Commissione antimafia. Relazione di minoranza (Lumia)

La Sicilia

Palermo

I.1 La struttura di “cosa nostra”.

I dati acquisiti nel corso delle audizioni compiute dalla Commissione forniscono un quadro aggiornato sull’attuale stato di “cosa nostra” e sulle illecite attività che ne hanno contrassegnato la presenza sul territorio della Sicilia occidentale; tale quadro è stato poi completato da ulteriori importanti elementi desumibili da diversi recenti provvedimenti delle Autorità Giudiziarie di Palermo nei confronti di capi ed appartenenti a diverse famiglie mafiose operanti nell’ambito dei territori ricompresi in diversi mandamenti dell’area metropolitana e della provincia, da San Lorenzo a Brancaccio, da S. Maria di Gesù a Misilmeri, da Villabate a Bagheria, da Caccamo a San Mauro Castelverde, da Partinico fino alle famiglie di Castellammare del Golfo (in provincia di Trapani) e di Licata (in provincia di Agrigento), elementi che hanno confermato i principali spunti d’analisi sulle attuali tendenze strutturali ed organizzative del sodalizio mafioso “cosa nostra” nel suo complesso.

In premessa, occorre in primo luogo sottolineare la costante permanenza di un alto livello di attenzione da parte delle Forze dell’Ordine e della Magistratura nell’attività di contrasto della criminalità organizzata di tipo mafioso, come appare dimostrato dai risultati dell’attività investigativa indicati nel corso delle audizioni.

In particolare, vanno ricordati gli arresti di alcuni soggetti, imprenditori ed appartenenti al mondo delle libere professioni, che costituivano importantissimi gangli del sistema che gravita intorno a Provenzano, come Giuseppe Lipari, Tommaso Cannella e Francesco Pastoia (deceduto per suicidio e di cui si parlerà successivamente).

Nella provincia di Palermo, si devono segnalare (tra gli altri) gli arresti di Lo Gerfo Francesco e Caponetto Francesco, esponenti di spicco della famiglia di Misilmeri, Nicola Mandalà, a capo della famiglia di Villabate, Nicolò Eucaliptus, Leonardo Greco e Onofrio Morreale, esponenti di spicco della famiglia di Bagheria, Pino Pinello, capo della famiglia di Baucina, Antonino Episcopo e Angelo Tolentino, capi della famiglia di Ciminna, Domenico e Rodolfo Virga, capi del mandamento di San Mauro Castelverde, Diego Guzzino, esponente di spicco del mandamento di Caccamo, Santo Balsamo, Agostino Vega e Francesco Dolce, esponenti di spicco della famiglia di Termini Imerese (che la comandavano dopo l’omicidio di Giuseppe Gaeta), i fratelli Diego e Pietro Rinella, che nella perduranza della latitanza del fratello Salvatore Rinella (arrestato il 6 marzo 2003), reggevano le sorti della famiglia mafiosa di Trabia, Giuseppe Rizzo (classe 1938), capo della famiglia di Collesano, Rosolino Rizzo, capo delle famiglie di Cerda e di Sciara ed il nipote Pino Rizzo, che ne aveva assunto la carica dopo l’arresto dello zio, Salvatore Umina e Michelangelo Pravatà (suicidatosi in carcere il giorno precedente alla pronuncia della sentenza con la quale nel dicembre 2005 è stato definito il processo che lo vedeva imputato per associazione mafiosa ed estorsione), capi della famiglia di Vicari, i fratelli Antonio e Saverio Maranto, capi della famiglia di Polizzi Generosa, i fratelli Francesco e Placido Pravatà, esponenti di spicco della famiglia di Roccapalumba, Bartolomeo Cascio, capo della famiglia di Roccamena.

Numerosi i latitanti arrestati ad opera delle varie Forze di Polizia, alcuni dei quali di notevole spessore mafioso: nel 2001 Benedetto Spera e Vincenzo Virga; nel 2002 Antonino Giuffrè, capo mandamento di Caccamo (successivamente divenuto “collaborante”) e Giuseppe Balsano, capo della famiglia di Monreale; nel 2003 Salvatore Rinella, Andrea Mangiaracina, Salvatore Sciarabba e Giovanni Bonomo, il primo reggente della famiglia di Trabia, gli altri rispettivamente dei mandamenti di Mazara del Vallo, Misilmeri e Partinico; nel 2004 Cosimo Vernengo, capo del mandamento di S. Maria di Gesù; recentemente Vincenzo Spezia, figlio di Nunzio Spezia, capo della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, catturato in Venezuela. Particolare attenzione è stata dedicata nel corso delle audizioni palermitane della Commissione, alla ricostruzione delle modalità che portarono il 16 aprile del 2002 alla cattura del citato Antonino Giuffrè, della sua figura criminale e della sua decisione di collaborare con l’Autorità Giudiziaria.

Occorre, altresì, sottolineare come le attività di ricerca dei latitanti (e di quella di Bernardo Provenzano in primo luogo), abbiano sempre costituito l’occasione per l’acquisizione di significativi elementi di prova che hanno consentito di trarre in arresto prima e fare condannare poi un cospicuo numero di associati mafiosi, disvelando al contempo dinamiche e scelte strategiche prevalenti all’interno dell’organizzazione mafiosa e, ovviamente, indebolendo il sistema di protezione degli stessi latitanti.

Per la comprensione delle più recenti vicende riguardanti la struttura di “cosa nostra” occorre fare riferimento ai contenuti di alcune indagini.

La prima di esse, finalizzata alla ricerca e alla cattura di Bernardo Provenzano, ha dato luogo all’applicazione in data 23 gennaio 2002 di misure cautelari nei confronti di 28 soggetti, fra cui tutti i componenti della famiglia Lipari e di quella di Tommaso Cannella, poi quasi tutti condannati a pesanti pene detentive, nonché al sequestro e alla successiva confisca di beni di ingente valore. L’indagine ha consentito di ricostruire il sistema di relazioni “trasversali” che fa capo al citato Provenzano e di individuare le linee strategiche già in quel momento prevalenti all’interno dell’organizzazione mafiosa.

Una seconda fonte di prova altrettanto significativa al riguardo, è costituita dal contenuto delle intercettazioni ambientali eseguite nell’ambito del procedimento c.d. “Ghiaccio” contro Giuseppe Guttadauro, che rappresentano un documento eccezionale di conoscenza dell’attuale fase dell’organizzazione mafiosa.

Infine, una importantissima chiave di lettura per comprendere le linee strategiche elaborate da “cosa nostra” si trae dalla documentazione rinvenuta e sequestrata in due distinte occasioni, la prima, il 16 aprile 2002, all’atto dell’arresto di Antonino Giuffre’, la seconda, il 4 dicembre 2002, su indicazioni dello stesso Giuffrè, nel frattempo divenuto collaborante.

Tale documentazione, costituita da oltre 150 lettere, bigliettini e appunti, sia dattiloscritti che manoscritti, costituisce, senza alcun dubbio, il più importante “archivio di mafia” mai rinvenuto: non soltanto per il numero di documenti che la compongono, ma soprattutto per il relativo contenuto, di assoluto rilievo investigativo, anche in relazione alla particolare posizione apicale occupata in seno all’organizzazione da parte dei soggetti che tale documentazione hanno formato ovvero ai quali era diretta.

Basti dire che mai erano state rinvenute e sequestrate 36 lettere redatte direttamente dal latitante Bernardo Provenzano, con una successione logico-temporale che ha consentito di ricostruire vicende sviluppatesi per un lasso cronologico davvero significativo (dall’inizio del 2001 fino alla primavera del 2002).

Sin dai momenti immediatamente successivi al rinvenimento di tale documentazione, sono state svolte attività di accertamento – anche di carattere tecnico – scientifico – che hanno consentito di individuare mittenti, destinatari e oggetto del complesso di tale documentazione. Un’attività di analisi, sia formale che sostanziale, che ha fornito preziosissime indicazioni circa la gestione da parte di “cosa nostra” degli “affari” sia “interni” che “esterni”, inerenti la tutela di interessi mafiosi di massimo livello.

Sulla scorta di tali elementi, può senz’altro affermarsi che l’associazione mafiosa “cosa nostra”, dopo la fase emergenziale seguita alle stragi del 1992 e dopo la cattura di Leoluca Bagarella (1995) e di Giovanni Brusca (1996), sia diretta da un gruppo di comando composto dai latitanti Bernardo Provenzano, Salvatore Lo Piccolo, capo del mandamento di San Lorenzo, che ha esteso la sua influenza a gran parte del territorio della città di Palermo, e Matteo Messina Denaro, capo del mandamento di Castelvetrano e di fatto, dopo la cattura di Virga, con influenza che si estende a tutta la provincia di Trapani.

Diversi elementi emersi nel corso di distinte attività di indagine, consentono di ipotizzare che sia attivo un canale di comunicazione tra tale gruppo di comando e i capi corleonesi di “cosa nostra”, Salvatore Riina e Leoluca Bagarella, detenuti e sottoposti al regime penitenziario previsto dall’art. 41-bis o.p.

Secondo il modello organizzativo prescelto da tale gruppo di comando, devono ritenersi superati i tradizionali schemi di rigida corrispondenza tra famiglie mafiose ed aree geografiche e i consueti ambiti territoriali, con l’utilizzazione di sistemi di aggregazione alternativi che fanno riferimento a uomini d’onore di provata esperienza, i quali, tramite “canali riservati” di comunicazione, fanno capo direttamente allo stesso Provenzano per la gestione degli interessi territoriali la cui cura è loro demandata, e rappresentano il momento decisionale in aree omogenee dal punto di vista associativo, anche se eterogenee sotto il profilo territoriale.

Allo stato, tale gruppo di comando, alla cui posizione apicale si colloca, come detto, Bernardo Provenzano, ha senz’altro consolidato la scelta “politica” indirizzata al superamento della precedente “strategia stragista” e alla riaffermazione della tradizionale capacità strategica dell’organizzazione attraverso un controllo silente, ma non per questo meno appariscente, del territorio e delle dinamiche criminali.

Si tratta di una scelta strategica che è stata definita come quella dell’ “inabissamento” o della “sommersione”. Al fine di favorire una pacifica spartizione dei guadagni illeciti, “cosa nostra” ha deciso di evitare un’aperta conflittualità con lo Stato, riducendo, ove possibile, anche la conflittualità interna. In tal senso un preciso segnale è rappresentato proprio dalla sensibile riduzione del numero degli omicidi.

Tuttavia, occorre tenere conto della persistenza all’interno dell’associazione di alcuni fattori di potenziale instabilità e di crisi, tra i quali in particolare l’antagonismo creatosi tra taluni dei protagonisti della precedente linea d’azione “stragista”, di cui la maggior parte in carcere, ed i fautori di tentativi di mediazione, individuabili nei capi al vertice tutti ancora latitanti.

Resta pertanto l’incognita di un equilibrio instabile, fra la gran massa dei detenuti mafiosi e capi e affiliati in libertà, la cui rottura potrebbe determinare in qualsiasi momento la ripresa degli omicidi. In questo senso, è stato messo in evidenza che la delusione crescente nella popolazione (in particolare detenuta) di “cosa nostra” per il mancato raggiungimento di taluni obiettivi in materia di leggi antimafia, che anche il Provenzano si era impegnato a perseguire (l’abolizione dell’ergastolo attraverso il rito abbreviato, l’introduzione della figura della dissociazione, la revisione dei processi, l’abrogazione della legge sui collaboratori di giustizia, l’abolizione della misura di prevenzione della confisca e l’abrogazione del particolare regime di cui all’art. 41 bis o.p.) potrebbe acuire queste tensioni e determinare la crisi degli equilibri raggiunti. Non sono mancati in questi anni segnali preoccupanti, accertati giudiziariamente (vedi dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giuffrè) tesi a colpire esponenti delle Istituzioni.

Per quanto riguarda la presenza dell’organizzazione mafiosa sul territorio, è stato sottolineato che le famiglie mafiose si stanno riorganizzando intorno allo strettissimo nucleo di consanguinei. La linea di tendenza è, cioè, quella di circoscrivere la famiglia secondo i legami propriamente familiari, ritenuti più sicuri e solidi, e di utilizzare i c.d. fiancheggiatori, persone cioè non ritualmente affiliate, nella consumazione di gravissimi delitti commessi nell’interesse dell’organizzazione (estorsioni, traffico di stupefacenti, omicidi etc.).

Questo mutamento delle regole di affiliazione al sodalizio mafioso ha trovato puntuale conferma in tutti i più recenti provvedimenti giudiziari.

Al riguardo si segnalano tra gli ultimi in particolare i provvedimenti restrittivi con i quali l’Ufficio del GIP presso il Tribunale di Palermo in data 3 maggio 2004, in data 14 luglio 2004 ed in data 21 febbraio 2005 ha applicato misure cautelari nei confronti di capi ed appartenenti alle famiglie mafiose operanti rispettivamente sui territori di Cerda, di Vicari e di Brancaccio.

In tutti e tre questi casi, le indagini dirette a monitorare l’evoluzione del fenomeno mafioso in territori di sicura importanza, sia per ragioni di carattere economico sia perchè crocevia di interessi e presenze assolutamente significative per “cosa nostra”, hanno permesso di accertare il pieno coinvolgimento nelle attività delinquenziali di soggetti non formalmente affiliati, ma comunque poi condannati per il reato di cui all’art. 416 bis c.p.

Inoltre, va registrata la rinnovata importanza che hanno assunto gli uomini d’onore che, tratti in arresto nel passato ed ora liberati dopo avere scontato la pena, tornano a riprendere in mano le redini delle famiglie mafiose operanti sul territorio o, quanto meno, a ricoprire ruoli importanti al loro interno.

Le indicate linee di tendenza sulle dinamiche interne all’organizzazione mafiosa “cosa nostra” hanno trovato piena conferma negli ultimi provvedimenti giudiziari adottati dalle Autorità Giudiziarie di Palermo.

Fra questi va menzionato il provvedimento di fermo n. 3779/03 RGNR DDA e n. 1855/04 RG GIP emesso dalla Procura della Repubblica di Palermo – Direzione Distrettuale Antimafia il 21 gennaio 2005 nei confronti di 50 soggetti appartenenti all’organizzazione mafiosa (c.d. “Operazione Grande Mandamento”) e facenti parte del “circuito” mafioso più direttamente collegato a Bernardo Provenzano, iniziativa che rappresenta l’evidente dimostrazione dell’impegno degli Organi Investigativi e della Procura della Repubblica di Palermo per giungere alla cattura del capo corleonese ancora latitante. Un provvedimento eccezionale, motivato dalla necessità di impedire la realizzazione di alcuni delitti che si trovavano già nella fase della progettazione, ma anche di scompaginare la rete di protezione esistente attorno alla figura del Provenzano ed il complesso “sistema di comunicazioni riservate” attraverso il quale il latitante inviava e riceveva, con periodica cadenza, lettere e bigliettini da e per tutta la Sicilia, permettendogli in tal modo di “governare” l’organizzazione mafiosa e di gestirne tutte le più importanti scelte criminali.

Un sistema di comunicazione complesso la cui ricostruzione lascia intravvedere con quale cautela egli ancora si muova e con quale prudenza siano organizzati i suoi incontri, attraverso un numero limitatissimo di persone fidate incaricate di mantenere il servizio di corrispondenza attraverso i c.d. “pizzini” e di proteggere i suoi spostamenti.

Prudenza e cautela che costituiscono senz’altro una delle ragioni che rendono particolarmente difficile la cattura del latitante, peraltro ostacolata anche dalla sua davvero notevolissima capacità di stringere “relazioni esterne”, riservate e personali, “relazioni” che, almeno fin qui, gli hanno consentito di attingere notizie riservatissime sulle indagini che lo riguardano, come chiaramente dimostrato dalle vicende che le investigazioni sull’imprenditore di Bagheria, Michele Aiello, come si vedrà appresso, hanno fatto chiaramente emergere.

Tuttavia, proprio seguendo quella che è stata efficacemente definita come la “via dei pizzini”, è stato possibile ricostruire l’attuale composizione ed i livelli di rappresentanza esterna delle strutture organizzative particolarmente vicine al Provenzano, come il mandamento di Misilmeri e le famiglie mafiose di Villabate, Casteldaccia, Ciminna, Baucina, Villafrati, Belmonte Mezzagno, Bagheria, Ficarazzi.

Inoltre, è emerso il ruolo assolutamente peculiare di Francesco Pastoia, il quale, già condannato per il reato di cui all’art. 416 bis c.p., non appena aveva riacquistato la libertà personale, aveva immediatamente ripreso ad incontrare periodicamente il Provenzano, occupandosi anche di gestire il sistema di corrispondenza attraverso il quale il capomafia latitante ha continuato a dirigere l’organizzazione “cosa nostra”.

Deve invece trovare ancora del tutto spiegazione il fatto che il Pastoia abbia deciso di suicidarsi dopo due giorni dal suo arresto. Può tuttavia ragionevolmente ipotizzarsi che in tale estremo gesto abbia pesato – e di certo non poco – la circostanza che nel corso delle attività di indagine svolte nei confronti del Pastoia, sono state intercettate diverse conversazioni tra il medesimo e Nicola Mandalà, capo della famiglia di Villabate, nel corso delle quali lo stesso Pastoia confidava al Mandalà delicatissime circostanze, come il pesantissimo astio nutrito nei confronti del compaesano Benedetto Spera, anch’egli capo mafioso di rango, tanto da progettarne l’uccisione di un figlio o come la commissione da parte dello stesso Pastoia di omicidi senza che ne fossero informati neppure i capi mafiosi della zona interessata. Si tratta in ogni caso di “leggerezze” assolutamente “ingestibili”, del tutto incompatibili con l’assunzione delle particolari responsabilità che lo stesso Provenzano aveva attribuito al Pastoia e con il grado di fiducia in lui riposto dal capo latitante. Una lettura dei fatti che appare confermata dalla successiva profanazione della sua tomba ed il successivo immediato allontanamento dei suoi figli dal paese di Belmonte Mezzagno.

Con lo stesso provvedimento del 21 gennaio 2005 è stato ordinato il fermo dello stesso Francesco Pastoia, in qualità di mandante, e di altri tre soggetti come Nicola Mandalà, Damiano Rizzo e Ignazio Fontana (questi ultimi due anch’essi affiliati alla stessa famiglia mafiosa di Villabate), per l’omicidio di Salvatore Geraci, commesso il 5 ottobre 2004. E’ stato accertato che il Geraci, dopo la sua scarcerazione aveva cercato un “contatto” con Bernardo Provenzano e con alcuni dei suoi più stretti collaboratori, al fine di ottenere l’autorizzazione del capo latitante a riprendere un ruolo nella gestione mafiosa degli appalti pubblici, scontrandosi però con il diniego del Provenzano. Di tale vicenda vi è ampia traccia in due delle lettere dattiloscritte inviate dal Provenzano al Giuffre’; inoltre, in data 17 settembre 2004, era stata intercettata una conversazione fra il Pastoia e Nicola Mandalà che discutevano le motivazioni e le fasi organizzative di un omicidio da compiere, in danno di un tale “Geraci” (omicidio che in effetti sarebbe poi stato consumato 18 giorni dopo): nell’immediatezza, su delega della DDA di Palermo, gli organi di P.G. avevano prontamente avviato le iniziative investigative volte ad identificare la persona di cui si parlava nel corso della conversazione, senza tuttavia poter pervenire a tale identificazione in tempo utile. Grazie a una serie di ulteriori intercettazioni ambientali eseguite nei confronti di Nicola Mandalà e degli uomini a lui più vicini, soprattutto nella stessa giornata del 5 ottobre 2004, è stato poi possibile ricostruire con più precisione il movente del delitto e identificarne i relativi responsabili.

Non va, inoltre, sottovalutato che, dopo un periodo di stasi del fenomeno delle “collaborazioni” con l’Autorità Giudiziaria da parte di soggetti appartenenti all’organizzazione mafiosa (l’ultima di rilievo era stata quella del noto Antonino Giuffrè, di cui si è parlato prima), esse siano ultimamente riprese con una certa continuità. Si è detto di Mario Cusimano, ma va anche menzionata l’avvio di un rapporto collaborativo da parte di Francesco Campanella che deve essere valutato attentamente vista l’incertezza iniziale della sua collaborazione e il ruolo di affarista e truffatore che ha svolto nella sua professione di impiegato di banca. Qualora la sua dichiarazione potesse rilevarsi genuina ed alimentarsi da conoscenze dirette potrebbe aprire uno spaccato interessante sul rapporto mafia-politica nel suo territorio e su scala regionale. Campanella, un soggetto cresciuto nella ex DC, ha avuto un rapporto continuo e costante con il Presidente della Regione ed è stato insieme con il Mandalà uno dei maggiori protagonisti delle infiltrazioni mafiose nelle due esperienze di governo a Villabbate guidate entrambe da coalizioni di centrodestra.

Va anche segnalata la collaborazione di due donne “di mafia”, Carmela Rosalia Iuculano, moglie di Pino Rizzo e quindi nipote acquisita del capomafia Rosolino Rizzo e, soprattutto quella di Giuseppa Vitale, sorella dei noti capi della famiglia mafiosa di Partinico, Vito e Leonardo Vitale.

Va sottolineato che, mentre la Iuculano, in rotta per tale sua scelta sia con la famiglia di origine che con quella acquista, era stata utilizzata negli ultimi due anni dal marito, detenuto dal luglio 2002, come tramite per veicolare ordini e disposizioni dal carcere agli altri componenti delle famiglie mafiose operanti nei territori di Cerda, Sciara, Collesano e Campofelice di Roccella (soprattutto per la gestione di attività estorsive), la Vitale aveva essa stessa ricoperto il ruolo di reggente della famiglia mafiosa di Partinico nel periodo immediatamente successivo all’arresto del Vito Vitale (aprile-giugno 1998).

Il contributo della Iuculano, che ha confessato ogni sua responsabilità, è stato posto a fondamento di alcune misure cautelari (tra cui l’ordinanza del GIP presso il Tribunale di Palermo in data 16 novembre 2004 tra l’altro nei confronti del marito Rizzo Pino, accusato di concorso in omicidio aggravato) e le sue dichiarazioni sono già state positivamente utilizzate per pronunciare sentenze di condanna (tra le quali quella del GUP presso il Tribunale di Palermo in data 21 dicembre 2005 nei confronti di diversi appartenenti alla famiglia mafiosa di Cerda (tra i quali il marito, Pino Rizzo, ed il fratello, Iuculano Giuseppe), tutti condannati per i reati di associazione mafiosa e concorso in estorsione aggravata.

Le dichiarazioni della Vitale, che ha confessato la propria partecipazione ad un omicidio per cui era stata già condannata e ha ammesso il proprio ruolo all’interno della famiglia mafiosa di Partinico, hanno contribuito a fondare una parte del materiale probatorio che ha giustificato l’applicazione dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere n. 10173/02 RGNR DDA e n. 1435/03 RGGIP DDA del 15 aprile 2005 nei confronti di Maria Vitale e di altri 8 indagati per i reati di associazione di tipo mafioso ed estorsione ai danni di due imprenditori.

I.2.- “cosa nostra” e le “relazioni esterne”: i rapporti con le professioni, la politica e le pubbliche amministrazioni.

Come è noto da tempo, uno dei tratti distintivi che fa del sodalizio mafioso “cosa nostra” una delle organizzazioni criminali più pericolose è costituito dalla sua capacità di inquinare vasti settori della vita pubblica, stringendo alleanze ed ottenendo la complicità di diversi appartenenti alle istituzioni ed al mondo delle professioni, politici, amministratori, imprenditori, chiamati spesso a svolgere ruoli chiave nell’amministrazione dello Stato o ad assumere responsabilità di rilievo nella politica e nella società.

Alleanze e complicità che appaiono assolutamente indispensabili alla stessa sussistenza dell’organizzazione mafiosa, le cui capacità di “tenuta” di fronte all’offensiva delle forze di polizia e della Magistratura sono affidate al mantenimento del consenso sociale, mediante il sistematico controllo di ogni forma di attività economica che produca reddito e la “mediazione” del conflitto sociale secondo regole “proprie”, per esercitare i quali l’organizzazione mafiosa non può prescindere dall’interferenza nella vita amministrativa e politica ai diversi livelli, cui sono dunque finalizzati contatti, contiguità e complicità in un chiaro rapporto di reciproco scambio di utilità.

 

Al riguardo, sono numerose i provvedimenti giudiziari attraverso i quali sono state tipizzate le diverse forme di manifestazione del rapporto tra mafiosi, da un lato, politici, amministratori e imprenditori dall’altro.

In sintesi, i modelli in tal senso elaborati variano dalla organica appartenenza, indice di una stabile e sistematica collaborazione con l’organizzazione mafiosa, alla complicità consapevole, anche se episodica od occasionale, frutto di accordi limitati e settoriali con l’organizzazione mafiosa, fino alla contiguità inconsapevole o penalmente irrilevante, nel quale vanno evidentemente ricompresi, tra l’altro, appoggi elettorali non concordati e condotte di ausilio non sollecitate o generiche attività esplicative di una mera adesione di carattere politico – ideologico.

 

Ebbene tutte le più recenti risultanze di vari procedimenti penali evidenziano un allarmante evoluzione del rapporto mafia-politica all’insegna di una sempre più spiccata compenetrazione dell’universo mafioso col mondo della politica.

Nella storia di questi rapporti è possibile distinguere tre fasi.

In una prima fase, che giunge sino alla fine degli anni ’70, è prevalsa una “strategia di relazioni” di tipo tradizionale fondata sulla convergenze degli interessi ma anche su una sorta di “contrattazione a distanza” fra mafioso e politico. I rispettivi piani restano ben differenziati, senza commistioni: il politico da una parte ed il mafioso dall’altra parte del “tavolo della contrattazione”. Il mafioso rappresenta una solida e ben radicata organizzazione che esercita una sua signoria su uomini e territorio, e presentandosi all’incontro con il politico, forte di questo potere, offre e garantisce appoggi elettorali, potendo contare su un cospicuo serbatoio di voti, e richiede impunità e potere. Il politico accetta l’appoggio del mafioso, sia in termini elettorali, sia in termini di controllo – anche per suo conto – del territorio (che significa anche controllo e repressione violenta dell’attività dei movimenti politici di opposizione: pensiamo al significato degli omicidi dei sindacalisti nel dopoguerra e la strage di Portella della Ginestra) ed in cambio garantisce al mafioso coperture istituzionali ed appoggi per ottenere pubblici appalti. Un rapporto di scambio, dunque, nel quale si attua una relazione sostanzialmente alla pari, ove tuttavia la politica si riserva una sorta di primato, essendovi da parte del politico la convinzione di poter “gestire” il rapporto con la mafia. Questo è quello che, seppure a fasi alterne, si è verificato per decenni fino agli ’70.

Fra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, via via che si afferma l’avvento dei cosiddetti “corleonesi” alla guida di “cosa nostra”, nuove strategie si affermano soppiantando i metodi della mafia più tradizionalista. I corleonesi, infatti, attuano una politica del terrore, all’interno ed all’esterno di “cosa nostra”, che nel rapporto con la politica, anche a causa del fatto che i rapporti politici di tipo tradizionale si erano erosi per varie ragioni, determina l’irrigidimento del confronto, sempre più improntato all’intimidazione mafiosa. I corleonesi ribaltano il rapporto di forza con gli uomini politici, tentando di imporre alla politica le proprie scelte e quindi di affermare la supremazia mafiosa. Ed è qui che si determina la rottura del rapporto tradizionale, che sfocia nella stagione di sangue dei delitti politico-mafiosi a cavallo tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80, in cui vengono colpiti uomini politici della maggioranza e dell’opposizione, il Presidente della Regione Piersanti Mattarella, il segretario provinciale della DC Michele Reina, il segretario regionale del Partito Comunista Pio La Torre e poi i magistrati, poliziotti, ufficiali dei Carabinieri e così via, nel momento in cui, nel frattempo, la parte corleonese di Riina e Provenzano fa piazza pulita all’interno di “cosa nostra” del gruppo facente capo a Bontate e Badalamenti, insomma dei portatori della vecchia linea.

Tale tendenza poi si radicalizza ancora di più in epoca successiva, eliminato Bontate nella primavera del 1981 ed avviata la cosiddetta “guerra di mafia”, che in realtà non fu una vera e propria guerra di mafia, ma uno sterminio unilaterale, in quanto furono i corleonesi a sterminare i seguaci di Bontate e Badalamenti. Lungo questo percorso si arriva alla definitiva rottura del rapporto tradizionale con la politica che si determina nei primi anni ’90, anche in relazione a vari altri fattori che contribuiscono a mettere in crisi tale rapporto. Venute meno, da una parte, le ragioni storiche di un certo tipo di rapporto con la mafia e, dimostratasi, peraltro, l’incontrollabilità della mafia, nel senso che non sempre si poteva essere certi che la mafia rimanesse nei binari entro i quali la si voleva indirizzare, come dimostra la svolta corleonese che non accetta più la supremazia della politica; e cresciuta, dall’altra parte, una certa insoddisfazione da parte della mafia verso i referenti politici tradizionali, essendosi incrinato il sistema di impunità politico-mafioso dopo il maxiprocesso degli anni ’80 che arriva a sentenza definitiva nel 1992, ecco che il rapporto arriva al punto di rottura in danno del partito – la D.C. – che aveva costituito per decenni il destinatario tradizionale e prevalente degli appoggi elettorali gestiti da “cosa nostra”. In occasione delle elezioni politiche del 1987 avviene il primo mutamento di indirizzo, oramai processualmente accertato: viene dato l’ordine dai vertici di “cosa nostra” di non votare Democrazia Cristiana e di indirizzare massicciamente i voti sul partito socialista italiano, mentre nel frattempo la mafia cerca di stringere nuovi accordi, individuare nuovi referenti politici, tentativo avviato in quegli anni e non concluso positivamente, come dimostra il fatto che negli anni successivi si tentò di ripristinare il rapporto con la Democrazia Cristiana. Ma anche tale tentativo non andò a buon fine, tanto che, dopo la sentenza della Cassazione del gennaio ’92 con la quale viene definitivamente confermata la condanna del maxiprocesso con pesanti condanne per tutti i capi e i gregari di “cosa nostra”, la rottura definitiva viene consumata con una nuova stagione di sangue, che inizia – non a caso – con l’omicidio dell’on. Salvo Lima, ritenuto da “cosa nostra” la propria interfaccia con la politica nazionale “romana”.

Nello stesso momento, si avvia una fase di intenso lavorio, da parte della mafia, per ricostruire, dopo l’azzeramento, un tessuto di relazioni politiche per fare politica in modo diverso. La mafia è un soggetto politico che fa politica con l’intimidazione, con le stragi, con le bombe e con gli omicidi: questo è il suo modo di fare politica. Viene così avviato un processo complesso di ricontrattazione dei rapporti di forza col mondo della politica. Una ricontrattazione dei rapporti che nasce dall’esigenza, come diceva Leoluca Bagarella, nel modo rozzo tipico di un uomo come Bagarella, di impedire ai politici di “prendere in giro” la mafia, perché non dovevano essere consentiti più “tradimenti” dai nuovi referenti. E secondo Bagarella, l’unico modo sicuro poteva essere quello di fare politica in prima persona: “dobbiamo fare in modo tale da essere noi ad entrare in politica, deve essere come se fossi io disse Bagarella nel ’92-’93 – come se fossi io il Presidente della Regione Siciliana”, rompere la mediazione dei politici di professione.

E’ da questa esigenza che sono nati certi progetti politici direttamente patrocinati da “cosa nostra”: vi sono stati addirittura dei partiti – è processualmente provato – costituiti da “cosa nostra”, come Sicilia Libera, il movimento indipendentista costituito per volere di Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca nell’ambito di un progetto politico di tipo indipendentista e secessionista che la mafia stava coltivando ancor prima del ’92, pensando di cavalcare il fenomeno della Lega Nord e perciò costituendo movimenti indipendentisti non solo in Sicilia, ma in tutto il Meridione d’Italia. Furono costituiti movimenti come Calabria Libera, Lucania Libera, Puglia Libera ecc., movimenti peraltro costituiti da soggetti legati in parte alla criminalità organizzata, in parte alla massoneria, in parte alla destra eversiva. Ma anche questo progetto fallì, anche perché esso sarebbe dovuto passare attraverso una sorta di golpe, idea che non ebbe sufficiente seguito all’interno dell’organizzazione criminale. Si scelse allora un’altra opzione, più cara a Bernardo Provenzano, nuovo “capo dei capi” dopo l’arresto di Riina nel gennaio 1993, più vicina alla tradizione della mafia, un’opzione strategica di rinuncia allo stragismo in favore di una strategia della tregua, della pacificazione, per rendersi meno visibile e non richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica, e quindi senza omicidi eclatanti, senza stragi, senza bombe, cercando anzi il dialogo e la trattativa per ripristinare un rapporto con la politica di convergenza di interessi e non di contrapposizione o di braccio di ferro armato.

Il rapporto con la politica negli anni ’90 è quindi un rapporto certamente diverso da quello determinatosi nella seconda fase, nella quale la mafia pretendeva di imporre le proprie scelte. La terza fase, quella che stiamo ancora vivendo, ha caratteristiche della prima e della seconda fase, è una forma di sintesi. Come la prima si articola su un rapporto con la politica fondato più sulla convergenza degli interessi che sui rapporti di forza, come la seconda si fonda su una maggiore compenetrazione fra universo mafioso e suo referente politico, vi è un maggiore sforzo da parte di ““cosa nostra”” di saltare la mediazione politica, ma cerca di realizzare tale obiettivo non con l’intimidazione, ma cercando di sostituire i vecchi “quadri” con propri elementi inseriti nel mondo della politica: questa è la maggiore insidiosità della nuova fase che stiamo vivendo. Nel passato si erano fronteggiati due modelli di rapporto mafia-politica: il “modello Lima” e il “modello Ciancimino”. Il primo era caratterizzato dalla mediazione politica: è la politica che scende a patti con la mafia per le utilità reciproche che possono trarsi da quel rapporto, ma le due entità, quella politica e quella mafiosa, rimangono estranee l’una dall’altra, tanto da attraversare anche momenti di grave crisi fino alla rottura, consumatasi nel 1992. Il “modello Ciancimino” era caratterizzato, invece, dalla compenetrazione, quasi l’immedesimazione, fra politica e mafia: è la mafia ad usare la politica per realizzare i propri interessi. In passato, il “modello Lima” costituiva la regola ed il “modello Ciancimino” l’eccezione; oggi sembra esattamente il contrario: il “modello Ciancimino” ha preso sempre più piede e sembra stia dilagando.

In questo quadro si inseriscono vicende come quelle del “proclama” dal carcere di Leoluca Bagarella e dello striscione allo stadio di Palermo del dicembre del 2002, con la scritta “Uniti contro il 41 bis – Berlusconi dimentica la Sicilia”, che sono due fatti estremamente rilevanti perché evidenziano una certa “impazienza” da parte dell’universo mafioso cancerizzato che avverte il peso di un presunto “tradimento” da parte dei propri referenti, interni a “cosa nostra” (Provenzano) ed esterni (e cioè nel mondo della politica).

Segnali, campanelli d’allarme che testimoniano, una “cosa nostra” divisa fra una mafia degli affari, della trattativa politica e della convivenza che irrobustisce il suo potere, facente capo a Provenzano, forte delle sue altissime complicità e coperture soprattutto nel mondo della politica, e la mafia dei “fedelissimi” di Riina e Bagarella, insofferente di questo stato di cose, che lancia sinistri messaggi minacciosi che potrebbero preludere a reazioni imprevedibili anche contro rappresentanti delle istituzioni e delle società civile.

Non vi è dubbio che tali diversi modelli sono stati spesso coesistenti nel tempo e che le scelte strategiche che ispirano l’azione dell’organizzazione mafiosa hanno finito per incidere sulla scelta del modello secondo cui si atteggia tale rapporto. Sicchè la prefernza accordata da “cosa nostra” alla strategia della c.d. “sommersione” ha comportato di conseguenza anche il tentativo di rendere “invisibili” i rapporti “esterni” riferibili all’organizzazione mafiosa, siano essi stretti con i politici che con gli imprenditori.

Così, nei rapporti con il mondo dell’imprenditoria è stato negli ultimi anni superato il modello del c.d. tavolino (su cui si tornerà appresso), al quale sia pure figurativamente sedevano e prendevano decisioni, per l’aggiudicazione dei più importanti appalti e lavori pubblici, tutti insieme mafiosi e imprenditori, modello giudicato troppo “rischioso”, perchè comportava la sostanziale automatica estensione della più grave contestazione associativa anche agli imprenditori, oltre che ai mafiosi, scoperti all’atto di condizionare illecitamente le regole di mercato.

Altrettanto è avvenuto nei rapporti tra mafiosi e politici, con una sempre più attenta e prudente gestione dei contatti, mediati da insospettabili soggetti, il cui ruolo di cerniera appare fondamentale per garantire le comunicazioni e gli accordi indispensabili alla conclusione ed alla funzionalità di patti illeciti, diretti alla gestione di comuni interessi illeciti.

In tal senso, dalla relazione effettuata dal Procuratore della Repubblica di Palermo in sede di audizione da parte della Commissione emerge che, accanto all’area più propriamente mafiosa, “è rinvenibile un blocco sociale mafioso che di volta in volta è complice, connivente o caratterizzato da una neutralità indifferente che agevola certamente l’organizzazione”. In questa area definita “grigia”, si inseriscono “tecnici, esponenti della burocrazia amministrativa, professionisti, imprenditori e talvolta politici, che sono strumentali o interagiscono con la mafia in una forma di scambio di interessi fondato sui nuovi interessi comuni” Sempre riferito a questo contesto è significativo quanto scritto nel rapporto dei Ros a proposito dell’indagine su Cuffaro: “E’ stato davvero sconcertante scoprire che tanti professionisti, soprattutto medici, si siano relazionati con Cosa Nostra in maniera così naturale, tanto da far riflettere sull’impegno complessivo che la classe borghese della città intende realmente profondere in direzione della lotta alla criminalità organizzata”.

Le più recenti attività investigative effettuate su “cosa nostra” nella Sicilia occidentale confermano puntualmente queste linee di tendenza ed evidenziano la immutata capacità di infiltrazione della mafia in tutti i settori della società civile, anche attraverso spregiudicate operazioni politiche di carattere “trasversale” condotte spesso attraverso lo “schermo” di non facilmente identificabili liste civiche. Una situazione favorita da un sistema diffuso di corruzione, agevolato dalla mancata attuazione delle riforme che dovrebbero consentire controlli e trasparenza nel mondo politico e nella pubblica amministrazione (è stato, per esempio, fatto riferimento agli uffici unici appaltanti, di cui si dirà dopo).

Sono davvero numerosi i contesti investigativi nei quali, a diverso livello, dai più piccoli comuni alle amministrazioni più importanti, è stato possibile raccogliere elementi di prova al riguardo particolarmente significativi.

Si fa riferimento – peraltro a solo titolo esemplificativo – a diverse vicende processuali.

Tra queste, è da segnalare quella che ha riguardato Calogero Lo Giudice, personaggio politico di rilievo della provincia di Agrigento, già sindaco di Canicattì ed eletto al Parlamento Regionale. Calogero Lo Giudice, tratto in arresto in esecuzione dell’ordinanza del G.I.P. presso il Tribunale di Palermo con cui è stata applicata la misura della custodia cautelare in carcere nei confronti di 43 indagati (c.d. operazione “Alta Mafia”), è uno degli esempi più eclatanti di “trasversalismo” politico al servizio di “cosa nostra”: dopo aver fatto parte della maggioranza politica di centro-sinistra nella precedente legislatura regionale, nella quale aveva anche ricoperto l’incarico di assessore regionale, il Lo Giudice era poi passato in quella di centro-destra nell’attuale parlamento regionale.

Nel corso delle indagini condotte dal luglio 2001 all’agosto del 2002, sono state registrate numerose conversazioni di Lo Giudice con noti esponenti della mafia agrigentina, dalle quali emergono non solo i rapporti di reciproco rispetto del parlamentare regionale nei confronti di “cosa nostra” (egli dice di “non fare parte della chiesa”, ma di avere “sempre rispettato i parrini” e di essersi messo sempre a loro disposizione), ma anche una serie di interventi e di iniziative a sostegno dell’organizzazione mafiosa.

Lo Giudice è stato nel frattempo rinviato a giudizio insieme con altri coimputati.

In secondo luogo, deve farsi menzione delle vicende che hanno riguardato l’amministrazione comunale di Villabate, negli ultimi anni destinataria di ben due provvedimenti prefettizi in tema di scioglimento per infiltrazioni mafiose. Il primo, di vero e proprio scioglimento, adottato (con d.P.R. 20 aprile 1999) allorché era Sindaco Giuseppe Navetta. La commissione straordinaria allora nominata era rimasta in carica fino alla fine del mese di novembre 2001, allorché, dopo le nuove elezioni, era subentrata la Giunta guidata dal Sindaco Lorenzo Carandino, dimessosi a sua volta il 21 ottobre 2003, cioè il giorno seguente alla notifica dell’ordinanza di accesso di una nuova Commissione ispettiva nominata dal Prefetto di Palermo.

Ebbene, le indagini nel frattempo sviluppate in diversi procedimenti penali, hanno posto in chiara evidenza il ruolo svolto in tali vicende da Francesco Campanella, già Presidente del Consiglio comunale e poi consulente del Sindaco Carandino, in realtà vero e proprio portavoce nell’amministrazione comunale di Villabate degli interessi della locale famiglia mafiosa, rappresentata in particolare da Antonino Mandalà e dal figlio Nicola Mandalà. Il primo è stato tratto in arresto ed è rimasto detenuto, tra il 1999 ed il 2001, per associazione mafiosa, reato per il quale è attualmente a giudizio avanti il Tribunale di Palermo. Nicola Mandalà è in stato di detenzione dal 21 gennaio 2005, imputato tra l’altro anche di concorso nell’omicidio dell’imprenditore Salvatore Geraci. Francesco Campanella è sottoposto ad indagini per il reato di associazione mafiosa e dal settembre 2005 ha avviato un rapporto di collaborazione con l’Autorità giudiziaria di Palermo, tuttora in fase di valutazione.

Dalle attività di intercettazione effettuate nell’ambito di tali procedimenti e dalle dichiarazioni di numerosi coindagati per il reato di associazione mafiosa, tra i quali Mario Cusimano, collaborante, cui si è fatto cenno, si evince che sia la scelta del candidato Sindaco nelle ultime due amministrazioni che tutte le scelte amministrative di maggiore rilievo (e non solo quelle), compiute in sede amministrativa comunale non potevano prescindere dal preventivo assenso di Antonino Mandalà, vero e proprio dominus dell’amministrazione in nome e per conto della locale famiglia mafiosa, per la realizzazione e la tutela dei cui interessi sono state tra l’altro prese importanti deliberazioni in tema di piano regolatore comunale.

Un’altra presenza riconducibile al rapporto mafia politica e da individuare in Antonino Fontana che è coinvolto anch’esso in procedimenti giudiziari. Fontana ha avuto una lunga militanza nella sinistra locale, è stato vice sindaco agli inizi degli anni novanta ed è stato anche socio di Simone Castello, tratto in arresto e coinvolto in diversi procedimenti giudiziari in quanto uomo collegato direttamente a Provenzano. Ebbene anche segnalare che nell’operazione “grande mandamento” è stato tratto in arresto Ignazio Fontana nipote di Antonino Fontana, considerato un Killer e uomo di fiducia di Nicola Manadalà, entrambi componenti della squadra che ha accompagnato Provenzano nei sui viaggi in Francia dove è stato sottoposto a delle cure.

Ancora devono essere segnalate le vicende del Comune di Vicari, nei confronti della cui amministrazione è recentemente sopraggiunto provvedimento di scioglimento prefettizio.

Le indagini effettuate sulla locale famiglia mafiosa, attraverso articolate attività di intercettazione e servizi di polizia, hanno posto in evidenza quale asfissiante controllo la locale famiglia mafiosa, diretta da Salvatore Umina e da Michelangelo Pravatà (come si è detto nel frattempo suicidatosi in carcere), esercitava su ogni aspetto della vita economica e sociale della zona, dalla conduzione della più importante azienda produttiva insediatasi da tempo nella zona (lo stabilimento della IPOSAS, facente parte dell’indotto FIAT) fino a tutti i lavori gestiti dall’amministrazione comunale, sulle cui aggiudicazioni ed affidamenti pesava la volontà del locale capomafia, Salvatore Umina. Nel corso di alcune conversazioni oggetto di intercettazioni, proprio l’Umina si era lamentato di alcune decisioni del Sindaco, Biagio Todaro, a capo di una giunta di centrodestra, facendogli pervenire, tramite un consigliere comunale di sua fiducia, il “messaggio” che se non avesse mutato “rotta”, alle successive competizioni elettorali, gli avrebbe fatto mancare il suo appoggio, concesso in passato come si evince da altro colloquio intercettato tra lo stesso Salvatore Umina e sua moglie (” però glielo devi dire, o la finite o vi saluto, devi dire … e alle prossime elezioni ci vediamo poi”) (“… hai sbagliato Turi a farlo venire qua a fare il sindaco …”).

Va segnalato che, a conclusione della prima fase delle indagini, il GUP presso il Tribunale di Palermo, con sentenza del 21 dicembre 2005, ha condannato in primo grado Salvatore Umina e diversi altri componenti della famiglia di Vicari per i reati di mafia loro contestati.

Ancora, assolutamente esemplificativa dell’intreccio di interessi che, nelle amministrazioni locali, legano mafiosi e politici pubblici amministratori, è la vicenda emersa grazie alle indagini effettuate nei confronti della famiglia mafiosa di Roccamena, piccolo centro della provincia palermitana, situato in prossimità di Corleone.

Ebbene, con ordinanza di custodia cautelare in carcere del 2 gennaio 2006, il GIP del Tribunale di Palermo ha applicato la misura cautelare della custodia in carcere nei confronti di alcuni imprenditori locali e del Sindaco di quella amministrazione, Salvatore Giuseppe Gambino, eletto a capo di una giunta che si colloca nello schieramento di centrodestra, quest’ultimo sottoposto ad indagini per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, in relazione alla illecita gestione di alcuni lavori pubblici. All’atto dell’arresto il Gambino è stato peraltro trovato in possesso di una pistola oggetto di precedente furto, che custodiva in un cassetto della scrivania nel suo ufficio presso la casa comunale.

Da alcune intercettazioni effettuate in locali nella disponibilità del locale capomafia, Bartolomeo Cascio, pure tratto in arresto, è emerso che, in occasione della precedente competizione elettorale amministrativa del 2003, il Gambino si è personalmente reso responsabile di un gravissimo atto intimidatorio, la materiale distruzione di una casa di abitazione, nei confronti dell’allora candidato a Sindaco dell’opposto schieramento politico, Salvatore Ciaccio, appartenete al partito politico dei DS. Intimidazione che aveva raggiunto il suo fine, perchè, proprio a seguito del danneggiamento, il Ciaccio aveva immediatamente ritirato la sua candidatura dalla corsa a Sindaco, poi vinta dal Gambino.

In questo articolato quadro, che già testimonia quale illecito intreccio leghi gli interessi mafiosi alle attività di alcune amministrazioni locali, una particolare attenzione deve essere rivolta a due processi avviati dalla Procura della Repubblica di Palermo, noti con i nomi di “Ghiaccio 2” (n. 2358/99 RGNR) e “ Processo delle Talpe” ( n. 12790/02 RGNR).

Il primo processo, instaurato nei confronti di Domenico Miceli ed altri per i reati di associazione mafiosa (art. 416-bis c.p.) e di concorso esterno in associazione mafiosa (artt. 110, 416-bis c.p.) ha avuto per oggetto le relazioni che Giuseppe Guttadauro, capo del mandamento di Brancaccio, già condannato con sentenza definitiva e tuttora esponente di vertice di “cosa nostra”, ha intrattenuto con esponenti del mondo politico regionale e in particolare con il medico Domenico Miceli di cui ha sostenuto la candidatura alle elezioni del 2001, con l’appoggio del cognato medico Vincenzo Greco e di un altro medico, Salvatore Aragona, entrambi già condannati per reati di mafia.

Dopo il rinvio a giudizio degli imputati, tratti in arresto il 27 giugno 2003, è tuttora pendente la trattazione dibattimentale di primo grado nei confronti del Miceli, mentre all’Aragona è stata applicata la pena a seguito di istanza di patteggiamento ex art. 444 c.p.p.

Il secondo processo, quello noto come “il processo delle talpe”, in realtà riguarda non soltanto gravissimi fatti connessi a “fughe di notizie” ad opera di infedeli esponenti delle Forze di Polizia e di altri pubblici funzionari (in particolare i M.lli Giorgio Riolo, già effettivo al R.O.S. dei Carabinieri ed il M.llo Giuseppe Ciuro, appartenente alla Guardia di Finanza, distaccato presso il centro DIA di Palermo ed in servizio presso la segreteria di un magistrato della Procura della Repubblica), ma ha soprattutto per oggetto l’attività imprenditoriale dell’ingegnere Michele AIELLO, dapprima nel settore della realizzazione di stradelle interpoderali a finanziamento regionale, quindi nel settore della sanità ed i rapporti dal medesimo stretti con uomini politici e pubblici funzionari per la realizzazione dei suoi interessi, alla cui tutela si è ripetutamente mostrato particolarmente sensibile lo stesso Bernardo Provenzano.

Ed infatti, come hanno dimostrato i risultati di questa indagine, non vi è dubbio che se sono state accertate sistematiche “fughe di notizie”, esse non sono risultate fini a se stesse, ma sono apparse assolutamente connesse, anzi strumentali alla realizzazione ed alla tutela di un coacervo di interessi illeciti che hanno accomunato mafiosi – imprenditori e appartenenti a diverse istituzioni, comprese quelle della c.d. rappresentanza politica.

Questo processo ha infatti delineato un quadro particolarmente nitido di un particolare spaccato criminale, che viene comunemente indicato “intreccio mafia – politica – affari – coperture istituzionali“, uno spaccato che forse mai così chiaramente si era evidenziato in un unico e contestuale contesto investigativo.

Sotto tale profilo, dunque, il “nocciolo duro” di questo processo non è rappresentato tanto o soltanto dalle condotte strumentali, le condotte di ausilio e in particolare le condotte che hanno integrato le “fughe di notizie riservate“, ma è costituito soprattutto dal dipanarsi del coacervo di interessi rispetto ai quali tali specifiche condotte sono state strumentali, sia pure in modo determinante, chè senza tali condotte quegli interessi non avrebbero potuto trovare realizzazione.

Il ruolo dell’ingegnere Michele Aiello, che senza alcun dubbio costituisce il vero e proprio punto di convergenza della pluralità di vicende che trovano riflesso nei reati oggetto di contestazione in questo processo, è stato così delineato dal GUP presso il Tribunale di Palermo, con la sentenza in data 8 aprile 2005, che ha definito il giudizio abbreviato svoltosi nei confronti di Giuseppe Ciuro:

“… [le] risultanze processuali offerte con la richiesta di rinvio a giudizio … descrivono un imprenditore stabilmente inserito all’interno dell’organizzazione criminale, nel cui ambito ha svolto per decenni un ruolo di primo piano, nel reciproco interesse, proprio e dell’associazione mafiosa, in diretto contatto con il vertice di essa.

Il profilo dell’Aiello è quindi l’opposto della figura dell’imprenditore vittima dell’estorsione mafiosa, della forza coercitiva a presidio degli interessi di “cosa nostra”.

E non solo, non corrisponde nemmeno all’imprenditore “colluso”, che interagisce con l’attività mafiosa sulla base di un rapporto sinallagmatico di reciproca assicurazione di benefici.

Protezione, inserimento in comitati d’affari per il controllo di appalti pubblici, aggiudicazione di appalti, disponibilità finanziarie, privilegio sulla concorrenza etc, in cambio di infiltrazione nel mercato lecito, investimenti di capitali, assunzione di mano d’opera e utilizzo di fornitori o imprese inseriti nel sistema criminale, ed altro.

Già un siffatto rapporto se connotato, come nel nostro caso, da stabilità nel tempo è costitutivo del vincolo mafioso fondante la condotta del “far parte”. Ma l’Aiello è un soggetto che ha, altresì, espresso un’adesione incondizionata, ha messo a disposizione se stesso e la sua attività per il mantenimento in vita e il perseguimento degli scopi dell’associazione, e come tale è stato riconosciuto e accettato al suo interno dagli altri partecipi.

Le conversazioni intercettate costituiscono una straordinaria testimonianza del ruolo assunto dall’Aiello all’interno dell’organizzazione, del riconoscimento del suo inserimento da parte degli associati, dell’affidamento di costoro sulla disponibilità assoluta dell’imprenditore per il soddisfacimento di esigenze non solo collegate agli interessi economici, ma anche alla funzione di “train d’union” con il mondo politico e istituzionale, della cui importanza e reale incidenza questi hanno consapevolezza, tanto che –come risulta esplicitato- si preoccupano di non esporre l’Aiello al rischio di essere sottoposto all’attenzione degli investigatori e, per tale motivo, si curano di riservarne l’intervento per i casi di maggiore interesse e rilevanza per l’organizzazione”.

Ciò premesso, va detto che le indagini coordinate dalla D.D.A. di Palermo in collaborazione con i Carabinieri del R.O.N.O. di Palermo hanno permesso di accertare in primo luogo una sistematica attività di procacciamento di notizie coperte dal segreto da parte di Giuseppe Ciuro e di Giorgio Riolo, quest’ultimo particolarmente esperto nelle indagini tecniche, a favore di Michele Aiello.

Più in particolare è emerso che il Ciuro, il Riolo e l’Aiello, unitamente ad Aldo Carcione, cugino e socio dell’Aiello, professore associato di radiologia all’Università di Palermo, sono riusciti, mediante accessi abusivi, ad ottenere illecitamente informazioni sulle annotazioni esistenti nel Registro informatico della Procura della Repubblica di Palermo.

Il Riolo, inoltre, ha ammesso di avere sistematicamente rivelato all’Aiello, nel corso di alcuni anni, notizie sulle attività investigative condotte dai Carabinieri del R.O.S. sulla famiglia mafiosa di Bagheria, finalizzate alla ricerca del Provenzano; queste rivelazioni hanno portato alla scoperta di telecamere e microspie secondo quanto ammesso anche da Salvatore Eucaliptus, figlio del noto esponente mafioso Nicolò Eucaliptus.

Le medesime indagini – proseguite dopo l’arresto dei predetti – grazie anche alle parziali ammissioni degli indagati, hanno permesso poi di accertare altri gravi reati, dalla rivelazione di segreto al favoreggiamento ed alla concussione aggravata e continuata a carico di Antonio Borzacchelli, maresciallo dei Carabinieri in aspettativa dal giugno 2001 perché eletto all’Assemblea Regionale Siciliana, nella lista “Biancofiore” di fatto seconda lista del Cdu (oggi Udc) collegata allo schieramento politico che ha sostenuto la candidatura a Presidente della Regione dell’on. Salvatore Cuffaro.

E sempre sotto il profilo della rivelazione di notizie riservate e coperte da segreto di ufficio, le indagini effettuate hanno consentito di accertare che il Presidente della Regione, on. Cuffaro, ha comunicato in distinte occasioni all’Aiello notizie concernenti le indagini in corso nei confronti di quest’ultimo, dopo che, unitamente al Riolo e al Borzacchelli, aveva già concorso nella rivelazione di notizie sulle indagini del procedimento c.d. “Ghiaccio” nei confronti del Miceli, dell’Aragona e di Giuseppe Guttadauro, capo del mandamento di Brancaccio, che aveva così potuto ritrovare e disattivare, il 15 giugno 2001, una delle microspie collocate nella sua abitazione.

E’ poi emersa la commissione di una colossale truffa aggravata in danno della A.S.L. 6 di Palermo ad opera dell’Aiello, che, grazie alla complicità di due funzionari della stessa A.S.L., Lorenzo Iannì e Michele Giambruno, è riuscito a conseguire l’illecita riscossione di rimborsi non dovuti per circa 80 miliardi delle vecchie lire, relativamente ad attività specialistiche effettuate nel settore della radiodiagnostica e della radioterapia nel quale egli, tramite due società facenti capo in modo totalitario a lui e a suoi familiari (la Diagnostica per Immagini – Villa Santa Teresa s.r.l. e la A.T.M. s.r.l.), di fatto sempre da lui gestite, è riuscito a realizzare un centro diagnostico dotato di attrezzature assolutamente all’avanguardia nel settore delle terapie tumorali.

Infine, dalle indagini svolte è emersa una particolare vicenda che testimonia come, per la tutela degli interessi facenti capo all’imprenditore Michele Aiello, si siano attivati i vertici politici e amministrativi della Regione Siciliana, condizionando di conseguenza le scelte della Pubblica Amministrazione in modo tale da favorire quei “particolari” interessi in pregiudizio degli interessi pubblici, in una materia così importante come la sanità.

La vicenda trae origine dal fatto che alcune delle prestazioni di radioterapia fornite dalle società dell’Aiello, ed in particolare le cinque più moderne e di maggior pregio, non erano comprese nel tariffario – nomenclatore regionale che fissa i compensi dovuti dalle A.S.L. alle strutture private.

All’inizio del 2002, con la cessazione del regime di assistenza indiretta e la possibilità delle A.S.L. di rimborsare le prestazioni erogate dai privati solo sulla base di convenzioni e solo con riferimento ai prezzi previsti nel tariffario regionale, diventa essenziale per l’AIELLO ottenere dalla A.S.L. non solo la stipula di una convenzione ma anche la fissazione dei prezzi delle cinque prestazioni non previste nel tariffario – nomenclatore.

Tale esigenza, tra il settembre e l’ottobre 2003, impone sia all’Aiello che al Carcione un particolare attivismo per la tutela dei loro interessi, concretizzatosi in contatti con organi politici ed amministrativi, competenti a provvedere in questa materia.

Come si desume dal contenuto di molte delle conversazioni oggetto di intercettazione durante le indagini, il referente principale dell’Aiello è il Presidente delle Regione, on. Salvatore Cuffaro, ad uno dei cui collaboratori più stretti, l’on Antonino Giovanni Dina, l’Aiello fa consegnare una copia della bozza di tariffario – nomenclatore all’esame degli uffici competenti, con le proposte di variazione (evidenziate in rosso) da apportare nell’interesse delle sue società, così come espressamente richiesto dallo stesso Presidente, on. Cuffaro, per il tramite di uno dei collaboratori dell’imprenditore, Rotondo Roberto, direttore amministrativo della clinica e allora capogruppo del partito del presidente nel consiglio comunale di Bagheria, che informa immediatamente l’Aiello, nel corso di una telefonata intercettata alle 20.36 del 18 settembre 2003.

Questa bozza con le modifiche proposte è stata rinvenuta e sequestrata dopo l’arresto dell’Aiello, il quale, fino a pochi giorni prima dell’arresto, ne ha personalmente parlato con l’on. Cuffaro in occasione dell’ultimo incontro svoltosi “in incognito”, presso un negozio di abbigliamenti di Bagheria nel pomeriggio del 31 ottobre 2003. Secondo quanto l’Aiello ha poi riferito la sera stessa al Carcione, e come entrambi hanno confermato nei loro interrogatori, il Presidente aveva annunziato che le nuove tariffe sarebbero state approvate “la settimana entrante”, raccomandando al suo interlocutore di accettarle per il momento così come erano “perché fra tre mesi poi li cambiamo …facciamo un aggiornamento … per cui …se anche vi vi sembrano un po’ basse … pazienza … per tre mesi diceee … ve li dovete accettare per come sono …” (intercettazione telefonica delle ore 20.14 del 31 ottobre 2003).

Non è secondario rilevare che con la clinica in amministrazione giudiziaria il costo delle prestazioni si è abbattuto di circa il 50%.

 

Al termine delle indagini preliminari, la Procura della Repubblica di Palermo ha richiesto il rinvio a giudizio di 16 persone tra cui l’Aiello, il Ciuro e il Riolo per più reati (tra i quali i delitti di cui agli artt. 416-bis c.p., 326 c.p., 378 c.p., 640 cpv. c.p.), mentre nei confronti dell’on. Salvatore Cuffaro è stato richiesto il rinvio a giudizio per i reati di cui agli artt. 326 e 378 c.p. con l’aggravante di aver agevolato l’attività dell’associazione mafiosa “cosa nostra” ai sensi dell’art. 7 l. n. 203/1991, in relazione alle rivelazioni di notizie sulle indagini nei confronti di Giuseppe Guttadauro e Domenico Miceli.

Il 2 novembre 2004, in esito all’udienza preliminare svoltasi dinanzi al G.U.P. di Palermo, nei confronti di tutti gli imputati è stato disposto il rinvio a giudizio per la gran parte dei reati loro ascritti, mentre l’on. Cuffaro è stato rinviato a giudizio per il reato di favoreggiamento personale aggravato a Cosa Nostra ex art. 7 l.n. 203/1991 ed è stato prosciolto dal reato di rivelazioni di segreti d’ufficio. Il relativo dibattimento è in corso avanti il Tribunale di Palermo, sezione III.

Con provvedimento del successivo 1 aprile 2005, il GIP presso il Tribunale di Palermo ha disposto l’archiviazione del procedimento in precedenza instaurato nei confronti dello stesso on. Cuffaro per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa.

Se questi sono gli sviluppi e le attuali linee di tendenza dei rapporti tra mafia e politica, deve anche segnalarsi che con sentenza in data 11 dicembre 2004 il Tribunale di Palermo, Sezione II, ha definito in primo grado il processo nei confronti del senatore Marcello Dell’Utri, condannato alla pena di anni nove di reclusione perchè ritenuto responsabile del reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso, per avere partecipato ad incontri con esponenti anche di vertice dell’associazione mafiosa “cosa nostra”, nel corso dei quali venivano discusse condotte funzionali agli interessi dell’organizzazione, per aver intrattenuto rapporti continuativi con tale associazione, per il tramite di numerosi esponenti mafiosi, tra i quali Raffaele Ganci, Pietro Di Napoli, Ignazio Pullarà, Giovanbattista Pullarà, Giuseppe Di Napoli, Salvatore Riina, Giuseppe Graviano, per aver provveduto a fornire ausilio a latitanti mafiosi, concedendo loro ricovero, per aver posto a disposizione di tali esponenti di “cosa nostra” le conoscenze acquisite presso il sistema economico italiano e siciliano.

In conclusione, va detto che la fase repressiva in questa direzione è stata varia ed articolata e si è potuta giovare del ricorso alla fattispecie incriminatrice del c.d. concorso esterno in associazione di tipo mafioso (artt. 110 e 416-bis c.p.), che, rimane uno strumento sempre indispensabile per sanzionare condotte che altrimenti resterebbero prive di rilevanza. Naturalmente spetta alla società civile organizzata ed ai partiti definire e riprendere la funzione della responsabilità politica per cui al di là delle indagini e degli esisti dei processi è necessario individuare criteri di valutazione e di scelta nella selezione dei gruppi dirigenti e delle candidature.

 

 

 

 

I.3.- “cosa nostra” ed i settori di attività

Rimangono per “cosa nostra” il traffico di stupefacenti, le estorsioni e l’usura, i pubblici appalti, la spesa pubblica, i principali settori di accumulazione e di operatività.

Sul traffico di droga non ci troviamo più di fronte, come nei decenni passati, a quella condizione di primazia siciliana come era avvenuto intorno al business dell’eroina.

Oggi la mafia è attenta a controllare il mercato delle droghe, a partecipare con delle quote ad un gioco più largo dove ha un ruolo importante, con dei propri investimenti, una parte della borghesia professionale non necessariamente inserita in strutturati rapporti collusivi con “cosa nostra”. Naturalmente poi, oltre alle quote, “cosa nostra” impone il pizzo a tutte le attività che si organizzano nel proprio territorio comprese quelle legate al traffico ed allo spaccio di stupefacenti. Si registra, inoltre, un utilizzo delle organizzazioni straniere a cui sono delegate una parte delle attività in diversi settori del mercato delle sostanze stupefacenti. Ma è sbagliato illudersi che “cosa nostra” sia fuoriuscita dal canale internazionale del traffico di droga soprattutto nell’approvvigionamento e nella diffusione della cocaina, una delle droghe più convenienti per gli affari delle organizzazioni mafiose. “cosa nostra” mantiene una ramificazione internazionale in sinergia con altre organizzazioni mafiose con in testa una della più potenti organizzazioni internazionali come, è oggi, la ‘ndrangheta. Rimane da approfondire e sviluppare tali proiezioni e verificare gli antichi rapporti, non mai recisi, con “cosa nostra” americana per aggiornare una mappa che allora Giovanni Falcone seppe realizzare con l’operazione “pizza connection”.

Qual è la funzione oggi del boss Palazzolo presente in sud Africa e in altri paesi di questo continente? Quale è il ruolo delle vecchie famiglie Caruana e Cuntrera presenti in diversi paesi latino Americani e negli stessi Stati Uniti? Quali collegamenti oggi con il boss Rizzuto, operativo in Canada, e legato alle famiglie dei Bonanno di New York, che aveva incaricato i sui emissari in Italia di intervenire sull’appalto del Ponte sullo Stretto di Messina? Qual’è il ruolo di Matteo Messina Denaro, di Gallina di Carini, delle famiglie di Ribeira, di Torretta e di Castellammare presenti negli Stati Uniti?

Sono tutti aspetti da approfondire e soprattutto sono da analizzare i canali di riciclaggio, utilizzatati da “cosa nostra” nel contesto dell’economia globalizzata e dei circuiti finanziari presenti nei Paese off-shore.

Per quanto riguarda i campi dell’antiracket e dell’antiusura a Palermo si registrano ancora enormi difficoltà. “Cosa nostra” gestisce direttamente le estorsioni e controlla le organizzazione impegnate nell’usura. Le audizioni svolte dalla Commissione a Palermo hanno fatto emergere una preoccupante espansione dell’estorsione e dell’usura. Le estorsioni sono per la mafia uno strumento potente di controllo del territorio, sono inoltre una fonte facile di accumulazione economica e al tempo stesso un canale di ridistribuzione di reddito per mantenere in piedi l’organizzazione e consentire ai detenuti e alle loro famiglie e di pagare le spese legali. È una sorta di prelievo fiscale capillare e certo, un meccanismo oliato e in grado di riprodursi continuamente nonostante i diversi interventi delle Forze dell’Ordine e della Magistratura che hanno colpito ripetutamente le diverse cosche locali dei vari mandamenti della Città e della Provincia.

Le più recenti indagini ed acquisizioni processuali hanno fatto emergere delle caratteristiche costanti della presenza mafiosa nel campo delle estorsioni: “pagare a tappeto” e “pagare poco ma pagare tutti” esercitando una continua ricerca del consenso e del coinvolgimento delle vittime per evitare reazioni incontrollate tra le quali la devastante denuncia alle autorità di polizia e della Magistratura. Il controllo del territorio a Palermo cresce e non si registra ancora un livello di reazione adeguato alla necessità di ottenere dei risultati paragonabili con quanto già di positivo fatto in altre parti della Sicilia e delle altre grandi città del mezzogiorno, come ad esempio a Napoli.

In sintesi, di fronte ad un fenomeno di grande espansione abbiamo nel 2003, nella città di Palermo, solo 50 denuncie per estorsione e 18 per usura.

Ci sono comunque dei segnali interessanti che non vanno trascurati, come il lavoro constate e prezioso svolto da SOS Impresa e dalla Confesercenti locale che hanno saputo mantenere un elevato livello di attenzione, di denuncia, di assistenza giuridica e di partecipazione come parte civile ai processi di mafia.

Sono da rilevare inoltre tre punti di novità.

La prima è costituita dalla scelta della Camera di Commercio di organizzare uno sportello avanzato in grado di promuovere negli operatori economici un forte campagna di informazione e di sensibilizzazione verso gli operatori economici. Un secondo segnale di novità è costituito dalla decisione delle grandi organizzazioni economiche facenti capo alla Lega delle Cooperative, alla Confesercenti, alla Confcommercio, alla CNA, alla Confindustria, di costituirsi parte civile in tutti i processi di mafia che provocano un danno economico al territorio. Già questa esperienza ha iniziato ha manifestarsi pubblicamente in importanti processi di mafia tra cui si segnalano quello sulla mafia di Brancaccio dei Fratelli Graviano e quello contro la mafia di Villabbate scaturito dall’operazione “Grande Mandamento”. È inoltre interessante seguire l’evoluzione della Lega delle Cooperative che propone il codice etico di autoregolamentazione per escludere dalla propria associazione le imprese cooperative che pagano il pizzo senza averne denunciato tale imposizione. Un terzo percorso innovativo che sta facendo emergere un inedito interesse da parte dell’opinione pubblica è costituito dai giovani appartenenti all’associazione di “Addio Pizzo”. È un’esperienza di grande significato a cui l’opinione pubblica sta guardando con attenzione perché ha saputo risvegliare l’impegno dei cittadini con gesti all’inizio provocatori, come quelli riconducibili alla diffusione dei volantini e manifesti anonimi, contro i siciliani che pagano il pizzo e poi via via entrando in una dinamica progettuale e manifesta che ha coinvolto migliaia di cittadini verso il consumo critico che premia le imprese che hanno il coraggio di dichiarare il proprio rifiuto nel pagare il pizzo. Rimane comunque la sfida che ha sempre segnalato la FAI, guidata da Tano Grasso, che è quella di costruire a Palermo sull’esempio di Libero Grassi un forte tessuto associativo, esplicitamente antiracket, in grado di fare della denuncia e del rapporto legalità e sviluppo un meccanismo virtuoso della regolazione delle relazioni commerciali ed economiche.

Alcune vicende processuali appaiono, al riguardo del fenomeno estorsivo, particolarmente significative.

Con provvedimento in data 25 ottobre 2004, il GIP presso il Tribunale di Palermo ha disposto l’applicazione della misura cautelare della custodia in carcere nei confronti di alcuni capimafia ed appartenenti a “cosa nostra”, tra i quali in particolare Bernardo Provenzano e Benedetto Spera, cui sono stati contestati una decina di specifici fatti estorsivi, commessi tra il 2000 ed il 2002 in relazioni a diversi lavori pubblici e privati, anche di consistente valore economico, eseguiti in alcune zone della provincia di Palermo.

Gli elementi di prova posti a fondamento di tale provvedimento restrittivo, tra l’altro desunti dal contenuto della documentazione rinvenuta e sequestrata ad Antonino Giuffre’, evidenziano:

1) l’estensione che ha assunto la sempre più penetrante iniziativa di “cosa nostra” nel settore delle estorsioni;

2) le regole e le prassi con le quali tale iniziativa si dipana, regole e prassi alla cui operatività non sfugge alcun imprenditore, neppure se contiguo, vicino o addirittura appartenente all’organizzazione mafiosa;

3) il pieno e diretto coinvolgimento in tali attività estorsive degli elementi di vertice dell’organizzazione mafiosa, da Salvatore Lo Piccolo a Domenico Virga, da Antonino Giuffre’ allo stesso Bernardo Provenzano, il cui ruolo nella gestione del sistema delle estorsioni appare assolutamente “centrale”, in particolare sotto il profilo della segnalazione dei lavori da parte di imprese “amiche”, della raccolta e della successiva distribuzione “alle zone”, secondo rigidi criteri di competenza territoriale delle somme riscosse a titolo di pizzo o di messa a posto.

Per tali reati, in esito alla fase delle indagini preliminari, è stato chiesto il rinvio a giudizio di tutti gli imputati ed il processo versa nella fase dell’udienza preliminare.

Ancora, deve segnalarsi quanto emerso nell’ambito del processo n. 3779/03 R.G.N.R. (operazione “grande mandamento”), in occasione del fermo di circa 50 indagati, tra capi ed appartenenti all’organizzazione “cosa nostra”, in diversi centri del palermitano.

In occasione dell’esecuzione del provvedimento di fermo, nella notte tra il 25 ed il 26 gennaio 2005, veniva effettuata una perquisizione domiciliare anche all’interno dell’abitazione di Giuseppe Di Fiore, soggetto compartecipe alle attività riferibili alla famiglia mafiosa di Bagheria, in particolare, quale anello fondamentale della complessa rete di trasmissione dei c.d. pizzini, da e per il latitante Bernardo Provenzano.

Durante tale perquisizione, venivano rinvenuti, tra l’altro, occultati all’interno di un doppiofondo di un cassetto del comodino nella camera da letto, diverse mazzette di denaro contante per un totale di € 62.845,00, su alcune delle quali risultavano apposti altrettanti biglietti (post-it), sui quali erano manoscritte le indicazioni della relativa provenienza, nonché estratti conto bancari e titoli di credito, per un ammontare che sfiorava complessivamente l’ingente somma di € 900.000, 00.

Veniva, inoltre, rinvenuta un’agenda manoscritta sulla quale erano riportate diverse voci inerenti “entrate” ed “uscite” di carattere economico, con trascritte le poste relative a numerose “operazioni”. All’interno della tasca posteriore di tale agenda venivano – poi – ritrovati due fogli a quadretti – scritti con una grafia palesemente differente da quella con la quale erano state invece redatte le annotazioni sulle pagine dell’agenda – fogli sui quali erano specificamente indicate le “entrate”e le “uscite” di quella che sin da allora appariva come la vera e propria cassa della famiglia mafiosa di Bagheria.

Ebbene, le successive indagini svolte consentivano di identificare in Giuseppe Di Fiore ed in Onofrio Morreale i soggetti che avevano provveduto a redigere le scritturazioni riportate in questo “libro mastro” e di individuare, dal contenuto delle relative annotazioni, oltre una cinquantina di fatti estorsivi commessi, “a tappeto”, in tutta la zona di Bagheria, fatti che non hanno “risparmiato” alcuna delle più importanti attività commerciali in esercizio e delle iniziative imprenditoriali avviate su quel territorio, tra il 2002 e l’inizio del 2005.

Sulle pagine di questo “libro mastro” sono state annotate anche l’ammontare delle somme periodicamente elargite ai diversi componenti dell’organizzazione, tra le quali alcune sigle indicano anche le somme, invero cospicue, fatte pervenire a Bernardo Provenzano, segno evidente di quale importanza abbia conservato nel tempo la città di Bagheria per il capo corleonese latitante.

Giova segnalare che per tali fatti, in data 11 maggio 2005 il GIP presso il Tribunale di Palermo ha disposto l’applicazione di misure cautelari nei confronti di diversi soggetti, tra i quali il Morreale ed il Di Fiore, nei cui confronti è già intervenuta richiesta di rinvio a giudizio per oltre 50 episodi di estorsione.

L’organizzazione mafiosa, nel suo complesso ed i suoi vertici in particolare, cura quindi con rinnovata attenzione la gestione delle attività estorsive, un tempo guardate con atteggiamento di sufficienza rispetto ad altre fonti di maggior lucro, al fine di garantirsi le risorse economiche necessarie al suo funzionamento e di assicurare un guadagno ai suoi appartenenti e un sostegno ai familiari di coloro che incappano nelle maglie della giustizia o che sono costretti alla latitanza.

L’attività intimidatrice esercitata dalle famiglie mafiose si concretizza in azioni di varia natura (attentati incendiari, danneggiamenti, rapine, minacce telefoniche, etc.) e ha assunto nel tempo dimensioni sempre più vaste. Peraltro, va pure detto che la richiesta estorsiva non consiste solo nel pagamento di somme di danaro (in contante o anche con titoli di credito), ma può assumere anche altre forme, come la sottrazione di merci, l’assunzione di mano d’opera, l’imposizione di servizi di vigilanza, la delimitazione dell’attività economica da svolgere (sia in senso territoriale che merceologico), l’imposizione dell’acquisto di materiali presso imprese “vicine” e perfino l’imposizione della compartecipazione societaria, cui spesso segue l’impossessamento dell’impresa da parte di “cosa nostra”.

La scelta di un meccanismo così diffuso ha comunque consentito all’organizzazione mafiosa di rendere palese a tutti la vigenza della regola del “pizzo”, senza la necessità di dover ricorrere ad atti intimidatori violenti, che inevitabilmente determinano una più intensa reazione da parte dello Stato, e di ridurre contemporaneamente il rischio che si profila quando si effettuano richieste per somme di denaro ingenti in danno di pochi imprenditori (tali richieste, infatti, possono indurre le vittime a rompere il muro dell’omertà).

Ciò spiegherebbe, per altro verso, la recrudescenza di atti intimidatori e danneggiamenti in quei territori, come Agrigento, che hanno subito “perdite” significative a causa dell’attività repressiva.

Va anche segnalato che l’azione dello Stato in tale settore è stata negli ultimi anni particolarmente efficace ed i positivi risultati ottenuti hanno indotto un numero ancora esiguo, ma certamente significativo e in costanza crescita, di operatori commerciali ed imprenditori ad assumere un atteggiamento collaborativo, soprattutto quando la prova del fatto estorsivo è già stata acquisita aliunde ed il contributo richiesto è limitato alla conferma delle risultanze già consolidatesi.

Sul fronte dell’usura va invece segnalato che si tratta di un terreno che in passato non aveva mai visto la presenza dell’organizzazione mafiosa, mentre più recentemente è stato registrato l’intervento di alcuni appartenenti al sodalizio criminale, ma a carattere individuale.

I.4 Il ruolo delle istituzioni

Nella provincia di Palermo, oltre all’impegno delle forze di polizia e della magistratura, particolarmente attiva è stata la Prefettura.

Sono stati più di 45 i protocolli di legalità promossi, dai cantieri navali di Palermo all’ISMET (Istituto medico per gli interventi di alta chirurgia) per dagli Ospedali, dalla metanizzazione della città di Palermo al controllo preventivo di accesso delle risorse pubbliche, attraverso un gruppo di lavoro composto dall’Imps dall’Inail dall’asl della Guardia di Finanza. Particolarmente significativo è il lavoro svolto con il Consorzio “Sviluppo e Legalità”, dove hanno trovato spazio concreto le migliori intuizioni di Libera, dei comuni impegnati nella lotta alla mafia come quelli di Corleone, San Giuseppe Jato, Piana degli Albanesi, di Morreale, San Cipirrello, (oggi anche Camporeale, Altofonte) allora guidati da sindaci del calibro di Giuseppe Cipriani e Maria Maniscalco.

Oggi questa esperienza è andata avanti ed ha saputo conquistarsi una posizione vitale nella lotta alla mafia, nonostante cooperative come la “Placido Rizzotto” hanno subito pesanti intimidazioni. Un altro campo importante di collaborazione tra la prefettura e la società civile organizzata è stata la collaborazione con Libera nel settore dei Beni Confiscati. Va sottolineato l’impegno nel ripristinare la legalità con la presa in possesso da parte dello stato dei Beni Confiscati, spesso nelle mani delle organizzazioni mafiose anche dopo provvedimenti di sequestro e confisca. Bisogna potenziare e sostenere a tal proposito l’esperienza dell’assegnazione di appartamenti sia alle associazioni del volontariato sia verso chi gli indigenti e i nuclei familiari senza casa.

 

Sono da segnalare invece i ritardi, le contraddizioni, le omissioni delle Istituzioni pubbliche come il Comune, la Provincia, la Regione.

La Provincia e il Comune non hanno saputo offrire una analisi dettagliata della presenza mafiosa nei loro territori e non hanno saputo sottoporre all’attenzione della Commissione Parlamentare una gamma di proposte in grado di limitare le infiltrazioni mafiose nel campo degli appalti e della gestione della spesa pubblica di propria competenza.

In particolare la Regione Sicilia, in questi anni, non ha saputo creare un progetto sistematico e serio di lotta alla mafia. La caduta verticale si è avuta nel controllo degli appalti, nella gestione della spesa pubblica, nei settori della spesa sanitaria, nei rifiuti e delle risorse idriche.

Il culmine è stato poi toccato nel settore dell’antiracket e antiusura dove la Regione Sicilia ha previsto bandi che utilizzeranno ingenti risorse per formare quadri dell’associazionismo antiracket senza minimamente coinvolgere l’esperienza antiracket maturata nell’associazionismo guidato da Tano Grasso, che proprio a Capo d’Orlando, in Sicilia, ha iniziato a muovere i primi passi, sino a rappresentare oggi una delle più significative esperienze nel campo della lotta alla mafia e nel promuovere l’esperienza nel rapporto legalità e sviluppo.

Citiamo a questo proposito il documento presentato a Siracusa (1,2 e3 luglio 2004) da parte della FAI (Federazione Italiana Antiracket)

 

L’associazionismo: un segno dei tempi”

…Un’altra conferma del tentativo di delegittimare le associazioni, e non a caso proprio nella regione dove il movimento antiracket è nato e si è radicato diventando un modello per l’intero Paese, ci viene da un’iniziativa della Regione Sicilia.

 

Sulla Gazzetta Ufficiale della Comunità Europea del 10 giugno 2004 (annuncio n.394206) è stato pubblicato un bando di gara d’appalto per la realizzazione, fra l’altro, di una campagna d’informazione.

A leggere le sette righe e mezzo del testo si rimane sbigottiti. Non si indica nessuna finalità: la “sensibilizzazione” è solo un mezzo; il fine può essere solo quello di “diffondere sul territorio siciliano la cultura della lotta contro il fenomeno del racket e dell’usura”? Appare troppo generico. Qual è il messaggio che concretamente si intende veicolare? Bisogna limitarsi a dire che si è contro il racket e l’usura? Come si è potuto pensare di avviare una campagna di sensibilizzazione senza confrontarsi con il movimento antiracket che proprio in Sicilia ha un presente e una storia che agli occhi dell’intero Paese ha presentato l’immagine di una terra intenzionata ad emanciparsi per sempre dalla mafia? Di quale esperienza si è avvalsa la Regione Sicilia per definire le finalità? Si rimane senza parole! Lo vogliamo dire nettamente: nessuna iniziativa in questo campo può essere credibile agli occhi dei siciliani senza la partecipazione delle associazioni. E non aggiungiamo altro a proposito di credibilità nella lotta alla mafia…

Come si è accennato, le associazioni hanno attivamente partecipato all’elaborazione e alla realizzazione della campagna d’informazione promossa nel 2000 dal Commissario Antiracket. Esiste quindi un’esperienza a cui fare riferimento. Su questa base è opportuno allora porsi altri interrogativi in riferimento ad un aspetto cruciale di qualunque iniziativa d’informazione: la gestione del “ritorno”; se si invia un messaggio esso necessariamente produrrà un ritorno di interesse nei soggetti coinvolti.

Allora: 1) Si è costituita una struttura in capo alla Regione capace di gestire questo “ritorno”? (A livello nazionale il ritorno venne gestito dall’ufficio del Commissario antiracket e dalle singole Prefetture); 2) Come è possibile avviare una campagna senza prevedere il coinvolgimento delle associazioni nella gestione del ritorno? Chi viene sollecitato dal messaggio, a chi deve rivolgersi, a chi deve concretamente chiedere aiuto, da chi deve farsi sostenere nell’eventuale denuncia? E tutto questo si può fare senza coinvolgere preventivamente le associazioni? 3) Come è possibile non prevedere la realizzazione di un call center? Qualunque messaggio non deve mirare a sollecitare i cittadini a chiedere aiuto? E a chi chiederlo?

Ma non è finita qui. Andiamo con ordine.

 

Il secondo punto prevede la costituzione di una task force di esperti per “supportare le associazioni antiracket e antiusura nello svolgimento delle loro attività”. Qui è assolutamente manifesta la non conoscenza di una esperienza più che decennale . Come si può pensare che dei professionisti individuati da chi si aggiudica la gara possano lavorare per un’associazione, come se, ad esempio, tutti gli avvocati, per il solo fatto d’essere tali, possano essere pacificamente interscambiabili, e questo in una regione come la Sicilia? L’attività di un’associazione richiede per la materia specifica, la sicurezza di chi si espone con la denuncia, il massimo di attenzioni e di riservatezza, questioni che attengono a relazioni fortemente fiduciarie. Questa fiducia può essere garantita dall’apporto di “un estraneo” scelto da una società che si è aggiudicata una gara?

 

Il terzo punto, invece, è quello più curioso, perfino suscettibile di qualche ilarità . Si prevede un’attività di formazione rivolta agli operatori delle associazioni antiracket con il rilascio, nientemeno, di “idoneo attestato di frequenza”. Che cosa bisogna insegnare ad un dirigente di un’associazione antiracket? Certo ognuno di noi ha bisogno di perfezionare il proprio impegno e le proprie capacità; ma in un percorso formativo soprattutto interno all’esperienza antiracket. Anche in questo caso dei formatori “esterni” al movimento antiracket cosa devono venire ad insegnare a chi ha inventato e verifica quotidianamente un modello di resistenza al racket? Le associazioni, ognuna di essa, hanno una storia antica; hanno un’esperienza di impegno giudiziario attraverso le costituzioni di parte civile; ci sono notti insonni e sguardi negli occhi dei mafiosi dietro le sbarre; hanno vissuto direttamente l’elaborazione che ha portato a leggi tra le più avanzate al mondo; da anni promuovono incontri nelle scuole per favorire l’educazione alla legalità; ecc. Si vuol passare il bianchetto su tutto questo per giustificare la spesa di 3.120.000,00 (euro tremilionicentoventimila/00)?

 

Noi non siamo pregiudizialmente contrari all’avvio di una campagna d’informazione, e non a caso, come si è detto sopra, questo è uno dei nostri punti di polemica con il governo nazionale. Noi vogliamo semplicemente la migliore riuscita, che non diventi alla fine controproducente, che non indebolisca il già tenue rapporto di fiducia delle vittime con le istituzioni…”

 

 

L A PROVINCIA DI AGRIGENTO.

 

Sul piano socio-economico, la provincia di Agrigento è collocata tra gli ultimi posti per reddito pro capite nella graduatoria delle province del Paese, ed attraversa ormai permanentemente una situazione di gravissima crisi occupazionale.

 

Salvo che nell’area occidentale della provincia, non vi sono consistenti investimenti di capitali provenienti da altre regioni o Paesi, e le risorse pubbliche investite sono state utilizzate prevalentemente per corsi di formazione o convegni di varia e articolata utilità.

 

Il territorio, reso in parte inservibile sul piano turistico da scempi perpetrati con il consenso oggettivo, e spesso anche soggettivo, di amministrazioni locali inadempienti o corresponsabili, esprime ancora la sua caratteristica di “potenziale volano dello sviluppo”, ove risanamento ambientale e tutela fossero i primi obiettivi, con la salvaguardia delle attività agricole non inquinanti, di un progetto che sulle bellezze del territorio e le loro fruizione fosse fondato.

 

Dalle audizioni è emerso che le Pubbliche Amministrazioni con le loro esigenze di forniture e servizi, sono, piuttosto che strumenti essenziali dello sviluppo civile della comunità, ancora il principale elemento di produzione del reddito, con una agricoltura che paga tutti i prezzi della mancanza di programmazione e di corroborato associazionismo.

 

L’Azienda Sanitaria pubblica e gli Ospedali sembrano, in questo ambito, essere le prede principali dell’interesse politico ed economico di vasti ceti parassitari e, con esse, le decisioni quotidiane della Provincia regionale e dei Comuni, e di ogni ente di sottogoverno locale e regionale.

 

L’assenza di programmazione, l’eterogeneità di interventi a dir poco di piccolo cabotaggio, spesso piccolissimo, producono un unico risultato certo: una emigrazione sempre vasta, in crescita, e con costi di spopolamento intellettuale per i giovani sempre più elevati.

Gli investimenti pubblici proclamati come imminenti sembrano consistenti, sebbene assai settoriali, ove si pensi al raddoppio della strada statale 640 Agrigento-Caltanissetta, e certo consistente l’impegno per il rinnovamento delle condotte idriche (Favara di Burgio e Gela-Aragona).

Criminalità mafiosa e politica.

Se sulla imponente struttura di Cosa Nostra agrigentina, paragonabile solo a quella palermitana per dimensioni, con ben quarantaquattro famiglie in sette mandamenti, comprensivi dell’intero territorio provinciale, sufficientemente vasta è stata la descrizione fornita dalle audizioni degli inquirenti e dei vertici delle Forze di Polizia, il dato maggiormente significativo della visita agrigentina della Commissione è che le indagini ed i processi in corso hanno consentito di affermare ciò che si è sempre ipotizzato e ritenuto coessenziale all’esistenza stessa di Cosa Nostra: in provincia di Agrigento, cioè, la connessione tra Cosa Nostra, politica ed imprenditoria è fortissima, presente, e giunge a, purtroppo non isolati, momenti di simbiosi.

Mentre l’attenzione prioritaria del Ministero dell’Interno sembra assorbita dall’emergenza immigrazione-clandestina, fenomeno senza dubbio di grandissimo rilievo sia per l’ordine e la sicurezza pubblica nazionale sia per i profili umanitari, la Magistratura e le Forze dell’Ordine locali fanno fronte quotidianamente ad una criminalità mafiosa tra le più forti e radicate a livello nazionale.

Per certi aspetti, le relazioni tra criminalità mafiosa e politica, nella provincia di Agrigento, hanno smesso di essere dei “rapporti”, implicando questo termine l’esistenza di due diversi soggetti che interloquiscono.

Più esempi concreti, tratti da eccezionali investigazioni della polizia giudiziaria e della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, consentono di descrivere un quadro, se esso verrà confermato dalle Sentenze definitive, in cui esponenti politici hanno direttamente posto in essere condotte da autentici partecipi dell’associazione mafiosa.

In epoca recente, un caso clamoroso di simbiosi tra Cosa Nostra e la politica agrigentina è quello di NOBILE Giuseppe, consigliere provinciale di Forza Italia fino al momento in cui la Polizia di Stato non ebbe a sorprenderlo mentre partecipava, quale rappresentante, non degli elettori agrigentini, ma del mandamento di Favara alla riunione della commissione provinciale di Cosa Nostra.

Una riunione non convocata per consumare pasticcini e ricordare i bei tempi dell’organizzazione, e neanche per raccomandare qualche assunzione per un cantiere di lavoro, ma per l’elezione del rappresentante provinciale di Cosa Nostra, il latitante Maurizio DI GATI.

Si tratta dell’operazione “CUPOLA” del 14 luglio 2002.

Non è solo la gravissima presenza del NOBILE al Consiglio provinciale, quale presidente della Commissione Attività Produttive (e quale prodotto possa conseguire Cosa Nostra è ben noto…) che deve allarmare, quanto il fatto che un politico viene utilizzato direttamente dentro l’organizzazione assumendone un ruolo di rilievo al punto da far parte della Commissione provinciale di Cosa Nostra, come capomandamento. Deve inoltre allarmare la candidatura del medesimo.

Se è vero, come è vero, che responsabilità politica e responsabilità giudiziaria devono essere separate, diversi essendone i fondamenti, allora alla politica non può consentirsi un fondamento morale ma anche di opportunità inferiore a quello per concorsi pubblici od altro.

Così basti qui ricordare che, al momento della sua candidatura da parte di Forza Italia al Consiglio provinciale di Agrigento, il NOBILE era già un imputato di associazione mafiosa, per carità assolto in primo grado, ma con appello pendente e, dunque, a giudizio per questo grave reato e non per getto pericoloso di cose!

Un reato, l’associazione mafiosa, non va dimenticato, che ha tra i suoi caratteri costitutivi il controllo di attività politiche ed erogazioni pubbliche.

Ad interrompere questa perversa simbiosi non è stata allora la politica, ma l’arresto in flagranza.

Contemporaneamente Cosa Nostra discuteva anche di altre tematiche, queste sì politiche.

I riferimenti che seguono sono tratti dell’Ordinanza di custodia cautelare adottata dal G.I.P. del Tribunale di Palermo su richiesta della competente Procura della Repubblica il 18.03.2004 ed eseguita dalla Polizia di Stato nell’operazione “ALTA MAFIA”.

Ne discutevano i boss mafiosi DI CARO Calogero (già condannato definitivamente per associazione mafiosa e in quei giorni sorvegliato speciale della pubblica sicurezza) e DI GIOIA Salvatore (anch’egli arrestato nell’operazione “CUPOLA” per associazione mafiosa), DI BELLA Angelo (parente del primo, ora condannato in primo grado per associazione mafiosa), FICARRA Vincenzo (che, secondo l’Ordinanza di custodia cautelare dell’operazione “ALTA MAFIA”, potrebbe avere ospitato Bernardo PROVENZANO), con l’allora Presidente della Commissione Sanità dell’A.R.S., Vincenzo LO GIUDICE, noto, in provincia di Agrigento, come “Mangialasagna”.

Deputato regionale eletto in provincia di Agrigento, LO GIUDICE Vincenzo non consumava casualmente con loro il classico caffè al bar del paese, nè discuteva con questi signori di sport; ma piuttosto:

ora commentava l’opportunità, i tempi ed i modi addirittura di un omicidio ed i suoi pregressi rapporti con la vittima;

ora discuteva della possibilità di boicottate l’amministrazione della sua città facendo venir meno la fiducia nella giunta comunale di centrosinistra di Canicattì, che aveva operato una rottura storica con il sistema di potere di Lo Giudice;

ora evidenziava la sua tradizionale e concreta disponibilità ad aiutare, anche in forza delle cariche pubbliche da lui nel tempo rivestite, esponenti di primo piano di Cosa Nostra;

ora discuteva, anche animatamente, di candidature ed appoggio elettorale per elezioni anche politiche;

ora concordava condotte da tenere nei confronti di funzionari pubblici e concorrenti politici, consentendo a Cosa Nostra di ergersi arbitro e dominus di rapporti ed equilibri.

Da altri profili dell’indagine “ALTA MAFIA” emerge anche un vastissimo tessuto di corruttela, al quale non è estraneo l’intervento, come di ente superiore, di istituzione più forte i cui desiderata ed in cui interessi sono comunque da soddisfare.

Ma particolarmente significative, per evidenziare la vastità e l’intensità del potere mafioso in settori chiave della vita pubblica agrigentina, appaiono alcune conversazioni intercettate tra il LO GIUDICE e gli esponenti di Cosa Nostra citati.

Il 16 novembre del 2001 viene intercettato un lungo dialogo tra Vincenzo Lo Giudice e Calogero Di Caro – in quel momento già condannato per mafia e sottoposto a sorveglianza speciale – nei locali della segreteria del politico.

In quella occasione di due discutono della controversia, di natura politica, sorta tra il Lo Giudice e Armando Savarino, già Sindaco di Ravanusa e in quel momento, così come oggi, direttore sanitario dell’A.U.S.L. n. 1 di Agrigento.

LO GIUDICE parla di tradimento, ricordando al boss mafioso l’aiuto prestato al Savarino per la nomina a direttore sanitario dell’A.U.S.L. di Agrigento nonché per il suo ingresso nel C.D.U. agrigentino.

DI CARO, si comprende dalla conversazione, interviene su LO GIUDICE il dott. Ferrante di Canicattì: è significativo che DI CARO spieghi chiaramente a LO GIUDICE l’interesse “istituzionale” di Cosa Nostra a questo “componimento”: se Lo Giudice perdonasse SAVARINO, questi sarebbe completamente sottomesso, per riconoscenza a Cosa Nostra.

Così dal testo dell’Ordinanza:

“… Di Caro: Perché lui lo sa… già è sottomesso !… Deve sottostare ! Perché lui lo sa… già è sottomesso !… Deve sottostare ! Perchè lui è che chiede… con la figlia… Se, ad un mese di questa operazione… noi facciamogliela questa benedizione… questo è un bene… può essere un vantaggio averlo di sotto… Di Caro: Ci serve perché succede una cosa o un’altra… ci serve… Noi lo adoperiamo quando serve… Di Caro: … È meglio che uno li tiene sotto controllo… e non lasciarli andare, perché poi fanno più danno, essendo soli. Intanto, capire come si comportano, capire chi sono, capire quello che vanno facendo, è meglio averli a portata di mano e comandarli… Di Caro: Meglio averli sotto, che… incompr… E noi gli diciamo dove deve mangiare… Di Caro: Se mi autorizza, è un bene che abbiamo un vantaggio… ai fini generali…”

 

Anche nella vicenda relativa ai lavori pubblici affidati senza gara pubblica al consorzio “ECOTER” di Agrigento, in orza di una variazione ad un accordo di programma tra il consorzio, il Comune di Agrigento e lo I.A.C.P. di Agrigento, variazione che dall’Ordinanza “ALTA MAFIA” si apprende, dalla viva voce del LO GIUDICE e di suoi sodali, essere stata rutto di una vasta operazione di corruttela, emerge con chiarezza il ruolo di Cosa Nostra, considerato il ruolo di garante svolto nella vicenda da Calogero RUSSELLO, già coinvolto con il figlio ed il nipote nell’operazione “APPALTI LIBERI” sul condizionamento mafioso dei lavori pubblici, ora arrestato e poi condannato in primo grado per associazione mafiosa, oltre che titolare di un noto albergo agrigentino.

Cosa Nostra agrigentina, come anticipato, riesce ad esprimere la sua forza anche nella determinazione di candidature ed appoggi politici: aspetto gravissimo, destabilizzante ed eversivo che emerge con chiarezza sempre dalle indagini denominate, con felice richiamo storico, “ALTA MAFIA”.

FICARRA Vincenzo, arrestato per associazione mafiosa nella medesima operazione, convoca nella sua abitazione il 7 aprile 2001, l’allora assessore regionale ai Lavori Pubblici Lo Giudice Vincenzo e Manganaro Cataldo, candidato alle elezioni per il rinnovo della Camera dei Deputati nelle liste di “Democrazia Europea”, ed ex Sindaco di Canicattì.

La prima conversazione, nella quale si menziona la necessità di intervenire per risolvere quel contrasto, è quella tra Ficarra Vincenzo ed il figlio Diego (anche lui tratto in arresto il 29 marzo 2004 perché gravemente indiziato del delitto di cui all’art. 416 bis c.p.), intercettata il 29.11.2000 all’interno dell’autovettura Mercedes in uso al primo.

Si apprende allora che, per organizzare l’incontro tra i due uomini politici, Ficarra Vincenzo si era rivolto a Parla Angelo (soggetto strettamente legato a Lo Giudice Vincenzo) e che il Lo Giudice aveva già manifestato la propria disponibilità ad incontrare il “rivale”.

Dalla conversazione emerge la necessità di tenere l’incontro presso l’abitazione del Ficarra nonchè l’indifferenza dello stesso Ficarra sia all’esito dell’incontro sia al modo di soluzione del contrasto (“… Ci dici che ora si incontrano… “anche”… tu gli devi dire… “anche se… non vi metteste d’accordo e ognuno resta nella vostra posizione, però vi dovete incontrare… e vi dovete incontrare da me, per giunta !”… Giusto, lui ha detto che ci vuole venire da me… Giusto… “E quindi vi dovete incontrare da me !”… Giusto?… “Fermo restando le vostre posizioni”, poi dice… “O vi mettete d’accordo o non vi mettete d’accordo, non mi mettete niente più… Però intanto vi incontrate da me… perché è giusto che vi incontrate per chiarire le vostre posizioni…”).

Ciò che conta, per Cosa Nostra, è che sia Cosa Nostra a issare l’incontro, ad ottenere la presenza di entrambi gli importanti esponenti politici locali.

Questo è il concreto contributo al rafforzamento di Cosa Nostra che viene realizzato quando la politica non sa dire di no.

 

Il contenuto della conversazione consente infine di dedurre che la volontà d’intervento manifestata da Ficarra Vincenzo non era dovuta al rapporto di “parentela” che lo legava al Manganaro. Infatti Ficarra Diego ha fatto riferimento a “favori” che, per suo interessamento, il Manganaro avrebbe reso a Siracusa Vincenzo, amministratore della casa di cura “Sant’Anna”, in occasione dei controlli amministrativi svolti dall’AUSL n. 1 di Agrigento, di cui è stato dirigente (“… il figlio di puttana è disponibile… cioè non è come a quelli che tu gli dici una cosa e se la dimentica… e lui le cose le fa, te le risolve certo magari… ma meglio è… per esempio gli ho chiesto una cosa per Vincenzo, si è fatto veramente in quattro…”).

Alla riunione non partecipano soltanto i due FICARRA, PARLA Angelo (poi anch’egli arrestato per associazione mafiosa), MANGANARO e LO GIUDICE: sono presenti anche GENTILE Giovanni ed il padre Salvatore, ritenuti uomini d’onore della famiglia di Castronovo di Sicilia.

Nel corso di una conversazione tra presenti, carpita il 24 aprile 2001, Ficarra Vincenzo, parlando con un uomo non identificato, ha ricostruito lo svolgimento dell’incontro, indicandone anche il motivo. In particolare il Ficarra ha rivelato che:

Manganaro Cataldo si era lamentato con lui del comportamento ostile tenuto nei suoi confronti dal Lo Giudice, fornendo una dimostrazione documentale delle sue accuse (“Quando Aldo ha iniziato a lamentarsi di questo fatto, di procure e compagnia bella… per questi fatti che sono venuti alla luce… documentati non a parole, a parole…”);

a seguito di tali lamentele, lui aveva deciso di organizzare un incontro “chiarificatore”, comunicando la sua intenzione a Gentile Giovanni;

si era quindi svolto un primo incontro tra Manganaro e Gentile Giovanni, al quale erano state mostrate le medesime “prove” documentali (“…a questo punto io ho chiamato a Giovanni… (ride)… e si sono incontrati… Questa documentazione l’ha vista pure Giovanni…”);

all’incontro svoltosi presso la sua abitazione il 7 aprile 2001 avevano partecipato anche Parla Angelo, Gentile Giovanni e suo padre Gentile Salvatore cl. 1924 (“…insomma, quando si sono incontrati… inc… Angelo Parla l’architetto… inc… c’era Giovanni… il padre di Giovanni”);

era stato lui ad imporre le regole della discussione, pretendendo che a parlare fossero soltanto il Lo Giudice ed il Manganaro, senza che nessuno degli altri presenti potesse né interloquire né esternare in quella sede la propria opinione;

anche Gentile Salvatore, dopo avere ascoltato i due contendenti, aveva concordato con il Ficarra sull’essere il Lo Giudice “un infame”;

nonostante l’incontro non avesse portato alla sperata “chiarificazione”, lui non disperava di riuscire a mediare e a risolvere il contrasto tra Manganaro e Lo Giudice grazie anche all’aiuto di “Giovanni”, che va sicuramente individuato, in considerazione della sua vicinanza a Lo Giudice e alla sua capacità di esercitare un’influenza elettorale nella zona “delle montagne” e a Cammarata, in Gentile Giovanni;

in particolare, aveva intenzione di accordarsi con Gentile Giovanni per un reciproco sostegno elettorale, impegnandosi a ricambiare alle successive elezioni regionali (alle quali sarebbe stato candidato Lo Giudice Vincenzo) l’aiuto fornito da Gentile Giovanni alle elezioni nazionali (alle quali sarebbe stato candidato Manganaro Cataldo).

È allora da escludere il carattere “personale” (dovuto a rapporti di “parentela”) dell’interessamento di Ficarra Vincenzo e di Ficarra Diego alla sorte politica del Manganaro. L’intervento dei due esponenti mafiosi di Canicattì è stato, invece, molto più probabilmente dettato dall’interesse di Cosa Nostra, che, a prescindere dagli schieramenti e soprattutto dalle idee, avrebbe favorito, sia alle “regionali” che alle “nazionali”, l’elezione di “amici” in grado di ricambiare i “favori” ricevuti, come, peraltro, aveva già fatto Lo Giudice (“F: … siccome quando l’ho mandato a chiamare a Lo Giudice è venuto sempre, è venuto sempre…”).

La strategia elettorale perseguita da Ficarra Vincenzo prevedeva un particolare impegno in alcuni paesi della provincia di Agrigento (“F: … gli onorevoli li fanno Canicattì, Favara e le montagne”) tra loro vicini o facilmente raggiungibili (ossia Cammarata, San Giovanni Gemini e Santo Stefano di Quisquina in provincia di Agrigento, Castronovo di Sicilia in provincia di Palermo, e Vallelunga Pratameno in provincia di Caltanissetta), confidando nella capacità di influenzare il voto, riconosciuta a Gentile Giovanni, originario di Castronovo di Sicilia e legato da rapporti indiretti di parentela a Longo Luigi, mafioso deceduto di Cammarata (“Quindi, vossia non ritiene necessario di… a questo zì Giovanni, ma dico, lui comanda, questo ?”).

L’inquinamento mafioso della politica che emerge dall’indagine “ALTA MAFIA”, non si limita allora alla figura di LO GIUDICE Vincenzo.

Occorre, infatti, evidenziare come ad incontri con mafiosi si è prestato il direttore amministrativo dell’AUSL MANGANARO Cataldo, già Sindaco di Canicattì, e con i mafiosi ha preso contatto, tramite amici, il duo SAVARINO di Ravanusa o almeno il dott. SAVARINO, direttore sanitario della medesima azienda.

E ciò, ove servisse, a confermare, ancora una volta, come le Aziende sanitarie pubbliche costituiscano snodi centrali del potere politico-clientelare ed economico in queste terre per il resto povere di risorse, e nelle quali, come un novello territorio da controllare, Cosa Nostra, “istituzione” omnicomprensiva, interviene, media, dispone.

Ma il gruppo politico che gravita attorno a LO GIUDICE è riuscito ad esprimere ben due consiglieri provinciali, uno dei quali figlio dell’oggi imputato per mafia e l’altro, già a capo dell’Ufficio del Genio Civile di Caltanissetta e collaboratore del LO GIUDICE al Gabinetto dell’Assessorato regionale ai Lavori Pubblici.

I due, LO GIUDICE Calogero e IACONO Salvo, sono poi stati sospesi dal Prefetto di Agrigento e rimossi dal Ministro dell’Interno, mentre di nessuna iniziativa autonoma è stato capace il partito di appartenenza l’U.D.C. né il Consiglio Provinciale.

Per comprendere la gravità della situazione, e l’assoluta assenza di anticorpi di certa politica agrigentina, che si affianca alla copiosa presenza dei virus, invece, basti evidenziare che il LO GIUDICE Vincenzo era stato segnalato agli elettori quale candidato assessore provinciale dall’allora Presidente della Provincia Vincenzo FONTANA, salvo poi detta carica essere stata barattata con la nomina del figlio a Presidente del Consiglio Provinciale!

Il figlio del LO GIUDICE è, per espressa comunicazione intercettata del padre, l’unico a sapere “le sue cose”, ed è indagato per avere aiutato il padre nel riciclaggio di proventi illeciti, nascosti sotto terra, da convertire in euro.

IACONO Salvo, altro strettissimo collaboratore del LO GIUDICE, capo del C.C.D. a Porto Empedocle, con lui ora a giudizio per una serie copiosa di abusi d’ufficio, è stato in stretti rapporti con la famiglia mafiosa dei TRAINA di Porto Empedocle, come emerso con chiarezza da una successiva operazione di polizia giudiziaria, disposta dall’Autorità Giudiziaria palermitana nell’aprile 2005.

Altro profilo, questo sì di rapporto tra criminalità mafiosa e politica, sono gli atti intimidatori.

Se la provincia agrigentina è afflitta storicamente da un elevato numero di atti intimidatori (più di uno virgola cinque al giorno in media), con i destinatari più disparati, ciò che maggiormente risalta è il numero e le circostanze degli atti intimidatori rivolti a politici, pubblici amministratori e funzionari, sindacalisti.

Una situazione che definire oggi “calabrese” non aggiunge significato nè gravità a quanto da anni qui accade.

Nel 2003 in provincia di Agrigento vi erano stati circa erano stati 370 atti intimidatori.

Sono stati 350 circa nel 2004.

Le tipologie delle intimidazioni sono state le più varie, dalle telefonate di minaccia, ai danneggiamenti e agli incendi, alle lettere minatorie, all’invio di proiettili, all’esplosione di colpi d’arma da fuoco ai portoni delle abitazioni o delle sedi politiche).

Sono stati in vario modo intimiditi nel 2004:

i Sindaci di Burgio, Camastra, Porto Empedocle, Santa Margherita del Belice, Villaranca Sicula;

il vice Sindaco, il presidente del Consiglio Comunale, il Segretario comunale di Caltabellotta;

assessori comunali di Casteltermini, Canicattì, Palma di Montechiaro;

i presidenti dei Consigli Comunali di Favara, di Camastra, Racalmuto;

un consigliere provinciale del C.D.U.;

consiglieri comunali di Alessandria della Rocca, Campobello di Licata, Casteltermini, Cattolica Eraclea, Menfi, Porto Empedocle;

il segretario provinciale della FIOM CGIL;

il responsabile della CGIL di Bivona;

la Sezione C.G.I.L. di Licata;

il vice segretario provinciale del Nuovo P.S.I.;

il capo e l’ex capo dell’Ufficio tecnico comunale di Cattolica Eraclea,

il capo centro dell’Ente Sviluppo Agricolo di Agrigento;

un dirigente regionale della CONFSAL;

il responsabile dei lavori pubblici presso l’Ufficio tecnico del Comune di Racalmuto;

il responsabile dell’Ufficio del lavoro di Racalmuto.

A fine anno è stata incendiata la casa estiva a Licata del dott. Armando SAVARINO, direttore sanitario dell’Azienda Sanitaria n. 1 di Agrigento e padre dell’on.le Giusy SAVARINO, deputato regionale e componente la Commissione Regionale Antimafia: si tratta dei SAVARINO delle cui vicende politiche discussero LO GIUDICE Vincenzo con gli indagati per mafia DI CARO Calogero e DI GIOIA Salvatore nelle indagini “ALTA MAFIA”.

LE RISPOSTE AMBIGUE.

A fronte di questo quadro, alcune risposte dello Stato appaiono, a dir poco, ambigue.

DI GANGI Salvatore, arrestato a Palermo nel gennaio del 1999 dopo una non breve latitanza, capo della famiglia mafiosa di Sciacca, con rilievo anche negli organigrammi provinciali di Cosa Nostra, non è più sottoposto al regime detentivo ex art. 41 bis dell’O.P.

Le ragioni non sono note, certo è che, parallelamente alla sua latitanza ed anche dopo, il territorio di Sciacca è stato interessato da altre due operazioni, l’operazione “ITACA” dei Carabinieri e l’operazione “TRIFOGLIO” della Polizia di Stato, la prima per associazione mafiosa, la seconda per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, dai cui provvedimenti restrittivi emerge con chiarezza che Cosa Nostra a Sciacca continua ad esistere ed operare, e che DI GANGI gode di rispetto e reputazione.

Peraltro, dalla sentenza del Tribunale di Sciacca che portò alla condanna per mafia del DI GANGI, alcuni appartenenti alla stessa famiglia mafiosa sono stati già scarcerati per avere espiato la condanna.

Ed è nel mandamento che comprende Sciacca che avviene il summit di Santa Margherita Belice, quello dell’operazione “CUPOLA” del 2002.

DI GANGI, per ravvivare la memoria, quando in libertà era interessato a Sciacca alla MARATUR s.r.l. , gestita di fatto dalla moglie BONO Vincenza.

Questa società derivava dalla XACPLAST s.r.l., sedente a Ribera, la quale nel 1983 aveva quali soci DIMINO Accursio (guardiaspalle del DI GANGI, già condannato per mafia, oggi in libertà), il noto BERRUTI Massimo Maria e MARINO Laura, coniugata con BONO Salvatore, cognato del DI GANGI.

A fronte di ciò, va ribadito, DI GANGI non è più al 41 bis.

Né al 41 bis è più sottoposto SUTERA Leo, capo del mandamento di Sambuca di Sicilia, figlio e nipote di capi mafia: arrestato, condannato per mafia in primo grado, si vede assegnato agli arresti domiciliari per una strana serie di circostanze, cui non sembra estranea la scarsa collaborazione del D.A.P., che non riesce, in questo caso, ad indicare un carcere vicino ad un ospedale ove il SUTERA possa essere sottoposto alle terapie che i postumi di un incidente stradale grave sembra gli impongano.

La Commissione Antimafia avrebbe dovuto verificare le responsabilità che hanno consentito al SUTERA di essere ancora attivo sul territorio e mantenere probabilmente in piedi un sistema di relazioni tra boss del calibro di Provenzano e Matteo Messina Denaro e settori della politica e dell’economia.

Né, ancora al 41 bis è più sottoposto DI GIOIA Salvatore, che alla riunione di “CUPOLA” rappresentava Canicattì, la famiglia mafiosa di quel DI CARO che, proprio come lo stesso DI GIOIA, prima di essere arrestati per mafia, incontravano LO GIUDICE e discutevano delle sorti politiche di sindaci e deputati.

Anch’egli troppo malato per rimanere in un qualsiasi carcere italiano.

Segnali ambigui, di disattenzione sottovalutazione del problema, spesso legati a mere esigenze di economie temporali, emergono anche dalla line assunta in alcune occasioni da uffici requirenti.

Nei processi d’appello conseguenti a due importanti operazioni antimafia, proprio CUPOLA ed un’altra avvenuta ad Agrigento nel 2003, la Procura Generale concorda sulla pena con gli imputati, in cambio della rinuncia a motivi d’appello, sulla cui consistenza, considerato il tenore delle condanne di primo grado e la solidità e sostanziale univocità delle indagini dirette dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, ci sarebbe stato probabilmente da riflettere meglio.

 

 

 

Strutture e risorse.

 

Assolutamente carente la struttura organizzativa della Prefettura agrigentina.

La domanda che non è stato possibile al Ministro dell’Interno è come mai sia stato sciolto il consiglio comunale di Canicattì, dove c’è un Sindaco coinvolto in maniera certamente secondaria, ma non è stata oggetto di alcuna attenzione l’amministrazione provinciale di Agrigento, tollerando che il vice prefetto Greco, in servizio ad Agrigento da ben 27 anni, attribuisse il mancato scioglimento del Consiglio provinciale di Agrigento alla mancanza di personale.

Proprio di quella Amministrazione provinciale faceva parte in precedenza il capo clan Nobile, medico in virtù dei titoli di studio, ma capo mandamento, che partecipava ad un incontro per eleggere il capo della Commissione provinciale di Cosa Nostra.Ciò nonostante la Prefettura non ha neppure ritenuto necessario, com’era suo preciso dovere, prendere in esame la situazione disponendo l’accesso al fine di valutare la sussistenza delle condizioni per lo scioglimento del Consiglio Provinciale di Agrigento.

 

 

 

Insufficienti, a fronte di un impegno encomiabile, gli organici degli uffici investigativi della forze di Polizia.

 

Proprio la vasta conoscenza del fenomeno mafioso cui si è giunti grazie alle indagini ed ai processi condotti, dovrebbe imporre un aumento dell’impegno ed una sua concentrazione su questo tipo di attività, considerato che funziona ed assicura una speranza di miglioramento alla comunità civile agrigentina.

 

Gli ambiti di influenza e le attivita’ prevalenti della criminalita’ mafiosa agrigentina – il quadro funzionale

 

Per questo aspetto, profilo costante di attività dell’organizzazione nell’intero territorio provinciale è l’interesse primario per il controllo, in maniera articolata diversamente nelle diverse fasi, degli appalti di opere pubbliche e dei flussi di finanziamento pubblico.

Questa fenomenologia va ormai ben oltre le estorsioni e infiltrazioni in lavori aggiudicati ad altri, laddove proprio l’esercizio di imprenditoria da parte di soggetti mafiosi o strettamente legati all’organizzazione è, invece, comportamento sicuramente diffuso, non ostandovi in maniera sufficiente la normativa sulle misure di prevenzione antimafia.

In questo ambito si comprende come sia tuttora di significativa importanza, per l’organizzazione, il rapporto con esponenti politici e delle pubbliche amministrazioni o delle istituzioni pubbliche o private che gestiscono i flussi finanziari pubblici.

In alcune aree, a particolare carattere di urbanizzazione, l’organizzazione esprime anche una consolidata vocazione all’attività estorsiva in senso proprio, che sembra non essere significativa, o addirittura del tutto assente, nei piccoli centri dell’entroterra.

Detta attività pare particolarmente mirata al sostentamento di alcuni settori operativi, ed al pagamento di spese legali per i detenuti appartenenti all’organizzazione.

Il sistema delle estorsioni è, comunque, selettivo, e spesso indirizzato sulle imprese di più considerevoli dimensioni o su soggetti particolarmente aggredibili.

Anche in questa provincia la tangente alla famiglia locale di Cosa Nostra, la cosiddetta “messa a posto”, è dovuta anche dalle imprese di appartenenti all’organizzazione che operino fuori territorio.

I vertici locali dell’organizzazione concedono “autorizzazioni” agli “operatori di base” per effettuare le richieste estorsive in alcune aree della città e in alcuni settori commerciali.

In altri centri, ove l’organizzazione non risulta che svolga una attività estorsiva estesa, essa sembra concentrarsi su strutture imprenditoriali di ampia capacità finanziaria, per colpirla con richieste estorsive di importo non irrilevante ed articolate (assunzione di personale, determinazione mafiosa delle forniture).

Soggetti vicini all’organizzazione, ma non ritenuti organicamente appartenenti ad essa, sono stati tratti in arresto dalla Polizia di Stato per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: tuttavia, secondo le dichiarazioni di collaboratori di giustizia risalenti alla fine degli anni Novanta, l’organizzazione, in alcune località, ha anche perpetrato omicidi per evitare fenomeni di spaccio al dettaglio troppo visibili che avrebbero provocato un intensificarsi della presenza delle forze dell’ordine.

Infine, come emerge con chiarezza da alcune attività di indagine, la mera finalità di perpetuare l’esistenza dell’organizzazione mafiosa (e dunque, l’esercizio di funzioni “istituzionali” di potere mafioso) nell’area di riferimento, costituisce sicuramente obiettivo che viene perseguito dalle diverse famiglie con attività a ciò stesso mirate (composizione di privati dissidi anche di considerevole portata, riunioni ed incontri tra associati, ricerca/valutazione/allontanamento di affiliati/avvicinati – distinzione, quest’ultima, che continua ad essere presente anche in intercettazioni).

I RAPPORTI CON COSA NOSTRA DI ALTRE PROVINCE

Il peso di Cosa Nostra agrigentina nell’equilibrio generale di Cosa Nostra siciliana è causticamente reso dal collaboratore di giustizia GIUFFRE’ Antonino allorchè ha spiegato la sponsorizzazione di DI GATI Maurizio quale rappresentante provinciale anche contro il parere di settori significativi della Cosa Nostra agrigentina: controllando la provincia di Agrigento, ha precisato il collaboratore, si poteva governare meglio Cosa Nostra, essendo quella provincia un crocevia tra affari, imprenditoria, amministrazione e politica, momenti tutti decisivi per l’organizzazione criminale[1].

La richiesta di esprimere un rappresentante provinciale, proveniente da articolazioni fuori provincia dell’organizzazione, secondo quanto lasciano intendere alcune conversazioni intercettate, e gradito a Cosa Nostra palermitana, è derivata essenzialmente dall’esigenza di individuare uno snodo unitario nel flusso comunicativo con le altre “province”.

 

In questo senso un particolare significativo, seppur isolato, che è stato segnalato è la provenienza “da Palermo e Napoli” dell’indicazione di far svolgere la riunione dei rappresentanti di mandamento.

 

Questa informazione emerge dall’indagine “CUPOLA” della Polizia di Stato, nell’ambito della quale sono state appurate l’influenza persistente di Cosa Nostra palermitana anche sulle province mafiose delle altre parti dell’isola, secondo una tradizione consolidata, e nel contempo l’autonomia decisionale e il rispetto delle regole formali, la cui riaffermazione, anzi, pare corrispondere proprio ad una esigenza di riorganizzazione e di assicurazione della riservatezza di Cosa Nostra, riducendo, secondo le regole tradizionali, i momenti di contatto orizzontali.

 

Su richiesta della Commissione, dalle audizioni di magistrati ed investigatori sono stati confermati rapporti di soggetti vicini a Cosa Nostra agrigentina con esponenti di Cosa Nostra della provincia di Catania, rapporti ancora oggetto di investigazione.

 

Rapporti storici e verosimilmente anche attuali esistono tra importanti componenti di Cosa Nostra agrigentina e la provincia mafiosa trapanese, ed in specie col latitante MESSINA DENARO Matteo da Castelvetrano.

 

Si tratta di rapporti oggetto anche di dichiarazioni di collaboratori di giustizia (rapporti tra la famiglia CAPIZZI di Ribera e MESSINA DENARO).

 

Non è apparso casuale che la riunione della commissione provinciale, arrestata nell’operazione “CUPOLA”, sia avvenuta a pochi chilometri dal confine con la provincia di Trapani.

 

Risalenti, d’altronde, i rapporti anche dei CARUANA-CUNTRERA di Siculiana con storiche famiglie mafiose di Partanna (TP).

 

LA SITUAZIONE DEI LATITANTI

 

L’agrigentino è storicamente provincia di “ricercati”.

Vasto il numero dei soggetti ricercati, in esecuzione di provvedimenti di esecuzione della pena per i più svariati reati, molti dei quali individuati all’estero.

Ma a fronte di questo dato tendenziale, sicuramente più allarmante è la situazione dei latitanti cosiddetti “di mafia”.

 

Sono attualmente latitanti, a seguito del processo “AKRAGAS”, alcuni dei primi latitanti a livello nazionale:

PUTRONE Luigi da Porto Empedocle;

DI GATI Maurizio da Racalmuto;

MESSINA Gerlandino da Porto Empedocle;

FALSONE Giuseppe da Campobello di Licata;

ed ancora, FOCOSO Josef da Realmonte

 

E’ stata ventilata la possibilità che il DI GATI si costituisse dopo l’annullamento della condanna per omicidio da parte della Corte di Cassazione, ma la notizia è risltata infondata, e il DI GATI è, peraltro, ricercato per effetto di altri provvedimenti restrittivi per reati fine a che gravi come l’estorsione.

 

Considerevole l’impiego di risorse per la ricerca dei latitanti, e costante l’impegno delle forze di Polizia, ma certo questo è un impegno aggiuntivo e fortissimo, peculiare rispetto a quasi tutte le altre province finora affrontate dalla Commissione.

 

I latitanti godono evidentemente di vaste coperture, tipiche di contesti in cui i vincoli familistici sono molto estesi.

Resta elevata nella provincia la capacità e la disponibilità dell’organizzazione mafiosa a decidere controversie o regolare anomalie nella gestione criminale del territorio, attraverso efferati delitti contro la persona, omicidi e tentativi d’omicidio in primo luogo, e ad affermare il proprio potere attraverso un novero davvero impressionante di atti intimidatori, molti dei quali rivolti contro pubblici amministratori e funzionari.

Di questi ultimi ben poca traccia si ha sui mezzi di comunicazione di massa regionali o nazionali, come se si trattasse di un fenomeno, per l’agrigentino, normale e da accettare come il fiorire dei mandorli a primavera.

Dal 25.01.1984 al 16.11.1998 erano stati commessi nell’agrigentino 480 omicidi. Da quella data, altre decine e decine di omicidi commessi nella provincia di Agrigento sono riconducibili all’attività delle organizzazioni mafiose.

La provincia di Trapani

 

La situazione della provincia di Trapani è stata approfondita nel corso delle audizioni che la Commissione ha svolto a Trapani dal 25 al 27 ottobre 2004.

 

La presenza nella provincia di Trapani dell’organizzazione mafiosa Cosa Nostra costituisce un dato di fatto ormai accertato e consacrato in numerose sentenze emesse negli ultimi anni dal Tribunale e dalla Corte di Assise di Trapani, scaturite dagli sforzi investigativi degli operatori di Polizia, alla luce della possibilità tecnologiche ed investigative degli ultimi 15° anni e della disponibilità di valide testimonianze provenienti dall’interno dell’organizzazione attraverso i collaboratori di giustizia

 

Per questi ultimi, nel trapanese invero assai pochi per numero e spessore rispetto ad altre province, va rilevato che se le informazioni fornite in ordine alle modalità operative e agli assetti mafiosi hanno costituito uno strumento adeguato all’accertamento delle responsabilità penali a carico di numerosissimi affiliati, nonché ai fini della ricostruzione storica della evoluzione del fenomeno mafioso, le stesse si sono spesso rivelate insufficienti per comprenderlo nei suoi risvolti imprenditoriali – economici, sia per lo scarso numero dei collaboratori, sia perchè le informazioni rese, spesso hanno riguardato gli anni precedenti e non le evoluzioni attuali che sono dovuto quasi esclusivamente alle valide indagini condotte di iniziativa dalla Polizia giudiziaria.

 

La struttura trapanese di cosa nostra ha seguito parallelamente l’evoluzione della vicina organizzazione palermitana della quale può essere definita la più valida alleata – stesse modalità operative, settori di interesse, ordinamento gerarchico, analoga suddivisione del territorio – di essa non ha però assimilato i caratteri di notorietà, di aperta aggressione ai svariati settori della società civile, anche con il ricorso sistematico alla violenza, preferendo rimanere ad operare nell’ombra privilegiando il consenso della gente e l’appoggio dei ceti più abbienti con i quali sono state strette nel tempo profonde alleanze.

 

Questo quadro organizzativo risalente, per quanto accertato, alla periodo medioevale e rivisitato nell’800 durante il brigantaggio, è caratterizzato soprattutto dal segreto non solo con l’esterno ma anche con l’interno di guisa che mantenere il segreto su una informazione, passandola obbligatoriamente solo superiormente, costituisce un sistema di potere ma anche un atteggiamento mentale che, a differenza della mafia del resto della regione, ha garantito la sopravvivenza delle famiglie trapanesi fino ad oggi .

 

Segreti devono essere anche i rapporti con i cittadini che fanno richiesta di aiuto, uomini politici e soprattutto con esponenti della società civile appartenenti ad ambienti istituzionali ed ai ceti più abbienti che, spesso in pubblico hanno evidenziato il formale distacco da “cosa nostra, mantenendo invece riservati e periodici contatti.

 

In particolare, il territorio risulta suddiviso in quattro grandi mandamenti che ricomprendono quindici famiglie mafiose; quello di Alcamo, capeggiato dalla famiglia Melodia, i cui componenti sono quasi tutti detenuti, comprende le famiglie di Castellammare del Golfo e di Calatafimi; quello di Trapani, capeggiato da Vincenzo Virga, anche lui detenuto, comprende le famiglie di Paceco, Valderice e Custonaci; quello di Mazara del Vallo, capeggiato da Mariano Agate e Andrea Mangiaracina, estende la sua influenza sulle famiglie di alcuni comuni della valle del Belice; quello di Castelvetrano, capeggiato dal noto latitante Matteo Messina Denaro, univocamente indicato anche come il capo di tutta questa provincia, comprende le famiglie di Campobello di Mazara e di altri comuni della valle del Belice come Partanna, Salaparuta, Santa Ninfa, Gibellina.

 

Il territorio trapanese ha rappresentato un importante riferimento per lo svolgimento del traffico internazionale degli stupefacenti causa la possibilità di sfruttare la zona costiera per le operazioni di sbarco. Nelle zone dell’interno hanno invece trovato idonea collocazione i laboratori destinati alla raffinazione.

Non sorprende, allora, come nelle più importanti operazioni internazionali le famiglie trapanesi siano state costantemente associate al vertice corleonese .

 

Le operazioni su impresa e mafia avviate e concluse dalla Polizia giudiziaria dal 1994 al 2005 ( cfr. operazione GHIBLI, le tre fasi del PROGETTO R.I.N.O., l’operazione Halloween, i progetti BELICE, SELINUS, PROMETEO NETTEZZA URBANA, PERONOSPERA, ISOLA PERDUTA, ARPA, le le tre fasi del PROGETTO PERONOSPERA, il recentissimo progetto “MAFIA –APPALTI Trapani”), hanno riguardato i referenti esterni della associazione in parola, imprenditori e politici, che stabilmente e sistematicamente hanno operato, ciascuno nei rispettivi settori di competenza, per la conclusione di lucrosi affari da ricondursi agli interessi di esponenti di spicco del suddetto sodalizio, nella piena coscienza di favorire tali ultimi soggetti e le operazioni di reimpiego del denaro dai medesimi illecitamente o apparentemente lecitamente accumulato.

Le indagini patrimoniali della polizia giudiziaria hanno consentito di accertare l’esistenza di una unica strategia ove imprese riconducibili a uomini d’onore o ad imprenditori ad esso contigui erano societariamente collegate – secondo un sistema tecnicamente definito “ a scatole cinesi” – ad aziende di portata nazionale, operanti, analogamente alle prime, nei settori dell’impresa edile e dello smaltimento di rifiuti, riconducibili alla famiglia di BERNARDO Provenzano e, nel passato, al RIINA Salvatore.

 

E’ rimasto accertato che cosa nostra trapanese ha privilegiato l’avvio di rapporti con esponenti politici locali e regionali pianificando anche in taluni casi l’elezione diretta di suoi accoliti ; basti pensare all’on. SPINA uomo d’onore di Santa Ninfa eletto al parlamento nazionale o all’on CANINO Francesco eletto all’A.R.S., al recente arresto del deputato regionale UDC COSTA Davide. Ulteriori rapporti sono emersi a carico del deputato regionale UDC FRATELLO Onofrio, dell’esponente politico di Nuova Sicilia Bartolo PELLEGRINO, nonché dell’ex deputato regionale e sorvegliato speciale di PS Giuseppe GIAMMARINARO.

 

Quando non ha potuto ottenere la collusione cosa nostra non ha esitato ad affrontare ed intimidire l’ambiente politico: è il caso, ad esempio, del Sen. Vincenzo GARAFFA – per sua stessa ammissione – costretto ad accettare le direttive e gli intendimenti del VIRGA Vincenzo interessato ad ingerire nella gestione della Pallacanestro Trapani, all’epoca militante in A1.

 

Nel contesto delle indagini, nell’ambito della fase III del c.d. “Progetto RINO”, nel corso della attività istruttoria connessa all’esame dell’ex Sen. Del PRI Vincenzo GARAFFA sono emersi elementi relativi ad una attività estorsiva portata avanti dal capo mandamento di Trapani VIRGA Vincenzo, unitamente ad un fidato imprenditore BUFFA Michele (oggi defunto).

 

Gli elementi investigativi consentivano l’apertura di separato procedimento (Proc. N.­­­­ 5222/97 R.G.N.R.) a carico di BUFFA Michele, DELL’UTRI Marcello e VIRGA Vincenzo (gli ultimi due condannati entrambi in primo grado ad anni 2 di carcere dal Tribunale di Milano) per estorsione tentata ed aggravata in concorso, commessa in Trapani, Palermo e Milano, dal 1990 al 1993.

 

Il DELL’UTRI, nella qualità di Presidente della società “PUBLITALIA ‘80”, si interponeva tra l’associazione sportiva “PALLACANESTRO TRAPANI” (ed in specie il suo Presidente, Sen. Vincenzo GARRAFFA) e la società “BIRRA MESSINA” del gruppo DREHER-HEINEKEN, ponendo in essere una serie di atti, tutti diretti a richiedere una somma pari al 50% del contratto di sponsorizzazione intervenuto tra queste due ultime società, e cioè a circa Lire 800.000.000 (800 milioni) – contro una somma ordinariamente dovuta in questi casi pari a circa il 10% dell’importo della sponsorizzazione – ed, al rifiuto del GARRAFFA e degli organismi dirigenti della associazione sportiva “PALLACANESTRO TRAPANI” di rendere tale somma, minacciato in primo luogo DELL’UTRI Marcello il GARRAFFA, pronunziando la frase: “Io le consiglio di ripensarci. Abbiamo uomini e mezzi che la possono convincere a cambiare opinione”.

 

Il DELL’UTRI è stato ritenuto responsabile di avere utilizzato l’associazione mafiosa denominata “Cosa Nostra”, ottenendo che VIRGA Vincenzo, Rappresentante del Mandamento di Trapani, e BUFFA Michele, associato mafioso della Famiglia di Trapani insistessero per ottenere il pagamento dell’intera somma illecitamente richiesta, anche tramite minacce che il VIRGA ed il BUFFA rivolsero al GARRAFFA, a mezzo di un contatto diretto, nel corso del quale il VIRGA, esponente di vertice di “Cosa Nostra”, chiedeva al GARRAFFA di “risolvere il problema” per il suo “amico” Marcello DELL’UTRI.

 

Ciò allo scopo di costringere, così, il GARRAFFA – per il tramite del VIRGA e del BUFFA – a ricercare, anche a mezzo di Valentino RENZI, allora manager sportivo della associazione “PALLACANESTRO TRAPANI”, ulteriori risorse finanziarie da destinare alle richieste del DELL’UTRI, al quale era già stata versata (anche per il tramite del PIOVELLA) la somma di 170 milioni di Lire.

 

Proseguendo nell’opera estorsiva il DELL’UTRI interveniva sugli operatori del mercato delle sponsorizzazioni (ed, in specie, sulle possibili aziende sponsorizzatrici) per “convincerle” a non sponsorizzare la società PALLACANESTRO TRAPANI per l’annata sportiva 1991-92, così costringendo la detta società (in quell’anno nella massima serie di pallacanestro maschile) a partecipare senza alcuno sponsor al campionato medesimo, e ciò al chiaro fine di costringere il detto GARRAFFA, e la società PALLACANESTRO TRAPANI, a versare le somme illecitamente richieste.

 

Ma, invero, anche l’associazione massonica, per la sua struttura organizzativa, ha rappresentato uno dei momenti privilegiati di incontro, dialogo ed integrazione tra la criminalità mafiosa e gli ambienti politico ‑ istituzionali in grado di favorire “cosa nostra” nel raggiungimento dei suoi obiettivi.

La riservatezza, la fratellanza, il vincolo di solidarietà, sono infatti caratteristiche della massoneria idonee a favorire contatti tra gli ambienti mafiosi e quelli istituzionali.

I primi importanti riscontri in ordine alla effettiva sussistenza di rapporti stabili tra logge massoniche “coperte” e “cosa nostra” si traggono dalla vicenda giudiziaria relativa al circolo “Scontrino” di Trapani, vicenda che ha avuto come oggetto di attenzione fatti risalenti alla prima metà dei 1980; le attività dei centro “Scontrino” risultarono essere gestite dal Prof. Giovanni GRIMAUDO, a cui tutti gli iscritti facevano capo per ogni genere di richiesta o istanza quali il procacciamento di voti o favori per i politici ed i vari mafiosi che facevano parte. All’interno del circolo “Scontrino” operavano sette logge ufficiali ricomprese nell’obbedienza del “Grande Oriente d’Italia”.

Le indagini portarono all’acquisizione di documentazione comprovante l’esistenza di una loggia “coperta”, facente capo al GRIMAUDO i cui componenti non erano noti agli appartenenti alle logge “ufficiale” ma avevano contatti con una loggia similare di Palermo, ovvero “coperta”, facente capo al noto commercialista di RIINA Giuseppe MANDALARI.

La particolarità locale è data dalla confluenza di diversi di questi personaggi e di soggetti appartenenti a Cosa Nostra (come Vincenzo Virga, Mariano Agate, Natale L’Ala, Vincenzo Sinacori) all’interno della massoneria trapanese e del “Circolo Scontrino”, dove avevano costituito una loggia segreta denominata “Iside 2”.

 

Non meno inquietanti sono i tentativi di costituire partiti politici facenti capo ad esponenti della massoneria e di “cosa nostra”; a tal proposito, relativamente al 1994, si cita il movimento SICILIA LIBERA che, anche a Trapani, come nel resto della regione, per volontà del VIRGA Vincenzo, del BRUSCA Giovanni, del BAGARELLA Leoluca, e del CANNELLA Tullio, era destinato ad avere propri accoliti tra alcuni dei principali imprenditori di questo centro, quali l’architetto SCIACCA Gioacchino o il consulente del lavoro MARCECA Giuseppe, entrambi rei confessi.

 

Anche se allo stato va pure detto che non vi sono elementi per affermare la permanenza di questa presenza bisogna rilevare che gli investigatori hanno fatto presente alla Commissione di continuare a monitorare con attenzione questa fenomenologia ritenendola un elemento cogente .

 

La mafia trapanese palesa inoltre una pericolosa capacità di attivarsi allo scopo di condizionare il corso della giustizia.

Un esempio é dato dal tentativo, risalente al 1992, esperito da BASTONE Giovanni “uomo d’onore” della ‘Famiglia” di Mazara del Vallo per influire su di un processo che lo riguardava.

Condannato in 2′ grado di giudizio per tentato omicidio, nel corso di indagini esperite sul finire del 1992 emergeva come egli tentasse di influire sul procedimento a suo carico presso la Corte di Cassazione e come egli si occupasse con l’avv. BUSCEMI di rapporti con i servizi segreti, alterati dopo le stragi del ’92, nonché della di pianificare investimenti miliardari in Algeria ed a Malta per centinaia di miliardi che – dichiarava il BASTONE – sarebbero stati forniti dalla mafia.

 

Analoghe considerazioni possono essere tratte dal ruolo di collegamento con il mondo della politica attribuito da numerose risultanze investigative ai cugini SALVO di Salemi ed ai contatti internazionali con il Libano intrattenuti dal tesoriere mazarese di RIINA, oggi defunto, MESSINA Francesco detto mastro Ciccio.

 

Nononostante i durissimi colpi inferti all’organizzazione negli ultimi anni, questa continua a dimostrare una fortissima vitalità fondata su ampie risorse umane e finanziarie: essa è, così, in grado di far fronte alle attività repressive e di rimpiazzare i vuoti determinatisi nella sua struttura organizzativa. In atto, le cosche mafiose della provincia stanno vivendo una fase di riorganizzazione e di ricostituzione degli organigrammi interni, secondo un rigido schema familiare; nel senso che i vuoti lasciati dai vari capi arrestati vengono colmati da parenti più stretti. Così, per esempio, a Mazara del Vallo a Mariano Agate è subentrato il figlio o il fratello; a Trapani, il posto di Vincenzo Virga è stato preso dai figlie quindi dall’imprenditore PACE Francesco arrestato dalla Polizia il 24 dicembre 2005; lo stesso è avvenuto ad Alcamo con i Melodia.

 

 

Dalla citata analisi si rilevano i seguenti dati salienti della presenza mafiosa nel territorio della provincia:

 

Þ diminuzione del numero dei latitanti più pericolosi (negli ultimi 5 anni la sola squadra mobile di Trapani ha arrestato 8 tra i latitanti più pericolosi al livello regionale e nazionale) ;

Þ decremento progressivo dei fatti omicidiari di stampo mafioso ( dovuto alla vaste operazioni di p.g. eseguite ed alle nuove strategie mafiose) ;

Þ numero constante degli attentati a scopo estorsivo (il numero si interrompe drasticamente ad ogni operazione di p.g. per poi riprendere dopo alcuni mesi);

Þ decremento delle tossicodipendenze e dello spaccio di eroina e contestuale aumento dello spaccio e del consumo di cannabinoidi e cocaina ;

Þ lieve decremento dei reati contro il patrimonio ;

Þ aumento della constatazione dei reati contro i minori o in materia di violenza sessuale (favorito dalla creazione dell’apposita sezione speciale e dalla maggiore sensibilità sociale);

Þ aumento del ricorso alla violazione delle normative sugli appalti da parte degli imprenditori ( in particolare turbativa d’asta aggravata e violazione del norme sul subappalto) .

 

Anche nella provincia di Trapani il controllo mafioso del territorio si realizza con l’utilizzo indiscriminato della violenza, nelle diverse modulazioni della minaccia, dell’intimidazione (incendi, danneggiamenti etc.), sino all’omicidio che, rispetto a qualche anno fa, viene utilizzato solo come extrema ratio, essendo non del tutto compatibile con l’attuale strategia di “mimetizzazione” adottata dall’organizzazione.

 

Non va sottaciuto peraltro come la consorteria trapanese ricorra quando la necessità di una strategia lo richieda a manifestare la propria forza militare per esercitare la propria autorità di anti ‑ Stato giungendo ad assumere connotazioni eversive, fino all’adozione di tecniche d’azione mutuate dal terrorismo politico.

Non si può, a tal proposito, non ricordare l’omicidio del Sostituto Procuratore della Repubblica di Trapani dott. Gian Giacomo CIACCIO MONTALTO, avvenuto nel 1983, né l’autobomba fatta esplodere nel 1985 con cui si tentò di uccidere il Sostituto Procuratore della Repubblica Dr. Carlo PALERMO e che, invece, uccise una donna ed i suoi figli.

Più recentemente si ricordano l’attentato alla vita del dottor Calogero GERMANA, dirigente dei Commissariato della P. di S. di Mazara del Vallo, avvenuto il 14.9.92, l’omicidio della guardia penitenziaria MONTALTO Giuseppe, in servizio presso il carcere di Palermo, avvenuto in Trapani il 23.12.95 e l’attentato dinamitardo in danno della dottoressa Anna Maria MISTRETTA, già dirigente dell’Ufficio misure di prevenzione della Questura.

Una così radicata contrapposizione allo Stato ha condotto la mafia trapanese, in particolare le famiglie di Castelvetrano e Mazara, ad affiancare cosa nostra palermitana nell’esecuzione della strategia stragista che, nel 1993, vide per la prima volta i gruppi di fuoco dell’organizzazione mafiosa trasformarsi in unità di terroristi che si muovevano sul territorio nazionale realizzando attentati in cui venivano impiegati centinaia di chilogrammi di esplosivo.

 

Talvolta, la pressione sugli organi dello Stato ha riguardato le persone dei collaboratori di giustizia; al riguardo si rammenta il coinvolgimento operativo della famiglia di Trapani, nel sequestro del piccolo DI MATTEO Giuseppe, figlio del più noto Santino.

 

Non può essere trascurata la più volte manifestata volontà delle famiglie mafiose del Trapanese di costituire una lista di soggetti ritenuti scomodi da attenzionare ai fini di una eventuale ritorsione, annoverante Funzionari di Polizia, investigatori appartenenti a Polizia e Carabinieri, Magistrati, esponenti del Sindacato, così come vari collaboratori di giustizia e numerose intercettazioni ambientali hanno evidenziato.

 

Il problema carcerario è sempre stato a cuore all’organizzazione criminale al punto tale che, ultimamente, molte lamentele sarebbero state prodotte da detenuti, inducendo, persino, i vertici di “Cosa Nostra” ad attente risoluzioni che tenessero conto degli errori commessi nel passato, conseguenza della politica “stragista” che ha caratterizzato la vita del sodalizio negli anni “90.

 

Tali considerazioni si fondano su dati processualmente acquisiti e, in particolare, va ricordata la significativa conversazione ambientale del 2 agosto 2000, tra Pino LIPARI e Salvatore MICELI, che faceva riferimento ad una pregressa riunione di mafia intercorsa tra Bernardo PROVENZANO, Pino LIPARI stesso, Antonino GIUFFRE’, Antonino CINA’ e Salvatore LO PICCOLO, nel corso della quale, tra le altre cose, venne commentata l’assoluta necessità di ricompattamento dell’organizzazione, prevedendo iniziative che, in qualche modo, potessero incidere sul problema carcerario.

 

Si sono registrati atteggiamenti di detenuti mafiosi posti in essere con la precipua finalità di ottenere benefici carcerari che, in qualche modo, alleviassero il regime detentivo “duro”. Tra i più importanti, come noto, si ricorderanno:

 

Þ il fenomeno della c.d. “politica della dissociazione” sostenuta, dal 2000 in avanti, da esponenti dell’ “ala moderata” riconducibile a Bernardo PROVENZANO, quali Pietro AGLIERI, Salvatore BUSCEMI, Giuseppe FARINELLA, sfociato, da ultimo, in una lettera proprio di Pietro AGLIERI inviata a varie A.G.;

 

Þ l’iniziativa assunta dal boss mafioso Leoluca BAGARELLA, il 12 luglio 2002 durante un’udienza di un processo a Trapani, rivolta, a nome di tutti i detenuti del carcere dell’Aquila, al mondo politico, al Ministero della Giustizia ed ai magistrati di sorveglianza, quindi a tutte le Autorità istituzionalmente preposte a intervenire, a diversi livelli, in tema di problematiche carcerarie, con esplicito riferimento all’asserita strumentalizzazione subita per opera delle diverse forze politiche che hanno “umiliato, vessato e usato i detenuti mafiosi come merce di scambio”;

 

Þ la successiva entrata in scena, dopo 3 giorni dalla “petizione” di BAGARELLA”, di 31 detenuti mafiosi, anche di altre estrazioni criminali, sottoposti al regime carcerario differenziato dall’art. 41 bis Ord. Pen. che hanno fatto pervenire al segretario dei Radicali italiani una lettera aperta con la quale hanno inteso protestare vivamente contro il comportamento di avvocati penalisti, già loro difensori ed ora parlamentari;

 

Þ un fronte compatto, per quest’ultimo profilo, contro il problema del 41 bis sostenuto da detenuti esponenti della criminalità organizzata sostanziatosi in scambi di informazioni, comunità di intenti e di atteggiamenti, per protestare vibratamente contro le rigide prescrizioni normative subite all’interno delle strutture carcerarie. Tali ultime considerazioni si fondano anche sulla lettura delle dichiarazioni rese dal boss Luigi GIULIANO, capo storico della camorra, ritenuto uno dei promotori del cartello criminale denominato “Nuova Famiglia”, al punto tale che, per attuare il loro progetto di sostanziale abolizione del 41 bis, i detenuti avrebbero mandato messaggi e direttive all’esterno per imporre tregue e per fare in modo che guerre di mafia non intralciassero la realizzazione in concreto del progetto.

 

Gli atteggiamenti sostenuti prima da esponenti dell’ala moderata, in ossequio alla strategia di “moderazione ed inabissamento” che, da diverso tempo, sembra ispirare la vita di “Cosa Nostra” e successivamente quelli riferibili a Leoluca BAGARELLA, esponente massimo dell’ala stragista, possono sostanzialmente configurarsi come due distinti percorsi per ottenere l’attenuazione del regime previsto dall’art. 41 bis dell’Ord. Pen..

 

Tali iniziative venivano intraprese mentre erano in corso forti dibattiti nella politica e nel parlamento sul mantenimento o meno del regime detentivo carcerario sfociato nell’attuale formulazione dell’art. 41 bis O.P. .

 

Non si deve dimenticare che la “petizione di BAGARELLA” viene fatta in occasione di un processo celebrato proprio a Trapani e non si può non considerare che questi disponeva di pericolosissimi “gruppi di fuoco” su quel versante disposti a commettere qualsiasi delitto per suo conto.

 

Nello specifico, sul problema carcerario, sono emersi elementi che inducono a qualificare come determinante il ruolo assunto dai detenuti nelle direttive impartite per la gestione delle attività illecite realizzate sul territorio, persino anche attraverso rapporti indiretti con latitanti, avvalendosi per la veicolazione dei messaggi esterni dei prossimi congiunti. Il tutto realizzato prendendo le distanze dai sostenitori della cd. “politica della dissociazione”, ritenuta da Mariano AGATE, come già menzionato, una infamità ed un fenomeno analogo al “pentitismo”, vicenda per la quale sarebbe stato persino avviato una discussione tra Mariano AGATE stesso e uno dei fratelli GRAVIANO in un momento di codetenzione.

 

In particolare, si starebbe registrando:

 

1 – una diversa impostazione strategica, almeno fino a poco tempo fa, nell’affrontare il problema del regime del carcere duro all’interno di Cosa Nostra, riferibile, da una parte, all’ala moderata che avrebbe cercato di risolvere il problema attraverso il metodo dialettico della c.d. “politica della dissociazione”, dall’altra, all’ala stragista, che avrebbe richiamato, con la petizione di BAGARELLA, l’attenzione delle Istituzioni con velate minacce. Ciò indurrebbe a ritenere ancora incerte le strategie evolutive di Cosa Nostra nell’affrontare il problema in argomento, anche perché parrebbe non ancora compiutamente definito il processo di ricompattamento dell’organizzazione tra detenuti e esponenti in libertà ;

 

2 – la conferma che i boss mafiosi detenuti gestiscono dal carcere i patrimoni delle loro famiglie fino al punto di formulare precise direttive per dissimularne il possesso.

 

3 – la conferma che i boss mafiosi detenuti abbiano assolutamente necessità di interloquire con l’esterno utilizzando come veicoli di informazione i familiari, mantenendo anche rapporti con avvocati e con soggetti non individuati anche allo scopo di conoscere e ricevere notizie circa ogni iniziativa avviata in tema di inasprimento penitenziario . Chiari i riferimenti in questo senso emersi dalle indagini.

 

4 – la conferma che i detenuti mafiosi impartiscano direttive dal carcere per la gestione delle attività illecite incidendo sulle dinamiche dell’organizzazione. Mariano AGATE impartisce precise direttive al figlio Epifanio per la gestione delle attività illecite avendo peraltro, tramite questi, contatti con il super latitante Matteo MESSINA DENARO (l’olio) il quale interpellato in proposito avrebbe espresso sulle strategie riferibili alla “famiglia” trapanese l’intendimento di “preservare” l’attuale stato delle cose. Il detenuto Andrea GANCITANO comanderebbe dal carcere;

5 – la conferma che i detenuti mafiosi continuino ad utilizzare nelle loro conversazioni linguaggi criptici (libri, eventi sportivi, squadre di calcio), Mariano AGATE parla di un libro nella conversazione con il figlio Epifanio. Francesco TAGLIAVIA fa riferimento ad acquisti pregressi della maglia dell’Inter. Tutto ciò induce a ritenere che tali sistemi non siano altro che escamotage utilizzati per veicolare informazioni riservate all’esterno delle strutture carcerarie;

6- la conferma che, nonostante, il regime delle rigide prescrizioni e gli isolamenti relative al 41 bis, le notizie tra i detenuti veicolino all’interno del carcere con una certa facilità. Le conversazioni di Giuseppe GRAVIANO dalla finestra sono sintomatiche, così come quelle sostenute da Mariano AGATE, attraverso le stesse modalità con il codetenuto Giuseppe GUTTADAURO.

 

Nello specifico, per ciò che attiene all’ergastolano AGATE Mariano, uno dei boss di cosa nostra più fedeli al RIINA e quindi all’ala stragista, nonché al suo capo decina, anch’egli condannato all’ergastolo, BASTONE Giovanni (cui recentemente è stato revocato il regime ex art. 41 bis) è opportuno sintetizzare alcuni spunti di dialoghi intercorsi nel 2002 con i rispettivi figli AGATE Epifanio e BASTONE Antonino ( entrambi oggi detenuti e rinviati a giudizio per associazione mafiosa e traffico internazionale di stupefacenti nel procedimento c.d. IGRES) intercettati durante i colloqui carcerari nel contesto della indagine antimafia denominata IGRES.

 

Le conversazioni, seppur di difficile lettura, attesi i palesi espedienti criptici e semantici adottati per sviare sistematicamente l’oggetto principale del dialogo, sono estremamente significative per i loro diversi aspetti e tendono, appunto, a dimostrare l’influenza dei detenuti nel mondo esterno al carcere.

 

Durante i dialoghi gli indagati fanno spesso riferimento a soggetti indicati cripticamente come “quell’avvocato” o “l’altro avvocato”senza porli in relazione a vicende processuali, ma, piuttosto, ad argomenti relativi alla temuta dissociazione ed al 41 bis .

 

L’AGATE ed il figlio Epifanio commentano il progetto di dissociazione proposto anche all’AGATE parlando in premessa dei motivi che potrebbero aver determinato il trasferimento dell’AGATE dalla Casa Circondariale di Tolmezzo dopo trenta giorni di detenzione.

 

I due fanno riferimento ad un incarico non assolto da parte di un “avvocato” e di un altro avvocato di sesso femminile; si allude all’attesa di una reazione da parte di taluni non meglio indicati ambienti di cui è a conoscenza il solo AGATE e quindi verosimilmente attinente all’ambiente carcerario. L’AGATE riferisce al figlio che v’è stato un primo avvio del discorso e che è necessario dare altri segnaliperché è una presa in giro”.

 

L’AGATE dava disposizione al figlio di mandare i propri saluti a due soggetti cripticamente indicati come UVA (Racina) e OGGHIU (olio), identificati con certezza nei capi mandamento Andrea MANCIARACINA (poi catturato) e Matteo MESSINA DENARO Matteo (tuttora latitante), con i quali Epifanio manteneva contatti.

 

Vengono formulate specifiche direttive per il mantenimento dei rapporti tra Epifanio AGATE e soggetti mafiosi del mandamento di Trapani .

Relativamente a tale discorso l’AGATE prima – intuendo che poteva essere stato comprensibile – cambiava subito argomento facendo poi capire che si trattava di una questione vitale . Infatti, Mariano Agate diceva al figlio “quattro parole”, “prima e seconda”, segnando col dito sul vetro il segno della croce, intervallando tra il segno verticale e quello orizzontale un gioco delle dita, cambiando repentinamente argomento, utilizzando il termine criptico libro, analogamente ai detenuti palermitani.

 

Viene fatto continuo accenno ai contatti epistolari tra Mariano AGATE ed il Giovanni BASTONE, del quale alludono cripticamente alla continua opera di comunicazione a mezzo posta con associazioni e soggetti impegnati per l’abolizione del 41 bis.

 

I due AGATE trattano l’argomento dei detenuti dissociati di cui il Mariano AGATE critica la perdita di dignità.

 

L’AGATE Epifanio fa riferimento ad un soggetto appellandolo “dell’acqua” che aveva chiesto un parere allo stesso AGATE Mariano sul problema della dissociazione. Mariano aggiunge di riferire al “Coccodrillo” se sa niente di quella cosa. Quindi chiede cosa ne pensi “l’olio”, ovvero il latitante MESSINA DENARO, ed il figlio replica di non avere saputo “niente”.

 

Relativamente allo stesso argomento, l’AGATE chiarisce al figlio di essere interessato “sapere qualche cosa …” ma Epifanio spiega di non essere in possesso di notizie dettagliate ; l’AGATE ed il figlio convengono che la situazione più “seria” sia a Roma presso il carcere di Rebibbia.

 

Il Mariano fa riferimento ripetuto a ad uno dei GRAVIANO con il quale l’AGATE, in un momento di codetenzione, avrebbe discusso sull’argomento della dissociazione.

Mariano AGATE, poi, informa il figlio di essere in contatto con il detenuto Andrea GANCITANO (‘ntracina), killer dell’organizzazione, che presso il suo carcere “comanda” e con il quale l’AGATE sta discutendo il problema della dissociazione, questione che, secondo l’AGATE, va trattata in modo “pulito”. AGATE aggiunge anche che il GANCITANO si sta attivando per arrivare a dei non meglio indicati personaggi e chiede al figlio di cercare di sapere quale sia l’opinione di altri soggetti.

 

Al riguardo, Epifanio AGATE diceva al padre che ha parlato con quell’ “avvocato” indirettamente, poichè non è possibile parlare direttamente con quello “dell’olio”, ovvero Matteo MESSINA DENARO, ed in ogni caso lui ha riferito quanto gli aveva detto il padre. AGATE spiega al figlio di notiziare MESSINA DENARO anche sui problemi relativi al GANCITANO e a soggetti con questi detenuti .

Sono stati disvelati anche i rapporti intrattenuti in carcere tra l’AGATE Mariano ed il dottore GUTTADAURO Giuseppe fratello di GUTTADAURO Filippo, a sua volta cognato del MESSINA DENARO Matteo.

 

Da parte sua il Giovanni BASTONE si informa se l’AGATE sia a conoscenza del suo impegno nello studio degli atti processuali. Per altro argomento Antonino BASTONE risponde che l’AGATE era “seccato” a causa di una discussione che sarebbe stata sostenuta con uno dei fratelli GRAVIANO, in materia di dissociazione, contro la quale l’AGATE aveva assunto una posizione di chiusura che aveva scontentato il resto di quei sodali di Cosa Nostra implicati nella trattativa (“si… lui ha preso subito una posizione ferma… e ci sono rimasti un po’ male…”).

 

Vengono formulati ripetuti riferimenti a legali incaricati di seguire l’andamento di iniziative parlamentari sulla dissociazione oltre che a fornire gli eventuali nominativi dei politici responsabili delle varie iniziative parlamentari. Inoltre, l’AGATE dava mandato al figlio di contattare alcuni legali onde seguire gli esiti della legge relativa alle modifiche dell’art. 41 bis. Reg. pen. cui il detenuto specificava di “tenere” lasciando intendere di avere dato apposito mandato di seguire l’andamento dei lavori ai medesimi professionisti cui il detenuto dava al figlio l’incarico di riferire che i medesimi progetti di legge lo lasciavano fino a quel momento “contento” .

 

 

Va poi detto che nell’ambito di diversi procedimenti penali sono emersi elementi probatori riguardanti l’esistenza di rapporti fra Cosa Nostra e diversi rappresentanti delle professioni, della politica, delle istituzioni e della P.A., che attestano la perdurante capacità dell’organizzazione mafiosa di infiltrare il tessuto economico e sociale della provincia di Trapani.

Sovente, nell’ultimo triennio, le indagini soprattutto mirate ad accertare interferenze di “cosa nostra” nel settore della pubblica amministrazione locale, ed in particolare Trapani sulla regolarità del sistema degli appalti indetti da vari Enti locali di questa Provincia, con l’esame delle pratiche di gestione relative un numero ingente di lavori pubblici aggiudicati negli ultimi anni, hanno portato alla luce diversi casi di corruzione tra pubblici amministratori contigui alle cosche locali in special modo per addivenire alla sistematica turbativa del sistema degli appalti.

 

Degna di menzione è, in particolare, la vicenda processuale più volte richiamata nelle audizioni trapanesi, denominata “operazione Tempesta”, che aveva portato nel luglio del 2004 all’arresto di 23 soggetti fra Castellammare del Golfo e Alcamo, ivi compreso il comandante della Polizia municipale di Castellammare del Golfo. L’oggetto dell’indagine riguardava la costituzione di un vero e proprio comitato d’affari, nel quale erano ovviamente coinvolti diversi personaggi appartenenti al mandamento mafioso di Alcamo e Francesco Domingo, capo riconosciuto della famiglia mafiosa di Castellammare del Golfo, che aveva il compito di individuare gli imprenditori che dovevano essere taglieggiati e quelli che dovevano aggiudicarsi gli appalti pubblici della zona e che dovevano pagare il “pizzo”. Nell’ambito di questa vicenda s’inseriscono altri episodi, che vanno qui ricordati perché offrono una concreta dimostrazione delle capacità d’infiltrazione dell’organizzazione mafiosa. E’, infatti, emerso che, in occasione delle elezioni amministrative dell’anno 2002, un tale Fiordilino, candidato al consiglio comunale di Castellammare del Golfo, aveva chiesto il sostegno di Francesco Domingo, capo della famiglia mafiosa di Castellammare del Golfo, anche se poi non era stato eletto. Lo stesso Domingo era riuscito a ottenere l’intervento del comandante della Polizia municipale di Castellammare del Golfo per superare alcuni ostacoli che impedivano che una villa comunale venisse utilizzata per un’attività commerciale riconducibile alla sua famiglia e intestata a un prestanome. Più recentemente le indagini hanno avuto un ulteriore sviluppo, che nel gennaio di quest’anno ha portato all’arresto di Antonino Palmeri, dirigente dell’Ufficio Tecnico Comunale del Comune di Castellammare del Golfo (procedimento n. 13894/01 RGNR, ordinanza del GIP presso il Tribunale di Palermo del 13 gennaio 2005), in quanto sono stati accertati diversi elementi che dimostrerebbero il permanente asservimento della struttura tecnica del Comune ad interessi riconducibili all’organizzazione mafiosa mediante la distorsione dei poteri e delle facoltà connessi al pubblico ufficio ricoperto dallo stesso Palmeri e da Vincenzo Bonventre, funzionario responsabile del Settore Abusivismo e Condono dello stesso Comune, pure tratto in arresto.

 

Da questa indagine, emerge, pertanto un contesto collusivo devastante , tale da meritare una immediata decisione da parte del Ministero dell’Interno l’ipotesi di accesso ispettivo per la verifica di condizionamenti mafiosi . Si rilevano due fatti che meritano una attenzione particolare della commissione parlamentare antimafia . Il ritardo con cui si sta procedendo in tale verifica tanto che ancora non si conoscono a distanza di quasi un anno le determinazioni del Governo sullo scioglimento del Comune.

L’altro fatto da verificare è se in tale ritardo possa aver influito il passaggio di alleanze del sindaco da posizioni più vicine al Presidente della Provincia Giulia ADAMO (vicina al ministro MICCICHE’ e notoriamente in contrasto con il sen. D’ALI’) a quelle direttamente collegate con il predetto sottosegretario che stranamente si sono prodotte subito dopo la fase di accesso avviata nel marzo 2005.

 

Tale rapporto di corruttela si esteso anche agli appalti relativi al settore dei R.S.U. nel Comune di Trapani, come hanno dimostrato indagini condotte nel 2001 (op. NETTEZZA URBANA) e nel 2002, allorquando sugli sviluppi investigativi della tematica ECOMAFIA, nella mattinata del 25.6. 2002. Agenti della Squadra Mobile e del Nucleo di PT della Guardia di Finanza di Trapani hanno dato luogo ad una vasta operazione di contrasto alle infiltrazioni mafiose nel sistema degli appalti pubblici connessi all’ambiente, sequestrando le imprese che tramite il controllo di “cosa nostra” si sono aggiudicate vari appalti nel settore dello smaltimento dei R.S.U. dei Comuni di Trapani ed Erice.

 

Secondo quanto riferito dai magistrati trapanesi nell’audizione del 26 ottobre 2004, sono emersi elementi connotanti una infiltrazione della criminalità nel settore degli appalti pubblici e della raccolta e trattamento dei rifiuti solidi urbani. Il relativo procedimento penale è stato caratterizzato dall’arresto, nel 2001, di tutti i soggetti di riferimento del mandamento di Trapani, nonché dalla confisca e dal sequestro di sei società che si occupavano della gestione dei rifiuti solidi urbani. Lo stesso procedimento ha anche posto in luce il controllo mafioso su tutti gli appalti del settore nella nettezza urbana.

 

In commissione su richiesta di diversi commissari, sono emerse le infiltrazioni nel settore della sanità. A partire dall’omicidio di CAPIZZO Giuseppe di Mazara del Vallo risultato vicino al politico locale e sorvegliato speciale di ps, ex deputato regionale, GIAMMARINARO Giuseppe, candidato alle regionali del 2001 nella lista “biancofiore” a sostegno del CUFFARO.

 

La commissione dovrebbe approfondire il sistema degli appalti gesti dalle aziende sanitarie, il ruolo dei politici del livello del GIAMMARINARO nella intermediazione politica al fine di individuare i responsabili amministrativi, i dirigenti sanitari ed i primari e inoltre va verificata la gestione della sanità privata nel settore delle aziende di riabilitazione ed assistenziali.

 

Per le aste pubbliche veniva applicato il seguente sistema: “Cosa Nostra controllava dall’esterno tutti gli imprenditori che erano ad essa asserviti e quindi presentavano offerte preventivamente concordate, per cui – nonostante le carte fossero regolari – era Cosa Nostra a decidere a monte chi dovesse aggiudicarsi l’appalto”.

 

Per ciò che concerne lo sforzo costante intrapreso da “cosa nostra” per condizionare esponenti della politica locale un provvedimento restrittivo ha riguardato anche l’ex senatore PIZZO Pietro, presidente del Consiglio comunale di Marsala, ritenuto responsabile del reato di cui all’art. 416 ter C.P., in relazione all’art. 416 bis, , per avere ottenuto la promessa da parte di esponenti dell’associazione di tipo mafiosa denominata Cosa Nostra e segnatamente di CONCETTO Mariano e per il suo tramite di BONAFEDE Natale, rappresentante della locale famiglia mafiosa di Marsala, di avere procurati voti, a fronte dell’erogazione della somma di 100 milioni di vecchie lire, in favore del figlio FRANCESCO candidato nella lista del “Nuovo PSI” alle elezioni per il rinnovo dell’Assemblea Regionale Siciliana del 24 giugno 2001; promessa in concreto attuata attraverso il procacciamento di voti da parte di appartenenti a quel sodalizio .

 

La le indagini relative alla fase II ed alla recente fase III del progetto PERONOSPERA hanno evidenziato la contiguità mafiosa dei deputati regionali UDC COSTA Davide e NORINO Fratello, mentre per quanto riguarda l’amministrazione comunale è stato tratto in arresto per concorso in associazione mafiosa il presidente del consiglio Comunale PIZZO Pietro e l’ex capo dell’ufficio appalti ESPOSTO Rosario. Un consigliere comunale dell’UDC LAUDICINA Vincenzo è indagato ed ha reso dichiarazioni confessorie in ordine alle proprie responsabilità oltre che dei soggetti ora citati.

 

Le indagini non hanno, invece, allo stato evidenziato responsabilità o episodi di condizionamento riguardanti esponenti della, anzi risulta che il Sindaco GALFANO, richiesto da Magistrati e funzionari di Polizia, ha fornito una preziosa e coraggiosa collaborazione alle indagini riferendo alcuni tentativi di interferenza avviati da elementi mafiosi ed ha anzitempo autonomamente sollevato dall’incarico il citato ESPOSTO .

Dopo le citate operazioni il consiglio Comunale si è sciolto volontariamente grazie all’impegno dei consiglieri del centro-sinistra e di una parte del centro-destra . E’ stato nominato un commissario dalla Regione, mentre il Ministero dell’Interno ha comunque avviato immediatamente le procedure per l’accesso ispettivo con una dinamica molto diversa da quella sinora adottata per il comune di Castellammare dove l’avvio delle ispezioni prefettizie è iniziato solo dopo un anno dalla inchiesta giudiziaria senza pervenire ancora ad una determinazione

 

Anche le figure di Francesco Canino e Francesco Spina (il primo più volte deputato e assessore presso l’Assemblea Regionale Siciliana, il secondo già segretario provinciale del partito della Democrazia Cristiana e parlamentare nazionale) hanno formato oggetto di attenta valutazione a causa dei loro rapporti con l’organizzazione mafiosa trapanese capeggiata da Vincenzo Virga. Dalle notizie acquisite emerge in particolare il ruolo centrale svolto dal Francesco Canino non solo nell’ambito delle vicende politiche trapanesi (egli era il punto di riferimento di numerosi soggetti impegnati politicamente e, secondo alcune fonti, continua tuttora ad esserlo), ma anche in seno a un vero e proprio comitato d’affari, del quale facevano anche parte diversi imprenditori e alcuni mafiosi come il Virga o i Coppola di Locogrande, che gestiva la spartizione illecita degli appalti pubblici della zona. Merita di essere ricordata in proposito la vicenda relativa all’arresto in flagranza nell’anno 2000 per concussione dell’assessore comunale Vito Conticello (trovato in possesso della somma di denaro di 10 milioni di lire consegnatagli da alcuni imprenditori per un piccolo appalto), il quale ha poi confessato di essersi messo a disposizione di Cosa Nostra per farle ottenere appalti e che il soggetto di riferimento nel settore della nettezza urbana era Leonardo Coppola, presentatogli fin dai primi anni ’90 proprio da Francesco Canino come un imprenditore che doveva essere aiutato. Ebbene è stato accertato che, dopo l’arresto del Conticello, il Canino era intervenuto sugli assessori comunali dell’epoca per ottenere le loro dimissioni, paventando che l’indagine penale potesse estendersi. Come è stato accertato che, dopo l’arresto nel 2001 del sindaco di Trapani, Antonino Laudicina[2], la DIGOS di Trapani aveva proposto lo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose mentre il Canino aveva contemporaneamente fatto pressioni per giungere allo scioglimento del consiglio comunale al fine di passare direttamente alla fase commissariale ed evitare lo scioglimento per mafia.

 

Né può essere dimenticata la figura dell’ex deputato Giuseppe GIAMMARINARO, più volte citato, già presidente dell’U.S.L. di Mazara del Vallo, indicato da diversi “collaboranti” come persona “vicina” alla famiglia mafiosa di Mazara del Vallo; in particolare al suo capo Francesco Messina detto “mastro Ciccio” e per questo sottoposto a misura di prevenzione antimafia personale. Durante la missione della commissione antimafia a Palermo, nell’audizione del presidente della regione CUFFARO, è emerso la frequentazione del presidente e del GIAMMARINARO mentre questi era sottoposto al provvedimento giudiziario, frequentazioni rivendicate con particolare orgoglio e convinzione.

Si sottolinea inoltre che il GIAMMARINARO, candidatosi alle elezioni regionali del 2001 nella lista “biancofiore”, ha potuto partecipare a tale competizione per un ritardo di circa un mese nella notifica del provvedimento giudiziario che lo sottoponeva alla misura di prevenzione di sorvegliato speciale .

 

Sempre nel marsalese emerge anche, il più ampio contesto entro il quale è nato e si è sviluppato il patto politico-mafioso che, in realtà, ha finito con il riguardare progressivamente anche Davide COSTA eletto alle regionali del 2001 nel “listino” del Presidente Cuffaro ed assessore alla Presidenza e arrestato nel corso della fase III del progetto “PERONOSPORA” per il reato di concorso in associazione mafiosa, nonché il deputato regionale UDC FRATELLO Onofrio raggiunto da avviso di garanzia per il reato di concorso in associazione mafiosa, e reati connessi. Quest’ultimo ha recentemente depositato istanza di patteggiamento per il reato contestatogli.

 

Sul versante complessivo del contrasto all’infiltrazione e alla manipolazione delle procedure di appalto, va sottolineata l’attività di monitoraggio e controllo dispiegata, non solo al fine di verificare e contrastare l’infiltrazione degli interessi mafiosi nel sistema economico imprenditoriale antimafia, dalle forze di polizia.

 

In tale senso si evidenziano le indagini che hanno portato al disvelamento di quindici casi di concussione presso la Provincia di Trapani, all’arresto di Antonino PALMERI, dirigente dell’Ufficio Tecnico Comunale del Comune di Castellammare del Golfo, all’arresto dell’ingegnere capo della Provicina regionale GRILLO per cottimi fiduciari, di un tecnico del comune di San Vito lo Capo e di Filippo MESSINA responsabile dell’ufficio tecnico del comune di Trapani; questi ultimi hanno reso ampie dichiarazioni confessorie ammettendo il sistematico ricorso alla turbativa d’asta per molti incanti indetti negli ultimi anni dalla Provincia regionale e dal Comune di Trapani.

 

Tuttavia, nel corso delle rispettive audizioni, nè la professoressa Giulia Adamo, presidente della provincia di Trapani, nè l’avvocato Girolamo Fazio, sindaco di Trapani, hanno saputo analizzare il ruolo che “cosa nostra” ha svolto negli appalti di rispettiva competenza e non hanno saputo dare spiegazioni convincenti rispetto alle questione che commissari della opposizione e della maggioranza hanno sollevato .

 

La prima, in particolare, non ha fornito sufficienti informazioni e chiarimenti sulle vicende di turbativa degli appalti che hanno coinvolto gli ingegneri CASCIA Salvatore e GRILLO Battista, entrambi designati direttamente dalla ADAMO . Addirittura il CASCIA è stato nominato attraverso la procedura di mobilità da altro ente nonostante dentro l’organico della provincia vi fosse una platea di tecnici di qualificata esperienza . Non risulta alla commissione che la ADAMO abbia posto in essere alcun atto di indirizzo amministrativo tendente a definire una doverosa vigilanza dell’ente sugli appalti .

 

Inoltre, l’amministrazione ADAMO non si è mai costituita parte civile in tutti processi mafia.E’ da notare inoltre che presso la giunta ADAMO sono presenti i diretti riferimenti – perchè da essi segnalati – dall’on. COSTA, dall’on.CANINO e dall’on. GIAMMARINARO e dall’on.FRATELLO tutti coinvolti in pesanti inchieste giudiziarie per collusioni mafiose.

 

Infine è da rilevare che l’amministrazione ADAMO non abbia mai recepito in atti amministrativi l’apposito atto di indirizzo del consiglio provinciale che in data 14.4.2005 ha definito una serie di punti strategici ai fini del controllo negli appalti e nel sostegno alle imprese confiscate.

 

Ancora, soprattutto per grandi appalti come la funivia, la galleria di Favignana e varie importanti arterie provinciali gli esiti della recente operazione “Progetto Mafia Appalti Trapani”, del 24 novembre 2005, per come addotto espressamente dal GIP distrettuale, hanno posto in evidenza la necessità di approfondimenti investigativi che sono, come si legge nella Ordinanza custodiale, in corso da parte degli organismi inquirenti per evidenti episodi di turbativa.

 

Il Sindaco di Trapani ha invece fornito un contributo conoscitivo sull’attuale funzionamento della macchina comunale, a partire dai precedenti sistemi di reclutamento del personale, basati in larga parte su criteri clientelari, fino alla decisione di stabilire la rotazione di tutti i dirigenti e di tutti i funzionari dell’amministrazione comunale e di istituire una commissione disciplinare, dalla creazione dell’Ufficio dei pubblici appalti fino alle vicende legate alla nascita dell’A.T.O. per la raccolta dei rifiuti solidi urbani. Sul punto va detto che lo stesso primo cittadino è attualmente sotto processo proprio per un episodio di minacce rivolte ad uno dei responsabili dell’ATO. E’ da sottolineare inoltre che l’unico funzionario confermato nella rotazione che – a detta del sindaco – ha coinvolto l’intero apparato amministrativo , sono stati l’ing Filippo MESSINA (capo ufficio tecnico successivamente tratto in arresto) ed il segretario comunale GALFANO (già condannato per il reato di falso e turbativa d’asta)

 

Per quanto riguarda gli appalti dei lavori inseriti nel programma dell’America’s Cup (visto che a Trapani si sarebbero svolte alcune regate veliche di questa importante manifestazione sportiva), il Sindaco ha spiegato che la organizzazione è stata affidata all’Ufficio della Protezione Civile diretto dal dott. BERTOLASO, nominato commissario straordinario con delega per questo grande evento che ha investito come stazioni appaltanti il Comune, l’autorità portuale e lo stesso prefetto in sede. E’ da rilevare come tale importante e significativa nomina sia maturata solo dopo la vicenda dell’arresto dell’ing. MESSINA, ed alla sua ipotizzata designazione quale responsabile della gestione degli appalti relativi alle opere necessarie per ospitare una delle pre-regate dell’America’s Cup.

 

E’ rimasto giudiziariamente accertato che egli fino al momento dell’arresto partecipava alle riunioni per le progettazioni delle varie opere legate all’evento oltre che dei progetti del Comune di Trapani finanziati dai PON del Ministero dell’Interno, secondo quanto risulterebbe dalla ricostruzione processuale, nonché dalle dichiarazioni confessorie rese dallo stesso indagato all’A.G.

 

Rimane, pertanto, necessario un lavoro di inchiesta della futura commissione per individuare le responsabilità di quanto è avvenuto. Non sono stati chiariti, infatti, i veri motivi per cui proprio il MESSINA si recasse presso il Ministero dell’Interno in occasione delle riunioni tenutesi prima dello svolgimento delle gare veliche, e soprattutto perché queste riunioni si svolgessero presso il Ministero dell’Interno.

Anche in relazione ai lavori per la realizzazione della stessa America’s cup ed alla piazza portuale di Trapani sono state avviate attività di monitoraggio con accessi diretti ai cantieri e con la rilevazione dei dati di interesse.

 

Molto significativo è il dato rilevato dalla recente operazione “Progetto Mafia Appalti Trapani”, del 24 novembre 2005; se da un lato ha confermato l’interesse della mafia per gli appalti e la contiguità di imprenditori anche incensurati, dall’altro lato ha messo in luce l’efficacia degli strumenti di prevenzione e repressione.

 

L’opera di prevenzione, avviata dal prefetto Sodano, la commissione ha potuto constare che si è protratta anche con l’arrivo del prefetto Finazzo. In una nota stilata dal Questore di Trapani proprio il 24 novembre si dice: “Grazie alla rilevante e copiosa documentazione trasmessa dalla Prefettura di Trapani in ordine agli appalti e alle forniture inerenti i lavori dell’America’s Cup, gli investigatori hanno potuto fruire di un rilevante contributo informativo prezioso per le attività di indagine”.

 

In tal senso le indagini della Polizia di Trapani hanno permesso di accertare che imprenditori indagati risultano avere effettuato tramite le loro aziende, diverse, rilevanti, forniture di materiali per le opere pubbliche effettuate in Trapani nel contesto della manifestazione c.d. “Luis Vuitton act 8 e 9”, preregata della America’s Cup.

 

In particolare, la “Siciliana Inerti e Bituminosi s.r.l.” del COPPOLA Tommaso ha effettuato forniture per :

 

Þ Lavori di manutenzione straordinari dei marciapiedi della città aggiudicata dal Comune Trapani alla A.T.I. “DM Costruzioni s.r.l.” e “Bellavia Angelo” di Favara;

Þ Lavori di demolizione manufatto ex casermetta sommergibili, sistemazione delle aree di risulta e realizzazione recinzione ambito portuale – 1° stralcio aggiudicata dalla Autorità Portuale alla “Impresa Geognostica Agrigentina s.r.l.” di Favara;

Þ Lavori di realizzazione delle opere fognarie di rete nera nella zona portuale (€ .565.000,00) aggiudicata dalla Prefettura di Trapani al Consorzio Emiliano Romagnolo -“Soc. Coop. Eurovega Costruzioni a r.l.” di Capo d’Orlando;

Þ Lavori di sistemazione della banchina Isolella e di realizzazione delle vie di corsa di travel lift nel porto di Trapani ( € 1.507.000,00 ) aggiudicata dalla Autorità Portuale alla A.T.I. “Ing. Pavesi & C. S.p.A.” e “S.I.L.M.A.R. s.r.l.” di Parma;

Þ Lavori di sistemazione stradale e arredo urbano di un tratto di via Isola Zavorra aggiudicata dal Comune Trapani alla “CO.IM.EL. di Oliveti Rosalia” di Partinico.

 

La “SEO s.r.l.” di BIRRITTELLA Antonino ha effettuato forniture per :

 

Þ Lavori di realizzazione delle opere fognarie di rete nera nella zona portuale (€ .565.000,00) aggiudicata dalla Prefettura di Trapani al Consorzio Emiliano Romagnolo -“Soc. Coop. Eurovega Costruzioni a r.l.” di Capo d’Orlando;

Þ Lavori di realizzazione di strutture sostitutive di manufatti demaniali fatiscenti (€2.093.000,00 ) aggiudicata dalla Autorità Portuale alla“Soc. Coop. C.A.E.C.” di Comiso

Þ Lavori di riassetto dei fronti stradali delle vie Palmeri ed Ilio del comune di Trapani (€ 1.436.000,00 ) aggiudicata dalla Autorità Portuale alla “San Paolo s.r.l.” di Caltanissetta.

 

LA “BICOSEMA s.r.l.” di BIRRITTELLA Enzo (Erice 12.10.1985), RUGGIRELLO Adriana (Gaeta 9.6.1962), rispettivamente figlio e convivente del BIRRITTELLA Antonino, ha effettuato forniture per:

 

Þ Lavori di completamento delle opere foranee primo stralcio funzionale e delle banchine a ponente dello sporgente Ronciglio del porto di Trapani (€ 41.847.000,00) aggiudicata dalla Autorità Portuale alla A.T.I. “Società Italiana Dragaggi S.p.A.” di Roma, “I.R.A. Costruzioni Generali s.r.l.” di Roma, “Coling Costruzioni Generali S.p.A.” di Roma, “Coop. San Martino”, “Dredging International” e “ICEL s.a.s.”.

 

Tale dato, pur non consentendo di disporre al momento di elementi oggettivi sul grado di condizionamento degli gli appalti della manifestazione, prospetta l’ipotesi di una ingerenza dell’organizzazione mafiosa, atteso che, tramite recenti controlli effettuati dalla Polizia, anche successivamente alla citata operazione è stata accertata la permanenza nei cantieri di aziende appartenenti agli indagati (la ditta di MANNINA Vincenzo colpito, da avviso di garanzia pera associazione mafiosa). Anche negli atti della stessa indagine sono contenuti numerosi spunti che – sottolinea il giudice che emesso gli ordini custodiali – sono forieri di successivi approfondimenti .

 

Assai preoccupante, perché indicativa del livello di compromissione di una parte significativa dei meccanismi imprenditoriali nella scelta del contraente, è la vicenda della ditta Calcestruzzi Ericina.

 

Dalle conversazioni intercettate sono emersi inoltre molteplici elementi che documentano l’incessante interesse dei vertici della famiglia mafiosa di Trapani per il controllo ed il condizionamento delle forniture di calcestruzzo, settore certamente tra i più produttivi e redditizi dell’intero comparto dell’imprenditoria edile. Tale ingerenza è stata vista sia in relazione ai nuovi impianti per la produzione del calcestruzzo da realizzare a Trapani sia per tentativo di controllo occulto sugli impianti già confiscati alla mafia e passati all’Amministrazione finanziaria quali la “Calcestruzzi Ericina s.r.l.” per la cui realizzazione si è reso necessario il tentativo occulto di condizionare o rendere del tutto inefficaci i provvedimenti e le iniziative degli Organismi Governativi finalizzati a promuovere sul mercato la cennata azienda.

 

Si tratta di un’azienda trapanese di produzione di calcestruzzo, appartenente al mafioso Vincenzo Virga: almeno fin dal 1993 gli imprenditori della zona venivano costretti ad acquistare il calcestruzzo presso detta azienda, riconoscendo inoltre al Virga un surplus percentuale rispetto alla quantità di cemento acquistato.

 

Nel 1996 l’azienda viene sequestrata e nel 1997 confiscata in sede di misura di prevenzione, essendo risultato che tutti i soci della Calcestruzzi Ericina erano direttamente uomini d’onore della famiglia mafiosa del mandamento di Trapani, ovvero figli e nipoti di uomini d’onore del mandamento retto da Virga.

 

Nonostante la confisca, l’azienda continua a conoscere un periodo assai florido: latitante Vincenzo Virga, è il figlio di questi, Pietro, a proseguire la riscossione e la gestione del surplus per ogni acquisto di calcestruzzo operato presso la Calcestruzzi Ericina.

 

Revocato l’originario mandato custodiale per l’incauto affidamento di parte dei beni ad alcuni soggetti poi rivelatisi autori di incendi di autovetture di imprenditori ed arrestato, nel 2001, il latitante Vincenzo Virga, si è verificato un consistente calo del fatturato da parte della azienda. In altri termini, gli imprenditori hanno continuato a servirsi dei prodotti dell’azienda mafiosa fino a quando il suo gestore di fatto (Vincenzo Virga) ha esercitato (finanche da latitante) il suo potere intimidativo ed estorsivo.

 

Non appena l’azienda è passata sotto l’effettivo controllo delle istituzioni, hanno preferito rivolgersi altrove per le forniture di calcestruzzo.

 

Non può rilevarsi, peraltro, analoga attenzione, a sostegno della azienda finalmente sottratta alla criminalità organizzata, da parte delle amministrazioni locali: è singolare che l’impianto della Calcestruzzi Ericina sito in Favignana, fornitore in regime di monopolio assoluto del materiale per le edificazioni sull’isola (ogni anno si costruiscono circa 200-300 villette) e punto di forza dell’azienda, rischi di chiudere, proprio in un momento di espansione della realizzazione di villaggi turistici, perché il Comune ha modificato la destinazione d’uso dell’area in cui insiste l’impresa.

 

In particolare il piano paesistico prevede come possibile localizzazione definitiva di impianti di tale genere solo un terreno estremamente esiguo. Accertamenti giudiziari hanno acclarato che in ordine a detta area esisterebbe già un contratto preliminare in favore di un soggetto quasi nullatenente (e pure, evidentemente, in grado di disporre di elevati capitali per l’acquisto del terreno e l’installazione di un impianto industriale) già oggetto di un precedente intervento dell’A.G. proprio per la realizzazione di un impianto abusivo per la produzione di calcestruzzo.

 

In definitiva, desta allarme e sconcerto il concatenarsi dei fatti per i quali l’unico impianto esistente a norma di legge, recentemente sottratto alla gestione mafiosa per essere consegnato all’intervento statale, rischi di chiudere (trascinando, così, nel baratro le sorti dell’intera azienda Calcestruzzi Ericina) perché nel piano paesistico l’area in cui esso insiste viene sottratta alla destinazione industriale, mentre si individua come zona di insediamento industriale compatibile con tale attività un’area che oggi risulta nella disponibilità di un soggetto apparentemente non dotato di mezzi economici propri in grado di assicurare successo alla nuova impresa.

 

E’ stato, altresì, fatto rilevare in più ambienti del mondo sindacale e giudiziario che molte imprese tendono a limitare i contatti con la “Calcestruzzi Ericina”, in ragione della circostanza che l’impresa controllata dallo Stato effettua la vendita con rilascio di regolare fatturazione mentre altre aziende del settore consentono di effettuare operazioni di vendita “in nero” accantonando somme di denaro residue sia in favore di “cosa nostra” sia, con vantaggio per entrambi, per lo stesso cliente.

 

In proposito, anche la Guardia di Finanza di Trapani ha accertato come in vari casi, nonostante i prezzi più vantaggiosi praticati dalla impresa confiscata per varie tipologie di conglomerato cementizio, talune imprese abbiano optato per altri fornitori sebbene da questi fosse stato offerto un prezzo più elevato.

 

Per altre tipologie di calcestruzzo la mancata scelta della impresa confiscata è stata condizionata da fattori non necessariamente interdipendenti quali, la qualità del materiale prodotto, il prezzo, la distanza tra la “calcestruzzi ericina” ed il cantiere di destinazione o i tempi di consegna.

 

Può però, senz’altro concludersi come, sulla base dell’esperienza operativa dei vari organi di Polizia giudiziaria, la vendita del calcestruzzo a prezzi concorrenziali sia potenzialmente condizionata da condotte fraudolente poste in essere dalle imprese del settore, anche in danno dell’Erario, consistenti in operazioni di vendita senza emissione di fattura o con indicazione, nello stesso documento, di corrispettivi inferiore la reale, e , pertanto, con modalità che rendono non concorrenziale l’impresa controllata dalla Stato.

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Solo l’intervento incisivo dei Prefetti che si sono succeduti in questi ultimi anni, consistito nell’indirizzare quantomeno le imprese che realizzano edilizia pubblica verso l’azienda confiscata per i loro acquisti di calcestruzzo, ne ha impedito, per il momento, la chiusura: ciò con riferimento alla costruzione del commissariato di Polizia di frontiera e, in ambito portuale, del distaccamento dei vigili del fuoco.

L´attuale gestione della società Calcestruzzi Ericina, grazie all´impegno e alla professionalità degli amministratori giudiziari, la ferma determinazione della prefettura di Trapani, della Procura della Repubblica l´impegno e l´esperienza dell´associazione Libera, il coinvolgimento dell´Agenzia del Demanio, consente di percorrere una strada di grande valore, anche sotto il profilo simbolico: la costituzione di una cooperativa di lavoratori che, come prevede la legge 109/96 sull´uso sociale dei beni confiscati alla mafia, possa subentrare all´amministrazione giudiziaria.

Su queste premesse è stato presentato ed approvato il progetto di finanziamento al P:OR Sicilia per la realizzazione di un efficientissimo e moderno impianto del riciclaggio degli inerti.I partner coinvolti nello studio di fattibilità per la realizzazione dell´impianto R.O.S.E insieme alla Calcestruzzi Ericina hanno provveduto ad inoltrare entro il 09 giugno 2005 (data di scadenza) all´IRFIS – Mediocredito della Sicilia s.p.a., un´istanza di finanziamento a valere sulla misura POR Sicilia 4.01.c, per il progetto su indicato che prevede investimenti complessivi pari ad € 2.505.162 dei quali, ove la domanda venisse finanziata, € 1.445.734 sono costituiti da contributo a fondo perduto.

Il Progetto approvato a fine dicembre dagli enti preposti è già in graduatoria. Da segnalare,che il progetto è stato approvato con una decurtazione di 450.00. euro circa, ciò è imputabile al fatto che nonostante da parte dell´agenzia del Demanio centrale nella qualità di socio unico della Calcestruzzi ericina , sia stato espresso parere favorevole al progetto, essa non si è resa disponibile ad un impegno finanziario diretto ad aumentare il capitale sociale della Calcestruzzi ericina .

 

 

Ma fondamentale in tal senso è stato il potere di vigilanza sui beni oggetti di misura di prevenzione esercitato ope legis dal Questore , oltre che delle indagini svolte dalla polizia giudiziaria. Molto significativo è il dato rilevato proprio dalla recente operazione “Progetto Mafia Appalti Trapani” in cui, con riguardo a quest’ultimo aspetto è stata svelata l’attività impositiva avviata, proprio su direttiva del PACE, nei confronti dei responsabili della impresa catanese “I.R.A. Costruzioni Generali S.r.l.”, sedente in Catania nel viale V. Veneto n.59, risultata aggiudicataria in A.T.I. con la “Tecnis S.p.A.”della licitazione privata, indetta dal Genio Civile Opere Marittime di Palermo, dei “lavori di consolidamento ed adeguamento delle banchine operative settentrionali del porto di Trapani”, per l’importo netto pari ad 16.865.685.221 di vecchie lire, bandito dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti .

 

Per la realizzazione di tale opera, infatti, la “I.R.A. Costruzioni Generali S.r.l.” aveva avviato una ricerca di mercato allo scopo di individuare una fornitore di conglomerato cementizio in Trapani, iniziando una trattativa con la “Calcestruzzi S.p.A.”, sedente in Bergamo e con unità locale in Trapani, nella via Libica Z.I.R. e la nota “Calcestruzzi Ericina” impresa confisca al boss VIRGA Vincenzo, per una fornitura di complessiva di circa due miliardi di vecchie lire.

 

A seguito di apposite consultazioni, il BIRRITTELLA Antonino si attivava allo scopo di acquisire il necessario parere autorizzativo da parte dei vertici della cosca mafiosa di Trapani circa l’opportunità che l’impresa catanese si rivolgesse alla “Calcestruzzi Ericina” per la fornitura del conglomerato cementizio occorrente per l’opera. Il PACE Francesco decretava l’impossibilità di accreditare l’azienda catanese presso la “Calcestruzzi Ericina” in quanto l’azienda era, ormai, appartenente allo “Stato”, prospettando l’ipotesi di individuare una alternativa in alcune aziende di imprenditori appositamente individuati.

 

Preoccupazioni di “cosa nostra” scaturivano sia dalle indagini condotte dalla Polizia di Stato sia dalle consultazioni avviate, sin dalla fine del 2001, dal Prefetto di Trapani pro tempore, S. E. il Dr. Fulvio SODANO, il quale aveva contattato i rappresentati di vari settori imprenditoriali e della confindustria allo scopo di dare slancio alla “Calcestruzzi Ericina” incoraggiando i vari imprenditori operanti nella zona ad acquistare il calcestruzzo prodotto dall’azienda confiscata ed affidata dall’Agenzia del Demanio di Trapani .

 

A tale scopo, il vertice della cosca mafiosa, onde vincere definitivamente la concorrenza sul mercato, aveva cercato di verificare gli intendimenti dei funzionari dell’Agenzia del Demanio di Trapani, contattando un funzionario addetto all’amministrazione del settore dei beni confiscati (NASCA Francesco raggiunto da avviso di garanzia), onde boicottare l’azienda confiscata pianificandone, artatamente, la liquidazione o la vendita ad un imprenditore del settore, suggerito appositamente .

 

Tra le varie strategie perseguite allo scopo di aggirare ogni sorta di controllo sulla fornitura alla “I.R.A. Costruzioni Generali S.r.l.”, gli indagati congegnavano di imporre all’impresa catanese di accettare, in una prima fase, l’offerta di preventivo della “Calcestruzzi Ericina” e, quindi, in una seconda fase, di far affiancare l’azienda confiscata da una impresa, contigua, appositamente indicata.

 

Un ulteriore, autonomo, riscontro di elevato valore accusatorio in ordine alla finalizzazione operativa delle strategie delittuose perseguite dal gruppo di imprenditori contigui alla cosca mafiosa di Trapani, sotto l’egida del PACE Francesco, promanava da quanto occorso al Prefetto SODANO, il quale, nel contesto di alcuni incontri promossi con imprenditori e rappresentanti di categorie, riceveva la proposta di acquisto della “Calcestruzzi Ericina” esattamente nei termini che la cosca mafiosa aveva deliberato.

 

Tutti questi passaggi della vicenda sono stati ampiamente ricostruiti dal dott. SODANO alla polizia giudiziaria e confermati con le dichiarazioni rese al P.M. in data 22 luglio 2004 in cui , peraltro il citato prefetto ha rivelato di avere ricevuto le proteste del sen. D’Ali per gli interventi operati in favore della Calcestruzzi Ericina.

 

Il quadro accusatorio fortemente indiziario in ordine alle mire espansionistiche della cosca mafiosa di Trapani tese ad eliminare ogni potenziale concorrenza da parte della “Calcestruzzi Ericina” nel vitale settore del calcestruzzo nel capoluogo, si completava ulteriormente grazie alle informazioni rese note alla Procura della Repubblica di Trapani dal Dott. MISERENDINO Luigi Antonio, amministratore della società “Calcestruzzi Ericina s.r.l.”, il quale rendeva noti i tentativi avviati allo scopo di indirizzare costantemente la clientela verso gli impianti del MANNINA Vincenzo.

 

In particolare, richiesto in merito ad intimidazioni o pressioni a lui note, nello svolgimento del suo ufficio di amministratore della società confiscata, sugli imprenditori locali per indirizzarli nella scelta dell’impianto di calcestruzzo ove approvvigionarsi, il MISERENDINO spiegava di essere stato informato più volte dai dipendenti della “Calcestruzzi Ericina” dei tentativi avviati allo scopo di indirizzare costantemente la clientela verso gli impianti del MANNINA Vincenzo, nonché presso l’impianto della “Sicil Calcestruzzi s.r.l.”, del citato OCCHIPINTI, ovvero il personaggio che il PACE ed il BIRRITTELLA avevano individuato in alternativa allo stesso MANNINA (“….il mercato locale trapanese del calcestruzzo è fortemente controllato da soggetti” di cui non mi hanno specificato l’identità, né mi hanno specificato con quali modalità ciò avvenga. E’ notorio, peraltro, che gli imprenditori vengono costantemente indirizzati verso impianti di calcestruzzo diversi da quello che amministro ed in particolare l’impianto di MANNINA e l’impianto di Paceco denominato SICILCALCESTRUZZI…”) .

 

Relativamente al ruolo occulto svolto dal Funzionario dell’Agenzia del Demanio di Trapani geometra NASCA, allo scopo di favorire il progetto di interposizione di soggetti contigui alla cosca mafiosa in seno alla impresa confiscata, il MISERENDINO riferiva di avere constatato come, arbitrariamente il NASCA si fosse attivato per effettuare, senza disposizione superiore del proprio ufficio, una valutazione dei beni aziendali …Non so se il geometra NASCA abbia avuto contatti per individuare imprenditori disponibili all’acquisto della società. Ricordo però che, in un certo periodo, aveva cominciato di sua iniziativa ad effettuare la valutazione dei beni aziendali, tanto che seppi dai dipendenti che si era recato all’impianto per compilare le schede tecniche di valutazione dei mezzi. La dott. LANNA, appresa da me tale circostanza, si meravigliò dicendo che il NASCA non era stato autorizzato e non aveva ricevuto incarico in tale senso. Dopo qualche tempo il NASCA fu esonerato dai suoi compiti in materia di beni confiscati”.

 

Sempre in relazione alla condotta del NASCA, il MISERENDINO narrava un episodio avvenuto nel decorso 2002 e riferitogli dall’Avv. Carmelo CASTELLI il quale lo aveva appreso direttamente dal NASCA medesimo.

 

Era accaduto che una azienda di Partinico, che aveva commissionato una fornitura commessa per l’acquisto di una partita di calcestruzzo, aveva poi interrotto il rapporto commerciale rifornendosi altrove. In merito, il NASCA aveva commentato l’episodio soggiungendo, senza specificare la fonte di tale informazione, che l’imprenditore di Partinico aveva deciso di rifornirsi altrove in quanto sollecitato in tal senso dal citato Senatore trapanese di F.I. Antonio D’ALI’ ( “ Un ultimo episodio ho invece appreso in quanto riferitomi dall’Avv. Carmelo CASTELLI, il quale a sua volta lo aveva appreso dal geometra NASCA dipendente dell’agenzia del demanio. Premetto che, nell’anno 2002 era stato concluso un accordo per la fornitura di una discreta quantità di calcestruzzo ad un imprenditore di Partinico, di cui non ricordo il nome. Tale imprenditore stava realizzando presso l’area industriale di Trapani, dei basamenti di cemento che dovevano essere utilizzati quali piattaforme per la realizzazione di grosse cisterne del tipo di quelle già presenti nella zona industriale vicino al porto ad all’area ove attualmente vengono realizzati tubi per un metanodotto. Tale attività veniva svolta per conto della società della signora BERTOLINO di Partinico. L’imprenditore di cui ho detto chiese alla Calcestruzzi Ericina un preventivo e si accordò per la fornitura del calcestruzzo occorrente per l’intero lavoro. Peraltro, dopo un paio di forniture, l’imprenditore contestò il prezzo pattuito e cambiò fornitore. In particolare ricordo che l’imprenditore di cui ho detto pretese di cambiare le modalità di fornitura, provvedendo lui stesso al trasporto, e chiedendo contestualmente una riduzione esorbitante del prezzo, asserendo che “a Paceco” gli avrebbero fornito il calcestruzzo a quelle condizioni. Con questa scusa egli interruppe il rapporto con la Calcestruzzi Ericina e si rifornì altrove. Qualche tempo dopo riferii l’episodio all’Avv. Carmelo CASTELLI il quale mi disse che di questo argomento aveva parlato il geometra NASCA il quale gli aveva riferito che, in realtà, l’imprenditore di Partinico aveva deciso di rifornirsi altrove in quanto sollecitato in tal senso dal Senatore D’ALI’ di Trapani. Non mi disse come il NASCA avesse saputo tale particolare, né mi fu specificato se tale sollecitazione fu effettuata direttamente nei confronti dell’imprenditore in questione, ovvero mediante contatti con la signora BERTOLINO, committente dell’opera che veniva eseguita. Ovviamente tale episodio mi è stato riferito dall’Avv. CASTELLI e non ho avuto alcun modo di verificarlo”).

 

In relazione a quest’ultimo episodio narrato dal MISERENDINO, perfettamente riconducenti si evidenziano le informazioni rese, sempre in data 14-10-2003, innanzi alla Procura della Repubblica di Trapani, dall’Avv. CASTELLI Carmelo, altro amministratore della “Calcestruzzi Ericina”.

 

In particolare, richiesto in merito ad intimidazioni o pressioni a lui note, nello svolgimento del suo ufficio di amministratore della società confiscata, sugli imprenditori locali per indirizzarli nella scelta dell’impianto di calcestruzzo ove approvvigionarsi, il CASTELLI riferiva come in relazione a tale problematica ricordasse “un episodio che ricordo è quello relativo alla fornitura di calcestruzzo per la realizzazione di opere nella zona industriale per le società della signora BERTOLINO”.

 

La citata azienda di Partinico, “in un primo tempo, cominciò a rifornirsi presso la Calcestruzzi Ericina, ma in un secondo tempo adducendo scuse non molto attendibili, interruppe il rapporto commerciale con la società da noi amministrata per rifornirsi di calcestruzzo altrove”.

 

Secondo il CASTELLI, in quello stesso periodo, il geometra NASCA riferì ad uno dei due amministratori (“a me o al dott. MISERENDINO, il mio ricordo non è chiaro sul punto”), “…di avere ricevuto una telefonata dal Senatore D’ALI’ con la quale il medesimo invitava a lasciar spazio ad altri produttori locali di calcestruzzo, per quanto riguardava i lavori della BERTOLINO sopra riferiti, tenuto conto del fatto che la Calcestruzzi Ericina aveva già ricevuto una grossa commessa relativa ai lavori presso il porto di Trapani” .

 

A parere del CASTELLI, il NASCA aveva avuto cura di precisare come nella telefonata ricevuta dal prefato Senatore di F.I. “…fu riferita una lamentela diffusa e cioè che la calcestruzzi aveva ricevuto una grossa commessa grazie all’appoggio istituzionale del Prefetto, non lasciando spazio agli altri”.

 

Si rileva che la citata IRA di Catania si è aggiudicata uno degli incanti più importanti della manifestazione dell’America’s cup e che ha subito analoga opera impositiva ed estorsiva anche in lavori effettuati nel catanese.

 

Tale circostanza richiama l’opportunità, peraltro, segnalata da esponente politici locali e da membri della stessa commissione antimafia di utilizzare i c.d. Protocolli di legalità, già promossi da varie prefetture nonchè da vari Comuni del trapanese come Valderice, anche nelle opere legate al cennato evento. In sintonia con il presidente dell’associazionismo antiracket Tano GRASSO, l’ex Procuratore Nazionale Antimafia, Pier Luigi Vigna, al riguardo aveva proposto di inserire in qualche provvedimento legislativo la figura di questi Protocolli di legalità con l’aggiunta di alcune specifiche clausole: la prima, secondo la quale chi vince l’appalto ha l’obbligo di segnalare, pena la risoluzione del contratto, ogni richiesta illecita di tangenti, di assunzione di personale o di “guardianie”; la seconda potrebbe servire a spezzare le cordate e dovrebbe consistere nell’imposizione dell’obbligo alla ditta che ha partecipato alla gara e non ha vinto di non potere avere subappalti o altro dalla ditta vincitrice.

 

Sul conto del D’ALI’, accertato datore di lavoro dei MESSINA DENARO, giova rammentare il terreno sito nella contrada Zangara in Castelvetrano (ettari 32.81.60) già intestato al noto collaboratore di giustizia GERACI Francesco che ne ha svelato la diretta riferibilità agli interessi economici dei boss MESSINA DENARO Matteo e RIINA Salvatore. L’appezzamento di terreno de quo, sequestrato ex art. 12 sexies del D.L. 306/92, ( sequestro penale preventivo a fine di confisca) dalla Polizia di Stato su provvedimento del GIP di Palermo è stato confiscato con sentenza del 6.6.1997. Successivamente è stato assegnato alla comunità di Padre Lo Bue.

 

 

La provincia di Messina

La Commissione Antimafia istituita nella XIII legislatura, sull’onda emotiva di un eclatante omicidio (quello del professore universitario Matteo Bottari, primario di endoscopia al locale policlinico universitario) che aveva destato sconcerto e allarme nell’opinione pubblica dell’intera nazione, aveva doverosamente dedicato grande attenzione alla città di Messina ed alla sua provincia. Dopo una corposa attività di acquisizione di informazioni, particolarmente incentrata sulle dinamiche del fenomeno mafioso nel messinese, sulle infiltrazioni mafiose negli ambienti politici, imprenditoriali ed accademici e, infine, sulle cause della evidente incapacità di risposta che a tali fenomeni giungeva dagli apparati repressivi dello Stato, la Commissione esitò una relazione approvata con voto unanime. Anche dopo l’approvazione di quella relazione, nel prosieguo della passata legislatura la Commissione lasciò acceso un faro su Messina, ritornandovi per nuove audizioni nel febbraio 2000.

In successione temporale rispetto all’intervento della Commissione si sono verificati a Messina numerosi episodi ascrivibili a quello che dagli organi di informazione nazionale è stato definito “caso Messina”, locuzione con la quale si è inteso definire, soprattutto, un inusuale offuscamento dell’immagine di alcuni apparati dello Stato e una preoccupante capacità della criminalità mafiosa locale di insinuarsi nelle dinamiche degli stessi apparati istituzionali, finendo naturalmente per piegarli o comunque per neutralizzarli. Si è assistito, fra l’altro, ad una serie di iniziative giudiziarie con l’esecuzione di misure cautelari che hanno raggiunto anche rilevanti personaggi istituzionali, nell’ambito di procedimenti tuttora in corso, laddove agli imputati o agli indagati sono contestati reati di mafia. Ma si è assistito anche al più lungo commissariamento degli organi di governo del comune capoluogo, un vero e proprio vulnus inferto alla democrazia messinese, conseguente alla decadenza dell’ex sindaco Giuseppe Buzzanca, eletto primo cittadino nel maggio 2003 avendo sul capo la spada di Damocle di una sentenza di condanna di 2° grado per peculato, passata in giudicato a soli dieci giorni dalla sua elezione con sentenza della Corte di cassazione (che confermò la qualificazione del reato in peculato d’uso data dalla Corte di appello di Messina, a fronte della sentenza di condanna emessa dal Tribunale di Messina per peculato per appropriazione).

Questo per dire che il lavoro di analisi sulla situazione del fenomeno mafioso nella provincia di Messina svolto dalla Commissione nella presente legislatura, prosecuzione di quanto fatto in quella passata, ha potuto osservare una situazione contraddittoria, nella quale i sintomi di ripresa appaiono ancora parziali e limitati a singoli segmenti istituzionali e ad ancor più limitati settori del corpo sociale.

È doverosa un’osservazione preliminare all’esame dei dati acquisiti dalla Commissione, in particolare durante le audizioni effettuate nella missione di una delegazione a Messina fra il 6 e l’8 giugno 2005. Probabilmente anche in ragione di una tardiva percezione della pericolosità della presenza mafiosa nel messinese, fatto è che Messina sconta un’ingiustificabile limitatezza – quasi l’assenza – di accurata analisi degli insediamenti mafiosi nella provincia del terzo capoluogo siciliano, del tutto incomparabile con ciò che al riguardo può dirsi per gli approfonditi studi effettuati sui territori di Palermo e di Catania. Ancora oggi, fatto salvo il meritorio operato di singoli, da parte della classe politica, di quella intellettuale, del mondo universitario, di quello dell’informazione, non si è avuto non dicasi la definizione ma nemmeno il tentativo di compiere finalmente una ricostruzione sistematica della storia e dell’evoluzione del fenomeno mafioso in quel territorio. Di più: può dirsi, per le ragioni che in prosieguo si tratteranno, che neanche sul versante giudiziario si è potuta avere, come accaduto nelle altre parti della Sicilia, una compiuta e sufficiente ricognizione del modo di atteggiarsi della criminalità organizzata messinese. Anche e soprattutto questa è la causa dei ritardi, delle istituzioni competenti e della società nel suo complesso, nell’affrontare adeguatamente la questione. Ritardi atavici che non sono naturalmente stati azzerati dalla intensa attività, che deve essere riconosciuta con onestà, dispiegata dalla Direzione distrettuale antimafia e dagli organi di investigazione.

La principale organizzazione criminale presente in provincia di Messina e connotata dal paradigma indicato dall’art. 416-bis c.p. è naturalmente Cosa Nostra, il cui radicamento, ad onta di una capziosa vulgata che per lungo tempo ne ha misconosciuto la presenza nel territorio messinese, anche nel capoluogo risale ormai a decenni fa, essendo ancor più inveterato quello verificatosi sulla fascia tirrenica, nel territorio di Mistretta ed in quello di Barcellona Pozzo di Gotto. La peculiare posizione geografica di Messina ha determinato originariamente, dal punto di vista criminale, la sua attrazione nell’ambito di operatività delle organizzazioni criminali della vicina Calabria. A conferma di ciò, i sodalizi di tipo mafioso creatisi in città verso la metà degli anni Settanta (clan Costa e clan Cariolo-Rizzo) furono caratterizzati da organizzazione interna e riti tratti dal modello calabrese di riferimento.

Segnali di superamento di siffatta situazione si manifestarono fra la fine degli anni Settanta ed i primi anni Ottanta. C’è un uomo simbolo al riguardo: Michelangelo Alfano. Questi, per tradizione familiare facoltoso imprenditore, in quel periodo si radicò a Messina, muovendo dalla sua città d’origine, Bagheria. E proprio nella famiglia bagherese di Cosa Nostra militava già da lunga data Alfano. Il suo curriculum giudiziario segnala che egli già nel 1974 venne arrestato per il favoreggiamento della latitanza del noto Pietro Scaduto, appartenente alla famiglia di sangue che all’epoca dirigeva Cosa Nostra a Bagheria. Inoltre, una sentenza emessa nel dicembre 1996 dal Tribunale di Palermo, passata in giudicato, attesta che Michelangelo Alfano fu ritualmente affiliato quale uomo d’onore della famiglia bagherese. Quella condanna è stata pronunciata per il reato di associazione a delinquere semplice, sol perché relativa al periodo precedente l’entrata in vigore della legge Rognoni-La Torre che istituì la figura delittuosa dell’associazione di tipo mafioso.

In realtà, a partire dal 1970 il capoluogo peloritano era stato luogo di sperimentazione di dinamiche criminali affatto peculiari. Come ricostruito giudiziariamente nel processo denominato Panta rei, nell’Ateneo messinese si era realizzata una esplosiva saldatura, a livello di popolazione studentesca, fra esponenti della ‘ndrangheta, di Cosa Nostra e dell’estremismo neofascista, che proprio in quel torno di tempo, a livello nazionale, era invischiato nelle trame della strategia della tensione. Anche di ciò vi è traccia in pronunciamenti dell’A.g. messinese. A episodi di squadrismo neofascista commessi a quell’epoca fa riferimento la sentenza di condanna emessa il 19 ottobre 1976 dal Tribunale di Messina, prima sezione penale, nei confronti, fra gli altri, di Pietro Rampulla, di Rosario Cattafi e di esponenti calabresi. Quello stesso Cattafi, poi, insieme ad uno dei coimputati calabresi della sentenza prima indicata, venne condannato, per porto illegale di un mitra, il 12 novembre 1975 dal Tribunale di Messina, seconda sezione penale. Si tratta di personaggi di indubbia rilevanza: Pietro Rampulla, uomo d’onore della famiglia di Mistretta seppure originario di Caltagirone, è l’artificiere della strage di Capaci del 23 maggio 1992 (e si consideri che, secondo risultanze acquisite negli ultimi anni dalla D.d.a. di Messina e riferite alla Commissione durante l’audizione dei magistrati, Sebastiano Rampulla per tutti gli anni Novanta, dopo l’arresto del fratello Pietro, è stato l’anello di contatto fra Cosa Nostra palermitana e la fascia tirrenica messinese); Rosario Cattafi (arrestato e poi assolto per i traffici dell’autoparco di via Salomone a Milano; indagato e poi archiviato a Caltanissetta nell’indagine relativa ai cosiddetti mandanti occulti delle efferate stragi siciliane del 1992; indagato e poi archiviato a Palermo nell’inchiesta denominata “Sistemi criminali”; coinvolto anche a Messina in indagini relative a traffici internazionali di armi) solo nel luglio 2005 ha finito di scontare la misura di prevenzione antimafia della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, irrogatagli nel massimo (cinque anni), per la sua pericolosità, comprovata, secondo quanto si legge nel decreto emesso dal Tribunale di Messina, dai suoi costanti contatti, protrattisi per decenni e particolarmente intensi proprio nella stagione delle stragi, con personaggi del calibro di Benedetto Santapaola, Pietro Rampulla, Angelo Epaminonda (col quale Cattafi relazionò nel lungo periodo di sua permanenza a Milano) e Giuseppe Gullotti (addirittura di quest’ultimo, capomafia barcellonese condannato definitivamente per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, Cattafi, nella migliore delle tradizioni di Cosa Nostra, è stato testimone di nozze). Quell’alleanza, sorta intorno all’Ateneo peloritano, diffuse i suoi effetti anche negli altri settori sociali nei quali si sviluppano le dinamiche criminali tipiche delle organizzazioni mafiose, preparando di fatto il terreno fertile che Alfano si trovò davanti all’atto del suo insediamento a Messina.

A ben vedere, tuttavia, tracce della fertilità del territorio della città dello Stretto per gli uomini e gli interessi di Cosa Nostra, perfino formalmente acquisite dagli organi istituzionali seppure mai di fatto viste o volute vedere, sono disseminate lungo il 20° secolo. A partire, addirittura, dalla prima metà del secolo e da un uomo che segna un’intera epopea della mafia siciliana: don Michele Navarra, detto “u’ patri nostru”, leader indiscusso della mafia corleonese fra lo sbarco alleato e la sua morte violenta avvenuta nel 1958 per mano degli uomini del suo ex braccio destro Luciano Leggio.

Pochi sanno che il dott. Michele Navarra, dopo la laurea in medicina, frequentò la scuola di specializzazione all’Università di Messina, fino al conseguimento del relativo diploma. Difficile immaginare che in quegli anni Navarra non intessè rapporti che mantenne, poi, allorché divenne figura di prima grandezza dell’intera Cosa Nostra e una delle guide della stessa organizzazione criminale nella definizione delle strategie politiche. E difficile anche immaginare che a quei rapporti non si appoggiò, dopo l’assassinio efferato del padrino corleonese, il fratello Salvatore Navarra, trasferitosi stabilmente a Messina, dove divenne docente universitario e poi per decenni direttore sanitario del locale Policlinico universitario, prima di dedicarsi all’impegno politico al tempo della fondazione di Forza Italia, della quale nel 1994 divenne il primo coordinatore cittadino a Messina.

Dalla sentenza emessa il 23 giugno 1964 dal G.i. di Palermo nei confronti di La Barbera + 42, poi, si evince che anche il noto Angelo La Barbera, boss di Palermo Centro che contribuì in modo rilevante alla prima guerra di mafia, fu assiduo frequentatore di Messina, città della donna del boss, tale Siracusa, che, insieme al di lei fratello condivise molte vicende giudiziarie, ivi compreso il famoso processo dei 114.

Ancora, quasi sconosciuti sono i legami con Messina di un altro dei padrini storici di Cosa Nostra, Francesco Paolo Bontade (padre di Stefano e Giovanni), anch’egli al centro del processo dei 114. Bene, è circostanza decisamente di rilievo che il vecchio don Paolino trascorse gli ultimi sei mesi di vita come riverito degente presso il reparto di neurologia dell’ospedale Regina Margherita di Messina, dove morì il 25 febbraio 1974. E non sarà certo un caso che proprio in quel periodo lavorasse come infermiere presso quello stesso reparto quel tale Santo Sfameni (su cui si dovrà tornare in prosieguo) che subito dopo la morte di Bontade senior divenne un facoltosissimo imprenditore edile.

Gli episodi sopra citati, solo esemplificativamente, servono per dire che l’immagine di “città babba”, cioè fessa e in definitiva a-mafiosa, per lungo tempo assegnata a Messina ed estesa per proprietà transitiva all’intera provincia, è un falso storico. Semmai, anzi, si trattò di una falsa propaganda, funzionale a occultare il radicamento degli interessi di Cosa Nostra, fenomeno che si sviluppò in modo tanto massiccio quanto clamorosamente incontrastato. In linea con l’imposizione della “provincia babba” nell’immaginario collettivo, il territorio messinese, nel quadro complessivo delle dinamiche della principale organizzazione mafiosa siciliana, assunse una speciale inclinazione per tre funzioni: 1) come luogo ove riciclare e/o reinvestire i capitali illecitamente accumulati; 2) come luogo ove gli uomini d’onore hanno potuto trascorrere latitanze dorate in modo indisturbato, in taluni casi assecondate da esponenti della società civile e delle istituzioni; 3) come sede giudiziaria presso la quale facilmente ottenere esiti liberatori in processi per crimini anche efferatissimi.

La fragilità del tessuto economico e sociale di quel territorio non basta da sola a far comprendere la facile presa che ha avuto Cosa Nostra nel messinese. Invero, emerge da una piana analisi del fenomeno mafioso nella provincia di Messina, ed è ciò che segna marcatamente la differenza con le altre realtà siciliane, che qui, come si vedrà, (per l’assenza di poteri antagonisti, la mancanza di una forte classe operaia e di un saldo tessuto imprenditoriale, l’acquiescenza della classe intellettuale e l’informazione ufficiale infeudata) Cosa Nostra si installò, fin dal suo primo insediamento, ai piani alti della società, trovando allarmanti sintonie con le strutture del potere ufficiale. Vi sono state, è vero, sul territorio esperienze antimafiose nobili (nell’antiracket, nelle pubblicazioni di settore, nell’associazionismo, ecc.) ma sono state minoritarie e, quindi, tanto più lodevoli ma insufficienti. La peculiarità di Cosa Nostra messinese è rappresentata dal fatto che i suoi dirigenti, a differenza di quanto accaduto da altre parti, non hanno dovuto affrontare la scalata verso i vertici della società grazie al monopolio dell’industria della violenza, del quale è detentrice; essi si sono trovati sin da subito sul proscenio, tanto da non sentire l’esigenze di occultare i momenti di contatto con il potere ufficiale. Una simile comparazione permette di comprendere come a Messina ancora oggi il fenomeno criminale può essere letto, più che con gli strumenti di analisi elaborati per altre zone, con i canoni adoperati per la Sicilia occidentale nella seconda metà dell’Ottocento, dell’”alta mafia” e della “mafia ufficiale”, laddove la prima è rappresentata proprio da Cosa Nostra, che nel territorio peloritano da sempre ha utilizzato criteri di cooptazione particolarmente selettivi (proporzionalmente pochi sono e sono sempre stati gli uomini d’onore ritualmente affiliati a Cosa Nostra nella provincia di Messina), e la seconda è costituita dalle aggregazioni di tipo mafioso localmente operative, conviventi sintonicamente con Cosa Nostra secondo schemi di mutua convenienza: i vari clan disseminati sul territorio hanno spesso prestato manovalanza per l’esecuzione di delitti richiesti da Cosa Nostra, la quale si è spesso adoperata, fungendo così da camera di compensazione, per far godere alle vaste schiere dell’ala militare benefici di vario tipo (dai favori giudiziari all’inserimento nella gestione di attività economiche, all’accreditamento per la partecipazione ai grossi traffici di stupefacenti, alla partecipazione alle grandi attività estorsive, fino all’inserimento nei circuiti di illecito controllo degli appalti pubblici e delle pubbliche concessioni). Fatta salva la necessità di aggiornare le considerazioni relative alle manifestazioni di violenza, mostrano una straordinaria attualità le parole di Leopoldo Franchetti, tratte dalla relazione estesa a conclusione della sua inchiesta in Sicilia del 1875 (Condizioni politiche e amministrative della Sicilia, Roma, 1993, pag. 59): “Certamente, manca nelle provincie orientali quella classe di malfattori che desola le altre; sono rare le violenze sanguinarie; ma ciò è in gran parte perché i prepotenti sanno con altri mezzi prevalere a dispetto delle leggi e della giustizia. Da un lato, la classe abbiente ha saputo conservare preziosamente il monopolio della forza ed impedire fino adesso che lo condividissero con lei, servendola, dei facinorosi venuti su dalle classi infime della società; dall’altra parte, la popolazione di ogni classe, o per indole o per tradizione o per qualsiasi ragione è piuttosto portata ad usare l’astuzia che la violenza. Ma gli effetti finali vengono ad esser sempre i medesimi. In questa parte, come in tutte le altre dell’Isola, si adopera la legge soltanto per eluderla: v’è una cospirazione generale e permanente per far sfuggire alla legge coloro che l’hanno offesa se, offendendola, non hanno leso gli interessi di qualcuno fra coloro che prevalgono. Un piccolo numero di persone s’impone all’intera società e ne volge a proprio profitto le ricchezze e la forza”.

Questo è il canone complessivamente valido per l’area dell’intera provincia. Come detto, anche nel messinese quello dell’unitarietà è un principio cardine nell’organizzazione di Cosa Nostra, che, ove trascurato, ha effetti deformanti. Naturalmente, sono ravvisabili alcune diversità o peculiarità nelle varie aree territoriali che compongono la provincia. In tal senso, è utile all’analisi la tripartizione suggerita anche dai magistrati della Procura distrettuale antimafia auditi, ovvero la città capoluogo, la fascia tirrenica e la fascia jonica.

L’analisi su Cosa Nostra messinese deve iniziare necessariamente dalla figura di Michelangelo Alfano, cui si è già accennato. Si è già detto come questi, uomo d’onore della famiglia di Bagheria, si trasferì a Messina negli ultimi anni Settanta. Ufficialmente imprenditore, era aggiudicatario dell’appalto per le pulizie dei mezzi delle Ferrovie dello Stato. Nei primi anni Ottanta entrò nella dirigenza della società calcistica A.C.R. Messina, della quale divenne presidente, accaparrandosi così grosse fette di consenso sociale e perfino le pubbliche lodi della stampa locale. A margine delle sue attività ufficiali, si dedicò a sovrintendere le attività di Cosa Nostra, nel diretto interesse della famiglia di Cosa Nostra capeggiata da Leonardo Greco, (Capomandamento di Bagheria). Sul conto di Alfano, oggi sono davvero copiosi gli apporti cognitivi di innumerevoli pentiti. Il primo collaboratore di giustizia che parlò di Alfano alla Procura di Messina è stato all’inizio del 1993 Rosario Spatola, il quale indicò Alfano come rappresentante provinciale di Cosa Nostra, i fratelli Sparacio come suoi luogotenenti su Messina e tali Natale Sartori e Antonino Currò come suoi fiancheggiatori dislocati a Milano (i quali Sartori e Currò nel 2001 sono stati condannati dal Tribunale di Milano per favoreggiamento del boss Enrico Di Grusa, genero del noto Vittorio Mangano). A Messina Alfano creò intorno a sé una “oligarchia delinquenziale” funzionale agli interessi di Cosa Nostra, per utilizzare l’efficace espressione del Procuratore distrettuale di Messina. A tal riguardo, si mosse in due direzioni. Da un lato, egli nel tempo cooptò nell’area di Cosa Nostra alcuni ben selezionati esponenti di vertice delle cosche messinesi (caratterizzate, come detto, per l’assenza di uomini d’onore ritualmente affiliati a Cosa Nostra, che non aveva mai creato una famiglia in riva allo Stretto). Fra questi, risultanze certe esistono in ordine a Domenico Cavò, Mario Marchese e Luigi Sparacio, che così furono chiamati a fungere da anelli di collegamento fra Cosa Nostra e i sodalizi malavitosi messinesi. In tale ambito egli inoltre mantenne stretti contatti con gli esponenti di punta di Cosa Nostra catanese e con il noto Luigi Ilardo, personaggio su cui si tornerà e che fin dai primi anni Ottanta mise basi (insieme al fratello Giovanni, attualmente imputato ex art. 416-bis c.p. nel processo denominato Mare nostrum) nella provincia di Messina. In secondo luogo, Alfano, secondo risultanze svariate (ed in particolare secondo quanto si evince dalle emergenze del procedimento denominato Gioco d’azzardo, della Procura Generale di Reggio Calabria) si dedicò a creare o a foraggiare imprese, specie nel settore edile, con i proventi delle attività illecite di Cosa Nostra e a fornire copertura di ogni tipo ad imprese di altre province sponsorizzate da Cosa Nostra. Alla fine degli anni Settanta risale l’imponente speculazione immobiliare realizzata da imprese della provincia di Palermo riconducibili al gotha di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano, Leonardo Greco, Mariano Agate, Salvatore Riina, Tommaso Cannella. Si trattò dell’edificazione di un rilevantissimo numero di fabbricati di edilizia sovvenzionata. Il nome dato al complesso edilizio, “Casa nostra”, sembra un monumento alla trasparente mafiosità dell’operazione (di scadente qualità tecnica, vista l’inagibilità per il rischio di cedimento idrogeologico). In ordine a detta operazione, il processo avviato nei confronti di Alfano nel 1996 a Messina venne trasferito per competenza territoriale a Palermo e da ultimo a Catania dove ancora oggi è pendente. Ma della presenza di Cosa Nostra dietro quella speculazione edilizia vi era traccia evidente già nella sentenza del primo maxiprocesso palermitano, dove veniva sottolineata la presenza del nome di Saveria Palazzolo, moglie del boss Bernardo Provenzano, negli assetti societari di una delle imprese coinvolte. Nel mese di ottobre 1984 Alfano divenne latitante, essendosi sottratto all’esecuzione di un mandato di cattura a seguito delle dichiarazioni rese dal pentito Salvatore Contorno. Si costituì spontaneamente solo nel 1988 e ottenne gli arresti domiciliari. La sua posizione processuale fu definita nello stralcio denominato “Maxi-quater” nel dicembre 1996 (a quelle di Contorno, circa l’inserimento organico di Alfano in Cosa Nostra, si aggiunsero le rivelazioni di Antonino Calderone, Francesco Marino Mannoia e Gaspare Mutolo), con l’esito che si è prima riportato.

I quattro anni di latitanza per accuse così gravi non riuscirono ad intaccare il prestigio sociale detenuto da Alfano a Messina. Le porte dei salotti buoni della città rimasero per lui aperte ed egli mantenne rapporti anche pubblicamente con l’elite politica, giudiziaria e imprenditoriale. Negli stessi anni Alfano si rese responsabile, in qualità di mandante, del ferimento di un giornalista sportivo, Mino Licordari, episodio per il quale nel 2001 riportò condanna dal Tribunale di Messina. E si trova tuttora pendente innanzi al Giudice per l’udienza preliminare di Messina il processo che vede Alfano responsabile dell’omicidio di tale Mommo Badessa, un esponente criminale in contrasto con Cosa Nostra che venne assassinato a Messina nel 1984.

Ma il processo sicuramente più rilevante e dal quale sono venute le indicazioni più allarmanti circa il potere mafioso di Alfano è quello pendente innanzi al Tribunale di Catania, inizialmente avviato dalla Procura distrettuale antimafia di Messina con l’esecuzione dei provvedimenti di fermo eseguiti il 21 gennaio 1999 (c.d. operazione “Witness”) e poi trasferito nella città etnea per la connessione con la posizione di magistrati messinesi lì indagati. L’imputazione elevata ad Alfano è di essere stato il promotore a Messina, a partire dagli anni Ottanta, della diramazione locale di Cosa Nostra. Insieme a lui analoga contestazione, come promotori dell’associazione mafiosa, è stata elevata nei confronti di Santo Sfameni e di Luigi Sparacio (per quest’ultimo anche per un periodo nel quale assunse la veste di collaboratore di giustizia, al fine di garantire con le sue false dichiarazioni l’impunità dello stesso Alfano e di tutti i più importanti soggetti messinesi riconducibili a Cosa Nostra, e nel far ciò godette di incredibili benefici grazie alla connivenza di personaggi istituzionali). Coimputati di Alfano a Catania sono, fra gli altri, i magistrati Giovanni Lembo (già sostituto procuratore nazionale antimafia applicato alla Procura distrettuale messinese) e Marcello Mondello (oggi in pensione, già capo dell’ufficio G.i.p. del Tribunale di Messina), i quali devono rispondere di concorso nella predetta associazione mafiosa. Si tratta, a ben vedere, nella storia giudiziaria di Messina, del primo processo a Cosa Nostra e il fatto che debba celebrarsi in altro distretto ai sensi dell’art. 11 c.p.p., per il coinvolgimento di magistrati, dà il segno delle difficoltà con le quali le istituzioni dello Stato abbiano risposto all’assalto del crimine mafioso. La celebrazione di un simile processo in distretto giudiziario diverso da quello astrattamente competente per territorio rispetto alla res giudicanda amplifica naturalmente la difficoltà di ricostruire processualmente il quadro criminale e anche questo, senz’altro, ha contribuito al difetto di analisi sulla mafia messinese di cui si è parlato in premessa. Pure in questo senso, la celebrazione del processo contro Lembo + 6 a Catania contribuisce ad evitare che la città di Messina faccia finalmente i conti con la permeazione che ha subito da Cosa Nostra.

Altro procedimento penale pendente a carico di Alfano presso l’A.g. di Palermo è quello relativo al reato previsto dall’art. 12-quinquies l. 356/92 (interposizione fittizia) e che ne aveva determinato una nuova carcerazione (quella iniziata il 21 gennaio 1999 nell’operazione “Witness” e che aveva visto l’applicazione del regime detentivo previsto dall’art. 41-bis o.p. era cessata nel dicembre 2000). Alfano era tornato in libertà ma la Corte di cassazione il 17 novembre 2005 aveva emesso il provvedimento che avrebbe fatto rientrare Alfano in carcere. In tale frangente, la sera del 18 novembre Alfano è stato trovato cadavere in uno scenario che presenta gli aspetti obiettivi del suicidio. Il boss si sarebbe sparato alla testa in un luogo isolato (parecchio distante dalla sua abitazione, però; e ad Alfano era stata ritirata la patente perché sottoposto a misura di prevenzione personale) con una pistola con matricola abrasa e nelle sue tasche sono stati trovati dei messaggi manoscritti che spiegherebbero le ragioni del gesto. Il clamoroso suicidio del capomafia messinese, accadimento del tutto anomalo nella storia di Cosa Nostra, temporalmente si colloca nel contesto del procedimento denominato “Gioco d’azzardo”, condotto dalla Procura generale di Reggio Calabria. Il 9 maggio 2005 sono state eseguite numerose misure cautelari per svariati reati, fra i quali concorso esterno nell’associazione mafiosa promossa e diretta da Alfano, Sfameni e Sparacio, favoreggiamento, rivelazione di segreti d’ufficio, corruzione e altro. Fra i destinatari vanno citati il dr. Giuseppe Savoca (presidente di sezione al Tribunale di Messina, per lungo tempo capo della sezione fallimentare), l’imprenditore Salvatore Siracusano (in passato assessore al comune di Messina), l’imprenditore Santino Pagano (ex sottosegretario di Stato alle finanze), l’imprenditore Antonello Giostra (già condannato per ricettazione di beni di provenienza delittuosa di Vincenza Settineri, suocera del boss Sparacio), il vicequestore Alfio Lombardo, il noto Rosario Spadaro (il cui nome già era emerso in indagini relativi a traffici internazionali di armi e alla gestione di alcuni casinò, divenuto uomo d’affari miliardari nell’isola Saint Marteen, nelle Antille Olandesi). Anche in questo caso, la trattazione del procedimento a Reggio Calabria deriva dal coinvolgimento, insieme a numerosi imprenditori, professionisti messinesi e dei magistrati messinesi.

L’oggetto dell’indagine denominata “Gioco d’azzardo” segna una riconduzione a sintesi di ambiti criminali oggetto di investigazioni, disparate e autonome, susseguitesi per almeno un decennio in diverse parti d’Italia. Si tratta, per un verso, dell’inserimento di Cosa Nostra nella gestione di importanti casinò (fra i quali, in particolare, quello di Campione d’Italia). Tale prospettazione accusatoria è sorretta dalle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, a cominciare, temporalmente, da quelle che fornì nel 1984/85 Angelo Epaminonda all’A.g. di Milano. Il pentito catanese, trapiantato a Milano, aveva riferito dell’acquisizione di quella casa da gioco all’orbita della famiglia santapaoliana, per il tramite di importanti emissari, come il barcellonese Rosario Cattafi, Gaetano Corallo, Ilario Legnaro ed il già citato Rosario Spadaro. Costui sarebbe stato dall’isola di Sain Marteen uno dei terminali del riciclaggio (come in realtà si ipotizzò già al tempo delle indagini dell’Alto commissariato antimafia). Anche altre indagini avevano offerto prospettazioni analoghe: l’operazione “Arzente isola” della D.d.a. di Messina, risalente al 1993, che vedeva indagati proprio Rosario Cattafi, Rosario Spadaro, Filippo Battaglia e Abullatif Kwedeer; l’operazione “Andalusia” della D.d.a. di Catania, che vedeva imputati Filippo Battaglia, Felice Cultrera, Curzio Ascenzio Elios e altri; l’informativa del Gi.Co. di Firenze del 3 aprile 1996, redatta nell’ambito di un’indagine allora condotta dalla Procura di La Spezia e incentrata sul ruolo di Rosario Cattafi (con particolare riferimento alle vicende dell’autoparco milanese di via Salomone), laddove venivano documentati i legami di Cattafi e Battaglia con molti personaggi dell’entourage di Alfano, Sfameni, Siracusano e Pagano (e fra questi l’avv. Antonio Giuffrida, cognato di Pagano). Il quadro a suo tempo illustrato da Epaminonda ha trovato conferme nel tempo, da punti di vista differenziati, da numerosi altri collaboratori di giustizia, come Maurizio Avola, Giovanni Brusca, Angelo Siino, oltre ad alcuni pentiti messinesi.

Il nome dello stesso Spadaro appare, poi, insieme a quello di Salvatore Siracusano e Santino Pagano nell’operazione edilizia “Le Terrazze” di Messina. Secondo alcuni pentiti, e fra questi Sparacio, si tratterebbe di un’operazione di reinvestimento del denaro di Cosa Nostra catanese. Del resto, i legami fra Spadaro e Benedetto Santapaola nel tempo sono stati ampiamente documentati, tanto che si sostenne anche di un periodo trascorso, in stato di latitanza, da Santapaola a Saint Marteen (ciò che, peraltro, troverebbe riscontro anche nelle parole dello stesso Santapaola intercettato, come si vedrà, nel 1993 nel barcellonese). Nel complesso “Le Terrazze” (all’interno del quale risultano proprietari di immobili numerosi magistrati e funzionari, primo fra tutti il giudice Savoca), quindi, si sarebbe verificata quella stessa coincidenza di interessi già apprezzata per il complesso “Casa Nostra” (per la definizione di una parte del quale, in successione con le imprese bagheresi, intervennero anche Siracusano, Pagano e Giostra). In tale contesto imprenditoriale, sarebbe emersa la centralità della gestione della sezione fallimentare del Tribunale di Messina ad opera del dr. Giuseppe Savoca, il quale avrebbe indirizzato gli esiti delle procedure fallimentari verso il soddisfacimento degli interessi del gruppo d’imprese nate intorno a Michelangelo Alfano. Risultano pacifici i frequenti contatti fra Siracusano e Savoca. Da intercettazioni risulterebbe che ragione di tali contatti, fra l’altro, è stato l’adoperarsi del magistrato, anche tramite il proprio collega Barbaro, in forza alla D.d.a. messinese, per far ottenere indebitamente a Siracusano notizie sulle indagini per mafia avviate nei suoi confronti.

Naturalmente, è da osservarsi che il procedimento “Gioco d’azzardo” si trova ancora nella fase fluida delle indagini preliminari e non è possibile, quindi, trarre conclusioni. Le misure cautelari applicate il 9 maggio hanno avuto vario esito: per taluni indagati e per talune contestazioni si è raggiunto il giudicato cautelare e si è avuta la cessazione dell’efficacia solo per decorrenza dei termini di fase; per altre contestazioni vi è stato annullamento in sede di rinvio, dopo un parziale annullamento della Corte di cassazione; per altre è intervenuta revoca ad opera dello stesso G.i.p. che le aveva emesse, per sopravvenuta cessazione delle esigenze cautelari. Va dato conto anche del fatto che sono state avanzate virulente accuse dalle difese degli indagati (e dagli indagati personalmente) sull’utilizzo (e addirittura, niente di meno, anche sull’asserita manipolazione) dei nastri delle intercettazioni effettuate. In particolare, è stata rifiutata con sdegno la veridicità di una trascrizione effettuata dalla polizia giudiziaria, relativa ad una conversazione fra Salvatore Siracusano, il Dr. Giuseppe Savoca e l’avv. Letterio Arena nel corso della quale gli interlocutori si dimostrerebbero informati del movente e dell’identità dei responsabili dell’omicidio del prof. Matteo Bottari. Sul punto ogni valutazione deve essere rinviata a quanto sarà accertato nell’incidente probatorio già disposto. Va detto, però, che sarebbe certo di portata sconvolgente (e forse questo spiega i toni dello scontro fra pubblica accusa e indagati) il fatto che su un delitto così importante e rimasto finora senza sviluppi giudiziari, per la comprensione del quale nessun elemento utile è stato fornito da alcun collaboratore di giustizia, fossero notiziati un imprenditore, un professionista e un giudice (peraltro in rapporti personali con uno dei titolari originari delle indagini sul delitto Bottari, il dr. Barbaro).

Va dato atto che nell’ambito del procedimento “Gioco d’azzardo” è emersa la figura di un nuovo collaboratore di giustizia, tale Giuliano Antonino. Questi è un imprenditore che per anni ha collaborato con Giostra, Siracusano e Pagano ed è stato a stretto contatto con il boss Alfano, cosicché la portata delle sue rivelazioni (sulle quali ancora non è stata effettuata alcuna significativa verifica processuale, fatta salva quella marcatamente positiva del G.i.p. di Messina che ha emesso le misure cautelari nel procedimento denominato “Anaconda”, relativo a fatti di usura gestito da gruppi della criminalità organizzata messinese) è astrattamente dirompente e idonea a scardinare gli assetti di Cosa Nostra messinese. Difficoltà ha presentato la gestione delle rivelazioni di Giuliano. Il suo apporto cognitivo, infatti, per tutta la prima fase recepito dalla sola D.d.a. di Messina, a causa del già analizzato coinvolgimento di magistrati messinesi nelle vicende mafiose, deve essere probatoriamente utilizzato in altri distretti giudiziari, competenti ex art. 11 c.p.p.. Così è avvenuto per i magistrati della Procura generale di Reggio Calabria impegnati in “Gioco d’azzardo”, che della stessa esistenza del collaboratore di giustizia hanno avuto notizia dopo mesi. Dichiarazioni di Giuliano sono allora state depositate dall’accusa innanzi al Tribunale della libertà. Il paventato rischio derivante dall’avvenuta pubblicizzazione dell’identità del collaborante e del contenuto di sue rivelazioni (del resto, in “Gioco d’azzardo” è contestato il concorso in associazione mafiosa e quindi lo spettro cognitivo è particolarmente ampio), in realtà, è annullato dal fatto che al momento di tale discovery era già trascorso il termine di 180 giorni previsto dalla l. 45/2001 per il completamento del verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione.

Fra l’altro, come è stata pubblicato dagli organi d’informazione, il collaborante Giuliano ha anche rivelato la presenza nel messinese del latitante Bernardo Provenzano, affidato alle cure di Michelangelo Alfano e della stessa famiglia di sangue del boss originario di Bagheria. Anche quest’aspetto (ovvero la divulgazione dell’accusa nei confronti di Alfano e dei suoi familiari di aver protetto la latitanza di Provenzano) potrebbe avere avuto una qualche incidenza nella decisione suicida di Alfano. Soprattutto se si combina ciò con un altro dato temporale: nella udienza dibattimentale dell’11 novembre 2005, la Procura distrettuale di Catania, nell’ambito del processo a carico, fra gli altri, di Alfano, Sparacio, Lembo e Mondello, aveva pubblicamente preannunciato la richiesta di escussione testimoniale di Giuliano ed il deposito di verbali già resi dallo stesso nel corso di attività integrativa d’indagine effettuata dal P.m. catanese.

Si è detto dei legami fra Alfano e una congerie di imprenditori che sarebbero stati creati o, comunque, coltivati, da Cosa Nostra. Fra di essi, durante le audizioni effettuate a Messina, è emerso anche il nome di tale Vincenzo Vinciullo, il quale rivestirebbe un ruolo di sicuro rilievo nelle sponde imprenditoriali di Cosa Nostra. L’inserimento di Vinciullo nelle dinamiche più rilevanti dell’intera Cosa Nostra ha una prova documentale. L’informativa del R.o.s. cosiddetta “Grande oriente” del 30 luglio 1996, scaturita dalle confidenze rese dal mafioso Luigi Ilardo (cugino del boss Piddu Madonia), dà atto dell’indicazione nominativa di Vincenzo Vinciullo nelle interlocuzioni (a mezzo dei famosi “pizzini”) fra Ilardo e Bernardo Provenzano in ordine alla soluzione di uno scontro fra Cosa Nostra catanese e quella palermitana per le ingenti somme provenienti dall’estorsione in danno delle acciaierie Megara di Catania. Su tale vicenda, peraltro, ruota con ogni probabilità il duplice efferato omicidio (mai giunto a esiti giudiziari) di Francesco Vecchio e Alessandro Rovetta, dirigenti dell’azienda. Vinciullo, agente di commercio di prodotti siderurgici in relazione con le acciaierie Megara, avrebbe svolto il ruolo dell’”amico buono” per conto di Cosa Nostra. È significativo che la vicenda dell’estorsione alle acciaierie Megara, oggetto dell’interlocuzione Ilardo-Provenzano, abbia coinvolto le famiglia di Cosa Nostra di Bagheria, di Caltanissetta e di Catania, tutte sotto l’egida di Provenzano, il cui nipote Carmelo Gariffo, è solo il caso di ricordare, socio della Edil Gamma s.r.l. di Corleone, in atto detenuto per associazione mafiosa, riciclaggio e altro, ha operato nel medesimo campo imprenditoriale in sintonia con gli uomini di Leonardo Greco (la cui figlia ha sposato tale Tusa, nipote di Piddu Madonia), il quale, com’è noto, era titolare di altra impresa, la I.C.R.E., attiva nello stesso settore. Si vede in trasparenza, cioè, il profilo di un assetto interno a Cosa Nostra che potremmo definire come “mafia del ferro” e che, non a caso, interloquisce felicemente, oltre che con lo stesso Michelangelo Alfano, con uomini, come Vincenzo Vinciullo, strettamente legati a Michelangelo Alfano. Si vedrà che analoga prospettazione può avanzarsi in ordine alla “mafia delle arance”.

Peraltro, dalle audizioni è emerso che Vinciullo ha strette interrelazioni anche con il boss Santo Sfameni e con il figlio di quest’ultimo, Antonino Sfameni, prestanome del padre nella gestione di attività imprenditoriali. Anche il patrimonio di Sfameni, come quello di Alfano, è stato sottoposto a confisca per un importo considerevolissimo. Pure l’iter giudiziario delle proposte di misure di prevenzione (personali e patrimoniali) relative ad Alfano e Sfameni è stato particolarmente neghittoso, come già affermato dal sostituto procuratore nazionale antimafia (applicato alla D.d.a. di Messina) dr. Carmelo Petralia alla Commissione antimafia nella precedente legislatura: “È stata un’azione dirompente, nessuno immaginava che potesse accadere una cosa del genere. Nei confronti di Alfano e Sfameni (li citiamo non perché siano i più cattivi, ma perché sono emblematici di una situazione, che vi è stata per anni, di vistosissima protezione, copertura, viene da dire connivenza delle istituzioni della città con l’anti-istituzione, cioè con la mafia e Cosa Nostra), c’erano misure di prevenzione personale pendenti dal 1995. Evidentemente, anche le forze di polizia dell’epoca avevano evidenziato queste situazioni di sospetto di mafiosità dei due personaggi citati. La procura non le aveva propriamente strappate e quindi in ogni caso erano arrivate alla sezione misure di prevenzione. Mai ho visto una misura di prevenzione languire per cinque anni e andare avanti di rinvio in rinvio, senza alcun segno di vitalità. Quando viene disposto il sequestro dell’enorme, incredibile patrimonio di Michelangelo Alfano, ben due (forse tre) professionisti, incaricati dal tribunale di fare i custodi e gli amministratori, hanno rinunciato. Questo vi dà la misura della paura che c’è. In qualsiasi altro posto non dico della terra, ma della Sicilia e anche della Sicilia mafiosa, si fanno carte false per diventare amministratori di un patrimonio come quello di Alfano. Qui invece si rinuncia”.

Il nome di Santo Sfameni è irriducibilmente intrecciato ad una delle vicende più dolorose che abbiano insanguinato la provincia di Messina: l’omicidio della giovanissima Graziella Campagna, avvenuto a Villafranca Tirrena il 12 dicembre 1985. La ragazza, stiratrice in una lavanderia di quello stesso paese, aveva del tutto fortuitamente scoperto l’identità di due latitanti di Cosa Nostra palermitana: Gerlando Alberti jr. e Giovanni Sutera. Costoro si erano da anni stabiliti nell’hinterland di Villafranca Tirrena, sotto la protezione di Sfameni, capomafia di quel territorio, avviando incredibili rapporti anche personali con personaggi istituzionali del luogo, come l’allora sindaco Vincenzo La Rosa (oggi vicepresidente del Consiglio provinciale, UDC, benché in passato ha patteggiato una pena per un episodio di concussione commesso da sindaco di Villafranca) e l’allora comandante della Stazione dei carabinieri. Fra le tante vicende giudiziarie anomale, forse quella relativa all’omicidio Campagna è la più angosciante e imbarazzante. Dopo clamorosi depistaggi posti in essere da militare e ufficiali dell’Arma legati a Sfameni (con l’intervento addirittura anche di un finto colonnello amico di uno degli assassini, come denunciato durante la sua testimonianza da Piero Campagna, integerrimo e coraggioso appuntato dei Carabinieri, fratello della vittima), Alberti e Sutera, denunciati quali responsabili da un rapporto della Squadra mobile di Messina, vennero arrestati e rinviati a giudizio. La Corte di Assise (presieduta da un magistrato amico di Sfameni, secondo numerosi pentiti) aveva annullato gli atti dell’istruttoria formale per un vizio di forma ed aveva restituito il fascicolo al P.m.. Quest’ultimo, cambiando idea rispetto alle precedenti determinazioni del proprio ufficio, aveva richiesto il proscioglimento dei due imputati, statuito con sentenza liberatoria emessa il 28 marzo 1990 dal giudice istruttore Marcello Mondello (che anche per questi fatti si trova imputato a Catania insieme ad Alfano e Sfameni; Mondello, peraltro, in quella sede ha ammesso i suoi rapporti di amicizia con il boss Sfameni, dal quale ha avuto edificati anche due immobili). Solo nel 1996, dopo l’intervento, non più arginabile, di innumerevoli dichiarazioni di collaboratori di giustizia le indagini vennero riaperte. Solo l’11 dicembre 2004, esattamente diciannove anni dopo l’omicidio, la Corte di Assise di Messina ha condannato all’ergastolo Alberti e Sutera ed ha condannato per favoreggiamento anche due colleghe di Graziella Campagna. Ad oltre un anno di distanza le motivazioni della sentenza non sono ancora state depositate.

Sfameni emerge come il dominus incontrastato del territorio situato fra Villafranca Tirrena e Milazzo, e ha sempre avuto una posizione di totale consonanza con Alfano. È ben significativo che nell’aprile 1994, allorché si trovava da otto mesi latitante (su ordinanza dell’A.g. di Reggio Calabria, competente anche in quel caso per il coinvolgimento di un magistrato) quale mandante della gambizzazione di un docente universitario (episodio per il quale la condanna di Sfameni è passata in giudicato), il boss di Villafranca venne catturato grazie alle indicazioni fornite da Luigi Ilardo. L’istruttoria dibattimentale del processo per l’omicidio Campagna ha fornito di Sfameni l’immagine di un uomo d’onore di antichi legami con Cosa Nostra palermitana e con la ‘ndrangheta (in particolare con il famoso Mommo Piromalli, anch’egli nel 1978 protagonista di una lunga e riverita degenza ospedaliera a Messina), particolarmente attivo nella cura di latitanti sul proprio territorio, nel controllo delle attività imprenditoriali ivi esistenti e degli appalti pubblici ivi aggiudicati e, soprattutto, nel condizionamento delle istituzioni giudiziarie agli interessi della mafia, con una capacità di aggiustamento dei processi davvero enorme, per qualità e quantità. Basta in questa sede citare le sorti del processo relativo ad uno dei delitti che hanno segnato uno dei momenti di maggiore gravità nella guerra mossa da Cosa Nostra contro i fedeli rappresentanti dello Stato: la strage di via Pipitone Federico nella quale, il 29 luglio 1983, perse la vita, insieme ad altri, il consigliere istruttore Rocco Chinnici. Con grande tempestività, dopo le indagini svolte doviziosamente dalla Squadra mobile di Palermo diretta dal dr. Ninni Cassarà, vennero incriminati, insieme ad altri due imputati, i fratelli Michele e Salvatore Greco, che vennero condannati all’ergastolo, dalla Corte di Assise e dalla Corte di Assise di appello di Caltanissetta, la cui sentenza venne annullata dalla prima sezione penale della Corte di cassazione. In sede di rinvio la Corte di Assise di appello di Catania confermò la condanna all’ergastolo. Ancora una volta intervenne annullamento da parte della prima sezione penale della Corte di cassazione, con rinvio a Messina. Qui gli imputati vennero definitivamente assolti con sentenza emessa nel dicembre 1988 dalla locale Corte di Assise di appello. Secondo numerosi pentiti, per l’accomodamento della posizione processuale dei fratelli Greco si mossero personalmente Alfano e Sfameni, insieme a emissari dell’intero vertice di Cosa Nostra.

Un episodio dalla forza dimostrativa impressionante venne riferito dal Procuratore dr. Croce nel febbraio 2000: “Probabilmente avrete letto sul giornale l’episodio gravissimo avvenuto all’inaugurazione dell’anno giudiziario. In quell’occasione quel galantuomo del presidente della Corte di appello per aver dato prima la parola, in un momento di confusione od emozione, al rappresentante del CSM e solo successivamente al presidente del consiglio dell’ordine, è stato messo da costui in grande imbarazzo. Infatti, il presidente del consiglio dell’ordine, alzatosi in pubblica udienza davanti a tutte le autorità cittadine e a politici nazionali, ha avuto la tracotanza di protestare contro il presidente della Corte di appello, di non pronunciare il suo intervento e di abbandonare l’aula con tutti gli avvocati. Il signore di cui vi parlo è uno dei più importanti massoni di Messina. Non è stato solo un gesto dimostrativo, è stato soprattutto un atto di forza per far pesare sul piatto della bilancia davanti ai magistrati e alle altre autorità la forza della sua appartenenza alla massoneria”.

Quanto all’ala militare delle strutture mafiose messinesi, va dato atto agli organi giudiziari e di polizia di essere intervenuti con ottimi risultati. I procedimenti denominati “Albachiara”, “Arcipelago”, “Biancaleo”, “Alcatraz”, “Segugio”, “Epizefiri” ed altri hanno consentito di riconoscere doviziosamente i gruppi mafiosi (individuandone gli organigrammi) e le aree territoriali di rispettiva operatività (il clan diretto dal boss Carmelo Ventura, erede del vecchio gruppo Sparacio, nella zona centrale; il gruppo comandato da Giuseppe Gatto nel quartiere Giostra; quello diretto da Giacomo Spartà, insieme a quello, intimamente alleato, dei fratelli Pellegrino nella zona a sud della città; il clan Mangialupi, dedito massicciamente al traffico di stupefacenti, nell’omonimo quartiere; il gruppo diretto dai fratelli Vadalà Campolo con base nel quartiere Minissale). È stato altresì colpito il grosso canale di rifornimento della sostanza stupefacente, che a Messina giunge per lo più dalla vicina Calabria. Sembra potersi dire, però, alla stregua delle risultanze investigative, che è un canale continuamente in grado di rigenerarsi e, quindi, abbisognevole di monitoraggio costante, cosa effettivamente avvenuta.

Qualche risultato (ma meno incisivo) è stato ottenuto anche nel settore delle estorsioni e dell’usura. E sono anche state individuate le responsabilità di alcuni fatti di sangue verificatisi negli ultimi anni. Anche quando non si è riusciti a individuare i colpevoli sono state comunque verosimilmente comprese le ragioni di fondo che hanno generato quegli episodi delittuosi, verificatisi assai spesso per controversie relative al traffico di stupefacenti o, più raramente, per qualche screzio interno ai clan. I quali in realtà hanno mostrato nel complesso di avere raggiunto un equilibrio di sintesi nel triumvirato composto dai boss Carmelo Ventura, Giacomo Spartà e Giuseppe Gatto (peraltro oggi tutti detenuti). Come detto, tali strutture, in seno alle quali non vi sono uomini d’onore ritualmente affiliati a Cosa Nostra, interloquiscono con la piramide superiore creatasi intorno a Michelangelo Alfano, rappresentandone sostanzialmente un nutritissimo apparato militare disponibile alla bisogna.

Una felice convivenza fra i clan mafiosi e le strutture pubbliche e gli ambienti politici è emersa nell’ambito del procedimento denominato “Smalto”, le cui indagini sono state curate dalla sezione operativa della D.i.a. di Messina, riguardante il settore della raccolta dei rifiuti. A gestire il sistema, dai costi davvero esorbitanti, a Messina è stata la società mista MessinAmbiente (il socio privato è l’Altecoen di Enna). Si è dimostrato che tale ente è stato infiltrato facilmente dai gruppi mafiosi, che hanno potuto decidere assunzioni di comodo per numerosi propri affiliati e fiancheggiatori. Il corrispondente beneficio per la dirigenza dell’ente è stata duplice: da un lato, non ha dovuto affrontare problemi di ordine pubblico, essendo l’ente “garantito” dai mafiosi cooptati; dall’altro lato, ha potuto utilizzare gli affiliati delle cosche per addomesticare il consiglio comunale e la giunta. Addirittura per dissuadere il sindaco Leonardi (oggi presidente della provincia), che aveva manifestato l’intendimento di risolvere il contratto di affidamento del servizio, intervenne l’ex deputato e sottosegretario Giuseppe Astone. Nel corso delle indagini sono state emesse numerose misure cautelari (inizialmente per la gran parte rigettate dal G.i.p., poi applicate dal Tribunale della libertà e confermate dalla Corte di cassazione) nei confronti, fra gli altri, del presidente di MessinAmbiente Sergio La Cava (al tempo anche vicepresidente del consiglio provinciale, AN, e dirigente del Messina calcio), i dirigenti dell’Altecoen e anche alcuni affiliati dei gruppi mafiosi messinesi. Il procedimento si trova tuttora in fase di indagini e, insieme ai soggetti destinatari delle misure cautelari (poi cessate) risultano indagati anche lo stesso Astone, l’ex deputato Foti ed il deputato regionale Crisafulli (questi ultimi due per la sola ipotesi di reato di rivelazione di segreto d’ufficio).

La permeabilità della politica e delle amministrazioni da parte delle organizzazioni mafiose è emersa anche nel corso dell’istruttoria dibattimentale del processo per la cosiddetta “Tangentopoli” messinese (che ha visto quale principale condannato in 2° grado, fra gli altri, lo stesso Giuseppe Astone). I collaboranti Siino e Sparacio, in particolare, hanno riferito degli accordi fra ambienti criminali (Cosa Nostra, in primis) e politici per la gestione pilotata delle gare d’appalto. Si tratta di un tema, tuttavia, che è stato considerato solo incidentalmente. È mancata fino ad oggi un’approfondita analisi dei meccanismi di controllo delle opere pubbliche; dei legami, a tale riguardo, che si creano fra mafia e politica; delle modalità con cui incidono in tale settore i referenti messinesi di Cosa Nostra.

In prospettiva, se solo si pensa alla portata colossale dei lavori previsti per la realizzazione del ponte sullo stretto di Messina e soprattutto delle opere di preparazione e di contorno, è necessario un monitoraggio stabile e attento sulle opere pubbliche in previsione a Messina e, in primis, sul ponte futurubile. In proposito sarebbe auspicabile anche, per la prossima legislatura, una sessione apposita di analisi da parte della Commissione antimafia. Tanto più che le premesse non sono tranquillizzanti, se si fa riferimento alle notizie (delle quali qui si fa mera citazione, meritando esse un esame più attento di quello fattibile con le notizie in possesso della Commissione) dell’indagine “Brooklyn” diretta dalla DDA di Roma e condotta dalla DIA relative ai tentativi di inserimento nell’aggiudicazione dell’appalto di un gruppo mafioso operante fra l’Italia e il Canada dalla quale risulta anche un incontro tra l’imprenditore Giuseppe Zappia, arrestato e considerato il tramite con le organizzazioni mafiose, ed il capo di gabinetto del Ministro per gli Affari Regionali, Salvatore Glorioso (che non ha nessuna competenza sulla gara per la costruzione del ponte), e di un’indagine della Procura di Monza nella quale casualmente, nel corso di attività di intercettazione, si sostiene che un parlamentare condannato per mafia in 1° grado è risultato avere preventiva contezza della scelta, non ancora effettuata, della società Impregilo come general contractor per la realizzazione del ponte.

Altro settore sul quale, come si è già accennato, storicamente si è verificata la convivenza fra ambienti mafiosi messinesi e le istituzioni è rappresentato dall’Università. Nel tempo, la presenza mafiosa all’interno delle strutture universitarie (ivi compreso il policlinico) ha generato efferati delitti. Un omicidio che ha rappresentato uno snodo cruciale nella gestione di importanti affari universitari è quello che il 6 dicembre 1984 ha visto vittima Luciano Sansalone, al tempo capo della goliardia universitaria e interessato al controllo degli organi di gestione, insieme con altri referenti calabresi di matrice ‘ndranghetista. Nell’opera di illecito pilotaggio degli appalti universitari, vi sono prove, derivanti da intercettazioni del tempo, circa le interlocuzioni fra Sansalone e Domenico Cavò, allora capo del più potente sodalizio mafioso messinese e braccio destro di Michelangelo Alfano. E da altra intercettazione di una conversazione intercorsa all’epoca fra Cavò e Alfano risulta che i due fanno riferimenti critici a Sansalone in relazione ad un appalto che nei loro piani andava aggiudicato ad un’impresa legata al boss bagherese. Peraltro, le notizie fornite sull’omicidio Sansalone da alcuni collaboratori di giustizia a partire da Luigi Sparacio, sono univoche nell’addebitare le responsabilità del delitto ad Alfano, a Cavò ed ai loro alleati calabresi (molti anni dopo imputati nel processo “Panta rei”). Senza tacere dell’omicidio Bottari, cui si è accennato, la cui più plausibile origine porta comunque al mondo universitario. Delle infiltrazioni mafiose all’Università si è occupato, per l’appunto, il processo “Panta rei”, definito con sentenza di 1° grado. L’esito è stato di gran lunga minimalista rispetto alla prospettazione accusatoria d’origine. Per associazione mafiosa sono stati condannati solo personaggi secondari. Dalla stessa accusa sono stati assolti il prof. Longo, il dr. Cordiano, il boss Giuseppe Morabito detto “Tiradritto” ed il genero di quest’ultimo dr. Panzera. Le conclusioni della sentenza non fanno comunque velo alla sensazione che negli anni i gruppi ‘ndranghetisti (e primo fra tutti quello di Africo guidato da Morabito) hanno saputo mantenere una grossa influenza sull’andamento della vita universitaria (del resto, il numero di attentati e di episodi di intimidazione verificatisi nell’ateneo messinese non hanno eguali in tutta Italia) e perfino in società (se si pensa che un nipote di Morabito, il calciatore Giuseppe Sculli – coinvolto, secondo notizie di stampa, in ipotesi di illeciti sportivi e addirittura di controllo violento del voto nel comune calabrese di Bruzzano Zeffirio, come risulterebbe da intercettazioni telefoniche – è acclamato atleta del Messina calcio).

Altro episodio sul quale si sono incentrate le audizioni della Commissione riguarda la latitanza di Benedetto Santapaola nella zona di Barcellona Pozzo di Gotto. L’influenza della famiglia Santapaola sul barcellonese, in totale sintonia con Cosa Nostra palermitana, risale alla metà degli anni Ottanta, allorché imprese ad essa legate si aggiudicarono il grosso appalto relativo alla realizzazione del raddoppio ferroviario. Da quel tempo il rapporto di fedeltà della mafia barcellonese ai vertici catanesi si è mantenuto. Anche i personaggi di maggior rilievo hanno una “impronta” catanese. Si è già detto sul conto di Rosario Cattafi. Lo stesso vale per il boss Giuseppe Gullotti, che alla fine degli anni Ottanta, dopo la vittoria nello scontro con il clan di Pino Chiofalo (alleato dei “cursoti” di Catania e avversario di Cosa Nostra), fu imposto proprio da Nitto Santapaola come rappresentante della famiglia barcellonese. Prova certa della presenza di Santapaola a Barcellona emerse da intercettazioni telefoniche e ambientali avviate nell’immediatezza dell’uccisione del giornalista Beppe Alfano, verificatasi a Barcellona l’8 gennaio 1993. Per lungo tempo il latitante catanese ed i suoi protettori furono intercettati dai militari del R.o.s. di Messina. Nello stesso torno di tempo, peraltro, si verificò un episodio mai del tutto chiarito. Il 6 aprile 1993, nel territorio di Terme Vigliatore, avvenne l’inseguimento, ad opera di appartenenti al R.o.s. di Roma, di un fuoristrada, fatto bersaglio di numerosi colpi di arma da fuoco nel convincimento che a bordo ci fosse il latitante catanese e che il conducente si fosse dato alla fuga alla vista dei militari. Finita sui binari della ferrovia la corsa del fuoristrada, si accertò che a bordo c’era solo il giovanissimo figlio di un imprenditore della zona, il cui nome peraltro a più riprese è comparso nelle vicende relative all’omicidio Alfano. Fatto è che Santapaola rimase latitante in quella zona fino al 29 aprile 1993, data in cui si spostò nell’area calatina, dove venne arrestato il successivo 18 maggio. Dell’incidenza della presenza di Santapaola a Barcellona sulla decisione di sopprimere Alfano si è molto discusso. Tuttavia, non nell’unico processo al momento celebrato. Giuseppe Alfano, solo omonimo del boss messinese, svolgeva l’attività di corrispondente del quotidiano La Sicilia ed in tale veste si era occupato dei tanti fatti di sangue avvenuti nel barcellonese e degli intrecci fra mafia, massoneria e pubbliche amministrazioni. Il suo carattere determinato e il suo bagaglio informativo (derivante fra l’altro da una precoce militanza politica che lo aveva visto da giovane fiancheggiare l’estrema destra messinese; successivamente aveva sempre militato nel Movimento sociale italiano, anche se il rapporto con il suo partito era stato caratterizzato da molti momenti di crisi – in un caso venne anche sospeso – fino al progressivo sfilacciamento nei suoi ultimi anni di vita) gli avevano consentito di scavare come nessuno nei meandri della criminalità organizzata barcellonese e dei suoi punti di contatto con le istituzioni. Negli ultimi tempi gran parte delle sue energie le aveva dedicate a disvelare e denunciare la gestione scellerata dell’A.I.A.S. (associazione italiana assistenza spastici) di Milazzo. La pista dell’A.I.A.S. è stata oggetto del processo celebratosi innanzi alla Corte di assise di Messina, che ha visto imputati Antonino Mostaccio (già presidente dell’ente di assistenza, quale mandante), Giuseppe Gullotti (quale capomafia barcellonese cui Mostaccio avrebbe richiesto la soppressione del giornalista) e Antonino Merlino (quale esecutore materiale). Mostaccio è stato assolto, con formula dubitativa (sue minacce rivolte ad Alfano sono state provate in dibattimento); Gullotti è stato condannato con sentenza passata in giudicato; la posizione di Merlino sarà decisa il prossimo 2 febbraio innanzi alla Corte di cassazione (la prima condanna inflittagli a Messina era stata annullata in sede di legittimità, nel giudizio di rinvio a Reggio Calabria era stato assolto ma la sentenza era stata nuovamente annullata; nel secondo giudizio di rinvio è stato condannato con la sentenza che è sub judice).

La responsabilità di Santapaola nel delitto Alfano è stata oggetto di vaglio in un procedimento della D.d.a. di Messina scaturito dalle dichiarazioni del pentito catanese Maurizio Avola, cui si sono aggiunte quelle del messinese Luigi Sparacio. Peraltro, la stessa causale mafiosa del delitto (riconosciuta con la condanna definitiva di Gullotti) facilmente rendeva percorribile l’ipotesi del coinvolgimento di Santapaola, latitante proprio in zona, visto che senza il suo consenso difficilmente Gullotti avrebbe potuto eseguire il delitto, che, com’era prevedibile, portò l’area barcellonese al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica e delle forze investigative. Inoltre, va sottolineato che risulta certo il convincimento che Alfano negli ultimi mesi di vita aveva sulla presenza in loco del boss catanese. Il giornalista, peraltro, notoriamente aveva un rapporto confidenziale con un magistrato della Procura di Barcellona (istituita proprio nel maggio 1992) e con militari dell’Arma e questo sicuramente avrà creato timori, soprattutto negli appartenenti alla rete di protezione della latitanza di Santapaola, fra i quali (testimoniano le intercettazioni di cui si è detto) anche molti personaggi insospettabili. Va aggiunto che Giuseppe Gullotti, a lungo latitante per l’uccisione del giornalista, venne catturato in un appartamento sito in via Trento (la stessa strada nella quale si trovava, a trenta metri di distanza, l’abitazione di Alfano), di proprietà di tale Aurelio Salvo. Il quale Salvo nel 1993 era uno dei favoreggiatori della latitanza di Santapaola (il processo per favoreggiamento aggravato è in corso innanzi al Tribunale di Barcellona nei confronti di Salvo, di Salvatore Di Salvo e di Domenico Orifici) e dall’attività di investigazione tecnica (che contemplò anche un servizio di videoosservazione sull’appartamento di via Trento di Salvo) risulterebbe che il boss catanese avrebbe fatto base nella stessa strada di Alfano oltre ad aver frequentato l’area di Cesarò, nella quale, per sua stessa involontaria ammissione, avrebbe partecipato da latitante a battute di caccia insieme a famosi imprenditori e ad un mai identificato colonnello dell’Arma. Nell’indagine, poi archiviata, su Santapaola per il delitto Alfano, è stata vagliata anche la posizione di un noto imprenditore barcellonese, Giovanni Sindoni, come altro mandante del delitto.

Nella iniziale prospettazione d’accusa (offerta dal pentito Avola) Alfano sarebbe stato ucciso perché aveva scoperto il coinvolgimento di Santapaola nelle miliardarie truffe in danno dell’A.I.M.A., relative alle sovvenzioni in campo agrumicolo, realizzate da Sindoni. Sindoni (già in passato sospettato di avere protetto la latitanza di Ilardo a Barcellona), in effetti, ha riportato già nel 1989 condanna a Palermo per associazione a delinquere finalizzata alle truffe in danno dell’A.I.M.A., nell’ambito del famoso processo palermitano a carico del bagherese Michelangelo Aiello + altri. Secondo le investigazioni della Guardia di finanza, che avevano portato all’emissione di numerosi mandati di cattura, dalla impresa I.D.A. di Michelangelo Aiello venivano riciclati, per conto fra gli altri di Leonardo Greco, i proventi del traffico internazionale di stupefacenti emerso nella nota operazione “Pizza connection”. Come si vede, anche queste vicende sono sintomatiche dell’inserimento di personaggi della provincia di Messina nelle attività più importanti dell’intera Cosa Nostra. Peraltro, alcuni soci di Sindoni (uno dei quali suo cognato) furono arrestati nel 1985 su ordine del giudice istruttore di Siracusa per contestazioni in tutto analoghe, in un processo che ha visto coinvolti anche Luigi Ilardo, Sebastiano Nardo ed altri soggetti orbitanti nell’area santapaoliana di Cosa Nostra. Questo processo, per l’imputazione di truffa in danno dell’A.I.M.A., dopo le condanne emesse nei due gradi di merito, ha visto in cassazione estinti i reati per l’intervenuta amnistia. Sono tutti elementi utili per una considerazione complessiva. Come già visto per quella che sopra si è definita la “mafia del ferro”, i settori di Cosa Nostra coinvolti nella “mafia delle arance” sono gli stessi, di rigorosa osservanza provenzaniana: la famiglia di Bagheria (diretta da Leonardo Greco), il mandamento mafioso di Caltanissetta (di cui era autorevole esponente Luigi Ilardo, cugino di Madonia), quello di Catania (della quale la famiglia di Lentini diretta da Nardo è una proiezione). Ed anche in questo caso questo schieramento di Cosa Nostra trova terreno fertile e alleati nella mafia della provincia di Messina. È un quadro che merita sicuro approfondimento, sia nelle investigazioni degli organi competenti che nelle valutazioni di questa Commissione.

Molto lacunoso appare l’intervento degli organi giudiziari e di polizia a proposito della città di Milazzo, che è uno snodo importante sia come possibile terminale di investimento in attività commerciali dei proventi dei traffici illeciti della mafia barcellonese sia per i suoi collegamenti con le Isole Eolie, da sempre nelle mire degli interventi speculativi di Cosa Nostra. Peraltro, indagini del passato avevano portato alla luce una base provenzaniana creata a Milazzo da Luigi Ilardo. E desta ovvio sconcerto che Domenico Italiano, arrestato e condannato a Caltanissetta con sentenza definitiva nel processo “Grande oriente”, sia divenuto, dopo aver scontato la pena, presidente della locale squadra di calcio, peraltro foraggiata dai finanziamenti dell’amministrazione comunale. Senza tacere che nella stessa società calcistica (precipitata in situazione fallimentare ed esclusa dal campionato) un ruolo dirigenziale ha svolto Santino Napoli, il quale, da inequivoche intercettazioni telefoniche del procedimento “Omega”, è risultato l’autorevole referente del clan barcellonese nella città di Milazzo. Città nella quale Napoli, per sovrapprezzo, è in atto consigliere comunale, per il secondo mandato consecutivo (significativamente sempre schierato con la maggioranza, prima a sostegno di un’amministrazione di centrosinistra e ora di centrodestra), e controlla rilevanti attività economiche anche attraverso il figlio. A proposito della precedente amministrazione comunale, è d’obbligo segnalare il processo in corso al Tribunale di Barcellona per reati relativi all’affidamento del servizio di raccolta dei rifiuti alla società Cooplat. Da un’intercettazione pubblicata dal quotidiano locale emerge indiscutibilmente l’interessamento indebito anche in questa vicenda del già citato Andrea Aragona.

L’importanza di Barcellona negli equilibri di Cosa Nostra è risultata anche nelle vicende della strategia stragista che colpì la Sicilia nel 1992. Molti collaboratori di giustizia hanno riferito che proprio nella provincia messinese si tennero alcune riunioni fra uomini di Cosa Nostra ed interlocutori esterni. Ma al di là di questo c’è il fatto, riferito da Brusca, che il telecomando da lui stesso azionato il 23 maggio 1992 a Capaci gli venne personalmente recapitato da Giuseppe Gullotti. Brusca ha sostenuto che in questo un ruolo avrebbe giocato anche Pietro Rampulla. Sul conto di questi si è già detto e qui non occorre aggiungere altro sulla facilità di contatti con Gullotti e la famiglia barcellonese di Cosa Nostra.

Sul delitto Alfano e sulle cause delle anomalie riscontrate nelle indagini che hanno portato al primo processo (peraltro pubblicamente denunciate dai familiari del giornalista), in questa legislatura era stata istituito apposito Comitato in seno a questa Commissione, su proposta dell’on. Lumia. La maggioranza di Centrodestra non ha creduto in questo Comitato, l’ha voluto guidare ma ne ha impedito i lavori tanto che l’attività si è arrestata alla fase preliminare e non sono mai di fatto stati avviati audizioni e missioni. Si è trattato senz’altro di un’occasione persa, che non può non essere contabilizzata in negativo nel bilancio dei lavori della Commissione. È certo che si tratta di un tema delicatissimo e importantissimo. Su di esso si dovrà tornare con impegno nella prossima legislatura.

La mafia barcellonese mostra di avere grande capacità di infiltrazione nel settore degli appalti pubblici e nelle amministrazioni locali. Ciò è emerso nei procedimenti denominati “Omega” (le cui indagini sono state svolte dal R.o.s. di Messina) e “Gabbiani” (indagini curate dalla D.i.a. di Messina). Nel primo caso è stata accertata la partecipazione di personaggi e imprese barcellonesi (a partire dal boss reggente dopo l’arresto di Gullotti, Salvatore Di Salvo) al grande tavolo regionale della turbativa degli incanti pubblici (a riprova della dimensione complessiva del fenomeno, probabile adeguamento ai tempi del quadro fornito anni fa da Angelo Siino, le indagini sono state coordinate dalla D.d.a. di Messina con quella di Catania), con un controllo capillare che sembra avvolgere l’intero settore delle opere pubbliche. Nel secondo caso, è stata dimostrata l’indebita interferenza nella gestione del servizio di raccolta dei rifiuti. É stato arrestato in tale procedimento, nato da episodi di indimidazione in danno di alcuni pubblici amministratori, il presidente della cooperativa “Libertà e lavoro” (della quale – evidentemente la situazione non è mai mutata – si era occupata la relazione della Commissione antimafia dell’aprile 1993), Andrea Aragona, che è stato anche il consigliere comunale più votato alle ultime elezioni (eletto nelle liste di Forza Italia e poi passato all’UDC). È risultato che Aragona (già in passato segnalato dagli organi di polizia come vicino a Gullotti), che si è mosso insieme a persone di sicuro livello mafioso (Pietro Arnò e Salvatore Ofria, cognato di Di Salvo), è stato in grado di imporre le condizioni a sé più vantaggiose nel contratto con il Comune, rintuzzando con metodo mafioso ogni obiezione sollevata dal funzionario competente. Aragona ha avuto anche la possibilità di coinvolgere il vicesindaco Annamaria Genovese (UDC) nel tentativo di allontanare un altro funzionario indesiderato. Nello stesso procedimento (oltre ad Aragona, sono imputati Pietro Arnò, Luigi La Rosa, Salvatore Ofria, Aldo Ofria e il sottufficiale di polizia giudiziaria Angelo Palella). È stato contestato anche il voto di scambio ad Arnò (già presidente della società calicistica barcellonese, Igea Virtus, che prima ancora, con il nome di Nuova Igea, fu presieduta da Giovanni Sindoni e ancora prima dal vecchio boss Francesco Gitto) e a Luigi La Rosa (a lungo assessore dell’attuale amministrazione in quota Forza Italia). Si sarebbero adoperati alle ultime elezioni provinciali in favore di Natale D’Amico, eletto nelle liste di Forza Italia. Arnò e La Rosa sono stati condannati in sede di giudizio abbreviato. Per gli altri imputati sopra indicati è in corso il dibattimento. È risultato anche che Arnò (peraltro dichiarato fallito con sentenza del Tribunale di Barcellona del 1994 e da sempre vicino al boss Gullotti) e La Rosa sono direttore amministrativo e presidente della sezione di Barcellona dell’A.I.A.S., ovvero dello stesso ente sul quale si appuntarono le denunce del giornalista Alfano. Inoltre, in fase di indagini è stato acquisito il numero della Gazzetta del Sud dei giorni successivi alle ultime elezioni comunali, laddove risaltava la fotografia dell’abbraccio pubblico, davanti al palazzo municipale, fra il sindaco Candeloro Nania e il suddetto Pietro Arnò (il quale nel novembre 2004 è stata vittima di un tentativo di omicidio commesso nel suo cortile di casa da soggetti rimasti ignoti).

Se a quanto descritto si aggiunge: che il vicepresidente del consiglio comunale, Maurizio Marchetta (AN), è indagato per associazione mafiosa nel procedimento “Omega” e che nei suoi confronti è stata proposta misura di prevenzione antimafia personale e patrimoniale; che l’assessore Giuseppe Cannata (FI) è imputato di tentata estorsione e falso in bilancio (reati per i quale venne arrestato in fase di indagini); che l’assessore (addirittura all’urbanistica) Luciano Genovese (FI) è imputato per abusivismo edilizio; bene, riesce difficile comprendere perché non sia partito il percorso di accesso ispettivo ai fini della verifica del condizionamento mafioso.

In realtà, gli aspetti critici del processo “Mare nostrum” (che vede quasi trecento imputati con un numero imponente di imputazioni, fra associazioni mafiose operanti fra l’area barcellonese e i Nebrodi, decine e decine di omicidi e altri delitti rientranti nei programmi associativi) non si limitano ai ritardi accumulati. Va precisato che molte polemiche sono nate sulle modalità di raccolta del materiale istruttorio nella fase delle indagini preliminari, con particolare riferimento alla verbalizzazione delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. In proposito, è in atto pendente innanzi al Tribunale di Catania (sempre in ossequio all’art. 11 c.p.p. per il coinvolgimento di magistrati) un processo, con le accuse di falsità ideologica e calunnia, nei confronti di Orlando Galati Giordano (collaboratore di giustizia), del dr. Gambino (prima sostituto presso la D.d.a. di Messina, poi Procuratore capo a Patti, poi da qui rimosso per incompatibilità ambientale, infine andato in pensione), dell’imprenditore di Capo d’Orlando Luciano Milio, e di due sottufficiali di polizia giudiziaria che si occuparono della redazione dei verbali di dichiarazioni rese dai pentiti Galati Giordano e Aldo Mancuso sui quali è fondata l’ipotesi di manipolazione. I fatti da cui è scaturito tale processo a Catania, naturalmente, hanno trovato ampio spazio nel dibattimento di “Mare nostrum” con gli intuitivi effetti nocivi sulla credibilità dell’impianto accusatorio. Peraltro, l’importanza del processo è massima, non solo per il rilevante numero degli imputati e delle imputazioni, ma anche perché il riconoscimento giudiziale della presenza di organizzazioni di tipo mafioso nella provincia di Messina è stato in passato limitatissimo. Lo stralcio relativo agli imputati che in fase dibattimentale hanno scelto il rito abbreviato, usufruendo del regime transitorio connesso alle modifiche degli artt. 438 e ss. c.p.p., è stato definito con sentenza del novembre 2004. É stata riconosciuta l’esistenza dei sodalizi mafiosi operanti nel barcellonese (condannato, fra gli altri, il già citato Salvatore Di Salvo) e nell’area nebroidea.

Un dato che rende unico nel panorama siciliano il gruppo mafioso dominante a Barcellona è fornito dalla sua compattezza (nell’ultimo decennio non si sono verificate mai fratture, al più solo selezionatissimi episodi di vera e propria pulizia etnica nei confronti di singoli associati, come nel caso delle soppressioni di Mario Milici nel 1998, di Mimmo Tramontana nel 2001 e di Nunziato Mazzù nel dicembre 2005). Ancor di più colpisce la sua impenetrabilità. Quella barcellonese è l’unica famiglia mafiosa siciliana dalla quale non è ancora provenuta una sola collaborazione con la giustizia. Tutti i pentiti della zona sono ex appartenenti all’avverso clan Chiofalo. Ciò che, da un lato, spiega l’abnorme numero (smisurate decine) di omicidi rimasti impuniti e, dall’altro, induce a ritenere che le istituzioni dello Stato a Barcellona non hanno mai manifestato la necessaria autorevolezza, presupposto necessario affinché un uomo d’onore possa decidersi ad affidar loro il proprio destino e quello dei propri familiari, scegliendo la strada della legalità.

Degli sviluppi delle relazioni fra barcellonesi e gruppi nebroidei successivi alle imputazioni di “Mare nostrum” (le cui misure cautelari vennero eseguite il 6 giugno 1994 con le seguenti contestazioni associative: clan barcellonese capeggiato da Gullotti, clan barcellonese capeggiato da Chiofalo, clan tortoriciano capeggiato da Orlando Galati Giordano staccatosi dal clan Chiofalo ed alleatosi dal 1987 a Gullotti, clan tortoriciano capeggiato dalla famiglia Bontempo Scavo rimasto fedele a Chiofalo fino all’inizio degli anni Novanta) si è occupato il procedimento “Icaro”, partito dalle rivelazioni del collaboratore di giustizia Santo Lenzo. Tale procedimento dopo l’emissione delle misure cautelari ha subito uno sdoppiamento: per gli indagati detenuti si è proceduto al tempestivo esercizio dell’azione penale; per quelli a piede libero (fra gli altri un parlamentare e l’imprenditore Milio) si è ancora in attesa dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari. Lo stralcio relativo ai detenuti per una parte ha seguito il rito ordinario e si trova in fase dibattimentale, mentre per un’altra parte è stato definito con il rito abbreviato nella primavera 2005. Anche tale sentenza assume notevole rilievo: c’è, per gli anni successivi a quelli esaminati nel processo “Mare nostrum”, il riconoscimento dell’esistenza del clan barcellonese (ora diretto da Salvatore Di Salvo, condannato quale promotore, insieme ad altri importanti esponenti della famiglia, come Carmelo Bisognano, responsabile per l’area dei comuni di Castroreale e Mazzarrà S. Andrea) e del gruppo Bontempo Scavo (ormai alleato dei barcellonesi di Cosa Nostra). In tale procedimento rileva anche il ruolo di Sebastiano Rampulla, che è emerso come il supervisore, per conto di Provenzano, nei rapporti con l’ala militare della mafia tirrenica messinese. Peraltro, sempre nel procedimento “Icaro” sono state acquisite le dichiarazioni del pentito Giuffrè al riguardo dell’omicidio di tale Costanza, che sarebbe stato ucciso su ordine di Cosa Nostra palermitana perché “colpevole” di aver richiesto il pizzo in un cantiere dell’impresa bagherese di Michele Aiello.

L’area dei Nebrodi è comprensiva anche della zona di Mistretta, vera zona di cerniera, sia propriamente geografica sia a livello criminale, fra le province di Messina e Palermo. Dal punto di vista mafioso, storicamente è stata capeggiata dal vecchio Giovanni Tamburello, deceduto da alcuni anni, i cui autorevoli legami anche con alti ambienti politici furono accertati nel primo storico processo alla mafia delle Madonie, celebratosi innanzi al Tribunale di Termini Imerese nei primi anni Novanta. Alla luce dei clamorosi colpi inferti alla famiglia mafiosa Farinella, mandamento di San Mauro Castelverde, con gli arresti di molti familiari del boss Giuseppe Farinella, è utile approfondire le attività investigative per verificare se è stata individuata tutta la rete di affiliati e fiancheggiatori esterni su cui i boss dal carcere hanno contato e chi in particolare abbia retto gli affari legati agli appalti e alle altre attività “economiche”di cosa nostra del sopradetto mandamento.Tamburello (uomo d’onore di Cosa Nostra) reggeva l’area di Mistretta sotto l’influenza della famiglia mafiosa di S. Mauro Castelverde. A Tamburello, secondo i piani di Cosa Nostra, doveva succedere Pietro Rampulla, il cui arresto determinò l’incoronazione del fratello Sebastiano (a dimostrazione del ruolo di nodo strategico di tale area, anche per le connessioni con località dell’entroterra importanti negli equilibri di Cosa Nostra come Cesarò e Capizzi, dove operava il noto Peppino Calandra, legato ai più alti assetti imprenditoriali catanesi). Intorno a questi nomi, si è raccolta una significativa manovalanza militare, operante anche fra i comuni di Tusa, S. Stefano di Camastra, Caronia e Acquedolci, utilizzata strategicamente anche per le importanti estorsioni relative ai cantieri aperti per il completamento dell’autostrada A20 Messina-Palermo.

La fascia jonica della provincia di Messina ha assistito ad un intervento investigativo e giudiziario meno significativo. Da ciò, anziché desumere una poco significativa presenza mafiosa, dovrebbe ritenersi la necessità di un’analisi più approfondita. L’indagine più rilevante è stata quella denominata “Wolf”, che ha permesso alla D.d.a. di Messina di colpire un gruppo mafioso operante nella zona di Taormina e Giardini Naxos sotto il controllo del clan Cinturino di Calatabiano e, quindi, dei cosiddetti “Cursoti” catanesi. Va aggiunto che in quest’area, e precisamente nel comune di Graniti, risulta aver trascorso per qualche tempo la sua latitanza Benedetto Santapaola. Peraltro, anche in processi celebrati a Catania è emerso l’utilizzo del circondario di Taormina per la scelta di basi operative da utilizzare anche per il ricovero di latitanti. Sicuramente si tratta di un territorio che finora non ha visto delitti di sangue di matrice mafiosa, se si esclude l’omicidio dell’imprenditore Venerando Scavo (fiancheggiatore dei “Cursoti” avvenuto oltre dieci anni fa). In realtà, la pax della zona, potrebbe ricondursi alla realizzazione di equilibri fra gli ambienti legati a Cosa Nostra e le altre strutture mafiose. Del resto, esempio emblematico di fruttifera convivenza, fuori dalla città di Catania, fra uomini di Santapaola e “Cursoti” viene dalle vicende dell’autoparco milanese di via Salomone. Va ancora osservato che dalle intercettazioni telefoniche del procedimento “Gioco d’azzardo” risulta la notevole influenza che sulla fascia jonica riesce ad esercitare, perfino dalle Antille Olandesi, Rosario Spadaro, anche sugli ambienti politici e le amministrazioni locali.

 

Distretto di CALTANISSETTA

la mafia nel distretto nisseno

 

Le caratteristiche della presenza della criminalità di stampo mafioso nel distretto nisseno – “storica roccaforte di Bernardo Provenzano” e territorio di riconosciuta “centralità nell’ambito della geografia criminale della regione” – sono note e vanno solo sinteticamente richiamate.

Nel territorio del nisseno, con particolare attenzione alla mafia del “Vallone” ed alla presenza di cosa nostra nel capoluogo e, in particolare, a Gela, unica autentica realtà industriale della provincia nissena per la presenza di una importante realtà industriale.

È sbagliato ritenere che cosa nostra sia assente o debole in questa importante provincia. Il clan Madonia rimane il perno intorno al quale ruotano le cosche mafiose. Anche la ‘stidda’ subisce sempre più l’egemonia di cosa nostra, tanto da prevedere un percorso di assorbimento e comunque di pax mafiosa duratura e governata sotto l’egemonia del clan Madonia.

L’analisi delle fenomenologie criminali e le risultanze processuali consentono di ritenere che la “provincia nissena” sia tuttora suddivisa in quattro mandamenti al vertice dei quali permane Giuseppe Madonia, detto Piddu, nato a Vallelunga Pratameno il 18 luglio 1946, attualmente detenuto in regime di 41 bis a Rebibbia.

Negli ultimi anni, intorno al Piddu ha agito un gruppo ristretto di persone, che la Direzione Nazionale Antimafia nella sua ultima Relazione del 2005 ha definito come una sorta di “oligarchia criminale”, sostanzialmente coincidente con i suoi più stretti assetti familiari: in essa spiccano i ruoli della moglie del Madonia, Santoro Giovanna, e della germana Maria Stella Madonia, entrambe protagoniste dell’inchiesta denominata “Grande Oriente”.

Resta da verificare quale sarà nel prossimo futuro il concreto ruolo di questa articolata “catena di comando mafioso”, i cui principali esponenti sono stati scarcerati per decorrenza dei termini, a seguito del mancato deposito delle motivazioni della sentenza di condanna emessa dal tribunale di Gela in data 22 maggio 2000. La Commissione parlamentare antimafia ha denunciato questa grave inadempienza nella sua visita a Caltanissetta e ritiene che bisogna verificare le gravi responsabilità che hanno determinato questa situazione.

Situazione che, come è noto, ha persino comportato la perdita di efficacia delle misure coercitive imposte agli imputati, ai sensi dell’art. 308 cpp e che è stata portata all’attenzione della Commissione parlamentare antimafia nel corso dell’audizione avvenuta durante la visita a Caltanisetta.

Aldilà delle formali iniziative assunte tempo fa dalla Procura Nazionale Antimafia e del’avvio delle procedure previste da parte del CSM, ciò che più rileva è che, come era facilmente prevedibile, sono stati del tutto vanificati gli sforzi investigativi che consentirono l’emissione di plurime misure cautelari nei confronti di quella insidiosa aggregazione, composta da soggetti che si sono distinti per la grandissima visibilità criminale nel territorio in cui operano.

 

I mandamenti nisseni.

L’area di influenza dei quattro mandamenti nisseni può essere così rappresentata:

1) il mandamento di San Cataldo, comprendente:

a) il comune di San Cataldo (ove agisce la famiglia facente capo a Terminio Cataldo);

A dispetto della scarsa entità economica e culturale del territorio su cui incide la famiglia facente capo a Terminio Cataldo, va registrato il suo apicale inserimento in circuiti malavitosi integrati con aree occulte di gestione del potere politico amministrativo: circostanza emblematicamente fatta palese dal “ricovero” del finanziere Michele SINDONA tra le mura del capomafia, su indicazione di importanti esponenti della massoneria locale. Va, pertanto, sviluppata un’attenta azione di monitoraggio del territorio per verificare le attuali connessioni tra le cosche e settori delle isitituzioni;

b) il comune di Vallelunga Pratameno (ove ha agito la famiglia facente capo a Vara, recentemente divenuto collaboratore di giustizia); in questo mandamento è importante verificare l’evoluzione che all’interno delle cosche si sono avute dopo la collaborazione di VARA.

c) il comune di Caltanissetta (ove agiscono gli appartenenti alla famiglia Madonia); nel capoluogo vanno sottoposti a valutazione i tentativi di penetrazione di cosa nostra nel settore degli appalti, così pure vanno sottoposti a verifica le influenze del noto imprenditore Pietro Di Vincenzo all’interno degli assetti di potere del territorio.

 

2) il mandamento di Mussomeli, comprendente:

a) i comuni di Campofranco e Sutera (ove agiscono la famiglia Vaccaro);

b) i comune di Montedoro, Milena e Bompensiere (ove agisce la famiglia Falcone);

c) il comune di Serradifalco (ove agisce la famiglia Allegro);

d) il comune di Mussomeli (ove agisce la famiglia Misuraca).

In questo mandamento si sono ottenuti risultati importanti da parte delle Forze dell’Ordine e della Magistratura con diverse operazioni che hanno colpito ripetutamente le organizzazioni mafiose. Rimane necessario mantenere vigile l’attenzione ed evitare che le cosche locali possano riorganizzarsi viste le loro forti radici storiche e la capacità di infiltrazione nei settori dell’economia locale e della politica.

 

3) il mandamento di Gela comprendente :

a) il comune di Gela (ove agiscono le famiglie Emmanuello e Rinzivillo); di questo comune diciamo a parte;

b) il comune di Niscemi (ove agisce la famiglia Giugno); è presente intorno alla “mafia bianca”, cioè di professionisti e medici, una presenza mafiosa di primo piano. Il comune è stato sciolto per infiltrazioni mafiose per cui è necessario avere più forza ed energia per procedere al ripristino delle condizioni minime di legalità in vista delle prossime consultazioni elettorali che devono essere liberate dall’infiltrazione mafiosa che, nell’ultimo turno ha candidato direttamente propri uomini all’interno della compagine amministrativa guidata dal centro-destra;

c) il comune di Mazzarino (ove agisce la famiglia Bonaffini); in questo comune è importante verificare le tensioni registrate di recente con una serie di omicidi che meritano una particolare attenzione dell’AG e della stessa Commissione antimafia. La mafia locale sembra ritornare forte e si registrano presenze sul territorio da parte della mafia di Gela e della mafia della provincia di Agrigento.

 

4)il mandamento di Riesi, comprendente:

a) i comuni di Riesi e Butera (ove agisce la famiglia Cammarata); sul primo di questi due comuni va avviato un attento accesso presso il comune al fine di verificarne il possibile condizionamento mafioso alla luce delle operazioni che di recente hanno coinvolto rappresentanti delle istituzioni, tenuto conto che la mafia di Riesi ha un antico retaggio collusivo con le istituzioni. Per quanto riguarda il secondo comune, è importante controllare la penetrazione mafiosa negli appalti e negli investimenti recentemente fatti, come la vicenda Zonin dimostra (presenza nell’azienda agricola locale del rappresentante della più importante cosca che agisce sul territorio);

b) i comuni di Sommatino e Delia (ove agisce la famiglia La Quatra); sul primo comune occorre un’attenta valutazione sui recenti atti intimidatori e vanno verificate le capacità della mafia di infiltrarsi nei gangli dell’economia locale e delle istituzioni. Nel secondo comune si registra un forte impulso antimafia guidato da un’amministrazione che nel settore degli appalti e nella promozione della legalità sta producendo risultati significativi.

Le aree di influenza delle cosche della Stidda possono essere individuate nei territori dei comuni di Campofranco, Montedoro, Gela, Niscemi, Mazzarino, Riesi, Sommatino, Delia.

 

Al centro della “questione gelese” si pongono sempre le ripercussioni occupazionali della crisi in atto e persiste la prospettiva di uno smembramento degli attuali assetti industriali.

 

Nell’indotto del petrolchimico si sono registrate significative minacce di infiltrazione mafiosa in tutte le attività, con ovvie implicazioni sulla composizione e sulla regolarità della manodopera impiegata e sulle modalità di acquisizione dei contratti.

Nell’ambito dell’attività di collegamento e coordinamento investigativo è stata avviata una approfondita attività di analisi e di elaborazioni di dati e informazioni pertinenti, ai sensi dell’art. 371 bis del codice di rito, funzionalizzata all’esercizio dei poteri di impulso conferiti dalla legge.

In Gela permangono le manifestazioni tipiche della pressione parassitaria dei clan mafiosi (la Stidda e le due “anime” di Cosa Nostra, ancora tra loro in apparente tregua), rese palesi dal grande numero di danneggiamenti e di incendi in danno di imprese commerciali e di attività agricole: la situazione resta pertanto allarmante e solo limitatamente contrastata sul piano della Polizia di prevenzione.

Ma il dato più significativo della situazione gelese, con influssi su tutto il territorio del distretto ed oltre, si conferma la perdurante latitanza del capo mafia Emmanuello Daniele, ricercato dal 1996 per associazione di tipo mafioso ed associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti ed altro e, dal 1998, per evasione, omicidio armi ed altro.

Questa latitanza produce effetti criminogeni e rafforza le condizioni di assoggettamento alla forza di intimidazione esercitata dalle forze mafiose e i vincoli di omertà tra gli affiliati.

Nell’area, peraltro, sembra persistere una situazione di accordi operativi tra la fazione criminale facente capo al latitante EMMANUELLO, quella riconducibile ai RINZIVILLO e i gruppi stiddari.

Consegue il rischio di nuovi confronti sanguinosi tra questi gruppi, potenzialmente estesi anche ai territori confinanti.

 

Nella provincia nissena persiste una capillare ramificazione della presenza mafiosa, forte di stabili, risalenti e significativi collegamenti con tutte le più importanti realtà di Cosa Nostra dell’isola e con gli insediamenti mafiosi nel centro-nord e in vari paesi europei.

Si suole distinguere il territorio nisseno in tre aree geografiche:

una settentrionale, tra le province di Palermo ed Agrigento;

una centrale, comprendente il capoluogo, San Cataldo, Santa Caterina Villarmosa;

l’ultima, comprendente il cd. comprensorio gelese, con i comuni di Gela, Bufera Mazzarino, Riesi e Niscemi.

 

Il comprensorio gelese vede ancora, come profilo criminale caratteristico, la compresenza di gruppi legati a Cosa Nostra e gruppi legati alla Stidda.

 

La nuova amministrazione comunale di Gela entrata in carica nel 2003 ha avviato una serie di azioni positive che hanno anche esposto il sindaco, Rosario Crocetta, ed alcuni esponenti della giunta a pesanti minacce.

E’ stato realizzato un protocollo di legalità di nuova generazione, che prevede la richiesta preventiva dell’informativa antimafia per tutti gli appalti, a prescindere dall’importo, per tutti i concorrenti, al momento della presentazione dell’offerta.

Sono state applicate una serie di regole restrittive in materia di appalti da inserire nei bandi di gara quali:la necessità di specificare i noli nella fase di gara, indicando i nomi dei noleggiatori, relative richieste di certificati antimafia e la matricola dei mezzi; regolazione dei meccanismi della media, considerando una sola l’offerta in caso di presentazione da parte di più ditte di offerte uguali; divieto per il noleggiatore di essere indicato in più offerte all’interno della stessa gara, pena l’esclusione delle ditte concorrenti dalla gara; obbligo per la ditta aggiudicataria di riferire sistematicamente all’ente tutte le informazioni sulle forniture.

Viene data comunicazione sistematica a tutte le forze dell’ordine di tutte le gare, inizio lavori ed eventuali somme urgènze, presenza delle forze dell’ordine durante le fasi di gara (attualmente tutte le gare del Comune di Gela si concludono nella stessa giornata in cui viene espletata la gara). Inoltre ci sono monitoraggi continui del, sistema dì appalti, con revoca di alcuni subappalti in odor di mafia nei confronti di alcune imprese.

E’ stato approvato un regolamento per i cottimi fiduciari con la definizione dell’albo di fiducia delle imprese con obblighi annuali di verifica dell’informativa antimafia e meccanismi di rotazione dei lavori.

E’ stata costituita l’associazione antiracket ed antiusura, aderente alla FAI, intitolata a “Gaetano Giordano” ucciso dalla mafia nel 1992, che ha svolto un attività notevole di denunce determinando diversi arresti di estortori e facendo avviare numerose inchieste giudiziarie.

Ha attuato la rotazione di funzionari e dirigenti. Significativa, da questo punto di vista è stata la rimozione del ex capo dei lavori pubblici e del dirigente del settore urbanistica. Inoltre viene attuata la rotazione dei funzionari direttivi esecutivi delle ripartizioni tecniche: ecologia. urbanista e lavori pubblici. Smantellando così un settore, quello della manutenzione, nel quale la Stidda ha esercitato per anni pesanti influenze, essi fatto gestito dai Di Giacomo, con la presenza di Salvatore Di Giacomo come dipendente e del figlio Paolo come consigliere comunale. In tale settore si è intervenuti soprattutto con l’abolizione delle aggiudicazioni per somma urgenza che venivano gestiti direttamente dai Di Giacomo, al di fuori di ogni controllo con episodi inquietanti di attentati a dirigenti e amministratori degli anni passati che cercavano di limitare tale azione criminale.

L’operazione “lmperium” con l’arresto di alcuni componenti della famiglia Di Giacomo ha confermato la bontà di questa scelta.. Nell’ambito di tale operazione non è stato però contestato il tentativo di organizzazione dell’assassinio del Sindaco ad opera di Rocco Di Giacomo e di un tale Denisenko venuto dalla Lituania, malgrado la presenza di intercettazioni telefoniche ed altri indizi in tal senso.

Altri due fatti recenti meritano di essere sottolineati: l’arresto dell’ex presidente della squadra di calcio Gela già allontanato dal Giugno scorso da parte del Sindaco e la rimozione del Presidente dell’Assindustria di Caltanissetta , Pietro Di Vincenzo, grazie alla battaglia avviata in collaborazione tra sindaco di Gela, Commissione Nazionale Antimafia, settori del mondo sindacale e imprenditoriale che hanno portato all’elezione di un nuovo gruppo dirigente.

 

Un cenno autonomo meritano ancora le espressioni malavitose connesse ai rapporti produttivi in agricoltura.

L’economia agricola del distretto, pur presentando significativi potenziali di sviluppo (ad esempio in alcuni settori della produzione vitivinicola), presenta uno stato di precarietà delle condizioni di sicurezza evidenziato dal numero e dalla qualità di episodi di danneggiamento sintomatici di pressioni estorsive nei confronti degli imprenditori.

Il fenomeno merita di essere approfondito in quanto costituisce lo sviluppo di quelle forme tradizionali di criminalità rurale che storicamente hanno segnato le aree di Butera, Gela, Mazzarino, Niscemi e Riesi ove si registra una significativa presenza di importanti produzioni agricole. In detti territori si è registrata una attività estorsiva in danno di produttori vinicoli, fortemente allarmante perché indice di instabilità e precarietà del settore e dannosa alle sue potenzialità di sviluppo.

Una menzione particolare meritano le iniziative che sono state portate avanti dal nuovo gruppo dirigente dell’Associazione Industriali locale che, con in testa il nuovo presidente, ha saputo imprimere all’economia territoriale un’inedita attenzione al tema della lotta alla mafia, con un ruolo che vede gli imprenditori intenti a coniugare la dimensione della legalità con quella dello sviluppo. Stessa attenzione va posta alle Organizzazioni Sindacali, come ha potuto verificare la stessa Commissione nelle audizioni svoltesi su Caltanissetta a Roma. Nel campo degli appalti è importante segnalare le iniziative intraprese nel settore dell’approvvigionamento idrico che, dopo che si erano registrati tentativi di penetrazione mafiosa, ha saputo organizzare un bando pubblico ed una gestione con moderne clausole antimafia e con la nomina dell’ex Procuratore Nazionale antimafia a capo della Commissione esaminatrice dell’importante bando di assegnazione della gestione delle risorse idriche.

Vanno anche registrate le iniziative intraprese dal comune di Caltanissetta e dalla Provincia nel campo degli appalti. Adesso, sono da accompagnare i percorsi di innovazione in tutti i settori delle istituzioni locali di gestione soprattutto dell’economia, al fine di liberare le classi dirigenti locali dal condizionamento che l’imprenditore Di Vincenzo ha esercitato.

L’imprenditore Di Vincenzo oggi è sottoposto a misura di prevenzione personale e può risultare un perno essenziale del sistema delle collusioni; ecco perché è importante per la Commissione approfondire il ruolo che egli ha avuto nel campo degli appalti, nella gestione dei dissalatori ed in tutti i contesti in cui ha potuto agire.

Tra i procedimenti più significativi segnalati dalla Relazione della Direzione Nazionale Antimafia per l’anno 2005 ci sono:

o il procedimento in cui è stata eseguita nell’agosto 2004 ordinanza custodiale nei confronti di VELLA Francesco, LICATA Nunzio Mirko, VELLA Gay Antony, PELLEGRINO Crocifisso, ROMANO Rosario Enea e CURVA’ Carmelo tutti per 416 bis e per reati-fine commessi a Gela. ROMANO e CURVA’ sono stati definiti e condannati in udienza preliminare con abbreviato.

o procedimento nei confronti di MARAZZOTTA Gaspare, appartenente cosa nostra di Riesi (clan Riggio). definito in Corte d’Assise (22 giugno 2005 ). MARAZZOTTA è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Cammarata Francesco, avvenuto in Riesi il 10 marzo 1991

o procedimento relativo al tentato omicidio di PULCI Calogero ed omicidio di Filippo CIANCI in cui sono stati condannati all’ergastolo il boss EMMANUELLO Davide e CURATOLO Salvatore -quest’ultimo per alcuni periodi reggente della famiglia mafiosa di Caltanissetta- ed ancora PANZARELLA Giuseppino esponente della famiglia sommatinese di Cosa Nostra. Venivano ancora condannati MONTANTI Giuseppe (già condannato per l’omicidio del giudice Livatino) e CIANCI Domenico.

L’omicidio dell’assessore comunale di Sommatino Filippo CIANCI era stato consumato nel luglio 1991 in risposta al tentato omicidio di PULCI Calogero posto in essere dalla “stidda” un mese prima.

o procedimento instaurato nell’ambito della collaborazione di VARA Ciro e relativo all’omicidio di IANNI’ Francesco, avvenuto a Caltanissetta nel settembre del ’90 ( crimine che segnò la definitiva presa di potere di MADONIA Giuseppe in ambito provinciale). In data 6 luglio 2004 il G.I.P del Tribunale di Caltanissetta emetteva per tale fatto ordinanza di custodia cautelare contro MADONIA Giuseppe + 8. Tra i personaggi arrestati il gotha provinciale di “cosa nostra” e, in particolare, oltre al MADONIA, TUSA Salvatore, TUSA Francesco, TERMINIO Cataldo, RINZIVILLO Antonio e LA QUATRA Francesco.

Il processo pende attualmente innanzi alla Corte di Assise di Caltanissetta.

o Procedimento per l’omicidio di FERRIGNO Massimo avvenuto in Gela il 18-07-1993, uno dei tanti delitti che il clan Madonia pose in essere dopo la pax del 1991 per “ripulire” l’ambiente criminale gelese dei numerosi “cani sciolti” che con la loro condotta spregiudicata davano fastidio ai due clan riappacificatisi.

Il 21-07-2004, all’esito del dibattimento, la Corte di Assise di Caltanissetta ha condannato BURGIO Emanuele all’ergastolo

o Procedimento instarurato nei confronti di soggetti appartenenti al clan EMMANUELLO.

In data 06-09-2004 il G.I.P. di Caltanissetta emetteva ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 8 soggetti del clan contestando, oltre all’associazione mafiosa, il tentato duplice omicidio dei fratelli TRUBIA Emanuele e Pietro ed il duplice omicidio di TRUBIA Emanuele e SULTANO Salvatore del luglio ‘99.

Le risultanze di tale procedimento hanno contribuito a chiarire gli eventi della primavera- estate del 1999 che costituirono il momento di maggior crisi registratosi a Gela da quando nel 91, i clan in lotta avevano stipulato una pax mafiosa.

o Processo “Battesimo”, in cui si è registrato, in sede di giudizio abbreviato, la condanna di SAVOCA Alessandro, uno dei killer dell’omicidio di MINACAPILLI Giovanni avvenuto nella provincia di Enna nel gennaio ‘98 ad opera del gruppo di LEONARDO Gaetano che così stroncava sul nascere l’ascesa in seno a Cosa Nostra di MINACAPILLI e MILILLI Giuseppe (quest’ultimo sarà vittima della lupara bianca appena quindici giorni dopo l’omicidio dell’amico).

o Operazione “Terra Nuova”, per il reato di cui agli artt. 12 quinquies della legge nr. 356/92 aggravato dall’art. 7 legge 203 del 1991 nei confronti di un gran numero di indagati; in data 10-05-05, il G.I.P. di Caltanissetta emetteva decreto di sequestro preventivo di numerosi beni ed attività di appartenenti alle cosche “Madonia” e “Stidda” di Gela. Molti dei beni in questione apparivano riconducibili alle famiglie RINZIVILLO ed EMMANUELLO.

o Operazione “Arce Ladina” in cui, in data 19.7.2005, il G.I.P. presso il Tribunale di Caltanissetta emetteva ordinanze di custodia cautelare per i seguenti fatti criminosi:

– tentato omicidio in danno di CASCIANA Salvatore (avvenuto in Gela il 26.5.1989);

– omicidio in danno di LAURETTA Orazio (avvenuto in Gela il 17.6.1989);

– omicidio in danno di PALAZZO Giancarlo (avvenuto in Gela il 24.6.1989);

– omicidio in danno di COCCOMI Giuseppe (avvenuto in Gela l’11.9.1989);

– omicidio in danno di VERDERAME Giuseppe;

– tentato omicidio in danno di BELLAVIA Francesco (avvenuto in Gela il 29.7.1989);

– omicidio in danno di CANNIZZARO Antonino (avvenuto in Gela il 9.8.1989);

– omicidio in danno di TUCCIO Angelo (avvenuto in Gela il 12.8.1989);

– omicidio in danno di PRESTI Saverio (avvenuto in Gela il 14.8.1989);

– tentato omicidio in danno di IOCOLANO Francesco (avvenuto in Gela il 15.6.1989).

L’indagine consentiva di fare piena luce sui fatti di sangue che la guerra di mafia aveva provocato a Gela nell’estate del 1989 e quindi sui delitti che il Clan Madonia aveva posto in essere in danno di soggetti della “stidda”.

Le indagini preliminari avviate con le dichiarazioni del collaboratore di giustizia BILARDI Filippo hanno consentito di addivenire all’arresto, tra gli altri, dei soggetti di maggiore spessore del Clan Madonia e tra questi RINZIVILLO Antonio, ARGENTI Emanuele di Guido, TASCA Carmelo, BURGIO Salvatore ed altri.

Complessivamente sono state raggiunte da provvedimenti cautelari dodici soggetti e, significativamente, alcuni di questi venivano raggiunti da misura cautelare anche per due o addirittura tre fatti omicidiari.

Procedimento nei confronti della famiglia mafiosa dei Siciliano appartenente a Cosa Nostra di Mazzarino (alleata degli Emmanuello di Gela), ove si registrano condanne secondo rito abbreviato per 7 persone, oltre a un patteggiamento.

 

La provincia di CATANIA

 

La Commissione ha mancato una tappa fondamentale dei suoi compiti poiché nei cinque anni di attività non ha trovato il tempo e il modo di effettuare alcuna missione a Catania, in una zona della Sicilia di fondamentale importanza al fine di comprendere le dinamiche delle organizzazioni mafiose di questa terra, i loro rapporti , il quadro delle alleanze che si sviluppa nell’intero contesto criminale della regione. Soprattutto i rapporti tra cosa nostra e le mafie della Sicilia orientale hanno rappresentato, storicamente, uno snodo significativo delle tendenze e evolutive e del quadro delle alleanze promosse al fine di consolidare gli apparati militari di controllo del territorio e delle attività economiche e, altresì, delle iniziative di riciclaggio e reimpiego di ricchezze illecite che in questo territorio hanno trovato importanti momenti di realizzazione.

Nel distretto di Catania a più importante e pericolosa organizzazione criminale è la famiglia di “cosa nostra”che fa capo a Nitto SANTAPAOLA. Ma, ovviamente, nella descrizione del quadro dei fenomeni , non si può prescindere dal riferimento alle altre consorterie

Come si evince dalla Relazione Annuale 2005 della Direzione Nazionale Antimafia, i rapporti fra la “famiglia catanese” e cosa nostra palermitana, così come evidenziati dalle indagini svolte, hanno mostrato come la sorte della prima sia legata all’ala definita ‘moderata’ di cosa nostra, riconducibile a Bernardo Provenzano, ritenuta in grado di assicurare la pax mafiosa e quindi il mantenimento in vita del sistema da cui originano consistenti profitti illeciti.

Strettamente collegata alla famiglia “catanese” risulta essere “famiglia di Caltagirone”, riconducibile a Francesco La Rocca; le indagini svolte nei confronti di questa associazione (proc.to n. 12341/00 N. R. -Ermes-) hanno confermato il tentativo di entrambe le due associazioni di consolidarsi sulla posizione moderata di Bernardo Provenzano, ma hanno anche messo in evidenza l’esistenza di uno stato di fibrillazione nei rapporti fra Provenzano e La Rocca, il quale esercita, comunque, notevole influenza nel quadro globale degli assetti mafiosi siciliani, in particolare all’interno della famiglia catanese di “cosa nostra” essendogli riconosciuto, secondo le risultanze investigative, il ruolo di supervisore e di garante della famiglia “Santapaola”.

 

Le acquisizioni investigative più aggiornate sono riferibili all’indagine cd “Dionisio” condotta dal ROS dei Carabinieri nei confronti di La Rocca Francesco + 95, indagati, molti, per il reato di associazione mafiosa avendo fatto parte dell’organizzazione criminale “cosa nostra”, nelle sue diverse articolazioni territoriali: catanese,calatina, agrigentina, nissena ed ennese; alcuni per omicidio, molti altri per numerosi reati di estorsione e per altri reati. Nell’ambito del procedimento indicato, nei primi giorni del mese di luglio, è stata eseguita un’ordinanza di misura cautelare adottata dal GIP di Catania nei confronti di 83 persone affiliate all’ organizzazione “cosa nostra” delle province di Catania, Messina, Enna e Caltanissetta ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa, omicidi, estorsioni, riciclaggio, voto di scambio, turbata libertà degli incanti ed altri reati.

L’indagine ha raccolto elementi significativi sulle più recenti dinamiche dell’organizzazione mafiosa in ambito regionale, con particolare riferimento alle famiglie di Catania e Caltagirone.

Inoltre, le indagini più recenti hanno dimostrato la capacità di LA ROCCA di godere della fiducia di numerosi esponenti di vertice di “cosa nostra”, quali i latitanti EMMANUELLO Daniele, responsabile della famiglia di Gela; DI GATI Maurizio, già rappresentante della provincia di Agrigento; BEVILACQUA Raffaele, rappresentante provinciale di Enna, e RAMPULLA Sebastiano, capofamiglia di Mistretta e ” supervisore” per la provincia di Messina, tutti riconducibili all’area di “dissenso” rispetto alla leadership del latitante PROVENZANO Bernardo. Questo sembrerebbe confermare l’esistenza della frattura già emersa nelle indagini “ORIONE” e “GRANDE ORIENTE” degli anni scorsi e che, dunque, LA ROCCA è rimasto vicino allo “schieramento corleonese”, che comprende anche i “CAMMARATA” di Riesi, i “carcagnusi” di MAZZEI Santo a Catania, la fazione palermitana già rappresentata dai “VITALE” di Partinico e, soprattutto, da una frangia consistente della famiglia SANTAPAOLA”.

All’interno di questa famiglia la frattura sembra riproporsi con la divisione tra due componenti, imputabile all’ assenza di una leadership autorevole: da una parte il gruppo “ERCOLANO-MANGION” ed i figli di Nitto SANTAPAOLA; dall’altra i fratelli SANTAPAOLA Nino e Salvatore (fino alla sua morte, avvenuta nel gennaio 2003), e forse il figlio di quest’ultimo, Vincenzo, nonché i fratelli Alfio e Giuseppe MIRABILE, reggenti operativi della famiglia, nonché uomini di fiducia del LA ROCCA.

Il dissidio tra le due fazioni, acuitosi a causa delle lamentele e dei malumori generati dalla ripartizione dei proventi estorsivi effettuata dai MIRABILE e ritenuta iniqua dagli “ERCOLANO- MANGION”. Nemmeno gli interventi dei capi storici detenuti riuscivano a ricomporre le divergenze. Né le divergenze venivano ricomposte

da SANTAPAOLA Francesco, figlio di Nitto, che evitava ogni responsabilità per timore di inchieste giudiziarie, nonostante vari esponenti dell’organizzazione riconoscessero in lui il rappresentante della famiglia cui

rivolgersi per le decisioni più delicate.

 

L’indagine ha anche permesso di verificare l’ascesa nel panorama criminale catanese del gruppo dei “carcagnusi”, rappresentato da PRIVITERA Angelo, fidato luogotenente di MAZZEI Santo, e da GANDOLFO Sergio. A dimostrazione della solidità del gruppo dei “carcagnusi” la richiesta della famiglia “MADONIA” di Caltanissetta di recuperare un credito vantato nei confronti di un’impresa catanese, inutilmente avanzata in precedenza ad un rappresentante dei “SANTAPAOLA”.

 

Le indagini hanno confermato, inoltre, la capacità di penetrazione dell’organizzazione mafiosa nella pubblica amministrazione, e l’esistenza di un sistema di condizionamento illecito delle gare per l’affidamento degli appalti di lavori pubblici, nel quale sistema risultano coinvolti, oltre agli esponenti mafiosi, anche funzionari comunali e imprenditori. I quali continuano a operare con il metodo delle cordate per calcolare preventivamente “l’offerta” vincente. Non solo ma nell’indagine sono coinvolti anche due esponenti politici: FAGONE Salvatore (art.416-bis c.p), consigliere provinciale di Catania, ex sindaco del Comune di Palagonia, già parlamentare nazionale e deputato regionale, e IOPPOLO Giovanni (corruzione elettorale e artt. 86 e 87, comma 2, DPR 16-5-160, n.570, applicabile al caso di specie ai sensi dell’art. 67 L.R. 20-3-1951, n.29, modificata dall’art.23 L.R. 12-11-1996, n.41), eletto nel 2001 all’Assemblea Regionale Siciliana.

Sono emersi dalle indagini contatti diretti tra il responsabile dell’ente appaltante e imprenditori riconducibili alla famiglia catanese di “cosa nostra”, tesi a “indirizzare” l’aggiudicazione di appalti; qualcuno dei quali bandito addirittura in epoca successiva alla realizzazione dei relativi lavori da parte dell’impresa, poi, risultata vincitrice. Mentre l’inserimento di “cosa nostra” nel circuito imprenditoriale era, altresì, garantito dalla compartecipazione nelle forniture del calcestruzzo. Si veda al riguardo la collocazione, da parte dell’organizzazione di propri uomini – quali gli indagati Laurino e Librizzi, responsabili di unità locali della “Calcestruzzi S.p.A.” – nei posti chiave di importanti imprese. Circostanza questa in grado di assicurare sia alle imprese che a “cosa nostra” importanti profitti: gli imprenditori ottengono un elevato numero di commesse a ribasso minimo, se non addirittura inesistente, mentre “cosa nostra” intasca somme considerevoli a titolo di “pizzo”.

Sono state, inoltre, accertate infiltrazioni mafiose anche nell’esecuzione di opere pubbliche inserite nel “programma delle infrastrutture strategiche” quali il raddoppio della linea ferroviaria ME -PA; il completamento dell’autostrada ME -PA; la realizzazione della superstrada S. Stefano di Camastra (ME) – Gela (CL,), detta anche “strada dei due mari”.

 

Degna di nota è anche l’indagine denominata “Plutone” condotta nei confronti di Aiasecca + 124, indagati per associazione mafiosa. L’attività d’indagine, inizialmente incentrata su alcuni esponenti del clan “PILLERA”, avente come “base operativa” il quartiere del “Borgo” di Catania, ha permesso di ottenere un quadro inedito ed aggiornato dell’organigramma del clan “SANTAPAOLA”, di accertare i collegamenti con altre consorterie criminali, e di far luce su una serie impressionante di delitti.

 

Nell’ambito di un’indagine nata dall’operazione “Plutone” (procedimento n.5121/03 N.R. promosso nei confronti di ARENA Antonio + 26) è stata adottata nel marzo del 2005 una misura cautelare nei confronti di 21 indagati per il reato di associazione mafiosa. Sono risultate particolarmente utili per lo sviluppo delle indagini in questione due “carte degli stipendi”, riconducibili rispettivamente ai gruppi di “Monte Po” e di “Zia Lisa”, consegnate agli inquirenti da due collaboratori della giustizia. Si tratta di documenatzione contabile che offre indicazioni preziose sulle estorsioni commesse e sui destinatari degli “stipendi”, nonché sugli assetti organizzativi dell’intera associazione mafiosa, con particolare riguardo al ruolo centrale assunto dal gruppo di “Monte Po” nella gestione dei proventi illeciti e nella distribuzione di essi. Anche questa indagine conferma quanto già riferito in ordine all’esistenza di due fazioni all’interno della famiglia catanese di “cosa nostra”.

 

L’attività di contrasto ai gruppi mafiosi catanesi svolta dalla Magistratura e dalle Forze di polizia sul territorio della provincia di Catania è stata indirizzata anche verso gruppi, diversi da quello di “cosa nostra”, ad esso alleati o contrapposti: quello dei “Laudani”, alleato del “clan Santapaola”, quelli dei “Cursoti”, di “Sciuto” e “Cappello”, contrapposti al “clan Santapaola”.

 

Le indagini più recenti rivelano che il Gruppo Cappello-Pillera è, nello scacchiere criminale catanese, tra i più agguerriti e meglio dotati.

Il 1.2.2004, il quotidiano “La Sicilia”, ospitava un inedito appello di Salvatore Cappello, detenuto da dodici anni al 41 bis, inviato dal carcere di Viterbo, agli operatori economici catanesi, annunciando che non esiste più un clan Cappello, prendendo le distanze da coloro i quali assumono decisioni di valenza criminale in suo nome ed invitando le giovani generazioni a dedicarsi ad una vita onesta. Alla fine di dicembre 2004, era stato arrestato, dalla polizia di Stato, in un appartamento di Misterbianco, il reggente del clan Cappello, Angelo Cacisi, di 34 anni. Il gruppo Pillera, secondo le stime più attendibili, disporrebbe di un serbatoio di affiliati, di circa trecento unità, profilandosi come una delle formazioni criminali militarmente meglio organizzate. Tra le principali attività illecite per il sostentamento degli affiliati al clan Pillera, vi sono le rapine ad istituti di credito, perpetrate anche nel Nord Italia.

Attualmente, si ritiene che i Cappello abbiano stretto alleanza con i gruppi di Garozzo Giuseppe, leader dei “Cursoti” e di Bonaccorsi Ignazio, fondatore del gruppo “Carateddu”, alleati storici del gruppo. In una cartolina allegata ad una lettera, inviata il giorno nei primi mesi del 2004 da Garozzo Giuseppe a Cappello Salvatore, entrambi detenuti, appariva un’autovettura Ferrari di Formula 1, con a bordo il pilota che ha il volto di Cappello e

due uomini a lato, uno dei quali aveva il volto del Bonaccorsi, il che fa intendere appunto l’assetto organizzativo del gruppo in un’alleanza a tre allegoricamente vincente (Garozzo-Bonaccorsi-Cappello). In sede di proroga del regime speciale di cui all’art. 41 bis o.p., la circostanza è stata valorizzata sia per Cappello sia per Bonaccorsi.

Secondo le analisi più recenti, gli assetti criminali attuali vedrebbero due schieramenti compositi, in sintesi di sostanziale equilibrio di alleanze militari e di comuni interessi economici: da un lato, i gruppi Mazzei, Sciuto, intesi “Tigna”, Cappello nonché parte dei gruppi Pulvirenti, Pillera e dei Cursoti; dall’altro, le famiglie Santapaola, Laudani, il clan Sciuto, inteso “Coscia”,nonché la parte rimanente dei gruppi Pulvirenti, Pillera e dei Cursoti.

Il gruppo dei Laudani, che in passato aveva registrato il pressoché totale azzeramento dei

vertici storici, in quanto colpito ripetutamente dagli interventi delle Forze dell’ordine (Operazioni”Ficodindia” da 1 a 7), ha ripreso la sua vitalità e le attività illecite, attraverso le nuove leve, in particolare attorno alla figura di Sebastiano Laudani, figlio di Giuseppe e omonimo del nonno,capostipite della famiglia, recentemente scarcerato, accreditato come di sicuro prestigio criminale. Attualmente appaiono alleati dei Santapaola-Ercolano. La loro zona di influenza e di predominio è sempre la cintura settentrionale e pedemontana del capoluogo etneo.

 

Per quanto concerne il gruppo dei “Carcagnusi”, recentemente è iniziato il dibattimento a carico di 46 esponenti del clan Mazzei (operazione c.d. “Traforo“),dinanzi al Tribunale di Catania. L’operazione, con numerosi arresti risaliva al Novembre del 2003, nel corso della quale furono arrestati Sebastiano Mazzei, e Rosa Morace, figlio e moglie di Santo Mazzei, detenuto al 41 bis.

Il gruppo Mazzei è stato attinto dall’ordinanza di custodia cautelare Dionisio, nel proc. pen. 4707/2000 RGNR, procedimento coordinato dal procuratore aggiunto Gennaro e condotto dai sostituti procuratori Bertone e Santonocito. L’ordinanza è stata emessa nel Luglio 2005. L’esame di tale provvedimento depone per la potenzialità criminale pressoché integra del gruppo Santapaola, dato quasi alle corde. In realtà l’attività del gruppo continua a interessare settori importanti della vita catanese, con ramificazioni nel calatino tramite i La Rocca, nel messinese tramite Rampolla Sebastiano, e nell’ennese tramite Balsamo Pietro, Berna Nasca e Bevilacqua e la sua operatività è tuttora assolutamente rilevante e indirizzata al controllo degli appalti pubblici nella fase esecutiva, con infiltrazioni negli apparati tecnici della pubblica amministrazione e relazioni significative nel mondo della politica regionale.

 

In stretta allenza con il gruppo dei Cappello le indagini hanno riscontrato essere il gruppo dei Cursoti, retto da Garozzo Giuseppe.

 

La mancata missione sul territorio catanese della Commissione, priva il Parlamento degli strumenti di diretta conoscenza, indispensabili per un’analisi dei fenomeni criminali che oggi si segnalano per la loro pericolosa persistenza. Sarà compito della Commissione parlamentare antimafia della prossima legislatura colmare la lacuna al fine di indirizzare efficacemente l’attività dei pubblici poteri e delle forze della società civile nell’azione di contrasto alle mafie presenti in queste zone della Sicilia.

La provincia di Siracusa

La provincia siracusana, un tempo relativamente estranea alla presenza della criminalità organizzata, da molti anni vede ormai attivi nel suo territorio diverse cosche mafiose che tuttavia mantengono un sostanziale reciproca non interferenza geografica, operando ciascuna in subaree distinte della provincia. Essenzialmente tali gruppi vengono ricondotti ai boss Nardo, Aparo, Attanasio e Trigilia, rispettivamente operanti nell’area Lentini-Carlentini-Francofonte, Floridia-Solarino, Siracusa ed Avola-Noto. Rapporti di subalterna alleanza con i clan catanesi, in particolare con il gruppo di Santapaola, sono stati accertati nel corso delle numerose inchieste giudiziarie e dei vari processi celebratisi.

Tutti i suddetti capifamiglia sono attualmente agli arresti, in alcuni casi con condanne passate in giudicato, e l’attività delle forze dell’ordine e della magistratura ha pesantemente colpito anche numerosi affiliati ed esponenti dei rispettivi clan.

Questi continuano tuttavia ad essere attivi, sia nei centri urbani che nelle campagne ed anzi, la mancanza di episodi criminali particolarmente gravi, di fatti di sangue fra cosche, è la conferma di una attività illegale che continua a svolgersi grazie ad una sostanziale accordo fra di esse che pertanto assicura loro, complessivamente, maggiore incisività e pericolosità.

L’attività repressiva ha recentemente mostrato come taluni esercizi commerciali ed attività economiche, apparentemente “pulite” erano di proprietà o direttamente gestite da personaggi malavitosi di spicco ed è plausibile ritenere che altre attività economiche e commerciali recentemente insediatesi in territorio siracusano, possano presentare analoghi profili di illegalità.

Contestualmente, si è messo in luce l’attivismo, particolarmente nel capoluogo, di giovani anche minorenni (recentemente si sono strutturate vere e proprie bande di quartiere, segnatamente quelle di Ortigia e di Santa Panagia) che in taluni “vuoti” causati dagli arresti e nell’ambito di appartenenza al clan del luogo, che così vanno ricostituendosi, trovano spazio per azioni criminali soprattutto di carattere estortivo.

Tale attività è ampiamente praticata, in taluni aree del siracusano ed in taluni quartieri del capoluogo in maniera capillare e generalizzata, nei confronti di ogni attività economica. La città di Siracusa, in particolare, ha visto una escalation di atti intimidatori, con numerosissime e frequenti esplosioni negli esercizi commerciali ed incendi di automezzi.

Di fronte a tutto questo nella società, soprattutto le organizzazioni sindacali e le associazioni antiracket, hanno manifestato più volte e pubblicamente la loro preoccupazione, resa ancora più acuta dall’inarrestarsi degli atti intimidatori – e dunque dell’attività estorsiva – a fronte di una azione di denuncia da parte dei soggetti colpiti sostanzialmente debole e limitata.

Tutto ciò è conseguenza di una inefficace azione di prevenzione e di controllo, priva di sistematicità e di mezzi e pertanto legata a casi isolati, ai quali vanno ad aggiungersi la diffidenza verso l’efficacia del sistema repressivo e le corrispondenti difficoltà per chi si trova a denunciare, che producono nella collettività il sentimento di una esposizione senza difese al fenomeno estortivo.

A fronte di ciò, la frequenza degli attentati, accolta da un atteggiamento di costante minimizzazione da parte di taluni esponenti politici della maggioranza, è visto nella società siracusana come sostanziale disattenzione al problema ed assenza di un contrasto efficace e risolutivo.

Un episodio emblematico dell’attività estortiva nel siracusano è il triplice attentato ad un locale divenuto simbolo, l’Irish Pub, in quanto di proprietà del coordinatore provinciale delle associazioni antiracket. Ebbene, non soltanto il terzo attentato poteva certamente essere previsto e forse evitato se solamente si fosse munito il locale di un impianto di videosorveglianza, non realizzato in tempo per gravi lentezze procedurali, ma dal terzo ed ultimo attentato – dopo il quale l’attività non è più ripresa – la salvaguardia del pub viene assicurata mediante sorveglianza diretta 24/24 h da parte delle forze dell’ordine: appare evidente come il segnale che può ricavarsene nell’opinione pubblica è che solamente tale sistema di protezione può garantire la sicurezza di quel locale e pertanto tutti gli altri che ne sono, ovviamente, privi sono del tutto esposti e senza difese.

Il diffuso degrado socio-economico in molte aree e fasce sociali del territorio siracusano, la grave crisi economica ed occupazionale che colpisce anche questa parte della Sicilia, senza che si assista ad alcuna inversione di tendenza ad opera delle politiche dei governi nazionale e regionale, percepita come assenza dell’intervento dello Stato, sono infine certamente determinanti per creare quel contesto e quel clima in cui è assai facile che l’illegalità si generi, molto difficile contrastarla.

 

La provincia di Ragusa

L’attuale situazione criminale in provincia di Ragusa ed in particolare nel territorio di Vittoria, essendo questa la realtà nella quale maggiormente si è concentrata l’attenzione criminosa ed a cui hanno prevalentemente fatto riferimento le frange criminali operanti nei viciniori comuni di Acate e Comiso, con qualche trascorso elemento di collegamento anche con episodi estorsivi e di sangue avvenuti in Scicli, risente dell’evoluzione della strategia assunta da Cosa Nostra, che, abbandonata la stagione stragista, ha assunto posizioni di rilievo anche nel vittoriese con minore evidenza esteriore rispetto ai fatti criminosi riconducibili alla stidda, ma di eguale se non maggiore presenza e permeazione nel tessuto cittadino.

La presenza in loco di un’attività criminale che trovi in Cosa Nostra il proprio riferimento più ampio costituisce certamente un fatto nuovo rispetto alla storica predominanza nel vittoriese di gruppi appartenenti alla Stidda, ma seppur avente i caratteri della novità rispetto alle tradizionali presenze è tuttavia un fatto risalente già a qualche anno e che comunque affonda le proprie radici nell’ormai tristemente famosa strage di San Basilio del 2 gennaio 1999. Il dato notorio della non presenza di Cosa nostra in provincia di Ragusa e della presenza quasi esclusiva della stidda nei territori di Vittoria e Comiso, ha visto negli anni ’80 e ’90 l’affermarsi di un gruppo malavitoso denominato “Dominante–Carbonaro” (con appendici nei reggenti comisani Ferreri ed Inghilterra) che, con lo sterminio della famiglia “Gallo”, diede il via ad oltre un decennio di episodi di altissima valenza criminale e di dominio assoluto che ha fortemente condizionato la vita e lo sviluppo economico commerciale della zona.

Tale lungo cruento periodo, contrassegnato da una catena di uccisioni, di episodi estorsivi e di traffico di stupefacenti (solo a titolo esemplificativo 25 omicidi tra il 1987 ed il 1989; 9 omicidi, 6 tentati omicidi, 54 rapine 45 attentati dinamitardi o incendiari nel ’91- 1 omicidio, 4 tentati omicidi, 25 rapine e 49 episodi dinamitardi o incendiari nel ’92) è stato fortemente contrastato dalle numerose e positive azioni delle forze dell’ordine che hanno visto susseguirsi le varie operazioni “squalo”, “piazza pulita” (anno 1997), “scacco matto” (gennaio 1998), “mammasantissima” (maggio 1998), “buldozer” (1999), “mammasantissima”, “Sipario”, “Pro Vittoria”, etc, con la conseguente decisiva decimazione dei clan stiddari, indeboliti da molteplici arresti e collaborazioni, ed una notevole riduzione dell’attività criminale allo stesso ascrivibile.

Nonostante l’arresto e le condanne all’ergastolo del Dominante e l’arresto e la collaborazione dei tre fratelli Carbonaro, il clan portante il loro nome ha tuttavia continuato ad operare ininterrottamente, fatta eccezioni per alcuni limitatissimi intervalli (la sporadica contrapposizione del gruppo Digito o il tentativo nel ’98 di consolidamento del gruppo D’Agosta), in Vittoria con vari referenti locali che trovavano comunque ispirazione nel gruppo stiddaro sino al gennaio 1999. L’episodio della strage del 2 gennaio 1999 (cinque uccisi tra cui l’allora reggente del clan Dominante, Mirabella Angelo, ma anche 2 giovani vittime innocenti, Rosario Salerno e Salvatore Ottone) segna una svolta fondamentale nei rapporti tra la criminalità vittoriese ed il più ampio contesto di criminalità territoriale e regionale. Come ormai assodato dalle indagini della Procura Distrettuale Antimafia e dalle sentenze intervenute sulla vicenda, ormai divenute definitive, a tale strage parteciparono in appoggio al gruppo dei Piscopo (condannati come mandanti del plurimo omicidio) la frangia di cosa nostra di Gela facente capo agli Emanuello, e più su ai Madonia di Caltanissetta, ai quali i Piscopo risultano legati da vincoli di amicizia, di parentela (col clan Argenti di Gela) e di ormai giudiziariamente comprovato sodalizio criminale. In tale occasione si è concretizzato l’ingresso cruento di cosa nostra nel territorio vittoriese che ha conseguito il duplice risultato di decapitare il clan stiddaro storicamente presente a Vittoria e, tramite l’apporto dei killer, quello di saldare definitivamente i rapporti di gerarchia criminale con le frange locali che mal sopportavano l’egemonia del clan Dominante.

I successivi e quasi immediati arresti dei Piscopo con l’operazione “pro vittoria” non hanno certamente prodotto, tuttavia, l’azzeramento del nuovo clan costituitosi in Vittoria, che semmai ha lavorato in modo più sommerso e nel corso di questi anni ha molto probabilmente rinfoltito le sue fila ed irrobustito i suoi legami con la ben più potente organizzazione cosa nostra di Gela, dandosi peraltro nuovi capi ed assumendo forze nuove tra i tanti giovani disoccupati che maggiormente scontano il problema dell’emarginazione sociale. La dimostrazione di una attuale forte presenza criminale è data, dopo il periodo di tranquillità caratterizzato dagli arresti delle operazioni di polizia succedutesi subito dopo la strage, dal susseguirsi soprattutto negli ultimi 2 anni di vari episodi criminosi quali l’intensificarsi di rapine a mano armata anche in pieno centro cittadino, dalla piaga diffusissima delle rapine nelle campagne (che ha destato vero allarme sociale più volte denunciato dalle vittime e dalle istituzioni comunali) con la sottrazione di ingenti quantità di prodotti ortofrutticoli, di attrezzature agricole e di fertilizzanti, condotte in modo così sistematico ed organizzato da non poter far pensare ad episodi occasionali non riconducibili alla criminalità organizzata, al proliferare dello spaccio di sostanze stupefacenti e di episodi estorsivi anche se effettuati con modalità meno pervasive ed evidenti del passato.

La forte ed immanente presenza di una criminalità meno sanguinaria ma non per questo meno presente ed anzi più efficacemente organizzata è data dal reiterarsi in questi ultimi mesi di svariati episodi incendiari in danno di aziende commerciali, di imprese nel settore della produzione di cassette e legname, di auto appartenenti ad imprenditori locali, che fanno agevolmente presumere la ripresa in grande stile di episodi estorsivi.

Altro elemento di convincimento della presenza di una criminalità meno evidente ma altamente pericolosa è stato offerto nei primi mesi dell’anno dall’arresto in territorio di Vittoria di un presunto referente locale di Bernardo Provenzano, tale Salvatore Martorana, persona trasferitasi dal palermitano da decenni in Vittoria e che non aveva sinora destato sospetti sulla sua vicinanza al capo di cosa nostra e su eventuali collegamenti tra questi ed il vittoriose che sembrano invece essere alla base del provvedimento di custodia cautelare.

Nonostante l’apparente calma degli ultimi anni il fenomeno criminale, forse avvalendosi appunto della situazione di presunta tranquillità e di minore preoccupazione da parte delle autorità investigastive, appare nel vittoriese in netta ripresa se mai si è fermato ed il collegamento con cosa nostra desta notevoli preoccupazioni nel mondo sociale e politico locale.

Uno dei dati più rassicuranti si registra sul versante della politica e dell’amministrazione pubblica. Nessun episodio o sospetto di infiltrazione o associazione mafiosa si è sinora appuntato sulla classe politica vittoriese di destra o di sinistra, differentemente da quanto sovente accaduto altrove.

Se si eccettua il caso di un malavitoso (tale Francesco D’Agosta) che aveva fondato un partito (Puci) nel tentativo di infiltrarsi nella vita politica cittadina, tentativo immediatamente stroncato dagli arresti effettuati in occasione dell’operazione denominata “mammasantissima”, le decine di operazioni e le molteplici collaborazioni non hanno mai svelato ipotesi di inquinamento della classe politica che si è succeduta in questi anni in Città, che però in alcune componenti e’stata distratta nei confronti del fenomeno o poco efficace nell’azione di denuncia e contrasto sociale, probabilmente indotta in ciò dal doppio ruolo di avvocato penalista difensore di gruppi malavitosi e di parlamentare nazionale e/o regionale. E’ questa la critica che maggiormente può essere posta ad una parte della classe politica vittoriese che ha mostrato una generale indifferenza e distrazione rispetto al problema, prendendo le distanze da qualunque iniziativa promossa per denunciare l’illegalità, assumendo un atteggiamento talvolta di mollezza, talaltra addirittura di attacco o di ostruzione alle manifestazioni cittadine antimafia, preferendo etichettarle come propagandistiche piuttosto che ergersi ad ulteriori qualificate voci di denuncia del fenomeno mafioso. Ecco perché in città ha recentemente destato sgomento, ma non stupore, l’intervista rilasciata dal parlamentare cittadino on.le La Grua ad un’inchiesta condotta da giovani cineoperatori locali e ad un’associazione culturale, laddove ha dichiarato che a Vittoria non esiste la mafia ma singoli ed occasionali episodi delinquenziali, o la posizione di quasi estraneità rispetto al fenomeno mafioso cittadino da parte dell’ON.le Incardona, attuale presidente della Commissione Regionale antimafia,dall’assenza di qualsiasi iniziativa neanche di natura culturale e dell’assenza di entrambi ad ogni manifestazione ed alle recenti cerimonie ufficiali di consegna di beni confiscati ad associazioni di volontariato. Sembra che in queste posizioni sussistano dunque varie remore a prendere forti posizioni di contrapposizione al fenomeno mafioso, difficoltà ad esporsi pubblicamente e voglia invece di censurare l’altrui iniziativa, quantomeno timore di perdere quella parte di consenso elettorale che potrebbe avvertire come ostile il messaggio e l’impegno antimafia.

Le amministrazioni comunali succedutesi sin qui, così come gli uffici e la burocrazia comunale, non solo non sono mai state attinte da indagini di collusione o adesione al sistema mafioso, ma hanno assunto un ruolo di argine, contrasto e resistenza nei confronti del dilagare del fenomeno mafioso degli anni ’80 e primi ’90, incrementando l’azione di denuncia e di impegno sociale negli ultimi anni.

Risale all’anno 1983 la prima grande iniziativa organizzata dell’Amministrazione comunale per denunciare e protestare contro il preoccupante dilagare del fenomeno delinquenziale con il coinvolgimento dell’intera città. Seguono anni di denuncia politica susseguente al dilatarsi degli episodi criminosi e anni di minacce e ritorsioni subite dai vari amministratori cittadini. Tali sono gli attentati intimidatori al Presidente della coop. Rinascita, l’incendio del portone di casa dell’On.le Iacono (ex Sindaco e Parlamentare Regionale), la distruzione della casa di campagna dell’On.le Aiello (più volte Sindaco e Parlamentare Regionale), la devastazione del laboratorio artigianale dell’Ass. Filippo Bonetta, l’attentato incendiario alla casa di villeggiatura dell’assessore Giombattista Rocca, varie intimidazioni in danno dell’On.le Aiello, tra cui anche l’invio di una corona funebre recante la dicitura “per l’On.le Aiello” deposta davanti il portone d’ingresso del municipio, situato all’epoca dei fatti di fronte alla caserma dei Carabinieri, nonché in epoca più recente le minacce di morte che hanno comportato un periodo di sorveglianza armata e scorta alla sua persona. Tali avvenimenti non hanno visto demordere l’Amministrazione Comunale che, anzi, si è profusa in un’attività costante di denuncia e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica; tra i tanti esempi la denuncia del Sindaco Salvatore Garofano con l’indizione di una pubblica manifestazione di protesta in data 4.11.87, la grande manifestazione nella piazza centrale della Città del 4.11.89 con il successivo incontro dell’allora Sindaco Vincenzo Cilia e dell’intera Giunta nella sede della Prefettura di Palermo con l’Alto Commissario per la lotta alla mafia Domenico Sica, la sollecitata visita di quest’ultimo nella Città di Vittoria con le ispezioni che ne seguirono, la nascita proprio in quel periodo del coordinamento dei sindaci siciliani per la lotta alla mafia su proposta del sindaco di Vittoria alla quale diedero adesioni circa 30 Comuni, altra manifestazione di piazza indetta dall’Amm. Comunale il 3.11.90, l’intervento del Ministro Mancino del 25.Agosto 1993 su richiesta del Sen. Scivoletto, le varie missive degli amministratori locali indirizzate alla Commissione Nazionale Antimafia ed a quella Regionale, la grande manifestazione di protesta indetta dall’Amministrazione Comunale a seguito della strage del 2.1.99 alla quale parteciparono migliaia di cittadini oltre ai Sindaci delle maggiori Città isolane, la continua attività profusa con le scuole in decennali “percorsi di legalità”, la costituzione di parte civile del Comune da diversi anni in tutti i processi di mafia, la sottoscrizione di vari protocolli di legalità, quali quello con il Ministro dell’Istruzione Berlinguer nell’anno 1999, quello per la sicurezza nelle campagne con le Prefetture di Caltanissetta e Ragusa e quello per l’appalto dei lavori del porto di Scoglitti nell’anno 2005, le tante richieste ed assegnazioni di immobili confiscati alla mafia.

 

 


 

[1] Così l’audizione del Procuratore della Repubblica di Palermo dott. Pietro GRASSO.

[2] Il Laudicina è stato condannato, unitamente al capo di gabinetto e segretario generale del Comune di Trapani, nonché ad alcuni assessori e consiglieri comunali, “per essersi adoperato, manipolando l’applicazione della norma, per assegnare a una cooperativa sociale denominata ‘Giustizia sociale’ la gestione degli asili nido del comune” (v. audizione prefetto di Trapani in data 25.10.2004).

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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