Il governatore della Sicilia Raffaele Lombardo e Garibaldi

IL GOVERNATORE DELLA SICILIA RAFFAELE LOMBARDO E GARIBALDI

Giuseppe Casarrubea

Adesso la fisionomia del governatore della Sicilia mi torna più chiara e l’idea di mandare sindaci e assessori in giro per piazze e strade a dare colpi di piccozza a statue e lapidi che ricordano quanti hanno fatto la storia d’Italia, mi pare proprio una trovata da “capomastro”. Un effetto, però, questi picconatori l’hanno prodotto. Ai valori che non vedo in molte facce finalmente posso sostituire, per l’effetto canino condizionato di Pavlov, qualcosa che riempie un vuoto. Se mi ispirano, la mia mente rimbalza ad altro. Altrimenti niente. Un miracolo. Così sperimento sulla mia pelle che la faccia di Lombardo da oggi evoca in me, per una incontrollabile reazione compensativa, quella del grande condottiero del Risorgimento, il mio senso di vuoto si colma, sto più tranquillo e penso persino a Guido Gozzano insieme al quale posso dire che tutto sommato sarebbe stato meglio “vivere al tempo sacro del risveglio che al tempo nostro mite e sonnolento”.

Giuseppe Garibaldi

Giuseppe Garibaldi

Non è che l’eroe dei due mondi non abbia difetti. Ne ha tanti. Primo tra tutti essersi fatto irretire dalle combriccole dei baroni che non volevano toccate le loro terre. Lui, il taumaturgo, il liberatore dei servi della gleba, voleva ripagare i “viddani” che armati come potevano avevano partecipato alla sua epopea. Aveva pure fatto un editto per l’assegnazione delle terre. Sarebbero state pietraie, fazzoletti improduttivi. Neanche questo gesto simbolico l’aristocrazia gli permise e a Bronte Nino Bixio dovette darsi un gran da fare nel fucilare quanti si erano messi a dare esempio di come i “paria della terra” intendevano la libertà. Allora i contadini capirono che il liberatore era caduto nelle mani di qualcuno. Ma nessuno seppe mai i retroscena di questo crollo. E nessuno a scuola ha mai spiegato bene la vicenda. Forse perché molti conoscono la storia grazie ai bignamini letti di corsa alla vigilia degli esami. Colpa dei cattivi maestri o forse dei nostri tempi di demenza precoce.

Dovremmo essere fieri di questo Garibaldi ancora tutto da scoprire, piuttosto che trattarlo con la spocchia di quelli che sputano sentenze. Il dittatore fece la stessa fine dei vicerè: finché calavano la testa tutto andava bene, quando si imponevano, allora i baroni li cacciavano via in malo modo. Così mentre il tenutario dei segreti dei Mille, il memorialista garibaldino Ippolito Nievo, attraversava lo stretto di Messina, pur essendo una bella giornata di primavera, se ne calò a picco con tutti i segreti dell’epopea. Ci rimise le penne in un mare tranquillo che qualcuno volle tempestoso e con lui si perse buona parte della memoria di quella fulminea storia: bandi e proclami, editti, documenti e materiali d’archivio, leggi e corrispondenza varia. Tutto in fondo al mare. Così finì una storia e ne cominciò un’altra o continuò quella di sempre, con le sue prerogative, i re Normanni, le glorie della Sicilia monarchica, l’autonomia e ora il federalismo. Cose che mi sembrano “interessate” se pensiamo alla dimensione globale delle battaglie del nostro eroe.

La fama delle sue gesta nell’altro continente lo precede in Europa, già nella prima metà dell’Ottocento, da quando a Rio De Janeiro è accolto dalla “Giovane Italia” brasiliana. Se ne ricordano ancora oggi in Uruguay, nello stesso Brasile e in Argentina, dove gli hanno dedicato monumenti e lapidi, piazze e vie, palazzi e centri di cultura. Non c’è paese dell’Italia e del mondo latinoamericano che non ricordi le sue battaglie contro il colonialismo e la servitù. Anche gli artisti italiani, tra i più affermati hanno trovato in lui una fonte di grande ispirazione. A cominciare da Renato Guttuso che lo dipinse come eroe dei suoi quadri più belli.

La difesa di Montevideo

La difesa di Montevideo

La rimozione della memoria fa brutti scherzi e di solito ci rimette il buon senso. Cos’è tutta questa voglia ciclica di essere “corpo separato”? Che cos’è il federalismo? Credo si possa dare questa definizione: – è la separatezza delle prerogative necessarie a fare in modo che chi è al potere possa mantenerlo. Specialmente in Sicilia. Molte sono le ragioni. Ne seguiamo una, forse labile, ma che va tenuta presente. A parte i vicerè, qualcuno cacciato via, con rispetto parlando, a calci nel sedere, come il Fogliani, qualche altro avvelenato come il vicerè Caramanico, il primo vero interprete della volontà di essere “autonomo” per codice genetico fu – si stenta a crederlo – don Calò Vizzini allora capomafia della Sicilia. Fu emblema del “corpo separato”, lontano dallo Stato legale, differenziato, autonomo nelle sue prerogative plurisecolari, federato a una dimensione trascendentale delle cose e degli uomini, organico nel suo coesistere come “santissima trinità” per usare l’espressione assai sintetica e chiarificatrice di Gaspare Pisciotta, prima di essere ammazzato.

Charles Poletti, il capo dell’Amministrazione militare dei territori liberati dagli Alleati, fiutò il patriarca a grandi distanze e lo colse assopito nei latifondi sperduti della Sicilia arcaica. Intravide il futuro e pensò che quell’uomo arcadico e primitivo era “cosa buona e giusta” per i siciliani. Un atto creativo. Così nell’inferno irruppe improvvisa la pace mafiosa. E tutti si acquietarono. “Charlie”, come lo chiamavano i suoi amici, primo tra tutti don Vito Genovese, per conto degli Usa, lo indusse ad essere una specie di ministro dell’Interno in quell’isola in tumulto. Ci furono lo sbarco, la cacciata di Mussolini e l’armistizio. Al tavolo della spartizione si sedettero, o assistettero da dietro le quinte, quelli che dovevano ipotecare il futuro mettendoci sopra mani e cappelli. A sua maggior gloria don Calò fu anche segretario politico del Fdos, una sigla che non si incontra negli annali della storia. Forse per pudore storiografico. Perché il Fronte democratico dell’ordine siciliano lascia immaginare a ciascuno come da parte di certi signori in doppio petto si cominciava a intendere l’autonomia e l’ordine sociale.

Calogero Vizzini, capomafia

Calogero Vizzini, capomafia

I documenti dell’Oss parlano di tizi a cavallo con le lupare a tracolla. Andavano in giro a presiedere riunioni e congressi, dove naturalmente non si votava a maggioranza. Anzi, non si votava proprio. Ecco: l’ordine siciliano. Un po’ come quello di certe logge massoniche dell’epoca: nel cui grembo doveva nascerne una che Licio Gelli incubava proprio allora in quell’America latina dei colonnelli dove cent’anni prima, con altre intenzioni e attività, aveva lottato Giuseppe Garibaldi. Anche in Sicilia la massoneria aveva giocato le sue carte. Ma attenzione: quella risorgimentale e patriottarda era un’altra cosa. E le mafie di allora non erano ancora “Cosa Nostra”. Se non siamo caduti sotto il governo di Bernardo Provenzano o di qualche altro padrino più modernizzato, che mangia meno cicoria, è forse merito del fatto che la Sicilia è stata ed è Italia e nessun essere umano può farci niente. Soprattutto non può cancellare la storia o, come vorrebbe qualche amico del governatore dell’isola, rifare i libri di testo che non gli piacciono.

Perciò Lombardo, che é un galantuomo, farebbe bene ad essere più originale nelle sue iniziative o in quelle che può scatenare quando viene preso da un malanno assai pericoloso: la sicilianite. Perché non è bello fare i pappagalli delle voci stonate che recitano sempre “Roma ladrona”, ma è ancora peggio volere assomigliare alla copia, già brutta, di qualcuno.

*

Su Raffaele Lombardo vedi anche:

autonomismo di Raffaele Lombardo

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
Questa voce è stata pubblicata in Politica e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

6 risposte a Il governatore della Sicilia Raffaele Lombardo e Garibaldi

  1. giuseppina ficarra ha detto:

    Leggo: <>
    La mafia degli anni ‘860/70 non era ancora cosa nostra, ma é andata via via diventando il mostro che é a mezzo del connubio mafia-stato dai primissimi anni dell’unità ad oggi. E questa é storia. La storia dei se é più difficile. Penso che un’Italia unita ha rappresentato certamente un progresso rispetto a prima. Ma vorrei capire su che basi ipotizzi un govergo della mafia senza il Risorgimento peggio di quello che abbiamo.

  2. giuseppina ficarra ha detto:

    Una lettera ai compagni
    Carissimi,

    in un momento in cui ferve il dibattito sul 150° dell’Unità d’Italia può essere utile conoscere il pensiero di Gramsci sul Risorgimento in un momento in cui manca da sinistra un impegno in tal senso e si preferisce tacere o demonizzare quanto scritto da altri, di destra, dove ovviamente manca una analisi del ruolo avuto dalle classi dominanti del sud e del nord. Ebbene, la sinistra dovrebbe aggiungere questa analisi ai fatti . Quella di Pino Aprile nel suo libro I terroni é una analisi in cui non si fa un riferimento alla lotta di classe, che é il vero soggetto della conoscenza storica.Vero. Ma di contro noi non dobbiamo tacere sui fatti di cui parla Aprile. Ferrero nel suo saggio “Dieci tesi contro Il revisionismo storico e il novello Maccartismo italico” non ne parla anche perché non é compito suo parlarne ma dello storico. E’ compito suo affrontare il rapporto fra storia e politica e ricordarci che <>.

    E’ quello che fa Gramsci il quale, in una visione giustamente politica dei fatti, ha spiegato i rapporti di classe esistenti nel sud e nel nord durante il Risorgimento. Ma Gramsci fa anche un chiaro riferimento, nel suo libro “Il Risorgimento”, ai fatti e alle tesi (la spoliazione del sud da parte del Nord) di cui parla Aprile.

    Segnalo ai compagni che non avessero a casa il bel libro Il Risorgimento di Gramsci Editori Riuniti, che é stato realizzato di questo testo un e-book che si può leggere per intero a questo indirizzo: http://www.liberliber.it/biblioteca/g/gramsci/il_risorgimento/pdf/il_ris_p.pdf

    Intanto vi propongo in questa mail il brano in cui Gramsci parla della spoliazione del Sud da parte del Nord che si trova a pag. 98/99 del testo cartaceo,

    <<La «miseria» del Mezzogiorno era «inspiegabile» storicamente per le masse popolari del Nord; esse non capivano che l’unità non era avvenuta su una base di uguaglianza, ma come egemonia del Nord sul Mezzogiorno nel rapporto territoriale di città-campagna, cioè che il Nord concretamente era una «piovra» che si arricchiva alle spese del Sud e che il suo incremento economico-industriale era in rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionale. Il popolano dell’Alta Italia pensava invece che, se il Mezzogiorno non progrediva dopo essere stato liberato dalle pastoie che allo sviluppo moderno opponeva il regime borbonico, ciò significava che le cause della miseria non erano esterne, da ricercarsi nelle condizioni economico-politiche obiettive, ma interne, innate nella popolazione meridionale, tanto piú che era radicata la persuasione della grande ricchezza naturale del terreno: non rimaneva che una spiegazione, l’incapacità organica degli uomini, la loro barbarie, la loro inferiorità biologica. Queste opinioni già diffuse (il lazzaronismo napoletano era una leggenda di vecchia data) furono consolidate e addirittura teorizzate dai sociologhi del positivismo (Niceforo, Sergi, Ferri, Orano, ecc.), assumendo la forza di «verità scientifica» in un tempo di superstizione della scienza. Si ebbe cosí una polemica Nord-Sud sulle razze e sulla superiorità e inferiorità del Nord e del Sud (confrontare i libri di N. Colajanni in difesa del Mezzogiorno da questo punto di vista, e la collezione della «Rivista popolare»). Intanto rimase nel Nord la credenza che il Mezzogiorno fosse una «palla di piombo» per l’Italia, la persuasione che piú grandi progressi la civiltà industriale moderna dell’Alta Italia avrebbe fatto senza questa «palla di piombo», ecc.

    Altrove Gramsci fa ancora un chiaro riferimento ai fatti di cui parla Aprile e di cui oggi i "compagni". preferiscono tacere. Ecco:

    "Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi (*) i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti".Ordine Nuovo" 1920

    (*) Fenestrelle, di cui non c’é cenno in nessun testo di storia di sinistra dei nostri licei!! (Naturalmente sarei felice di sbagliarmi)

    Giuseppina

    • casarrubea ha detto:

      La piccola differenza rispetto a Gramsci è che questi se ne stava in galera piuttosto che accompagnarsi con tipi come Lombardo. In ogni caso la lettura dell’autore dei Quaderni dal carcere è opposta a quella vittimistica che ne fa Aprile.

  3. giuseppina ficarra ha detto:

    Caro Casarrubea, Aprile fa una lettura da destra e di destra e quindi non ha senso paragonarlo con Gramsci, né questo é il mio intento. Ma dopo Gramsci é calato il sipario del silenzio. Perché nessuno oggi riprende la lettura dell’autore dei Quaderni dal carcere, perché lasciamo la parola ai vari Aprile? Perché lasciamo che sia stato un Aprile a scrivere il bel capitolo “Diventare meridionali”? Capitolo che é piaciuto anche a te!

  4. giuseppina ficarra ha detto:

    Va bene. Ma rimangono senza risposta le mie domande.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...