Viaggio nel neofascismo. Parte prima: Da Portella della Ginestra a Peteano

GIUSEPPE CASARRUBEA

VIAGGIO NEL NEOFASCISMO

2006

I

Da Portella della Ginestra a Peteano

Poche città riescono ad avere la virtù della grazia e la leggerezza della loro rarefazione. Poche penetrano nell’anima lasciando la sensazione del mondo onirico e irreale di cui sono fatte. Tra queste Trieste. Centro di grandi battaglie e luogo di scoperta di alcuni caratteri propri degli italiani, è una città che può sembrare lontana e irraggiungibile. Odiata e amata, anche da quelli che l’hanno prescelta come luogo in cui abitare. Trieste non è però una città che si possa indossare tutti i giorni, come un vestito per i giorni feriali, quando si è costretti a sporcarsi, lavorando. E’, al contrario, come un abito per la domenica o per le feste comandate, un capo per le eccezioni rare. Passeggiando per le sue vie colpiscono le numerose ragazze che fumano, nonostante il crollo delle percentuali di fumatori in Italia negli ultimi anni: eleganti e sofisticate portano a spasso cani di tutti i tipi, infiocchettati e pimpanti, disciplinati come strani scolaretti al seguito delle loro istruttrici. Piace perché è come un’alunna brava trattata da un professore non proprio imparziale, alla stregua dell’ultima della classe: ragazza sognata e distante nel lungo sogno di un soldato irrequieto, in continua guerra con se stesso. Da un non meglio definibile immaginario giovanile, questa città appare perciò come una adolescente in continuo divenire, innocente e carica allo stesso tempo di antica saggezza, con la sua storia consapevole, il suo presente, il suo futuro. A svegliarsi da questo sogno si avverte il bisogno della serenità del giudizio, per evitare, dopo il torpore del ritorno alla realtà, di essere violenti, di continuare a spezzare quell’aria onirica che ci aveva pervaso. E’ un po’ la condizione nella quale sono dovuti calarsi molti scrittori che con Trieste hanno dovuto fare i conti, mettendo alla prova la propria ragione e i propri sentimenti: dall’algerino Khaled Fouad Allam, allo spagnolo J.A. Gonzàles Sainz, dalla jugoslava Kenka Lekovich alla francese Alessandrine de Mun, o all’argentino Juan Octavio Prenz, o, ancora, all’austriaco Hans Raimund. Approcci tutti diversi, come diversa, intimistica e attenta alla psicologia umana appare la lettura che ne faceva Italo Svevo che a Trieste c’era nato.

Trieste è anche la città di Umberto Saba, delle osterie e dei Caffè che egli frequentava, e dei “cantucci” dove il poeta soleva rifugiarsi per sentire la sua città piena di una “scontrosa grazia”, come un “ragazzaccio con occhi e mani troppi grandi/ per regalare un fiore”. E’ anche la città dello scrittore irlandese James Joyce. Tutta ancora percorribile, con i suoi spazi, i suoi luoghi letterari, come un grande laboratorio di civiltà, punto di convergenza tra est e ovest, nord e sud. Con la sua storia culturale e politica Trieste è anche una città che ci ammonisce.

I conflitti, le guerre, gli errori, i contrasti vissuti dalle generazioni appena passate e da quelle presenti, sono destinati a ripetersi in eterno e dovunque, magari in altre forme, se non vengono assunti a insegnamento e se nessuno ci rammenta che ne dobbiamo trarre una lezione. Ma le lezioni, come a scuola, spesso costano sacrifici e non tutti sono disposti a farli. Molti preferiscono ovviare a questa regola salutare dimenticando. Purtroppo la rimozione cronica del ricordo provoca la demenza e questa non ci aiuta certo a vivere meglio. Il ricordo può essere dovunque, nelle cose invisibili e piccole, nei grandi eventi che hanno segnato il volto e la carne degli uomini, nelle gioie e nei dolori di ogni giorno. Ma per uno Stato, e per quello che gli uomini hanno fatto in nome del popolo, forse nessuna storia è più emblematica, più illuminante, di quella che riguarda ciò che è accaduto, nel bene e nel male, lungo la sottile linea che gli uomini hanno tracciato, spesso con le armi puntate, con le torrette di avvistamento, col filo spinato e con le guerre, attraverso il solco artificiale che ha segnato il “nemico” oltre il muro invisibile o reale, quello che stava ‘di là’ o, quell’altro che appariva come “interno” alla stessa linea di confine, come ci suggerisce la giornalista free-lance Kenka Lekovich, quando ci ricorda che andare a Trieste, per chi proveniva dalla realtà fiumana o jugoslavo-croata, significava essere identificato – almeno questo è nella sua memoria biografica – come “parassita nel cuore del socialismo di autogoverno”, un “nemico interno”. Ma non c’era nessuna chiusura in questa sua personale vicenda familiare, perché in famiglia aveva appreso che bisognava conoscere “Bibbia e Capitale, Dostojevski e Gramsci, Walt Disney e Brigate Rosse, Carosello e Tribuna politica” e non solo Barbie e Smarties o Fantomas. Questa cultura aperta derivante dalla “sponda slava”, aveva di fatto caratterizzato il modo di essere di quelle popolazioni tempratesi nel crogiolo di diverse culture, quando in Italia il fascismo ne aveva impedito il manifestarsi persino in quelle zone di confine, fino alle future estreme conseguenze della snazionalizzazione della stessa identità slava.

Nel Novecento, il 1943 fu un grande spartiacque, la chiusura e l’apertura di due capitoli distinti, non sempre opposti, della storia. Allora, pochi italiani, forse, si posero il problema della legittimità della presenza dei nostri eserciti in territori per molti aspetti diversi dalla nostra cultura e dalla nostra storia, e furono molti quelli che ritennero le conquiste coloniali e l’assoggettamento di altri popoli una follia della ragione, un errore percettivo della nostra mente. Quando quel folle cordone nero fu rotto dalla guerra, la realtà si decantò alla luce del sole; non fu tutto oro quello che brillò e gli argini artificiali che si erano costruiti un po’ dovunque attorno ai confini dell’Italia, crollarono come d’incanto, lasciando il terreno a un nuovo diritto e ad altri confini.

La fine del fascismo produsse uno degli effetti di questa disgregazione, come del resto la sconfitta del nazismo e il crollo del comunismo totalitario. Se ne scorgono le tracce nell’effervescenza dei fascisti sul tema della riscoperta delle foibe nella zona carsica del confine italo-sloveno. Ne fanno un uso ideologico e strumentale, al solo scopo di sviluppare una campagna antislava e di acuire non si sa quale sorta di anticomunismo. Dico riscoperta perché la storia dei crimini che rappresentano questi luoghi segue percorsi che partono dagli anni della seconda guerra mondiale e da alcuni responsabili: i comunisti jugoslavi, all’epoca di Tito. Alcuni anni fa ebbe ad occuparsene un ricercatore sloveno Franc Maleckar che, dopo avere cominciato una vasta campagna di recupero di resti di decine di infoibati nelle cavità carsiche tra San Servolo e Villa del Nevoso, scoprì immensi cimiteri sotterranei. Chiese di estendere le sue ricerche ad altre foibe e per tutta risposta fu destituito dal suo incarico.

Il fatto che recentemente (marzo 2006) la Slovenia abbia consegnato un elenco di 1.048 deportati goriziani, nel 1945, da parte delle milizie jugoslave del IX Corpus, è certo un passo avanti nei confronti della verità storica occultata per oltre sessant’anni, ed è anche il segno di una volontà di collaborazione tra l’Italia e questa neonata Repubblica. Un segno importante, ma debole, perché questo passo non esaurisce la complessiva tragedia che le popolazioni della zona di confine italo-sloveno subirono negli anni dell’immediato dopoguerra, ed è assolutamente improprio parlare, come hanno fatto molti giornali e uomini politici, di “riconciliazione”. Esattamente come è errato parlare di pacificazione tra, da un lato i repubblichini di Salò, specie se viventi, e ancora paradossalmente fascisti come prima e, dall’altro, i partigiani che contro di loro dovettero organizzare una vera e propria guerra. Un fatto storico va valutato per quello che è stato, nella sua completezza. La politica è un’altra cosa. E’ assurdo che si voglia assumere la storia a pretesto di improponibili assoluzioni. Sarebbe come se nel Novecento o in questi anni qualcuno avesse deciso di riparare alle tragedie provocate dagli anni del terrore giacobino, all’epoca della rivoluzione francese. E’ più corretto spiegare la necessità di abbattere vecchie barriere tra Stati che oggi non hanno più motivo di esistere e suggerire una prospettiva europea che travalichi i limiti dei singoli nazionalismi, lasciando che ciascuno faccia tesoro dei propri errori e consegni alla storia ciò che non può e non deve essere dimenticato, né, tantomeno, nascosto. Inoltre, c’è da dire, il problema è degli Stati e non dei sindaci; deve coinvolgere i ministri e, attraverso di loro, anche i primi cittadini cointeressati a un progetto di condivisione e di promozione della memoria storica. Le foibe di Basovizza (Basovica), una frazione del comune di Trieste, di Ielenca Iama, a Cruscevizza, e di Opicina, risalente, quest’ultima, al maggio-giugno 1945, non appartengono a questo o a quel partito. I morti sono un monito per tutti. Basta rispettarli. Eppure vi sono divisioni che ancora permangono, e che consegnano intere popolazioni, al primato di essere, innanzitutto, sudditanze di un potere nazionalista, anche quando nega di esserlo.

luoghi della Resistenza titina contro gli italiani invasori della Slovenia

luoghi della Resistenza titina contro gli italiani invasori della Slovenia

E’ il caso di tutta l’area di confine italo-slovena, dove lingua e religioni si fondono, usi e costumi accomunano intere popolazioni che non dovrebbero essere separate da una artificiosa, immaginaria e ideologica linea di confine. Il caso più emblematico è dato da Gorizia, istituzionalmente una città divisa in due alla faccia del caduto muro di Berlino. La città isontina è, infatti, divisa da un muro virtuale, di confine, segnato dalla volontà di due Stati, dai trattati internazionali che hanno fatto di questa città e del suo hinterland, una realtà lacerata, una città che sembra vivere su due civiltà e ritmi diversi: quelli di due municipalità ben diverse: la Gorizia italiana del sindaco Vittorio Brancati e, a quattro passi da lì, la Nuova Gorica rappresentata dal sindaco Mirko Brulc. Tuttavia, l’elenco dei deportati del capoluogo isontino fornito da questi al suo collega dell’omonima città, cresciuta sotto l’impulso della Slovenia, è un segnale positivo che potrebbe essere assunto come il primo atto di un processo di trasparenza storica e di interscambio che aiuti l’integrazione sociale e culturale della popolazione che gravita su questa realtà geografica. Compito che riguarda altre città del confine sloveno. A questo processo potrebbero contribuire anche gli archivi della memoria che all’epoca della dissoluzione della ex Jugoslavia furono trasferiti da Belgrado a Lubiana e Zagabria e che in gran parte sono rimasti segreti, come il fondo Ufficio zone di confine. In ogni caso appare evidente che il quadro da tenere presente dovrà seguire un preciso periodo storico che sembra potersi spiegare a partire dall’irredentismo successivo alla prima guerra mondiale, snodandosi lungo le vicende del fascismo fino a quelle conseguenti al Protocollo di Potsdam (1945) e in particolare al Trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947 e ratificato il 15 settembre successivo.

Gorizia, col suo monumentale ricordo dei centomila morti di Re di Puglia, indicati uno per uno su lapidi di bronzo che ne riportano i nomi, rende sempre vivo il senso profondo di una Patria costruita col sangue di milioni di caduti nella prima guerra mondiale. Quei nomi, illuminati ogni giorno dai raggi del sole al tramonto, sono un monito, un segnale per chi sa coglierlo nel silenzio significativo del luogo.

Città come Trieste e Gorizia hanno subìto in tutto questo periodo, e anche dopo, con effetti che perdurano ancora oggi, il travaglio della loro sudditanza alla giurisdizione slovena e italiana, con le violenze fasciste prima e titine, dopo. Col Trattato l’Italia perse ben 9.953 chilometri quadrati di territorio, le province di Fiume, Pola e Zara, parte delle province di Trieste e Gorizia. Trecentocinquantamila italiani furono costretti a lasciare quelle terre, legati com’erano a Venezia e all’Italia. A questo proposito va tenuto conto di quello che ha riferito alla stampa il presidente dell’Unione degli Istriani, Massimiliano Lacota a proposito della pubblicazione dell’elenco dei deportati goriziani: “…le liste che vanno divulgate sono ben altre e cioè quelle che Lubiana tiene ancora nascoste nei propri archivi o, come sappiamo, nelle cantine o nelle librerie di molti gerarchi del IX Corpus ancora viventi”.

Il fatto è che le foibe, hanno una continuità nelle rivendicazioni territoriali del fascismo quando i territori slavi furono assoggettati all’Italia e i resistenti nella zona del confine carsico, perdurante il regime, persero ogni diritto conquistato all’epoca della dominazione austroungarica. Allora il fascismo tentò di italianizzare persino le lingue slovena e croata, assaltando quelle terre e limitandone i diritti civili, etnici e religiosi. Quante furono le vittime del fascismo in questa forsennata battaglia? Meno note sono, dunque, come meglio vedremo, i crimini e le foibe fasciste, dove già dalla fine della prima guerra mondiale, gli irredentisti nostrani che volevano estendere la nazionalità italiana ai territori occupati dagli sloveni e dai croati, buttavano i corpi trucidati dei “resistenti” jugoslavi, fin dopo l’epilogo della guerra d’Albania, quando Vittorio Emanuele III ne fu dichiarato imperatore. Di queste foibe fasciste prima e naziste dopo, non se ne sa nulla, come poco si sa delle atrocità commesse dagli italiani nelle campagne d’Africa, in Libia, in Etiopia e in Somalia e in tutto il corno d’Africa. Il fenomeno dell’infoibamento dei “nemici” ebbe una sua recrudescenza tra l’8 settembre 1943 e il mese di aprile del 1945, quando si scatenò una feroce sete di vendetta, accumulata nel tempo, e parecchie centinaia di vittime furono gettate, dopo processi sommari, in quegli sprofondamenti carsici così frequenti, oltre che in Istria, anche nelle zone di Trieste e Gorizia. Perciò, che la Croazia e la Slovenia avviino un processo di trasparenza per la storia, non può che fare piacere. Come utile può tornare il libro di Lucio Toth, Perché le foibe (Roma, 2006), se letto per capire non solo la prima ondata di terrore sanguinario a cavallo dell’8 settembre 1943, come effetto della dissoluzione dell’esercito italiano, ma anche il periodo precedente, quando il fascismo si manifestò nelle sue mire imperialistiche contro le popolazioni a oriente dell’Italia e contro quelle africane. Una lettura di tal fatta aiuterebbe a capire le violenze inaudite subite dalle popolazioni istriane, dalmate e giuliane in questa fase virulenta precedente l’armistizio dell’8 settembre, e viceversa le violenze subite dagli italiani che in quelle terre vissero dopo questa fatidica data e dopo il crollo del regime. A monte vi era stata l’occupazione italiana della “Provincia di Lubiana” che costò la vita a cinquemila civili. Inoltre, come fa notare Nevenka Troha, “mentre si rimprovera alla Slovenia di avere reso disponibili soltanto ora alcune informazioni sugli scomparsi, la parte italiana sembra invece dimenticare di non avere mai reso note le liste degli Sloveni che sono morti nel campo di concentramento gestito dalle truppe italiane nell’isola di Arbe, dove, secondo i dati dell’Istituto di storia contemporanea di Lubiana, avrebbero perso la vita 1147 persone, tra cui un gran numero di neonati e bambini, oltre che di donne e di anziani. (Il Piccolo, 11 marzo 2006). Si vedano, in ultimo, le ribellioni dei contadini contro i possidenti italiani e le autorità fasciste che avevano provocato col loro comportamento l’insorgenza del fanatismo nazionalista. Mancano allora all’appello gli elenchi di quei cinquemila morti che pesano tutti sulla coscienza dei fascisti prima del 25 aprile 1945. Negligenza degli storici? Meglio pensare alla coscienza sporca dei italiani, come direbbe oggi Angelo Del Boca. Tutto ha una storia antica, una sua innaturale evoluzione, fino alla jacquerie, fino alla follia, quella delle masse incontrollabili, e quella di chi, mantenendo i misteri e i segreti, fomenta ancora l’odio e lo spirito delle fazioni e della guerra. Perciò la storia è maestra di vita per tutti coloro che vogliono impararne la lezione. A questo proposito va detto che la storiografia nazionale ha tenuto in scarso conto, o addirittura ignorato, fonti di documentazione importanti come l’Archivio della Repubblica Slovena a Lubiana[1]. Per quelli che non hanno orecchie per sentire, non ci sono mezzi che tengano.

Può tornare utile la conoscenza dei recenti studi di Lorenzo Baratter, editi da Mursia sotto il titolo Le Dolomiti del Terzo Reich, che affronta il tema di un’altra area di confine dell’Italia, quella del Trentino-Alto Adige divenuto zona di insediamento germanico prima dell’8 settembre, quando, già alla fine di luglio, di fronte all’imminente crollo del regime mussoliniano, il terzo Reich invase la provincia di Belluno e poi, con l’operazione “Achse” il generale Rommel invase anche Trento e Bolzano costituendo l’Alpenvorland (Zona di operazioni delle Prealpi), con a capo il gauleiter (commissario supremo), l’austriaco Franz Hofer. Alla resistenza dei bellunesi i nazisti risposero con l’incendio di vari paesi come Aune, Pieve d’Alpago, Caviola, Valle di Seren. Anche questa è una storia ancora da scoprire, come molte delle storie accadute in quegli anni, ai confini e dentro le carni vive della Nazione.

La storia è veramente oceanica, molto più ricca di quanto si possa immaginare. Nel nostro caso si riconduce alla prima guerra mondiale, quando la geografia europea era mutata fino allo straripamento nazista del 1939. Nella Venezia-Giulia i fasci di combattimento di Mussolini erano particolarmente presenti già dall’autunno del 1920 e si svilupparono in area slava entrando in conflitto col clero locale.

L’irredentismo, come il nazionalismo, furono fatti del comportamento nazionale che provocarono gravi atrocità, massacri e, in ultimo, il fascismo. Dalla questione fiumana dell’esaltato D’Annunzio all’entrata in guerra di Mussolini con Hitler. Non è un caso che questi fenomeni abbiano persino lasciato un segno nei locali pubblici dove solevano riunirsi quelli che li sostenevano, come accadeva a Trieste con gli irredentisti usi a incontrarsi al Caffé storico “San Marco”, proprio alle spalle della grande sinagoga ebraica. Ma basta salire un po’ più in là, varcare il confine sloveno, lungo le colline del Carso che lo delimitano, per rendersi conto dell’artificiosa pretesa di considerare quelle terre, come appartenenti al territorio italiano. Qui si parla la lingua slovena, e si praticano usi e costumi che italiani non sono.

Eppure queste zone di confine evidenziano, più degli stessi territori italiani, il carattere multietnico di quelle comunità. Segnano il senso più autentico dell’Europa che dovremmo costruire e di cui una grande anticipatrice è proprio Trieste. Città europea per eccellenza, multietnica e multilinguistica, aperta a tutte le religioni e a tutte le culture. “Una città – come scrive J.Gonzalez Sainz che è tutte le città in un luogo che è tutti i luoghi e un tempo che è tutti questi ultimi tempi, il luogo di tutte le contraddizioni e di tutti gli incontri, con la montagna che prende la città alle spalle e in faccia, e sopra e altrettanto sotto, fuori ma anche perfino dentro, il vento come un avviso reiterato, la storia che non finisce di passare, che è come in ritardo, come se volesse ancora darci tempo per qualcosa”. Ne sono simbolo le chiese e la grande piazza dell’Unità d’Italia, col Caffè degli Specchi, i suoi incontri, i suoi confini che scompaiono, per essere essa stessa la città di tutti, mitteleuropea, ed europea. Quest’apertura si coglie visivamente nella stessa conformazione delle piazze: aperte al mare come a indicare il senso di una comunità protesa al futuro e al mondo; è segnata anche dalle sue chiese, quelle, ad esempio, di piazza Sant’Antonio, la Chiesa cattolica omonima e quella serbo-ortodossa, alle quali poi si aggiungono la grande sinagoga, la chiesa greco-ortodossa San Nicolò, la comunità cristiana evangelica, e altre. Città simbolo del dialogo interreligioso, è umile e discreta nella sua monumentalità, dominata com’è dal colle di San Giusto che ne rappresenta il cuore primordiale. Ne sono una prova anche i castelli della costa: quello dei principi della Torre e Tasso, a Duino, che ospitò Johan Strauss, Franz Liszt, Mark Twain, Paul Valery, Gabriele D’Annunzio; il castello di Miramare, col suo museo storico e il suo parco cui fanno riscontro i numerosi musei del capoluogo: il Museo del Castello di San Giusto, i musei Morpurgo e Carlo Schmidl, quelli di storia patria e d’arte orientale, il museo del Risorgimento e quello di Guerra per la Pace Diego De Henriquez, il Museo della Risiera di San Sabba, e altri. Luoghi della cultura e della memoria, e non solo: del senso più profondo della Nazione, del suo spirito, della sua apertura alla civiltà e delle sue battaglie per conquistarla, a fatica.

Se varchi il confine nazionale, alcuni chilometri più in là, ti lasci dietro i segni tangibili delle stragi che hanno insanguinato l’Italia. Sulla strada Gorizia-Trieste scopri Peteano, dove un’incisione su pietra, dedicata dalla cittadinanza di Sagrado, ricorda i carabinieri uccisi la notte del 31 maggio 1972 dai terroristi neri: Antonio Ferraro, Donato Poveruomo, Franco Dongiovanni. Morti che nessuno più ricorda, morti che a torto, forse, furono “usi obbedir tacendo e tacendo morir”. Quando t’inerpichi nel Carso, poi, senti il tempo lungo della violenza, tra le due città al confine sloveno, epicentro di follie come lo sterminio, ad opera della Decima Mas, del villaggio sloveno di Trnvo (Tarnova), le deportazioni in Italia perpetrate contro gli sloveni, a partire già dal 1941.

Non c’è confine tra Italia e Slovenia; non sono confini la lingua, un posto di blocco o una vecchia torretta. Lungo il Carso te ne accorgi se dal tuo display scompare Vodafone e compare Mobitel Gsm.

Fa da contrappeso a questa triste memoria Sesana, cittadina emblematica. Quando nel 1924 vi nacque Danilo Dolci, era italiana. Oggi è slovena e porta il segno della sua continuità culturale. Una targa dell’Associazione “Drustvo Vilenica” (grotta delle fate) nella facciata principale dell’hotel Tabor, dedicata al sociologo che passò cinquant’anni della sua vita in Sicilia dedicandola ai più umili e allo sviluppo, ne ricorda la casa natale, oggi non più esistente. Sesana conta circa tremila abitanti e una casa di cultura, costruita dal nuovo governo sloveno, denominata “Kulturni dom Srecka Kosovela”, con un teatro con cinquecento posti a sedere e ampi spazi per mostre di pittura e d’arte in genere. A ricordarsi di Danilo c’è la signora Slava Kranjee, moglie di Miro, operaio della fabbrica “Macchine di Sant’Andrea” di Trieste, condannato a morte dai nazisti, diventato poi un affermato pittore e traduttore negli incontri letterari del confine italo-sloveno. Danilo Dolci, dunque, un anticipatore dei tempi. Fu sempre preoccupato delle modalità attraverso le quali si perpetua la violenza, il dominio. Diceva che se gli uomini non conoscono i loro errori, sono destinati a ripeterli. E Trieste è lì, ancora una volta, a testimoniarlo.

Non sapremo mai con precisione quanti furono gli uomini, le donne, i bambini, i ragazzi giunti nei forni crematori della Risiera di San Sabba. Forse cinquemila. Certamente parecchie migliaia furono quelli che passarono di qui, per essere spediti nei campi di sterminio allestiti dai nazisti in varie parti d’Europa. Tra i tanti ci fu Bavcar Zorko, partigiano sloveno che, pochi attimi prima di essere ammazzato, ad altro non pensò che a gridare: -morte al fascismo e libertà ai popoli- ; ci fu Pino Robusti, un giovane che andò incontro alla morte scrivendo con grande serenità a Laura, sua innamorata; ci furono tutti quelli che non avendo dove lasciare una traccia della loro presenza in quel luogo infernale scrissero al muro, scalfendolo: -qui siamo trenta ragazze, dieci uomini, sei ragazzini sedicenni, quattro uomini tra i trenta e i quarantacinque anni-. Ci furono molti sloveni e ci fu anche Luigia Cattaruzzi, la partigiana “Gigetta”, poco più che ventenne, dolce, col suo sorriso innocente. Ci furono anche, per breve tempo prima di essere ammazzati, quei detenuti politici e quegli ostaggi, italiani, croati e sloveni che presi alla rinfusa, dopo un attentato dinamitardo attribuito ai comunisti, commesso il 23 aprile 1944, contro il Deutsches soldatenheim, furono impiccati per rappresaglia sulle balaustre delle scale e sulle finestre di un palazzo di via Ghega a Trieste. Qui, uiQgiornalmente, due tedeschi si recavano dalla Risiera al Moletto della Raffineria per scaricare a mare le ossa e le ceneri dei cremati. Ma non bastò ai nazisti far saltare, nell’aprile del ’45, il forno crematorio per annientare la traccia dell’ esistenza delle vittime. Pensarono che cancellando le tracce dei loro delitti, anche la loro coscienza potesse tornare pulita. Ma si sbagliavano. I delitti contro il genere umano sono indelebili e non c’è prescrizione che possa cancellarli.

Pensare a questa storia significa dare un senso profondo ai nessi che legano tra di loro le grandi tragedie del fascismo e del nazismo; capire le piccole come le grandi cose, perché queste non sono separabili quando si manifestano come fenomeni di un’unica malattia, di una stessa follia dell’uomo. Tutto fu sperimentato e tutto si incrociò, per un’attrazione fatale, nel mare tempestoso in cui nuotavano quanti non volevano cambiare. Portella della Ginestra, ad esempio, fu il segno di questa volontà di paralizzare la storia. Portella è così come Marzabotto, le Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema. C’è un filo che la lega a tutta la follia nazista e fascista. Bolscevismo e giudaismo furono i due obiettivi da colpire da parte dei nazifascisti, a partire dagli anni Trenta del secolo scorso. Gli eventi più virulenti si ebbero negli stermini del ’43-’45 e proseguirono dopo, sotto altre forme, con ideologie più nascoste, più sotterranee. Mauthausen, Dacau, Natzweiler, Flusenburg, Auschwitz, Kobjercyn, Rawa Ruska, Treblinka, Buchenwald e molti altri campi di sterminio, furono allora il segno dello smarrimento di ogni traccia di umanità nel genere umano: la negazione dell’uomo di se stesso. Un calvario della follia che passa da tante altre atrocità ancora oggi poco conosciute, contro gli uomini, il loro credo politico e religioso, e di cui la Risiera di San Sabba è, per l’Italia, il monito più alto.

Ne pagarono il conto, allora, le aree periferiche dello Stato, quelle più esposte ai rischi di una influenza alla temuta sovietizzazione dell’Italia e dell’Europa. Le carte dei servizi segreti americani parlano chiaro. Bisognava impedire a tutti i costi che dopo il crollo del nazifascismo l’Italia potesse essere sovietizzata. Le aree a rischio erano al confine sloveno, in Sicilia, con le sue antiche forme di malessere, e sulla costa adriatica più vicina all’influenza albanese. Dopo Salò, e dopo la sperimentazione nazista sul “Litorale adriatico”, territorio affidato da Hitler a Friedrich Rainer, un nazista austriaco, in città come Lubiana andarono a prestare manforte personaggi che con la banda Giuliano, saranno gomito a gomito, come Ciro Verdiani ed Ettore Messana, con compiti di ispettorato poliziesco anticomunista. I fascisti, che in quelle terre c’erano già stati, divennero “Milizia Difesa Territoriale” e i reparti di polizia, centrali di rastrellamento. Tra queste l’Ispettorato Speciale di Ps per la Venezia Giulia, agli ordini dell’ispettore generale Giuseppe Gueli. Quest’istituto era stato creato nell’aprile 1942 con specifici compiti di repressione della guerra partigiana e di controllo del movimento operaio. Il braccio operativo di questo ispettorato fu la “banda Collotti” che prendeva nome dal suo comandante, il commissario Gaetano Collotti. Si tratta di un’organizzazione criminale molto simile alla banda Giuliano. Entrambe erano sotto controllo diretto di un ispettorato di polizia e avevano il compito di essere un braccio operativo della repressione anticomunista e antifascista. Non è pertanto un caso che Ettore Messana e Ciro Verdiani, che a Lubiana e a Zagabria avevano diretto la lotta antipartigiana, saranno i principali protagonisti della vicenda Giuliano, prima che lo stesso Verdiani, il “caro commendatore” di cui parlava il bandito Giuliano nelle sue lettere, finisse i suoi giorni come ufficiale del ministero della Frontiera dopo la nascita della Repubblica, e il Messana fosse eletto ispettore generale di Ps, a guerra finita, nel 1945, piuttosto che essere mandato in galera o, nella migliore delle ipotesi, in pensione, avendo già chiuso la sua carriera. Nella lotta contro il comunismo in Sicilia, insomma, è proponibile che sia stato riprodotto il modello nazifascista dell’esperimento del Friuli-Venezia-Giulia e del “Litorale Adriatico”, con l’affidamento alla banda Giuliano (visto che non potevano farlo, perché ormai disciolte, le milizie della difesa territoriale antititine dipendenti dal gauleiter Rainer) del compito operativo della guerra ai “rossi”. E’ un’ipotesi o un aspetto delle connessioni che fecero di Portella la madre di tutte le stragi. Ma, come si vede, l’analisi del prototipo del modello stragista è ancora da approfondire. Per fortuna, rispetto a prima, ne sappiamo molto di più.

Certo è, comunque, che da allora nulla fu più indifferente alle sorti future degli italiani.


[1] Cfr. Archivio della Repubblica Slovena, Visoki Komisariat za Ljubljansko pokrajino, Kabinet, fasc. 1 Appello dei componenti della Consulta per la provincia di Lubiana all’Alto Commissario della Provincia Emilio Grazioli, 23 agosto 1941; lettera di dimissioni del consultore Giovanni Pucelj. Atti concernenti la resistenza jugoslava contro i fascisti in Kraljeva Kuestura Ljubljana 1941-1943, fasc. I, Ufficio operazioni del Comando dell’XI Corpo d’Armata, bollettini giornalieri. Un documento del questore di Lubiana Ettore Messana del dicembre 1941 fasc. I/2; buste 1788, 1796.

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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2 risposte a Viaggio nel neofascismo. Parte prima: Da Portella della Ginestra a Peteano

  1. Pingback: Foto: Crimini italiani in Slovenia (1941-1943) « Blog di Giuseppe Casarrubea

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