Strage di Portella. Appello 1956. Parte seconda

( Raccolta, introdotta e annotata da G. Casarrubea e publicata a cura della Biblioteca comunale di Piana degli Albanesi per i tipi della Casa editrice Sciascia)

Parte secondA

Intanto, il 12 giugno ebbe inizio dinanzi alla Corte di Assise di Viterbo il dibattimento a carico degli imputati rinviati a giudizio con la sentenza 17 ottobre 1948 e si […] contumacia di Giuliano Salvatore, Sciortino Pasquale, Pisciotta Gaspare, Passatempo Salvatore, Badalamenti Nunzio, Mannino Frank, Palma Abate Francesco, Candela Vita e Cucchiara Pietro

Costituirono parti civili: 1. Randazzo Vincenza, in proprio, quale madre di Di Maggio Giuseppe; 2. Pecoraro Vincenza, in proprio, quale madre di Grifò Giovanni; 3. […] Vincenza, in proprio, quale vedova di Di Salvo Filippo; 4. […] Vincenza, in proprio, quale madre di Intravaia Castrenze; 5. La Fata Salvatore, in proprio, quale padre di La Fata Vincenzo; 6. Matranga Saveria, in proprio, quale vedova di Megna Giuseppe; 7. Moschetto Rosario, in proprio, quale vedovo di Clesceri Margherita; 8. Allotta Filippo, in proprio, quale padre di Alotta Vito; 9. Cusenza Vito, in proprio, quale padre di Cusenza Giorgio; 10. […] Giuseppe; Schirò Pietro; Addamo Leonardo; tutti in proprio.

Nel corso del dibattimento, precisamente in data 5 luglio 1950, si ebbe notizia della morte di Salvatore Giuliano e qualche giorno dopo la Procura Generale presso la Corte di Appello di Palermo comunicò al presidente della Corte di Assise che Mannino Frank e Badalamenti Nunzio, ai quali il decreto di citazione era stato notificato a norma dell’art. 170 cp p., si trovavano in stato di detenzione, rispettivamente dal 20 marzo e dal 13 aprile 1950, cioè da tempo anteriore al decreto che ne dichiarava la irreperibilità e disponeva la notificazione nelle forme suddette.

Invero, all’atto della cattura, gli ufficiali di polizia giudiziaria che li trassero in arresto non omisero di notificare sia al Mannino che al Badalamenti anche i mandati relativi ai delitti di cui al presente procedimento, ma, come si rileva dai rispettivi processi verbali di arresto, il col. Luca ritenne necessario tenere gli arrestati segretamente nelle camere di sicurezza del CFRB, senza darne avviso neppure all’Autorità giudiziaria, fino al completo annientamento della banda(R, 66 e 91).

Stante la nullità della notificazione del decreto di citazione a giudizio nei riguardi degli stessi, con ordinanza 18 luglio 1950 la Corte di Assise rinviò il dibattimento nei confronti di tutti.

A. Ma è indispensabile notare che in quel dibattimento prima che ogni altro imputato parlasse, Giuliano Salvatore fece giungere la sua voce, ed, assumendo la responsabilità di quanto era accaduto a Portella della Ginestra, imposto la propria difesa e determinò la difesa altrui.

Nella udienza del 13 giugno difatti il suo difensore, avv. Romano Battaglia, produsse alla Corte alcune parti di una lettera autografa inviatagli dal capo bandito ed un “memoriale” dattiloscritto che dichiarò proveniente dallo stesso, documenti che furono acquisiti e dei quali fu data immediata lettura.

Nel memoriale, che reca la data del 24 aprile 1950, il Giuliano, premesso, fra l’altro, che desiderava chiarire l’infamante versione di Portella della Ginestra, sostegno della propaganda di coloro che volevano trascinarli “nell’orbita dell’imperialismo rosso”, perché, essendo convinto che il processo si sarebbe concluso a suo danno, aveva interesse che il mondo sapesse quale era stato il movente della sua azione … ed affermato che si sentiva “orgoglioso” di denunziare ogni particolare dei suoi delitti per far rilevare che il suo “cervello” non era quello di un “delinquente assassino”, bensì di un “giusto” che sapeva “pesare più o meno una colpa” prima di rendersene responsabile, passava ad esporre la causale,lo scopo e le modalità del fatto.

“Come tutti sanno – egli scriveva – fin dalla costituzione dei vari partiti quello comunista incominciò a basare il suo programma su tutto quanto gli è stato conveniente per arrivare al suo scopo … e, dopo i primi risultati, i capi comunisti incominciarono ad istigare il popolo verso i ricchi, che per combattere questi, il primo obbiettivo da colpire fu la mafia perché la mafia, guarda spalle dei ricchi, ostacola ampiamen­te i contadini. Iniziarono la lotta, ma prima non tanto apertamente, perché i rappresentanti temevano le rappresaglie dei mafiosi. Ma in seguito, subito dopo il primo impulso, vedendo la mischina temerarietà dei mafiosi, ecco che quasi tutti i giorni sui giornali comunisti cominciarono ad affacciare … discorsi infiammatori contro i ricchi e la mafia. La lotta … avanza apertamente e ad un certo punto la mafia viene considerata dai comunisti come uno stato dentro lo stato e la sua fantomatica organizzazione viene definita anche come il sostenimento dei banditi, facendo finta di dimenticare che la maggior parte dei banditi sono stati vittime della guerra per le conseguenze che se ne risentono tuttora”.

Fino allora il suo “sguardo nel mondo politico” era rimasto “del tutto disinteressato” perché il ricordo del “tradimento separatista” gli era ancor vivo e doloroso e, mentre si rideva delle “bleffonate comuniste che predicavano il paradiso di Mosca promettendo senza nulla dare” … guardava per converso agli americani che cercavano “di alleviarci dalla miseria”, dando senza nulla chiedere. Ma, la sua “disinteressata osservazione” non aveva potuto “continuare a lungo perché i comunisti piano piano trasformarono il loro programma propagandistico in aggressione politica”, dando “ordine ai contadini di fare la spia ai banditi”, essendo per loro i banditi “la forza invisibile dei mafiosi, così dei ricchi e certo pure del Governo …”. Da quel momento non aveva avuto “più quiete” … escludeva “categoricamente che potesse essere un risentimento scaturito dagli stessi contadini” in quanto non si era mai rifiutato di dare ai poveri quel po’ di aiuto che gli era stato possibile.

Per cui, fatti accertamenti e convintosi che “ciò era una manovra politica per farsi gioco “di lui e liquidarsi i loro nemici”, verso i primi di aprile aveva cominciato “a maturare il piano di punizione” non potendo oltre tollerare che “quegli assassini politici, traditori della loro stessa coscienza, per arrivare al loro scopo di comando, continuassero a trascinare un popolo al delitto morale facendone la sferza contro i loro stessi confratelli di classe e di sventura.

E, chiarito che il piano maturato era quello di circondare dai due lati dei monti di Portella della Ginestra (cioè dal Kumeta e dalla Pizzuta) tutta la gente che sarebbe convenuta alla festa del 1° maggio, di prelevare i capi comunisti che riteneva responsabili e “giustiziarli” sul posto “leggendoci quale era la ragione della loro morte, il capo bandito continuava la propria esposizione assumendo: che a “cinque giorni” dal 1° maggio, quando già si era ben preparato, gli era giunto un messaggio per cui doveva inviare un gruppo di uomini in contrada “Balletto” a svolgere alcuni affari della banda: aveva deciso in conseguenza di dividere i suoi uomini – ché in tutto, lui compreso, erano venti – in due gruppi ed un gruppo di otto uomini aveva inviato a Balletto rimanendo con essi collegato per pezzo di una staffetta; che il 30 aprile, preparandosi a partire, aveva inviato la staffetta con l’ordine per cotesto gruppo di farsi trovare il mattino seguente, alle ore 4, a “Pizzo della Ginestra”; e, scesa la sera, verso le ore 20, si era con gli altri suoi uomini avviato piano piano giungendo alle tre ai piedi di monte Pizzuta: “faceva ancora buio, poco dopo le prime luci del giorno avvolgevano il luccichio delle stelle”; che, fattosi giorno, vanamente aveva cercato con lo sguardo i suoi “otto giovani” sul Pizzo della Ginestra; la staffetta non li aveva trovati a Balletto, avendo essi dovuto spostarsi in tutta fretta, per alcuni sospetti, poche ore prima e, perduto il collegamento, non aveva trasmesso l’ordine suo; con dodici uomini tutti da un lato non sarebbe stato prudente attuare il piano prestabilito ed aveva deciso di “fare una sparatoria in forma intimidatoria allo scopo di sciogliere la festa ed evitare che i contadini ricevessero altro veleno dalla propaganda comunista”; che pertanto aveva dato ordine a ciascuno dei suoi uomini “sciupare tre caricatori e sparare più o meno a venti metri al di sopra della massa in modo che questa sentendo fischiare le pallottole la consideravano una cosa seria …”; fatta la sparatoria avevano notato “il fuggi fuggi” e dopo dieci minuti circa erano andati via “sicuri che era riuscito tutto bene”, mentre invece l’indomani aveva appreso dai giornali “il triste errore”: nello intento di confortarsi s’erano reciprocamente domandato se alcuno di loro avesse “osato” sparare direttamente sopra la massa, ma tutti si erano sentiti tranquilli e si erano convinti che “a qualcuno ci dovette tremare la mano o non seppi regolarsi bene”.

Quindi, riaffermando, fra l’altro, di essere “ il nemico numero uno dell’ingiustizia sociale”, rimproverandosi unicamente di non aver “saputo frenare la sua delirante impulsività, cagionata da certe ripugnanti azioni altrui”, ed esaltato ancora una volta il proprio coraggio, il Giuliano ribadiva di non aver “sparato volontariamente contro quei poveri lavoratori inermi”: 1. perché non era sceso mai a tanta bassezza di agire contro uomini inermi, lui che non solo aveva affrontato interi eserciti, ma con spirito di cavalleria aveva avvertito il nemico prima di passare all’azione; 2. perché non poteva sparare contro gente della sua stessa classe, cui aveva dato sempre aiuto nei limiti delle sue possibilità; 3. perché non era ricco feudatario, né apparteneva a quel cerchio di patrizi “cui piace fare il gioco dello schiavismo della bassa plebe” e neanche era stato al loro servizio, ma piuttosto poteva dirsi loro nemico (R, 31 – 35).

Nella lettera, poi, accompagnando il memoriale, il Giuliano riassumeva e ribadiva le linee fondamentali della difesa: 1. rivendicazione della sua personalità morale ai fini anche della credibilità “a me non interessa – scriveva al difensore – se verrò condannato per mille anni, ma bensì che i miei sentimenti sono stati precisi nel giudicare le mie stesse azioni e, se ho agito, ho agito sotto l’impulso della ingiustizia sociale, quindi la sua difesa la deve basare … nel dire che il denunciare ciò che fino ad ora non era stato conosciuto è un senso di correttezza e di sincerità presso la giustizia…”; 2. motivazione politica dell’azione “oltre ancora il suo programma difensivo deve essere basato sul lato politico da parte loro (dei caporioni comunisti), perché proprio per questa ragione succedette la mia reazione”; 3. involontarietà degli eventi di lesioni e di morte “questo deve essere il perno della sua difesa, il dimostrare che se noi sparavamo direttamente alla folla con dieci minuti di fuoco che abbiamo fatto i morti non dovevano essere 11, ma centinaia”; 4. innocenza dei giovanissimi imputati ed incertezza assoluta intorno alla correità degli altri “le persone cui siamo andate colà eravamo dodici, quindi lì è da domandargli come ci sono trenta imputati; di questo fatto lei ne può avere conferma mediante la loro stessa denunzia (i primi rapporti dei CC. e della Questura nei quali si parla di 12 banditi) perché ci sono tre testimoni che ci hanno visti e quindi hanno saputo quanto eravamo di numero con questo fatto lei può dimostrare che tutti questi ragazzi sono innocenti e se si sono resi responsabili lo è stato per le torture cui sono stati posti: se domanderanno a questi ragazzi dove si trova Piano della Ginestra non lo sapranno rispondere” (R, 38 – 40).

B. Siffatte direttive del capo bandito furono assimilate immediatamente in quella misura che l’intelligenza e la posizione di ciascuno poteva consentire e trovano nelle dichiarazioni degli imputati chiara rispondenza.

I. Di Lorenzo Giuseppe che solo con l’esposto 6 gennaio 1948 aveva fatto cenno a torture senza tuttavia specificarle, interrogato per primo asserì di essere stato torturato col sistema della cassetta e fece menzione di certo brig. dei CC. “Don Pasquale”, mai da alcuno nominato fino a quel momento, che applicava la maschera antigas ed attraverso il tubo di respirazione faceva bere acqua e sale (R, 43); dopo di lui, Gaglio Francesco aggiunse alle torture menzionate nell’esposto 21 luglio 1948 (v. n. 35) la perdita di un testicolo e similmente parlò del brig. “Don Pasquale” (R, 44 – 45); ed a costui fecero ri ferimento, attribuendogli chi la scorta nelle traduzioni, chi i maltrattamenti, Pretti Domenico (R, 71), Tinervia Francesco (R, 60), Sapienza Giuseppe (R, 63), Russo Giovanni (R, 76), Tinervia Giuseppe (R, 73), Musso Gioacchino che al nome del brig. “Don Pasquale” aggiunse quello del carabiniere Addazzo e dichiarò di aver dovuto subire nel carcere di Termini Imerese un operazione chirurgica per la estrazione del sangue che, a causa delle percosse, gli si era raccolto sotto le piante dei piedi (R, 84); e quasi tutti attribuirono alle sevizie cui erano stati sottoposti, specificandole variamente, le confessioni stragiudiziali rese.

Solo Pisciotta Vincenzo non accennò a violenze: disse che, alcune circostanze, esposte da lui spontaneamente, tutto il resto gli era stato suggerito dai carabinieri e dal giudice istruttore; ma affermò di ignorare dove si trovasse Portella della Ginestra perché non vi era mai stato (R, 95).

II. Terranova Antonino “Cacaova”, con la vivida intelligenza, e con la prontezza che lo caratterizzano, tentò di consolidare la sua tesi istruttoria armonizzandola col memoriale del Giuliano ed attribuì a sé ed al suo gruppo la missione a Balletto. Poiché la sua squadra si componeva di sei unità (Pisciotta Francesco, Mannino Frank, Candela Rosario, Palma Abate Francesco, Sciortino Giuseppe, Taormina Angelo), oltre se stesso, vi aggiunse un ottavo elemento – un bandito non di Montelepre, del quale non poteva dare indicazioni – aggregato dal capo bandito per la circostanza, e precisò: di essere partito da Montelepre la sera del 28 aprile; di essere giunto a Balletto la sera del 30 aprile; di non avervi potuto compiere la missione e di aver proseguito per “Pernice” (distante km. 1 e ½ circa) pervenendovi verso le ore due, o le tre del 1° maggio che ancora non albeggiava (R, 89); di aver saputo dal Randazzo che alle 22 della sera precedente aveva avuto la visita di Pianello Filippo e di due sconosciuti latori del messaggio del Giuliano.

Asserì di aver parlato con il Giuliano, senza che alcuno fosse presente, tra il 18 ed il 20 aprile, dell’azione da compiere a Portella: questi calcolava di poter disporre, fra i propri e quelli di esso Terranova, da 18 a 23 uomini ed aveva divisato di sequestrare i capi comunisti che sarebbero intervenuti alla festa del 1° maggio (R, 89 – 90); il suo parere era stato contrario all’azione che il capo bandito si proponeva di fare ed ognuno era rimasto nel proprio avviso: l’operazione invero gli era sembrata rischiosa, dato che a Portella potevano convenire centinaia, come migliaia di persone, e per questo, avuta la comunicazione dal Randazzo, non lo raggiunse; tra il 18, 20 aprile ed il 1° maggio non aveva avuto più occasione di incontrarsi col Giuliano (R, 90 – 91). Escludeva perciò che vi fosse stata una riunione a “Cippi”, perché diversamente sarebbe stato uno dei primi ad esserne informato.

Asserì che, quando si giustificò col Giuliano del suo mancato intervento, questi gli disse che proprio per la mancanza della sua squadra non aveva potuto attuare più il proposito originario di sequestrare i capi comunisti ed aveva disposto una sparatoria per vedere fuggire la folla; non sapeva spiegarsi la presenza di morti e feriti e voleva soccorrere la famiglie delle vittime. A suo avviso, per quanto capii, il Giuliano aveva agito a Portella di propria iniziativa (R, 92).

Dichiarò, infine, circa gli assalti alle sedi del Partito comunista, che il Giuliano non l’aveva neanche cercato sapendolo impegnato in conseguenza del sequestro di Maggio Stefano e Schirò Nicolò, eseguito da lui e dai componenti della sua squadra: “prima della liberazione” di costoro, avvenuta ad opera dei carabinieri il 20 giugno 1947 (v. n. 34), egli si trovava lontano da Montelepre, a circa 35 km. di distanza, ad attendere che i familiari dello Schirò portassero il prezzo del riscatto, onde non gli sarebbe stato materialmente possibile partecipare ai fatti suddetti (R, 159 r).

III. Pisciotta Francesco, interrogato dopo il Terranova, si adagiò supinamente alla nuova tesi di costui e, dimentico di quanto aveva dichiarato in istruttoria (V, 45), fra l’altro, asserì: che il 28 aprile, riuniti dal loro capo squadra con un fischio, verso le 17 – 18, in contrada S. Croce di Montelepre, si erano avviati alla volta di Balletto dove erano arrivati verso le ore 22 del 30 aprile; che, dopo quattro, cinque ore di riposo, avevano proseguito per “Pernice” giungendovi verso le ore 3 del 1° maggio: ivi il Randazzo aveva detto al Terranova che “verso le ore 10” Pianello Fedele e due sconosciuti, passando a bordo di una jeep, avevano chiesto di loro; che, ignorando lo scopo del Pianello, essi ne avevano rivolto domanda al Terranova e questi aveva risposto trattarsi di cose che non li interessava; che si erano fermati a “Pernice” il 1° e il 2 maggio; che il secondo giorno, cioè il 2 maggio, il Candela ed il Taormina avevano sostenuto un conflitto a fuoco con i carabinieri (v. n.14); che, essendo stati raggiunti dal Candela, si erano restituiti unitamente a lui a Montelepre, dove, in contrada S. Croce, avevano trovato il Taormina che li aveva preceduti (R, 100).

IV. Genovese Giovanni si riportò sostanzialmente al suo interrogatorio del 29 gennaio 1949 (v. n. 44 II) e confermò l’episodio della lettera recapitata da Pasquale Sciortino; ma, nel contempo, fece il possibile per lasciare nell’ombra sia quegli elementi che pareva potessero legare anche lui ed il fratello al delitto, sia quelle circostanze che costituivano una troppo palese smentita della tesi difensiva del capo bandito. Così: non era da escludere che il Giuliano gli avesse detto “essere venuta l’ora della nostra liberazione”, che gli avesse manifestato la necessità di “sparare contro i comunisti il 1° maggio”; ed era altresì possibile che, in risposta egli avesse osservato che non doveva prendersela con le donne ed i bambini: però non ne aveva più memoria e non poteva confermarlo. Era certo tuttavia di non avergli suggerito di prendersela con Li Causi e gli altri capoccia. Il Giuliano, il Pianello ed il Ferreri, provenienti da Carini, erano andati da lui dopo mezzogiorno e circa mezz’ora dopo era giunto lo Sciortino; nessuna proposta di partecipare all’azione gli aveva fatta il Giuliano, né avrebbe potuto fargliela dato che egli non faceva parte della banda; infine anche a lui i carabinieri avevano usato violenza, applicandogli la maschera (R, 114 – 115).

V. Genovese Giuseppe, assumendo di aver fornito sia ai carabinieri che al giudice istruttore la prova della sua innocenza, si limitò ad una semplice negativa e non fece più menzione dell’invito a prendere parte all’impresa criminosa rivolto a lui ed a suo fra­tello dal Giuliano (R, 142).

VI. Cucinella Antonino negò la sua partecipazione ai reati a­scrittigli: inizialmente asserì che il 1° maggio 1947 si trovava in contrada “Sughero” di Castellammare del Golfo, dove lavorava alle dipendenze di Milazzo Salvatore facendo incetta di formaggio nelle campagne: ma subito dopo, meglio pensando, affermò che si trovava invece in Tunisia dove si era recato nel marzo 1846 assieme al Milazzo; entrambi avevano fatto ritorno in Sicilia alla fine del 19437 ed in quella occasione il Milazzo aveva subito il sequestro del natante, avendo fatto contrabbando di tabacco. Quindi era ritornato in Tunisia, unitamente a Terranova Antonino “Cacaova”, al Mannino Frank, ed altri di quel gruppo nel dicembre del 1948.

Dichiarò inoltre di essere stato riformato dal servizio militare per attacchi di epilessia a causa dei quali durante l’ultima guerra era stato ricoverato nel manicomio di Trieste (R, 145).

VII. Un atteggiamento completamente negativo tennero anche Cucinella Giuseppe ed i rimanenti imputati presenti nel giudizio, tra cui Mazzola Vito che contestò persino di aver fatto le dichiarazioni risultanti dal suo interrogatorio giudiziale (v. n. 41, II, B) e tentò di ricondurre l’episodio del suo incontro con Pasquale Sciortino alla fine del 1945 per riferire il contenuto dei manifestini alla propaganda per l’EVIS (R, 130 – 133).

C. Mannino Franck e Badalamenti Nunzio, tradotti a Viterbo dopo il rinvio del dibattimento, furono interrogati dal procuratore della Repubblica.

I. Il Mannino, arruolatosi nella legione straniera, unitamente al Palma Abate ed al Candela, non vi rimase a lungo: dopo circa tre mesi, tanto lui, quanto il Candela, dichiarati inidonei, furono mandati via e fecero ritorno in Sicilia per riprendere la vita di banditi. Presero parte entrambi al sequestro di Restivo Leoluca da Corleone e successivamente il 12 marzo 1950 il Candela fu ucciso in un conflitto a fuoco con i carabinieri. Il Mannino, protestando la sua innocenza, dedusse un alibi vago e generico, concordante nelle linee generali con l’ultimo assunto del capo del suo gruppo, Terranova Antonino.

Il 1° maggio 1947 – egli disse – si trovava in un luogo ben lontano da Portella della Ginestra, località quest’ultima che neppure conosceva: “giorni prima” si era allontanato da Montelepre con i componenti del suo gruppo per compiere “una missione” nota solo al Terranova, che, come d’abitudine, non l’aveva palesata loro, e dopo qualche giorno di cammino erano giunti, dopo avere attraversato Balletto, “in contrada Pernice”, quivi si erano fermati poco non “era in grado di precisare per quante ore”; ricordava soltanto che il Terranova aveva avuto un colloquio con Randazzo Salvatore, ma ignorava l’oggetto del discorso; al riguardo poteva dire unicamente che, dopo il colloquio con il Randazzo, il Terranova li aveva avvertiti che, se il Giuliano li avesse interrogati, avrebbero dovuto rispondergli di essere pervenuti a “Pernice” in un giorno diverso da quello dell’arrivo, giorno che il Terranova aveva loro indicato e che ora egli più non ricordava; da Pernice avevano proseguito per Vallefonda dove erano stati raggiunti dal Candela che, rimasto a Pernice con il Taormina Angelo, vi aveva sostenuto un conflitto a fuoco con i carabinieri e si era posto in salvo con la fuga. Lasciato Pisciotta Francesco a Vallefonda, si erano mossi subito alla ricerca del Taormina, del quale ignoravano la sorte e, non riuscendo a sapere nulla di lui, si erano restituiti a Montelepre.

Quivi erano stati raggiunti dal Taormina e in seguito pure dal Pisciotta, che narrò di essere venuto in conflitto anche lui con i carabinieri e di essersi sottratto alla cattura fuggendo e abban­donando il mitra.

Della strage avvenuta a Portella della Ginestra non sapeva nulla, ne aveva avuto notizia soltanto a Montelepre attraverso la lettura dei giornali. Conosceva Sciortino Pasquale fin dal tempo dei moti dell’EVIS, ma non aveva avuto più occasione di vederlo: negava pertanto di aver preso parte il 20 giugno 1947 alla riunione che lo Sciortino aveva tenuto a “Testa di Corsa” ed alle azioni successivamente condotte contro le sedi del Partito comunista (E, 240 – 242).

II. Badalamenti Nunzio negò similmente la propria colpevolezza, fece leva sull’alibi già proposto nel corso della istruttoria dal suo difensore e tentò di potenziarlo invocando, in aggiunta a quella del Ranzelli e del Misuraca, anche testimonianze di carabinieri. Egli disse che tra la fine dell’aprile e il giugno 1947 aveva fornito legna alle caserme dei carabinieri poste al bivio Montelepre –Giardinello e a Piano dell’Occhio e precisò che tutti i carabi­nieri delle caserme stesse lo vedevano ogni giorno ed avrebbero potuto dichiarare che il 1° maggio 1947, così come i giorni che immediatamente precedettero e seguirono, si trovava in località ben diversa da Portella della Ginestra.

Non aveva fatto parte della banda Giuliano e col capo bandito non aveva avuto mai alcun rapporto. Fino alla metà del mese di giugno 1947 si era sentito libero e tranquillo; successivamente, sapendosi ricercato dai carabinieri, si era nascosto nelle campagne. Era pratico della contrada Cippi, possedendovi la sua famiglia un appezzamento di terreno, e conosceva Pretti Domenico, Tinervia Francesco e Musso Gioacchino, suoi compaesani, ed era con loro in buoni rapporti (E, 244 – 245).

49

Per motivi di coordinazione logica è opportuno accennare subito ad un secondo memoriale del Giuliano che fu scritto durante il corso del suddetto dibattimento – reca la data del 28 giugno 1950 – e similmente fu inviato all’avv. Romano Battaglia, con in­ carico di presentarne copia alla Corte di Assise, di leggerlo “ a viva voce onde farlo sentire a tutto il pubblico” di farlo possibilmente pubblicare, insieme al memoriale precedente, tutto per intero, su di un giornale, affinché “l’opinione pubblica” potessero formarsi “un convincimento di come è la realtà”; memoriale che, a causa degli avvenimenti che seguirono fu poi esibito dall’avvo­cato Romano Battaglia solo il 25 maggio 1951, in testo originale, alla Procura Generale presso la Corte di Appello di Palermo che ne curò l’immediato invio alla Corte di Assise di Viterbo(V 3, 306 – 307)

Il Giuliano, premesso che, “seguendo le vicende degli interrogatori” aveva “potuto rilevare una presa di posizione contraria, sia da parte dei Magistrati che della stampa”, alle ritrattazioni fatte dagli imputati, osservava, tra l’altro, nell’intento di “chiarire qualcosa che potrebbe intralciare la verità”; che se gli imputati avessero liberamente dichiarato di essere colpevoli, “senza il mezzo brutale delle torture”, non avrebbero avuto motivo di non confermare più quanto avevano detto ai carabinieri perciò le torture vi furono e “tutto il mondo” deve osservare e credere che la giustizia italiana si basa sulla lurida e bassa mentalità di un carnefice (brigadiere Don Pasquale)”; che nessuna riunione aveva tenuta a Cippi: non era concepibile che “al giro di un solo giorno dal 1° maggio” egli avesse potuto avere “la forza di reclutare tanta gente o meglio ragazzi che non conosceva” e dar loro “tutta quella fiducia e riconoscenza di grandezza e prendere consigli da loro e svelargli un simile grave fatto”; se riunioni avesse avuto da fare, le avrebbe fatte “se mai con due o tre”, cioè con i suoi “luogotenenti e non mai con tutti questi ragazzini”; tutti i giornali avevano dato grande rilievo alla frase del Genovese ed alla riunione di Cippi senza spiegare in qual modo, dato che i colpevoli del fatto erano dodici, come egli aveva detto nel memoriale precedente e come risultava per le dichiarazioni dei quattro cacciatori sequestrati prima dell’azio­ne, gli imputati potessero essere ventisette; che si era fatto “tanto eco” per la definita misteriosa lettera” portatagli dal cognato in contrada Saraceno unicamente perché, lettala, l’aveva bruciata; ma in ciò non vi era nulla di misterioso poiché era solito farlo abitualmente come lo stesso Genovese avrebbe potuto confermare; si trattava, invero, di una lettera pervenutagli dall’America da amici con i quali stava trattando l’espatrio del cognato, espatrio che più tardi era poi avvenuto; che ben si rendeva conto come tanto scetticismo nascesse dall’intento di scoprire l’esistenza di mandanti, ma se ve ne fossero stati e tra di essi, si annoverasse il ministro Scelba, come insistevano nel dire i comunisti, nessun interesse avrebbe potuto spingerlo a salvare un “acerbo nemico” la cui “figura costituiva il ricordo più doloroso della sua vita”, tanto più che se nel delitto “fossero coinvolti persone di stato la piega del processo risulterebbe diversa” e sia per lui che per i suoi la situazione sarebbe migliore; che la facilità con cui cotesta accusa “sarebbe stata accreditata avrebbe potuto indurlo a profittare dell’occasione per vendicarsi “in un certo qual modo del signor Scelba”, ma egli non era, né un vile, né un traditore, né un infame e perciò, così come vivamente protestava non esservi in questo processo mandanti e responsabili all’infuori di lui, ribadiva di essere responsabile “di un errore” causato per difendersi “dalla tragedia di quegli uomini che per raggiungere quella meta – comando hanno suscitato a fare di un popolo la sferza dei suoi propri fratelli disonorando così l’Italia e noi tutti’’ (V 3, 308 – 312).

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Pisciotta Gaspare, inteso “Chiaravalle” e detto pure “Aspanu”, fu tratto in arresto il 5 dicembre 1950, nella sua abitazione, in Montelepre, dalla Squadra Mobile della Questura; presso di lui, tra l’altro, furono sequestrati una cintura di pelle con fibbia di metallo giallo, ornata di un fregio raffigurante un leone ed un’aquila disposti attorno ad un nucleo centrale di colore bleu sul rovescio del quale era inciso “ricordo di S G 1.5.1949”; nonché un orologio da polso di metallo giallo marca “Universal Généve”, con bracciale a maglia di simile metallo ed una sterlina oro inglese, emissione 1901 (Z/1°, 42).

Reduce nel 1945 dalla prigionia in Germania, il Pisciotta si era affiliato alla banda Giuliano durante i moti insurrezionali dell’EVIS ed era assurto ad elemento di primo piano.

Tornato dopo tali fatti criminosi a Montelepre, la sera del 17 agosto 1946 vi circolava liberamente nella opinione che l’amnistia elargita col DP 22 giugno 1946 n. 4 fosse stata applicata anche a lui, ed a stento poté sottrarsi alla cattura da parte del m.llo Santucci, comandante allora di quel Nucleo Mobile dei CC., e dell’Appuntato Magli Nicola i quali svolgevano indagini e facevano ricerche per la cattura degli affiliati alla banda Giuliano (Z/1°, 62).

Riuscito, per accorrere di popolo a liberarsi della loro stretta, il Pisciotta aveva trovato scampo nella fuga, e risospinto così verso quel mondo di malfattori, cui ormai apparteneva, aveva ripreso a battere le montagne accanto al capo bandito del quale era diventato l’alter ego, il luogotenente, l’amico fidato, colui che ne divideva i più ascosi disegni, a lui legato – come dirà la madre del Giuliano in dibattimento (V 5°, 647) – da “una firma di sangue perché più profonda e inestinguibile fosse la reciproca fedeltà.

Interrogato il 9 dicembre 1950 dal Giudice istruttore, in Palermo, per altri fatti, egli volle discolparsi anche in relazione all’eccidio di Portella della Ginestra e dichiarò di non avervi partecipato. In quel tempo, a causa di malattia, – t.b.c. polmonare – si era allontanato dalla banda e non perseguiva altro scopo che curarsi: il 1° maggio 1947 si trovava a Monreale dove, proprio quel giorno il dott. Grado, cui si era presentato col nome di Faraci Giuseppe, l’aveva sottoposto a radiografia; ben ricordava che al passaggio dei feriti provenienti da Portella della Ginestra si era affacciato al balcone del gabinetto radiologico del dott. Grado e, del resto, della sua presenza colà in detto giorno doveva risultare traccia anche nel registro del Grado; nulla sapeva della strage avvenuta a Portella della Ginestra perché in quell’epoca era in cattivi rapporti con il Giuliano, avendogli questi negato L. 100.000 per curarsi, e da molto tempo non lo vedeva (E, 230).

Ma nei giorni successivi accadde qualche cosa che operò un mutamento nel suo pensiero: gli parve di non aver detto tutto quanto potesse giovare alla sua difesa e sollecitò un nuovo interrogatorio che fu raccolto il 15 gennaio 1951.

Premesso che intendeva palesare la verità perché, essendo a conoscenza di gravi segreti, temeva di essere oggetto di rappresaglie volte ad impedirgli di parlare, egli chiarì che “appena ammalato”, cioè quindici o venti giorni prima dei fatti di Portella, il suo amico Corrao Remo gli aveva procurato alloggio in casa del suocero Miceli Calcedonio da Monreale, presso cui il Corrao stesso abitava, e conseguentemente il 1° maggio si trovava in casa del Miceli, dove era rimasto circa un mese: perciò nulla sapeva della strage e nulla mai al riguardo il Giuliano gli aveva confidato; solo recentemente, circa un anno addietro – quando i giornali avevano dato notizia dell’accenno fatto da Genovese Giovanni ad una certa lettera ricevuta dal Giuliano prima della strage – con riferimento alla lettera stessa, il Giuliano gli aveva detto essergli stata inviata dal ministro Scelba, a mezzo di un deputato, di cui non aveva fatto il nome, per invitarlo a favorire la Democrazia cristiana nelle elezioni con promessa di impunità per sé e per i suoi compagni di delitto ove essa fosse pervenuta al potere; circa la strage, gli aveva detto soltanto di averla eseguita lui con altri dodici dei quali non gli aveva fatto il nome, allo stesso modo che non gli aveva fatto il nome dei mandanti. Escluse che nella suddetta lettera si parlasse della strage e precisò di avere avuto tali confidenze dal Giuliano quando questi aveva avuto consapevolezza di essere stato giocato (Z/1°, 46 -).

Sennonché coteste affermazioni del Giuliano nei riguardi del ministro Scelba non erano un segreto: esse costituivano, al pari delle sue rabbiose rappresaglie contro le forze dell’ordine, un mezzo di lotta, nell’assurdo intento di piegare il Governo a trattative, ed una reazione vendicativa per la più intensa repressione che invece veniva esercitata dagli Organi della Polizia contro i favoreggiatori della banda e nei confronti degli stessi familiari dei banditi.

Invero, in una lettera dattiloscritta – inviata dal Giuliano in data (la data è del timbro postale di partenza) 2 ottobre 1948 al direttore de “L’Unità” per la pubblicazione ed esibita dall’on. Girolamo Li Causi nel corso della sua deposizione istruttoria del 10 maggio 1950 (T, 121 e 134) si leggono, tra l’altro, i seguenti passi: “ … Il sig. Scelba, mentendo, vuole alleviare la responsabilità di quanto egli stesso ed i suoi colleghi democristiani si impegnarono di fare, cioé l’amnistia generale non solo per me ed i miei, ma anche verso tant’altra gente che ha combattuto per l’onore della Patria, onore che lui nemmeno sa cosa significa, e tutto ciò era sottoposto alla vittoria della Democrazia che si ebbe, ma il Signor Scelba lo ha dimenticato … A prova di questo fatto è noto che a Montelepre la Democrazia cristiana ebbe la maggioranza dei voti e che i comunisti non solo dovettero scomparire, ma dovettero anche chiudere la loro sede di partito. Se non fosse per la grande sincerità che la natura mi ha dato oggi potrei mostrare una lettera che un amico intimo del Signor Scelba, proprio alla vigilia delle elezioni, mi mandò e conteneva le promesse che sopra ho detto, lettera che io, dopo averla letta, per eventualmente non comprometterlo, ho stracciato … intanto ti dico: Scelba, che ti senti corazzato in una torre di acciaio e con cinismo e con scelleratezza mi lotti, ricordati: se io ti ho invitato a prendere un accordo non è perché io mi sento dalla parte del torto, ma per evitare nuovi dolori e lutti che, in un domani, possono provocare la rovina e lo sfacelo dell’Italia. Oggi io propongo sia a te che a tutti i tuoi colleghi che non avete voluto sentire le ragioni mie e non avete voluto addivenire a quell’accordo che era l’unica soluzione possibile …, poiché non spero più in quella amnistia che tante volte mi avete promesso, che almeno prendiate provvedimenti per quegli infelici che languiscono nelle carceri … Scelba, ricorda bene che il Giuliano che tu lotti accanitamente non é un miserabile incosciente, se ho rubato ho dato ai poveri ed ho rubato solo ai ricchi che hanno succhiato il sangue del povero e lo hanno calpestato come le formiche sotto ai piedi e quindi queste ragioni mi fanno considerare la mia coscienza pura rispetto alla Giustizia … mi hai lottato e non avendomi potuto raggiungere hai adoperato il mezzo che solo un vigliacco pari tuo poteva adoperare: hai arrestato mia madre facendo leva sul dolore filiale … ed hai riempito le galere di gente facendo aumentare così la miseria e la fame: sei un perfetto mascalzone. Credi tu che mi spaventi dei tuoi provvedimenti eccezionali? … qualunque legge non mi fa paura perché più di te posso avere la libertà di agire liberamente ed energicamente … fa come vuoi, però ascolta: se Dio mi terrà in vita devi finire tra le mie mani pelato come un porco e ti dico anche che le sofferenze che fai subire a mia madre le pagherai minuto, per minuto”.

Inoltre, con lettera ritenuta autografa, rispondendo all’on. Li Causi, che, nel discorso pronunciato il 1° maggio l949 a Portella della Ginestra in occasione dello scoprimento di una lapide a ricordo della strage, gli aveva rivolto alcuni quesiti, il Giuliano ribadì i medesimi concetti “ … Le continue minacce che faccio agli uomini di governo – egli scrisse –sono allo scopo di venire ad una conciliazione e di evitare le lotte intestine da come voi ben comprendete sono lo sfacelo della Patria … le rivelazioni che mi consigliate di fare – proseguì – sugli uomini che, secondo voi, sono stati i promotori dei miei delitti (deve notarsi che il Li Causi l’aveva esortato a dire pubblicamente da quali uomini della Democrazia cristiana, del Partito monarchico, del Partito liberale fosse stato spinto alla strage) possono farli solo coloro che tengano la faccia di bronzo, ma non un uomo come me che prima della vita mira a tenere alto la riputazione sociale e che tende a far giustizia con le proprie mani …Ancora l’ora per i fatti di Portella della Ginestra non è venuta … Per le rivelazioni fatte dal Genovese vi ripeto che ne parleremo quando l’ora è matura … (dalla lettera prodotta dall’on. Li Causi il 4.6.1950 (T, 123, 134).

Infine “L’Unità” del 30 aprile 1950, in un articolo a firma Girolamo Li Causi, pubblicava in corsivo alcuni brani di una lettera autografa attribuita al Giuliano – lettera acquisita agli atti per esibizione fattane dell’on. Li Causi –nella quale, tra l’altro, è detto: “ … il Governo vuol farmi passare delinquente comune, questo lo è per contraddire e diffamare il mio vero stato d’animo che da molti è riconosciuto quello di un grande, infatti il fatto che vogliono uccidermi e per non cadere domani in un compromesso … Scelba vuol farmi uccidere perché io lo tengo nell’incubo di fargli gravare grandi responsabilità che possono distruggere tutta la sua carriera politica e financo la vita. Ho aiutato la democrazia perché la riconoscevo come democrazia delle altri nazioni. I monarchici li ho aiutati per obblighi personali e non per idea politica (T, 123 e 134).

Orbene, tali documenti, mentre per un verso rivelano, in tutta la sua intensità, l’odio che il Giuliano nutriva per il ministro Scelba, a causa della serrata lotta condotta dalla polizia contro di lui, quale delinquente comune, e l’intento di tenerlo sotto l’incubo di gravi accuse (tuttavia non nuove) per forzarne la volontà ad una “conciliazione” da cui scaturiscano il perdono e l’impunità per sé ed i suoi, consentono per altro verso di stabilire che Pisciotta Gaspare, seguendo con maggiore malizia ed audacia la stessa scia, camuffò di verità il mendacio, per accreditarlo ed attribuì ad affermazione del capo bandito quella che era, soltanto una insinuazione sua, cioè che la lettera menzionata da Genovese Giovanni provenisse dal ministro Scelba, insinuazione volta ad operare un primo equivoco accostamento, che suonasse come un avviso, del nome del Ministro dell’Interno alla strage di Portella della Ginestra. Giacché – ed è opportuno notarlo – la proposizione del Pisciotta, esaminata in se stessa, valutata alla luce dei sopra menzionati documenti e controllata sulle altre risultanze fin qui esposte, si dimostra manifestamente mendace.

Infatti, se, come il Giuliano asserì nei detti scritti ed il Pisciotta ha ripetuto nell’interrogatorio del 15 gennaio 1951, la lettera di cui si tratta conteneva un invito a favorire la vittoria della Democrazia cristiana in elezioni imminenti (di “vigilia delle elezioni” parla il Giuliano) con promessa di un’amnistia generale, essa non può identificarsi con quella menzionata dal Genovese che giunse al Giuliano dopo che le elezioni regionali del 20 aprile 1947, nelle quali questi sostenne il partito dell’on. Varvaro. Il riferimento, se mai, è alle elezioni politiche del 18 aprile 1948, di circa un anno posteriori alla strage di Portel­la della Ginestra, e non è possibile generare confusione.

D’altra parte il Giuliano attribuisce la lettera di cui parla ad un amico del sig. Scelba senza alcun riferimento alle rivela­zioni fatte dal Genovese, che non smentisce, ma neanche commenta, lasciandole avvolte nel mistero, come tutto quanto attiene al delitto di Portella della Ginestra, in attesa che l’ora maturi. E quando riterrà che l’ora sia venuta e farà pervenire alla Corte di Assise di Viterbo il memoriale di cui si è fatto cenno, ligio all’omertà che vincola la sua “reputazione sociale”, tacerà ancora sulle rivelazioni del Genovese per dare poi di esse, come si vedrà fra breve, una versione ed una interpretazione che non collimano con quanto si desume dalla sequenza degli avvenimenti narrati da costui il 20 gennaio 1949 al giudice istruttore.

E priva di attendibilità si palesa la stessa proposizione del Giuliano, dappoiché più fonti di prova convergono alla esclusione di un particolare appoggio da parte sua al partito della Democra­zia cristiana nelle elezioni politiche del 18 aprile 1948.

Al riguardo deve rilevarsi: a) che lo stesso Giuliano, in una lettera inviata il 12 aprile 1948 al direttore del “Giornale di Sicilia”, chiaramente affermò, a giustificazione del suo nuovo orientamento, “che, pure essendo stato tradito da quei farisei capi separatisti”, non aveva cambiato idea sul conto del separatismo, ed appoggiava “tutti i partiti di destra semplicemente per lottare il comunismo” (A, 478); b) che il medesimo nel suo “Appello al Popolo”, pubblicato nel predetto giornale il 15 aprile 1948, non fece alcun accenno alla “Democrazia cristiana”, ma esaltò i valori della democrazia e della libertà in contrapposizione agli aspetti del comunismo e – dopo avere ribadito con le seguenti parole il proprio pensiero: “ … fiero del mio sano principio, amatore della democrazia e della libertà; ho preferito soccombere assieme al mio popolo Monteleprino che tanto ho sofferto i più incivili sopprusi, affrontando come meglio ho potuto la loro inesorabile ira di giustizia e dovendo lottare anche coloro che, per le principali esigenze democratiche, avrebbero dovuto essere miei amici per sostenere quel principio sacro … – si limitò a porre in “guardia i suoi cari contadini” e i “lavoratori illusi” contro “quel comunismo sozzo e nefando”, che ormai considerava sconfitto, senza esprimere alcuna preferenza per l’una, piuttosto che per l’altra delle correnti politiche anticomuniste (A, 483 e segg.); c) che, in piena conformità a quanto sopra, la di lui sorella Marianna asserì, nelle citate dichiarazioni giudiziali (v. n. 7) che egli “fu sempre deciso avversario dei comunisti, tanto che, quando apprese che l’on. Varvaro era passato ai partiti di sinistra, decise di troncare con lui ogni rapporto e di appoggiare nelle successive elezioni, tutti i partiti di destra decisamente anticomunisti; d) che infine il Giuliano affermò, come si è visto, aver sostenuto i monarchici, il che trova riscontro e conferma nelle dichiarazioni di Genovese Giovanni al giudice istruttore (v. n. 44, II, c).

Nelle elezioni del 18 aprile 1948, adunque, il Giuliano contrastò il passo all’azione del comunismo, ma non spese la sua influenza a favore della democrazia cristiana – almeno non risulta – e, se indirettamente giovò al successo di tale partito, non si adoperò tuttavia a realizzarlo, per cui la sua condotta contraddice la reale sussistenza di quel patto che, nella lettera 2 ottobre 1948, egli si fece a sostenere di avere stretto con esponenti democristiani.

Cotesto mendacio, con analoghe finalità, fu ripreso in più […] forma al suo sistema di difesa.

51

Fissato nuovamente il giudizio per il 9 aprile 1951, fu disposta la riunione dei procedimenti contro il Giuliano e gli altri e contro Corrao Remo e Rizzo Girolamo, entrambi in stato di carcere definitivo; e il dibattimento, iniziato il giorno suddetto, si concluse il 3 maggio 1952.

Deve dirsi che, per sistematica processuale, la Sezione istruttoria della Corte di Appello di Palermo, aveva ravvisato l’oppor­tunità di separare, dai procedimenti relativi agli altri episodi criminosi attribuiti al Giuliano ed ai suoi compagni di delitto, l’imputazione di banda armata, onde riservare ad un solo procedimento l’esame di tutta l’attività del sodalizio criminoso, dalle origini (31 gennaio 1944) al suo annientamento avvenuto con la morte del Giuliano … (5 luglio 1950); e, con nota 23 gennaio 1951, il presidente della Sezione istruttoria stessa, allo scopo di porre la Corte di Assise di Viterbo in grado di valutare la convenienza di separare l’imputazione medesima dal processo per i fatti di Portella della Ginestra, dette notizia che contro determinati imputati si procedeva nuovamente per banda armata ed il procedimento era in corso d’istruzione.

In tale situazione giuridica, su richiesta del PM e nel disaccordo delle parti, la Corte dispose con ordinanza 10 aprile 1951 la separazione del giudizio sulla imputazione di banda armata nei confronti di Gaglio Francesco, Di Lorenzo Giuseppe, Terranova Antonino di Giuseppe, Russo Angelo, Genovese Giovanni, Genovese Giuseppe, Passatempo Salvatore, Passatempo Giuseppe, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Sciortino Pasquale, Cucinella Ciuseppe, Cucinella Antonino, Pisciotta Gaspare, Mazzola Vito, Badalamenti Nunzio, Motisi Francesco Paolo, Palma Abate Francesco, Corrao Remo, Giuliano Salvatore, Sciortino Giuseppe, Candela Rosario. Avverso l’ordinanza fu fatta riserva di gravame.

È superfluo riassumere qui tutti i risultati del dibattimento, che fu complesso e drammatico per l’atteggiamento che vi ebbero le parti, per l’atmosfera che si determinò, per l’oggetto, la molteplicità, la difficoltà talvolta insuperabile delle investigazioni, non tutte fruttuose e non tutte più di interesse all’attuale fase del giudizio: di essi si farà menzione mano a mano che soccorreranno ai fini dell’indagine; ma, per intendere appieno l’impugnata sentenza ed il valore di talune censure mosse alla stessa, non può omettersi un cenno rapido, panoramico, degli sviluppi che il dibattimento ebbe, degli obiettivi che i principali imputati si proposero di conseguire e dei mezzi usati per conseguirli, nonché degli elementi su cui si fece leva per accreditarli; tanto più che risulterà giovevole alla conoscenza della personalità dei soggetti e sarà di utile orientamento nella ricerca della verità processuale.

Coerentemente all’atteggiamento assunto nell’interrogatorio del 15 gennaio 1951, Pisciotta Gaspare, visibilmente ansioso di dar corso al suo disegno e di polarizzare su di sé l’attenzione generale, annunziò fin dalle prime udienze che si proponeva di fare dichiarazioni suscettibili di “interessare l’opinione pubblica italiana e mondiale” (V 1, 99 r) ed, affiancato da Terranova Antonino inteso “Cacaova”, da Mannino Frank, da Pisciotta Francesco, sviluppò gradualmente una triplice linea di difesa: a) accusando di concorso, per mandato, nella strage di Portella della Ginestra personalità politiche della Democrazia cristiana e del Partito monarchico al fine di legarle alla sua sorte nella mal risposta speranza che, pur di salvare se stesso dalla tenebrosa trama, avrebbero operato il salvataggio comune: di lui e dei suoi compagni; ed anche forse per una manifestazione di livore dappoiché, come egli stesso disse, nonostante i mandati di cattura, si considerava dopo la morte del Giuliano “un libero cittadino” (V/6, 681 r) e certamente non pensava di dover subire un processo per i fatti di Portella della Ginestra; b) indicando coloro che avevano partecipato con il Giuliano alla esecuzione del delitto per simulare sincerità, per acquistare credibilità e scagionare, con il sacrificio di pochi, se stesso e la maggior parte degli imputati; c) ponendosi al riparo di un alibi abilmente ordito sopra una base di verità, quale l’evoluzione della sua malattia polmonare, ed autorevolmente sorretto; alibi che, senza una disamina attentissima delle prove, avrebbe potuto assicurargli l’impunità; ed esibì documenti ineccepibili per accreditare rivelazioni sensazionali in parte vere, per grandissima parte false.

A I. Il primo a far cenno della esistenza di mandanti fu Terranova Antonino, inteso “Cacaova”: diversamente da quanto aveva dichiarato prima (v. n. 48, II), nelle udienze del 10 e dell’11 maggio 1951 egli disse che il Giuliano, nel parlargli tra il 18 ed il 20 aprile 1947 dell’azione divisata contro i comunisti, aveva fatto anche i nomi dei mandanti, nomi che ora più non ricordava, ma che avrebbe cercato di ricordare se altri non fosse stato in grado d’indicarli; ed aggiunse di aver saputo in seguito dallo stesso Giuliano che a disporre gli assalti alle sedi comuniste erano stati i medesimi mandanti che avevano voluto la strage di Portella; inoltre il Giuliano gli aveva detto pure che, se nelle elezioni politiche del 1948 la Democrazia cristiana avesse riportato vittoria, sarebbero stati tutti liberi, quale che fosse il numero dei reati sino allora commessi e, nel caso contrario, con l’aiuto degli stessi mandanti si sarebbero rifugiati in Brasile.

II. Ma, dopo coteste prime caute avvisaglie del Terranova. nelle udienze dal 14 al 17 maggio 1951 e successive Pisciotta Gaspare sviluppò con audacia senza pari la sua difesa pur tra incoerenze e contraddizioni.

Disse che ad ordinare la strage di Portella della Ginestra erano stati l’on. Bernardo Mattarella, l’on. Tommaso Leone Marchesano e il principe Gianfranco Alliata: dopo l’avventura separatista il Giuliano gli aveva detto che la Democrazia cristiana ed il Partito monarchico, in caso di vittoria alle elezioni (e mantiene l’equivoco sulla data e natura di esse) avevano promesso loro l’impunità, ed, in caso contrario, l’emigrazione in Brasile, nelle terre del principe Alliata; aveva tentato di dissuadere il Giuliano dal mettersi con costoro perché l’avrebbero tradito al pari dei separatisti, ma non gli aveva dato retta. Personalmente non aveva mai visto né il Mattarella, né il Marchesano, né l’Alliata, conosceva soltanto l’on. Giacomo Cusumano Geloso che fungeva da “ambasciatore tra la banda e Roma”; tuttavia aveva assistito a quattro riunioni tra i predetti e il Giuliano avanti il 1° maggio 1947: precisamente ad Alcamo presso le case nuove, a Bocca di Falco in casa del mafioso Ernesto Mirasole, a Passo di Rigano ed in contrada Parrino, ma or dicendo di avervi preso parte (V/2, 216 r), or di non esservi intervenuto, essendo rimasto, unitamente ad altri della banda, a circa 500 metri dall’abitato, dove l’incontro avveniva, per guardare le spalle al capo bandito (V/2, 222), ed or di essere stato presente soltanto ai convegni avuti dal Giuliano con il Cusumano Geloso e non pure a quelli avuti con l’Alliata, Marchesano ed il Mattarella, cui non era intervenuto poiché ad essi non si interessava (V/7°, 870 r). Un colloquio aveva avuto il Giuliano col Mattarella e col Cusumano Geloso, a Parrino, anche dopo le elezioni del 1948, per chiedere l’os­servanza dei patti, al quale colloquio avevano partecipato il mafioso Albano Domenico di Borgetto, Provenzano Giovanni da Montelepre Costanzo Rosario da Terrasini, nonché vari componenti della banda tra cui lui, Terranova Antonino, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, i fratelli Passatempo, Licari Pietro e Sciortino Giuseppe; e sapeva che il Mattarella ed il Cusumano Geloso eransi recati a Roma per provocare la concessione dell’amnistia, senza alcun risultato positivo, per l’opposizione del ministro on. Scelba che aveva detto di non voler trattare più con i banditi. Dopo di allora l’on. Mattarella non si era più visto ed il Giuliano, risentito, aveva ordinato il sequestro della famiglia di lui residente a Castellammare del Golfo.

Sostenne che la lettera menzionata da Giovanni Genovese era stata consegnata allo Sciortino dal Cusumano Geloso e che, secondo questi gli aveva detto, proveniva ed era sottoscritta dal ministro Scelba; non rispondeva a verità che fosse stata bruciata: si trovava presso Sciortino Pasquale, in America, ed egli, avendogliela il Giuliano fatta vedere, era in grado di ripeterne il contenuto che poteva riassumere presso a poco così: “caro Giuliano, noi siamo sull’orlo della disfatta del comunismo, col vostro e col nostro aiuto possiamo distruggere il comunismo, qualora la vittoria sarà nostra, voi avrete l’impunità su tutto”.

Ed asserì che il Cusumano Geloso, cui, dopo la morte del Giuliano, si era rivolto perché intervenisse a suo favore presso il principe Alliata, gli aveva promesso 50 milioni di lire ed il passaporto per emigrare in Brasile, nelle terre del suddetto principe, dove avrebbe fatto il gran signore, ma egli ne aveva condizionato l’accettazione alla celebrazione del processo per i fatti di Portella della Ginestra, nel quale, ai fini di giustizia, si sarebbe dovuta dire tutta la verità.

Affermò che “banditismo, mafia e polizia costituivano in Sicilia una trinità” e che il banditismo avrebbe potuto essere distrutto fin dal 1947 se l’Ispettorato generale di PS l’avesse voluto: egli stesso era stato in rapporti con l’ispettore generale Messana che, tramite il Ferreri inteso “Fra Diavolo”, gli aveva fatto avere nel maggio 1947 un tesserino di libera circolazione, con facoltà di portare armi, intestato al nome di Faraci Giuseppe; egli ed il Ferreri avevano il compito di sopprimere il Giuliano ove fosse passato al comunismo. Anche l’ispettore generale Ciro Verdiani aveva avuto rapporti con lui e con il Giuliano. Più volte il Verdiani si era incontrato, con loro: una volta a Giacalone quattro o cinque giorni prima dell’eccidio di Bellolampo; un’altra a Castelvetrano la sera del 24 dicembre 1949 nella casa campestre di Marotta Giuseppe, dove, rilevato allo scalo ferroviario di Marsala, il Verdiani era giunto in compagnia di Ignazio ed Antonio Miceli, di Domenico Albano e del Marotta stesso portando un panettone e del vino marsala che erano stati consumati da tutti insieme, prima che l’ispettore si appartasse a discutere col Giuliano; ed infine a Catania dove s’era incontrato con lui e con l’Albano.

Rivelò che di due tesserini di riconoscimento per libera circolazione, con facoltà di portare armi, (in sostituzione di quello avuto dal Messana) lo aveva munito pure il col. Luca, al cui servizio si era posto, per cooperare con lui alla cattura od alla uccisione del Giuliano, quando si avvide che era uomo capace di sopprimere il banditismo; tesserini rila­sciati ambedue sotto il falso nome di Faraci Giuseppe l’uno con fotografia a firma del predetto col. Luca, l’altro senza foto­grafia a firma congiunta del medesimo e del Questore Marzano.

Palesò che Verdiani soleva comunicare con il Giuliano tramite Ignazio Miceli, cui appoggiava le sue lettere, ed il Giuliano, dopo averle lette, usava il sistema di passarle a lui affinché le riconsegnasse al Miceli per la custodia; ed aggiunse che sapeva, per avere intercettato lo scritto, che il Verdiani, cui egli aveva rifiutato ogni collaborazione per la cattura e per la eliminazione del capo bandito, aveva tentato d’informare il Giuliano dei suoi contatti con il col. Luca.

Qualificò “balordo” il primo memoriale del Giuliano e “balordissimo” il secondo perché in essi non faceva menzione dei mandanti; ed asserì che proprio per questo il secondo memoriale ne aveva segnato la fine. Spiegò che il memoriale in possesso della Corte – con evidente allusione al 1°, poiché alla data di cotesta affermazione (15.5.1951) il 2° non era stato ancora esibito –conteneva dichiarazioni false: alla sua stessa stesura si era interessato dapprima l’ispettore Verdiani, ma successivamente, il Giuliano non avendone fiducia si era valso dei monarchici Alliata, Marchesano, Cusumano Geloso ed aveva copiato e sottoscritto il testo portato da quest’ultimo. Più volte aveva insistito presso il Giuliano, anche in occasione della precedente fase del dibattimento, affinché intervenisse a favore degli imputati, ma il Giuliano aveva tergiversato sempre, rinviando dall’oggi al domani, e per questo atteggiamento, che trovava riscontro nella falsità del memoriale, egli si era risoluto ad ucciderlo.

Sostenne tuttavia che, oltre ai suddetti il Giuliano aveva scritto pure un memoriale vero contenente la narrazione dei fatti della sua vita: un documento autentico, scritto di suo pugno su di una ventina di fogli di carta uso bollo nel quale “si facevano i nomi di Scelba a proposito della lettera, di Alliata, Marchesano, Cusumano, Mattaralla” (V/6, 679 r); era riuscito a farselo consegnare dal Giuliano perché sapeva quale sarebbe stata la sua fine e desiderava avere quanto gli occorreva per difendere se stesso e gli altri: l’aveva tenuto seco per circa quattro mesi prima che il capo bandito morisse e poscia l’aveva consegnato personalmente al cap. dei CC. Antonio Perenze che gliene aveva fatto richiesta a nome del col. Luca.

E, smentito su questo punto dal Perenze – il quale riferì che nessun documento aveva avuto da lui e neanche dal cosiddetto “avvocaticchio”, il quale, secondo accordi presi tra il col. Luca ed il Pisciotta, avrebbe dovuto consegnargli sulla via di Mazzara del Vallo dei documenti concernenti tutta l’attività della banda e nulla gli consegnò dicendo di averli bruciati (V/5, 611) – il Pisciotta giustificò la menzogna assumendo di aver fatto il nome del Perenze per non fare quello del nominato “avvocaticchio” cui aveva affidato il memoriale ed altri documenti. Misterioso personaggio costui rimasto nell’ombra, che la Corte di primo grado, alla cui identificazione non lesinò indagini, credette di ravvisare nel teste Di Maria Gregorio da Castelvetrano nella cui casa Giuliano Salvatore si celava e nella quale trovò la fine.

Va detto che, esibiti dalla difesa di Pisciotta Gaspare, furono acquisiti al processo nella udienza del 29 maggio 1951 i due suddetti tesserini salvacondotto rilasciati dal CFRB al Pisciotta con validità di un mese, dal 25 giugno al 25 luglio 1950 (V/3, 328); ed in quella del 27 luglio successivo, un attestato di benemerenza datato 28 giugno 1950, rilasciato al Pisciotta in apparenza dal Ministro dell’Interno on. Scelba per l’attiva cooperazione dallo stesso prestata “per restituire alla zona di Montelepre e comuni vicini la tranquillità e la concordia” e “per il totale ripristino della legge”; attestato che il gen. Luca dichiarò di aver lui stesso, ad insaputa del Ministro, creato e consegnato al Pisciotta, che l’aveva preteso, quale prezzo della sua cooperazione, in luogo della taglia posta sul Giuliano e dell’offerta di espatrio, spiegando di averlo fatto per giungere allo “stanamento” del bandito dappoiché, dopo dieci mesi di lavoro, non era ancora riuscito a sapere dove si trovasse (V/6, 684, 687, 689).

III. E, come il Pisciotta ebbe fatto coteste affermazioni circa i mandanti, Terranova Antonino “Cacaova”, con l’atteggiamento di chi finalmente possa liberarsi di un segreto, dichiarò: “ora che ha parlato Pisciotta Gaspare posso dire di aver saputo personalmente dal Giuliano che a mandarlo a sparare a Portella furono Alliata, Marchesano, Cusumano e Mattarella; si faceva anche il nome di Scelba – proseguì – ma non son sicuro”.

E nell’intento di sostenere l’assunto del Pisciotta, mal ricordando le parole di costui, aggiunse che nel settembre – ottobre 1948 il Giuliano gli aveva proposto di sequestrare l’on. Mattarella perché non aveva mantenuto la promessa ed egli si era rifiutato di farlo.

Grandi se pur fallaci speranze venivano riposte, adunque, su cotesto primo espediente di difesa e non si mancò di fare, come sarà dimostrato in seguito, altri non leciti tentativi per accreditarlo.

B. Sebbene, tanto per l’alibi della missione a Balletto, cui si aggrapparono tenacemente, quanto per la difesa dei “picciotti’ – come venivano chiamati quelli tra gli imputati che non appartenevano alla banda e non erano latitanti – Terranova Antonino ‘‘Cacaova’’ e quelli della sua squadra non avessero interesse a discreditare i memoriali del Giuliano più di quanto non avessero fatto con la indicazione di mandanti, tuttavia non si nascosero il pericolo insito nel sostenere l’innocenza di tutti e nel limitare a dodici il numero dei partecipanti. Anche Pisciotta Gaspare si rese conto della inattendibilità di una siffatta tesi e parve loro indispensabile che più d’uno nel processo si addossasse la responsabilità dell’accaduto per poter scagionare gli altri con maggiore credibilità.

Si ordirono così trame tenebrose. Genovese Giovanni fu consigliato a fare il nome dell’autore della lettera di cui aveva parlato. avrebbe dovuto dire che essa proveniva dall’on. Scelba o dall’on. Mattarella perché in tal modo la battaglia sarebbe stata vinta nell’interesse di tutti (V/4, 526); Pretti Domenico avvertì lo stesso Genovese che se il fratello Giovanni non avesse confessato la propria partecipazione al delitto di Portella della Ginestra sarebbe stato accusato (V/2, 253) e Mannino Frank più d’una volta trovò modo di dirlo a Genovese Giuseppe direttamente(V/2, 251). Terranova Antonino “Cacaova”, Mannino Frank, Pisciotta Francesco e Pisciotta Gaspare esortarono Cucinella Giuseppe a dichiararsi colpevole; essi non l’avrebbero potuto – gli dissero –avendo dedotto degli alibi precisi, ma lui sì, sarebbe stato creduto ed avrebbe potuto accreditare l’innocenza degli altri e farli liberare; a tal fine avrebbe dovuto chiamare in correità Genovese Giuseppe, un tal Licari Pietro inteso ‘‘Mangiacaniglia”, che, essendo di colorito “rusciano”, avrebbe potuto essere riconosciuto dai quattro cacciatori, ed alcuni banditi già morti, fino a raggiungere il numero di undici complessivamente (V/4, 506); e non basta, dappoiché, lo stesso Cucinella comunicò con lettera 9 settembre 1951 al presidente della Corte (Z/4, 558), e confermò in dibattimento (V/7, 924), che analogo consiglio gli aveva dato pure il difensore dei predetti che a quel tempo difendeva anche lui.

D’altra parte, una preoccupazione simile dovette attanagliare anche i fratelli Genovese se è vero che rappresentarono a Terranova Antonino di Salvatore ed a Pretti Domenico – come costoro hanno dichiarato – l’opportunità che almeno i più giovani di essi si assumessero la responsabilità di quel delitto ed il compito di salvare gli altri, adducendo che, attesa la loro età minore, se la sarebbero cavata con una pena lieve (V/4, 530 r, 531).

Senonché ognuno tendeva a sfuggire alla condanna e ciascuno esitava, altresì, ad infrangere la legge dell’omertà nella speranza che i designati accogliessero l’invito spontaneamente; ma avendo essi protestato al pari degli altri la propria innocenza, Mannino Frank ruppe il primo indugio; il 18 maggio fece il nome di Genovese Giuseppe dichiarando di averne appreso la colpevolezza, nell’agosto 1949, da Candela Rosario, cui l’aveva rivelata Salvatore Giuliano dicendogli che era l’unico dei partecipanti fra tutti gli imputati (V/2, 251); e il 26 giugno Pisciotta Francesco, attuando il piano concertato, indicò altri compartecipi. Disse di aver saputo dal suo caposquadra Terranova che, oltre al Giuliano, avevano preso parte al delitto: Genovese Giuseppe, Cucinella Giuseppe, Ferreri Salvatore detto “Fra Diavolo”, Pianello Giuseppe, Pianello Fedele, Licari Pietro, un individuo di Monreale ed altri che non ricordava

L’accusa di Pisciotta Francesco suscitò un tumulto pauroso nella gabbia degli imputati così detti “grandi” e determinò una profonda frattura nel fronte di difesa.

Terranova Antonino “Cacaova” confermò i nomi fatti dal suo ex gregario e ad essi aggiunse: Passatempo Giuseppe, Badalamenti Francesco, Pecoraro Salvatore da Monreale e Sapienza Giuseppe di Francesco, undici in tutto, di cui sette già morti, dichiarando di avere appreso la loro partecipazione dal Giuliano e da Genovese Giovanni, il quale non era andato a Portella ma aveva fatto occupare il suo posto dal giovane Sapienza Giuseppe di Francesco, abusando della sua ingenuità (V/4, 475).

Il Mannino ripeté anche lui gli stessi nomi, attribuendo sempre al Candela (morto in un conflitto con i carabinieri il 12.3.1950) la fonte della sua informazione; ma il 28 giugno Pisciotta Gaspare, nonostante che in precedenza avesse detto: “se Giuliano ha parlato di undici persone, erano undici e non cento”, dichiarandosi “deciso a far luce sui fatti”, portò a quindici il numero dei partecipanti all’eccidio di Portella della Ginestra, senza escludere che potessero essere anche di più. E ai nomi fatti dal Terranova aggiunse: Barone Francesco, Badalamenti Giuseppe, Sciortino Pasquale e Pantuso Giuseppe – emigrati i primi tre negli Stati Uniti d’America e il quarto detenuto per altra causa dall’8.7.1948 nelle carceri di Palermo – assumendo di aver avuto notizia della loro partecipazione da Passatempo Giuseppe (morto in un conflitto con i Carabinieri il 24.11.1948) e dallo stesso Giuliano.

Successivamente – egli disse – ne aveva avuto conferma anche dal Terranova ‘‘Cacaova” e per avvalorare le sue affermazioni produsse una fotografia di Pietro Licari onde potesse in certo qual modo constatarsi il riscontro dei connotati forniti dai quattro cacciatori.

Il Terranova confermò subito il nuovo assunto del Pisciotta: “poiché stamane il Pisciotta ha parlato di quindici – egli disse – non vi è più ragione di mentire, sono quindici, ed i nomi sono quelli indicati dal Pisciotta: posso confermarli perché mi furono fatti dal Giuliano” (V/4°, 7); e, persuaso di salvare l’alibi ugualmente conciliando la nuova ammissione con le sue precedenti dichiarazioni (v. n. 48, II) circa il numero degli uomini (da 18 a 23) sui quali, a suo dire, il Giuliano aveva pensato di fare affidamento se non fosse venuto meno l’apporto della sua squadra (23 – 8 = 15), finì per disconoscere contenuto di verità, anche in relazione al numero degli esecutori materiali del delitto, ai memoriali del capo bandito, accreditando, in tal modo e sotto altro profilo, quella qualificazione di “balordo” e di “balordissimo” ad essi data dal coimputato Gaspare Pisciotta.

A quest’ultimo tuttavia non sfuggì il pregiudizio che da cotesta finzione di sincerità sarebbe, per converso, derivato alle linee generali della difesa tracciate nei memoriali suddetti e ad un certo momento tentò una spiegazione del mendacio attribuito al Giuliano e disse: “ritengo che egli abbia voluto ridurre il numero da 15 a 12 per escludere il cognato Sciortino e i due cugini Licari e Badalamenti Giuseppe” (V/6, 679 r) dimenticando che, ligio all’omertà, il Giuliano non aveva fatto alcun nome nell’intento di escludere praticamente tutti gli imputati.

C. Anche in relazione all’alibi l’atteggiamento di Pisciotta Gaspare non fu coerente e costante.

Quanto egli disse al riguardo nei suoi interrogatori scritti è già noto (v. n. 50); ma deve aggiungersi quanto, a complemento ed in modifica, dedusse poi, con istanza 2 aprile 1951, l’avv. Bucciante, che lo difendeva allora, nel chiedere l’esame a di­scarico di testi prof. Vincenzo Fici, direttore del “Sanatorio Cervello”, e dott. Giuseppe Grado, specialista radiologo.

Essi avrebbero dovuto deporre: a) il primo, che visitò tra il 30 aprile ed il 1° maggio 1947, in Monreale, Pisciotta Gaspare, il quale si celava sotto il nome di Faraci Ciuseppe; che lo trovò affetto da una grave forma di tubercolosi polmonare e richiese che fosse sottoposto a radiografia; che il 6 successivo lo visitò nuovamente nel suo gabinetto e consigliò l’istituzione del pneumotorace a sinistra; b) il secondo, che la mattina del 1° maggio 1947 Pisciotta Gaspare, accompagnato da un familiare, si presentò sotto il nome di Faraci Giuseppe nel suo gabinetto radiologico, in Monreale, per essere sottoposto a radiografia; che, a causa della bassa tensione della energia elettrica dovuta al maggior assorbimento di corrente per la festa del SS Crocifisso, non era stato possibile eseguire la radiografia, la quale, perciò, era stata fatta il giorno successivo, due maggio, come risulta dal registro del sanitario (V, 145, 146).

Nel dibattimento il Pisciotta tentò di armonizzare quanto aveva dichiarato al giudice istruttore con il contenuto della istanza a discolpa, ma le sue affermazioni furono imprecise e difformi: nella udienza del 14 maggio asserì che il prof. Fici l’aveva visitato in Monreale il 1° maggio 1947 (V/2, 214) e tre giorni dopo mostrò incertezza nel precisare se ciò fosse avvenuto il 30 aprile od il 1° maggio (V/2, 241 r); sostenne per più tempo che la visita gli era stata praticata in casa dei mafiosi Miceli ed infine disse che era stato visitato in casa di Lo Cullo Rosaria, maritata a Viola, sorella della sua fidanzata Lo Cullo Maria, e che tra il 4 ed il 5 maggio aveva fatto ritorno nella casa ospitale dei Miceli (V/9, 1105); disse nella udienza del 14 maggio che, su indicazione del prof. Fici, era andato il 1° maggio 1947, in casa del dott. Grado per sottoporsi a radiografia; che da quella casa verso le ore 11,30 aveva visto passare automezzi della polizia ed autoambulanze che trasportavano i feriti di Portella della Ginestra; che, per la insufficienza della tensione elettrica, la radiografia era stata eseguita il 2 maggio (V/2, 214); e nella udienza successiva, in pieno contrasto con tali detti, affermò: “essendo stato colto da una tosse violenta mi feci visitare dal dott. Fici e il 1° maggio, accompagnato dai miei familiari, andai a Palermo per sottopormi alla radiografia” (V/2, 222 r).

Naturalmente Mannino Frank avallò la sostanza dell’alibi: sapeva – egli disse – della malattia del Pisciotta, individuata due mesi dopo il tentativo di arresto cui quegli era sfuggito (v. n. 50), e sapeva che il 1° maggio non aveva potuto partecipare ai fatti di Portella della Ginestra perché ammalato (V/2, 186 e 254 r).

Del pari fece Terranova Antonino “Cacaova”, quantunque in data 1 febbraio l950 avesse affermato il contrario al giudice istruttore (v. n. 45); e spiegò disinvoltamente di avere accusato allora sia Gaspare Pisciotta che Passatempo Salvatore, pur sapendoli innocenti, “per obbligarli alla solidarietà nel processo” (V/2, 199 r).

Ma cotesti rilievi, ed altri che pare si potrebbero aggiungere, indicativi tutti di una manifesta malafede, non dispensano dal passare in rapida rassegna le risultanze testimoniali e peritali acquisite al dibattimento sull’alibi di Pisciotta Gaspare, attesa l’incidenza che, di riflesso, la fondatezza o meno di tale discolpa spiega nella valutazione generale delle prove.

I. Risultanze testimoniali: che alla data del 1° maggio 1947 il Pisciotta fosse affetto da un processo di natura tubercolare è circostanza pacifica: la questione è se a tale data la malattia avesse di già una imponenza tale da impedirgli di partecipare al delitto. Nonostante che il Pisciotta abbia ricondotto l’inizio della malattia al tempo della sua prigionia, è assai più probabile che essa fosse insorta durante la latitanza, dopo l’ottobre 1946.

Al riguardo le affermazioni del Mannino sono attendibili e precise: “mi accorsi egli disse che Pisciotta Gaspare aveva una tosse un po’ preoccupante e gli consigliai di farsi visitare da un dottore: fu visitato in casa mia da un professore … il quale accertò un’infiammazione alle tonsille” (V/2, 185).

La visita gli fu fatta dal dott. Vito Gaglio, direttore sanitario dell’ospedale Feliciuzza di Palermo, nel periodo invernale – come lo stesso disse – tra il novembre 1946 ed il gennaio 1947: il malato lamentava dolore alla gola, tosse, affanno, febbre ed attribuiva tutto ad una tonsillite, ma il dott. Gaglio rilevò un processo infiltrativo tubercolare pre­valente a sinistra e prescrisse medicinali ricostituenti; consigliò inoltre una radiografia e l’esame dell’espettorato (V/7, 896).

Pisciotta Gaspare non seguì tali consigli: fermo nella sua opinione, consultò uno specialista in otorinolaringoiatria, il dott. Ermanno Zancla, esercente a Palermo, che lo visitò in Montelepre tra la fine di marzo e ed i primi di aprile 1947. Sebbene l’ammalato insistesse “nel far risalire tutto alle tonsille”, lo Zancla, avvertì subito che le manifestazioni della malattia non potevano spiegarsi con una tonsillite e suggerì anche lui, a scopo diagnostico, l’esame radiografico dell’apparato respiratorio (V/8, 1043 – 44), esame che pur questa volta il Pisciotta non fece.

Una terza visita gli fu praticata in Montelepre dal dott. Benedetto Vasile, assistente nell’Istituto di patologia medica dell’Università di Palermo. Chiamato un giorno non precisato della terza decade del mese di aprile 1947, il Vasile trovò il malato vestito e disteso su di un lettino, diagnosticò un processo di natura tubercolare e suggerì l’esame dell’espettorato, che egli stesso fece eseguire in giornata, nel predetto Istituto, con esito positivo per il bacillo di Koch, nonché una radiografia del torace, che fu eseguita l’indomani, con un apparecchio portatile Philips, dal radiologo dott. Salvatore Di Lorenzo, condotto dal Vasile, in una casa di Giardinello dove l’ammalato si fece trovare. A causa della bassa tensione della corrente elettrica, la radiografia non riuscì bene; ma consentì di rilevare ugualmente l’estensione del processo tubercolare e di confermare la diagnosi, già acclarata attraverso l’esame dell’espettorato.

Il periodo in cui la visita avvenne fu dal Vasile fissato con assoluta certezza: egli precisò che i risultati delle elezioni regionali erano già noti e che, mentre accennava cautamente al Pisciotta la probabile diagnosi della malattia, questi l’interruppe per dirgli che non aveva paura del possibile responso perché tanto, o una pallottola di fucile, o la vittoria dei comunisti, i quali “volevano toglierli di mezzo” avrebbero finito per eliminarlo (V/7, 947).

In relazione a tale visita giova notare ancora due circo­stanze: l’una, che l’infermo continuava a mostrarsi convinto che la malattia derivasse dalla gola (V/7, 948); l’altra che il suo stato era tale da consigliare ma non da imporre la permanenza del paziente a letto, onde il Pisciotta poteva muoversi e passeggiare. Tuttavia, ove si fosse dato ad un lungo cammino, avrebbe potuto subire un aumento di temperatura, un aumento di astenia e conseguenze anche più gravi (V/7, 946).

Quella del Fici fu la quarta visita. Avvenne – come il Fici dichiarò – “nei primi giorni di maggio”, a Monreale, in una casa sita alla periferia del paese (V/6, 780). Rilevato con un taxi dalla madre del Pisciotta, il Fici mosse da Palermo per Monreale alle ore 9 – 9,30 del mattino, trovò l’ammalato a letto in condizioni abbastanza gravi: aveva espettorato e tosse; accertò un processo tubercolare bilaterale con gravi fenomeni tossiemici e consigliò una radiografia; suggerì di farla fare a Palermo non appena l’ammalato si fosse sentito un poco meglio, ma gli si disse che poteva essere eseguita a Monreale dove era un gabinetto radiologico. In effetti la radiografia fu eseguita e fu portata al dott. Fici a Palermo il 6 maggio, data sotto cui questi annotò, come segue, nel proprio registro nosologico la diagnosi e la terapia: “N.18.468. Faraci Giuseppe di Vincenzo di anni 24, da Monreale, bracciante, visitato a domicilio, radiogr. processo produttivo ulcerativo a carico della metà superiore del polmone sinistro, lobite superiore ad inizio basilare fibro–ulcerativa; tossiemia discreta; tentare pneumotarace a sinistra eventualmente a destra espett. Koch positivo Tallo); consigli: calcio più vitamina C, coleotene” (Z/20, n. 18468).

Della visita e della diagnosi il Fici rilasciò poi, in data 28 giugno 1950 certificato ai fini del giudizio, chiarendo che trattavasi di “lobite superiore destra” (V/2, 238) e ne prese nota sul registro.

Lo stato dell’ammalato fece pensare al Fici che la malattia risalisse ad un semestre e che in quel tempo si fosse riacutizzata; egli precisò anche che la riacutizzazione poteva essere dipesa da cause diverse: “deficienza di alimentazione, strapazzi, emozioni, affaticamento soprattutto”.

Pur non riuscendo a fissare la data della sua visita, il prof. Fici offrì tuttavia elementi atti a determinarla: riconducendola ad uno dei primi giorni di maggio, escluse innanzitutto che fosse avvenuta il 30 aprile; asserì poiché trattavasi di un giorno festivo nel quale fu dominato dalla preoccupazione, che, tornando tardi a Palermo, non avrebbe potuto più acquistare il pane per la famiglia, tanto che a Monreale aveva interessato la madre del Pisciotta di procurargli un pane di quelli che si fanno in Sicilia; precisò che in tanto aveva potuto recarsi a Monreale, in quanto quel giorno non doveva recarsi al Sanatorio Cervello e disse di non avere alcun ricordo che a Monreale si celebrasse una festa.

Orbene, tali circostanze concorrono tutte ad indicare che il prof. Fici, non si recò a Monreale la mattina del 1° maggio, ma dovette recarvisi la mattina di domenica 4 maggio, in quanto: a) il 1° maggio, essendo festa del lavoro, tutti gli esercizi di generi alimentari, panetterie comprese, – come ha deposto il Questore Giammorcaro (V/7, 845) – restarono presumibilmente chiusi fin dal mattino ed il Fici non avrebbe potuto avvertire la preoccupazione, che invece ebbe, di non giungere a Palermo in tempo per l’acquisto del pane prima della chiusura dei negozi: doveva necessariamente trattarsi di un giorno festivo normale nel quale i detti esercizi osservavano l’orario ridotto fino a mezzogiorno, cioè di domenica; b) soltanto di domenica, giusta fu accertato dal m.llo Calandra, il prof. Fici non si recava al sanatorio Cervello; c) se la visita al Pisciotta fosse stata fatta il 1° maggio o nei due giorni successivi – poiché in essi si celebrava in Monreale la più importante festa del paese, con affluenza di forestieri anche da Palermo, e poiché per accedere là dove il Pisciotta si trovava (si trovasse nella casa dei Miceli od in quella di Lo Cullo Rosaria) il Fici avrebbe dovuto necessariamente attraversare la piazza principale – l’apparato di festa ed il movimento insolito non potevano passargli inosservati e sarebbero rimasti certamente fermi nel suo ricordo.

Di contro a tali risultanze stanno la testimonianza resa dal dott. Grado e l’annotazione risultante dal suo registro nosologico.

Egli dichiarò che il 1° maggio – senza per altro indicare l’ora neanche approssimativamente – salì nel suo gabinetto, al braccio di una donna che disse di esserne la madre, un individuo (da lui riconosciuto, tra gli imputati, nel Pisciotta Gaspare), il quale, presentandosi sotto il nome di Faraci Giuseppe, chiese una radiografia dell’apparato respiratorio; che tentò di farla ma non vi riuscì a causa della caduta della tensione, dovuta alla festa che si celebrava nel paese, e lo rimandò all’indomani; che i due si fermarono tuttavia qualche ora nel suo gabinetto in attesa che la corrente si riprendesse, ma, poiché ciò non avvenne, andarono via; che l’indomani, 2 maggio, la radiografia fu fatta e che in seguito il Pisciotta tornò da lui più volte per radiografie o per radioscopie (V/6, 795).

Inoltre nel registro nosologico a pag. 464, sotto la data 2 maggio 1947, si legge la seguente annotazione: “Sig. Faraci Giuseppe, radiografia torace: a destra infiltrato periscissurale, a fascia, con piccole zone di fusione, adenopatie ilari, presenza del lobo della vena azigos; a sinistra: lobite superiore con piccole zone di fusione, adenopatie ilari”.

Ma è d’uopo notare che altri numerosi e seri elementi di prova contrastano sia con la deposizione, che con l’annotazione di cui sopra, privandole, almeno relativamente alla data in cui fu richiesta e fatta la radiografia, di ogni attendibile contenuto di veridicità.

Di cotesti elementi basterà menzionarne alcuni, i più salienti, per avere un’idea chiara del mendacio che sorregge la costruzione difensiva.

I. Non avendo il dott. Grado indicato in quale ora del giorno 1° maggio il Pisciotta lo abbia richiesto della radiografia, la sua deposizione deve essere necessariamente integrata con le affermazioni dell’interessato il quale – come è noto – dichiarò nel dibattimento di essere andato dal Grado con sua madre nelle ore antimeridiane (“di mattina” fu detto anche nella citata istanza 2.2.1951) e di aver visto dal balcone della casa passare per via Pietro Novelli alle ore 11,30 gli automezzi che trasportavano i feriti provenienti da Portella.

Ora, cotesto assunto è smentito da due circostanze irrefutabili: a) dall’impossibilità che la madre del Pisciotta si trovasse la mattina del 1° maggio, alle 11,30, nel gabinetto radiologico del dott. Grado, dopo la visita fatta dal prof. Fici – posto che sia avvenuta, come si assume, la stessa mattina – dappoiché ella riaccompagnò il Fici a Palermo dove giunse verso le 11 (V/6, 781 r, 782) e non poté restituirsi a Monreale in tempo per accompagnare il figlio dal dott. Grado ed essere da lui alla suddetta ora; infatti di fronte alla contestazione che le fu mossa, ella rispose: “deve essere avvenuto nelle ore pomeridiane” (V/7, 912); b) l’impossibilità che i feriti provenienti da Portella della Ginestra transitassero alle 11,30 per Monreale, dappoiché la notizia della strage pervenne a Palermo tra le 11,30 e le 12 e solo successivamente poté essere organizzato il trasporto dei feriti, che cominciarono ad affluire negli ospedali della CRI n. 1 e della Feliciuzza non prima delle ore 14.

II. È da escludere che durante le ore diurne del giorno 1° maggio 1947 si sia verificato in Monreale, per notevole durata, una caduta di tensione della energia elettrica a causa del maggior assorbimento di corrente dovuto alla festa, in tal misura da impedire l’esecuzione della radiografia; ed è da escludere al­tresì che il giorno successivo la tensione possa essere stata più alta.

Invero dalle informazioni assunte presso il Comune e la Stazione dei CC. di Monreale, nonché presso la società erogatrice della energia elettrica, concordemente risulta che, nei tre giorni in cui si svolse la festa – dal 1° al 3 maggio 1947 – non vi fu, durante le ore diurne alcuna sensibile variazione della tensione rispetto a quella normale, mentre variazioni, invece, potettero verificarsi nel tardo pomeriggio e nelle ore notturne, data la maggiore richiesta di illuminazione e di forza motrice straordinaria (Z/1, 74, 75, 77); il che ha trovato conferma nella deposizione del teste Ferrara Pietro, preposto alla officina di erogazione, il quale, sottolineando che il 1° maggio, festa del lavoro, i due mulini ed i quattro pastifici locali non lavoravano, ha posto in evidenza che sussisteva quel giorno una maggiore disponibilità di energia elettrica (di circa 80 KW, come precisarono i carabinieri nel loro rapporto) rispetto al giorno successivo, onde la tensione dovette essere necessariamente più vicina alla norma­lità il primo, anziché il due maggio.

Contrasta con tali risultanze soltanto la deposizione del gen. Luca, la quale, appare, per altro, contraddittoria là dove il teste – dopo aver dichiarato che il Pisciotta gli aveva detto che il 1° maggio, a causa della bassa tensione della energia elettrica, non era stata possibile fare la radiografia e dopo aver precisato che egli si era riservato di fare indagini su tale affermazione perché, se le avesse fatte, avrebbe dovuto un po’ agitarsi la qualcosa avrebbe provocato un’attività della polizia in emulazione (V/5, 676) – tornando poi sull’argomento, disse: “dopo l’affermazione del Pisciotta che il 1° maggio egli trovavasi in Monreale per essere sottoposto ad esame radiografico, io assunsi informazioni e seppi che, a causa della festa e della illuminazione in paese, vi poteva essere stato un abbassamento di tensione della energia elettrica” (V/5, 677)

Ma a ben considerare, il contrasto e la contraddizione non sono sostanziali. Il teste non svolse concrete indagini sulle circostanze abilmente affermategli dal Pisciotta, si limitò ad assumere generiche informazioni sulla possibilità che, per la maggior richiesta di energia elettrica, vi fosse stato un abbassamento di tensione, senza approfondire, senza distinguere fra ore diurne, serali e notturne, ed era ovvio che, così posto il quesito, le informazioni avute fossero positive in considerazione della illuminazione del paese per la festa, cioè in relazione alle ore serali e notturne – i soli impianti di illuminazione straordinaria delle vie e del parco dei divertimenti importando, per ciascuno dei tre giorni di festa, un carico complessivo di circa KW 68,396 – il che è del tutto corrispondente alle informazioni direttamente acquisite dalla Corte.

3°. È interessante notare, che coordinando una delle affermazioni del Pisciotta con la deposizione del prof. Fici, si perviene per altra via alla conclusione che questi visitò l’imputato il 4 maggio, e si conferma altresì che la radiografia, ove sia stata fatta nel gabinetto del dott. Grado, non poté essere eseguita prima del 4 maggio.

Invero, asserì il Pisciotta nella udienza del 17 maggio 1951 che il radiogramma fu ritirato dalla madre il giorno succes­sivo alla sua esecuzione e fu portato al prof. Fici il quale prescrisse il pneumotorace (V/2, 241 r); affermò, a sua volta, il Fici di aver avuto la radiografia il giorno 6 maggio e, pertanto, risalendo a ritroso nel tempo, si ha che essa fu ritirata il 5 ed eseguita il 4, dopo cioè la visita e la prescrizione fattane dal Fici.

Diversamente depose la madre del Pisciotta nell’intento di sorreggere l’alibi: ella disse che, ritirata la radiografia il 3 maggio, la consegnò lo stesso giorno al prof. Fici; che questi, nel riceversi il radiogramma, richiese anche l’esame dell’e­spettorato, esame che ella fece eseguire a Palermo, in un labo­ratorio di analisi cliniche sito in via Roma, il cui esito le fu noto il giorno cinque; che il giorno successivo ne comunicò il risultato al Fici, il quale dispose per il pneumotorace che fu praticato dal dott. Venza (V/7, 907, 912).

Ma cotesto assunto di ripiego, insinuato con rara abilità, in cui il falso s’innesta sul vero, trova nel processo una netta smentita.

Quantunque nella sua deposizione il Fici non ne abbia fatto parola, è vero che, oltre alla radiografia, egli richiese per la diagnosi anche l’esame dell’espettorato; ed è vero che l’esame fu eseguito in un laboratorio di analisi cliniche, a Palermo, in via Roma, precisamente nel laboratorio del prof. Giorgio Parrino che lo gestiva nel 1947 insieme al prof. Francesco Tallo, deceduto nel 1948 (Z/5, 58). Il prof. Parrino dichiarò ai carabinieri di non aver mai tenuto registri di analisi e, comunque, nessun registro fu trovato nel laboratorio; ma l’analisi risulta senza equivoco dal registro del Fici che ne annotò l’esito ed all’annotazione fece seguire – come soleva – il nome dell’analizzatore “Tallo”.

Su questa piattaforma di verità Lombardo Rosalia ha costruito la sua versione falsa: non è credibile che il prof. Fici abbia atteso l’esito della radiografia per richiedere l’esame dell’espettorato e che abbia subordinato la diagnosi e la terapia al risultato dell’analisi quando l’esame clinico e quello radiografico – come appare dal suo registro – gli avevano consentito di stabilire la natura e la gravità della malattia e quanto lo stato dell’ammalato esigeva un sollecito intervento; egli consigliò, come è normale, contemporaneamente l’uno e l’altro esame e dovette curare altresì, al pari di quanto aveva fatto il dott. Vasile, la raccolta dell’espettorato da analizzare. In tal modo si spiega il ritorno della Lombardo a Palermo insieme col Fici e come ella abbia taciuto ogni circostanza intorno al tempo ed alle modalità di tale prelevamento.

D’altro canto, non sarebbe conciliabile con l’urgenza richie­sta dal caso e con la premura materna di cui ella dette prova il comportamento che la Lombardo si attribuisce; venuta in pos­sesso del certificato di analisi il giorno cinque, non avrebbe atteso il sei per comunicarlo al Fici, ove questi avesse avuto già la radiografia; onde si conferma a riscontro della deposizione del Fici, che la consegna del radiogramma non fu anteriore al 6 maggio.­

IV. Di qualche rilievo parve ai fini dell’alibi la testimonianza del cap. Antonio Perenze.

Questi dichiarò che, mentre stava per assumere l’incarico di aiutante maggiore del CFRB, aveva avuto occasione d’incontrarsi con l’allora Magg. dei CC. Alfredo Angrisani, che sostituiva a quel tempo il ten. col. Paolantonio nell’Ispettorato generale di PS, e di parlare con lui degli autori delle stragi più gravi consumate dalla banda Giuliano (quelle di Portella della Ginestra, di Portella della Paglia, di Bellolampo): in particolare gli aveva chiesto notizia dei sei o sette banditi di maggior importanza tuttora latitanti e, quando il discorso era caduto su Pisciotta Gaspare, l’Angrisani gli aveva espresso l’opinione, senza per altro dirgliene il fondamento, che questi non avesse preso parte ai fatti di Portella della Ginestra (V/7, 939 r, 940).

Senonché il ten. col. Angrisani non ha confermato tale circostanza: aveva fatto parte – egli ha detto – dell’Ispettorato generale di PS dal 26.12.1948 al luglio 1949 e certamente più volte aveva parlato della banda Giuliano col cap. Perenze, giunto in Sicilia nel marzo 1949 e destinato al battaglione rinforzi operante alle sue dipendenze; era possibile anche che avesse accennato con lui al delitto di Portella della Ginestra, avendo partecipato allo svolgimento delle prime indagini, ma era da escludere che avesse espresso l’opinione che il Perenze gli attribuiva; tutt’al più, poiché nel 1949 era noto che il Pisciotta era affetto da tubercolosi, poteva aver detto che, se al tempo del delitto era malato, poteva non avervi partecipato, ma, se non lo era, doveva avervi invece preso parte (V/8, 967).

E che tale fosse il tenore del discorso ha finito per riconoscere anche il Perenze quando i detti dell’Angrisani gli furono contestati (V/9, 1163 r); onde, chiarito l’equivoco, è da concludere che dalla deposizione suddetta, già in se stessa priva di concreta rilevanza, non può trarsi alcun apporto per la ricerca della verità sulla consistenza dell’alibi.

V. Deve farsi da ultimo menzione di quanto ha dichiarato in dibattimento il teste Iacopo Rizza, il giornalista che, verso la fine del novembre 1949 – avuto modo, unitamente al fotografo Ivo Meldolesi ed all’operatore cinematografico Italo D’Ambrosio, d’incontrarsi con Salvatore Giuliano ed il suo luogotenente Gaspare Pisciotta, in una stalla di Salemi – ebbe con il capo bandito la nota intervista, oggetto dei due servizi giornalistici che furono pubblicati a puntate l’uno nei numeri 52, 53 e 1, in data 22 e 29 dicembre 1949 e 5 gennaio 1950, del settimanale “Oggi” con ampio corredo di documentazione fotografica, l’altro nei numeri 91, 92, 93, 94, 95, dal 17 – 18 al 21 – 22 aprile 1951, del quotidiano “Il Corriere lombardo”.

Nel n. 94 del predetto quotidiano in data 20 – 21 aprile 1951, il Rizza dette notizia di un alibi preordinato del capo bandito a favore del Pisciotta ed enunciò il contenuto e le modalità della discolpa.

Nella sua deposizione il Rizza ripeté essenzialmente quanto, circa l’alibi, aveva pubblicato: dopo consumata la colazione – egli disse – si era appartato col Giuliano in un angolo della stalla, dove si era svolta l’intervista; caduto il discorso sui fatti di Portella della Ginestra (poiché il Giuliano aveva espresso il proposito di scrivere un memoriale, per assumersi la responsabilità dell’accaduto, osservando che alla difesa degli altri sarebbe bastato l’ordine dato loro di non parlare e di negare tutto) gli aveva chiesto in qual modo si potesse difendere il suo luogotenente che, secondo quanto si diceva in Sicilia ed esso Giuliano dianzi aveva ammesso, prendeva parte a tutte le azioni più importanti; al che il capo bandito gli aveva risposto di avere pronto un alibi idoneo a scagionarlo: sarebbe risultato che il Pisciotta, ammalato ai polmoni, erasi presentato da un medico il 1° maggio per farsi una radiografia; una radiografia eseguita in epoca posteriore sarebbe stata esibita in udienza; un medico l’avrebbe riconosciuta per quella fatta da lui ed avrebbe riconosciuto nel Pisciotta, attraverso una fotografia, l’individuo cui la radiografia si riferiva. In sostanza un medico avrebbe reso a sostegno dell’alibi una falsa testimonianza (V/7, 851 r, 852, 881).

Chiarì il Rizza che il Giuliano, parlando della malattia del Pisciotta, non gli aveva detto se si trattasse di una malattia reale o immaginaria; e spiegò di non aver dato notizia dell’alibi nel servizio pubblicato sul settimanale “Oggi” perché lo spazio era limitato e nelle prime tre puntate si era occupato quasi esclusivamente del Giuliano, argomento che gli parve più importante.

Contro la deposizione del Rizza Gaspare Pisciotta insorse decisamente: a) negò che il Giuliano ed il Rizza si fossero appartati, anche per breve tempo, per conferire senza la presenza degli altri e sostenne di aver strappato il foglio su cui il Rizza aveva preso a scrivere le sue annotazioni (V/7, 867); ma fu smentito sia dal D’Ambrosio (V/8, 973) che dal Meldolesi (V/7, 928 r) ed il Rizza produsse alla Corte gli appunti presi durante l’intervista (Z/4, 562); b) asserì che, dopo la pubblicazione del servizio sul settimanale “Oggi”, il Giuliano inviò al Rizza una lettera, qualificandolo “miserabile” (V/7, 870); ma questi lo ha smentito dimostrando il contrario; c) il difensore di lui chiese l’incriminazione del Rizza per falsa testimonianza e la Corte respinse l’istanza.

Giova notare che le fasi di attuazione dell’alibi, affermate dal teste Rizza nel citato servizio giornalistico e nella sua deposizione, trovarono sostanziale riscontro nello sviluppo del dibattimento.

Invero il Pisciotta produsse a dimostrazione del proprio assunto tre radiogrammi: il primo, intestato a Faraci Giuseppe, datato 8 novembre 1947 e recante il timbro del dott. Grado; il secondo, intestato pure allo stesso nome, datato 28 dicembre 1947, senza la indicazione del radiologo esecutore; il terzo, anonimo completamente.

Il dott. Grado riconobbe di avere eseguito lui anche il secondo radiogramma – sul primo non era sorto dubbio (V/6, 795 r) – e, sebbene non in fotografia, ma tra gli imputati presenti nell’aula, identificò nel Pisciotta il Faraci cui il radiogramma si riferiva.

Il terzo non fu fatto dal Grado e parve potersi identificare in una delle radiografie eseguite sul Pisciotta a cura del cap. Perenze – come questi disse – nel gabinetto radiologico del Policlinico di Palermo, in epoca posteriore alla fine di giugno 1950, durante quei giorni, cioè, in cui l’uno e l’altro ebbero contatti tra loro.

II. Risultanze peritali: con ordinanze 10 e 14 settembre 1951 la Corte di Assise dispose una perizia medica per accertare “lo stato attuale” del Pisciotta e “quello che poteva essere al 1° maggio 1947”, nonché per stabilire se appartenessero o meno, a lui, le tre radiografie prodotte a dimostrazione dello stadio della malattia; e nominò periti il prof. Eugenio Morelli, direttore dell’Istituto di perfezionamento di tisiologia, ed il prof. Eugenio Milani, direttore della clinica radiologica dell’Università di Roma, con incarico di riferire l’esito delle indagini al dibattimento.

Compiute le loro operazioni, i periti rassegnarono alla Corte due relazioni scritte, l’una radiologica, l’altra clinica, che furono illustrate con brevi chiarimenti orali, concludendo in completo accordo:

– il prof. Milani: a) che i tre suddetti radiogrammi erano da attribuirsi proprio alla persona del Pisciotta in quanto, dal confronto con quelli eseguiti nel corso delle indagini peritali, oltre al riscontro di altre note anatomo-morfologiche, balzava evidente la presenza “di un lobo soprannumerario della vena azigos”, anomalia congenita che, negli uni e negli altri radiogrammi, si ripeteva con le stesse caratteristiche di forma, di grandezza, di densità, di curvatura, denotanti tutte l’assoluta identità del soggetto; b) che le alterazioni attualmente rilevabili nei radiogrammi del Pisciotta indicative di esiti di tubercolosi polmonare bilaterale modesta a destra, più grave a sinistra con residuati di pleurite sinistra espressivi di fibrotorace, ben potevano mettersi in rapporto con quei segni di ­idropneomotorace con versamento nella sacca pneumotoracica riscontrabili nei radiogrammi del novembre e del dicembre 1947, versamento che nel dicembre si fece più abbondante (Z/5, 619-620);

– e il prof. Morelli: a) che il pneumotorace fu attuato non già per compiacenza, al fine di ingannare la giustizia, ma per curare un processo tubercolare da lungo tempo preesistente, iniziato presumibilmente in prigionia; b) che, quale complicazione al pneumotorace si ebbe un notevole versamento pleurico constatabile nelle radiografie del novembre – dicembre 1947, versamento che, almeno all’inizio, ebbe fenomeni di grande acuzie; c) che, se è inoppugnabile che il decorso della tubercolosi polmonare sia diverso da individuo a individuo, di tal che è possibile che ammalati con grosse caverne siano totalmente febbrili ed inconsapevoli della loro malattia, è del pari indubitabile che nella specie una tubercolosi, che aveva richiesto un intervento pneumotoracico in un individuo resistente ad ogni strapazzo, dovesse avere avuto notevoli sintomi di acuzie e che un pneumotorace attuato in dette condizioni non potesse consentire eccessive fatiche, onde appariva impossibile che un tale malato, specialmente nell’attuazione di un pneumotorace, potesse fare rapidamente chilometri e chilometri (Z/5, 623, 624).

Asserì inoltre il prof. Morelli che la sottoposizione di un ammalato di tubercolosi a pneumotorace stava a denotare che la malattia doveva “averlo buttato a letto per sintomi di gravità”; ma non poté tuttavia precisare se cotesti sintomi di gravità fossero nel Pisciotta conseguenza di una spontanea evoluzione della malattia, oppure fossero dovuti ad un aggravamento di essa quale conseguenza di un enorme strapazzo cui eventualmente l’ammalato si fosse sottoposto. Ed, avuta cognizione della diagnosi fatta dal prof. Fici, nonché della di lui deposizione osservò che la riacutizzazione del processo tubercolare poteva pur derivare da strapazzo; ma il Fici aveva parlato anche di lobite ed era da considerare che la lobite, espressione di un fenomeno infiammatorio di un lobo intero del polmone e, quindi, di uno stadio acuto, febbrile, non si manifesta in pochi giorni, ma richiede un periodo di preparazione di almeno dieci giorni, salvo che non sia legata ad un fatto di emottisi, e pone l’ammalato in condizioni di non potersi sottoporre a strapazzi o fatiche (V/8, 1034, 1036).

Non può tacersi che osservazioni critiche alle due relazioni peritali furono mosse dai consulenti tecnici di parte civile, prof. Marcello Morellini, primario medico dell’Istituto Forlanini di Roma e prof. Umberto Nuvoli, medico radiologo: essi concordemente conclusero affermando che nessuno degli elementi di giudizio accertati dai periti, sia di carattere radiologico, sia di carattere clinico, consentiva di determinare, anche approssimativamente, quali fossero state le condizioni del Pisciotta il 1° maggio 1947 e quali in conseguenza le possibilità fisiche di lui alla stessa data; tutto ciò che al riguardo poteva dirsi non aveva base scientifica e rappresentava una opinione personale (Z/5, 681).

52

Le affermazioni dell’imputato Gaspare Pisciotta circa le sue relazioni con la polizia (v. n. 51, A, II) furono smentite dal teste Messana che escluse nel modo più reciso di aver avuto rapporti con lui e di avergli rilasciato un tesserino di riconoscimento, come pure negò di aver avuto proprio confidente il Ferreri (V/5, 624); ma, in contrasto con tale testimonianza, il gen. Luca depose che, nell’atto di rilasciare al Pisciotta i due tesserini di cui si è fatto cenno, questi gliene mostrò un altro, molto logoro per l’uso, dalla fotografia sbiadita, rilasciato al nome di Faraci Giuseppe, in data 20 maggio 1947, dall’Ispettorato generale di PS per la Sicilia, nel quale tesserino la firma del funzionario, costituita da un segno indecifrabile, somigliava a quella consueta dell’ispettore Messana (V/5, 674 r); e i testi, ten. col. Paolantonio e m.llo Calandra, fecero affermazioni che non consentono di avere dubbio sulla predetta qualità di confidente del Ferreri.

Il teste Verdiani invece ammise l’incontro con il Giuliano, avvenuto a sera inoltrata, in una località tra Corleone e Castelvetrano, la vigilia o l’antivigilia del Natale 1949: lo scopo che si proponeva – egli disse – era di ottenere intanto la cessazione di ogni attività criminosa contro le forze di polizia e di giungere poi alla costituzione, o alla cattura, o alla eliminazione del Giuliano con qualunque mezzo; ed al capo bandito aveva fatto credere che si sarebbe adoperato affinché alla madre, Lombardo Maria, ch’era detenuta, fosse concessa la libertà provvisoria. Chiarì di aver avuto col Giuliano, tramite Ignazio Miceli, rapporti epistolari ed esibì una lettera ricevuta il 18 febbraio 1950 con la quale il capo bandito si offriva di inviargli un memoriale intorno ai fatti di Portella: si era trattato di un errore – gli scriveva tra l’altro il Giuliano – “perché l’obbiettivo non era quello di colpire quelli che disgraziatamente capitarono, ma bene altro, tutto ciò sempre per colpa dei comunisti stessi perché sono stati loro che ci hanno costretti a ciò”; ed, alludendo a quanto avrebbe scritto nel memoriale, proseguiva: “se lei riconosce che sia necessario anche farlo sentire a sua Eccellenza Pili può dirglielo e se chi sa vuole parlarmi personalmente sono disposto ad incontrarci di nuovo, mi farebbe piacere perché sarebbe di grande conforto” e concludeva raccomandando la sorte delle sorelle Marianna e Giuseppina allora detenute (V/5, 661).

Rivelò ancora il Verdiani di aver ricevuto, circa due mesi dopo, dal Giuliano un memoriale scritto e sottoscritto di suo pugno, che egli si era affrettato a rimettere in data 18 maggio 1950 a SE Pili, procuratore generale della Repubblica in Palermo, per l’uso di giustizia; e di aver avuto con Pisciotta Gaspare un solo rapporto epistolare allorché questi con lettera 14 giugno 1950, inviatagli tramite lo stesso intermediario, si offrì di eliminare il Giuliano. Esibì la lettera, che per altro la Cotte non acquisì al processo, ed il Pisciotta riconobbe di averla scritta lui (V/5, 655, 659).

La Corte di Assise richiese invece ed alligò il memoriale suddetto che, inviato dal Verdiani all’indirizzo privato di SE Pili, non era stato protocollato, ma era stato da questi tenuto nel carteggio segreto del suo ufficio e quindi, con provvedimento 8 luglio 1950, archiviato a motivo che un dupli­cato di esso era stato prodotto in giudizio dall’avv. Romano Battaglia; ed accertò che trattavasi in effetti di un esempla­re (con qualche correzione di forma) del già noto documento esibito e letto nella udienza del 13 giugno 1950, durante il primo dibattimento, ed acquisito agli atti del processo (Z/3, 322 bis).

Le rivelazioni di Pisciotta Gaspare – collimanti almeno in apparenza, con il fine allora perseguito dalla parte civile di ampliare il campo delle responsabilità – ed il loro sporadico ma pur concreto riscontro in talune situazioni di condotta nella repressione del banditismo in Sicilia, dettero adito a varie supposizioni ed a speculazioni di carattere politico.

Fu affermato dalla parte civile che, a seguito dell’episodio nel quale il 26 giugno 1947 in Alcamo trovò la morte il bandito Ferreri Salvatore, inteso “Fra diavolo” (v. n. 21), l’on. prof. Giuseppe Montalbano aveva sporto una denunzia contro l’ispettore Messana e ne fu domandata l’unione agli atti; poiché risultò che nessuna denunzia, correlativa a tale fatto, era pervenuta ed esisteva contro il Messana presso gli organi giudiziari competenti (Z/4, 554), venne adombrata la possibilità di una soppressione del documento e fu chiesta l’audizione del Montalbano. La Corte con provvedimento 5 settembre 1951 respinse l’istanza, ma in data 9 stesso mese l’on. prof. Montalbano scrisse una lettera al presidente della Corte per confermare la realtà della denunzia e per asserire che reputava utile, “nel supremo interesse della verità e della giustizia, ai fini soprattutto di far piena luce sulla responsabilità­ di tutti coloro che contribuirono alla strage di Portella del 1° maggio 1947” (Z/5, 684), farne conoscere il contenuto.

La menzione di cotesta lettera sarebbe in sé priva di interesse se anche in questa sede non si fosse creduto da taluno dei difensori degli imputati – precisamente dalla difesa di Pasquale Sciortino – di far leva su di essa quale espressione significativa delle condizioni di clima e di ambiente in cui maturò il delitto e dello stato d’animo col quale fu compiuto. Giova, pertanto, farne cenno anche perché gli stessi argomenti formarono oggetto di una denunzia presentata di poi, in data 25 ottobre 1951, dal medesimo on. Montalbano contro il Messana e contro gli on.li Gianfranco Alliata, Tommaso Leone Marchesano e Giacomo Cusumano Geloso, sulla quale si avrà motivo di tornare.

Scrisse, adunque, l’on. Montalbano di aver denunziato nel luglio 1947 l’ispettore Messana – senza per altro dire a quale autorità – per concorso con Ferreri Salvatore in tutti i delitti da costui commessi a far data dal 1946, dall’anno cioè in cui l’aveva fatto suo confidente; e chiarì che la denunzia contemplava anche la correità nella strage di Portella della Ginestra dato che il Ferreri aveva partecipato all’organizzazione (riunione a Pizzo Saraceno), alla preparazione ed alla esecuzione materiale di essa, indicando gli elementi di fatto da cui, a suo avviso, traeva fondamento e che è superfluo richiamare, avendo formato separato oggetto di indagini e di valutazione nella inchiesta giudiziaria conseguita alla citata denunzia del 25 ottobre 1951.

Da ultimo, per chiudere questa rassegna di alcuni degli sviluppi e dei risultati del dibattimento, deve dirsi che la Corte non omise di accedere sui luoghi interessanti il delitto, al fine di inquadrarvi gli avvenimenti esaminati e di controllare l’attendibilità delle confessioni e delle testimonianze: si soffermò tra i roccioni della “Pizzuta” e riesaminò sul luogo i testi Fusco, Cuccia, Riolo e Sirchia; si portò nella località “Caramoli” e chiese ai testi Rumore, Bellocci e Randazzo ulteriori notizie sul sentiero percorso dai banditi e su quant’altro avevano visto; muovendo dai pressi della stazione dei CC. di Portella della Paglia, percorse la contrada “Presto”, dove fu sequestrato il campiere Busellini e vi sentì nuovamente i testi Arrigo ed Acquaviva; indugiò nella contrada “Cippi”, sita a circa 3 Km. da Montelepre, per osservare sulla indicazione dei testi Santucci e Calandra le caratteristiche della zona ed i sentieri che da essa si dipartono verso Portella della Ginestra; visitò infine quei paesi nei quali furono perpetrati gli attentati alle sedi dei partiti di estrema sinistra (V/5, 578, 589).

53

I. In esito al lungo dibattimento, la Corte di Assise di Viterbo con sentenza 3 maggio 1952, A. dichiarò Pisciotta Gaspare, Terranova Antonino fu Giuseppe, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Cucinella Antonino, Cucinella Giuseppe, Badalamenti Nunzio, Sciortino Pasquale, Gaglio Francesco, Russo Angelo, Genovese Giovanni, Genovese Giuseppe Pisciotta Vincenzo, Passatempo Salvatore colpevoli della strage ad essi ascritta, consumata il 1° maggio 1947 in Portella della Ginestra, in concorso di circostanze attenuanti generiche per Pisciotta Vincenzo e per Russo Angelo; Pisciotta Gaspare, Pisciotta Francesco, Sciortino Pasquale colpevoli di danneggiamento mercé incendio in danno della sezione del Partito comunista di S. Giuseppe Jato, così modificata la rubrica; Terranova Antonino fu Giuseppe, Mannino Frank colpevoli di danneggiamento mercé incendio in danno della sede del Partito comunista di Carini, così modificata la rubrica; Passatempo Salvatore colpevole della strage consumata in Partinico ascrittagli come in epigrafe, col vincolo della continuazione, e pertanto colpevole di strage continuata; Terranova Antonino fu Giuseppe, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Sciortino Pasquale, Cucinella Antonino e Cucinella Giuseppe colpevoli di concorso nel delitto di strage consumato da Passatempo Salvatore con la diminuente di cui al capov. dell’art. 116 cp, ed il Passatempo di concorso nei delitti di danneggiamento mercé incendio alle sedi di Carini e di S. Giuseppe Jato; Terranova Antonino fu Giuseppe, Pisciotta Gaspare, Palma Abate Francesco, Mannino Frark, Pisciotta Francesco, Russo Angelo, Cucinella Giuseppe, Cucinella Antonino, Badalamenti Nunzio, Sciortino Pasquale, Passatempo Salvatore, Genovese Giovanni, Genovese Giuseppe colpevoli di detenzione di armi da guerra, in tal modo unificate le due imputazioni loro contestate; Candela Vita e Cucchiara Pietro colpevoli dei delitti ad essi rispettivamente ascritti; e conseguentemente condannò: Pisciotta Gaspare, Terranova Antonino fu Giuseppe, Cucinella Giuseppe, Cucinella Antonino, Badalamenti Nunzio, Sciortino Pasquale, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Genovese Giovanni e Genovese Giuseppe alla pena dell’ergastolo con l’isolamento diurno per la durata di mesi sei ciascuno; Passatempo Salvatore alla pena dell’ergastolo con isolamento diurno per la durata di un anno; Gaglio Francesco alla pena dell’ergastolo; tutti alla interdizione perpetua dai pubblici uffici ed alla interdizione legale con la perdita dell’autorità maritale e della capacità di testare; Russo Angelo e Pisciotta Vincenzo alla pena della reclusione per anni venti ciascuno, e alla interdizione perpetua dai pubblici uffici ed alla interdizione legale durante la pena; Palma Abate Francesco alla pena della reclusione per anni due; Candela Vita e Cucchiara Pietro a quella della reclusione per mesi sei ciascuno, pena che dichiarava condonata interamente; pose le spese del giudizio in solido a carico dei condannati e quelle del mantenimento durante la carcerazione preventiva a carico di ciascuno; dispose la pubblicazione, per estratto, alla sentenza di condanna alla pena dell’ergastolo nei comuni di Viterbo, di Montelepre, S. Giuseppe Jato, Partinico e Piana degli Albanesi, nonché nei giornali “L’Ora” e “Giornale di Sicilia” di Palermo, a spese dei condannati a tale pena; B. condannò inoltre in solido tutti i suddetti condannati, ad esclusione di Candela Vita e di Cucchiara Pietro, al risarcimento dei danni a favore delle parti lese costituite parti civili, da liquidarsi in separata sede, e concesse intanto alle stesse una provvisionale: di L. 200.000 a favore di Addamo Leonardo, di L. 300.000 a favore di Matranga Saveria; di L. 100.000 a favore di Moschetto Rosario; di L. 300.000 (ciascuno) a favore di Allotta Filippo, Labruzzo Vincenza, La Fata Salvatore, Buffa Vincenza, Zito Vincenza, Spataro Vincenza; di L. 20.000 a favore di Parrino Giuseppe; di lire 50.000 a favore di Schirò Pietro, oltre al rimborso delle spese che liquidò: in lire un milione per Addamo; lire due milioni ciascuno per Matranga, Moschetto, Allotta e Cusenza; lire due milioni ciascuno per Parrino e Schirò; e lire due milioni ciascuno per La Fata, Zito, Spataro, Labruzzo, Buffa; in tali somme compresi gli onorari di avvocato che determinò in L. 900.000 per Addamo, L. 1.500.000 per Matranga, Moschetto, Allotta e Cusenza, L. 1.500.000 per Parrino e Schirò, L. 1.050.000 per La Fata, Zito, Spataro, Labruzzo e Buffa; C. dichiarò di non doversi procedere nei confronti di Giuliano Salvatore, Passatempo Giuseppe, Candela Rosario e Sciortino Giuseppe per morte degli stessi; D. assolse: tutti (ad eccezione degli imputati prosciolti come alla precedente lett. C) dal delitto di sequestro di persona in danno dei cacciatori Fusco, Riolo, Cuccia e Sirchia per non aver commesso il fatto; Cucinella Giuseppe, Cucinella Antonino, Badalamenti Nunzio dal delitto di danneggiamento in danno della sede della sezione del Partito comunista di Borgetto, così modificata la rubrica, per difetto di querela; Sciortino Pasquale dalla imputazione di tentato omicidio in danno di Rizzo Benedetta per insufficienza di prove; Palma Abate Francesco, Motisi Francesco Paolo e Mazzola Vito dalle residuali imputazioni, nonché Corrao Remo e Rizzo Gaetano da tutte le imputazioni loro ascritte per insufficienza di prove; Sapienza Vincenzo, Pretti Domenico, Buffa Antonino, Buffa Vincenzo, Musso Gioacchino, Terranova Antonino di Salvatore, Tinervia Giuseppe, Sapienza Giuseppe di Tommaso, Musso Giovanni Cristiano Giuseppe, Gaglio Antonino, Tinervia Francesco, Di Misa Giuseppe, Lo Cullo Pietro e Sapienza Giuseppe di France­sco dalla imputazione di correità nel delitto di strage consumata a Portella della Ginestra, nonché Di Lorenzo Giuseppe dalla imputazione di partecipazione al fatto di S. Giuseppe Jato e dal concorso ascrittogli, perché non punibili per avere agito in stato di costrizione per salvarsi da un pericolo attuale di un danno grave alla persona; gli stessi, Gaglio Francesco e Pisciotta Vincenzo, dalla imputazione di detenzione di armi e munizioni da guerra perché il fatto non costituisce reato; Di Lorenzo Giuseppe, inoltre, dalle imputazioni di concorso in tentato omicidio e in danneggiamento per insufficienza di prove; Sapienza Giuseppe di Tornmaso, Gaglio Antonino, Tinervia Francesco, Pretti Domenico, Sapienza Vincenzo, Terranova Antonino di Salvatore, Buffa Antonino, Buffa Vincenzo, Musso Gioacchino, Russo Giovanni, Cristiano Giuseppe, Pisciotta Vincenzo, Sapienza Giuseppe di Francesco, Tinervia Giuseppe, Di Misa Giuseppe e Lo Cullo Pietro dalla imputazione di partecipazione a banda armata per non aver commesso il fatto; E. dispose la immediata escarcerazione di Di Lorenzo Giuseppe, Corrao Remo, Mazzola Vito, Motisi Francesco Paolo, Sapienza Giuseppe di Tommaso, Gaglio Antonino, Tinervia Francesco, Pretti Domenico, Sapienza Vincenzo, Terranova Antonino di Salvatore, Buffa Antonino, Buffa Vincenzo, Musso Gioacchino, Russo Giovanni, Cristiano Giuseppe, Sapienza Giuseppe di Francesco, Tinervia Giuseppe, Di Misa Giuseppe e Lo Cullo Pietro se non detenuti per altra causa.

II. La Corte di Assise con ampia e dettagliata motivazione:

1. rilevata l’inconsistenza giuridica di alcune questioni pregiudiziali che, sollevate e decise nel corso del dibattimento, furono riproposte dai difensori di parte civile, durante la discussione finale, nell’intento di conseguire la sospensione del giudizio in attesa che fossero stati sottoposti a pro­cedimento penale anche coloro cui – nel modo che si è visto – era stata mossa accusa di correità nella strage o quali esecutori materiali (Licari, Barone, Pecoraro, Pantuso), oppure quali compartecipi morali (Messana, Alliata, Marchesano, Cusumano Geloso);

2. affermato che sicuramente i fatti avvenuti a Portella della Ginestra, la mattina del 1° maggio 1947, e a Partinico, Carini, Borgetto, S. Giuseppe Jato, durante la notte dal 22 al 23 giugno dello stesso anno, erano stati commessi da Giuliano Salvatore e dalla sua banda, ma che nulla in concreto conduceva a ritenere che fossero stati commessi nell’interesse di altri e per mandato, sebbene l’apparente stranezza di alcune circostanze, quali precisamente: a) che, di tante bande armate costituite in Sicilia durante l’occupazione dell’isola da parte delle truppe straniere, solo la banda comandata dal Giuliano aveva potuto sopravvivere per tanti anni; b) che, mentre era stato possibile a tre ex partigiani continentali, Celestini Forniz, Trucco, di giungere fino al Giuliano e rimanere per qualche tempo presso di lui; ad una giornalista straniera, Maria Cilyacus, di intervistarlo e di ritornare in Sicilia per raggiungerlo nuovamente nel suo nascondiglio, intento nel quale forse sarebbe riuscita se non fosse stata arrestata, tempestivamente; al giornalista Rizza, al fotografo Meldolesi, all’operatore cinematografico D’Ambrosio di incontrarsi con lui, alla presenza del suo luogotenente, nella stalla di Salemi, e di intervistarlo, ritrarre fotografie e fare un cortometraggio – solo le forze di polizia, malgrado non avessero rallentato mai la lotta contro la banda, non erano riuscite a scovarlo, al punto che lo stesso comandante del CFRB, dopo dieci mesi di permanenza in Sicilia, non aveva potuto ancora sapere dove il Giuliano si celasse; c) che pochi giorni prima della strage era pervenuta al capo bandito, a mezzo del cognato Sciortino Pasquale, una lettera misteriosa la cui relazione col delitto appariva, in base alle dichiarazioni rese da Genovese Giovanni, chiara ed indubitabile; d) che il Giuliano era stato ucciso appena dopo che col secondo memoriale aveva escluso l’esistenza del supposto mandato e di mandanti; potesse far pensare al concorso nei delitti di che trattasi di compartecipi estranei alla banda, non ancora accertati i quali alla banda ed al suo capo fossero stati larghi di protezione e di aiuti;

3. dato risalto, allo scopo di coglierne l’abnormità, a taluni fatti accertati nel dibattimento, quali appunto: a) il visibile contrasto “per emulazione” – secondo la spiegazione data dal teste Luca –, manifestatosi tra la Pubblica Sicurezza e l’Arma dei Carabinieri dopo l’eccidio di Bellolampo (v. n. 44, IV), per effetto del quale l’ispettore generale di PS Ciro Verdiani, non soltanto ammise di consegnare al comandante del CFRB ogni atto dell’ufficio fino allora diretto e nulla gli fece conoscere della organizzazione confidenziale della quale si era servito – cosicché “il nuovo organo dovette incominciare a costruire ex novo quell’edificio che era stato già costruito a spese dello Stato e nell’interesse esclusivo della generalità dei cittadini” –, ma continuò ad occuparsi, nonostante che più non lo dovesse, del bandito Giuliano, sia ponendo in essere quell’attività di cui si è detto (v. n. 52), sia trascurando di dare esecuzione ad uno qualsiasi tra i tanti mandati di cattura emessi dall’Autorità giudiziaria contro Giuliano Salvatore e Pisciotta Gaspare; e non a questo limitandosi, “poiché, qualche giorno prima che il Giuliano fosse soppresso, attraverso il quasi mafioso Marotta pervenne o doveva pervenire al Giuliano una lettera con cui lo si metteva in guardia facendogli intendere che Gaspare Pisciotta era entrato nell’orbita del colonnello Luca ed operava per costui”; b) l’avere l’ispettore generale di PS Messana prescelto a suo confidente Ferreri Salvatore, condannato con sentenza passata in giudicato alla pena dell’ergastolo e latitante, contro il quale invece avrebbe dovuto far eseguire la condanna; c) l’atteggiamento – “in contrasto con la funzione che è propria degli appartenenti all’Arma dei carabinieri ed alle forze destinate alla repressione del banditismo” – avuto dall’allora col. Luca e dal cap. Perenze, anche in epoca posteriore alla morte del Giuliano, nei confronti del fuorilegge Gaspare Pisciotta, che oltre tutto fu lasciato in stato di libertà fino a quando gli agenti della Questura di Palermo non riuscirono a catturarlo, atteggiamento culminato nelle ricordate affermazioni sull’alibi fatte nel dibattimento; d) l’avere avuto il Giuliano rapporti, oltre che con funzionari di PS, anche con un magistrato, col Procuratore generale presso la Corte di Appello di Palermo, Emanuele Pili, come era lecito desumere dalla lettera esibita dal teste Verdiani;

4. e, dichiarato di non aver motivo di occuparsi né della mafia, né del banditismo, né dei rapporti tra mafia e bandi­tismo, sebbene alcuno dei difensori ed anche il PM vi si fossero soffermati, trattandosi di problemi che, se pure attraenti e degni di esame, interessavano la sociologia ed esulavano dal tema di una sentenza penale;

5. osservò che la prova della colpevolezza riposava essenzialmente sopra i due pilastri di accusa, sui quali il Procuratore generale presso la Corte di Appello di Palermo e la Sezione istruttoria della stessa Corte avevano fondato rispettivamente la richiesta e la decisione di rinvio a giudizio: gli interrogatori dei “picciotti” e di Gaglio “Reversino” raccolti dalla polizia giudiziaria e dal magistrato istruttore, ai quali faceva positivamente riscontro la comunanza d’interessi dei componenti della banda alla consumazione dei delitti quale mezzo per conseguire l’agognata “liberazione”; e valutati tali atti, con paziente e minuzioso esame, in se medesimi, alla luce delle critiche mosse dai difensori, ed in correlazione ad altre risultanze di controllo e di conferma, pervenne alla conclusione che tutto nel processo confluisse a dimostrare la nucleare verità delle confessioni e delle chiamate di correo, nonché a conclamare il mendacio delle ritrattazioni successive.

6. Quindi, vagliata la posizione processuale di ciascuno degli imputati in relazione agli elementi di accusa ed alla consistenza di quelli addotti a difesa, la Corte ritenne: a) che la prova della partecipazione di ognuno, secondo le imputazioni rispettive, all’eccidio di Portella della Ginestra, all’accordo criminoso di “Belvedere-Testa di Corsa’’ e agli attentati contro le sedi delle sezioni dei partiti di estrema sinistra posti in essere a Partinico, Carini, Borgetto e S. Giuseppe Jato, fosse pienamente raggiunta, salvo che nei confronti: di Palma Abate Francesco, sotto il profilo che solo da Sapienza Vincenzo era stato indicato fra i presenti alla riunione avvenuta a Cippi e nessuno aveva detto di averlo visto in marcia verso Portella della Ginestra, o appostato tra i roccioni della “Pizzuta”, oppure lungo la via del ritorno, onde l’indizio costituito dalla chiamata in correità del Sapienza non si integrava con apprezzabili elementi di riscontro e di conferma, tanto più che neanche si poteva asserire con certezza che egli avesse accompagnato i componenti della sua squadra a “Pernice”, in quanto, se della presenza di lui in quella località avevano parlato Pisciotta Francesco nell’interrogatorio del 5 novembre 1949 (T, I r) e Terranova “Cacaova” in quello del 1° febbraio 1950 (T, 32), il Pisciotta non l’aveva più menzionato nell’interrogatorio del 16 marzo 1950 (T, 44) e non ne aveva parlato nemmeno il Mannino nel suo interrogatorio scritto (v. n. 48), avendo alluso ai compo­nenti della squadra senza indicazione nominativa; di Mazzola Vito, in considerazione che, se attesi i suoi rapporti col capo bandito e la funzione di cassiere avuta in seno alla banda, poteva annoverarsi per certo tra coloro che più si erano prestati alla organizzazione del delitto – fatto questo, per altro, non compreso nella contestazione dell’accusa –, seri e gravi dubbi sussistevano circa la sua partecipazione all’esecuzione materiale dell’eccidio di Portella della Ginestra: Gaglio Francesco “Reversino”, che inizialmente l’aveva indicato fra i presenti la mattina del 30 aprile 1947 alla riunione di Cippi, aveva escluso che egli si fosse recato poi a Portella e Terranova Antonino di Salvatore, che del pari l’aveva notato a Cippi parlare con il Giuliano e poco dopo allontanarsi per andare ad accudire il gregge che pascolava nelle vicinanze, aveva detto pure che, se mal non ricordava, non l’aveva più veduto far ritorno; inoltre anche altri elementi emergenti dalle dichiarazioni del Mazzola (v. n. 41, II A, r ed i) concorrevano a rafforzare il dubbio; di Corrao Remo, similmente a motivo che sull’accusa di concorso nell’esecuzione della strage mossagli col dispositivo della sentenza di rinvio a giudizio, in aperto contrasto – come si è visto (n. 47) – con la motivazione della sentenza stessa, il dibattimento non aveva offerto sufficienti elementi di colpevolezza; contro di lui stavano sicuramente le seguenti circostanze: – quale emissario del Giuliano aveva preso contatto a “Pernice” con la squadra Terranova per trasmettere gli ordini del capo: anche se negato da lui, dal Terranova e dal Randazzo il fatto risultava dal primo interrogatorio scritto di Pisciotta Francesco ed appariva credibile; quindi i giudici a Viterbo e poi a Roma, affermarono la presenza – a Pernice l’emissario o gli emissari del Giuliano erano andati con una jeep ed egli era provvisto di tale automezzo; – apparteneva alla banda e riscuoteva, secondo Terranova ‘‘Cacaova’’, la piena fiducia del capo; – genero di Miceli Calcedonio, nipote di Miceli Ignazio, cognato di Miceli Nino, poteva costituire l’anello di congiunzione che “univa l’organizzazione criminosa creata dal Giuliano alla maggiore organizzazione criminosa formata dalla mafia”; – aveva il medesimo interesse che muoveva tutti gli appartenenti alla banda: l’intento di guadagnare la libertà; – dopo la consumazione dell’eccidio un automezzo era stato visto passare da alcuni componenti del gruppo Rumore Angelo (v. n. 13) per la rotabile S. Giuseppe Jato – Monreale – Palermo e nulla impediva di ritenere che si trattasse della jeep del Corrao che in tal modo aveva potuto portarsi in Monreale e prendere parte alla corsa dei cavalli; ma tali circostanze – prevalentemente afferenti ad una ben diversa ipotesi di concorso, quella di aver prestato assistenza nella prepara­zione e nell’organizzazione del delitto, che, quantunque contemplata nella motivazione della sentenza di rinvio, non avendo formato oggetto di contestazione nel dispositivo, non poteva essere considerata – non bastavano a legittimare una condanna in relazione alla ipotesi contestata; di Rizzo Girolamo, non sussistendo sufficiente certezza che i connotati dello “zio Mommo da Partinico” indicati da Terranova Antonino di Salvatore (v. n. 47) corrispondessero proprio a quelli del Rizzo, emigrato nel 1949 in Tunisia; di Motisi Francesco Paolo, in considerazione che, tolto il fatto della sua presenza alla riunione di Cippi, nessun altro elemento di prova poteva dirsi accertato contro di lui. E del pari ritenne che non potesse essere affermata la responsabilità penale; di Sciortino Pasquale, in ordine al delitto di tentato omicidio in persona di Rizzo Benedetta, di cui alla lett. N delle imputazioni, non sussistendo sufficienti elementi di prova per affermare che, nell’allontanarsi con i suoi correi dal paese di S. Giuseppe Jato dopo l’attentato commesso contro la sede della sezione del Partito comunista, avesse sparato anche lui colpi di mitra per proteggersi la ritirata e che la Rizzo fosse stata ferita da uno dei colpi sparati da lui; di Di Lorenzo Giuseppe, relativamente alle imputazioni di concorso nello stesso reato di cui alla suddetta lett. N, nonché di concorso nei reati di cui alle lett. I ed M – giuridicamente definiti quali reati di danneggiamento mediante incendio – imputazioni risalenti tutte alla correità ipotizzata nella lettera P della rubrica, non apparendo provato, o più esattamente difettando il nesso di causalità, tra l’azione o l’omissione e l’evento, che sempre deve sussistere anche nell’ipotesi prevista dall’art. 116 cp – cui la responsabilità penale del Di Lorenzo avrebbe potuto ricondursi – affinché taluno dei concorrenti risponda del reato commesso qualora sia diverso da quello voluto; b) che fosse giusto assolvere con formula piena: tutti gli imputati, cui era ascritto il delitto di sequestro di persona continuato in danno dei cacciatori Fusco, Sirchia, Riolo e Cuccia, dalla imputazione relativa (fatta eccezione degli imputati prosciolti per estinzione del reato a causa di morte) dappoiché, se non sussisteva dubbio che a commettere tale delitto fossero stati il Giuliano e gli altri che in quella circostanza si accompagnavano a lui, non era stato possibile accertare l’identità di costoro; la Sezione istruttoria aveva creduto di poter far carico della imputazione suddetta a tutti i concorrenti nell’eccidio di Portella della Ginestra nella opinione che il sequestro fosse stato consumato per condurre a termine l’azione di strage da essi voluta e che, stante un tal nesso di causalità, tutti coloro che avevano preso parte all’azione principale erano tenuti a rispondere anche del sequestro di persona, reato diverso non voluto, a norma dell’art. 116 cp; ma siffatta motivazione, manifestamente erronea, non poteva essere seguita: a parte che l’asserito rapporto di mezzo a fine non poteva essere scambiato per rapporto di causalità, nessun nesso esisteva tra le due azioni che non fosse di mera occasione, il sequestro aveva preceduto la strage di alcune ore, non era legato ad essa da alcun rapporto di necessità e meno ancora ne costituiva un logico, naturale e prevedibile sviluppo; gli imputati Sapienza Vincenzo di Tommaso, Gaglio Antonino, Tinervia Francesco, Pretti Domenico, Sapienza Vincenzo, Terranova Antonino di Salvatore, Buffa Antonino, Buffa Vincenzo, Musso Gioacchino, Russo Giovanni, Cristiano Giuseppe, Pisciotta Vincenzo, Sapienza Giuseppe di Francesco; Di Misa Giuseppe e Lo Cullo Pietro, in ordine al delitto di partecipazione a banda armata (nei confronti degli altri imputati dello stesso delitto la Corte aveva ordinato, come si è detto, la separazione del giudizio), unificata, sul riflesso del carattere permanente del reato, sotto la lett. A la duplice imputazione mossa a taluno anche sotto la lett. R, essendo risultato che nessuno di essi apparteneva alla banda Giuliano e che l’aggregazione al sodalizio criminoso nel compimento delle azioni ad essi attribuite, lungi dall’avere avuto carattere di permanenza, concretava unicamente una forma di concorso nei delitti consumati, concorso che, per altro, come si dirà, la Corte riconobbe determinato da una situazione di necessità; gli stessi imputati e Gaglio Francesco e Di Lorenzo Giuseppe, relativamente al delitto di detenzione di armi e munizioni da guerra, essendo rimasto provato che erano stati forniti delle une e delle altre dal Giuliano, che aveva mandato effettivi della banda a prenderle dove le teneva nascoste, e al Giuliano, o ad altri per lui, avevano dovuto renderle appena cessato l’uso pel quale le avevano ricevute: in tale situazione non poteva concretarsi infatti il reato esaminato, difettando ogni potere di fatto, mediato o immediato, sulle armi e sulle munizioni da parte di coloro che le avevano ricevute, cioè ogni potere che ne consentisse loro la disponibilità per un uso diverso da quello stabilito dal Giuliano e dagli effettivi della sua banda che in realtà ne erano e continuarono ad esserne gli unici detentori.

7. Passando all’esame delle ragioni di movente, la Corte giudicò che unica fosse la causale sia dell’eccidio di Portella della Ginestra che degli attentati alle sedi delle sezioni dei partiti di estrema sinistra. Le parti invero non erano state concordi nell’additarla: per la parte civile andava ricercata nella lotta che il Giuliano conduceva contro il comunismo, una lotta voluta da altri; per il PM essa era nella terra: nella tradizionale organizzazione economica della terra e nell’interesse a conservarla; per il difensore dei fratelli Genovese doveva rintracciarsi nei risultati delle elezioni regionali del 20 aprile 1947 che, nei comuni di Piana degli Albanesi, S. Giuseppe Jato, di S. Cipirrello, si erano concluse con la sconfitta della lista appoggiata dal Giuliano; per il difensore di Pisciotta Gaspare, di Terranova Antonino “Cacaova”, di Mannino Frank e di numerosi altri imputati s’identificava nella carenza dello Stato in Sicilia, per cui (secondo una considerazione di Ignazio Miceli, capo della mafia di Monreale, espressa in dibattimento da Domenico Albano, capo della mafia di Borgetto) il Giuliano “operava come poteva operare un plotone di polizia”; ma niuna di tali enunciazioni appariva aderente ed informata alle risultanze del processo.

L’anticomunismo del Giuliano non poteva essere negato, però neanche era possibile affermare che il capo bandito si fosse risoluto a commettere i suddetti delitti per avversione alla ideologia comunista. D’altra parte, se la successione cronologica degli avvenimenti e le dichiarazioni di Genovese Giovanni consentivano di collegare la condotta criminosa all’esito delle elezioni regionali, cotesto collegamento trovava negli atti netta smentita: si leggeva nel primo memoriale del Giuliano che questi aveva cominciato a maturare il piano di punizione contro i comunisti fin dai primi giorni di aprile; dopo l’accertamento che costoro avevano dato ordine ai contadini di fare la spia ai banditi; e, secondo Terranova Antonino “Cacaova”, il Giuliano aveva palesato tale suo divisamento fin dal 18 – 20 aprile (R, 89 r), prima, cioè, che avesse luogo la votazione o, comunque, prima che i risultati fossero conosciuti, sicché non era possibile che avessero avuto peso determinante nella risoluzione criminosa. Alla tesi che ravvisava la causale dei delitti nella carenza dello Stato si opponeva poi la considerazione che al tempo dei fatti cessata l’Amministrazione Militare Alleata, tutto il potere era stato restituito allo Stato Italiano che, sia pure lentamente e faticosamente, andava ricostituendo e potenziando i propri organi attraverso cui il potere stesso esercitava: la pubblica sicurezza, l’arma dei carabinieri esplicavano la propria attività istituzionale e non era neanche pensabile che la polizia – genericamente intesa – potesse avere, ed avesse avuto, “il compito di eliminare un determinato movimento politico stroncando la vita di coloro che a quel movimento aderivano”. Infine neppure nella terra, cioè nell’interesse a realizzarne lo sfruttamento secondo una determinata organizzazione, stava la chiave del problema: né il Giuliano, né alcuno della sua banda era gabellotto o proprietario e nessuno di essi aveva un interesse diretto a che il vigente sistema dei rapporti con la terra e con i proprietari rimanesse immutato.

La causale che mosse il Giuliano era, ad avviso della Corte, soltanto “nella difesa di se stesso e degli altri che con lui vivevano in montagna braccati dalle forze di polizia”; riposava sulla necessità di arginare il “probabile capovolgimento delle persone che sulla terra sarebbero state”, capovolgimento che i comunisti stavano operando; lo stesso Giuliano l’aveva indicata nel breve discorso fatto a Cippi per motivare l’azione che l’indomani avrebbe compiuta, allorché disse che “i comunisti avevano preso troppo campo”, cioè troppo seguito, troppa autorità, e l’indicazione trovava preciso riscontro in quel passo del primo memoriale laddove era scritto che ad un certo momento “i caporioni comunisti” avevano dato ordine ai contadini di fare la spia ai banditi perché i banditi costituivano per loro la forza invisibile dei mafiosi, dei ricchi e del Governo; l’assegnazione delle terre ai contadini avrebbe determinato, con l’ eversione del feudo, la rapida scomparsa dei soprastanti, dei gabelloti, dei campieri ed assai difficile sarebbe diventata la vita dei banditi.

Certamente, in concorso con tali motivi, avevano operato nel Giuliano anche un desiderio ed una speranza di libertà: poteva desumersi dalla spiegazione da lui stesso data al giornalista Rizza cui – secondo la deposizione orale di costui – nel corso della intervista disse che scopo della sua azione a Portella della Ginestra era “la libertà” (V/7, 850) e dalle parole “è venuta la nostra ora di liberazione” pronunziate – secondo Giovanni Genovese – dopo aver preso cognizione della lettera portata dal cognato Pasquale Sciortino; ma che realmente la lettera contenesse delle promesse la Corte si astenne dall’affermare.

8. Nel procedere alla definizione giuridica dei fatti attribuiti, la Corte rilevò: a) che nelle azioni poste in essere a Portella della Ginestra ed a Partinico sicuramente ricorrevano gli estremi del delitto di strage così come ipotizzato in epigrafe, manifesti essendo nell’uno e nell’altro fatto, per i mezzi usati, il numero dei colpi sparati, la condotta degli agenti, tanto l’attitudine delle azioni stesse a mettere in pericolo la pubblica incolumità, quanto il fine di uccidere con cui furono compiute; b) che, contrariamente alla opinione espressa dal PM, non poteva ravvisarsi nei fatti consumati a Borgetto, Carini, S. Giuseppe Jato l’ipotesi della strage, risultando provato, per chiara convergenza di elementi generici e specifici, che concretamente mancò ogni pericolo alla pubblica incolumità e non vi fu in coloro che agirono fine di uccidere: si trattò di una manifestazione di violenza contro le sedi del Partito comunista, di un’azione di rappresaglia e di sfregio – la concentrazione dei colpi sulle tabelle e sulle insegne delle sezioni stava a dimostrarlo – in continuazione della lotta intrapresa dal Giuliano contro quel partito per farlo scomparire dalla Sicilia, come Pasquale Sciortino aveva annunziato ai convenuti alla riunione di Belvedere o Testa di Corsa; onde, atteso il contenuto delle azioni rispettive, non poteva configurarsi nei fatti di S. Giuseppe Jato e di Carini che il delitto di danneggiamento mediante incendio, ai sensi dell’art. 424 p.p. CP, e nel fatto di Borgetto che il delitto di danneggiamento semplice, ai sensi dell’art. 635 p.p. CP, con la conseguenza, quanto a quest’ultimo, che doveva farsi luogo al proscioglimento degli autori (Cucinella Giuseppe, Cucinella Antonino, Badalamenti Nunzio) per mancanza di querela; c) che neanche poteva trovare accoglimento la tesi sostenuta dal PM secondo cui l’imputazione di correità ai sensi degli art. 110 e 112 n. 1 cp, ipotizzata alla lettera P della rubrica, posta a carico di Pretti Domenico, Di Lorenzo Giuseppe, Terranova Antonino fu Giuseppe, Passatempo Giuseppe, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Sciortino Pasquale, Cucinella Giuseppe, Cucinella Antonino, Candela Rosario, avrebbe dovuto dichiararsi assorbita nell’altra di partecipazione materiale ai singoli fatti a ciascuno specificamente attribuiti sotto le lettere “I”, “L”, “M”, “O”, trattandosi di fatti diversi, non già di duplice attribuzione del medesimo fatto; tutti coloro che avevano preso parte alla riunione di Belvedere o Testa di Corsa si rappresentarono e vollero quei fatti che poi a brevissima distanza di tempo furono consumati e di essi per tanto dovevano rispondere: di taluno, per avervi partecipato materialmente, degli altri, per correità morale; così, anche del reato di strage consumato da Passatempo Salvatore a Partinico, reato che, sebbene diverso e più grave rispetto all’azione di violenza da tutti concertata ed accettata nella riunione suddetta, all’azione stessa si collegava con nesso di causalità di essa costituendo conseguenza e sviluppo; di tal che, mentre la colpevolezza di Passatempo doveva essere affermata in titolo di duplice reato di strage (per i fatti di Portella della Ginestra e di Partinico) col vincolo della continuazione, tutti gli altri partecipanti alla riunione di Belvedere o Testa di Corsa dovevano dichiararsi colpevoli di concorso nella strage di Partinico ai sensi dell’art. 116 cp; d) che tutte le risultanze del processo offrivano piena ed irrefutabile la prova dello stato di costrizione nel quale si erano trovati i “picciotti”: essi avevano partecipato ai delitti, a ciascuno attribuiti e per ciascuno ritenuti, co­stretti dalla necessità di salvarsi dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo non causato dagli stessi né altrimenti evitabile. Invero erano estranei alla banda e se ne tenevano lontani, pur legati come erano ai banditi da rapporti di parentela, di affinità o di semplice amicizia; furono arruolati per l’occasione e non v’era dubbio che, con serie e gravi minacce alla persona, fossero stati avvertiti, direttamente o indirettamente da Salvatore Giuliano o da coloro che ne curarono l’ingaggio, delle conseguenze cui sarebbero andati incontro qualora avessero opposto un rifiuto; uno stato di vero terrore si era creato a Montelepre ed anche altrove, onde non era possibile che un rifiuto fosse opposto a qualunque richiesta del capo bandito: il pericolo ognora immanente non poteva altrimenti essere evitato che aderendo all’invito; si imponeva pertanto l’assoluzione di Sapienza Vincenzo, Pretti Domenico, Buffa Antonino, Buffa Vincenzo, Musso Gioacchino, Terranova Antonino di Salvatore, Tinervia Giuseppe, Sapienza Giuseppe di Tommaso; Russo Giovanni, Cristiano Giuseppe, Gaglio Antonino, Tinervia Francesco, Di Misa Giuseppe, Lo Cullo Pietro, Sapienza Giuseppe di Francesco, quanto al concorso nella strage di Portella della Ginestra, e di Di Lorenzo Giuseppe, quanto alle rimanenti imputazioni di concorso nel danneggiamento commesso in S. Giuseppe Jato e nella strage di Partinico, siccome non punibili ai sensi dell’art. 54 cp.

9. Configurati in tal modo, i fatti delittuosi, la Corte negò ad essi ogni carattere politico osservando a fondamento della sua opinione: che il Giuliano era un delinquente comune e, se, ad un certo momento della sua vita delinquenziale, uomini aderenti a partiti politici non avevano disdegnato, pur di raggiungere i propri fini, di agganciare alla loro attività quella di lui e l’avevano elevato a stratega e gli avevano promesso di elevarlo a comandante dell’esercito siciliano qualora avessero conseguito lo scopo, la colorazione politica dell’attività svolta in comune con costoro durante i moti insurrezionali dell’EVIS non poteva riverberarsi sulla condotta criminosa successiva rientrata nel grande alveo della delinquenza comune; che attribuire idee politiche al Giuliano, contadino igno­rante, la cui ambizione fu eccitata con l’appellativo di “re di Montelepre”, sarebbe un non senso: individuo di scarsa e rudimentale cultura, un pensiero politico non aveva mai avuto, né poteva avere; se lo si era veduto leggere le opere di Cartesio e quelle di Shakespeare ciò poteva aver fatto solo per esercizio di lettura, così come si esercitava nella lingua inglese, non per diletto intellettuale; egli non aveva servito la politica e neanche uomini politici, bensì fazioni politiche che nelle competizioni elettorali si erano giovate di lui per vincere gli avversari; i così detti “memoriali” versati in atti andavano riguardati con estrema diffidenza: compilati posteriormente alla consumazione dei delitti, informati ad un manifesto intento di difesa, lontani per con­cetti ed espressioni dalle reali possibilità del capo bandito, non erano certamente opera sua e non potevano assumersi a mezzo di prova del movente politico dell’azione; che i fatti in esame non potevano costituire delitto politico in senso oggettivo, non realizzando essi alcuna offesa di un interesse politico dello Stato o di un diritto politico del cittadino: nessun dubbio che la facoltà di libera associazione in partiti sia un diritto politico riconosciuto e garantito al cittadino dall’art. 49 della Costituzione, quale mezzo per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale; e che, sebbene lo Statuto Albertino non la procla­masse apertamente, tale, per unanime riconoscimento, era considerata anche prima quale espressione di una delle libertà fondamentali in uno Stato ordinato a regime di democrazia; ma risultava evidente che né il Giuliano, né quelli della sua banda avevano agito per offendere, o più ancora per sopprimere, il diritto di coloro che furono offesi a Portella della Ginestra, o nel corso degli attacchi compiuti la notte dal 22 al 23 giugno 1947, di appartenere al partito comunista o a quello socialista; che similmente il motivo e lo scopo dell’azione, a sfondo meramente egoistico, conducevano ad escludere la configurabilità del delitto politico anche sotto il profilo soggettivo: in tanto il movente di un fatto illecito comune poteva qualificarsi politico, in quanto l’agente avesse avuto di mira la realizzazione di un mutamento nelle condizioni politiche dello Stato, oppure nella vita di quelle istituzioni informate a funzioni e finalità politiche, tra le quali vanno annoverati i partiti politici, ovvero la tutela delle medesime contro attacchi altrui, reali o presunti, attuali o imminenti; ma perché cotesto fine potesse sussistere occorreva che l’impulso psichico dell’agente traesse origine non da mire personali, bensì dal creduto interesse dello Stato o della collettività; e – mentre il fatto che un delitto comune fosse commesso contro una o più persone iscritte ad un partito politico o professanti idee politiche non condivisi dall’agente non valeva di per sé a svelare la reale natura del movente, potendo sotto la mera apparenza di un motivo politico celarsi un pretesto politico – chiaro era che l’interesse che spinse il Giuliano e quelli della sua banda ad agire non fu collettivo ed altruistico, non scaturì da un contrasto di idee, ma originò da un’esigenza particolare ed egoistica: quella di costringere i comunisti a desistere dal chiedere ai contadini di far la spia ai banditi; che, infine, una distinzione era pure da farsi tra delitto comune, delitto politico e delitto terroristico e, se mai, le azioni criminose volute ed attuate dal Giuliano e dalla sua banda, sia a Portella della Ginestra, sia contro le menzionate sedi dei partiti di sinistra, dovevano ricondursi nell’ambito del delitto terroristico del quale avevano tutti i caratteri, dalla preordinazione dei mezzi di esecuzione alla potenzialità diffusiva degli stessi, dalla vasta estensione degli effetti immediati alla volontà degli agenti di terrorizzare le popolazioni.

10. E determinate così, come si è visto, le linee della decisione, la Corte non ravvisò motivo per concedere a favore degli imputati Passatempo Salvatore, Cucinella Antonino, Cucinella Giuseppe e Sciortino Pasquale, i cui difensori ne avevano fatto richiesta, le circostanze attenuanti generiche, osservando che ostavano all’attenuazione dei reati le modalità dei fatti, l’intensità del dolo, la capacità a delinquere desunta principalmente dai motivi a delinquere e dalla condotta successiva.

Ritenne giusto applicarle invece di propria iniziativa a favore di Russo Angelo, inteso “Angelinazzu”, in considerazione dell’attività concretamente svolta dallo stesso a Portella della Ginestra, dove, posto con Tinervia Francesco alla estremità della schieramento per vigilare e per segnalare l’eventuale arrivo “della giustizia”, non aveva personalmente compiuto alcun atto che potesse produrre pericolo per la pubblica incolumità; ed a favore di Pisciotta Vincenzo a motivo della influenza che sulla sua volontaria determinazione al delitto poteva aver esercitato il fratello Francesco, componente effettivo della banda.

11. Infine, valutando la particolare posizione di Candela Vita e di Cucchiara Pietro, la Corte osservò: quanto all’una, che qualche giorno prima della strage di Portella aveva consentito al fratello Rosario (in relazione al quale operava la causa di non punibilità prevista dall’art. 384 cp), di trattenersi alcune ore nella sua abitazione insieme con Terranova Antonino fu Giuseppe e Pisciotta Francesco, ambedue latitanti e ricercati dalla polizia; e non poteva dubitarsi della sussistenza del reato di favoreggiamento personale: il Terranova ed il Pisciotta, che avevano abitazione propria in Montelepre, dandosi convegno, in quella casa ebbero in animo di sottrarsi alle ricerche dell’Autorità durante la loro permanenza nell’abitato e la Candela, che ne conosceva la situazione personale, prestò loro volontariamente aiuto; quanto all’altro, che la falsità testimoniale, posta manifestamente in essere dal Cucchiara nella sua deposizione istruttoria e mantenuta con persistente ostinazione e consapevole volontà del mendacio anche dopo la netta smentita dei familiari, integrava il reato in esame tanto sotto il profilo obiettivo che subiettivo.

54

Avverso la sentenza hanno prodotto ritualmente appello il Pubblico Ministero e gli imputati – ad eccezione di Palma­ Abate e Rizzo Girolamo – ma di essi: Sapienza Giuseppe di Tommaso, Gaglio Antonino, Tinervia Francesco, Sapienza Vincenzo, Pretti Domenico, Tinervia Giuseppe, Russo Giovanni, Terranova Antonino di Salvatore, Buffa Antonino, Buffa Vincenzo, Musso Gioacchino, Cristiano Giuseppe, Di Lorenzo Giuseppe, Mazzola Vito, Motisi Francesco Paolo, Sapienza Giuseppe di Francesco, Di Misa Giuseppe e Lo Cullo Pietro hanno omesso poi di presentare i motivi.

I. Il PM ha rilevato che erroneamente la Corte di Assise aveva ritenuto a favore dei così detti “picciotti” … l’esimente dello stato di necessità; e che cosi facendo – sospinta probabilmente da un sentimento di clemenza verso la schiera dei giovani caduti per la prima volta nel delitto, perché attrattivi forse dal mito di Giuliano “eroe della Sicilia e re di Montelepre” – aveva sottovalutato l’effettivo apporto degli stessi alla strage di Portella della Ginestra, che rappresentava il delitto più grave e più allarmante del capo bandito.

Le deposizioni dei verbalizzanti e le confessioni dei prevenuti, dalle quali la Corte aveva creduto di poter trarre la prova della condotta necessitata, e le argomentazioni addotte, per dimostrarla non erano persuasive e non autorizzavano la decisione presa.

Dopo il duro esperimento fatto con i giovani continentali Trucco, Celestini e Forniz, che, diventati confidenti della polizia, “contribuirono a scoprire molti segreti della banda, ad identificarne i componenti ed a farne arrestare parecchi, tra cui la madre e la sorella” dello stesso Giuliano, questi non avrebbe di certo commesso il puerile errore di costringere dei giovani dabbene a presentarsi al suo cospetto e ad associarsi nolenti ad una grave azione delittuosa preparata con minuziosa cura; per assicurarsi il successo, egli aveva bisogno di gregari audaci, obbedienti, fedeli e – come aveva detto Mazzola Vito – ordinò difatti che fossero scelti fra elementi fidati, quali appunto erano i “picciotti”, tutti compaesani e legati ai banditi da stretti vincoli di parentela o di amicizia.

Solo alcuni di essi – Terranova Antonino di Salvatore, Sapienza Vincenzo e Musso Gioacchino – avevano concretamente parlato di uno stato d’intimidazione, per altro non credibile, e tutte le risultanze del processo confluivano alla sicura dimostrazione di una libera partecipazione alla impresa criminosa: dal contegno anteriore a quello successivo, alla causale del delitto. Invero nessuno dei “picciotti” aveva informato i propri familiari di quel conturbante invito per averne consiglio e nessuno aveva chiesto protezione alla forze dell’ordine; anzi, tutti si erano adoperati a sviare le preoccupazioni che il loro confabulare sospetto con elementi della banda doveva aver destato nei familiari ed, al ritorno dallo spaventoso eccidio, non avevano sentito il bisogno di riversare nel seno materno il dolore, il turbamento, il rimorso che, artefici forzati di tanto scempio, logicamente avrebbero avvertito; tennero invece un contegno sereno e controllato, indice di spiccata tendenza a delinquere, come appariva dalle dichiarazioni ai carabinieri di Pretti Domenico, Tinervia Francesco, Terranova Antonino, Buffa Antonino. Non si poteva neanche dire che per essi non esisteva causale, come i primi giudici avevano ritenuto, questi consistendo “nel desiderio di locupletazione, nel desiderio di aiutare un prossimo congiunto già compromesso nei delitti della banda, nel fatto che, inclini al delitto e fantasiosi, mossi da spirito di avventura e da istinti sanguinari, avevano agognato di essere elevati a rango di componente effettivo di quella banda purtroppo tristemente nota in tutto il mondo”.

In conseguenza la responsabilità penale di Sapienza Vincenzo, Pretti Domenico, Buffa Antonino, Buffa Vincenzo, Musso Gioacchino, Terranova Antonino di Salvatore, Tinervia Giuseppe, Sapienza Giuseppe di Tommaso, Russo Giovanni, Cristiano Giuseppe, Gaglio Antonino, Tinervia Francesco, Di Misa Giuseppe, Lo Cullo Pietro e Sapienza Giuseppe di Francesco, in ordine al concorso nel delitto di strage consumata a Portella della Ginestra ed agli assalti alle sedi comuniste, avrebbe dovuto essere affermata; come del pari affermata avrebbe dovuto essere quella di Di Lorenzo Giuseppe per la partecipazione al fatto delittuoso di Carini ed agli altri fatti concertati nella riunione di Testa di Corsa; con la condanna alle pene di giustizia e conseguenze di legge.

Ha segnalato inoltre il PM che nel dispositivo della sentenza: 1. non era riportata la pronuncia di assoluzione (contenuta nella motivazione a fol. 825) di Buffa Antonino, Musso Gioacchino, Terranova Antonino di Salvatore dal concorso in danneggiamento alla sede comunista di S. Giuseppe Jato (lettera M delle imputazioni); 2. si era omesso di pronunziare la sottoposizione a libertà vigilata di Russo Angelo, inteso “Angelinazzu”, e di Pisciotta Vincenzo, nonostante che nella motivazione (fol. 835 della sentenza) si facesse cenno all’applicazione di tale misura di sicurezza; 3. non erano riportate le pronunzie di assoluzione: di Sapienza Vincenzo e Pretti Domenico per l’assalto alla sede del Partito comunista di Borgetto (lettera L delle imputazioni); degli stessi, nonché di Terranova Antonino di Salvatore, Buffa Antonino e Musso Gioacchino per l’assalto alla sede del Partito comunista di S. Giuseppe Jato (lett. M delle imputazioni) e per la partecipazione alle riunioni di Belvedere o Testa di Corsa (lettera P delle imputazioni); in correlazione ai motivi della sentenza (fol. 760 e segg.; 824 della motivazione); e chiese che tali omissioni fossero colmate.

II. Pisciotta Gaspare, Terranova Antonino fu Giuseppe, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Badalamenti Nunzio, Gaglio Francesco, Pisciotta Vincenzo, Russo Angelo hanno censurato ampiamente la sentenza con motivi principali e con motivi aggiunti, sottoscritti dal loro difensore in primo grado.

Motivi principali.

A. Premesso che il procedimento era sorto, ed era rimasto, quale atto di pura fattura poliziesca; che i primi giudici, interpretando le risultanze generiche e specifiche del dibattimento, avevano fatto “scempio della realtà storica e giudiziaria” per costringerla nell’ambito di un precostituito divisamento; e che quei fatti strani, eccezionali ed abnormi, su cui la sentenza si era soffermata, costituivano l’indice di un sistema generalizzato; gli appellanti hanno investito innanzi tutto la decisione con due motivi di ordine generale dolendosi che la Corte di Assise: 1. non avesse allegato a sospetto un processo nel quale le prime indagini erano state fatte sotto la direzione di un ispettore generale di PS che manteneva contatti con il responsabile principale – il capo bandito Giuliano – e l’istruttoria era stata compiuta sotto il controllo di un magistrato che, alla stregua di un poliziotto, aveva avuto rapporti col medesimo personaggio; 2. ed avesse omesso di valutare, ai fini dell’attenuazione della pena, una volta affermata la responsabilità, quei “fatti abnormi” che la sentenza stessa sostanziavano, indici di un ambiente e di una situazione in cui, “per chiunque”, era estremamente difficoltoso comprendere dove cominciava il bene e dove finiva il male.

B. Assumendo, quindi, che la sentenza scorgeva una prova della partecipazione alla impresa criminosa di Portella della Ginestra nel fatto della loro appartenenza alla banda Giuliano, gli appellanti hanno mosso censura alla ordinanza 10 aprile 1951 concernente la separazione del giudizio sulla imputazione di banda armata, rilevando che la cognizione della imputazione stessa aveva carattere pregiudiziale rispetto agli altri reati loro ascritti in considerazione del nesso di causalità che fra tutti esisteva: tali reati invero non offrivano il minimo riscontro di un solo motivo di indole privata proprio di ciascuno dei compartecipi e la conoscenza dei vari momenti della appartenenza alla banda (dall’adesione a Giuliano, subito dopo la di lui promozione sul campo – a Ponte Sagana – a colonnello dell’EVIS, fino alla sua soppressione) costituiva una ragione fondamentale per la comprensione del fatto di Portella della Ginestra e degli attentati alle sedi dei partiti socialista e comunista, per l’intimo contenuto psichico, sociale e storico di quel banditismo del quale erano stati protagonisti; donde, la necessità della rinnovazione totale del dibattimento in quanto con l’ordinanza di cui sopra i primi giudici avevano frantumato la sostanziale unità della causa pregiudicandone la decisione.

C. Hanno sollevato inoltre critiche alla motivazione lamentando: 1. un mancato approfondimento delle indagini circa la provenienza della lettera portata da Sciortino Pasquale al Giuliano, lettera che, secondo Pisciotta Gaspare era pervenuta allo Sciortino a mezzo dell’on. Cusumano Geloso il quale perciò poteva essere sentito intorno al contenuto ed agli autori di essa, ai fini della causale che, come il loro difensore aveva indicato e alla Corte di primo grado, era da ricercarsi “nella ragione di stato del regno di Giuliano”; 2. il deliberato proposito di non occuparsi della mafia e del banditismo, cioè del “come questo sorse, quali furono i rapporti tra mafia e banditismo, se furono una cosa sola o se il banditismo sia una derivazione della mafia”, pur dovendo giudicare di un delitto espressione tipica di un banditismo organizzato; 3. l’inesatta valutazione delle pretese confessioni sulle quali non vi era stata istruttoria: inverosimili e contraddittorie, esse si elidevano l’un l’altra su ogni punto; non contenevano alcun principio di verità e questa anzi fuorviavano, prive essendo di qualsiasi riferimento alla correità dei due Pianello nel delitto di Portella della Ginestra, alla uccisione del campiere Busellini, al sequestro dei quattro cacciatori ed al malfattore che li aveva custoditi; 4. l’erronea valutazione dell’alibi di Pisciotta Gaspare e di quello di Terranova Antonino “Cacaova”, comune agli uomini della sua squadra, avendo la sentenza fondato il proprio ragionamento per discreditarli sopra un giuoco di ipotetiche date, invece che sulle risultanze certe del procedimento.

D. Quindi, denunziando anche le soluzioni giuridiche accolte dai primi giudici, compendiavano le doglianze mosse contro la sentenza nelle seguenti proposizioni: a) che esclusa la colpevolezza per il fatto di Portella della Ginestra, avrebbe dovuto pronunziarsi la loro assoluzione per non aver commesso il fatto o, quanto meno, per insufficienza di prove; b) che, diversamente definito il fatto di cui alla precedente lett. a), avrebbe dovuto subordinatamente farsi luogo all’applicazione dell’art. 586 cp in coordinazione con gli artt. 43, 83, 589 e 590 cp; c) che, esclusa similmente la colpevolezza circa le imputazioni relative agli attacchi alle varie sedi del Partito comunista e del Partito socialista, avrebbe dovuto pronunziarsi la loro assoluzione per non aver commesso il fatto o quanto meno per insufficienza di prove; d) che, subordinatamente, nei fatti di Partinico avrebbe dovuto escludersi l’ipotesi della strage, allo stesso modo che per i fatti di S Giuseppe Jato e di Carini; e, comunque, nella partecipazione alla riunione di Belvedere o Testa di Corsa non avrebbe potuto scorgersi una ipotesi di correità nel delitto di strage a norma dell’art. 116 cp; e) che, in ogni caso, la pena risultava eccessiva ed avrebbe dovuto riconoscersi a loro favore il concorso: 1. delle attenuanti generiche in considerazione delle eccezionali circostanze durante le quali si svolsero i fatti; 2. dell’attenuante di aver agito per motivi di particolare valore morale o sociale, la causale dell’evento essendo di natura politica e sociale; 3. dell’attenuante della qualità di “istigato” in ciascuno dei compartecipi, nella duplice ipotesi prevista dall’art. 114, capov. 2° cp; 4. dell’attenuante della quota minima di cooperazione ai sensi dell’art. 114 cp; f) che Pisciotta Vincenzo, in particolare, avrebbe dovuto essere assolto siccome non punibile a norma dell’art. 54 cp.

Motivi aggiunti

A sostegno della inattendibilità delle confessioni dei “picciotti”, gli appellanti, hanno dedotto poi ulteriormente: che, la sentenza impugnata conteneva l’esplicito riconoscimento delle torture cui i confitenti furono sottoposti e che nessuna delle confessioni esaminate presentava la minima traccia di quel “tarlo della coscienza” che spinge il reo a dire la verità; che la valutazione delle confessioni in se stesse fatta dai primi giudici non aveva il minimo senso comune, esse contemplando fatti già noti; che, inoltre, le contraddizioni e le difformità risultanti dall’esame comparativo, incompatibili con “l’istinto del vero”, dimostravano come le confessioni dei “picciotti” fossero opera artificiosa degli inquisitori.

III. Gaglio Francesco, con atto sottoscritto da altro suo difensore, ha denunziato ancora la sentenza per motivi a lui particolari, richiamandosi alla validità dell’alibi proposto, erroneamente disatteso dalla Corte, ed all’assurdità della propria confessione stragiudiziale, estortagli mediante torture e perciò contraddittoria ed inverosimile.

In aggiunta ai mezzi su esposti egli ha dedotto: che doveva farsi luogo all’ammissione della perizia medico-legale negata dai primi giudici; che, in ogni caso, risultando dalla sua confessione ai carabinieri che aveva ubbidito all’invito del Giuliano per timore, doveva essere assolto perché non punibile, ai sensi dell’art. 54 cp, al pari degli altri imputati non appartenenti alla banda; che, in subordine, avrebbe dovuto applicarsi a suo favore l’attenuante di cui all’art. 116 capov. cp “per aver commesso un delitto diverso da quello voluto”.

IV. Sciortino Pasquale – condannato in contumacia, arrestato successivamente negli Stati Uniti d’America, dove era emigrato clandestinamente, e tradotto in Italia – ha investito la sentenza con otto mezzi principali ed uno aggiunto (come appresso compendiati) sottoscritti dai suoi difensori.

Egli ha rilevato: nel rito, la necessità della rinnovazione parziale del dibattimento: a) per richiamare ad allegare agli atti del processo i verbali dei suoi interrogatori resi dopo l’estradizione all’autorità giudiziaria di Palermo con riferimento ai fatti oggetto della presente incriminazione; b) per compiere tutti gli accertamenti ulteriori che si fossero palesati indispensabili in esito all’interrogatorio cui sarebbe stato sottoposto dal giudice della impugnazione; c) per procedere a nuova ispezione della contrada Portella della Ginestra al fine di constatare “de visu” che dopo la sparatoria gli uomini defluiti dal costone roccioso dovevano necessariamente passare dinanzi ai quattro cacciatori e dovevano necessariamente seguire quell’unico sentiero che il testimone Acquaviva li aveva visti percorrere; e nel merito: 1. che avrebbe dovuto essere assolto dalle imputazioni mossegli per non aver commesso il fatto, o quanto meno, per insufficienza di prove, in considerazione: che la famosa lettera portata al cognato Giuliano Salvatore verso le ore 15 del 27 o del 28 aprile 1947, punto base per l’affermazione della sua responsabilità, non aveva alcuna attinenza con i fatti del processo: si trattava di una lettera proveniente dall’America e contenente un invito per il Giuliano ad emigrare in quel paese; che l’alibi proposto costituiva una granitica realtà che i primi giudici avevano tentato di smantellare e non erano riusciti neanche a scalfire: il 27 o il 28 aprile, a tre o quattro giorni dal matrimonio, subito dopo aver portato al cognato la lettera suddetta, era stato colto da un improvviso attacco di appendicite in conseguenza del quale era rimasto a letto per quindici giorni, nella impossibilità di partecipare alla riunione di Cippi, alla marcia da Cippi a Portella della Ginestra ed alla sparatoria dai costoni della Pizzuta, il 1° maggio; che le confessioni dei “picciotti”, costituivano il risultato di un sistema vietato dalla legge e questo rilievo era sufficiente a discreditarle; ma stava in fatto che di sedici “picciotti” solo quattro l’avevano dato presente a Cippi individuandolo attraverso una fotografia: prova fotografica, questa, irrituale e vietata per la possibilità di equivoci nel riconoscimento; del resto nessuno l’aveva visto dopo Cippi, né lungo la marcia di andata, né tra i costoni della Pizzuta, né sulla via del ritorno; inoltre, mentre esso appellante aveva il soprannome di “Pino”, vi era fra i componenti della banda un tal Sciortino Giuseppe, soprannominato “Pinuzzo”, e grande confusione avevano fatto i detti “picciotti” fra “Pino” e “Pinuzzo”, rendendo ancor più inattendibile il riconoscimento; che il numero dei partecipanti all’impresa di Portella non era stato superiore a 12, come risultava da numerosi atti del processo; che motivi di natura psicologica e morale si aggiungevano a contrastare la tesi della colpevolezza: la sua posizione sociale, diversa e più elevata, e la sua figura morale lo differenziavano da tutti gli altri imputati; aveva studiato, parlava diverse lingue, non poteva far parte di una schiera di banditi e spa­rare a cuor leggero contro una popolazione inerme; l’avere partecipato al MIS e l’essere entrato per questo in rapporti col Giuliano, colonnello dell’esercito dell’EVIS era diversa cosa; si era innamorato poi della sorella di costui e l’aveva sposata, ma non aveva mai fatto parte della banda e non si adattava alla delinquenza comune; infine, sapeva che avrebbe partecipato, come in effetti partecipò, alla festa del lavoro a Portella della Ginestra il sindaco di S. Cipirrello, Pasquale Sciortino, suo zio, ed anche per questo non avrebbe potuto far uso delle armi contro quella gente; 2. che avrebbe dovuto essere assolto dal reato di tentato omicidio in persona di Rizzo Benedetta per non aver commesso il fatto, nessuna prova esistendo che fosse stato proprio lui a ferirla; 3. che erroneamente i primi giudici avevano escluso la natura politica dei reati: solo un movente politico animò Giuliano ed in esso si inquadra e si identifica la causale che diversamente resterebbe avvolta nel mistero: a dare la colorazione politica è sufficiente che il reato sia determinato anche solo in parte da motivi politici; 4. che nei fatti di Portella della Ginestra non poteva ravvisarsi il delitto di strage, bensì e solamente il reato di cui all’art. 586 in relazione all’art. 83 cp; 5. che avrebbe dovuto essere assolto dal concorso nel reato di strage commesso da Passatempo Salvatore a Partinico per non aver commesso il fatto, mancando ogni nesso di causalità tra l’accordo di Belvedere o Testa di Corsa e la detta strage: l’art. 116 cp non poteva trovare applicazione; 6. che, in ogni caso, i primi giudici avrebbero dovuto ritenere a suo favore il concorso di circostanze attenuanti generiche, essendo stato spinto unicamente dalla sua fede politica che gli faceva vedere nel comunismo e negli aderenti a tale partito dei nemici della Sicilia e dei propri ideali separatisti.

V. Genovese Giovanni e Genovese Giuseppe, con atto sottoscritto dal loro difensore in primo grado, hanno investito la sentenza con un unico mezzo deducendo che la Corte di Assise aveva affermato la loro correità senza dimostrarla ed, in base ai risultati del dibattimento, avrebbe dovuto assolverli per non aver commesso il fatto.

Erroneamente, invero, i primi giudici avevano dato grande risalto alle dichiarazioni di Musso Gioacchino senza porsi il quesito se realmente costui potesse ricordare a distanza di ben quattro mesi il nome, il cognome ed il soprannome delle persone presenti a Cippi (non avendole viste e conosciute prima) solo in base alla indicazione fattagliene dal Terranova, l’unico che egli conoscesse; ed avevano invece disatteso con argomentazioni non persuasive una prova di alibi controllata e precisa. Stava in fatto che nessuno era stato convocato alla riunione di Cippi dai fratelli Genovese; nessuno aveva scambiato con loro una parola; nessuno dichiarava di averli visti armati; nessuno li aveva collocati nei gruppi di marcia, o li aveva veduti tra i roccioni della “Pizzuta”, o li aveva incontrati al ritorno. La verità era che i partecipanti al delitto non erano stati più di undici: un nuovo accesso della Corte sul luogo ed una più attenta ispezione avrebbero consentito di accertare che i banditi non avrebbero potuto allontanarsi dai costoni della “Pizzuta” se non passando davanti ai quattro cacciatori ed a tal fine, pertanto, si imponeva la rinnovazione parziale del dibattimento.

VI. Cucinella Giuseppe e Cucinella Antonino, con atto sottoscritto dal loro difensore in primo grado, hanno mosso censura alla sentenza osservando: 1. che avrebbero dovuto essere assolti dal reato di strage consumato a Portella per non aver commesso il fatto o, quantomeno, per insufficienza di prove: le confessioni e le chiamate di correo, su cui i primi giudici avevano fondato la loro convinzione di colpevolezza, erano elementi falsi ed effimeri, così come falsa ed effimera era stata l’istruttoria del processo; contraddittorie, incongruenti ed inverosimili per le fondamentali discordanze da cui erano inficiate, le confessioni dei “picciotti” apparivano in contrasto anche con le risultanze del processo circa il numero dei partecipanti all’azione di Portella della Ginestra e non potevano essere attese; quanto a Cucinella Antonino poi esisteva in atti la prova indiretta della fondatezza dell’alibi dedotto; 2. che, subordinatamente, la loro responsabilità penale avrebbe dovuto essere affermata in titolo di omicidio colposo essendo rimasto provato che il Giuliano e gli altri compartecipi non avevano sparato col fine di uccidere; 3. che avrebbero dovuto essere assolti dalla imputazione di concorso all’assalto della sede del Partito comunista di Partinico per non aver commesso il fatto o, quantomeno, per insufficienza di prove non essendo rimasta provata né la riunione del 20 giugno 1947 a Testa di Corsa né la loro partecipazione alla riunione stessa; 4. ma, ove pure l’una e l’altra si ammettessero, la condanna non sarebbe ugualmente giustificata, non avendo essi partecipato né materialmente, né moralmente al delitto di Partinico: delitto che, peraltro, non era di strage, bensì di omicidio punibile a titolo di colpa, a norma dell’art. 589 in relazione all’art. 83 cp; 5. che la causale politica dei delitti esaminati e le particolari condizioni di tempo e di ambiente in cui i delitti stessi furono compiuti giustificavano l’applicazione delle circostanze attenuanti generiche; 6. che con erronea valutazione delle risultanze e con semplicistica e superficiale motivazione i primi Giudici avevano negato ingresso alla perizia psichiatrica chiesta nell’interesse di Cucinella Antonino e non avevano riconosciuto a favore del medesimo il vizio parziale di mente; il Cucinella aveva presentato nell’estate del 1940 “eccessi di demenza acuta”, sì da essere ricoverato nell’ospedale di Palermo dal 28 settembre al 18 ottobre 1940, e nel 1942 era stato riformato per accertato vizio parziale di mente: si imponeva pertanto l’ammissione di un accertamento peritale sullo stato di mente dell’imputato al tempo dei fatti.

VII. Corrao Remo con atto sottoscritto dal suo difensore in primo grado, ha dedotto il seguente motivo: “mancata assoluzione per non aver commesso il fatto”, osservando che la sentenza aveva fondato il proscioglimento con formula dubitativa su mere presunzioni non sorrette da alcun elemento di prova: non era affatto certo che egli appartenesse alla banda Giuliano, nessuno lo aveva indicato presente a Cippi od a Portella della Ginestra, l’ipotesi che l’automezzo visto da alcuni componenti del gruppo Rumure fosse la sua jeep era del tutto evanescente e priva di base; in conseguenza doveva essere assolto con formula piena.

VIII. A mezzo del loro difensore di ufficio, che ha proposto l’impugnazione, Candela Vita e Cucchiara Pietro hanno censurato la sentenza deducendo: l’una, che se pure taluno dei latitanti si era trattenuto una volta nella di lei abitazione unitamente al fratello Rosario, non era rimasto provato che lei ne avesse avuto conoscenza ed avesse favorita l’ospitalità; l’altro, che per effetto del panico provato aveva mentito involontariamente, in buona fede; onde, in via principale, dovevano essere assolti dalle rispettive imputazioni per insufficienza di prove; e, subordinata­mente, attese le modalità dei fatti e la personalità di essi imputati, doveva applicarsi a loro favore l’attenuante delle circostanze generiche.

Motivi di gravame sono stati enunciati anche per il latitante Passatempo Salvatore; ma di essi, come di quelli presentati da Pisciotta Gaspare e da Russo Angelo, questa Corte non dovrà occuparsi essendo gli imputati stessi de­ceduti nelle more del giudizio di appello.

55

I. La denunzia presentata dal deputato regionale prof. Giuseppe Montalbano, in data 25 ottobre 1951 al Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Palermo, contro i monarchici on. Gianfranco Alliata, on. Tommaso Leone Marchesano e on. Giacomo Cusumano Geloso, quali mandanti della strage di Portella della Ginestra, e contro l’ispettore generale di PS Ettore Messana, quale correo nella organizzazione della strage stessa, – denunzia su cui si fece leva dinanzi alla Corte di Assise di Viterbo per chiede­re la sospensione alla del giudizio (v. n. 52 e n. 53, II, 1) – si basava essenzialmente sulle accuse lanciate da Pisciotta Gaspare e da Terranova Antonino, detto “Cacaova’’, sulle dichiarazioni rese da Genovese Giovanni al GI di Palermo, sul contenuto di una lettera anonima, per altro, non esibita, ed infine su oscure minacce cui il denunziante era stato fatto segno all’indomani di una sua mozione all’Assemblea Regionale per i fatti di Portella, da parte di tre giovinastri che l’avevano fermato per via, e da parte di un ignoto che gli aveva telefonato.

A questa denunzia – alla quale fu data pubblicità per comunicazioni fatte alla stampa dallo stesso denunziante – fecero seguito querele e denunzie degli on. Alliata, Cusumano Geloso e Leone Marchesano contro il Montalbano: a) per diffamazione a mezzo della stampa, in relazione ad analoga accusa fatta dal querelato con lettera a sua firma pubblicata nel n. 244 del quotidiano “L’Unità” del 14 ottobre 1951; b) e per calunnia, con riferimento alla incolpazione oggetto della denunzia presentata all’Autorità Giudiziaria.

In quel medesimo torno di tempo pervennero alla stessa Procura generale altre due denunzie: l’una, in data 1 novembre 1951, a firma del giornalista Caputo Vincenzo contro l’on. Antonino Varvaro, contro l’on. Girolamo Li Causi, e contro l’allora Ministro dell’Interno, on. Mario Scelba; l’altra, in data 6 novembre 1951, a firma di certo Imbronciano Giuseppe contro tale Epifanio Aiello, autista.

Il Caputo segnalò all’Autorità giudiziaria con il suo esposto il “Memoriale” a firma di Mariannina Giuliano pubblicato nel n. 55 del settimanale “Epoca” di Milano in data 27 ottobre 1951 pretendendo di scorgervi la prova della collusione dell’on. Varvaro con la banda Giuliano in relazione ai fatti di Portella della Ginestra, a causa dell’appoggio avuto nelle elezioni per il Consiglio Regionale Siciliano del 20 aprile 1947 e dell’esito delle elezioni stesse; quindi – richiamandosi vagamente alle accuse di collusione col bandito Giuliano formulate dall’on. Scelba, alla Camera dei Deputati, nella seduta del 15 settembre 1948, nei confronti del Li Causi, alle quali seguì una inchiesta parlamentare condotta da una Commissione senatoriale – asserì che rapporti erano intercorsi nel 1946 tra il senatore Li Causi e la banda Giuliano; infine attribuì al Ministro on. Scelta, sulla base delle risultanze del dibattimento in corso a Viterbo, di aver protetto la banda Giuliano a mezzo degli organi di polizia.

L’Imbronciano espose a sua volta che, poco dopo le elezioni del 18 aprile 1948, l’Aiello, che egli conosceva fin dal 1929, l’aveva avvicinato per dargli l’incarico di tentare di indurre personalità del Partito comunista ad incontrarsi col Giuliano il quale, tradito dai partiti e dagli uomini politici che aveva appoggiato nelle elezioni suddette, voleva stabilire una amichevole intesa allo scopo di cancellare il suo passato; nell’occasione l’Aiello, palesandogli di aver guidato uno degli autocarri impiegati per compiere le azioni contro le sedi comuniste di Partinico e di Borgetto, aveva soggiunto che, alla vigilia della strage di Portella della Ginestra, il col. Poletti, già ufficiale degli Affari Civili per la Sicilia del Governo militare alleato, aveva fatto pervenire al Giuliano, tramite alcuni uomini politici, una lettera contenente incoraggiamenti a compiere la strage, assicurandogli sicuro rifugio negli Stati Uniti d’America.

Tali denunzie e quelle proposte, con le dichiarazioni fatte al pubblico dibattimento dinanzi all’Assise di Viterbo, da Pisciotta Gaspare e da Terranova Antonino contro gli stessi uomini politici e contro l’on. Bernardo Mattarella furono riunite per connessione obiettiva e subiettiva e su di esse il Procuratore generale di Palermo condusse una particolareggiata ed esauriente inchiesta sommaria che ne pose in evidenza la completa infondatezza.

Pertanto con sua requisitoria 31 agosto 1953 il PG, rilevando che le “risultanze della istruttoria, obiettivamente valutate nei loro specifici elementi e nella loro complessiva ed organica unitarietà”, non si palesavano tali da consentire l’esperimento dell’azione penale nei confronti di alcuno dei denunziati, concluse per l’archiviazione degli atti ai sensi dell’art. 74 cp p. e la Sezione istruttoria, con decreto motivato in data 9 dicembre 1953, decise in conformità.

II. Il 22 gennaio 1954, in base alle risultanze del dibattimento svoltosi dinanzi alla Corte di Assise di Viterbo e ad altri elementi, il Procuratore generale presso la Corte di Appello di Palermo iniziò procedimento penale contro Provenzano Giovanni, Licari Pietro, Italiano Vincenzo, Provenzano Carlo e rimise l’istruzione alla Sezione istruttoria.

Del Licari si è già detto avanti (v. n. 51, B): era stato indicato da Pisciotta Gaspare per colui che a Portella della Ginestra aveva custodito i quattro cacciatori; e di lui, quale partecipante alla strage, avevano fatto menzione anche Pisciotta Francesco, Mannino Frank, e Terranova Antonino, inteso “Cacaova”

Di Provenzano Giovanni, studente in medicina, da Montelepre, aveva parlato del pari Pisciotta Gaspare come di un attivo cooperatore della banda (v. n. 51, A, II) attribuendogli, fra l’atro di aver accompagnato presso il Giuliano gli esponenti politici che avevano avuto rapporti con lui, quali ad es. l’on. Cusumano Geloso, in località “Parrino”, dopo le elezioni del 1948. Mannino Frank aveva detto di lui che soleva tenere informato il Giuliano dei movimenti della polizia, specificando che questi, dopo l’arresto di Lombardo Giacomo (v. n. 34) ebbe ad incaricarlo di recapitare al maresciallo dei carabinieri Lo Bianco – che però ha escluso il fatto recisamente – una lettera e la somma di L. 300.000 affinché non maltrattasse il Lombardo. Terranova Antonino, confermando i detti di Pisciotta Gaspare aveva, a sua volta, precisato che proprio presso il Provenzano i carabinieri avevano sequestrato (tuttavia l’affermazione non trova riscontro e i testi Lo Bianco e Calandra hanno escluso l’operazione) quattro apparecchi radio trasmittenti e riceventi destinati alla banda.

All’Italiano Vincenzo, quale affiliato al sodalizio criminoso del Giuliano, aveva fatto similmente allusione il Pi­sciotta. A dire di costui, aveva condotto a Salemi, per la nota intervista, i sigg. Rizza, Meldolesi e D’Ambrosio; poi li aveva accompagnati a Roma ricevendo un premio di mezzo milione di lire. Però l’Italiano, sentito dalla Corte di Assise quale testimone, aveva smentito il Pisciotta che, pur mantenendo l’assunto, non aveva respinto la smentita limitandosi a dire che la persona da lui menzionata non s’identificava nel teste (V/8, 1024).

A parte che, secondo le informazioni dell’Ispettorato generale di PS per la Sicilia, Provenzano Giovanni era da ritenersi sicuro favoreggiatore della banda e persona di fiducia del capo bandito (fu assegnato dalla Commissione Provinciale con ordinanza 2.10.1948 al confino di polizia per anni cinque, ridotti dalla Commissione Centrale il 3.12.1949 ad anni uno); altri elementi a carico di lui, come pure elementi a carico del fratello Carlo, erano emersi da ulteriori dichiarazioni giudiziali di Pisciotta Gaspare, confermate dal padre Pisciotta Salvatore, nonché da propalazioni del bandito Candela Rosario inteso “Vuturi”.

Invero il 12 febbraio 1953, nel corso di un processo celebratosi a Palermo, Pisciotta Gaspare, nel discolparsi, aveva asserito che nel giugno 1946, dopo la emanazione del decreto di amnistia, Provenzano Carlo, vantando aderenze presso gli uffici giudiziari competenti, aveva ottenuto da lui, dal padre di lui e da Passatempo Salvatore la somma di lire 150.000 ciascuno onde far revocare, in applicazione della amnistia, i mandati di cattura emessi a loro carico; il Provenzano gli aveva in effetti consegnato una specie di salvacondotto provvisorio, in base al quale aveva creduto di poter circolare liberamente, e la sera del 17 agosto 1946, fermato dal maresciallo dei carabinieri Santucci e dall’appuntato Magli, a stento aveva potuto sottrarsi alla cattura (v. n 50).

Il 21 luglio 1953, dopo la definizione all’Assise di Palermo di un processo per vari crimini della banda Giuliano, tra cui il sequestro a scopo di estorsione dell’industriale Giov. Battista Virga (v. n. 5, g, 1), Candela Rosario detto “Vuturi” – che aveva riportato condanna a trent’anni di reclusione –, con “Memoriale” inviato all’Autorità giudiziaria per chiarire come stavano i fatti, ed alla stessa confermato, aveva indicato Provenzano Giovanni come uno dei concorrenti nel suddetto sequestro.

In seguito, dopo la morte di Pisciotta Gaspare avvenuta nel Carcere di Palermo per veneficio, l’accusa del Candela era stata ribadita anche da Pisciotta Salvatore e da questi estesa a Provenzano Carlo.

Non interessa considerare i risultati della istruttoria: i testi Cuccia, Sirchia, Fusco e Riolo non riconobbero nel Licari colui che li aveva custoditi, però prima di procedere alla ricognizione rappresentarono al magistrato la grave difficoltà e la scarsa probabilità, a sette anni di distanza, di poter identificare il bandito; gli imputati si dissero innocenti e Provenzano Carlo (Giovanni si era dato alla latitanza) attribuì l’accusa a vendetta, in quanto, con grave risentimento di Pisciotta Gaspare, il fratello Giovanni non aveva secondato dinanzi all’Assise di Viterbo la linea di difesa di costui non accreditando le di lui false dichiarazioni intorno ai mandanti; e la Sezione istruttoria con sentenza 15 giugno 1955, ordinato lo stralcio degli atti circa il reato di partecipazione a banda armata a carico del Licari, dichiarò di non doversi procedere nei confronti di tutti, in ordine alle imputazioni mosse a ciascuno, per insufficienza di prove. La Corte di Cassazione con sentenza 5 marzo 1956 ha rigettato i ricorsi del Procuratore generale e degli imputati.

Ma, ai fini delle valutazioni che seguiranno, è necessario far menzione, invece, dell’atteggiamento tenuto nel processo da Pisciotta Francesco, da Mannino Frank, da Terranova Antonino “Cacaova”, perché illumina la psicologia e la personalità.

Il Pisciotta confermò nei confronti del Licari quanto sostanzialmente aveva detto a Viterbo aggiungendo che di costui, quale concorrente alla strage e custode dei cacciatori sequestrati, gli aveva parlato il Terranova già prima del loro arresto e poi ancora nelle carceri di Palermo avanti di essere tradotti a Viterbo; mentre nei confronti degli altri non volle rendere alcuna dichiarazione.

Il Mannino ed il Terranova furono più cauti: non ritrattarono quanto avevano detto ma rifiutarono di fare precisazioni ulteriori; in particolare il Terranova dichiarò: “non intendo aggiungere altro, non voglio neanche dire se (a Viterbo) ho detto il vero o il falso. Sono in condizioni di spirito tale da non poter parlare; forse potrò dire qualche cosa dopo che sarà celebrato il giudizio di appello per la strage di Portella, o meglio potrò fare delle dichiarazioni durante lo svolgimento di quel giudizio”.

In questo atteggiamento rimasero fermi per alcun tempo ed anche il Pisciotta vi si allineò allorché successivamente disse “non so neppure se confermare o smentire tutto quanto ebbi a dichiarare a Viterbo, ripeto che per il momento preferisco tacere”.

Ma dopo l’emissione del mandato di cattura contro i fra­telli Provenzano e l’arresto di Provenzano Carlo, avvenuto l’8 dicembre 1954, si manifestò un deciso orientamento collettivo di ritrattazione e di smentita.

Candela Rosario, inteso “Vuturi”, messo a confronto con Provenzano Carlo, negò immediatamente ogni contenuto di verità al “Memoriale” 21.7.1953, che definì “frutto della sua fanta­sia eccitata dal dibattimento”, affermando di non aver mai visto fra i banditi della banda Giuliano né Carlo, né Giovanni Provenzano.

Terranova Antonino, nel corso di una perquisizione straordinaria, fu colto in possesso di una lettera da lui stesso scritta per farla recapitare clandestinamente – così disse – a Pisciotta Salvatore onde esortarlo a ritirare le accuse fatte ai Provenzano che sapeva innocenti; ed, interrogato, asserì di aver saputo da Gaspare Pisciotta che non avevano partecipato al sequestro del Virga ed aggiunse di non averli mai visti tra i banditi, né parlare, sia pure occasionalmente, col Giuliano.

Similmente si comportarono Mannino Frank e Pisciotta Francesco assumendo di non aver mai visto i Provenzano fra gli aderenti alla banda; ed altrettanto fece da ultimo Pisciotta Salvatore senza che l’esortazione del Terranova gli pervenisse. Invero egli, che aveva mantenuto l’accusa pure in confronto con Provenzano Carlo, chiese di essere interrogato per ritrattarla spiegando di aver falsamente incolpato i fratelli Provenzano in preda “all’odio contro tutto e contro tutti” da cui era stato preso dopo la morte del figlio Gaspare.

III. A conclusione delle investigazioni compiute in ordine all’attività associativa dei componenti la banda Giuliano la Sezione istruttoria presso la Corte di Appello di Palermo, con sentenze 28 luglio 1951 n. 905/46 e 9 dicembre 1953 n. 1100/50, concernenti, l’una il ciclo criminoso compreso tra il 31 gennaio 1944 e l’autunno del 1946, l’altra il ciclo successivo fino alla morte del Giuliano, ordinò il rinvio a giudizio dinanzi al Tribunale di Palermo di n. 79 imputati accusati tutti di appartenenza a banda armata e molti anche di detenzione abusiva di armi, munizioni ed esplosivi da guerra.

Il Tribunale, previa riunione dei giudizi, con sentenza 13 maggio 1954 n. 1217, dichiarò la colpevolezza di quasi tutti gli imputati e tra essi – per quel che nel presente giudizio interessa – di Gaglio Francesco inteso “Reversino”, di Di Lorenzo Giuseppe, inteso “Peppe di Flavia”, di Terranova Antonino inteso “Cacaova”, di Genovese Giovanni inteso “Manfrè”, di Genovese Giuseppe inteso “Manfrè”, di Mannino Frank inteso “Lampo”, di Pisciotta Francesco inteso “Mpompò”, di Sciortino Pasquale inteso “Pino”, di Cucinella Giuseppe inteso “Purrazzuolu”, di Cucinella Antonino inteso “Purrazzuolu”, di Badalamenti Nunzio inteso “Culubiancu”, di Corrao Remo, di Mazzola Vito e di Giuliano Marianna, sorella del capo bandito.

La Corte di Appello di Palermo, con sentenza 28 luglio 1955 n. 630, ha confermato nei riguardi dei suddetti la pronuncia di condanna, ma deve dirsi che gli imputati hanno proposto ricorso per cassazione e la sentenza non è definitiva.

IV. La Corte di Assise di Palermo, procedendo a giudizio nei confronti di Cucinella Giuseppe per altri reati, dispose con ordinanza 15 maggio 1955 una indagine psichiatrica in persona dello stesso onde accertare, ai fini della sospensione del procedimento, se si trovasse o non in tale stato di mente da escludere la capacità di intendere e di volere, nonché se fosse in conseguenza da ritenersi socialmente pericoloso.

Ricoverato al manicomio giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto, Cucinella Giuseppe fu sottoposto ad osservazione psichiatrica e i periti alienisti dott. Aldo Madia e dott. Giuseppe Messina, compiute le investigazioni opportune, riferirono con relazione 14 luglio 1955 che il medesimo presentava, sovrapposta su di un quadro di oligofrenia bio-cerebropatica di medio grado, una sindrome schizofrenica insorta nell’agosto 1954, manifestatasi attraverso i segni clinici di una sindrome affettiva a carattere depressivo, e che versava in tale stato di infermità mentale da escludere la capacità di intendere e di volere; espressero inoltre il parere che, a causa dell’infermità, egli fosse socialmente pericoloso.

In conseguenza, la detta Corte di Assise dispose in data 6 ottobre 1955 la sospensione del menzionato procedimento ed in seguito, in data 3 gennaio 1956, ordinò la sospensione anche di altro procedimento a carico dello stesso imputato, ai sensi dell’art. 88 cp p. per sopravvenuta infermità di mente.


PARTE TERZA

[…]

6. A. Investita dalla cognizione dei gravami, questa Corte su conforme richiesta del PM, dichiarava con sentenza 28 febbraio 1956, pronunziata in camera di consiglio a norma dell’art. 421 cpp, di non doversi procedere, per estinzione dei reati a causa di morte del reo prima della condanna, nei confronti di Passatempo Salvatore, di Pisciotta Gaspare e di Russo Angelo deceduti nelle more del giudizio di appello, il Passatempo in contrada “Sparacia” di Camporeale tra il 6 e il 7 agosto 1952, gli altri nelle carceri di Palermo rispettivamente il 9 febbraio e il 3 marzo 1954.

Quindi, con ordinanza 2 marzo 1956, questa Corte, acquisiti agli atti copia della menzionata perizia psichiatrica, nonché copia delle correlative ordinanze pronunziate dalla Corte di Assise di Palermo, e ritenuta la inutilità di ulteriori accertamenti, disponeva la sospensione del presente procedimento nei confronti dell’imputato detenuto Cucinella Giuseppe, citato e non comparso, permanendo il suo stato di incapacità per infermità di mente.

Il giudizio si è svolto in contumacia degli imputati di Francesco, Di Misa Giuseppe, Lo Cullo Pietro, Candela Vita, Cucchiara Pietro, Palma Abate Francesco, Rizzo Francesco, che legalmente citati non si sono presentati senza che esistesse alcun legittimo impedimento a comparire; ed in assenza degli imputati, pure liberi Tinervia Giuseppe, Russo Giovanni, Terranova Antonino di Salvatore e Buffa Antonino, che comparsi si sono assentati prima di aver reso l’interrogatorio consentendo che il dibattimento avesse luogo ugualmente, nonché degli imputati, detenuti per altra causa, Cristiano Giuseppe, Di Lorenzo Giuseppe, Mazzola Vito e Corrao Remo che non sono comparsi ed hanno chiesto che il dibattimento avvenisse in loro assenza.

Le parti civili presenti in primo grado sono intervenute e anche in questa fase del giudizio ad eccezione di Addano Leonardo, Allotta Filippo,Parrino Giuseppe e Schirò Pietro che sono rimasti assenti.

La Corte ha respinto le istanze: 1. di rinnovazione totale del dibattimento proposte dai difensori in questo grado degli imputati Terranova Antonino fu Giuseppe, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, allo scopo di consentire ai giudici popolari (profilo diverso da quello prospettato con i motivi d’impugnazione) di rendersi direttamente conto dei vari problemi e dei riflessi difficilissimi della situazione ambientale della prova, nonché del difensore dell’imputato Pisciotta Vincenzo al fine di acquisire nuovi elementi atti ad eliminare la perplessità che pervade la sentenza impugnata (ordinanza 27.4.1956; W/2, 218); 2. di rinnovazione parziale: per richiamare ed acquisire agli atti i processi elencati a fol. 54 del vol. W/1, proposta dai difensori degli imputati Terranova, Mannino e Pisciotta Francesco (ordinanza 20.3.19–56; /, 58); per nuovo accesso a Cippi e riesame sul luogo dei testimoni verbalizzanti, proposta dai difensori dei suddetti imputati; per nuovo accesso a Portella della Ginestra, onde constatare che gli uomini defluiti dal costone roccioso dopo la sparatoria dovevano passare tutti necessariamente davanti ai quattro cacciatori, alla cui vista perciò non avrebbero potuto sfuggire, ed allo scopo altresì di acquisire elementi per l’accertamento della volontà omicida, proposta dai difensori degli imputati suddetti e dai difensori degli imputati Sciortino Pasquale e Genovese Giovanni e Giuseppe; per accesso a Montelepre e nelle altre circostanti località da cui in particolare sarebbero partiti Sapienza Vincenzo, Pisciotta Vincenzo e Cristiano Giuseppe per recarsi a Cippi, proposta dai difensori degli imputati Terranova Antonino fu Giuseppe, Mannino Frank, Pisciotta Francesco al fine di accertare la distanza e stabilire la verosimiglianza delle dichiarazioni rese dai predetti Sapienza, Pisciotta e Cristiano; per sottoporre gli imputati Terranova Antonino fu Giuseppe, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Gaglio Francesco ad interrogatorio col procedimento della narcoanalisi o, subordinatamente, mediante controllo del poligrafo di Keeler, altrimenti detto “Lie detector”, ossia registratore della menzogna, nonché per sottoporre l’imputato Pisciotta Vincenzo ad interrogatorio col controllo di tale strumento, proposta dai rispettivi difensori e dal Gaglio personalmente; per l’esame del teste Milazzo Salvatore e per l’ammissione di perizia psichiatrica in persona dell’imputato Cucinella Antonino, proposte l’una e l’altra dal difensore del medesimo; per richiamare ed acquisire agli atti il processo contro tal Rimi ed altri in corso di giudizio dinanzi alla Corte di Assise di Palermo, proposta dal difensore dell’imputato Pretti Domenico e di altri “picciotti”; per il riesame dei testimoni Calandra Giuseppe, Santucci Pierino, Salsedo Giuseppe, nonché per compiere gli atti di confronto del caso tra gli imputati Sapienza Vincenzo e Giuseppe di Tommaso, Mazzola Vito, Terranova Antonino di Salvatore, Tinervia Francesco e Giuseppe, Buffa Antonino, Musso Gioacchino e Russo Giovanni da una parte e Sciortino Pasquale dall’altra, proposta dal difensore di questo ultimo; e per l’eventuale riesame dei testi Paolantonio, Luca e Perenze, nonché per l’audizione dei testi Pisciotta Pietro e Giuliano Giuseppe, proposta dalla difesa delle parti civili (ordinanza 27.4.1956; W/2, 218); per il riesame dei testi Ronzelli e Misuraca sull’alibi dedotto dall’imputato Badalamenti Nunzio, proposta dal difensore del medesimo (ordinanza 9.5.1956; W/2, 293); per l’audizione dei testi Di Cara e Pellitteri e per il riesame dei testi Sirchia, Riolo, Cuccia, Fusco proposta dai difensori dell’imputato Sciortino; per il riesame del teste Calandra e per l’esame del teste Pisciotta Pietro proposta dal difensore dei fratelli Genovese (ordinanze 14 e 22 maggio 1956; W/2, 329 e 369).

E, in parziale rinnovazione del dibattimento, aderendo alle richieste formulate dalle parti, la Corte:

I. ha richiesto ed acquisito al processo per visione:

a) gli atti della inchiesta giudiziaria relativa alle denunzie contro i pretesi mandanti della strage di Portella della Ginestra (n.2/53 Procura Generale Palermo) conclusa con decreto di archiviazione (v. n.55, I);

b) gli atti del processo penale contro Provenzano Giovanni, Licari Pietro, Italiano Vincenzo, Provenzano Carlo (n. 4/54 Sez. Istrutt. Corte App. Palermo) definito con sentenza istruttoria di proscioglimento (v.n.55, II);

c) gli atti del processo penale per banda armata (n.ri 2104/52 e 173/54 Trib. Palermo) definito con sentenza della Corte di Appello di Palermo 28.7.1955 n.630, gravata di ricorso per cassazione (v. n.55, III);

d) gli atti del processo penale contro Terranova Antonino fu Giuseppe, Mannino Prank e Pisciotta Francesco per sequestro di persona a scopo di estorsione in pregiudizio di Schirò Nicola e Maggio Stefano (n. 1/1952) – definito con sentenza della Corte di Assise di Palermo 20.10.1952, gravata di appello, del quale si dirà più avanti (ordinanza 20.3.1956: W/1, 58);

e) gli atti del processo penale (n. 858/5 Sez. Istr. Corte App. Palermo) contro Terranova Antonino fu Giuseppe, Pisciotta Francesco, Palma Abate Francesco, Candela Rosario (deceduto), Mannino Frank, Taormina Angelo (deceduto) per tentato omicidio aggravato in persona del maresciallo dei carabinieri Giannangeli Giorgio ed altri reati, in dipendenza dal conflitto a fuoco avvenuto in contrada Pernice di Camporeale il 3 maggio 1947 (v. n.14), definito con sentenza istruttoria di proscioglimento (ordinanza 14.5.56 W/2, 329); ed, in conformità ai criteri della Corte stessa fissati con ordinanza 18 maggio 1956, si è data lettura di tutti gli atti e documenti inseriti nei fascicoli processuali di cui alle lett. b) ed e), degli interrogatori resi dagli imputati nei procedimenti di cui alle lett. c) e d) e dei documenti dei rapporti, degli esposti, delle denunzie inseriti nei fascicoli relativi ai procedimenti stessi, non compresi nel divieto di cui all’art. 464 cpp;

II. ha richiesto ed acquisito al processo, informazioni e documenti vari fra cui: il registro di richiesta di pubblicazioni di matrimonio del Comune di Montelepre per l’anno1947 e gli allegati all’atto del matrimonio religioso con effetti civili di Sciortino Pasquale e Marianna Giuliano; copia del fascicolo degli atti relativi allo stesso matrimonio esistente presso l’Ufficio Parrocchiale; della Chiesa Matrice di Montelepre; informazioni e documenti circa il servizio militare e l’attivita partigiana dell’imputato Sciortino Pasquale;

III. ha proceduto all’esame dei testi: a) Gaglio Francesco di Damiano, Scamarda Sciortino Santa, Cangelosi Francesco, Cangelosi Vincenza, Di Paola Maria, Candela Marianna, Spica Rosa, Caruso Elisabetta, Cracchiolo Antonino, Scalia Giuseppe, sull’alibi dell’imputato Sciortino Pasquale; b) Caradonna Vito sull’alibi di Terranova Antonino, Mannino Frank, Pisciotta Francesco; c) e Rizzuto Di Giuseppe sull’alibi di Pisciotta Vincenzo.

B. Riservando all’esame dei motivi d’impugnazione la valutazione coordinata dei nuovi elementi di prova emersi attraverso la parziale rinnovazione del dibattimento, giova notare intanto che nella presente fase del giudizio gli imputati principali, non più divisi da contrastanti finalità ed accomunati da uno stesso intento di difesa, hanno mutato atteggiamento, in special modo Terranova Antonino fu Giuseppe e quelli del suo gruppo che, ritrattando le accuse fatte in primo grado ne hanno attribuito l’iniziativa e la responsabilità a Pisciotta Gaspare cui avevano riposto piena fiducia: questi avvicinava il Giuliano, ne aveva la confidenza, era stato con lui fino all’ultimo, e ben poteva conoscere la realtà di quegli avvenimenti. Essi non sapevano nulla né degli asseriti mandanti, né degli esecutori materiali dei delitti ad essi imputati attribuiti; avevano mentito per sostenere le affermazioni del Pisciotta e vi si erano prestati in buona fede, per suo suggerimento, convinti di avallare e di rafforzare la verità. Ma ora avevano motivi per dubitare per non credere più a quanto avevano detto.

Ha precisato il Terranova che un primo dubbio sulla sincerità di Pisciotta Gaspare era affiorato già nel dibattimento quando questi, tra i partecipanti ai fatti di Portella della Ginestra, aveva menzionato Barone Francesco che, secondo il Mannino, era a quel tempo emigrato in America; ma, per consiglio avuto da una persona che non desiderava nominare, si erano allora astenuti dal palesarlo.

Un secondo dubbio si era profilato successivamente in relazione all’asserito concorso di Salvatore Ferreri nell’eccidio di Portella. Nelle carceri di Palermo, dove egli era stato tradotto dopo la celebrazione del processo di Viterbo, aveva appreso che certo Calamia Vincenzo, mugnaio, da Alcamo, vittima di un sequestro di persona a scopo di estorsione consumato il 1° maggio 1947 da individui non identificati, di tal che il processo si era chiuso contro ignoti, aveva palesato di essere stato sequestrato da Salvatore Ferreri; donde la conseguenza che costui, se stava ad Alcamo e vi aveva eseguito il sequestro del Calamia, non poteva aver preso parte all’azione di Portella e Pisciotta Gaspare aveva mentito. Ben vero che il nome del Ferreri l’aveva fatto lui già prima del Pisciotta (al GI il 1.2.1950) unitamente ai nomi dei fratelli Pianello, dei fratelli Passatempo, dello stesso Pisciotta Gaspare, ma aveva inteso riferire soltanto una “convinzione” personale tratta dai loro discorsi, convinzione della quale poi aveva dubitato, tanto che nel primo dibattimento celebrato a Viterbo non aveva più fatto parola del Ferreri.

Inoltre un terzo dubbio gli veniva dall’avere appreso, nel corso di un colloquio con sua moglie nelle carceri di Palermo, che, secondo si diceva a Montelepre, al tempo dei fatti di Portella della Ginestra, Sciortino Pasquale era ammalato.

Se adunque Pisciotta Gaspare si coglieva in mendacio sul Barone, sul Ferreri, sullo Sciortino, ben poteva pensarsi che avesse mentito anche nel resto. Però non era in grado di affermarlo: nel processo contro il Licari e gli altri aveva tenuto un atteggiamento agnostico perché ignorava, come tuttora non sapeva, se il Pisciotta avesse detto il vero o il falso (W/1,98).

Ma postisi ormai sulla via della smentita il Mannino è andato più oltre nel demolire quanto in primo grado essi avevano costruito: Pisciotta Gaspare ha mentito – egli ha detto – e non è credibile: a) perché è provato per la deposizione del maresciallo dei carabinieri Calandra Giuseppe, sentito quale teste nel procedimento penale per banda armata, che il Barone era emigrato prima dei fatti di Portella della Ginestra; b) perché Licari Pietro non è stato riconosciuto dai quattro cacciatori per il bandito che li aveva custoditi; c) perché infine Pisciotta Gaspare ha accusato falsamente anche un certo Rimi dell’assassinio del notaio Triolo.

E il Terranova è prontamente intervenuto a spiegare che il Pisciotta si era indotto all’accusa del Rimi nella speranza essendo questi amico dell’on. Mattarella di un indiretto aiuto e perché aveva speculato sul dolore dei famigliari della vittima che, pur di sapere dove il loro congiunto fosse sepolto e di conoscere il nome degli assassini, non avevano esitato a versargli una notevole somma di danaro (W/1, 119).

L’abito mentale che li distingue, e del quale si farà cenno più avanti, li ha spinti a svelare, per ammantarsi di sincerità, che la famosa missione a Balletto, cui tanto tenacemente avevano ancorato l’alibi, altro non era che una menzogna sulla quale si erano adagiati – come ha palesato il Terranova – per uniformarsi al memoriale del Giuliano che, a suo dire, l’aveva escogitato, non per difenderli e per difendersi, ma “per mascherare di fronte al pubblico, che lo conosceva per capo ferreo”, la loro defezione (W/1, 70) e la sua diminuzione di autorità: giacché, per non partecipare ai fatti di Portella della Ginestra, si erano allontanati da Montelepre, ad insaputa di lui, tra il 27 ed il 28 aprile.

Pisciotta Francesco si è allineato, nel modo che le sue risorse mentali gli consentivano, al Terranova ed al Mannino, sostanzialmente coerenti e conformi alle dichiarazioni rese in primo grado sono stati i fratelli Genovese, ponendo cura nel parlare il meno possibile ed insistendo sull’alibi che li riguarda; nulla di nuovo hanno detto Gaglio Francesco, Cucinella Antonino, Badalamenti Nunzio, il Pisciotta Vincenzo; mentre l’atteggiamento di Sciortino Pasquale, interrogato nel presente processo per la prima volta, è stato quanto mai sintomatico e rivelatore.

Lo Sciortino ha protestato la sua innocenza in relazione a tutti i reati ascrittigli. Mai – egli ha detto – aveva fatto parte della banda Giuliano, neanche durante i moti dell’EVIS nei quali si era limitato a svolgere attività di propaganda mediante conferenze tenute a Montelepre, a Borgetto, a Partinico ed in altre località della provincia di Palermo. Con il Giuliano aveva avuto scarsi rapporti: gli era stato presentato dal barone Stefano La Motta tra il settembre e l’ottobre 1945 al convegno di Ponte Sagana, dove i comunisti “avevano gettato le basi delle azioni future” e dove, insieme con i gradi militari, il La Motta aveva consegnato al capo bandito un libretto di ricevute per annotarvi gli ordini di requisizione. Del finanziamento si era parlato in una seduta, tenuta successivamente a Palermo, nella quale oltre a lui avevano partecipato Lucio Tasca, Concetto Gallo, l’on. Castrogiovanni, il barone La Motta ed il colonnello Poletti che aveva promesso di mettere a disposizione 14 armi automatiche, 36 casse di bombe a mano di fabbricazione italiana e 84 divise; il Tasca ed il La Motta si erano impegnati a versare somme non precisate di danaro e lui, o meglio suo nonno, Micciché Antonino, aveva contribuito all’impresa con un milione e trecentomila lire (W/2, 159).

Dopo l’incontro di Ponte Sagana aveva rivisto il Giuliano soltanto il 18 aprile 1947, a “Mortilla” di S. Cipirrello, in ben diverse circostanze. Durante la sua detenzione per i fatti dell’EVIS, essendo ricoverato nel camerone della infermeria insieme con Giuseppe Giuliano, aveva conosciuto Mariannina Giuliano, venuta con la madre a visitare il fratello, ed una subitanea simpatia era sorta tra loro, simpatia che ben presto – appena dimesso dal carcere in applicazione dell’amnistia – aveva alimentato una relazione sentimentale.

L’assiduità della Giuliano in S. Cipirrello aveva allarmato però i famigliari di lui che non vedevano quella relazione con favore temendo fastidi da parte della polizia; il nonno gliene aveva mosso rimprovero e l’aveva indotto a rallentare i rapporti con lei in attesa che la situazione di Salvatore Giuliano si fosse chiarita. Senonché cotesto atteggiamento temporeggiatore non era piaciuto al capo bandito che nei primi giorni di aprile l’aveva fatto diffidare ad affrettare i tempi e il 18 dello stesso mese, rotti gli indugi, era andato da lui, in contrada “Mortilla”, ad intimargli personalmente la sua volontà (lo Sciortino in precedenza, sentito nella inchiesta giudiziaria sui pretesi mandanti, aveva detto di essere stato sequestrato dal Giuliano e da quattro suoi gregari armati); cosicché, costrettovi in tal modo, non aveva potuto sottrarsi al matrimonio che era stato celebrato da un sacerdote, in casa Giuliano, a Montelepre, la sera del 24 aprile.

Degli attuali coimputati prima d’ora non ne aveva conosciuto alcuno, nemmeno durante i fatti dell’EVIS, salvo Giuseppe e Giovanni Genovese a causa dell’affidamento in gabella di un centinaio di pecore appartenenti a suo nonno, rapporto questo cessato nell’agosto 1946 allo scadere dell’anno di gabella; e non ne aveva veduto alcuno neanche al suo matrimonio, cui erano intervenute “pochissime persone, per lo più parenti dei Giuliano e quasi tutte donne”.

I suoi rapporti col capo bandito non erano buoni: questi era indignato con lui perché nelle dichiarazioni rese dopo l’arresto ai carabinieri, venendo meno alla legge dell’omertà, aveva rivelato notizie sull’organizzazione militare dell’EVIS e sugli accordi intervenuti con i capi del movimento. Inoltre non esisteva tra loro neppure identità di concezioni politiche: dopo la scissione del MIS in due correnti, diversamente dal Giuliano, aveva aderito alla corrente monarchico–liberale che faceva capo all’on. Andrea Finocchiaro aprile; personalmente poi non era stato mai anticomunista, tanto che, in occasione delle elezioni comunali dell’ottobre 1946, alcuni esponenti del Blocco del Popolo in S. Cipirrello l’avevano designato quale capolista e, declinando l’invito per consiglio del nonno, egli stesso aveva fatto il nome dello zio Pasquale Sciortino il quale poi era stato eletto sindaco di quel comune. Poteva anzi dire di avere svolto a S. Cipirrello attività a favore del partito comunista dando in locazione al Blocco del Popolo un locale di sua proprietà sito in via Roma per tenervi riunioni di propaganda e curando il riavvicinamento di elementi comunisti al parroco don Salvatore Vicari. Fra la corrente monarchico–liberale del movimento separatista ed i partiti di estrema sinistra non esisteva lotta e nelle elezioni regionali del 20 aprile 1947 egli non aveva avversato il Blocco del Popolo per non sottrarre voti a suo zio Pasquale Sciortino.

Non confermava le dichiarazioni rese ai carabinieri il 19 gennaio ed il 5 febbraio 1946 (v. n. 4) e neanche quelle rese il 25 marzo dello stesso anno al Procuratore militare nelle carceri di Palermo, perché non rispecchiavano la verità: l’esplosivo rinvenuto nella sua macchina vi era stato sicuramente posto da qualcuno della polizia.

Oltre tutto, alla incompatibilità morale della sua partecipazione alla impresa criminosa del cognato, si aggiungeva l’impedimento determinato dalla sua malattia. “Nelle ore pomeridiane del 28 aprile 1947” – ha proseguito lo Sciortino – era stato colto da un attacco di appendicite manifestatosi con forti dolori discontinui alla regione del basso ventre, lato destro, nausea, stimolo di vomito, sudorazione fredda ed alle grida di spavento della moglie e della suocera che non si rendevano conto di quel male improvviso, erano accorse varie persone abitanti nei pressi. Il dott. Salsedo, chiamato di urgenza, consigliando un intervento chirurgico immediato, gli aveva intanto prescritto applicazioni di ghiaccio ed una iniezione di canfora che gli fu praticata da una infermiera. Il 30 aprile gli era venuto un nuovo attacco con forti dolori e, preoccupato, aveva pregato la moglie di avvertire i familiari; così, l’indomani, primo maggio, era andato a trovarlo la sorella Santina accompagnata da Cangelosi Francesco e Vincenzo. Il dott. Salsedo era tornato a visitarlo e la malattia si era protratta fino al 12 – 13 maggio; ma verso il 3 – 4 maggio aveva potuto cominciare a levarsi di letto.

Poteva ben precisare infatti che il 4 o il 5 maggio la suocera, ricevuta una lettera dall’America a lei diretta, l’aveva pregato, dopo averne letto il contenuto, di recapitarla di urgenza al figlio Salvatore che a suo dire stava in una località sita di fronte al cimitero di Montelepre. Era andato: il cognato era con due o tre persone che più non ricordava chi fossero ed appartatisi entrambi dietro un sasso avevano letto lo scritto: un certo John, residente a New Jork, informava il Giuliano di avere la possibilità di farlo espatriare con alcuni componenti della banda e l’avvertiva che avrebbe potuto comunicargli la propria decisione tramite una persona nominata nella lettera il cui nome fu dal Giuliano annotato nella fodera del proprio berretto.

Quindi, bruciata la lettera con un fiammifero, il cognato aveva detto che per il momento non aveva intenzione di espatriare e con queste parole si erano separati.

Tornato a Montelepre aveva manifestato subito alla moglie ed alla suocera il desiderio di espatriare in luogo del cognato: la sua preoccupazione era di essere sospettato di rapporti particolari con costui, di essere arrestato ed inviato al confino di polizia, come era accaduto ad altro cognato del capo bandito; ma la decisione di partire l’aveva presa più tardi, quando dalla moglie aveva saputo che il Giuliano era andato a sparare a Portella della Ginestra contro i suoi familiari (lo zio Pasquale Sciortino) che prendevano parte alla festa. Non immaginava che ad organizzare il delitto fosse stato il cognato; questa notizia aveva determinato un contrasto tra lui, la suocera e la moglie, ed aveva causato anche la sua partenza da Montelepre; era andato prima dai suoi a S. Cipirrello, poi a Palermo ed infine, a far data dal 20 giugno ­1947, a Terrasini, in casa di Crecchio Antonio, per trascorrervi i mesi estivi. Aveva continuato tuttavia a vedere la moglie incontrandosi con lei a Palermo. Era deciso ad espatriare ed ella si rivolse allora al fratello Salvatore affinché gli agevolasse l’espatrio. Questi si era interessato ed, a mezzo del sig. John di cui alla citata lettera, gli aveva procurato l’imbarco clandestino come marittimo sulla motonave “Saturnia” in partenza da Genova il 24 agosto 1947

57

I. Ciò premesso la Corte osserva che conviene innanzi tutto liberare il campo di quelle doglianze di ordine generale che afferiscono alla istanza di rinnovazione totale del dibattimento contenuta nei motivi d’impugnazione presentati per Terranova Antonino fu Giuseppe, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Pisciotta Vincenzo ed altri imputati (v. n. 54, II, B), istanza che, pur sotto altro aspetto, è stata mantenuta e coltivata dai loro attuali difensori.

La censura non è fondata. Ordinando, per le ragioni altrove esposte, nell’esercizio di una legittima facoltà, la separazione del giudizio sul reato di banda armata, i primi giudici non hanno isolato le azioni incriminate dal complesso fenomeno che va sotto il nome di “banda Giuliano”, ma le hanno ugualmente valutate nel quadro delle condizioni di tempo, di ambiente, di vita in cui sono avvenute e nei fattori di movente e di situazione che le hanno determinate, attingendo i necessari elementi di giudizio da una istruttoria vasta e profonda validamente compiuta.

Non a proposito si è osservato che la Corte di Assise di Viterbo “non poteva esercitare alcuna facoltà declinatoria circa il mandato avuto con la sentenza di rinvio e con la designazione da parte della Corte Suprema di Cassazione” perché in effetti, con la separazione dei giudizi, non l’ha esercitata e della cognizione del reato di banda armata, conseguente alla sentenza di rinvio della Sezione istruttoria di Palermo, è tuttora investita; onde la sentenza stessa troverà consunzione anche per questo capo in altra sentenza, non importa se sarà una pronunzia di non doversi procedere perché, frattanto, nei confronti delle stesse persone e per il fatto medesimo, un altro giudizio penale avrà provveduto con sentenza divenuta irrevocabile.

La questione, priva di rilevanza giuridica, non presenta più ora alcun interesse, neanche di fatto, dopo che la cognizione degli atti del procedimento per banda armata, acquisiti in visione al processo, ha colmato al riguardo ogni possibile lacuna.

Attraverso la disamina di un materiale probatorio addirittura imponente, la Corte ha delineato nella prima parte della presente sentenza, nei limiti di quanto è sufficiente ai fini del giudizio, l’origine, l’attività, i rapporti della banda Giuliano, la personalità del suo capo, l’atmosfera nella quale i fatti attribuiti sono germinati; ed avrà modo di considerare la psicologia dei soggetti, i complicati riflessi dell’ambiente sulla prova, la personalità dei giudicabili per dare alle risultanze processuali una interpretazione logica, aderente e coerente che consenta di giungere all’accertamento della verità.

Tuttavia non è possibile assolvere un compito siffatto, in una causa in cui i protagonisti vivono in un mondo di ma­fia e di banditismo, senza tenere conto delle regole che lo governano. Esattamente i primi giudici hanno affermato che una sentenza penale non può occuparsi di problemi che riguardano la sociologia e tali certamente sono quelli che riguardano i fenomeni della mafia e del banditismo sotto il profilo delle cause che li hanno determinati e che tuttora ne condizionano l’esistenza, sotto il profilo, cioè, storico e sociale. Ma non sono cotesti gli aspetti che preme considerare e non si esauriscono in essi i problemi inerenti alla realtà della mafia e del banditismo: altri ve ne sono che interessano così il sociologo, come il giudice, per i riflessi di psicologia giudiziaria, quali appunto il contenuto essenziale che i due fenomeni caratterizza, la legge che li governa e in un certo senso li accomuna, l’estensione della mafia nell’ambiente sociale, l’incidenza sulla personalità morale dei soggetti che vivono ed operano in un ambiente siffattamente influenzato.

Nel riferimento alla mafia si prescinde, naturalmente, dalla originaria ragione psicologica del fenomeno e dal retaggio di quelle consorterie di uomini d’ordine che – come di recente è stato scritto – sorse in periodo di privilegi e di prepotenze feudali, “occultamente provvedevano a tutelare i buoni, a soccorrere i bisognosi, a punire i prepotenti, a sostituirsi in qualche modo all’amministrazione statale nella funzione di polizia e in quella giudiziaria e soprattutto là dove tali funzioni non erano attuate, o se attuate apparivano improntate a mal governo”;

si considera unicamente il fenomeno nel senso degenerato e deteriore quale traspare dal processo e quale si riscontra nella realtà.

L’on. Bonfadini, che si occupò ampiamente del problema (Relazione della inchiesta sulle condizioni della Sicilia, 1876), ha scritto che “la mafia non è una precisa società segreta, ma lo sviluppo ed il perfezionamento della prepotenza diretta ad ogni scopo di male; è la solidarietà istintiva, brutale, interessata, che unisce a danno dello Stato, delle leggi e degli organismi regolari, tutti quegli individui e quegli strati sociali che amano trarre l’esistenza gli agi, non già dal lavoro, ma dalla violenza, dall’inganno e dalla intimidazione”.

Questa visione, forse, non è completa; altri (L. Franchetti, Le condizioni politiche ed amministrative della Sicilia, 1876) ha definito la mafia come “unione di persone d’ogni grado, d’ogni professione, d’ogni specie, che, senza nessun legame apparente, continuo e regolare, si trovano sempre riunite per promuovere il reciproco interesse, astrazione fatta da qualunque considerazione di legge, di giustizia, di ordine pubblico”; vale a dire come un modo di essere, di sentire, di operare individuale e collettivo.

Questo aspetto essenziale della mafia, che ne spiega la penetrazione e la presenza negli strati più disparati dell’ambiente sociale, si esprime specialmente in un modo tutto proprio di sentire il diritto e la giustizia che risale e si tramanda da tempi ormai remoti ed accomuna mafiosi e banditi nel vincolo dell’omertà; tenace vincolo di una legge tremenda che pone come primo dovere di un uomo quello di farsi giustizia da sé e addita alla esecrazione e alla vendetta chiunque informi ed aiuti le autorità costituite nel compito di giustizia.

Cappeddu e malu passu dinni beni e stanni arrassu; si moru mi drivocu, si campu t’allampu; quannu cc’è lu murtu bisogna pinsari a lu vivu; la tistimonianza è bona sinu a quannu nun fa mali a lu prossinu; la furca e pri lu poveru, la giustizia pri lu fissa; cu avi dinari e amicizia teni nculu la giustizia”: ecco talune massime di cotesta legge che suonano altrettante regole di condotta. Non è da uomo ricorrere alla giustizia, ed è lecito ingannarla senza timore poiché essa è fatta per i minchioni (G. Alongi, La maffia).

Questi lineamenti psicologici di un mondo particolare di malavita, dal quale anche gli onesti sovente sono condizionati, sia per suggestione, sia per paura, valgono a chiarire molti aspetti del processo; ma non può dirsi che i primi giudici li abbiano sostanzialmente trascurati, poiché hanno dato risalto nella sentenza alla “grande rilevanza” che ha l’omertà per coloro che sono mafiosi o banditi, anche se non sempre poi ne abbiano fatta esatta applicazione nella valutazione della prova.

E poiché si è in argomento di mafia non può omettersi un accenno anche ai rapporti tra mafia e banditismo, non già in senso generale, chè non avrebbe rilievo, ma con riferimento esclusivo a quelli che concretamente intercorsero tra la mafia e la banda Giuliano, per la luce che riverberano nella indagine sulla causale.

Esaminando l’attività svolta dal Giuliano e dalla sua banda durante i moti dell’EVIS si è osservato che il movimento separatista trovò i suoi principali sostenitori nel ceto agrario e nella mafia; che l’EVIS agitò i medesimi interessi politici e rappresentò le stesse correnti politico–sociali; che il Giuliano elevato a paladino di cotesti interessi fu strumento di coloro che li sostenevano. Ed accennando ad Ignazio Miceli, capo della mafia di Monreale – che pare fosse una delle “famiglie” più importanti della Sicilia – al nipote Antonino Miceli e ad altri mafiosi (Domenico Albano, capo della mafia di Borgetto), si è rilevato come costoro avessero tenuto in pugno le sorti della banda e del suo capo e ne fossero stati i protettori fino a quando non era parso loro di scorgere una via di salvezza nel secondare il compito delle forze di repressione del banditismo. Si può, adunque, sicuramente affermare – anche se, in ossequio all’omertà, Terranova Antonino “Cacaova” ha detto d’ignorare tutto sulla mafia (W/1, 712) – che tra la mafia e il Giuliano vi fu un legame costante determinato da una convergenza d’interessi di cui il capo bandito fu portatore.

È vero che nel suo “Appello al Popolo”, di cui altrove si è fatto cenno (v. n. 50, b), il Giuliano attaccò la mafia qualificandola “un altro marciume della società”; ma, come si evince dal tenore dello scritto apparso sul Giornale di Sicilia del 15 aprile 1948, più che una presa di posizione contro la mafia si trattò di una manovra elettorale diretta – sia pure non senza una punta di disprezzo o di ammonimento verso quei gruppi che l’avevano abbandonato o deluso – a strappare le masse rurali dai sindacati comunisti per riconciliarle con quel mondo tradizionale che avevano preso a lottare .

“Nessun rancore nutro per voi, o popolo di bassa plebe – difatti egli scrisse – perché comprendo benissimo il triste delirio della fame che vi ha fiaccato quella speranza d’interesse che tutti fiduciosi attendiamo … I vostri capi comunisti come primo problema da risolvere si sono posti quello della mafia accusandola di essere asservita ai ricchi feudatari per proteggere i loro beni e tenere voi sempre schiavi di essi … Ma la verità non è questa … la mafia, come tutti sapete, è gente che proviene dalla malavita, ha passato delle sofferenze e per i suoi sconvolgimenti di famiglia, ha cercato di aiutarsi e per l’importanza del suo prestigio occupa un po’ tutti i migliori posti che con più facilità possono raggiungere risolvendo la situazione famigliare, non sapendo zoticamente che quei signori che usano loro tali riguardi fanno il doppio giuoco, che poi quando il mondo si rappacifica li manderanno in galera come glieli mandarono dopo l’entrata del fascismo … Se i mafiosi fossero stati tali come i vostri capi li hanno decantati oggi non dovrebbero esistere più comunisti, non dovrebbero esistere le ingiustizie create da certi signori che sono ai posti di comando e non dovrebbero esistere cose vili. Siccome sono dei perfetti miserabili … ad eccezione di alcuni. Ecco chi sono i mafiosi …”

La Corte osserva che vi è abilità e vi è amarezza in queste parole, ma vi è ancora una solidarietà con la corrente che tuttora lo sostiene e una implicita difesa della mafia

II. Occorre in secondo luogo liberare l’atmosfera della causa di quelle ombre di prevenzione e di sospetto proiettate, senza serio fondamento, sulla inchiesta di polizia giudiziaria e sulla istruttoria penale da Terranova Antonino “Cacao­va”, da Mannino Frank e da altri appellanti con i loro motivi d’impugnazione (v. n. 54, II, A, a) fino ad affermare che il processo fu e rimase un atto di mera fattura poliziesca.

Al riguardo è necessario distinguere i metodi ed i sistemi adottati dagli organi di polizia, preposti alla repressione del banditismo in Sicilia, per il conseguimento di questo fine nei confronti del complesso fenomeno “banda Giuliano”, dall’attività concretamente svolta dai medesimi organi per accertare gli autori della strage di Portella della Ginestra e degli altri delitti oggetto del processo.

I primi non interessano il giudizio e neanche potrebbero trovare in questa sede adeguata valutazione.

In relazione ad essi si potrebbe osservare che alcuni di quei fatti, definiti dai primi giudici “strani e abnormi”, si sono verificati tanto durante l’attività funzionale dell’ispettore generale di PS Messana, quanto successivamente durante il comando dell’allora col. Luca: l’uno si valse delle confidenze di Ferreri Salvatore e si adoperò per avere quelle di Pisciotta Gaspare, cui rilasciò un tesserino di libera circolazione al nome di Giuseppe Faraci; l’altro similmente accettò i servigi del Pisciotta, gli rilasciò sotto lo stesso nome un tesserino di libera circolazione e un altro gliene fece rilasciare dalla Questura, gli consegnò il noto attestato di benemerenza ed ebbe per lui, unitamente al cap. Perenze, un comportamento in apparenza amichevole che destò perplessità e sorpresa; entrambi infine si astennero dal dare esecuzione nei confronti del Pisciotta, ed il Messana anche in quelli del Ferreri, ai pur numerosi mandati di cattura che esistevano contro di loro e che avrebbero avuto il dovere di eseguire. E in cotesta identità e continuità di metodi di polizia, manifestamente illegali, da parte di organi strutturalmente diversi, in momenti pure diversi della lotta per la repressione del banditismo, potrebbe scorgersi l’indice di una esigenza o di una situazione inerente alla lotta stessa, che prescinde dagli intenti personali di coloro che tali metodi hanno attuati.

La condotta dell’ispettore generale di PS Verdiani si pone su di un piano diverso (di “emulazione”, secondo il gen. Luca), che esula dai limiti di servizio e resta nell’ambito di una personale iniziativa e di una personale attività; dappoiché egli continuò nei contatti e nei rapporti, stabiliti durante l’esercizio delle sue funzioni in Sicilia ed a causa di esse, anche dopo la soppressione dell’organo che dirigeva, svolgeva la nota attività (v. n. 52) ed in essa persistendo pur dopo – come egli stesso ha detto – che la Direzione generale di PS, informata nella seconda decade del mese di maggio 1950 dei rapporti avuti da lui col Giuliano, gli aveva dato ordine di desistere da ogni interessamento (V/5, 673).

Ma tali fatti, pur “strani ed abnormi”, che, durante il dibattimento di primo grado – interpretati in correlazione alle accuse formulate da Pisciotta Gaspare e da Terranova Antonino ‘‘Cacaova” contro i pretesi mandanti (accuse corroborate dalle denunzie presentate all’Autorità giudiziaria dall’on. Montalbano dal Caputo, dall’Imbronciano) – parvero assurgere a particolare importanza nel processo, si palesano ora manifestamente irrilevanti, dopo che l’infondatezza delle denunzie è stata dichia­rata nella sede competente e dopo che il mendacio dei predetti imputati, in relazione alle accuse stesse, è stato anche da questa Corte accertato attraverso la disamina dei loro mutevoli atteggiamenti difensivi (v. n. 50 e 51, A).

Non è giustificabile, adunque, alcun sospetto di parzialità sulle indagini di polizia giudiziaria a motivo che esse furono iniziate sotto la direzione dell’ispettore generale di PS Messana, rimasto in carica fino al 31 luglio 1947. Se mai un rilievo potesse farsi sarebbe di averle orientate verso la banda Giuliano, avocandole all’Ispettorato generale di PS, solo dopo l’accertamento e l’audizione, da parte dei normali organi territoriali di polizia giudiziaria, dei testi Sirchia, Riolo, Cuccia e Fusco, nonostante che fin dal primo momento il ten. col. Paolantonio e il m.llo Lo Bianco avessero supposto che l’eccidio non poteva attribuirsi che al Giuliano ed alla sua banda (v. n. 25); ma, a parte questo indugio, di cui fu data spiegazione nel rapporto n. 37 del 4 settembre 1947, sta in fatto che fu poi il Messana, anche se dietro sollecitazione del Paolantonio – secondo questi ha detto – ad indirizzare le indagini concretamente ponendo costui sulla strada del confidente Ferreri (V/6, 708). E di contro alla maliziosa affermazione di Pisciotta Gaspare secondo cui il Ferreri aveva il compito di sopprimere il Giuliano nel caso che fosse passato al comunismo, sta l’af­fermazione dello stesso Giuliano che, in una lettera minatoria inviata il 15 dicembre 1947 al ten. col. Paolantonio e da questi esibita, mostrandosi consapevole di quanto avrebbe dovuto compiere il Ferreri scrisse: “ … poiché sapendo dell’accordo fra voi, Messana e Fra Diavolo per la mia fine, non essendovi questo riuscito, ora mi accorgo che vinte …”; dalle quali parole parrebbe che il Messana tendesse alla eliminazione del fenomeno Giuliano indipendentemente dall’orientamento politico del capo bandito (V/6, 737).

Ancora meno poi si giustifica il sospetto di parzialità elevato sulla istruttoria formale a motivo che sarebbe stata compiuta sotto il controllo di un magistrato che, alla stregua di un poliziotto, aveva avuto rapporti col bandito Giuliano, perché, indipendentemente da ogni altra considerazione, del resto intuitiva, il procuratore generale Emanuele Pili, cui hanno fatto allusione gli appellanti, prese possesso del suo alto ufficio il 16 novembre 1948, circa un mese dopo, cioè, la conclusione della istruttoria e la pronunzia della prima sentenza di rinvio a giudizio.

L’attività svolta dagli organi di polizia giudiziaria per la identificazione degli autori dei delitti di cui si tratta, interessa, invece, il giudizio essenzialmente; su di essa i primi giudici hanno portato un attento e minuzioso esame considerando tutte le critiche e le censure mosse dai difensori, e, se talvolta questa Corte non seguirà le valutazioni ed il ragionamento che informano la sentenza impugnata, è d’uopo tuttavia affermare che nulla autorizza la grave censura che la Corte di Assise abbia fatto scempio della realtà storica e giudiziaria per piegarla ad un precostituito divisamento, l’amplissima motivazione, con cui ha dato conto del proprio pensiero, costituendo, al contrario, la prova dello scrupoloso impegno posto nella ricerca del vero.

La Corte non indugerà nel riesame delle questioni generali circa i limiti posti dalla legge all’attività della polizia giudiziaria e circa gli effetti della inosservanza di essi in relazione all’interrogatorio dei fermati, alla durata dei fermi, alla veridicità dei rapporti giudiziari, nonché circa il carattere giuridico-processuale degli interrogatori stessi, il loro valore di prova e le condizioni necessarie perché una confessione ed una chiamata di correo acquistino rilevanza giuridica e diano affidamento di attendibilità; questioni che furono poste tutte in primo grado e trovano nella sen­tenza soluzione adeguata, conforme al diritto, e fondata su motivi dai quali non si ha ragione di dissentire.

Procederà invece all’esame di ogni questione riproposta nei motivi di gravame o sollevata nel corso della discussione, sia che investa le dichiarazioni di Gaglio “Reversino” e dei “picciotti” nei mezzi di assunzione, sia nel contenuto di verosimiglianza e di credibilità.

58.

Nell’iniziare questo esame è necessario premettere alcune osservazioni intorno alla formazione del processo, ai riflessi dell’ambiente sulla prova, alla valutazione delle prove acquisite.

A. La sequenza logica e cronologica degli atti di polizia giudiziaria seguiti all’arresto di Di Lorenzo Giuseppe ed al fermo di Gaglio “Reversino” e quella degli atti istruttori correlativamente compiuti, di cui si è fatta esposizione nella prima parte della presente sentenza (v. da n. 26 a n. 39) per delinearne lo svolgimento e per fissare, come si è detto, l’evoluzione dell’atteggiamento di ogni imputato, consentono di escludere qualsiasi fondamento al rilievo fatto da taluni appellanti, secondo cui gli ufficiali di polizia giudiziaria che hanno compiuto le investigazioni avrebbero presentato al giudice istruttore “tutto analizzato e distinto per circostanze di tempo di luogo, di mezzi e di persona, tutto così bellamente compiuto” che quel magistrato non avrebbe avuto da spiegare alcun grado di diligenza per raccogliere ordinatamente le prove.

Invero risulta in contrario che i verbalizzanti riferirono all’autorità giudiziaria l’esito delle indagini, mano a mano che venivano compiute, con rapporti parziali, unitamente alla presentazione dei singoli fermati; e che nei dettagli delle confessioni stragiudiziali da essi raccolte tutto è così poco coordinato ed uniforme, talvolta così contrastante e così manchevole, anche se esposto in forma analitica ed ordinata, da dare adito a quei rilievi di contraddittorietà fatti da quasi tutti gli appellanti per discreditarle. Questa constatazione sarebbe sufficiente da sola a distruggere il sospetto di una costruzione artificiosa da parte dei verbalizzanti, mediante uso di suggestione, di violenza o di frode – sospetto pur ripetutamente adombrato per giustificare le ritrattazioni e rendere inattendibili le chiamate in correità – dappoiché, se essi avessero perseguito l’intento di far risultare elementi di fatto meramente supposti o altrimenti conosciuti, non avrebbero suggerito circostanze inesatte e spesso così contrastanti da apparire inconciliabili tra loro.

I primi giudici a dimostrazione che le confessioni stragiudiziali di Gaglio “Reversino” e dei “picciotti” furono manifestazioni della volontà di coloro che le resero e non frutto di suggestione o di suggerimento dei verbalizzanti, hanno fatto alcune interessanti osservazioni (v. sentenza fol. 181–183) che questa Corte condivide, salvo il rilievo che concerne Mazzola Vito, la cui appartenenza alla banda era, quanto meno, supposta dalla polizia; tali osservazioni, dirette a mettere in luce l’obiettività degli investigatori, concorrono indubbiamente a convalidare l’assunto, ma la prova di esso scaturisce irrefutabile dalla successione delle chiamate in correità e dalla concatenazione delle indagini, rivelatrici entrambe dell’autonomia delle dichiarazioni e dello sviluppo progressivo degli accertamenti.

Sta in fatto: che Gaglio Francesco, oltre ai nomi di 17 individui, indiziati più o meno di appartenenza alla banda e noti alla polizia, fece anche quelli di Sapienza Vincenzo e Giuseppe di Tommaso, di Pretti Domenico, di Tinervia Francesco, di Gaglio Antonino la cui correità non era sospettata; che Pretti Domenico non parlò di Genovese Giuseppe, di Taormina Angelo, di Sciortino Pasquale, di Badalamenti Francesco, di Mazzola Vito, di Sapienza Giuseppe, di Gaglio Antonino, pur menzionati da Gaglio “Reversino”, e chiamò in correità Badalamenti Nunzio che invece non era stato nominato; che Sapienza Vincenzo non menzionò Russo Angelo, Genovese Giovanni, Genovese Giuseppe, Taormina Angelo, Sciortino Pasquale, Badalamenti Francesco, Mazzola Vito, Badalamenti Nunzio, Sapienza Giuseppe, Gaglio Antonino e fece i nomi di Motisi Francesco Paolo, di Tinervia Giuseppe, di Terranova Antonino di Salvatore, di Palma Abate Francesco, che non erano stati ancora fatti; che Tinervia Francesco non parlò di Genovese Giovanni, di Genovese Giuseppe, di Palma Abate Francesco, di Mazzola Vito, di Gaglio Antonino ed aggiunse invece i nomi di Passatempo Francesco, di Russo Giovanni, di Sapienza Giuseppe di Francesco che fino al momento della sua dichiarazione non si conoscevano; che Sapienza Giuseppe di Tommaso non fece i nomi di Taormina Angelo, di Palma Abate Francesco, di Passatempo Francesco, di Badalamenti Francesco, di Badalamenti Nunzio, di Sciortino Pasquale, di Russo Giovanni, di Mazzola Vito, di Gaglio Antonino, di Sapienza Giuseppe di Francesco, mentre fece il nome di Buffa Antonino che nessuno aveva fatto; che Terranova Antonino di Salvatore similmente omise ogni accenno a Taormina Angelo, a Palma Abate Francesco, a Passatempo Francesco, a Badalamenti Francesco, a Badalamenti Nunzio, a Gaglio Antonino, a Sapienza Giuseppe di Francesco, a Motisi Francesco Paolo e fu il primo a fare quelli di Musso Gioacchino, di Lo Cullo Pietro, di “zio Mommo” da Partinico; che Tinervia Di Giuseppe non parlò di Badalamenti Nunzio, di Passatempo Francesco, di Palma Abate Francesco, di Gaglio Antonino, di Musso Gioacchino, di Lo Cullo Pietro, di Sapienza Giuseppe di Francesco, di Buffa Antonino, di Mazzola Vito e menzionò invece Mazzola Federico, Sciortino Giuseppe, Di Maggio Tommaso il cui nome nessuno ancora aveva fatto; che Buffa Antonino non fece menzione di Badalamenti Nunzio, di Passatempo Francesco, di Musso Gioacchino, di Sapienza Giuseppe di Francesco, di Lo Cullo Pietro, di Motisi Francesco Paolo, di Mazzola Federico, di Mazzola Vito, di Tinervia Giuseppe, di Palma Abate Francesco e per primo fece i nomi di Cristiano Giuseppe, di Pisciotta Vincenzo e di Di Misa Giuseppe; che Russo Giovanni non parlò di Badalamenti Nunzio, di Russo Gioacchino, di Sapienza Giuseppe di Francesco, di Sapienza Giuseppe di Tommaso, di Lo Cullo Pietro, di Motisi Francesco Paolo, di Mazzola Federico, di Mazzola Vito, di Tinervia Francesco, di Palma Abate Francesco, di Pisciotta Vincenzo di Di Misa Giuseppe, di Gaglio Antonino, di Gaglio Francesco, di Genovese Giovanni, di Genovese Giuseppe e non indicò nomi che non fossero già conosciuti; che Musso Gioacchino non menzionò Sapienza Giuseppe di Francesco, Lo Cullo Pietro, Motisi Francesco Paolo, Mazzola Fedederico, Mazzola Vito, Palma Abate Francesco, Pisciotta Vincenzo, Di Misa Giuseppe­, Gaglio Antonino, Sciortino Pasquale, Sciortino Giuseppe e qualche altro dei già chiamati in correità e fece il nome invece di Buffa Vincenzo; che Pisciotta Vincenzo e Cristiano Giuseppe non indicarono compartecipi che non fossero già noti, ma di quelli noti non ne menzionarono diversi: così, mentre il Pisciotta, non parlò di Russo Giovanni, dei fratelli Giuseppe e Vincenzo Sapienza, di Pretti Domenico e di altri, il Cristiano non fece i nomi di Russo Angelo, di Gaglio Francesco, dei fratelli Giuseppe e Giovanni Genovese; e tale condotta, chiaramente espressiva di una individualità di comportamenti e di una soggettività di indicazioni, là dove l’uniformità sarebbe stata inevitabile se i nomi, anziché dal ricordo degli interrogati, fossero affiorati dal suggerimento dei verbalizzanti, dimostra che ognuno rese l’interrogatorio libero di rispondere secondo la propria determinazione.

Il che trova esplicita, od implicita, conferma nella prevalenza dei motivi che furono addotti per giustificare le ritrattazioni: Gaglio “Reversino” (E, 70) e Russo Giovanni (E, 158) sostennero di aver inventato tutto per sottrarsi alle violenze degli investigatori; Cristiano Giuseppe (E, 153) asserì che parte di quanto aveva confessato era sua invenzione e parte, senza per altro speci­ficarla, era frutto dei suggerimenti del m.llo Calandra, suggerimenti che aveva seguiti per sottrarsi alle di lui violenze, ma le chiamate in correità le aveva fatte spontaneamente; Sapienza Vincenzo (E, 86), Pretti Domenico (E, 89), Di Lorenzo Giuseppe (E, 175), Buffa Antonino (F, 23) dissero di essere stati costretti a confessare chi con minaccia chi con violenza; e giova tener presente che in un primo tempo il Sapienza ed il Pretti limitarono la ritrattazione ai fatti di Portella della Ginestra; Tinervia Giuseppe (E, 139) parlò di confessione estorta con violenza e di particolari suggeriti dai verbalizzanti; Terranova Antonino di Salvatore (E, 181) non accennò a violenze e chiarì di aver confessato perché il m.llo Santucci gli aveva dato assicurazione che, trattandosi di reato politico, sarebbe stato liberato dopo una diecina di giorni; anche Musso Gioacchino (E, 197) allegò l’inganno dei verbalizzanti sulla durata della sua detenzione, ma per giustificare la confessione stragiudiziale parlò genericamente di violenze e di sevizie; Tinervia Francesco e Sapienza Giuseppe addussero (e soltanto con gli esposti 3 e 2 agosto 1948) di aver confessato come automi privi di volontà a causa di torture e di sevizie che però non specificarono; Pisciotta Vincenzo non allegò né suggestione, né sevizie e dichiarò di essersi incolpato per errore (E, 173).

Di tutti costoro, adunque, solo Terranova Antonino, Tinervia Giuseppe e Musso Gioacchino (il Cristiano non ha reso confessione giudiziale) hanno motivato la ritrattazione delle loro confessioni giudiziali con un riferimento più o meno esteso all’azione suggestiva dei verbalizzanti; ma la falsità dell’assunto traspare dall’analisi delle confessioni ritrattate, queste rispetto a quelle stragiudiziali contenendo elementi nuovi, o maggiori circostanze che i confitenti non avrebbero potuto esporre se non per propria scienza.

Invero Terranova Antonino, mentre nella confessione stragiudiziale: indicò dei fratelli Sapienza presente a Cippi solo Vincenzo; dichiarò che, se mal non ricordava, Mazzola Vito, allontanatosi da Cippi per accudire al gregge, non vi aveva fatto più ritorno; e, parlando di Portella della Ginestra, disse che il Giuliano li aveva fatti “disporre tutti dietro le rocce che guardano la pianura sottostante” (L, 97–99); in quella giudiziale: portò presenti a Cippi ambedue i fratelli Sapienza, Vincenzo e Giuseppe, escluse decisamente che Mazzola Vito fosse andato a Portella della Ginestra; descrisse questa località, nella quale non si era mai recato prima, precisando che sotto la montagna nella quale stavano appostati “si apriva una valle attraversata da una strada e di fronte vi era un’altra montagna”, circostanze tutte esatte che certamente non gli furono suggerite dal giudice istruttore (E, 116–117).­

Similmente Tinervia Giuseppe, a differenza di quanto aveva dichiarato ai carabinieri, affermò nella confessione giudiziale: che conosceva Salvatore Giuliano perché il padre di lui era mezzadro delle terre di “don Emanuele” in contrada Cippi; che, al suo rifiuto di andare a Cippi, Sapienza Vincenzo gli aveva detto che “il Giuliano minacciava gravi rappresaglie per coloro che non sarebbero andati”; che tra gli intervenuti a Cippi vi era pure Mazzola Vito e non menzionò più Mazzola Federico, Russo Angelo e Badalamenti Francesco; che erano giunti a Portella prima dell’alba; inoltre aggiunse: che “durante il cammino” verso Portella della Ginestra aveva veduto “Manfrè Giuseppe” (Genovese Giuseppe) portare per qualche tempo sulle spalle un impermeabile bianco; che tra i roccioni della “Pizzuta” egli si trovava da solo dietro un masso, mentre Taormina Angelo e uno dei Passatempo erano a ridosso di una roccia in posizione più elevata; che vedeva una vasta spianata attraversata da una strada e di fronte una montagna; che prima di riconsegnare le armi si era disfatto di un caricatore gettandolo a terra onde non far capire al Giuliano che non aveva sparato; circostanze tutte nuove che non figurano nella confessione stragiudiziale (E, 110 e segg .).

Del pari Musso Gioacchino precisò che durante la marcia verso Portella, il Giuliano portava sulle spalle un impermeabile bianco e, come si è avuto occasione di rilevare (v. n. 39, II) ha introdotto nelle sue confessioni giudiziali un crescendo di elementi di difesa che non figurano nella confessione stragiudiziale, i quali escludono in un certo senso la sua suggestionabilità. Non è esatto dire che il Musso, essendo di Partinico, non poteva conoscere nessuno di Montelepre: nella sua dichiarazione giudiziale del 25 agosto, dopo aver ripetuto le persone vedute a Cippi, aggiunse: “alcuni di questi erano miei conoscenti perché miei coetanei e perché da Montelepre”. Non può meravigliare, adunque, se egli abbia fatto più nomi che non Terranova Antonino di Salvatore dal quale li avrebbe appresi, sia perché questi, come è probabile, potrebbe non averli ricordati tutti, sia perché la maggior parte di quelli indicati dal Musso e non menzionati dal Terranova, erano nativi di Montelepre, presso a poco della sua età, e poteva conoscerli personalmente.

Di fronte a tali risultanze non ha pregio il rilievo sul fermo degli imputati Terranova Antonino di Salvatore, Buffa Antonino e Buffa Vincenzo, fatto anche in questa sede da taluno dei difensori degli appellanti per negare veridicità agli accertamenti di polizia giudiziaria.

Invero sta in fatto che Terranova Antonino fu Salvatore, chiamato in correità da Sapienza Vincenzo nel suo interrogatorio del 12 agosto 1947, venne fermato il 10 stesso mese; che Buffa Antonino, chiamato in correità da Sapienza Giuseppe nel suo interrogatorio del 16 agosto 1947, venne fermato il 14 stesso mese; che infine Buffa Vincenzo, chiamato in correità da Musso Gioacchino nel suo interrogatorio del 22 agosto 1947 venne similmente fermato il 14 stesso mese; e da ciò si vuole argomentare che se realmente gli investigatori avessero acquisito i nomi dei partecipanti progressivamente, attraverso le dichiarazioni dei vari “picciotti”, non avrebbe potuto verificarsi il fermo dei predetti prima che alcuno li avesse menzionati.

Senonché, quanto al Terranova ed a Buffa Antonino, è manifesto come ciò non sia avvenuto: Sapienza Vincenzo e Sapienza Giuseppe erano in stato di fermo rispettivamente dal 3 e dal l0 agosto, e se i loro interrogatori furono formalmente raccolti il 12 e il 16 agosto, non è neanche pensabile che prima di allora non fossero stati sentiti e non avessero fatto dichiarazioni anche se non raccolte a verbale.

Il maresciallo Santucci ha detto in dibattimento che gli inquisiti furono sottoposti ad interrogatorio più d’una volta durante il fermo (V/3, 404 r) e tale sua affermazione ben si concilia con la deposizione del maresciallo Calandra il quale, con riferimento al processo di verbalizzazione, ha precisato che le dichiarazioni rese dai fermati venivano dettate a verbale da colui che le raccoglieva e, previa lettura, venivano lo stesso giorno sottoscritte; ma il Calandra non ha asserito che di ogni dichiarazione intermedia, cioè, di ogni domanda rivolta e di ogni risposta data nel corso della indagine, sia stato redatto sempre processo verbale (V/3, 447 r) e dalle sue parole non è possibile dedurne che, se verbale non v’è, non vi fu neanche dichiarazione.

La Corte pertanto non dubita che il fermo di Terranova Antonino e di Buffa Antonino sia conseguente alle dichiarazioni di Sapienza Vincenzo e di Sapienza Giuseppe, come risulta dal rapporto giudiziario 4 settembre 1947 n. 37 (L, 20).

Quanto a Buffa Vincenzo, invece, il fermo precedette le chiamate in correità e non fu da esse determinato. Gli atti processuali non consentono di chiarire obiettivamente questo punto, ma il fatto che ambedue i fratelli Buffa siano stati fermati contemporaneamente induce a ritenere che la chiamata in correità di Buffa Antonino abbia determinato i verbalizzanti a fermare per indagini anche Vincenzo. Tuttavia da cotesto comportamento degli investigatori non può trarsi alcun argomento per generalizzare e neanche per affermare che il nome di Buffa Vincenzo sia stato da essi imposto o suggerito a Musso Gioacchino, a Pisciotta Vincenzo, a Cristiano Giuseppe che lo hanno chiamato in correità, tanto più che il Cristiano, pur ritrattando la confessione, ha riconosciuto di aver fatto i nomi dei compartecipi spontaneamente.

Era ovvio che nella specie l’istruttoria penale prendesse orientamento dalla inchiesta di polizia giudiziaria; e del concreto apporto all’accertamento della verità, attraverso il controllo, il riscontro, la convalida degli elementi di prova raccolti dalla polizia, si è detto abbastanza perché torni utile indugiarvi ancora; ma, per una visione unitaria delle risultanze, giova ricordare che non soltanto Terranova Antonio di Salvatore, Tinervia Giuseppe e Musso Gioacchino fecero al magistrato dichiarazioni più circostanziate, bensì, chi più, chi meno, tutti, o nelle confessioni giudiziali, o nei confronti aggiunsero particolari oppure usarono espressioni indice di una consapevole e libera volontà di dichiarare incompatibile con le allegazioni posteriormente fatte per accreditare le ritrattazioni.

Al fine di dimostrare che gli interrogatori resi al magistrato contengono circostanze che non figurano nelle dichiarazioni raccolte dalla polizia giudiziaria, i primi giudici hanno proceduto ad un minuzioso raffronto tra gli uni e le altre rilevando le variazioni o le aggiunte (v. sentenza fol. 243-248). A tale raffronto la Corte si riporta espressamente facendo sue le risultanze concernenti Sapienza Vincenzo, Pretti Domenico, Tinervia Francesco, Sapienza Giuseppe, Cristiano Giuseppe, Buffa Antonino, Pisciotta Vincenzo, le quali, unitamente a quelle dianzi esposte in relazione a Terranova Antonino, Tinervia Giuseppe e Musso Gioacchino, costituiscono altresì una chiara smentita dell’assunto difensivo, secondo cui il­ magistrato inquirente, nel raccogliere gli interrogatori, si sarebbe limitato a leggere le dichiarazioni rese dagli imputati ai carabinieri ed a trascriverne con altre parole il contenuto. Se così fosse non avrebbe alcun senso l’avvertimento fatto insistentemente agli interrogati di trovarsi al cospetto di un giudice e di poter dire liberamente, senza paura, la verità; avvertimento che trova la sua ragione d’essere nel sistema invalso di giustificare le ritrattazioni successive adducendo di aver supposto che l’interrogante fosse un commissario di polizia, del che si ha nel processo ampia riprova.

B. Nei motivi d’impugnazione presentati per Terranova Antonino “Cacaova”, Mannino Frank, i fratelli Pisciotta, Gaglio Francesco e Badalamenti Nunzio si assume che questo processo sia “un atto solo, con la recitazione pubblica di tre sottufficiali dei carabinieri a suon di musica battuta da Don Pasquale, il mazziatore, sulla pelle degli accusati” e cotesto immaginifico assunto, variamente dedotto pure nei motivi di gravame presentati per Sciortino Pasquale, per i fratelli Genovese dei fratelli Cucinella, è stato ripreso e sostenuto nella discussione orale dalla maggior parte dei difensori. Onde – accertato che le dichiarazioni di Gaglio “Reversino” e dei “picciotti” non furono frutto di suggestione da parte degli investigatori – si ripropone l’indagine se siano conseguenza di altri mezzi anormali di assunzione, vale a dire di violenza, e fino a qual punto eventualmente questa abbia influito sulla spontaneità delle dichiarazioni stesse.

In questo esame, che si basa soprattutto sulle dichiarazioni degli interessati – poiché i verbalizzanti hanno escluso ogni forma di coazione – non può prescindersi dalla valutazione delle circostanze di tempo, di luogo, di modo, di contenuto delle allegazioni di violenza, di cui altrove si è fatto cenno (v. da n. 35 a n. 39 e n. 48, B, I), le quali, in correlazione al “memoriale” del Giuliano, culminarono nel dibattimento di primo grado.

Ma, per cogliere esattamente il valore delle influenze esterne sul comportamento dei soggetti, giova tenere presente che il 21 settembre 1947 Salvatore Giuliano attribuì pubblicamente le confessioni degli arrestati al metodo violento della inquisizione (v. n. 34). Cotesto interesse a discreditare le prove raccolte dalla polizia sorse coevamente all’acquisizione di esse e, se ad un certo momento il Giuliano fu tratto a manifestarlo col mezzo della stampa per influire sulla pubblica opinione e per far conoscere in più vasto raggio le sue direttive di condotta, è da ritenere che già prima egli avesse tentato di far giungere agli arrestati, nelle varie carceri dove erano detenuti, attraverso le misteriose vie di cui poteva disporre, l’ordine – del quale ha fatto cenno il teste Rizzo (v. n. 51, C, I, 5) – di non parlare al magistrato e di negare tutto qualora avessero già confessato; ordine che nelle carceri di Palermo fu sicuramente conosciuto ed eseguito.

Anche qui la mafia estendeva il suo campo ed il Giuliano aveva i suoi emissari, come appare da quanto scrisse Candela Rosario inteso “Vuturi” in quel suo “Memoriale” di cui più sopra si è fatto cenno (v. n. 55, II): arrestato il 6 agosto 1946 per vari reati ed associato nelle carceri di Palermo, il Candela fu preavvisato qualche giorno dopo da un infermiere che si stava provvedendo per il suo trasferimento alla infermeria perché così voleva “Peppino”, che era ricoverato in quel reparto, cioè Giuseppe Giuliano, fratello del capo bandito, per vederlo e per salutarlo; la sera dello stesso giorno fu trasferito difatti nella infermeria, dove rimase quarantotto ore, e “Peppino” volle che gli dicesse “per filo e per segno” ciò che aveva dichiarato ai carabinieri dovendo farlo sapere al fratello che desiderava di esserne informato (proc. pen. c. Provenzano G. ed altri, 325 Tris).

Vero che, per omertà e per istinto di difesa, Gaglio Francesco, Russo Giovanni e Cristiano Giuseppe ritrattarono immediatamente, prima di entrare in carcere; ma Di Lorenzo Giuseppe, Sapienza Vincenzo, Pretti Domenico, Tinervia Francesco, Sapienza Giuseppe, Buffa Antonino ritrattarono soltanto dopo che furono associati nelle carceri di Palermo e non già perché, come pure si è sostenuto, nel carcere si sentissero finalmente al sicuro da temute rappresaglie, dappoiché Tinervia Francesco e Sapienza Giuseppe provenivano dalle carceri di Caltanissetta dove non avevano ritrattato ed il Buffa da quelle di Termini Imerese, dove, se aveva ritrattato aveva pure nuovamente confermato la sua confessione (v. n. 39, I)

Questo rilievo dimostra ancor più l’inconsistenza dello assunto difensivo secondo cui gli inquisiti, che al giudice istruttore nell’ufficio d’istruzione, hanno confermato le confessioni stragiudiziali, avrebbero mentito in preda al terrore di potersi ritrovare nelle mani della polizia; e toglie ogni contenuto di analogia al caso di Terzo Giovanni, cui i difensori di Mannino Frank, Pisciotta Francesco e Terranova Antonino si sono riferiti nelle loro note di udienza per dare a siffatto assunto verosimiglianza e credibilità.

Terzo Giovanni, rinviato a giudizio della Corte di Assise per rispondere di correità nel tentato sequestro di Lupo Raimondo e nell’omicidio dello stesso, commessi in Palermo l’11.9.1946, venne assolto dalla Corte di Assise di Bari – cui fu rimesso il giudizio per motivi di sicurezza – con sentenza 17 marzo 1951 per insufficienza di prove. Il Terzo ri­trattò la confessione stragiudiziale e la sentenza nota che la ritrattazione “fu assolutamente spontanea e tale da fortemente impressionare. Avvertito l’imputato dal Giudice – così prosegue la sentenza – che si trova dinanzi al giudice ‘istruttore e che può liberamente dire la verità, egli comincia con il confermare in sostanza la dichiarazione resa alla polizia giudiziaria, ma cade in molte contraddizioni che il giudice gli rileva, e allora egli chiede: signor giudice dopo di qua dove mi portano, in carcere o nuovamente in camera “di sicurezza? … avuta assicurazione che sarebbe stato tradotto al carcere l’imputato esclama: allora la verità è questa. E nega ogni sua partecipazione al fatto”(Z/4, 465).

Ma, a parte la considerazione che la Corte di Bari non trasse motivo da cotesto atteggiamento del Terzo per dubitare della colpevolezza, non vi è chi non veda come questo grandemente differisca da quello dei “picciotti” che confessarono al giudice istruttore con libera e consapevole volontà; che tradotti nelle carceri di Caltanissetta e di Termini Imerese tennero ferma per vari giorni la loro confessione in ripetuti confronti; che dopo una prima ritrattazione tornarono a confessare o, ritrattando, fecero ritrattazioni parziali; che solo nel dibattimento si allinearono sulla stessa posizione di difesa ribadita dal Giuliano nel suo “Memoriale” (e neanche tutti poiché Pisciotta Vincenzo neppure allora fece allusione a violenze) e fecero coro a Di Lorenzo Giuseppe che dette alle sevizie ed alle torture il nome ed il volto di un fantastico brigadiere dei carabinieri, “Don Pasquale il mazziatore” di cui nessuno mai aveva fatto parola prima, che senza fondamento si è preteso identificare nell’allora brigadiere Nicola Sganga addetto al servizio di traduzione dei detenuti.

Ove a tali osservazioni si aggiunga che nessuno degli imputati mostrò al giudice istruttore i segni della violenza patita, né, entrato in carcere, chiese di essere sottoposto a visita da parte del sanitario – neppure Gaglio “Reversino” fu messo al cospetto del suo medico curante (v. n. 35, I) – e che Gaglio Antonino e Buffa Vincenzo, benché avessero negato non si dolsero di maltrattamenti prima del dibattimento, si scorgerà agevolmente come i primi giudici siano pervenuti alla fondata conclusione che manca del tutto la prova delle asserite violenze.

Al riguardo essi sottolinearono che, se la durata del fermo di Gaglio “Reversino” e di Di Lorenzo Giuseppe – protrattasi per 35 giorni – fu tale da far sparire nel frattempo le tracce delle pretese sevizie, o almeno di alcune di esse, altrettanto non poteva dirsi in relazione a tutti gli altri, trattenuti per un tempo meno lungo, precisamente: 12 giorni Sapienza Vincenzo, Pretti Domenico e Buffa Vincenzo; 11 giorni Terranova Antonino, Tinervia Giuseppe e Buffa Antonino; 9 giorni Tinervia Francesco, Sapienza Giuseppe e Russo Giovanni; 7 giorni Cristiano Giuseppe e Pisciotta Vincenzo; 5 giorni Gaglio Antonino; soltanto 4 giorni il Russo Gioacchino; ed il rilievo è certamente esatto, quanto meno nei confronti dei fermati per minor tempo.

Né si opponga, come ancora si è fatto in questa sede, che i primi giudici rifiutarono di acquisire la prova negando ingresso alla perizia medico-legale, chiesta in dibattimento dalla difesa di Gaglio “Reversino” per accertare le gravi scottature sul petto e l’atrofia di un testicolo, pretesi esiti delle torture e delle sevizie subite, dappoiché un tale accertamento, compiuto a quattro anni di distanza dai fatti, non avrebbe consentito di precisare il determinismo dei denunciati esiti lesivi e meno ancora di stabilire con certezza il tempo della loro produzione; mentre l’alta capacità mistificatrice del Gaglio e la progressione con cui le sevizie furono specificate (v. n. 48, B, I) non conferiscono credibilità alle allegazioni difensive.

Rettamente, pertanto, i primi giudici hanno respinto l’istanza di perizia e questa Corte non trova motivo per andare in diverso avviso: è ben strano e sintomatico che il Gaglio “Reversino” abbia atteso il dibattimento per chiedere un’indagine peritale che con evidente utilità avrebbe potuto chiedere subito al giudice istruttore; la verità è che solo il 21 luglio 1948 egli – come si è visto – parlò di percosse, di maschera, di cassetta, di ferite al petto e solo l’11 aprile 1951 si sovvenne della lesione più grave: l’atrofia testicolare.

Tuttavia con ciò la Corte non vuole affermare che le confessioni stragiudiziali dei “picciotti” siano state raccolte in un clima di normalità: basterebbe ad escluderlo la durata dei fermi che, per la maggior parte dei fermati, si protrasse oltre il limite legale. Questa sistematica violazione di legge che si riscontra pure in altri casi, si rese necessaria – ha deposto il teste Calandra nella udienza del 20 giugno 1951 – anche per la esigenza di mettere gli interrogati – a confronto con coloro che venivano fermati in un momento successivo e la continuità delle indagini determinò l’opportunità di avere sempre i detenuti a disposizione fino a che le investigazioni non fossero compiute. L’affermazione è esatta e trova riscontro nello svolgimento della inchiesta di polizia; ma è ovvio che la protrazione del fermo e il disagio fisico e psichico che ne conseguiva operassero in guisa da attenuare le resistenze interne, alimentate dall’istinto di difesa e da sentimento di omertà, e da neutralizzare la pressione dell’ambiente esterno e la paura di rappresaglie da parte del Giuliano.

Questo drammatico conflitto interiore e la situazione in cui i “picciotti” vennero a trovarsi, spiegano come taluni di essi – secondo ha deposto il Maresciallo Lo Bianco – piangessero nel rendere la loro confessione, chi allegando lo stato di coazione nel quale aveva agito, chi adducendo altresì il contenuto politico dell’azione come Buffa Antonino di fronte a Pisciotta Vincenzo (v. n.32, II), superando con moto improvviso la posizione difensiva (l’inganno di Candela Rosario) al cui riparo, nel confessare, si era posto e dietro cui tornò a porsi nell’interrogatorio giudiziale.

È certo che né Gaglio “Reversino”, né Di Lorenzo Giuseppe né alcuno dei “picciotti” furono tratti a confessare dal bisogno di sgravare la coscienza del grave peso; ed è del pari certo che l’istinto di difesa e talvolta il sentimento dell’omertà affiorano nelle loro dichiarazioni; ma ciò non esclude, anzi conferma, pur nell’ambito della situazione in cui – taluni legalmente, altri illegalmente – vennero a trovarsi, quella libertà di determinazione della quale si è fatto cenno. Diversamente oltre a quanto sopra si è detto ai fini di escludere la pretesa etero suggestione, non potrebbe essere spiegato come: Di Lorenzo Giuseppe confessando la partecipazione ai fatti di Carini, abbia respinto l’accusa di concorso nei fatti di Portella della Ginestra; Gaglio Francesco, confessando di aver preso parte all’azione di Portella della Ginestra, abbia negato ogni sua partecipazione ai fatti contro le sedi delle sezioni dei partiti di estrema sinistra; Tinervia Francesco, Sapienza Giuseppe di Tommaso, Terranova Antonino di Salvatore, Cristiano Giuseppe, che pure confessarono la partecipazione ai fatti di Portella, abbiano negato di aver preso parte alle aggressioni contro le sedi suddette, i primi precisando di non esservi stati invitati ed il quarto allegando che, recatosi pochi giorni dopo la strage di Portella a lavorare a Grisì per evitare qualche altro losco invito, non aveva fatto ritorno a Montelepre neanche per la festa di S. Antonio che vi si celebrava il 22 giugno; Pretti Domenico e Sapienza Vincenzo abbiano ammesso invece di aver partecipato ai fatti di Portella ed a quelli di Bor­getto; Buffa Antonino confessando la sua partecipazione ai fatti di Portella, abbia negato di aver preso parte alle aggressioni contro le sedi predette, pur ammettendo di essere stato convocato alla riunione di Belvedere o Testa di Corso trattovi con inganno da Candela Rosario.

C. Ora, ciò posto, si fa evidente come con pieno fonda­mento i primi giudici abbiano considerato le confessioni giudiziali e stragiudiziali dei “picciotti” sullo stesso piano, le une sostanzialmente riproducendo ed integrando le altre ed entrambe offrendo una visione organica ed unitaria della prova.

Ma giova notare che non può procedersi ad una esatta valutazione delle dichiarazioni stesse senza separare il vero dal falso cogliendo i motivi della falsità; dappoiché – a prescindere dalle lacune, dalle incoerenze, dai contrasti in elementi di dettaglio, conseguenza naturale sia della molteplicità e la diversità dei momenti di osservazione e di riferimento nello sviluppo di così complessi avvenimenti, sia della soggettività delle percezioni e dei ricordi – non è dubbio che le dichiarazioni di Gaglio “Reversino”, e dei “picciotti” contengano circostanze inverosimili e mendaci, introdotte talvolta per un modo d’essere della personalità, più spesso per un fine di difesa.

59

L’argomento essenziale però su cui più o meno, la maggior parte dei difensori ha fatto leva per allegare, oltre alla violenza, anche la frode, cui gli investigatori sarebbero ricorsi nell’imbastire l’inchiesta di polizia giudiziaria e la

menzogna, di cui si sarebbero valsi per occultarla, trae motivo dalla posizione di Gaglio “Reversino” nel processo, cioè dal modo attraverso cui dalle “tenebre dell’omertà” sarebbe pervenuto alla luce della confessione e dal mezzo impiegato per ottenerla.

L’assunto difensivo non ha seria consistenza, ma, poiché riposa sulla interpretazione di alcuni elementi del processo, va esaminato attentamente sia in relazione alla condotta dei verbalizzanti, sia con riferimento alla personalità di Gaglio “Reversino”, individuo abile nel mentire e nel simulare sincerità’ come emerge dal controllo delle sue dichiarazioni. Sta in fatto che, diversamente da quanto figura nel rapporto 13 agosto 1947 (v. n. 26), il Gaglio “Reversino” fu ricercato e fermato per ordine del Ten. col. Paolantonio allorché l’Ispettorato Generale di PS avocò a sé la prosecuzione delle indagini.

Invero, svelando quanto fino allora non aveva creduto di palesare, il Paolantonio, sentito quale teste nel dibattimento di primo grado (nella fase istruttoria non era stato esaminato) affermò che, venuto a contatto tramite il Ferreri, allo scopo di conoscere i nomi dei partecipanti all’azione di Portella della Ginestra, con i banditi Giuseppe e Fedele Pianello, costoro esplicitamente ammisero di avervi preso parte entrambi (v/6, 724 r); indi, “con risposte evasive e mezze pa­role”, gli dissero che all’impresa avevano partecipato “non solo coloro che erano latitanti per appartenenza alla banda Giuliano ma anche dei giovani che erano stati scelti per l’occasione tra gli amici ed i parenti degli appartenenti alla banda “stessa”; e gli fecero i nomi di “Bambinello”, Francesco Badalamenti e “Reversino’’ (V/6, 708). Ricordava bene che, alle sue insistenti domande, uno dei Pianello disse: “rivolgetevi a “Reversino” che si strofina con la famiglia Giuliano” (V/6, 711); quindi aggiunsero che “il Giuliano aveva chiamato per partecipare all’azione di Portella certo Di Maggio Alfio di Tommaso e che, quando avvenne la riunione in uno spiazzale nelle vicinanze del luogo dove fu trovato il cadavere del Busellini, “invece di presentarsi il figlio Alfio si presentò Di Maggio Tommaso che disse che il figlio era ammalato. Il Giuliano congedò il Di Maggio dicendogli che era vecchio oppure lo lasciò in quel posto a custodia di uno o più animali che erano stati adibiti al trasporto delle armi”(V/6, 709).

Inoltre il Paolantonio precisò di aver comunicato ai marescialli Lo Bianco e Calandra i nomi di Francesco Badalamenti, di “Bambinello”, di “Reversino” con incarico di identificare gli ultimi due – poiché il primo era già noto – e di interrogarli per la rapina in danno dell’ing. Cecconi. Di questo reato, avvenuto qualche tempo prima, il Ten. col. Paolantonio si valse come di un falso scopo, in quanto spesso si era verificato clne individui accusati di delitti non commessi finissero nel protestare la loro innocenza, per confessare altri reati, effettivamente commessi (V/6, 708 r).

Prima del teste Paolantonio era stato sentito il maresciallo Lo Bianco che, ignaro – come disse (v/6, 761) – del tenore dei colloqui tra il suo superiore ed il Ferreri, nonché dei contatti avuti dallo stesso con i Pianello, asserì, in contrasto col motivo indicato nel rapporto, ma in aderenza all’apparente realtà a lui nota, che il Gaglio, era stato fermato per la rapina Cecconi. Quindi chiarì che, protestandosi innocente di tale reato, il Gaglio si mostrò incline a fare confidenze sui fatti di Portella della Ginestra ed accennò a rivelazioni interessanti; di tal che, egli, non potendo rinunziare a verbalizzare, gli promise, per creare un’atmosfera di maggiore confidenza”, di farlo evadere durante la traduzione al carcere`. Il Gaglio credette alla promessa e rese la confessione raccolta a verbale (lV/4, 559 r).

Il maresciallo Calandra, sentito prima dei testi Lo Bianco e Paolantonio, non aveva fatto cenno alla rapina Cecconi. A suo dire, il “Reversino”, al quale furono contestati alcuni reati di sequestro di persona, tra cui quello in danno di Asta Giovanni, del quale reato si riconobbe colpevole, aveva finito per parlare spontaneamente dei fatti di Portella della Ginestra, ammettendo di avervi preso parte e facendo i nomi di altri partecipanti. (V/3, 438). E sentito di nuovo, dopo l’audizione dei testi suddetti similmente non accennò alla rapina Cecconi, mostrando tuttavia di confondere questo reato con il sequestro dell’Asta, ma ricordò che certamente il Paolantonio aveva fatto a lui e al Lo Bianco il nome di Gaglio Francesco come uno di coloro che parteciparono a Portella della Ginestra e di un Bambinello anche” (V/6, 784 r.).

Orbene, in base a tale risultanze si è sostenuto che il sequestro Asta e la rapina Cecconi non fossero che pretesti escogitati per giustificare l’interrogatorio del Gaglio e la protrazione arbitraria del suo fermo; e che la confidenza dei Pianello fosse l’origine di una suggestione subita dagli investigatori Calandra e Lo Bianco, per cui: a) essi avevano creduto che il Gaglio fosse colpevole della strage, mentre il suo nome – diversamente dai nomi di Badala­menti Francesco e di “Bambinello”, il quale poi altri non era che Sapienza Giuseppe di Francesco, detto pure “Scarpe sciolte” era stato fatto dai Pianello solo come di uno che poteva sapere qualche cosa perché si “strofinava” con la famiglia Giuliano, non perché avesse partecipato all’eccidio; b) avevano ricercato parenti ad amici dei componenti la banda, mettendo via, via le mani sui “picciotti” fermati, senza considerare che l’allusione dei Pianello alla partecipazione anche di giovani scelti per l’occasione non andava oltre le persone indicate: Badalamenti e Bambinello, l’uno e l’altro giovani e non latitanti.

E da cotesto assunto si è creduto di trarre la prova della frode dei verbalizzanti, conseguenza della suggestione in cui essi stessi erano caduti, e di pervenire all’accertamento: non era stato il Gaglio a confessarsi colpevole o ad offrirsi come informatore al maresciallo Lo Bianco; che al contrario, gli si erano fatte dire le cose più inverosimili e su di esse si era costruito l’edificio dell’accusa; che gli investigatori allo scopo di impedire che il castello dell’accusa crollasse, avevano omesso di trasmettere all’autorità giudiziaria la confessione resa loro da Sapienza Giuseppe fu Francesco (la quale, certamente aderente alla verità, doveva essere molto diversa dalla confessione del “Reversino” o facendo sparire il verbale, o non redigendolo nemmeno.

Senonché l’argomentazione stessa rivela lo sforzo volto a piegare gli elementi del processo alle esigenze di una costruzione meramente difensiva.

A. Risulta che né il Lo Bianco, né il Calandra, e meno ancora il Santucci ebbero conoscenza dei colloqui avuti dal ten. col. Paolantonio con i fratelli Pianello: essi erano al corrente soltanto dei contatti che quegli aveva, pur assai cautamente, con il Ferreri in quanto il Lo Bianco lo aveva accompagnato tre o quattro volte ad Alcamo, tra la fine di maggio ed i primi di giugno 1947, per incontrarsi con lui (V/6, 761); e, se v’è la prova (V/6, 726) che il Paolantonio informò l’ispettore generale Messana ed i sottufficiali dipendenti della partecipazione dei due Pianello alla strage, nessuna prova esiste che egli abbia comunicato ai sottufficiali predetti anche la fonte della sua informazione ed ogni particolare della confidenza.

Al contrario, secondo è lecito desumere dalle loro testimonianze essi seppero unicamente che Badalamenti Francesco, Bambinello e Reversino, erano indiziati di correità nella strage, che il Bambinello frequentava la zona di Calcerame dove la famiglia conduceva un terreno in affitto (V/6, 787 r), che il Reversino si strofinava con la famiglia Giuliano; ma, quando pure si potesse presumere che avessero avuto cognizione completa della confidenza dei Pianello, non da questo potrebbe trarsi la prova dello stato di suggestione che loro si attribuisce per dedurne il dirottamento delle indagini. Come si è notato, i nomi dei “picciotti” fatti dal Gaglio non potettero essere conosciuti dagli investigatori se non attraverso le dichiarazioni del Gaglio il quale, difatti, ritrattando, addusse di averli inventati.

D’altra parte manifestamente arbitraria è l’interpretazione che vuol darsi alla confidenza dei Pianello. Venuto a contatto con costoro il Paolantonio cercò di sapere i nomi dei partecipanti alla strage ed i Pianello che vi avevano preso parte, risposero nel modo che è noto, chiarendo altresì che per l’occasione il Giuliano “aveva ordinato la mobilitazione generale”(V/ó, 710); il che non consente di dare alle loro parole il significato restrittivo che ad esse è stato attribuito per limitare a due soltanto il numero dei giovani reclutati allo scopo di ingrossare le fila degli effettivi della banda.

Benché il Paolantonio – come egli ha detto – fosse stato – presentato dal Ferreri come un amico ed i Pianello ignorassero la sua qualità di ufficiale dei carabinieri (V/6, 725) tuttavia non è dubbio che la ragione del colloquio, il tenore delle domande, le stesse informazioni date (gli indicarono anche con uno schizzo il luogo dove era il cadavere del Busellini) avessero generato in loro la certezza di essere quanto meno in presenza di un informatore della polizia che avrebbe riferito agli organi interessati quanto essi andavano dicendo.

Ora, la frase: rivolgetevi al “Reversino” che si strofina con la famiglia Giuliano, detta in quelle circostanze, lungi dal differenziare la posizione del Gaglio da quella degli altri due agli effetti della correità nella strage, acquista un significato tutto particolare e svela il segreto sentimento con cui quel nome fu fatto.

Il Gaglio strisciava davvero attorno o alla famiglia Giuliano: si era fidanzato con una cugina materna del capo bandito, anelava a far parte della banda – come ha testimoniato Lombardo Maria (V/5, 648 r) e si desume dalle dichiarazioni di Mazzola Vito – era stato prescelto quale testimone delle nozze di Giuliano Marianna con Sciortino Pasquale e si avviava alla conquista di una posizione che in quel mondo di criminalità poteva suscitare invidie e gelosie.

Ciò spiega la frase con cui il “Reversino” fu esposto alle investigazioni della polizia, ma non significa che facendo il suo nome quale compartecipe della strage i Pianello abbiano mentito, dappoiché numerose ed inoppugnabili – come si vedrà sono le prove della sua colpevolezza.

B. Il sequestro Asta non fu un’allegazione pretestuosa: se nella realtà non fu esso a determinare il fermo del Gaglio, perché il Nucleo dei Carabinieri di Palermo non aveva ancora preso ad indagare su quel delitto ed il Gaglio fu fermato per la strage di Portella della Ginestra, costituiva tuttavia oggetto di parallele indagini di polizia giudiziaria che necessariamente avrebbero determinato il medesimo provvedimento.

L’Asta, sequestrato in contrada Tuffo di Monreale il 7 giugno 1947 e liberato dopo alcuni giorni dietro impegno di pagare il prezzo del riscatto, si era astenuto dal denunziare il fatto ed i carabinieri ne erano venuti a conoscenza attraverso le dichiarazioni di Lombardo Giacomo e di Pisciotta Salvatore. Costoro, arrestati la mattina del 20 giugno 1947 (v. n.34) ed accusati, fra l’altro, del sequestro di Maggio Stefano e di Schirò Nicolò, protestando la loro innocenza in relazione a tale delitto, confessarono, l’uno il 23, l’altro il24 dello stesso mese, la loro partecipazione al sequestro dell’Asta e chiamarono in correità Gaglio Francesco, inteso “Reversino”e tal Grisafi Pietro.

È spiegato, adunque, come i verbalizzanti, non potendo far menzione dell’ordine di fermo dato loro dal ten. col. Paolantonio senza svelare un segreto di polizia, abbiano fatto risalire il fermo del Gaglio al sequestro Asta del quale si erano contemporaneamente occupati il Gaglio fu riconosciuto dall’Asta ed a sua volta confessò il delitto.

Nel disegno del Paolantonio la rapina Cecconi costituì – come si è detto – falso scopo e nessun dubbio può esservi sull’ordine dato al Lo Bianco di contestarla: il Paolantonio non avrebbe avuto motivo di parlarne se tale suo disegno non avesse avuto rispondenza nella realtà; e, del resto, un riscontro obiettivo, che dimostra come i marescialli Calandra e Lo Bianco avessero svolto l’indagine seriamente, si ha nel sequestro in casa di Valoroso Rosa, fidanzata del Gaglio, di alcuni capi di biancheria che furono mostrati al Cecconi e alla stessa restituiti non essendo stati da quest’ultimo riconosciuti per suoi; operazione della quale anche il Gaglio si è mostrato a conoscenza (V/4, 572).

Se Lombardo Giacomo e Pisciotta Salvatore, incolpati di reato non commesso, confessarono la propria colpevolezza in relazione ad un altro reato, che era ignorato agli investigatori e chiamarono in correità gli altri compartecipi non è inverosimile che Gaglio Francesco avesse avuto analogo comportamento.

Ma la Corte è incline a ritenere che più mezzi siano stati usati per indurre il Gaglio “Reversino” a parlare dei fatti di Portella della Ginestra, dal rigore del fermo, alle promesse di evasione. Nell’udienza del 7 agosto 1951 – per respingere l’accusa, che il Mannino gli muoveva, di aver accettato dal Giuliano la somma di £. 360 mila, inviatagli a mezzo di Giovanni Provenzano perché non maltrattasse Lombardo Giacomo e per un altro affare – il maresciallo Lo Bianco dichiarò: “se il Giuliano mi avesse mandato altre 30 mila lire io non avrei costretto il Gaglio a fare le dichiarazioni che fece proprio sul delitto di Portella” (V/6, 770). La frase, interpretata in relazione allo scopo per cui fu detta ed in armonia con le altre risultanze del processo, è ben lungi dall’accreditare indicibili torture allegate dalla difesa, però rivela che un certo impegno fu posto per vincere l’iniziale resistenza dell’imputato a confessare.

Tuttavia all’azione di forza e di astuzia, cui mostrò di cedere, il Gaglio contrappose la fraudolenza tutta propria dell’omertà, disseminando la confessione di elementi difensivi e di circostanze false per renderla inattendibile, imprecando contro il Giuliano per generare credulità, promettendo addirittura di sopprimerlo non appena avesse riacquistata la libertà; e quando fu dinanzi al giudice negò tutto, negò persino di aver mai visto il Giuliano ed ebbe nel corso della istruttoria e del giudizio quel comportamento insincero di cui si è fatto cenno.

A conferma di quanto sopra si è detto intorno all’autonomia delle dichiarazioni stragiudiziali basterà sottolineare una delle tante menzogne con cui il Gaglio “Reversino” trasse in inganno i carabinieri dichiarò loro (v. n. 26) di essere stato invitato inopinatamente ed accompagnato alla riunione di Cippi da Mazzola Vito la mattina del 30 aprile; solo all’udire il nome di Turiddu Giuliano, di quel bandito tanto temuto, disse era stato preso da turbamento, ed a Cippi, essendo notoria la brutalità di quell’uomo, era rimasto in attesa di ordini per paura. Soltanto dopo le dichiarazioni di Pretti Domenico e di Tinervia Francesco i carabinieri potettero sapere che anche il Gaglio “Reversino” si era attivamente adoperato per l’ingaggio dei “picciotti”, e dovettero attendere l’arresto di Mazzola Vito per conoscere quanto durante quel mese di aprile – naturalmente prima delle nozze Giuliano – Sciortino – egli avesse brigato presso lo stesso Mazzola allo scopo di ottenere un colloquio col capo bandito, e. per avere inoltre conferma della sua scienza diretta della importantissima riunione che avrebbe avuto luogo a Cippi (v. n. 41, A, a ed e), vale a dire per disvelarne completamente il mendacio su tale punto.

C. L’assunto concernente la confessione stragiudiziale di Sapienza Giuseppe di Francesco e la mancata trasmissione del verbale all’Autorità Giudiziaria è privo di qualsiasi fondamento.

Diversamente da quanto aveva affermato nel suo interrogatorio scritto (v. n. 40 bis, I), il Sapienza sostenne nel dibattimento di primo grado di non aver reso ai carabinieri alcuna dichiarazione (V/4, 477), ma in contrario Terranova Antonino. inteso “Cacaova”, che l’aveva accusato di essere andato a Portella della Ginestra in luogo di Genovese Giovanni, dichiarò contargli che invece aveva confessato e che l’interrogatorio raccolto dai carabinieri era stato dagli stessi distrutto per interessamento del Giuliano (V/4, 477 r).

L’antitesi fra la proposizione del Terranova e quella dei suoi difensori è evidente: l’uno attribuì a soppressione del documento alla iniziativa del Giuliano interessato a Salvatore il Sapienza dalla responsabilità nella quale era incorso; gli altri l’attribuirono invece alla iniziativa dei carabinieri interessati ad impedire che la verità affermata dal Sapienza travolgesse l’artificiosa confessione del Gaglio: le due proposizioni non possono coesistere, si elidono a vicenda e nessuna di esse ha radice nella realtà.

La soluzione invero è diversa e semplice: il Sapienza, trattenuto dai carabinieri dal 28 settembre al 17 ottobre 1947, fu interrogato anche sui fatti di Portella della Ginestra e confessò la propria partecipazione, tuttavia, essendo stato arrestato su mandato di cattura per quel delitto, le sue dichiarazioni non furono raccolte a verbale. Cosicché, quando fu interrogato dal magistrato il Sapienza, conscio di aver confessato ai carabinieri ed ignaro che le sue dichiarazioni non risultassero ai fini del processo, ritrattò innanzitutto la confessione attribuendola alle violenze patite; ma, poi, nel giudizio di primo grado, appreso che niuna traccia v’era dichiarazione e nel primo dibattimento non fece neppure menzione di aver subito violenze da parte dei carabinieri (R, 124).

A conclusione di questa disamina la Corte osserva: che rettamente i primi giudici hanno negato consistenza alle allegazioni difensive di suggestione, di violenza, di frode nelle indagini di polizia giudiziaria ed infondate si rivelano le censure a tal fine mosse alla sentenza; che il metodo di forza e di astuzia impiegato nei confronti del “Reversino” per infrangere il cerchio dell’omertà ed indurlo a parlare, al quale questi oppose a sua difesa simulazione e mendacio, benché sotto taluni aspetti esuli dalla sfera della legittimità, non priva la confessione di giuridica efficacia là dove essa si riveli attendibile e veritiera, dappoiché la mancanza di spontaneità non sempre esclude la veridicità del fatto confessato, ma impone soltanto un più cauto ed attento esame; che le confessioni dei “picciotti”–, legate le une alle altre da una concatenazione logica e cronologica, sono conseguenza naturale della confessione e delle chiamate in correità fatte dal “Reversino” nello stato d’animo del momento, ognuno dei confitenti si rese conto che sarebbe stato inutile negare ciò che altri già aveva ammesso; e cotesto processo psicologico trova un chiaro riscontro nel comportamento del Gaglio “Reversino” dinanzi al giudice istruttore il 29 agosto 1947, allorché si avvide che gli altri persistevano nel confessare e nel chiamarlo in correità (v. n.35, I); – che tanto le dichiarazioni stragiudiziali, quanto quelle giudiziali di Gaglio “Reversino” e dei “picciotti” hanno una unica fonte: gli imputati; e costituiscono, anche se ritrattate, elementi di prova sui quali il giudice ben può fondare il suo libero convincimento qualora, valutati in sé medesimi ed in relazione a tutte le altre emergenze di causa, diano affidamento di attendibilità.

I primi giudici hanno esaminato tali dichiarazioni nel loro contenuto ponendo in evidenza i punti di saldatura, di integrazione e di riscontro, che ne fanno un tessuto organico ed unitario, e dando risalto all’accento di sincerità che traspare dalle confessioni rese dai “picciotti” al magistrato e dalle chiamate di correo mantenute nei confronti sostenuti dinanzi a lui; le hanno controllate alla luce delle risultanze generiche e di quelle specifiche; le hanno saggiate in correlazione alle ammissioni di Mazzola Vito e di Genovese Giovanni, come pure al contenuto dei memoriali del Giuliano; e cotesta valutazione hanno fatto con una analisi così minuziosa e così profonda, forse eccessiva, che ad essa ben potrebbe questa Corte ripor tarsi, per sorreggere e per motivare la propria convinzione, se la severa censura cui taluni argomenti sono stati sottoposti e se la necessità di una più penetrante valutazione di alcuni elementi di prova non imponessero un nuovo esame delle questioni espressamente riproposte con i motivi d’impugnazione.

Si è sostenuto, adunque, che le confessioni e le chiamate di correo quali che siano stati i mezzi di assunzione, sono sostanzialmente false e inattendibili; e si è creduto di desumere la falsità: dalla inverosimiglianza della riunione a Cippi; dalla formazione dei gruppi di marcia e dall’itinerario seguito per raggiungere Portella della Ginestra; dal numero dei partecipanti alla strage; dalla mancata indicazione dei fratelli Pianello che sicuramente al delitto parteciparono, e dal silenzio sul sequestro dei quattro cacciatori; dagli elementi provenienti dal sopralluogo compiuto dal giudice istruttore il 15 agosto 1947; dalle contraddizioni e dalle assurdità contenute nelle dichiarazioni di Pisciotta Vincenzo, di Cristiano Giuseppe, di Sapienza Vincenzo, di Russo Giovanni, di Terranova Antonino di Salvatore, di Tinervia Francesco relativamente alle chiamate in correità di Pisciotta Francesco e di Terranova Antonino “Cacaova”; ma, come si vedrà, l’assunto non è fondato.

60

Della riunione avvenuta a Cippi il 30 aprile 1947 hanno parlato variamente nelle loro confessioni Gaglio ‘‘Reversino” ed i ‘‘picciotti’’, ciascuno descrivendo gli eventi di quella giornata, dei quali furono partecipi e spettatori, con tale essenziale­ concordanza e con tale diversità di particolari, conna­turale alla individualità propria di ognuno, al diverso momento di arrivo sul luogo, o alla diversa capacità di osservazione di percezione, oppure alla soggettività dei ricordi, od anche espressiva di un personale orientamento di difesa, da non consentire il minimo dubbio sulla realtà dell’avvenimento.

Prima ancora che dai difensori la riunione a Cippi è stata negata dal Giuliano nel suo memoriale del 28 giugno 195o(v. n. 49), ma con argomenti così puerili e così estranei allo scopo che con quella adunata si propose da non meritare alcuna confutazione; dappoiché era nel suo sistema di riunire i propri uomini per dare disposizioni quando si trattava del loro impiego in massa in azioni criminose di una certa entità; e da una siffatta esigenza organizzativa non avrebbe potuto prescindere nell’azione di Portella della Ginestra soprattutto se, per l’occasione, aveva sentito il bisogno di potenziare la banda con elementi che non vi appartenevano.

Sta in fatto che durante i moti dell’EVIS più volte il Giuliano aveva adunato i suoi gregari nelle vicinanze di Montelepre: di una riunione generale a Cozzo Finocchiaro, vicino al cimitero, ha parlato il Mannino Frank, confermando su tal punto le sue dichiarazioni ai carabinieri (Z/1, 174); e di una riunione in contrada Cippi, con un breve discorso del Giuliano, disse Russo Angelo nelle sue dichiarazioni stragiudiziali (Z/1, 107); il che toglie valore all’argomento secondo cui la breve distanza di Cippi dall’abitato (3 Km. circa) e la sua topografia costi­tuirebbero un elemento di inverosimiglianza della asserita riunione.

Vero che tutta la zona era vigilata dalle forze dell’ordine: carabinieri erano di stanza a Montelepre, a Piano dell’Occhio, a Giardinello, un plotone in servizio di ordine pubblico aveva quartiere al bivio tra Montelepre e Giardinello, ma ciò non im­pediva (v. n.2) ai banditi di vivere attorno a Montelepre, di entrare e di uscire dall’abitato, di spostarsi da un punto all’altro sfuggendo all’azione repressiva della polizia. Il maresciallo Santucci ha informato che qualcuno dei latitanti aveva in casa botole ben camuffate, nella casa di Cucinella Antonino fu rilevata persino l’esistenza di un camminamento (V/3, 406) ed è certo che, al tempo dei fatti di Portella della Ginestra, Salvatore Giuliano risiedeva ordinariamente a Cippi come appare da quanto ha dichiarato Pasquale Sciortino a questa Corte.(W/2, 178 r).

Alle nozze di costui con Marianna Giuliana intervennero numerosi banditi “vi partecipammo tutti noi della squadra Terranova ed anche altri della banda che non sono in grado di precisare”, ha detto Mannino Frank; ma dalle dichiarazioni rese il 18 luglio 1947 da Gaglio Giuseppe di Giuseppe ai carabinieri nel processo per il sequestro Di Maggio e Schirò, confermate su tal punto nel suo interrogatorio giudiziale, si può agevolmente rilevare che fra gli intervenuti erano pure Salvatore Giuliano, indossava pantaloni di velluto e una camicia bianca, Licari Pietro, Mazzola Vito, i fratelli Genovese, Gaglio Francesco “Reversino”, e molti altri fra cui Di Lorenzo Giuseppe, inteso “Peppe di Flavia”, che suonava la chitarra accompagnando un suonatore di fisarmonica; la festa durò circa due ore e dai banditi fu disimpegnato a turno un servizio di vigilanza per prevenire sorprese da parte della polizia.

Si è detto che ciò poté avvenire per carenza delle forze dell’ordine, impegnate nel servizio elettorale (20–21 aprile), e che non avrebbe potuto ripetersi nei giorni successivi; ma sta in fatto che anche dopo il 24 aprile la maggior parte dei latitanti rimase a Montelepre o nelle immediate vicinanze. A dire del Terranova, lui e tutti i componenti della sua squadra vi si sarebbero fermati quanto meno fino al 28 aprile; Pisciotta Gaspare fu visitato a Montelepre, indi a Giardinello dal dott. Vasile; Cucinella Giuseppe fu veduto a Montelepre da Mazzola Vito.

Orbene, non può recare meraviglia che il Giuliano, avendo deciso l’azione di Portella, avesse adunato proprio a Cippi il 30 aprile coloro che dovevano parteciparvi e che di quella riunione non avessero avuto notizia né prima, né dopo i carabinieri costretti ad operare in un ambiente dominato dal capo bandito e ligio all’omertà.

Acutamente i primi giudici hanno rilevato che non v’era forse attorno a Montelepre contrada più propizia ad una simile adunata: l’andamento del terreno è collinoso; gli appezzamenti a destra ed a sinistra della strada che attraversa la località sono coltivati a vigneto la famiglia Giuliano vi conduceva in af­fitto una vigna sita sinistra: in luogo prossimo e fronteggiante, era tenuta in affitto Gaglio Francesco cognato del capo bandito; di fronte la contrada Saraceno dove Giuseppe e Giovanni Genovese custodivano al pascolo i loro animali; Mazzola Vito, Gaglio “Reversino” di Francesco vi conducevano abitualmente i loro greggi; Tinervia Francesco e Giuseppe vi coltivavano un vigneto, del nonno; ognuno, occorrendo, avrebbe potuto occultarsi tra le viti, a ridosso delle piccole case diroccate, nelle anfrattuosità del terreno, sottrarsi alla vista e sfuggire ad ogni ricerca, Oppure giustificare con il lavoro la propria presenza nella località. Sapienza Giuseppe di Tommaso, Terranova Antonino di Salvatore, Tinervia Giuseppe, che, portatisi a Cippi di buon mattino, vi trascorsero l’intera giornata, hanno parlato di un andirivieni di persone tutte giovani, in maggior parte da Montelepre, che si accentuò nelle ore pomeridiane, ma hanno precisato che vi affluirono alla spicciolata e ben potrebbe aggiungersi cautamente, come esigevano le circostanze, rimanendo in disparte fino a quando – verso sera – il Giuliano non li adunò per armarli e per spiegare lo scopo ed il contenuto dell’azione. Ciò traspare dalle dichiarazioni di costoro e più ancora da quelle di Buffa Antonino il quale mise in evidenza che solo Gaglio “Reversino” e Badalementi Francesco si inserirono nel gruppo dei banditi, di­mostrando di aver con essi molta familiarità, mentre gli altri “picciotti” se ne stavano quieti ed appartati (L, 88). Altro che adunata “tumultuosa e oceanica” come taluno dei difensori l’ha immaginata per negarle credibilità!

Ma oltre tutto la contrada Cippi si prestava allo scopo in modo particolare perché da essa di dipartono due solitari sentieri che conducono a Portella della Ginestra: l’uno, con inizio proprio dalla vigna dei Giuliano, che, costeggiando Monte Fior dell’Occhio attraversa Portella Renne, Portella Bianca, Monte Renda, sbuca a Pioppo sulla strada per S. Giuseppe Jato; l’altro, con inizio dallo stesso versante, che, attraverso Fior dell’Occhio, Portella Suvarelli, Sagana, Ponte Sagana, Masseria Amenta, Cannavera (Cozzo Busino), Presto, sbocca in altri punti della stessa strada, oltre Portella della Paglia, quasi all’altezza di Portella della Ginestra; sentieri che, snodandosi fuori del normale raggio di azione delle forze di polizia, ponevano la marcia notturna al riparo di qualunque sorpresa.

Non potendo escludere la sussistenza di una riunione preparatoria tra i partecipanti all’azione, taluni dei difensori, richiamandosi alla confidenza dei fratelli Pianello al ten. col. Paolantonio, hanno sostenuto che essa ebbe luogo a Cozzo Busino non a Cippi; ma l’assunto non ha seria consistenza.

Innanzi tutto la versione dei fratelli Pianello è su questo punto incerta e confusa: facendo allusione all’episodio riguar­dante Di Maggio Tommaso essi non hanno saputo precisare se il Giuliano avesse dispensato il suo fido gregario perché vecchio, oppure se l’avesse lasciato sul luogo dell’adunata a custodia degli animali che erano stati adibiti al trasporto delle armi; il che autorizza l’ipotesi che non abbiano assistito al fatto e si siano limitati a narrare le voci raccolte su quell’avvenimento.

Nessuno dei “picciotti” ha fatto il nome dei Pianello nonostante che i due banditi fossero noti a molti di loro: Buffa Antonino, Tinervia Francesco, Musso Gioacchino, Sapienza Vin­cenzo, Pretti Domenico, Terranova Antonino di Salvatore, Pisciotta Vincenzo sicuramente li conoscevano (V/4, 478 – 479) e non ne hanno parlato. Non è possibile che a tutti fossero sfug­giti, oppure che tutti li avessero dimenticati; e poiché è certo che i fratelli Pianello parteciparono alla strage, il si­lenzio dei “picciotti” su di loro dimostra soltanto che né Giuse­ppe, né Fedele Pianello furono presenti all’adunata preparato­ria dei partecipanti a quella impresa criminosa. Il che è avvalo­rato dal fatto che i Pianello vivevano abitualmente in Alcamo, avendo ricevuto dal Giuliano l’incarico di sorvegliare il Ferreri del quale più non si fidava, e non avrebbero avuto motivo di risalire fino a Cippi od anche fino a Cozzo Busino per accedere a Portella della Ginestra: è presumibile che il Giuliano avesse dato loro convegno direttamente ai roccioni della “Pizzuta”.

Essi passarono invece per Cozzo Busino al ritorno: dovettero far parte di quel gruppo di undici banditi che procedette al sequestro ed all’uccisione del campiere Busellini e che Acquaviva Domenico vide transitare per la contrada “Presto” dopo l’azione di Portella della Ginestra (v. n. 18), altrimenti non avrebbero potuto indicare, con tanta precisione da farne uno schizzo, la foiba dentro la quale giaceva il cadavere del campiere.

Rispondendo alle domande del Paolantonio i Pianello, ben lungi dal dare esaurienti informazioni, fecero la nota confidenza a denti stretti, “attraverso risposte evasive e mezze parole”, e ritiene la Corte che il contemporaneo accenno al luogo dove era nascosto il cadavere del Busellini e all’episodio Di Maggio abbia erroneamente indotto il Paolantonio ad un equivoco accostamento tra cotesto luogo e quello della riunione che per altro dai Pianello non fu specificato.

Infatti l’ipotesi che i partecipanti al delitto abbiano ini­ziato la marcia da Cozzo Busino è smentita da due insuperabili circostanze: la difficoltà per i non appartenenti alla banda di convenirvi alla spicciolata e la descrizione della marcia notturna fatta dal Giuliano nel suo primo memoriale.

Se è vero – secondo dissero i Pianello e trova riscontro in molteplici elementi del processo – che il Giuliano dispose che per l’occasione fossero chiamati anche elementi estranei alla banda, scelti fra amici e parenti dei banditi, deve ammettersi che non avrebbe potuto, senza grave rischio di compromettere il risultato dell’impresa, convenirli a Cozzo Busino, una località montana e sconosciuta alla maggior parte di loro: avrebbe dovuto pur sempre curare che taluno dei banditi, esperto dei luoghi, li riunisse in prossimità di Montelepre e li guidasse.

D’altra parte il Giuliano affermò nel detto suo memoriale di essersi avviato, piano piano con i suoi uomini, la sera del 30 aprile, verso le 20, alla volta di Portella della Ginestra giungendovi alle tre del mattino, poco prima dell’alba, cioè dopo sette ore circa di cammino, quante presso a poco ne sarebbero occorse muovendo da Cippi e considerando le brevi soste di riposo menzionate dal “Reversino”; il che mentre, da un lato, conferma la verità su questo punto delle dichiarazioni rese da costui e dai “picciotti”, esclude dall’al­tro la possibilità che la partenza sia avvenuta da Cozzo Busino, distante non più di due o tre ore di cammino dai roccioni della “Pizzuta”.

La confidenza dei Pianello al ten. col. Paolantonio pone in essere le seguenti circostanze: a) che la partenza fu preceduta da una riunione dei parteci­panti i quali mossero con il Giuliano verso il luogo dell’azione; b) che nel luogo di adunata furono portate delle armi a dorso di uno o più equini; c) che – essendo gli effettivi della banda già tutti adegua­tamente armati – le armi salvo il fucile mitragliatore usato dal capo bandito, erano evidentemente destinate ai giovani chiamati ad ingrossare la banda per l’occasione; d) che conseguentemente le armi furono distribuite sul luogo dell’adunata prima della partenza; e) che ivi avvenne anche l’episodio Di Maggio.

Orbene, tali circostanze trovano riscontro nelle confessioni (stragiudiziali e giudiziali) dei “picciotti” (v. da n. 26 a n. 40) che qui si richiamano espressamente.

Solo il Gaglio “Reversino” ha posto la consegna delle armi a Portella della Ginestra con intenzionale mendacio, per dare maggior risalto alla pretesa ineluttabilità della sua condotta criminosa, allo stesso modo che Buffa Antonino, pur ponendone la distribuzione a Cippi, ha detto di essere stato armato, lui solo, sul luogo del delitto per sostenere che fino a quel momen­to non aveva saputo e non aveva capito lo scopo per cui fosse stato condotto a Portella.­

Musso Gioacchino, che trascorse a Cippi tutta la giornata, ha precisato che durante le ore della mattina le armi furono portate da Taormina Angelo a dorso di una mula, il che non è smentito: da Tinervia Giuseppe quando afferma che il Giuliano ordinò al Taormina ed a qualche altro di prenderle da un vicino torrente dove erano state nascoste temporaneamente; da Sapienza Giuseppe di Tommaso quando assume che il Giuliano aiutato dai fratelli Passatempo le tolse da una vicina casetta rurale; da Terranova Antonino di Salvatore quando precisa che furono distribuite dal Giuliano aiutato da Russo Angelo, Mannino Frank e Candela Rosario, cui aveva dato incarico di prenderle; da Pretti Domenico, Sapienza Vincenzo, Tinervia Francesco, Cristiano Giuseppe, giunti a Cippi nel tardo pomeriggio o verso l’imbrunire, quando dichiarano di averle viste lì, per terra, già pronte per la distribuzione; giacché ognuno si riferisce a momenti diversi di quella giornata, a quanto cadde sotto la propria osservazione, o apprese, oppure suppose.

Invero è logico che le armi e le munizioni portate colà a dorso di mulo dal luogo di ordinaria custodia venissero occultate­ nelle anfrattuosità di un torrente, o in una casetta rustica, od altrove in attesa del momento della distribuzione. La presen­za di equini a Cippi fu notata anche dal Pretti, che ne fece cenno nel suo primo interrogatorio giudiziale (E, 81 r), e di un mulo al seguito del gruppo di testa, per agevolare il traspor­to di tascapani, indumenti, armi hanno detto Cristiano Giuseppe e Tinervia Giuseppe nelle dichiarazioni rese ai carabinieri.

Quest’ultimo narrò nella confessione stragiudiziale anche l’episodio Di Maggio (v. n. 29, IV, C) e lo ripeté in quella giudiziale in modo da non generare dubbi sulla diretta e perso­nale conoscenza dell’avvenimento; egli non fece cenno al fatto che Di Maggio Tommaso era intervenuto in luogo del figlio ammalato, ma potrebbe averlo ignorato: assisté all’esonero del vecchio e vide che questi si allontanò prima che i gruppi si mettessero in movimento.

Va detto che la Corte di Assise, nel corso del suo accesso sulla località, rilevò che la vigna coltivata dai Giuliano è costeggiata dal letto di un torrente e che poco più avanti della vigna, al di sopra dello stradale, esisteva una casetta rustica appartenente alla famiglia Palazzolo da Cinisi.

Le considerazioni che precedono dimostrano che la riunione di cui si tratta non avvenne a Cozzo Busino e che, localizzandola concordemente a Cippi, il Gaglio “Reversino” ed i “picciotti” hanno affermato un fatto vero che non avevano motivo di alterare.

È interessante notare che di essa hanno parlato pure Russo Angelo, Mazzola Vito, Genovese Giovanni nelle dichiarazioni rese ai carabinieri, offrendo importanti elementi di riscontro e di controllo.

Il Russo ammise di essere stato convocato dal Giuliano a Cippi, a mezzo di Di Lorenzo Giuseppe, in sul finire dell’aprile, e di avere declinato l’invito (v. n. 41, I).

Il Mazzola dette notizia della riunione di Pizzo Saraceno, di cui nulla ancora si sapeva, e parlò della riunione di Cippi ammettendo di esservi stato per breve tempo; poi egli modificò progressivamente – come si è visto – le prime dichiarazioni attraverso i successivi interrogatori giudiziali, nel tentativo di sommergere tutto in un mare di confusione, ma non escluse mai la sussistenza delle predette riunioni di Pizzo Saraceno e di Cippi (v. n. 41 II, A e B).

Genovese Giovanni che nelle dichiarazioni ai carabinieri tacque l’episodio della lettera ed alterò la verità a proprio favore, accennò anche lui per notizia avuta, ad una riunione tenuta dal Giuliano con gli uomini della sua banda allo scopo di invitarli ad ingaggiare nuovi elementi per l’impresa criminosa che aveva deciso di compiere, ma la localizzò a Cippi, invece che a Saraceno – dove egli e suo fratello vivevano abitualmente – onde poter sostenere di non esservi stati invitati e di non avervi partecipato (v. n. 45, II, 2).

Ora, nessun contrasto sostanziale si può cogliere tra il Mazzola e Genovese Giovanni in ordine a tale riunione, l’unica di cui quest’ultimo abbia parlato, trattandosi evidentemente della stessa, e nessuna confusione può farsi tra la riunione di Cippi e quella precedente di Pizzo Saraceno.

Nei suoi interrogatori giudiziali il Genovese non vi ha più fatto cenno, anzi ha persino smentito la sua precedente dichiara­zione, e si è limitato a negare di aver preso parte alla riunione indetta dal Giuliano a Cippi, con manifesta allusione a quella del 30 aprile da cui ebbe inizio la marcia su Portella.

Ciò premesso la Corte osserva che la valutazione analitica e complessiva delle circostanze fin qui esaminate consente di ritenere sicuramente: a) che Sciortino Pasquale recapitò al cognato Giuliano Salvatore la lettera menzionata da Genovese Giovanni tra il 26 e il 27 aprile, comunque non oltre il 27, come questi asserì nel suo interrogatorio del 14 febbraio 1949 reso nel procedimento penale per banda armata (v. n. 45, II); b) che il Giuliano, divisata l’azione da compiere, come risulta dalle dichiarazioni del Genovese, passò ad organizzarla imme­diatamente e prese contatti il giorno successivo, 28 aprile, a Pizzo Saraceno con gli uomini della sua banda, ma a taluno di essi dovette manifestare anche prima il suo disegno, nello stesso pomeriggio del 27, così come aveva fatto con il Genovese; in tal modo si spiega: che la sera del 27 aprile, verso le 20, Pretti Domenico sia stato interpellato dal Gaglio “Reversino” e due giorni dopo, cioè il 29 aprile, abbia preso con Cucinella Giuseppe accordi definitivi per recarsi a Cippi il giorno successivo, verso l’imbrunire onde partecipare all’impresa; che la medesima sera del 27 aprile il “Reversino” abbia interpellato anche Tinervia Francesco che lo assicurò che nei giorni successivi avrebbe lavorato nella vigna del nonno a Cippi; che la sera del 29 aprile Cucinella Giuseppe abbia convocato Sapienza Vincenzo; che Pretti Domenico abbia passato parola a Sapienza Giuseppe di Tommaso; che Buffa Antonino e Pisciotta Vincenzo siano stati chiamati in casa di Candela Vita; che Sa­pienza Vincenzo, a sua volta, abbia comunicato l’invito a Tinervia Giuseppe; che la sera del 27 o più verosimilmente quella del 28 aprile Passatempo Giuseppe abbia avvertito Terranova Antonino di Salvatore (questi ha indicato in modo del tutto generico ed incerto una data anteriore, ma l’errore è manifesto); che la sera del 29 aprile il Terranova a sua volta abbia in­formato della convocazione a Cippi Musso Gioacchino; e trova conferma la realtà degli ingaggi; c) che il 30 aprile ebbe luogo a Cippi l’adunata dei parteci­panti all’azione e di là, “scesa la sera”, i convenuti mossero verso Portella della Ginestra.

61

A. Di cotesti gruppi, nei quali la colonna si articolò durante la marcia notturna, hanno fatto parola sia il Gaglio “Reversino” che i “picciotti”, con prevalente riferimento natu­ralmente alla propria posizione, ed è interessante notare come le frammentarie indicazioni date da ciascuno, coordinate tra loro, consentano di ricostruire in modo parziale ed approssima­tivo – poiché talune lacune non si possono colmare – ma tuttavia veridico ed attendibile, il movimento dei gruppi.

Invero, secondo Gaglio Francesco, del gruppo di testa facevano parte: Giuliano Salvatore, Pisciotta Gaspare, i fratelli Passatempo; e del suo: Candela Rosario, che lo guidava, Gaglio Antonino, Tinervia Francesco, Sapienza Giuseppe di Tommaso; secondo Sapienza Vincenzo, del suo gruppo, che, come chiarì al giudice istruttore, seguiva altri gruppi, facevano parte: Cucinella Antonino, che lo guidava, Cucinella Giuseppe, Pretti Domenico, Pisciotta Francesco; secondo Tinervia Francesco, del suo gruppo, che costituiva la retroguardia, facevano parte Terranova Antonino “Cacaova”, che tutti precedeva di alcuni passi, Russo Angelo, Candela Rosario; secondo Sapienza Giuseppe di Tommaso, del suo gruppo, che era giunto a Portella dopo altri gruppi, facevano parte: Gaglio “Reversino”, Terranova Antonino “Cacaova”, Tinervia Francesco, Candela Rosario; secondo Terranova Antonio di Salvatore, del gruppo di testa facevano parte: Sciortino Pasquale, Genovese Giovanni, Giuliano Salvatore; e del suo: Pisciotta Francesco, che lo guidava, e Mannino Frank; secondo Tinervia Giuseppe, del gruppo di testa facevano parte: Giuliano Salvatore ed al­tri quattro o cinque tra cui Genovese Giovanni, in luogo del quale menzionava poi Genovese Giuseppe precisando – come altrove si è detto – che durante il cammino aveva portato un impermeabile bianco sulle spalle (E, 111 r); e del suo, che era seguito dal gruppo guidato da Cucinella Antonino: Passatempo Giuseppe, che faceva da guida, Taormina Angelo, Pretti Domenico; secondo Buffa Antonino, del suo gruppo facevano parte: Candela Rosario, Passatempo Salvatore; secondo Russo Giovanni, del suo gruppo facevano parte: Pisciotta Francesco, Terranova Antonino “Cacaova”, Candela Rosario e vicino a loro camminavano tanti altri giovani che non ricordava; secondo Pisciotta Vincenzo, del suo gruppo facevano parte: Terranova Antonino “Cacaova”, che lo guidava, Pisciotta Francesco, Buffa Antonino; secondo Musso Gioacchino, del gruppo di testa, nel quale egli stesso si trovava, facevano parte: Giuliano Salvatore, Pisciotta Gaspare, Genovese Giovanni, Badalamenti Francesco; secondo Cristiano Giovanni, egli stesso faceva parte del gruppo di Passatempo Giuseppe.

Orbene, disponendo tali gruppi nella successione che risulta dalle indicazioni predette e riunendo nel medesimo gruppo tutti i partecipanti che frammentariamente vi sono collocati or dall’uno, or dall’altro dei dichiaranti, si ha una visione d’insieme delle formazioni e del movimento:

Dichiaranti

Gruppi

Componenti

Gaglio F.,

Terranova A., Musso G., Tinervia G.

(o di testa)

Giuliano Salvatore, Pisciotta Gaspare, Sciortino Pasquale, Genovese Giovanni, Genovese Giuseppe, Musso Gioacchino, Badalamenti Francesco, F.lli Passatempo

Tinervia G.

Cristiano G.

Passatempo Giuseppe, Taormina Angelo, Tinervia Giuseppe, Cristiano Giuseppe, Pretti Domenico

Sapienza V.

Cucinella Antonino, Pretti Domenico, Cucinella Giuseppe, Sapienza Vincenzo, Pisciotta Francesco

Terranova A.

Pisciotta Francesco, Terranova Antonino Mannino Frank, Terranova Antonino, Terranova Antonino “Cacaova”

Buffa A.

Pisciotta V.

Russo G.

Passatempo Salvatore, Buffa Antonino, Pisciotta Vincenzo, Pisciotta Francesco, Russo Giovanni, Candela Rosario

Gaglio F.

Sapienza G.

Candela Rosario, Gaglio Francesco, Gaglio Antonino, Sapienza Giuseppe, Tinervia Francesco, Terranova Antonino “Cacaova”

Tinervia F.

(o di coda)

Terranova A. “Cacaova”, Russo Angelo, Tinervia Francesco, Candela Rosario

Visione che non riproduce e non può riprodurre la realtà – la quale per altro durante la marcia notturna fu varia e mutevole – sia perché le indicazioni date da ciascuno ineriscono a momenti diversi del cammino, che, come si sa, ebbe soste e riprese nelle quali i gruppi si accostarono, si collegarono e mutarono verosimilmente di composizione; sia perché l’oscurità della notte non consentiva di vedere se non quelli che erano vicini; sia perché le indicazioni stesse sono incomplete, nessuno avendo fatto menzione di Badalamenti Nunzio, di Sapienza Giuseppe di Francesco, di Buffa Vincenzo, di Sciortino Giuseppe, di Mazzola Federico, di Di Misa Giuseppe, che pure erano presenti a Cippi quando la colonna mosse verso Portella. Ma visione,­ tuttavia, organica, che vale a dire la misura della genuinità ed anche della credibilità delle fonti di prova se le contraddizioni messe in evidenza trovano una spiegazione logica e persuasiva.

La Corte al riguardo osserva che se, nell’atto in cui la colonna si poneva in marcia, Gaglio Francesco vide i fratelli Passatempo nel primo gruppo – e la Corte ritiene che fossero Francesco e Giuseppe Passatempo – ciò non esclude che quest’ultimo abbia potuto porsi alla guida del secondo gruppo, il quale doveva procedere quasi a contatto col primo dal momento che Tinervia Giuseppe poté vedere in qualche tratto del cammino Genovese Giuseppe con un impermeabile bianco sulle spalle.

Del pari, dal fatto che Sapienza Vincenzo e Tinervia Giuseppe hanno collocato Pretti Domenico nel proprio gruppo non può trarsi la conseguenza che abbiano entrambi mentito e che le loro indicazioni non meritino attendibilità: il gruppo del Sapienza seguiva immediatamente quello del Tinervia, è quindi ben possibile che siano venuti a contatto nelle […] verosimile che per qualche tempo il Pretti si sia trovato or nell’uno or nell’altro, generando […] in coloro che volta a volta l’hanno avuto a fianco che egli facesse parte dello stesso gruppo. E lo stesso dicasi non solo per Pisciotta Francesco, per Candela Rosario, per Tinervia Francesco che figurano presenti in più gruppi ma anche per Terranova Antonino “Cacaova” la cui presenza or nel 4° or nel 6° or nel 7° gruppo può essere spiegata con la funzione di vigilanza e di collegamento che egli doveva esplicare per il regolare movimento degli ultimi gruppi; il che trova riscontro nei detti di Tinervia Francesco il quale pur ponendo il Terranova a guida del gruppo di coda, precisò tuttavia che egli non camminava […] più avanti distaccato di alcuni passi.

B. Un utile elemento di conferma dell’attendibilità di coteste dichiarazioni si trarrà dalla ricostruzione dello schieramento lungo i costoni della “Pizzuta”; ma può intanto affermarsi che invano si pretende di scorgere nella inconciliabilità dei percorsi attribuiti alla colonna una prova dell’artificio e della falsità delle confessioni.

Innanzi tutto né Gaglio “Reversino” né alcuno dei “picciotti” erano mai stati a Portella della Ginestra e, fatta eccezione della zona di Montelepre, non avevano alcuna conoscenza dei sentieri percorsi e delle località attraversate.

Questo spiega come Pretti Domenico, Sapienza Vincenzo, Sapienza Giuseppe di Tommaso, Russo Giovanni, Musso Gioa­cchino non abbiano saputo dare alcuna indicazione del loro percorso notturno e Terranova Antonino di Salvatore, Cristiano Giuseppe, Buffa Antonino, Pisciotta Vincenzo abbiano dato indicazioni frammentarie e confuse che rivelano l’errore nel quale sono incorsi.

Invero il Terranova ed il Cristiano hanno sostanzialmente fatto cenno ad un medesimo percorso: per viottoli sulla montagna di fronte a Piano dell’Oc­chio, per la Montagna Lunga di Sagana, e per altre montagne e colline sconosciute, ha detto l’uno (v. n. 29, III, d); per sentieri sulle montagne di fronte alla contrada Piano dell’Occhio, per la Montagna Lunga di Sagana, per la Trazzera Menta (o Amenta) ed altre montagne sconosciute, ha detto l’altro (v. n. 32, III, d); ma basta osservare le carte topografiche acquisite agli atti per scorgere che tali affermazioni sono prive di verosimiglianza e di logicità: muovendo da Cippi per il sentiero Portella Suvarelli, Sagana, Ponte di Sagana (l’altro sentiero: Portella Renne, Portella Bianca … etc. si snoda ancor più ad est), la formazione dei banditi non avrebbe avuto motivo di compiere una così pronunciata deviazione a sud – ovest, allungando notevolmente il percorso, e di raggiungere la montagna Lunga di Sagana completamente fuori della diret­trice di marcia.

Ad altro itinerario solo in parte diverso, hanno mostra­to di riferirsi il Buffa ed il Pisciotta dichiarando di aver attraversato ignorate zone montuose di cui ricordavano sol­tanto Ponte di Sagana e la sovrastante montagna chiamata Crocefia; ma anche qui il riscontro della carta topografica consente di rilevare l’inverosimiglianza e l’illogicità del­l’affermazione. L’accenno a Ponte di Sagana parrebbe confermare­ che la colonna avesse seguito il sentiero Cippi, Portella Suvarelli, Sagana; ed in tal caso è chiaro che, per­venuta a Ponte di Sagana, non avrebbe avuto motivo di dirot­tare ad ovest, su Monte Crocefia, per andare a Portella della Ginestra sita in direzione sud – est. Non va dimenticato che i banditi si muovevano col favore della notte; che nessuno li inseguiva; che nessuno sospettava del loro passaggio: non vi erano – come invece vi furono l’indomani – esigenze di sicurezza che consigliassero percorsi tortuosi e più lontani dalle normali vie di comunicazione.

Indicazioni più chiare e coerenti, quantunque ugualmente incomplete, hanno dato Gaglio Francesco, Tinervia Giuseppe e Tinervia Francesco nei limiti di quanto ciascuno poteva: il Gaglio e Tinervia Giuseppe hanno dichiarato che, superata “Portella Renne”, proseguirono per sentieri e contrade sco­nosciuti (v. n. 26 e n. 29, IV, d); Tinervia Francesco ha soggiunto che, dopo Portella Renne, avevano oltrepassato “Portella Bianca”, contrada nella quale in precedenza aveva lavorato, proseguendo quindi per località che non era in grado di indicare (v. n. 29, I, d).

Orbene, non è dubbio che le affermazioni del Terranova e del Cristiano contrastino con quelle del Buffa e del Pisciotta e che le une e le altre non possano conciliarsi con quelle di Gaglio “Reversino” e dei fratelli Tinervia, i quali hanno indicato un sentiero completamente diverso; ma sarebbe arbitrario desumerne la conseguenza che pretende la difesa senza prima stabilire quale sia la causa del contrasto e se le indicazioni date dal Gaglio e dai Tinervia siano o meno veritiere.

La Corte ritiene che il Terranova ed il Cristiano, il Buffa ed il Pisciotta, ignari delle località attraversate nel percorso notturno, le abbiano indicate sulla base del­l’itinerario seguito nel ritorno, convinti che i due percor­si non dovessero di molto differire.

Invero va tenuto presente che dopo l’eccidio costoro ripiegarono su Ponte di Sagana e che di là ben potettero restitui­rsi a Montelepre attraverso i solitari sentieri della Montagna Lunga di Sagana.

Il Terranova ed il Cristiano non hanno specificato il percorso di ritorno; ma al contrario, il Buffa ha detto: “… attraversammo nuovamente lo stradale di S. Giuseppe Jato, risalimmo la montagna e giungemmo a Ponte Sagana, precisamente nei pressi della cappelletta …” (L, 91); e meglio ha chiarito il Pisciotta: “…io, mio fratello Francesco ed il Buffa Antonino fuggimmo da Portella della Ginestra rifacendo la stessa strada fino a raggiungere i pressi della montagna Crocefia …” (L, 136). Ma è certo che la strada non fu la stessa: al ritorno i banditi si tennero prudenzialmente a notevole distanza dalle rotabili e risulta che il Giuliano ordinò ai “picciotti” incontrati sul suo cammino di passare per la zona montagnosa di Cro­cefia.

Tinervia Francesco, disceso a valle con Russo Angelo, attraversata la strada S. Giuseppe Jato – Palermo, e risalito il versante opposto, fu raggiunto dal Giuliano e da altri banditi mentre iniziava l’ascesa della montagna; egli ha detto che il Giuliano gli chiese in restituzione il moschetto ed i relativi caricatori e, indicandogli la sommità del monte sul quale stavano, gli ordinò di continuare da solo sino alla vetta da dove avrebbe vista la Montagna di Sagana che gli sarebbe stata di orientamento per raggiungere Montelepre (L, 65); il che è pienamente conforme alla topografia della zona, come è agevole rilevare dalle carte topografiche, in quanto dalla sommità di monte Crocefia ben si scorge, al di là della rotabile Ponte di Sagana – Borgetto, la Montagna Lunga di Sagana.

Tali risultanze mentre, per un verso, consentono di e­scludere che la colonna dei banditi abbia percorso nella sua marcia notturna il sentiero che si snoda per Portella Suvarelli, Sagana, Ponte di Sagana, Masseria Amenta, Cannavera, e chiariscono la genesi delle frammentarie e contrastanti dichiarazioni che a cotesto itinerario sembrano riferirsi, per l’altro autorizzano la Corte a ritenere che Gaglio “Reversino” ed i fratelli Tinervia, precisando che gruppi s’incamminarono per il sentiero Cippi, Monte Fior dell’Occhio, Portella Renne, Portella Bianca, Monte Renda, Pioppo, abbiano detto la verità: Tinervia Francesco si era spinto altre volte fino a Portella Bianca, conosceva la località, e la riconobbe sicuramente.

Del resto, che tale fosse il percorso seguito dai banditi trova chiaro riscontro in due circostanze: a) l’una, che il sentiero si diparte proprio dal luogo dove essi erano adunati: vigna coltivata dalla famiglia Giuliano; b) l’altra che Terranova Antonino “Cacaova”, nel sug­gerire al teste Randazzo Salvatore, in sede di confronto (v. n. 46), la località dove il Giuliano gli avrebbe dato appuntamento, accennò a “Giacalone”, una contrada sita oltre Pioppo, nella direzione di Portella della Ginestra.

L’assunto difensivo del Terranova è destituito di fon­damento, ma la indicazione di “Giacalone”, quale luogo fis­sato li dal Giuliano per l’incontro, costituisce un elemento di manifesto rilievo ai fini del percorso fatto dai banditi per accedere a Portella della Ginestra, poiché disvela che quella località era proprio sul loro cammino.

Essa, secondo ha precisato lo stesso Terranova (W, 74 r.), è costituita da un piccolo gruppo di case, si estende sulla sinistra della strada statale Palermo – S. Giuseppe Jato, dopo il bivio per Borgetto, e tutto lascia ritenere che i banditi, superata tale località, abbiano proseguito, al fine di eludere il possibile controllo della vicina stazione dei CC. di Portella della Paglia, per i sentieri che si sviluppano sulla destra della rotabile suddetta, verso le alture della contrada “Presto” donde ridiscendere poi a valle all’altezza di Portella della Ginestra e risalire per il versante opposto fino ai roccioni della “Pizzuta”.

Nessuna meraviglia, adunque, che nella oscurità della notte nella ignoranza dei luoghi il giovane Buffa Antonino abbia scambiato le alture di “Presto” per Monte Crocefia. La descrizione, che egli fa dell’ultimo tratto del percorso, risulta topograficamente esatta “… poi una vallata – egli disse – prima di giungere alla quale, alla mia destra notai a distanza una illuminazione che mio cognato mi disse era dell’abitato di S. Giuseppe Jato; oltrepassata (cioè, discesa) detta valle traversammo uno stradale (la statale Palermo – S. Giuseppe Jato), e, dopo essere saliti sopra un’alta montagna … fu dato ordine di fermare …” (L, 90).­ Erano a Portella della Ginestra.

Ora S. Giuseppe Jato sorge proprio sulla destra, in lontananza di chi si accinga a scendere dalle alture di “Presto” verso lo “stradale” suddetto, là donde si dipartono i sen­tieri che conducono ai roccioni della “Pizzuta”; e, come è dato rilevare dalla carta topografica, l’andamento generale del terreno, degradando sensibilmente in direzione di detto paese, è tale da non escludere l’evenienza che il Buffa scor­gesse le luci dell’abitato.

C. È certamente di grande rilevanza, ai fini del valore probatorio delle confessioni suddette, che l’esame coordinato dalle stesse consenta una ricostruzione organica, benché parziale ed approssimativa, anche della dislocazione sui roccioni della “Pizzuta” di coloro che parteciparono alla strage.

Invero, come già si è avuto motivo di notare nella prima parte della presente sentenza, a dire di Gaglio “Reversino”, il Giuliano dispose tutti i partecipanti a pochi metri di distanza l’uno dall’altro e piazzò il suo fucile mitraglia­tore al centro dello schieramento: taluni si occultarono dietro le rocce, altri si posero al riparo di pietre so­vrapposte (v. n. 26).

Sapienza Vincenzo affermò di essersi appostato a ridosso di una roccia, in posizione avanzata, tra Cucinella Giuseppe ed Antonino (v. n. 28, II); Pretti Domenico disse di essersi collocato dietro alcune pietre sulla destra dello schieramento, a cinquanta metri circa dal Sapienza: Cucinella Giu­seppe era alla sua sinistra, Candela Rosario, Pisciotta Francesco, Russo Angelo stavano a breve distanza da lui (alle sue spalle e verso destra), mentre il Giuliano e gli altri erano sparsi dietro altre rocce (v. n. 28, I, d; e n. 36).

Tinervia Francesco asserì che con Russo Angelo chiudeva lo schieramento alla estrema destra (v. n. 29, I, e); ed a sua volta Sapienza Giuseppe disse di aver avuto a sinistra, a pochi passi di distanza, Gaglio “Reversino”, a destra Terranova “Cacaova” (v. n. 29, II, d), e precisò poi al giudice istruttore che gli altri erano disseminati sul co­stone per lungo tratto, chi più avanti, chi più indietro, chi più in alto, chi più in basso rispetto al luogo dove e­gli stava, luogo dal quale non tutti si potevano vedere: il fratello Vincenzo e Pretti Domenico stavano difatti “in un punto più avanzato”, sottratto alla sua vista (E, 98).

Terranova Antonino di Salvatore disse di essersi trovato tra Mannino Frank, che stava alla sua destra e Pisciotta Francesco alla sua sinistra (v. n. 29, III, d); chiarì poi al giudice istruttore che gli altri erano appostati a varia distanza dalla posizione sua, dalla quale solo pochi ne vedeva e che Pisciotta Francesco gli era quasi accanto, tanto da potergli, ricaricare il moschetto durante l’azione (E, 117).

Secondo Tinervia Giuseppe lo schieramento era abbastanza esteso: egli si trovava a ridosso di un masso, alla sua destra stava Taormina Angelo, un po’ più avanti, a sinistra, Passatempo Giuseppe e ugualmente a sinistra scorgeva Pretti Domenico (v. n. 29, IV, d); ma nella confessione giudiziale egli apportò qualche rettifica precisando che “Vito Pagliuso” (cioè il Taormina) ed il Passatempo stavano in posizione più elevata della sua e che, vedendo dalla sua postazione solo costoro, non poteva indicare dove fossero appostati gli altri, (E, 112).

Secondo Buffa Antonino, per ordine del Giuliano, tutti si disposero dietro le rocce, distanziati di quattro, cinque passi l’uno dall’altro: egli teneva a sinistra Candela Rosario e a destra Passatempo Salvatore (v. n. 30, II, d).

Russo Giovanni ammise di essersi appostato a breve distanza da Terranova Antonino “Cacaova” (v. n. 31, e); Cristiano Giu­seppe disse di aver visto a sinistra, quasi a contatto di gomito, Pisciotta Francesco e a destra Passatempo Giuseppe (v. n. 32, III, d); ed entrambi, riconoscendo in fotografia Sciortino Giuseppe, asserirono di aver veduto anche costui tra i roccioni della “Pizzuta” senza per altro indicare la sua postazione (L, 128 e 114).

Pisciotta Vincenzo chiarì: che aveva a destra Buffa Antonino e a sinistra il fratello Francesco; più avanti, al di là del Buffa, stava Candela Rosario; Mannino Frank aveva il suo appostamento ad una ventina di metri di distanza; il Giuliano stava più a monte ma dal suo posto non poteva scorgerne la postazione (v. n. 32, II, d). Infine Musso Gioacchino, ponendo se stesso fuori dello schieramento – e il motivo è comprensibile – dichiarò che Badalamenti Francesco aveva preso posto accanto al Giuliano quale servente del fucile mitragliatore (v. n. 32, I, d).

Ora, tenendo conto della conformazione curvilinea del costone, nonché della sporgenza del suo crinale quale appa­re dalle relazioni Ragusa e Frascolla (v. n. 15), dalle ispe­zioni della località fatte dal giudice istruttore (v. n. 22, A, a; e n. 36) e dai rilievi topografici e fotografici del perito geom. Marguglio (G, 390 e segg); e, considerando che le indicazioni di destra e di sinistra, riferite alla posizione sul costone dei dichiaranti vanno intese nel senso di chi guardi il Monte Kumeta, è agevole controllare come coteste frammentarie dichiarazioni, componendosi in unità, diano chiara la visione di una parte dello schieramento, precisamente di quella che, dal centro sinistra, vale a dire dalle postazioni del Giuliano e del Mannino, si estendeva a destra della linea del crinale.

Si ha così la dislocazione di cui alla pagina seguente, la quale comporta: a) che Passatempo Giuseppe, per poter essere alla destra del Cristiano come questi assume, dovesse trovarsi non sullo stesso piano del Taormina, bensì più avanti ed a sini­stra di Tinervia Francesco, come del resto questi aveva dichiarato nella sua confessione stragiudiziale; b) che Mannino Frank fosse in luogo più elevato ed alla sinistra, e non alla destra, di Terranova Antonino di Salvatore – in posizione tuttavia visibile da Pisciotta Vincenzo – e che, al contrario, Pisciotta Francesco stesse alla destra, non a sinistra del medesimo Terranova altrimenti non avrebbe potuto trovarsi alla sinistra del fratello Vincenzo che a sua volta, aveva a destra Buffa Antonino: errore spiegabile da parte del Terranova e comprensibile ove si pensi alla possibilità che nel dare la indicazione di destra e di sini­stra egli si sia posto idealmente col viso rivolto alla “Pizzuta”, anziché al Kumeta.

Ma a parte tali rettifiche che nulla tolgono al valore della prova, le confessioni del Gaglio “Reversino” e dei “picciotti”, integrandosi reciprocamente in un complesso organico e coordinato, rivelano anche su questo punto un sostanziale contenuto di veridicità e dimostrano che i gruppi si attestarono sulla “Pizzuta” secondo, presso a poco, l’ordine di arrivo occupando posizioni sia a sinistra, che a destra del crinale, dalle quali, a causa della convessità delle anfrattuosità del costone roccioso, nessuno, tranne forse il Giuliano, poteva scorgere l’intero schieramento; il che giustifica l’incompletezza della ricostruzione.

62

Per negare fondamento ad una così granitica uni­vocità e concordanza di elementi probatori, la difesa della maggior parte degli appellanti ha riproposto con rinnovato vigore e con dovizia di argomenti­ la questione del numero dei partecipanti alla strage: dagli elementi generici alle risultanze specifiche tutto denunzia – si è affermato – che a sparare a Portella della Ginestra furono esattamente dodici persone; donde la falsità delle confessioni in quanto ne indicano un numero diverso e maggiore.

Al riguardo la Corte, richiamandosi a quanto in altra parte della presente­ sentenza ha avuto modo di esporre e di considerare (v. n. 48, A e n. 51, B), osserva che a dare la misura della inconsistenza della tesi difensiva basterebbe notare che essa, suggerita dal Giuliano con il memoriale del 24 aprile 1950 e fatta propria dagli altri imputati, fu poi ripudiata da Pisciotta Gaspare e da Terranova Antonino “Cacaova” allorché elevarono a quindici il numero dei partecipanti; e che in questa sede ha ricevuto il colpo finale ad opera del medesimo Terranova, e di Mannino Frank e di Pisciotta Francesco che – convenendo sulla insussistenza di quella missione a Balletto sulla quale il Giuliano aveva abilmente costruito l’edificio della difesa comune per giustificare

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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