Viaggio nel neofascismo. Parte seconda: vecchi e nuovi gerarchi

II

Il partito del disordine

Vecchi e nuovi gerarchi

Il 25 luglio 1943 segnò una svolta decisiva per la storia d’Italia. Mussolini, per la prima volta da quando aveva preso il potere, fu defenestrato dal Gran Consiglio del Fascismo e gli italiani onesti tirarono un sospiro di sollievo, come se qualcuno avesse aperto una finestra in un locale che non vedeva aria e sole da lungo tempo. Fu come se una nuova speranza fosse penetrata in quella stanza affollata e tetra e un nuovo spiraglio di luce fosse filtrato a dipanare il buio in cui quelle anime d’inferno se ne stavano a crogiolarsi, per dare alle sorti di una guerra che avvertivano perduta, una speranza inimmaginabile, un futuro possibile.

A guardarle bene, quelle facce sembravano ripetere il monotono rituale di sempre. Disegnate ora su uno sfondo da incubo, erano state abituate a essere le maschere di un potere che voleva solo perpetuare se stesso. Fu come se un’implosione, prodotta all’interno delle sue stesse viscere, ne avesse sconvolto le forme geometriche, quando già, a spingerlo verso una morte irreparabile, stavano ormai lavorando, senza che nulla li avesse bloccati sul bagnasciuga, civili e uomini in armi, generali e strateghi di una guerra da tempo dichiarata e ancora da combattere. Di fatto il fascismo si trovò a un bivio: una strada senza uscita da un lato, un sentiero pieno di insidie e tormenti dall’altro. Quando qualcuno intonò il de profundis, pensò, però, a un dio minore, senza pretese di impero e senza i fasti di un tempo.

Quel giorno, i giochi nostrani, se non erano stati fatti prima, erano giunti verso il loro epilogo e nulla li avrebbe fermati. Studiati a Washington o a Casablanca, ad Algeri o in qualche capitale europea, i futuri padroni del mondo si trovarono di fronte un moribondo che stentava a morire o che si apprestava, nonostante tutto, a sopravvivere, a vestire nuovi panni, a mettere una pelle nuova.

Fu una grande impresa combattere contro il nazifascismo in Europa e questa impresa non si sarebbe potuta affrontare senza una sola delle tre grandi componenti che contribuirono a realizzarla: gli americani, gli inglesi e i sovietici. Non ebbe, invece, i caratteri di una operazione eroica, lo sradicamento profondo, dai gangli vitali del nuovo Stato nascente, delle forme strutturali e di potere del vecchio regime, fatto, tutto sommato, da italiani che giocavano in casa e che avevano sempre avuto, nella loro storia, un modo del tutto originale e inedito di venir fuori dalle rovine, magari con una nuova filosofia della rigenerazione. Non fu per niente eroico il nuovo Stato, appena nascente, con i suoi uffici e apparati, con i suoi uomini di un tempo. Badoglio era stato uomo di Mussolini e il governo che adesso rappresentava, in sostituzione del duce, caduto in disgrazia dopo l’ordine del giorno Grandi, approvato in quel giorno memorabile, aveva tante gatte da pelare che non poteva facilmente provvedere a quanti, con il fondatore dell’impero, erano caduti in bassa fortuna. Il maresciallo d’Italia, perciò, pensò di salvare se stesso e la monarchia che rappresentava e in nome della quale agiva.

A quella data i giochi anche a lui apparvero fatti e perciò fu consenziente con i Savoia a porre rimedio al baratro che gli si apriva davanti, con il fascismo ridotto a residuato bellico, prima ancora che la guerra fosse combattuta sullo scacchiere italiano. Senza i fatti di quel giorno, la storia avrebbe avuto un altro corso e anche la vita di centinaia di migliaia di persone, di milioni di italiani avrebbe avuto un’altra sorte.

Le cose andarono per il loro verso. Furono in molti, Vittorio Emanuele III e Badoglio in testa, a considerare quanto accaduto come la nascita di una nuova realtà senza il duce, una sorta di inizio di un riformismo da attribuire alla consapevolezza estrema dei capi di quel regime che non voleva morire e che si era data una nuova strategia, un nuovo progetto. Perciò, sin dalle sue origini, il crollo di Mussolini, preparato e realizzato nelle stanze dei palazzi dove si era soliti osannarlo, ebbe caratteri di ambiguità e di incertezza, si portò dietro i problemi non risolti dell’Italia del vecchio regime. Vecchi e nuovi rappresentanti istituzionali rimasero inchiodati ai loro schemi e ai loro posti, incapaci di produrre una svolta decisiva, fin dopo la data fatidica dell’8 settembre, quando fu sancita la continuità politico militare del nostro paese con il passato e i suoi gruppi dominanti si tolsero la maschera, scegliendo di combattere con la Germania di Hitler. La dichiarazione di guerra dell’Italia alla Germania porta la data del 13 ottobre. Tutto il lasso di tempo che corre tra il 25 luglio e questa data, è segnato da remore, paure, ambiguità non altrimenti spiegabili se non con la fragilità estrema di quell’Italia che stentava a chiudere i suoi rapporti col passato, proprio perché in molti già pensavano a farlo rinascere dalle sue stesse ceneri, attraverso i tanti laboratori sparsi in Italia e di cui Salò fu il centro politico e istituzionale più significativo. Fu questa condizione di incertezza a causare le stragi di Cefalonia, Kos, Leros, Rodi e le tante altre che si verificarono nella penisola italiana in quel tempo, su cui solo oggi si comincia a fare chiarezza, nonostante le decine di migliaia di morti, gli atti eroici dei soldati e dei loro comandanti, sacrificati dall’incuria e dall’incapacità di un monarca e di un governo senza scrupoli.

Sui vari fronti di guerra aperti prima ancora dell’8 settembre, nelle isole dell’Egeo, in Grecia, in Albania e in Iugoslavia, oltre che sul fronte meridionale italiano, presto segnato dalla linea Gustav, i caduti si contarono a migliaia. Vittime del nuovo potere, di un monarca e di un capo di governo in fuga, entrambi incapaci di pensare alle sorti dell’Italia piuttosto che a se stessi. Fu sfatato allora il mito che i Savoia conoscessero la strada dell’esilio e non quella del disonore e che i fascisti fossero veramente morti per sempre. Per loro si trattava solo di avere pazienza e di lasciare che i tempi dell’occupazione e del cambio di guardia, subissero la loro naturale decantazione, come in un travaso, in una verifica generale. Molti si consegnarono ai nuovi conquistatori, molti altri continuarono a combattere fino al 25 aprile ’45, con i tedeschi.

Come sempre, la Sicilia ebbe la funzione di un grande palcoscenico internazionale. Ancora una volta, da qui, come aveva scritto Goethe verso la fine del ‘700, il mondo sarebbe apparso sotto una luce autentica e gli uomini e le cose avrebbero assunto il loro senso più profondo. In questo palcoscenico giocarono il loro ruolo di protagonisti e di attori, un insieme variegato e al contempo contrastante, di uomini. Statisti e generali, soldati e civili, fascisti e gente che non sapeva neanche dove stesse di casa l’antifascismo, o che ne aveva sentito parlare per via di certi personaggi che durante il ventennio si erano fatti, non si sa come, la nomea di avere avversato qualche podestà, o di non essere stati abbastanza docili alla disciplina che il regime avrebbe, con il suo codice genetico e con le sue leggi scritte, imposto.

Dopo la sconfitta di Rommell sulla costa africana da parte del generale Montgomery, Churchill e Roosevelt non esitarono molto, alla fine, nel considerare che se si doveva usare una chiave giusta per attaccare l’Europa nazifascista, non si poteva pensare ad altro che a una regione che nel Mediterraneo, costituiva una vera e propria porta di accesso e che la chiave per aprirla, erano coloro che con la Sicilia, loro malgrado, avevano avuto a che fare, o, meglio ancora, i siciliani, gli abitanti misteriosi di quella terra da sempre esposta a tutte le invasioni e da sempre pronta ad accogliere tutti, senza poi far tanto rumore. La Sicilia, con le sue caratteristiche secolari, fu, perciò, la soluzione stessa dell’enigma rappresentato dalla sua stessa storia.

Isola di miti e di vulcani, di vita selvaggia e di morti violente, di grandi viaggiatori e di eroi omerici, di sirene incantatrici e di torpori senza fine, questa terra apparve, agli occhi degli strateghi della guerra, come il luogo ideale dal quale cominciare l’assalto contro il mostro del nazifascismo. Non fecero fatica a indovinare e i loro calcoli furono precisi. Furono aiutati, nelle decisioni finali, dai buoni uffici dell’Owi (Office of war information), sorto il 13 giugno 1942 mentre era ancora in pieno svolgimento lo scontro degli angloamericani contro i tedeschi sulle coste africane, come un grande occhio puntato sull’Europa, e destinato a dileguarsi nelle volontà del Dipartimento di Stato americano, a guerra finita, il 15 settembre 1945. Fecero la loro parte da leone anche i vari organismi di spionaggio e di controspionaggio inglese, come l’Fss (Field security service) e gli americani Cic (Counter intelligence corps) e Oss (Office of strategic services). Quando finalmente vi giunsero le truppe del generale americano George Patton e di Montgomery, il vincitore di El Alamein, sul secolare sonno e sulle immutabili forme di una civiltà ancora feudale, si ruppe ogni forma di incantesimo e ciascuno, a modo suo, cominciò a sperare. Il primo ultimò in fretta le sue letture del Corano, ritenendo che avrebbe incontrato i fedeli di una religione islamica diffusa su tutta l’isola. Gli inglesi, dal canto loro, più schivi e riservati, ritennero di dover far tesoro degli antichi legami che da tempi immemorabili li avevano uniti a quei signori incontrastati dei feudi che nelle loro case principesche sembravano sovrani di stati tutti autonomi e tutti legati tra di loro da una sorta di tacita alleanza, come al tempo delle investiture, delle signorie rinascimentali. Perciò colsero nei baroni, loro pari, i segni di una civiltà a loro vicina. I rappresentanti del neonato governo, erede di Mussolini, che Vittorio Emanuele III, si era deciso finalmente a fare arrestare, pensarono di darsi da fare per affrontare i giochi di equilibrismo che dovevano risolvere le intricate questioni di potere, a partire da quello che personalmente li riguardava. Ma fecero i conti senza l’oste. Tra tedeschi che dominavano l’Italia e angloamericani che l’avrebbero da lì a poco sottomessa, sotto il comando supremo militare di Eisenhower, le figure di Badoglio e del monarca apparvero, forse anche agli stessi invasori, tragiche nella loro sorprendente aridità. Perciò gli alleati, o diffidarono di loro o non li tennero in grande considerazione. Anzi, per qualche tempo, li considerarono veri e propri nemici. Di fatto furono avversati anche in casa. Quanto potessero loro interessare le sorti degli italiani in quel momento o la vita dei soldati, è segnato dalla cronica ambivalenza che caratterizzò i comportamenti del re e del nuovo capo di governo, prima, e del suo successore Ivanoe Bonomi, dopo. Figure di un profilo piuttosto carente; segni di una decadenza che non derivava dalla crisi del regime, dal fascismo che sembrava ridursi in cenere, ma dalla loro pretesa di apparire uomini nuovi di un’Italia che voleva cambiare pagina, tagliando qualche testa, ma lasciando tutto, e in modo gattopardesco, come prima. Il loro profilo fu perciò segnato dal camaleontismo, dall’essere stati essi stessi artefici della fine e inizio di un processo che solo accidentalmente poteva apparire nuovo, mentre era vecchio e decrepito come il fascismo morente.

Badoglio fu il segno dei tempi e i suoi governi, militare prima e di coalizione dopo, ne segnarono il percorso in modo inequivocabile lungo una linea di continuità con il passato. Era stato l’uomo delle conquiste coloniali mussoliniane nell’Africa orientale, che non aveva esitato a utilizzare i gas tossici all’irzina e all’iprite contro molti paesi e villaggi dell’Etiopia, nel dicembre del 1935, quando, facendo collocare appositi nebulizzatori sugli aerei da combattimento, aveva fatto cadere le “nuvole della morte” ad Aran e ad Ascianghi, annientando in tal modo eserciti di patrioti e guerriglieri che avevano combattuto eroicamente per difendere le loro terre e la loro storia. Era adesso l’uomo che doveva mediare, trovare alleanze, costruire ponti con i nuovi potenti della terra. Uomo di tutte le stagioni, fu il modello di una generazione che doveva lasciare all’Italia i segni di una classe dirigente priva di spina dorsale e disposta a tutto per il proprio tornaconto. E tutti rimasero al gioco, in mancanza di alternative.

In questo gioco si innervarono gli effetti nefasti di quell’altra Italia che non accettò né la messa al bando di Mussolini la notte del Gran Consiglio, né, tanto meno, l’”umiliazione” dell’armistizio di Cassibile, di cui fu artefice indiscusso un personaggio emblematico, il generale Giuseppe Castellano. Nativo di Prato (1893) questi è un uomo chiave nella storia dell’Italia di quegli anni. Nominato capo di Stato Maggiore agli ordini del generale Vittorio Ambrosio, partecipò alle operazioni in Iugoslavia, fino al 31 ottobre 1941 e fu promosso, dal febbraio successivo, generale di brigata per merito di guerra, essendo addetto per un anno allo Stato maggiore dell’Esercito e poi allo Stato maggiore generale fino al 6 settembre 1943. Fu uno dei primi a capire che Mussolini era finito e che la guerra era perduta. Fu quindi l’uomo che Badoglio, Ambrosio e il re, ritennero più adatto a trattare segretamente con gli angloamericani per un piano d’azione comune. Ma gli alleati non lo tennero in grande considerazione e di fatto pretesero un armistizio che corrispose ad una “resa incondizionata”. E’ una delle espressioni più tragiche della debolezza e dell’ambivalenza dell’Italia badogliana e di quella che seguì nel periodo della guerra di Liberazione. Dopo avere firmato l’armistizio di Cassibile, dal 12 ottobre 1944 al 31 gennaio 1945 fu al comando della divisione “Aosta” destinata alla sicurezza della Sicilia e in questa veste lo conosciamo meglio perché la sua presenza nel grande palcoscenico del Mediterraneo fu per i siciliani blasonati o per quelli che presumevano di rappresentarne lo spirito, il primo tentativo di sintesi con cui gli eredi del vecchio baronaggio, ora verghianamente espressione di un nuovo ceto, agrario e borghese, vollero pensare al loro futuro e alle sorti di quell’isola che non erano disposti a lasciare alla discrezionalità di qualsiasi invasore o di qualsiasi governante. Un uomo come lui, che aveva cominciato a pensare di eliminare Mussolini già nel febbraio del 1943 e che si era accattivato le simpatie di Galeazzo Ciano, serviva agli angloamericani. Esprimeva la vacuità del potere; si dimostrava forte ma era, allo stesso tempo, capace di commettere errori madornali; forse non aveva il senso delle proporzioni e delle relazioni e finse di non capire che l’Italia aveva perso la guerra prima ancora di combatterla. I mafiosi lo guardarono con interessato sospetto; diffidavano naturalmente, ma stavano al suo giuoco per capire la natura di quel potere che si stava impiantando e per sapere da quale parte indirizzare le loro scelte. Da parte sua il generale aveva capito, forse troppo bene, che senza di loro non si poteva garantire la stabilità di cui i siciliani avevano bisogno e che i boss erano disposti ad assicurare in cambio di contropartite vantaggiose, come la loro legittimazione, la spartizione delle risorse produttive, l’investitura nel controllo sociale. Fu interessato meno al versante dei fatti che dovevano costruire la democrazia, e per quanto cercò di occuparsi delle questioni politiche del futuro e del presente della Sicilia e dell’Italia, quelli che ebbero il potere di decidere, non lo tennero in grande stima e di fatto lo ‘posarono’, dopo averlo sbattuto in Portogallo, alla ricerca di chissà quali intese per l’Italia che non voleva essere il campo di guerra degli Alleati. Lo lasciarono alle prese con uomini come l’ambasciatore inglese Samuel Hoare che aveva incontrato in Spagna, Sir Ronald Hugh Campbell, o i generali alleati Bedell Smith (Usa) e Strong (Gran Bretagna). Strateghi tutti che lo guardavano dall’alto in basso e che magari lo trattavano come un nemico in casa. E forse non avevano torto.

In Sicilia, Castellano fece tre cose nefaste per la sua vita, la sua carriera e per la storia stessa dell’isola e dell’Italia. Firmò un armistizio “corto” che non riconobbe all’Italia se non lo status di potenza nemica che si arrendeva. La data dell’atto è quella del 3 settembre, ma la sua divulgazione fu data solo l’8 settembre, quando i soldati italiani, sparsi in mezza Europa, furono lasciati in balia dei tedeschi imbestialiti dall’improvviso voltagabbana e spinti sul piano delle rappresaglie e delle esecuzioni sommarie. Se la notizia di Cassibile fosse stata data ai reparti italiani cinque giorni prima, migliaia di vite umane si sarebbero potute salvare. Ma i soldati morti non pesarono mai sulle coscienze degli alti comandi e delle autorità politiche che avevano preso decisioni sbagliate o che non erano stati coerenti con la necessità di salvaguardare, prima di tutto, quanti erano stati mandati a difendere l’onore e l’integrità della patria. Questa mancanza di tempestività si giustifica ancora meno se si pensa al fatto che l’armistizio, come leggiamo nel diario segreto del Castellano sulle vicende che si svolsero nell’estate del ’43, fu redatto da Eisenhower già all’indomani della caduta di Mussolini. Il documento fu semplicemente imposto all’Italia, senza nessuna trattativa, dopo essere stato letto a Lisbona allo stesso Castellano dal generale Smith (capo di gabinetto del generale americano) la mattina del 19 agosto, in casa di Campbell e alla presenza di George Kennan (l’incaricato d’affari americano), e del brigadiere Strong, dell’esercito britannico. Questi rappresentanti erano arrivati da Algeri poche ore prima apposta per quell’incontro. Ma avevano idee diverse per la testa. Castellano pensava di rendere un servizio alla causa degli Alleati; questi ultimi si trovavano davanti un rappresentante dell’Italia nemica che all’ultimo momento voleva porre rimedio ad annose scelte sciagurate. Presentato dall’ambasciatore, i presenti lo salutarono appena con un cenno del capo. Nessuno gli stringe la mano. Si sedettero e il generale Smith iniziò a leggere un foglio con i termini dell’armistizio.

In secondo luogo, ritenne che la mafia, quella di alto rango, dei grandi padrini, fosse una specie di potere legittimo che doveva compiere il salto di qualità sul piano politico, ed entrare a pieno titolo nell’amministrazione dei comuni e della società. Favorì, perciò, la nascita del Fdos (fronte democratico dell’ordine siciliano), un partito politico visto di buon occhio dagli americani e lo affidò al capomafia Calogero Vizzini che rappresentava la massima espressione di quella forma di garanzia che ci voleva per la pace sociale. Non contento di queste due brillanti operazioni si interessò, infine, di autonomia siciliana ed entrò nelle questioni che riguardavano le funzioni e le figure degli Alti Commissari per la Sicilia, sostenendone uno a svantaggio dell’altro e poco curandosi che con tale atteggiamento, di fatto faceva la fine di quei vicerè che, in epoca spagnola, erano rimasti in Sicilia fino a quando il baronaggio li aveva voluti e che, quando erano diventati sgraditi ospiti, erano stati cacciati in malo modo e respinti ai loro paesi di origine. Così, quando nella diatriba che dovette nascere per la scelta dell’Alto Commissario Salvatore Aldisio, commise l’errore di farselo nemico osteggiandolo, la sua carriera fu segnata. Aldisio, infatti, fu la stella nascente del nuovo firmamento democristiano e cattolico-popolare strettamente dipendente dalle decisioni di Luigi Sturzo, allora esule a Jacksonville, in Florida, per volontà del Vaticano e dei Servizi segreti americani che lo utilizzavano come passaggio obbligato, elemento nevralgico delle loro operazioni in Italia. Il prete calatino, fu, nei fatti, nonostante assente, uno dei padri spirituali della nuova Italia repubblicana assieme a Togliatti e a pochissimi altri personaggi di rilievo internazionale. Essi avevano, cioè, un peso determinante sulle decisioni che dovevano essere prese nel nostro Paese dalle potenze che stavano sviluppando una guerra per la libertà e la democrazia in Europa, contro il nazifascismo. Perciò non ci furono mezze figure che valsero e lo staff sturziano dislocato in Sicilia ebbe il sopravvento. La debolezza del generale Castellano, del resto, fu irrimediabilmente segnata dalla strage di via Maqueda del 19 ottobre 1944, quando i soldati della divisione “Aosta” aprirono il fuoco sulla folla dei manifestanti che chiedevano pane e lavoro, lasciando sul terreno ventiquattro morti e centocinquanta feriti. Evidentemente il generale non aveva capito che non era possibile mantenere l’ordine, con la mafia e con l’esercito. La sua fantasia di diplomatico, di italiano in doppio servizio aveva limiti inauditi ed era fortemente condizionata da un bagaglio di conoscenze psicologiche veramente irrilevante. Gli mancava inoltre l’affabilità e quel senso del familiare che piaceva tanto ai siciliani, abituati a considerare la famiglia al centro dell’universo e le buone maniere come veicolo di qualsiasi forma di rispetto. Ecco perché gli americani fecero qualcosa che Castellano non poté fare, quando riuscirono a trasformare la loro occupazione in una sorta di grande festa collettiva, mobilitando a tale scopo i giovani soldati delle famiglie degli immigrati. Essi parlavano il dialetto dei loro padri e dei loro nonni; dalla nascita avevano sentito la lingua materna dei loro paesi di origine. In Sicilia si trovarono come a casa loro, prendendo contatto con le loro lontane parentele, e rispettando i vecchi codici dell’onore. Filigrana comune, questa, ai siciliani e agli italo-americani che si trovavano all’altro capo del mondo. Non tutto, però, si svolse all’insegna del sorriso, perché allora l’Italia cadde sotto osservatori particolari, invisibili, come il mondo sotterraneo degli agenti segreti e delle spie. Non ci fu paese in Sicilia che ne fosse rimasto immune e, per la prima volta, i nomi e i cognomi di molti siciliani e italiani furono sottoposti sotto le lenti di ingrandimento di questi attenti cultori dei comportamenti umani, strateghi di una guerra che voleva essere non ortodossa o che forse doveva servire, almeno fino alla conclusione di quella che si combatteva sul fronte con le armi, per meglio decifrare ciò che stava accadendo e per costruire il futuro[1].

Con gli eserciti, così, sbarcarono giovani poco più che ventenni: conoscevano l’isola a menadito, le sue miserie e le sue ricchezze, i suoi uomini e le sue vicende. Fu per loro come ridiscendere nel grembo materno, o ritornare nei sentieri impervi degli inferi.

La strada fu aperta dalla creazione, il 13 luglio 1942, dell’Office of strategic services che ebbe alle sue dipendenze varie sottosezioni, come il Secret Intelligence (Si), l’X-2 con funzioni di controspionaggio, lo Special operations branch (So), gli Operationals groups (Og). Algeri fu, per qualche tempo, uno dei nodi nevralgici dello spionaggio internazionale, assieme alla Svizzera (Allen Dulles, monitoraggio della Germania nazista), alla Spagna e al Portogallo. Fu grazie a questa fitta rete intessuta su tutta l’Europa che l’America di Roosevelt voltò definitivamente pagina su quanto le era tragicamente capitato nel dicembre del 1941 a Pearl Harbour. Del resto, conoscere gli uomini, le loro idee, le loro intenzioni, oppure influenzarli, orientarli, renderli partecipi di un progetto per loro prima sconosciuto, era una disciplina del tutto nuova. Questa, a differenza delle comuni materie accademiche, aveva l’ambizione di controllare il mondo e di determinare gli eventi che in esso dovevano accadere. Per non affidare nulla al caso. O meglio, per evitare che la volontà degli altri avesse il sopravvento. Fu così che, prima ancora che si apprestassero allo sbarco, prese corpo, nell’estate del 1942, un piano, grazie al quale l’agente siculo americano Biagio Massimo Corvo presentò la sua ipotesi di intelligence da attuare nell’ Africa settentrionale e in Sicilia, nei mesi precedenti l’invasione. Conosciuto meglio come piano Corvo, esso era dovuto alla professionalità di un giovane ventitreenne, conterraneo e coetaneo di Vincent Scamporino, anche lui proveniente da Middletown, nel Connecticut. Ma non c’erano solo loro, naturalmente. Tra i responsabili degli uffici di intelligence si dovevano annoverare giovani come Henry Nigrelli, Joseph Russo, Raymond Rocca, che agivano in nome e per conto dell’Oss ed erano alle dirette dipendenze di capi dello spionaggio come Edward Glavin, comandante del teatro nordafricano dell’Oss; Whitney Shepardson, direttore del Si; Earl Breannan, capo del settore italiano del Si che aveva la sua sede centrale a Washington. Essi si servirono di una fitta rete di informatori, double agent, persone disposte, appunto, a fare il doppio gioco: da un lato riferivano agli angloamericani, per cui le loro informazioni, passate sotto il setaccio degli agenti principali, arrivavano ben presto sulle scrivanie dei capi dei servizi segreti, inglesi o americani che fossero; dall’altro, senza nulla fare trapelare sulla loro attività più nascosta, acquisivano le informazioni più scottanti, o semplicemente riferivano quanto avevano saputo, vivendo la loro vita di tutti i giorni sul loro posto di lavoro o a contatto con le persone e i problemi di tutti i giorni. (Giuseppe Casarrubea)


[1] La letteratura sul tema è ampia. Qui mi limito a segnalare Donald Gurrey, La guerra segreta nell’Italia liberata. Spie e sabotatori dell’Asse 1943-1945, Pordenone, Edizioni goriziane, 2004, nonché il mio Storia segreta della Sicilia, Milano, Bompiani, 2005.

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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