La Sicilia in Carlo Levi e Danilo Dolci

LA SICILIA

IN CARLO LEVI E IN DANILO DOLCI[1]

Giuseppe Casarrubea

Una grande città è fatta di strati sovrapposti e contemporanei: se scavi, altro appare: ogni definizione pare fuggire, all’infinito. Dove fermarsi, in questa fuga del tempo? Conta di più la superficie, o quello che è oscuro? La Storia o i destini individuali? I personaggi, o la gente senza nome? I personaggi li ho incontrati, li conosciamo.

Ma la gente, le vie?

(Carlo Levi, La doppia notte dei tigli, Torino, Einaudi, 1962, p. 39)

un momento della manifestazione per lo sviluppo indetta dda Danilo Dolci (1968)

un momento della manifestazione per lo sviluppo indetta da Danilo Dolci (1968)

1. Identità e ricostruzione

La Sicilia è sempre stata una meta obbligata di quanti, nel tempo, cercando di coglierne i segni, l’hanno assunta come tappa del loro stesso itinerario culturale, della loro ricerca interiore. Non ne conosciamo bene le spinte storiche: forse sono state, per un lungo periodo, le rappresentazioni mitiche o gli scenari internazionali nei quali si disegnavano le reti sotterranee delle logge massoniche o delle correnti misteriosofiche; forse prevalevano, come nell’Ottocento, le idealità politiche legate al formarsi dell’idea risorgimentale prima e dello Stato dopo. In ogni caso la Sicilia è stata sempre punto di arrivo e di partenza di molti intellettuali, luogo d’incontri e snodo di interessi lungo il farsi della Storia.

In Levi questa ricerca prende il suo avvio con l’insorgere del fascismo e si consolida, negli anni ’30, attraverso la “consapevolezza dei termini reali dei conflitti contemporanei”, nella prospettiva della rivoluzione italiana e della ricostruzione europea del dopoguerra. Che ci sia questo dato biografico, interiore, è confermato da quanto egli stesso scrive, introducendo, per i tipi di Libri Siciliani, la raccolta di articoli di Mario Farinella, Profonda Sicilia, nel 1966:

Mario Farinella mi aveva accompagnato in qualcuno di quei miei viaggi, che non erano soltanto, per me, la scoperta di una Sicilia vera, degli uomini nuovi che andavano creando un mondo nuovo, ma la scoperta di una parte di me, la più autentica e legittima, che in quegli uomini, in quelle terre, si ritrovava.[2]

L’isola come percorso interiore dunque, biografico, ricerca delle ragioni della propria funzione sociale e delle sconfitte storiche – mai definitive- del mondo contadino: riforma agraria come “arma per diviarne la vitalità, nel binario morto della microscopica proprietà della terra, antieconomica e insostenibile”; abbandono delle campagne; svilimento delle antiche aspirazioni alla libertà e al lavoro delle masse diseredate del sud, in quella che si avviava ad essere “la nuova fase dell’economia europea”. L’osservazione di una terra marginale, dunque, negli anni ’50, ha questo elemento originale in Levi: è un tassello di una ricerca più complessa nello scacchiere geopolitico di quella Europa che il fascismo e il nazismo avevano consegnato, col loro carico di tragedie, stermini e guerre, alle coscienza delle generazioni future. Consente anche di leggere la centralità di una classe sociale nel progetto di ricostruzione dell’Italia di quel tempo. Ma con un’avvertenza: questa classe è il mondo immobile ed “eternamente paziente” che il fascismo non aveva saputo redimere e che era apparso allo scrittore torinese “serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato”. Che si tratti di contadini lucani o siciliani poco conta. Ciò che va tenuto presente, invece, è ora l’effervescenza di questo mondo, la sua carica rivendicativa, il suo essere protagonista, anche se perdente, come avevano dimostrato le lotte per la terra sull’onda delle leggi nazionali di riforma Gullo- Segni, la nascita di numerose cooperative, le lotte sindacali. Erano venute poi le controriforme, la mafia aveva preso il sopravvento, e tutto sembrava essere ritornato come prima.

Come sempre. Con una eccezione nuova: i contadini si avviavano sulla via del tracollo definitivo. Nel ‘Cristo’ gli erano apparsi “respinti nella secolare inesistenza”, ricondotti nell’ombra, ai margini dei processi produttivi; ma adesso la condizione storica era diversa e l’emigrazione, l’inurbazione inesorabile, le trasformazioni industriali, andavano cancellando, quasi senza che nessuno se ne accorgesse, una Storia e una concezione del mondo millenaria. E tuttavia Levi, come anche Dolci, apparivano in quegli anni Cinquanta saldamente ancorati a questo mondo fatto di eroi antimafia e rotture epocali (i fasci dei lavoratori di fine Ottocento, le occupazioni dei latifondi, il movimento cooperativo). Ma, a cercare nella via crucis della sofferenza leviana, un atteggiamento definibile nei contorni statutari di un partito politico, di ispirazione gramsciana o leninista o di altra natura, sarebbe un grave errore di approccio metodologico. Non si potrebbero capire, da qui, le chiavi di lettura con le quali, intellettuali come Dolci e Levi, volevano sperimentare un modo nuovo di interagire con i problemi dello sviluppo di cui avevano una rappresentazione al contempo realistica e idealistica.

Del resto, la ricerca di nuove vie da percorrere, non definibili nel contesto degli schieramenti politici del tempo, è dimostrata anche quando – ben oltre un decennio dopo Il futuro ha un cuore antico, Levi scriveva sull’Unità, ad esempio in occasione del 50° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre[3]. Come Dolci, sognava un ‘uomo nuovo’, ‘senza intermediari e intercessori’. Aveva di fronte strade per lui non percorribili: lo stalinismo, lo stesso revisionismo chrusceviano segnato dalla destituzione dello stesso Chruscev, nel 1964, l’insufficienza della cosiddetta terza via del socialismo. L’uomo nuovo a cui pensava non era un uomo scisso, ma capace di una nuova cultura e di una nuova morale. L’insularità, la marginalità sono un pretesto artistico. La Sicilia è come la Sardegna, visitate la prima nel 1955, l’altra tre anni prima. Sono luoghi di ricerca di una identità, metafore di una visione del mondo.

Qui – scriveva a proposito dell’isola dei sardi- nella contemporaneità, dove secoli senza misura sono passati, e dieci anni, anche ricchi di mutamenti e di uomini nuovi e veri, non sono che un istante […] si sono mescolate le carte, le immagini doppie di viaggi diversi sulle stesse strade ripercorse. Qui, ogni andare è un ritornare. Nella presenza dell’arcaico ogni conoscenza è riconoscenza.[4]

Riconoscenza come riscoperta del ‘soggetto narrante’ posto di fronte alla sua relazione con le cose, in bilico “tra impegno e memoria, proiezione in avanti e ripiegamento”.[5]

2. Due intellettuali irregolari

Nella dialettica tra realtà e arte, irredimibile sofferenza dei ceti più emarginati e sogno di un mondo nuovo, Levi s’incontra perfettamente con l’esperienza di Danilo Dolci, la incrocia in più punti datati, rovesciando, come avveniva anche nel sociologo triestino, gli schemi tradizionali che assegnavano alla politica il primato sulla società, quando al contrario a entrambi interessava – per usare un’espressione di Gigliola De Donato- “la corposità reale” degli individui, singolarmente presi, la materialità delle risorse territorialmente individuabili, sotto il profilo dei fattori umani e delle potenzialità dello sviluppo economico. Si può dire, in questo senso, che Dolci e Levi furono due irregolari della politica: più agitatore e movimentista il primo, più contemplativo e intimistico il secondo. Il mondo contadino ha, in quest’ultimo, una collocazione centrale, ma questa non è elaborata in schemi di classe di tipo dottrinario.

[Levi] –scrive la De Donato- vede e vagheggia, nel vasto moto popolare che accompagna la fase della occupazione delle terre e della lotta per la riforma agraria, proprio per il suo carattere espansivo e ‘spontaneo’, che straordinariamente sembra coincidere con la sua idea ‘poetica’ della rivoluzione, il momento decisivo per il rinnovamento della società italiana, ben sapendo che quel movimento, pur necessario e indispensabile, era uno degli aspetti, e direi il più debole, come dimostreranno i fatti, di una strategia più generale contrapposta complessivamente al blocco capitale-rendita fondiaria. Non a caso all’analisi manca l’esame del rapporto fra questa Sicilia e il piano del capitale, tra emigrazione e politica dei poli di sviluppo, tra riforma agraria e industrializzazione[6] .

In realtà Levi non era un letterato organico nel senso gramsciano; ma appunto per questo era qualcosa di più; se era disposto a ridurre la letteratura a livello del reportage o della cronaca, utilizzava tali forme per scopi di altra natura, esattamente come le sue opere pittoriche esulavano dalla contingenza dei suoi interessi per i soggetti che assumeva a simboli, a messaggi di un suo discorso interiore.

A ben guardare il percorso culturale di Levi (Torino, 29 novembre 1902- Roma, 4 gennaio 1975) è certamente ricco, complesso, legato com’è anche alla sua arte, alla sua pittura. I ritratti ne segnano il coerente sviluppo: da Filippo Turati, dipinto a Parigi negli anni del fascismo, a Carlo e Nello Rosselli, da Umberto Saba a Montale, da Pablo Neruda a Rocco Scotellaro e Danilo Dolci. Volti che sono luoghi reali e simbolo di storie, di tensioni politiche e morali, di battaglie per un’Italia democratica, antifascista. Molto vicina, nonostante le oggettive differenze politiche e i diversi aspetti della laicità, all’azione civile di Giorgio La Pira (Pozzallo, 1904- 1977), del quale il 5 novembre è stato commemorato il 98° anniversario della nascita. La Pira e Levi: due uomini, due protagonisti coetanei di un’Italia costruita sul versante delle lotte per la democrazia nel nostro paese, nel ‘secolo breve’, come l’ha voluto definire Hobsbawm. L’accostamento, per introdurre alcune considerazioni su Dolci, non è arbitrario. La Pira è siciliano di nascita, e democratico cristiano di formazione; il suo percorso politico va dalla Sicilia allo Stato nazionale, restando nella prospettiva delle attenzioni alla subalternità dei ceti poveri; Levi parte dai grandi conflitti dell’età contemporanea e approda alla Sicilia, cercando se stesso.

Da questo punto di vista – scriveva Antonio Del Guercio- la situazione di Levi è, all’inizio degli anni ’30, privilegiata, poiché pur appartenendo alla generazione degli anni difficili, egli affrontava quegli anni – giovanissimo ancora – col bagaglio della generazione che s’era formata al fuoco del dopoguerra rivoluzionario europeo. Coloro che sarebbero intervenuti qualche anno dopo, attorno al 1935, avrebbero dovuto più faticosamente – e quasi ricostruendo da sé in termini di passione rivoluzionaria fatti già entrati nella leggenda – approntare le armi della propria lotta e della propria conoscenza. La soluzione di continuità nello sviluppo moderno della cultura in Italia ha del resto una sua espressione esemplare nella stessa vicenda di Levi: detenzioni, confino, libertà vigilata, occhiuti allarmi per quel che fa nei momenti di libertà, partenze per la Francia, tutto concorre a rendere frammentaria la conoscenza del suo lavoro nel periodo fascista, anche se sono tuttora da valutare appieno le conseguenze – chiaramente cospicue- delle apparizioni delle sue opere a Roma, a Venezia, a Milano, fra il ’31 e il ’37.

E questa conoscenza soffre ancora di distorsioni ed equivoci, dovuti a una non casuale pigrizia di fronte al compito di ricostruire e valutare organicamente il percorso reale della cultura e dell’arte in Italia prima del 1945 e, in questa cornice, il contributo di Carlo Levi.[7]

Questa centralità e cioè l’esperienza formativa nella temperie del fascismo, accomuna, su un piano generazionale quasi conseguente, Levi e Dolci a Tullio Vinay (La Spezia 1909– Roma 1996), una delle maggiori personalità del protestantesimo italiano e mondiale, che a Riesi, paese tra i più poveri dell’interno della Sicilia, aveva fondato nel 1961 una comunità laico/religiosa, al servizio della crescita di quella popolazione. Non si tratta d’intellettuali mossi da capricci filantropici; ma, al contrario, di uomini che vogliono sperimentare la possibilità di un diverso modo di esistere e di agire, di rapportarsi con l’universo, a partire dagli anelli più deboli, dagli ultimi. In Vinay e Dolci la matrice è cristiana, in Levi è laica, quasi desanctisiana, postrisorgimentale e tuttavia estremamente moderna e, solo per certi peculiari versi, gramsciana. Nonostante le diversità culturali, politiche e umane, tra questi intellettuali del ‘900, non si può sottovalutare il dato che proprio in questo secolo, carico di tragedie e di insegnamenti, sulle ceneri del fascismo e del nazismo europeo, affondano le radici di una concezione innovativa dello Stato e della società che è giusto non smarrire, se non a costo di una perdita di senso e di prospettiva di quelle azioni che hanno fondato le ragioni della democrazia sostanziale, il sogno di un mondo nuovo. La pace nel mondo, il rispetto per l’ambiente, l’attenzione alla nonviolenza come metodo di crescita, la condanna di ogni guerra, l’ottimismo nell’uomo, sono il denominatore comune, il tessuto connettivo sul quale, in contrasto con ogni dottrinarismo, si cimentano le esperienze di uomini di così diversa provenienza geografica, ma così straordinariamente uniti, nella costruzione di un mondo diverso. Per tutti la Sicilia è, conclusa la tragedia del fascismo, frontiera, luogo della battaglia concreta in cui ciascuno misura, da diverse angolature la scommessa che ha fatto con se stesso. Per La Pira, valgano, succintamente, per tutte, opere come: L’attesa della povera gente, LEF, Firenze 1978; Le premesse della politica. Architettura per uno stato democratico, LEF, Firenze 1978; La casa comune. Una costituzione per l’uomo, Cultura Editrice, Firenze 1979; Il sentiero di Isaia, Cultura Editrice, Firenze 1979.

Per Dolci, Voci nella città di Dio, Mazara, Società Editrice Italiana, 1951; Fare presto (e bene) perché si muore, Torino, De Silvia, 1954; Banditi a Partinico, Bari, Laterza, 1955; Processo all’articolo 4, Torino, Einaudi, 1956; Inchiesta a Palermo, Torino, Einaudi, 1956; Una politica per la piena occupazione, 1958; Spreco, Torino, Einaudi, 1960; Conversazioni, Torino, Einaudi, 1962; Chi gioca solo, Torino, Einaudi, 1962; per Vinay la realizzazione della Comunità Agape, tanto vicina al Borgo di Dio di Dolci.

Per Levi valga – e basti- il suo scavo nelle piaghe della Sicilia, e dell’Europa, per comprenderle, additarne i confini, curarle attraverso la denuncia, l’azione sociale.

Dolci è di una generazione più giovane di Levi e La Pira, e come quest’ultimo trova i suoi primi impulsi all’azione sociale, da un profondo senso religioso della vita. Il suo antifascismo militante ha un aggancio con l’esperienza di lotta contro il nazifascismo, nel 1942, quando viene arrestato. Senonchè si registra in lui, come anche nello scrittore torinese, l’esito opposto a quelle spinte che avevano condotto storicamente, diversi intellettuali siciliani ad andare al Nord, spinti dal bisogno di autoaffermazione. Levi, ad esempio, fu un “punto fermo” per gli artisti della generazione di Guttuso. Il pittore bagherese lo aveva incontrato per la prima volta nel ’36 a Venezia, durante un permesso speciale dal confino lucano, quando avvicinare – come dicevano i fascisti – ‘ un pericoloso sovversivo’, era motivo di sospetto e comportava dei rischi. Da buon siciliano, rovesciato rispetto alla cultura mafiosa, Guttuso si accompagnava con lui “nei caffè dei campielli” e per le “calli”, seguiva incantato i suoi discorsi, ne faceva un “idolo” e un “simbolo”, sul quale, poi, la guerra, la clandestinità e la resistenza dovevano lasciare il segno della “fiducia velata di tristezza”.

Ma di fronte ai mali del mondo, e soprattutto alla guerra, all’oppressione e alla dittatura, alla miseria che uccide le energie dell’uomo, Dolci matura e definisce, in modo irreversibile, la sua scelta, politica e civile, per un’azione sociale dal basso, la cui opzione di fondo è l’obiezione di coscienza. Forse la Sicilia fu per lui l’area marginale più periferica, la cartina di tornasole delle sue vocazioni. Su questa si innerva tutta la sua esperienza successiva, fino all’incontro con Levi, nel 1955. Seguirà poi la comune ricerca delle ragioni dei mali del mondo sul piano alto della crisi della civiltà contemporanea e delle cause della diffusione del fascismo e del nazismo in Europa. Percorso già anticipato da Levi nella Doppia notte dei tigli: un viaggio nella Germania del secondo dopoguerra[8]

L’interna mancanza di unità – scrive Levi- è la condizione che ha fatto della Germania la protagonista della crisi universale. Ma non è piuttosto, prima di questa mancanza di unità, una mancanza di distinzione, di capacità di distinguere? Non c’è unità se non di cose distinte. […]. Questa parte della Germania che permane nella fase di umanità prenatale, non è distinta dalle cose, non è libera, non può essere amata e amante, ma divorante e (mai abbastanza per la sua brama) divorata .

La Germania si nasconde, è una realtà che si sottrae e si cela, […] si nasconde a se stessa.

e perfettamente concluso da Dolci in Non sentite l’odore del fumo? [9]

La differenza con la Sicilia è nella diversa causa dell’agente traumatico: in Germania il nazismo, in Sicilia, la mafia.

E qui si pone una prima domanda. Se l’incontro dello scrittore torinese con Dolci è come una discesa agli inferi, ma allo stesso tempo un ritorno alle ragioni della speranza e dell’ottimismo, cos’è che unisce due intellettuali -in fondo abbastanza diversi-, tanto da renderli legati poi per tutta la vita? Non sappiamo se sia stato Levi a subire il fascino di Dolci o viceversa. Certo è che, nel viaggio in Sicilia del ’55, Levi va a cercare Dolci a Borgo di Dio e l’anno successivo a lui dedica il ritratto ‘Le parole sono pietre’, che lo vede tra i pescatori, le donne e i bambini di Tappeto. Un omaggio importante, un riconoscimento dell’attività del sociologo triestino, l’avvio di una collaborazione che durerà fino alla morte dello scrittore torinese. Levi, come Vittorini, è in prima fila a testimoniare in sua difesa, dopo la denuncia per lo sciopero alla rovescia. Ai giudici dirà:

Ho appreso dai giornali che Danilo Dolci sarebbe accusato di avere rivolto a un agente della forza pubblica una frase ingiuriosa che suonerebbe all’incirca: “Chi ci impedisce di lavorare è un assassino”.

Ora, io credo, pure senza essere stato presente all’episodio, di potere escludere in modo assoluto, e di poterlo provare con documenti, che il Dolci abbia pronunciato una simile frase rivolgendola al commissario in modo ingiurioso; e questo non soltanto per le assicurazioni e le affermazioni che ho fatto prima. Una frase che suona analoga ma che ha tutt’altro significato, dà inizio alla prima pagina del suo libro Banditi a Partinico, ed è, direi, quasi il filo conduttore di tutto il suo pensiero, l’idea fondamentale attorno a cui si organizza la sua visione del mondo e dei problemi sociali e umani. Dice questa frase, che cito qui a memoria: ” noi viviamo in un mondo di condannati a morte da noi”.

Sì fino a quando esistono degli uomini condannati ad essere tali, a vivere in una condizione che è precedente alla stessa esistenza, fino a quando esiste l’esclusione e l’alienazione, noi ne siamo tutti responsabili, noi siamo tutti degli assassini. Tutti, nessuno escluso. Io sono un assassino, e anche Lei, signor Presidente, è un assassino, e anche Danilo Dolci è un assassino. Questo è il senso della frase che ritorna e domina ogni pagina di quel libro. Come Ella vede, è l’opposto di quanto si pretende che egli abbia detto al commissario. Basta aprire il libro alla prima pagina, e non occorre che saper leggere per capire il testo e il senso della frase pronunciata sulla trazzera, che, anziché ingiuriosa, è certo delle più alte e nobili che possa pronunciare un uomo.[10]

Li vedremo così assieme in varie occasioni: a Roccamena, durante le battaglie per la costruzione della diga Garcia, in quella landa desolata dell’interno della Sicilia già afflitta dalla mafia; numerose altre volte, in altre battaglie per il riscatto dei ceti popolari e dei più deboli. Entrambi costruttori, su piani diversi, dei caratteri democratici della cultura italiana del ‘900, sono accomunati da un antifascismo convinto che si fondava in Levi nel pensiero liberale di Piero Gobetti, nell’esperienza della clandestinità in Francia negli anni trenta, e in Dolci nel rifiuto delle forme di dominio e di violenza e nelle connesse strategie di costruzione della pace. Erano quelle che gli derivavano dal pensiero di Gandhi e di Aldo Capitini, e, prima ancora, dalla persecuzione nazista e dal sogno del riscatto sociale della comunità di don Zeno Saltini, a Nomadelfia. C’è in questa affinità elettiva una sorta di precoce anticipazione della rottura dei limiti imposti dagli schematismi dei partiti tradizionali, un’insofferenza per le angustie dei tecnicismi politici e al tempo stesso una forte valorizzazione dell’uomo e dei movimenti attorno all’idea centrale dei diritti umani inalienabili. E alla disillusione della caduta dei valori unitari dell’antifascismo si lega L’orologio, un libro che testimonia gli anni della svolta che la crisi del governo di Ferruccio Parri determinò sulla vicenda politica italiana all’indomani della liberazione. Con la caduta del governo Parri, durato appena sei mesi (dal 21 giugno al 24 novembre 1945), entrava in crisi anche la coalizione politica che l’aveva sorretto ( Dc- Pci- Psiup- Pli- Pd’a- Dl) mentre si avviava la lunga serie dei governi De Gasperi che dovevano condurre alla rottura dell’unità antifascista, all’affermazione del centrismo, e in definitiva alla sudditanza politica dell’Italia agli Usa. Un cammino lastricato dai condizionamenti della guerra fredda, dalle repressioni antipopolari in epoca scelbiana che travolsero anche le comunità di don Zeno.

Al contrario di quanto era accaduto a Guttuso, è certo che sia stato Levi a scoprire Dolci e non viceversa. Perché Dolci è per lui il punto d’incontro del suo pellegrinaggio nel sud con l’aspettativa del modello sociale organizzativo necessario al cambiamento, e, anzi, della prassi costante dell’azione sociale capace di determinarlo. Levi incontra Dolci e pensa a Scotellaro, ai contadini di Tricarico, alla microesperienza, tutta solitaria e paziente dell’autore dell’ Uva puttanella. Ma non si ferma, naturalmente, ad una visione analogica; sa che ben altro è il compito che Dolci si è assunto. Tra i due correva un’affinità istintiva, artistica profonda. Passava in Levi dalla pittura e dal suo essere un narratore schierato, più per scelta libertaria che politica, in Dolci dalla poesia[11]. Era il livello sovrastrutturale che li faceva sentire vicini, legati da amicizia non comune. A questo proposito si può raccontare un episodio significativo. Dolci era andato a trovare il suo amico nel suo studio torinese; lo aveva trovato quasi sdraiato in una grande poltrona, convalescente dopo una operazione alla retina, che non gli consentiva di vedere ancora bene le figure. Rimase meravigliato che parlasse del suo malanno come se si trattasse di un’altra persona. Non dipingeva da giorni, e tuttavia in quelle condizioni, gli propose di farsi fare un ritratto. Mentre dipingeva –scrive Dolci- mi venne voglia di ritrarlo anch’io e fissai nella mia mente questi versi:

Non ama Carlo chi non ama il fiume:

trasparendo si dona compiaciuto

di scorrere specchiando e assimilando

diverse ad ogni istante vaghe nuvole,

gli alberi delle rive nel fiorire

della vicenda di stagioni nuove

(mentre i nodi dell’acqua si disciolgono

i gabbiani si lasciano portare

dalla corrente a valle, poi risalgono

col moto uguale delle lunghe ali

discendono planando, lievi allargano

nell’aria a freno le penne, e si posano),

i volti di chi incontra, il lento andare

delle stelle più acute della notte.

Avevano finito entrambi, ma quando l’amico torinese gli chiese un parere sul suo lavoro, Dolci notò con stupore che nel suo volto c’era nitido il volto di suo padre. Levi non l’aveva mai conosciuto.[12] Vi era dunque in loro una sintonia che andava al di là delle circostanze, quale poté essere, ad esempio, quella che, il 7 aprile 1961, vide Denis Mack Smith disquisire di Storia della Sicilia con gli abitanti di Partinico, a Palazzo Scalia. Meno marginale fu quella di George Friedmann, dal quale il Centro Studi e Iniziative per la piena occupazione ebbe un notevole contributo sul tema dei modelli di pianificazione regionale. Quelli, per intenderci, che avevano provocato in Usa la reazione contro l’”ipertrofia industriale e commerciale”, e in Unione sovietica, i processi di centralizzazione. Friedmann, come Ilys Booker, furono in realtà vicini a Dolci per la concezione democratica della pianificazione, che essi ancorarono alla partecipazione popolare e alla salvaguardia delle risorse territoriali. Il tema caratterizzò la riflessione del Centro studi, per tutta la primavera del ’61[13], e riveste oggi un’importanza nodale a fronte delle proposte di sviluppo consumistico avanzate dalla destra berlusconiana per il nostro territorio. Un territorio al quale Levi fu legato, oltre che per l’amicizia con Danilo anche per un motivo di ordine politico superiore. Vale perciò la pena richiamare il suo contributo al dibattito sulla pianificazione e gli spunti di discussione da lui messi in campo nella conversazione al Centro Studi del 30 maggio 1961:

Il problema dei rapporti con i partiti e del valore politico di una qualunque azione che si svolga è il primo problema che ci si pone. E certamente si è posto fin dal primo momento nella azione di Danilo, e si è posto a tutti coloro che in qualche maniera hanno voluto affrontare problemi come questi fuori degli schemi tradizionali dei partiti politici. Che l’azione che voi fate sia un’azione politica è certamente fuori dubbio. E che questa azione abbia un valore rivoluzionario, senza avere paura del termine, è certamente fuori dubbio e anche auspicabile evidentemente, altrimenti non corrisponderebbe alla propria impostazione.

In che cosa si differenzia l’azione di un gruppo come il vostro dall’azione dei partiti politici? Che rapporti, che posizione può porsi di fronte ai problemi nazionali, di fronte alle forze che lottano? Sono tutti problemi essenziali, difficili a risolvere perché richiedono di volta in volta giudizio, equilibrio; perché da un lato c’è il pericolo di snaturare un tipo di azione legandolo ad azioni che partono da altri etodi e da altri punti di partenza, e dall’altro c’è il pericolo opposto di renderlo sterile, di renderlo astratto, rifiutando un rapporto con quelle che sono forze reali, con tutti i loro limiti, con tutti i loro difetti: a che tuttavia sono forze reali che in certi piani e in certi omenti hanno svolto – e questo è il loro elemento positivo- un’azione analoga. Perché è certo che il valore del movimento socialista, del movimento contadino, del movimento operaio organizzato, il valore positivo, il suo valore di libertà, è costituito proprio in questa presa di coscienza, in questo formarsi dal basso di una classe dirigente, di una classe dirigente potenziale, o anche singolarmente in un ambito più piccolo, o negli uomini che si sentono capaci di questo. Quando i partiti politici hanno svolto questa funzione (in certi momenti l’hanno svolta in maniera assai larga, assai evidente, in altri meno), quando la svolgono, la loro azione è della stessa natura liberale (anche se è comunistica o socialista: liberale nel senso largo della parola) dell’azione che si svolge qui. Ed è stato anche, veramente, il grande fenomeno dell’Italia modena, questa presa di coscienza attraverso i partiti, attraverso le ideologie, e attraverso la conoscenza di problemi sindacali, i problemi politici.[14]

Levi annetteva una funzione peculiare al Centro Studi in quanto coglieva nell’inchiesta e nell’azione sociale passaggi insostituibili nel cambiamento. La metodologia sembrava opportuna in quella fase prepolitica. Quel piccolo gruppo di persone attive nelle povere case di Borgo di Dio era, in realtà, per Levi, la risposta esatta alle questioni non risolte del Cristo si è fermato a Eboli e, prima ancora, della Paura della libertà, composta nel ’41, ma edita per la prima volta nel gennaio del ’46.[15]

Specialmente in quest’ultima opera sono presenti almeno due grandi questioni poste alla base del pensiero di Dolci: il nazismo e il fascismo come mali supremi da un lato, “l’apparire della nuova dimensione atomica” nella risoluzione dei conflitti internazionali dall’altro. Sono questioni che si svilupperanno più tardi in Dolci, parallelamente, forse, al modificarsi del senso religioso della vita, in gran parte ancorato, nei primi anni ’50 al cattolicesimo non ortodosso della comunità di Nomadelfia. In tale evoluzione, e nell’incontro tra le due personalità, tuttavia, credo che il sociologo/poeta maturi l’indirizzo verso gli esiti leviani:

Qual è il processo di ogni religione? – si chiede Levi- Mutare il sacro in sacrificale, togliergli il carattere di inesprimibilità, trasformandolo in fatti e in parole: far dei miti, riti; dell’informe turgore, un uccello sacramentale; del desiderio, matrimonio; del suicidio sacro, omicidio consacrato. Religione è relegazione. Relegazione del dio nel legame delle formule, delle evocazioni, delle preghiere, perché non sfugga, secondo la sua inafferrabile natura. Il sacro, che è l’aspetto stesso del terrore, si fa legge, per salvarsi da se stesso. […]

L’azione è, al contrario, frutto della differenziazione completa

[…]

Religione è la sostituzione all’inesprimibile differenziato di simboli, di immagini reali e concrete, in modo da relegare il sacro fuori della coscienza, porgendo ad essa degli oggetti finiti e liberatori […]. La Religione è dunque, così considerata, un mezzo del processo di individualizzazione; ma un mezzo che tende, per liberare lo spirito dal senso terrificante della trascendenza, a sostituirla con simboli visibili, idoli.

[…]

La divinizzazione dello Stato (e la servitù che ne risulta) durerà finché non sarà finita l’infanzia sociale, finché ogni uomo, guardando in se stesso, non ritroverà, nella propria complessità, tutto lo Stato, e, nella propria libertà, la sua necessità […]. Soltanto il processo di interiore maturità farà dell’animale totemico, del padre intangibile, e della sacra maestà, degli amabili ricordi decorativi. [16]

Il lavoro dei campi, che è tutto umano, è straniero a una terra divina per la sua natura selvaggia, per la sua pura potenza, divisa in parti non per il variare delle coltivazioni, ma per i limiti soli della violenza di un animale araldico (p.61).

Nel capitolo “Massa”:

I panettieri chiamano massa la pasta, che attende di essere divisa in parti uguali e di diventare pane nel forno; i fonditori, il metallo fuso, che aspetta di essere colato nel suo stampo; i fisici, quello che in un corpo non è forma, né grandezza, né qualità, a materialità indeterminata. La massa, che per ogni individuo è un non-io, inesistente e necessario, per ogni corpo fisico la non-qualità, origine negativa di ogni qualità, è, nel campo dei rapporti umani, un non-Stato, una informità, da cui sorge per contraddizione ogni organismo statale. E’ l’indeterminata materia umana, che è una, e perciò incapace di relazioni, ma che serba in sé, nella sua inesistenza, tutte le sue possibili future relazioni. La massa è il nulla, è il sonno, è l’anarchica unità; è l’immagine negativa dello Stato. Dalla sua infinita indifferenza sorge l’uomo e sorgono gli stati; ma ogni nascita, ogni nazione è una frattura della massa, una riduzione dell’ombra, che ne costituisce l’origine e il termine. […] E’ massa tutto ciò che nel popolo non ha fora, e che tende oscuramente a separarsi, a scindersi, e nascere, come persona e come stato. Massa non è quindi il popolo, e neanche la sua parte più bassa, la plebe; né è una determinata classe sociale – ma è la folla indeterminata, che cerca, con l‘angoscia del muto, di esprimersi e di esistere (pp.105-106). […] Dove i istituiscono rapporti umani, la massa finisce, e nasce l’uomo, e lo Stato. Ma dove la massa permane col suo peso vago e il suo mortale spavento, una religione protettrice e salvatrice sostituisce all’impossibile Stato un suo simbolo divino – e fa della stessa massa, inesistente e angosciosa un idolo cha la nasconde e la rappresenta. La divinità della massa e quella dello Stato coincidono: i due idoli hanno lo stesso aspetto: la totalità. Il terrore della passività assoluta e indistinta, e il terrore della libertà, generano, da parti opposte, la stessa religione: lo Stato di massa. (p.110)

L’organizzazione distrugge ogni organismo vivente, sovrapponendogli la propria estranea divinità. Dove è organismo, là non può essere organizzazione. (p.109)

Dall’incontro con Levi, Dolci deriva alcuni canoni della sua attività di sociologo e intellettuale non allineato e riconsidera probabilmente anche i termini di un cattolicesimo troppo rassicurato dai suoi riti e dal suo stesso essere chiesa formalizzata. E’ un passaggio nodale dall’apparire all’essere, dall’istituzionale al sociale. In tale percorso incontriamo la centralità dell’azione per l’uomo, senza orpelli o appartenenze; la ‘dissacrazione’ dello Stato; il valore della persona come principio del cambiamento; la critica spietata del concetto di ‘massa’. Per quest’ultimo aspetto Dolci era solito usare questo termine nel senso deteriore, legato all’informe, o – come diceva lui- alla ‘pasta’, al suo essere qualcosa di non definito, di ‘vischioso’. Qui si registrava l’impatto con la visione tradizionale dello schema leninista del processo rivoluzionario, e non proprio nel senso del rifiuto del leninismo, o di una certa visione illuministico-astratta della realtà, ma nel senso più proprio del rovesciamento di un’impostazione derivata dal materialismo storico, e dalla teoria della lotta di classe. L’ideologia dolciana non contempla infatti la conquista dello Stato da parte delle classi lavoratrici, ma punta a modificare lo Stato a partire dall’uomo, senza per altro porsi neanche il problema dello Stato. Tale nozione appare estranea, e talvolta nemica, elemento strutturale del contrasto al processo del cambiamento nella direzione di un mondo nuovo. E tuttavia quella visione è rovesciata ma non negata, in quanto accetta implicitamente il ruolo della leadership, l’esistenza di un ‘centro’ guida che ha in sé la tensione a un processo rivoluzionario nonviolento. In questo sforzo aveva come modelli i grandi dirigenti delle lotte contadine del dopoguerra: da Portella della Ginestra a Salvatore Carnevale. Essi avevano disegnato la direzione di marcia, e questa direzione, ancora una volta, gli derivava anche dal contributo letterario e politico di Levi.

3. Essere testimoni: le pietre che gridano

La Sicilia su cui comincia ad agire Dolci è la Sicilia segnata dalla via crucis di Levi. Basta guardare le date. La decima edizione delle Parole sono pietre. Tre giornate in Sicilia, uscì per i tipi Einaudi nel 1955. L’opera raccoglie articoli di vari periodi. Quelli della prima e della seconda parte risalgono al 1951-1952, un’epoca in cui Dolci o non era ancora in Sicilia o vi era appena giunto (febbraio del ’52); quelli della terza parte risalgono invece all’estate del 1955.

Il libro racconta degli scioperi dei minatori di Lercara Friddi, patria di Lucky Luciano, del controllo mafioso dei sistemi di produzione e di sfruttamento (di cui era diretto testimone e vittima un suo amico pittore di Cesena: “Passava per le strade, e i mafiosi che stavano appoggiati ai muri come lucertole, con le mani alla cinghia dei pantaloni, lo squadravano dall’alto al basso con quei loro occhi fermi di serpente e gli sputavano sulle scarpe”), della riforma agraria e del “processo reale della terra”, del servilismo e della sottomissione (“Il vecchio non si turbò né si mosse per questo. Gli mostrò il pane e gli disse: – il pane è duro, ma è dolce”), dello scontro tra contadini e funzionari (“funzionari che avrebbero dovuto lavorare per loro e con loro, ma che celavano in sé un antico odio ereditario e che erano portati a usare la Riforma, essi che venivano dalla piccola borghesia dei paesi, per riconquistare il pericolante secolare prestigio: sempre presenti, con gli occhi aperti e le orecchie tese, i pantaloni stirati, i baffetti sottili sul labbro, pronti a tornare padroni, a modo loro, delle terre abbandonate e divise”). Il ricordo di Rocco Scotellaro, scrittore e poeta della libertà contadina che gli era stato compagno nel suo viaggio attraverso i paesi calabresi è un richiamo interessante anche per le influenze che la metodologia dell’indagine sociologica dell’autore de L’uva puttanella, mai meglio puntualizzata, esercitò sullo stesso Dolci negli anni delle sue inchieste a Palermo, e poi in vari comuni della Sicilia occidentale.

La Sicilia è vista nella sua sedentarietà feudale e nella sua illusoria aspirazione al mito dell’opulenza e della ricchezza come dimostrano gli isnellesi che aspettano l’arrivo del loro concittadino sindaco di New York (“un desiderio di fuga affidato a una speranza magica, a un infantile rito propiziatorio”, quale fu la folle concezione dell’Impero mussoliniano); oppure nella sua cultura concreta e deludente, come i mostri di villa Palagonia a Bagheria e nei suoi intellettuali interpreti dei colori e dello spirito della civiltà contadina, come Renato Guttuso, o legati ai diritti dei lavoratori, come il poeta Mario Farinella, autore della lettera da Lercara Friddi: La zolfara accusa. E’ la Sicilia dei braccianti di Bronte, antica Ducea che Ferdinando di Borbone aveva regalato a Orazio Nelson, nel 1799, “come compenso per avergli salvato il regno e ammazzato i liberali di Napoli”, un tempo teatro delle sanguinose repressioni di Nino Bixio. Di quelle rivolte che i contadini avevano fatto in nome di Garibaldi e della libertà dal feudo, adesso segno tangibile di una riforma agraria impedita, stravolta e capovolta. Ma è soprattutto la Sicilia della violenza e dei misteri, di un passato e di un presente di morte e di fatica quasi irredimibile. Bolognetta gli richiama alla mente il capomafia del luogo: Serafino Di Peri

“Quel nome non mi riusciva nuovo. Mi ricordai che l’avevo letto nelle cronache del processo di Viterbo, del processo della banda Giuliano, quando era venuto a testimoniare un vecchio dai capelli bianchi detenuto per associazione a delinquere con altre centonove persone, Serafino Di Peri, dal viso, al dire del cronista, ‘formidabile, da protagonista di film gialli’, che era stato fino al 1948, il sindaco di Bolognetta”;

Lercara Freddi è anche la disumanità del proprietario delle zolfare di quel bacino i cui manutengoli sono contrapposti ai minatori in lotta come in una sorta di film western, senza legge e senza Stato.

“Alla busta-paga del morto – un ragazzo di diciassette anni schiacciato da un masso caduto dalla volta di una galleria- venne tolta una parte del salario, perché, per morire, non aveva finito la sua giornata; e ai cinquecento minatori venne tolta un’ora di paga, quella in cui avevano sospeso il lavoro per liberarlo dal masso e portarlo, dal fondo della zolfara, alla luce”.

E così sono viste le altre città: Monreale, una delle capitali della mafia; Montelepre, il regno dei banditi di Salvatore Giuliano, luogo di “rapporti di alleanza e di rottura con la mafia, dei contatti degli uni e dell’altra con la polizia e le istituzioni dello Stato e i partiti politici, delle azioni del governo e delle autorità, della reazione popolare”.

Gli stessi Malavoglia di Giovanni Verga appaiono a Levi come un “libro notturno”:

Tutto vi avviene nella sera, nell’ombra dei vicoli, nel nero della sciara, nella tempesta, nella notte; il mare non vi ha quasi altro colore che il nero, nero come la sciara, o il colore del piombo.

La visione leviana della Sicilia negli anni in cui ogni processo riformistico fu vanificato e sacrificato alla ricomposizione del blocco agrario e degli apparati di potere, confina col pessimismo sciasciano e si colloca in un’angolatura neoilluministica contro le forze oscure di un medioevo barbarico (“…siamo nel ’51, e la faccia del signor N., contro cui lottano, non è di cento anni fa, ma di mille, non è il viso di un industriale inglese del 1848, ma forse quello di un padrone di servi dell’ottavo o nono secolo, prima del Mille, e forse neppure quello; e anche loro, anche questi che ora brillano di una vita ritrovata, erano sino a ieri i servi di un tempo remoto”). La lettura di questa Sicilia, quasi a riflesso dell’aspetto morfologico dell’isola, è – si potrebbe dire- triangolare; si fonda su tre livelli che non adugiano in retoriche descrizioni paesaggistiche: il feudo, la mafia e il senso della morte da un lato, le esperienze in atto del riscatto e della “resurrezione”, da un altro. Nel mezzo c’è la funzione dissolvente e paludosa del ceto medio dell’impiego, degli uffici e delle professioni, incapace di una propria autonomia e di un suo ruolo positivo di trasformazione sociale. Ma vi è presente anche l’ottimismo della speranza, la prospettiva delle lotte sindacali e politiche, l’intreccio –antico quanto la Storia del movimento dei lavoratori in Sicilia- tra la religione del popolo e la volontà del riscatto sociale; l’anticipazione dell’uso consumistico di alcune importanti risorse urbanistiche e culturali dell’isola, come nel caso di Taormina e del “dubbio mondo internazionale che vi si aduna e che diventa tanto più volgare in quella natura austera e arcaica”. Le catacombe dei cappuccini e la festa di Santa Rosalia, hanno un filo conduttore in comune; è una certa concezione che i siciliani hanno della “morte che conserva in sé piena l’immagine della vita”, che non vuole nascondersi a se stessa, ma che viene esorcizzata dall’esuberanza dei colori e della tradizione, dalla chiassosità dei mercati.

Ne deriva un documento della faticosa lotta di emersione alla luce, di costruzione del processo democratico in Sicilia e in Italia. Ma anche un ritratto, filtrato dalla particolare sensibilità umana e dalla tempra civile dell’autore, di due tra i grandi testimoni del Novecento siciliano: Danilo Dolci e Salvatore Carnevale.

Correvamo ora, ritornati alla riva del mare e alla strana compagnia dei contemporanei, attraverso Castellammare del Golfo, sciorinata come un grigio ventaglio alla svolta, e le villette sparse di Alcamo Marina, e le dune di sabbia di Balestrate, verso Tappeto e il Borgo di Dio, meta del nostro viaggio di oggi. Eravamo venuti per vedere Danilo Dolci, l’architetto triestino che dopo due anni di esperienza di Namadelfia ha fissato qui la sua vita e il suo lavoro, tra i poveri di questo villaggio di pescatori e di contadini. Il paese, quando vi entrammo, forse per l’ora calda, pareva disabitato. Chiedemmo finalmente di lui a una donna che si affacciò da una soglia e ci avviammo, secondo le sue indicazioni, passata la ferrovia, per una ripida strada sassosa, fino a una specie di grande capannone in muratura, di costruzione recente, che pensavamo fosse la sua casa. Anche qui non c’era nessuno, ci affacciammo a una finestra e vedemmo che l’interno era un grande stanzone vuoto coi muri tutti decorati di grandissimi disegni lineari in matita o in carbone sul fondo bianco del muro, che rappresentavano con una minuzia infantile e una elegante accuratezza e precisione, le erbe e i fiori dei campi. Un muratore che passava avviandosi a un’altra costruzione non ancora terminata, lì vicino, ci disse che quella era l’ “Università”, dove si tengono conferenze e lezioni, che la casa a cui stava lavorando sarebbe stata la sede del Consorzio per l’irrigazione, e che Dolci abitava più in basso.

Di lassù, in quell’ora meridiana, si apriva davanti a noi un largo paesaggio incantevole. La terra dove posavamo i piedi era bruciata dal sole, ma vi nascevano, frutto evidente di cure amorose, pomodori e ortaggi. Dietro di noi le montagne funeste che avevamo passato al mattino, e Montelepre intenerita dalla distanza, al di là della piana di Partinico, e davanti un mare sereno e intatto e la costa che si dilunga verso Palermo, piena di azzurre grotte inesplorate. Sembrava un paese felice, nutrito da un sole amico. Entrammo nella casa di Danilo che ci accolse amichevole e aperto: alto, robusto, con una grossa nordica testa complessa, gli occhi vivaci dietro gli occhiali, allegro di una interna energia, sempre presente, sepre rivolto, anche nei minimi gesti, all’azione. E’, la sua, una casa modesta e nuda, con un pianoforte, un tavolo coperto di progetti e di carte, e il muro bianco, ornato, come quello dell’Università, da un enorme disegno di erbe e di foglie, opera anche questa, come quelle altre, dei suoi ragazzi. Coinciò subito a parlarci dei lavori che gli stavano a cuore, del progetto per l’irrigazione per tutta la zona, che permetterà di cambiare profondamente la situazione e di combattere la miseria. Ci spiegò tutte le sue altre iniziative, l’asilo, la scuola, l’assistenza, la lotta contro la pesca abusiva, e le inchieste, e gli studi, le conferenze, i concerti, insomma, quella attività che conoscevamo dai suoi scritti, ma che qui prendeva ai nostri occhi la sua giusta dimensione. Non era, il suo, il tono del puro missionario o del filantropo, ma quello di un uomo che ha fiducia, che ha fiducia negli altri (una fiducia generale nell’uomo), e fa sorgere la fiducia intorno a sé, e con quest’arma sola sente di poter far nascere la vita dove parrebbe impossibile, a poco a poco, per forza spontanea; che per fiducia si è buttato, quasi a caso o senza scelta, in uno qualunque dei mille e mille paesi della miseria, e vi si è voluto radicare, per non essere il filantropo che viene di fuori e che, per quanto faccia, resta di fuori, facendo in tutto la vita degli altri, tagliando i ponti dietro di sé. Danilo ci presentò sua moglie, una vedova di Tappeto con cinque figli, e altri bambini venivano e giravano per la stanza: e in loro e nella moglie, e nella giovane maestra d’asilo, e nei muratori, in tutti, c’era la stessa aria allegra e attiva, come se a quella loro condizione nulla potesse parere estraneo. Sapevamo delle lotte sostenute, della ottusa ostilità e diffidenza delle autorità, così simile a quella della polizia e della burocrazia. Realistiche e savie, degli Zar, nei riguardi degli utopici e idealisti populisti russi. Dolci non ce ne parlò, ma ci descrisse invece le condizioni terribili di Tappeto e di Partinico che egli conosce casa per casa, famiglia per famiglia, le malattie, l’analfabetismo, la delinquenza, la prostituzione, gli effetti mortali di una antichissima miseria, origine sola, secondo lui, del banditismo, e degli altri mali, conservati volutamente da un’azione di governo che non vuole risolverli e che butta miliardi per la repressione poliziesca del banditismo, dove basterebbero milioni per abolirne le cause. Ci mostrò le sue statistiche sulle famiglie dei banditi, dove la fame, l’analfabetismo e la disoccupazione sono caratteristiche costanti, in paesi dove la maggior parte della popolazione sono, come qui si usa chiamarli, “industriali”, uomini cioè che si industriano, senza terra né mestiere, né la possibilità di avere terra o mestiere per campare e non morire. Queste cose sono conosciute da chi le vuole conoscere, a Danilo volle mostrarcele sul vero: le cose reali hanno un linguaggio assai più chiaro che le parole e le statistiche. Scendemmo con lui al Vallone, per le strade miserabili e puzzolenti; entrammo nelle case senza pavimento, piene di mosche e di acque putride, rivedemmo, ancora una volta, come in tanti altri villaggi e paesi del Sud, la grigia faccia della miseria; gli uomini senza lavoro, “disfiziati”, senza volontà e desideri, le madri senza latte, i bambini denutriti e ridotti a scheletri. In via Silvio Pellico, una specie di burrone scosceso tra catapecchie cadenti, in faccia alla casa dove era stato nascosto, negli anni scorsi, un famoso bandito, vidi la stanza, simile, come le altre, a una tana senza luce, dove vive uno dei giovani attirati qui dall’esempio di Dolci, un musicista di Ginevra che fa il pescatore con i pescatori, su questo mare risotto sterile e senza pesci dalla pirateria dei pescatori di frodo, tollerata benevolmente dalle autorità. Poco più su, un uomo ancora giovane, dal viso smunto, infreddolito per la tubercolosi, cercava, avvolto in uno scialle di lana, di scaldarsi al sole. In quella totale destituzione gli occhi guardavano tuttavia Danilo con un lume di speranza, e una certa vaga speranza anche in se stessi mi pareva leggervi di riflesso.

Lo stesso accenno di speranza nascente in un’ombra serrata trovammo sui visi dei poveri di Partinico, dove Danilo volle accompagnarci. Era ancora il solito, tragicamente monotono spettacolo della miseria, forse più triste perché questa era una miseria di città e perciò con un senso maggiore di solitudine e di abbandono; singolarmente differente nei vari quartieri a pochi passi di distanza l’uno dall’altro. C’è una zona che si chiama Madonna, dietro il vecchio municipio, con la sua grande piazza vuota, che è la zona dei banditi, dove gran parte degli uomini sono nelle carceri, e la diffidenza e l’orgoglio e la feroce protesta si leggono nell’aria, nei visi chiusi delle donne, nelle porte chiuse, nelle strade vuote. E’ un quartiere di vaccai, uomini pieni di energia, spinti quindi dalla loro stessa virtù a rispondere con la violenza all’offesa delle cose, a resistere nella maniera più elementare, a andare con Giuliano per vivere. Spine Sante è più squallido; sono poche strade più in là, a pochi passi dalla chiesa e dal caffè dove ci eravamo fermati al mattino. Nuvole di bambini, scarni e bellissimi, accoglievano Danilo al passaggio chiamandolo per nome: – Danine, Danine, – felici di dire quel nome come se pronunciassero una formula magica. Entravamo con lui in tutte le case e dappertutto inciampavamo nei problemi più elementari di un mando schiavo dei limiti della fame e della malattia; e, ancora una volta, come tanti anni prima, fui costretto, senza volerlo, a richiamare alla mente vecchie, quasi dimenticate, nozioni di medicina. A Spine Sante la risposta all’offesa del mondo non è il banditismo ma, più debole e straziante, la malattia e la follia. Le strade sono, anche qui, polverose e sporche, ma nella sporcizia non ci sono residui di cibo, né bucce d’aranci, né foglie, né torsi di cavolo, né scatole, né ossa: i cani magri annusano con aria delusa. In poche case vivono diciassette malati di mente dichiarati, e chissà quanti altri meno evidenti e clamorosi. Un giovane stava seduto immobile sulla sua sedia, la vecchia madre ce lo mostrò e provò invano a stimolarlo a parlare; quell’apatico silenzio schizofrenico durava da anni. Davanti a una porta, con le braccia penzoloni, stava una giovane col viso asciutto e gli occhi spenti, tranquilla ora, ma, ci dissero i vicini, quando è assalita dalla fame è invasa dalla furia. Entrammo in un’altra casa dove vedemmo un uomo chiuso in una gabbia. La piccola stanza dove viveva tutta la famiglia era stata divisa con delle sbarre di ferro come quelle degli animali feroci, e nella gabbia camminava avanti e indietro un giovane dal viso bestiale, dai neri occhi terribili. Nella casa vicina il capo della famiglia stava in letto, senza muoversi da mesi, chiuso al mondo, pieno di una sua angoscia nera, negativo. Lasciò che ci avvicinassimo al letto e si coprì come un morto il viso col lenzuolo.[17]

L’inizio del racconto su Salvatore Carnevale ha caratteri in comune con i racconti siciliani di Dolci, che a Levi si ispirò per i suoi connotati civili e anche per certe forme espressive che ‘caricavano sugli stessi personaggi incontrati – sullo stile sociologico dell’inchiesta – le forme comunicative del popolo.

Da bambino mi mangiavo i ricci interi, con la scorza e le spine e il guscio, tanta era la fame: perché la nostra bocca è un mulino; e anche i fichi d’India mi mangiavo, con la buccia e non mi facevano male, tanta era la fame; perché il nostro stomaco è un calderone e sotto la gola c’è una vampa che brucia ogni cosa, – mi diceva lo scoparo dell’Aspra aprendo per me dei ricci di mare che era stato a pescarmi sulle rocce di quella costa fra Bagheria e Capo Zafferano, sotto le rovine dell’antica città di Soluto, che è forse il luogo più bello dove un corpo umano possa stendersi al sole.

Salvatore Carnevale aveva fondato nel ’51 la Camera del Lavoro e la sezione socialista di Sciara, un comune dominato dalla mafia e dal latifondo, dai campieri e dagli amministratori della principessa Notarbartolo. E’ una figura centrale nella Storia del riscatto della Sicilia negli anni ’50, anni di controriforma e di piombo, di battaglie per uscire dalle logiche feudali e di repressioni sanguinose. E’ al contempo una tappa obbligata del percorso civile di questo riscatto, nodo storico importante. La Sicilia della monocoltura cerealicola si presentava spesso, nelle zone interne, come un sistema misto (ad esempio uliveto/grano) in base al quale i latifondisti erano portati a frammentare la manodopera salariata, assumendola sulla base dell’andamento stagionale dei raccolti e a perpetuare i caratteri tradizionali dei contratti verbali di lavoro. La riforma agraria era intervenuta a rompere la rigidità di questo sistema e a mettere a nudo le vocazioni più recondite delle classi che si fronteggiarono per adeguarla ai loro bisogni: gli agrari da un lato, i braccianti dall’altro. I primi erano sostenuti dalla mafia e dal governo regionale, gli altri solo dall’organizzazione sindacale e dall’azione delle loro lotte. Quando Levi visita Sciara, qualche mese dopo l’uccisione del sindacalista (16 maggio 1955), ha una immediata percezione dello scontro in atto, come se questo fosse determinato dalla stessa Storia del paese, dallo stesso paesaggio che lo sovrasta e lo domina:

L’oliveto era finito, il terreno era aperto, il grano mietuto fino a perdita d’occhio, fino a un lontano dosso dietro a cui d’un tratto apparve il paese. Veramente il paese non si vedeva, ma erano sorti, come spuntati dalla terra, il castello, alto sopra una roccia, e, sotto di lui, più in basso, la chiesa. Fra il castello e la chiesa stava, invisibile, il paese.. Pareva un’immagine araldica della Sicilia feudale, troppo semplicistica, troppo simbolica per essere vera, con quei due soli neri profili verticali, stagliati sul cielo, come i segni del potere, più protervo e alto il primo, sottomesso e aguzzo il secondo, e, in mezzo, quasi inesistenti, nelle casupole confuse con la terra, i contadini. (p.164)

Qualche pagina più avanti il contrasto è ancora più violento e suggestivo allo stesso tempo:

Eravamo discesi sui nostri passi: tornati sulla strada, in pochi minuti giungemmo a Sciara. Una strada la traversa salendo e scendendo da un capo all’altro, interrotta nel mezzo da una piazza con l’aquila del monumento ai caduti, e una assurda chiesa di stile olandese goticizzante al posto della chiesa antica. Da questa strada salgono verso il castello e scendono verso la valle le vie trasversali, larghe, ripide, sassose, come dei letti di torrente. Sono delle sciare, delle striscie, sono dei fiumi di pietra che rovinano a valle. Risalendole, tra le capre e gli asini e le vacche, e le basse casupole di pietra, si vede il castello dove tutte convergono. E’, visto da vicino, un modesto castelluccio, quasi una villa signorile abbandonata e cadente; ma l’alta roccia a picco su cui è costruito e le siepi spinose di fichi d’India che lo circondano gli dànno un’aria militare e grifagna, come una rocca segregata e imprendibile, un luogo di separazione sanguinosa, e di disprezzo.

A salirci, che pace! La campagna digrada fino al monte San Calogero ammantato di nebbie, un silenzio solenne si stende sui campi, un intatto incanto pastorale lega gli alberi, le piante, le rocce, l’oro delle paglie, le azzurre lontananze, fino al cielo vuoto. Affacciandosi di lassù, tutto il paese circostante è come un libro aperto, e nulla è celato allo sguardo. Nell’immobilità della campagna, il minimo moto di un uccello, di un animale, di un cristiano appare nitidissimmo. Tutte le strade di Sciara, tutte le case, tutte le porte di tutte le case, tutti gli scalini davanti alle porte, tutte le persone sedute sugli scalini, si vedono ad una ad una, come in un grande quadro senza ombre. Chi sta qui non ha bisogno di interpreti o di spie, ma ha, col solo sguardo, il dominio. Sa chi esce e chi entra, chi è andato al lavoro e chi ne è tornato, chi ha acceso il lume e chi ha mangiato, chi ha munto la vacca, chi ha chiuso la porta. E chi sta sotto, su quelle soglie, in quelle case, sente sopra di sé gli occhi di questo uccello da preda appollaiato. (pp. 167-168)

La passione civile diventa anche sforzo d’indagine, vivo allarme, incredulità a fronte delle tracce, ancora visibili, che i criminali avevano lasciato sul terreno, prima di commettere un “assassinio, per così dire, firmato, con la simbologia delle uccisioni di mafia: i colpi al viso, per sfigurare il cadavere, in segno di spregio; e il giorno seguente il furto di quaranta galline, per il banchetto tradizionale:

Devono essersi fermati qui ad aspettarlo per lungo tempo, si vede ancora il terreno pesticciato sopra il sentiero. E avevano fatto passare quell’ora di attesa, prima di sparare, mangiando delle fave, ci sono ancora per terra le bucce rinsecchite. Mi pare che parlino maligne come antichi ruderi di un incendio, o vecchi documenti ingialliti. Le cose così cambiano natura, diventano prove, piene di senso, della realtà, buone o cattive, non più oggetti, ma testimoni e partecipi. Mi chino a raccogliere una di quelle bucce. Scendono dai campi, come uccelli che scorgono di lontano e si buttano improvvisi, o mobili abitanti del deserto, dei contadini che ci hanno veduto vicino al cippo. Si fermano rispettosi a qualche passo di distanza, ci salutano, senza chiederci chi siamo: – buon giorno, compagni. (pp.165-166)

Carnevale è come la pietra del passo evangelico di Luca, 19,40 posto a tema di riflessione della 8^ Settimana Alfonsiana, dedicata a Ernesto Balducci (Palermo, 21-29 settembre 2002).

Ricordiamo brevemente la scena. Gesù entra festeggiato a Gerusalemme, tra i canti dei suoi fedeli. I farisei lo invitano a fare tacere la folla; ma Gesù risponde loro: “Se essi tacessero griderebbero le pietre”. “Sapeva bene –dice Nino Fasullo- che le supreme autorità di Gerusalemme avevano deciso di ucciderlo. Che aveva i giorni contati. Che l’isolamento attorno a lui si faceva stringente. Che gli restava una sola via d’uscita: inginocchiarsi, ricredersi, arrendersi. Ossia: distruggere con le sue mani se stesso e il Vangelo, quindi, la speranza dei poveri e dell’umanità”. Il tema della pietra che grida, della pietra insanguinata e scartata, la pietra prediletta per la costruzione della Chiesa – come ha rilevato nell’incontro Massimo Cacciari- è carico di senso storico per le sue analogie e interferenze costanti con le vicende delle classi subalterne siciliane, e specialmente con quelle che riguardano la lotta contro la mafia. L’accostamento biblico con Carnevale è fatto dalla madre del sindacalista, Francesca Seria nel lungo racconto/intervista che ne fa Carlo Levi. Ricorre anche il tempo biblico del sacrificio supremo: venerdì 13 maggio il mafioso locale Antonio Mangiafridda avverte: ‘Durerai poco con questo tuo atteggiamento intransigente’. E’ presente il rappresentante dello Stato, il maresciallo di Termini.

– Nomadelfia, don Zeno Saltini. Danilo amava richiamare quell’esperienza e, soprattutto, il fatto che don Zeno ripeteva sempre gli stessi passi del Vangelo, e quelli metteva in atto. La stessa cosa può dirsi per il buon cristiano che volesse attuare gli insegnamenti del Nuovo Testamento. Quei passi sono come chiavi di accesso al cristianesimo. Alcuni dovettero colpire in modo particolare Dolci e Levi, in modi diversi e attraverso canali che se a Dolci derivavano da quell’esperienza, giungevano a Levi mediante il suo incontro con i drammi della Sicilia, il cristianesimo popolare sempre presente nelle azioni sociali dei suoi primi dirigenti sindacali e politici, la religione diffusa che univa lotta e fede, martirio e redenzione. E’ nodale l’incontro di Levi con Francesca Serio, la madre di Salvatore Carnevale, nella sua umile abitazione di Sciara:

…Parla della morte e della vita del figlio come se riprendesse un discorso appena interrotto per il nostro ingresso. Parla, racconta, ragiona, discute, accusa, rapidissima e precisa, alternando il dialetto e l’italiano, la narrazione distesa e la logica dell’interpretazione, ed è tutta e soltanto in quel continuo discorso senza fine, tutta intera: la sua vita di contadina, il suo passato di donna abbandonata e poi vedova, il suo lavoro di anni, e la morte del figlio, e la solitudine, e la casa, e Sciara, e la Sicilia, e la vita tutta, chiusa in quel corso violento e ordinato di parole. Niente altro esiste di lei e per lei, se non questo processo che essa istruisce e svolge da sola, seduta sulla sua sedia di fianco al letto: il processo del feudo, della condizione servile contadina, il processo della mafia e dello Stato. Essa stessa si identifica totalmente con il suo processo e ha le sue qualità: acuta, attenta, diffidente, astuta, abile, imperiosa, implacabile. Così questa donna si è fatta, in un giorno: le lacrime non sono più lacrime ma parole, e le parole sono pietre. Parla con la durezza e precisione di un processo verbale, con una profonda assoluta sicurezza, come di chi ha raggiunto d’improvviso un punto fermo su cui può poggiare, una certezza: questa certezza che le asciuga il pianto e la fa spietata, è la Giustizia. La giustizia vera, la giustizia come realtà della propria azione, come decisione presa una volta per tutte e da cui non si torna indietro. Non la giustizia dei giudici, la giustizia ufficiale. Di questa, Francesca diffida, e la disprezza: questa fa parte dell’ingiustizia che è nelle cose. (Le parole sono pietre, pp. 169-170)

Ecco il senso che si può cogliere nel termine ‘pietra’ cui ricorre Levi per definire il lungo racconto di Francesca Serio: un processo verbale, un divenire, una tensione insanabile verso la giustizia. E’ la parola produttiva che si contrappone alla parola sterile, retorica, morta[18]. In altra circostanza Dolci, richiamando il suo amico torinese, avverte:

bisogna veramente guardarsi dall’ingenuità di pensare che il modo migliore di chiarirsi, di aprirsi reciprocamente, sia sempre solo il parlare, il discutere. Le nostre parole possono essere giovanile conquista di vita attraverso l’espressione, possono avere la chiarezza o delle lenti d’ingrandimento, o delle limpide prospettive; essere ponti, vasi comunicanti, o arterie; essere pane e trasfusioni di sangue; costruttive come pietre, dice Levi: quando sono riflesso e strumento di vita; ma (si potrebbe aggiungere in modo tanto barocco quanto esplicito) possono essere divertito irresponsabile gioco di destrezza, autocompiacimento, malizioso tentacolo perché le fessure diventino crepe e brecce, nuvole fumogene nascenti da piccoli risentimenti, orecchini d’oro, capziose schermaglie, invadenza, pettegolo pus, alito che puzza, armi che ferendo dissanguano, strumento di prestigio e di maniaco stordimento come la radio in certe povere case, e tanto altro di questo genere fino a pericolosi logorii: cioè ingombrante – e pesantissima anche se spumosa zavorra.[19]

Ma la parola, come la libertà, hanno un prezzo da pagare. Se Levi conosce il soggiorno obbligato, Dolci conosce il famigerato carcere dell’Ucciardone e una serie di processi. Nel ’56 finisce in carcere per lo sciopero alla rovescia e dopo venti giorni di prigione, non ottiene la libertà perché i magistrati ritengono la sua condotta “indizio manifesto di una spiccata capacità a delinquere”. Il processo più clamoroso, trascinatosi per sette anni, è quello intentato dai deputati Calogero Volpe e Bernardo Mattarella, ritenutisi diffamati da un dossier presentato da Dolci e Franco Alasia alla Commissione parlamentare antimafia. I due imputati forono condannati e, ad un certo punto, rifiutarono di difendersi per protestare contro il rigetto di alcune istanze difensive. Essere ‘pietre’ che gridano, testimoni, ha un costo che si paga sulla propria pelle.

4. Il convegno di Palma di Montechiaro

Il comune sentire i problemi del sottosviluppo vede materialmente insieme, in momenti cruciali, Levi e Dolci ma anche Johan Galtung, Julian Huxley, Pierre Martin, Ferruccio Parri, Elio Vittorini, e altri intellettuali italiani e di vari paesi del mondo. Molti di loro fanno parte nel 1960 del comitato d’onore del “Convegno sulle condizioni di vita e di salute in zone arretrate della Sicilia occidentale”, svoltosi a Palma di Montechiaro dal 27 al 29 aprile di quell’anno. Dolci, Paolo Sylos Labini, Ideale del Carpio, ed altri compongono il comitato organizzatore. E’ un evento importante per lo spessore degli argomenti affrontati, per la straordinaria partecipazione d’intellettuali, per il notevole coinvolgimento popolare e di organismi nazionali e internazionali: ad esempio il Centro di Cultura ‘Pietro Gobetti’ di Roma, l’Associazione Nazionale di sociologia di Parigi, l’Associazione mondiale di lotta contro la fame di Ginevra. Avrebbe dovuto essere tenuto a battesimo dall’autore della “Geografia della fame”, Josué de Castro, ma, in sua assenza la prolusione fu tenuta da Carlo Levi. Tra le adesioni troviamo anche quelle di Pier Paolo Pasolini, Vasco Pratolini, Jean-Paul Sartre, Alberto Moravia, Franco Ferrarotti. Tra gli intellettuali siciliani presero parte attiva alle giornate di lavoro Tommaso Fiore, Leonardo Sciascia, Ignazio Buttitta. Palma fu in realtà il pretesto per un’analisi scientifica dei problemi dello sviluppo delle aree depresse della Sicilia occidentale, ma non fu solo un convegno di lavoro di tecnici e di scienziati (urbanisti, economisti, medici, periti e tecnici agrari); fu soprattutto “un convegno degli uomini del popolo, dei piccoli, dei poveri che guardano se stessi, e parlano e imparano a conoscersi, e ci insegnano a conoscerli”. Nella terra del Gattopardo, quelle tre giornate furono una “confutazione” del Gattopardo, il rifiuto della “retorica della separazione”. Spreco (degli uomini e delle loro potenzialità), violenza e mafia furono i temi centrali sollevati dal sociologo triestino. Non è un caso – rilevò Dolci- che dal secondo dopoguerra alla data del convegno ci fossero stati nella Sicilia occidentale 550 omicidi di mafia, e fossero stati eliminati 38 sindacalisti. Il sindacalista infatti rompeva la consegna del silenzio, provocava uno squilibrio. Il suo assassinio ricomponeva la moralità comune, fondata sull’immutabilità delle cose, sulla consegna del silenzio, sulla negazione del diritto alla parola e alla verità. Dolci imparò molto dall’azione svolta dal sindacalismo contadino di quegli anni: da Rizzotto, come da Accursio Miraglia, allo stesso modo di come in Levi ha un valore quasi sacrale la figura di Salvatore Carnevale. In entrambi lo spreco si coniugava con le logiche del dominio: tanto più gli uomini vengono messi in condizione di non potere valorizzare se stessi, tanto più si consolida il potere dello sfruttamento, che in Sicilia è, soprattutto, potere mafioso. C’era da mettere in pratica, dunque, una nuova resistenza lungo il filo diretto dell’antifascismo che Levi aveva sviluppato all’epoca in cui frequentava il gruppo di Piero Godetti, quando faceva parte del movimento ‘Giustizia e libertà’ o scriveva sulla rivista einaudiana ‘La cultura’.

In quel 1960 egli – come ebbe a scrivere Corrado Stajano- era immerso nei suoi tre mondi: la pittura, la politica, la scrittura. Allo stesso modo di come Dolci era immerso nella poesia, nell’azione sociale e nella sociologia. E’ l’anno della Dolce Vita di Fellini e del governo Tambroni, monocolore democristiano sorretto dal Movimento sociale italiano; è l’anno in cui si avvia la collaborazione di Levi col settimanale di attualità politica Abc, nato dalla rottura di Gaetano Baldacci con la direzione del Giorno (vide la collaborazione di Calvino, Pratolini e Buzzati): cinquanta articoli fino al marzo 1961: uno spaccato della realtà italiana in cui l’occhio attento dello scrittore torinese è rivolto ai moti di luglio e al governo Milazzo, al riarmo tedesco e – naturalmente- a Danilo Dolci. Alcune pagine di quegli articoli poi raccolti nel volume Il bambino del 7 luglio, sono ancora di una pregnante attualità, perché di fronte ai moti di piazza e all’antifascismo dei giovani, avveniva la rottura dell’immobilismo e per la prima volta l’azione politica si disancorava dall’azione dei partiti, e diventava qualcosa di più di una semplice negazione del fascismo.[20]


[1] Intervento al Convegno nazionale di Studi Verso i Sud del mondo. Saggi, romanzi, reportages, Palermo-Partinico, 6-8 novembre 2002 (in occasione del centenario della nascita di Carlo Levi). Poi pubblicato in Verso i Sud del mondo. Carlo Levi a cento anni dalla nascita, Roma, Donzelli, 2003, a cura di Gigliola De Donato.

[2]Cfr. Mario Farinella, Profonda Sicilia, Palermo, Edizioni Libri Siciliani, 1966, prefazione di Carlo Levi, p. 5

[3] Cfr. Carlo Levi, Una nuova Storia, ‘L’Unità, 4 novembre 1967.

[4] Cfr. Carlo Levi, Tutto il miele è finito, Torino, Einaudi, 1974 (ma 1964, nei ‘Saggi’ dello stesso editore, p. 3

[5] Cfr. Gigliola De Donato, Saggio su Carlo Levi, Bari, De Donato, 1974, p. 151

[6] Cfr. ibidem, p. 157.

[7] Cfr. Antonio del Guercio, Levi, Roma, Edizioni Carte Segrete, 1970, pp. 64-65

[8] Cfr. C. Levi, La doppia notte dei tigli, Torino, Einaudi, 1962 (prima edizione 1959).

[9] Cfr. Danilo Dolci, Non sentite l’odore del fumo?, Bari, Laterza, 1971.

[10] Da “Processo all’articolo 4”, Torino, Einaudi, 1956 pp.216 – 221

[11] Cfr. Giancarlo Vigorelli, “Danilo Dolci poeta civile”, Il giorno, 17 aprile 1974. Più tardi, proprio sulle colonne del Giorno, Giancarlo Vigorelli, scrivendo di Dolci, “poeta civile”, avvertiva i lettori, come già aveva fatto per Il limone lunare, che la raccolta completa delle poesie di Dolci, dal 1949 al ’74 (Poema umano, Einaudi, ’74) non consentiva più, in sede letteraria, “di rifiutare o anche solo di sottovalutare questa sfrenata e razionalissima voce di poesia, valida quanto più insolita tra noi”.

[12] Cfr. L’Europa letteraria e artistica, Elvetica edizioni, Chiasso/Zurigo/Ginevra, febbraio-marzo 1975, n. 2, pp. 103-105.

[13] Ilys Booker diede questa definizione di pianificazione: “significa proiezione delle idee, una proiezione dei suggerimenti per il futuro; un metodo per mettere insieme molti fatti, molti fattori, per avere una veduta comprensiva del bisogno: Un piano è un’indicazione di quello che potrebbe essere fatto con le risorse disponibili. Non è necessariamente un’indicazione di quello che sarà fatto”. Centro Studi e Iniziative per la piena occupazione, Pianificazione regionale, riunione del 29 aprile, cicl. in proprio, Archivio del ‘Centro per lo Sviluppo creativo ‘Danilo Dolci’, parte terza.

[14] Cfr. Pianificazione regionale, intervento di Carlo Levi nella Conversazione tenuta al Centro, il 31 maggio 1961, p. 18.

[15] Cfr., Carlo Levi, Paura della liberta’, Torino, Einaudi, 1964, 3^ edizione

[16] Cfr. ibidem, pp. 21-24

[17] Cfr. C.Levi, Le parole sono pietre. Tre viaggi in Sicilia, Torino, Einaudi, 1955, decima ediz., pp.150-155.

[18] Cfr. Giuseppe Casarrubea, Danilo Dolci, un testimone del ‘900, in ‘Segno’, novembre-dicembre 2002, n. 240.

[19] Pianificazione regionale, cit., 19 maggio 1961.

[20] Cfr. Corrado Stajano, Il Corriere della Sera, 12 gennaio 1997, Carlo Levi anima ribelle. Anche le cronache sono pietre.

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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