L’uccisione di Pisciotta: il danno e la beffa

Sentenza della sezione istruttoria della Corte di Appello di Palermo contro Ignazio Salvaggio, Filippo Riolo e Salvatore Pisciotta[1]

La Corte di Appello di Palermo- sezione Istruttoria

composta dai signori:

1) dott. Vincenzo Criscuoli, presidente;

2) dott. Antonino Mauro, consigliere;

3) dott. Giuseppe Scuderi, consigliere relatore ed est.

Ha emesso la seguente

SENTENZA

nel procedimento penale

CONTRO

1) Salvaggio Ignazio fu Ignazio e di Lazzara Giuseppa, nato il 20/7/1916 di Santo Stefano Quisquina – arrestato il 1° marzo 1954, e scarcerato il 9/8/1955;

2) Riolo Filippo fu Giuseppe e fu Cuccia Rosa, nato il 10/4/1909 a Piana degli Albanesi – arrestato il 16 agosto 1954 e scarcerato il 16 agosto 1956;

3) Pisciotta Salvatore fu Gaspare e fu Costanza Rosalia, nato a San Giuseppe Jato il 25/3/1889 – detenuto per altro mandato di cattura notificato il 25/8/1956:

IMPUTATI

di correità in omicidio pluriaggravato a sensi degli articoli 110-575-577 nn.2 e 3 e 1 e 61 n.9 c.p., in persona del detenuto Pisciotta Gaspare, per avere, con premeditazione, il primo violando i doveri inerenti alle sue funzioni di agente di custodia, il terzo quale padre della vittima, ed il secondo quale mandante, cagionato, mediante somministrazione di stricnina, la morte del detto Pisciotta, nelle carceri giudiziarie di Palermo, il 9 febbraio 1954.

Letti gli atti ed intesa la relazione del consigliere dott. Scuderi, ha osservato:

FATTO E DIRITTO

Alle ore 8 del nove febbraio 1954 venne trasportato dal cameroncino n. 4 della prima sezione del carcere giudiziario “Ucciardone” di Palermo, all’infermeria delle carceri stesse il detenuto Pisciotta Gaspare, il quale presentava crisi convulsive con attacchi epilettiformi, cianosi e polso piccolo aritmico.

Gli fu praticata respirazione artificiale, gli vennero somministrati ossigeno e cardiocinetici; tuttavia, dopo circa dieci minuti il Pisciotta cessò di vivere.

Il padre, Pisciotta Salvatore, condetenuto nel predetto cameroncino, ed altri detenuti che accompagnarono il Pisciotta Gaspare all’infermeria, riferirono al sanitario di servizio che il Gaspare aveva preso un cucchiaio di “Vidalin” e del caffè e che, in seguito all’ingestione di dette soluzioni, aveva avuto delle crisi nervose (f. 2- fasc. 1°).

Informata prontamente del fatto l’autorità giudiziaria, vennero subito iniziate le indagini per l’accertamento della causale della morte del Pisciotta Gaspare.

Pisciotta Salvatore dichiarò che quella mattina il Gaspare si era levato da letto poco prima che suonasse la sveglia delle ore sette e aveva accudito, come di consueto, alla preparazione del caffè, servendosi di una caffettiera-espresso a due becchi, che era autorizzato a tenere ed usare.

Caricata ed accesa la caffettiera, prima ancora che il caffè cominciasse a colare, egli collocò sotto ciascuno dei becchi una tazzina di bachilite, e ciò dopo avere posto in ogni tazzina due cucchiaini di zucchero prelevato in un barattolo riposto nell’’armadio.

Colato il caffè, il Gaspare bevve per intero quello colato nella sua tazza (quella di sinistra guardando la caffettiera; l’altra era sistematicamente riservata al padre) mentre il padre bevve soltanto una parte di quello a lui destinato ponendo il residuo in un bicchiere e conservandolo, perché più tardi potesse ancora servirsene –come di consueto- il Gaspare.

Quest’ultimo, prima del caffè, aveva quella mattina ingerito un cucchiaino di “Vidalin”, un medicinale prescrittogli e fornitogli dall’infermeria del carcere.

Consumato dai due il caffè, il Pisciotta padre aveva appena provveduto alla ripulitura delle due tazzine, lavandole sotto l’acqua corrente ed asciugandole con un tovagliolo, quando il Gaspare cominciò ad accusare dolori alle spalle e alle gambe, formulando subito il sospetto di essere stato avvelenato e sforzandosi quindi di vomitare, però con scarso risultato.

Il padre gli somministrò subito dell’olio di oliva e richiese l’intervento dell’agente di custodia Salvaggio Ignazio, addetto alla sezione. A richiesta del Gaspare il padre fece accorrere dal vicino cameroncino i detenuti Terranova Antonino e Mannino Frank, ai quali il Gaspare espresse il convincimento di essere stato avvelenato, indicando nel “Vidalin” ingerito prima del caffè il veicolo del veleno, ma veniva frattanto colto da nuova crisi con sussulti e quindi da fatti convulsivi generalizzati a tutto il corpo, con marcata rigidità e protrazione dei globi oculari.

L’agente Salvaggio eseguì manovre di respirazione artificiale e l’infermiere delle carceri praticò al paziente una iniezione di sparteina e canfora, che portarono ad un effimero miglioramento.

Subito dopo il Gaspare venne trasportato all’infermeria del carcere, ove, nonostante i rimedi apprestatigli dal sanitario dott. Saso, egli poco dopo cessò di vivere, come si è sopra detto.

Istruitosi procedimento penale, rimesso a questa Sezione Istruttoria a norma dell’art. 234 C.P.P., si accertò, attraverso i risultati delle indagini generiche, che il Pisciotta era deceduto per una forma asfittica acuta insorta nel corso di una caratteristica sindrome convulsiva determinata da avvelenamento da nitrati di stricnina, veleno di cui furono rinvenute considerevoli tracce nei visceri e che sicuramente era stato propinato –nel quantitativo di circa due decigrammi- col caffè ingerito dal Pisciotta poco prima di morire.

In effetti, tracce di stricnina presentavano le tazzine adoperate dai Pisciotta (e già ripulite dal Pisciotta padre) ed il tovagliolo col quale le tazzine stesse erano state asciugate. Mentre, però, nella tazzina adoperata dal Gaspare le tracce di veleno erano dell’ordine di alcune decine di micogrammi, nell’altra tazzina (quella adoperata dal Salvatore) erano solo di pochi micogrammi.

Nel tovagliolo, poi, dette tracce vennero rilevate in quantità minima.

I periti, pertanto, formularono l’ipotesi che il veleno esistente solo nella prima tazzina fosse stato riportato nella seconda dal tovagliolo adoperato nelle operazioni di asciugamento.

Il residuo di caffè liquido lasciato dal Pisciotta padre nel bicchiere, pur essendo zuccherato, non conteneva la benché minima traccia di stricnina.

Invece lo zucchero contenuto nel barattolo al quale il Gaspare aveva attinto per dolcificare il caffè presentava nitrato di stricnina in quantità notevolissima, specie negli strati superficiali; in tutto g. 0,3224 in un quantitativo di gr. 130 di zucchero.

I risultati dell’analisi chimica stabilirono, poi, che il “Vidalin” era di normale composizione, perfettamente innocuo, e tale in ogni caso, per le sue stesse caratteristiche chimiche, da non consentire lo scioglimento di nitrati di stricnina.

Accertato in tal modo che Pisciotta Gaspare era deceduto per avvelenamento da nitrati di stricnina, apparve subito indubbio che trattavasi di delitto, dal momento che l’ipotesi del suicidio, che pure fu pure ventilata nel corso della complessa istruttoria (ff. 237-402-401a 413-456-569-681- 694 a 706- 737- 746- 807 a 811- 815- 827 vol. I) era senz’altro da escludere per le seguenti considerazioni.

Invero, se il Pisciotta Gaspare avesse ingerito un tonico a scopo suicida, non avrebbe indubbiamente gridato, allorché avvertì i primi sintomi dell’avvelenamento: “mi hanno avvelenato”. E perché mai, ingerendo col caffè la dose mortale di stricnina, avrebbe dovuto preoccuparsi di frammischiare altra più considerevole quantità dello stesso veleno nello zucchero del barattolo creando così una situazione quanto mai equivoca e sospetta?

Ansioso, poi, com’era di salvarsi non avrebbe indubbiamente indicato nel “Vidalin” il veicolo di un ignoto veleno, ma avrebbe senz’altro, sapendo di aver ingerito col caffè della stricnina, palesato la vera situazione delle cose onde mettere gli altri in grado di apprestargli rapidamente i possibili aiuti.

E poiché dalle risultanze specifiche era emerso che il 9 febbraio 1954, prima che il Pisciotta Gaspare avvertisse i sintomi dell’avvelenamento, soltanto l’agente di custodia Salvaggio Ignazio era entrato nel cameroncino n° 4 della prima sezione occupato dai soli detenuti Pisciotta Gaspare e Pisciotta Salvatore, e vi si era alquanto intrattenuto, mentre detto Pisciotta preparava il caffè, si diede carico al detto Salvaggio, che venne interrogato con mandato di cattura, di omicidio aggravato in persona di Pisciotta Gaspare come in rubrica.

Di seguito, poi, a propalazioni fatte dal detenuto Enea Francesco, il quale affermò di essere stato istigato, senza, però, che egli accogliesse l’istigazione, dal detenuto Riolo Filippo a somministrare della stricnina al Gaspare Pisciotta al fine di cagionarne la morte, venne elevata a carico del detto Riolo rubrica di concorso, quale mandante, nell’omicidio di cui trattasi.

Rubrica di concorso nello stesso delitto venne, infine, elevata anche a carico di Pisciotta Salvatore, padre del Gaspare, essendosi ritenuto, alla stregua degli elementi che saranno in seguito specificati ed esaminati, che costui non fosse stato estraneo al delitto.

Espletata la complessa istruttoria, nel corso della quale gli imputati hanno sempre protestato la loro innocenza, il Procuratore Generale ha concluso chiedendo dichiararsi non doversi procedere contro tutti e tre gli imputati per insufficienza di prove.

La Corte osserva: secondo l’accusa contestata il delitto sarebbe stato materialmente consumato in concorso da Salvaggio Ignazio e da Pisciotta Salvatore per mandato ricevuto da Riolo Filippo.

Quest’ultimo era considerato nell’ambiente del carcere “uomo di mafia” e come tale era rispettato e temuto (f. 595 vol.2°). Per altro, come “elemento qualificato della mafia e temuto delinquente” egli è indicato in un rapporto dei carabinieri (f. 843 vol. I°). Ora, tra le varie ipotesi affiorate nel corso dell’istruzione circa i mandanti del grave delitto, la più seria ed attendibile appare proprio quella, secondo cui essi andrebbero ricercati tra gli alti esponenti della mafia, la quale avrebbe agito per vendetta, avendo mal sopportato che Pisciotta Gaspare, un tempo da lui protetto ed aiutato nel periodo in cui era latitante ed ammalato, si era poi apertamente schierato contro la mafia stessa, assumendo la veste di accusatore e di denigratore, aggredendone con denunzie gli uomini anche più rappresentativi e minacciando sempre di svelarne e spesso effettivamente svelandone, misteriosi intrighi e complicati segreti.

Le altre ipotesi ventilate si appalesano del tutto destituite di fondamento.

Invero, quella dei mandanti politici appare del tutto inconsistente. In effetti circa le propalazioni del detenuto Polacco Giovanni, secondo cui egli, per incarico e dietro istruzioni di un parlamentare sarebbe intervenuto, ma inutilmente, presso il Pisciotta per indurlo a ritrattare le accuse fatte al processo di Viterbo a carico di uomini politici indicati come mandanti della strage di Portella della Ginestra (f.758), è da dire che, a prescindere che tali propalazioni provengono da fonte certamente non molto attendibile, i fatti si sarebbero svolti nella primavera del 1951 e cioè circa tre anni prima dell’omicidio di Pisciotta avvenuto nel febbraio del 1954, quando il processo a carico dei supposti mandanti era stato definito da questa Sezione Istruttoria con decreto di archiviazione per manifesta infondatezza della denuncia del Pisciotta, di guisa che non vi era ormai alcuna ragione di eliminare il Pisciotta onde impedirgli di insistere nelle sue accuse.

Nessun legame, quindi esiste, in ogni caso, tra i fatti prospettati dal Polacco e la violenta soppressione del Pisciotta Gaspare.

Maggior pregio non ha poi l’altra ipotesi secondo cui i mandanti dovrebbero individuarsi nei familiari del defunto capobanda Giuliano, i quali avrebbero agito per vendicare la morte del loro congiunto avvenuta, per mano del Pisciotta, nella tragica notte di Castelvetrano.

Tale ipotesi farebbe capo alle macchinose propalazioni di tale Mannino Francesco, cui i familiari del defunto capobanda Giuliano avrebbero proposto, promettendogli lauto compenso, di uccidere la madre, la sorella ed il fratello di Gaspare Pisciotta, onde far morire costui in carcere di crepacuore e vendicare in tal modo la morte di Salvatore Giuliano.

Invero il Mannino è stato recisamente smentito dai familiari di Giuliano, i quali hanno invece affermato di avere respinto le profferte del Mannino stesso, che si era dichiarato disposto, dietro compenso, a cagionare la morte nelle carceri del Pisciotta, onde vendicare la morte di Salvatore Giuliano.

Posto dunque che l’ipotesi più attendibile è che il delitto sia stato opera della mafia, passando ad esaminare le risultanze processuali a carico dell’imputato Riolo, va rilevato:

Nei riguardi di costui, esponente della mafia e che, indubbiamente pur nello stato di carcerazione, aveva allora possibilità di rapporti con gli esponenti, anche più qualificati, che si trovavano in libertà, esistono le dichiarazioni del detenuto Enea Francesco (ff. 580- 583- 589 a 605- 609 a 614- 623 a 632 – 649 a 656- 658 –659 –663 –683 –843) . Detto Enea ha ripetutamente affermato, sostenendolo anche in confronto col Riolo, che ha, invece, sempre protestato la propria innocenza, che costui, verso la fine del dicembre 1953 quando esso Enea era addetto alla cucina del reparto minorati fisici, ove venivano preparati i pasti per Gaspare Pisciotta affetto da tubercolosi, ebbe a proporgli di mescolare della stricnina, che egli stesso gli avrebbe fornito, nel caffè o nei cibi destinati al Pisciotta, promettendogli in compenso la somma di £. 400.000, che si dimostrò disposto anche ad aumentare per vincere la sua resistenza.

Tali accuse perché costanti e circostanziate e per il breve intervallo di tempo intercorso tra l’epoca in cui sarebbero avvenuti i fatti denunziati (fine dicembre 1953) e la data della morte del Pisciotta (9 febbraio 1954) potrebbero far ritenere che il Riolo, esponente della mafia, non essendo riuscito ad indurre l’Enea a propinare il veleno a Pisciotta Gaspare, abbia poi trovato nel Salvaggio o nel Pisciotta Salvatore (si vedrà in seguito quali fossero i rapporti tra i Pisciotta, padre e figlio) il mandatario di cui era alla ricerca.

La Corte osserva, però, che alle dichiarazioni dello Enea non può attribuirsi alcuna efficacia probatoria per le seguenti considerazioni:

A prescindere, invero, che egli in un primo tempo ha indicato il Riolo chiamandolo “don Ciccio” mentre detto Riolo si chiama Filippo ed è stato accertato che mai era stato chiamato od inteso “don Ciccio”, bensì con un diminutivo del proprio nome, e cioè don Fifì, e che i colloqui di esso Enea col Riolo, secondo le dichiarazioni del primo, si sarebbero svolti nei locali dell’infermeria delle carceri, mentre il dott. Romano Vincenzo, sanitario dello stabilimento, sulla base dei registri delle visite mediche, ha escluso che il Riolo nel dicembre 1953 avesse subito delle visite all’infermeria, è da dire che dalle cartelle cliniche in atti risulta che lo Enea dal 1951 al 1953 fu ricoverato tre volte all’Ospedale Psichiatrico di Palermo dal quale fu dimesso due volte (il 3 gennaio 1951 e il 23 gennaio 1951) per non constatata pazzia ed una terza volta (25 aprile 1953) per l’art. 64, con diagnosi definitiva di stato depressivo.

Vero è che, come si rileva dalla cartella clinica a f. 683 e seguenti, l’ultima in ordine cronologico, all’esame clinico l’Enea dimostrò coscienza lucida, percezione pronta, orientamento conservato, attenzione discreta, coerenza e logica nell’associazione di idee, memoria conservata e solo una accentuata emotività, per cui sotto il profilo clinico-patogenetico i sanitari giudicarono che egli non presentasse segni di perturbamento mentale da richiedere il ricovero definitivo, ma è altresì vero che all’atto della sua terza ammissione all’Ospedale Psichiatrico, avvenuta il 28 ottobre 1952 in base ad ordinanza della Questura di Palermo, essendo stato trovato in mutande alla stazione Centrale di Palermo, mentre pronunciava frasi prive di senso, lo stesso Enea presentò esaltamento psicomotorio, sconclusione ed incoerenza ideativa.

In conclusione trattasi di un teste che non dà quel minimo di affidamento di attendibilità indispensabile perché possa sulle sue deposizioni fondarsi un giudizio anche di dubbio sulla responsabilità dell’incolpato e poiché altri elementi di prova non sorgono dal processo a carico del Riolo, la Corte ritiene consono a giustizia prosciogliere costui dall’imputazione di concorso nell’omicidio di Pisciotta Gaspare con formula ampia.

Prima di passare all’esame della situazione processuale degli altri due imputati, Salvaggio Ignazio e Pisciotta Salvatore, appare opportuno richiamare alcuni elementi di fatto, di cui sopra si è già fatto cenno.

E’ indispensabile, invero, tenere presente per le deduzioni che logicamente ne derivano, le seguenti circostanze:

A) che nel barattolo dello zucchero custodito nell’armadio fu rinvenuto dai periti nitrato di stricnina in quantità notevolissima (grammi 0,3224 in un quantitativo di circa gr. 130 di zucchero). Ove si consideri che la dose mortale va da un minimo di gr. 0’02 ad un massimo di gr. 0’05, appare chiaro che nello zucchero erano contenute dosi mortali assai numerose.

B) Risulta inequivocabilmente accertato alla stregua delle risultanza processuali che la mattina del 9 febbraio 1954 Pisciotta Gaspare, prima di collocare sotto i becchi della caffettiera le due tazzine, pose in ognuna di esse dello zucchero prelevandolo dal barattolo custodito nell’armadio.

C) Risulta del pari accertato che il mattino del 9febbraio 1954, fino all’istante in cui Pisciotta Gaspare avvertì i primi sintomi di avvelenamento, nessun’altra persona oltre l’agente di custodia Salvaggio ed il Pisciotta padre, mise piede nel cameroncino n°4 della prima sezione occupato dai soli Pisciotta padre e figlio.

Da tali premesse discendono se seguenti necessarie conseguenze:

Se la dose mortale di nitrato di stricnina ingerita da Pisciotta Gaspare fu direttamente immessa, nella tazzina a costui destinata, dall’esecutore materiale del delitto, ciò ovviamente non poté essere avvenuto che il mattino del 9 febbraio, mentre il Gaspare preparava il caffè.

L’autore del delitto dovrebbe allora logicamente ricercarsi tra il Salvaggio Ignazio e il Pisciotta Salvatore, dal momento che soltanto costoro quella fatale mattina si trovarono nel cameroncino n°4 (l’ipotesi di concorso di entrambi nel delitto non è suffragata da alcuna risultanza processuale ed è stata, infatti, scartata dal P.M.). In tal caso la presenza di stricnina nel barattolo dello zucchero potrebbe solo spiegarsi ritenendo o che Pisciotta Gaspare notata la rilevante quantità di sostanza da lui ritenuta zucchero ne abbia riversata qualche cucchiaino nel barattolo, o che la stessa persona che pose nella tazzina di Pisciotta Gaspare la dose mortale di nitrato di stricnina abbia poi versato nel barattolo dello zucchero la eccedente quantità di veleno di cui era rimasta in possesso.

Ove, invece, l’autore materiale del delitto abbia versato il nitrato di stricnina soltanto nel barattolo dello zucchero ed il Pisciotta Gaspare ne abbia incosciamente tolta la dose ingerita con lo zucchero prelevato per riporlo nelle due tazzine di caffè (ciò che potrebbe essere avvenuto anche durante la notte precedente o durante la giornata dell’8 febbraio) in tal caso la responsabilità del Pisciotta padre sarebbe lampante (si vedrà in seguito quali fossero i rapporti tra padre e figlio e se tali rapporti autorizzano una tale ipotesi).

Invero, nell’ipotesi anzidetta anche il caffè destinato al Pisciotta padre avrebbe dovuto contenere una mortale dose di veleno, per cui il fatto che il detto Pisciotta non abbia manifestato alcun sintomo di avvelenamento starebbe a dimostrare che lo stesso, consapevole che il caffè era avvelenato, abbia fatto le finte di sorbirlo e se ne sia, invece, in qualche modo disfatto.

Passando ora all’esame della situazione processuale dell’imputato Salvaggio Ignazio, la Corte rileva:

L’elemento più grave a carico di costui deriverebbe dalle propalazioni di quel tale Enea di cui si è sopra fatto discorso, propalazioni che, se attendibili, potrebbero effettivamente far dubitare che il Riolo o altra persona sia riuscita ad indurre il Salvaggio a propinare il veleno al Pisciotta Gaspare.

Ma sono stati sopra esposti i motivi per i quali nessun valore probatorio può attribuirsi alle dichiarazioni dell’Enea e sarebbe fuori di luogo ripeterli.

Restano quindi a carico del Salvaggio i seguenti elementi:

a) Il fatto che egli nell’ambiente del carcere, stando alle dichiarazioni di alcuni detenuti, godeva fama di persona pronta a prestarsi per denaro a rendere favori e servizi anche a detenuti ed era sempre indebitato ed in cerca di denaro;

b) Il fatto che detto Salvaggio nelle sue varie dichiarazioni sia incorso in discordanze relativamente alla circostanza se egli il mattino del 9 febbraio 1954 fosse o meno entrato nel cameroncino n°4 occupato dai Pisciotta.

Ma la Corte osserva che un abisso corre tra il prestarsi, dietro compenso, a rendere qualche favore ai detenuti ed il prestarsi, pure per compenso, a commettere addirittura un veneficio. Il Salvaggio avrà potuto commettere delle indelicatezze anche gravi, accettando dai detenuti del denaro in corrispettivo di speciali servizi anche non autorizzati e non consentiti, ma, in difetto di concreti elementi di prova, sarebbe arbitrario ritenere od anche sospettare, per ciò stesso, che egli possa essersi prestato a consumare un omicidio.

Le discordanze, poi, riscontrate nelle sue dichiarazioni è ben possibile che siano state dovute all’ansia di un innocente di allontanare i sospetti che si concentravano su di lui, ansia che, in un primo tempo, può anche averlo indotto a negare sconsigliatamente di essere entrato nel cameroncino n°4 della prima sezione, la mattina del 9 febbraio e di essersi intrattenuto, come per altro era solito fare, presso il Pisciotta Gaspare, che fatalmente allora preparava il caffè.

Per altro, posto che il Salvaggio abbia avuto quel mattino la possibilità di far scivolare, inosservato, del nitrato di stricnina nella tazzina da caffè destinata al Pisciotta Gaspare, resterebbe da chiarire l’enigma della presenza di stricnina anche nel barattolo dello zucchero.

Ora l’ipotesi sopra accennata che lo stesso Pisciotta Gaspare abbia riversato dalla tazzina nel barattolo qualche cucchiaino della sostanza da lui ritenuta zucchero, ipotesi avanzata anche dai periti, non regge, come è stato pure osservato dal P.M., alla critica più elementare, non solo perché una tale manovra è esclusa dal Pisciotta padre, ma soprattutto perché Pisciotta Gaspare non avrebbe potuto non avere dei sospetti vedendo nella sua tazzina una così considerevole quantità di sostanza, bianca sì, ma, a differenza dello zucchero, cristallina.

Resta da considerare l’ipotesi che lo stesso Salvaggio abbia versato nel barattolo dello zucchero l’eccedente quantità di stricnina di cui era rimasto in possesso.

Ma per far ciò egli, dopo essere riuscito ad immettere il tossico nella tazzina di caffè destinata a Pisciotta Gaspare senza che il suo atto fosse notato dai Pisciotta, avrebbe commesso l’imprudenza gravissima di aprire, presenti i Pisciotta nel cameroncino, l’armadietto per toglierne il barattolo dello zucchero, aprirlo, immettervi il nitrato di stricnina e riporlo finalmente nell’armadietto.

Egli avrebbe dovuto ragionevolmente pensare che tali manovre difficilmente non sarebbero state notate dai Pisciotta, per cui gravissimo sarebbe stato il rischio cui si esponeva.

Vero è che talvolta autori di efferati delitti accuratamente studiati nei minimi particolari sono stati scoperti per avere commesso imprudenze assolutamente inspiegabili, ma tale considerazione, può se mai, legittimare un sospetto sul conto del Salvaggio, ma, in difetto di più concreti elementi, non può, a giudizio della Corte, essere assunta come prova, anche insufficiente, della responsabilità dell’imputato.

Per altro non può non rilevarsi come, dalle pur accurate indagini all’uopo espletate, non sia emerso che il Salvaggio abbia dimostrato, dopo il delitto, di avere comunque migliorato le sue già precarie condizioni economiche, mentre un’inchiesta eseguita presso i vari istituti di credito della città ha accertato l’inesistenza di qualsiasi deposito a nome del Salvaggio e dei suoi familiari (ff. 196 – 372 a 379 – 438 – 443 – 497 vol. I°).

Mancando, pertanto, del tutto la prova che il Salvaggio abbia commesso il delitto attribuitogli, va pronunciata nei di lui riguardi sentenza di non doversi procedere per non avere commesso il fatto.

Nei riguardi dell’imputato Pisciotta Salvatore, padre della vittima, la Corte non può non far propria l’osservazione del P.M., il quale ha rilevato che ripugna pensare che un padre possa cinicamente avvelenare e veder morire in sua presenza il figlio, ma ha aggiunto che, tuttavia, bisogna avere riguardo, per non lasciarsi fuorviare da preconcetti di indole morale, ai protagonisti e all’ambiente.

Pisciotta Salvatore è un vecchio pregiudicato, condannato a pene gravissime per numerosi reati comuni, già gregario di quella stessa banda Giuliano nella quale il figlio era assurto al rango di luogotenente del capo.

Dalle indagini accuratamente svolte sui rapporti tra padre e figlio è emerso, malgrado il diniego dell’imputato e degli stretti congiunti circa un qualsiasi motivo di dissenso e di rancore tra i due e pur essendo innegabile che costoro avevano chiesto ed ottenuto di vivere insieme nelle carceri, che in qualcuno dei processi a carico di gregari della banda Giuliano vi furono delle chiamate di correo da parte del padre a carico del figlio protestatosi poi innocente, ed è rimasto sicuramente accertato, per le deposizioni di Manno Vittorio, Imperiale Domenico e Fina Antonino (ff. 698 a 702 – 807 a 811 – 549 e sgg. 340 e sgg.) che padre e figlio non andavano affatto d’accordo e litigavano sovente e non avevano l’un dell’altro la benché minima stima.

Considerando, poi, che il delitto in questione fu sicuramente ordito da elementi della mafia, appare possibile che costoro abbiano trovato nel vecchio Pisciotta un compiacente collaboratore e che abbiano potuto addirittura imporre al vecchio pregiudicato la loro volontà, intimorendolo con minacce ed allettandolo con promesse.

Numerose sono le perplessità e le contraddizioni che è dato cogliere nei suoi numerosi interrogatori.

Relativamente al “Vidalin” ritenuto in un primo momento il veicolo del veleno, una volta egli afferma che il Gaspare lo aveva adoperato già da due giorni, prendendone un cucchiaino ogni mattina, altra volta invece sostiene che il Gaspare ebbe a prenderne la prima volta un cucchiaino la mattina di quel fatale 9 febbraio 1954.

Nei riguardi del Salvaggio, una volta afferma che costui si allontanò dal cameroncino mentre si preparava il caffè, ma prima ancora che il Gaspare avesse messo lo zucchero nelle tazze e posto queste sotto la caffettiera, altra volta che il Salvaggio si era già allontanato prima ancora che il Gaspare avesse come sopra preparato le tazze.

Circa il caffè residuato nel bicchiere, una volta afferma che era stato prelevato esclusivamente dalla sua tazza, altra volta sostiene che in parte era stato prelevato anche dalla tazza del Gaspare per tornare ad adagiarsi, infine, sul primitivo assunto.

Ma l’elemento di maggiore gravità emergente dagli atti processuali a carico del Pisciotta Salvatore è costituito indubbiamente dalla accertata presenza di notevole quantità di nitrato di stricnina nel barattolo dello zucchero.

Si è già visto come sia poco probabile che da terzi, alla presenza dei Pisciotta, sia stato immesso il veleno nel barattolo e dovrebbe, quindi, dedursene che vi sia stato riposto dal Pisciotta Salvatore o dopo aver messo nella tazzina riservata al figlio il quantitativo di tossico necessario per determinare la morte dello stesso, ovvero, prima della preparazione del caffè nell’intera quantità di cui era in possesso.

D’altra parte, nel primo caso non appare ben chiaro perché Pisciotta Salvatore, anziché disfarsi altrimenti della eccedente quantità di stricnina, l’abbia frammischiata allo zucchero del barattolo; nel secondo caso resterebbe da spiegare come mai il caffè residuato nel bicchiere sequestrato e che sarebbe stato prelevato dalla tazza del predetto Pisciotta non conteneva veleno.

Alla stregua delle considerazioni su esposte ritiene la Corte che nei confronti dell’imputato Pisciotta non sorgano dagli atti processuali sufficienti prove di reità che legittimino l’esperimento del giudizio.

PER QUESTI MOTIVI

La Corte di Appello di Palermo – Sezione Istruttoria;

Visto l’art. 378 C.P.P.;

In parziale difformità delle richieste del P.M.;

Dichiara non doversi procedere contro gli imputati Riolo Filippo e Salvaggio Ignazio, in ordine al delitto loro ascritto in rubrica, per non avere commesso il fatto e contro l’imputato Pisciotta Salvatore, in ordine allo stesso delitto in rubrica ascrittogli, per insufficienza di prove.

Palermo, 17 gennaio 1958

f.toVincenzo Criscuoli , Antonino Mauro, Giuseppe Scuderi

Depositata in Cancelleria il 4 febbraio 1958

Il Cancelliere

f.to: Ventimiglia


[1] Cfr. Sentenza del 17 gennaio 1958, n° 18/1954 R.G. Sez. Istrut., sta in Atti del procedimento penale a carico di Ignazio Salvaggio ed altri, imputati di omicidio aggravato in persona di Gaspare Pisciotta, avvenuto a Palermo il 9 febbraio 1954, CPIM, PG, doc. XXIII, n. 6, parte terza, pp. 998 e sgg.

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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