Antonio Perenze, l'”amico” di “Gasparino” (1969)

Don Calò Vizzini

Don Calò Vizzini

Testo delle dichiarazioni del colonnello dei Carabinieri Antonio Perenze rese al Comitato d’Indagine sui rapporti tra mafia e fenomeno del banditismo in Sicilia nella seduta del 22 maggio 1969[1]

Bernardinetti, coordinatore- Signor colonnello, l’abbiamo convocata per sentire il suo pensiero sul fenomeno della mafia e sui rapporti con il banditismo. Ella può esserci prezioso, essendo stato in Sicilia…

Perenze- Sono stato in Sicilia un anno, dal giugno 1949 al luglio 1950. Non vi ero mai stato precedentemente, non sono siciliano e, quindi, il fenomeno mafioso mi era completamente sconosciuto. Non mi ero mai interessato di questo fenomeno bensì di quello del banditismo, che avevo combattuto in Libia, in Etiopia, ecc., con formazioni regolari.

Io in Sicilia comandavo il gruppo squadriglie, con uomini che agivano in abiti borghesi. Quando ci pervenivano delle segnalazioni, per le quali non era necessario scoprire le squadriglie o l’arma territoriale, intervenivamo noi. Io non ho mai avuto contatti con la mafia; anzi, dirò di più: durante tutto il periodo che sono stato in Sicilia, non ho mai avuto a che fare con qualcuno che si potesse definire mafioso.

Bernardinetti- A questo punto, io le faccio una domanda specifica. Ci risulta che un contatto del colonnello Luca con Pisciotta sia avvenuto attraverso un certo Minasola; è precisato che il Minasola non fosse assolutamente mafioso, ma è certo che il Pisciotta era il famoso luogotenente di Giuliano. Da questi contatti si è arrivati alla famosa conclusione della cattura e dell’uccisione di Giuliano, nella quale – almeno nella fase finale – lei ha avuto una parte…

Perenze- Non credo che ciò sia esatto. La persona, di cui ella parla, si chiama Benedetto Minasola, comunemente chiamato Nitto, ed era di un posto vicino a Monreale; ma io non ho avuto mai a che fare con questa persona. Questi fatti io li ho saputi successivamente; comunque, io non escludo che il Minasola fosse mafioso, tanto che era additato come tale. Infatti fu poi ucciso, per quello che mi ricordo. Comunque, questi contatti non erano mantenuti da me, ma personalmente dal colonnello Luca.

Bernardinetti- Non le sembra che l’inizio di questo contatto fosse da accreditare a Paolantonio?

Perenze- Io credo di sì; comunque, il colonnello Luca si trovava nelle mie stesse condizioni: non era mai stato, cioè, in Sicilia, in precedenza; non aveva auna profonda conoscenza dell’isola; non conosceva le abitudini siciliane e, oltre a qualche lettura sul fenomeno del banditismo e della mafia, era assolutamente all’oscuro di quanto accadeva in Sicilia; avevamo soltanto molta buona volontà e grande coraggio. Quindi, il colonnello Luca si rivolse a tutti coloro i quali, da parecchi anni, prestavano servizio in Sicilia ed avevano una buona conoscenza sia della mafia sia del fenomeno del banditismo.

Tuccari- Ci può raccontare qualche cosa di particolareggiato sulle trattative del colonnello Luca con Pisciotta? Mi riferisco al periodo nel quale sono stati rilasciati anche salvacondotti a Pisciotta, eccetera.

Perenze- Quello di Pisciotta fu l’ultimo episodio e fu quello che portò alla morte di Giuliano; ma, prima di questo, ve ne furono numerosi altri. Penso che Pisciotta sia stato messo a contatto con il colonnello Luca da Minasola: indubbiamente.

Bernardinetti- Ed ella conferma che il contatto tra Minasola ed il colonnello Luca fu procurato da Paolantonio.

Perenze- Io non ho detto questo.

Bernardinetti- Mi sembrava di aver capito così.

Perenze- Ho detto che il colonnello Luca, necessariamente, doveva rifarsi a quegli elementi che avevano, in precedenza, operato in Sicilia contro la mafia e contro il banditismo. L’unico dei vecchi raggruppamenti di pubblica sicurezza, che avevano operato con i precedenti ispettori generali, fu proprio Paolantonio; lui rimase permanentemente a contatto con il generale Luca.

Tuccari- Ella che era il braccio destro, o per lo meno uno dei collaboratori più vicini al colonnello Luca, si è adoperato direttamente affinché Pisciotta entrasse in questa iniziativa? Lei, in più di una occasione, lo ha assistito…

Perenze- Sì; è rimasto con me diversi giorni, abbiamo parlato, ho cercato di sapere quanto più era possibile.

Tuccari- Un’altra domanda. Ci si attendeva, negli ambienti dell’ordine pubblico, oltre che in quelli giornalistici e politici, che la cattura di Giuliano si sarebbe conclusa con una sua messa a disposizione del potere pubblico, dell’autorità giudiziaria, eccetera. E’ noto che non è avvenuto così; e la verità, circa il modo in cui Giuliano fu ucciso, presentava una certa difficoltà ad essere prospettata. Come spiega lei questo fatto? Ci si aspettava di prenderlo vivo, si lavorava per prenderlo vivo, e poi, invece, ci si è accontentati di prenderlo morto, anzi, si è fatto in modo di prenderlo morto.

Perenze- Penso che nessuno si facesse illusioni sul fatto di prenderlo vivo. Piuttosto si pensava, da parte di qualcuno, di farlo espatriare, di farlo allontanare dalla Sicilia, cioè di toglierselo dai piedi in quell’anno. Certo, se fossimo riusciti a prenderlo vivo, noi avremmo risolto tanti e tanti problemi!

Tuccari- Ma era indispensabile farlo uccidere da Pisciotta?

Perenze- ma no, indubbiamente no.

Tuccari- Quindi sarebbe stato possibile prenderlo vivo?

Perenze- Noi speravamo di poterlo prendere vivo; anzi, eravamo protesi proprio verso quello scopo lì.

Bernardinetti- Sicché, quando Pisciotta lo ammazzò, fu per voi una novità?

Perenze- Una novità, un fatto del tutto imprevisto. Era imprevisto anche per Pisciotta.

Tuccari- Io mi permetto di essere sorpreso, di fronte a questo, dato che Pisciotta, in fondo agiva di concerto con voi.

Perenze- Ma Pisciotta non doveva ucciderlo, doveva stanarlo, accertare, prima di ogni cosa, dove si trovasse, e poi tirarlo fuori.

Tuccari- Ma che ragione avrebbe avuto di ucciderlo, se l’uccise nel sonno? Non ci fu neanche un motivo di legittima difesa.

Perenze- C’è stato un motivo: Giuliano, cioè, era stato avvertito, qualche minuto prima, o la sera prima, o nella stessa giornata, che Pisciotta era con noi, che Pisciotta lo tradiva.

Tuccari- E come mai, allora, quella notte si addormentò tranquillamente?

Perenze- Non credo che si fosse addormentato tanto tranquillamente, sa! Credo che siano rimasti in piedi per molte ore, a chiacchierare; e Pisciotta, che aveva una dialettica non indifferente, riuscì a convincere Giuliano che si sbagliava, che quello che gli avevano detto era inesatto, e così via.

Tuccari- E allora, come mai il cadavere di Giuliano è stato poi ritrovato fuori dalla casa di De Maria, dell’“avvocaticchio”? Gli indumenti che aveva indosso, poi, non sembravano essere stati indosso a lui nel momento in cui era stato ucciso.

Perenze- Indubbiamente: fu rivestito.

Tuccari- Da chi?

Perenze- Da me e dagli altri.

Tuccari- E perché?

Perenze- Avevamo perduto Giuliano. Dovevamo allora avere almeno Pisciotta con noi. Con Giuliano vivo, infatti, ci eravamo ripromessi di sapere tutto quello che era accaduto.

C’è un fatto, guardi. Questo gruppo, che poi si è diviso ed ampliato, e che costituiva la banda Giuliano, stando a quel che si diceva in Sicilia, aveva riscosso taglie che ammontavano a circa un miliardo. Noi volevamo sapere esattamente quale fine avesse fatto questo denaro, perché, proprio attraverso questo filone d’oro, avremmo potuto risalire ai responsabili del banditismo; perché è assurdo che un uomo che vive alla macchia possa azzardarsi a presentarsi un giorno a Palermo, o in qualunque altra località della Sicilia, a sequestrare un Tizio, sapendo che, a una determinata ora, quello sarebbe arrivato con quella macchina, o che sarebbe stato a caccia, e via di seguito. Giuliano, quindi, doveva avere una rete non indifferente di informatori, che erano quelli che si facevano pagare, magari meglio di quanto si faceva pagare Giuliano per commettere il colpo. Noi a quelli volevamo risalire.

Tuccari- Ma non rientrava nella vostra ricerca una preoccupazione più importante, quella, cioè, di sapere chi lo aveva coperto e protetto? Gli informatori, certo, erano lo strumento di cui lui si serviva; ma la ragione per la quale aveva operato impunemente, a lungo, era che aveva delle alte protezioni, anche di ordine economico, sociale, e così via.

Perenze- Io non credo a questo fatto delle alte protezioni. Se fosse stato così, avrebbe certamente potuto allontanarsi dalla Sicilia.

Tuccari- Intanto le aveva certamente nell’alta mafia. I nomi sono stati consacrati anche dal processo di Viterbo: i Marotta, gli Albano, i Miceli. Queste sono persone con le quali è risultato che Giuliano, in più di una occasione, si è intrattenuto, presenti anche altre persone, e qualche volta anche con la conoscenza degli organi di polizia.

Perenze- Sì, indubbiamente. Ma se avesse goduto di protezioni veramente forti, a un certo momento si sarebbe allontanato, come fecero, d’altra parte, altri banditi: ce n’erano altri due o tre che si allontanarono.

Tuccari- Allontanandosi, però, avrebbe potuto essere uno strumento permanente di ricatto verso chi lo aveva aiutato e sostenuto; facendo tacere per sempre la sua voce, invece, si sarebbe eliminata questa possibilità.

Perenze- Allora avrebbero potuto sopprimerlo loro stessi, se questa sua asserzione è esatta. Se avessero voluto eliminare Giuliano, avrebbero potuto farlo.

Tuccari- Ma io non capisco, appunto, come mai lo abbia eliminato Pisciotta, che non agiva, come lei dice, per conto loro, ma bensì per conto vostro.

Perenze- Pisciotta non poteva certamente aver avuto dal generale Luca, e tanto meno da me, l’incarico di sopprimere Giuliano. Noi volevamo prendere Giuliano, anche perché volevamo sapere molte cose: volevamo sapere dov’era Sciortino, dov’era andato a finire tutto il denaro, come erano stati soppressi tanti e tanti sequestrati. Quindi, per noi era prezioso Giuliano: era preziosissimo.

Tuccari- Ma dagli atti del processo di Viterbo, è risultato che su questa questione –se prendere Giuliano vivo o morto, cioè tra polizia e carabinieri c’era una diversità di vedute e di valutazione. Anche il colonnello Paolantonio, interrogato, ce lo ha confermato.

Perenze- Questo forse in un primo momento. Non so cosa abbia potuto dire il colonnello Paolantonio, ma indubbiamente si riferiva a un periodo anteriore al 1049.

Tuccari- Paolantonio ci ha raccontato che quando, la mattina seguente, Luca gli ha detto: “L’abbiamo preso, ed è morto”, lui ha avuto uno scatto di ribellione dicendo: “Questo nno doveva avvenire!”

Perenze- Lo avrebbe detto Paolantonio?

Tuccari- Sì. Gli disse che questo non era nei patti, non era nelle intese, e non avrebbe dovuto avvenire.

Perenze- E cosa c’entrava poi Paolantonio con l’attrito tra pubblica sicurezza e carabinieri? Quando c’eravamo noi, non esisteva nessun dualismo; tanto è vero che c’era un raggruppamento di pubblica sicurezza che lavorava con noi.

Tuccari- Ma io torno alla mia domanda: come mai Pisciotta, che era il vostro braccio – e quindi, come dice lei, conosceva la vostra volontà di prenderlo vivo – invece lo ha fatto fuori?

Perenze- Ma gliel’ho detto, gliel’ho spiegato! Perché, per quello che ricordo (sono passati tanti anni), quando Pisciotta arrivò in casa di questo avvocato De Maria, con la domestica del De Maria, o con qualcuno, Pisciotta entrò, si mise a sedere, e quell’altro lo aggredì, letteralmente; gli disse: “Traditore! Bastardo!”. Gliene disse di tutti i colori. E questo mi sembra che sia stato ripetuto anche al processo.

Gaspare Pisciotta. In libertà scriveva a Perenze chiamandolo "Caro Antonio".

Gaspare Pisciotta. In libertà scriveva a Perenze chiamandolo "Caro Antonio".

Tuccari- Ma, colonnello, Giuliano fu ucciso nel sonno! Lei lo sa benissimo: fu ucciso nel sonno.

Perenze- Questo fu ripetuto anche al processo di Viterbo. Pisciotta, dunque, aveva la sicurezza matematica che non sarebbe uscito vivo da casa De Maria. Questa è la giustificazione di Pisciotta.

Tuccari- Ma se Giuliano dormiva, e fu ucciso nel sonno, come è possibile dire che Pisciotta non sarebbe uscito vivo dalla casa? Ormai Giuliano dormiva!

Perenze- Bisognava vedere quali erano le vere intenzioni di Giuliano. Giuliano non era un tipo che non sapesse uccidere a sangue freddo.

Tuccari- Ma Pisciotta aveva l’appoggio vostro, era d’accordo con De Maria, Giuliano dormiva…

Perenze- Era d’accordo con De Maria? Non credo! Per quel che io so, quando Pisciotta entrò, quella era la prima volta, quel giorno, che De Maria lo vedeva.

Tuccari- Ma De Maria aveva saputo da voi a che cosa doveva servire Pisciotta, no? Come mai Pisciotta fu fatto entrare in casa? Evidentemente, non era uno sconosciuto, ma arrivava ad assolvere ad una certa missione; non sarà stato spiegato al De Maria quale era, ma comunque… Il padrone di casa, insomma, doveva sapere chi era Pisciotta.

Perenze- Ma Pisciotta non sapeva nemmeno con sicurezza se Giuliano fosse da De Maria: non lo sapeva.

Bernardinetti- E quindi, De Maria non sapeva niente di questa azione che si stava portando a compimento, d’accordo tra Pisciotta e la polizia?

Perenze- Niente, nel modo più assoluto. Se De Maria, guardi, fosse stato un mafioso, non avrebbe mai tollerato che si uccidesse dentro casa sua, perché sarebbe stato squalificato.

Bernardinetti- Ed allora come giustifica il fatto che ospitò Giuliano?

Tuccari- Mi scusi, la sua è una domanda ingenua. Lo ha ospitato per incarico dei mafiosi!

Perenze- Non glielo so dire. Forse per incarico dei mafiosi, Ma, per quel che ricordo, De Maria era un tipo da niente.

Tuccari- Io vorrei far rilevare l’inspiegabilità di questa uccisione, avvenuta in un momento di tranquillità di Giuliano, ecco.

Perenze- Pisciotta ha detto che ha dovuto far finta di dormire per parecchio tempo, di russare per parecchio tempo: “soltanto quando mi sono accorto che lui dormiva sicuramente, ho sparato”.

Bernardinetti- Questo ha dichiarato Pisciotta?

Perenze- Sì. E gridò: “Avvocato stanno sparando”.

Tuccari- Ed allora, perché voi non avete rivelato subito questa verità ed avete invece montato quella messa in scena?

Perenze- Perché noi avevamo tutto l’interesse, come le dicevo, a tenerci ancora Pisciotta, visto che era venuto meno Giuliano per sapere tutti i retroscena del banditismo e risalire, principalmente, al cognato di Giuliano ( e cugino di Pisciotta, perché sembra che ci fosse una qualche parentela), Sciortino.

Ad ogni modo, lei deve aver presente una cosa: che la persona più importante, secondo il nostro punto di vista, più intelligente, quello che poteva mantenere contatti con l’estero, era Sciortino; e noi non sapevamo che fosse andato in America: lo abbiamo saputo successivamente.

Bernardinetti- E da chi?

Tuccari- Mi spieghi perché avreste dovuto aiutare Pisciotta in questa finzione, per non perderne la fiducia, dato che egli era in vostro potere.

Perenze- Intanto Pisciotta, per decidersi a consegnare Giuliano, aveva avuto anche delle promesse, come solitamente si fa in circostanze del genere.

Bernardinetti- Ci spieghi meglio questo punto.

Perenze- Perenze- Lui avrebbe tradito il cugino, ci avrebbe consegnato Giuliano; e noi ci saremmo dati tutti quanti da fare per aiutare Pisciotta, per mettere la sua famiglia nelle migliori condizioni per pagare l’avvocato, per rendere meno triste quella che sarebbe stata la sua condanna. Questo lo si fas nei confronti di un qualunque delinquente.

Tuccari- E questo le sembra poco? Perché, con l’appoggio che avevano dalla mafia, una valida difesa avrebbe potuto essergli garantita da chiunque; non avevano bisogno di voi.

Perenze- Se avesse avuto una valida garanzia dalla mafia, perché, allora, ricorrere a noi, scusi?

Tuccari- No, siete stati voi che l’avete utilizzato.

Perenze- Si è rivolto a noi, perché ha capito che la mafia non era più nelle condizioni di poterlo proteggere.

Tuccari- Dice giustamente il senatore Bernardinetti che voi dovevate avergli fatto delle promesse superiori a quelle che poteva avergli fatto la mafia; quindi promesse di impunità e così via.

Perenze- Logicamente io non sapevo quali promesse poteva avergli fatto la mafia. Conosco quelle che potevo fargli io.

Bernardinetti- Sempre allo scopo di raggiungere…

Perenze- Sempre allo scopo di catturare Giuliano. Noi non avevamo altro scopo: nessuno di noi stava volentieri in Sicilia.

Bernardinetti- Cioè, mettevate in atto i metodi della guerriglia, così come guerriglia era quella di Giuliano. E’ esatto?

Perenze- Noi avevamo un solo interesse: quello di prendere Giuliano.

Tuccari– Sì ma non capisco bene questa esigenza di tenervi buono Pisciotta.

Perenze- Pisciotta avrebbe potuto dirci dov’era Sciortino, come erano stati condotti tutti quanti gli altri scopi, quale era il rapporto che esisteva tra banditismo e mafia, se esisteva tale rapporto: tutte cose che ci avrebbe potuto dire Giuliano.

Bernardinetti- E Pisciotta?

Perenze- Ma anche Pisciotta, vede, si trovava in una posizione di subordine rispetto a Giuliano. Nella delinquenza. Un ppò come nell’azione di polizia, si lavora a compartimenti stagni, per cui nessuno sa con esattezza tutto quello che fanno gli altri.

Bernardinetti- Senta, io le vorrei fare un’altra domanda, ed esattamente questa. Sempre sulla scia di questo sistema di guerriglia, di queste promesse (che, indubbiamente, non pensavate nemmeno lontanamente di poter mantenere) fatte allo scopo di catturare Giuliano, e di venire a conoscenza di questi fatti delittuosi e dei famosi contatti, voi avete adottato con il Pisciotta un sistema per il quale siete arrivati financo – da quello che ci risulta- a rilasciargli, su richiesta dello stesso Pisciotta, una dichiarazione quasi … di benservito, di elogio, con la firma – non autografa – dell’onorevole Scelba. Questo le consta?

Perenze- Mai saputo.

Bernardinetti- Va bene. Le faccio un’altra domanda.

Tuccari- Eppure è risultato, con estrema chiarezza al processo di Viterbo.

Perenze- Forse lo avrà fatto Paolantonio. E’ uno dei tanti sotterfugi che si attuano proprio per irretire il delinquente.

Tuccari- Dal processo di Viterbo è risultato che aveva il tesserino, il certificato di benemerenza, a firma –certo non autografa- di Scelba.

Perenze- Il tesserino di confidente noi lo davamo a moltissimi.

Bernardinetti- Colonnello, un’altra domanda. Quando Giuliano fu ucciso, sembra che avesse addosso dei documenti; questi documenti, a quanto ci risulta, furono consegnati al colonnello Luca.

Perenze- Lo escludo nel modo più assoluto.

Bernardinetti– Siccome era lei che comandava la forza pubblica, in quella sera, a Castelvetrano…

Perenze– Lo escludo nel modo più assoluto.

Bernardinetti– Quindi lei non ha trovato documenti?

Perenze– Niente. Quello che ci impressionò maggiormente fu la presenza di così poco denaro; non ricordo: dieci o cinquanta lire.

Bernardinetti- Guardi, io torno alla carica su questa domanda. A noi risulta – da deposizioni rese da un altro ufficiale dei carabinieri- che Giuliano aveva addosso degli appunti che furono trattenuti dal colonnello Luca; appunti che avrebbero potuto essere utilizzati per ulteriori indagini per la lotta al banditismo.

Siccome lei comandava la forza pubblica, quella notte a Castelvetrano, questa è una domanda che, per la seconda volta io le rivolgo.

Perenze- Se fosse come lei dice, avrei dovuto consegnarglieli io personalmente.

Bernardinetti– E quindi lei lo esclude?

Perenze- Io presi il portafoglio, così com’era, e lo diedi al tenente colonnello Paolantonio che arrivò con Luca e con il procuratore generale.

Perenze- E nel portafoglio cosa c’era?

Perenze- Non lo so.

Bernardinetti- Quindi, tutto sommato, dato che lei non ha aperto il portafoglio, non può escludere che ci fossero dei documenti.

Perenze- Io fui impressionato dal fatto che Giuliano avesse così pochi soldi in tasca. Mi sembra che avesse solo un biglietto.

Bernardinetti- Quindi, Paolantonio ebbe in consegna da lei il portafoglio; portafoglio che lei non aveva aperto; il colonnello Paolantonio, aperto il portafoglio, disse: “Possibile che abbia avuto così pochi soldi?” In altri termini, non disse: “Non ci sono documenti”, oppure, “Ci sono pochi documenti”?

Perenze- No, nel modo più assoluto. E poi, successivamente, lo avrei saputo; se ci fossero stati dei documenti, o se fossero passati poi al colonnello, lo avrei saputo.

Brugger- Posso fare una domanda ingenua? Io ho l’impressione che ci fossero degli attriti tra Luca e Paolantonio. Quale poteva essere il motivo di questi attriti, se gli attriti c’erano?

Perenze- Io non credo che ci fossero degli attriti, perché lavoravano di conserva. Era Paolantonio che aveva tutta la catena di confidenti in Sicilia, perché aveva già prestato servizio in Sicilia per molti anni: si era congedato lì, si era sposato lì, era rimasto lì; e, quindi, conosceva l’ambiente bene. D’altra parte, egli ha aiutato moltissimo il comando delle forze repressione del banditismo. Non credo che ci possa essere stato qualche punto di attrito. Comunque mi permetto di fare una obiezione: esiste da noi una scala gerarchica quanto mai ferrea: se anche ci fosse stato un attrito tra il colonnello e il tenente colonnello, io, che ero capitano, non lo avrei mai saputo.

Bernardinetti- Questo è poco ma sicuro.

Tuccari- Senta, come mai la sede, diciamo così, di attività di Giuliano, le zone in cui veniva protetto, nell’ultimo periodo si spostarono dai margini della provincia di Palermo verso Trapani?

Perenze- Evidentemente, perché noi avevamo setacciato tutta quanta la zona più sospetta, che si estendeva da vicino Palermo, Monreale, fino a Corleone, Partinico, fino ad Alcamo, fino quasi a Trapani. In ogni casolare c’erano le nostre squadriglie, squadriglie di carabinieri, che erano state organizzate da me, con sistemi che, in certo qual modo, copiavano quelli della guerriglia; per cui gli uomini non abitavano in caserma, dovevano uscire e stare un determinato numero di giorni fuori, dormire nelle grotte, all’addiaccio. Era, quindi, un servizio di vigilanza continuo, al quale non si poteva sfuggire. Ogni squadriglia era comandata da un ufficiale di provato valore, mi permetto di dire. Noi avevamo una squadriglia composta di trenta uomini, che aveva quindici letti; quei quindici letti ospitavano altrettante persone: quando rientravano gli altri, i primi si alzavano e andavano in servizio. Non è da dire, quindi, che noi tollerassimo evasioni, che permettessimo che qualcuno in più potesse rimanere in caserma. Noi avevamo, fuori in permanenza, un determinato numero di squadriglie anche perché gli uomini non avrebbero potuto andare in caserma, non avrebbero saputo neanche dove andare a dormire. Avevamo setacciato il territorio; il nostro motto era che le squadriglie dei carabinieri dovevano vivere così come vivevano i banditi.

Tuccari- Ci sarà stato questo motivo che dice lei; ma questo spostamento di zona non è dipeso dal fatto che Giuliano, a un certo punto, fu preso in consegna da altri capi mafiosi?

Perenze- Non credo. Io penso piuttosto che Giuliano fosse sulle mosse per andarsene in America. Questo era quello che pensavamo successivamente. E questo, forse, contribuì ad invogliare Pisciotta a consegnarci Giuliano. Siccome tra Mazara del Vallo e Castelvetrano c’era un aeroporto, da quell’aeroporto di fortuna Giuliano, ben bene imbottito di milioni, se ne sarebbe andato via ed avrebbe abbandonato la banda.

Bernardinetti- Senta, io le faccio nuovamente la domanda: lei esclude che al Pisciotta sia stato dato, non dico un ordine, ma il consiglio di far fuori Giuliano?

Perenze- Lo escludo nel modo più assoluto.

Bernardinetti- Quindi lei conferma che è stata una iniziativa di Pisciotta.

Tuccari- Questo, del resto, fa parte della tesi che il colonnello ha prospettato fin dall’inizio; non credo che ci sia bisogno di esercitare pressioni in un senso o nell’altro.

Bernardinetti- Io non intendo esercitare pressioni.

Però, colonnello, mi spieghi adesso come è avvenuto che, dai rapporti che voi avete ufficialmente redatto, sottoscritto e presentato ai vostri superiori, risulta che in quella notte, a Castelvetrano, si sarebbe verificato uno scontro a fuoco, che avrebbe determinato la morte di Giuliano: fatto dal quale, poi, se non erro, è nato anche un accertamento giudiziario. Qual è la ragione per la quale si è voluta dare questa versione?

Perenze- Perché desideravamo che Pisciotta continuasse a lavorare per noi.

Tuccari- Ma lei deve spiegarci questo. Pisciotta era uno strumento nelle vostre mani; quindi…

Perenze- Vorrei che si chiarisse bene questo concetto di “strumento nelle vostre mani”.

Tuccari- Strumento utilizzato ai fini della cattura di Giuliano.

Perenze- Non era uno strumento, nel senso che potessimo fargli fare tutto quello che volevamo. Era uno che lavorava per noi.

Tuccari- Sì, a questo fine.

Quindi, se poteva essere legittimo, ed anche intelligente, da parte vostra, dargli la sensazione che lo coprivate nella sua versione, perché continuasse, attraverso la consegna di Sciortino, a lavorare per voi, molto meno spiegabile è il fatto che voi abbiate fatto un rapporto ai vostri comandi e alle autorità politiche, attenendovi a questa versione. Veramente non si comprende, non è spiegabile il fatto che voi abbiate riferito quello che non era vero.

Perenze- Non si dispiaccia, ma lei crede che, se noi avessimo detto la verità, dopo un quarto d’ora non lo avrebbero saputo tutti quanti in Sicilia?

Tuccari- Però, dato il sistema di serietà che c’è all’interno dell’arma dei carabinieri, ci dovrebbe essere traccia della reale versione dei fatti.

Perenze- Questa è una domanda alla quale non mi sento di rispondere. La Sicilia è quella che è, ed io ci sono rimasto soltanto un anno; noi lavoravamo con serietà, ed avevamo un solo obiettivo: quello di distruggere il banditismo in Sicilia, con tutti i mezzi. Presentare una versione piuttosto che un’altra, per noi, era cosa, in fondo lecita.

Noi avevamo infatti uno scopo; e non credevamo che, una volta morto Giuliano, avremmo potuto chiudere gli uffici e andarcene. La prima cosa che facemmo, appena arrivati in Sicilia, fu di chiedere tutti i mandati di cattura che giacevano in tutte le stazioni dei carabinieri in Sicilia; ne facemmo un volume! Tutti i nomi vennero elencati, in ordine alfabetico; e quando lasciammo la Sicilia, non tutti quei nomi erano stati depennati dall’elenco. Sapevamo che molti di quegli uomini erano all’estero, e volevamo sapere come avevano fatto ad andarci, per quali tramiti.

Tuccari- Lei mi può escludere che, se non con un rapporto, almeno confidenzialmente, i loro superiori siano stati informati di quella che era stata la reale fine di Giuliano?

Perenze- Lo escludo, nel modo più assoluto.

Tuccari- Mi permetta di dire che questo è molto poco credibile. Evidentemente, voi eravate autorizzati a continuare in quella certa linea d’azione, diretta ad accreditare la vostra fiducia presso Pisciotta, da organi superiori; agli organi superiori, quindi, non potevate nascondere la realtà.

Perenze- Noi eravamo autonomi! Questa fu l’unica condizione che pose il colonnello Luca.

Tuccari- Si trattava, però, di un’autonomia operativa e non, certamente, gerarchica, né disciplinare; era un’autonomia funzionale, operativa.

Perenze- Certo; ma siccome quello era un fatto operativo, non avevamo nessuna necessità di rappresentare la realtà.

Tuccari- Ma lei me lo chiama un fatto operativo il dissimulare un reato e il non agire in funzione di polizia giudiziaria, denunciando e perseguendo il responsabile?

Perenze- Debbo dirle, allora, un’altra cosa: tutto quello che avveniva -tutto!- costituiva oggetto di referto verbale tra l’allora procuratore generale e il colonnello Luca.

Tuccari- Può dirci qualche cosa su questi rapporti con Pili?

Perenze- Sua eccellenza Pili sapeva tutto con esattezza.

Tuccari- E, quindi, anche il modo in cui realmente morì Giuliano?

Perenze- Anche quello, indubbiamente.

Bernardinetti- Poiché non vi sono altre domande da parte dei commissari, signor colonnello, noi la ringraziamo.

Perenze- Mi dispiace se posso avere deluso la Commissione in qualche cosa.


[1] Cfr. CPIM-AI, cit., allegato 11, pp. 457-465.

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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