aveva partecipato al delitto di Portella».

D. R. «Non poso precisare quando io ebbi la notizia dal Giuliano della partecipazione del Licari al fatto di Portella. Posso dire che se ne parlò spesso col Giuliano, specialmente a proposito dei ragazzi».


Doc. IX

°

Domande rivolte a Giuliano predisposte dal senatore Girolamo Li Causi per il 1° maggio 1949 in occasione dello scoprimento di una lapide in ricordodella strage- Procura della Repubblica di Palermo. V. per esibizione, 10.05.50, f.to Girolamo Li Causi.

«Sei o non sei convinto che attualmente lo scopo del governo nei tuoi confronti è quello di farti uccidere in conflitto e non quello di catturarti vivo perché i democristiani ed i monarchici temono che tu riveli i rapporti che essi hanno avuto con te per farsi eleggere facendoti promesse che già sapevano di tradire in seguito?

Perché continui a fare minacce contro uomini del governo che non potrai mai colpire perché sono molto lontano da te?

Non sarebbe meglio che tu dichiarassi pubblicamente quali sono gli uomini della Democrazia Cristiana, del Partito Monarchico e del Partito Liberale che ti hanno spinto ieri al delitto e che oggi ti ricattano con illusorie promesse di liberare i tuoi familiari mentre in realtà attendono di vederti mitragliato dai carabinieri?

Non comprendi che continuando a colpire carabinieri ed agenti con delle audaci e crudeli imboscate tu getti nel dolore altre madri, colpisci della gente che è comandata da altra gente interessata a coprire i tuoi mandanti e fai il giuoco di costoro che cercano la tua morte per non permetterti mai più di parlare?

Non comprendi che tu ed i tuoi uomini, da una parte, ed i carabinieri ed agenti dall’altra, siete tutti vittime delle stesse ingiustizie sociali che spingono gli uni contro gli altri i figli della miseria?

A Portella della Ginestra il 1° Maggio sarà murata una lapide che ricorda l’inumana strage di sette innocenti.

Perché in tale giorno, tu che sai tutto, non dici alla gente in lutto la verità su quella strage?

Da chi ti fu inviata quella lettera che ti spinse […] strage e della quale ha parlato il Genovese nelle sue confessioni alla magistratura? Non capisci che mantenendo il silenzio su questo fatto ti comprometti maggiormente mentre salvi coloro che desiderano vederti presto morto?

°

Risposta di Giuliano agli interrogativi di Li Causi- Procura della Repubblica di Palermo-Visto per l’esibizione, Palermo 4.6.1950, f.to Girolamo Li Causi, Mauro, Casiglia.

«Altro che son convinto che lo scopo del governo è quello di quanto voi mi dite, anzi le aggiungo che lo scopo principale di eliminarmi è il perché pensano che qualche giorno ne potrò diventare per loro il pericolo numero [uno].

I. Ma ben pensate a quel proverbio di Garibaldi che dissi: “Il Leone maestoso ferito, guarda ma non ruggisce”.

II. Le continue minacce che faccio agli uomini del governo sono allo scopo di venire ad una conciliazione ed evitare le lotte intestine che, come voi ben comprendete, sono lo sfacelo della Patria, ed anche le faccio il perché sono in grado di non venire meno come fra non molto vedrete.

III. Le rivelazioni che mi consigliate di fare sugli uomini che, secondo voi, sono stati i promotori dei miei principali delitti, possono farli solo coloro che tengono la faccia di bronzo, ma [non] un uomo come me che prima della vita mira a tenere alta la reputazione sociale, e che tende far giustizia con le proprie mani.

IV. Nel continuare a colpire carabinieri ed agenti, mi rimane la coscienza più che pulita, poiché quella viltà che in me definite non lo può essere tale considerata; dato che pubblicamente ho fatto sapere che dopo i giorni prestabiliti attaccavo qualsiasi forza che mi viene contro, e sostiene quelle ingiustizie, note ormai a tutto il mondo, dato che non da delinquente ma da cavaliere per evitare del sangue ho lanciato la sfida ai maggiori responsabili con il vantaggio di uno contro dieci, dato che anche dalle forze dell’ordine e la responsabilità di quanto hanno commesso in quanto sono stati loro che hanno chiesto la libertà di agire contro di me a suo piacere non tenendo conto della violazione della legge.

V. Comprendo si che gli uni che gli altri siano vittime dell’ingiustizia sociale, ma mentre loro non vogliono comprenderlo per la misera somma di 40 o 50 mila lire, io non posso comprenderlo per difendere me stesso, e mia madre che per me è la cosa più cara della mia vita.

VI. Ancora l’ora per i fatti di Portella della Ginestra non è venuta ma se la fortuna mi sorriderà di tenermi in salvo, ne rimarrete soddisfatto poiché tutto verrà alla luce.

Per le rivelazioni fatti dal Genovese vi ripeto ne parleremo quando l’ora è matura. Niente paura per la morte poiché la morte è uguale per tutti. Cordialità Giuliano.

°

Letterapervenuta alla redazione dell’Unità, via IV Novembre, Roma,dentro una busta color celestino con la scritta “Per via Aerea” data del timbro postale, Trapani 29.3.1949 ore 22. Allegata agli atti consegnati al processo di Viterbo da Girolamo Li Causi

«Al Direttore del giornale Unità d’Italia con preghiera di pubblicarla

Seguendo la stampa, mi è stato possibile sapere l’annuncio che ha dato la Magistratura per l’inizio del processo per il fatto di Portella della Ginestra. In realtà tale annuncio mi ha destato viva impressione pel fatto che si dà fine a un tale processo se il vero responsabile, come hanno definito tutti i giornali, non è in grado di poter essere presente e rispondere in tale causa. In tal caso consiglio alla magistratura ed agli uomini del governo di avere la pazienza di aspettare e fin quando avverrà la mia cattura, poiché in tal maniera solo si può sapere la verità, dato che mi hanno definito il principale responsabile. Altrimenti, fin da oggi incomincio ad accusare tutti coloro, e principalmente quel buffone del ministro Scelba, che ha dato ordine di prendermi morto per evitare che io un giorno potrei parlare sia di questo che di altri fatti. Faccio noto che gli imputati che oggi sono minacciati di essere condannati per tale fatto sono vittime della polizia e la loro responsabilità non si deve ad altro che a sevizie che hanno disgraziatamente subito. Se volete camminare sul binario della Giustizia rilasciate questi imputati che sono tenuti responsabili ed aspettare il giorno che io possa parlare e poi vi dirò chi sono i responsabili di questo ed altri fatti». F.to Giuliano.


Doc. X

CIRCOLO DI CORTE DI ASSISE DI VITERBO

Sezione della Corte di Appello in funzione di Corte di Assise

Verbale di continuazione di dibattimento

1- L’anno millenovecentocinquantuno il giorno 18 del mese di giugno alle ore 9,30 in Viterbo nella sala delle pubbliche udienze della Corte di Assise.

Allo scopo di proseguire il dibattimento rinviato ad oggi con provvedimento Presidenziale del 15/6/1951

CONTRO

Giuliano Salvatore ed altri

IMPUTATI

Come al verbale di udienza del 9/4/1951.

Dopo che i carabinieri si sono disposti alla custodia degli ingressi interni della sala

Si dà atto che sono presenti i testi: Santucci Pierino, Calandra Giuseppe, Ragusa Carmelo, Randazzo Angelo, Borruso Nunzio, Angrisani Alfredo, Frascolla Stefano, Guarino Salvatore, Cuccia Francesco.

Il Presidente dà comunicazione alle parti di una lettera di informazioni pervenuta dalla Stazione dei CC. di Partinico riguardante le indennità percepite dagli offesi di Portella della Ginestra, lettera che si allega al processo.

Richiamato il maresciallo Santucci Pietro

sotto il vincolo del già prestato giuramento

D.R.: «Sapevo che l’allora maggiore Angrisani insieme col commissario Guarino avevano interrogato quattro cacciatori di Piana che si trovavano la mattina del 1° maggio a Portella, ma per quanto mi riguarda non ebbi notizia alcuna del contenuto delle dichiarazioni rese dagli stessi».

D. R.«Prima dell’arresto di Gaglio e del Di Lorenzo nessun altro arresto fu fatto a Montelepre, non so se ne siano stati fatti in altri paesi».

D. R.«Non mi risulta che il maresciallo Lo Bianco abbia proceduto all’arresto o al fermo di persone per il fatto di Portella, persone che furono poi liberate e l’elenco o i verbali strappati».

D. R.«Quando avvenne la strage io mi trovavo a Montelepre e Lo Bianco a Palermo, per cui nulla posso dire dell’attività da quest’ultimo spiegata».

A domanda dell’avv. Crisafulli, risponde:

«Non ebbi mai incarico di svolgere indagini intorno ai quattro cacciatori che si trovavano a Portella il 1.5.47».

D. R.«Ricordo di aver avuto l’incarico (e come me anche gli altri) di accertare chi avesse sequestrato prima ed ucciso dopo il Busellini, non ebbi incarico particolare per sapere chi sequestrò i quattro cacciatori a Portella della Ginestra».

A domanda dell’avv. Crisafulli se gli imputati furono sottoposti a stringente interrogatorio, risponde:

«Non so che significhi stringente interrogatorio».

D. R.«I fermati furono più di una volta sottoposti ad interrogatorio».

D. R.«Durante gli interrogatori mi furono sottoposti tutti gli imputati, nessuno fece il nome di colui o di coloro che tennero sequestrati i quattro cacciatori».

D. R.«Il Gaglio fece la sua dichiarazione nel giorno che risulta dall’interrogatorio in atti».

D. R. «Se gli imputati non furono messi a disposizione dell’Autorità giudiziaria dopo l’interrogatorio, ciò può dirlo il comandante del nucleo, maresciallo Lo Bianco».

D. R. «Ebbi l’incarico di accertare le generalità di Reversino, il quale fu arrestato in tempo successivo durante un’azione nella zona di Montelepre».

D. R. «Non posso dire nulla sull’ubicazione della casa dello zio l’Americano di Cucinella, se non so come si chiama tale zio».

D. R. «La casa paterna di Cucinella è lontana dalla caserma dei CC. relativamente all’ampiezza dell’abitato di Montelepre. La caserma è in via Filippo Riccobono, per andare alla casa Cucinella bisogna andare a Piazza Ventimiglia, imboccare corso Castrenze Di Bella, verso via Vittorio Veneto ed all’altezza della chiesa di S. Antonio girare per via Trento».

D. R. «Dalla casa di Cucinella è possibile vedere l’inizio di via Trento, la casa paterna del Cucinella è al centro del paese».

D. R. «Non ricordo la casa di Cucinella Vincenzo».

D. R.«Ricordo di aver sequestrato una radio che fu rinvenuta in un muro a secco sottostante la casa dei fratelli Cucinella. L’operazione fu eseguita sotto l’ordine di un commissario di P.S. Nello stesso muro a secco fu rinvenuto un tascapane pieno di cartucce per mitra».

D. R.«Non so dove sia stata portata la radio perché ora che ricordo l’operazione fu diretta dal commissario Guerrasio Luigi».

D. R.«Non posso dire chi furono i primi che iniziarono l’indagine per Portella per conto dell’Ispettorato, perché, come già dissi, io andai a Palermo per far parte del nucleo mobile alla fine di giugno 1947».

D. R.«Non ricordo chi furono i testimoni escussi, in base ai quali si dedusse quanto affermato al punto due del verbale riassuntivo».

L’imputato Sapienza Vincenzo di Tommaso chiede che sia richiesto al teste maresciallo Santucci se è vero che, quando egli fu posto sulla cassetta, gli furono fatte togliere anche le calze. Il maresciallo Santuni, risponde:

«Non è vero quanto dice l’imputato».

Lo stesso imputato chiede che sia richiesto al teste se è vero che una notte, verso le ore 24, egli in compagnia del don Pasquale si recò a svegliarlo mentre dormiva sulla branda ed a porlo a confronto con Tinervia Giuseppe

Il teste maresciallo Santuni, risponde:

«Non può essere vera l’affermazione dell’imputato anche per il fatto che, essendo ammogliato, dormivo nella mia abitazione, uscendo di solito dall’ufficio verso le nove tranne in casi eccezionali».

A domanda del P. G., risponde:

«In occasione delle perquisizioni eseguite per l’arresto dei latitanti si accertò che in qualche casa vi erano delle botole. Così nella casa di Cucinella Antonino, dove fu accertata anche l’esistenza di un camminamento che portava al posto dove fu trovata la radio».

D. R.«La botola era ben camuffata poiché corrispondeva esattamente al resto del pavimento e noi ce ne accorgemmo dalle diversità di rumore tra la parte piena e quella vuota. Altrettanto è da dirsi per la casa di Mazzola Vito, che aveva uno sbocco in un vallone. Altri sistemi di nascondimento furono da noi rinvenuti in campagna dove furono custoditi due sequestrati, Di Maggio e Schirò. Uno di tali nascondimenti era così congegnato: era praticato un foro in un muro a secco, vi era un cunicolo largo 4 o 5 metri e poi una grotta dove furono trovati i due sequestrati».

A domanda dell’avv. De Nichilo, risponde:

«Fino a quando feci le indagini a Montelepre (giugno 1947) non mi risultò nulla intorno ad esecutori materiali per la strage di Portella od a mandanti».

A domanda dell’avv. Crisafulli, risponde:

D. R.«In paese di Montelepre dall’1.5.47 vi era il nucleo mobile dei CC. e la caserma, tutti gli altri erano fuori».

Il difensore chiede che siano svolte indagini presso il Ministero degli Interni per conoscere quali forze erano dislocate a disposizione dell’Ispettorato di Polizia. Il P. G. chiede che si soprassieda a tale richiesta, potendosi venire a conoscenza di ciò a mezzo degli Ispettori citati e che dovranno essere escussi dalla Corte. Gli altri difensori nulla osservano. La Corte si riserva di provvedere.

D. R.«Due o tre giorni prima volevo procedere all’accertamento degli animali di Mazzola Vito, tenendo presente la bolletta. I figli del Mazzola mi dissero che la bolletta l’aveva il proprio padre. Ritornato dal servizio in paese vidi il Mazzola al quale raccomandai di tenere la bolletta là dove si trovava colui che custodiva gli animali. Dopo due o tre giorni ricevetti la lettera scritta a matita e che accertai proveniente da Giuliano dopo averla confrontata con altre lettere dello stesso, che ho avuto occasione di vedere anche allo Ispettorato».

Si dà lettura della lettera a f. 381, vol. A. A domanda dell’imputato Tinervia Francesco, il maresciallo Santucci risponde:

«Non ricordo se procedetti personalmente al suo interrogatorio; se lo interrogai io da solo, o in compagnia di altri, deve risultare dal relativo verbale».

Si dà atto che l’allegato 12 del fasc. L, è sottoscritto oltre che da Tinervia dai marescialli Santucci, Calandra e Lo Bianco. L’imputato Tinervia Francesco dichiara di non essere stato mai interrogato dal maresciallo Santucci. A domanda dell’avv. Lanzetti, risponde:

«Per quanto ricordo, non accompagnai mai alcuno degli imputati dalle carceri o dalla caserma dinanzi il Giudice istruttore, né in traduzione da un carcere all’altro. Ricordo solo di aver avuto un confronto con Corrao Remo nelle carceri di Sciacca».

2- D’ordine del Presidente introdotto il testimone Angrisani Alfredo […] stando in piedi e capo scoperto al cospetto della Corte ha giurato pronunciando le parole Lo Giuro. Dopo di che interrogato sulle generalità risponde di essere Angrisani Alfredo già qualificato a fol. 417 vol. A. Interrogato in merito ai fatti della causa, risponde:

«Fui incaricato dai miei superiori diretti di iniziare le indagini per la strage di Portella della Ginestra. A quell’epoca comandavo il gruppo esterno. Alle indagini per la strage fui coadiuvato dal commissario Guarino».

D. R.«Man mano che si svolgevano le indagini io e Guarino facevamo un rapporto che trasmettevamo al questore che ne aveva la direzione generale».

D. R.«Se all’Autorità giudiziaria i rapporti vennero trasmessi con la firma del v.questore Cosenza, vuol dire che costui era stato delegato dal questore a firmarli».

D. R.«Alla fine delle indagini, verso i primi di giugno, feci un rapporto conclusivo ai miei superiori diretti».

D. R.«Verso le ore 11 del primo maggio 1947, fui avvertito dal capitano Del Giudice di quanto a lui aveva comunicato il sottotenente Ragusa e che era avvenuto a Portella della Ginestra. Dopo gli accordi presi col comandante di Legione mi recai con una compagnia di militari a Piana degli Albanesi; ove trovai lo stesso sottotenente Ragusa, che aveva già inviato a Portella della Ginestra alcuni uomini, mentre egli si era fermato a Piana per provvedere alla prima assistenza sanitaria ai feriti che cominciavano ad arrivare. Una parte della compagnia inviai da un lato del Pelavet mentre l’altra parte al mio comando seguì la zona della strada che congiunge Piana a S. Giuseppe Jato. Fu fatto un rastrellamento e furono fermate delle persone sospette. Ci fu indicata la strada battuta da coloro che si erano trovati sulla Pizzuta, ma non fu possibile raggiungere alcuno. Intanto, su indicazione di ragazzi, fermai Troia, Grigoli, Marino ed Elia, che immediatamente interrogai. Da quanto essi dissero, dalle deposizioni dei testi, che avevano indicati come alibi, mi convinsi che erano estranei al fatto. Poiché da qualcuno era stato indicato il modo di vestire all’americana di coloro che erano stati sulla Pizzuta, ebbi la convinzione che il delitto doveva attribuirsi alla banda Giuliano i cui componenti vestivano l’abito all’americana. Furono fermate circa 200 persone delle quali la gran parte fu liberata nulla risultando a loro carico, ne furono trattenuti una decina fra cui un tale che riferì di essere stato avvicinato in quell’occasione da quattro persone armate. Attraverso indagini si accertò che le quattro persone erano dei cacciatori, che, identificati, furono da me e Guarino interrogati a Palermo e le loro dichiarazioni furono trasmesse all’Autorità giudiziaria. Ai quattro cacciatori furono fatte vedere delle fotografie di alcuni appartenenti alla banda Giuliano ed essi non ne riconobbero alcuno poiché le fotografie ritraevano i predetti quando erano ancora ragazzi e data la lunga permanenza in montagna avevano subito delle modificazioni fisionomiche. Riconobbero solo una persona a cavallo che essi dicevano facesse da capo. Era precisamente Giuliano».

D. R.«L’Ispettorato generale di P. S. esplicò sin dal primo momento la sua attività facendo affluire a Portella alcuni nuclei mobili di carabinieri che da esso dipendevano. Non so se e quale altra attività sia stata esplicata dallo Ispettorato a Palermo, posso dire però che i quattro (Troia e compagni) furono fermati dall’Ispettorato e passati a me per competenza, poiché io dirigevo le indagini».

D. R.«Restai per più di un mese a Piana degli Albanesi insieme con Guarino e dopo andai in licenza».

D. R.«La sera stessa del primo maggio quando giunsi a Portella seppi da alcuni carabinieri dei nuclei, che erano stati rinvenuti dei bossoli quasi alle falde della Pizzuta. Poiché mi risultava che era stato fatto uso anche di armi automatiche ordinai al sottotenente Ragusa di esplorare la zona e di accertare le postazioni esistenti. Quella sera stessa il Ragusa accertò due postazioni. Sopravvenuta la notte, l’operazione fu rinviata all’indomani ed il 2 maggio il Ragusa stesso accertò altre quattro postazioni di cui una per fucile mitragliatore».

D. R.«Non potetti di persona ispezionare le zone per accertare le postazioni; accertai le due più basse perché quelle più alte erano accessibili solo a ragazzi ed infatti vi andarono i soldati ed il sottotenente Ragusa».

D. R.«I bossoli che venivano da essi rinvenuti erano consegnati a me e posti tutti in un sacchetto, furono inviati all’Autorità giudiziaria con un verbale descrittivo nel quale vi era indicata la qualità dei proiettili essendovene anche di tipo americano».

D. R.«Credo di aver trasmesso all’Autorità giudiziaria più di 300 bossoli».

D. R.«Ricordo che furono rinvenuti caricatori di fucile mitragliatore e di armi automatiche italiane senza trovare i relativi bossoli. La qualcosa mifece supporre che quelli che spararono raccolsero poi i bossoli».

D. R.«Per quanto ricordi il calibro del fucile mitragliatore è un po’ più grande di quello del fucile mod. 91».

D. R.«Non vidi il commissario Frascolla, ma so che vi fu sul posto, ed al riguardo posso dire che costui può essersi incontrato col Ragusa durante le operazioni di rinvenimento dei bossoli e può darsi che abbiano agito di accordo».

D. R.«Il Ragusa rinvenne i bossoli in varie riprese».

D. R.«Il commissario Frascolla ritengo sia intervenuto per ordine del questore dal quale dipendeva».

D. R.«Durante la mia permanenza fuori Palermo non fui sempre a Portella della Ginestra. Avendo saputo del sequestro Busellini, andai insieme col Guarino per le montagne al fine di rintracciare il Busellini ed i componenti la banda che lo aveva sequestrato. Le ricerche divennero anche più difficili perché per caso era stata sequestrata altra persona di Partinico (se ricordo bene), ma si accertò che tale sequestrato non era il Busellini».

D. R.«Mi convinsi immediatamente che la strage di Portella della Ginestra era opera della banda Giuliano ma fu soltanto in prosieguo che raccoltene le prove ne feci l’affermazione».

D. R.«Accertato che la strage di Portella era opera della banda Giuliano, cessò ogni mia attribuzione sia perché la zona di Montelepre faceva parte del gruppo interno, comandato da altro ufficiale, sia perché dei delitti della banda Giuliano si interessava esclusivamente l’Ispettorato generale di P. S. con la cooperazione dei comandi territoriali dell’Arma qualora fosse stata richiesta».

A domanda dell’avv. Crisafulli, risponde:

«Ritengo di esser venuto a conoscenza dell’episodio dei quattro cacciatori sequestrati una ventina di giorni dopo il fatto».

D. R.«Dalla persona che mi riferì l’episodio dei quattro cacciatori, seppi le generalità di due e i soprannomi degli altri due. Il commissario Guarino accertò anche le generalità di questi ultimi due e tutti i quattro furono interrogati da me e dal Guarino».

D. R.«Durante il periodo delle indagini da me svolte non ebbi comunicazione che all’Ispettorato era pervenuta la confidenza che la strage di Portella era stata consumata dalla banda Giuliano».

D. R.«Informai del risultato delle mie indagini l’Ispettorato, come del resto informai tutti i miei superiori fino al Ministero dell’Interno».

A domanda del P. G., risponde:

«Operai per Portella in rappresentanza del comandante della Legione ed il Guarino in rappresentanza del questore».

D. R.«I nuclei dei carabinieri e di P.S. dipendevano direttamente dall’Ispettorato ed erano al comando del colonnello Paolantonio fino al dicembre 1948, epoca in cui lo sostituii io, restandovi fino a poco prima dello scioglimento dell’Ispettorato. L’Ispettorato poteva avvalersi anche della Legione dei carabinieri e della Questura. Chiarisco: i nuclei mobili dipendevano per disciplina e amministrazione dall’Arma territoriale dei carabinieri e per servizio dall’Ispettorato».

D. R.«Quando ritenni fosse il caso di esibire ai quattro cacciatori sequestrati delle fotografie, ne ebbi dal colonnello Paolantonio: erano fotografie non recenti tranne quella di Giuliano».

D. R.«Può darsi che l’Ispettorato sia venuto in prosieguo in possesso di altre fotografie».

Dopo di che il Presidente rinvia la prosecuzione del dibattimento all’udienza di domani 19.6.1951 ore 9,30.

3- Si dà atto che il teste Angrisani non viene licenziato. Richiamato il teste Ragusa Carmelo, sotto il vincolo del già prestato giuramento, a domanda risponde:

«Chiarisco quanto ho affermato nella dichiarazione da me resa giorni or sono nel modo seguente: io non andai la sera stessa del 1° maggio 1947 da solo a Portella. Appena avuta notizia dell’eccidio, mandai il mio plotone O.P. al comando del sergente mentre rimasi io in paese per organizzare i servizi sanitari e per comunicare l’accaduto ai miei superiori.

La sera stessa in compagnia del maggiore Angrisani e non so se in compagnia anche di un funzionario della questura, mi recai a Portella. Seppi che prima del nostro arrivo, erano arrivati anche dei CC. del nucleo mobile di San Giuseppe Jato che avevano rinvenuto dei bossoli, che consegnarono al maggiore Angrisani, o almeno così credo, essendo costui il più elevato in grado assistente alle operazioni».

D. R.«Quando ritornai il giorno successivo trovai i bossoli che risultano dalla mia relazione e credo che in questi siano compresi anche quelli rinvenuti dai CC. di San Giuseppe Jato».

D. R.«Ricordo di aver accompagnato il commissario Frascolla il 7 maggio a Portella. Io gli indicai i posti dove erano state da me rinvenute le postazioni».

Contestatogli che al f. 78, vol. A, risulterebbe che potrebbe trattarsi di bossoli diversi da quelli trovati da lui, il testimone risponde:

«Ritengo che il commissario Frascolla abbia voluto riferirsi a quegli stessi bossoli che erano stati già da me e dagli altri rinvenuti, poiché il Frascolla non si recò neppure a vedere le postazioni essendo restato sempre in mia compagnia. Anzi chiarisco salimmo fino ad un certo punto».

Contestatogli quanto risulta a f. 79, vol. A, in data 7.5.47, risponde:

«Trattasi degli stessi bossoli rinvenuti da me il giorno due, come può facilmente desumersi dalla rispondenza dei numeri e dal rinvenimento delle due ginocchiere di pelle di pecora».

D. R.«I bossoli sono stati lasciati in caserma ed affidati al maggiore Angrisani»..

D. R.«Il caricatore per fucile mitragliatore comprende 30 colpi, quello del modello 91 sei colpi. Il calibro è identico, cioè 6,05, come pure i bossoli. Dedussi la diversità delle armi da quelle dei caricatori»

D. R.«I mitra americani sono di calibro 9, quelli nostri di calibro 8. I caricatori del mitra nostro possono contenere 20 o 40 proiettili. Il caricatore resta nell’arma stessa, mentre i bossoli vanno espulsi».

D. R.«Per ricaricare il mitra o si impiega un nuovo caricatore o si ricarica quello usato».

A domanda dell’avv. Lanzetti, risponde:

D. R.«La sera del 30 aprile parlai col maresciallo Portera che comandava la stazione».

D. R.«Per andare a vedere tutte le postazioni bisognava andare verso l’alto, cosa difficile essendo le rocce molto lisce; dal che io arguii che coloro che vi salirono passarono dal sentiero di Strasatto».

D. R.«Chi da Portella va verso l’alto era visibile, mentre non lo era chi faceva la via opposta».

D. R.«Ogni postazione di armi o ogni mucchietto di bossoli rinvenuto dai miei soldati veniva da me controllato. Se nell’udienza precedente parlai di persone non è conseguenza di un equivoco nel senso che nulla posso dire sul numero di persone. Posso parlare solo di postazioni».

D. R.«Restai nella zona di Piana dal 12 gennaio al 20 luglio 1947».

D. R.«Non mi occupai mai di indagini intorno agli autori del delitto o ad eventuali mandanti».

A domanda dell’avv. Pittaluga, risponde:

D. R.«Per postazioni intendo riferirmi a questo fatto: dove trovavo tracce di bossoli in maggiore o minor numero ivi arguivo l’esistenza di un’arma. Parlando di postazioni o di tracce non potevo parlare di un bossolo soltanto ma di un certo numero di bossoli. Un bossolo solo poteva venire da dovunque».

A domanda del P. G., risponde:

«Ricordo di aver trovato 11 mucchietti di bossoli distanti l’uno dall’altro circa 5 metri, quindi lo spiegamento era della lunghezza di metri 55».

D. R.«Parlando di postazione di arma, intendo riferirmi ad arma in genere non ad arma unica».

D. R.«Parlando di mucchietto non intendo riferirmi a bossoli rinvenuti insieme, ma rinvenuti entro breve spazio».

A domanda dell’avv. Crisafulli, risponde:

D. R.«Pur confermando la circostanza della paglia, non posso precisare la distanza che vi era dal punto in cui essa si trovava alla strada a fondo valle che unisce Piana degli Albanesi a San Giuseppe Jato».

D. R.«Alle mie prime telefonate ai posti vicini coloro che mi ascoltavano rimasero un po’ sorpresi per l’entità dei danni che io comunicavo. Cosa che non avvenne a Palermo».

A domanda dell’avv. De Nichilo, risponde:

D. R.«Il fucile mitragliatore ha bisogno almeno di tre uomini: il portatore del fucile, della cassetta delle munizioni e di colui che porge le munizioni a chi spara. Ciò indipendentemente da quello che avviene nei reparti dell’esercito in cui vi è un’organizzazione diversa».

D. R.«Occorrono tre uomini sempre però il fucile mitragliatore può essere fatto funzionare da una persona sola la quale prende da sè le munizioni».

4 – Verbale di continuazione di dibattimento del 19.6.1951. D’ordine del Presidente introdotto il testimone Guarino Salvatore […]. Interrogato in merito ai fatti della causa, risponde:

«In questura pervenne la notizia dei fatti di Portella ed io ebbi incarico dal questore del tempo di interessarmi di tali fatti. A Piana degli Albanesi mi incontrai col maggiore Angrisani e di accordo procedemmo alle indagini necessarie. Procedemmo a circa 200 fermi senza trovare alcun filo che ci potesse condurre alla scoperta degli autori della strage. Dopo due o tre giorni avemmo la notizia che quattro cacciatori erano stati sequestrati da dodici persone che avevano preso parte alla strage.

Furono identificati i quattro cacciatori che furono da me accompagnati a Palermo ed interrogati da me e dal maggior Angrisani.

Furono agli stessi fatte vedere molte fotografie di persone appartenenti alla banda Giuliano, fotografie forniteci dall’Ispettorato generale di P.S.

In una fotografia che rappresentava un giovane a cavallo, fu riconosciuto dai quattro cacciatori colui che essi ritenevano fosse il capo. Essi non riconobbero nella fotografia Giuliano, ma solo colui che in quell’occasione faceva da capo.

Poiché il riconosciuto dai cacciatori era Giuliano, di ogni cosa ritenemmo opportuno prima informare l’Autorità giudiziaria perché procedesse all’interrogatorio dei quattro, onde non avessero a smentire ciò che avevano affermato, e poiché trattavasi di delitto consumato dalla banda Giuliano ogni cosa fu rimessa all’Ispettorato generale di P. S. che era stato istituito apposta per interessarsi dei delitti consumati da detta banda».

D. R.«Non ricordo adesso la ragione per cui la comunicazione all’A[utorità G[iudiziaria] fu data con rapporto 9.6.47, mentre le dichiarazioni dei quattro cacciatori furono raccolte nelle date 27, 28 e 29 maggio 1947».

D. R.«Andai a Piana il pomeriggio del 1° maggio, il Commissario Frascolla vi andò invece in servizio di ordine pubblico il 5 o 6 dello stesso mese».

D. R.«Mi consta che l’Ispettorato mandò sul posto squadriglie di carabinieri da esso dipendenti però l’Ispettorato ed io ed il maggioreAngrisani agivamo indipendentemente l’uno dall’altro.

D. R.«Le indagini furono poi eseguite dall’Ispettorato dopo che fu accertato che trattavasi di delitto consumato dalla banda Giuliano».

D. R.«Noi sapemmo che i quattro cacciatori erano stati fermati dagli individui che avevano sparato, poi dalle dichiarazioni dei cacciatori apprendemmo che detti individui erano dodici».

D. R.«Ricordo che uno dei cacciatori disse che mentre erano custoditi si accorse che sul monte Cometa vi erano delle persone e che, richiesto colui che li custodiva, ebbe la risposta che trattavasi di loro compagni. Non disse però che quelle persone che trovavansi sulla Cometa avessero o meno sparato».

D. R.«Essi parlarono di raffiche che avevano avuto origine dal posto in cui erano custoditi».

D. R.«Ci indicarono il posto in cui furono custoditi ed io ricordo di esservi andato forse anche in compagnia del maggiore Angrisani, cosa che non posso affermare con sicurezza».

D. R.«Dal posto indicato dai quattro cacciatori risultava visibile solo la parte più alta dei roccioni che costituivano il Pelavet».

D. R.«Mi pare di aver osservato anche i posti in cui furono trovati i mucchietti di bossoli: indicazione fattami dal tenente Ragusa».

D. R.«Dal posto in cui erano custoditi i quattro cacciatori non erano visibili neppure tutti i posti in cui furono trovati i mucchietti di bossoli dai quali si dedussero poi le postazioni delle armi».

A domanda del P. G., risponde:

«I rapporti che sono relativi al Marino, al Grigoli, all’Elia ed al Troia non furono da me redatti, né io detti informazioni di sorta non essendomi per nulla occupato di tale episodio».

D. R.«Fui informato mentre espletavo le mie indagini a Piana degli Albanesi, delle denunzie contro il Troia e gli altri. In quei paesi vi è l’abitudine di approfittare di ogni circostanza per andare contro i propri nemici. Così si spiega la denunzia contro Troia ed altri ed è per questo che io non detti importanza a tale denunzia».

A domanda dell’avv. Crisafulli, risponde:

«Mi pare, e credo che vi sia traccia in una delle dichiarazioni dei sequestrati, che uno di costoro disse di aver avuto intimato che, se richiesto da alcuno, avrebbe dovuto dire che ad operare erano in cinquecento. Ricordo anche di aver saputo da uno o più dei sequestrati che fu adoperata l’espressione “la terra la daranno adesso nelle corna ai comunisti” ».

A domanda del Presidente, risponde:

«Dopo essermi convinto che il delitto di Portella era stato consumato dalla banda Giuliano, non mi occupai di accertare se Giuliano avesse operato per conto proprio o per conto di altri. Accertato che trattavasi di delitto consumato dalla banda, non potevo operare altre indagini che erano di esclusiva competenza dell’Ispettorato».

D. R.«Giuliano e la sua banda costituivano il terrore di Montelepre e dei paesi vicini».

5Testimonianza di Stefano Frascolla, dirigente Commissariato compartimentale

D’ordine del Presidente introdotto il testimone Frascolla Stefano […]. Interrogato in merito ai fatti della causa, risponde:

«Il 1° maggio dopo il fatto di Portella fui inviato a Piana per ragioni di ordine pubblico. Il giorno sei mi recai a Palermo per riferire al questore sulle condizioni dell’O[rdine] P[ubblico] di Piana e sulle possibilità di rientrare in residenza date le condizioni rilevate. Mi si rimandò invece a Piana e mi si dette l’incarico di fare un sopralluogo a Portella. Già sapevo che ivi era stato il sottotenente Ragusa, che aveva accertato sette postazioni. Andai con Ragusa e con militari sul posto e poi incaricai altri militari di fare una perlustrazione a largo raggio sulla parte più alta della Pizzuta. Ritornati, i militari ci avvertirono di aver accertato altre tre postazioni, di cui una di mitragliatore Breda e di aver raccolto dei bossoli e due ginocchiere di pelle di capra».

D. R.«Mi pare di ricordare che i bossoli rinvenuti erano circa 180 e poiché il tenente Ragusa mi aveva detto di averne rinvenuti anche egli in precedenza, gli dissi di fare un unico verbale che comprendesse anche quelli da lui rinvenuti».

D. R.«Sullo stesso posto erano avvenuti diversi accertamenti da parte divari gruppi di polizia e mi risulta che ogni gruppo aveva rinvenuto dei bossoli. Tali bossoli a misura che venivano rinvenuti erano portati alla caserma di Piana e riuniti in un sacchetto».

D. R.«Se il sacchetto di bossoli non si trova alla caserma di Piana può darsi che sia stato preso dal plotone O. P.».

D. R.«Il mio rapporto in data 8.5.47 relativo al servizio di ricognizione eseguito a Portella della Ginestra lo corroborai con un rapporto a firma del sottotenente Ragusa e del brigadiere dei CC. Bianconi».

D. R.«Non mi occupai per nulla di indagini intorno al delitto di Portella».

6- Testimonianze di: maresciallo Giovanni Parrino, colonnello Alfredo Angrisani e capitano Carmelo Ragusa.

Richiamato il maresciallo Parrino Giovanni sotto il vincolo del prestato giuramento, risponde:

«Certamente i bossoli rinvenuti dal capitano Ragusa finirono nella caserma di Piana, però io non posso sapere dove poi furono inviati».

D. R.«Non posso precisare neppure se quelli rinvenuti dai CC. di San Giuseppe Jato furono trattenuti dagli stessi o inviati ad altro ufficio».

D. R.«San Giuseppe Jato e S. Cipirello dipendevano dalla Pretura di Piana degli Albanesi».

D. R.«Le stazioni dei CC. nelle vicinanze di Portella della Ginestra sono quelle di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato, S. Cipirello e Portella della Paglia. La più vicina è quella di Piana degli Albanesi».

D. R.«Ricordo di aver visto sul posto il maresciallo Calabrò, comandante la stazione di S. Cipirello, non posso precisare se vi fu anche quello di San Giuseppe Jato, e non mi pare neanche che vi fossero carabinieri di Portella della Paglia».

Il P. G. chiede che si accerti chi era al 1.5.47 il comandante la stazione CC. di S. Giuseppe Jato e quindi ne fu disposta la citazione con i poteri discrezionali. La Corte accoglie la richiesta del P. G. e dispone che, fatto l’accertamento richiesto, si citi il maresciallo comandante la stazione di San Giuseppe Jato per udienza da destinarsi. Richiamato il teste Angrisani Alfredo sotto il vincolo del già prestato giuramento, a domanda risponde:

«I bossoli di cui ho parlato anche ieri furono consegnati agli uffici giudiziari di Palermo unitamente al rapporto in data 14.5.1947».

A questo punto il Presidente da lettura del predetto rapporto che trovasi a f. 33, vol. A.

D. R.«Mi proposi anche di accertare lo scopo per cui Giuliano aveva compiuto l’azione di Portella, ma per avere notizie di ciò era necessario interrogare Giuliano e gli altri componenti della banda che avevano consumato il delitto. Di ciò informai i miei superiori con rapporto di cui già parlai ieri redatto a conclusione delle mie indagini».

A domanda dell’avv. Crisafulli, risponde:

«Durante la mia partecipazione all’Ispettorato di P. S., l’Ispettorato non si incaricò più delle indagini della strage di Portella poiché di ciò era stata già investita l’Autorità giudiziaria e l’Ispettorato se ne interessava solo su richiesta di questa ultima, cosa che a me sembra non vi fu».

Il difensore avv. Crisafulli chiede che sia richiesto al Comando Legione di Palermo il rapporto che il colonnello Angrisani fece a conclusione delle proprie indagini sul delitto di Portella della Ginestra. A questo il colonnello Angrisani chiarisce che egli mandò il rapporto sia al Comando di Legione che a quello di Brigata. Il P. G. non si oppone alla richiesta dell’avv. Crisafulli. I difensori delle parti si rimettono alla Corte. La Corte, poiché è utile avere il rapporto conclusivo delle indagini compiute dal colonnello Angrisani, ordina di richiedere al Comando di Brigata od al Comando Legione di Palermo il predetto rapporto. Interrogato il colonnello Angrisani risponde:

«È più facile avere il rapporto al Comando di Brigata».

Spontaneamente aggiunge:

«A completamento della dichiarazione fatta ieri posso affermare che il calibro del fucile mitragliatore Breda è lo stesso di quello del fucile mod. 91 e quindi si può affermare solo dell’uso dell’uno o dell’altra arma dall’esistenza dei caricatori che sono diversi».

A domanda dell’avv. Lanzetti, risponde:

«Non posso dire se a quell’epoca fosse Alto Commissario Selvaggi o Aldisio».

A domanda del P. G., risponde:

«Si può chiedere al Comando Legione di Palermo l’informazione per conoscere chi era il comandante la stazione dei CC. di San Giuseppe Jato all’epoca del 1.5.47».

Richiamato il teste Ragusa Carmelo sotto il vincolo del prestato giuramento, a domanda risponde:

«Sono più che sicuro affermando che furono da me individuate undici postazioni e ciò perché trovai undici mucchietti di bossoli. Manca nella mia relazione annessa alla dichiarazione testimoniale a f. 64 e 65, vol. D, la menzione delle altre sei postazioni che furono trovate più in basso. Anche queste postazioni furono individuate attraverso i bossoli».

D. R.«Non so chi fosse a quell’epoca il comandante dei CC. o del nucleo mobile dei CC. di San Giuseppe Jato».

D. R.«Il rapporto intorno al rinvenimento dei bossoli fu unico, il Frascolla non arrivò fino alle postazioni in alto».

Si dà atto che i seguenti testi trattenuti a disposizione della Corte vengono in data odierna licenziati: Parrino Giovanni, Angrisani Alfredo, Guarino Salvatore, Ragusa Carmelo, Frascolla Stefano.

7-Testimonianze di: Francesco Cuccia, Nunzio Borruso e Domenico Acquaviva

D’ordine del Presidente introdotto il testimone Cuccia Francesco, […]. Interrogato in merito ai fatti della causa, risponde conforme alle deposizioni a f. 404, vol. D, modificando:

«Vidi i quattro cacciatori con i fucili, mi pare che con loro avessero anche i cani. Non ricordo però se avessero anche il furetto».

D. R.«Mi domandarono se vi erano dei conigli e dissi loro che ve ne erano molti e diedi loro anche della ricotta».

D. R.«Li rividi dopo un certo tempo; essi andavano scappando e piangevano. Mi dissero che vi era stato un macello. Mi accorsi che molte persone fuggivano verso San Giuseppe Jato».

D. R.«Dal posto dove mi trovavo non vedevo le persone che si indirizzavano verso Piana degli Albanesi, essendoci in mezzo la montagna. Mi avviai verso la strada che congiunge San Giuseppe Jato con Piana degli Albanesi, perché sapevo che fra i convenuti a Portella vi erano anche i miei genitori e desideravo accertarmi se ad essi era capitato nulla. Andando verso il luogo della festa incontrai il Parrino, il quale mi chiese se avessi visto qualcuno ed io gli risposi negativamente».

D. R.«Oltre i quattro cacciatori non vidi passare altre persone né sentii sparare».

D. R.«Non fui tra i fermati. Quando rividi i quattro cacciatori per la seconda volta essi erano armati».

A domanda del P. G., risponde:

«Prima dei quattro cacciatori non ho visto passare persone».

D. R.«Non conosco Acquaviva Damiano e non posso dire di averlo visto in quel giorno in contrada Frassino».

A domanda del Presidente, risponde:

D. R.«Conosco la contrada Presto che è al di là della contrada Portella della Paglia».

D. R.«Restai sul luogo dove era la riunione per circa mezz’ora e poi ritornai alla contrada Muletta».

A domanda del P. G., risponde:

D. R.«Non conoscevo per nulla Busellini».

8- D’ordine del Presidente introdotto il testimone Borruso Nunzio […] Interrogato in merito ai fatti della causa, risponde conforme alla deposizione resa a f. 267, vol. D, aggiungendo:

«Non solo vidi i tre di cui ho parlato sulla Cometa, ma vidi altre otto o nove persone sulla Pizzuta che si avviavano verso Palermo».

D. R.«Sono sicuro nell’affermare che si sparò anche dalla Cometa».

D. R.«Non mi trovai quel giorno a Portella col cavallo ma con la bicicletta. Il Borruso di cui V. S. mi parla può essere Alberto, che attualmente credo si trovi verso Siena».

D. R.«Insisto nell’affermare di aver visto pure sparare dalla Cometa».

D. R.«Appena giunsi a San Giuseppe Jato mi recai alla caserma dei carabinieri per informarli di quanto era avvenuto».

D. R.«Le persone che vidi sulla Pizzuta andavano verso la montagna e poi potevano andare verso lo stradale che porta a Palermo».

9- D’ordine del Presidente introdotto Acquaviva Domenico […]. Interrogato in merito ai fatti della causa risponde conforme alle deposizioni rese ai f. 39 e 40, vol. G. Constestato all’imputato che Busellini Giuseppe a f. 38, v. G, afferma che egli Acquaviva dovette trovarsi ad una distanza non superiore ad ottanta metri, risponde:

«Effettivamente mi trovavo a circa 10 metri dal pozzetto e le persone passarono lungo il confine che c’era tra una zona coltivata a frumento ed una non coltivata».

D. R.«Il pozzetto trovavasi nella zona coltivata a frumento, di modo che dal confine tra le due zone predette vi è il pozzetto ed io mi trovavo a 10 metri dal pozzetto».

D. R.«Qualcuna di quelle persone portava sulle spalle un pastrano o uno scialle, ma non notai alcunché di rilevante portato sulle spalle di alcuno».

D. R.«Non mi accorsi che alcuna delle dodici persone portasse un impermeabile».

D. R.«Alla contrada Presto si poteva pervenire provenendo da Portella della Ginestra».

D. R.«Tra lo sparo da me avvertito e il passaggio delle undici o dodici persone vi fu un distacco di un’ora o un’ora e mezzo».

D. R.«Non fui mai a Portella e quindi non posso dire quanto tempo occorre per andare da Presto a detta contrada».

D. R.«Superata contrada Maggiore Cassaro si poteva arrivare a contrada Pioppo e poi a San Giuseppe Jato».

D. R.«Pur avendo avvertiti i colpi sparati, non posso dire se durarono un quarto d’ora o più».

D. R.«Non avevo orologio: indicai le ore 13.00 come ora di passaggio dei dodici tenendo conto del momento in cui avevo fatto colazione».

D. R.«Abito ad Altofonte. La mattina del primo maggio non vidi passare il campiere Busellini».

D. R.«Non so dove gli undici incontrarono Busellini, la contrada Presto non è tutta in pianura, vi sono degli avvallamenti e del terreno rialzato».

D. R.«Conoscevo bene Busellini perché egli era anche campiere della mia proprietà in contrada Presto».

10- Testimonianze di: Giuseppe Di Lorenzo, Angelo Rumore, Damiano Riolo, e Cuccia Filippo

D’ordine del Presidente introdotto il testimone Di Lorenzo Giuseppe […]. Interrogato in merito ai fatti della causa, risponde conforme alla deposizione resa a f. 36, vol. D, aggiungendo:

«Sono sicuro nell’affermare di aver visto sulla Cometa una persona all’impiedi. Non posso dire di avere visto altre persone nascoste tra le pietre o [tra] la vegetazione».

D. R.«Io supposi che anche dalla Cometa si sparò in quell’occasione, avendo riscontrato sul podio da cui parlava lo Schirò delle tracce nere lasciate da proiettili passati sul podio».

D. R.«Sotto il podio vidi un ferito che poi morì a Piana degli Albanesi. Ebbi così occasione di guardare il podio e mi accorsi che su di esso vi erano delle tracce di nero».

D. R.«Non ricordo se le tracce di nero fossero più o meno lunghe».

D. R.«Restai sul posto fino a tre quarti d’ora dopo cessata la sparatoria, la folla si era dispersa e sul posto erano rimasti solo i parenti dei feriti e qualche altra persona. Mi accorsi che la persona da me vista sulla Cometa ivi restò fino a che io non mi allontanai verso San Giuseppe Jato».

D. R.«Non potetti vedere se quella persona si allontanò verso San Giuseppe Jato perché, temendo di fare qualche altro incontro, io preferiifare la strada provinciale Palermo-San Giuseppe Jato. Arrivai alla strada provinciale Palermo-San Giuseppe Jato attraversando quella che da Portella della Ginestra porta alle case della Ginestra».

D. R.«Con me erano mio fratello, mio nipote e certo Maniscalco».

D. R.«Per arrivare alla stessa strada Palermo-San Giuseppe Jato chi si trova sulla Pizzuta può fare strada diversa da quella che feci io, essendovi dei viottoli».

D. R.«Un poco prima che raggiungessi San Giuseppe Jato incontrai una pattuglia di carabinieri dello stesso paese che andava verso Portella della Ginestra essendo giunta ad essi la notizia della strage».

D. R.«La pattuglia era comandata da un maresciallo».

D. R.«Ritengo di essere arrivato a San Giuseppe Jato tra le 12,30 o 13.00. Erano arrivati in paese già i primi feriti avviati poi a Palermo. Altri dovevano arrivare».

D. R.«Lungo la strada provinciale incontrai un carro su cui vi era un ferito».

D. R.«Non posso dire quanto tempo prima che io arrivassi, i primi feriti furono avviati a Palermo».

D. R.«Fra San Giuseppe Jato e Monreale vi è la distanza di circa 22 km.».

D. R.«Non sono sicuro ma posso dire di ricordare che i feriti furono portati a Palermo con autopullman».

D. R.«A San Giuseppe Jato non vi sono autoambulanze, ma se per l’occasione ne venne qualcuna da fuori non lo so».

A domanda del P. G., risponde:

D. R.«Nulla posso dire sull’atteggiamento dell’uomo da me visto sulla Cometa perché la distanza me ne impediva l’accertamento».

A domanda dell’avv. Tirasacchi, risponde:

D. R.«Fino a quando io fui sul posto, vidi l’uomo presente sulla Cometa».

D. R.«Sul podio vi era soltanto lo Schirò che parlava ed attorno tutte le persone che affollavano la zona».

D. R.«Posso dire che sulle pietre che formavano il podio io vidi delle macchie che ritenni causate da proiettili».

D. R.«Le pietre su cui rilevai le tracce di proiettili guardavano verso il lato della Cometa».

D. R.«Non mi consta se le dette macchie provenissero da altre cose».

D. R.«Non sentii suono di sirena».

A domanda dell’avv. Fiore per sapere chi fosse la donna che riferì quello che altra donna a lui disse il 1° maggio, risponde:

«Non lo so».

11- D’ordine del Presidente introdotto il testimone Rumore Angelo […] Interrogato in merito ai fatti della causa, risponde conforme alla deposizione resa a f. 22, vol. A:

«Mi accorsi che alcuno, che faceva parte del 2° o del 3° gruppo, portava sulla spalla una qualcosa che luccicava che non so dire cosa fosse».

D. R.«Non posso dire di aver visto qualcuno che portava qualcosa avvolta in una coperta».

D. R.«Dopo il passaggio delle dodici persone, guardando sulla Pizzuta vidi al pascolo delle pecore e delle giumente, ma non vidi delle persone».

Contestatogli che a f. 213 retro, v. D, egli afferma di aver visto tre persone, risponde:

«A me pare di non aver detto ciò al magistrato».

D. R.«Seguendo la via che facevano i dodici, essi sarebbero andati a sboccare sullo stradale di Palermo»

D. R.«Non ricordo di che colore fossero le macchine».

D. R.«I due automezzi da me notati era[no] due autovetture».

D. R.«Non posso precisare il tempo trascorso tra la fine della sparatoria ed il passaggio delle macchine, la sparatoria durò circa tre quarti d’ora».

D. R.«Da quando le dodici persone scomparvero alla nostra vista al passaggio delle macchine, credo che possano essere passati circa 10 minuti».

D. R.«Dal punto in cui noi non vedemmo più le dodici persone al punto in cui furono viste le macchine, vi sarà una distanza da duecento a trecentometri, ma ciò secondo il mio criterio».

D. R.«Dopo la sparatoria e dopo aver visto quello che ho già detto, mi avviai verso San Giuseppe Jato, gli altri vennero dopo».

A domanda del P. G., risponde:

«Non posso dire in che modo portassero le armi».

D. R.«Mi accorsi che i dodici portavano armi avendo visto sulle loro spalle luccicare qualcosa».

D. R.«I colpi sparati mi parve provenissero da fucile mitragliatore, certamente non trattavasi di pistola o di fucile comune».

A domanda del Presidente, risponde:

D. R.« Non posso dire se le dodici persone potevano andare verso il feudo Strasatto, che so esiste, ma che non conosco bene».

Si dà lettura del verbale di ricognizione a f. 65 retro, v. A. Si dà lettura, sull’accordo delle parti, delle dichiarazioni rese dal teste Caiola Calogero durante la ricognizione. A questo il P. G. chiede che, per l’accertamento completo della situazione dei luoghi, sia fatto presentare il teste Rumore insieme col Belloni all’accesso che la Corte ha già disposto per il giorno 3 luglio a Portella. Le parti nulla osservano. La Corte dispone in conformità. Si dà atto che il teste Rumore viene diffidato a presentarsi senza ulteriore avviso o citazione a Portella della Ginestra il giorno 3 luglio 1951 alle ore otto.

12- D’ordine del Presidente introdotto il testimone Riolo Damiano […] Interrogato in merito ai fatti della causa, risponde conforme alla deposizione resa a f. 401, vol. D, e ff. 162 e 44, vol. A.

D. R.«Chi sta sullo stradale San Giuseppe Jato-Piana degli Albanesi e precisamente chi sta sulle vicinanze del podio da dove parlò lo Schirò, non aveva la possibilità di vedere il posto dove erano a pascolare le vacche o le pecore, perché fra i due posti vi sono delle colline che impediscono la visibilità».

D. R.«L’abbeveratoio Frassino, nelle cui vicinanze si trovavano i nostri animali, è dal lato opposto allo stradale San Giuseppe Jato-Piana degli Albanesi».

D. R.«Non so dove si trovi l’ex feudo Strasatto e l’altro Maggiore Cassaro».

D. R.«Non conosco né Acquaviva Domenico né Arrigo Giovanni, né i Lucia».

D. R.«Oltre i quattro cacciatori non ho visto passare altre persone, né vidi altre persone andare verso Portella della Ginestra».

D. R.«Quel giorno il nostro gregge era composto da 80 o 100 pecore, 4vacche e 2 o 3 cavalli, i quali animali pascolavano tutti insieme poco sotto l’abbeveratoio verso Piana degli Albanesi».

D. R.«Intesi sparare i colpi soltanto dal lato di Piana degli Albanesi».

A domanda del P. G., risponde:

D. R.«Non conosco la contrada Presto».

13- D’ordine del Presidente introdotto il testimone Cuccia Filippo […] Interrogato in merito ai fatti della causa risponde conforme alla deposizione resa a f. 403, vol. D.

D. R.«Le mie pecore, come quelle del Riolo Damiano, si trovavano al di sotto dell’abbeveratoio Frassino e non erano visibili da chi stava a Portella, dove aveva luogo il comizio, perché di mezzo vi era la Pizzuta».

D. R.«I quattro provenivano da Portella e riferirono quello che ivi era avvenuto».

D. R.«Essi nulla riferirono intorno al loro sequestro».

D. R.«Nessun altra persona vidi passare da quel posto».

D. R.«Conosco la contrada Presto e l’ex feudo Strasatto».

D. R.«Per arrivare dall’abbeveratoio Frassino alla contrada Presto ci vuole almeno un’ora».

D. R.«Non conosco Acquaviva Domenico ed Arrigo Giovanni».

D. R.«Il feudo Ginestra confina col feudo Strasatto».

D. R.«Dopo il feudo Strasatto vi è il feudo Maggiore Cassaro».

Dopo di che il Presidente rinvia la prosecuzione del dibattimento all’udienza di domani 26.6.1951 ore 9,30. Si dà atto che il teste Rumore non viene licenziato.

CIRCOLO DI CORTE DI ASSISE DI VITERBO

Sezione della Corte di Appello di Roma

in funzione di Corte di Assise

14- Verbale di continuazione del dibattimento del 26.6.1951, ore 9,30 in Viterbo nella sala delle pubbliche udienze della Corte di Assise. Allo scopo di proseguire il dibattimento rinviato ad oggi con provvedimento presidenziale del 25 giugno 1951 contro Giuliano Salvatore ed altri imputati come da verbale di udienza del 9 aprile 1951. Dopo che i carabinieri si sono disposti alla custodia degli ingressi interni della sala. Si dà atto che oltre i testi presenti ieri e non escussi sono presenti: Giannangeli Giorgio.

Richiamato il teste Rumore Angelo, sotto il vincolo del già prestato giuramento, a domanda risponde:

«Posso indicare con precisione il posto in cui io mi trovavo con Caiola, Baio, Randazzo e la donna. Ci trovavamo nel feudo Ginestra in un posto che ha la denominazione Caramoli che è più vicino a San Giuseppe Jato. Non posso indicare la distanza di Caramoli da San Giuseppe Jato».

D. R. «Io arguii che i dodici da me visti fossero tutti armati dal lucicchio delle armi».

D. R. «Non ricordo se tutte le dodici persone da me viste ivi indossavano la giacca».

D. R. «Non posso dire se alcuna delle stesse persone portasse un tascapane».

D. R. «Conosco l’abbeveratoio così detto di Frascino, anzi conosco un abbeveratoio detto della Pizzuta che non so se sia lo stesso dell’abbeveratoio Frassino. Quello che dico io è situato di fronte a San Giuseppe Jato».

D. R. «Dal posto in cui ci trovavamo noi quattro l’abbeveratoio non era visibile».

D. R. «Non conosco una contrada Lo Presti che potrebbe essere la stessa cosa di contrada Presto».

D. R. «La direzione dei dodici non poteva portarli all’abbeveratoio, perché se ivi avessero voluto indirizzarsi dovevano ritornare indietro».

D. R. «Non vidi alcuno dei dodici portare una cassetta di munizioni».

D. R. «Nulla so dell’attuale dimora della Roccia».

D. R. «Vi è un viottolo che mette in comunicazione la Pizzuta con l’abbeveratoio Frascino, ma detto viottolo è del tutto diverso dalla strada su cui camminavano i dodici che io vidi».

D. R. «Non so dove quella pista dell’abbeveratoio Frascino possa portare».

15- A questo punto l’imputato Pisciotta Francesco chiede di parlare e dichiara:

«Da Terranova Antonino, detto Cacaova, mi furono fatti i nomi dei partecipati alla strage di Portella, che sono i seguenti: Genovese Giuseppe, Cucinella Giuseppe, Sapienza Giuseppe di Francesco, Ferreri Salvatore, detto Fra’ Diavolo, i fratelli Pianello, uno di Monreale di cui non ricordo il nome, Licari Pietro attualmente detenuto in altro carcere, Giuliano Salvatore.

D. R. «Non ricordo altri nomi fattimi dal Terranova, il quale potrebbe benissimo ricordarli e riferirli alla Corte».

D. R. «Se vi fosse stato qualcuno della squadra Terranova ne avremmo senz’altro fatto i nomi».

D. R. «Le suddette dichiarazioni il Terranova mi fece mentre eravamo detenuti insieme. Anche prima della detenzione, sapendo che il Terranovaera in continuo contatto col Giuliano, insistetti presso di lui perché riferisse a Giuliano che fra i detenuti vi erano innocenti mio fratello Vincenzo ed altri. Il Terranova mi promise sempre che ne avrebbe parlato a Giuliano riferendomi che aveva fiducia in lui».

D. R. «Il Terranova sempre mi promise che avrebbe fatto lui le dichiarazioni che ho fatto ora io, ma poiché egli fino a questo momento non si è deciso a parlare mi sono deciso io».

D. R. «Anche poco fa ho insistito presso il Terranova perché parlasse dei fatti di Portella, ma invano».

A domanda dell’avv. Morvidi, risponde:

«Il Terranova diceva di aver saputo da Giuliano che egli si era determinato a compiere il delitto di Portella della Ginestra perché gli era stata promessa la libertà per tutti, però non mi fece i nomi di coloro i quali gli avrebbero fatto la promessa».

16- Il detenuto Pisciotta viene restituito nella gabbia e viene chiamato il detenuto Terranova Antonino fu Giuseppe. Si dà atto che, appena rientrato nella gabbia il Pisciotta Francesco, si determina un tumulto fra i detenuti della gabbia grande, che viene immediatamente sedato dall’intervento dei carabinieri. Il Presidente in seguito a ciò dispone che a tutti i detenuti, indistintamente, siano applicati i ferri e, dopo aver sospesa per circa 15 minuti l’udienza, ordina proseguirsi oltre nel dibattimento. Ripresa l’udienza il detenuto Genovese Giovanni chiede di allontanarsi dall’aula perché, essendo ferito ad un orecchio, intende farsi sottoporre ad opportune medicature. Dichiara di consentire che il dibattimento prosegua in sua assenza. Il Presidente autorizza il predetto Genovese ad allontanarsi per sottoporsi ai necessari medicamenti.

A questo [punto] l’avv. Soria chiede la parola e, prima che inizi a parlare, l’imputato Genovese Giovanni dichiara di rinunziare ad allontanarsi dall’aula per farsi medicare l’orecchio e di voler assistere alla prosecuzione del dibattimento. Avuta la parola, l’avvocato Soria, in relazione a quanto è avvenuto poco fa, dichiara che ieri, dopo che il Presidente ebbe data lettura degli atti pervenuti dal Comando della VI Brigata dei carabinieri di Palermo, l’avv. Crisafulli chiese che fosse accertata la ragione per cui non era stata trasmessa all’Autorità giudiziaria competente la copia del rapporto conclusivo del maggiore Angrisani del 20.6.1947. Su tale richiesta egli, avv. Soria, fece dichiarazione di remissione alla giustizia della Corte. Dopo il provvedimento di riserva della Corte sulle richieste dell’avv. Crisafulli, quest’ultimo si avvicinò alla gabbia degli imputati e disse all’imputato Terranova Antonino di Giuseppe: “Vedi, l’avv. Soria si oppone ad ogni mia richiesta”. Al che il Terranova rispose: -adesso mi alzo e parlo-Replicò ancora l’avv. Crisafulli: “Oggi verrò alle carceri e parlerò”. Ritiene pertanto egli, avv. Soria, che quanto è avvenuto oggi sia conseguenza di un’ organizzazione del discorso di ieri. L’avv. Crisafulli dichiara di non aver nulla da replicare per l’onore della toga a quanto l’avv. Soria ha dichiarato e fa presente che è sua abitudine conferire quasi giornalmente con i propri clienti e di dare agli stessi quei consigli che la sua coscienza gli detta; della qualcosa deve rispondere solo a se stesso ed alla fiducia che i clienti hanno in lui.

A seguito delle dichiarazioni dell’imputato Pisciotta Francesco, l’avv. Crisafulli rinunzia alla difesa dell’imputato Cucinella Giuseppe. Il Presidente affida la difesa di ufficio dell’imputato Cucinella Giuseppe all’avv. Di Nichilo Francesco, il quale dichiara di accettarla fino a quando lo stesso Cucinella non abbia provveduto a nominare un difensore di fiducia.

17-Richiamato l’imputato Terranova Antonino fu Giuseppe.

D. R. «I partecipanti alla strage di Portella della Ginestra furono: Giuliano Salvatore, Ferreri Salvatore, fratelli Pianello, Passatempo Giuseppe, Badalamenti Francesco, Pecoraro Salvatore da Monreale, Genovese Giuseppe, Cucinella Giuseppe, Sapienza Giuseppe di Francesco e Licari Pietro. Aggiungo che ciò appresi oltre che da Giuliano anche da Genovesi Giovanni, il quale non andò a Portella della Ginestra ma fece occupare il suo posto da Sapienza Giuseppe di Francesco abusando dell’ingenuità di costui, il quale fino a quando non arrivò a Portella non sapeva neppure dove si sarebbe andato».

D. R. «Io tacqui sempre quanto mi risultava intorno a tali persone e promisi a tutti di starsene quieti perché al momento opportuno ne avrei assunto la difesa».

D. R. «Il Pisciotta Francesco anche quando eravamo liberi, mi disse sempre di riferire quanto a me ed a lui risultava. Io mai mi determinai a fare i nomi, ma di fronte alle dichiarazioni fatte stamani dal Pisciotta Francesco, anch’io mi sono deciso a parlare anche perché mi sono accorto che nessunoaveva la volontà di farlo».

D. R. «Delle persone da me indicate sono ancora vivi: Cucinella Giuseppe,il Licari detenuto per altri fatti, Giuseppe Sapienza di Francesco e Genovese Giuseppe, mentre tutti gli altri sono morti».

D. R. «Non posso spiegare la missione per cui mi recai con la mia squadra a Balletto perché se ciò dicessi potrebbe derivarmi pregiudizio qualora io potessi, quando che sia, essere restituito alla libertà».

D. R. «Io indicai anche Genovese Giovanni all’inizio del dibattimento per colui che poteva riferire quanto gli constava intorno ai mandanti, poiché mi risultava che Giuliano si era incontrato con l’on. Marchesano in casa del Genovese, lui presente, e che in casa dello stesso doveva essere installata la radio trasmittente per conto di Giuliano, dalla quale lo stesso Giuliano doveva comunicare quello che era contenuto in un suo proclama. Alla qual cosa il Genovese si oppose per timore che i carabinieri avessero potuto sorprendere la trasmissione e potesse avere dei guai».

D. R. «Noi potevamo conferire con Giuliano attraverso le radio trasmittenti usando parole di linguaggio scuro. Dette radio avevano la capacità per un raggio di 100 km.

Spontaneamente aggiunge:

«Il maresciallo Calandra mi interrogò anche sui mandanti ed io gli raccontai che Giuliano si era incontrato una volta col Re ed un’altra volta col principe D’Orleans. Feci tali nomi per far credere che non sapessi niente. Intesi il maresciallo Calandra- il quale mi aveva rilevato se facendo il nome D’Orleans intendevo parlare del principe Alliata- dire ad un signore che io conoscevo come dottore, ma che poi seppi essere il colonnello Paolantonio, che Genovese Giovanni aveva dichiarato che Giuliano si era incontrato col principe Alliata in un casolare che sembrava pieno di fieno, ma che spostando questo vi era dietro un vuoto dove essi parlavano quando erano in vista i carabinieri».

D. R. «Che sotto la veste del dottore vi fosse il colonnello Paolantonio lo appresi da alcuni carabinieri, i quali, anche me presente, chiamavano detto dottore anche colonnello».

D. R. «Nulla appresi mai da Giuliano di coloro che parteciparono agli assalti alle sedi comuniste».

A domanda dell’avv. Morvidi, risponde:

D. R. «Non posso dire da chi fu fornita la radio trasmittente che doveva essere installata nella casa di Genovese Giovanni. Le quattro radio piccole vennero dall’America ma non so da chi furono fornite. Di esse una era in possesso della mia squadra, una della squadra di Passatempo Giuseppe, una di quella di Giuliano e la quarta poteva essere in possesso di Cucinella Giuseppe od altri essendo Giuliano in contatto con molti latitanti».

D. R. «Non so se Cucinella Giuseppe ebbe avuto una squadra da lui comandata».

D. R. «Null’altro ho da dire, salvo che non abbia dimenticato qualcosa».

A domanda dell’avv. Morvidi, risponde:

«È vero che parlai dell’Alliata, del Marchesano, del Cusumano e del Mattarella come mandanti del delitto di Portella, ma oggi parlo dell’Alliata e del Marchesano soltanto perché ho avuto attraverso Genovese Giovanni la prova per Marchesano ed appresi nella caserma dei CC. quello che ho riferito per Alliata. Per gli altri due non ho nessuna prova».

A domanda del P. G., risponde:

«Nelle udienze precedenti non parlai mai degli esecutori materiali del delitto di Portella perché non mi ero deciso a parlare, oggi invece che mi sono deciso ne ho fatto i nomi».

Contestatogli che nella dichiarazione a f. 34, v. T, come esecutori materiali del delitto di Portella indicò soltanto: Giuliano Salvatore, Ferreri, i fratelli Passatempo e Pisciotta Gaspare, risponde:

«Feci i nomi di alcuni morti, di tre soltanto vivi cioè Giuliano, Pisciotta Gaspare e Passatempo Salvatore per chiamare questi ultimi in solidarietà e dei primi per far credere al giudice che dicevo la verità».

D. R. «Omisi di indicare i fratelli Pianello perché non mi interessava tanto indicare i nomi dei morti».

D. R. «Del Licari non parlai perché allora non ero deciso a parlare e così pure per il Pecoraro».

Contestatogli che Genovese Giovanni nulla disse intorno agli autori della strage di Portella, risponde:

«Quando arrivai dall’Algeria fui posto all’ottava sezione del carcere di Palermo. Ivi appresi dagli scopini ed altri addetti al carcere che Genovese Giovanni aveva fatto dei nomi ed io perciò mi decisi a fare i nomi di alcuni».

18- L’imputato Sapienza Giuseppe di Francesco chiede di parlare.

D. R. «Ho inteso che tanto Pisciotta Francesco quanto Terranova Cacaova mi hanno accusato di aver preso parte alla strage di Portella. Non so come essi abbiano appreso tale mia partecipazione, né so spiegarmi le ragioni per cui essi mi hanno accusato. Non ho che riportarmi all’interrogatorio che resi al giudice Mauro quando fui da lui interrogato. Ripeto conosco il Pisciotta ed il Terranova come compaesani e non per quello che mi hanno attribuito».

D. R. «Conosco Genovese Giovanni come compaesano, sono pastore e non fui mai alle sue dipendenze. Custodivo la mandria di mio padre composta di 70 o 80 pecore»

D. R. «Non ho avuto mai alcun rapporto con Genovese Giovanni, né ho ragioni di inimicizia col Terranova ed il Pisciotta».

A domanda del P. G., risponde:

«Dal tempo della mia detenzione fino ad oggi; mai intesi parlare di un’accusa che mi si sarebbe dovuta fare».

A questo punto l’imputato Terranova Antonino fu Giuseppe chiede di sapere se Sapienza Giuseppe di Francesco rese qualche dichiarazione ai carabinieri. Richiamato il maresciallo Calandra che trovasi in aula, sotto il vincolo del già prestato giuramento a domanda risponde:

«Il Sapienza Giuseppe di Francesco fu arrestato quando già il rapporto era stato inviato all’Autorità giudiziaria. Noi ci limitammo a notificargli il mandato di cattura per la strage di Portella ed a consegnarlo al giudice».

Richiamato Sapienza Giuseppe di Francesco a domanda risponde:

«Non resi alcuna dichiarazione ai carabinieri pur essendo stato domandato se avessi preso parte ai fatti di Portella, alla quale domanda risposi negativamente»

D. R. «È vero che dissi al giudice che non confermavo quanto avevo detto ai carabinieri, avendo subìto delle violenze, ma non dissi perché avevo sentitoparlare da tutti di violenze loro usate dai carabinieri ed anch’io seguii la corrente. Debbo dire che Giuliano non aveva bisogno di noi per sparare alla Ginestra, io allora avevo 21 anni e Giuliano non avrebbe avuto verso di me confidenza di sorta fino ad invitarmi a sparare a Portella della Ginestra.

Il Terranova (Cacaova) spontaneamente aggiunge:

“Lo stesso Giuliano si interessò a far stracciare la dichiarazione resa dal Sapienza Giuseppe di Francesco ai carabinieri; ciò appresi dallo stesso Giuliano”.

A domanda del P. G.:

«Nessuna meraviglia deve destare il fatto che, non avendo io partecipato all’azione di Portella, Giuliano mi manifestò i nomi dei partecipanti all’azione stessa. Giuliano era molto riservato, però quando si decideva a parlare lo faceva ed infatti ciò fece in occasione del mio richiamo sulla necessità di far conoscere che vi erano degli innocenti; cosa che egli già sapeva, solamente io mi limitavo a ricordargli la circostanza»

D. R. «Mi consta che anche gli assalti alle sedi comuniste furono opera di Giuliano e quindi penso che agli stessi parteciparono uomini della sua banda».

A domanda del P. G. Cherubini, risponde:

«Non conosco il contenuto del verbale che poco fa ho detto essere stato stracciato. Giuliano mi disse che uno di coloro che avevano partecipato al delitto di Portella, e cioè Sapienza Giuseppe di Francesco, era stato arrestato ed aveva parlato; aggiungendomi che si era interessato perché il verbale reso dal Sapienza non giungesse all’autorità giudiziaria».

D. R. «Non mi disse se il mancato arrivo all’autorità di detto verbale avesse ottenuto per sborso di denaro o per amicizia».

D. R. «So che il primo ad essere arrestato fu il Gaglio, però costui non disse la verità e perciò Giuliano non se ne interessò».

A questo punto il Presidente avvalendosi dei poteri concessigli dall’art. 442 c. p.p., ordina l’allontanamento provvisorio dall’aula dei seguenti imputati: Gaglio Francesco, Sapienza Vincenzo, Sapienza Giuseppe di Tommaso, Tinervia Giuseppe, Tinervia Francesco, Pretti Domenico, Terranova Antonino di Salvatore, Ruffo Antonino, Musso Gioacchino, Pisciotta Vincenzo. Dopo di che interrogato il Terranova (Cacaova), risponde:

«Del resto, che il Gaglio non abbia detto la verità si può desumere dal fatto che egli non porta fra i presenti a Portella né il Licari, né Sapienza Giuseppe di Francesco, dei quali invece io ho avuto notizia da Giuliano come partecipanti al delitto di Portella».

19- Richiamato nell’aula Buffa Antonino, a domanda risponde:

«Non conobbi mai il Licari, né il Ferreri, né il Fra’ Diavolo, quantunque si tratti dello stesso Ferreri».

D. R. «Conoscevo i fratelli Pianello ma mai ebbi contatto con essi».

Richiamato nell’aula Musso Gioacchino, a domanda risponde:

«Non ho mai conosciuto Licari anche perché abitavo a Partinico ed ero giunto a Montelepre pochi mesi prima di Portella».

D. R. «Mai intesi parlare di Ferreri detto Fra’ Diavolo, né conobbi mai un tale dal nome Pecoraro».

D. R. «Avevo visto qualche volta i fratelli Pianello Giuseppe e Pianello Fedele conosciuto come Fifiddu».

Interrogato il Terranova (Cacaova), a domanda risponde:

«Licari abitava a Montelepre».

Richiamato nell’aula Tinervia Francesco, a domanda risponde:

«Mai conobbi certo Licari».

D. R. «Conoscevo i fratelli Pianello, come conoscevo tutti gli abitanti di Montelepre, ma non avevo confidenza con loro».

D. R. «Mio padre mi avrà parlato dei diavoli che sono all’inferno e non di quelli che sono in terra».

Spontaneamente aggiunge:

«Se ci ritenete colpevoli condannateci, però in caso di condanna qui sarà fatta un’altra strage come fu fatta a Portella così vi saranno famiglie che piangono per i morti e famiglie che piangono per i vivi.

Richiamato nell’aula Sapienza Giuseppe di Tommaso, a domanda risponde:

«Mai conobbi Licari, i fratelli Pianello, Fra Diavolo e Pecoraro».

Richiamato nell’aula Sapienza Vincenzo di Tommaso, a domanda risponde:

«Conoscevo bene il Licari Pietro perché frequentava contrada Parrini ove mio padre aveva dei terreni coltivati a limoni. Lo vidi anche qualche volta in paese».

D. R. «Conoscevo i fratelli Pianello nella casa dei quali una volta andai a lavorare come manovale con mio zio che era muratore».

D. R. «Non conobbi mai né Fra’ Diavolo, né Pecoraro. Continuo a protestare la mia innocenza per il fatto di Portella».

Richiamato nell’aula Terranova Antonino di Salvatore, a domanda risponde:

«Ebbi occasione di conoscere solo i fratelli Pianello poiché fino al ‘47 circolavano in paese, ma non sapevo che erano banditi».

D. R. «Non conobbi mai né Pecoraro, né Licari, né Fra’ Diavolo».

Richiamato nell’aula Pretti Domenico, a domanda risponde:

«Conosco Licari e i fratelli Pianello come paesani, non conobbi mai Fra’ Diavolo, né Pecoraro».

D. R. «Conobbi Licari perché io portavo gli animali nella contrada Parrini ed egli abitava in quella zona. Conoscevo i fratelli Pianello perché stavano vicino casa mia».

Richiamato nell’aula Pisciotta Vincenzo, a domanda risponde:

«Mai conobbi Licari, Fra’ Diavolo e Pecoraro, conoscevo i fratelli Pianello come compaesani».

Si dà atto che il Presidente informa sommariamente ciascuno degli imputati allontanati dall’aula di quanto avvenne in sua assenza. Dopo di che il Presidente rinvia la prosecuzione del dibattimento all’udienza di domani 27.6.1951 ore 9,30. Si dà atto che il teste Rumore viene licenziato.

<!–[if !supportLists]–>20-<!–[endif]–>Circolo di Corte di Appello di Viterbo, sezione della Corte di Appello di Roma in funzione di Corte di Assise.

Verbale di continuazione di dibattimento del 27.6.1951,ore 9,30.

Si dà atto che sono presenti i testi citati per le udienze precedenti e non ancora escussi. Il Presidente comunica alle parti che gli sono pervenuti i seguenti atti: 1) una lettera di Lombardo Rosalia con la quale chiede fra l’altro di essere intesa come teste; 2) una lettera 24.6.51 dell’imputato Pisciotta Gaspare; 3) informazioni dei CC. di Montelepre sulla richiesta di copia del verbale di rinvenimento del cadavere di Sapienza Antonino che vengono allegati al verbale sull’accordo delle parti. A questo punto l’avv. Loriedo chiede che sia richiamato l’imputato Sapienza Giuseppe di Francesco, il quale dovrebbe fare delle dichiarazioni.

Richiamato l’imputato Sapienza Giuseppe di Francesco, a domanda risponde:

«Debbo dire che in un giorno, che non posso precisare, ma che può essere accertato poiché in tale giorno il condetenuto Buffa Antonino trovavasi all’ospedale operato di appendicite, mentre ci trovavamo all’aria, Pisciotta Francesco mi avvicinò e mi disse che dovevo distaccarmi dai fratelli Genovese. Richiestogli la ragione per cui doveva operare tale distacco, mi disse che i Genovese sapevano tutto di Portella per quanto si riferiva ai mandanti. Io mi rifiutai ancora una volta di accogliere la richiesta fatta dal Pisciotta ed egli replicò che me l’avrebbe fatta pagare. Ecco la ragione per cui ieri Francesco Pisciotta parlò di me come presente a Portella della Ginestra.

D. R. «Io e Giuseppe Genovese siamo fidanzati con due sorelle».

D. R. «Non so parlare di Portella della Ginestra».

D. R. «Quando fui arrestato mi interrogarono persone che non so indicare;mi fu richiesto se avessi preso parte ai fatti di Portella, risposi che nulla potevo dire al proposito aggiungendo che il 1° maggio mi trovavo in contrada Suvarello ed indicando anche testimoni che potessero testimoniare su ciò».

D. R. «Alle carceri fui portato dopo 40 giorni di permanenza nella caserma dei carabinieri; indi fui interrogato dal magistrato».

D. R. «Mentre mi trovavo legato sulla branda nella caserma vennero dei carabinieri a domandarmi quello che sapevo di Portella. In quell’occasione mi si disse che il mio nome era stato fatto da un giovinotto ed io allora fecinotare che costui era spostato di cervello».

Richiamato l’imputato Cucinella Giuseppe, a domanda risponde:

«Ho inteso l’accusa che ieri Pisciotta Francesco ha lanciato contro di me per i fatti di Portella. È un’accusa infondata, non avendo mai io partecipato a quell’azione e se vi fossi stato lo avrei dichiarato anche per liberare mio fratello Antonino».

D. R. «I miei rapporti con Pisciotta Francesco sono normali e non so dare la spiegazione del perché egli abbia rivolta l’accusa contro di me».

D. R. «È vero che da un certo periodo di tempo io mi isolo nella gabbia, ma ciò dipende solo dal fatto che a me piace la solitudine e nessuna ragione diversa deve giustificare il mio atteggiamento».

Contestatogli che anche Terranova Antonino fu Giuseppe parlò di lui come presente a Portella,risponde:

«Il Terranova è falso nel fare tale affermazione ed è falso Giuliano, se egli la fa risalire a costui.

A domanda dell’avv. De Nichilo, risponde:

«Giorni or sono, forse anche 15 o più, qui nella gabbia fui avvicinato da Terranova Antonino Cacaova, il quale mi domandò se sapevo qualcosa di Portella<!–[if !supportAnnotations]–>[WD1]<!–[endif]–><!–[if !supportFootnotes]–>[18]<!–[endif]–>. <!–[if !supportAnnotations]–>[WD2]<!–[endif]–>Gli risposi che nulla sapevo ed egli mi disse di parlare con Genovese Giovanni e domandare a costui notizie intorno ai mandanti. Parlai con Giovanni Genovese il quale mi giurò sui propri figlioli che nulla gli risultava sui mandanti. Ciò riferii al Terranova che soggiunse che Genovese Giovanni sapeva tutto e mi chiese nuovamente se sapevo io nulla di Portella. Avutane nuova risposta negativa mi disse che avrebbe fatto sapere al Presidente della Corte i nomi di coloro che erano stati presenti a Portella».

D. R. «Oltre quello che ho riferito non ebbi altro colloquio col Terranova e detto colloquio avvenne in un unico tempo».

A questo punto il Cucinella Giuseppe dichiara di nominare suo difensore di fiducia l’avv. De Nichilo Francesco. Richiamato l’imputato Genovese Giuseppe, a domanda risponde:

«Non posso che confermare quanto già ho dichiarato dopo l’accusa contro di me fatta da Mannino. Tutto va spiegato con il fatto che da mio fratello Giovanni si voleva sapere chi fossero stati mandanti dell’azione di Portella non avendo mio fratello voluto aderire alla richiesta si è organizzata l’accusa contro di me. Penso che mio fratello potrà dare maggiori delucidazioni a proposito dell’accusa che mi si fa».

D. R. «Con me Cucinella Giuseppe mai parlò del fatto dei mandanti, non mi consta se ne abbia parlato con mio fratello».

D. R. «Nulla posso dire sui rapporti tra me, mio fratello, Pisciotta Francesco e Terranova Cacaova, ognuno si fa i fatti propri».

D. R. «Ho inteso la lettura che V. S. ha fatto della lettera inviata da Pisciotta Gaspare in conseguenza della quale non mi meraviglierò se all’accusa contro di me si aggiungerà anche il [parte mutila]».

A domanda del P. G., risponde:

D. R. «Sono stato io per primo ad avventarmi contro Pisciotta Francesco quando costui rientrò nella gabbia dopo la sua dichiarazione. Sono innocente e mi brucia il cuore».

21-Circolo di Corte d’Assise di Viterbo- Sezione della Corte di Appello di Roma in funzione di Corte d’Assise.

Verbale di continuazione di dibattimento del giorno 28 giugno 1951, ore 9,30.

La Corte di Assise di Viterbo costituita dagli Ill.mi signori

<!–[if !supportLists]–>1-<!–[endif]–>Dott. Gracco D’Agostino presidente

<!–[if !supportLists]–>2-<!–[endif]–>Dott. Roberto de Carolis consigliere d’appello

<!–[if !supportLists]–>3-<!–[endif]–>Mostarda Camillo giudice popolare

<!–[if !supportLists]–>4-<!–[endif]–>Cherubini Cherubino giudice popolare

<!–[if !supportLists]–>5-<!–[endif]–>Capodacqua Saverio giudice popolare

<!–[if !supportLists]–>6-<!–[endif]–>Tiburli Alvaro giudice popolare

<!–[if !supportLists]–>7-<!–[endif]–>Vitelli Raffaele giudice popolare

con l’assistenza del cancelliere sign. Navas Vincenzo

annunziata ad alta voce dall’ufficiale giudiziario di servizio è entrata nella sala d’udienza aperta al pubblico, dove già trovasi al suo posto il Pubblico Ministero rappresentato dal Sostituto Procuratore Generale della Repubblica signor dott. Tito Parlatore.

Siedono gli imputati tutti presenti alla prima udienza ad eccezione di Genovese Giovanni ancora ammalato per il quale il sanitario del carcere ha inviato un certificato medico.

Si dà atto che la direzione delle carceri ha inviato una dichiarazione del Pisciotta Gaspare, il quale contro il parere del sanitario sotto la sua responsabilità ha voluto presenziare all’udienza odierna.

Si dà atto che la direzione delle Carceri ha inviato una dichiarazione del Pisciotta Gaspare, il quale contro il parere del sanitario, sotto la sua responsabilità ha voluto presenziare all’udienza odierna.

Al banco della difesa siedono i difensori degli imputati, avv.ti Crisafulli, De Nichilo, Soria, Fiore, Loriedo.

Per le parti civili l’avv. Lanzetti.

D’ordine del Presidente l’Ufficiale giudiziario di servizio ha dichiarato aperta l’udienza. Il Presidente ha avvertito gli imputati di prestare attenzione alla prosecuzione del giudizio.

L’avv. Soria dichiara che malgrado vi sia stata già una dichiarazione di Cucinella Giuseppe, il quale ha sostituito l’avv. Crisafulli come difensore di fiducia con l’avv. De Nichilo che la Corte aveva nominato con provvedimento precedente difensore d’ufficio del Cucinella Giuseppe in seguito all’incompatibilità assunta da Pisciotta Francesco accusatore di Cucinella e di quest’ultimo accusato, egli avv. Crisafulli ebbe a conferire prima che la Corte entrasse in udienza con l’imputato Cucinella Giuseppe. L’avv. De Nichilo dichiara che quando avvenne quanto dichiarato or ora dall’avv. Soria egli non era ancora giunto in aula.

L’avv. Crisafulli dichiara che stamane arrivando in udienza egli fu richiesto di avvicinarsi alla gabbia da Cucinella Antonio. Avvicinatosi alla gabbia ebbe occasione di parlare con l’imputato Cucinella Giuseppe del quale è difensore indiversi altri processi avanti altre autorità giudiziarie e per i quali ancora non si è verificata alcuna causa di incompatibilità come si è verificata in questo processo.

Si dà atto che, a seguito di vivacissime espressioni tra gli avvocati Crisafulli e Soria, il Presidente dispone la sospensione dell’udienza. Durante l’assenza della Corte il P. M., per ragioni di opportunità, ha ordinato l’allontanamento del pubblico dall’aula. Dopo circa 15 minuti, rientrata la Corte nell’aula, il Presidente ordina che siano riaperte le porte al pubblico, dopo di che ordina procedersi oltre nel dibattimento.

Richiamato l’imputato Gaspare Pisciotta, a domanda risponde:

«Quelli che hanno partecipato alla strage di Portella sono: Giuliano Salvatore, Sciortino Pasquale, Badalamenti Giuseppe, Barone Franco, Passatempo Giuseppe, i fratelli Pianello, Ferreri detto Fra’ Diavolo, Sapienza Giuseppe di Francesco detto Scarpe sciolte, Genovese Giuseppe, Licari Pietro, Sciortino Giuseppe, Cucinella Giuseppe, Pecoraro di Monreale, Badalamenti Francesco, doveva andare anche Genovese Giovanni il quale mandò al suo posto Sapienza Giuseppe di Francesco. Aggiungo un particolare, per quanto riguarda il Licari Pietro. L’anno scorso quando ebbe inizio il processo qui a Viterbo, io mi trovavo con Giuliano, il quale ad un certo momento mi disse: “Meno male che non si trova a Viterbo mio cugino Licari Pietro,perchése costui fosse stato presente a Viterbo, i quattro cacciatori l’avrebbero beccato, poiché il Licari era stato a custodire i quattro cacciatori che la mattina del 1° maggio 1947 si trovavano a caccia a Portella della Ginestra”».

D. R. «Devo dire che da quando arrivai nelle carceri di Viterbo fui sempre tenuto isolato. Non ebbi neppure la possibilità di trovarmi con altri condetenuti neppure quando venivamo portati all’aria. I fratelli Genovesi insistettero sempre prima di me a mezzo dell’infermiere Pellegrini che volevano parlarmi, ma non era possibile che ciò avvenisse data la sorveglianza esercitata intorno alla mia persona. Ad un certo momento, approfittando dell’occupazione dell’infermiere a togliere dei medicinali dall’armadio che trovavasi nell’infermeria del carcere, il Genovese Giovanni riuscì ad entrare nell’infermeria ed a dirmi di non parlare poiché egli sapeva che ero intenzionato a farlo un giorno o l’altro. Seppi da uno scopino, certo Piconi che i Genovesi di fronte alla mia risposta, con cui confermavo che avrei parlato, prepararono dei pugnaletti con del ferro tolto dalle brande, pugnaletti che furono rinvenuti in una perquisizione, dei quali uno fu portato da un detenuto direttamente al maresciallo Carbone, lo stavano affilando durante la permanenza nel cortile, l’altro fu rinvenuto durante una perquisizione fatta ai fratelli Genovesi. Tra i Genovesi e i mandanti deve esservi stato un accordo poiché non è farina del loro scacco;penso che essi mi volessero far fuori poiché i Genovesi assumevano informazioni attraverso lo scopino Piconi della situazione della porta o del cancello della mia camera, tanto che fu necessario applicare alla mia camera anche il catenaccio e dinanzi alla porta della stessa fu messa una sentinella notte e giorno».

D. R. «Dopo i fatti di Portella della Ginestra, mentre prima eravamo aiutati da tutti i pastori e da quelli che frequentavano le montagne, vi fu uno sdegno generale per i componenti della banda, tanto più che Passatempo Giuseppe e Pantuso menavano vanto di aver visto la folla scappare in occasione dei fatti avvenuti il 1° maggio 1947 a Portella della Ginestra».

D. R. «I nomi da me indicati erano conosciuti da tutti, dico meglio erano anche conosciuti da Terranova Cacaova con il quale avevo più spesso ragione di vedermi. Credo che tali nomi fossero anche a conoscenza di Pisciotta Francesco e Mannino Frank poiché costoro facevano parte dellastessa squadra Terranova».

D. R. «Il primo a fare i nomi dei partecipanti a Portella della Ginestra fu Passatempo Giuseppe, che fu ucciso in conflitto, poi se ne parlò anche con Terranova e noi due dicevamo chi poteva esservi stato. I nomi mi furono poi confermati da Giuliano».

D. R. «Anche Terranova Antonio (Cacaova) con la sua squadra doveva prendere parte all’azione di Portella della Ginestra, ma costui con tutta la sua squadra si allontanò da Montelepre per recarsi in contrada Pernice e ciò fece per non opporre un rifiuto alle richieste di Giuliano di recarsi a Portella della Ginestra».

D. R. «Non cercai di avere maggiori particolari e di apprendere quello che gli autori della strage di Portella della Ginestra fecero dopo aver sparato, poiché a me interessa sapere chi aveva partecipato a quell’azione».

D. R. «Non domandai, né il Passatempo mi disse se sul monte Cometa vi fossero altre persone».

D. R. «Non posso dare spiegazioni del come mai Terranova Cacaova, Pisciotta Francesco, Mannino hanno portato il numero dei partecipanti a Portella ad undici invece che a quindici come ho oggi riferito io».

D. R. «Non avevo molta dimestichezza col Licari che vedevo ogni tanto. Egli indossava pantaloni di velluto color marrone, camicia color cachi tipo americano. Aveva l’età di quarant’anni, piuttosto robusto, alto, di colorito rosso in viso, capelli di color biondo anzi castano».

D. R. «Non posso escludere del tutto che altri abbiano partecipato all’azione di Portella».

D. R. «Feci i nomi avanti indicati perché li appresi da Passatempo Giuseppe e da Giuliano. Se vi abbiano partecipato altri non lo so».

D. R. «A me non consta che Giuliano abbia dato incarico a qualcuno di trovare altre persone che partecipassero all’azione di Portella».

D. R. «Non mi risulta che vi sia stata una riunione a Cippi per concordare l’azione di Portella della Ginestra. A Cippi si trovava sempre giornalmente Giuliano e precisamente a contrada Saraceno».

D. R. «Della stessa contrada Cippi fa parte una zona denominata Saraceno nella quale abitualmente si portano a pascolo gli animali dei proprietari di quella zona e ciò ogni anno».

D. R. «Ogni anno il proprietario del feudo Saraceno vendeva il pascolo».

A questo punto il Presidente ordina che sia portato in udienza il plico trasmesso dalla Sezione Istruttoria di Palermo che si dice contenga un quaderno con esercizi di lingua inglese repertato in occasione dell’uccisione del carabiniere Esposito Giuseppe e che sembra possa appartenere a Giuliano Salvatore. Constatata l’integrità dei sigilli il plico viene aperto. Si accerta che del plico fanno parte: n. 10 bossoli; delle carte da gioco strappate, due pezzi di carta colorata che danno l’impressione si tratti di quelle carte in cui si contengono dolciumi, un quaderno che ha le pagine numerate dal 1 al n. 63. Dalla pagina 1 alla pagina 28 vi sono delle esercitazioni in lingua inglese, altrettanto dalla pagina 30 alla pagina 56 compresa. Vi sono due righe della pagina 57 occupate dalle stesse esercitazioni. A pagina 42 si trovano le seguenti indicazioni Di Lorenzo, Pretti, Bamminelli preceduta questa indicazione da un 7. Segue Bamminello Giuseppe, Tinervia preceduto dal n. 7, Terranova, Cristiano, Riversino Giacomo preceduto dal n. 7, Abbate, Canale, Marano, Cusumano, Giloso, Pasqualina, Mamanello (cancellato), Santantonio, Santa Rosalia. Quanto ai nomi di Di Lorenzo, Pretti, Baminelli e Baminello Giuseppe, Tinervia, Cristiano, Riversino, Giacomo, Marano, Cusumano, Pasqualina, è posta una croce. Da una croce sono preceduti i nomi di Santantonio e Santarosalia. Una lineetta segue il nome di Terranova, una grossa virgola accanto ad Abbate. Nessuna indicazione si trova accanto a Canale ed a Giloso. Si legge anche il nome Di Luca che è cancellato. Sulla pagina interna si trova la indicazione Bommarito Antonino aggiustare raggruppamento. Nella parte posteriore della prima pagina interna si trova una prima moltiplicazione di 50 x 150 con il prodotto 7500 una seconda moltiplicazione 16 x 700 con il prodotto 11200, un’addizione tra 11, 26, 7005, 7 con un’altra cifra che potrebbe essere uno e poi la somma che potrebbe essere 50.000. A pagina 62 c’è la seguente indicazione: al Sig. Scona tanto sia Petralia e poi accanto Brignone. A pagina 63, via Florestano Pepe n. 19 ed accanto un disegno. A questo punto sull’accordo delle parti la Corte dispone che sia tradotto tutto quanto si trova scritto sul quaderno in lingua inglese e nomina all’uopo il prof. Panosi Filippo insegnante di inglese al Liceo di Viterbo. Il quaderno resta allegato agli atti processuali. Mostrato all’imputato Gaspare Pisciotta lo scritto del predetto quaderno, a domanda risponde:

«Riconosco nella scrittura che V. S. mi fa vedere la grafia di Salvatore Giuliano».

Interrogato l’imputato Gaspare Pisciotta, risponde:

«Giacomo potrebbe essere un cugino di Giuliano il quale ha anche un fratello a nome Salvatore attualmente in America ed un altro a nome Michele che è a Montelepre».

D. R. «Se si tratta del cugino di Giuliano, egli trovasi arrestato a Palermo per fatti di sequestro».

D. R. «Abbate potrebbe essere uno degli otto evasi dal carcere di Monreale o qualche altro».

D. R. «Canale è soprannominato Giuliano Francesco evaso anch’egli dal carcere di Monreale».

D. R. «Per quanto a me consti non vi è alcuno che si chiami Cusumano, tranne che non si tratti dell’Onorevole».

D. R. «Penso che tali indicazioni si riferiscano a persone a cui Giuliano doveva pensare all’avvocato».

D. R. «Non so chi possa essere Pasqualina nome pure scritto sul quaderno».

D. R. «Prima di stamani non vidi mai il quaderno che mi si è fatto vedere poco fa».

D. R. «Non posso dire perché mai né il Pisciotta Francesco, né il Terranova (Cacaova) non hanno riferito quello che io ho riferito. Io non ho modo di conversare con alcuno dei detenuti essendo isolato in carcere. Qualche volta ho parlato con essi nella gabbia dell’aula».

D. R. «Posso dire di avere saputo da Terranova l’Americano che GiovanniGenovesi insistette presso di lui e gli altri perché si assumessero la responsabilità di quanto era avvenuto a Portella, perché erano minorenni e sarebbero stati condannati a metà pena».

D. R. «Essi non aderirono alla richiesta del Giovanni Genovesi e si ribellarono anche. Genovesi Giovanni sa tutto sui mandanti ed egli deve essere in possesso anche di qualche lettera. Può dirsi che egli sia uno stipendiato in carcere. Era il beniamino di Giuliano ed a quest’ultimo arrivavano le lettere attraverso il Genovesi Giovanni. I mandati, cioè Marchesano, Alliata e Cusumano, si incontravano con Giuliano in casa di Genovesi Giovanni. Io ho prove, come ho indicato, per avercelo accompagnato, per il solo Geloso Cusumano».

D. R. «Posso dire ancora, che quando l’anno scorso in dibattimento si parlò della lettera pervenuta a Giuliano attraverso Sciortino e di cui fece menzione Genovesi Giovanni nei suoi interrogatori, il Giuliano ebbe a dirmi che, se Genovesi non avesse smentito il fatto della lettera gli avrebbe tratto vendetta uccidendogli gli animali e le persone di famiglia.

A domanda del P. G., risponde:

«Dicendo smentire intendo dire se non avesse il Genovesi rimangiato tutto quello che aveva detto intorno alla lettera».

D. R. «Non può trarsi nessuna conseguenza dall’avere il Giuliano, nel memoriale, rafforzato la tesi che la lettera si riferiva a cose familiari, perché come ho detto quel memoriale per me è balordo».

D. R. «È vero che anch’io nell’interrogatorio precedente ho parlato di undici partecipi alla strage di Portella Ginestra, ma ciò avvenne perché ad incominciare da Giuliano fu detto che erano undici ed io continuai in tale affermazione».

D. R. «Oggi però che mi sono deciso a fare luce sui fatti dico quello che a me consta».

A domanda dell’avv. De Nichilo, risponde:

«Dopo l’eccidio di Portella ebbi occasione di vedere qualche volta Mannino e Pisciotta Francesco, ma mai parlammo dei fatti di Portella e dei partecipanti alla strage».

L’imputato Cucinella Giuseppe a questo punto chiede che si domandi all’imputato Pisciotta Gaspare di riferire come avvenne il discorso fatto in gabbia un certo giorno. Interrogato il Pisciotta Gaspare domandato risponde:

«Eravamo seduti sull’ultima panca della gabbia io, Mannino e Terranova Cacaova. Costui chiamò Cucinella Giuseppe, che venisse a sedere accanto a noi. Fu detto a Cucinella che era giunta l’ora di decidersi a parlare. Cucinella rispose che nulla aveva da dire perché nulla sapeva dei fatti di Portella della Ginestra. Fu così che io intervenni e gli dissi in forma scherzosa, ma per fargli ricordare ciò che era avvenuto, che a Portella c’era stato lui e tutti gli altri che ho indicati stamattina».

Richiamato l’imputato Cucinella Giuseppe, a domanda risponde:

«Un certo giorno mentre eravamo in gabbia fui chiamato da Terranova Cacaova, Pisciotta Gaspare e venne a sedersi accanto a noi poi Pisciotta Francesco. Non so se Terranova od il Pisciotta Gaspare mi invitarono ad accollarmi la responsabilità della strage. Io opposi un rifiuto perché non avevo partecipato alla strage di Portella. Essi mi dissero precisamente: Terranova mi disse che trovavasi a Balletto, Pisciotta Gaspare che trovavasi dai medici e quindi non avevano alcuna preoccupazione che se avessero fatto essi la dichiarazione che mi indicarono, non sarebbero stati creduti dati i luoghi diversi in cui si trovavano. Quindi potevo io addossarmi la responsabilità con maggiore possibilità di credito. Mi aggiunsero che i quattro cacciatori potevano bene individuare in Licari colui che li aveva custoditi».

D. R. «Il Licari era soprannominato Mangiacaniglia».

D. R. «Mi dissero che io, facendo la dichiarazione di essere stato a Portella, avrei potuto essere creduto e liberare tutti gli innocenti».

D. R. «Tanto il Pisciotta Gaspare che Terranova Cacaova mi dissero di riferire che a Portella della Ginestra eravamo stati: io, Genovesi Giuseppe e Pietro Licari e poi mi dissero i nomi di alcuni morti fino ad arrivare ad undici. Del Licari fecero il nome dato che costui sarebbe stato riconosciuto dai cacciatori dal suo colorito rusciano, poiché egli era l’unico della banda ad avere tale colorito».

D. R. «Il discorso da me or ora riferito fu fatto dopo che i quattro cacciatori erano stati già sentiti».

D. R. «Dopo alcuni giorni gli stessi Pisciotta Gaspare e Terranova Cacaova chiamarono mio fratello Antonino e gli rivolsero la preghiera di convincermi a dire ciò che mi avevano indicato. Ciò appresi da mio fratello stesso. Ricordo che lo stesso mio fratello mi disse che se io avessi parlato essi avrebbero pensato anche per lui Antonino».

Pisciotta Gaspare:

«Non è vero nulla di quanto ha detto Cucinella Giuseppe, il discorso avvenne fra lui, Mannino, Terranova Cacaova e Francesco Pisciotta. Di fronte alla negativa del Cucinella intervenni io e gli dissi: vuoi sapere chi parteciparono a Portella? e gli feci il nome suo e degli altri già indicati».

A domanda del Presidente,

Cucinella: «Quando Pisciotta Gaspare mi fece i nomi di coloro che parteciparono a Portella non mi fece il nome di Sapienza Giuseppe Scarpe sciolte».

D. R. «Tra Pisciotta Gaspare, Pisciotta Francesco, Terranova (Cacaova) si parlò di accusare Genovesi Giuseppe per costringere il fratello Giovanni a metter fuori i documenti che egli ha. Io avrei dovuto semplicemente chiamare in correità gli altri perché sarei stato creduto».

Il Presidente insiste presso il Cucinella perché si decida una buona volta a dire tutta la verità ed egli risponde:

«Io non ho sulla coscienza la partecipazione ai fatti di Portella».

D. R. «La ragione per cui Pisciotta Gaspare, Terranova Cacaova, Mannino, Pisciotta Francesco accusano me è per il fatto che io non volli aderire a quanto essi volevano per Genovesi Giuseppe».

D. R. «Io mi consigliai con Ancilinazzu, il quale mi disse che se avevo preso parte a Portella lo avrei dovuto rivelare, in caso contrario dovevo continuare nelle mie dichiarazioni».

Pisciotta Gaspare a domanda risponde:

«Le fonti delle mie informazioni furono Giuliano, Passatempo Giuseppe e Ferreri Salvatore».

Cucinella aggiunge:

«Tu mi dicesti, Gaspare, che il fatto aveva carattere politico e se anche fossi stato condannato ad anni trenta fra qualche anno sarei uscito».

Pisciotta replica:

«Non potendo uscire dalla porta uscirai dal buco; una strage non può essere politica. Non è vero quello che Cucinella afferma».

L’avv. Lariedo chiede che sia contestato al Pisciotta Gaspare che in una delle udienze precedenti egli disse di avere avuto da Giuliano e da Candela indicati i nomi di: Ferreri, dei fratelli Pianello e di Badalamenti Francesco, ed aggiunse che non gli furono fatti altri nomi.

Il Pisciotta Gaspare a domanda risponde:

«Non spettava a me di fare i nomi dei partecipanti a Portella non avendovi io preso parte».

L’imputato Terranova Antonino Cacaova dichiara di non aver mai insistito presso Cucinella Giuseppe perché dicesse della sua partecipazione a Portella.

«Sapevo, per averlo appreso da Giuliano, che egli aveva preso parte e gli consigliai di parlare, ma egli sempre negò di aver avuta partecipazione alcuna ai fatti di Portella. Io stesso chiamai il fratello Antonino per consigliare il fratello Giuseppe a dire la verità perché egli secondo le affermazioni di Giuliano era colpevole, ma con me negò sempre la sua partecipazione a Portella».

D. R. «È vero che non indicai tutte le persone che Gaspare Pisciotta ha indicato stamani, ma ciò è dovuto al fatto che io non fui mai disposto a parlare. Ricordo di avere dichiarato in un mio interrogatorio che a partecipare a Portella dovevamo essere dai 18 ai 23, poiché la mia squadra, composta di otto, non partecipò il conto torna con i 15 indicati da Gaspare Pisciotta».

D. R. «Io parlai del numero da 18 a 23 perché Giuliano aveva nel suo memoriale parlato di 20 e tolti gli otto della mia squadra ne sarebbero rimasti dodici».

D. R. «Poiché stamani il Pisciotta ha parlato di 15 non vi è più ragione di mentire, sono 15 ed i nomi sono quelli indicati da Pisciotta. Posso confermare detti nomi perché essi mi furono fatti da Giuliano».

Pisciotta Gaspare, a domanda risponde:

«Dei nomi da me fatti si trovano in vita, in Italia, Pantuso e Licari, che sono carcerati oltre Cucinella Giuseppe ed i Genovesi. Gli altri sono morti o emigrati. Gli emigrati sono Barone e Badalamenti».

Terranova Antonino Cacaova, a domanda risponde:

D. R. «Mai ebbi ragione di contrasto con Cucinella».

A questo punto la Corte avvalendosi dei suoi poteri discrezionali dispone la citazione dei testi indicati da Pisciotta Gaspare all’udienza odierna per sabato 30 giugno 1951, ore 9,30, alla quale udienza rinvia la prosecuzione del dibattimento.

XI- Verbale di ispezione di località.

L’anno 1951, il giorno 12 del mese di Luglio la Corte di Assise di Viterbo […] si è portata nella località Portella Ginestra di Piana degli Albanesi alle ore sette. Si dà atto che sono presenti gli avvocati: […] Crisafulli, Soria, Tino Sinibaldo.

Sono presenti anche i seguenti testi: Ragusa Carmelo, Fusco Salvatore di Saverio, Cuccia Gaetano fu Andrea, Riolo Antonino fu Domenico, Sirchia Giorgio fu Girolamo, Belloci Ugo inteso Baio, Rumore Angelo fu Antonino, Randazzo Angelo, La Rocca maria, Perrone Maria, Arrigo Giovanni, Acquaviva Domenico, Lo Bianco Giovanni, Sciacca Antonino, Parrino Giovanni.

Seguendo la camionabile che da Piana degli Albanesi porta a S. Giuseppe Jato, a circa sei chilometri da Piana si è giunti nella località Portella della Ginestra. Sulla destra di chi va verso San Giuseppe Jato trovasi la montagna Pizzuta di fronte alla quale sulla sinistra vi è la montagna Cometa.

A circa tre metri dalla strada sulla destra trovasi il così detto podio di Barbato.

Dal capitano Ragusa Carmelo vengono fatti porre dei carabinieri sui luoghi in cui egli rilevò le postazioni.

I quattro cacciatori, cioè i testi Fusco Salvatore, Cuccia Gaetano, Riolo Antonino e Sirchia Giorgio vengono fatti porre nello stesso luogo in cui furono custoditi il 1° maggio 1947. Si dà atto che detto luogo si trova a destra di chi da le spalle alla montagna Pizzuta rivolgendo il volto alla Cometa e che la distanza tra lo stesso ed i roccioni che trovansi alle falde della Pizzuta di aggira sui 200 metri.

Situatisi nella posizione in cui i quattro furono custoditi, si rileva che Sirchia e Cuccia si trovavano seduti per terra con le spalle appoggiate ad un roccione che impediva loro qualsiasi visuale verso le postazioni, e che Fusco e Riolo trovavansi invece con il volto rivolto verso la Pizzuta e potevano con movimento della testa abbracciare la visuale della zona non avendo alle loro spalle ostacoli.

Il Riolo interrogato dichiara di aver visto tre postazioni.

Il Fusco interrogato dichiara di aver visto oltre le tre persone rilevate dal Riolo anche altre delle quali però non può precisare il numero.

Interrogato nuovamente il Riolo dichiara di aver visto un numero di persone, che non sa precisare, avviarsi verso contrada Figurella, che si allontanava dal posto in cui i quattro cacciatori furono custoditi e dichiara altresì che da detto posto, per via diversa da quella che porta a contrada Figurella, si può arrivare anche a contrada Frascino e che chi si avvia verso Figurella non può andare a Frascino.

Ad altre interrogazioni i quattro cacciatori concordemente dichiarano:

che dopo liberati si avviarono verso l’abbeveratoio del Frascino seguendo la via loro imposta da quelli che avevano sparato;

che durante il cammino non incontrarono persona alcuna;

che da Frascino proseguirono verso Piana degli Albanesi;

che i banditi si allontanarono avviandosi verso la strada che unisce Portella della Ginestra a S. Giuseppe Jato;

che il posto in cui furono fermati è denominato Monte Molletta;

che ai due che li fermarono si aggiunsero poi altre persone delle quali non possono indicare la provenienza, formando complessivamente il numero di 11 o dodici;

che non hanno visto persona alcuna sui roccioni della Pizzuta.

Si dà atto che il posto dove i quattro cacciatori dichiarano di essere stati fermati è precisamente a destra di chi si trova nel luogo in cui gli stessi furono custoditi.

Si da atto ancora che:

la montagna Cometa consente nello stato in cui si trova una piena visibilità essendo spoglia di qualsiasi coltivazione arborea o di altre specie;

che dal posto in cui si trovarono custoditi i quattro cacciatori non è visibile il podio di Barbato poiché la visuale è ostacolata dai roccioni;

che dal predetto posto sono visibili solo quattro postazioni rimanendo le altre indietro;

che la distanza tra questo luogo e le quattro postazioni è di circa 350 metri in linea d’aria.

Interrogato il Fusco indica il posto dove vide le persone muoversi sulla Cometa, posto che è proprio di fronte al luogo dove furono custoditi i quattro cacciatori.

Dopo aver camminato circa 25 minuti attraverso sentieri impervi guidati dal maresciallo Parrino Giovanni e dai marescialli Lo Bianco Giovanni e Sciacca Antonino, si raggiunge il posto in cui Rumore Angelo, Randazzo Angelo, Bellocci Ugo e Roccia Maria si trovarono la mattina del 1° maggio 1947.

I tre testi Bellocio Ugo, Rumore Angelo e Randazzo Angelo, dopo aver precisato il luogo in cui essi si trovavano, interrogati concordemente dichiararono:

di aver sentito una sparatoria, ed impressionatisi per tale fatto, di essersi un poco allontanati e nascosti in modo da vedere la valletta sottostante;

di aver visto dodici persone attraversare la campagna circostante e di aver seguito il loro cammino fino alla sommità di un cocuzzolo dietro cui scomparvero;

che le dette persone possono benissimo esser discese verso lo stradale bitumato che da S. Giuseppe Jato porta a Piana e poi a Palermo;

che mentre le dodici persone superavano il cocuzzolo, videro una macchina percorrere lo stradale dirigendosi verso Palermo e poco dopo un’altra percorrere il medesimo in direzione inversa.

A questo punto la Corte dà atto che si vede, dal punto in cui essa si trova, un piccolo tratto soltanto dello stradale S. Giuseppe Jato – Palermo.

Richiamato il teste Fusco Salvatore, a domanda risponde:

«La contrada Figurella, verso cui io dissi di aver visto indirizzarsi le persone che scesero dalla Pizzuta, dopo che fummo liberati, è precisamente nei pressi del luogo dove trovasi ora la Corte».

D. R. «La contrada chiamasi Figurella perché vi è una piccola icona nella gola che trovasi ad essa vicina in una zona dopo la strada bitumata che da questo punto si vede».

Il teste Rumore Angelo, a domanda risponde:

«Dopo la sparatoria io vidi anche le persone che scappavano sulla strada San Giuseppe Jato – Palermo, che dista dal luogo dove avvenne lo sparo circa due Km».

Il Fusco Salvatore, a domanda risponde:

«Il luogo indicato da Rumore nel quale vide le dodici persone può essere raggiunto, per chi si muove da Portella della Ginestra, anche in dieci minuti».

I quattro cacciatori interrogati, concordemente dichiarano che colui che li custodì per ultimo, era munito di fucile. Interrogata la teste Perrone Maria, dopo averle fatto prestare il giuramento di rito, risponde:

«Sono Perrone Maria di Angelo di anni 32 da S. Giuseppe Jato, residente a Palermo».

D. R. «Mai mi trovai nel luogo dove si trova ora la Corte».

Chiamati il Rumore, il Randazzo ed il Bellocci concordemente dichiarano:

«La donna di cui parlammo nelle nostre dichiarazioni non è la Perrone qui presente».

Interrogata la teste La Rocca Maria, dopo averle fatta prestare il giuramento di rito, risponde:

D. R. «Sono La Rocca Maria fu Santo di anni 57 da Palermo».

D. R. «Mai mi trovai nel posto in cui si trova oggi la Corte».

I tre giovani predetti interrogati fanno le stesse dichiarazioni fatte nei confronti della teste Perrone. Si dà atto che tutti i testi vengono licenziati ad eccezione di Arrigo Giovanni ed Acquaviva Domenico, che vengono diffidati a trovarsi alle ore sette del giorno 14 luglio nella contrada Portella della Paglia. Dopodiché la Corte scendendo sullo stradale che porta a S. Giuseppe Jato si reca in quest’ultima località.

Si da atto che provenendo da Portella della Ginestra si giunge a S. Giuseppe Jato attraversando il corso Umberto della lunghezza di circa 200 metri. Sulla destra si trovano via Mario Minghetti, che precede via Trapani ed entrambe hanno inizio dal corso Umberto. Sulla sinistra un po’ più innanzi di via Trapani vi è il vicolo Lo Manto, che ha inizio anche dal Corso Umberto. Parallela al corso Umberto vi è la via Vittorio Emanuele ad una distanza di circa 50 metri dal primo. La distanza in linea trasversale tra vicolo Lo Manto e via Trapani è di circa 20 metri.Sulla sinistra quasi di fronte a via Trapani si trova sul corso Umberto la sede del Partito Comunista contro la quale avvenne l’assalto.

Dopo di che la Corte rinvia la prosecuzione dell’ispezione a domani 13 luglio 1951, ore sette.

Successivamente il giorno 13 del mese di luglio la Corte di Assise di Viterbo come sopra composta, […] si è recata a Monreale ivi giungendo alle ore sette. È presente l’avv. Crisafulli. Partendo da Palermo si giunge nella Piazza Vittorio Emanuele di Monreale. Da tale piazza si entra sulla via Palermo ed a circa otto metri dalla piazza al 2° pianterreno a destra con numero civico 156 vi è una porta chiusa a 3 battenti che costituisce l’ingresso della sede del Partito Comunista contro la quale avvenne l’assalto. La via Palermo larga circa quattro metri e lunga circa 200 metri si unisce nella parte inferiore con lo stradale Monreale – Palermo, mentre tutte le altre vie sboccanti nella Piazza Vittorio Emanuele portano a località diverse.

Partendo da Monreale la Corte ha proseguito per Borgetto dove attraversando il Corso Roma è giunta ad un quadrivio costituito da: corso Roma, via Cardona, via Emma, corso Migliore. Per chi viene da Monreale, si percorre prima il corso Roma che prosegue all’incrocio con via Cardona che solo per un breve tratto è in linea col corso Roma, ma poi gira ad angolo retto verso sinistra. Seguendo la suddetta direzione all’incrocio trovasi sulla sinistra la via Emma e sulla destra il corso Migliore. Attraverso via Emma che degrada verso la campagna, si può provenire da Montelepre. Sulla destra di via Cardona, nella parte in linea col corso Roma al n. 7, trovasi un portoncino che è la sede del Partito Comunista contro cui fu effettuato l’assalto. La distanza in linea trasversale tra via Emma e la sede del Partito Comunista si può aggirare sui 30 metri.

Partendo da Borgetto, la Corte prosegue per Partinico ed evi giunge attraversando il Corso dei Mille. Per chi viene da Borgetto sul corso dei Mille si apre a sinistra la via fratelli Di Liberto, già via Lioi, ed a destra poco più innanzi la via Pozzo del Grillo. Sulla sinistra del corso dei Mille, a circa 5 metri dall’angolo anteriore di via Fratelli Di Liberto al 2° pianterreno avente il numero civico 313, vi è attualmente uno spaccio, che era in precedenza l’ingresso alla sede del Partito Comunista. Il corso dei Mille che è largo circa 15 metri sulla sinistra ha la numerazione civica dispari ed a destra quella pari. Dal predetto n. 313 alla via Pozzo del Grillo vi è la distanza in linea trasversale di circa 20 metri. La via Pozzo del Grillo si perde alla periferia dell’abitato di Partinico fino a raggiungere il quartiere Madonna che confina con la campagna.

Da Partinico ritornando indietro la Corte si porta in contrada Cippi. Detta contrada trovasi a circa 3 Km. da Montelepre ed è attraversata dalla via Provinciale che congiunge Partinico con Palermo. Per chi proviene da Montelepre, si trovano, sia a destra che a sinistra della predetta via Provinciale, appezzamenti di terreno coltivati a vigneto. Il maresciallo Santucci presente, interrogato dichiara che l’appezzamento a destra dello stradale è tenuto in fitto dalla famiglia Giuliano ed è di proprietà della famiglia Palazzolo da Cinisi, che è proprietaria anche della casa che in detta contrada trovasi un po’ più avanti ed al di sopra dello stradale. Si dà atto che la vigna esistente in detto appezzamento è costeggiata da un torrente attualmente secco, e trovasi a circa 500 metri dallo stradale. Si dà atto che sul vigneto di sinistra, per chi va verso Palermo, vi è una casa senza tetto, che, a dire del maresciallo Santucci, si appartiene allo stesso Palazzolo ed è tenuto in fitto da Gaglio Francesco, marito di Giuseppina Giuliano.

A richiesta del P. G., la Corte dà atto che sulla destra dello stradale verso Palermo e nell’interno si notano degli scoscendimenti. Interrogato il maresciallo Santucci dichiara che nelle vicinanze di uno di tali scoscendimenti trovasi un sentiero che dopo aver superato la montagna giunge a Portella Suvarese, Sagana, , Masseria Amenta, Cannavera proseguendo per feudo Strasatto o per feudo Signora (territorio di S. Giuseppe Jato). Aggiunge che alla fine della vigna coltivata dalla famiglia Giuliano, si inizia un sentiero di campagna che, attraversando la montagna Fior dell’Occhio, porta a PortellaBianca e finisce sullo stradale Pioppo-Renda.

Si dà atto che di fronte alla contrada Cippi vi è la contrada Saraceno dove, a dire del maresciallo Santucci, si trova una casa occupata dai fratelli Genovese. Si dà atto inoltre che nella vigna coltivata da Gaglio Francesco, dove vi è la casa senza tetto che dista dallo stradale circa 150 metri in linea di aria, avvenne, secondo quanto afferma il maresciallo Calandra, presente, l’incontro tra lui e Giuliano; che dietro la casetta vi è del terreno coltivato a vigna, che, a dire del maresciallo Calandra, all’epoca del citato incontro non esisteva; che chi sta in piedi dietro la casetta al primo piano di essa non può esser visto dallo stradale, ne può vederlo; che nella parte più alta del terreno coltivato a vigna si trovano ruderi di case; che alle falde della montagna Saraceno, vi sono ruderi di una casa visibilissima dallo stradale; che, a dire dei marescialli Santuni e Calandra, sulle montagne Saraceno vi sono diverse grotte in cui è possibile nascondere delle cose. Interrogati il maresciallo Santuni ed il maresciallo Calandra dichiarano che percorsero, sia pure a tappe, i due viottoli che si dipartono da contrada Cippi, che portano fino a Cannavera. Dichiarano ancora che per arrivare da Cippi a Portella della Ginestra occorrono circa 5 ore di cammino. A richiesta dell’avv. Soria, si domanda al maresciallo Santuni se la casa esistente sul versante opposto alla strada vi è un recinto per le mucche ed un casamento per la lavorazione del latte. Il maresciallo Santuni interrogato risponde affermativamente.

Da Cippi la Corte prosegue portandosi nell’abitato di Carini. Dalla piazza del Duomo di Carini si diparte la via Rosolino Pilo, dove, sulla destra dopo il n. 11, vi è una nuova costruzione, cinema Eden, che ha assorbito il numero 15, che era la sede del Partito comunista contro la quale fu effettuato l’assalto. Si dà atto che sulla destra di via Rosolino Pilo vi è la numerazione dispari, e che dopo il cinema Eden vi è una chiesa e poi prosegue la numerazione col n.17 civico. Sulla sinistra di via Rosolino Pilo, di fronte al cinema Eden, si apre la via Roma, che sbocca sulla via Olivieri attraverso la quale si può pervenire da Montelepre.La via Olivieri è parallela alla via Rosolino Pilo e dista dal cinema Eden circa 40 metri. Via Rosolino Pilo prosegue allacciandosi alla via Montelepre – Carini.

Da Carini la Corte prosegue per Cinisi, dove giunti sulla destra del corso Umberto I, al vecchio n. 74 ora 76, vi è attualmente un bar, che prima doveva essere l’ingresso alla sede del Partito comunista contro la quale avvenne l’assalto. Si dà atto che non vi è nulla da osservare. Dopo di che, la Corte rinvia le prosecuzione dell’accesso a domani ore sette.

XII- D’ordine del Presidente introdotto il testimone con giuramento Cuccia Vito […] Interrogato in merito ai fatti della causa, risponde conforme alla deposizione a f. 29, vol. D:

«Il mio sguardo si volse anche verso la Cometa e sulla sommità potetti notare la presenza di due persone che stavano sedute. Non notai la presenza di animali intorno alle predette due persone».

D. R. «Alla destra delle due persone si svolge un piano».

D. R. «Mentre mi allontanavo non volsi più lo sguardo verso la Cometa».

D. R. «Non mi accorsi se le persone scese dalla Pizzuta portavano armi».

D. R. «Non sono mai stato sulla Pizzuta e quindi non posso dire se essa è conformata in modo da consentire che persone si nascondano».

A domanda dell’ avv. Caporale, risponde:

«Andando a Portella della Ginestra il 1° maggio 1947, io sapevo che doveva parlare Li Causi, almeno così si diceva a Piana degli Albanesi».

XIII- Verbale di continuazione di dibattimento del 20 luglio 1951 [ cartella 4, vol. V, n. 5]

D’ordine del Presidente, introdotto il testimone Messana Ettore fu Clemente di anni 66, nato a Racalmuto (Agrigento) e domiciliato in Roma, Ispettore di Ps.

Interrogato in merito ai fatti della causa, risponde:

«Fui mandato in Sicilia a capo dell’Ispettorato Generale di P.S. per la Sicilia nel maggio 1945 e vi rimasi fino a tutto luglio 1947. Il decreto che istituì l’Ispettorato è dell’aprile 1945 e funzione di tale organo fu quella di integrare l’opera repressiva e preventiva nell’eliminazione del banditismo ed in genere della delinquenza associata in Sicilia».

D. R. «Io ebbi a mia disposizione 750 carabinieri, 350 agenti e 14 funzionari, che distribuii in tutte le province della Sicilia da Messina a Trapani. Fui io che istituii i nuclei di carabinieri e polizia nei centri dove a me sembrò che dovessero essere istituiti. Le mie prime operazioni feci nelle province di Agrigento e di Catania. Verso la fine del 1945 incominciò ad affiorare l’attività della banda Giuliano. Tale fatto fece aumentare la mia attività tanto più che la banda Giuliano e quella di Avila si erano poste al servizio dell’Evis».

D. R. «Ebbi notizia dei fatti di Portella nelle ore pomeridiane del 1° maggio 1947. Mi recai ad una riunione indetta dal prefetto Vittorelli, dove si stabilì una certa azione da svolgersi. L’indomani mi recai a Piana degli Albanesi ed a San Giuseppe Jato, ove già si era proceduto all’arresto di quattro persone ad opera di un nucleo dipendente dall’Ispettorato e dove si era proceduto a largo rastrellamento arrestando centinaia di persone sospette, le quali però furono quasi tutte rimesse in libertà. Non essendo emersa a loro carico alcuna responsabilità».

D. R. «Tutto ciò venne fatto ad opera della questura che si limitò poi a denunciare solo i quattro arrestati».

D. R. «In una riunione tenuta anche alla presenza dell’Ispettore Generale di P. S. Rosselli, inviato a Palermo dal Ministero, fu deciso da quest’ultimo che la direzione delle indagini dovesse essere affidata al questore Giammorcaro e fu così che io passai alle dipendenze di costui».

D.R. «Si venne frattanto a conoscenza che il 1° maggio era stato sequestrato, dopo la sparatoria, un campiere, certo Busellini, del quale non si seppe nulla per tanti giorni e che poi fu trovato ucciso in un fossato da un nucleo alle mie dipendenze».

D.R. «Non so se il ritrovamento del cadavere del Busellini avvenne a mezzo di cani poliziotti od a mezzo solo di ricerche».

D.R. «Mi sembra di ricordare che sul petto del cadavere del Busellini fu trovato un cartello con la scritta «questa è la fine dei traditori», la qualcosa ci convinse che il delitto era stato consumato dalla banda Giuliano. Tale convinzione ci facemmo anche per il delitto di Portella poiché ci convincemmo che colui che aveva ucciso Busellini era uno di quelli che aveva sparato a Portella».

D.R. «Noi dell’Ispettorato, fin dal primo momento, pensammo che la strage di Portella era da attribuirsi alla banda Giuliano, perché il fatto era avvenuto nella zona così detta d’imperio della banda stessa, mentre l’Angrisani ed il Guarino avevano orientamento diverso».

D. R. «Tale convincimento da parte dell’Ispettorato fu però rafforzato dalrinvenimento del cadavere del Busellini».

Contestatogli che nel verbale di rinvenimento del cadavere del Busellini non vi è traccia del cartello rinvenuto sul suo cadavere, risponde:

«Può darsi che io abbia un cattivo ricordo di tale fatto, ma pure mi sembra di ricordare così».

D. R. «Le indagini continuarono e solo nel giugno avvennero i primi fermi effettuati dal nucleo centrale comandato dal colonnello Paolantonio, il quale mi riferiva lo sviluppo di esse».

D. R. «Il rapporto n. 37 fu redatto quando io non ero più Ispettore Generale in Sicilia, essendo stato sostituito il 1.8.47 dal questore di Napoli Coglitori».

D. R. «Quasi tutti i fermi avvennero durante la mia permanenza in Sicilia ed io, giorno per giorno, venivo informato di quanto si riusciva a sapere dai fermati».

D. R. «L’Ispettorato aveva dei confidenti ed inoltre era in contatto con alcuni elementi che ci ponevano in comunicazione con il bandito Ferreri Salvatore».

D. R. «Io nessun contatto diretto ebbi col Ferreri, solo ebbi rapporti con lui tramite i suddetti elementi di collegamento».

D. R. «Escludo che Ferreri mi abbia fatto sapere i nomi di coloro che avevano partecipato all’azione di Portella; può darsi che qualche indicazione l’abbia data al colonnello Paolantonio oppure ad un altro funzionario di P.S., certo Zappone, che io avevo dislocato nella zona di Partinico e che fu ucciso a Borgetto in un agguato».

D. R. «Il nostro convincimento che l’azione di Portella era dovuta alla banda Giuliano fu maggiormente rafforzato dal riconoscimento effettuato da quattro cacciatori sequestrati in quella mattina del 1° maggio, i quali in una fotografia di persona a cavallo riconobbero proprio colui che ritenevano fosse il capo del gruppo che li aveva sequestrati».

D. R. «Il colonnello Paolantonio, fin quando io restai in Sicilia, non mi parlò mai del fermo di alcuno ritenuto partecipe della strage di Portella per confidenze avute dal Ferreri».

D. R. «Escludo di aver avuto mai rapporti con Pisciotta Gaspare, come escludo di avergli rilasciato un tesserino di riconoscimento sia al suo nome che a quello di Faraci Giuseppe».

Contestatogli che il Pisciotta ha affermato invece di aver avuto rilasciato un tesserino proprio da lui che glielo fece recapitare tramite Ferreri, risponde:

«Escludo nel modo più reciso che ciò sia avvenuto».

Richiamato l’imputato Gaspare Pisciotta e contestatagli la dichiarazione resa dall’Ispettore Messana a proposito del tesserino, risponde:

«Il tesserino lo ebbi tramite Ferreri, portava la firma Messana, aveva i timbri dell’Ispettorato, fu strappato ed io spero che colui che lo ha strappato, se ha coscienza, lo dirà».

D. R. «Luca potrà dire qualcosa in merito, può darsi che il tesserino esista ancora, ma a me risulta che fu stracciato».

Il teste Messana:

D. R. «Io facevo da organo propulsore nell’attività dei miei funzionari; dissi loro di indagare anche sulla ragione per cui Giuliano fece l’azione di Portella ma nessuno di essi mi parlò mai su tale fatto».

D. R. «Andai via dalla Sicilia il 31.7.1947 e quindi non mi occupai più della cosa».

A domanda dell’Avv. Sotgiu, risponde:

«Non ricordo di aver rilasciato al Ferreri un tesserino di libera circolazione, ma non escludo che esso possa essere stato rilasciato da altri sotto il mio nome, essendo io il capo dell’Ispettorato. Devo dire per altro che la mia firma ufficiale è quasi inintellegibile come Messana, anzi ritengo che sia del tutto inintellegibile».

D.R. «Non rilasciai tesserini di libera circolazione ai confidenti, non so se ne furono rilasciati a mio nome dai miei dipendenti che nulla mi riferivano intorno al rilascio di essi poiché ognuno ha i propri confidenti ed intorno a noi si mantiene il più stretto riserbo anche con i superiori».

D.R. «Io fornivo il danaro che mi richiedevano per i confidenti ai miei dipendenti, i quali mi rilasciavano ricevuta sulla quale si limitavano a dire. — per un confidente-senza indicarne le generalità».

D.R. «Certamente i rapporti col Ferreri iniziarono prima della strage di Portella. Ricordo di aver saputo, attraverso la fonte Ferreri, che Giuliano voleva attentare alla vita dei dirigenti del Partito Comunista di Palermo, fra i quali il Li Causi. Informai per la opportuna vigilanza il questore e fu il colonnello Paolantonio che avvisò direttamente il Li Causi».

D.R. «Al padre del Ferreri feci dare un porto d’armi, ma ciò rientrava nel progetto di venire all’arresto di Giuliano. Sentii parlare del rinvenimento del predetto porto d’armi sul cadavere del Ferreri, ma ciò non constatai personalmente».

D.R. «Escludo che il padre del Ferreri facesse parte della banda Giuliano».

D.R. «Non mi risulta che dopo l’amnistia dell’Evis Giuliano abbia mantenuto rapporti con persone insospettabili».

D.R. «Dopo di me all’Ispettorato ci fu Coglitore, poi Modica, poi Spanò, poi Verdiani»

D.R. «Non ricordo i nominativi dei componenti la banda Giuliano».

D.R. «Esiste un rapporto intorno alle bande armate dell’Evis ed all’attività da esse spiegate, rapporto redatto dal nucleo centrale alle mie dipendenze».

D.R. «Sono a conoscenza dei nomi in esso compresi, può darsi che l’elenco contenuto in detto rapporto non sia completo e non comprenda tutta la materia, essendo potuta qualcosa essere sfuggita e qualcosa sopraggiungere».

D.R. «Non ricordo il nome di Genovesi Giovanni tra i confidenti della polizia, né so se egli sia stato interrogato dal colonnello Denti».

A domanda dell’avv. Crisafulli, risponde:

«Per il fatto di Portella venne in Sicilia un Ispettore generale del Ministero, come di solito avviene quando succedono fatti di una certa rilevanza».

D.R. «Detto Ispettore riunì tutti gli organi di polizia in questura e poiché ogni organo comunicò i risultati delle indagini svolte, l’Ispettore volle che le varie attività fossero coordinate e quindi, senza esautorare e sostituire alcuno, dette la direzione al questore Giammorcaro al quale doveva essere comunicata ogni attività degli organi di polizia. Tutto ciò per quanto riguarda i fatti di Portella».

D.R. «Mi fu detto che il Ferreri fu operato di appendicite».

A domanda dell’avv. Sotgiu, risponde:

«Non mi risulta che al Ferreri sia stata rilasciata una tessera intestata a Salvo Rossi, autista del colonnello Paolantonio».

A domanda dell’avv. Crisafulli, risponde:

«Parlando di un rapporto Coglitore mi riferivo solo al rapporto firmato dal maresciallo Lo Bianco relativo ai fatti di Portella»

A domanda del Pisciotta Gaspare, risponde:

«Escludo di essere stato io a consegnare i mitra al Ferreri, né mi risulta che ciò sia stato fatto da qualcuno dell’Ispettorato. A quell’epoca avevamo penuria di armi».

Il Pisciotta aggiunge:

«I cinque mitra servirono per l’azione di Portella, secondo quanto mi disse Ferreri».

Dopo di che il Presidente rinvia la prosecuzione del dibattimento all’udienza del 23.7.1951 ore 9,30.

XIV-Testimonianza di Tranquillo Avenoso, Randazzo Salvatore, Domenico Coglitore

Il Presidente introdotto il testimone Avenoso Tranquillo di Giuseppe di anni 40, nato a Cittanova, domiciliato in Napoli, brig.re PS, scalo ma.Interrogato in merito ai fatti della causa risponde:

«All’epoca in cui avvennero i fatti comandavo il nucleo mobile di PS. a Partinico, che aveva giurisdizione anche su Borgetto».

D. R. «Quando avvenne il fatto, per cui è processo, io mi trovavo nella piazza di Partinico ove si svolgeva un concerto musicale. Avvertii colpi di mitra e di bombe a mano. Mi recai sul posto e potetti così trovare anche all’esterno delle bombe a mano non esplose che io allontanai».

D. R. «Ebbi confidenza da parte di persone che non intendo nominare che gli esecutori del delitto furono quattro, due che avevano il mitra e due le bombe a mano».

D. R. «Il confidente non mi disse il nome delle persone che non furono identificate».

D. R. «Secondo gli accertamenti fatti, tutti i colpi di mitra ed il lancio delle bombe avvennero da via Pozzo del Grillo».

D. R. «Coloro che eseguirono il delitto a Partinico si allontanarono con un camion avviandosi verso Borgetto, dove non molto dopo fu anche assalita la sede del Partito Comunista. Ciò appresi da alcune persone che mi dissero anche che il camion si avviò prima lentamente e poi accelerò la marcia».

D. R. «Non ricordo se mi fu detto il colore del camion».

D. R. «Mi si disse che il camion provenne da porta Alcamo, da dove discesero quattro persone; che il camion proseguì a camminare lentamente in modo da dar tempo a quelli che erano scesi di consumare il delitto».

D. R. «Ciò avvenne a circa 500 metri dalla sede del Partito»

A domanda dell’Avv. Crisafulli, risponde:

D. R. «Il 1.5.47 mi trovavo in servizio a Partinico ma non mi occupai per nulla del delitto di Portella essendo stato commesso fuori della mia circoscrizione».

XV-Il Presidente introdotto il testimone Randazzo Salvatore in conformità […] Interrogato in merito ai fatti della causa, risponde:

«In un giorno, che non posso precisare, della fine del mese di aprile 1947, mentre mi trovavo in contrada Pernice arrivò una jeep. Dalla macchina scese una persona che io identificai in Pianello Filippo, ne scesero anche altre due che non identificai essendo restate a distanza. Il Pianello mi domandò se avevo visto Terranova Antonino, io gli detti risposta negativa. Egli mi aggiunse che qualora l’avessi visto dovevo dirgli che Giuliano lo aspettava a contrada Giacalone per parlargli. In quel giorno io non vidi né Terranova, né Mannino, né Pisciotta Francesco (Mpompò). Dopo qualche giorno io incontrai Terranova nella mia abitazione, in contrada Pernice, e gli riferii quanto mi aveva detto il Pianello Filippo».

D. R. «Egli mi disse di far sapere che io non lo avevo visto»

D. R. «Il Terranova venne nella mia abitazione in compagnia di Pisciotta Francesco. A distanza vidi altre persone tra le quali riconobbi solo Frank Mannino. Il Terranova mi chiese in tale occasione dell’acqua».

D. R. «Quando venne il Terranova a domandarmi l’acqua doveva ancora avvenire ciò che avvenne a Portella. Dico meglio ricordo oggi che il discorso tra me e Terranova avvenne il 1° maggio, di mattina presto, ed io allora gli riferiii quello che aveva a me detto il Pianello Filippo».

Contestatogli che nella deposizione a f. 39 ed a f. 40, v. T, egli mai fece indicazione che l’incontro sarebbe avvenuto il 1° maggio 1947, risponde:

«Io ricordo di averlo fatto quando fui messo a confronto con Terranova e non so spiegare come non se ne trovi menzione nel verbale».

Contestatogli che a f. 98 retro, fasc. T, egli affermò di aver visto il Terranova lo stesso giorno in cui in contrada Pernice arrivò la jeep, risponde:

«Devo essermi sbagliato indicando che l’incontro del Terranova avvenne nello stesso giorno in cui venne la jeep. Ricordo che detto incontro avvenne invece due o tre giorni dopo l’arrivo della jeep».

D. R. «La mia casa in contrada Pernice dista un km. o un km. e mezzo da contrada Balletto».

D. R. «Quando il Terranova bussò alla mia porta, io stavo a dormire. L’acqua oltre che dal Terranova mi fu chiesta anche da Pisciotta Francesco».

D. R. «Non posso dire quanto disti da contrada Pernice la contrada Giacalone, che non conosco».

A domanda dell’imputato Corrao Remo, risponde:

«La jeep si fermò a circa 10 metri dalla mia abitazione».

A domanda del Presidente risponde:

«Non posso dare i connotati di coloro che scesero dalla macchina, anche perché non avevo interesse di prestare attenzione ad essi».

A domanda del P. G. risponde:

«Mai in precedenza il Terranova od altri erano venuti a casa mia in contrada Pernice».

D. R. «La mia casa fa parte di un edificio dove abitano anche altri contadini, che quel giorno non vi erano, poiché in gran parte erano di S. Giuseppe Jato e quindi il paese era più vicino».

D. R. «Da Pernice a San Giuseppe Jato si può impiegare al massimo due ore di cammino».

D. R. «Del Pianello non avevo molta pratica, lo avevo visto qualche volta soltanto e quando scese dalla macchina mi disse chiamarsi Pianello».

D. R. «A me parve addirittura una sorpresa essere stato avvicinato dal Pianello per dirmi quello che ho riferito».

A domanda del Presidente, risponde:

«Io intesi dire, dopo 2 o 3 giorni dal 1.5.47, che avvenne un conflitto in contrada Pernice, ma io non fui presente nella mia casa, perché il 2 maggio trasportai a Montelepre un carico di foraggio restando fuori circa 8 giorni».

A domanda dell’avv. Sotgiu risponde:

«Non ho rapporti di parentela con Randazzo Francesco di Vito che neppure conosco».

D. R. «Conoscevo il Terranova perché, fino a che non fu latitante, lavorò in contrada Pernice».

XVI- Verbale di testimone con giuramento

Il Presidente introdotto il testimone Coglitore dott. Domenico fu Luigi di anni 63, nato a Palermo. Domiciliato in Roma

Interrogato in merito ai fatti della causa, risponde:

«Mi trovai a reggere l’Ispettorato Generale di P.S. dall’1.8.47 al 15.9.47».

D. R. «Ebbi la consegna dell’ufficio da parte dell’Ispettore Messana il 31.7.47».

D. R. «Io trovai le indagini su Portella ed agli assalti alle sedi comuniste in stato avanzato. Esse erano condotte dal nucleo centrale dei carabinieri sotto la sorveglianza del colonnello Paolantonio, che fu da me sollecitato per condurre le indagini a termine».

D. R. «Il Paolantonio mi informava di volta in volta dell’andamento delle indagini. Tali informazioni avvenivano in forma generica, senza riferimento di particolari, anche perché le indagini venivano fatte in luogo diverso da quello dove era la sede dell’Ispettorato. Io non ebbi occasione di leggere ilverbale con cui furono denunziate alcune persone per il delitto di Portella e per gli assalti alle sedi comuniste».

D. R. «Il Paolantonio non parlò mai con me dell’esistenza o meno di mandanti di tali delitti».

D. R. «In sostanza non ebbi da Messana la consegna di alcun documento, poiché io conservai sempre la titolarità della questura di Napoli, di cui ero a capo, e si sapeva già che il successore sarebbe stato l’attuale questore di Torino, Modica, che io stesso proposi».

D. R. «Non intesi dire mai di tesserini rilasciati dall’Ispettorato a persone, con cui si consentiva la libera circolazione in Sicilia. Ciò ho appreso soltanto dai giornali in quest’ultimi tempi».

D. R. «Capo gabinetto di Messana era il dott. La Marca coadiuvato dal dott. Albertini. Credo che il Modica abbia mantenuto gli stessi modificando le attribuzioni».

D. R. «Data la precarietà della mia funzione in Sicilia non avevo ragione di occuparmi o di procurarmi dei confidenti, né sentii parlare mai di confidentipresso l’Ispettorato».

A domanda dell’avv. Sotgiu, risponde:

D. R. «Nell’ufficio dell’Ispettorato durante il periodo della mia permanenza in Sicilia, non vi fu un dottor Rosselli. Se Rosselli si fosse trovato in qualche nucleo fuori Palermo, anche perché non chiamai mai nessuno dei comandanti dei nuclei, io non lo so».

D. R. «Quando andai a Palermo il questore era Giammorcaro, vi fu un questore Roselli o Ispettore Generale Roselli a Palermo, ma ciò quando io ero a Milano, dove io fui fino al febbraio 1946. Ricordo di aver inteso dire che il collega Roselli che allora trovavasi a Palermo, fu colto da paralisi».

D. R. «Messana non mi informò di nulla intorno alle indagini su Portella, egli peraltro non doveva darmene conto».

L’avv. Sotgiu chiede che la Corte ordini le citazioni del questore Modica e dei dott. La Marca e dott. Albertini, funzionari di P. S.. L’avv. Crisafulli si oppone. Gli altri difensori si rimettono alla giustizia. Il P.G. si oppone alla richiesta dell’avv. Sotgiu. La Corte si riserva di provvedere.

A domanda dell’avv. Crisafulli, risponde:

D. R. «Non fui informato dal tenente colonnello Paolantonio dei nomi di coloro che parteciparono all’azione di Portella».

A domanda dell’avv. Galli, risponde:

D. R. «Ricordo di non aver apposto alcun visto al verbale n. 37 con cui furono denunziati i colpevoli del delitto di Portella della Ginestra».

L’avv. Galli chiede che siano richiamati i verbalizzanti perché diano i chiarimenti su alcune affermazioni contenute nel verbale.

XVII-

Il Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Palermo.

Letti gli atti del procedimento penale

contro

<!–[if !supportLists]–>1)<!–[endif]–>Provenzano Giovanni di Giuseppe e di Palazzolo Giuseppa, nato il 27.3.1925 a Montelepre, ivi residente, latitante;

<!–[if !supportLists]–>2)<!–[endif]–>Licari Pietro di Antonino e fu Pellerito Rosalia, nato l’1.9.1915 a Montelepre, detenuto per altro;

<!–[if !supportLists]–>3)<!–[endif]–>Italiano Vincenzo fu Vito e di Russo Ninfa, nato il 14.11.1911 a Partinico, ivi residente, detenuto.

Imputati

tutti e tre

del delitto di cui all’art. 2 D. L. L. 10.5.1945 n. 234 per aver partecipato alla banda armata capeggiata da Giuliano Salvatore in territorio delle provincie di Trapani e Palermo dal 1946 al 5 luglio 1950.

Licari Pietro inoltre:

a) di concorso nel delitto di cui all’art. 422 C.P., per aver in correità con altri elementi della banda Giuliano, a fine di uccidere, esploso diversi colpi di armi automatiche sulla folla convenuta il I maggio 1947 in contrada Portella della Ginestra in Piana degli Albanesi, ponendo in pericolo la pubblica incolumità e cagionando la morte di: 1) Megna Giovanni di Giuseppe; 2) Alotta Vito di Filippo; 3) La Fata Vincenza di Salvatore; 4) Grifò Giovanni di Giovanni; 5) Di Maggio Giuseppe di Lorenzo; 6) Vicari Francesco di Giorgio; 7) Intravaia Castrenze di Giuseppe; 8) Cusenza Giorgio di Giuseppe; 9) Clesceri Margherita di Giuseppe; 10) Lascari Serafino di Paolo; 11) Di Salvo Filippo fu Giuseppe;

b)del reato di cui agli artt. 81, 583 C. P. per avere, nelle stesse circostanze di tempo e di luogo di cui alla lettera a), cagionato lesioni personali volontarie a:


1

Caldarella Giorgio fu Serafino guarito in 30 giorni residuandogli indebolimento permanente della funzionalità dell’arto inferiore destro

2

Mileto Giorgio di Benedetto

che guarì in gg.

28

3

PaPalumbo Antonino fu Calogero

« « « «

10

4

Invernale Salvatore fu Onofrio

« « « «

45

5

La Puma Francesco di Antonino

« « « «

60

6

Petta Damiano di Giuseppe

« « « «

22

7

Caruso Salvatore di Francesco cui è reliquata una malattia probabilmente inguaribile

8

Muscarella Giuseppe fu Giovanni

« « « «

30

9

Moschetto Eleonora di Rosario

« « « «

10

10

Marino Salvatore di Giuliano

« « « «

28

11

Di Corrado Alfonso di Salvatore

« « « «

30

12

Fratello Giuseppe fu Calogero

« « « «

50

13

Schirò Pietro fu Giuseppe

« « « «

57

14

Greco Provvidenza di Salvatore alla quale è reliquata malattia insanabile ed indebolimento dell’organo nella vista e della parola articolata

15

La Rocca Cristina di Vincenzo

« « « «

30

16

Italiano Marco fu G. Battista

« « « «

40

17

Vicari Maria di Mariano

« « « «

50

18

Renna Salvatore di Francesco

« « « «

90

19

Caldarella Maria fu Filippo

« « « «

60

20

Fortuna Ettore di ignoti

« « « «

120

21

Spina Giovanni fu Vincenzo

« « « «

40

22

Parrino Giuseppa fu Giorgio

« « « «

22

23

Pardo Gaspare di Girolamo

« « « «

10

24

Caiola Antonina

« « « «

45

25

Ricotta Castrenze

« « « «

25

26

Di Lorenzo Francesca

« « « «

40

27

Di Modica Gaetano di Giuseppe

« « « «

15


c)del reato di cui agli artt. 110-2D. P. R. 19.8.1948 n.1184 per concorso nella detenzione abusiva di armi e munizioni da guerra (mitra, moschetti, bombe e mitragliatrici) in quantità rilevante;

d) di porto abusivo di dette armi (art. 4 cpv. I D. P. R. 19.8.1948 n. 1184) dal 1946 al 5.7.1950;

e) di concorso nel reato di cui agli artt. 110, 112 n. I, 61 n. 2 – 605 C. P. per avere privato della libertà personale Sirchia Giorgio, Fusco Salvatore, Cuccia Gaetano e Riolo Antonino al fine di consumare il delitto di strage, di cui alla lettera a), in Portella della Ginestra il 1.5.1947.

Osserva

Nel corso del dibattimento innanzi la Corte d’Assise di Viterbo che conosceva, per remissione della Suprema Corte di Cassazione, ai sensi dello art. 55 c. p. p. del procedimento penale a carico degli imputati della strage di Portella della Ginestra, consumata ad opera del bandito Giuliano Salvatore e di affiliati alla sua banda armata, il I maggio 1947, alcuni degli imputati suddetti, e precisamente, Pisciotta Gaspare, Pisciotta Francesco, Mannino Frank e Terranova Antonino facevano alcune propalazioni, di cui si dirà dettagliatamente in seguito, nei riguardi di Provenzano Giovanni di Giuseppe, Licari Pietro di Antonino e Italiano Vincenzo fu Vito.

Il Mannino, infatti, aveva dichiarato di avere appreso da Candela Rosario, affiliato alla banda Giuliano che tra i partecipanti alla strage di Portella della Ginestra era insieme con altri di cui faceva pure i nomi, Licari Pietro (v. f. 77 copia verbale dibattimento Corte Assise Viterbo )-Pisciotta Francesco assumeva d’aver appreso dal Terranova i nomi degli autori della strage suddetta, che rendeva noti. Tra gli altri faceva anche il nome di Licari Pietro ( v. f. 63, copia verb. dibattim. Corte Assise Viterbo).

Terranova Antonino affermava d’aver appreso da Giuliano Salvatore che il Licari Pietro era stato uno dei partecipanti alla strage di Portella della Ginestra (v. f. III copia verb. dib. Corte Assise Viterbo). Pisciotta Gaspare precisava d’aver appreso dal Giuliano che Licari Pietro aveva partecipato alla strage di Portella della Ginestra ed era stato precisamente colui che aveva custodito i quattro cacciatori: Cuccia Gaetano, Riolo Antonino, Fusco Salvatore e Sirchia Giorgio, imbattutisi casualmente nei banditi quando questi si erano già appostati per sparare sui convenuti alla festa celebrativa del I maggio, in contrada Portella della Ginestra (v. f. 51, verb. dibatt. Corte Assise Viterbo). Pisciotta Gaspare, Mannino Frank, Terranova Antonino e Pisciotta Francesco chiamavano in correità il Licari, quale affiliato, insieme con essi, alla banda Giuliano (v. f. 3 e segg., verb. dib. Corte Ass. Viterbo). Pisciotta Gaspare rendeva, altresì, noto che anche Italiano Vincenzo e Provenzano Giovanni facevano parte del sodalizio criminoso del Giuliano (v. fogli già citati, verb. dib. Corte Assise Viterbo).

Pervenuta a quest’ufficio copia del verbale della Corte di Assise di Viterbo, di cui s’è più volte detto, era promossa l’azione penale nei confronti del Licari, del Provenzano e dell’Italiano, ai quali si dava carico dei reati di cui in rubrica. L’istruzione era rimessa ai sensi dell’art. 234 cpv. c.p.p. alla Sezione Istruttoria della Corte d’Appello di Palermo. Era emesso mandato di cattura contro gli imputati suddetti. Esso era eseguito nei confronti del Licari, che trovavasi detenuto, e dopo un periodo di latitanza, anche nei confronti di Italiano Vincenzo. Il Provenzano si rendeva latitante, e vane riuscivano le ricerche della polizia.

Mannino Frank dichiarava al magistrato inquirente che in seguito alla sua condanna per la strage di Portella della Ginestra, della quale si protestava innocente, intendeva non fare più alcuna dichiarazione, e, pertanto, non ritrattava né confermava le sue riferite dichiarazioni rese innanzi la corte d’Assise di Viterbo (v. f. 169).

Pisciotta Francesco confermava, invece, il contenuto delle sue dichiarazioni di Viterbo, aggiungendo nei riguardi del Licari d’aver appreso anche dal Terranova, che quegli era stato il bandito che aveva custodito i quattro cacciatori. Dichiarava, poi, che non intendeva neanche lui, e per le stesse ragioni dedotte dal Mannino, aggiungere altro, e rifiutava di rispondere alle domande, che gli erano rivolte, riguardanti il Provenzano e l’Italiano (v. f. 170 ).

Anche il Terranova Antonino assumeva lo stesso atteggiamento , pur ammettendo d’esser vero che a viterbo aveva fatto le dichiarazioni innanzi riferite (v. f. 171).

Anche il Pisciotta Gaspare è deceduto.

I quattro cacciatori Cuccia, Riolo, Fusco e Sirchia non riconoscevano nella formale ricognizione il Licari quale il bandito che li custodì, nelle note circostanze. Tutti e quattro i testi avevano, però, reso nota al magistrato, prima che si procedesse alla ricognizione, la loro grave difficoltà a riconoscere, dopo sette anni dal fatto, il bandito di cui si tratta, del quale però, avevano fatto nel loro primo giudiziario esame del 1947, descrizione dei caratteri somatici, che confermavano. Essa corrisponde alle caratteristiche somatiche del Licari (v. da f. 126 a f. 134 e da f. 144 a f. 146).

Il Licari (v. f. 120 e segg.) e l’Italiano (v. f. 287) dichiaravano d’essere innocenti, e, il primo adduceva un alibi per il I maggio 1947. Escussi i testi indotti, la gran parte di essi dichiaravano di non ricordare, mentre qualcuno asseverava l’alibi del Licari (v. f. 157 e segg.).

L’Italiano assumeva in sua difesa d’essersi presentato innanzi al Corte d’Assise di Viterbo, dopo le propalazioni e le chiamate di correo in suo pregiudizio fatte dal Pisciotta Gaspare, il quale, richiesto dal Presidente della Corte se nel teste riconoscesse l’Italiano, di cui aveva precedentemente parlato, negava che quegli s’identificasse nel bandito di cui aveva fatto il nome. Era evasa una difesa del Provenzano (di lui è, in atti a f. 172, copia di una dichiarazione resa al magistrato della Procura Generale della Repubblica di Palermo il 7.5.1953, con cui, tra l’altro, respinge gli addebiti mossi a Viterbo contro di lui dal Pisciotta e lo accusa di averlo calunniato, perché egli non si sarebbe prestato a fare, come il Pisciotta avrebbe desiderato, false dichiarazioni sui mandanti della strage di Portella della Ginestra), difesa secondo cui Palazzolo Giuseppa, madre del Provenzano, Terranova Giuseppa, domestica di casa Provenzano, Fossetta Erminia, figlia adottiva di Pisciotta Caterina, cognata di Lombardo Rosalia, madre di Pisciotta Gaspare, avrebbero saputo delle minacce fatte dal Pisciotta al Provenzano per tramite della madre e del fratello del Pisciotta stesso, nel caso che il Provenzano si fosse rifiutato di dichiarare alla Corte di Assise di Viterbo di constargli che i mandanti della strage di Portella della Ginestra erano proprio coloro di cui il Pisciotta Gaspare aveva fatto i nomi in udienza.

La Palazzolo, la Terranova e la Fossetta deponevano in senso conforme alla posizione difensiva (v. da f. 148 a f. 153) contraddette dal fratello e dalla madre del Pisciotta (v. da f. 173 a f. 181) che negavano, come del tutto destituito di fondamento, l’assunto dei testi a discolpa su menzionati. Provenzano Carlo, fratello dell’imputato, e certo Di Misa Giuseppe, imputato prosciolto della strage di Portella della Ginestra, dichiaravano di sapere che il Pisciotta aveva mosso le accuse di cui s’è detto a carico del Provenzano Giovanni, per vendicarsi del fatto che questi non aveva deposto a Viterbo in conformità alle sue istruzioni, tendenti a fargli dire che conoscesse i nomi dei mandanti della strage stessa (v. ff. 155 e 156).

La Lombardo Rosalia rendeva noto che il Provenzano aveva accompagnato il medico, dott. Vasile, in Montelepre, per visitare il Pisciotta Gaspare e per sottoporlo a radiografia polmonare. Il dr. Vasile, assunto in esame dal Consigliere delegato alla istruzione, negava che ciò rispondesse al vero, anche in confronto con la Lombardo, che affermava, invece, il contrario.

Il Vasile, a Viterbo, innanzi quella Corte d’Assise, aveva detto di non poter essere preciso sulla circostanza, perché non ricordava se il Provenzano, studente in medicina a lui noto, avesse accompagnato a Montelepre, per visitare il Pisciotta o altra persona.

Anche il dott. Di Lorenzo Salvatore, radiologo, deponeva in senso conforme al dott. Vasile (v. da f. 186 a f. 195,da f. 220 a 226 e da f. 292 a f. 294). Pisciotta Salvatore, padre di Gaspare, accusava il Provenzano di aver partecipato alla banda Giuliano e lo chiamava, pertanto, in correità (v. f. 293).

Erano escussi i marescialli dei carabinieri Lo Bianco Giovanni e Calandra Giuseppe, i quali si erano occupati delle indagini riflettenti la banda Giuliano. Entrambi escludevano che il nome dello Italiano, quale affiliato alla banda Giuliano, fosse stato fatto da altri, prima che dal Pisciotta Gaspare a Viterbo; rendevano noto che il Provenzano era stato assegnato al confino di Polizia – come da documentazione in atti – per la sua attività – denunziato all’Autorità giudiziaria, per ricettazione di somme di denaro, provento di delitti della banda Giuliano. Da questa imputazione il Provenzano era stato assolto dalla Corte d’Assise di Palermo e la sentenza gravata di appello dal P. M. (v. relativa copia di sentenza e motivi d’appello del P.M. a f. 233 e segg.).

Il Lo Bianco, poi, escludeva che fosse vero, come assunto da Pisciotta Gaspare, a Viterbo, che il Giuliano l’avesse corrotto, facendogli pervenire somme di denaro a mezzo del Provenzano (v. ff. 141 e segg. e 183 e segg.). Il Licari Pietro è stato già condannato alla Corte di Assise di Palermo, con sentenza del 13.5.1954, a 14 anni di reclusione, ridotta ad anni nove e mesi quattro, per il delitto di partecipazione alla banda Giuliano. Il Pisciotta Francesco, il Terranova ed il Mannino erano nuovamente interrogati dal magistrato inquirente, dietro sollecitudine di questo Ufficio, perché fossero incitati a rendere noto tutto ciò che sapessero a carico dei prevenuti, sui fatti per cui è processo, ma essi insistevano nell’agnostica e ermetica posizione assunta (v. f. 228 e segg.).

Completata l’istruzione, gli atti erano rimessi a questo Ufficio per le requisitorie. La prova della colpevolezza di Italiano Vincenzo, in ordine ai reati a lui ascritti, non può dirsi che sia sufficiente per richiedere il rinvio a giudizio dell’imputato suddetto. Essa, infatti, consiste nella chiamata in correità, fatta innanzi la Corte d’Assise di Viterbo, dal Pisciotta Gaspare, il quale, allorché l’Italiano si presentò in udienza, dichiarò che non riconosceva in lui la persona di cui aveva fatto in precedenza il nome, come di uno degli affiliati alla consorteria criminosa del Giuliano. Sebbene non sia destituita di logico fondamento ed appaia, anzi, ben comprensibile la condotta del Pisciotta Gaspare alla presenza dell’Italiano, il quale, come risulta agli atti di questo ufficio, è un temibile criminale cui si fa carico di gravi reati, per cui attende d’essere giudicato, ed è, peraltro, un esponente di quella mafia, dal cui oscuro millantato intervento, il Pisciotta Gaspare, come del resto i suoi correi, s’attesero, e tutte le loro speranze andarono deluse, esiti miracolistici dei procedimenti penali a loro carico, esiti che mancarono del tutto, com’era ben naturale, deve, tuttavia, rilevarsi che le risultanze processuali, di cui innanzi si è detto, non sono, oggettivamente considerate, del tutto tranquillizzanti e lasciano adito a dubitare della veridicità delle dichiarazioni del Pisciotta riguardanti l’Italiano, atteso che esse non furono mantenute, e atteso altresì che una ulteriore chiarificazione in merito del Pisciotta è impossibile, a cagione del decesso di quest’ultimo.

Deve, perciò, richiedersi il proscioglimento di Italiano Vincenzo dagli addebiti, per insufficienza di prove.

Gli elementi di responsabilità emersi a carico del Provenzano e del Licari sono, invece, più che sufficienti per richiedere il rinvio di entrambi gli imputati al giudizio della Corte d’Assise di Palermo, competente, in proprio e per connessione, a conoscere dei reati loro ascritti.

A carico del Provenzano conversero le accuse specifiche e circostanziate, costanti e mantenute giudiziariamente, del Pisciotta Gaspare e del Pisciotta Salvatore, le quali sono vere e proprie chiamate in correità contestuali con la confessione resa al magistrato da entrambi i Pisciotta della loro partecipazione alla banda armata del Giuliano. Dette fonti d’accusa furono altresì suffragate dalle dichiarazioni, innanzi riferite, della Lombardo Rosalia e dal Pisciotta Pietro, specifiche e riflettenti fatti specifici, che i testi a discarico, quasi tutti prossimi congiunti del Provenzano (v. quanto esposto innanzi al riguardo) vollero svuotare di contenuto o sminuire con la benevola cooperazione di quel tal Di Misa, imputato della strage di Portella della Ginestra, e, giovandosi dei ricordi del dott. Vasile che non rassicurano molto, attese le diverse versioni da lui rese sui fatti, a Viterbo prima, innanzi quella Corte d’Assise, e a Palermo, in tempo successivo, innanzi al magistrato inquirente, allorché pendeva già procedimento penale a carico del Provenzano.

La giudiziaria chiamata in correità fatta dai due Pisciotta a carico del Provenzano riceveva d’altra parte suffragio e corroborazione, alla stregua delle risultanze messe già in evidenza e attinenti all’assegnazione dell’imputato al confino di polizia, per la sua attività di cooperatore della banda Giuliano, e al giudizio pendente contro lo stesso Provenzano, ancora latitante per ricettazione di somme di denaro, provento di delitti commessi dalla banda Giuliano.

Le dichiarazioni rese davanti al giudice da Pisciotta Gaspare, Mannino, Terranova, e Pisciotta Francesco, riflettenti la partecipazione di Licari Pietro alla strage di Portella della Ginestra, non furono mai smentite, in sostanza dai suddetti, poiché il loro riserbo innanzi al magistrato inquirente che li escuteva in merito (non di tutti, perché il Pisciotta Francesco, e in certo senso, anche il Terranova, confermarono esplicitamente le dichiarazioni, che avevano reso a Viterbo innanzi quella Corte d’Assise ) fu determinato dal disappunto per la sorte agli stessi toccata in esito al giudizio che li dichiarava colpevoli dell’eccidio di Portella della Ginestra e non già perché essi non intendevano mantenere fermo il loro assunto giudiziario sulla parte presa dal Licari in quell’efferato crimine. Ha da notarsi che le accuse di cui si tratta furono specifiche, concordanti, circostanziate e contenevano il riferimento al fatto determinato d’aver il Licari cioè provveduto, per ordine del Giuliano, alla custodia dei quattro cacciatori imbattutisi tra le fila dei banditi, schierati per far fuoco sulla massa di popolo convenuto a Portella della Ginestra nella giornata celebrativa del I maggio 1947, festa del lavoro. Ora, può apparire che il mancato riconoscimento del Licari ad opera dei quattro cacciatori suddetti comporti una incrinatura alla validità delle accuse mosse contro quest’ultimo da Pisciotta e compagni, ma ciò non é, sia perché i testi manifestarono al magistrato prima che si procedesse alla formale ricognizione di trovarsi nell’impossibilità, quasi, di procedere al riconoscimento, perché trascorsi sette anni dal fatto, sia perché i connotati del loro custode, resi noti dagli stessi testimoni al giudice istruttore, nel 1947, in una loro dichiarazione, confermata ancora oggi, corrispondono in modo veramente preciso e sicuro ai connotati del Licari Pietro.

Quest’ultima circostanza accredita, con la sua indiscutibile, obiettiva autorevolezza, le accuse di Pisciotta e compagni a carico del Licari, del quale, pertanto, deve richiedersi il rinvio a giudizio perché risponda della strage di Portella della Ginestra e del porto e detenzione di armi da guerra. Il delitto di partecipazione alla banda Giuliano, ascritto al Licari come in rubrica, ha formato già oggetto di precedente giudizio, come da documentazione in atti, giudizio conclusosi con l’affermazione della responsabilità del Licari per detto addebito. É ostativo, quindi al rinvio a giudizio, per detto reato, il disposto dell’art. 90 c. p. p. . Deve richiedersi, infine, che sia mantenuto fermo il mandato di cattura emesso contro il Provenzano e lo stato di preventiva carcerazione del Licari Pietro.

P. Q. M.

Visto l’art. 388 c. p. p.

chiede

che la Sezione Istruttoria della Corte d’Appello di Palermo dichiari chiusa la formale istruzione; dichiari di non doversi provvedere contro Italiano Vincenzo per insufficienza di prove e contro Licari Pietro, limitatamente al reato di partecipazione a banda armata, per inammissibilità di un secondo giudizio; ordini il rinvio dello stesso Licari Pietro, per rispondere degli altri reati a lui ascritti, nonché del Provenzano Giovanni per rispondere dei reati addebitati, come in epigrafe, al giudizio della Corte d’Assise di Palermo competente in proprio e per connessione, fermo mantenendo lo stato di preventiva carcerazione del Licari ed il mandato di cattura emesso contro il Provenzano.

Palermo, li 22 Luglio 1954

XVIII-QUESTURA DI PALERMO

Verbali degli interrogatori dei quattro cacciatori posti sotto sequestro durante la strage di Portella della Ginestra.

1– L’anno 1947 il giorno ventinove del mese di maggio, in Palermo, nella questura. Dinanzi noi sottoscritti Ufficiali di polizia giudiziaria è presente Fusco Salvatore di Saverio e fu Pillari Virginia, nato a Piana degli Albanesi l’ 11.5.1909, ivi abitante via Burlesci, n. 6, bracciante, il quale interrogato, dichiara quanto segue:

«Lavoro, come bracciante, alle dipendenze dell’impresa Miceli per la manutenzione delle strade. Non sono iscritto ad alcun partito politico. Il 30 aprile scorso, verso le ore 15, mi sono incontrato con il mio amico Sirchia Giorgio, pure alle dipendenze della ditta Miceli, il quale mi propose di organizzare per l’indomani, primo maggio, una partita di caccia in contrada Portella della Ginestra, invitando anche i nominati Riolo Antonino e Cuccia Gaetano, perché avevano i cani ed anche un firetto in prestito. I due, alla nostra richiesta, accettarono stabilendo di partire l’indomani verso le ore tre di mattina. Il Riolo venne incaricato della sveglia.

Il giorno seguente, essendosi il Riolo addormentato, partimmo per la caccia quando già era giorno, il Cuccia, il Sirchia ed il Riolo armati di fucile da caccia, tre cani ed un firetto, io senza alcuna arma, non possedendone. Dopo circa un’ora di cammino siamo giunti a Portella Ginestra, unitamente a tale Vincenzo, inteso Ripezza, che proseguì per le case della Ginestra, mentre noi quattro ci dirigemmo lasciando lo stradale a destra approssimandoci alle falde del monte Pizzuta, marciando esattamente in direzione dei roccioni sottostanti l’abbeveratoio Frascino. Lì il Riolo si distaccò verso sinistra in direzione della «lista» ove ha la mandria tale Pagliazzo e noi continuammo in direzione del costone roccioso, che è proprio sovrastante alla citata mandria. Notammo due persone sedute sulle rocce che, appena fummo vicini, ci minacciarono con due mitra ordinando mani in alto e contemporaneamente sbucarono da dietro le rocce a noi laterali altri individui, ritengo sei, che ci circondarono. Uno di essi, che indossava un impermeabile bianco, ci ordinò di avvicinarci a lui e seguirlo in un avvallamento di terreno, ove venne pure condotto il Riolo che era stato aggredito da altri malfattori.

Ivi giunti, siamo stati perquisiti e richiesti dei documenti e se eravamo iscritti al Partito Comunista. Abbiamo tutti riposto negativamente e l’uomo dall’impermeabile che sembrava il capo aggiunse «Siete fortunati che non siete comunisti e non avete documenti comprovanti l’appartenenza a detto partito». Indi diede ordine di disarmarci sia dei fucili che delle cartucce, che avevano i miei compagni e, dopo aver guardato l’orologio che aveva al polso, aggiunse «Sbrighiamoci, che la gente sta arrivando».

In seguito a tale ordine, tutti quanti, eccetto due, camminando carponi si portarono sul costone del monte Pizzuta e subito dopo anche noi siamo stati costretti, a due a due, a spostarci portandoci in un fossato quasi sottostante il costone stesso. Collocatici in questa ultima località, uno dei due che stavano a nostra guardia, e cioè il giovane con l’impermeabile, si allontanò lasciandoci temporaneamente in custodia di un giovane di anni 25 circa che subito dopo venne sostituito da altro, armato di fucile da caccia.

DR: L’individuo che sembrava il capo, indossava un impermeabile di colore avana, anzi quasi giallo molto chiaro. Sotto indossava un pantalone di velluto marrone scuro, una giacca con all’occhiello un distintivo rotondo con un cuore rosso nel centro, una camicia del tipo americano, un paio di scarpe militari americane; a tracolla portava un binocolo molto grande; era armato di un mitra piccolo con manico come pistola; era un giovane molto energico, con i capelli neri, tirati all’indietro e terminanti quasi in un ciuffo. Al polso aveva un orologio d’oro con una medaglietta. Se mi venisse mostrato sarei in grado di riconoscerlo.

DR: Del secondo individuo, di anni 25 circa, non posso fornire i connotati essendo rimasto vicino a noi pochi minuti.

DR: Il terzo individuo aveva un’altezza normale, robusto, mani muscolose, dita grosse, biondiccio di circa 35-37 anni. Il colorito era «rusciano». Indossava un paio di pantaloni di velluto marrone chiaro, una giacca mi pare dello stesso tipo, un paio di scarpe da campagna. Al collo annodato portava un fazzoletto verde pisello. A tracolla un tascapani, del tipo che usano i campieri (del tipo a mezza luna) e in mano un fucile da caccia calibro 12. Egli rimase vicino a noi più di tutti.

DR: Gli altri per quanto posso ricordare, erano vestiti nel modo più vario; in prevalenza pantaloni e giubboni americani. Tutti erano armati di mitra, tranne uno che aveva un moschetto. Avevano pure un fucile mitragliatore cioè quello che poggia a terra con piedi di ferro. Uno di essi aveva in mano un attrezzo a forma di tromba, che poi dal suono capii essere una «sirena» portatile.

L’individuo (il terzo) che stava a guardarci disse «I comunisti vogliono togliere la terra e la mafia. Ora gliela diamo noi sulle corna la terra». Quindi ci offrì una sigaretta americana «Luki Strait», che noi accettammo temendo di dispiacere e di essere uccisi. Dopo circa due ore che eravamo in quella posizione, vedemmo il giovane con l’impermiabile guardare con il binocolo in direzione del podio di Portella e subito dopo sentimmo aprire il fuoco dal costone laterale del monte Pizzuta alla cui base noi eravamo. Dal mio posto ho notato che l’uomo con l’impermiabile tirava con il fucile mitragliatore. Vennero effettuate tre scariche e poi uno dei malfattori ha avvolto il fucile mitragliatore con una coperta e, seguito da tutti gli altri, si è diretto verso il basso, verso lo stradale che porta a San Giuseppe. L’uomo con l’impermiabile rivolto a noi, disse «Camminate e senza parlare. Dite che eravamo in cinquecento

Aggiungo che mentre eravamo a terra, guardati, notai sul monte Kometa di fronte a noi, numerosi altri individui. Ci venne detto che erano compagni dei malfattori. Nel lasciarci via ci lasciarono i fucili, portando via solo le cartucce a mitraglia.

Subito, abbiamo risalito un po’ la montagna e, all’abbeveratoio Frascino, ci siamo incontrati con Riolo Damiano e Cuccia inteso «Pagliazzo» che ci chiesero cosa fosse successo. Rispondemmo che ci stavano ammazzando e, subito dopo tacendo per timore di guai, abbiamo ripreso la marcia andando verso l’abitato di Piana percorrendo la selletta che attraversa monte Pizzuta per giungere a Piana».

Letto, confermato e sottoscritto

F.to: Fusco Salvatore – Vitello Alfredo, maresciallo CC. – maggiore Anghisani Alfredo – dott. Guarino Salvatore – comissario aggiunto di P.S..

Copia conforme, Palermo lì 26.10.54.

2- L’anno 1947, addì 28 del mese di maggio, negli uffici della squadra mobile della questura di Palermo. Dinanzi a noi sottoscritti ufficiali e agenti di P. G. è presente Riolo Antonino fu Damiano e Barone Nicolina nato a Piana dei Greci il 6.6.1909, ivi abitante in via Bruscari n. 13, pastore, il quale opportunamente interrogato, dichiara quanto appresso:

«Il giorno 30 aprile, alle ore 13 circa, percorrevo la via Palermo diretto in contrada Vingoli ove trovasi il mio gregge. Nei pressi della via Papaianni incontrai i miei compaesani Sirchia Giorgio e Fusco Salvatore ed il primo mi chiese se ero disposto l’indomani, I° maggio, a partecipare ad una partita di caccia nella zona di Piana della Ginestra. Dissi loro di riparlarne in serata e mi allontanai. Alle ore 21 circa, trovandomi a casa mia si presentarono i predetti chiedendomi se avevo deciso di partecipare o meno. Dato il fatto che l’unica difficoltà consisteva nel trovare chi potesse sostituirmi nell’assolvere il lavoro richiesto dal mio gregge, ci portammo in piazza ove trovai mio fratello il quale, al mio invito, si disse disposto a sostituirmi. Io mi allontanai diretto a casa mia, ma poco dopo si presentò Cuccia Gaetano, invitato da Sirchia, informandomi della sua partecipazione e che il mattino successivo sarebbe passato da casa mia a rilevarmi. Contrariamente alle previsioni, solo verso le ore 6 circa sono stato chiamato da Cuccia ed unitamente agli altri due compagni abbiamo preso lo stradale che, passando sotto il monte Pizzuta porta a San Giuseppe Jato, diretti in contrada Portella Ginestra. Alle ore 7 circa, siamo giunti in quest’ultima località ove iniziammo la nostra battuta di caccia, mantenendoci nella zona tra le falde di monte Pizzuta ed il roccione sottostante.

Poco prima di giungere ai roccioni, mentre i miei compagni si allargarono mantenendosi sempre sulla destra, io invece mi portai un po’ a sinistra, passando sopra la mandria di Cuccia Filippo, inteso «Pagliazzo». Da questa località non vedevo più i miei compagni, ma poco dopo incontrai il giovane Cuccia Francesco, garzone del Filippo, il quale mi comunicò che in quella zona aveva notato della selvaggina. Fatti ancora pochi metri, anch’io ripiegai sulla destra e ad un certo momento dal lato destro sentii una voce intimarmi il mani in alto e girato lo sguardo notai un giovane dell’apparente età di anni 21 con un fazzoletto legato alla testa, il quale mi teneva sotto la mira di un mitra. A questo punto deposi per terra il mio fucile e alzai le mani. Dietro suo invito sempre con le mani in alto continuai a camminare per la stessa direzione precedentemente presa.

Avevo percorso circa una ventina di metri quando vidi presentarmi alla mia sinistra altro giovane dalla apparente età di anni 30 circa, statura regolare, colorito bruno con baffi neri munito pure di mitra il quale rivolto al compagno disse di interessarsi del fucile che avrebbe pensato lui ad accompagnarmi. Fu così che sotto la scorta di quest’ultimo percorsi ancora una piccola vallata e mi trovai vicino ai miei compagni i quali, come appresi subito dopo, erano stati anch’essi disarmati. Qui notai altre otto persone circa di giovane età, in prevalenza vestiti con indumenti americani, ed uno di essi indossava un impermeabile di colore avana chiaro che come potei comprendere in appresso doveva essere il capo, dato che era lui ad impartire gli ordini a tutti i presenti. Quasi tutti erano armati di armi automatiche, mentre uno che indossava un abito di velluto di un colore marrone chiaro era armato di fucile da caccia. L’individuo con l’impermeabile aveva già visitato i documenti di identità dei miei compagni ed ad un certo momento, rivoltosi a tutti noi, chiese se vi fosse fra noi qualche comunista. Tutti abbiamo risposto negativamente, e lo stesso giovane che ci formulò la domanda rispose: siete dei fortunatissimi.

Trascorsi pochi minuti lo stesso giovane, che ritenemmo il capo che indossava l’impermeabile, disse ai compagni: «A tre a tre incominciate a scorrere». Ed ecco che allontanatisi, siamo rimasti io ed i miei compagni ed a guardia nostra il giovane ventenne che per primo ebbe a vedere a quello che indossava l’impermiabile. Quest’ultimo poco dopo, rivoltosi al ventenne, disse che dovevamo trasferirci ed a due a due ci portarono sotto la lista a poca distanza da dove successivamente aprirono il fuoco facendoci sedere a terra dietro un masso. Qui il giovane con l’impermeabile si allontanò lasciando quale consegna al giovane ventenne di non farci muovere da quel posto. A me fu possibile vedere uno degli sconosciuti che avevano preso posto sul costone del monte Pizzuta il quale era armato di moschetto e poco più in alto vidi collocare quello con l’impermeabile il quale con il binocolo guardava tutta la pianura di Portella della Ginestra. Si era da poco allontanato il giovane dell’impermiabile, quando ridiscese quello con l’abito di velluto che venne a dare il cambio al ventenne che stava a nostra guardia. Quest’ultimo arrivato ci chiese se avevamo delle cartucce a mitraglia e a palla per fucile da caccia ed avutane la conferma ce le ha richieste, anzi al Cuccia ricordo che tolse anche la ventriera.

A domanda risponde:

Preciso che al momento in cui notai tutti i predetti armati di armi automatiche notai uno di essi che portava sulle spalle un’arma avvolta in una coperta.

Siamo rimasti nella posizione sopra descritta per circa mezz’ora, quando ad un certo momento udii una voce che non ricordo esattamente la frase pronunciata, ma che compresi trattarsi dell’ordine di aprire il fuoco, dato che subito dopo sentimmo delle nutrite scariche di armi da fuoco che si protrassero per circa dieci minuti.

Subito dopo lo sparo abbiamo sentito un suono, che sia stato di sirena o di corno non so precisare, e subito dopo discendere tutti quelli che erano nella lista e dirigersi in direzione dei roccioni, seguiti da quello che stava a nostra guardia il quale, prima di allontanarsi, ci restituì i fucili con le cartucce a piombo, nonché la ventriera del Cuccia, ordinandoci di allontanarci in direzione dell’abbeveratoio senza voltarci. Di tanto udimmo altre detonazioni sicuramente esplose dagli stessi. Data la paura di cui eravamo presi, ubbidimmo all’ingiunzione fino all’abbeveratoio ove sostammo per pochi minuti avendo ivi trovato Riolo Damiano, Cuccia Filippo, Cuccia Francesco e due bambini del Cuccia Filippo e Cuccia chiese notizia dell’accaduto alla quale domanda abbiamo risposto evasivamente dicendo che sicuramente si era dovuto verificare un disastro e subito dopo riprendemmo la nostra marcia percorrendo la selletta che porta sul monte attraverso la quale siamo andati a finire sull’abitato di Piana dei Greci, soffermandoci nei pressi della trazzera che avevamo percorso il mattino chiedendo ad alcuni conoscenti che ritornavano dal luogo dell’eccidio, notizie sul conto dei nostri parenti.

Non ho altro da aggiungere».

Letto, confermato e sottoscritto. F.ti: Riolo Antonino, Vitello Alfredo, maresciallo dei CC.; magg. Anghisani Alfredo; dott. Guarino Salvatore commissario aggiunto di P. S..

P. C. C., Palermo 26.10.54.

3- L’anno 1947 addì 27 del mese di maggio nell’ufficio Squadra Mobile della questura di Palermo. Dinanzi a noi sottoscritti è presente Sirchia Giorgio di Girolamo e fu Aiovalasit Rosa, nato a Piana dei Greci il 12.10.1896, ivi abitante in via Giorgio Castriota n. 110, contadino, il quale opportunamente interrogato dichiara quanto segue:

«La sera del 30 aprile u.s., io, Fusco Salvatore, Cuccia Gaetano e Riolo Antonino, progettammo di recarci la mattina successiva nella località di Portella della Ginestra e nell’occasione, oltre aver preparato delle cibarie per consumarle in occasione della festa del I° maggio che si celebrava in detto luogo, ci portammo anche i fucili da caccia per fare battuta nei costoni del Monte Pizzuta.

Infatti, verso le ore 7,30 circa, giungemmo a Portella della Ginestra. Qui iniziammo la battuta di caccia, costeggiando il monte predetto e precisamente sopra il viottolo che conduce nel beveratoio «Frascino» cioè sulla destra di chi marcia per giungere nel beveratoio. Strada facendo ad una distanza di circa 500 metri, tra le pietre del costone, scorgemmo due individui seduti sulle pietre stesse. Poiché né io né i miei compagni ci trovavamo in regola, in quanto si cacciava in periodo proibito, rivolgendomi loro dissi: lì vi sono due carabinieri. Il Riolo Antonino mi rispose di rimando: si tratta di due pastori. Avuta quasi la certezza che si trattava effettivamente di pastori, continuammo la marcia verso i due sconosciuti. Appena raggiungemmo un ruscello che distava circa cento metri, da dove i due erano fermi, il Riolo con i cani si spostò sulla sinistra, distaccandosi da noi, forse perché i cani avevano preso la pista della selvaggina. Mentre salivamo il ruscello, dall’alto fummo fatti segno con le armi spianate, da circa dodici persone armate tutte di mitra e fucili mitragliatori. Del gruppo che ci circondava, si avvicinarono due persone, entrambe di età giovane, uno con impermeabile color biancaccio senza berretto e l’altro indossava un vestito di velluto color marrone scuro con berretto in testa e un fazzoletto al collo color verde pisello pallottinato bianco, quest’ultimo col fucile da caccia spianato e l’altro col mitra.

Subito ci disarmarono dei tre fucili che portavamo facendosi anche consegnare la munizione, ci chiesero la carta di identità, dopo aver lette le generalità, ci chiesero se eravamo iscritti al P. C. I., ma avendo avuto da noi risposta negativa, senza porre tempo in mezzo, ci perquisirono per assicurarsi se risultasse a verità la nostra affermazione.

Dopo aver controllato attentamente i nostri portafogli, ce li restituirono, ci imposero di sederci rimanendo a guardia di noi solo i due predetti, mentre tutti gli altri si allontanarono. Restammo fermi per circa tre quarti d’ora dopo di che ci condussero in altra località più nascosta poco sopra di dove ci fermarono. Anche qui ci fecero sedere in luogo molto basso in modo di non vedere nulla. Qui sostammo per circa un’ora, sotto la minaccia delle armi. L’individuo con l’impermeabile raccomandò all’altro che indossava il vestito di velluto di tenerci a bada fino a quando terminasse lo sparo e si allontanò.

Subito dopo si udì una lunga sparatoria da armi automatiche, che non ci rendemmo conto affatto di quello che stava per accadere. Colti dal panico anche perché ignoravamo la nostra sorte, atterriti, guardavamo in faccia l’individuo che stava a guardia di noi, il quale dopo averci imposto di non profferire parola, o confidare a chicchessia quanto ci era accaduto, ci consegnò i tre fucili scarichi e senza munizioni, imponendoci di salire il viottolo che porta al beveratoio «Frascino» senza voltarci indietro. Ubbidimmo all’ordine datoci dallo sconosciuto ed a passo svelto ci dirigemmo verso la località predetta, ove incontrammo i nominati Riolo Damiano, Cuccia Filippo e qualche altro pastore, tutti da Piana dei Greci. Costoro che avevano udito gli spari e avendoci notato alquanto pallidi e sconvolti, ci chiesero notizie di quanto era accaduto. Rispondemmo di non aver visto nulla e di aver sentito semplicemente gli spari.

A domanda risponde:

Le persone che ci fermarono, nella località predetta armati di mitra e fucili mitragliatori, erano tutti di età giovane, statura media ed indossavano pantaloni e giubbotti americani. L’individuo che rimase a guardia di noi fin dopo la sparatoria, era dell’apparente età di anni 35, di statura media, alquanto tarchiato, bruno in faccia con berretto scuro in testa. Sia lui che l’altro che indossava l’impermeabile parlavano un dialetto che si avvicina a quello dei paesi limitrofi. Affermo nella maniera più sincera che non ho conosciuto nessuno delle persone predette, in quanto vi ripeto si trattava di individui appartenenti a paesi viciniori a Piana dei Greci».

A domanda risponde:

«Non ho altro da aggiungere».

Letto, confermato e sottoscritto.

F.to: Sirchia Giorgio; Longolaro Francesco, brigadiere di P.S.; Vitello Alfredo, maresciallo CC.; Anghisani Alfredo; dott. Guarino Salvatore, commissario aggiunto di P. S..

P. C. C. Palermo, lì 26.10.1954

4- L’anno 1947, il giorno 28 del mese di maggio, in Palermo, nella questura. Dinanzi noi sottoscritti ufficiali di P.S. è presente Cuccia Gaetano fu Andrea e di Ales Santa, nato a Piana degli Albanesi il 26.3.1908, ivi abitante via Castriota n. 29, contadino, il quale interrogato, dichiara quanto segue:

«La sera del trenta aprile scorso mi sono incontrato con i miei amici Sirchia Giorgio e Fusco Salvatore i quali mi invitarono a recarmi in casa di Riolo Antonino per prendere accordi per una partita di caccia da eseguire il giorno seguente, primo maggio. Trovato il Riolo ed avendo questi aderito fissammo di andare a Portella Ginestra ed il Riolo si incaricò di svegliarci presto. Invece il giorno uno, avendo il Riolo ritardato, andai io a chiamarlo e, dopo esserci uniti al Sirchia e al Fusco proseguimmo per la Ginestra.

Io, il Sirchia ed il Riolo eravamo armati di fucile da caccia ed avevamo tre cani ed un firetto. A Portella della Ginestra ci siamo incontrati con tale Vincenzo inteso Ripezza, che andava con un ragazzo alle case Ginestra e quindi ci incamminammo verso le pendici del monte Pizzuta, sede della nostra caccia. Ad un certo punto, ritengo che erano le ore sette circa, il Riolo si spostò verso sinistra per osservare se c’era cacciagione, mentre gli altri piegammo verso destra imbattendoci in due individui armati di mitra che ci puntarono ordinando di mettere le mani in alto. Contemporaneamente apparvero altri individui, mi pare tre, che ci aggirarono e ci tolsero le armi e le cartucce. Quasi nello stesso tempo apparve il Riolo seguito da altri malfattori che lo tenevano a bada con le armi alla mano. Dal momento in cui ci disarmarono, ci fecero sempre più ripiegare a destra, cioè in direzione del monte Pizzuta, e, dopo aver percorso un centinaio di metri ci fecero sostare in un avvallamento. Uno degli aggressori, che indossava un impermeabile di colore chiaro, una camicia del tipo americano scarpe del tipo rosso e stivaletti, un cannocchiale grosso a tracolla, un mitra. Era alto circa m. 1.70, corporatura snella, colorito bruno, capelli neri che sembrava il capo, ci chiese i documenti e se eravamo iscritti al Partito Comunista. Tutti abbiamo risposto di no e quello dopo aver controllato le nostre carte, aggiunse «siete fortunati che non siete iscritti e non avete documenti di comunista».

Indi tutti si spostarono verso il costone del monte Pizzuta e noi abbiamo dovuto percorrere lo stesso itinerario. Giunti alle falde della Pizzuta ci fu ordinato di buttarci a terra vicino ad alcuni massi. Indi il giovane con l’impermeabile, unitamente ad altro compagno, si allontanò portandosi anche egli sul costone, donde poco dopo venne a sorvegliarci un individuo dall’apparente età di anni trenta che vestiva un abito di velluto corporatura piuttosto tarchiata, naso gibboso, baffi rasi, colorito roseo, berretto di cui non ricordo il colore, fazzoletto al collo, armato di un fucile da caccia. L’individuo dall’abito di velluto rimase a nostra guardia, e, dopo circa un’ora sentimmo tre raffiche di fuoco partire dal costone ove eransi annidati i malfattori in direzione della Portella Ginestra.

L’individuo che ci sorvegliava sparò quattro colpi di fucile.

Appena ultimato il fuoco, abbiamo visto tutti i predetti scendere dal costone, e per ultimo il giovane dall’impermeabile, il quale, a poca distanza da noi, rivoltosi al compagno dall’abito di velluto che ci custodiva disse «lasciali andare». In seguito a ciò, il nostro guardiano ci ordinò di andare via in direzione dell’abbeveratoio Frascino diffidandoci a non voltarci. Ordine questo che noi eseguimmo allontanandoci di corsa fino all’abbeveratoio. Quivi trovammo Filippo Cuccia, inteso Pagliazzo, Riolo Damiano, il garzone di Cuccia Filippo ed altri bambini. Il Cuccia Filippo ci chiese dell’accaduto. Noi abbiamo risposto che era stato fatto fuoco sulle persone che si trovavano al piano della Ginestra e subito dopo ci allontanammo».

D. R. «Quasi tutti erano armati di armi automatiche ed uno di essi portava altra arma avvolta in una coperta legata con una fune».

D. R. «Quasi tutti gli sconosciuti indossavano indumenti americani, cioè giubbotti e camicie».

D. R. «Se mal non ricordo gli sconosciuti di cui sopra erano in numero di otto, dieci. Non ho altro da aggiungere».

Letto, confermato e sottoscritto.

F.to: Cuccia Gaetano; Vitello Alfredo, maresciallo dei CC.; Anghisani Alfredo, maggiore dei CC.; Guarino dr. Salvatore, commissario aggiunto di P. S..


XIX-Tribunale Penale di Palermo

Procura della repubblica

Atti relativi ad una denunzia presentata dall’on.le prof. Montalbano Giuseppe contro il dr. Messana Ettore

n. 9830 del Reg. Gen.N.525/47 del Reg. gen.

Dell’Uff. del Proc. 47dell’Uff. Istruzione

1- ASSEMBLEA COSTITUENTEPalermo, 25 giugno 1947

Al Procuratore Generale

presso la Corte d’Appello di Palermo.

Il sottoscritto, on. prof. avv. Giuseppe Montalbano, domiciliato in Palermo via Marchese Ugo 32, denunzia quanto segue:

<!–[if !supportLists]–>1)<!–[endif]–>Alcuni giorni addietro il «Risorgimento Liberale» (quotidiano di Roma) e il «Mattino di Sicilia» pubblicarono la notizia che il sottoscritto – citato come teste nel processo Miraglia – per due volte non si era presentato, perché cercava di sottrarsi dal deporre innanzi alla Sezione Istruttoria presso la Corte d’Appello di Palermo per paura di esser messo a confronto con un ufficiale della polizia giudiziaria.

Essendo convinto che detta notizia fu rivelata dal Dr. Messana, Ispettore Generale di P.S. per la Sicilia, o che comunque questi ne agevolò la conoscenza, il sottoscritto denunzia il Dr. Messana quale responsabile del reato di rivelazione di segreti d’ufficio, ai sensi dell’art. 326 C. P.

Il sottoscritto indica come teste il Consigliere Istruttore Cav. Merenda, per deporre sulla circostanza che egli aveva pregato il Dr. Messana di tenersi a sua disposizione per il giorno 19 maggio e successivamente per il 24 stesso mese (giorni in cui il sottoscritto era stato citato come teste) , nell’eventualità che ci fosse bisogno di mettere a confronto il sottoscritto col Dr. Messana.

<!–[if !supportLists]–>2)<!–[endif]–>Domenica 22 giugno il «Giornale di Sicilia», sotto il titolo sensazionale «A Portella della Ginestra ha sparato Giuliano», pubblicò notizie molto delicate e riservatissime sulle deposizioni rese – nella fase istruttoria non ancora chiusa – dai testi: Riolo, Sirchia, Fusco e Cuccia. Lo stesso «Giornale di Sicilia» di mercoledì 25, nell’articolo di fondo dal titolo «Ricerca della verità» scrive «Avevamo (il 22 giugno) informato il pubblico della nuova svolta presa dalle indagini sull’eccidio di Piana della Ginestra, sulla base di atti ufficiali riferentisi all’inchiesta». Trattandosi di «atti ufficiali» della più assoluta segretezza (data l’istruttoria ancora in corso), il sottoscritto denunzia il reato di cui all’art. 326 C.P. (rivelazione di segreti d’ufficio) e chiede che vengano assicurati alla giustizia e puniti i colpevoli, da ricercare presumibilmente presso l’Ispettorato Generale di P.S. per la Sicilia, di cui è a capo il Dr. Messana.

f.to: On. Giuseppe Montalbano


2-PROCURA DELLA REPUBBLICA

presso Tribunale Civile e Penale di Palermo

Palermo, 2 luglio 1947

On. Prof. Giuseppe Montalbano,

via Marchese Ugo n. 32, Palermo

Onorevole Professore, ho bisogno di sentirla per affari di giustizia. La prego favorire in questo Ufficio di Procura della Repubblica nel giorno in cui Le sarà possibile, purché infra questa settimana. Io mi trattengo giornalmente in ufficio dalle ore 9 alle ore 14. Ma potrei essere assente in qualche ora, sempre per ragioni di ufficio. Pertanto sarebbe utile che Ella telefonasse in anticipo. Il numero del mio telefono di ufficio è 11969. Cordiali saluti.

Il Procuratore della Repubblica, Miceli.

Inviata il 2.07.1947 a mezzo dell’agente Caccamo Filippo. La famiglia ha comunicato a quest’ultimo che l’on. Montalbano trovasi a Roma. 2.07.’47-

Miceli


3-PROCURA DELLA REPUBBLICA DI PALERMO

Verbale di sommarie informazioni

L’anno millenovecentoquarantasette il giorno 10 del mese di luglio in Palermo. Avanti a noi, dott. Comm. Rosario Miceli, Procuratore della Repubblica di Palermo, assistito dall’infrascritto segretario, è comparso l’onorevole prof. Montalbano Giuseppe fu Giuseppe, di anni 52, da S. Margherita Belice, domiciliato in Palermo, via Marchese Ugo, n. 22

DR: A chiarimento della denunzia in data 25 giugno 1947, sporta al Procuratore Generale, contro l’Ispettore Generale di P. S. Ettore Messana, specifica i seguenti particolari:

«Sul fatto indicato col numero uno, narro quanto appresso.

Io ero stato citato quale teste dal Consigliere Istruttore, dott. Merenda, delegato della Sezione Istruttoria del processo che si istruisce per l’omicidio di Accursio Miraglia, avvenuto il 4 gennaio 1947 a Sciacca, segretario di quella Camera del Lavoro. La citazione mi invitava a presentarmi il giorno 19 maggio, alle ore 9, negli uffici della Sezione istruttoria. Mi recai colà alle 9 in punto, ma attesi invano fino alle ore 10 ed un quarto l’arrivo del Magistrato arrivato a quell’ora, avendo altri impegni urgenti, mi allontanai. Successivamente ho ricevuto un’altra citazione a comparire il giorno 24 maggio, sempre per le ore 9, ed alla detta ora precisa io fui alla Sezione istruttoria per deporre. Tanto più che io desideravo deporre dinanzi alla Giustizia.

Purtroppo, però, avvenne che anche in tale giorno il Consigliere istruttore sino alle ore dieci non era venuto in ufficio, ed anche questa volta, dati i miei impegni, dovetti allontanarmi senza deporre. Non ricevetti altre citazioni. Intanto nel «Risorgimento Liberale» del 12 giugno 1947, giornale che esibisco e che lascio nelle mani di V. S., lessi un articolo in 4apagina dal titolo «Lo scandalo di Sciacca» e dal sottotitolo «Come fu estorta la confessione di un innocente. L’inesplicabile atteggiamento di un deputato comunista e l’acquiescenza di alcuni funzionari».

In esso era un riferimento alla mia persona indicato precisamente con queste parole: «L’inesplicabile ecclissamento di un teste molto importante, l’on. Giuseppe Montalbano, citato a comparire dinanzi la Sezione istruttoria e non ancora comparso, probabilmente per sottrassi ad un confronto pericoloso con qualche ufficiale di polizia giudiziaria».

Svolsi allora una interrogazione alla Camera diretta al Ministro di Grazia e Giustizia, per chiarire che non si doveva imputare a me, la mancata mia deposizione. Di accordo col Ministro si fece noto a Palermo che, dati i lavori parlamentari e gli affari urgenti che si discutevano alla Costituente, io avrei potuto essere inteso il 27 giugno e così fu stabilito. Infatti, mi pervenne la cedola della citazione per il 27.

Però, per certi affari sopraggiunti, io chiesi di essere sentito il 25 anziché il 27, ed infatti il giorno 25 giugno fui sentito dal Consigliere Merenda, prima che si iniziasse la mia dichiarazione. Fu in questa occasione che il Consigliere Merenda, prima che si iniziasse la mia dichiarazione, volle chiarire che egli per il giorno 19 maggio aveva effettivamente ritardato per circostanze non dipendenti dalla propria volontà, ma che si trattò di un quarto d’ora perché riteneva di aver disposto che la citazione avesse luogo per le ore dieci; per quanto riguarda il giorno 24 maggio, mi mostrò l’ordine che aveva scritto di suo pugno affinché la citazione fosse disposta per le ore dieci e che era stato l’Ufficiale giudiziario ad indicare le ore nove, seguendo una consuetudine per cui tutti i testimoni vengono citati per le ore nove. Mostrò così il suo disappunto per quello che era avvenuto e gli dichiarai che non ci tenevo tanto. Aggiunse il Consigliere Merenda che tanto per il 19, quanto per il 24, egli aveva fatto una telefonata all’Ispettore Generale di PS. Messana Ettore, invitandolo a tenersi a disposizione nell’eventualità che durante la mia deposizione fosse occorso di metterlo a confronto con me. Soggiunse che dato che la mia deposizione non aveva avuto luogo e supponendo egli che io non mi fossi presentato, aveva telefonato a Messana dicendogli che poteva ritenersi libero inquantoché io non ero andato a deporre. Or, poiché io ritengo che effettivamente il Consigliere Merenda non abbia comunicato a nessuno questi particolari relativi a un predisposto confronto fra me e Messana, deduco con piena convinzione che l’unico a sapere questa circostanza oltre al Merenda fosse il Messana e che fosse stato questi a darne notizia ai giornali propagando un segreto di ufficio.

Su questo primo punto non ho altro da aggiungere. Esibisco anche su questo riguardo il numero del «Giornale di Sicilia» del 18 giugno 1947 in cui è riportata sotto il titolo «Lo scandalo di Sciacca portato alla Costituente» notizia della mia interrogazione.

Sul secondo punto è evidente che tanto nello articolo uscito nel «Giornale di Sicilia» del 22 giugno 1947 sotto il titolo «Colpo di scena. A Portella della Ginestra ha sparato Giuliano» quanto nell’altro inserito nel «Giornale di Sicilia» del 23 giugno sotto il titolo «Soppresso a Portella della Ginestra perché testimone della strage» sono stati divulgati fatti e circostanze che non potevano essere di dominio pubblico e quindi oggetto di cronaca, bensì notizie acquisite dall’Autorità giudiziaria e dalla polizia giudiziaria durante le indagini e la istruzione del processo per l’eccidio del primo maggio 1947 a Portella della Ginestra, le quali non potevano essere note né pubblicate; e che si trattasse di divulgazione di atti ufficiali, lo conferma lo stesso giornale nell’articolo di fondo dal titolo «Ricerca della verità», inserito nel numero 149 del 25 giugno 1947, nel quale fra l’altro si legge che «avevamo informato il pubblico della nuova svolta presa dalle indagini sull’eccidio di Piana della Ginestra sulla base di atti ufficiali riferentisi alla inchiesta» e più sotto nello stesso articolo ribatte con le seguenti frasi: «La nostra pubblicazione di domenica mattina che riproduce, lo ripetiamo, le conclusioni ufficiali di una inchiesta accertante la responsabilità di Giuliano». Io non so se effettivamente, i quattro individui e cioè Riolo, Sirchia, Fusco e Cuccia avessero riconosciuto per Giuliano alcuna delle fotografie mostrate e se qualcheduno di quelli fotografati sia stato da loro riconosciuto come appartenente agli autori della strage. Ma se il giornale pubblica che questi individui avevano riconosciuto tra i banditi Giuliano, chi poté fornire ad esso la notizia, specie se è vera? Per mia convinzione è stato il dottor Messana a propalare la notizia e suffraga questo mio convincimento la seguente circostanza.

Sin dalla consumazione della strage e prima ancora che le indagini avessero preso una consistenza qualsiasi, già il due maggio il Messana informava il Ministro dell’Interno, on.le Scelba, che autore della strage era stato Giuliano con la sua banda, notizia che il Ministro comunicò all’Assemblea e che senza dubbio fu la base della sua dichiarazione in proposito, quindi era suo interesse dimostrare al pubblico che egli non si era sbagliato.

Sulla mia denunzia del 25 giugno c.a. non ho altro da aggiungere».

A domanda risponde:

«L’articolo di fondo, pubblicato nel n. 152 del primo luglio 1947 nel giornale «La Voce della Sicilia» dal titolo «L’Ispettore di PS. in Sicilia, comm. Messana, correo dei delitti di Fra’ Diavolo?» e che reca la mia firma, è stato scritto da me. Quello che mi ha colpito dell’agire del Messana è stato il fatto che egli, immediatamente dopo il conflitto avvenuto ad Alcamo, mandò un suo funzionario colà per ritirare il porto d’armi che era stato concesso al padre del Ferreri e che era stato ritrovato addosso al morto. Questa notizia mi è stata riferita da persone, che per ora non nomino, le quali aggiunsero che quel permesso l’aveva in potere il commissario Drago il quale lo consegnò al richiedente. So però, che questo porto d’armi è stato rimesso all’autorità giudiziaria di Trapani.

È vero che le mie accuse contro il Messana sono poste in quell’articolo sotto forma ipotetica e cioè dipendenti dall’acclaramento della verità della dichiarazione del giovane Ferreri, inteso Fra’ Diavolo, il quale ebbe ad affermare che era un confidente del Messana. Ma in questa dichiarazione, qualche cosa di serio mi è sembrato di riconoscere, riconnettendola con la circostanza che il padre del Ferreri era munito di porto d’armi e che di questo documento ebbe premura il Messana di venirne in possesso. Comunque, come risulta dal resoconto sommario stampato dei lavori dell’Assemblea Costituente del 3 luglio 1947, a firma mia e di altri deputati, è stata presentata una interpellanza su tutto questo affare.

Esibisco il detto resoconto.

L’opera nostra mira ad ottenere una inchiesta parlamentare, che se verrà, si occuperà di tutta la materia. Se non verrà, provvederò a far conoscere quello che potrà risultare. Per ora non ho altro da aggiungere.

Esibisco un altro resoconto del 14 giugno 1947 nel quale è riportata una interrogazione rivolta al Ministro dell’Interno, a firma Li Causi e Montalbano, la quale mira a far conoscere se sia vero che gli organi di polizia di Palermo sono in possesso di elementi, secondo i quali, la vita dei sottoscrittori della interrogazione sarebbe minacciata dagli organizzatori della infame strage di Portella della Ginestra.

Esibisco tale documento solo perché esso ha rapporti con tutte le quistioni. Effettivamente da circa quindici o venti giorni intorno alla persona mia e dell’onorevole Li Causi si esercita una particolare protezione da parte della polizia, la quale asserisce di avere elementi concreti per temere che noi due possiamo essere oggetto di attentati da parte degli affiliati alla banda Giuliano.

A conclusione di questa mia deposizione desidero esibire un numero del giornale «Buonsenso» del 2 luglio 1947, nel quale sotto il titolo «Giuliano ce l’ha con i giornalisti che lo trattano da delinquente» pubblica una lettera che a firma di Salvatore Giuliano era pervenuta al giornale «L’Ora» e che l’aveva pubblicata. Lo scopo della mia esibizione si riconnette al commento che il giornale fa alla pubblicazione della lettera.

Infatti, in detto commento, l’autore di esso riferendosi evidentemente al mio articolo pubblicato sulla «Voce della Sicilia», del quale si è testé parlato, mira a diminuirne l’importanza ed a far credere che le cose da pubblicate non siano cose serie».

Letto, confermato e firmato.

F.to: Giuseppe Montalbano


4- Testimonianze di: Merenda Roberto, Piazza Umberto, Pirri Ardizzone Piero, Melati Ercole, Petrucci Antonino}

PROCURA DELLA REPUBBLICA DI PALERMO

Verbale di sommarie informazioni

L’anno minovecentoquarantasette il giorno 19 del mese di luglio in Palermo. Avanti a noi, dott. Comm. Rosario Miceli, Procuratore della Repubblica di Palermo, assistito dall’infrascritto segretario, è comparso il dott. Merenda Roberto di Pietro, di anni 58, Consigliere della Sezione Istruttoria presso la Corte di Appello di Palermo

A domanda risponde:

«Il comm. Messana fu citato il 17 maggio ed in tale data fu sentito nel processo per l’omicidio in persona del rag. Accursio Miraglia, consumato in Sciacca il 4 gennaio scorso, ed io gli dissi che, se ne fosse risultata la utilità ai fini processuali, sarebbe stato eseguito un confronto tra lui e l’onorevole Montalbano.

Si rimase d’intesa che il giorno in cui l’on. Montalbano si fosse presentato, io l’avrei fatto avvertire per tenersi pronto nel suo ufficio, e favorire quindi nel mio ad eventuale successivo avviso.

L’on. Montalbano fu citato pel 29 maggio, ed egli, per un disguido dovuto ad una svista dell’ufficiale giudiziario sull’ora di comparizione si presentò alla Sezione istruttoria alle ore 9,15 circa, prima che vi giungessi io, che avevo disposto la citazione per le ore dieci. Il cancelliere Piazza si premurò di avvertire il commendatore Messana di tenersi pronto nel suo ufficio in attesa di altro eventuale avviso, il che fece dietro disposizione da me precedentemente datagli in seguito all’avvertimento fatto al Messana il giorno 17.

L’on. Montalbano, prima che io fossi giunto alla Sezione istruttoria, si allontanò. Io attesi fino alle ore 13 e poiché l’onorevole Montalbano più non tornò, io feci telefonare dal cancelliere al commendatore Messana, che poteva restare libero. Nessun altro avviso fu dato al commendatore Messana successivamente. Il confronto fra il comm. Messana e l’on. Montalbano non ebbe più luogo perché, dato lo svolgimento della istruzione, non ne fu poi ravvisata la utilità ai fini processuali. Non ho dato notizia ad alcuno di quanto sopra ed escludo che abbiano potuto darne il cancelliere Piazza ed il Sostituto Sesti, presenti a quegli atti in rappresentanza del Pubblico Ministero».

L’ufficio dà atto che la dichiarazione è stata dettata dal teste Merenda. Letto, confermato e sottoscritto.

F.to: Merenda.

5-PROCURA DELLA REPUBBLICA DI PALERMO

Verbale di sommarie informazioni

L’anno millenovecentoquarantasette il giorno 19 del mese di luglio in Palermo, avanti a noi, dott. Comm. Rosario Miceli Procuratore della Repubblica di Palermo, assistito dall’infrascritto segretario, è comparso Piazza Umberto, cancelliere presso la Sezione Istruttoria Corte di Appello di Palermo

A domanda risponde:

«Ho assistito, nella qualità di Cancelliere, il Sig. Consigliere Istruttore dott. Merenda nella istruzione del processo per l’omicidio di Miraglia Accursio. Nel maggio scorso ho sentito l’Ispettore Generale di PS., Messana, al quale il Consigliere comunicò che dovendo egli sentire l’on. Montalbano Giuseppe e nel dubbio che potesse occorrere un confronto, l’avrebbe fatto avvertire nel momento in cui il Montalbano fosse venuto in ufficio a deporre, affinché il Messana, a sua volta, non s’allontanasse dal suo ufficio in guisa tale che se fosse occorso di procedere a confronto egli l’avrebbe chiamato ed il Messana sarebbe venuto.

Così essendo, incaricò me di telefonare al Messana di trattenersi in ufficio quando l’on. Montalbano fosse venuto a deporre in seguito a citazione. Il Montalbano fu citato pel 19, ma ci fu un errore per l’ora di presentazione inquantoché, mentre il Consigliere aveva disposto la citazione per le ore 10, il commesso dell’ufficiale giudiziario segnò le ore nove. Io sconoscevo questo equivoco sull’orario ed avendo appreso dal collega Pinello che già l’on. Montalbano si trovava nella sua stanza, mi affrettai a comunicare al dottor Messana, col quale parlai direttamente, che l’on. Montalbano era in ufficio e che perciò si trattenesse in attesa di una eventuale chiamata dal Consigliere Istruttore giusta la precedente intesa.

Il dott. Messana mi rispose che egli si sarebbe trattenuto, ma se il confronto non fosse stato necessario, desiderava essere avvertito per considerarsi in libertà.

Dato il noto equivoco di orari, l’on. Montalbano andò via prima che il Consigliere Istruttore fosse venuto in ufficio e cioè verso le ore 9,30. Il Consigliere lo attese fino alle ore 13 ed a questo punto sicuri che non sarebbe venuto il Consigliere Istruttore m’incaricò di telefonare al dott. Messana per dirgli che era libero. Non ricordo se anche questa volta conferii personalmente col comm. Messana, ma mi pare di si. Non ho comunicato a nessuno questi particolari e ciò sia per la mia abituale riservatezza e sia ancora perché trattandosi di un processo di particolare riservatezza, ogni riserva non è mai troppa».

F.to: UmbertoPiazza, Miceli.

6-PROCURA DELLA REPUBBLICA DI PALERMO

Verbale disommarie informazioni

L’anno millenovecentoquarantasette il giorno 26 del mese di luglio in Palermo, avanti a noi dott. Comm. Rosario Miceli Procuratore della Repubblica di Palermo, assistito dall’infrascritto segretario, è comparso il dott. Pirri Ardizzone Piero di Vito, di anni 25, da Roma, domiciliato a Palermo, vicedirettore del Giornale di Sicilia

A domanda risponde:

«L’articolo inserito nel «Giornale di Sicilia», n. 147 del 22 Giugno 1947, che reca il titolo «Colpo di scena: a Portella della Ginestra ha sparato Giuliano» è stato scritto e portato in redazione dal signor Seminara Giuseppe, reporter del giornale, per quanto riguarda la cronaca nera, quindi è lui che può dire da chi abbia appreso che l’organizzatore e l’autore della strage fosse stato Giuliano.

L’altro articolo inserito nel «Giornale di Sicilia» del lunedì n. 25 del 23 Giugno 1947, è pure del detto signor Seminara e costui potrà dire, se crede, quali siano stati le fonti delle informazioni. L’articolo di fondo dal titolo «Ricerca della verità», inserito nel Giornale di Sicilia n. 149 del 25 giugno 1947, è un articolo redazionale cioè composto in collaborazione fra i redattori politici del giornale e cioè me, dott. Marino Giuseppe, dott. Melati Ercole, dott. Gagliano Giacomo ed avvocato Petrucci Antonino. In esso fra l’altro è detto che le nostre informazioni erano «sulla base di atti ufficiali riferentisi alla inchiesta» e si soggiunge «La nostra pubblicazione di domenica mattina che riproduce, lo ripetiamo, le conclusioni ufficiali di una inchiesta attestante la responsabilità del Giuliano». Confermo quanto è scritto ma non posso indicare come e da chi io abbia appreso questa notizia ufficiale, perché trattasi di un segreto professionale e credo di dovere essere legato a questo».

A domanda risponde:

«Gli altri che collaborarono nella compilazione dello articolo e che ho superiormente indicato avevano pur essi conoscenza della fonte alla quale erano state attinte le nostre informazioni. Per la ragione testé addotta, io non posso rispondere alle domande di V. S. che mi chiede se nostri informatori fossero persone private o appartenenti a pubbliche amministrazioni».

Letto, confermato e sottoscritto.

F.to: Piero Ardizzone, Miceli.

7-PROCURA DELLA REPUBBLICA DI PALERMO

Verbale di sommarie informazioni

L’anno millenovecentoquarantasette il giorno 9 del mese di agosto in Palermo, avanti a noi, dott. Comm. Rosario Miceli Procuratore della Repubblica di Palermo, assistito dall’infrascritto segretario, è comparso il dott. Melati Ercole di Pietro, di anni 33, da Palermo, abitante qui, via Tripoli n. 11.

A domanda risponde:

«Sono redattore del Giornale di Sicilia. L’articolo «Ricerca della verità» pubblicato nell’edizione straordinaria del Giornale di Sicilia pubblicata nel numero del 25 Giugno 1947, è stato effettivamente composto in collaborazione fra i redattori politici del Giornale. Se in esso si dice che le informazioni precedenti erano state fornite al pubblico sulla base degli atti ufficiali e si soggiunge che la pubblicazione della domenica precedente riproduceva le conclusioni ufficiali di una inchiesta accertante la responsabilità di Giuliano, non deve intendersi con quelle espressioni che noi avessimo ricevute le informazioni da qualche organo inquirente o in genere da impiegati che avessero tradito il segreto.

L’espressione è giornalistica ed intendevamo dire che essa era conforme al risultato della inchiesta ufficiale. Come potevamo asserire ciò? È facile spiegarlo. Le inchieste degli organi ufficiali si fondano sulle dichiarazioni di parti offese e di testimoni, e presso di queste noi avevamo condotto la inchiesta privata. Era facile concludere che la nostra inchiesta era conforme a quella ufficiale. Del resto, fin da principio se si seguono le notizie, fornite dal giornale in materia, si vedrà che la redazione del giornale fu sempre proclive a ritenere che l’eccidio del primo maggio fosse stata manifestazione di banditismo comune e non già estrinsecazione di malvagità politica. E pertanto, quando da parte di coloro che deponevano innanzi gli organi ufficiali, noi apprendemmo che la nostra tesi era confortata, potevamo bene asserire che le notizie erano conformi alle inchieste ufficiali. Sulle informazioni pubblicate nei numeri precedenti può dare chiarimenti il reporter Seminara Giuseppe».

Letto, confermato e sottoscritto.

F,to: Ercole Melati, Miceli.

<!–[if !supportLists]–>8-<!–[endif]–>PROCURA DELLA REPUBBLICA DI PALERMO

Verbale di sommarie informazioni

L’anno millenovecentoquarantasette il giorno 16 del mese di agosto in Palermo, avanti a noi, dott. comm. Rosario Miceli Procuratore della Repubblica di Palermo, assistito dall’infrascritto segretario, è comparso il dott. Petrucci Antonino fu Nicolò, di anni 52, da Palermo, abitante in via Oreto n. 65

A domanda risponde:

«Nella mia qualità di redattore del Giornale di Sicilia, partecipai alla discussione intorno all’articolo pubblicato su detto giornale il giorno 25 giugno 1947 dal titolo «Ricerca della verità». La trama dell’articolo fu redatta da uno dei redattori e dico così perché quando io intervenni nella discussione trovai già riuniti l’avv. Ardizzone Girolamo junior, che è direttore amministrativo, il dott. Melati e probabilmente un altro redattore e se ricordo bene il dott. Marino.

Ritengo, ma non posso assicurarlo, l’autore dell’articolo fosse stato il dott. Melati. Comunque esso fu discusso in collaborazione. Intorno alla frase usata e cioè che la pubblicazione della domenica precedente riproduceva le conclusioni ufficiali di una inchiesta accertante la responsabilità di Giuliano, e all’altra frase «sulla base di atti ufficiali riferentisi all’inchiesta» assicuro che nessuno di noi intendeva riferirsi ad indiscrezioni ottenute per mezzo di impiegati dei vari uffici. E non poteva essere ciò perché non abbiamo avuto mai rapporti con impiegati di uffici.

Quando si disse «notizie ufficiali» si intendeva dire notizie certe e sicure già di domino pubblico e rese notorie da quelli stessi che avevano deposto ed assunti per mezzo dei nostri informatori. Almeno così, io la compresi. Null’altro posso dire».

Letto, confermato e sottoscritto.

F.to: Antonio Petrucci, Miceli.


<!–[if !supportLists]–>9-<!–[endif]–>PROCURA DELLA REPUBBLICA DI PALERMO

Verbale di sommarie informazioni

L’anno millenovecentoquarantasette il giorno 19 del mese di agosto in Palermo, avanti a noi, dott. Comm. Rosario Miceli Procuratore della Repubblica di Palermo, assistito dall’infrascritto segretario, è comparso Seminara Giuseppe di Filippo di anni 53, da Palermo, qui abitante in via Re Federico n. 23.

A domanda risponde:

«Sono redattore del Giornale di Sicilia per quanto riguarda la cronaca nera. L’articolo, pubblicato nel Giornale di Sicilia del lunedì n. 25 del 23 giugno 1947 e che reca il titolo «Soppresso a Portella della Ginestra perché testimone della strage», è stato redatto da me e passato al giornale, o per meglio dire, io ho portato in redazione la notizia che un certo Busellini Emanuele da Altofonte, guardia giurata, era stato soppresso ed il cadavere era stato rinvenuto dopo 53 giorni. Tale notizia a me era stata fornita dall’Ispettorato Generale di PS. per la Sicilia, per mezzo del notiziario che verso sera il detto ufficio trasmette a tutti i giornali. Però queste notizie vengono poi elaborate in redazione e si stende il testo dell’articolo, compreso il titolo che viene passato in tipografia. Il testo dell’articolo suddetto non è stato scritto da me, ma non so chi tra i vari redattori del giornale l’abbia scritto. Per quanto riguarda l’altro articolo, pubblicato nel Giornale di Sicilia il giorno di domenica [ndc: si legga lunedì] 23 giugno 1947 n. 147 che reca il titolo «Colpo di scena: a Portella della Ginestra ha sparato Giuliano», non è stato redatto me. Nessuna notizia ho fornito io in proposito.

Dei fatti riguardanti l’eccidio di Portella della Ginestra si sono occupati il vice direttore Pirri ed i redattori Melati ed altri di cui non so indicare i nomi. Sentivo dire in redazione che c’erano redattori che erano partiti per Piana degli Albanesi, ma non mi curavo d’apprendere chi fossero.

È vero che il primo giorno, cioè il primo maggio corrente anno, con Pirri, Melati ed il fotografo, fui a Piana, ma da quel giorno non mi sono più occupato di detto eccidio. V.S. mi comunica che il vice direttore Pirri ha dichiarato che questo articolo fu redatto da me, ma ciò non è vero. Del resto se la minuta ancora esiste può vedersi la calligrafia dell’autore.

Secondo me, la notizia non poté venire dall’Ispettorato di PS., perché i funzionari di detto ufficio hanno consuetudine di rapporti, nei riguardi dei redattori del Giornale di Sicilia soltanto con me ed a me nulla fu comunicato al riguardo».

Letto, confermato e sottoscritto.

F.to: Giuseppe Seminara, Miceli.

10-PROCURA DELLA REPUBBLICA DI PALERMO

Verbale di sommarie informazioni

L’anno millenovecentoquarantasette il giorno 19 del mese di agosto in Palermo, avanti a noi, dott. Comm. Rosario Miceli Procuratore della Repubblica di Palermo, assistito dall’infrascritto segretario, è comparso il dott. Marino Giuseppe di Tommaso, di anni 40, da Salemi, abitante in Palermo, via Quintino Sella 31.

A domanda risponde:

«Sono redattore del Giornale di Sicilia ed anche redattore parlamentare. Per la edizione straordinaria del Giornale di Sicilia n. 149 del 25 giugno 1947, io avevo già redatto e passato in tipografia il resoconto della seduta dell’Assemblea Regionale che iniziatasi la sera del 24 giugno si era protratta sino alle ore una del mattino del 25 giugno. In essa io avevo riportato sotto il paragrafo «La prognosi di Li Causi» riassumendo le dichiarazioni del deputato comunista e precisamente avevo riportato testualmente, ricavandolo dal resoconto stenografico, le sue parole le quali si possono leggere sul numero di detto giornale in prima pagina nell’ultima colonna a destra e precisamente in quel periodo che comincia con le parole «Ma col 25 giugno c’era il governo ecc… ». In questo periodo le parole di Li Causi sono riportate tra virgolette e s’iniziano così: «L’anno scorso egli dice fu data la bandiera del separatismo a Giuliano ecc…». Con questo suo dire il Li Causi, riferendosi alla pubblicazione di un manifesto di Giuliano eseguita nel «Giornale di Sicilia» del lunedì del 23 giugno 1947 nonché all’altro articolo pubblicato il 22 giugno 1947, dal titolo «A Portella della Ginestra ha sparato Giuliano» veniva quasi a concludere che fra il bandito Giuliano ed il Giornale di Sicilia ci fosse stata della corrispondenza.

La mattina del 25, quando la edizione straordinaria stava per essere impaginata, fui chiamato d’urgenza in redazione perché era stata rilevata la contraddizione esistente tra la dichiarazione di Li Causi all’Assemblea regionale il quale parlava di lettere dirette al nostro giornale ed il fatto che invece il nostro giornale aveva pubblicato soltanto il testo di un manifesto stampato a firma Giuliano e rinvenuto nei paesi ove c’era stata l’aggressione alle camere del lavoro.

Avendo io assicurato che il Li Causi aveva pronunziato le parole inserite nella mia pubblicazione ed avendo fatto controllare questa circostanza mercé il testo stenografico della seduta, si pensò di aggiungere all’articolo di fondo che era già preparato e che portava il titolo «Ricerca della verità» la parte riguardante il chiarimento della confusione fatta dal Li Causi, tra pubblicazione di manifesto e lettera diretta al giornale. E fu precisamente detto che l’articolo riguardante la notizia che a Portella della Ginestra aveva sparato Giuliano non aveva nulla a che vedere con quanto Giuliano aveva scritto e che esso rispecchiava notizie correnti in pubblico.

Io non so chi abbia redatto materialmente l’articolo, ma sono pienamente convinto che chi lo redasse usò impropriamente le parole «inchiesta ufficiale» e simili; ritengo che voleva invece riferirsi a notizie già acquisite dal pubblico dominio e raccolte dai reporter. Credo di potere escludere, per mia convinzione, che le notizie siano state assunte presso funzionari della polizia giudiziaria o di altra autorità.

Ritengo che le minute di quell’articolo possano ancora trovarsi, perché di ordinario si conservano per un mese. Per essere più precisi siccome il mese è trascorso forse non esiste più, ed è questo il caso più probabile, ma si potrebbe tentare una ricerca e per questo V.S. si potrebbe rivolgere al direttore amministrativo avvocato Ardizzone Girolamo o addirittura al sig. Antonino Geraci».

Letto, confermato e sottoscritto.

F.to Giuseppe Marino, Miceli.


<!–[if !supportLists]–>11-<!–[endif]–>PROCURA DELLA REPUBBLICA DI PALERMO

Verbale di sommarie informazioni

L’anno millenovecentoquarantasette il giorno 20 del mese di agosto in Palermo, avanti a noi, dott. Comm. Rosario Miceli Procuratore della Repubblica di Palermo, assistito dall’infrascritto segretario, è comparso Gagliano Giacomo di Antonino, di anni 43, da Leonforte, abitante a Palermo, via Marco Polo 53

A domanda risponde:

«Sono redattore del Giornale di Sicilia. Prima della pubblicazione dell’articolo «Ricerca della verità», apparso nell’edizione straordinaria del Giornale di Sicilia del 25 giugno 1947 n. 149, ci fu una riunione dei redattori del Giornale di Sicilia, compreso il vice direttore Piero Pirri, perché si voleva ribattere le asserzioni fatte da Li Causi all’Assemblea regionale secondo le quali il giornale aveva rapporti con Giuliano. Egli aveva pronunziato quelle frasi nella seduta tenuta la sera del 24 giugno. Ed allora in detto articolo «Ricerca della verità» si volle chiarire che la pubblicazione del manifesto del Giuliano riguardava un manifesto che era stato lanciato a Carini e che invece le informazioni contenute nell’articolo «A Portella della Ginestra ha sparato Giuliano» pubblicato nel numero del 22 giugno, erano informazioni assunte dalla voce pubblica. Se l’estensore dell’articolo usò le parole «inchieste ufficiali, atti ufficiali» ritengo che l’espressione abbia tradito il suo pensiero, in quanto voleva dire che quanto avevamo scritto, non poteva essere affatto smentito, né discusso. Chiusa la discussione fra i redattori, io andai in tipografia avendo io l’incarico di impaginatore quindi non so chi abbia materialmente steso l’articolo.

In genere questi articoli di fondo li scriviamo un po’ tutti i redattori, secondo le esigenze del servizio. Le minute si conservano, ma fino ad un certo tempo. Quindi non so se la minuta tuttora si conservi in tipografia. Escludo recisamente che la informazione riguardante Giuliano possa essere stata fornita da qualche funzionario addetto ad uffici pubblici».

Letto, firmato e sottoscritto.

F.to: Giacomo Gagliano.


<!–[if !supportLists]–>12-<!–[endif]–>PROCURA DELLA REPUBBLICA DI PALERMO

Verbale di sommarie informazioni

L’anno millenovecentoquarantasette il giorno 21 del mese di agosto in Palermo, avanti a noi, dott. Comm. Rosario Miceli Procuratore della Repubblica di Palermo, assistito dall’infrascritto segretario, è comparso Ardizzone Girolamo, di anni 51, dottore in legge, direttore amministrativo del Giornale di Sicilia, abitante qui, Piazza Giulio Cesare.

A domanda risponde:

«Le minute degli articoli che pubblica il giornale si conservano in un armadio che è in tipografia, regolarmente impacchettate e per un periodo di tempo che non supera il mese, dopo di che vengono eliminate e vendute come carta straccia per dare posto alle nuove minute sopravvenute. Escludo quindi, che si possa più trovare in tipografia la minuta dell’articolo di fondo che reca il titolo «Ricerca della verità» pubblicato nell’edizione straordinaria del 25 giugno 1947.

Le minute sono redatte in dattilografia, rarissimamente e per un caso eccezionale può essere passata in tipografia una minuta scritta a penna.

Mi preme far presente che il giornale non attinge mai presso uffici pubblici notizie segrete. È mia convinzione (per quanto io mi limiti all’opera di direttore amministrativo e non mi occupo della redazione) che il redattore di cui all’articolo, volendo controbattere le asserzioni fatte dall’onorevole Li Causi all’Assemblea regionale, per le quali si veniva quasi a coinvolgere il giornale nell’attività di Giuliano, usò le parole «atti ufficiali, inchiesta ufficiale, ecc.», impropriamente. Egli in conclusione voleva affermare questo concetto che le notizie pubblicate in precedenza erano sicure perché provenivano da affermazioni concrete e circolanti nel pubblico, onde doveva concludersi che esse corrispondevano alle indagini che conducevano da tempo, sia la polizia giudiziaria, che l’Autorità giudiziaria.

Letto, confermato e firmato.

Girolamo Ardizzone, Miceli


13-PROCURA DELLA REPUBBLICA

PRESSO IL

TRIBUNALE CIVILE E PENALE DI PALERMO

IL P. M.

osserva che con denunzia del 25 giugno 1947, indirizzata al Procuratore Generale di Palermo, ripetuta il 30 stesso mese, l’on. prof. avv. Montalbano Giuseppe, deputato alla Costituente, lamentava che il «Risorgimento Liberale», quotidiano di Roma, ed «Il Mattino di Sicilia», quotidiano di Palermo, alcuni giorni prima avevano pubblicato la notizia che egli, citato dall’Autorità Giudiziaria come teste nel processo Miraglia, per due volte non si era presentato «perché cercava di sottrarsi dal deporre per paura di essere messo a confronto con un Ufficiale di Polizia Giudiziale».

Nella persuasione che tale notizia fosse stata rivelata dal dr. Messana Ettore, Ispettore Generale di PS. per la Sicilia, denunziava costui quale responsabile del reato di rivelazione di segreto di ufficio, previsto e punito dall’art. 326 C.P. Lamentava altresì che il «Giornale di Sicilia» del 22 giugno u.s., aveva pubblicato notizie molto delicate e riservatissime in merito alle indagini in corso sul selvaggio eccidio di Portella della Ginestra, riportando il tenore delle deposizioni rese nella fase istruttoria, non ancora chiusa, dai testi Riolo, Sirchia, Fusco e Cuccia, e che lo stesso giornale, del successivo giorno 25, precisava che le notizie pubblicate nel numero del 22 giugno erano state desunte da «atti ufficiali riferentisi all’inchiesta in corso». Ravvisava in tali pubblicazioni la prova che funzionari addetti alle indagini avessero rivelato segreti d’ufficio e denunziava gli ignoti informatori da ricercarsi presumibilmente [presso] l’Ispettorato Generale di P. S., diretto dal dr. Messana.

D’altro lato quest’ultimo, venuto a conoscenza della denunzia sporta a suo carico, indirizzava, in data 16 luglio u.s., a questa Procura un esposto col quale chiedeva il procedimento d’ufficio per calunnia contro il prof. Montalbano, anche in relazione ad un articolo pubblicato nel n. 152 de «La Voce della Sicilia» del 1° luglio, a firma del Montalbano, nel quale egli viene fatto apparire come correo dei numerosi delitti consumati dal bandito Ferreri inteso Fra’ Diavolo, ucciso poi in conflitto in territorio di Alcamo. Ciò posto, va subito rilevato che la doglianza del prof. Montalbano per la notizia pubblicata dal «Risorgimento Liberale» e dal «Mattino di Sicilia» è pienamente fondata per quanto ottiene l’offesa recata alla sua personalità morale, essendo chiaro che l’autore dell’articolo scrivendo ch’egli, sebbene due volte citato dal magistrato istruttore, non si era presentato a deporre come teste «per paura di essere messo a confronto con un funzionario di polizia» si proponeva di presentare il Montalbano sotto una luce poco onorevole al pubblico dei lettori: è risultato, invece, dalla esauriente istruttoria compiuta da quest’Ufficio che il prof. Montalbano si presentò regolarmente tutte e due le volte alla Sezione istruttoria e che per la mancata presenza del giudice non fu messo in grado – sia la prima che la seconda volta – di rendere la sua deposizione. Intanto il magistrato inquirente dispose la nuova citazione del prof. Montalbano per il giorno 25 luglio e, nell’eventualità di dovere eseguire un confronto tra lui ed il dr. Messana, telefonò a quest’ultimo invitandolo a tenersi per quel giorno a sua disposizione nel proprio ufficio onde assicurarsene, occorrendo, la comparizione.

Tosto che il prof. Montalbano poté rendere la sua dichiarazione, il giudice non ritenne di far luogo al confronto ed il dr. Messana fu sciolto dall’obbligo di tenersi a disposizione. Or poiché la notizia del predisposto confronto era nota soltanto al magistrato ed al dr. Messana, è sembrato logico al prof. Montalbano ritenere che il Messana ne avesse informato i giornali, rivelando così un segreto d’ufficio.

Nel fatto lamentato non riscontra però il requirente gli estremi del reato p. ep. dall’art. 326 C. P. e ciò a prescindere da qualsiasi esame di merito sulla consistenza dell’addebito. Perché la citazione non è un atto interno del processo, non è, cioè, un atto segreto posseduto e custodito dal pubblico ufficiale: bensì è un atto esterno del processo, la cui funzione si esaurisce all’esterno, concretantesi nella chiamata del giudice, pel tramite dell’ufficiale giudiziario.

Le notizie d’ufficio sono quelle che debbono rimanere segrete, come le dichiarazioni testimoniali, i verbali di confronto, gli atti generici ecc. Sicché la loro rivelazione da parte del pubblico ufficiale si risolve in una violazione dei doveri inerenti alla sua funzione. Come non costituisce segreto d’ufficio la citazione, a maggior ragione non può costituire segreto d’ufficio un semplice avvertimento fatto per telefono a persona ancora da citare pel caso di un eventuale confronto. Il reato di violazione di segreti d’ufficio è, invece, manifestamente configurabile nei due articoli pubblicati sul Giornale di Sicilia, rispettivamente sotto il titolo «Colpo di scena: a Portella della Ginestra ha sparato Giuliano» e «Soppresso a Portella della Ginestra perché testimone della strage», perché in entrambi gli articoli appaiono palesati fatti e circostanze che non potevano essere di dominio pubblico, e, quindi, oggetto di cronaca, siccome acquisite dall’Autorità giudiziaria e dalla Polizia giudiziaria durante le indagini tuttora in corso. Per di più lo stesso giornale nel n. 149 del 25 giugno 1947, riportava un articolo in cui si ribadiva che le notizie precedentemente pubblicate erano state desunte da atti ufficiali e da conclusioni ufficiali di una inchiesta accertante la responsabilità del bandito Giuliano. Nulla, tuttavia, autorizza a ritenere che il dr. Messana abbia dato ai giornali le informazioni in discorso. Ben vero il prof. Montalbano ha manifestato il convincimento che tali notizie fossero state propalate dall’Ispettore Generale di PS. nella considerazione che ancora prima che le indagini avessero preso una consistenza qualsiasi, il Messana si era affrettato a comunicare al Ministro dell’Interno che autore della strage era stato Giuliano con la sua banda, per cui avvenne che il Ministro ne informò l’Assemblea Costituente: da qui l’interesse del Messana di dimostrare al pubblico che egli non si era sbagliato. È evidente la buona fede dell’on.le Montalbano nella incolpazione fatta al Messana, ma, alla stregua delle risultanze istruttorie, l’addebito deve dirsi del tutto infondato. Parrebbe, infatti, accertato che i redattori degli articoli incriminati trassero le notizie, in discorso, da indagini direttamente fatte dai cronisti dei giornali, che abilmente seguivano quelle che si svolgevano nell’ambito della polizia giudiziaria e dell’Autorità giudiziaria (ff. 19 – 22 – 23 – 26, testi Pirri, Melati, Petrucci, Seminara, e Marino), ma anche se ciò non fosse vero, nessuna prova sussiste, atta a far ritenere che fosse stato proprio il Messana a rivelare le risultanze delle indagini ufficiali, specie se si consideri che i motivi posti a base dell’incolpazione contro il Messana valgono anche per tutti i funzionari e gli agenti dell’Ispettorato di PS. che collaborarono col loro Capo nelle operazioni di polizia, sicché per tutti poteva essere di soddisfazione far sapere che l’Ispettorato non aveva sbagliato nell’individuazione dei responsabili dell’efferato delitto. Non sono altresì da escludere altre ipotesi circa la fonte alla quale le notizie poterono essere attinte. Stando così le cose non si vede perché si debbano inseguire delle ombre, quando si ha la prova di un’attività giornalistica, abilmente, ma anche imprudentemente manovrata ai margini di uffici giudiziarii e di polizia. Il che non è reato.

Non essendo penalmente punibili pel titolo di violazione di segreti di ufficio i fatti lamentati dal prof. Montalbano, discende la conseguenza logica e giuridica che non possono riscontrarsi gli estremi della calunnia nella incolpazione di fatti non costituenti reato. Parimenti non incriminabile pel titolo di calunnia è l’articolo pubblicato nel n. 152 de «La voce di Sicilia» sotto il titolo «Messana correo dei delitti di Fra-diavolo?». Il contenuto dell’articolo è diffamatorio, ma di ciò non si è doluto il dr. Messana, mancando in atti la prescritta querela. Va appena rilevato che non può farsi luogo a procedimento per calunnia contro il Montalbano, autore dell’articolo, non avendo egli presentato a carico del dr. Messana alcuna denunzia all’Autorità giudiziaria o ad altra Autorità designata dalla legge circa la pretesa – quanto mai assurda – di costui correità nei delitti commessi dal bandito Ferreri. La pubblicità col mezzo della stampa di una falsa incolpazione di reato, fatta sia pure con l’intento di provocare un procedimento penale di ufficio, non ha nulla di comune con la denunzia che la legge richiede per la sussistenza della calunnia. Per l’anzidetto essendo il caso di provvedere ai sensi dell’art. 74 C. P. P. e succ. mod.

Chiede

Che il Giudice Istruttore voglia ordinare la archiviazione degli atti.

Palermo 2.10.1947.

Il Procuratore della Repubblica.

Barone.

XX- TESTIMONI

I documenti che seguono sono stati reperiti dal curatore presso l’Archivio generale della Città Giudiziaria di Roma, nel 1995, e provengono quasi tutti dall’Ufficio Istruzione della Procura della Repubblica di Palermo. Si riportano, qui, alcuni importanti Verbali di sommarie informazioni, ed esami di testimoni relativi al bimestre delle stragi da parte del Procuratore della Repubblica di Palermo, Rosario Miceli, del giudice istruttore Antonino Mauro, e del Pubblico Ministero G. Mistretta.

1- L’anno millenovecentoquarantasette il giorno 2 maggio in Piana degli Albanesi, avanti a noi dott. Comm. Miceli Rosario procuratore della Repubblica di Palermo [ndc: il mod. utilizzato per il verbale riporta ancora la dicitura “Procuratore del Regno”] assistito dall’infrascritto segretario è comparso Petrotta Vincenzo fu Giuseppe di anni 46 di Piana degli Albanesi, agricoltore, segretario della sezione Partito comunista di Piana.

D. R. «Colla caduta del fascismo si è ripresa a Piana degli Albanesi la antica tradizione di festeggiare il I° maggio con una adunata popolare alla quale convenivano i lavoratori di Piana, di San Giuseppe Jato e di San Cipirello; ma nel dire i lavoratori non intendo dire che si facesse una festa di partito, perché poteva intervenire chiunque appartenesse a qualsiasi classe sociale; era insomma un giorno in cui le famiglie si recavano sul posto per passare una giornata lietamente. Mai era avvenuto un incidente. Ieri primi ad arrivare sul posto furono quelli di San Giuseppe Jato e San Cipirello. Io giunsi con i lavoratori di Piana e la gente si apprestava a godere il suo tempo; erano circa le ore 10. Il giovane Schirò, segretario della sez. socialista di San Giuseppe Jato, aveva dato appena inizio ad un suo discorso di occasione quando cominciarono a crepitare colpi di mitra sparati dalla montagna Pizzuta la quale dista dal luogo circa m. 800.

Cominciarono a cadere i primi morti e feriti. Io apprestai subito il soccorso che mi era consentito in quel momento di arrecare, trasportai al riparo di una roccia alcuni dei feriti e giravo per il campo, in cuigrida di paura e i gemiti si confondevano. A un certo momento vidi che dall’altra montagna Cometa, che trovasi di fronte a quella della Pizzuta, una trentina di uomini si muovevano e sparavano pure. Il posto dove erano questi uomini sulla montagna Cometa dista dal sito ove era raccolta la folla circa 1.500 m. in linea d’aria. Io ho fatto il militare e sono i grado di distinguere e di riconoscere lo sparo dei fucili mitra da quello delle mitragliatrici. Posso assicurare che tanto dalla montagna Pizzuta che dalla Cometa sparavano con le mitragliatrici. Sentii inoltre che si sparava pure con mitragliatrici da un terzo posto e cioè dalle falde della stessa montagna Cometa che digradano verso la galleria non molto lungi dalla diga del lago. Da questi tre punti strategici e opportunamente scelti, si sparava sulla folla, e se i morti non furono di gran lunga superiori per numero a quelli che si sono lamentati, ciò fu dovuto al fatto, secondo me, che le armi portate sulla montagna Pizzuta, le più vicine, che tiravano dall’alto in basso non ebbero l’aggiustamento di tiro da principio, quale si richiedeva. Gli spari durarono per circa mezz’ora e quando la folla si era tutta sbandata allora soltanto cessarono. Io vidi muoversi degli uomini sulla Pizzuta e poiché le postazioni di armi ivi disposte erano tre, ritengo che dovevano esserci circa trenta uomini.

Io li vidi muoversi, da lontano ma non posso precisare il numero. Sopraggiunto un camion spedito da Piana per trasportare i morti e i feriti io me ne tornai, però le raffiche erano cessate già da tempo. So che due ragazzi di San Giuseppe Jato che erano venuti ieri insieme con gli altri videro nei pressi della galleria, di cui sopra ho fatto cenno, due persone che portavano addosso una mitragliatrice ciascuno. Essi erano stati allontanati dalla diga verso cui erano diretti da un uomo in maniche di camicia con baffi che qualificandosi per custode aveva detto che in quei pressi non si poteva stare. Le dichiarazioni di questi due ragazzi sono state già assunte da un ufficiale dell’arma.

Il terzo posto dove era la mitragliatrice che sparava dalla zona vicino la galleria dista dalla radura in cui era raccolta la folla circa due chilometri. Da questi miei rilievi sorge evidentemente che trattasi di un piano già preordinato e concertato diretto allo sterminio della folla e con scelta di punti d’incrocio delle armi.

Io per mio convincimento ritengo che a commettere la nefanda aggressione sia stata la cricca dei proprietari dei feudi di unita ai gabellotti, precisamente di tutti quelli che hanno interesse nella zona che comprende Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato, San Cipirello, Santa Cristina Gela.

I proprietari sono: i fratelli conti Naselli Giulio e Guglielmo, Troia Giuseppe di San Giuseppe Jato, cav. Cuccia Francesco di Piana.I gabellotti sono: i fratelli Camarda Giorgio e Antonino fu Natale, i fratelli Barcia di Marineo che tengono in locazione con i fratelli Camarda parte del feudo di Giancheria.

Tra i proprietari aggiungo il nome di D’Alia Giorgio e della sorella Antonina di Piana degli Albanesi.

A proposito del conte Naselli e del fratello devo far presente che su di loro grava la responsabilità di un eventuale conflitto tra lavoratori e lavoratori e se questo non è accaduto lo si deve alla disciplina dei lavoratori di Piana. Infatti questi due fratelli per vendicarsi dei lavoratori di Piana che si avvalsero a suo tempo del decreto Gullo, non vollero più accoglierli come lavoratori nei loro feudi che sono alle porte del paese e privandoli di questo beneficio, hanno fatto venire lavoratori da Monreale e da altri paesi, compreso Montelepre; eppure i nostri contadini hanno sopportato pazientemente questo sopruso. Per la concessione delle terre incolte non ci si poté avvalere l’anno scorso del decreto Segni, perché non ancora ufficialmente pubblicato, ma la richiesta fu immediatamente rinnovata. Intanto i Naselli in previsione di questa istanza, fecero venire altri lavoratori scegliendoli di preferenza tra quelli di malo affare, in guisa che se i nostri fossero andati a pigliare possesso, avrebbero trovato ostilità da parte dei loro addetti maffiosi e ne sarebbe potuto nascere un grave conflitto a danno dei nostri lavoratori i quali non l’hanno fatto. Ora si può pensare che, non essendosi verificato quel conflitto che si voleva creare, abbiano lanciato contro la inerme popolazione, che ieri sperava di trascorrere una giornata di riposo, questi loro dipendenti, appositamente assoldati. Faccio presente che senza attendere l’esito che pende presso la commissione, essi hanno incominciato a fare nei fondi i lavori di maggese, per far vedere che sono terre intensamente coltivate e non incolte. Il loro campiere certo Mandalà Natale di Piana è un pregiudicato e un cattivo soggetto».

Letto, confermato e sottoscritto

Vincenzo Petrotta, Miceli


<!–[if !supportLists]–>2-<!–[endif]–>L’anno millenovecentoquarantasette il giorno 3 del mese di maggio in

San Giuseppe Jato avanti di noi […] è comparso Schirò Giacomo di Paolo di anni 39 di San Giuseppe Jato, calzolaio.

D. R. «Sono il segretario della sezione socialista di San Giuseppe Jato. Mi recai il primo maggio alla Ginestra insieme ai lavoratori di San Giuseppe e San Cipirello. Arrivati sul posto attendemmo che sopravvenissero i lavoratori di Piana ed appena giunti costoro, io salii su un piccolo podio costruito in quel sito ed incominciai un breve discorso, che volevo tenere alla folla. Ma avevo appena dato inizio al mio dire e credo avevo parlato per circa dieci minuti, quando incominciò un crepitio di colpi. Qualcuno si impaurì, ma altri disse: ‘non temete saranno spari di mortaretti’. Senonché i colpi insistevano e poco dopo la gente cominciò a cadere, chi ferita chi morta. Anche animali venivano feriti. Convinto allora che si trattava di una aggressione, saltai dal piccolo podio e cercai un riparo. Sentii le raffiche delle pallottole che fischiavano vicino la mia testa. Percepii anche che si sparava non solo dal costone della montagna della Pizzuta, ma anche da un punto opposto e precisamente dalla montagna della Cometa. Infatti oggi stesso ritornato sul posto ho potuto constatare che si vedono tracce di proiettili sulle pietre opposte la montagna Pizzuta.

La gente fuggiva gridando impaurita e quando essa si sbandò il fuoco cessò. Credo che sia durato una ventina di minuti. Ritengo che i primi colpi non produssero vittime perché il tiro non era aggiustato, mentre quando fu aggiustato cominciarono ad aversi morti e feriti. Ciò spiega perché da principio si riteneva trattarsi di fuoco di mortaretti. È vero che la maggior parte di morti e feriti è tra la gente di Piana anziché fra quella di San Giuseppe e San Cipirello o per meglio dire pare fino a questo momento che sia così, perché ancora il nome di tutti i feriti non si conosce bene; ma se fosse vero, si potrebbe spiegare con la circostanza che quelli di Piana, sebbene meno numerosi nei confronti di quelli degli altri due paesi, si erano affollati in massa intorno al podio, donde io cominciai a parlare, mentre quelli degli altri due paesi, essendo arrivati prima si erano già sparsi in varie comitive ed ancora non si erano raccolti tutti intorno al podio.

Il fatto feroce e veramente iniquo consumato il primo maggio, secondo il mio convincimento, ha uno sfondo politico ed io vi trovo una connessione con tutte le provocazioni che, sia in periodo elettorale, che fuori il periodo elettorale, noi abbiamo sempre subito. Sono ferocemente ostili a noi il cav. Troia Giuseppe, i fratelli Romano Francesco e Salvatore fu Vito. Debbo dire che si tratta di piccoli anzi di modestissimi proprietari i quali non avrebbero ragioni di contrasto, dal punto di vista degli interessi economici, con le aspirazioni dei lavoratori, i quali, non spiegano la loro azione, senza dubbio, contro una classe che soffre come essi; ma costoro per quanto io sappia, sono degli affiliati alla maffia e il Troia ha avuto rilevanti precedenti con la giustizia. Questo li rende più accaniti contro di noi, che abbiamo come programma l’eliminazione della mala pianta della maffia.

Di qualche provocazione essi, cioè queste persone che ho nominato, si resero autori durante i vari periodi elettorali incominciando da quelli del due giugno dell’anno scorso; e sempre hanno tenuto un contegno sopraffattore e provocatorio. Durante quest’ultimo periodo elettorale, tra le varie intimidazioni furono adottati questi sistemi. Scrissero delle minacce come queste: ‘morte ai comunisti’ che si leggevano sulle soglie delle porte dei comunisti; sulle porte dipinsero delle croci in segno di minaccia di morte. Ho sentito dire che proprio i Romano si vantavano di aver fatto questo. Pochi giorni fa hanno sparso la voce che gli americani erano sbarcati in Sicilia e che avrebbero fatto piazza pulita di tutti gli appartenenti al Blocco del popolo. L’anno scorso dal primo al due maggio fu bruciata la porta della mia casa di abitazione.

Letto confermato e sottoscritto

Giacomo Schirò, Miceli-


3- L’anno millenovecentoquarantasette il giorno 3 del mese di giugno alle ore 9.50 in San Giuseppe Jato avanti a noi […] è comparsa Bono Giuseppa fu Salvatore, di anni 42 da San Giuseppe Jato.

D. R. «Mi presento spontaneamente per avvertire la S. V.che sin dal 4 maggio mio figlio Borruso Alberto si è recato a Palermo in automobile, dietro invito di una autorità che non saprei precisare e che di lui non ho avuto più notizie».

D. R. «La mattina del primo maggio, io insieme a mio marito Borruso Leonardo ed ai miei figli Alberto, Salvatore, Tommaso e Giuseppe mi sono recata in contrada Ginestra per la festa del Lavoro. Ivi giunti i più piccolini con mio figlio Salvatore si sono recati al lago. Mio figlio Alberto si è allontanato per un pò in quei pressi per fare un po’ d’erba per l’animale che conduceva il carro nel quale erano state caricate delle ceste contenenti i carciofi ed il pane da distribuire ai più poveri.

Io ho seguito con lo sguardo mio figlio; preciso: io non mi trovavo vicino il podio dove in quel momento parlava il compagno Schirò; bensì ero tra i campi più a monte del podio sempre dal lato della montagna Pizzuta. Mio figlio Alberto era ancora più in alto. D’un tratto ho inteso una scarica ed ho visto mio figlio Alberto gettarsi per terra e nascondersi dietro un sasso. Vi furono poi altre scariche che colpirono molti della folla ed anche degli animali».

D. R. «Non sono in grado di precisare che distanza ci fosse tra me e mio figlio Alberto quando si udirono gli spari. Certa cosa è che io lo distinguevo assai bene, tanto che io mi sono accorta che dei colpi venivano sparati contro di lui e che egliriuscì a salvarsi buttandosi per terra. Io ho avuto subito la percezione precisa che mio figlio non era morto, ma che aveva scampato il pericolo».

D. R. «Quando sono cessati gli spari, mio figlio Alberto si è avvicinato nuovamente a me ed a suo padre, ed io sono rimasta in pena perché non avevo notizie dei più piccolini che si erano recati al lago. Siamo rientrati in paese ma mio figlio Alberto nulla mi disse né mi palesò di aver riconosciuto qualcuno degli assassini. So che l’indomani egli è stato invitato dalle autorità ad un sopralluogo in contrada Ginestra; nei giorni successivi è stato accompagnato a Palermo e da allora non l’ho più visto. Ho appreso dalla voce pubblica che egli ha deposto di aver riconosciuto uno degli sparatori. Sento il dovere di avvertire la S. V. che tutti i testi che si presentano spontaneamente per deporre a favore degli imputati sono tutti falsi».

Letto, confermato, sottoscritto

F.to: Bono Giuseppa, A. Mauro, G. Mistretta P.M.

4L’anno millenovecentoquarantasette il giorno 3 del mese di maggio in San Giuseppe Jato avanti di noi […] è comparso Di Lorenzo Giuseppe di Francesco di anni 32 da San Giuseppe Jato, muratore.

D. R. «Sono il segretario della Camera del Lavoro di S. Giuseppe Jato ed il primo maggio accompagnai i lavoratori alla consueta festa della Ginestra. Eravamo un gruppo di circa quattro o cinque mila persone ed in gran parte erano donne e bambini. Giunti sul posto attendemmo l’arrivo dei lavoratori di Piana degli Albanesi ed arrivati costoro le due folle si fusero e si formarono delle comitive, ciascuna della quali si apprestava a fare merenda. Si alzò sul poggetto appositamente costruito con pietra a secco, il segretario del partito socialista Schirò Giacomo, ma aveva pronunziato poche parole, quando si udì un crepitìo di colpi, e vidi un cavallo zoppicante, attaccato ad un carro, che s’agitava in mezzo alla folla. Non compresi che il cavallo era ferito e credendo che fosse soltanto imbizzarrito, corsi per fermarlo. Così facendo anzi mi feci male ad un dito.

Le raffiche continuavano e vidi cominciare a cadere qualche ferito. Io mi riparai dietro una pietra. La gente gridando si sbandò e dopo circa una mezz’ora, quando il posto fu quasi deserto di persone, gli spari cessarono. Sul luogo erano rimasti i feriti, i morti ed i congiunti di essi. Io volli assicurarmi quali fra costoro fossero di S. Giuseppe Jato, miei compaesani, e purtroppo appresi che uno era ferito e fu trasportato a Piana. Gli altri erano già stati portati via dai parenti. Rintracciati mio fratello, mio cognato ed i miei nipoti, ritornammo a S. Giuseppe».

D. R. «Sono convinto che fin da principio le raffiche dei colpi furono dirette contro la folla, tanto è vero che ai primi colpi, quel cavallo di cui sopra, è rimasto ferito. Debbo ancora far rilevare che i colpi non venivano sparati soltanto dalla montagna della Pizzuta, ma doveva esserci un appostamento in un sito opposto donde si sparò pure sulla folla, perché io ho constatato tracce di proiettili sulle pietre del poggetto e precisamente su quelle opposte alla montagna della Pizzuta. Io non saprei con precisione dire se le armi usate dagli assassini erano fucili mitra o mitragliatrici, ma data la distanza di circa duecento metri, a tener conto dei colpi sparati dalla montagna Pizzuta, ritengo che un fucile mitra, che si può considerare come una pistola a lunga traiettoria, non avrebbe potuto raggiungere la folla. Desumo da ciò che dovette essere adoperata anche qualche mitragliatrice».

D. R. «Tra la folla non vi era nessuno appartenente a classe sociale elevata e non vi era neppure alcuno che appartenesse a partiti diversi da socialisti e comunisti. Non vidi neppure lavoratori iscritti al partito democristiano e ciò si spiega perché tra questi e quelli del blocco non ci sono rapporti di simpatia. I democristiani non hanno voluto neppure aderire alla camera del lavoro».

D. R. «Io non posso fornire indizi per la identificazione degli autori del reato consumato il primo maggio, però sottometto alcune considerazioni le quali hanno rafforzato in me il convincimento che la vile aggressione è a sfondo politico. Narro alcuni fatti: la sera del venerdì santo giorno 4 aprile c.a. dopo la processione si tenne qui un comizio da parte degli aderenti al partito liberale democratico qualunquista e parlò l’avvocato Bellavista. Mi si disse che qualche ragazzo avesse lanciato qualche fischio ma che era stato subito rimproverato dal sindaco signor Ferrara Biagio, il quale intendeva far rispettare la libertà di parola e di propaganda. Però il gruppo facente parte dei liberali qualunquisti, e fra questi gli appartenenti alla famiglia Troia, alla famiglia Zito, alla famiglia Terrana, ed alla famiglia Romano, inveirono contro il sindaco e gli assessori che si trovavano ad ascoltare il Bellavista. Faccio rilevare che il sindaco e gli assessori erano distanti dal gruppo degli ascoltatori. Accorse il maresciallo dei carabinieri per sedare la contesa che non ebbe seguito. Io ricordo che uno dei fratelli Terrana, e precisamente quello venuto recentemente dall’America, aveva afferrato per il petto un giovanotto certo Cappello Vincenzo di Giuseppe e voleva batterlo. Io intervenni e gli dissi: “Lo dia a me questo giovanotto” il che egli fece. Il Cappello è un comunista. Per essere preciso dico che dei Troia io non vidi il Cav. Troia Giuseppe, ma i due nipoti di cui sconosco i nomi. Dei Terrana c’erano Tommaso e l’altro fratello che credo si chiami Ignazio.

Dei Romano c’era quello che viene chiamato Tedesco.

Degli Zito in verità io conosco soltanto uno anziano e costui non c’era, altri non ne ho visto.

In paese, prima delle elezioni si diceva che gli oppositori al blocco si fossero espressi più o meno in questi termini: ‘Vinca o non vinca il blocco non potrà fare niente’ come a significare che essi avrebbero potuto trovare il mezzo di opporsi. E ricordo che il giorno delle elezioni, i liberali qualunquisti organizzati in squadre facevano opera di intimidazione e di propaganda.

Una donna di cui sconosco il nome, ma che posso ora stesso rintracciare, mi disse che da parte di un’altra donna, moglie di un borgese a nome Balestreri Domenico, la mattina del primo maggio mentre si avviava alla Ginestra, ricevette questa intimidazione: ‘Oggi vi finirà bene la festa’. Conosco il Balestreri ma non ne so il carattere. La riunione di questi varii fatti di cui ho parlato può servire di guida nell’accertamento degli autori della iniqua strage.

Letto, confermato e sottoscritto

F.to: Di Lorenzo Giuseppe, Miceli.

5- L’anno millenovecentoquarantasette il giorno 4 del mese di maggio in Piana degli Albanesi avanti di noi […] è comparso Parrino Giovanni fu Carmelo, di anni 42 da Palazzo Adriano, maresciallo carabinieri stazione di Piana degli Albanesi.

D. R. «La mattina del primo maggio, testè decorso, io insieme con due carabinieri a nome Salerno Angelo e Di Gilio, fummo di servizio per accompagnare la folla di Piana che andava alla Portella della Ginestra a festeggiare quella giornata unendosi lì sul posto con i lavoratori di S. Giuseppe Jato e Sancipirello. Gli animi erano calmi, la festa era quella consueta dei lavoratori e tutto faceva prevedere che nessun incidente l’avrebbe turbata. Quelli di Piana erano circa duemila. La folla era composta di uomini, donne e bambini e molti avevano portato i carri e gli animali. Alla Portella erano già arrivati i lavoratori degli altri due paesi, i quali ci vennero incontro. Ivi è una vasta radura pianeggiante, al centro della quale è un piccolo podio in pietra. Su di esso salì il segretario della Camera del Lavoro di S. Giuseppe Jato, Schirò Giacomo per pronunziare un suo discorso alla folla. Io ero davanti a lui a qualche metro di distanza ed intorno era la folla. Egli iniziò il suo discorso dicendo che finalmente si ritornava alla vecchia consuetudine di festeggiare il primo maggio ed aveva aggiunto altre poche parole quando si udirono alcuni spari che io e gli altri percepimmo come spari di mortaretti.

Guardai intorno perchè non sapevo che questo era nel programma, ma non vidi nulla; gli spari si susseguirono e notai subito un ondeggiamento della folla: come poscia mi spiegai si erano avuti già morti e feriti, anzi alcuni tra i più vicini rivolti a me esclamarono: “ maresciallo si butti a terra che qui ci ammazzano”. Di fatti le pallottole incominciarono a fischiare intorno alle nostre teste. Io guardavo intorno per rendermi conto di detti spari, ma una ondata della folla in fuga mi buttò a terra. Mi rialzai ma fui nuovamente travolto, e poichè le raffiche continuavano e le palle giungevano attorno, cercai anch’io un riparo dietro una pietra. L’attacco durò circa dieci o quindici minuti. Durante questo periodo quelli che si trovavano ai margini dell’agglomeramento, giunsero a scappare, ma gli altri che formavano la massa compresero che scappando sarebbero stati raggiunti dalle pallottole e preferirono buttarsi per terra.

Cessati gli spari, ognuno cominciò a pensare ai casi suoi; quelli rimasti incolumi, ricercati i congiunti e gli amici, ritornarono subito in paese; i feriti ed i loro congiunti cercavano un mezzo come essere riportati a Piana, ed anche i parenti dei morti cercavano qualche mulo per ricondurre questi a casa. Io mi aggirai fra di loro arrecando quei soccorsi e quegli aiuti che potevo dare anche di indole morale raccomandando anche di non portare via i morti; ma le mie raccomandazioni rimasero vane. Uno dei carabinieri il Di Gilio, ebbe la felice iniziativa di venire di corsa a Piana a chiedere rinforzi ed avvertire il Comando; io e l’altro carabiniere cercammo di renderci conto del come il fatto si era svolto e donde gli assassini avevano sparato. Guardando le montagne circostanti e precisamente verso la Pizzuta mi resi conto che il punto di appostamento doveva essere stato il primo costone che degrada verso la Portella. Mi avviai verso quella parte per vedere se potessi sorprendere qualcuno e superata la Portella e volto verso destra vidi verso la contrada Strasatto nella quale è un bevaio a distanza da me di circa ottocento metri, quattro o sei persone con animali equini che non potei distinguere, data la distanza. Ritornai allora sui miei passi per vedere se fossero arrivati i rinfozi e dare la caccia ad essi. Naturalmente i rinforzi non potevano arrivare subito e l’operazione di battuta fu fatta nel pomeriggio. Anche sulla montagna Cometa vidi persone, ma non posso stabilire se fossero pastori o banditi».

D. R. «Per quanto io potei percepire, gli spari vennero soltanto dalla Pizzuta e non dalla Cometa. Tra il luogo dove gli assassini erano appostati ed il podio che è alla Portella credo che interceda una distanza di circa cinquecento metri. Io non posso assicurare con precisione se le raffiche fossero sparate da mitragliatrici o fucili mitragliatori, esse provenivano certamente da armi automatiche. I bossoli trovati sul posto e repertati stanno ad indicare che erano di fucili mitra e precisamente tedeschi o americani».

D. R. «I colpi furono consecutivi con qualche lieve intermittenza dovuta alla necessità di ricaricare l’arma. E se tutta la popolazione non fu raggiunta dai proiettili, ciò si deve al fatto che il tiro non era orizzontale, ma era dall’alto verso il basso e principalmente perchè la radura era cosparsa di pietre che servirono di riparo, come pure furono mezzi di difesa i carri e gli animali».

Letto, confermato e sottoscritto

F.to: Parrino Giovanni, Miceli.

6- L’anno millenovecentoquarantasette il giorno 4 del mese di maggio in Palermo nell’Ufficio della Procura della Repubblica di Palermo alle ore 12 avanti di noi […] è comparso Cusumano Rosario di Angelo e di Guzzetta Anna, di anni 12 da San Giuseppe Jato.

D. R. «La mattina di giovedì scorso 1° maggio, mia madre, io e le mie sorelline Paolina di anni 13, e Nicolina di anni 7, siamo andati con i lavoratori di S. Giuseppe Jato, alla Portella della Ginestra, per partecipare alla festa del primo maggio. Una persona, che io non conosco, cominciò a parlare dall’alto di un piccolo rialzo di pietre; ma aveva pronunziato poche frasi, quando incominciammo ad udire degli spari. Sulle prime, si credette trattarsi di spari di mortaretti ed io mi ero levato sulla punta dei piedi, per guardare meglio. Però nello stesso tempo, sentii fischiare intorno alla mia testa delle pallottole; una di queste colpì un cavallo. Allora la gente cominciò a gridare “mettetevi dietro le pietre perché qui ci ammazzano”. Io ed un altro ragazzo, che non conosco, perché di Piana, ci ponemmo al riparo di un masso e ci distendemmo per terra.

Quando gli spari cessarono non vidi mia madre né le mie sorelle, ed ancora atterrito, volli allontanarmi al più presto possibile dal luogo dell’eccidio, e fuggii infilando la via della Portella verso S. Giuseppe Jato. Questa strada, per la quale mi ero incamminato gira intorno alla montagna e proprio allora vidi ad una certa distanza tre individui armati, i quali venivano verso di me. Sempreintimorito, mi nascosi dietro un casaleno che è in quei pressi. I tre individui, passando innanzi al casalino, si soffermarono alquanto, guardando in direzione del paese di S. Giuseppe. Essi distavano da me appena tre o quattro passi. Guardai dall’angolo del muro ed ebbi così l’agio di osservarli e riconoscerli. Essi erano: Lillia Marino, Totò Romano ed un certo Troia.

Il primo, cioè Lillia Marino, ha un figliolo il quale, custodisce le vacche del padre e spesso lo incontro sullo stradale. Egli abita a S. Giuseppe Jato e precisamente nella via dritto per il cannolo di Ruffino come noi la chiamiamo; è un borgese, ha delle proprietà e possiede animali vaccini. Ha vari figlioli e conosco altri due di questi che hanno nome Totò e Giuseppe e sono sposati. Essi fanno i campieri e custodiscono certi terreni, entro i quali mio padre detiene a locazione un piccolo appezzamento. Il suddetto Lillia è uomo anziano, di statura piuttosto alta, di corporatura media. Indossava un abito usato ed in testa un berretto. Il Totò Romano abita nei pressi della via ove è la dimora del Marino. Egli col fratello Francesco ed altri, possiede mandrie di vacche e quando, sino all’anno scorso, mio padre possedeva una vacca (che poi vendette perché mia madre cadde ammalata) questo nostro animale pascolava insieme con le vacche dei Romano; in compenso io custodivo i vitelli di essi. Quindi lo conosco benissimo.

Il Troia, di cui sconosco il nome, mi è pure abbastanza noto e so che ha un fratello. Egli ha la pancia grossa, mentre il fratello è più magro. Lo conosco quindi pure bene, ed anzi nei suoi riguardi mi è rimasto impresso nella memoria questo particolare: Un giorno ero con mio fratello Peppino, ed avendo incontrato il detto Troia dissi a mio fratello: ‘Guarda che pancia ha costui’. Mio fratello mi osservò: ‘Stai zitto, perché questi è Troia, colui che si stava azzuffando col Sindaco’. Spesso lo vedo nella piazza del Municipio e non mi posso sbagliare.

Anche il Romano ed il Troia avevano il berretto e indossavano abiti usati di fatica. Nessuno aveva stivali e Lillia Marino era armato di un fucile a due canne, ciascuno degli altri due recava un fucile di quelli che chiamano mitra e precisamente del tipo che ha canna tutta a buchetti (cu i purtusidda). Non vidi che avessero ventriera o zaino. Tutti e tre calzavano scarpe comuni di suola colore cuoio naturale. Nessuno portava abiti di velluto, né posso indicare il colorito di ciascuno degli abiti, erano però come dissi, abiti usati di fatica e di colore piuttosto scuro. I tre individui dal casalino proseguirono verso lo stradale che porta a Monreale, ed arrivati al ponte di esso, scomparvero alla mia vista a causa della accidentalità del terreno. Io, alla mia volta, tagliando attraverso la campagna raggiunsi la mia abitazione in S. Giuseppe, dove prima di me, erano già arrivate mia madre e le mie sorelline. Raccontai il fatto di aver visto quegli individui a mia madre, la quale mi disse: “Si sente e non si parla”. Credo però che ne abbia fatto parola con mio padre, il quale è un chiacchierone e così il fatto si sarà risaputo. Quanto ho detto è la pura verità».

D. R. «Quando i tre si soffermarono dinanzi al casalino, rimasero fermi qualche istante e non sentii che avessero scambiato fra loro parole. Vado quasi ogni giorno con mia madre a raccogliere verdura selvatica per venderla in paese e conosco quindi il territorio.

Letto, confermato si dichiara analfabeta

F.to: Miceli.

7- L’anno 1947 il giorno 5 del mese di maggio in Palermo nell’ufficio della Procura della Repubblica ore 13,00, avanti di noi dott. Comm. Rosartio Miceli è comparso Borruso Alberto di Leonardo e di Bono Giuseppa, nato a San Giuseppe Jato il 3 gennaio 1928, contadino, abitante a San Giuseppe Jato, via Acquanova n. 24.

D. R. «Cangelosi Fortunato, che fa parte della Commissione della Camera del Lavoro, mi incaricò di trasportare la mattina del primo maggio alla Portella della Ginestra, con il carro appartenente a mio padre, alcune cibarie, che la camera avrebbe distribuito a quei compagni che non erano in grado di procurarsi una refezione a loro spese. Infatti la mattina del 1° maggio verso le ore cinque mi partii da San Giuseppe Jato e con me erano Tresca Pietro, Cangelosi Fortunato, Iacona Salvatore e qualche altro. Sapevo che anche mio padre e mia madre edi miei tre fratelli sarebbero venuti più tardi alla Ginestra con la popolazione. Giunto sul posto mi misi da parte col carro per tema che la folla volesse anzitempo prendere quel poco di cibo che avevamo portato e che consisteva in carciofi e pane. Mi fermai infatti col carro ai piedi della montagna della Pizzuta sotto il costone. Si attese l’arrivo della popolazione di Piana degli Albanesi. Mi preme far presente questo particolare e cioè che appena giunto staccai l’animale dal carro ed alle aste del carro sollevate verso l’alto, legai due bandiere una tricolore ed una comunista cioè rossa con falce, martello e stella.

Queste bandiere sarebbero state utili per far sapere ai lavoratori il luogo ove dovevano venire a ritirare la merenda. Nell’attesa, pensai di andare a raccogliere un fascio d’erba per il mulo e quindi mi avviai su per la montagna della Pizzuta. Chiarisco che la popolazione di Piana degli Albanesi era già arrivata e che siccome mi avevano detto che bisognava attendere la fine del comizio per distribuire il vitto, fu in tale attesa che andai a raccogliere l’erba. Mi imbattei in una pianta di sulla e l’avevo appena estirpata, quando incominciai a sentire sparare ed intorno a me arrivavano proiettili. Mi sollevai per guardare stordito non comprendendo quello che accadesse. I proiettili continuavano a fischiare sopra la mia testa, anzi uno colpì proprio la punta della mia scarpa e fece staccare un pezzettino del salvapunte in ferro che io con le mie mani finii di staccare, abbandonandolo sul luogo. Visto ciò andai a nascondermi dietro un masso ed i proiettili furono diretti in quella nuova direzione. Dal che dedussi che quelli che sparavano dubitarono che fossi una spia. Fu in questo momento che colui il quale dirigeva l’arma nella mia direzione, allo scopo di poterscoprire la mia persona e colpirmi, si spostò di quattro o cinque metri, camminando un po’ chino e visto che neppure di là mi scopriva, cominciò a sparare contro la popolazione. Nel momento in cui egli si spostava, io potei guardarlo bene ed identificarlo. Vidi che era Grigoli Benedetto di San Giuseppe Jato. Sconosco la paternità ma lo conosco bene. Egli abita nella via Anime Santenei pressi della caserma dei carabinieri. Egli è un giovane di circa 35 anni, alto di statura quasi quanto me, che sono piuttosto lungo, snello, di colorito bruno, capelli scuri. Fa il mestiere di ‘firaru’ come noi diciamo in siciliano. Cioè il mestiere di colui che compra e rivende animali nelle fiere».

D. R. «Indossavaun vestito comune, né so indicare se avesse berretto».

D. R. «Egli distava da me circa cento metri. Costui non è scritto al Partito comunista. Pensando che le bandiere attaccate alle aste del carro, potevano essere un bersaglio ai colpi degli aggressori, corsi verso il carro dove era rimasto Tresca Pietro. Rapidamente sfidando i proiettili tagliai le corde a cui erano legate le bandiere, le misi sul carro, le coprii con uno scialle; con l’aiuto di Pietro Tresca e con quello di mio padre attaccammo il mulo al carro e ci avviammo per allontanarci. In quello stesso momento gli spari cessarono.

Fò presente che quando era arrivata la popolazione di San Giuseppe, la mia famiglia se ne era venuta là dove ero io col carro e per essere più esatto erano venuti mio padre e mia madre, mentre i miei fratelli erano rimasti fra la folla, anzi uno di essi Salvatore, come appresi dopo, se ne era andato a vedere il lago. Mio padre e mia madre si allontanarono col carro. Io ed il Tresca rimanemmo per rintracciare i miei fratelli, temendo che potessero essere rimasti vittime dell’eccidio ed anche per vedere se fra i caduti ci fossero compaesani. Vidi infatti fra i caduti Intravaia e Barracchella. Quest’ultimo fu da me sollevato, me lo caricai sulle spalle e mi avviai verso San Giuseppe, dopo un po’ incontrai la sua famiglia e lo consegnai ad essa.

D. R. «Gli assassini avevano una bandiera nera che tenevano sollevata sopra una pietra, come un segnale di morte per la popolazione. Ho visto che sulla montagna opposta a quella della Pizzuta era un uomo a cavallo di una giumenta con seguace dietro. Egli era fermo a cavallo e guardava la popolazione. Secondo me egli era di vedetta di accordo con gli autori del misfatto».

D. R. «Dal punto ove io lasciai il carro a quello in cui era la pianta di sulla, credo che fossero circa duecento metri».

Letto, confermato e sottoscritto

F.to: Borruso Alberto, Miceli.

8- L’anno 1947 il giorno 6 del mese di maggio in Palermo nell’ufficio della Procura della Repubblica alle ore 11. Avanti di noi dott. Comm. Rosario Miceli, Procuratore della Repubblica di Palermo, assistito dall’infrascritto segretario è comparsa Guzzetta Anna fu Paolo e di Bacarella Maria, di anni 46 da San Giuseppe Jato, ivi abitante, coniugata con Cusumano Angelo, (via Piana Porta Palermo).

D. R. «Sono andata alla festa del primo maggio insieme con i miei figlioli Paolina, Rosario e Nicolina.

Mi recai così alla Portella della Ginestra dove da tanti anni non ero andata più. Era veramente un bello spettacolo: tanta gente che si muoveva giocondamente, le bandiere, la musica mettevano nell’animo un senso di gioia. Avevo anche la speranza di avere un po’ di pane di quello che avrebbe distribuito la Camera del Lavoro, perché viviamo in vera miseria. Sopraggiunsero i lavoratori di Piana e furono accolti con applausi e grida di gioia. Il Signor Schirò salì sul podio che è al centro della radura ed aveva pronunciato poche frasi per commemorare la giornata, quando si udirono raffiche di spari. Si credette trattarsi di spari di mortaretti o razzi (‘carrittigghi’), ma le raffiche si ripeterono e la gente cominciò ad essere colpita e cadere al suolo. Io mi trovavo a pochi passi dal podio insieme con Paolina e Nicolina, mentre mio figlio Rosario, appena giunti mi aveva chiesto un pezzo di pane e si era dileguato tra la folla per divertirsi.

Vidi cadere accanto a me un mulo e questo animale mi salvò; una giovane signorina mi cadde accanto morta. Non posso precisare se fosse veramente signorina o sposata, perché era di Piana.

Gli spari durarono circa venti minuti ed appena cessati con le mie due figliuole presi subito la via del ritorno per San Giuseppe Jato, incamminandomi per lo stradale che da Piana conduce a San Giuseppe. Ero preoccupatissima per mio figlio Rosario e ne domandavo a tutti, ma nessuno sapeva darmi notizie.

Appena giunti a casa in San Giuseppe, lo vidi giungere ed egli esclamò: ‘mamma sono qua’. Fui felice e ringraziai il Signore che ci aveva lasciati tutti incolumi. Subito il detto mio figliuolo soggiunse: ‘Mamma ne ho conosciuti tre, e sono quello con la pancia grossa grossa che sta là sotto e faceva cenno verso la piazza, Totò Romano e Lillia Maranotta. Li ho conosciuti e se ne andavano verso sotto’.

Io gli feci osservare che in paese ci siamo tanti che ci somigliamo e che stesse attento nel dire i nomi ed egli sicuro di sé mi rispose insistendo: ‘Li ho visti, li ho visti, li conosco, li conosco’. Dietro di che si allontanò subito per correre verso la piazza. È vero che io gli dissi: ‘Stai attento, stai attento, non si parla’. Dissi questo pure perché bisogna temere qualche vendetta.

Del primo individuo mio figlio non disse né nome, né cognome, ma si limitò a dire ‘quello grosso grosso con la pancia grossa’. Dopo un paio d’ore venne una guardia municipale a cercarlo. Non ero in casa e ciò me lo riferì mia madre. So che mio figlio Giuseppe si mise in cerca di lui. Il detto Rosario fu mandato a casa verso mezzanotte e l’indomani fu ripreso dai carabinieri che credo l’abbiano condotto sul luogo dell’eccidio per farsi indicare i posti.

È vero che noi possediamo una vacca e l’anno scorso possedevamo pure una vitella che ho venduta dovendo provvedere alla mia malattia. È pure vero che la vacca era nella mandria di Brusca Giovanni il quale è socio dei fratelli Romano e non pagavo nulla perché mio figlio Rosario custodiva i vitelli dei detti soci. Il Rosario ha portato a pascere la vacca sullo stradale e spesso si incontrava con il figlio di Lillia Maranotta. Credo Marinotta sia trasformazione locale del cognome Marino».

D. R. «Non chiesi a mio figlio particolari circa l’incontro con i tre assassini che egli diceva di avere riconosciuto. Quindi non ho appreso né il punto ove l’incontro avvenne, né la via seguita da mio figlio».

D. R. «Quando mio figlio mi comunicò di avere riconosciuto i tre assassini erano presenti: io, mia figlia Paolina di anni 15 e mia figlia Nicolina di anni 7. In casa non avevo trovato nessuno e neppure mia mamma, la quale era uscita forse per raccogliere legna da ardere in mezzo alle vie».

Letto, confermato, sottoscritto

F.to: Guzzetta Anna, Miceli.

9- L’anno millenovecentoquarantasette il giorno 15 del mese di Maggio alle ore 17 in Giuseppe Jato, avanti a noi dott. Cav. A. Mauro, con l’intervento del PM cav. G. Mistretta giudice istruttore presso il tribunale di Palermo […] è comparso Calabrò Giovanni già qualificato.

D. R. «La mattina dell’eccidio, verso le ore 11 è venuto in caserma un giovane, di cui non conosco il nome, della apparente età di anni 20 circa, di statura media, castano chiaro nei capelli, che da quel giorno non ho più visto.

Costui era venuto su di una bicicletta e sul telaio di questa portava una bimba ferita. Mi disse che in Portella della Ginestra, dove, in occasione del 1° Maggio, si erano radunate alcune migliaia di cittadini di San Giuseppe, Piana degli Albanesi e San Cipirello, era avvenuta una strage, determinata da una sparatoria di fucili, mitra e mitragliatrici, per cui vi erano molti morti e feriti. Dapprima non ho creduto al giovane, ritenendo esagerato il suo racconto, malgrado presentasse la bambina ferita che io feci accompagnare dal dott. Vicari. Quindi, insieme al giovane, ho radunato i due nuclei dei C.C. e poscia, sempre col giovane ed insieme ad un cugino del sindaco, mi sono recato verso Portella. Strada facendo ho incontrato la folla pervasa da panico e mi sono convinto che il giovane non aveva esagerato».

D. R. «Ho chiesto al giovane cosa avesse visto e se avesse indicazioni da darmi sugli assassini, ed egli rispose più volte ‘chi lo sa?’.

Non mi disse che erano stati i Romano ed i Troia; però la folla, che ho incontrato verso Portella della Ginestra, diceva che era stato il Troia. Ricordo che io ho detto: ‘Ma se il Troia lo abbiamo visto in paese!’. Ed il cugino del sindaco ha detto: ‘Non dite sciocchezze; il Troia l’abbiamo incontrato noi’».

D. R. «Sono sicuro che il giovane, recandosi in caserma con la bimba ferita o al ritorno cioè quando si avviò meco verso Portella della Ginestra, abbia visto il Troia Giuseppe lungo il corso. A questo punto sento il dovere di far presente che la mattina del 1° Maggio, verso le ore 9-9.30 circa,ho incontrato sul corso Troia Giuseppe, col quale ho scambiato qualche parola, in presenza del brigadiere dei CC. Pinelli Carlo del Nucleo di San Giuseppe. Il Troia teneva in mano dei biglietti per uno spettacolo teatrale e che egli voleva vendere. L’ho rivisto sul corso quando sono uscito per recarmi, col ciclista, a Portella della Ginestra».

D.R. «Da San Giuseppe a Portella delleGinestre vi è una distanza che io ritengo di dieci chilometri che a piedi, a passo normale, si percorre in due ore circa; di corsa, così come l’ho percorsa io, circa un’ora; in carro in un’ora e un quarto circa; in bicicletta mezz’ora.

Si chiede al teste in quanto tempo ci si può portare da San Giuseppe a Portella della Ginestra, percorrendo lo stradale per Palermo con automezzo sino al punto in cui lo stradale è più prossimo alla Portella stessa e percorrendo quindi, tra i campi, a piedi, lo spazio che intercorre tra lo stradale e la Portella.

D.R. «Circa un’ora, e preciso: dieci minuti di automobile e cinquanta minuti per percorrere la rimanente distanza a piedi. Aggiungo che quella stessa mattina, qualcuno diceva che alcuni giovani avevano visto dieci individui scendere dalla montagna e sostare per qualche istante in un sulleto ove si supponeva avessero deposto le armi. Perlustrata la zona dal brigadiere Pinelli e dai militari dell’arma, non venne trovato nulla.

Letto, confermato e sottoscritto

F.to: Calabrò Giovanni, Mauro, Mistretta

10- L’anno 1947 il giorno 13 del mese di maggio alle ore 11,45in Piana degli Albanesi, avanti a noi dott. Cav. A.Mauro, con l’intervento del PM in persona del cav. G. Mistretta giudice istruttore presso il tribunale di Palermo [….] è comparso Salerno Angelo di Salvatore carabiniere in Piana degli Albanesi, già qualificato.

D. R. «Ho omesso, per dimenticanza, di riferire al Procuratore della Repubblica una circostanza che ritengo di rilievo. Poco dopo l’eccidio, cercando io di dare conforto a dei borghesi, venni avvicinato da un individuo di San Giuseppe Jato, poscia identificato per tale Caiola.

Costui riferì a me, in presenza di altri borghesi, che trovandosi nei pressi di una masseria sita ad un chilometro circa dalla Portella della Ginestra, insieme ad amici e ad una prostituta con la quale avevano intenzioni di divertirsi, dopo aver sentito gli spari, aveva visto una diecina di persone, delle quali una indossava un impermeabile bianco, armate, che si allontanavano provenendo da un costone della Pizzuta e dirigendosi verso lo stradale. Disse altresì che aveva visto costoro nascondere le armi in una determinata località. Ho subito chiamato il maresciallo Parrino, cui il Caiola riferì quanto sopra. Tutti e tre ci siamo portati nei pressi della detta masseria, ove erano ancora se mal non ricordo, tre giovani ed una donna. Da tale punto ed alla distanza di circa un chilometro, si vedevano sul costone della Pizzuta alcuni individui ed alcuni equini, dei quali non posso precisare il numero data la distanza».

D.R. «Quando siamo giunti sul posto, prima ancora che io vedessi detti individui, il Caiola mi ha indicato: ‘Da qui sono scesi e là hanno deposto le armi’, indicando con un gesto della mano due località della montagna Pizzuta. Mi sono recato col Caiola e col maresciallo ad ispezionare il luogo dove, a dire del Caiola stesso, si sarebbero dovute trovare le armi depositate dai malfattori, ma lì nulla è stato rinvenuto. Quindi mi sono accorto degli individui e degli equini che si trovavano sul costone della Pizzuta e di cui ho fatto cenno sopra».

D.R. «Quando avvenne l’eccidio ritengo che fossero le ore 10 circa».

D.R. «Non ho inteso alcuni dei predetti dire al maresciallo la frase: ‘Maresciallo si guardi’».

D.R. «Gli spari durarono circa dieci minuti e provenivano, in modo non dubbio, dalla montagna Pizzuta. Di ciò ne sono sicuro, perché il crepitìo proveniva dalla Pizzuta. Dalla Cometa non è pervenuto alcuno sparo; però, quando dopo gli spari ho girato lo sguardo intorno, ho visto un individuo sul costone della Cometa».

D. R. «Non ho inteso alcuno fare alcuna indicazione sugli eventuali autori del misfatto».

Prima di allontanarsi, richiamato per maggiori chiarimenti,

D. R. «A me il Caiola precisò di avere visto gli individui depositare le armi in una determinata località. Non so se egli, nel ripetere poi il racconto al maresciallo Parrino abbia omesso di riferirgli tale particolare».

D. R. «Per vero, non ci siamo recati nel punto dal Caiola indicato con un gesto, quale luogo in cui gli individui si sarebbero soffermati depositando le armi, ma ci siamo limitati ad una perlustrazione della zona allo scopo di rinvenire armi, ma con esito infruttuoso».

D. R. «Quando il Caiola raccontò a me quanto aveva visto, erano presenti alcuni borghesi, dico meglio: molto prossimo vi era un individuo con un mulo, che conosco solo di vista e so essere di San Giuseppe Jato. Non vi erano altri borghesi che poterono sentire quanto il Caiola mi disse».

Letto, confermato, sottoscritto

F.to: Salerno Angelo, , Mauro, Mistretta

11- L’anno 1947 il giorno 12 del mese di maggio alle ore 15 in Piana degli Albanesi avanti a noi dott. Cav. A. Mauro, con l’intervento del PM in persona del cav. Mistretta giudice istruttore […] è comparso Parrino Giovanni, qualificato in atti.

D. R. «Confermo la dichiarazione resa al Procuratore della Repubblica il giorno 4 maggio u. s. ed aggiungo: In seguito a nuove ispezioni eseguite dalla locale squadriglia O. P., comandata dal S. Tenente Ragusa Carmelo, di fanteria, sono stati rinvenuti sul costone della Pizzuta e precisamente su quello detto del Pelavet alcuni bossoli ovvero alcuni caricatori per fucile mitragliatore Breda; quindi è chiaro che i malfattori erano armati di fucili mitragliatori in dotazione all’esercito italiano.

Quando venni interrogato dal Procuratore della Repubblica mi trovavo in condizione fisiche assai precarie, perché affetto da tonsillite ipertrofica, per cui ho omesso di riferirgli una circostanza che ritengo di una certa importanza. Quando appena cessati gli spari mi sono spostato per accertare quali fossero le persone ferite e decedute, e mentre accudivo a soccorrere le vittime, ho udito che un giovane parlando con dei borghesi, diceva, che trovandosi in compagnia di amici in una radura pietrosa che dista circa un chilometro dal punto in cui caddero i feriti, aveva visto dieci individui armati e precisamente due dei quali portavano a spalla delle armi. Disse altresì che uno di costoro portava uno spolverino bianco e che i predetti scendevano da un costone della Pizzuta, dirigendosi verso valle e precisamente verso lo stradale tra Portella della Paglia e San Giuseppe Jato.

Disse ancora che i predetti erano passati dal posto ove egli si trovava ad una distanza tale per cui gli sarebbe stato possibile colpirli ove fosse stato armato di mitra. Cioè intendeva dire che erano passati ad una distanza di circa 300 metri.

Ho chiamato subito il giovane che era precisamente certo Caiola Calogero, il quale non seppe fornirmi altri particolari, solo, aggiunse che i detti individui per qualche istante avevano fatto sosta in un sulleto. Chiarì che egli si trovava in quella località in compagnia di altri amici e di una giovane prostituta con la quale avevano intenzione di divertirsi.

Insieme al Caiola mi sono recato nella radura da lui indicata ed ivi ho trovato altri quattro giovani e la ragazza. Mentre cercavo di guardare intorno per scorgere qualcuno, i predetti giovani mi dissero: ‘Maresciallo si guardi!’. Infatti, volto lo sguardo verso il costone della “Pietrusa”, ho visto quattro o cinque individui e vicini a loro degli equini dei quali non potrei precisare né la qualità né il numero. I giovani, compreso il Caiola e la ragazza, si sono allontanati. Aggiungo che meco era il carabiniere Salerno, con il quale mi sono portato subito a Portella della Ginestra con la speranza di trovare rinforzi, onde avventurarci nel rastrellamento della zona».

A domanda del P. M., risponde:

«Il Caiola, come ho già detto, raccontava quanto aveva visto ad alcuni borghesi che non identificai perché ebbi urgenza di recarmi nella radura insieme al Caiola».

D.R. «Come ho già detto al Procuratore della Repubblica, i primi spari non hanno colpito alcuno, tanto è vero che io e gli altri presenti abbiamo ritenuto trattarsi di ‘castagnole’. Ritengo che tali spari a vuoto durarono circa cinque minuti. Ritengo altresì che le raffiche che colpirono la folla durarono per circa dieci minuti. Quindi, complessivamente, gli spari durarono circa quindici minuti».

D. R. «Sul posto, a mio avviso, erano circa duemila persone, delle quali circa un migliaio erano agglomerate in prossimità del podio per ascoltare l’oratore; le altre erano sparse nella zona vicina».

D. R. «La radura è cosparsa di molte pietre e di una certa grandezza, dietro le quali trovarono riparo molte persone appena compresero che le raffiche erano dirette sulla folla. Analogamente deve dirsi che molte persone cercarono riparo dietro i carri, negli avvallamenti di terreno e financo dietro gli animali»

Letto, confermato, sottoscritto.

f.TO: Parrino Giovannni M.A., Mauro, Mistretta.

12- L’anno 1947 il giorno 15 del mese di maggio alle ore 10,30 avanti a noidott. Cav. A. Mauro, con l’intervento del PM in persona del sostituto cav. G. Mistretta, giudice istruttore presso il Tribunale di Palermo è comparso [….] Spataro Vincenza fu Paolo di anni 48 da San Giuseppe Jato

D. R. «Sono madre dell’ucciso Grifò Giovanni. La mattina del 1° maggio, insieme a mia figlia Maddalena Grifò ed a mio figlio Giovanni, mi sono recata in Portella della Ginestra per festeggiare la giornata dei lavoratori.

Ivi giunti, già un oratore parlava dal podio. Questi era precisamente Schirò Giacomo. Mio figlio si allontanò per andare ad acquistare in quei pressi delle nespole. Ad un tratto abbiamo udito degli spari, che da prima furono ritenuti prodotti da mortaretti; poco dopo però ho visto la folla in preda al panico, cercare riparo e fuggire. Ho chiamato mio figlio che è sopraggiunto e mi ha detto: ‘Mamma sono ferito’. Infatti egli era stato raggiunto da un proiettile al fianco destro. Venne, con altri feriti, adagiato su di un carro e quindi trasportato in San Giuseppe e poscia a Palermo, dove è deceduto all’ospedale».

D. R. «Gli spari provenivano dalla Pizzuta perché ho guardato da quel lato ed ho visto le fiammate provenienti sempre dallo stesso posto. Ho gridato, rivolta verso la Pizzuta: ‘Assassini cosa state facendo!’, e da lungi ho visto che dal posto ove avevo avvistato le fiammate, delle teste di individui di cui non posso precisare il numero, facevano capolino tra i sassi e subito ritirarsi».

D. R. «Non sono in grado di precisare a quale distanza io li abbia visti, ma sono sicura di aver visto le teste dei predetti individui, senza tuttavia poter riconoscere alcuno».

D. R. «Non ho inteso alcuno dare indicazioni sugli eventuali autori del misfatto, né ho elementi da fornire alla Giustizia.

Letto, confermato, sottoscritto

F.to: Spataro Vincenza, Mauro, Mistretta

13- L’anno 1947 il giorno 15 del mese di maggio alle ore 15,30 in San Giuseppe Jato, avanti a noi dott. Cav. A. Mauro, con l’intervento del PM in persona del cav. G. Mistretta giudice istruttore presso il Tribunale di Palermo è comparso [….] Napoli Nicolò fu Vincenzo di anni 48 da S. Giuseppe Jato.

D. R. «La mattina del 1° maggio insieme alla famiglia di Faraci Menna e col carro di questi, mi sono recato in contrada Portella della Ginestra, per la festa dei lavoratori. Erano meco la moglie Panepinto Giuseppa ed i miei bambini. Giunti ivi dopo qualche tempo ha iniziato il suo discorso Giacomo Schirò».

D. R. «Il Menna staccò la mula dal carro a circa 150 metri di distanza dal podio, ci siamo tutti avvicinati al podio stesso, sul quale io, nella mia qualità di presidente della Camera del Lavoro ed iscritto al Partito comunista, presi posto. Da poco lo Schirò aveva iniziato il suo discorso, anzi ricordo che la folla, per la seconda volta aveva applaudito, quando di un tratto furono uditi gli spari.

Dapprima ritenni trattarsi di fuochi artificiali però poco dopo ho visto cadere uccisa sul colpo una donna. Compresi il pericolo e nel panico generale ho cercato rifugio dietro il carro del Faraci dove già si era radunata la mia famiglia. Erano circa le 10,15. Quando gli spari si fecero meno intensi e solo si udiva qualche colpo sporadico, il Faraci Menna attaccò l’animale al carro, sul quale tutti prendemmo posto, con l’intenzione di recarci tutti in paese. Mentre ci accingevamo a partire, è sopraggiunto un giovane che, presa una bicicletta appoggiata in quei pressi diun subito è montato su di questa e si è allontanato dicendo: ‘Li ho conosciuti, vado in caserma a denunziarli!’».

A questo punto si invita il teste perché esamini bene il suo ricordo e precisi l’espressione usata dal ciclista. Risponde:

«Il ciclista ha detto: ‘Li ho conosciuti, ora ci penso io, vado a denunciarli’.

D.R. «Non ho inteso il ciclista fare i nomi delle persone da lui riconosciute né io glieli ho chiesto».

D.R. «Non glielo ho chiesto perché non ne ho avuto il tempo, essendosi allontanato in fretta».

D. R. «Nella confusione non ho fissato nel mio ricordo la fisionomia del ciclista ma non è da escludersi che sia stato il Borruso Nunzio».

D. R. «Conosco il Borruso Nunzio».

D. R. «Non ho rincontrato il Borruso Nunzio, o dico meglio, è possibile che egli sia tornato indietro, ma io non l’ho visto. Dopo essere saliti sul carro, questo si avviò verso San Giuseppe, però, percorsi pochi metri, io ed i miei familiari ne siamo discesi per dare posto ad una donna che portava in braccio una bambina morente.

Il carro è andato avanti guidato dal Faraci e seguito da noi a piedi e durante il percorso, ci trovavamo più o meno vicini al carro stesso, a seconda che noi accorciavamo le distanze percorrendo delle scorciatoie che tutte si congiungevano allo stradale.

Tra i viandanti, di cui data la confusione non sono in grado di dare indicazioni per identificarli, correva insistente la voce che gli autori del misfatto erano stati Troia, Romano, Zito e Terrana.

Nessuno però, a mia domanda, sapeva dare indicazioni precise circa l’azione da questi effettivamente esplicata. Strada facendo, da lungi, alla distanza di circa un chilometro in linea d’aria, ho visto tre individui, che per la distanza non potei riconoscere, attraversare distaccati l’uno dall’altro ed ad andatura regolare, i campi di grano sul pendio della Pizzuta dirigendosi verso l’altura dietro la quale si snoda lo stradale San Giuseppe – Palermo.

Ebbi sospetto che costoro fossero dei responsabili e tra me dissi: ‘Può darsi che si rechino sullo stradale dove li attende qualche macchina che li condurrà rapidamente in paese dove cercheranno di farsi degli alibi’. Infatti poco tempo dopo (15-20 minuti circa) ho visto sullo stradale un’automobile chiusa e di colore scuro seguita da un camion, il cui cassone, a distanza sembrava vuoto. È mio convincimento che per la loro velocità dette macchine siano giunte in paese prima ancora del ciclista, che, ritengo sia stato il primo a portare la notizia del misfatto. Giunto in paese, a ragione veduta, ho attraversato il corso per accertarmi se il mio sospetto sulla precostituzione dell’alibi da parte degli indiziati rispondesse al vero. Infatti davanti la porta di casa, sita in una traversa del corso, ho visto Romano Giuseppe, poi davanti al caffè Riela ho visto seduto Terrana Ignazio. Sono passato quindi davanti l’abitazione di Grigoli Rosario inteso «Troia» e l’ho visto seduto sul gradino della sua casa. Nel lato opposto della strada e davanti alla sua abitazione era fermo Troia Giuseppe. È utile far notare che il Grigoli e Zito Filippo, che se ne stava davanti alla sua porta, avevano le scarpe di campagna impolverate. Non ho fatto caso alle scarpe calzate dagli altri».

D. R. «Gli spari provenivano dalla Pizzuta».

D. R. «Non ho visto il Troia scendere dalla montagna».

Si contesta al teste che il teste Farace Menna ha dichiarato di essere stato oltrepassato dal ciclista quando, col suo carro, era già giunto nei pressi del paese, mentre esso Napoli ha dichiarato che il ciclista si partì da Portella prima ancora che il carro si mettesse in moto.

D. R. «O il Menna Farace avrà equivocato o si tratta di un altro ciclista diverso da quello che venne a prendere la bicicletta prima ancora che il carro si mettesse in moto».

D. R. «Il ciclista cui accenno io quando disse di aver riconosciuto i malfattori, non fece i nomi di Romano e Troia, o, perlomeno, io non li ho intesi. Non so se il ciclista abbia mantenuto il proponimento di denunciare ciò che aveva visto».

Letto, confermato, sottoscritto

F.to: Napoli Nicolò, Mauro, Mistretta

14- L’anno 1947 il giorno 15 del mese di maggio alle ore 11,10in San Giuseppe Jato, avanti a noi dott. Cav. A. Mauro, con l’intervento del PM cav. G. Mistretta […] è comparso Farace Menna di Giuseppe di anni 17 da San Giuseppe Jato, contadino.

D. R. «La mattina del 1° maggio, insieme ai miei fratelli Leonardo e Giovanni ed alle mie sorelle Giuseppa e Maria col mio carro trainato dalla mia vecchia mula di manto morello, ci siamo recati in Portella della Ginestra per la festa del Lavoro.

Ivi giunti dal podio parlava Schirò Giacomo quando, ad un tratto, abbiamo udito degli spari che provenivano dalle falde della Pizzuta. Ho guardato da quel lato ma non ho scorto nulla. Dapprima ho ritenuto trattarsi di mortaretti, ma quando abbiamo visto cadere feriti degli animali ed anche delle persone presenti,abbiamo intuito il pericolo e con i miei familiari mi sono riparato io nel cunettone e le mie sorelle dietro il carro con la famiglia del sig. Napoli Nicola.

Quando è finita la sparatoria i miei familiari hanno preso posto sul carro, sul quale sono saliti il Napoli con i suoi familiari; però questi ultimi, dopo circa dieci metri di cammino ne sono discesi, dato che la strada è in cattive condizioni. Preciso: quando siamo arrivati sul posto, io ho staccato la mula dal carro a circa 150 metri di distanza dal podio. Quindi, insieme ai miei familiari ed ai Napolici siamo avvicinati al podio per ascoltare lo Schirò però fummo divisi dalla folla.

Quando avvenne la sparatoria, io ho cercato rifugio nel cunettone, mentre le mie sorelle ed i Napoli sono corsi verso il carro, riparandosi dietro di questo. Cessati gli spari, ho raggiunto il carro, ed attaccato l’animale, sul carro stesso hanno preso posto i miei familiari ed i Napoli, avviandoci verso San Giuseppe, percorrendo la strada Piana – San Giuseppe che si svolge al di sopra dello stradale per Palermo.

Poco dopo i Napoli ne sono discesi per le dette ragioni ed allora la sig.ra Maniaci, che ci seguiva a piedi implorando un passaggio per la sua bimba ferita e per lei, prese anch’essa con la bimba posto sul carro. Dopo aver percorso un breve tratto di strada guardando la montagna Pizzuta, alla distanza di circa 200 o 300 metri, ho visto un individuo che a me sembrò Troia Giuseppe.

Data la distanza non l’ho visto bene in viso, però, essendo egli un uomo alto, robusto e con una pancia piuttosto prominente, ha una sagoma facilmente riconoscibile, per cui a me mi è ben noto, sembrò essere il Troia e di tale riconoscimento posso dire di essere sicuro.

Vicino al carro e lungo la strada vi erano molte altre persone, che, a piedi, si recavano verso San Giuseppe. Non so se anche costoro hanno visto il Troia e non sono in grado di indicare alcuna di costoro.

I Napoli mi seguivano a piedi a breve distanza.

Quando ho visto il Troia, costui proveniva dalla Pizzuta, che stava quasi alle mie spalle, lato destro, e si dirigeva verso lo stradale di Palermo, che come ho detto è più a valle di quello Piana – San Giuseppe che io percorrevo».

D. R. «Il Troia camminava spedito; non sono in grado di indicare quali indumenti vestisse, perché non vi ho fatto caso.

Dapprima io non feci parola ad alcuno di aver visto il Troia, perché sul momento non avevo dato peso a tale circostanza. Quando siamo giunti nei pressi di San Giuseppe, siamo stati sorpassati da un ciclista, tal Nunzio Borruso di Giuseppe, in atto militare, perché chiamato alle armi due giorni addietro, il quale, passando, a me ed ad altri viandanti che, come ho detto, non sono in grado di indicare, ebbe a dire spontaneamente: ‘Ho visto chi è stato: i Romano ed i Troia!’».

D. R. «Non so se la Maniaci assorta nel suo dolore e piangente, abbia percepito tale frase. È stato in questo momento, e cioè quando, in seguito alla dichiarazione del Borruso tutti i presenti cominciarono ad accusare apertamente i Romano ed i Troia, che io mi sono ricordato di aver visto il Troia Giuseppe scendere dalla montagna e ciò ho detto alla Maniaci».

D. R. «Preciso che non tutti i viandanti, ma diversi di loro dicevano apertamente che erano stati i Romano ed i Troia».

D. R. «Tale circostanza ho fatto presente a mia madre appena rincasato. Non ho parlato con i miei fratelli e sorelle perché non mi fido di loro perché molto giovani».

D. R. «Durante questi giorni non ne ho parlato con alcuno e prima del maresciallo Calabrò, nessuno mi ha chiesto quanto io sapessi circa il Troia. Preciso che dopo che la S. V.mi ha dato lettura della presente deposizione, sento il dovere di chiarire che quando ho visto il Troia, qualcuno dei viandanti che lo aveva visto prima di me, disse di averlo visto. Al che io, volgendo lo sguardo verso la Pizzuta, ho visto il Troia».

D. R. «Prima ancora che io pervenissi in paese ho incontrato nuovamente il Borruso, che in bicicletta tornava indietro verso la Ginestra. Gli chiesi: ‘Dove sei stato?’. Egli mi disse di essere andato ad avvertire i carabinieri. Non mi disse dove si recava, ma io ho compreso che si recava di nuovo sul luogo dell’eccidio».

Richiamato dopo un ora,

D. R. «Da Napoli Nicola ho appreso che la S. V.gli ha contestato che io avevo visto il ciclista quando mi trovavo nei pressi del paese. Ritengo di essere stato mal compreso dalla S. V.perché il ciclista per la prima volta fu da me visto quando attaccavo la mula al carro e fu allora che egli disse la frase: ‘Li ho conosciuti furono il Romano eTroia’. Il ciclista era il Borruso Nunzio. Nei pressi del paese l’ho rivisto che tornava nuovamente con la bicicletta; non ho visto il maresciallo né il cugino del Sindaco. Quando ho detto che ho visto il Troia prima ancora di aver inteso dire dal Borruso l’accusa contro i Troia e i Romano sono incorso in errore, giacché, come ora ho detto, già il Borruso aveva lanciato la sua accusa, che, allontanandosi con la bicicletta, ripetevaad altre persone».

Letto, confermato, sottoscritto

F.to: Faraci Menna, Mauro, Mistretta

15- L’anno millenovecentoquarantasette il giorno 23 del mese di maggio alle ore 10,45 in San Giuseppe Jato, avanti a noi dott. Cav. A. Mauro, con l’intervento del PM cav. G. Mistretta giudice istruttore presso il Tribunale di Palermo […] è comparso Sciortino Pasquale fu Vito di anni 34 da S. Cipirello, ivi domiciliato e residente.

D. R. «Sono sindaco di S. Cipirello e segretario della Cooperativa Agricola ‘La Rinascita’.

Ricordo che in occasione della concessione del feudo ‘Iannazzo’ di proprietà Arcuri, costui pretendeva l’estaglio di £.15.000 a salma. Ritenendo tale pretesa eccessiva il sig. Randazzo presidente della cooperativa, in mia presenza, pregò il Troia Giuseppe di interporre i suoi buoni uffici presso lo Arcuri onde ottenere una diminuzione. Ho visto il Troia avvicinarsi all’Arcuri e parlare con lui in disparte; non so il tenore dei loro discorsi. Comunque l’estaglio non venne ridotto e rimase invariato».

D.R. Modifico in parte la mia dichiarazione da me resa il 6.5.47 alla P.S., nel senso che, dopo che ho resa detta dichiarazione, ho parlato col Ferruggia Emanuele il quale mi ha chiarito di non aver visto personalmente i sei malfattori; bensì di averlo inteso dire da persone che non era in grado di indicarmi.

Nel resto confermo integralmente la detta dichiarazione, di cui la S. V. dà integrale lettura.

Aggiungo che certo Madonia Lorenzo da S. Cipirello mi ha dichiarato, la sera del 2 maggio, che verso le ore 16 del 30 aprile, trovandosi a passare davanti il circolo di S. Cipirello, ha udito un brano di conversazione tra tali D’Agostino Nicolò, Capra Gioacchino, Lo Greco Damiano e Todaro Calogero. Quest’ultimo ed il D’Agostino avrebbero detto al Lo Greco di trovarsi prima dell’alba dell’indomani a Piana degli Albanesi. Ho detto al Madonia di recarsi in caserma a San Giuseppe e dichiarare quanto sopra ai CC.. Della dichiarazione Madonia ne ho fatto cenno anche al Vice Questore che mi ha interrogato, il quale si riservò di controllare tale circostanza e della quale prese un appunto; anzi, si mandò a chiamare il Madonia il quale era in campagna.

Circa tre giorni addietro il Madonia mi ha rilasciato una dichiarazione in cui è consacrato quanto sopra e ciò in seguito ad espressa richiesta fattami quello stesso giorno dal Vice Questore, motivo per cui ho mandato a chiamare il Madonia facendogli firmare la dichiarazione di cui sopra, la quale è stata ieri sera da me consegnata all’on.le Pompeo Colaianni. Aggiungo altresì che la Randazzo Vincenza e la Maniscalco Giovanna, in mia presenza ebbero a dichiarare al V. Questore di avere inteso, la mattina del 1° maggio, certa Trupiano Maria dire: ‘I preparativi sono buoni, ma ancora un u sacciu’ e l’altra frase ‘Vanno cantando e tornano cacando’. Certo Russo Salvatore inoltre mi ha detto che la mattina del 1° maggio tale Grimaudo Giuseppe gli avrebbe detto: ‘Tu non ci vai perché ti scanti delle bombe’, intendendosi così riferire alla festa della Ginestra».

Letto, confermato e sottoscritto

F.to: Sciortino Pasquale, Mauro, Mistretta

16- L’anno millenovecentoquarantasette il giorno 27 del mese di maggio alle ore 10,15 in San Giuseppe Jato, avanti a noi dott. Cav. A. Mauro con l’intervento del PM cav. G. Mistretta[….] è comparsa Randazzo Vincenza di Domenico,di anni 25da San Cipirello, ivi domiciliata e residente.

D. R. «Confermo quanto ho dichiarato alla P. S.».

D. R. «Insisto nell’affermare che la Trupiano Maria ebbe a dire proprio la frase: ‘I preparativi sono buoni, ma ancora un u sacciu’.

Quando nel pomeriggio si seppe della strage, io, angosciata per quanto era avvenuto, ho gridato all’indirizzo della Trupiano: ‘Se hanno cosa mio padre ed i miei fratelli, verrò ad ammazzarti sino a casa’. La Trupiano negava di aver, la mattina, pronunziato le parole da me sopra riferite; al che, la vicina di casa Maniscalco Francesca ha detto: ‘Vuoi negare pure che stamattina, vedendo passare quelli che si recavano alla festa hai esclamato: Se ne vanno cantando e tornano cacando?’.

La Trupiano negò pure tale circostanza».

Letto, confermato, sottoscritto

F.to: Randazzo Vincenza, Mauro, Mistretta

17- L’annomillenovecentoquarantasette il giorno 27 del mese di maggio alle ore 10,15 in San Giuseppe Jato, avanti a noidott. Cav. A. Mauro, con l’intervento del PM cav. G. Mistretta […] è comparsa Guzzetta Anna (qualif. in atti).

D. R. «Confermo le mie precedenti dichiarazioni. Mio figlio Cusimano Rosario, appena rientrato in casa, dopo la strage, mi disse: ‘Li ho conosciuti, li ho conosciuti e sono: uno Totò Romano, uno Elia Marino e l’altro quello grosso grosso che abita vicino la caserma’».

Si contesta alla teste che essa ai CC. del Nucleo di San Giuseppe, il 4.5.47 ha dichiarato che il figlio tale confidenza ebbe a farglielaquando si sono visti in contrada «Traversa».

D. R. «Èvero che ho incontrato mio figlio in contrada Traversa dopo la strage ed egli mi ha detto quanto sopra. Io, subito, gli ho detto di tacere, perché non volevo che altre persone sentissero. Giunti a casa me lo ha ripetuto insistendo sempre di aver riconosciuto i tre predetti».

D. R. «Non è stata una guardia ad invitare mio figlio Rosario a recarsi al Municipio lo stesso giorno del fatto, bensì mio figlio Giuseppe. Il fatto è andato in questo modo. Rientrata da Portella, sono uscita di casa per fare un po’ di spesa. Al mio ritorno a casa, mia madre ottuagenaria e che non ha una perfetta sanità mentale, per l’avanzata età, mi disse che era venuta una guardia a chiamare mio figlio Rosario, che fu trattenuto al Municipio sino a mezzanotte. Viceversa, era stato mio figlio Giuseppe ad invitarlo a recarsi dal Sindaco e non una guardia. Giorni dopo, mio figlio Rosario è stato invitato a Palermo da autorità che non sono in grado di precisare, e da allora non l’ho più visto né so dove si trovi.

Giorni addietro, il sindaco Ferrara Biagio è venuto a chiamare a casa mio figlio Giuseppe ed a bordo di una macchina, lo ha condotto a Palermo, dove è stato trattenuto, non so da chi, per ventiquattro ore».

D. R. «È vero che l’indomani di quando mio figlio Giuseppe venne condotto a Palermo e mentre ancora egli trovavasi colà trattenuto è venuto un carabiniere a casa mia ed ho detto che mio figlio niente sapeva. Intendevo però riferirmi a mio figlio Giuseppe per la cui sorte ero ancora in ansia non essendo rientrato da Palermo».

D. R. «Quando venni interrogato dal Procuratore della Repubblica, mi sono confusa e quindi, forse ho dimenticato di precisare che per la prima volta ho rivisto mio figlio Rosario in contrada Traversa e fu allora che egli mi disse quanto sopra, ripetendomelo poi appena giunti in casa».

Letto, confermato, sottoscritto

F.to: Guzzetta Anna, Mauro, Mistretta

18- REPUBBLICA ITALIANA

TRIBUNALE DI SIENA

ESAME DI TESTIMONIO SENZA GIURAMENTO

Art. 357 Cod. di proc. Pen.

L’annomillenovecentoquarantasette il giorno 27 del mese di maggio alle ore 10 in Siena – Ufficio Istruzione, avanti a noi dott. Giuseppe Sorge, Giudice istruttore del Tribunale di Siena [….] è comparso il testimone seguente , cui rammentiamo anzitutto, a mente dell’art. 357 del Codice di procedura penale, l’obbligo di dire tutta la verità, null’altro che la verità, e le pene stabilite contro i colpevoli di falsa testimonianza.

Interrogato quindi sulle sue generalità, esso risponde: sono e mi chiamo Borruso Nunzio di Giuseppe, di anni 22, nato a San Giuseppe Jato, in atto militare presso il 7° C. A. R..

Domandato al teste se conferma quanto ha deposto l’altro testimone Farace Menna di Benedetto, che, cioè, esso Borruso, presente il 1° maggio u.s. alla strage di Portella della Ginestra, avrebbe esclamato: «Li ho riconosciuti: sono stati i Romano e i Troia», risponde:

«Partecipai alla festa di Portella della Ginestra, ivi recandomi in bicicletta dal mio paese di San Giuseppe Jato, distante sette chilometri. Alle ore 9 del mattino si trovavano nel luogo circa 15.000 persone: uomini, donne e bambini, convenuti dai paesi circostanti: San Giuseppe Jato, Piana degli Albanesi, Parco, Roccamena, Camporeale.

Portella della Ginestra è un altipiano, al quale si sale da una parte da San Giuseppe Jato, dalla parte opposta da Piana degli Albanesi. Gli altri due lati sono chiusi da due montagne: la Cometa e la montagnola di Ginestra.

Alle ore nove del mattino, come ho detto, già ferveva la festa, allorché sentimmo raffiche di mitragliatrice proveniente dalla montagnola di Ginestra. A queste si aggiunsero subito dopo colpi di fucile tedesco, provenienti dalla “Cometa”. Dico che trattasi di fucile perché lo riconobbi dal colpo, che faceva:“ta…pum, ta…pum”. Infine cominciarono a sparare dalla parte di Piana degli Albanesi.

La sparatoria durò circa 20 minuti e fu una cosa tremenda. I proiettili fischiavano da ogni parte e la popolazione trovò scampo nelle crepe del terreno e tra i massi di pietra. Purtroppo ci furono una decina di morti e circa 60 feriti. Io stesso ebbi i pantaloni forati da un proiettile.

Vidi soltanto tre uomini sulla “Cometa” [ndc: evidentemente il testimone confonde la ‘Pizzuta’ con la ‘Cometa’] : uno con un impermeabile bianco; un altro con una camicetta e un cappello grande scuro; il terzo aveva stivali con pantaloni alla cavallerizza. Non potei individuare chi fossero perché li vidi mentre scappavano, alle spalle. Li vidi nel momento in cui anche io mi allontanavo da Portella della Ginestra in bicicletta, avendo caricato un ragazzetto di San Giuseppe Jato ferito ad una gamba, […] non pronunziai la frase: ‘Li ho riconosciuti: sono i Romano e i Troia’. Non potevo pronunziarla, perché non conobbi le persone che vidi sulla “Cometa”.

Giunto a San Giuseppe Jato, incontrai uno dei fratelli Romano, quello che si chiama ‘Totò’ e il cavaliere Troia. I due li vidi separatamente, non insieme: il Totò Romano usciva dalla sua casa e non ricordo come fosse; il cavaliere Troia lo vidi dinanzi alla porta del Circolo con un abito piuttosto scuro».

D. R. «Non conoscoFarace Menna di Benedetto».

D. R. «Sono giunto a Siena,per il servizio militare, il 16 maggio. Sono partito da Palermo il 13 u.s.Non ho altro da dire.

Letto, confermato, sottoscritto

F.to.: Borruso Nunzio, Giuseppe Sorge

20- L’anno 1947 il giorno 11 del mese di giugno alle ore 13,10 in San Giuseppe Jato, avanti a noi avv. Cav. A.Mauro, con l’intervento del PM cav. G. Mistretta, giudice istruttore […] è comparso Tresca Pietro di Ignazio, di anni 55 da Sambuca, domiciliato in San Giuseppe Jato.

D. R. «La mattina del 1° maggio mi sono recato in contrada della Ginestra, per assistere alla Festa dei lavoratori, avendo l’incarico di distribuire, assieme a Borruso Alberto, pane, vino e carciofi ai lavoratori più bisognosi. Mentre parlava Schirò Giacomo, abbiamo udito degli spari che dapprima furono ritenuti prodotti da mortaretti. In seguito ad una seconda raffica, ho visto cadere ferite delle persone e degli animali. Io mi sono riparato dietro il carro. Preciso: Siamo partiti da San Giuseppe io ed il Borruso insieme alla popolazione che si recava alla Portella della Ginestra. Ivi giunti abbiamo staccato l’animale dal carro su cui erano caricati il pane ed i carciofi. Il Borruso Alberto si è internato in campagna dirigendosi verso il costone della Pizzuta, per fare un po’ di erba per l’animale. Quando si sono uditi gli spari il Borruso era lontano dal podio ed io non lo vedevo, perché come ho detto, si trovava in campagna a fare erba.

Dopo l’eccidio ho soccorso i feriti e li ho accompagnati in paese. È vero che ivi giunto, ho imprecato contro gli autori della strage, dicendo: ‘Ecco cosa sanno fare i civili del nostro paese’. Ritenevo che i civili del paese ne fossero gli autori, perché sono stati essi ad acuire l’odio di classe ed il livore contro i comunisti in occasione delle recenti elezioni regionali».

D. R. «Ho rivisto per la prima volta dopo la tragedia il Borruso, subito dopo gli spari e mi disse: ‘Zio Pietro morto sono, mi hanno sparato’ e mi mostrò la suola di una sua scarpa scalfita da un proiettile. Gli ho chiesto: ‘Li hai conosciuti?’. Mi ha risposto: ‘L’ho conosciuto’, ma non volle dirmi chi avesse riconosciuto. L’ho rivisto dopo due giorni e mi ha detto che colui che egli aveva riconosciuto come uno degli sparatori era ‘Benedetto il nipote di Troia’, intendendosi riferire al Grigoli Benedetto. Tale nome egli me lo confidò alla Sezione socialista mentre eravamo soli, quindi ci siamo recati al municipio, dove egli parlò con il Sindaco e con un giovanotto da Palermo».

D. R. «Dal sindaco si è recato egli spontaneamente».

Letto,confermato, sottoscritto

F.to: Tresca Pietro, Mauro, Mistretta

21- L’anno 1947 il giorno 12 del mese di giugno alle ore 9,30 in Palermo Avanti a noi dott. Cav. A. Mauro, con l’intervento del PM cav. G. Mistretta, giudice istruttore presso il Tribunale di Palermo […] è comparso Fusco Salvatore di Saverio, di anni 37 da Piana degli Albanesi, ivi domiciliato Via Burlesci n. 6.

D. R. «Confermo pienamente la dichiarazione da me resa il giorno 29 scorso alla P. S. e della quale la S. V. mi dà integrale lettura. Io, il Sirchia, il Cuccia ed il Riolo, verso le ore 8,30 del 1° maggio, ci trovavamo per le dette ragioni di caccia in contrada Portella della Ginestra e precisamente sulle falde del monte Pizzuta e la dove hanno inizio i roccioni, località questa che dista circa 300 metri dal podio.

Io non ero armato; portavo con me il furetto ed il tascapane. Armati di fucile da caccia erano il Sirchia, il Cuccia ed il Riolo. Quest’ultimo si era allontanato da noi da pochi minuti in cerca di selvaggina quando abbiamo inteso le parole: ‘Mani in alto’ e contemporaneamente ci siamo accorti dei due individui, già descritti nella dichiarazione resa alla P. S., entrambi armati di mitra. Noi abbiamo obbedito alla ingiunzione. Quello che indossava l’impermeabile bianco, che a me sembrò il capo, ci ordinò di abbassarci, pur tenendo sempre le mani in alto.

Pochi minuti dopo sono sbucati altri sei malfattori, tutti armati di mitra di diverso tipo, i quali accompagnavano il Riolo che teneva le mani in alto. Il capo, per prima domanda, ci rivolse le seguenti parole: ‘Siete comunisti?’. Abbiamo tutti risposto negativamente; egli stesso ci ha perquisiti e dopo aver esaminato i documenti che avevamo indosso ha detto: ‘Siete fortunati di non avere documenti da comunisti’.

Hanno disarmato i miei tre compagni e le loro armi vennero poste per terra, vicino ad un malfattore che rimase a custodirci con il fucile spianato. A me lasciarono il tascapane ed il furetto.

Il capo, che come ho detto, teneva al polso un orologio d’oro, dopo aver guardato l’ora ha detto: ‘Andiamo ragazzi, che comincia ad arrivare la gente’ e li ho visti arrampicarsi ed appostarsi dietro i roccioni del costone della Pizzuta. Io ritengo di aver visto una decina di malfattori, ma non ne sono sicuro sia per il trauma psichico in cui mi trovavo, sia perché essi erano nascosti dietro le rocce. Quelli da me visti erano tutti armati di mitra, tranne due che portavano l’uno un fucile da caccia calibro 12 e l’altro un moschetto militare. Colui che ci custodiva era dapprima uno, chiarisco: dopo averci fermato ci hanno ordinato di recarci due a due a carponi dietro un fossato e sotto una roccia. I primi due arrivati tra i quali non ero io, vennero custoditi da un bandito armato di mitra. Poco dopo siamo arrivati io ed un altro e siamo stati custoditi da altro malfattore armato da fucile da caccia, mentre quello armato di mitra si allontanava verso i roccioni. Il malfattore armato di fucile da caccia ci ha custodito per circa due ore e nell’attesa ci ha offerto una sigaretta ‘Lucky Strike’ e conversava con noi prendendo in giro i comunisti. Fra l’altro ebbe a dire: ‘I comunisti vogliono le terre, ora gliele diamo noi le terre ai comunisti sopra le corna’.

Anche costui, a me sembrò che fosse uno dei capi, in quanto, assieme a quello che indossava l’impermeabile bianco, dava disposizioni agli altri banditi. Aggiungo una circostanza che ho dimenticato di dire alla P.S. per lo stato di orgasmo che permaneva in me. Anche il malfattore che ci custodiva, durante la sparatoria, ha esploso dei colpi in direzione del podio e ad un certo momento ha chiamato uno dei suoi compagni armato di mitra, esortandolo a sparare sulla folla, in una direzione che egli stesso indicava».

D. R. «Prima che cominciasse la sparatoria siamo stati per circa due ore sotto la custodia del predetto bandito. Questi parlava in dialetto siciliano e così anche quello con l’impermeabile bianco con accento che a me sembrò essere quello che si parla nella zona che va da San Giuseppe Jato a Partinico».

D. R. «Io ed i miei compagni prima di essere fermati, vedemmo da lontano due persone che a noi sembrarono pastori».

D. R. «In verità non sono in grado di precisare quanti fossero i malfattori. Dapprima come ho detto, siamo stati fermati da due banditi, poi quasi contemporaneamente, ne sono sbucati altri e poi altri ancora, che accompagnavano il Riolo. Complessivamente erano una decina».

D. R. «La sparatoria è durata circa dieci minuti e ho ben distinto tre raffiche di mitraglia, oltre numerosi colpi. Mentre perduravano gli spari, è disceso quello con l’impermeabile bianco e questo stesso e l’altro che ci custodiva con il fucile ci invitarono ad allontanarci, dopo averci fatto riprendere i fucili e restituendo a noi le sole cartucce a ‘migliarini’, mentre le cartucce caricate a palla ed a mitraglia furono trattenute dal malfattore armato di fucile. Ci hanno ingiunto ‘Scappate!’ indicandoci la direzione di Piana. Naturalmente noi che temevamo di essere uccisi a nostra volta, ci siamo dati alla fuga senza volgerci indietro e ritengo che nel contempo, i malfattori si siano allontanati per la strada che porta a San Giuseppe»

D. R. «Alcuni dei malfattori, cessati gli spari, discendendo dai roccioni, ci dissero mettendo il dito sulle labbra: «Fate gli uomini». Quello con l’impermeabile bianco, invece nell’allontanarsi verso San Giuseppe, mentre noi fuggivamo disse: «Dicite ai ‘chianoti’ che eravamo cinquecento».

Ho ben fissati nella mia memoria i connotati del bandito con l’impermeabile bianco e di quello che ci custodiva e ove mi fossero presentati personalmente o anche in fotografia, sono in grado di riconoscerli senza tema di errore».

D. R. «Non conosco il Troia, il Romano Salvatore, il Grigoli ed il Marino e non so se eventualmente in loro potrei riconosceredei malfattori».

Letto, confermato, sottoscritto

F.to: Fusco Salvatore,Mauro, Mistretta

L’ufficio dà atto che si procede quindi a ricognizione di persona da parte del teste predetto a mezzo di tredici fotografie che vengono fornite all’ufficio, dietro nostra richiesta, dal col. Paolantonio dei CC., addetto all’Ispettorato generale di P. S.. Di tale ricognizione viene dato atto con separato verbale.

22- L’anno millenovecentoquarantasette il giorno 12 del mese di giugno alle ore 11,30 in Palermo, avanti a noi dott. Cav. A. Mauro, con l’intervento del PM cav. G. Mistretta […] è comparso Sirchia Giorgio di Girolamo di anni 50 da Piana degli Albanesi.

D. R. «Confermo la dichiarazione da me resa alla P. S. il 27 maggio, di cui la S. V. dà integrale lettura».

D. R. «Ho visto sbucare i malfattori tutti insieme, che a me sembrarono complessivamente nel numero di dodici. A me sembrarono tutti armati di mitra, escluso uno che teneva unfucile da caccia».

D. R. «Io sono iscritto al Partito comunista, però non l’ho palesato ai malfattori perché avevo paura; infatti, quello con l’impermeabile bianco, che a me sembrò essere il capo, dopo di aver verificato i nostri documenti, ha dichiarato: ‘Siete fortunati che non avete documenti comprovanti di essere iscritti al Partito comunista’».

D. R. «Anche il Fusco, il Cuccia ed il Riolo, ritengo che siano iscritti al Partito comunista però non avevano documenti indosso».

D. R. «Complessivamente, prima che si iniziasse la sparatoria, siamo stati custoditi dal malfattore armato di fucile, per un’ora e precedentemente eravamo stati custoditi, da un altro malfattore, armato di mitra per circa tre quarti d’ora».

D. R. «Non ricordo con precisione da chi ci vennero offerte delle sigarette americane, dato il trauma psichico».

D. R. «Mentre ci custodiva, quello armato di fucile da caccia ebbe a dire: ‘I comunisti vogliono le terre! Ce le daremo nelle corna’».

D. R. «Prima di farci allontanare i banditi ci hanno restituito le armi ed al Cuccia la cartucciera con le munizioni a pallini».

D. R. «Ci hanno ingiunto di allontanarci verso Piana. Quasi tutti ci minacciarono, dicendo di non parlare e di correre senza volgerci indietro; quello con l’impermeabile bianco, ebbe a dire: ‘Ditelo a Piana che eravamo cinquecento’».

D. R. « Non ho visto individui sulla Cometa, né ho inteso che alcuno dei malfattori abbia detto che sulla Cometa vi erano dei loro compagni».

D. R. «Mi sono rimaste bene impresse le fisionomie di quello con l’impermeabile bianco e di quello che ci custodiva e sarei in grado di riconoscerli ove mi venissero presentati, sia personalmente sia in fotografia».

Letto, confermato, sottoscritto

F.to: Sirchia Giorgio, Mauro, Mistretta

23- L’anno millenovecentoquarantasette il giorno 23 del mese di giugno alle ore […] in Palermo, avanti a noi dott. Cav. A. Mauro, con l’intervento del PM cav. G. Mistretta […] è comparso Fici dr. Luigi di Giuseppe, di anni 35 da Palermo domiciliato in Partinico, pretore del luogo.

«Confermo, previa lettura avutane, la dichiarazione resa alla Polizia Giudiziaria».

D.R. «Le parole pronunciate da mia zia, se mal non ricordo, furono pressappoco queste: ‘Sembra che per questa elezione le cose possano degenerare, e che vi saranno dei feriti’. Ho provato un senso di disgusto, in quanto, per mio temperamento non ammetto le lotte violente, ma bensì quelle leali e democratiche. Io ho incalzato con una domanda rivolta a mia zia: ‘E tu, come lo sai?’. È stato proprio in questo momento che lo zio è intervenuto, dicendo alla zia la frase: ‘Cosa stai a raccontare a Gino? Egli è magistrato e lo metteresti in imbarazzo’».

D. R. «È stata mia madre ad informarmi che mio zio le aveva detto che le notizie circa la gravità della lotta politica le aveva apprese per una voce popolare raccolta e riferita da Gaetano Zalapì. Aggiungo che essendo convinto che mio zio esagerasse molto in tutto quello che si riferiva alla politica, dapprima non diedi eccessivo peso a quanto sopra. Di poi, il 21 aprile si sparse la voce, partita da casa di mio zio, che vi era stato un comunista ucciso a Piana, per cui gli altri si erano astenuti dal disturbare le operazioni elettorali. Allora tra me, ho pensato che quanto mi era stato detto da mia zia, aveva un riscontro obbiettivo. Viceversa, seppi l ’indomani che anche la voce messa in giro circa la morte del comunista, era infondata e mi convinsi vieppiù sulla mania di esagerare, e della quale era affetto mio zio.

Letto, confermato, sottoscritto

Fici Luigi, Mauro, Miceli

24- L’anno millenovecentoquarantasette il giorno 4 del mese di luglio alle ore 12 in Piana degli Albanesi, avanti a noi dott. Cav. A.Mauro, con l’intervento del PM cav. G. Mistretta […] è comparso Lombardo Pietro di Paolo, di anni 24 da Piana degli Albanesi.

D. R. «Il 1° maggio mi trovavo in contrada Kaggio a lavorare nelle vigne. Quel giorno non ho visto Cucchiara Pietro».

D. R. «Due giorni prima, recatomi alle case di Kaggio per mangiare, ho visto ivi il cav. Troia, il sig. Riolo Giuseppe ed altri. Io in verità, non sono entrato nella stanza in cui essi conferivano, ho visto per