Danilo Dolci, la mafia e l’antimafia

DANILO DOLCI, LA MAFIA E L’ANTIMAFIA

 

 

di Giuseppe Casarrubea

 

 

Terra di antiche lotte e di resistenza contadina

Nell’opera di Dolci, lungo la sua cinquantenaria militanza “missionaria” tra la gente della Sicilia occidentale, le battaglie antimafia costituiscono un architrave ineludibile. Si può dire, senza tema di sbagliare, che senza questo elemento costruttivo, gran parte dell’impegno di quest’uomo, venuto dal Nord e cocciutamente rimasto settentrionale, avrebbe avuto un altro sapore, un’altra impronta culturale.

 

ragazzi giocano alla diga sullo Jato costruita grazie alle lotte di Danilo Dolci

1maggio 1984: ragazzi giocano alla diga sullo Jato costruita grazie alle lotte di Danilo Dolci

Perché Dolci fu, forse, il primo intellettuale italiano, costretto, suo malgrado, a fare i conti, oltre che con la secolare e nota miseria meridionale, anche con una condizione particolare di sofferenza che ad essa comunque si legava, divenendone allo stesso tempo causa e condizione esistenziale. Una sofferenza che inizialmente si manifestava con i segni tipici della violenza diffusa, con i suoi alti tassi di insorgenza delinquenziale e poi, come dato socialmente strutturato nella consapevolezza di chi avvertiva i legami tra norme legali e comportamenti sociali; o, meglio ancora, tra norme condivise e regole sociali. Quasi che queste ultime fossero la risultante di una cultura atavica, che per il suo grado di diffusione e di radicamento, sanciva le forme dell’obbligo e i vincoli dettati da un’antica consuetudine, qual era quella che comunemente si assumeva rispetto ad alcuni codici propri dell’organizzazione criminale che negando socialmente se stessa, mediante una sorta di anestesia percettiva, pur tuttavia si connotava come Cosa nostra. E membri di Cosa nostra erano personaggi che governavano le regole sociali e i comportamenti più diffusi, come il partinicese Frank Coppola, il futuro “re di Pomezia”, il capofamiglia di Camporeale Vanni Sacco, il “patri nostru” di Corleone Michele Navarra, la nascente “Primula rossa” Luciano Liggio, Genco Russo di Mussomeli e molti di quegli altri che assolvevano al compito di riempire i vuoti lasciati da uno Stato assente o lontano e che, quando interveniva, agiva delegando, lasciando inalterato il vecchio ordine. A fronte di questa situazione e delle azioni di massa portate avanti da Dolci nelle sue battaglie per lo sviluppo, appariva emblematico che il sociologo triestino s’imbattesse, in prima istanza, non contro i mafiosi ma contro i tutori dell’ordine. “Quando abbiamo fatto degli scioperi perché si iniziasse almeno la progettazione della diga, noi non ci siamo trovati contro dei mafiosi, ma ci siamo trovati, inspiegabilmente, contro la Polizia”. E chiariva: “Un fatto preciso è che un Commissario di Pubblica sicurezza, non solo mi ha invitato, mi ha sollecitato nei primi anni a lasciare la zona, ma ha fatto la stessa cosa con la signorina che era venuta ad insegnare ai bambini, la nipote di Fermi, Ida Sacchetti Fermi: la signorina, che allora aveva una ventina d’anni, si è allontanata.” Naturalmente, quando Dolci arriva i mafiosi locali non hanno motivo di contrastarlo. Se ne stanno ad osservarlo, a studiarne le mosse. In un certo senso non disdegnano la sua azione perché intravedono un business legato agli appalti e ai subappalti connessi alla costruzione della diga. Ostacolano inizialmente la nascita del Consorzio espropriandi, ma poi vi si inseriscono cercando di lucrare. Incontrandoli nel loro agire quotidiano, non li trova pronti a digrignare i denti; anzi li vede cauti e ponderati, di poche parole. Stava di fatto, però, che “ai primi colpi di picone” Dolci si trovò i mafiosi tra i piedi.

In quegli anni di primo approccio di Dolci ai problemi della società, la mafia era abbastanza vicina ai modelli valoriali socialmente condivisi e molti dei suoi codici risultavano elementi di una unica matrice culturale. Possiamo ricordare il ricorso alla violenza e all’omicidio, come dovere, l’individualismo amorale e asociale, il predominio territoriale della legge del più forte, la difesa dell’onore tradito, il senso distorto della sicilianità, la soggezione, l’obbedienza, la cultura e, direi quasi, l’impostazione dogmatica della propria esistenza, ecc. La divaricazione tra i due livelli – quello sociale e quello legale – appariva ridotta al minimo in quanto la norma legale era contraddistinta dall’illegalità che la connotava mentre la norma del comportamento sociale induceva verso una corrispondente condotta priva di alternative. A giudizio di Dolci l’impedimento maggiore allo sviluppo era segnato dalla “morale locale”, dalle chiusure individualistiche, dalla scarsa propensione alla collaborazione. In sintesi da una struttura culturale che sembrava vanificare ogni sforzo per il cambiamento. Ad esempio, poteva sembrare scontato che non fosse giusto ammazzare. Ma dalle conversazioni con la popolazione emergeva, al contrario, che in determinati casi non solo sarebbe stato giusto farlo, ma addirittura sarebbe stato un dovere civico. “Ci troviamo – spiegava Dolci – di fronte a fenomeni quasi strani, per cui delle persone, per essere sociali, per essere, direi accettate dalla comunità, devono diventare asociali”. Così il buon settentrionale si vedeva costretto a fare i conti col suo buonismo e a considerare la realtà e soprattutto la mafia, come qualcosa di più complesso di come avrebbe potuto apparirgli leggendo i giornali: “… le esperienze dirette ci hanno illuminato proprio perché, come settentrionali, noi non avevamo esperienze equivalenti che potessero aiutarci a comprendere. Come ho detto – affermava di fronte alla Commissione antimafia – capivamo con la testa non con le ossa”. Ecco perché dovette apparirgli mitico quel mondo di lotte e di conquiste che, già dalla fine dell’Ottocento, avevano segnato la storia delle maggiori conquiste dei contadini nelle loro battaglie per la civiltà e lo sviluppo. Ci fu, forse, in questa considerazione un atteggiamento romantico, una “ingenuità settentrionale”

 

 

Tensioni etiche: tra cultura mitteleuropea e sicilianità

Gli anni pionieristici di Dolci, quelli che lo videro impegnato sul fronte dei digiuni, dell’azione nei quartieri diseredati di Palermo, tra i pescatori di Trappeto o nelle campagne assetate dell’entroterra siciliano, sono forse i più fertili della sua intera vicenda siciliana. Sono gli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta in cui Dolci scopre l’esistenza della mafia come ostacolo allo sviluppo, anche se – occorre dire – la lotta alla mafia non fu nella scelta della Sicilia occidentale da parte del sociologo triestino, lo scopo della sua missione. Questo ebbe, inizialmente una sua radice teologica e religiosa, etica e filantropica, e solo successivamente, nello sviluppo dell’azione nella prassi dell’attività quotidiana, impattò nell’organizzazione mafiosa in quanto tale. Un’azione che Dolci percepì come penetrazione dei poteri forti dentro le istituzioni, collateralismo tra forme criminali e forme legali, effetto non del sottosviluppo, ma di una particolare condizione di esistenza di certi gruppi nel contesto territoriale in cui essi operavano. Sono gli anni che segnano il periodo delle tensioni etiche, dell’impegno sociale e civile a tutto campo, della ricerca e dell’azione e, prima ancora, della comprensione della realtà siciliana e delle sue condizioni storiche, delle sue lotte passate e delle ragioni delle sue sconfitte. Non se ne spiegherebbero gli sviluppi, se non si cogliessero, all’interno della complessità e ricchezza degli elementi che li caratterizzano, i dati che ne segneranno le linee guida, come in un tracciato predefinito, anche se appena accennato: il sottosviluppo come risultato dell’abbandono in cui lo Stato teneva le regioni meridionali; i tassi di violenza e di follia che superavano livelli di guardia; il controllo del territorio nelle sue commistioni con la cultura mafiosa e i suoi codici atavici; i bassi tassi di scolarizzazione. Nel coacervo delle questioni che qui si incrociavano non sarebbe stato facile, per un uomo che arrivava dalla cultura mitteleuropea, e da un’area geografica abbastanza tormentata come quella triestina e slovena (Dolci era nato a Sesana, allora in provincia di Trieste, oggi cittadina slovena), procedere, in quegli anni di dopoguerra e di faticosa ricostruzione, senza il rischio di imbattersi in vicoli ciechi, in percorsi che avrebbero potuto allontanare, piuttosto che avvicinare, le auspicate soluzioni che si intravedevano, come barlumi ancora incerti di speranza, di un’utopia possibile. Fu perciò necessaria, al superamento di un istintivo velleitarismo, la comprensione della storia. Non della sua parte dottrinaria, accademica, ma di quella che, tramandata magari dalla tradizione orale, o dal racconto vivo dei testimoni diretti, appariva in grado di dettare ragioni di forza, utili a definire contesti ed esiti, cause più o meno prossime del carattere cronico di quella che apparve subito a Dolci come una patologia sociale ben definita: il suo essere dipendente dal potere mafioso. In tal modo avvenne il primo e straordinario incontro con i patriarchi delle lotte contadine e antimafia degli anni in cui prendevano corpo le battaglie per la costruzione dello Stato democratico, dopo il fallimento del fascismo e dei suoi saldi intrecci, militari e ideologici, col nazismo (Dolci era stato messo in galera, da studente, dai nazifascisti), prima e dopo lo spartiacque del 25 aprile 1945.

 

Pionieri dell’antimafia

Nasceva così l’incontro di Dolci con Accursio Miraglia, sindacalista di Sciacca assassinato il 4 gennaio 1947, con Placido Rizzotto, sindacalista di Corleone assassinato il 10 marzo 1948, negli anni in cui veniva formandosi Luciano Liggio sotto il comando del Navarra, con Calogero Cangelosi, sindacalista che operava a Camporeale, nel territorio di Vanni Sacco e da questi assassinato il 2 aprile del 1948. Questi incontri, fondamentali nella vita di Dolci, furono determinanti nel suo orientamento e, prima ancora, nella sua formazione. Per quanto non si possano considerare incontri casuali, essi appaiono tuttavia, scelte necessarie ad un’azione sociale che voleva definirsi sotto il profilo del metodo, del contatto diretto con i problemi del mondo contadino e con i suoi bisogni più profondi. Erano la premessa di una competenza che rifiutava di essere semplice sociologia, per tradursi in leva di cambiamento della realtà, in tecnica per l’azione. Il percorso incrociava la biografia personale di un intellettuale che voleva fondare gran parte della sua esperienza sulla condanna inequivocabile del nazifascismo e delle sue tragiche conseguenze, anche attraverso un radicamento nella storia, nello sviluppo obiettivo delle vicende siciliane.

Questo versante sarà una delle ragioni di forza della sua dottrina. I sindacalisti assassinati sul fronte della lotta per il riscatto dalle varie servitù, furono per lui pietre miliari, analogamente a ciò che avevano rappresentato, nella sua lettura della realtà storica dell’isola e dell’Italia, la strage di Portella della Ginestra e le altre stragi che erano seguite, come in un doloroso calvario.

 

Chi conobbe Dolci da vicino sa che questi riferimenti furono una costante didattica del suo impegno. Il metodo che si era dato escludeva che nella lettura del mondo rimanessero nodi in sospeso, aspetti non chiariti. La comprensione della storia era finalizzata alla costruzione del futuro. Si tradusse anche in una sorta di didascalia quotidiana che, chi lo andava a trovare nel suo studio di largo Scalia, a Partinico, poteva constatare. Danilo interrogava se stesso, e, al contempo, interpellava la memoria e l’identità degli altri. Le sue ricerche per la lettura della mafia e per la messa a punto dei rimedi necessari, a suo giudizio, a debellarla, furono sostanziali alla sua azione sociale per tutti gli anni Cinquanta e Sessanta e occuparono soprattutto il decennio che va dalla data del suo arrivo a Trappeto (1952), alla nascita del Centro studi per la piena occupazione (1958); da “Inchiesta a Palermo”, alla pubblicazione di “Spreco” (1960) prima e di “Chi gioca solo” (1966), dopo. Un quindicennio fertile, fondante, durante il quale si estese il raggio territoriale della sua azione da Tappeto e Partinico, a Menfi e Roccamena. L’area delle tre dighe (Jato, Alto e medio Belice e Carboi) nella quale era l’acqua che si perdeva a mare l’elemento centrale dello sviluppo e dello spreco. Superato questo periodo, all’architetto che aveva smesso di dedicarsi alle strutture abitative per costruire uomini e mondi nuovi, dovette apparire superflua o improduttiva l’insistenza su quella sorta di patogenesi collettiva che egli aveva ormai documentato, in termini d’indagine sociologica, con puntualità e precisione. Una documentazione che gli era costata una denuncia per diffamazione da parte dell’allora ministro Bernardo Mattarella e un lungo e penoso processo a conclusione del quale i giudici, pur a fronte delle centinaia di testimonianze a favore, gli avevano dato torto. Ma il querelante non aveva avuto ugualmente partita vinta se è vero che non era entrato più a far parte del terzo governo Moro, nonostante fosse stato in precedenza ministro dell’Agricoltura e Foreste e per il Commercio con l’Estero, nel primo governo Leone e nel secondo governo Moro (1963-1966).

 

Dolci, colse nella mafia uno dei fattori del sottosviluppo, ma non il solo. E la scoperta, quando tutti ne negavano persino l’esistenza, non fu indifferente alla consapevolezza politica, sociale e culturale dei decenni successivi. Del resto, la sua azione ebbe sempre dei fini educativi, non polizieschi. Quelli furono gli anni in cui la denuncia, non disgiunta dall’analisi, diventò un elemento indispensabile della sua azione civile e si strutturò nei termini scientifici di un’indagine, assolutamente inedita e straordinaria. Anche sotto il profilo del metodo. Si prendano in esame, ad esempio, le “Conversazioni” (1962) a Spine Sante, un quartiere degradato di Partinico, un lavoro essenziale per l’analisi delle strutture culturali della popolazione locale; o il particolare approccio alla figura di Genco Russo, capomafia di Mussomeli: è studiata attraverso un contatto diretto col personaggio e il racconto che ne fanno un amico e un nemico. Una sorta di “trittico” volto a definire il fenomeno, l’uomo, il personaggio, sotto tre angolazioni diverse, di modo che non ci fossero squilibri nella lettura.

 

Documentato il fenomeno, il compito della lotta contro la mafia continuò a interessarlo per la parte di sua competenza, ma non poté chiaramente essere assolto dai Centri studio che egli aveva istituito in diversi luoghi della Sicilia occidentale.

 

 

Il primo incontro con la Commissione antimafia

Al limite di questo percorso, tra il 1963 e il 1965, si colloca il suo primo incontro con la Commissione parlamentare antimafia.[1] Un periodo, possiamo dire, che ritaglia un percorso unitario, completo, dalle lotte per il superamento dell’emergenza all’analisi per la messa a punto di un progetto alternativo di società e di territorio destinato a dare i suoi frutti con la costruzione della diga sul fiume Jato prima e del Centro educativo di Mirto dopo. Alla base vi furono due premesse importanti: il convegno di Palma di Montechiaro e le linee guida di quella che sarà, poi, l’idea della città/territorio. In questa sede non affronteremo tutti questi momenti. Qui basti pensare alla metodologia dell’intervento. Essa non consentiva di separare mai l’elaborazione teorica o l’analisi dei dati, dalla proposta del cambiamento. Qui si coglievano i caratteri originali di questo intellettuale, per il quale l’azione destinata a sconfiggere la mafia si coniugava con un processo inedito di sviluppo della coscienza individuale e collettiva, cioè con l’iniziativa educativa nei confronti dei bambini e degli adulti. Lavorando nella zona delle tre dighe, Dolci si scontrò col fenomeno della mafia; ma il suo non fu mai un lavoro di polizia giudiziaria. Fu al contrario di natura educativa e sociologica. Come espose alla Commissione, a suo giudizio la mafia aveva un peso “più grave” all’interno che sulla costa, in quanto segnata da una “matrice culturale” specifica:

 

Sulla costa l’impedimento maggiore allo sviluppo è costituito, noi crediamo, dal basso livello tecnico-culturale della popolazione, che non vede come i problemi, più che essere problemi di ripartizione di reddito, sono problemi di aumento di produzione. Per esempio, difficilmente [ i contadini N.d.A.] possono volere una diga, se non sanno esattamente che cosa è una diga. Un secondo impedimento allo sviluppo, direi, che è dato proprio dalle forze mafiose.

Nell’interno, invece, la situazione è capovolta. Il peso più grave credo sia determinato proprio dalla situazione, dalla struttura stessa, in un certo senso, anche mafiosa della zona. L’impedimento tecnico-culturale esiste, ma direi che è secondario. Da tener presente, nello studiare la zona, è che ciò che molto fortemente incide è la staticità. Cioè non si può pretendere che questa zona si impegni per uno sviluppo finchè gran parte della popolazione non sa che lo sviluppo è possibile. L’esperienza triste della zona è che le cose rimangono come sono. Molto spesso si sente dire: “Qui niente cambia, niente succede”. Non avendo un termine di confronto e non avendo un’esperienza appunto dello sviluppo, la popolazione teorizza che il mondo rimane fermo.[2]

 

La mafia è vista come uno dei fattori più evidenti di questa staticità, un meccanismo di soggezione perverso, per cui “la gente rimane come paralizzata” di fronte a persone che, anche da morte, sembrano avere un potere di condizionamento tale da indurre le persone a sceglire determinati comportamenti, anche se contrari ai loro interessi.

 

 


 

[1] Cfr. Testo delle dichiarazioni del signor Danilo Dolci rese alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia nella seduta del 13 novembre 1963, in “Documentazione allegata alla Relazione conclusiva della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia (doc. XXIII, n. 2- VI legislatura) Tipografia del Senato, VII Legislatura, 1977, doc. XXIII, n. 3, vol. Terzo, tomo I, pp. 369-406. Cfr.anche Testo delle dichiarazioni del signor Danilo Dolci rese alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia nella seduta del 13 ottobre 1965, ivi, pp. 1125-1142. L’ audizione di Dolci andrebbe riletta alla luce anche del documento n. 403 recante l’intestazione Dichiarazioni e documenti vari raccolti in Sicilia da Danilo Dolci e Franco Alasia su presunti rapporti di collusione esistenti tra la mafia e gli onorevoli Bernardo Mattarella e Calogero Volpe,trasmessi alla Commissione il 22 settembre 1965 e in date successive. Il 6 maggio 1966 il memoriale fu trasmesso alla quarta sezione penale del tribunale di Roma in quanto Dolci aveva in corso un procedimento penale per diffamazione aggravata a mezzo stampa, promosso da Mattarella. Le due dichiarazioni sono state pubblicate, a cura della Scuola Media “G.B.Grassi Privitera” di Partinico e dell’I.C. di Cinisi, sotto il titolo Danilo Dolci testimone del ‘900, Palermo, Gaefra, 2003, poi in Danilo Dolci un testimone del Novecento, edito a cura della SMS “G.B.Grassi Privitera” di Partitico e IC di Cinisi, coordinamento di G. Casarrubea.

[2] Cfr. Testo delle dichiarazioni del signor Danilo Dolci, rese alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia nella seduta del 13 novembre 1963, cit.

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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