Sentenza Corte di Appello 1956- continuazione parte seconda


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Lo schieramento sulla “Pizzuta” secondo le dichiarazioni dei “picciotti”

(Ricostruzione approssimativa)

In fondo a sinistra i roccioni del crinale della 'Pizzuta' dove erano collati secondo gli inquirenti i "banditi"

In fondo a sinistra i roccioni del crinale della 'Pizzuta' dove erano posizionati secondo gli inquirenti i "banditi". Il podio degli oratori era dove vediamo la folla

Crinale

Lato destro Lato sinistro

Gaglio “Rev.”

Russo G. Terranova “Cacaova” Sapienza G

Taormina Giuliano S. Badalamenti F

Tinervia G. Mannino F.

Passatempo G.

Cristiano G.

Passatempo S. Buffa A. Pisciotta V. Pisciotta F. Terranova A

Candela R.

Tinervia F

Russo A. Pretti D. Cucinella G SapienzaV Cucinella A

Bordo del ripiano proteso sul pianoro di Portella della Ginestra


[cont.] l’esiguo numero dei compartecipi ad accreditare l’improvviso mutamento dell’originario disegno criminoso – hanno completato la demolizione dei pilastri su cui siffatto edificio si pog­giava; pilastri invero assai fragili, che non hanno retto alla­ critica dei primi giudici e che si è preferito abbandonare, nel tentativo di porre su altra base la linea di difesa.

Ma l’importanza della questione ai fini del valore della prova e la vivacità delle censure mosse alla sentenza impugnata impongono il riesame del problema alla luce di tutte le emergenze del processo, in modo approfondito e completo.

Innanzi tutto non è esatto che i risultati delle prime indagini avessero generato negli investigatori il genuino convincimento che solo dodici e non più di dodici fossero gli esecutori del delitto.

L’impressione immediata invece fu che il fuoco fosse stato aperto in modo concentrico anche dal Kumeta e non sono mancati testimoni che, suggestionati dal volume e dalla intensità degli spari, hanno deposto pure in dibattimento (Di Lorenzo Giuseppe, Borruso Nunzio, Salerno Angelo, Schirò Giacomo) chi di aver visto, chi di aver udito sparare anche da quella direzione.

Sulla scia di tali testimonianze e traendo soprattutto argomento dalle dichiarazioni di Fusco Salvatore secondo cui il bandito che li custodiva aveva lasciato intendere che sul Kumeta ve n’erano altri dei loro – nonché dal fatto che, per ordinare la cessazione del fuoco, il Giuliano aveva fatto uso di una sirena, anche i primi giudici non hanno escluso la possibilità che le persone vedute da più d’uno sul Kumeta fossero i compagni di coloro che spararono dalla “Pizzuta”; ma, benché l’ipotesi fosse da respingere in quanto: molti dei presenti che conservarono padronanza di sé e capacità di osservazione, hanno riferito che i colpi provenivano unicamente dalla “Pizzuta” (come ad es: Muscarello Carmelo, Spataro Vincenzo, Parrino Giovanni, Marino Salvatore, Cuccia Vito ecc..); data la distanza il tiro dal Kumeta non sarebbe stato praticamente efficace ed in effetti nessuna traccia utile fu rilevata; l’uso della sirena fu consigliato dalla disposizione dello schieramento che non permetteva a tutti di vedere il capo; l’affermazione fatta ai quattro cacciatori dal bandito addetto alla loro custodia, al pari della frase loro rivolta dal Giuliano: “dicite ai chianoti che eravamo cinquecento” (v. n. 20), lungi dal rispondere a verità mirava ad ingigantire l’azione per accrescerne il terrore; nondimeno l’ipotesi stessa fu presa in considerazione degli investigatori e la sera del primo maggio il magg. Angrisani dispose che i carabinieri dei Nuclei di S. Cipirrello e di S. Giuseppe Jato­ si portassero sul Kumeta per controllarlo. La realtà è che inizialmente l’indagine circa il numero dei partecipanti alla strage non si ritenne essenziale e non fu fatta. Di dodici malfattori armati parlarono i testi Caiola, Randazzo, Roccia, Bellocci e Rumore; da otto a dodici ne contarono sul posto i cacciatori Riolo, Sirchia, Cuccia e Fusco quando furono sequestrati, undici tutti armati, oltre al Bussellini disarmato, ne vide transitare il teste Acquaviva per la contrada “Presto”; malgrado le diverse impressioni del primo momento, la concordanza o quasi del numero alimentò l’opinione del tutto superficiale che dodici fossero gli autori del delitto e si omise di controllare se le persone vedute dagli uni si identificassero con quelli vedute dagli altri, di accertare le possibilità di deflusso dal costone della “Pizzuta”, e di stabilire il verosimile schieramento dei banditi in rapporto alla topografia del luogo nonché alla posizione ed al numero dei vari mucchietti di bossoli rinvenuti, attraverso cui si pervenne alla indicazione del numero delle postazioni (v. n. 15). Nessuna rilevanza può attribuirsi, pertanto, alla deposizione del teste Angrisani allorché disse che “si sapeva che le persone che avevano partecipato alla sparatoria erano dodici” (V/8°, 969) ed al rapporto della Questura di Palermo in data 9 giugno 1947 là dove, in modo del tutto generico, è scritto: “si ha motivo di ritenere che autori della strage siano stati questi (cioè il Giuliano e alcuni componenti della sua banda” (A, 121 e segg.).

Solo dopo la confidenza dei fratelli Pianello la polizia giudiziaria percepì che il problema del numero dei compartecipi non era affatto soluto; ed è naturale che, di fronte allo sviluppo delle nuove indagini, il Giuliano traesse argomento da coteste prime affrettate conclusioni per scagionare i “picciotti” ed impostare nel modo che si è visto (v. n. 48, A, 4) la difesa comune; ma esse non possono assumersi a base di accertamento della verità.

Vero è che anche ad altre fonti testimoniali si attinge nel processo che il numero dei partecipanti alla strage di Portella della Ginestra non sarebbe stato superiore. Ebbreo Gaspare da Castelvetrano infatti ha deposto nel dibattimento che qualche mese dopo l’eccidio, imbattutosi nei pressi della spiaggia di Selinunte in cinque armati, tra cui Giuliano Salvatore che conosceva, era stato richiesto da costui di notizie su quanto si dicesse in Castelvetrano intorno a quel delitto; aveva risposto che lo si attribuiva a lui, Giuliano, e si dubitava che avesse agito per mandato; e quello, di rimando, chiesto con un sorriso ironico: “che ci sono stati mandanti?” (per sapere forse quali nomi si facessero) aveva lamentato i numerosi arresti operati dalla polizia soggiungendo che con lui a Portella vi erano state undici persone e che l’evento aveva superato l’intenzione in quanto non vi era il proposito di andare contro il popolo, di cui aveva bisogno, dal quale si attendeva aiuto (V/4°, 547). Similmente Lombardo Maria, madre del capo bandito, ha dichiarato che, parlando una volta col figlio dei fatti di Portella, questi, le aveva detto che “i ragazzi erano innocenti” che soltanto lui ed altri dodici sapevano tutto (V/5°, 645). Infine Di Maria Gregorio, accennando ai suoi colloqui col Giuliano, ha riferito che questi aveva dato anche a lui una spiegazione del delitto conforme a quella contenuta nel memoriale inviato alla Corte di Assise, memoriale di cui aveva conoscenza (V/8°, 1143 – 44).

Ma ognuno vede come coteste testimonianze siano l’eco della stessa voce, risalgano tutte alla medesima fonte: il Giuliano; una fonte interessata ad occultare la verità per allontanare da sé la penosa impressione suscitata dal delitto e riguadagnare popolarità (v. n. 32), per difendere sé ed i correi dalla grave imputazione; una fonte il cui mendacio si disvela oltre tutto attraverso l’incoerente menzione fatta dei partecipanti: tredici secondo la versione alla madre, dodici secondo l’indicazione data agli altri e sostenuta nei memoriali; dal che trae conferma l’infondatezza della tesi difensiva.

B. La verità è, come rettamente hanno osservato i primi giudici, che le testimonianze dei quattro cacciatori, di Rumore Angelo ed i suoi amici nonché di Domenico Acquaviva, abbracciano momenti diversi dell’azione (anteriori le une, susseguenti le altre), sono frammentarie e non possono dare l’idea dell’intero sviluppo dell’azione stessa onde le persone che, volta a volta i predetti testimoni hanno vedute non esauriscono i partecipanti all’impresa criminosa.

Non si può dubitare che i quattro cacciatori, provenienti da Piana degli Albanesi, siano giunti sul logo dove vennero poi fermati e sequestrati verso le ore 7-7.30 del mattino, quando già da circa tre ore e forse più i banditi avevano preso posizione fra le rocce della “Pizzuta”: avvistati mentre si avvicinavano al costone roccioso, da due malfattori di vedetta furono fatti segno a minaccia con le armi spianate da un gruppo di armati comandati dal Giuliano (v. n. 20). Essi non videro mai l’intero schieramento né all’atto del sequestro né durante la strage, né dopo di essa, e non furono in grado di apprezzare la concreta forza numerica dei banditi.

Infatti Riolo Antonino dichiarò al giudice di non poter precisare quanti malfattori avesse veduti: credeva di averne visti da otto a dieci (D, 348); Sirchia Giorgio disse di averli veduti emergere dal costone tutti insieme – dirà più tardi che comparvero ad un fischio del capo (proc. pen. c. Licari ed altri fol. 144) – e gli era sembrato che fossero una dozzina (D, 345); di sette od otto parlò invece Cuccia Gaetano, precisando di non averli visti tutti poiché alcuni erano annidati dietro le rocce (D, 347); infine a una diecina accennò Fusco Salvatore, dichiarando tuttavia di non esserne sicuro, sia perché era preso da paura, sia perché i banditi erano nascosti dietro le rocce (D, 341).

È vero che nella sua deposizione orale il Fusco ha precisato di aver visto benissimo dall’avvallamento nel quale era custodito tutti quelli che sparavano: dieci o undici persone complessivamente, tra cui l’individuo dall’impermeabile bianco che impiegava il fucile mitragliatore; ma questo suo tentativo di compiacenza postuma o di omertà si è infranto di fronte al rilievo fatto sul luogo dai primi giudici secondo cui dal posto dove egli stava erano visibili soltanto quattro postazioni. Non importa che la sentenza impugnata non abbia tratto da ciò alcun argomento: è una lacuna della motivazione giacché non si può dubitare che ciò affermando il Fusco abbia mentito e la prova è nel verbale d’ispezione della località.

Inoltre, deve escludersi nel modo più assoluto che cessato il fuoco il Riolo, il Sirchia, il Cuccia, il Fusco siano stati in grado di vedere defluire dal costone roccioso tutti coloro che avevano preso parte alla strage, ultimo il loro capo, e constatare che assommavano, più o meno, alle persone notate prima: dappoiché, quando da una certa distanza il Giuliano dispose che fossero lasciati andare, essi, ottemperando all’ingiunzione avuta, si allontanarono di corsa verso l’abbeveratoio del Frassino senza voltarsi più indietro e non poterono certo controllare ciò che acca­deva alle loro spalle.

Ma una prova decisiva, che potenzia e conferma l’efficacia probatoria delle su esposte circostanze, si trae dal raffronto tra l’armamento dei banditi apparsi ai quattro cacciatori e le armi impiegate nella consumazione del delitto, desunte dalla specie dei bossoli rinvenuti.

Invero, mentre dalle deposizioni di costoro si rileva che dei banditi da essi veduti: uno era armato di fucile mitragliatore (che portava a spalla avvolto in una coperta e legato con una fune), uno di fucile da caccia, uno di moschetto mod. 91, e gli altri di mitra, dalle relazioni Ragusa e Frascolla risulta invece che almeno cinque postazioni erano di moschetto mod. 91 (v. n. 15) e dalla deposizio­ne orale del Ragusa si argomenta che, stante il criterio seguito nella individuazione delle postazioni, in ciascuna di esse potevano aver trovato contemporaneo impiego più armi della stessa specie (V/3°, 409); onde è manifesto che i predetti cacciatori, quanto meno, non videro gli altri individui armati di moschetto rimasti nell’appostamento e ne deriva che gli uomini accorsi al fischio del capo bandito da essi veduti non esauriscono il numero dei partecipanti alla strage.

D’altra parte allo stesso risultato si perviene ugualmente per altra via.­

Nel suo primo memoriale il Giuliano precisò di aver impartito a ciascuno l’ordine di non sparare più di tre caricatori; e benché – come risulta dai reperti – egli ne abbia sparati quattro col fucile mitragliatore, deve ritenersi che la prescrizione risponda a verità e sia stata in via di massima osservata, in quanto è provato per testimonianze di Fortuna Ettore (R, 199), di Marino Salvatore (V/279), e Cuccia Vito (V/5°,638) che l’azione a fuoco si sviluppò sostanzialmente attraverso tre raffiche di armi automatiche oltre a numerosi colpi isolati. Ora, ciò essendo, è agevole osservare che ove a Portella della Ginestra avessero sparato soltanto undici individui dalle undici postazioni ivi rilevate (il dodicesimo custo­diva i sequestrati ed usò di un fucile da caccia) impiegando nell’azione un fucile mitragliatore Breda mod. 30 un moschetto automatico americano, quattro mitra “Beretta” e cinque moschetti mod. 91, poiché ciascun cari­catore conteneva rispettivamente 30, 20, 6 proiettili, si sarebbe avuta nei bossoli di risulta la seguente situazione: fucile mitragliatore cal. 6,05 (30 x 4) n. 120; moschetti mod. 91 cal. 6,05 (6 x 3 x 5) n. 90; moschetto automatico americano (20 x 3) n. 60; mitra “Beretta” cal. 9 (20 x 3 x 4) n. 240; cioè un totale di n. 510 bossoli in luogo degli 800 e più che furono rinvenuti (v. n.15). E qualora si volesse limitare l’indagine ai 341 bossoli sequestrati il conto del pari non tornerebbe: potrebbero considerarsi vicini alle cifre suddette e trovare conforme spiegazione i 206 bossoli cal. 6,05 ma non così gli 81 bossoli cal. 9 per mitra “Beretta”, posto che tre furono le raffiche, senza dire del bossolo per fucile inglese che indica la presenza di un altro partecipante provvisto dell’arma relativa.

Inoltre è interessante notare che, stante l’armamento degli effettivi della banda, una percentuale cosi elevata di moschetti 91 non sarebbe giustificabile se non nel presupposto di un concorso ben maggiore di malfattori armati di mitra e nella ipotesi di partecipanti estranei alla banda.

Si apprende dagli imputati, così detti “grandi”, che gli effettivi della banda disponevano di mitra: “io e quelli della mia squadra – ha detto Terranova “Cacaova” (W/1,75) – eravamo armati di mitra lunghi”; e, se si deve credere a Mazzola Vito, nella imminenza dell’azione di Portella della Ginestra, il Giuliano somministrò agli affiliati alla sua banda nuovi mitra, procurati a mezzo di Pantuso Gaetano, in sostituzione di quelli di vecchio tipo di cui erano provvisti (Z/1, 131). Per le dichiara­zioni rese da Corrao Remo ai CC. (Z/1, 82) risulta che Russo Angelo era munito di un moschetto semiautomatico di marca inglese; e il fatto che tutti i componenti della banda fossero forniti di mitra trova conferma nella depo­sizione del ten. col. Paolantonio (V/6, 711).

Onde è lecito concludere che l’esistenza accertata delle postazioni di moschetto mod. 91, alle quali, per la posizione di uomini e per la situazione dei luoghi, potettero convergere bossoli provenienti da più armi della stessa specie, denunzia sicuramente la presenza tra i roccioni della “Pizzuta” anche di persone che alla banda non appartenevano.

Gli accertamenti generici non vi contraddicono: non vi è certezza che tutti i punti da cui fu aperto il fuoco siano stati identificati, anzi può dirsi che il processo offra la prova del contrario; nulla si conosce intorno alla ubicazione degli 81 bossoli per mitra “Beretta” sequestrati; e nessuna indicazione esiste dei rimanenti (800 – 341) 459 bossoli che pure furono rintracciati, dappoiché – e lo si è visto – da più fonti si apprese nel dibattimento che i bossoli esplosi erano oltre ottocento.

Le considerazioni che precedono privano di ogni rilevanza l’assunto difensivo secondo cui gli uomini defluiti dopo la sparatoria dal costone roccioso, dovendo passare necessariamente davanti ai quattro cacciatori, non avrebbero potuto sottrarsi alla loro vista; ma poiché i difensori degli imputati Terranova Antonino “Cacaova”, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Genovese Giuseppe, Genovese Giovanni, Sciortino Pasquale hanno attribuito all’argomento tale importanza da chiedere un nuovo accesso della Corte sul luogo e i difensori dello Sciortino hanno inoltre sostenuto, sulla base di una relazione tecnica di parte, a firma del geom. Giovanni Salemi, da essi sottoscritta e presentata quale memoria difensiva (W/3, 445), e di un plastico topografico (che per altro riproduce incompletamente la situazione dei luoghi), che i banditi muovendo dai roccioni della “Pizzuta” verso Ponte Sagana non potevano seguire che quell’unico sentiero che i testimoni Rumore Angelo e i suoi amici, prima, e Acquaviva Domenico, poi, li videro percorrere, è d’uopo esprimere al riguardo il pensiero della Corte.

Con l’ordinanza 27 aprile 1956 l’istanza di accesso sul luogo fu respinta essendo acquisiti già al processo esaurienti elementi di cognizione topografica dei luoghi; ed invero – a parte l’assorbente rilievo già fatto che i quattro cacciatori non assistettero all’allontanamento di tutti gli esecutori del delitto perché si allontanarono essi pure e per un sentiero diverso – dalla planimetria redatta dal perito geom. Marguglio (G, 404) risulta che per dirigersi dai costoni della “Pizzuta” al fondo valle, cioè alla strada bitumata S. Giuseppe Jato –Palermo, i malfattori potevano seguire due distinti e divergenti sentieri: a) l’uno che sbocca sulla detta strada in località “La Figurella”; b) l’altro, quello menzionato dai testi Rumore, Caiola, Randazzo, Bellocci e Roccia (v. n. 22, A, C), che si disperde nei campi arati e coltivati a “sulla” prima di raggiungere un altro punto della strada stessa nei pressi della casa cantoniera.

Ma vi è pure un terzo sentiero che fu percorso dal Giudice istruttore dietro indicazione del m.llo Parrino (v. n. 22, B), sentiero che conduce ad un diverso punto della suddetta strada, prossimo alla masseria del dott. Lino; ed ove ciò non bastasse a dimostrare che non uno, ma più sentieri i malfattori potevano seguire per scendere a valle senza incontrare la folla che fuggiva per la carreggiata Piana degli Albanesi – S. Giuseppe Jato (strada ben diversa dalla S. Giuseppe Jato – Palermo), potrebbe aggiungersi per la testimonianza del cacciatore Sirchia Giorgio, “che la montagna Pizzuta è piena di sentieri tutti praticabili” (R, 168). È per tali sentieri difatti che Cusimano Rosario e Faraci Menna videro scendere verso lo stradale di Palermo gli individui di cui hanno fatto cenno nelle loro deposizioni, i quali certamente erano alcuni dei banditi provenienti dalla “Pizzuta”, come si desume dal loro armamento (v. n.12).

Di guisa che non è affatto vero che il sentiero controllato dal gruppo Rumore fosse l’unica via che gli esecutori del delitto potevano percorrere onde non essere visti dalla popolazione e non andare incontro alle forze di polizia dislocate eventualmente nel pianoro; sta in fatto invece che, cessato il fuoco, essi scesero a valle, a piccoli gruppi isolati, per i diversi sentieri che vi affluivano.

È chiaro, adunque, che i dodici uomini veduti dal gruppo Rumore – tra i quali era il capo bandito – non esaurivano i partecipanti alla strage e neanche può dirsi sicu­ramente che fossero le medesime persone viste dai quattro cacciatori defluire dal costone ad azione compiuta. Secondo il Sirchia e secondo il Fusco v’era tra esse anche colui che portava a spalla il fucile mitragliatore; anzi, a dire del Fusco, questi, dopo aver nuovamente avvolto il fucile nella coperta, si diresse verso il basso seguito da tutti gli altri; ma nessuno del gruppo Rumore notò che taluno dei malfattori portasse a spalla un’arma diversa dalle altre e meno ancora un oggetto avvolto in una coperta: onde è probabile che il portatore del fucile non abbia seguito lo stesso sentiero, al pari di colui che portava la cassettina delle munizioni, contenente non i caricatori vuoti, come ha detto il Musso, poiché, furono abbandonati­ sul terreno, ma quelli pieni residuati eventualmente all’azione criminosa.

Nessun dubbio che gli undici malfattori, veduti dal teste Acquaviva condusse il povero campiere Busellini verso il luogo dove trovò tragica fine, provenissero dai costoni della “Pizzuta” ed avessero sparato sulla folla inerme; e nessun dubbio che fossero tutti effettivi della banda, come è dimostrato dalla uniformità delle armi che indusse l’Acquaviva a pensare si trattasse di carabinieri in abito civile (C, 7); ma del pari nessuna certezza che tutti e undici si identificassero nelle persone notate dai quattro cacciatori e dal gruppo Rumore, dappoiché è noto che a quel tempo i componenti effettivi della banda Giuliano ammontavano a ben più di undici unità.

Per il riscontro che trova nelle dichiarazioni di taluni “picciotti”, giova ricordare che i testi Caiola e Rumore, seguendo con lo sguardo i banditi, li videro sostare a valle in un “sulleto”, prima di attraversare la strada bitumata S. Giuseppe Jato – Palermo ed ebbero l’impressione che vi si fossero fermati per raccogliere le armi (D, 212, 213); le armi non potevano essere versate che dai non appartenenti alla banda, poiché gli altri, cioè gli affiliati, i latitanti, andavano armati permanentemente; e meritano di essere creduti Pretti Domenico, Sapienza Vincenzo e Sapienza Giuseppe quando affermano di aver riconsegnato il moschetto al Giuliano, od a chi per lui, e Musso Gioacchino la cassettina porta munizioni prima di raggiungere la strada bitumata.

Tutto conduce a ritenere che una prima raccolta delle armi, già distribuite ai “picciotti”, sia avvenuta nella suddetta zona – un po’ più a monte od a valle, un km. o due dal costone della “Pizzuta”, certo non è possibile stabilire – e non è da escludere che per il trasporto sia stata impiegata una mula (secondo ha detto anche Tinervia Giuseppe) sia perché in tal modo sarebbe stato più agevole occultarle e sia perché nessuno dei “picciotti” che, lungo il percorso od a Ponte Sagana, si sono imbattuti ancora in Giuliano Salvatore ed in altri banditi, hanno visto più il fucile mitragliatore.

C. Anche in questa sede non si è mancato di rilevare, per derivarne l’inattendibilità delle confessioni e per sostenere il crollo totale dell’edificio dell’accusa, che né Gaglio “Reversino”, né alcuno dei “picciotti” hanno fatto menzione del sequestro dei quattro cacciatori: episod­io saliente, questo, si è detto, che non poteva passare inosservato e sia l’uno che gli altri, non avrebbero potuto ignorare se avessero preso parte ai fatti di Portella della Ginestra; in special modo Tinervia Francesco, ove, come ha dichiarato, si fosse realmente posto con Russo Angelo all’estrema destra dello schieramento, in quanto, prima e durante l’azione, i quattro cacciatori furono custoditi in un luogo avvallato sito nella stessa parte.

La Corte osserva che l’argomento è specioso. Gaglio “Reversino” e i “picciotti” non videro e non seppero del sequestro dei cacciatori per la medesima ragione per la quale costoro non potettero vedere lo schieramento: la topografia dei luoghi.

Innanzi tutto non si deve dimenticare che il Sirchia, il Riolo, il Cuccia, e il Fusco non provenivano da S. Giuseppe Jato, cioè dal versante controllato dal Tinervia e dal Russo. Vero che nel verbale di accesso compiuto dalla Corte di primo grado si da atto “che il posto dove, a loro dire, i quattro cacciatori furono fermati e precisamente a destra di chi si trova nel luogo in cui gli stessi furono custoditi ed è pacifico altresì – come dalla Corte stessa è stato stabilito – che essi furono custoditi in un avvallamento del terreno sito alla destra dello schieramento, distante 200 metri circa dall’inizio dei roccioni e circa 350 metri in linea d’aria dalle quattro postazioni visibili dal suddetto luogo (V/5°, 578); ma questo rilievo non conduce alla conseguenza che, all’atto del fermo i cacciatori si trovassero nel settore affidato alla vigilanza del Tinervia e del Russo, poiché in un terreno montuoso e accidentato l’essere un luogo alla destra di un altro che a sua volta sia sito alla destra di un altro luogo, per di più a sensibile distanza l’uno dall’altro, non indica che tutti cotesti luoghi siano sullo stesso allineamento e nel medesimo raggio di visibilità: la presunzione è contraria.

Il problema perciò va esaminato diversamente alla luce di altre risultanze processuali, concordanti ed univoche.

Portandosi da Piana degli Albanesi al punto dove cominciarono la battuta di caccia, il Sirchia, il Riolo, il Cuccia, il Fusco non videro, né furono veduti da alcuno dei banditi; e sta in fatto, secondo si apprende dal Riolo (A, 153), che essi presero a cacciare “nella zona tra le falde di Monte Pizzuto e il roccione sottostante denominato “Pizzuta” (v. n. 11), vale a dire, come meglio ha chiarito il Sirchia, “costeggiando il Monte Pizzuto, precisamente sopra il viottolo che conduce al beveratorio Frassino cioè sulla destra di chi marcia per giungere al beveratorio” (A, 155), e cammin facendo scorsero ad una distanza di circa 500 metri, seduti tra le pietre del costone due individui che sospettarono fossero carabinieri e poi credettero pastori.

Ora basta osservare una delle carte topografiche acquisite al processo per notare che essi non potevano avvicinarsi al “sottostante roccione” dal versante della strada S. Giuseppe Jato – Palermo, dal quale erano risaliti i banditi, bensì venivano dalla soprastante zona dell’abbeveratoio del Frassino, e per convincersi che furono avvistati da due vedette poste a guardia di quel lato, le quali segnalarono la loro presenza al capo bandito.

I cacciatori si avvicinavano armati; il Giuliano non sapeva chi fossero e, pronto a parare ogni evenienza, adunò con un fischio i gregari più vicini, forse i più fidi. Tutti gli altri, i “picciotti”, rimasero nelle postazioni, dove stavano da circa tre ore, e non si avvidero di nulla.

Invero quelli che unitamente al Giuliano andarono incontro ai cacciatori per disarmarli, o che sopraggiunsero in un momento immediatamente successivo, erano di certo tutti effettivi della banda come è dato desumere dal loro armamento; e, benché armato di fucile da caccia, tale era anche colui che li custodì durante l’azione, attesa la comunanza d’intenti e d’interesse manifestata con le parole che in quella occasione pronunziò contro i comunisti (V. n. 20); solo l’individuo armato di moschetto poteva essere uno dei picciotti (poiché l’altro, il portatore del fucile mitragliatore, era Badalamenti Francesco) e, posto che lo fosse, uno di quelli che non hanno confessato.

Il luogo di custodia dei quattro cacciatori era avvallato e nascosto; era pure ad una certa distanza dai roccioni e, quantunque collocati alla estrema destra, il Tinervia ed il Russo facevano sempre parte dello schieramento che non si estendeva oltre il costone roccioso. A dire del Pretti, il Russo non era molto lontano da lui (vicino ha detto, ma come si vedrà il suo concetto di “vicino” è relativo); e non può credersi minimamente al Tinervia quando dichiara a propria difesa che né lui, né il Russo abbiano fatto uso delle armi a motivo che non si vedeva il bersa­glio, poiché questo era costituito da una moltitudine di persone sparse in un ampio piano ed il Russo, munito di un moschetto di fabbricazione inglese, sparò senza dubbio come in precedenza si è detto.

La conclusione che si trae è una sola: il silenzio di Gaglio “Reversino” e dei “picciotti” sul sequestro dei quattro cacciatori conferma soltanto l’assenza di ogni eterosuggestione e la libertà di determinazione che ca­ratterizza, come dianzi si è detto, le loro dichiarazioni stragiudiziali, poiché gli investigatori di polizia giudizia­ria sapevano del sequestro stesso e non potevano ignorare che la menzione nelle confessioni di un fatto controllato altrimenti ne avrebbe accresciuto la credibilità.

D. Gli argomenti difensivi tratti dalle risultanze del sopralluogo eseguito dal Giudice istruttore il 15 agosto 1947 (v. n. 36) sono anch’essi inconferenti e speciosi.

Ci si duole che Sapienza Vincenzo e Pretti Domenico – detenuti entrambi – siano stati tradotti sul luogo dell’accesso dai carabinieri del Nucleo di Palermo, addetti all’Ispettorato generale di PS per la Sicilia (tra cui il m.llo Lo Bianco, il m.llo Calandra, il brig. Sganga), a causa della intimidazione insita nella loro presenza; e poi si assume la falsità delle indicazioni date sul luogo dal Pretti, sol perché questi ha liberamente aggiunto a quanto aveva dichiarato ai carabinieri che vicino a lui “erano Angelinazzu (Russo Angelo), Sarino Cacagrosso (Candela Rosario) e Ciccio Mpompò (Pisciotta Francesco), e si omette di indagare se e dove sia il mendacio e quali i limiti di esso.

Va rilevato che fino a poche ore prima, nel suo interrogatorio al Giudice istruttore , il Pretti aveva dichiarato di essersi posto dietro una roccia a breve distanza da Cucinella Giuseppe (v. n. 28, I, d) e non aveva fatto menzione di costoro; anzi aveva circostanziato la precedente dichiarazione stragiudiziale modificandola a suo favore: “ … mi sono appostato dietro un masso – aveva detto – vicino a Cucinella Giuseppe, il quale nello spiegarmi nuovamente il funzionamento del moschetto si accorse che si era guastato e mi disse: lascialo andare e spara con la pistola” (E, 81 r); e cosi, mentre ai carabinieri aveva ammesso di aver sparato sei colpi di moschetto (e cioè un caricatore) in direzione della folla (v. n. 28, I, e), al Giudice istruttore asserì di aver esploso in aria un solo colpo di pistola.

Orbene, dove sia il mendacio e quale la sua finalità sono evidenti: ai carabinieri il Pretti non disse tutta la verità e nell’interrogatorio giudiziale l’alterò voluta­mente a scopo di difesa. Accentuò la vicinanza a Cucinella Giuseppe perché la verità è che egli fu solo e fu ben risoluto a sparare dal masso dietro cui si pose e giunse ad inventare il guasto del moschetto prima dell’uso e l’incredibile suggerimento di sparare a oltre 400 metri con la pistola.

Ma sul luogo del delitto la realtà s’impose, almeno parzialmente, e il Pretti riconobbe che la vicinanza di Cucinella Giuseppe era assai relativa, se questi stava a poco meno di quaranta, cinquanta metri da lui, e ricordò la presenza di altri partecipanti in posizioni pure esse vicine relativamente, dato il concetto di “vicino” che il Pretti ha mostrato di avere.

D’altra parte non si può negare veridicità alle indicazioni date sul posto dal Pretti e dal Sapienza sol perché né il Ragusa né il Frascolla rilevarono le postazioni da cui gli stessi dissero di aver sparato; e neanche perché dal masso dietro cui si trovava il Sapienza la visibilità completa del piano della Ginestra era ostacolata da un altro masso esistente più a valle.

Circa i rilevamenti del Frascolla e del Ragusa la Corte ha espresso già il proprio motivato avviso; e, circa la inverosimiglianza che anche i due fratelli Cucinella che, secondo il Sapienza, stavano dietro lo stesso masso pochi passi da lui, avessero sparato da un punto a visuale non libera, la Corte osserva che la dichiarazione del Sapienza va interpretata con aderenza alle varie possibilità. Appare dalla fotografia n. 4 allegata alla relazione peritale del geom. Marguglio (G, 399 bis) che una delle tre postazioni da queste ricostruite sul terreno, quella segnata al margine del pianoro che si protende sul piano delle Ginestre, potrebbe coincidere proprio con la postazione indicata dal Sapienza; e non si può escludere che durante l’azione a fuoco l’uno o l’altro dei Cucinella si sia spostato per rendere il tiro più efficace. Di questi minimi particolari non ha parlato il Sapienza, ma il teste Burruso, che ignaro di quanto stava per accadere, si era spinto a non molta distanza dal costone e vide un individuo (nel quale gli parve di ravvisare Benedetto Grigoli) sparare raffiche di mitra sulla folla, ha detto che costui si spostava da un masso all’altro, il che non avrebbe avuto ragione di fare se il suo campo di tiro fosse stato completamente libero (A, 12).

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Ciò premesso la Corte osserva che, di fronte alla essenziale verità che si esprime attraverso le dichiarazioni di Gaglio “Reversino” e dei “picciotti”, restano prive di rilievo le contraddizioni, le menzogne, le apparenti assurdità su circostanze marginali che si colgono nelle dichiarazioni stesse (v. n. 58, C).

Così, la versione di Buffa Antonino sul ritorno a Montelepre non si concilia con quella di Pisciotta Vincenzo: l’uno assume di aver fatto il percorso fino a Ponte di Sagana unitamente a Candela Rosario, cui ha riconsegnato il moschetto e le munizioni residue, proseguendo da solo per Montelepre; l’altro invece afferma, come in parte or ora si è visto (v. n. 62, B), di aver lasciato Portella della Ginestra in compagnia del Buffa e del fratello Pisciotta Francesco, cui, nei pressi della montagna Crocefia dove questi si era fermato, avevano restituito i moschetti e le munizioni rimaste, e di aver proseguito col Buffa fino a Montelepre. Ma non è dubbio che dei due sia stato il Buffa a mentire, sospinto dal proposito che traspare da tutta la sua confessione di apparire succube di Candela Rosario al fine di escludere o attenuare la sua responsa­bilità. E il mendacio trova conferma nelle dichiarazioni di Tinervia Francesco che difatti pone il Candela nel gruppo dei banditi (Giuliano Salvatore, Terranova A. “Cacaova”, Candela Rosario, Pisciotta Gaspare, Taormina Angelo, Passatempo Francesco ed altri) che lo raggiunsero alle pendici del monte Crocefia.

Diversamente vanno spiegate, invece, o con inesattezza di ricordo, o con insufficienza di precisazioni, o con possibile confusione ed errore, le dichiarazioni di Terranova Antonino di Salvatore, di Russo Giovanni, di Cristiano Giuseppe là dove assumono di essersi accompagnati a Pi­sciotta Francesco fino a Ponte di Sagana, quasi l’uno ad esclusione dell’altro.

Ciò che interessa notare è che anche l’analisi del movimento di ritorno nelle confessioni di Gaglio “Reversino” e dei “picciotti”, ponendo in evidenza: a) che i non appartenenti alla banda, furono rimandati a Montelepre disarmati ed alla spicciolata onde non attirare l’attenzione delle forze di polizia; b) che la riconsegna delle armi avvenne lungo il percorso, in tre momenti diversi, in relazione ai sentieri presi dai partecipanti all’impresa criminosa per ripiegare, a Ponte Sagana: durante la discesa a valle, prima di raggiungere la strada bitumata San Giuseppe Jato – Palermo; nei pressi di monte Crocefia; e infine a Ponte di Sagana; offre la possibilità di una sintesi logica e coerente seppure necessariamente incompleta.

La difesa degli imputati Pisciotta Francesco e Terranova Antonino “Cacaova” ha posto in risalto taluni elementi colti nelle dichiarazioni di alcuni “picciotti”, elementi che a suo avviso renderebbero evidente la falsità delle chiamate di correo nei riguardi degli imputati stessi.

Si tratta di circostanze inerenti all’ingaggio ed all’accompagnamento a Cippi, nelle quali l’intento difensivo di rappresentare l’ineluttabilità della condotta criminosa soverchia spesso la verità e la trasmuta al fine di rivestirla di maggiore credibilità.

Pisciotta Vincenzo è un giovane semplice che non pensa a preordinarsi una difesa. Dice che il fratello Francesco gli ha dato appuntamento a “Nacà Ricurso”, una località vicina al paese, per la mattina del 30 aprile 1947 alle 8; trova là ad attenderlo il fratello con Terranova Antonino fu Giuseppe e Candela Rosario; mezz’ora dopo giunge Buffa Antonino e tutti muovono verso Cippi passando per Mandra di Mezzo.

Il fatto trova conferma nelle dichiarazioni di Gaglio “Reversino” e di Mazzola Vito che, acceduti a Cippi verso le ore 10,30, notarono tra i presenti anche Pisciotta Francesco, Terranova Cacaova ed il Candela. Pisciotta Vin­cenzo afferma che poco dopo l’arrivo costoro si allontana­rono non vi è motivo per non credere alle sue parole. Cippi è distante da Montelepre – è già noto – 3 km. circa e la contrada Mandra di Mezzo è tra le due località.

Ma Cristiano Giuseppe (v. n. 32, III, a) e più ancora Russo Giovanni (v. n.31, a) hanno indubbiamente alterato, a manifesto fine difensivo, le modalità con cui furono associati al delitto di Portella della Ginestra, falsamente allegando di essere stati condotti a Cippi all’ultimo momento mediante implicita intimidazione l’uno, e larvata costrizione l’altro, allo scopo di rappresentare in fondo una verità: quella di essersi trovati in una situazione che non ammetteva via di uscita. Tutti e due invero avevano negato per omertà e per un vigile senso di difesa; entrambi furono tratti poi a confessare dinanzi ai CC., l’uno per le chiamate di correo di Buffa Antonino e del Musso, l’altro per quella veramente irresistibile di Tinervia Giuseppe; ma non appena furono presentati al Giudice istruttore ritrattarono entrambi la confessione.

Ora, non che sia inverosimile che la mattina del 30 aprile, verso mezzogiorno, proveniente da Cippi, Pisciotta Francesco si sia recato in contrada “Comuni” dove il Cristiano lavorava pe assicurarsi della sua partecipazione: la contrada “Comuni” è alla periferia di Montelepre e, per un bandito adusato ad una vita di movimento come Pisciotta Francesco, l’accedervi non costituiva alcuna fatica. L’inverosimiglianza ed il mendacio stanno nelle circostanze e nel tempo dell’invito a seguire i banditi a Cippi, poiché non è concepibile che per l’esecuzione di un impresa di tanto rilievo, organizzata con minuziosa cura, il Giuliano potesse fare affidamento su elementi racimolati nel tempo e nel modo che il Cristiano ed il Russo hanno asserito.

La sentenza impugnata è incorsa indubbiamente nell’errore di accettare le confessioni dei “picciotti” integralmente, senza sceverarne le falsità, pur evidenti e spiegabili, e di avvallarne le conseguenze assurde che talvolta ne derivano; ma l’errore si riflette soltanto nella motivazione.

Non è dubbio che quasi tutti i “picciotti” convocati a Cippi ignorassero l’impresa cui erano chiamati a partecipare, pur taluni conoscendovi ed altri intuendone il carattere delittuoso: era naturale, del resto, che nei loro confronti si tenesse il segreto fino all’ultimo momento ed è presumibile anche che il Giuliano non avrebbe fatto a Cippi il noto discorso se tutti avessero saputo lo scopo ed il contenuto dell’azione; ma del pari nessun dubbio che la loro convocazione fosse ultimata entro il 29 aprile (v. n. 60) poiché la mattina del giorno successivo il Giuliano doveva necessariamente sapere, quantomeno per apprestare a Cippi le armi e le munizioni da distribuire ai non appartenenti alla banda, chi e quanti esattamente erano costoro.

Perciò questa Corte non ritiene attendibile che Pisciotta Francesco si sia presentato al Cristiano il 30 aprile, verso le 12, unicamente, per dirvi che sarebbe ritornato colà alle ore 16 allo scopo di parlargli e che alle 16 vi sia tornato per dirgli semplicemente di seguirlo senza dargli alcuna spiegazione.

Il Cristiano fu sicuramente ingaggiato da Pisciotta Francesco, non però nel modo che assume; nel pomeriggio del 30 aprile fu veduto a Cippi da Buffa Antonino e da Musso Gioacchino; vi giunse verso le 18 (l’ora è approssimativa) e tra gli altri vi trovò – come disse (v. n. 28, III, b) – Sapienza Vincenzo, Terranova Antonino “Cacaova”, Candela Rosario, Cucinella Giuseppe ed Antonino che con Pisciotta Francesco, Manino Frank e (come la Corte ritiene) Russo Giovanni vi erano giunti da poco; ma, al pari del Pretti, vi andò da solo.

Per avere una visione chiara di questo movimento occorre richiamarsi alla dichiarazione di Sapienza Vincenzo (v. n. 28, II) che nel tardo pomeriggio di quel giorno si portò a “Vignazze” – località sita nei pressi dell’abitato di Montelepre (L, 75) – dove si erano dati convegno i due Cucinella, Terranova Antonino “Cacaova”, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Palma Abate Francesco e qualche altro (potrebbero essere Candela Rosario e Russo Giovanni) e con essi mosse alla volta di Cippi; ed occorre far riferimento altresì all’interrogatorio giudiziale del Pretti, laddove, ristabilendo la verità sul mendacio difensivo cui si era adagiato prima (v. n. 28, I, b), ammise di essersi recato a Cippi da solo e confermò di aver visto arrivare dopo di lui Sapienz­a Vincenzo insieme con Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Terranova Antonino “Cacaova”, Cucinella Giuseppe ed Antonino e qualche altro che non ricordava.

Tale concordanza è rilevante e conferisce piena credibilità alle dichiarazioni stesse contro le quali sta unicamente l’affermazione, scarsamente attendibile in quanto interessata, di Mazzola Vito (v. n. 41, II, g) là dove assume di aver incontrato verso mezzogiorno, allontanandosi da Cippi, Sapienza Vincenzo, Pretti Domenico, e Cucinella Antonino che si diri­gevano verso quella località. Deve tenersi presente infatti Mazzola Vito il quale non andò a Portella della Ginestra, tornò sicuramente a Cippi anche nelle ore pomeridiane vi fu veduto da Tinervia Giuseppe (v. n. 38, II) – ha negato per evidenti ragioni di difesa di essere tornato a Cippi nel pomeriggio e non è da escludere che di proposito abbia concentrato al mattino anche ciò che aveva visto durante le ore pomeridiane.

Pertanto anche le modalità di ingaggio asserite dal Russo hanno un parziale contenuto meramente fantastico. È provato che il Russo era già a Cippi quando vi giunse Tinervia Francesco (v. n. 29, I, b), che lo vide tra i presenti, ed era là anche quando vi arrivò il Cristiano il quale tra i presenti notò Tinervia Francesco e lui; da ciò è chiaro che, nell’indicare il momento e le circostanze del suo arrivo a Cippi, egli ha mentito. Tutto conduce invero a ritenere che, ingaggiato dal Terranova Antonino “Cacaova”, il Russo sia giunto a Cippi unitamente a costui, a Pisciotta Francesco, a Candela Rosario, nelle medesime circostanze riferite da Sapienza Vincenzo: contemporaneamente, oppure poco dopo, in correlazione al possibile frazionamento del gruppo consigliato dalla cautela del movimento.

Vero che il Sapienza non ha fatto nome e che nemmeno il Pretti ha dichiarato di averlo visto arrivare; ma ciò non è risolutivo, avendo l’uno e l’altro accennato anche ad altre persone nel gruppo che non hanno saputo nominare.

Ciò premesso, la Corte osserva che il rilievo fatto dalla difesa non è fondato. Valutando le suddette dichiarazioni alla luce delle altre risultanze del processo e separando il vero dal falso introdotto a scopo di difesa si perviene ad una ricostruzione coordinata ed armonica dell’avvenimento: due volte sole Pisciotta Francesco, Terranova “Cacaova”, Candela Rosario si portarono a Cippi quel giorno prima di proseguire per Portella della Ginestra, compiendo da 9 a 10 km. di cammino complessivamente, che sono ben lungi dai 33 km. denunciati dalla difesa di Pisciotta Francesco, i quali, sommati al percorso di andata e di ritorno da Portella della Ginestra, avrebbero provato la resistenza fisica anche di un bandito al limite massimo delle possibilità.

D’altra parte il mendacio del Cristiano ed del Russo individuato e chiarito nel contenuto e nella finalità, non si riverbera e non inficia l’essenza delle confessioni e delle chiamate di correo la cui verità si afferma attraverso i riscontri e le reciproche integrazioni.

È d’uopo considerare che Russo Giovanni inteso “Marano” ha narrato essenzialmente fatti veri e la sostanza delle sue dichiarazioni è controllata può essere attesa. Non perché vi sia concordanza fra le indicazioni date sull’abitazione del Terranova e l’obiettiva realtà di quella casa: nato è vissuto a Montelepre egli poteva averne conoscenza al di fuori dell’episodio narrato; ma per le altre ragioni dianzi dette.

Non avrebbe avuto motivo il Russo di far risalire al Terranova, a Pisciotta Francesco e al Candela, piuttosto che ad altri banditi, la sua presenza a Cippi se il fatto non avesse avuto alcuna radice in una situazione di verità, se egli non fosse stato ingaggiato dal Terranova, quantomeno d’intesa con costoro, e se non si fossero recati a Cippi insieme.

Ed allora nulla esclude che il Terranova, abitante una delle ultime case del paese, al limite dell’aperta campagna, l’abbia condotto a casa prima di muovere alla volta di Cippi; che abbiano mangiato insieme una minestra di pasta e di lenticchie; che siano entrati ed usciti da una finestra aperta sulla campagna a tergo della casa; non è naturale che il latitante Terranova si portasse a casa clandestinamente e l’episodio acquista contenuto di realtà.

Per smentire il Russo, il Terranova ha opposto che la finestra è alta cinque metri: non poteva essere agevolmente scalata; e la difesa ha prodotto due fotografie allo scopo di darne la dimostrazione (v. vol. allegati al dibatt. di 2° grado). Ma, ammesso pure che tali fotografie riproducano interamente e fedelmente la parte posteriore della casa, non valgono a dare una visione esatta di quanto la finestra sia alta dal suolo: l’una e l’altra generano una percezione ingannevole, l’altezza della finestra apparendo diversa in relazione alla diversa posizione della macchina da presa.

In contrasto con tale assunto difensivo sta la deposizione del m.llo Santucci. Alludendo alla casa del Terranova egli ha detto che: “a pianterreno vi è una camera adibita a cantina ed a legnaia, vi è una finestra che dà su terreno coltivato ad orto chiamato vallone” (V/3, 401) e il senso delle parole è chiaro. Il teste ha parlato solo del pianterreno e sarebbe arbitrario distinguere la finestra che dà sull’orto dalla camera adibita a cantina per collocarla in un altro piano della casa.

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Questa ulteriore indagine, analitica e sintetica,­ compiuta al vaglio dei motivi d’impugnazione e degli argomenti cui si affidano, conduce alla medesima conclusione cui pervennero i primi giudici affermando che tutti gli atti del procedimento confermano la sostanziale verità che si esprime attraverso le dichiarazioni fatte da Gaglio “Reversino” e dai “picciotti” nel primo momento. Verità che trova collaudo definitivo nell’affannosa proposizione degli alibi e nel crollo completo di essi.

Giova notare che dopo il fallimento del rispettivo assunto istruttorio, accertato dalla sentenza di rinvio a giudizio Sapienza Vincenzo, Sapienza Giuseppe di Tommaso, Tinervia Francesco, Terranova Antonino di Salvatore, Musso Gioacchino, Russo Giovanni e Cristiano Giuseppe, si sono astenuti dal riproporre l’alibi in dibattimento; e che, dei “picciotti” che l’alibi riproposero, Pretti Domenico e Tinervia Giuseppe hanno fatto acquiescenza alla sentenza impugnata chiedendone la conferma al pari di Sapienza Giuseppe di Tommaso, di Sapienza Vincenzo, di Tinervia Francesco, di Terranova Antonino di Salvatore e di Russo Giovanni. Così agendo, essi hanno riconosciuto la propria partecipazione ai fatti ritenuti dalla sentenza e l’artificiosità dell’alibi sul quale avevano fondato la difesa.

Non allo stesso modo si sono regolati Di Misa Giuseppe, Buffa Antonino, Buffa Vincenzo, Sapienza Giuseppe di Francesco, Lo Cullo Pietro, di fronte all’appello del PM; la difesa di costoro, come quella di Gaglio Antonino, Musso Gioacchino, Cristiano Giuseppe e Di Lorenzo Giuseppe, ha chiesto, in conseguenza del detto gravame, l’assoluzione per non aver commesso il fatto quanto (quanto al Lo Cullo eventualmente per insufficienza di prove), sostenendo soltanto in via subordinata la conferma della sentenza. Ma la frattura del fronte di difesa tra i “picciotti” su questo punto pone il suggello sul valore probatorio delle dichiarazioni di Gaglio “Reversino” e dei “picciotti” ritenuto dalla Corte.

A. Passando a considerare il presupposto dell’appello del PM vale a dire la partecipazione degli appellati ai delitti di cui si tratta, la Corte osserva che la richiesta principale degli imputati Di Misa Giuseppe, Buffa Vincenzo, Gaglio Antonino, Buffa Antonino, Musso Gioacchino, Sapienza Giuseppe di Francesco, Cristiano Giuseppe e Di Lorenzo Giuseppe, è priva di ogni fondamento.

1. Della presenza del giovane Di Misa all’adunata di Cippi non si può dubitare: vi fu notato da Buffa Antonino che lo conosceva e lo ha chiamato in correità anche nell’interrogatorio giudiziale. Nulla consente di considerare erronea la sua indicazione (v. n. 40 bis, II): né la negativa su cui imputato si pose, né la consistenza dell’alibi dedotto che, fin dal primo momento tutt’altro che preciso ed attendibile, non ha trovato in dibattimento concretezza maggiore nelle deposizioni di Barone Rosario e Salvatore, i quali non hanno potuto affermare che il 1° maggio 1947 l’imputato aveva lavorato con loro.

La Corte ritiene che la presenza a Cippi nelle dette cir­costanze costituisca, in difetto di elementi contrari, prova sufficiente della partecipazione al delitto di Portella della Ginestra, dappoiché – come è logico pensare – il Giuliano non vi avrebbe consentito la presenza di estranei all’impresa e non avrebbe tollerato che alcuno dei convenuti si allontanasse se non con sua dispensa. Il che è pienamente provato nel processo. Gaglio “Reversino” dichiarò di fatto ai Carabinieri che sul far della sera “tutti i presenti” si misero in cammino (L, 43); ed analoga precisazione fecero Sapienza Giuseppe di Tommaso e Tinervia Giuseppe al Giudice istruttore dichiarando l’uno che “tutti” si incamminarono verso Portella (E, 97) e l’altro similmente che mossero “tutti quanti” tranne Di Maggio Tommaso perché esonerato dal Giuliano (E, 111).

Non è rilevante, pertanto, per le ragioni menzionate altrove, che la presenza del Di Misa nei gruppi di marcia e tra i roccioni della “Pizzuta” non trovi nel processo esplicita indicazione.

2. Analoga è la situazione di Gaglio Antonino, la cui presenza a Cippi fu indicata per primo da Gaglio Francesco e poi da Buffa Antonino che lo chiamò in correità anche nella confessione giudiziale; ed entrambi ne fecero indicazione con riferimenti tali da escludere ogni possibilità di errore.

Il tentativo di attenuare la chiamata in correità fatto dal Gaglio “Reversino “quando tornò ad ammettere di essere andato a Cippi (v. n. 35, I), si infrange manifestamente contro un complesso di sintomatici elementi che provengono dallo stesso Gaglio Antonino: dall’assurdo diniego di conoscere Salvatore Giuliano (v. n. 30, I) alla deduzione di un alibi che non consegui lo scopo (v. n. 38) e che riproposto in dibattimento non ebbe risultato migliore. I testi escussi, Provenzano Francesco e Mazzola Giacomo (V/6, 740 – 741), infatti dissero di aver veduto il Gaglio lavorare in contrada “Conigliano” nelle ore pomeridiane del 1° maggio 1947, il che non esclude la possibilità che egli si fosse trovato nelle prime ore della mattina tra i roccioni della ’’Pizzuta’’, poiché dopo l’eccidio la maggior parte dei “picciotti” riuscì a portarsi nei dintorni di Montelepre e nel paese nelle ore del pomeriggio.

Non è dubbio che Gaglio Antonino inteso “Costanzo” abbia partecipato ai fatti di Portella della Ginestra.

3. Similmente deve dirsi di Buffa Vincenzo in relazione alle azioni criminose di Portella della Ginestra e di S. Giuseppe Jato: a) quanto alla prima, la sua presenza all’adunata di Cippi è conclamata – come già si è avuto occasione di notare considerando la spontaneità delle indicazioni (v. n. 58, A) – da Cristiano Giuseppe da Pisciotta Vincenzo e da Musso Gioacchino, i quali ultimi (il primo ritrattò immediatamente) hanno mantenuto la chiamata di correo anche nelle confessioni giudiziali, il Musso in confronto altresì con l’accusato (v. n. 33, II e n. 40, I); e trova riscontro nelle dichiarazioni di Mazzola Vito ai carabinieri (v. n. 41, II, f); b) quanto alla seconda, che fu preceduta dalla riunio­ne di “Belvedere o Testa di Corsa”, la prova della par­tecipazione è affidata alle dichiarazioni stragiudiziali di Musso Gioacchino che chiamò in correità quali compar­tecipi i Buffa Vincenzo, Buffa Antonino, Terranova Antonino di Salvatore, Pisciotta Francesco, Pisciotta Gaspare e “Pinuzzo” Sciortino; dichiarazioni precise, circostanzia­te, che non potevano essere fatte se non da chi l’episodio avesse vissuto e sulla cui attendibilità, in relazione alle qualità ed alle conoscenze personali del confitente, la Corte ha espresso già il proprio avviso.

Il Musso tenne ferma la confessione e mantenne le chiamate di correo anche nell’interrogatorio giudiziale salvo, come si è visto, nei confronti di Buffa Vincenzo che volle scagionare senza tuttavia indicare il motivo che lo aveva indotto prima ad accusarlo (v. n. 32, I, g, h; e n. 39, II).

Rettamente i primi giudici, valutando cotesta fonte di prova con riferimento ai riscontri testimoniali, hanno conferito maggior credito alla prima confessione che alle graduali ritrattazioni successive non motivate o giustificate con argomenti puerili.

Invero il Musso disse che Sciortino “Pinuzzo”, Pisciotta Francesco e Pisciotta Gaspare portavano a tracolla un tascapane e il teste Scaparro Giuseppe ha dichiarato che le quattro persone vedute all’angolo di via Trapani con Corso Umberto I portavano ciascuno un tascapane; egli disse ancora che i suddetti banditi, nel ritirarsi di corsa verso il camioncino, esplosero raffiche di mitra “a destra e a sinistra” e nel rapporto compilato dai carabinieri subito dopo il fatto si legge “che i malfattori continuarono a sparare qualche raffica di mitra finché uscirono dal paese dileguandosi nella sottostante campagna e il loro numero era di otto”.

La divergenza sul numero dei malfattori tra le indicazioni del Musso da un lato, e quelle del teste Scaparro e del rapporto dei CC., dall’altro, non significa che il Musso abbia mentito: a parte la possibilità che lo Sca­parro ed i verbalizzanti, data l’ora e la drammaticità di quelle circostanze, siano incorsi in un errore di apprezzamento numerico, nulla consente di escludere che un altro correo ignorato dal Musso, si trovasse già a San Giuseppe Jato allo stesso modo che si verificò in Carini.

Ora, di fronte a così rilevanti elementi di prova, mentre l’atteggiamento negativo di Buffa Vincenzo non è più neanche una difesa, il silenzio del fratello Antonino nei suoi riguardi ha una spiegazione sola: il sentimento fraterno e l’intento di allontanare da lui quelle conseguenze che, dopo la confessione, sentiva di non poter più allontanare da sé.

È sintomatico che in sede istruttoria per i fatti di Portella della Ginestra Buffa Vincenzo non abbia neanche tentato un alibi: non ricordava, egli disse, dove fosse stato il 1° maggio; e che l’alibi dedotto per i fatti di S. Giuseppe Jato, non più riproposto nel dibattimento, presentasse, in correlazione presso a poco al tempo della consumazione del delitto, una “vacatio” – la irrigazione del fondo in contrada Nacà – che nessun teste avrebbe potuto colmare.

Il tentativo è stato fatto però in giudizio, avendo l’imputato chiesto di provare che il 1° maggio 1947 “non si era mosso dalla contrada nella quale accudiva al lavoro” (U, 119), ed è fallito: Russo Salvatore ha depo­sto che sovente aveva visto Buffa Vincenzo ed Antonino lavorare in un fondo sito nei pressi del suo, più spesso il primo, meno spesso il secondo che si diceva fosse ammalato, ma non poteva affatto asserire di averveli veduti anche il primo maggio (V/6, 746).

4. Quanto sopra vale anche nei confronti di Buffa Antonino la cui partecipazione ad entrambe le azioni criminose ed alla riunione di “Belvedere o Testa di Corsa” è accertata irrefutabilmente e risulta in modo sicuro e non equivoco da quanto nei suoi riguardi si è venuto sin qui esponendo nelle varie parti della presente sentenza.

Resta da osservare soltanto che tali elementi di prova trovano ulteriore conferma nel crollo dell’alibi dedotto in istruttoria dalla difesa del Buffa (v. n. 39, I) e dalla medesima riproposto nel dibattimento (U, 117). Gaglio Rosa e Di Piazza Rosaria hanno confermato la deposizione scritta senza poter dire se il 1° maggio 1947 l’imputato fosse stato o non a casa, costrettovi da un’alta febbre malarica; e la Di Piazza ha soggiunto genericamente che la sera del 22 giugno 1947 Buffa Antonino le aveva ceduto la sedia per assistere allo spettacolo cinematografico dato nella piazza di Montelepre (V/6, 774); ma non ha indicato l’ora, né ha saputo dire di qual festa si trattasse, il che rende la testimonianza inattendibile, tanto più che l’imputato non ha mai fatto menzione di tale circostanza.

L’alibi adunque non regge e la falsità del testimoniale si evidenzia ancor più attraverso la deposizione di Palazzolo Ro­saria secondo cui affetto da malaria sarebbe stato Buffa Vincenzo, non già il fratello Antonino (V/6, 745).

5. Le considerazioni che precedono e gli elementi espo­sti in ordine a Musso Gioacchino nelle altre parti di questa sentenza offrono la prova granitica e sicura della sua partecipazione ai fatti di Portella della Ginestra e alla rappresaglia di S. Giuseppe Jato.

I primi giudici notarono esattamente che la dichiara­zione resa dal Musso ai carabinieri è una delle più ampie, più circostanziate e precise; e a tale rilievo può aggiun­gersi che, tolti gli elementi strettamente difensivi, risulta ispirata nel complesso ad un sentimento di since­rità. Essa vale a dare la misura della memoria e del grado di intelligenza del Musso, notevoli rispetto alla sua età minore degli anni 18, ed anche della semplicità che lo caratterizza, la quale si esprime nel contegno istruttorio (v. n. 39, II) e nel visibile sforzo che compie per rinne­gare progressivamente la verità. Solo nel dibattimento egli si allinea completamente al coro degli altri “picciotti”.

Per concludere giova infine ricordare che l’alibi dedotto dal suo difensore con l’istanza 3 dicembre 1948 si palesò un mero espediente difensivo senza risultato.

6. Cristiano Giuseppe è legato ai fatti di Portella della Ginestra dalle chiamate di correo fatte da Buffa Antonino, Musso Gioacchino e Pisciotta Vincenzo, che lo conoscevano, e dalla sua confessione stragiudiziale, (v. n. 32, III) che la ritrattazione successiva non vale assolutamente a smentire.

Senza ripetere quanto si è venuto man mano esponendo sulla condotta processuale del Cristiano e sulle ragioni che la ritrattazione rendono inattendibile, sarà suffi­ciente sottolineare la falsità dell’alibi offerto nella fase istruttoria per sostenerla (v. n. 40, III), alibi che giustamente dalla Sezione istruttoria è stato disatteso e che lo stesso imputato non ha riproposto più.

7. Benché Sapienza Giuseppe di Francesco, inteso ’’Bambineddu” si sia protestato innocente fin dal suo primo interrogatorio giudiziale, tuttavia le risultanze processuali non consentono alcun dubbio sulla sua parte­cipazione all’eccidio di Portella della Ginestra.

Riassumendo quanto in precedenza al riguardo si è avuto occasione di esporre, la Corte osserva: che il nome del Sapienza fu fatto per la prima volta dai fratelli Pianello che lo indicarono per “bambinello”, specificando che frequentava abitualmente la zona di Calcerame perché la famiglia vi conduceva un terreno in affitto (v. n. 59, A); l’identificazione che il m.llo Calandra ne fece risulta, pertanto, esatta e la circostanza che l’imputato, secondo questi ha detto, venisse dai suoi amici chiamato “scarpe sciolte” non toglie che egli fosse generalmente conosciuto anche quale figlio di “Ciccio bambinello”, come è stato chiarito dallo zio Di Noto Antonino (V/6, 777); che fu notato tra i presenti all’adunata di Cippi da Tinervia Francesco, il quale nella sua confessione stragiudiziale l’indicò col cognome, nome, paternità e soprannome ed in quella giudiziale lo chiamò più familiarmente “Peppino Sapienza, figlio di Cicciu u bambineddu” (E, 94); e la chiamata di correo trova riscontro nelle dichiarazioni stragiudiziali di Mazzola Vito (v. n. 41, II, A, e ed f); che, tratto in arresto, il Sapienza confessò verbalmente ai carabinieri la sua partecipazione al delitto (v. n. 59, C); che, nelle circostanze già note, la sua compartecipazione criminosa fu denunziata apertamente da Terranova “Cacaova”, da Mannino Frank e da Pisciotta Gaspare (v. n. 51, B) e la verità dell’accusa si manifesta attraverso i vari riscontri nei quali trova conferma.

Inoltre l’alibi dedotto nella fase istruttoria (v. n. 40 bis, I) e riproposto nel dibattimento si è risolto in un vano tentativo di mistificazione della verità: i testi escussi, Sapienza Giuseppe e Di Noto Antonino, non hanno potuto dire di più che già non risultasse dalle deposizioni scritte; non hanno potuto affermare che il 1° maggio il Sapienza si trovasse col gregge in contrada “Suvarelli”, poiché in realtà il 30 aprile egli lo pascolava a Cippi insieme col “Reversino”, unitamente al quale, ad un certo momento, lasciati gli animali alla custodia di un fratello, si portò là dove aveva luogo l’adunata e non è dubbio che l’indomani abbia sparato anche lui dalla “Pizzuta”, sulla folla, nel piano della Ginestra.

8. Con esposto 15 marzo 1956 diretto a questa Corte Di Lorenzo Giuseppe, inteso “Peppe di Flavia”, riportandosi alla sua ritrattazione ed ai motivi che l’avrebbero determinata, ha sostenuto di non aver partecipato né alla riunione di “Belvedere o Testa di Corsa”, né all’azione contro la sede della sezione del Partito comunista di Carini ma l’assunto è privo di fondamento.

Gregario della banda Giuliano al tempo dei fatti dell’EVIS ed arrestato a cagione di essi, rimase affiliato al sodalizio criminoso anche dopo la sua escarcerazione, avvenuta il 18 febbraio 1947; come in precedenza aveva partecipato alla rapina ed al sequestro di persona a scopo di estorsione in danno del suo omonimo Di Lorenzo Giuseppe (v. n. 5, b) così, non appena fu liberato dal carcere, riprese la stessa attività e, per ordine del Giuliano, custodì a “Villa Carolina” il sequestrato Spatafora Giuseppe il cui sequestro era avvenuto il 28 marzo 1947.

Per le propalazioni stragiudiziali di Russo Angelo (v. n. 41, I) e di Mazzola Vito, che lo menzionò fra i banditi intervenuti alla riunione di Pizzo Saraceno, (v. n. 41, II, A, b) fu indiziato di correità nell’eccidio di Portella della Ginestra, ma, abile nel simulare e nel mentire, addusse un alibi falso (v. n. 27 e n. 35, II) che, se non fu la causa determinante del suo proscioglimento istruttorio, influì certo indirettamente sulla valutazione negativa delle menzionate propalazioni che né il Russo, né il Mazzola confermarono giudizialmente. Ma il mendacio affiorò quando si apprese che egli aveva partecipato alle nozze Sciortino – Giuliano, celebrate il 24 aprile 1947, e fu chiaro che in quel periodo non si era allontanato affatto da Montelepre ed era del tutto falso che si fosse trovato in Toscana.

Orbene, confessando il reato minore nell’intento di scagionarsi dall’addebito maggiore che gli veniva mosso, il Di Lorenzo agì con evidente malizia per uscire nel modo migliore dalla situazione in cui era venuto a trovarsi; ma ciò non toglie che la sua confessione sia sincera e rispecchi la verità anche nelle chiamate di correo. La ripeté al Giudice istruttore con la piena consapevolezza di poterla liberamente modificare o smentire; e sulla genesi, come sul valore della postuma ritrattazione si è detto già abbastanza perché occorra dire di più. L’atteggiamento processuale del Di Lorenzo è sintomatico ed eloquente ed il progressivo apporto dato alla tesi della violenza usata dai verbalizzanti per estorcere le confessioni non può essere trascurato nella valutazione della sua personalità: fu lui a dare per la prima volta, nel dibattimento, dopo la lettura del memoriale del Giuliano, un nome ed un volto al fantomatico seviziatore (v. n. 48, B, I) ed a lui fece eco il coro degli altri.

I primi giudici hanno dato evidenza ai riscontri processuali che conferiscono alla sua confessione certezza di verità (v. sentenza fol. 637 – 639); e per completare può aggiungersi che il mendacio della ritrattazione trova riscontro nella falsità dell’alibi adotto per sostenerla. Nel ritrattare il Di Lorenzo addusse che durante il mese di giugno 1947, a causa dell’ulcera allo stomaco che lo affliggeva, non si era mai mosso da casa; ma nel dibattimento, dimenticò dell’assunto istruttorio, si smentì e disse che la sera del 22 giugno era rimasto a Montelepre a godersi la festa (R, 41).

9. Essenzialmente diversa è la posizione processuale di Lo Cullo Pietro. Della sua presenza a Cippi il 30 aprile ha parlato Terranova Antonino di Salvatore (v. n. 40 bis, III) che però con lui non aveva dimestichezza; e la chiamata di correo insita in tale indicazione costituisce una prova notevole della partecipazione del Lo Cullo all’eccidio di Portella della Ginestra, sia per quanto si è già detto sul valore della presenza all’adunata di Cippi, sia per la veridicità che alla confessione del Terranova in linea generale deve attribuirsi, data la precisione dei suoi riscontri nel processo.

E potrebbe anche aggiungersi che la chiamata in cor­reità ben si armonizza con la condizione familiare e sociale del Lo Cullo, cugino materno dei banditi Giuseppe, Salvatore e Vincenzo Passatempo, fratello di Lo Cullo Maria fidanzata di Pisciotta Gaspare, intimo amico e vicino di casa di Sapienza Giuseppe di Tommaso; ma, di fronte all’alibi dello stesso addotto e provato, viene fatto di pensare che proprio cotesta situazione e la presunzione e ne scaturisce potrebbe aver facilitato un errore di identificazione da parte del Terranova.

Invero risulta per la deposizione scritta ed orale del teste Palermo Giuseppe (V/6; 775), allora “marca tempo” della Cooperativa Murifabbri, che all’epoca dei fatti il Lo Cullo lavorava alla costruzione della strada di Grisì in località “Cambuca”, distante da Montelepre circa tre ore di cammino; che tutti gli operai, compreso il Lo Cullo, pernottavano sul posto e facevano ritorno in paese soltanto il sabato pomeriggio; che il 1° maggio 1947 Lo Cullo Pietro, al pari degli altri, non si era allontanato dal posto di lavoro; e l’affermazione del teste Palermo trova documentale riscontro nel libro paga della cooperativa.

I primi giudici hanno disatteso l’alibi osservando che, ove pure il 1° maggio gli operai a “Cambuca” non avessero lavorato a causa della ricorrenza festiva, il salario sarebbe stato loro parimenti corrisposto trattandosi di gior­nata festiva a quel tempo retribuita; e, per completare il rilievo questa Corte aggiunge che, nella evenienza che, malgrado la festività, avessero invece lavorato (poiché la presenza degli operai sul lavoro veniva giornalmente annotata su foglietti volanti che il Palermo consegnava la sera del sabato in Montelepre al ragioniere addetto alla contabilità ed il libro paga veniva aggiornato in tempo successivo) non sarebbe possibile escludere l’apprestamento di una prova documentale falsa per fornire a Lo Cullo di fondarvi occorrendo la sua difesa.

Ma tanto l’una quanto l’altra ipotesi sono mere congetture che, se privano la prova dell’alibi della necessaria certezza, per converso non consentono di considerarla manchevole del tutto; onde nel contrasto insuperabile tra gli elementi di accusa e di difesa, la Corte provvedendo sull’appello del PM e aderendo alla concorde richiesta del Proc. gen. e della difesa, in riforma della impugnata sentenza, stima giusto assolvere il Lo Cullo per insufficienza di prove.

B. Eccettuata questa soluzione dubitativa, può fin d’ora affermarsi che ogni altra posizione di alibi dedotta in giudizio si è dimostrata artificiosa ed infondata.

La Corte ritiene superfluo soffermarsi a considerare singolarmente la situazione processuale dei “picciotti” sopra indicati che hanno chiesto la conferma della sentenza; ma, per i riflessi che in generale la pronunzia spiega sulla prova a carico degli altri imputati, crede opportuno richiamarsi a quanto in relazione a ciascuno ha avuto modo di esporre in precedenza, esaminando gli sviluppi della istruttoria e del dibattimento, ed osservare che, nell’affermare la loro partecipazione ai fatti attribuiti, i primi giudici hanno compiuto una precisa, esauriente e corretta valutazione delle prove.

Riservando la dimostrazione della inconsistenza degli alibi offerti da Gaglio Francesco inteso “Reversino”, da Cucinella Antonino, dai fratelli Genovese, da Badalamenti Nunzio, da Terranova Antonino inteso “Cacaova”, Mannino Frank, da Pisciotta Francesco, da Pisciotta Vincenzo e da Sciortino Pasquale all’esame delle rispettive posizioni di difesa, la Corte reputa utile intanto considerare il complesso l’alibi di Pisciotta Gaspare, sul quale questi pose la terza linea della sua difesa (v. n. 51) per smantellare le chiamate in correità che nei suoi confronti tutti i confidenti, da Gaglio “Reversino” a Mazzola Vito, avevano fatto e per sostenerne l’assurdità.

Gli elementi nei quali l’alibi stesso si articola sono stati compiutamente analizzati nella seconda parte di questa sentenza (v. n. 51, C) e la conclusione che si trae dalla disamina è conforme alla opinione espressa dai primi giudici, i quali hanno ritenuto cotesto mezzo difensivo artificioso ed inidoneo alla dimostrazione della tesi cui era predisposto.

La valutazione critica delle risultanze testimoniali conduce a ritenere: a) che al tempo in cui maturò il delitto di Portella della Ginestra Pisciotta Gaspare partecipava pur sempre attivamente alla vita della banda; dissimulava anche a se stesso la natura della malattia attribuendola ad un processo tonsillare e, quando nella terza decade dell’aprile 1947 il dott. Vasile cautamente accennò alla più grave realtà di quel male, egli lo interruppe per dire che un giorno o l’altro o una pallottola di fucile o la vittoria dei comunisti avrebbero finito per eliminarlo, e tuttavia mostrò di rimanere nella opinione che si trattasse di una malattia di gola; b) che, secondo il dott. Vasile, alla fine di aprile lo stadio della sua malattia non era tale da imporre la degenza a letto; e che né il 30 aprile, né il 1° maggio 1947 egli fu a Monreale immobilizzato dall’evoluzione del processo tubercolare; c) che la riacutizzazione del male manifestatasi in lui nei giorni successivi con l’imponenza rilevata dal prof. Fici il 4 maggio ben poteva dipendere da un’enorme strapazzo cui il soggetto si fosse sottoposto; e ciò non è contraddetto dalle indagini peritali le quali non hanno consentito di determinare obiettivamente quali fos­sero le condizioni e le possibilità fisiche del Pisciotta alla data del 1° maggio 1947.

L’affermazione del prof. Morelli (v. n. 51, C, II, c), se­condo cui appariva impossibile che un malato di tubercolosi resistente ad ogni strapazzo, nel quale la malattia avesse avuto tali sintomi di acuzie da richiedere un intervento pneumomotoracico, potesse, specialmente nell’attuazione del pneumotorace, percorrere rapidamente chilometri e chilometri, non può spiegare alcuna rilevanza nella fattispecie essendo riferita ad uno stato del paziente posteriore al 1° maggio.

E, d’altra parte, il rilievo fatto dallo stesso perito circa l’insorgenza della lobite non sembra alla Corte risolutivo.

Benché il prof. Morelli abbia tenuto presenti la diagnosi del prof. Fici e gli elementi emergenti dalla deposizione di lui, l’opinione da lui espressa resta nell’ambito di un astratto parere scientifico che prescinde dalla concreta sintomatologia presentata dal paziente. Questi era a letto in condizioni abbastanza gravi, aveva espettorato e tosse, e nulla esclude che l’espettorato fosse misto a sangue o emottico del tutto; il prof. Fici non lo ha chiarito, ha la­sciato in ombra questo punto ed il prof. Morelli, affermando che la lobite non esplode improvvisamente, ma richiede almeno dieci giorni di maturazione per manifestarsi, ha dovuto ag­giungere “a meno che non sia legata ad un fatto di emottisi” poiché in tal caso l’inizio è per lo più brusco, acuto, talvolta preceduto solo da prodromi lievi.

Questa eventualità che alla luce della specifica appare più probabile e, comunque, non può essere esclusa, toglie pratica rilevanza al parere che la lobite nel periodo di maturazione avrebbe posto l’ammalato in condizioni tali da non poter sottostare a fatiche o strapazzi.

Ora è proprio cotesta ipotesi che manca di base nella fat­tispecie se lo stesso prof. Fici, sulla sintomatologia presentata dall’ammalato ha convenuto che la riacutizzazione del processo tubercolare non poteva essere derivata da strapazzi, da emozioni, da affaticamento soprattutto, vale a dire da una causa determinante immediata quale certamente fu la parteci­pazione ai fatti di Portella della Ginestra.

Quanto al delitto consumato a S Giuseppe Jato, non è mai sorta discussione sulla possibilità fisica del Pisciotta di parteciparvi.

Ma a completare la prova dell’assurdo difensivo è nel pro­cesso un documento che vincola insieme il capo bandito ed il suo luogotenente al triste avvenimento di Portella della Ginestra: la fibbia d’oro che il primo donò al secondo con la incisione: “Ricordo di S. G. 1.5.1949” (v. n. 50) per sottolinea­re l’anniversario della strage.

Nel medesimo giorno in cui a Portella della Ginestra si scopriva una lapide a ricordo del barbaro assassinio, Salvatore Giuliano donava a Gaspare Pisciotta una fibbia d’oro pegno di solidarietà e segno di comando nel sodalizio criminoso, a ricordo della comunione di intenti e di speranze che li aveva uniti nell’organizzazione e nella esecuzione di quel delitto.

Non è lecito più alcun dubbio sulla completa veridicità delle confessioni e delle chiamate di correo.

65

Vanamente Gaglio Francesco inteso “Reversino” tenta di sottrarsi alla sua responsabilità: l’appello non è fondato.

La Corte, richiamandosi a quanto nel corso della presente sentenza ha avuto occasione di esporre, nei riguardi di detto imputato, circa l’origine dell’accusa (v. n. 59), il valore della sua confessione stragiudiziale (v. n. 58), il suo atteggiamento nel processo (v. n. 35, I; e n. 48, B, I), osserva che, ai molteplici elementi di prova emersi contro di lui, il Gaglio non ha saputo opporre altro che un costante, sistematico mendacio volto ad occultare la verità.

A prescindere dalla concretezza dei suoi rapporti con la famiglia Giuliano, dalla incoerenza della ritrattazione e dal progressivo atteggiamento di difesa che danno alla sua confessione nucleare attendibilità, la prova della partecipazione del “Reversino” al delitto di Portella della Ginestra si completa nelle chiamate in correità fatte anche giudizialmente da Pretti Domenico, Sapienza Vincenzo, Sapienza Giuseppe di Tommaso, Musso Gioacchino, Tinervia Francesco, Tinervia Giuseppe e solo nelle dichiarazioni stragiudiziali da Mazzola Vito, per tacere di Pisciotta Vincenzo il quale ha chiarito che la indicazione risultante dalle sue dichiarazioni ai carabinieri era dovuta ad un errore, poiché egli non conosceva il “Reversino” e non era in grado di dire se lo avesse visto o meno (v. n. 40, IV); chiamate di correo che nel loro insieme formano un complesso di elementi concordanti, univoci e decisivi.

Argomentano dal confronto di Sapienza Giuseppe di Tommaso col “Reversino” si è sostenuto che alla radice di coteste chiamate in correità è un sentimento di vendetta alimentato dalle propalazioni di quest’ultimo, ma l’argomento è specioso.

Il Sapienza non si è abbandonato affatto ad una ritorsione: aveva confessato, si era messo sulla via della verità, pensava ancora che fosse inutile tornare indietro, ed al “Reversino” che aveva fatto prima il suo nome ed ora falsamente si smentiva, disse con tale accento di sincerità “tu mi hai consumato e tu c’eri”, che l’altro, momentaneamente vinto, concluse “pure io mi sono rovinato” (v. n. 37, II), confessando implicitamente la sua presenza a Cippi ed a Portella, di tal che subito dopo (interrogatorio del 29 agosto) si vide costretto a mutare linea di difesa.

Questo è il significato ed il valore del confronto e, comunque giova notare che tra gli imputati suddetti ve ne sono quattro, oltre il Pisciotta, che il “Reversino” non ha chiamato in correità e non avevano motivo di risentimento verso di lui.

L’alibi poi non può essere atteso e rettamente i primi giudici l’hanno respinto. Basterebbe rilevare per coglierne la pretestuosità che, mentre l’imputato ha dedotto di essere rima­sto a casa ed a letto il 1° maggio a causa della pleurite di cui soffriva, Lombardo Maria che tale deduzione ignorava e voleva giovargli, ha deposto invece che egli prima dell’arresto ed anche il 1° maggio era pieno di foruncoli (V/5, 6482); ma non va dimenticata l’ansiosa ricerca di testimoni falsi disposti a sostenere il suo assunto.

Onde è chiaro che, sotto la pressione dell’ambiente, il dott. Salsedo è stato indotto ad esagerare l’entità dell’affezione pleurica riscontrata nel soggetto (v. n. 35, I). Risultando che la siero-diagnosi presso l’Istituto d’Igiene e Profilassi di Palermo fu eseguita il 19 maggio 1947, risalendo indietro di un mese, la prima visita del dott. Salsedo può determinarsi intorno alla fine della seconda decade di aprile e certamente dovette dar luogo al riscontro di un fatto pleurico assai lieve, se il 24 aprile il Gaglio poté parteci­pare quale testimone alle nozze di Giuliano Mariannina con Sciortino Pasquale e se nei giorni successivi fu in grado di riprendere – come è noto – la sua vita abituale conducendo il gregge al pascolo nelle contrade “Mandra di Mezzo”, “Tirone” e “Cippi” dove si incontrava con Mazzola Vito.

Sebbene, per le condizioni di ambiente quali si erano de­terminate nella zona d’influenza del bandito Giuliano a cagione del dominio da questi stabilitovi con la violenza e col terrore, non sia sempre agevole distinguere quando le prestazioni cri­minose compiute per invito di costui o di alcuno della sua banda siano volontarie, dolose, e quando siano invece coatte, imposte dalla paura irresistibile di rappresaglie sanguinose, dalla necessità di salvare sé od altri da un immanente pericolo di danno grave alla persona, si deve convenire che niuna difficoltà d’indagine si presenta per il “Reversino” che si “strofinava” con la famiglia Giuliano (v. n. 59, A) ed aspirava a far parte della banda. Aspirazione tenace che risulta dalle dichiarazioni di Lombardo Maria, la quale ha deposto testualmente: “il Reversino una volta venne da me per dirmi che voleva essere ammesso nella banda di mio figlio, io ne parlai a mio figlio il quale si rifiutò”; e che infine ebbe ragione del rifiuto poiché, dopo le nozze della sorella, il Giuliano lo accolse a Cippi e lo incaricò al pari degli effettivi della banda di procedere all’ingaggio dei “picciotti”. L’impresa di Portella della Ginestra fu la prova del fuoco: interpellò Pretti Domenico, procurò la presenza di Tinervia Francesco, partecipò egli stesso all’azione. Il sequestro Asta dimostra che l’ardente desiderio divenne concreta realtà: Gaglio France­sco “Reversino” fece parte della banda; il Tribunale di Palermo, la citata sentenza confermata in appello, ha dichiarato la sua colpevolezza per appartenenza a banda armata.

I rimanenti motivi di gravame comuni ad altri imputati saranno esaminati successivamente.

66

Cucinella Antonino ha confidato la prova della sua innocenza in un alibi completamente falso.

Espatriato, come è noto, in Tunisia il 7 dicembre 1948 (v. n. 44, III), arrestato lo stesso giorno dello sbarco (v. n. 46), estradato e tradotto in Italia, il Cucinella di­chiarò in data 3 novembre 1949 al Giudice istruttore , che lo interrogava per altri reati, di essersi recato clandestinamente in Tunisia nel mese di maggio 1946 insieme con Milazzo Salvatore da Castellammare del Golfo, alle cui dipendenze aveva lavorato alcuni anni prima, e di esservi rimasto inin­terrottamente fino alla data del suo arresto (fol. 153, vol. I 1 proc. pen. per banda armata).

Ma, smentito, in confronto, da Terranova Antonino, inteso “Cacaova”, che ne aveva asserito la presenza a Palermo, in casa di Giuseppe Mangano, al tempo della preparazione del sequestro di Giuseppe Guli, confermando altresì di essere espatriati insieme il 7 dicembre 1948, il Cucinella si arrese e ammettendo sia l’una, che l’altra circostanza, dichiarò che nel novembre 1947 si era rifugiato in Palermo per sfuggire alle forze di polizia che avevano preso a perlustrare frequentemente la zona di Montelepre (fol. 242, Vol.I 1 proc. pen. per banda armata).

E nel dibattimento di primo grado egli ebbe l’atteggia­mento che si è visto (v. n. 48, B, VI): irretito nelle sue stesse ammissioni, gli parve di non poter più allegare di essersi trovato il 1° maggio 1947 in Tunisia ed asserì di essere stato invece in contrada “Sughero” di Castellammare del Golfo, occupato nella incetta del formaggio per conto di Milazzo Salvatore; però subito si riprese e, adattando l’alibi alla nuova situazione, affermò che, recatosi in Tunisia col Milazzo nel mese di marzo 1946, aveva fatto ritorno in Sicilia unitamente a costui, che nella occasione aveva subìto il sequestro del natante per contrabbando, verso la fine del 1947.

Basterebbero già queste gravi incoerenze a disvelare la niuna serietà del mezzo difensivo, ma vi è negli atti la prova che gli elementi posti a base dell’alibi sono del tutto inconsistenti e mendaci.

Sta in fatto che, con processo verbale 21 novembre 1946 del Comando del Nucleo di P.T.I. di Trapani, Milazzo Salvatore ed altre persone furono denunziati per contrabbando e dal verbale di denunzia si desume che il Milazzo tornava in Sicilia per la prima volta dopo più anni di assenza: bloccato in Etiopia dalle vicende della guerra, egli era riuscito nel settembre 1943, a portarsi in Tunisia; ivi aveva acquistato una barca a motore, la “Rosita”, sulla quale unitamente ad altri connazionali, il 1° novembre 1946 aveva preso il mare alla volta di Trapani; a bordo portavano generi di contrabbando, tra cui tabacco, ed all’arrivo la motobarca era stata sequestrata (Z/2, 139 e 147).

Pertanto non è possibile che nel marzo o nel maggio del 1946 il Cucinella sia andato in Tunisia insieme col Milazzo.­

Infatti stava in Sicilia; prese parte attiva al sequestro­ in persona di Agnelli Luigi consumato il 17 giugno 1946 (v. n. 5, g, 4), pel quale riportò condanna con sentenza della Corte di Assise di Palermo 20.5.1953, gravata di appello; e nello stesso mese di giugno, dopo l’amnistia e­largita col DP 22.6.1946 n. 4, Russo Angelo inteso “Ange­linazzu” si rivolse a lui per chiedergli consiglio – secondo poi dichiarò il 7.10.1947 ai carabinieri – avendo in animo di costituirsi e di tornare a vivere onestamente.

E similmente non regge che, espatriato in tempo succes­sivo, abbia fatto ritorno in Sicilia col Milazzo verso la fine del 1947, nella quale circostanza sarebbe stato sequestrato il natante.

Vero che la “Rosita”, rimasta in sequestro presso la dogana Principale di Trapani, fu in seguito affidata il 24 febbraio 1947 alla custodia dello stesso Milazzo (Z/2, 173) che unitamente al fratello Sebastiano l’adibì a traffici di contrabbando con la Tunisia, di tal che l’8 settem­bre 1947 fu sottoposta nuovamente a sequestro e consegnata alla predetta Dogana, come da processo verbale di denunzia 20 settembre 1947 del Comando della Brigata Stanziale di Trapani (Z/2, 176); ma non può dirsi che questa volta pro­venisse dalla Tunisia. I due Milazzo l’esclusero: si erano limitati, dissero, ad una navigazione costiera svolgendo traffici tra varie località della costa meridionale; e nulla vieta che le merci sequestrate sulla “Rosita” fossero state trasbordate su di essa in alto mare da altra imbarcazione (Z/2, 181 e 194).

D’altra parte, neanche il teste Giuliano Salvatore fu Francesco, da Montelepre, indotto per confermare l’alibi, ha potuto dichiarare che al tempo dei fatti attribuiti il Cucinella si trovava in Tunisia; costretto tra l’omertà e la verità ha scelto una via di mezzo: “in un mese che non posso precisare – egli ha detto – ma può darsi tra giugno e luglio (di un anno che non indica) Cucinella Antonino venne a salutarmi dicendo che si allontanava dalla Sicilia … dopo di allora non l’ho visto più” (V/6, 742).

Nessuna circostanza sorregge adunque l’assunto dell’imputato assunto che, del resto, è mutevole, generico, impreciso; e non vi è chi non veda come, alla luce di quanto si è detto e di quanto qui di seguito ancora si dirà, del tutto inutile si palesi l’esame del teste Milazzo Salvatore alla cui audizione la difesa ha insistito. Il Cucinella ha mentito prima, ha mentito dopo valendosi di frammentarie notizie casualmente attinte allo stesso Milazzo col quale venne a contatto nel 1948 – aggirandosi entrambi, latitanti e ricercati dalla polizia, attorno a Castellammare del Golfo – e col quale in effetti espatriò il 7 dicembre dello stesso anno.

Mentre pertanto l’alibi non può essere atteso e va respinto, al contrario numerosi elementi di prova convergono da più fonti a dimostrare che Cucinella Antonino partecipò, al pari del fratello Giuseppe, all’eccidio di Portella della Ginestra, alla riunione di “Belvedere o Testa di Corsa” e al conseguente fatto di Borgetto configurato dai primi giudici danneggiamento semplice.

Va ricordato innanzi tutto che egli concorse a formare il primo nucleo della banda (v. n. 2) della quale fu sempre fedelissimo gregario; e che aveva costruito in casa sua una botola ben camuffata (v. n. 60) la quale sfociava in un camminamento attraverso cui si sottraeva agevolmente alle ricerche della polizia.

In base alle indagini espletate, il maresciallo Calandra­ ha potuto riferire che mai prima del dicembre 1948 Cucinella si allontanò dalla Sicilia (V/3, 440); e Terranova Antonino “Cacaova” ha detto che abitualmente egli faceva parte del gruppo comandato dal fratello Cucinella Giuseppe (fol. 240 Vol. I 1 proc. pen. per banda armata).

Del resto, la sua presenza in Sicilia al tempo dei fatti Portella della Ginestra si desume anche dalle dichiarazioni giudiziali di Russo Angelo. Dinanzi alla Corte di Assise questi affermò di aver saputo della sparatoria qualche gi­orno dopo dalla propria moglie che, a sua volta, ne aveva avuto notizia dalla moglie di Cucinella Antonino, la quale “si mostrava preoccupata perché da vari giorni non aveva notizie del marito” (R, 103); ed il medesimo Russo come si ricorderà (v. n. 41, I) – aveva pur detto al Giudice istruttore di essersi incontrato poco tempo dopo il delitto col Cucinella Antonino e di aver saputo da lui che il fratello Giuseppe aveva partecipato alla strage. La finalità difensiva di coteste allegazioni è manifesta, ma esse valgono a dare la prova che il Cuci­nella non si trovava in Tunisia.

Orbene nel quadro di tali elementi le chiamate giudiziali fatte da Gaglio “Reversino”, dai fratelli Vincenzo e Giuseppe Sapienza, dai fratelli Francesco e Giuseppe Tinervia, da Pretti Domenico, da Terranova Antonino di Salvatore, da Buffa Antonino, da Musso Gioacchino, da Pisciotta Vincenzo, da Di Lorenzo Giuseppe e quelle soltanto stragiudiziali di Russo Giovanni e Cristiano Giuseppe, nonché le indicazioni provenienti da Mazzola Vito, costituiscono una prova massiccia, univoca e sicura.

Il Gaglio riconobbe il Cucinella nella carta d’identità mostratagli dai carabinieri e l’indicò come uno dei partecipan­ti all’azione di Portella; la sua presenza a Cippi, nei gruppi in marcia, sul costone della Pizzuta, alla riunione di “Belvedere o Testa di Corsa” sono fatti inoppugnabilmen­te certi.

La difesa ha creduto di poter scorgere nelle citate dichiarazioni del Russo al Giudice istruttore un motivo di perplessità e di dubbio circa la colpevolezza dell’imputato in relazione all’eccidio di Portella della Ginestra: se poté dire al Russo (che al delitto aveva preso parte) “hai visto, quel disgraziato se li è portati a sparare a Portella della Ginestra e ci capitò pure mio fratello Peppino” è chiaro – ha concluso – che il Cucinella a Portella non vi era stato.

Ma il rilievo è superficiale e prescinde da ogni inda­gine sulla reale sussistenza della circostanza. Questa non è che un espediente di difesa cui il Russo ha fatto ricorso al fine di sorreggere la tesi della sua innocenza e di giovare nel contempo, per amicizia o per omertà, anche a Cucinella Antonino, dimenticando che nell’interrogatorio stragiudiziale aveva pur dichiarato che, fatta eccezione di sé, a quel delitto avevano partecipato tutti gli altri suoi compagni, cioè tutti gli altri affiliati alla banda, e che ben diverso discorso aveva attribuito a uno dei due Cucinella che poi specificherà in Cucinella Antonino (v. n. 41, I). È semplicemente assurdo pensare, dato il vincolo che legava i banditi al loro capo, che Cucinella Antonino, uno dei veterani della banda, rimasto fedele al Giuliano anche dopo i fatti per i quali si procede, abbia potuto pronunciare nei confronti del capo bandito le parole e l’invettiva che in un secondo tempo il Russo gli ha fatto dire e che egli non ha mai riconosciuto di aver detto.

In correlazione al sesto mezzo di gravame (v. n. 54, VI, 6), la difesa del Cucinella ha insistito pur nella discussione finale sull’accoglimento della istanza di perizia psichiatrica ove, in base agli elementi già acquisiti, non si ritenga provato il vizio parziale di mente. Il mezzo è infondato e va respinto.

Innanzi tutto l’affermazione secondo cui l’imputato nell’anno 1942 sarebbe stato riformato nell’ospedale militare di Trieste per semi infermità di mente non è suffragata da alcuna prova: la direzione dell’ospedale militare di Udine presso cui trovavasi custodito l’archivio dell’ospedale militare di Trieste, ha reso noto che nulla risultava in merito all’asserito ricovero e alla riforma del Cucinella (Z/3, 291); e il Distretto militare di Palermo, a sua volta, ha comunicato di non poter trasmettere il foglio matricolare di lui, molti atti essendo andati distrutti a causa degli eventi bellici (Z/2, 224). Gli altri elementi poi non realiz­zano le condizioni poste dalla legge per l’ammissione della indagine richiesta.

Invero l’istanza si fonda sulla seguente documentazione: a) certificato, rilasciato in data 22.1.1951 dal dott. Antonio Cracolini, attestante che nel settembre 1940 il Cucinella, trovandosi in licenza militare a Montelepre, aveva presentato “accessi di demenza acuta” per cui dovette essere ricoverato nell’ospedale militare di Palermo (V/2, 164); b) atto di notorietà, raccolto in data 24.2.1951 dal commissario prefettizio di Montelepre, contenente l’attestazione del medesimo episodio: giunto a Montelepre in licenza militare – affermano i testimoni – il Cucinella dette segni di “squilibrio mentale” dimostrandosi pericoloso a sé ed agli altri (V/2, 166); c) biglietto di uscita dall’ospedale militare di Palermo dal quale risulta che il Cucinella, ricoverato il 29 settembre 1940 “proveniente da licenza breve di gg. 5 + 4” e rimasto in osservazione con diagnosi di “spiccate note della costituzione nevrosica originaria”, fu dimesso il 19 ottobre 1940 ed inviato al Corpo, con dichiarazione di idoneità alla prestazione del servizio (V/2, 165); documenti tutti sui quali i primi giudici portarono attento esame ed ai quali ora si aggiunge la perizia psichiatrica eseguita, per disposizione della Corte di Assise di Palermo, sulla persona di Cucinella Giuseppe (v. n. 55, IV) da cui emergono tare del gentilizio costituite da manifestazioni epilettiche della madre, da una imprecisata affezione psi­copatica di un cugino paterno e dalla malattia mentale del fratello.

È principio ormai consolidato in dottrina ed in giu­risprudenza che non ogni elemento indiziante anomalie del carattere o della condotta sia sufficiente a legittimare l’ingresso della perizia psichiatrica nel dibattimento: occorre che si tratti di indizi “gravi”, riferibili principalmente alla persona dell’imputato e concernenti manifesta­zioni psichiche dipendenti da cause patologiche, cioè di elementi indizianti tali da scuotere la presunzione d’imputabilità e da generare una ragionevole incertezza sulla concreta capacità d’intendere è di volere del giudicabile a cagione d’infermità, si che non si possa decidere sullo stato di mente del medesimo senza l’ausilio di un’appropriata indagine ad opera di un perito psichiatra.

Le tare esistenti nel gentilizio non valgono da sole ad integrarli, specialmente quando le cause e le mo­dalità del fatto escludono, come nella fattispecie, che il reo abbia agito in condizioni mentali menomate (Cass. pen. I 18.12.1953 n. 2354, G. Completa Cass. pen. 1953 n. 4050), poiché è noto che l’ereditarietà non è sempre eredità.

Dalla menzionata perizia psichiatrica è dato rilevare che il fattore costituzionale derivante dalla epilessia materna rappresenta soltanto una sottocomponente della oligofrenia bio-cerebropatica che caratterizzava la personalità psichica di Cucinella Giuseppe prima che nell’agosto 1954 sullo sfondo di essa si sovrapponesse la schizofrenia, essendo la componente primaria costituita da una meningite sofferta nella prima età.

E giova notare che solo in conseguenza della sindrome schizofrenica Cucinella Giuseppe fu riconosciuto affetto da vizio totale di mente, giacché in relazione alla oligofrenia i periti hanno osservato che “gli oligofrenici del grado di Cucinella, se sono semi imputabili o addirittura non imputabili davanti ai reati di piccola entità (appropriazione indebita, piccoli furti campestri, pascolo abusivo ecc.), sono invece responsabili in toto davanti ai “reati di più grossa mole”, quali appunto la strage e l’omicidio avendo di fronte ad essi – come scrive il Tanzi in Psichiatria Forense – “mille freni d’ordine prudenziale ed umanitario che debbono e possono utilizzare”.

Nessuna nota morbosa di rilievo accompagna e caratterizza precedenti individuali di Cucinella Antonino: non vi accenna lui, non ne fa menzione la difesa; e la riconosciuta idoneità al servizio militare induce a ritenere che nulla di particolare abbia turbato il normale decorso della sua infanzia e della prima giovinezza fino all’episodio del settembre 1940.

La tara materna si riflette e si imprime in lui in quelle spiccate note di costituzione nevrosica originaria presen­tate durante l’osservazione nell’ospedale militare di Palermo, le quali per altro non esorbitano dai limiti di una semplice anormalità del carattere – anomalia che si manifesta in forma di nervosità e di esagerata tendenza alle reazioni affettive – e spiegano l’episodio psicosico che determinò il suo ricovero in ospedale.

L’espressione impropriamente usata dal dott. Cracolini per indicare la psicosi reattiva verificatasi nel Cucinella a fine settembre 1940 ha indotto il difensore a sospettare nell’episodio una sindrome schizofrenica; ma al riguardo è da osservare che una cosa è la “demenza precoce” o schizofrenia ed altra l’accesso di demenza acuta cui il predetto medico ha fatto cenno riferendosi allo stato accessuale constatato nell’imputato.

A prescindere dalla considerazione che la vera natura di cotesta manifestazione psicosica fu chiarita dai sanitari dell’ospedale militare di Palermo, la Corte osserva che ad escludere l’ipotesi prospettata dalla difesa basta il rilievo che mai, durante la lunga detenzione, Cucinella Antonino ha presentato sintomi di schizofrenia o, comunque, di altra malattia di mente ed i sintomi stessi non avrebbero potuto sfuggire per tanto tempo all’attenzione dei medici carcerari poiché è noto che l’indementimento schizofrenico tosto che si sia insediato non regredisce più.

L’assunto difensivo, secondo cui, durante la detenzione nel carcere di Viterbo, il Cucinella avrebbe scritto a familiari e ad estranei alcune lettere “sconnesse” (V/2, 173), qualora pure rispondesse a verità, ipotizzando manifestazioni episodiche, è ben lungi dall’indiziare nel soggetto quella dissociazione delle fondamentali funzioni psichiche che è appannaggio costante della schizofrenia, tanto più che gli interrogatori dallo stesso resi presentano un contenuto logico, coordinato, chiaramente volto ad un preciso fine di difesa.

L’episodio del settembre 1940 resta adunque nel riquadro di una psicosi reattiva di breve durata sviluppatasi, in soggetto predisposto, per effetto della situazione emozionale nella quale il medesimo venne a trovarsi allo scadere della breve licenza di fronte al dovere di far ritorno al Corpo con tutte le conseguenze e le incognite della guerra in atto. È un episodio isolato e lontano, rispetto al tempo della consumazione dei reati, che non può spiegare alcuna influenza sullo stato di mente dell’imputato nel momento in cui ha commesso il fatto.

La Corte Suprema di Cassazione ha insegnato che “bene viene negata la perizia psichiatrica allorché i disturbi psichici, su cui si fonda la richiesta, rimontino tutti ad epoca remota e siano ormai superati nella loro even­tuale incidenza sulla capacità d’intendere e di volere da una somma di circostanza atte a comprovare il pieno possesso, al momento del fatto, delle facoltà intellettive e volitive” (Cass. pen I, 25.3.1953 n. 600 G. Completa Cass. Pen. 1953 n. 1235).­

Tale è la situazione di specie. Il Cucinella è un nevrotico costituzionale, nulla indizia in lui, né al momento del fatto, né successivamente, i caratteri psichici una infermità mentale e sarebbe contrario ad ogni criterio scientifico e giuridico voler trarre dall’episodio psicosico dianzi riferito la conseguenza di una imputabi­lità diminuita per gli atti criminosi compiuti fuori dello stato accessuale e della influenza di esso.

67

Dalle risultanze fin qui esaminate traspare abbastanza chiaramente che ambedue i fratelli Genovese, legati al capo bandito da rapporti particolari, esplicavano in seno alla banda funzione prevalente di appoggio e di copertura. Né l’uno, né l’altro hanno fatto mistero di avere prestato frequente assistenza tanto al Giuliano quanto ad altri banditi, cioè agli affiliati alla banda che si aggiravano attorno a Montelepre (v. n. 45, I), ospitandoli or nella loro mandria in località “Saraceno”, or nella loro casetta rurale in contrada “Carcatizzi” (Z/I, 154); entrambi vivevano nella stessa orbita, at­tratti dal medesimo miraggio di cospicui profitti, vincolati alla medesima solidarietà criminosa. Entrati nella banda durante i moti dell’EVIS, non se n’erano allon­tanati più: Giovanni, perseguito da mandato di cattura per concorso nel sequestro Virga (v. n. 5, g, 1), si celava in campagna; Giuseppe, sgravato per amnistia delle imputazioni mossegli in dipendenza dei suddetti moti, aveva ripreso a circolare liberamente.

L’assiduità dei contatti col Giuliano era tale che di partecipazione alla banda fu incolpata persino la loro sorella Pietra. Si legge nella citata sentenza istruttoria 28 luglio 1951 n. 905/46 che, secondo le propalazioni stragiudiziali di Termini Tommaso e Licari Giuseppe, costei, molto vicina al Giuliano, del quale si diceva fosse anche l’amante, avrebbe in taluni momenti mantenuto il collegamento tra il capo e i componenti della banda e si sarebbe adoperata a procurare proseliti armi e munizioni, ricevendo in cambio così lauti compensi da suscitare le rimostranze di alcuni banditi (Z/8, 56). La Sezione istruttoria di Palermo, nel difetto di conferma giudiziale di tali dichiarazioni, pur considerando verosimile l’accusa, prosciolse Genovese Pietra per insufficienza di prove; ma l’insieme dei rapporti da cui l’accusa stessa trasse alimento trova negli atti, almeno nei confronti dei fratelli Giuseppe e Giovanni Genovese, piena conferma e non è senza significato che il 1° maggio 1948 essi stessero insieme col Giuliano, con Badalamenti Nunzio e con Di Maggio Tommaso quando, a colpi di mitra, fu ucciso il carabiniere Esposito (v. n. 44, I), di tal che l’imputazione di concorso nel delitto venne elevata anche contro di loro.

In tale situazione del tutto inconsistente si palesa l’assunto difensivo secondo cui, vivendo in campagna per le esigenze della pastorizia, non avrebbero potuto negare assistenza alla banda senza esporsi alle gravi rappresaglie dei banditi. La verità affiora irresistibilmente sulle labbra di Giovanni Genovese allorché, per convincere dell’asserito rifiuto a partecipare all’impresa di Portella della Ginestra, attribuisce al Giuliano parole di rimprovero espresse nei suoi riguardi.

Riferì egli ai carabinieri (Z/1, 162) ed ha ripetuto nel dibattimento di appello che, incontratosi verso la metà del giugno 1947 col Giuliano, que­sti “non potendo darsi ancora pace” del suo rifiuto, ebbe ad apostrofarlo dicendo: “che uomo sei, che malandrino sei? È così che vuoi vincere la battaglia?” Al che aveva risposto che del giudizio di lui non gli importava ed intendeva fare il bandito a modo suo.

“Malandrino”, è proprio la parola che nel mondo di quella malavita più si avvicina ad esprimere la figura dei fratelli Giuseppe e Giovanni Genovese. Il malandrino è un malfattore comune che assai spesso riesce a celare la sua qualità: conduce vita apparentemente onesta, esercita una regolare attività, dimostra bonomia, ispira fiducia, ma di nascosto protegge e favorisce i banditi, li ricetta, li aiuta moralmente e materialmente a scopo di profitto; e, se viene scoperto, passa al banditismo apertamente.

Tale era il ruolo dei suddetti fratelli in seno al sodalizio criminoso ed entrambi, con la su indicata sen­tenza del Tribunale di Palermo, confermata in appello e gravata di ricorso per cassazione, hanno riportato condanna per banda armata.

I. Tuttavia si deve convenire che il Giuliano mostrava per Genovese Giovanni un riguardo particolare che consentiva a costui di manifestargli francamente il proprio pensiero e di assumere, entro certi limiti, atteggiamenti contrastanti con la volontà del capo: uomo maturo, calmo, riflessivo, egli spiegava la propria influenza nel moderare gli impulsi della mente esaltata del giovane capo bandito.

Terranova Antonino “Cacaova” ha detto di lui che “era uno dei più vicini al Giuliano anche se ve ne furo­no altri” (V/2, 258); e Pisciotta Gaspare, che l’ha definito “volpone grosso e mafioso”, ha soggiunto che era il beniamino del capo

Non è inverosimile adunque che, nonostante vi fosse doppiamente interessato, quale mafioso e quale latitante, Genovese Giovanni, colti gli aspetti negativi: disumanità e impopolarità dell’azione di Portella della Ginestra, li avesse rappresentati al Giuliano manifestandogli il desiderio di non parteciparvi. Le sue dichiarazioni al Giudice istruttore circa l’episodio della lettera recapitata da Pasquale Sciortino e circa la parole dette dal capo della banda dopo che lo Sciortino fu andato via (v. n. 45, II, a e b) – dichiarazioni rese quando il Giuliano era ancora vivo e confermate pur dinanzi a questa Corte – sono manifestamente veridiche e sincere; e nulla toglie attendibilità anche alla risposta che egli assume avergli dato consigliandolo a rivolgere l’azione “contro Li Causi e gli altri capoccia”, contro cioè i dirigenti locali del Partito comunista, anziché sparare sulla folla inerme che il 1° maggio sarebbe convenuta a Portella della Ginestra.

Ma, se può ammettersi che ciò potesse avvenire e sia avvenuto, non è pensabile neppure che Genovese Giovanni abbia persistito apertamente nel proprio dissenso, disinteressandosi all’avvenimento, tosto che l’azione fu dal Giuliano decisa: non ne avrebbe avuto il motivo, poiché da quella impresa criminosa tutti i latitanti si attendevano l’impunita e la libertà, e non avrebbe potuto farlo senza infrangere la disciplina della banda ed i suoi vincoli col capo, il che non sarebbe stato nel suo personale interesse di mafioso e di bandito. È chiaro perciò che egli mente quando afferma di non essere intervenuto all’adunata di Cippi ed invero tale sua dichiarazione trova nel processo clamorosa smentita.

Le prove esistenti a suo carico sono notevoli e numero­se: nelle sue dichiarazioni stragiudiziali Mazzola Vito lo indica presente all’adunata di Cippi; e quivi, in momenti diversi della giornata fino alla partenza dei gruppi verso Portella, fu notato pure da Gaglio “Reversino” e da Pretti Domenico, Sapienza Giuseppe di Tommaso, Terranova Antonino di Salvatore, Tinervia Giuseppe, Buffa Antonino, Pisciotta Vincenzo, Musso Gioacchino i quali tutti, lo hanno chiamato in correità, sia nelle confessioni rese ai carabinieri, sia in quelle raccolte dal Giudice istruttore, senza possibilità di equivoco col fratello Giuseppe giacché tanto il Mazzola quanto gli altri hanno fatto menzione anche di costui.

Anzi è bene ricordare che, nella sua confessione stragiudiziale, Gaglio “Reversino”, osservate alcune fotogra­fie di latitanti fra cui quella di Genovese Giovanni, testualmente disse: “riconosco Genovese Giovanni che prese parte alla consumazione dell’eccidio di Portella della Ginestra (L, 46); e che Terranova Antonino e Musso Gioacchino hanno fatto cenno altresì alla sua presenza nella formazioni di marcia ponendolo nel gruppo di testa.

Da tali elementi, certamente seri e concordanti, cui si contrappone un alibi mendace, nel quale si coglie palesemente lo sforzo volto ad alterare la verità mediante inserimento di circostanze false, i primi giudici hanno tratto la convinzione che Genovese Giovanni, dopo il rifiuto opposto inizialmente, avesse aderito alla volontà del capo e ne hanno affermato la colpevolezza per concorso materiale nella esecuzione della strage. Ma è doveroso rilevare – e qui la doglianza dell’appellante si dimostra fondata – che, nel pervenire alla pronuncia di condanna, essi non hanno posto nella giusta luce e non hanno interpretato coerentemente due circostanze di rilievo ai fini della prova: a) l’accenno fatto da Genovese Giovanni a Mazzola Vito – e da questi riferito nel suo interrogatorio stragiudiziale – circa il risentimento manifestatogli dal Giuliano per non aver materialmente partecipato al fatto di Portella della Ginestra ad onta del suo invito (n. 41, II, A, i); b) l’esclusione del medesimo, a differenza del fratello Giuseppe, dal novero di coloro che, secondo le dichiarazioni rese da Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Terranova Antonino “Cacaova” e Pisciotta Gaspare nel di­battimento di primo grado, avrebbero sparato insieme col Giuliano dai roccioni della “Pizzuta” (v. n. 51, B).

Sulla prima circostanza la Corte osserva che il fatto narrato dal Mazzola non concerne soltanto Genovese Gio­vanni; e l’ipotesi che sia stato posto in essere artifi­ciosamente, per giovare a costui, mal si regge di fronte al rilievo che l’episodio è complesso e vincola alla loro responsabilità Genovese Giuseppe e Badalamenti Nunzio, senza dire che il Mazzola non ha l’ha più confermato. D’altra parte, nulla consente di attribuire a quest’ulti­mo il proposito di salvare l’uno e di perdere gli altri; e nulla autorizza a dubitare della libera volontà con cui tale dichiarazione fu resa, poiché gli ufficiali di polizia giudiziaria, che la raccolsero, avevano proceduto alla denunzia di Giovanni Genovese e psicologicamente erano orientati più a sor­reggere l’accusa, che a ricercare prove a difesa.

L’episodio appare dunque veridico e attendibile, non può essere del tutto svalutato e va interpretato nel qua­dro delle altre risultanze.

L’incontro dei fratelli Genovese e di Badalamenti Nunzio con Mazzola Vito, amico, cassiere, uomo di fiducia del Giuliano, offre loro l’occasione per uno sfogo nella speranza che quegli riferisca e si faccia mediatore verso il capo bandito. Primo a parlare è il Badalamenti: è risentito contro Cucinella Giuseppe perché, dopo averlo ingaggiato nella banda con la promessa di un premio di lire centomila per compiere gli attentati contro i comu­nisti, gli ha dato soltanto lire diecimila. Quindi incalza Genovese Giovanni: è turbato, si rammarica del trattamento usato al Badalamenti che è stato compromesso e abbando­nato al suo destino, e dice che il Giuliano si mostra offeso con lui perché non ha preso parte materialmente alla sparatoria di Portella cui l’aveva invitato.

La reazione del Giuliano alle iniziative non autorizzate od agli atteggiamenti non graditi, attuati dai più fidi gregari della sua banda, suole manifestarsi sotto forma di esclusione dai vistosi profitti ricavati dai crimini compiuti: così – come assicura Giovanni Genovese (Z/1, 159) – ha punito Terranova “Cacaova” ed i compo­nenti della sua squadra, per avere osato procedere di loro iniziativa al sequestro dell’industriale Agnello (v. n. 5, g, 4) privandoli, secondo Mannino Frank ha pre­cisato in dibattimento (W/1, 124 r.), di ogni parte loro dovuta del prezzo del riscatto che fu di trenta milioni di lire; ed ha lasciato ora Genovese Giovanni senza alcun compenso, giusta questi ha confessato ai carabinieri (Z/1, 163), per l’apporto dato alla esecuzione del se­questro del possidente italo–americano Alamia Angelo, commesso il 10 giugno 1947 in contrada “La Franca” di Carini.

Genovese Giovanni si mostra amareggiato e si direbbe che cotesto sfogo fatto al Mazzola sia stato fruttuoso poiché d’ora in avanti Badalamenti Nunzio lo si coglierà sempre vicino al Giuliano nelle più scellerate imprese ed i rapporti tra questi e Genovese Giovanni ritornano immutati, come se non si fossero adombrati mai, il che sembra confermare la veridicità dell’episodio.

Da esso intanto due conclusioni possono trarsi: l’una, che il Genovese non avrebbe potuto mentire al Mazzola essendo questi in grado di conoscere se egli avesse accompagnato, o non, il Giuliano a Portella; l’altra, che il fatto di non aver “voluto partecipare materialmente alla sparatoria” non esclude, anzi conferma la presenza di lui alla fase preparatoria del delitto (adunata a Cippi) conformemente alle altre risultanze.

Ma soprattutto dall’episodio si desume la prova logica che Genovese Giuseppe fu tra i roccioni della “Pizzuta”: infatti vi fu sollecitato, al pari del fratello (v. n 45, I), dal capo della banda che avrebbe certamente esteso anche a lui il suo risentimento se non avesse aderito all’invito; il che appare decisamente escluso dal tenore delle parole riferite dal Mazzola e dal silenzio di Genovese Giuseppe, che nel discorso non intervenne, quasi la doglianza del fratello non lo riguardasse.

Questa polivalenza dell’episodio può spiegare come Genovese Giovanni abbia preferito ignorarlo nella sua difesa e come Mazzola Vito, per un sentimento di omertà, l’abbia poi ritrattato giudizialmente.

Sulla seconda circostanza la Corte – richiamandosi a quanto in altra parte della sentenza (v. n. 51, B) ha avuto motivo di esporre intorno alla genesi della frattura che si verificò fra i cosi detti “grandi” nel dibattimento di primo grado ed alla finalità che indusse Pisciotta Gaspare, Terranova Antonino “Cacaova” e gli altri del suo gruppo a muovere determinate accuse – osserva che similmente il fatto non può essere sottovalutato ove si pensi alla profondità del risentimento contro Genovese Giovanni, per non aver corroborato la linea di difesa fondata sui mandanti, e al tentativo di travolgerlo indirettamente attribuendogli di aver inviato a Portella, in sua vece, il giovane Sapienza Giu­seppe di Francesco mediante inganno circa l’azione che doveva essere compiuta.

Il ricorso a questo mezzo, indubbiamente artificioso, (il Sapienza – v. n. 64, A, 7 – andò a Cippi insieme con Gaglio “Reversino”, assisté alla distribuzione delle armi, udì il discorso del Giuliano e si rese conto, al pari degli altri, di quanto anche a lui si chiedeva) per legare Genovese Giovanni al delitto, quando sarebbe stato possibile, e con maggiore verosimiglianza, affermare la sua presenza tra i roccioni della “Pizzuta”, allo stesso modo che si era fatto per il fratello Giuseppe, induce ad attenta riflessione sulle ragioni della diversità dell’accusa.

I primi giudici le hanno ravvisate nel citato episodio narrato dal Mazzola ma, essendosi limitati a considerare che, stando all’accusa di costoro, la situazione di Genovese Giovanni non diverrebbe migliore perché, a norma dell’art. 48 cp, del fatto commesso dalla persona ingannata risponde colui che l’ha determinata a commet­terlo, non ne hanno tratto le debite conseguenze.

Invero non a caso, e neanche falsamente, Mannino Frank, Pisciotta Francesco Terranova Antonino e Pisciotta Gaspare, venuti nella determinazione di ammettere che alcuni dei partecipanti alla strage erano anche tra i coimputati (v. n. 51, b), hanno fatto i nomi di Cucinella Giuseppe, Sciortino Pasquale, Sapienza Giuseppe di Francesco e Genovese Giuseppe. Ligi al loro sistema di difesa, pur facendola risalire direttamente o indirettamente al Giuliano, hanno limitato l’indicazione a coloro la cui colpevolezza, risultando provata altrimenti che non per le confessioni ritrattate di Gaglio “Reversino” e dei “picciotti”, poteva essere affermata ugualmente: Cucinella Giuseppe è legato alla strage da Russo Angelo e da Mazzola Vito; Sciortino Pasquale da Genovese Gio­vanni e da Mazzola Vito; Sapienza Giuseppe di Francesco dal teste Paolantonio per le confidenze dei Pianello; Genovese Giuseppe dalla prova logica desumibile dalle dichiarazioni del Mazzola.

Ma si deve tener presente che il Mannino, i due Pisciotta, il Terranova sono compartecipi del delitto e la loro accusa, se ha parvenza di denunzia, sostanzialmente equivale ad una chiamata in correità: essi sanno per propria scienza chi ha seguito il Giuliano a Portella e chi non vi è andato; e questa consape­volezza, mentre per un verso spiega la pressione eser­citata sul Cucinella perché si dichiari colpevo­le e seco trascini Giuseppe Genovese, onde ottenere che il fratello Giovanni si presti a secondarli, e per l’altro avvalora la loro successiva condotta, può co­stituire anche la vera ragione della diversità del trattamento. Pur nell’ambito di una società criminosa, vi sono limiti che neppure il più tristo ribaldo può supe­rare senza porsi contro lo stesso mondo della malavita che è alle sue spalle e lo sostiene. Una cosa è affer­mare che Genovese Giovanni ha sparato dai roccioni della ’’Pizzuta’’, qualora non vi sia stato, ed altro il dire che, in sua vece, con inganno, vi ha mandato Sapienza Giuseppe ove questi vi sia andato realmente e il dirlo possa valere a salvarlo dalla condanna.

Comunque non si può negare che la veridicità delle dichiarazioni del Mazzola ne sia rafforzata notevolmente.

È vero che nella udienza del 27 giugno 1951 Mannino Frank, facendo riferimento ad uno scambio di parole avuto con i fratelli Genovese e con Cucinella Giuseppe, disse: “tra me ed i predetti si parlò di essi come partecipanti all’azione di Portella; per altro essi non potevano negare né a me, né agli altri di aver partecipato all’azione di Portella, tale affermazione negativa possono fare solo alla Corte” (V/4, 488 r); ed è vero pure che nella udienza successiva Pisciotta Gaspare, invi­tato a precisare quali dei partecipanti da lui indicati si trovassero tuttora in Italia, rispose “Pantuso e Licari che sono carcerati a Palermo oltre Cucinella Giuseppe e i Genovese” (V/4, 507 r). Ma qual conto possa farsi di coteste ulteriori affermazioni, frutto di cre­scente rancore per il negato appoggio del Genovese alla tesi del mandato, di tal che il difensore in primo grado finì per abbandonarla nella discussione finale (v. sen­tenza fol. 480), appare dal raffronto con quanto diversamente gli stessi avevano dichiarato in precedenza e dalla univoca affermazione del Terranova secondo cui Genovese Giovanni non sarebbe andato a Portella.

Orbene, le considerazioni che precedono, se non svalutano in misura notevole le prove di accusa, le quali restano con il loro peso, ad esse tuttavia si contrappongono generando uno stato di perplessità e di incertezza.

Non può escludersi che Gaglio ’’Reversino’’ abbia affermato la partecipazione di Genovese Giovanni alla consumazione della strage desumendo unicamente la sua presenza durante la fase preparatoria del delitto: vedendolo a Cippi fino al momento in cui tutti si posero in cammino, poté essere tratto ragionevolmente a pensare che avesse proseguito al pari degli altri; e l’ipotesi che si tratti di una presunzione sembra trovare conforto nel fatto che il Gaglio non l’ha collocato in alcun gruppo, né durante la marcia, né tra i roccioni della “Pizzuta”.

D’altro canto, la chiamata di correo fatta da Terranova Antonino di Salvatore non ha valore assoluto e risolutivo­ data la posizione del suo gruppo nell’ordine di marcia (v. n. 61, A) è assai possibile che il Terranova abbia veduto Genovese Giovanni accanto al Giuliano, nel gruppo di testa, soltanto nella fase iniziale del movimento; infatti, dopo non l’ha visto più, né durante la marcia né a Portella della Ginestra.

Decisiva potrebbe essere invece la chiamata in cor­reità fatta da Musso Gioacchino. Ma al riguardo è in­teressante notare che fra i componenti del suo gruppo il Musso ha menzionato uno solo dei fratelli Genovese: “Giovannino Manfrè’’, come si espresse al Giudice istruttore; e che uno solo di essi fosse nel gruppo parrebbe confermato da Tinervia Giuseppe il quale, se asserì nell’interrogatorio stragiudiziale: “il Giu­liano con altri quattro o cinque, tra cui ricordo Genovese Giovanni, si mise in testa alla formazione” (L, 105), precisò poi in quello giudiziale, senza accennare più a Genovese Giovanni, di aver visto nello stesso gruppo “Manfrè Giuseppe” portare per qualche tempo sulle spalle, durante il cammino, un impermeabile bianco (E, 111 r), cioè – e il punto è pacifico – l’impermeabile del Giuliano, l’unico che in quella occasione lo possedesse.

Attentamente valutati, anche questi elementi sembrano accreditare l’ipotesi che il complesso delle risultanze delinea: è probabile che anche Musso Gioacchino abbia inteso riferirsi al momento iniziale della marcia, come palesemente ad esso si è riferito Tinervia Giuseppe nelle sue dichiarazioni stragiudiziali; e non è da escluderli che, quando la colonna fu in movimento, Genovese Giovanni, forzando il consenso del Giuliano, se ne sia allontanato ed al suo posto sia passato il fratello Giuseppe; il che potrebbe spiegare come il Tinervia l’abbia veduto durante il cammino.

In un certo senso la posizione di Giovanni Genovese appare simile a quella di Mazzola Vito, con l’unica differenza che se questi fu esonerato dal prendere parte all’eccidio, lo fu probabilmente d’iniziativa del capo bandito; e l’insufficienza delle prove che si avver­te intorno al concorso del Genovese nella esecuzione della strage – secondo l’accusa che gli è contestata – impone alla Corte di pronunciarne, in riforma della sentenza impugnata, l’assoluzione con formula dubitativa, la quale si riflette e va estesa alla correlativa imputazione di detenzione abusiva di armi e munizioni da guerra.

II. Ciò premesso la Corte osserva che i lineamenti fatti e gli elementi di prova dianzi esaminati in relazione a Genovese Giovanni, dimostrano, al contrario, in modo irrefutabile e sicuro la colpevolezza di Genovese Giuseppe. Il gravame, pertanto, nei suoi confronti è infondato e va respinto.

Al rilievo, secondo cui i primi giudici avrebbero omesso di valutare se Musso Gioacchino avesse potuto ricordare a quattro mesi di distanza, sulla semplice indicazione fattagliene dal Terranova, i nomi, i cognomi e i soprannomi di persone che non conosceva, la Corte ha già risposto esaurientemente (v. n. 58, A); qui basterà ricordare che, ben prima del Musso, della presenza di Genovese Giuseppe all’adunata di Cippi, salvo il Pretti, avevano parlato il Gaglio “Reversino” e gli altri “picciotti” di cui più sopra si è fatto cenno, ai quali si aggiungerà poi anche Mazzola Vito. Il Musso parlò distintamente dei due fratelli Genovese e la circostanza da lui riferita che, cioè, verso mezzogiorno il capo bandito ordinò “al secondo dei fratelli Manfrè” (E, 132) di portare dalla mandria pane, formaggio e una brocca d’acqua per rifocillare i convenuti, mentre, per un verso, caratterizza l’identificazione del Genovese, per l’altro, accresce la credibilità del fatto. Non tutti avevano portato seco da casa la colazione ed è verosimile che il Giuliano avesse dato incarico a Giuseppe Genovese di prelevare dalla vicina mandria alla contrada “Saraceno” del pane e del formaggio, da distribuire a chi non ne aveva.

Ma la prova si completa per la chiamata in correità fatta da Tinervia Giuseppe che vide il Genovese anche durante la marcia verso Portella e trova nel naufragio dell’alibi definitiva conferma.

III. Richiamando, relativamente all’alibi offerto dai fratelli Genovese, quanto già in altra parte della sentenza si è avuto occasione di esporre (v. n. 42, A; e n. 45, II, 3, d) vien fatto innanzi tutto di osservare che non vi è conformità tra l’assunto difensivo e le prime dichia­razioni degli imputati.

Mentre con l’istanza 31 ottobre 1947 il loro difensore aveva dedotto piuttosto dettagliatamente che tanto la mattina, quanto il pomeriggio del 1° maggio essi erano stati presso la mandria in contrada ’’Saraceno’’, onde non potevano trovarsi tra i roccioni della “Pizzuta”, ed aveva indicato le persone che li avevano veduti e con le quali avevano parlato, Genovese Giuseppe, tratto in ar­resto ed interrogato, eccepì l’alibi genericamente senza fare menzione alcuna, né alla polizia giudiziaria, né al Giudice istruttore, delle circostanze di fatto e delle prove su cui fondava la sua affermazione.

Solo nel secondo dibattimento di primo grado si av­venturò in qualche dettaglio che risultò in parte mendace e, comunque, disforme dalla citata istanza difensiva.

Invero egli asserì: a) che il 22 – 23 aprile era stato costretto per sette od otto giorni a letto da un foruncolo alla regione anale e quando era potuto uscire di casa (il che era avvenuto proprio il 1° maggio) aveva avuto notizia dei fatti di Portella della Ginestra; b) che tale notizia era stata recata loro da Caruso Francesco da Torretta che, venuto la mattina alla mandria a prendere la ricotta, vi era tornato il pomeriggio a riportare le “fascelle” vuote ed aveva narrato di aver visto arrivare i primi feriti all’ospedale della Feliciuzza mentre attendeva di essere ammesso a visitare uno zio ivi ricoverato; ma sul primo punto dovette rettificare che il foruncolo gli aveva impedito di muoversi soltanto per due giorni, dopo di che aveva ripreso la sua normale attività (di­fatti il 24 aprile era intervenuto anche lui alle nozze Sciortino – Giuliano); e sul secondo è chiaro che non disse di aver veduto il Caruso e di aver parlato con lui anche la mattina, quando questi sarebbe venuto a prendere la ricotta.

Anzi, dalle sue dichiarazioni è lecito dedurre che lo vide e gli parlò soltanto nel pomeriggio, giacché, indicando questa volta i testimoni che erano presenti quando il Caruso li aveva informati dell’accaduto e potevano deporre che il 1° maggio egli si trovava in contrada “Saraceno”, aggiunse che quel giorno non aveva avuto modo di vedere altre persone (V/2, 172) polarizzan­do così la prova dell’alibi all’episodio del pomeriggio.

Tuttavia precisò che il Caruso soleva acquistare da loro la ricotta ogni mattina, portarla a Palermo e ricon­segnare al ritorno, nel pomeriggio, le “fascelle” vuote, compiendo il seguente percorso: Torretta – Saraceno – Palermo – Saraceno – Torretta.

Diversamente si espresse il fratello Giovanni pur concentrando anche lui la prova dell’alibi all’episodio pomeridiano. Dall’insieme delle sue dichiarazioni rese alla polizia giudiziaria e al Giudice istruttore si desume: che di consueto il Caruso ritirava la ricotta nel pomeriggio, non la mattina, e il 1° maggio 1947 giunse alla mandria verso le 15 (Z/I, 162); che quel giorno egli si trovava alla mandria fin dalle prime ore del mattino per crearsi un alibi poiché sapeva della strage che sarebbe stata compiuta e temeva di venirne incolpato (P, 23); che, nell’apprendere la notizia dell’arrivo dei feriti all’Ospedale della Feliciuzza, aveva detto subito di ai pastori presenti ed al Caruso: “siatene testimoni che sin da stamattina sono qui insieme a mio fratello nel caso che ci vogliono caricare questa situazione”(P, 23); tali circostanze ancor meglio confermano che l’incontro col Caruso e con gli altri testimoni, seppure vi fu, avvenne nel pomeriggio dappoiché, ansioso com’era di procurarsi un alibi, Genovese Giovanni non avrebbe atteso l’eventualità di un secondo incontro per richiamare l’attenzione del Caruso e dei pastori sul fatto che egli e suo fratello stavano là dalla mattina, ma avrebbe trovato il modo di farlo immediatamente, al primo incontro.

E non basta: al contrasto che si coglie tra le dichiarazioni dei due Genovese e tra queste e la citata deduzione difensiva, si aggiungono le stridenti contraddizioni in cui i testimoni sono caduti sia nel corso della istruttoria, che nel dibattimento.

Cucchiara Paolo confermò la deposizione istruttoria ed aggiunse che il Caruso veniva tutte le mattine a ritirare la ricotta e riportava la sera le “fascelle” vuote, ma escluse di aver assisti­to all’episodio narrato dai fratelli Genovese: aveva appreso dal Caruso la circostanza dell’arrivo dei feriti alla “Feliciuzza” uno o due giorni dopo; e circa la presenza dei detti fratelli il 1° maggio nella contrada “Saraceno” non disse nulla di preciso (V/6, 697).

Cucchiara Antonino, al contrario, chiarì che non sempre il Caruso ritirava le ricotte alla stessa ora: talvolta pas­sava anche di pomeriggio, restituiva le “fascelle” vuote e contemporaneamente prendeva le piene; il 1° maggio egli non si era recato alla contrada “Saraceno” e nulla poteva dire circa la presenza del fratelli Genovese in quella contrada (V/6, 700).

Di Maria Francesco e Di Maria Giovanni, sentiti per la prima volta in dibattimento per deporre, fra l’altro, che il 1° maggio anche i fratelli Genovese, al pari degli altri pastori, avevano regolato col Caruso i conti della ricotta a lui fornita nel mese di aprile, non furono concordi; men­tre il primo si mostrò del tutto incerto sul giorno in cui detti conti sarebbero stati fatti e sulla presenza di Giuseppe e di Giovanni Genovese alla narrazione del Caruso circa l’arrivo in ospedale dei feriti di Portella, il se­condo depose invece conformemente alla posizione difensiva e, pur di giovare agli imputati, andò oltre il segno affer­mando che il compratore della ricotta era giunto da Palermo “verso le ore 13, può darsi anche verso mezzogiorno” ed aveva portato la notizia suddetta (V/6, 701 703).

Il Caruso, nel confermare la deposizione istruttoria (v. n. 42, A), ribadì, a sua volta, di aver visto entrambi i fratelli Genovese tanto la mattina, quanto la sera del 1° maggio 1947 ed aggiunse di aver regolato con loro i conti di aprile, circostanza non dichiarata prima (V/6, 753); ma la sua testimonianza, sebbene nel complesso coerente e precisa, è pur essa in contrasto con le dichiarazioni degli imputati, e non si sottrae alla censura di compiacenza, quanto meno di parziale mendacio, il che è sufficiente a vulnerare l’attendibilità dell’alibi.

È sintomatico che nessuno dei testi escussi abbia confermato l’appello che Genovese Giovanni assunse di aver loro rivolto verso le 15 del 1° maggio e che nessuno, salvo il Caruso, abbia deposto di aver veduto Genovese Giuseppe alle ore 7.30 del mattino, poiché anche Di Maria Giovanni si è riferito all’episodio pomeridiano anticipandolo notevolmente. Contraddizioni, difformità, lacune che non possono attribuirsi soltanto all’incertezza od alla labilità dei ricordi.

Rettamente i primi giudici hanno ritenuto che una sola volta al giorno e prevalentemente di sera, al ritorno da Palermo, il Caruso si recasse a Cippi o a Saraceno per ritirare i recipienti pieni e restituire i vuoti: all’economia del percorso – poiché il bivio per Torretta, paese da cui egli quotidianamente muoveva in bicicletta alla volta di Palermo per il suo commercio, si diparte al 12° km. della rotabile Palermo – Montelepre e dista dalla contrada di Cippi e di Saraceno 10 km. circa – e alle caratteristiche della strada, per buon tratto in salita, deve aggiungersi anche la disponibilità della merce.

Genovese Giuseppe ha precisato nel dibattimento di se­condo grado che la mungitura degli animali avveniva due volte al giorno, dalle 8 alle 8.30, e dalle 15 alle 15.30; che similmente due volte al giorno, in correlazione alla mungitura, aveva luogo la lavorazione del latte e la ricotta era pronta da due a due ore e mezzo dopo; che il Caruso ritirava ogni mattina la produzione del giorno precedente (W/1, 139 – 140) ma qui il mendacio è manifesto, dappoiché non e pensabile che, potendo ritirare ogni sera, dalle 17 alle 18 la produzione della giornata contemporaneamente alla restituzione dei recipienti vuoti, il Caruso preferisse sobbarcarsi ad un percorso ulteriore di 20 km. circa per ritirarla invece la mattina dopo.

Questa realtà, che invano si è tentato di alterare, spiega l’atteggiamento degli imputati: tratti in arresto a oltre un anno dalla proposizione della prova di alibi da parte del loro difensore, incerti sul contenuto dell’istanza e ignari probabilmente di quanto il Caruso avesse deposto, Genovese Giuseppe preferì in un primo tempo tacere e Giovanni ritenne opportuno far leva sull’episodio pomeri­diano, anticipandone tuttavia l’avvenimento.

Non è provato, anzi può dirsi escluso, che Genovese Giuseppe sia stato la mattina del 1° maggio presso la mandria in contrada “Saraceno”; e la sua verosimile presenza alla narrazione fatta dal Caruso, la sera, al ritorno da Palermo, – ammesso in ipotesi che l’episodio sia vero – non toglie la possibilità che egli abbia partecipato alla strage di Portella.

Infatti che l’incontro sia avvenuto verso le 15 è affer­mazione priva di fondamento. I primi feriti ricoverati nell’ospedale della Feliciuzza furono Di Salvo Filippo, La Puma Francesco, Parrino Giuseppe, Megna Giovanni e vi giun­sero alle 14, come risulta dai relativi referti medici (G, 3, 6, 13, 16); Marino Salvatore e Mileto Giorgio furono ricoverati alle 14.30; gli altri arrivarono ancora più tardi. E se è vero che il Caruso – come egli ha detto – quando fu ammesso nella corsia dove stava suo zio, vi trovò alcuni feriti provenienti da Portella già medicati, è di tutta evidenza che egli visitò lo zio ben dopo le 14 (quel gior­no l’orario consueto delle visite, dalle 13 alle 14, dovette avere una eccezionale protrazione e conseguentemente non poteva trovarsi a “Saraceno prima delle 17 – 17.30 e forse oltre dappoiché a percorrere la strada in bicicletta (km. 22) gli occorrevano dalle due alle due ore e mezza di cammino, data la difficoltà del percorso.

Del resto, fu lo stesso Caruso a fissare intorno alle 17 l’ora del suo arrivo a “Saraceno”; e a quell’ora, ove pure fosse andato a Portella della Ginestra, Giuseppe Genovese avrebbe potuto largamente ritornare alla mandria per ’’crearsi” l’alibi cui entrambi i fratelli tendevano ansiosamente onde porsi al riparo, l’uno (Giovanni) forse soltanto dalle gravi apparenze che erano contro di lui, l’altro (Giuseppe) dalle conseguenze dell’azione criminosa realmente compiuta.

Risulta, per affermazione fattane da Giovanni Genovese nel dibattimento di primo grado, che il percorso Cippi – Portella della Ginestra poteva coprirsi in sei, sette ore (R, 114); e non più di tante ne impiegarono Gaglio “Rever­sino” e i “picciotti” Terranova Antonino, Buffa Antonino, Pisciotta Vincenzo i quali alle 16 circa erano già di ritorno a Montelepre, per tacere degli altri che pure – per loro ammissione – giunsero colà nelle ore del pomeriggio.

L’alibi, adunque, non regge; e di fronte agli elementi di prova che legano Genovese Giuseppe all’eccidio di Portella della Ginestra è superfluo attardarsi a considerare il valore della lettera a firma Pisciotta Pietro pervenuta alla Corte nell’udienza del 18 maggio 1956 ed allegata agli atti del processo (W/2, 337), lettera nella quale il mittente, qualificatosi per il fratello di Pisciotta Gaspare, assume che questi, in un colloquio avuto con lui nelle carceri di Palermo dopo la sentenza di primo grado, scagionò completamente i fratelli Genovese ritrattando l’accusa. Le parti non hanno formulato richieste in ordine a tale documen­to e la Corte non ha ravvisato la necessità di svolgere indagini d’ufficio trattandosi di un atteggiamento che rispecchia, come si è avuto motivo di notare (v. n. 56, B), la linea di difesa adottata in questo grado del giudizio.

68

Badalamenti Nunzio, inteso “Culubianco”, giovane monteleprino non ancora ventenne non faceva parte della banda prima dei fatti di Portella della Ginestra; ma ne subiva indubbiamente il fascino ed aspirava a parteciparvi attratto dal mito che s’era formato attorno al Giuliano e dal miraggio di cospicui guadagni.

Vi fu ingaggiato da Cucinella Giuseppe per eseguire “gli attentati contro i comunisti” e gli parve giunto il momento anche per lui.

Egli, invero, non aderì all’invito per paura, non si trovò nella condizione necessitata di chi non abbia altra alternativa, nella quale condizione invece si trovarono quasi tutti gli altri “picciotti”; patteggiò il suo ingresso nella banda finché il Cucinella non gli promise un pre­mio di lire centomila: promessa unica che non trova riscon­tro in nessuno dei miseri compensi dati o promessi agli altri giovani – nemmeno al Pretti che pure patteggiò la propria prestazione delittuosa – e che tuttavia si risolse in una beffa poiché il Cucinella tenne il denaro per sé versandogli soltanto diecimila lire.

La prova della partecipazione criminosa di Badalamenti Nunzio è nella sua confessione stragiudiziale a Mazzola Vito, nel commento che Genovese Giovanni fece contestualmente, negli elementi processuali di riscontro che alla confessione stessa conferiscono valore ed attendibilità.

Ricercato per i fatti di Portella e per gli attentati alle sedi delle sezioni dei partiti comunista e socialista, il Badalamenti si dette alla latitanza (v. n. 48, C, II) e trovò ricetto presso i fratelli Genovese che lo assunsero temporaneamente alle loro dipendenze quale garzone. Cucinella Giuseppe e lo stesso Giuliano, dopo essersene serviti, l’avevano abbandonato al suo destino ed è del tutto naturale – come dianzi si è osservato – lo sfogo che egli fece al Mazzola (v. n. 67, I).

La difesa ha creduto di scorgere nelle parole da questi riportate una confessione limitata al fatto di Borgetto, ma cotesta interpretazione restrittiva non può essere attesa.

La frase “attentati contro i comunisti”, indicativa di una pluralità di azioni, commesse anche contestualmente contro le persone dei comunisti, ben può essere riferita all’eccidio di Portella della Ginestra; essa esprime un concetto diverso e, comunque, più ampio che non lo sparo di alcuni colpi “contro l’insegna della sezione comunista del comune di Borgetto”. Il Badalamenti accennò solo allo scopo dell’ingaggio, lasciandone intendere l’esecuzione; e menzionò di poi l’azione compiuta a Borgetto in compagnia dei due Cucinella, di Pretti Domenico e di Sapienza Vincenzo. Due fatti distinti, che sarebbero arbitrario unificare nel tempo e nel contenuto considerando la rappresaglia di Borgetto quale unica esplicazione dell’ingaggio, perché “gli atten­tati contro i comunisti” ebbero inizio con la strage di Por­tella e le aggressioni successive contro le sedi delle sezioni segnarono, se mai, un nuovo orientamento della lotta dopo il ri­sultato negativo della prima impresa.

Del resto, se un dubbio potesse sussistere sarebbe fugato dal commento di Giovanni Genovese, che, alla doglianza del Badalamenti, fece seguire il proprio rammarico perché, dopo averlo compromesso “facendolo partecipare all’aggressione contro i comunisti”, cioè a quella medesima azione cui egli assumeva di non aver partecipato (v. n. 41, II, A, i), lo si fosse lasciato senza protezione e senza mezzi.

Sulla veridicità delle affermazioni fatte dal Mazzola in relazione a Badalamenti Nunzio si è detto abbastanza, considerando la posizione dei fratelli Genovese, perché occorra indugiarvi ancora; tuttavia può aggiungersi che esse trovano conferma in altre risultanze del processo.

Il Badalamenti intervenne all’adunata di Cippi ed ognuno vede come questo fatto dia alla sua confessione una significazione univoca circa la data e lo scopo dell’ingaggio e consenta una individuazione esatta dell’aggressione contro i comunisti cui lo si era fatto partecipare.

A Cippi, invero, lo trovarono Pretti Domenico e Tinervia Francesco, quando vi giunsero verso l’imbrunire, e lo vide anche Musso Gioacchino che lo menzionò al Giudice istruttore tra quelli giunti alla spicciolata durante il giorno. La possibilità di una indicazione errata deve essere esclusa: il Tinervia ne precisò anche la casa di abitazione, in via Carini, e lo stesso Badalamenti ammise che ben conosceva il Pretti, il Tinervia e il Musso, suoi compaesani ed era in buoni rapporti con loro (E, 244 – 245).

Non è rilevante, adunque, che non sia stato indicato an­che da altri “picciotti” e neppure che nessuno si sia avve­duto, o si sia ricordato di lui tra i gruppi che mossero verso Portella, o tra i roccioni della ’’Pizzuta’’, o lungo la via del ritorno: coteste indicazioni sono necessariamente incomplete. La sua presenza all’adunata di Cippi quando i convenuti si accingevano a partire, valutata alla luce della confessione fatta al Mazzola, ne dimostra e ne confer­ma il concorso all’esecuzione dell’eccidio di Portella della Ginestra.

E prese parte inoltre il Badalamenti pure all’attentato contro la sede della sezione comunista di Borgetto, come è fatto palese dalle reiterate dichiarazioni di Sapienza Vincenzo e del Pretti che lo chiamarono in correità dando ampio e dettagliato riferimento dell’azione svolta da cia­scuno (v. n. 28, I, g, h e II, a; e n. 36); di guisa che anche sotto questo aspetto le affermazioni del Mazzola si riscontrano veritiere.

Ora, di fronte a siffatti elementi di prova, l’atteggiamento puramente negativo del Badalamenti si risolve in una sterile difesa. L’alibi, organizzato durante la di lui la­titanza (v. n. 42, C) e disatteso dalla Sezione istruttoria di Palermo, non ha retto al vaglio del dibattimento.

Il teste Ranzelli Gregorio, che aveva dichiarato al Giudice istruttore di aver veduto il 1° maggio 1947 l’imputato far legna in contrada “Lo Zucco”, rese in dibattimento una deposizione completamente negativa (V/7, 905); solo Misuraca Salvatore, detto “Testagrossa”, sedicente rivendi­tore di legna a Giardinello, ha continuato ad affermare che la mattina in cui avvenne l’eccidio di Portella Bada­lamenti Nunzio stava a Giardinello e gli consegnò un carico di legna trasportato a dorso di somaro: affermazione compia­cente che non può essere creduta in quanto, per accreditar­la, il Misuraca disse che in quel tempo forniva legna alle caserme dei carabinieri site a Partinico, a Piano dell’Occhio, al bivio Giardinello – Montelepre ed è stato smentito dal m.llo dei CC. Asaro Angelo, allora comandante della squadriglia accasermata al bivio predetto, il quale ha de­posto di non aver mai ricevuto legna né dal Badala­menti, né dal Misuraca, a tutti i rifornimenti ottemperando il Plotone OP (V/5, 629).

In questa sede la difesa del Badalamenti ha chiesto la nuova audizione dei testi Misuraca e Ranzelli per corrobo­rare l’alibi, ma la Corte non ne ha ravvisato la necessità ed ha respinto l’istanza. Invero l’inattendibilità della prova è manifesta e si fa ancor più palese tosto che si pensi alla personalità di uno dei testi, il Ranzelli, cui essa era affidata: affiliato anche lui alla banda Giuliano dal maggio 1947 ed appartenente alla squadra di Cucinella Giuseppe, il Ranzelli si era prestato per omertà alla testimonianza falsa, tratto in arresto l’11 ottobre 1949, e comparso in dibattimento nello stato di detenzione, non volle persistere nella falsità, smentì quanto aveva dichia­rato prima e, passando all’estremo opposto, negò persino di aver conosciuto il Badalamenti. La resipiscenza dell’uno illumina la falsità dell’altro e la Corte ritiene di non poter utilmente avere né dal Ranzelli, né dal Misuraca ulteriori elementi di giudizio.

Rettamente i primi giudici hanno affermato la colpevolezza del Badalamenti e sotto questo profilo il gravame è infondato e va respinto.

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I. La posizione di Terranova Antonino “Cacaova”, di Mannino Frank e di Pisciotta Francesco va esaminata congiuntamente: veterani di una squadra di banditi, che ha terro­rizzato la provincia di Palermo per l’abilità, per la freddezza, e per l’audacia con cui organizzava ed attuava i se­questri di persona a scopo di estorsione – e non soltanto sequestri di persona – essi sono accomunati in una medesima linea di difesa che, ancor oggi, rispecchia nel mutato sistema la mente duttile e la guida del Terranova.

Individuo dalla intelligenza vivace, dalla memoria pronta, dal fare suadente, che ispira simpatia e insieme rammarico per l’applicazione sciagurata di tali doti della mente, questo bandito, che ha dichiarato d’ignorare che cosa sia la mafia (W/1, 71), ha costantemente informato la propria condotta nel processo all’abito mentale del mafioso (v. n. 57, I), simulando sincerità per accreditare il mendacio. Egli sa che il giudice ricerca la verità con tutte le sue forze: nella lettera che il 6 gennaio 1955 gli fu sequestrata nelle carceri di Palermo (v. n. 55, II) scriveva a Pisciotta Salvatore: “ … ritorni dal giudi­ce il quale come amministratore di giustizia è assetato di verità vera anche se qualche volta, servendosi dei processi e non dei fatti, commette degli errori” (v. proc. pen. c. Provenzano Giovanni ed altri, fol. 361); e tuttavia, in luogo della “verità vera” che gli nuoce, ammanta di verità una se­quenza di menzogne confidando che il giudice gli creda e vi basi la propria convinzione di verità e di giustizia.

Di cotesto atteggiamento – che, come già in primo grado, così in questa sede, è culminato nella richiesta di esame col procedimento della narco-analisi o, quanto meno, sotto il controllo del poligrafo di Keeler, altrimenti detto re­gistratore della menzogna, (v. ordinanza 2.4.56, W/2, 218), istanza cui hanno fatto coro il Mannino, i due Pisciotta, e Gaglio “Reversino” – si è diffusamente detto mano, a mano che è venuto in evidenza (v. n. 46; n. 48, B, II; n. 51, A, I e III, B); ma qui è d’uopo ricordarlo per valutare il fondamento dell’ultimo riparo dietro cui il Terranova si è posto disvelando egli stesso il mendacio delle afferma­zioni fatte in primo grado per attribuirne, con calcolato effetto, in gran parte la paternità alla fraudolenza di Pisciotta Gaspare (v. n. 56, B) ormai scomparso dalla scena del processo. E dicendo del Terranova si dice nel contempo del Mannino e di Pisciotta Francesco, ché essi parlano e si difendono solidalmente e quel che l’uno tace lo afferma l’altro, sempre pronto il primo ad intervenire a seconda dell’opportunità.

Prima di considerare le prove della colpevolezza è necessario cogliere la personalità dei giudicabili e valutar­la, più di quanto non sia stato fatto, attraverso il controllo delle essenziali affermazioni difensive.

Essi entrarono, è vero, nella banda durante la suggestione dei moti dell’EVIS ma, liquidato che fu questo movimento (marzo 1946) continuarono nella esplicazione di quella attività criminosa di carattere comune che anche nel periodo dell’EVIS non era mai venuta meno (v. n. 5); e l’assunto che siano stati costretti dal Giuliano a perseverare nella via del delitto non risponde a verità.

Come si è notato (v. n. 6), allo scioglimento dell’EVIS la banda attraversò una breve fase di crisi. Genovese Giovanni ha chiarito (v. proc. pen. per banda armata I 1, 584 e segg.) che molte defezioni si verificarono perché il Giuliano incamerava tutti i proventi dei sequestri, distri­buendone ai gregari solo una piccola parte; e pure il Terranova e quelli della sua squadra, scontenti di questo trattamento, meditarono di sganciarsi dalla banda per realizzare più lucrosi profitti. Avevano preso parte al sequestro del possidente Stabile, consumato il 13 maggio 1946 (v. n. 5, g, 2) con i profitti del quale reato Terranova “Cacaova” acquistò sotto il nome di Pisciotta Francesca, una casa in Palermo, sita in via Colonna Rotta (proc. Pen. Banda armata I 1, 26 e segg.), e il 17 giugno dello stesso anno, animati dal proposito […].

Mentono pertanto e non meritano credibilità il Terranova ed il Mannino quando affermano che il Giuliano li privò dei profitti del sequestro Agnello per punirli della loro mancata adesione al suo programma di lotta sanguinosa contro le forze dell’ordine.

L’adesione a questo programma era implicita nel fatto di appartenere alla banda; e l’appartenenza alla banda con assoggettamento al vincolo della disciplina costituiva condizione necessaria per vivere delittuosamente in quella zona senza incorrere nella rappresaglia del Giuliano. Co­sicché il Terranova e quelli della sua squadra fecero atto di obbedienza e restarono nei ranghi.

Certo, il programma del capo bandito comportava rischi gravi senza alcuna immediata utilità, salvo la folle speranza nutrita da costui di indurre le autorità governative a patteggiare la sanatoria del passato, e poteva anche non essere gradito da coloro che, come forse il Terranova, il Mannino, Pisciotta Francesco, fossero passati al banditismo per realizzare un prevalente fine di lucro.

Ma la realtà è che l’accettarono; e l’assunto che avesse­ orrore del sangue, di tal che, per istintiva ripugnanza o per superiore sentimento, non avrebbero potuto prestarsi a spargerne a Portella, sparando contro gente inerme tra cui donne e bambini, è alibi morale che la Corte deve respinge­re perché smentito dalle risultanze del procedimento: basterebbe ad escluderlo l’uccisione, veramente cinica e inumana, apertamente confessata, dei coniugi Frisella (v. n. 44, II) in relazione alla quale tutti e tre hanno riportato condanna con sentenza, non definitiva perché gravata d’appello, 21 ottobre 1953 della Corte di Assise di Palermo; senza dire dell’omicidio del carabiniere Fazzanini, nonché dell’omicidio di Cucchiara Francesco e del tentato omicidio del capitano dei carabinieri Rosati Filippo, reati posti, il primo a carico del Terranova, e gli altri, a carico del Mannino, in ordine ai quali la predetta Corte di Assise ha pronunziato sentenze di condanna, del pari non ancora definitive, come si evince dalle rispettive posizioni giuridiche.

Invero la sequenza dei delitti cui parteciparono dimo­stra che pure il Terranova, il Mannino ed il Pisciotta fe­cero causa comune col Giuliano condividendone il programma, la lotta e le speranze fino a quando non parve loro che tutto fosse perduto.

Questo il senso delle parole del Terranova allorché, nel procedimento per banda armata celebratosi dinanzi al Tribunale di Palermo, affermò di essere rimasto nella banda fino al dicembre 1948, fino a quando, cioè, non si convinse che ormai “tutti li avevano traditi”. Il conflitto a fuoco sostenuto con le forze dell’ordine in contrada “Timpone”, conflitto nel quale per mero caso sfuggì con i suoi uomini alla morte o alla cattura, gli dette la sensazione della inanità di quella lotta; sentì che ogni speranza di liber­tà, d’impunità era crollata, che il terreno gli sfuggiva palmo, a palmo; e cercò scampo in Tunisia col pingue bottino dei sequestri di persona.

Al tempo dei fatti di Portella della Ginestra però la fiducia nel capo e la speranza non erano crollate; quel mondo di mafia che li sosteneva e li animava non li aveva ancora traditi; e ferrea era la disciplina della banda. “I nostri rapporti col Giuliano – ha precisato il Terranova (W/1, 69) – erano quelli che può avere un dipendente rispetto a un capo; obbedienza assoluta”; e tali rimasero, nota la Corte, fino a quando la banda non fu virtualmente dispersa.

Ora, ciò posto, viene fatto di rilevare che, abbandonando per simulare franchezza e lealtà, la tesi della “missione” a Balletto, il Terranova, il Mannino ed il Pisciotta hanno aperto inavvedutamente un varco nella loro costruzio­ne difensiva che la nuova versione dei fatti, parimenti mendace, non vale a colmare.

Giacché, se, nella ipotesi formulata e sostenuta in primo grado, l’assenza della squadra Terranova dal teatro del delitto poteva giustificarsi dinanzi al capo della banda con la tardiva notizia dell’ordine di convocazione – e il Terranova ha sempre detto di averla giustificata in tal modo senza che il capo bandito avesse alcun sospetto ch’era volontaria – in quella delineata in questa sede, della defezione aperta, dell’allontanamento arbitrario dal luogo dove era in atto la preparazione dell’impresa (al punto che per salvare la faccia il Giuliano deve inventare la missione a Balletto), la giustificazione che il Terranova assume di aver dato al capo bandito non regge più e non ha più senso convocazione trasmesso a “Pernice”.

Invero non avrebbe avuto motivo il Giuliano di inviargli colà l’ordine di farsi trovare a “Giacalone” o a “Pizzo della Ginestra” se la sera del 28 aprile (v. n. 48, B, II e III; e n. 56, B), dopo la riunione di Pizzo Saraceno, mentre ferveva l’opera di organizzazione del delitto ed era in corso l’ingaggio dei “picciotti”, il Terranova e quelli della sua squadra si fossero allontanati ad insapu­ta del capo, proprio per non parteciparvi; senza dire che un fatto così grave quale la defezione di un’intera squadra, quanto meno non avrebbe potuto consentire ai dissiden­ti una pacifica convivenza nella banda, mentre tutti pacificamente vi restarono ed inalterati rimasero i loro rapporti col capo – rapporti di sottomissione e di obbedienza assoluta – come se nulla fosse accaduto.

Per intendere tutta l’assurdità dell’ultimo assunto difensivo è sufficiente considerare che il Terranova, quando, pur nelle mutate condizioni dell’ottobre – dicembre 1948, perduta ogni speranza sulla fruttuosità di quella disperata lotta che il capo bandito intendeva tuttavia continuare, decise di sganciarsi dalla banda, preferì emi­grare – come disse (V/2, 199 r) – per evitare di venire alle mani col Giuliano.

Il rilievo che fin dal primo momento il Terranova, il Mannino e Pisciotta Francesco abbiano parlato nei loro interrogatori giudiziali della contrada “Pernice” non è risolutivo ai fini della verità: vi accennarono innanzi tutto in modo difforme – sebbene col comune intento di accreditare che il 1° maggio 1947 si trovavano in quella località – e tutti furono evasivi nell’indicare la data del loro spostamento da Montelepre; e nessuno disse che si erano mossi ad insaputa del capo bandito, tanto che fu agevole al Terranova identificare se stesso ed il suo gruppo in quello menzionato genericamente dal Giuliano, pur dovendo aggiungervi un’ottava unità perché il conto tornasse.

La Corte osserva che tutto il sistema difensivo crolla con l’ultima temeraria affermazione dei suddetti imputati, la quale ha unicamente il pregio di svelare che sempre, tanto nella fase istruttoria, quanto in quella del giudi­zio, essi hanno affidato le loro proteste d’innocenza a dichiarazioni mendaci perché l’ammissione della verità li avrebbe condotti a confessioni di colpevolezza.

Difatti si può con assoluta tranquillità affermare che nel dibattimento di primo grado, il Terranova ha dichiarato due circostanze ugualmente false (v. n. 48, B, II): l’una, che dal 18 – 20 aprile al primo maggio non aveva avuto più occasione d’incontrarsi col Giuliano; l’altra che la sera del 28 aprile mosse con la sua squadra da Montelepre alla volta di “Balletto” e di “Pernice”. La falsità si è rivelata attraverso l’accertamento degli intervenuti alle nozze Sciortino – Giuliano tra cui erano, come il Mannino ha dovuto ammettere, tutti gli appartenenti alla sua squadra (W/1, 116); la falsità della seconda sca­turisce da quanto or ora si è detto e dalla dimostrazione che più specificatamente se ne dirà tra breve.

Intanto è necessario ristabilire la verità su di un altro punto essenziale che si riflette sull’atteggiamento processuale in questa sede dei detti giudicabili e illumina ancor meglio la personalità dei soggetti; poiché l’assunto che fonte esclusiva delle loro affermazioni in primo grado sia stato Pisciotta Gaspare, cui avrebbero creduto in buona fede, è privo di qualsiasi fondamento

In altra parte della presente sentenza (v. n. 51) la Corte ha rilevato che la triplice linea di difesa adottata nel secondo dibattimento di primo grado fu il frutto di una meditata intesa comune, ma non sarà inutile considerare che il proposito di prospettare la tesi del mandato quale mezzo di difesa sorse subito dopo la morte del Giuliano durante il corso del primo dibattimento.

Invero Lombardo Maria dichiarò all’autorità giudiziaria in data 25 maggio 1951 (Z/I, 53), dandone conferma con più ampie precisazioni nel dibattimento di primo grado (V/5, 642), che, circa dieci giorni dopo la morte del figlio Salvatore, il difensore della maggior parte degli imputati – tra cui Terranova “Cacaova” e Pisciotta Francesco, ma non ancora Pisciotta Gaspare – le aveva fatto visita in Montelepre per chiederle di confermare che i mandanti della strage di Portella della Ginestra erano Scelba, Mattarella, Cusumano, Alliata e Marchesano, richiesta che ella aveva respinto sdegnosamente non avendo di tal fatto nessuna co­noscenza.

Tale episodio dimostra che la tesi del delitto per mandato – ora ripudiata – era già prima che Pisciotta Gaspare la potenziasse con la sua esuberanza e con il suo livore, nel recondito piano di difesa del Terranova e di Pisciotta Francesco che attendevano per enunciarla di poterla sorreggere con una testimonianza solida e di sicuro effetto.

È, fallito il tentativo nei confronti della Lombardo, pensarono a Giovanni Genovese, come a colui che avendo parlato della lettera avrebbe potuto affermare la detta tesi attendibilmente e, nelle more tra il primo ed il secondo dibattimento, cominciarono ad esercitare forti pressioni su di lui: “Terranova Cacaova – dichiarò infatti il Genovese nella udienza del 2 luglio 1951 – insistette due volte presso di me perché dichiarassi chi erano gli autori della lettera …”; e un giorno, dopo la fine del primo dibattimento, – egli proseguì – quando il Terranova fu tradotto in Sicilia per essere giudicato di altri reati, Pisciotta Francesco (rimasto a Viterbo) insisté perché facessi i nomi dei mandanti e disse: “se non farete al ritorno del mio compare Terranova quello che costui ha detto mi accollerò io tutto e vi farò correre dietro di me” (V/4, 524). Atteggiamento eloquente e significativo che il Pisciotta non ha potuto smentire pur tentando di dare alle sue parole una speciosa interpretazione (W/1, 100).

Del pari manifestamente pretestuose sono quelle ragioni addotte per giustificare il dubbio, gradualmente avvertito, sulla sincerità di Pisciotta Gaspare nella indicazione nominativa dei partecipanti alla strage di Portella della Ginestra.

Non occorreva al Mannino attendere la deposizione del m.llo Calandra nel processo per banda armata per conoscere la versione dei verbalizzanti sulla data di espatrio di Barone Francesco. Già dinanzi alla Corte di Assise di Viterbo nella udienza del 5 luglio 1951 il m.llo Lo Bianco aveva deposto che, secondo notizie confidenziali, il Barone era emigrato in America prima dei fatti di Portella e Pisciotta Gaspare aveva contestualmente opposto che era partito invece nell’agosto 1947 (V/4, 570); circostanza che trovò conferma nella deposizione del ten. Col Paolantonio che, in contrasto con i suoi dipendenti, dopo aver dichiarato nella udienza del 30 luglio 1951 di essere riuscito a sapere attraverso le informazioni di un tal De Miceli, confidente dell’Ispettorato generale di PS, l’epoca dell’espatrio di Badalamenti Giuseppe, di Barone Francesco e di Sciortino Pasquale (V/6, 712), precisò in quella successiva del 1° agosto che costoro erano partiti clandestinamente da Napoli con la motonave “Vulcania” (V/6, 720) nell’agosto 1947; e, quanto allo Sciortino, è noto che per espatriare si recò effettivamente a Napoli, di lì proseguì per Genova dove prese imbarco sulla “Saturnia” il 24 agosto 1947, onde l’informazione sarebbe esatta salvo il nome della motonave.

Vera o non la partecipazione di Ferreri Salvatore, detto “Fra diavolo”, alla impresa di Portella – La Corte ritiene che vi abbia preso parte congiuntamente ai fratelli Pianello – sta in fatto che il primo a farne il nome fu proprio Terranova Antonino “Cacaova” (v. n. 46) per confessione stragiudiziale a suo dire, avuta dallo stesso. Giova ricordare che egli fece contemporaneamente i nomi di Giuliano Salvatore, di Pisciotta Gaspare e dei fratelli Passatempo; e nella udienza del 10 maggio 1951 precisò di aver saputo dell’uccisione del campiere Busellini direttamente dal Ferreri (V/2, 99 r).

Ora, se quanto a Pisciotta Gaspare ed a Passatempo Salvatore poté dire di averli indicati per obbligarli alla solidarietà nel processo, nulla precisò quanto al Ferreri, già morto; e, poiché è ben difficile ammettere che questi gli abbia confessato di essere l’autore dell’omicidio, resta valida l’ipotesi che egli ne abbia presenziato l’esecuzione, il che depone per la partecipazione sua e della sua squadra alla strage di Portella della Ginestra.

D’altra parte, mentre nulla esclude, se pure non sia rimasto sufficientemente provato, che Licari Pietro, uno dei più attivi affiliati alla banda, sia proprio colui che custodì i quattro cacciatori ed abbia così partecipato all’eccidio, l’indicazione di Pasquale Sciortino fra i partecipanti risponde a verità, come sarà stabilito in appresso.

Infine, la pretesa falsità dell’accusa fatta da Pisciotta Gaspare nei confronti del Rimi non interessa il processo e dopo quanto or, ora si è osservato, non può venire in considerazione ai fini per i quali è stata allegata.

II. Ciò premesso, la Corte osserva che le prove costituite dalle chiamate in correità acquistano nei confronti dei suddetti imputati risalto e valore decisivi.

Tutti e tre intervennero alla riunione preliminare di “Pizzo Saraceno”, come Mazzola Vito dichiarò alla polizia giudiziaria, e furono presenti all’adunata di Cippi dove vennero notati, oltre che dal Mazzola e da Gaglio “Reversi­no”, da tutti i “picciotti” che resero confessioni stragiu­diziali e da quelli che le confessioni stesse reiterarono al Giudice istruttore. Solo il Pretti ed il Gaglio non fecero più menzione del Terranova negli interrogatori giudiziali, resi rispettivamente iI 15 ed il 29 agosto 1947, ma per mera dimenticanza poiché indicarono Mannino Frank e Pisciotta Francesco ed è pacifico che il Terranova si tro­vasse con loro.

Del resto, escluso che si siano allontanati da Montele­pre la sera del 28 aprile – e lo si deve escludere anche perché una sera “di fine aprile” (v. n. 33), che Pisciotta Vincenzo e Buffa Antonino hanno concordemente indicato nel 29 aprile, Terranova Antonino “Cacaova” e Pisciotta Francesco furono con Candela Rosario nella casa della so­rella di costui, Candela Vita – è di tutta evidenza che all’adunata di Cippi non avrebbero potuto mancare. Fu lo stesso Terranova a riconoscerlo quando, all’udienza del 21 giugno 1950, per negare la realtà di detta adunata, dis­se che se avesse avuto luogo egli sarebbe stato uno dei primi ad esserne informato e ad intervenire (R, 88 e segg.).

Ma non è tutto: secondo Terranova Antonino di Salvatore, Mannino Frank, coadiuvando il Giuliano, prese parte con Candela Rosario e con Russo Angelo alla distribuzione delle armi; e quasi tutti i “picciotti”, come si è avuto occasione di considerare (v. n. 61 e n. 63), hanno parlato della presenza di lui, del Terranova e di Pisciotta Francesco nei gruppi di marcia, tra i roccioni della “Pizzuta”, lungo la via del ritorno. Alle osservazioni già fatte può aggiungersi utilmente che, secondo Tinervia Giuseppe (v. n. 29, IV, f), il Mannino mosse da Portella insieme col Giuliano ed altri banditi tra cui erano pure il Terranova “Cacaova”, Pisciotta Francesco.

La difesa ha mosso aspra censura alla sentenza impugnata per aver tratto particolare argomento di prova contro il Terranova: a) dalle dichiarazioni stragiudiziali di Russo Giovanni inteso “Marano” (v. n. 31, e), senza avvedersi del contenuto difensivo delle stesse; b) dalle affermazioni che il Terranova fece nel dibattimento (udienza 2 luglio 1951) allorché, richiesto di precisare se altre volte avesse avuto occasione di vedere Sapienza Giuseppe di Francesco in compagnia del Giuliano rispose: “non posso dire se Sapienza Giuseppe di Francesco sparò o non a Portella dove certamente andò, mai in altra occasione vidi Sapienza con Giuliano”; in esse arbitrariamente ravvisando una confessione implicita; c) dalla domanda che il Terranova stesso pose ad uno dei quattro cacciatori sequestrati affinché chiarisse “se dal posto in cui egli e gli altri tre cacciatori furono fatti sostare … era possibile vedere tutta la zona sottostante”, scorgendo nel tenore della medesima la conoscenza da parte sua di quei luoghi che tuttavia aveva sempre negato, e ciò senza considerare che della località, dei cacciatori e dei particolari relativi si era parlato fin dall’inizio del processo.

La censura è fondata solo parzialmente. Gli elementi di cui alle lett. b) e c) sono in sé equivoci, prestandosi an­che a diversa interpretazione, e bene avrebbero fatto i primi giudici a trascurarli, tanto più che hanno carattere marginale e presentano scarso rilievo: su di essi la Corte non fonda affatto la propria convinzione. Le dichiarazioni del Russo, invece, come si è rilevato in precedenza (v. n. 63), hanno il loro peso malgrado le false allegazioni difensive di cui sono disseminate. La Corte non crede che il Musso si sia risolto a sparare per l’invettiva che attri­buisce al Terranova: era stato condotto a Portella per spa­rare sulla folla e non poteva esimersi dal farlo; ma non dubita che il Terranova si trovasse vicino a lui perché risulta altrimenti che stava tra i roccioni della “Pizzuta”’ e la sua posizione nello schieramento si ricostruisce anche attraverso le dichiarazioni di Sapienza Giuseppe di Tommaso.

Le risultanze del processo offrono la prova che tutta la squadra Terranova fu a Portella della Ginestra e siffatta realtà non può essere scossa dall’assoluzione per insufficienza di prove di Palma Abate Francesco.

Mannino Frank è legato all’eccidio dall’arma stessa che possedeva: a differenza degli altri componenti della sua squadra, provvisti tutti di mitra lunghi cal. 9, egli – come ha dichiarato in dibattimento – era munito di un mitra americano corto, un Thompson di calibro non esattamente precisato, con caricatore da venti colpi; e giova ricordare che tra le postazioni identificate dal Ragusa e dal Frascolla una ve n’era di moschetto automatico americano (vale a dire di mitra), vicina a quella di fucile mitragliatore Breda mod. 30, presso a poco là dove, secondo la ricostruzione approssimativa dello schieramento sulla “Pizzuta”, si sarebbe trovato il Mannino, e che 52 bossoli esplosi e una cartuccia inesplosa per la stessa arma furono trovati in quella postazione, i quali denotano che oltre due caricatori e mezzo da venti colpi ciascuno sicuramente furono sparati in esecuzione dell’ordine del Giuliano di non usare più di tre caricatori. Del possesso di siffatta arma il Mannino ha fatto cenno, con occasionale riferimento all’operazione di polizia che il 20 giugno 1947 condusse alla liberazione dei sequestrati Maggio e Schirò (v. n. 34), ma come a suo armamento abituale in quel periodo, e nulla esclude che egli ne fosse provvisto fin da tempo anteriore ai fatti di Portella della Ginestra, dappoiché anche il Terranova ha confermato che, sebbene tutti gli appartenenti alla sua squadra fossero generalmente armati di mitra lunghi, pure taluno di essi ebbe per qualche tempo un mitra corto senza poter escludere che ciò si sia verificato nel periodo interessante il processo (W/1, 75).

Inoltre – e la circostanza è decisiva – il fatto che la mattina del 1° maggio 1947 Terranova “Cacaova” e la sua squadra non si trovassero in località “Pernice” trova conferma nelle dichiarazioni giudiziali di Marianna Giuliano. Nel memoriale pubblicato sul n. 55 del 27 ottobre 1951 della rivista “Epoca”, memoriale che riconobbe per suo (v. proc. pen. c. i mandanti, vol. 2°, 64) costei, riportando un colloquio che assumeva avvenuto, in sua presenza, il 10 agosto 1947, tra Pasquale Sciortino e Turiddu Giuliano, riferì che il fratello, parlando dei fatti di Portella, fra l’altro disse: “ … ma il mio ordine era solamente quello di intimorire i comunisti a Portella, di sparare in aria, per sciogliere il comizio. Ci ha colpa quel disgraziato di Pagliuseddu Taormina (Taormina Angelo) che non sapeva maneg­giare il mitra e s’impappinò”.

La finalità difensiva di cotesto memoriale e particolarmente di tale affermazione risulta dal contesto; ed è chiaro altresì che l’evento mortale che si determinò fu attribuito all’inesperienza del Taormina anche perché questi era deceduto (v. n. 34) e nessun nocumento gliene sarebbe potuto derivare.

Ma ciò non priva la circostanza del suo rilevante valore di prova. Non avrebbe potuto Marianna Giuliano fare il nome di Angelo Taormina se questi non avesse sparato realmente dai roccioni della “Pizzuta”, in quanto non era l’unico bandito deceduto dopo i fatti di Portella, che altri erano morti, sia contemporaneamente, sia dopo di lui; ella d’altro canto, era in grado di sapere quanto affermava e la presenza di “Pagliuseddu Taormina” a Portella significa la presenza di tutta la squadra poiché Terranova “Cacaova”, Mannino Frank, e Pisciotta Francesco hanno sempre dichiarato che il 1° maggio 1947 sia il Taormina, che gli altri componenti della squadra erano con loro.

La Corte osserva che di fronte a così rilevanti e con­vergenti eventi di prova, che univocamente denunziano la colpevolezza degli imputati in relazione all’eccidio di Portella della Ginestra, l’alibi dedotto dagli stessi si risolve in un vano tentativo di alterare la verità.

Il fatto che il Pisciotta, il Terranova ed il Mannino siano stati interrogati in tempi diversi, senza possibilità di comunicare preventivamente tra di loro, non toglie che durante la latitanza possano aver concertato in via di mas­sima una linea comune di difesa fondata sull’alibi di “Pernice”.

È una ipotesi congetturale che tuttavia si sostanzia nella preoccupazione avvertita da quasi tutti gli imputati in questo processo di organizzare un alibi in qualche modo e trova nelle risultanze processuali concreti riscon­tri attraverso i quali assurge a valore di prova.

Invero non è dubitabile che l’arresto di Gaglio “Rever­sino” e dei “picciotti”, le confessioni e le chiamate in correità siano stati motivo di allarme e di considerazione anche da parte dei componenti la squadra Terranova; nella udienza del 26 giugno 1951 Pisciotta Francesco lo lasciò chiaramente trasparire allorché disse: “ … anche prima della detenzione, sapendo che il Terranova era in continuo contatto con Giuliano, insistetti presso di lui perché gli riferisse che fra i detenuti vi erano degli innocenti come mio fratello ed altri … ”(V/4, 473 r); e similmente fece il Terranova con le parole: “il Pisciotta Francesco, anche quando eravamo liberi, mi disse sempre di riferire quanto a me ed a lui risultava” circa gli autori della strage (V/4, 475), confermando in tal modo che durante la latitanza le conseguenze del delitto di Portella formarono oggetto delle loro preoccupazioni e dei loro discorsi.

Non occorre, pertanto, far leva sull’ipotesi accolta dai primi giudici per spiegare le dichiarazioni del Manni­no, nel senso che costui, attraverso i giornali, avesse avuto in qualche modo conoscenza degli interrogatori resi dai coimputati in Corte di Assise e si fosse regolato in conseguenza; ipotesi, del resto, non del tutto infondata perché nel primo interrogatorio (v. n. 48, C, I) egli affer­mò di essersi allontanato da Montelepre con la sua squa­dra per compiere “una missione” nota solo al Terranova, il che dimostra che era almeno in parte a conoscenza di quanto questi falsamente aveva dichiarato.

Ma il riscontro più caratteristico è costituito – come dianzi si è accennato – dalla proposizione difforme dell’ali­bi, la quale denota che ciascuno asserì di propria iniziati­va circostanze non concordate prima; e dal successivo allineamento degli altri al Terranova, allineamento cui non si sottrasse neanche il teste Randazzo (v. n. 46), e che rivela l’intento di uniformarsi alla versione del capo della squadra.

Quali e come gravi ed insanabili tali contraddizioni siano, la sentenza impugnata ha messo in chiara evidenza con così esatta, minuziosa ed esauriente analisi (v. sentenza da fol. 545 a 555) che ben può questa Corte farla propria ed, al pari dei primi giudici, concludere che le dichia­razioni rese in relazione all’alibi dai predetti imputati e dal Randazzo costituiscono un groviglio di affermazioni e di smentite talmente fitto da risultare inestricabile o quasi.

Tuttavia, pur dubitando fortemente della missione a Balletto, la Corte di primo grado non dubitò, sulla base delle prime dichiarazioni del Pisciotta, conformemente al­la sentenza di rinvio a giudizio di Corrao Remo (v. n. 47), che questi si fosse recato, solo o con altri, a bordo di una jeep in contrada Pernice per rintracciare la squadra Terranova e portare a coloro che la componevano l’ordine di radunata impartito dal Giuliano; ma escluse che ciò fosse avvenuto il 30 aprile sia perché nel primo memoriale (v. n. 48, A) il Giuliano, parlando dell’invio d’uno dei gruppi a Balletto, si era espresso: “siamo a cinque giorni di distanza dal 1° maggio, sia perché la prima affermazione del Pisciotta (l’unica cui potevasi prestare fede), di aver visto il Corrao a “Pernice” qualche giorno prima, riconduceva l’avvenimento a più d’un giorno prima; e conseguentemente, opinando che la squadra Terranova si fosse mossa da Montelepre il 25 o il 26 aprile e che il Giuliano l’avesse richiamata a mezzo del Corrao e dei Pianello tosto che ebbe deciso la consumazione del delitto di Portella, la detta Corte ritenne che il Corrao fosse andato a “Pernice” senza ritardo e che la squadra Terra­nova fosse tornata in tempo utile a Montelepre.

Siffatta ricostruzione resta ugualmente valida, nonostante l’insussistenza della missione a Balletto, e questa Corte la condivide siccome corrispondente alla valutazio­ne coordinata e logica delle risultanze del processo.

Quasi sempre alla base della menzogna sta un nucleo di verità che genera l’idea del falso e sul quale questo si costruisce, onde non è improbabile che la squadra Terranova, dopo aver partecipato alla festa nuziale in casa Giuliano, abbia la sera del 25 aprile (non del 27 o del 28 aprile) lasciato Montelepre per portarsi a “Pernice”, dove soleva soggiornare trovando sicuro ricetto presso quei contadini, quasi tutti compaesani, tra cui il Randazzo: da qui nacque nel Giuliano l’idea della missione a Balletto, località sita a breve distanza (un chilometro e mezzo circa) dalla contrada Pernice; e nel Terranova, nel Mannino, nel Pisciotta quella dell’alibi fondato sullo spostamento delle date.

Invero, tanto sul giorno dell’allontanamento della squadra da Montelepre, quanto su quello della sua presenza a “Pernice”, dell’incontro col Randazzo e dell’arrivo colà degli inviati del Giuliano con la jeep regna una confusione che neanche il progressivo allineamento alle dichiarazioni del Terranova riesce del tutto ad eliminare. Riassu­mendo e completando quanto in altra parte della sentenza venne fatto di esporre (v. n. 46 e n. 48, C, I) giova osservare: che ancora il 16 marzo 1950, dopo la contestazione delle dichiarazioni del Terranova, Pisciotta Francesco collocò l’arrivo a “Pernice” a qualche giorno prima del 1° maggio; che Randazzo Salvatore ondeggiò durante l’istruttoria, tra “verso la fine di aprile” nel suo esame del 27.2.1950, “il giorno precedente alla strage” nel suo confronto col Terranova pure del 27.2.1950, e “un giorno dell’aprile” nel suo interrogatorio, quale imputato, del 12.4.1950, per asserire poi in dibattimento (dove per accordo delle parti fu sentito quale testimone) che la jeep giunse a “Pernice” un giorno imprecisato “della fine di aprile” e l’incontro con il Terranova “avvenne il 1° maggio, di mattina presto, due o tre giorni dopo l’arrivo della jeep” (V/5, 652 – 653); che il Mannino, più evasivo di tutti, inizialmente asse­rì che erano partiti da Montelepre “giorni prima”; dall’insieme di tali dichiarazioni si desume che la squadra Terranova mosse da Montelepre e pervenne a “Pernice” alcuni giorni prima dell’eccidio di Portella, precisamente il 25 o il 26 aprile, se Corrao Remo e Pianello Fedele, portatori dell’ordine del Giuliano, vi giunsero tre giorni prima, vale a dire all’incirca alla tarda sera del 27 aprile.

Sta in fatto che l’esecuzione del delitto – come la Corte ritiene (v. n. 60) – fu decisa dal Giuliano il 26 o il 27 aprile, non oltre comunque il pomeriggio del […], la possibilità d’inviare il Corrao a “Pernice” dovette essere quasi immediata dal momento che vi fu accompagnato dai due Pianello (V/2, 262) abitualmente residenti ad Alcamo, i quali quel giorno unitamente al Ferreri erano in compagnia del Giuliano quando questi decise la strage.

Terranova Antonino “Cacaova” Mannino Frank, Pisciotta Francesco parteciparono, secondo ha detto il Mazzola, al convegno a Pizzo Saraceno e nulla esclude che vi potessero intervenire essendo la contrada “Pernice” a sette ore di strada da Montelepre.

Come già in primo grado, [anche] in questa sede gli imputati hanno fatto leva sul conflitto a fuoco fra carabinieri e banditi avvenuto a “Pernice” la mattina del 3 maggio 1947, per dimostrare che la loro presenza in quella località si protrasse anche dopo il delitto di Portella.

Sta in fatto che nelle dichiarazioni stragiudiziali rese il 27 settembre 1949 Pisciotta Francesco si [diffuse] talmente sul detto conflitto che il comando di Polizia giudiziaria dei CC. di Palermo si persuase che ad aprire il fuoco fossero stati elementi della squadra Terranova e con rapporto giudiziario 18 novembre 1949 denunziò Terranova Antonino e gli altri superstiti componenti della squadra per tentato omicidio ed altri reati.

Affermò in quella circostanza il Pisciotta che nei primi di maggio 1947 egli, Terranova Antonino, Palma Abate Francesco, Candela Rosario, Mannino Frank, Sci[…] Giuseppe e Taormina Angelo sostavano in contrada “Pernice” allorché il Terranova aveva disposto che tutti si spostassero verso “Vallefonda” meno il Candela ed il Taormina che, per incarico del medesimo, rimasero nella stessa località; che a “Vallefonda”, come poi aveva saputo dai compagni poiché egli si era addormentato erano stati raggiunti dal Candela il quale aveva riferito che, seguiti dai carabinieri, lui e il Taormina erano venuti a conflitto con essi e per sganciarsi erano stati costretti a separarsi e ad abbandonare armi e munizioni, per cui igno­rava la fine dell’altro; che a questa notizia i suoi compagni si erano diretti subito verso “Pernice” ed egli, de­statosi e vistosi solo, s’era diretto anche lui verso la stessa località; che a circa mezzo chilometro dalle case, scorgendo due uomini e ritenendoli dei suoi, s’era dato a chiamarli con gesti e con parole, ma quelli gli avevano intimato il fermo ed egli, compreso allora che si trattava di carabinieri anche perché al suo indirizzo erano stati sparati dei colpi di arma da fuoco, aveva cercato scampo nella fuga abbandonando sul posto il mitra ed il tascapane contenente bombe a mano, caricatori e munizioni; che di lì si era portato a Montelepre dove qualche giorno dopo aveva ritrovato i compagni compreso il Taormina.

Giova notare che, interrogati dall’Autorità giudiziaria il 18 marzo 1950, il Pisciotta non parlò più dell’episodio che lo riguardava personalmente; e il Terranova, accennando anche lui soltanto al conflitto che avrebbero avuto il Candela ed il Taormina con i carabinieri, si espresse negli stessi termini riferiti dal Pisciotta, ma circa la presenza a “Pernice” dichiarò testualmente: “il giorno precedente a quello del detto conflitto …ci trovammo tutti a “Pernice” e precisò che la sera stessa tutti, meno il Taormina ed il Candela che per suo ordine dovevano attendere l’arrivo di viveri e sigarette, si erano portati a “Vallefonda”, località distante 4 km. circa, dove la mattina dopo erano stati raggiunti dal Candela. A sua volta il Mannino, sentito il 13 luglio 1950, asserì, in contrasto col Terranova, che si erano trasferiti da “Pernice” a “Vallefonda” la mattina del 4 maggio e dopo circa tre ore dal loro arrivo vi erano stati raggiunti dal Candela; quindi, accennato al conflitto nei sensi già noti, affermò di aver avuto l’impressione che il Pisciotta avesse narrato per mera vanteria l’episodio che lo concerneva personalmente, non perché fosse avvenuto (v. proc. pen. n. 858/50 Sez. istrutt. Palermo, fol. 20, 19 e 21).

Con sentenza 3 giugno 1953 della Sezione istruttoria di Palermo costoro furono prosciolti, il Pisciotta per insufficienza di prove, gli altri per non aver commesso il fatto; ed in base a quanto sopra potrebbe concludersi che l’episodio non interessa il processo. Si tratta di un fatto posteriore all’eccidio di Portella e la narrazione degli imputati non corrisponde alla realtà dell’avvenimento quale risulta dal rapporto giudiziario del Nucleo Mobile di S. Giuseppe Jato n. 49 del 5 maggio 1947 (v. n. 15), né per le modalità del fatto, né per il numero delle armi abbandonate (3 mitra Beretta e 2 moschetti mod. 91) che rivelano come i banditi posti in fuga fossero almeno cinque.

Ma questo secondo aspetto, valutato in relazione alle contraddizioni nelle quali gli imputati sono caduti ed alle dichiarazioni posteriori degli stessi, disvela l’in­tento di volgere a proprio profitto un fatto vero cui probabilmente non hanno partecipato; intento che ancor più si palesa tosto che si ponga mente alle dichiara­zioni rese dal Pisciotta in primo grado e dal Terranova nel presente dibattimento.

Disse il Pisciotta nel primo dibattimento (ud. 22.6.1950) che si trovavano a Pernice da tre o quattro giorni avanti il primo maggio; che la notte dal 1° al 2 la trascorsero a Pernice; che il giorno due ebbero notizia del conflitto dal Candela e tutti insieme (quindi anche lui) mossero verso Montelepre (R, 982 r. 100 r.); ed asserì diversamente nel secondo (ud. 21.5.1951) che giunsero a Pernice il 1° maggio verso le prime ore del mattino; che dopo il colloquio col Randazzo proseguirono tutti per “Vallefonda”, meno Candela e Taormina i quali rimasero a “Pernice”; che il primo o il due maggio avvenne il conflitto con i ca­rabinieri; che egli tornò solo a Montelepre (V/2, 262).

Ha precisato ora il Terranova, in contrasto col Pi­sciotta e con se stesso: “siamo rimasti in località Pernice fino alla mattina del giorno in cui avvenne il conflitto con i carabinieri, conflitto che ritenevo fosse avvenuto la mattina del due maggio” (W/1, 73 r. e 74).

Il tentativo di avvicinare il conflitto al primo maggio è manifesto ed è palese pure l’intento di collegare ad esso la loro presenza a “Pernice”; ma il conflitto è avvenuto la mattina del 3 maggio ed anche sotto questo aspetto l’alibi naufraga in un mare di contraddizioni e di menzo­gne.

In conseguenza, nessuna attendibilità può conferirsi alla testimonianza di Caradonna Vito, il quale solo a distanza di tanti anni ha sentito il bisogno, per soddisfare “un moto della sua coscienza” – come ha detto – di informare la Corte che la mattina del 1° maggio 1947, verso le 9 o le 9.30, mentre, proveniente da Balletto, abbeverava la sua mula alla fonte di “Pernice” bassa, circondata da un vigneto e da terreni seminativi, aveva veduto venire sette od otto armati uno dei quali, chiamando “Terranova, Terranova”, aveva proposto di passare per un viottolo per il quale tutti si erano incamminati. Non conosceva il Terranova, non sapeva chi fosse.

A parte che nessuno degli interessati ha mostrato di ricordare l’episodio, neanche dopo la deposizione del teste, la versione del Caradonna non si concilia con la ricordata versione del Pisciotta, secondo cui appena dopo il colloquio col Randazzo avrebbero proseguito per “Vallefonda”, e neanche con quanto, nella udienza del 10 maggio 1951, asserì il Terranova allorché, alludendo al tempo ed allo scopo della sosta a “Pernice”, si espresse: “ … poi ripartimmo per Pernice dove sostammo per bere” (V/2, 201) e per questo bussarono, come disse, alla porta del Randazzo.

La conclusione cui si perviene attraverso la complessa disamina degli elementi del processo è una sola: Terranova Antonino, Mannino Frank, Pisciotta Francesco hanno parte­cipato all’eccidio di Portella della Ginestra e rettamente i primi giudici che hanno affermato la colpevolezza.

III. Similmente deve dirsi della loro partecipazione alla aggressioni alle sedi delle sezioni dei Partiti comunista e socialista dopo quanto, circa tali delitti, si è venuto man mano notando intorno alle chiamate in correità fatte da Di Lorenzo Giuseppe e da Musso Gioacchino.

L’unica indagine che rimane concerne la validità dell’ali­bi, proposto dal Terranova anche in primo grado (v. n. 48, B, II) che la sentenza impugnata ha omesso di considerare nel difetto di specifiche conclusioni.

Sta in fatto che l’11 giugno 1947, in territorio di Contessa Entellina, Terranova Antonino, Mannino Frank, Pisciotta Francesco, Candela Rosario ed altri componenti la loro squa­dra procedettero, per ordine del Giuliano, al sequestro a scopo di estorsione dei possidenti Schirò Nicola e Maggio Stefano che attendevano ai lavori campestri nell’ex feudo Sommacco. I malfattori agirono di sorpresa simulando di essere carabinieri: il Terranova ed il Mannino indossavano rispettivamente la divisa di maresciallo e di vice brigadiere; mentre gli altri indossavano indumenti simili a divise militari americane; e i due sequestrati condotti in prossimità dell’abitato di Montelepre, in contrada “Vallone” –“Passo di Carrozza”, e tenuti in una profonda buca, celata da un muretto a secco e da rovi, in attesa di realizzare il profitto del reato, furono inopinatamente liberati dai carabinieri la mattina del 20 giugno 1947 nel corso della operazione di polizia che condusse all’arresto di Pisciotta Salvatore e di Lombardo Giacomo.

Orbene accennò il Terranova nel primo dibattimento dinanzi alla Corte di Assise ed ha, ancor più strenuamente, sostenuto in questa sede che il 20 giugno 1947 si trovava con Pisciotta Francesco, Palma abate Francesco, Sciortino Giuseppe e Taormina Angelo nei pressi di Roccamena per incontrarsi con i familiari dei due sequestrati ed “ incassare” il prezzo del ri­scatto; onde era materialmente impossibile che avesse parte­cipato alla riunione di “Belvedere o Testa di Corsa” ed ai fatti successivi. Ha precisato egli a tal fine che con lettera scritta dagli stessi sequestrati aveva dato appuntamento ai loro familiari in un punto imprecisato della strada Contessa Entellina, Roccamena, S. Cipirrello, Partinico, Alcamo, Gibellina, Contessa Entellina invitandoli a percorrerla a bordo di un automezzo ed a ripetere il percorso nel caso che non si fossero incontrati; che costoro, prontamente avvertiti dagli interessati della loro liberazione ad opera dei carabinieri, non si erano presentati; che in conseguenza, dopo aver atteso invano l’intero giorno, aveva fatto ritorno con i suoi uomini a Montelepre dove si erano fermati solo qualche giorno poiché ricordava che il 26 giugno stava nei pressi di Camporeale.

Ed il Mannino, che col Candela custodiva i sequestrati, confermando l’affermazione del Terranova – con la variante che l’appuntamento era “per stabilire”, non per incassare il prezzo – a sua volta ha detto che, riusciti a porsi in salvo con la fuga, tanto lui che il Candela avevano divisato di riunirsi al resto della squadra; tuttavia non poteva pre­cisare in quale giorno avessero lasciato Montelepre, ricordan­do soltanto che si erano riuniti al resto della squadra il 26 giugno in località “Pernice”.

Ciò premesso la Corte osserva che, ove pure gli atti non offrissero la prova della falsità dell’alibi, sarebbero suf­ficienti le discordanze tra la proposizione del Terranova e quella del Mannino a giustificare il dubbio sulla veridicità delle allegazioni difensive; ma esse trovano una netta smenti­ta proprio nel procedimento penale per il sequestro del Di Mag­gio e dello Schirò – definito dalla Corte di Assise di Palermo con sentenza 20 ottobre 1952, gravata di appello dagli imputati – nel quale l’indagine fu compiuta ed ebbe risultato negativo. Né i sequestrati avevano scritto ai loro familia­ri su invito dei banditi, né alcuna richiesta del prezzo di riscatto avevano fatto costoro direttamente: attendevano forse che l’ansietà crescesse, che la paura, lo sgomento, la disperazione per la sorte dei loro cari albergasse nella­nimo dei familiari onde realizzare più agevolmente un profitto maggiore; oppure, dato che il fatto era stato denunziato alla polizia, attendevano il momento più propizio per farsi vivi. Comunque sia, è certo che alla data del 20 giugno nessun pas­so era stato compiuto dall’una parte o dall’altra per prendere contatti e ciò esclude che Terranova Antonino e Pisciotta Francesco potessero andare a Roccamena per incontrarsi con i familiari dei sequestrati.

L’inconsistenza dell’alibi rafforza la prova della colpe­volezza. Non è dubitabile che tutti e tre siano intervenuti alla riunione di “Belvedere o Testa di Corsa” e che abbiano partecipato ai fatti successivi: il Terranova ed il Mannino alla rappresaglia di Carini, il Pisciotta a quella di S. Giuseppe Jato. Fra le dichiarazioni del Musso e quelle del Di Lorenzo non vi è contrasto. La sera del 22 giugno il Mannino prima accompagnò il Musso alla stalla di “Sassana”, di dove mosse la spedizione per S. Giuseppe Jato (v. n. 32, I, g) quindi si portò a “Piano Gallina” dove lo attendevano il Terranova, il Di Lorenzo e gli altri per muovere alla volta di Carini (v. n. 27).

70

Pisciotta Vincenzo ha ritrattato la confessione in un modo che non sarebbe stato possibile immaginare (n. 40, IV). Nella sua povertà mentale, carente di fantasia, posto di fronte all’imperativo di sconfessare quanto aveva dichiarato anche al giudice istruttore, egli non trovò di meglio che dire di essersi incolpato per errore non pensando, quando interrogato, che il 1° maggio 1947 si trovava in contrada “Pernice” a togliere l’erba dalle spighe.

L’alibi, dal Pisciotta appena accennato, fu poi articola­to – come si è visto – dal suo difensore con l’istanza 3 di­cembre 1947 nella quale la mondatura del grano si trasformò in raccolta di carciofi e di fieno e con la quale si chiese di provare che l’imputato, partito da “Pernice” la notte dal 1° al 2 maggio, con l’asino carico dei carciofi e del fieno, aveva fatto ritorno a Montelepre la mattina del due.

Ma non sono soltanto queste le incoerenze della proposizione.

Nella udienza del 22 giugno 1950 Pisciotta Vincenzo asserì di aver trascorso a “Pernice” la notte dal 30 aprile al 1° maggio in casa di Giov. Battista Randazzo e di aver fatto ritorno a Montelepre il giorno due (R, 95). In quella del 2 maggio 1951, rimanendo fedele a tale assunto, precisò che la mattina del giorno uno, aiutato da un certo “Sclifiò” da Montelepre­, aveva raccolto dei piccoli carciofi, e che durante la sua permanenza a “Pernice” non aveva veduto il fratello Francesco, né gli constava che vi fosse passato (V/2, 155). Nel presente dibattimento infine, modificando ancora i termini della proposizione, ha dichiarato di essere stato a “Pernice” dal 27 aprile sino alla mattina del conflitto a fuoco fra carabinieri e banditi (avvenuto, come è noto, verso le ore 7 del 3 maggio), precisamente fino alle 3 di quella mattina, ora in cui si era avviato a Montelepre; e di avere veduto suo fratello Francesco a “Pernice” tanto la sera del 30 aprile, sull’imbrunire, quanto la mattina della sua partenza per Montelepre, circostanza nella quale gli aveva lasciato il suo scialle (W/2, 233).

Origine di quest’ultima contraddittoria, modificazione è sicuramente l’incredulità sulla consistenza dell’alibi manifestata dai primi giudici che rilevarono come egli “si sarebbe trovato in quella stessa contrada in cui si sarebbe “trovato il fratello Francesco con gli altri componenti” della squadra al comando di Terranova Antonino fu Giuseppe, “senza però che si incontrasse né con il fratello, né con ”altro componente della squadra Terranova che pure vi “restarono fino al giorno in cui appresero il conflitto avvenuto tra carabinieri, da un lato, ed i banditi Taor­mina Angelo (Vito Pagliuso) e Candela Rosario, dall’altro” lato (v. sentenza fol. 614); e non ha pregio la giustifi­cazione data dal Pisciotta, di aver negato in precedenza i contatti avuti col fratello a “Pernice” nel timore che potessero costituire per lui fonte di responsabilità, dap­poiché, al contrario, la presenza di entrambi in quella contrada la sera del 30 aprile 1947 avrebbe escluso la loro partecipa­zione al delitto di Portella della Ginestra.

Giovane semplice – come si disse – e privo di agilità di mente, Pisciotta Vincenzo non sa costruire il falso, non sa dare alla menzogna parvenza di verità e il mendacio cui si affida traspare facilmente: ritrattando, egli ha mentito e per sorreggere la menzogna ha detto una sequenza di falsità che non si conciliano neanche con quelle dette dagli altri.

Invero il contrasto con i testimoni sentiti nella i­struttoria scritta ed orale, e tra i testimoni stessi, non è meno vivo.

Da molti anni il padre del Pisciotta conduceva a mezzadria, in “Pernice”, una vigna della principessa di Campo­reale ed in base a tale dato di fatto la teste Di Martino Rosa, dichiarò di aver visto arrivare costui a Montelepre la mattina del 2 maggio con un asino carico di fieno, proveniente dalla vigna di “Pernice” dove era stato a zappare (D, 505) affermando una circostanza che l’imputato non aveva detto.

Similmente Caputo Paolo depose al giudice istruttore che il 1° maggio Pisciotta Vincenzo aveva zappato la vigna in “Pernice” (D, 506); ma in dibattimento anticipò la data e disse: “ricordo che il 30 aprile 1947 (il Pisciotta) si trovò in contrada “Pernice” dove io ho un terreno a mezzadria … e che la mattina del 1° maggio, verso le ore 3 – 4, si avviò a Montelepre guidando l’asino su cui pose del fieno”; e fermo rimase in tali detti escludendo che l’imputato avesse lasciato Pernice la mattina del 2 maggio (V/7, 857).

Anche Rizzuto Giuseppe, amministratore dei beni della principessa di Camporeale, sentito da questa Corte, si è stranamente allineato alla deposizione orale del Caputo, ed ha dichiarato di aver visto Pisciotta Vincenzo in quella contrada la sera del 30 aprile e di averlo veduto par­tire “a punta di giorno” il 1° maggio con un asino carico di poca erba (W/2, 288 – 89).

Ogni commento è superfluo: il Pisciotta è in contrad­dizione con sé stesso; i testi sono in disaccordo con lui e parzialmente anche tra loro; la prova dell’alibi si è risolta in un tentativo vano di sommergere la verità dopo che essa era emersa dalla duplice confessione dell’impu­tato (v. n. 32, II; e n. 40, IV) e dalle stragiudiziali chiamate di correo fatte da Buffa Antonino, e da Cristiano Giuseppe (v. n. 30, II; e n. 32, III).

Vero che il Buffa, il quale a differenza del Cristiano, ha confessato pure giudizialmente, non ha fatto più men­zione di Pisciotta Vincenzo nel suo interrogatorio raccolto ­dal giudice istruttore; ma l’omissione, ben lungi dal co­stituire ritrattazione tacita della chiamata in correità e dall’inficiare la confessione resa dal Pisciotta, ha un chiaro fine di difesa come questa Corte ha messo in evidenza considerando il mendacio marginale delle dichia­razioni di lui (v. n. 63).

Il Buffa evita di parlare di Pisciotta Vincenzo, pur avendone fatto il nome, perché teme che i contatti avuti con lui (a Cippi, nella marcia verso Portella, tra i roc­cioni della “Pizzuta”, lungo la via del ritorno a Montele­pre) lo leghino troppo alla pericolosa posizione di lui (di fratello di uno dei banditi e di interessato al delitto) e contrastino con il proprio assunto d’essere stato ignaro di tutto, vittima del Candela; onde nell’interrogatorio giudiziale, pur ammettendo di essere stato chiamato a casa da Cucinella Giuseppe e dal Pisciotta non fa parola più di costui, mentre accentua la sua tesi fino a dire che il Candela, nel dargli appuntamento per l’indomani, gli aveva promesso di dargli lavoro e a questo scopo, ingenuamente vi era andato. (E, 127).

Con penetrante indagine i primi giudici hanno sottolineato che la confessione giudiziale del Pisciotta trova in quella giudiziale del Buffa elementi di riscontro e di conferma; ma anche altri riscontri processuali potrebbero citarsi per es.: il Pisciotta parlò, al pari del Musso, della distribuzione di pane e formaggio fatta fare dal Giuliano – E, 156 –), i quali tutti le conferiscono valore di prova.

In conseguenza, non è lecito dubitare della partecipa­zione di Pisciotta Vincenzo al delitto di Portella della Ginestra.

La difesa ha sostenuto che la posizione di questo im­putato non differisce da quella degli altri “picciotti” ed ha chiesto anche per lui la declaratoria di non puni­bilità ai sensi dell’art. 54 cp.

La sentenza impugnata invero ha omesso di esaminare questo problema nei confronti del Pisciotta, ma dallo insieme della motivazione si desume che ha rite­nuto operativa per lui quella causale genericamente indicata dal PM in primo grado per i “picciotti”, cioè il desiderio di ciascuno di aiutare il prossimo congiunto già compromesso nei delitti consumati dalla banda (v. sentenza fol. 787), e l’ha considerata sufficiente a giustificare il suo personale interesse all’azione ed a persuadere dalla libera, consapevole e non coartata volontà con cui vi prese parte.

La Corte condivide tale opinione. Il Pisciotta non av­vertì nell’intimo della sua coscienza alcuna coazione, non si determinò al delitto sotto l’incubo di un danno grave alla persona che urgeva evitare e non poteva essere evitato altrimenti; non ne fece parola mai, né ai carabi­nieri, né al giudice istruttore: non parlò di minacce, non parlò di paura, non parlò di inganno, confessò pura­mente e semplicemente il delitto cui aveva partecipato.

Si deve ammettere che, come i familiari degli altri banditi, anche quelli di Pisciotta Francesco sentissero per il loro congiunto una istintiva solidarietà: non l’avevano respinto, si interessavano a lui, ne dividevano le speranze se non i lucri, le speranze di libertà.

Dopo il colloquio avuto nell’abitazione di Candela Vita “rientrato a casa – narrò Pisciotta Vincenzo ai ca­rabinieri (L, 134) – raccontai ai miei genitori che avevo visto mio fratello Francesco, che stava bene, che li salu­tava”; e in queste parole è naturalezza e sincerità.

Al pari di Giovanni Genovese, al pari degli altri la­titanti, anche Pisciotta Francesco sapeva che da quella impresa scellerata il Giuliano si attendeva “la libertà per tutti”; gliel’aveva detto il Terranova (V/4, 474); e certamente lo seppe pure Pisciotta Vincenzo che accettò l’invito del fratello, forse, senza troppo riflettere, ma liberamente, per giovare alla causa della di lui libertà. Egli invero non aspirava, come Gaglio Francesco e come Badalamenti Nunzio a far parte della banda; e neanche fu sospinto al delitto, come il Badalamenti o come il Pretti, da un fine di lucro; subì l’influsso dell’ambiente e la suggestione del fratello senza potervi reagire adeguatamente per la povertà dei poteri critici, di cui ha dato co­stante prova attraverso la sua condotta nel processo.

Si vedrà nella ulteriore disamina dei motivi d’impu­gnazione se sussista a favore del Pisciotta alcuna delle attenuanti invocate in questa sede e sotto quale aspetto, ma è certo che nei suoi confronti non ricorre l’esimente dello stato di necessità prevista dall’art. 54 cp.

71

Prima di passare all’esame delle censure mosse dall’imputato Sciortino Pasquale alla sentenza impugnata, la Corte ritiene opportuno occuparsi brevemente del gravame proposto da Corrao Remo per rilevare che esso è fondato e merita accoglimento.

Al Corrao si è accennato più volte nel corso della mo­tivazione che precede (v. n. 41; n. 47; n. 53, II, 6, a) e la Corte non dubita che egli esplicasse in seno alla banda una funzione di primo piano, soprattutto una funzione di collegamento fra il Giuliano e la “onorata” società che era alle sue spalle e che lo sosteneva quale strumento di conservazione di strutture sociali e di mentalità arretrate, che la evoluzione dei tempi andava lentamente trasformando.

Siffatta funzione del Corrao condurrebbe a sospettare che egli avesse avuto una parte rilevante nel delitto di Portella della Ginestra, ma si deve riconoscere che non vi è nulla nel processo che consenta di tradurre il so­spetto in una concreta realtà ove si eccettui l’ordine di radunata portato al Terranova nella contrada “Pernice” quando la strage fu decisa; della quale attività è cenno, soltanto nei motivi della sentenza di rinvio a giudizio, ma non nella contestazione dell’accusa contenuta nel di­spositivo, contestazione ormai cristallizzata, dopo la sentenza di primo grado per difetto di impugnazione da parte del pubblico ministero.

L’esame, adunque, è circoscritto al fatto di concorso materiale nella esecuzione della strage per avere, al fine di uccidere, esploso vari colpi di arma da fuoco sulla folla convenuta il 1° maggio 1947 a Portella della Ginestra, ponendo in pericolo la pubblica incolumità e cagionando la morte, nonché il ferimento di varie persone; ed è d’uopo ammettere che nessuna prova a tal fine si è raccolta, né della presenza di Corrao Remo a Cippi, né tra i gruppi in marcia, o tra i roccioni della “Pizzuta”, o lungo la via del ritorno, e che le pre­sunzioni sulle quali i primi giudici hanno basato la for­mula dubitativa non valgono a costituire neanche un indizio univoco e preciso.

L’astratta possibilità che, possedendo una jeep il Corrao aveva di restituirsi rapidamente a Monreale dopo la strage e di dedicarsi alla corsa dei cavalli, non consente invero di dedurne la probabilità che ciò sia avvenuto, tanto più che due automezzi cui hanno fatto riferi­mento i testi del gruppo Rumore (un’autovettura ed un autocarro) transitarono in direzione di S. Giuseppe Jato (v. n. 13), non di Monreale, e non risulta affatto che uno di essi fosse una jeep.

Neanche l’atteggiamento avuto dal Corrao di fronte al giudice istruttore, dopo la contestazione del reato di concorso nella strage, può assumersi a indizio di colpevolezza: egli negò tutto e, poiché, detenuto per, altri fatti, già aveva preso a simulare la pazzia, conti­nuò nella finzione e si sottoscrisse: “Beniamino raggio del sole”.

Si deve concludere che manca del tutto la prova che l’appellante abbia commesso il fatto attribuito e, conse­guentemente, in riforma della sentenza impugnata, va pronunziata l’assoluzione del medesimo per non aver commesso il fatto. In tal senso ha concluso anche il pubblico mini­stero.

72

Sciortino Pasquale, discendente per parte di madre da un facoltoso agricoltore di S. Giuseppe Jato (a suo dire – W/2, 163 r. – il nonno materno era proprietario di 65 ettari di terra coltivata a vigneto, di 150 bovini, di oltre 700 ovini, e versava in ottime condizioni economi­che), non è un bandito rozzo e volgare: gioVane dotato di ingegno versatile e di media cultura, ambizioso è privo di scrupoli (si qualificava ragioniere e non lo era – W/2, 156, 298, 299, 309 –), si avvicinò, come si è visto, al Giuliano durante i moti dell’EVIS (v. n. 4) e gli restò accanto anche dopo, nella lotta che il capo bandito proseguì pel conseguimento di quegli obiettivi politici attraverso i quali si riprometteva la soddisfazione delle proprie mire egoistiche (v. n. 9).

La sua personalità in un certo senso si distacca da quella degli altri imputati e l’azione svolta in seno alla banda appare immune da immediata avidità di lucro. Infatti non lo si coglie associato – almeno per quanto è dato de­sumere dagli atti – nei delitti di rapina e di sequestro di persona a scopo di estorsione consumati dalla banda; egli mira più lontano, fa leva sul mito che aleggia attor­no al capo bandito per realizzare l’interesse della propria parte e, sospinto dall’ardore della lotta e forse anche dal sentimento che gli ispira la donna che sarà sua moglie, punta al successo del Giuliano confidando che varrà ad affrancarne la condotta criminosa ed a consolidare la po­tenza e la popolarità.

Secondo il citato rapporto 7 marzo 1947 n.714 dell’Ispettorato generale di PS per la Sicilia, Sciortino Pasquale essenzialmente un mafioso ed il suo modo di essere nel presente dibattimento sembra darne piena conferma. Anche lui ha riposto la propria difesa nell’alterazione costante della verità e neppure il sacrario della famiglia ha rispettato per aggiungere all’alibi temporale un alibi morale, che parimenti si è dissolto alla luce della realtà che affiora da ogni parte nel processo.

E vano negare la partecipazione alla banda; ridurre al convegno di Ponte Sagana i suoi continui contatti col Giuliano; assumere di non aver conosciuto alcuno degli attuali imputati, salvo i fratelli Genovese per l’affida­mento delle pecore in gabella; sconfessare, siccome estorte con la violenza, le dichiarazioni rese alla polizia giudi­ziaria i 9 gennaio e il 5 febbraio 1946; e smentire, siccome non rispecchiati interamente la verità, anche le minime ammissioni fatte al magistrato militare il 25 marzo 1946 (v. n. 4).

È un fatto certo che lo Sciortino ebbe una parte rilevante nei moti dell EVIS e non soltanto quale animatore e quale propagandista del movimento, bensì quale consigliere e cooperatore diretto del Giuliano e quale partecipe della sua banda.

Mazzola Vito, precisando nelle sue dichiarazioni stragiudiziali del 4 novembre 1947 di aver stretto rapporti di intima amicizia con lo Sciortino durante i moti dell’EVIS, ha riferito che il Giuliano acquistò per lui in quel medesimo periodo un’automobile Fiat 1.100 (su di una 1100 Fiat invero viaggiava lo Sciortino il 16 gennaio 1946 quando fu tratto in arresto), onde potesse più rapidamente spostarsi da una località all’altra e più agevolmente sfuggire alle ricerche della polizia; inoltre ha detto di averlo riveduto dopo l’amnistia del giugno 1946 in compa­gnia del Giuliano nella zona di Monte Pellegrino dove entrambi, armati di mitra, si tenevano celati (Z/1, 127 – 130). E in tale sua narrazione il Mazzola è stato così circostanziato e preciso da non potersi dubitare della veridicità dei fatti asseriti.

Similmente Russo Angelo, accennando alla campagna del movimento separatista, ha detto nel suo interrogatorio stragiudiziale del 7 ottobre 1947 che in quel tempo” si affiliarono alla banda certo Ferrara Filippo ex sergente di marina, Iacona Giuseppe barbiere, Mazzola Vito e Sciortino Pasquale inteso “Pino” i quali divennero i pi accaniti sostenitori del separatismo” (Z/1, 106).

Genovese Giovanni ha dichiarato, a sua volta, al giudice istruttore il 29 gennaio 1949 che Sciortino Pasquale collaborava col Giuliano ed era entrato a far parte della banda per motivi politici, non per sequestri; “era un giovane – egli disse – intelligente e colto e fu il primo a dare lezioni al Giuliano di grammatica e di bello scrivere” (v. proc. pen. per banda armata Y/1, 854 e segg.).

Anche Genovese Giuseppe ha detto nel suo interrogatorio giudiziale del 12 febbraio 1949 che Sciortino Pasquale faceva parte della banda, precisando di averlo incontrato più volte nelle campagne del monteleprino insieme al Giuliano e ad altri banditi (v. proc. pen. per banda armata, E, 122 – 123).

Corrao Remo nelle sue dichiarazioni stragiudiziali del 30 settembre 1947 ha precisato che verso la metà del marzo dello stesso anno, appena dopo il sequestro del possidente di Giovanni Lorenzo (v. n. 41, I), recatosi per invito del Giuliano nell’ex feudo Cannavera, dove in un primo momento veniva custodito il sequestrato, notò che il capo bandito era in compagnia di Sciortino Pasquale, di Badalamenti Giuseppe e di Cucinella Giuseppe (Z/1, 87).

Infine Bonelli Luciano ha confermato giudizialmente dinanzi al Tribunale di Palermo, nel procedimento penale per banda armata, l’episodio della incetta della gelatina in quel di Licata, confessato dallo Sciortino nelle citate sue dichiarazioni stragiudiziali, ritrattato successiva­mente e tuttora smentito, dando la prova irrefutabile della veridicità delle prime dichiarazioni rese da costui.

Un complesso di elementi convergenti ed univoci, che si integrano e si riscontrano reciprocamente, legano adun­que lo Sciortino al Giuliano con un vincolo che non si scioglie dopo l’amnistia del 1946, ma permane e si consolida nell’affinità che deriva dal matrimonio con la Giuliano, nonché nella identità delle vedute e nella convergenza degli interessi che entrambi accomunano nella prosecuzio­ne della lotta.

Tale realtà è così evidente che per negarla lo Sciortino ha dovuto ricorrere a due macroscopiche menzogne che nean­che i suoi difensori hanno creduto di poter accogliere: l’una, che il matrimonio gli fu imposto dal Giuliano con la forza; l’altra, che liquidati i moti dell’EVIS, un contrasto ideologico si determinò tra di loro, sì da rendere impossibile ogni forma di collaborazione.

La versione dello Sciortino circa il suo matrimonio risulta priva di fondamento. È documentato dagli atti: che la richiesta delle pubblicazioni ecclesiastiche fu fatta al parroco della chiesa matrice di Montelepre da Sciortino Pasquale e da Giuliano Marianna personalmente il 28 marzo 1947; che nell’esame di rito, seguito subito dopo, lo Sciortino dichiarò al parroco di consentire al matrimonio liberamente senza costrizione alcuna diretta o indiretta di altra persona, ed assicurò, quantunque non fosse necessario, che i suoi genitori (cioè la madre essendo rimasto orfano del padre in tenerissima età) conoscevano la proposta di ma­trimonio e vi consentivano; che la richiesta di celebrare il matrimonio nella casa della sposa fu contemporanea o quasi, essendo stata inol­trata dal parroco alla Curia arcivescovile di Monreale il 31 marzo, e il permesso fu accordato il 1° aprile; che le pubblicazioni ecclesiastiche furono eseguite nella Chiesa Matrice di Montelepre il 30 marzo e il 6 aprile e nella Parrocchia di S. Cipirrello il 6 ed il 13 aprile, senza alcuna opposizione da parte di chichessia; che la richiesta delle pubblicazioni civili fu fatta all’Ufficiale di Stato Civile di Montelepre da Sciortino Pasquale e da Giuliano Marianna personalmente il 30 mar­zo 1947, come da atto pari data inserito a fol. 11 del re­gistro relativo, e atto di pubblicazione rimase simil­mente affisso dal 6 al 13 aprile all’Albo Pretorio dei Co­muni di Montelepre e di S. Cipirrello (1 W/2, 291 r. e 298 – 309); e tali circostanze escludono l’assunto giudiziale dello Sciortino, secondo cui nei primi di aprile il Giuliano, falsamente informato dalla sorella di pretesi rapporti intimi che sarebbero intercorsi tra loro, l’aveva fatto diffi­dare ad affrettare i tempi e il 18 dello stesso mese, rotti gli indugi, era andato egli stesso a prelevarlo in contra­da “Mortilla” per condurlo a Montelepre e costringerlo alle nozze. Assunto questo manifestamente mendace, poiché le pratiche matrimoniali erano già in corso dal 28 marzo ad iniziativa dello stesso Sciortino.

D’altra parte è provato che il Giuliano era contrario al matrimonio e ciò non si concilia con la tesi dello Sciortino. Secondo Mazzola Vito, parlando con la madre in sua presenza, egli manifestò apertamente la propria contrarietà a tali nozze (Z/1, 147); e Giuliano Marianna, confermando il 6 aprile 1954 dinanzi al Tribunale di Palermo, nel procedimento penale per banda armata, tale verità, spiegò anche la ragione del contrasto: “mio fratello Salvatore – ella disse – non voleva che si facesse il matrimonio perché la famiglia dello Sciortino non intendeva recarsi a casa mia a chiedere la mia mano , dato che mio fratello Salvatore era incorso nella sua “sventura”.

Gaglio Francesco di Damiano, cognato del capo bandito, ha chiarito nel presente dibattimento che Sciortino Pa­squale voleva sposare la Marianna e Salvatore non lo consentiva; poi infine sentì dire in famiglia che il matrimonio si sarebbe fatto (W/2, 257 r.).

La riluttanza della famiglia Sciortino dipendeva dal­l’atteggiamento del nonno materno, Miccichè Antonino, che, come ritenne la Corte di Assise di Bari con sentenza 17 marzo 1951 in procedimento penale contro Pileri ed altri (Z/4,432), disapprovava la condotta del nipote e ad un certo momento, sobillato da certa Poligrano con la quale conviveva more uxorio, trasse da tale condotta motivo per rompere i ponti anche con la figlia. Ma tosto che la rottura dei rapporti con la figlia e col nipote fu un fatto compiuto venne meno anche ogni difficoltà e il matrimonio fu celebrato, così come il Giuliano voleva, con l’intervento della madre dello sposo la quale, a dire del Gaglio, fu presente alla cerimonia nuziale in casa Giuliano.

La festosa atmosfera nella quale il matrimonio avvenne – il trattenimento si protrasse, secondo il Mannino, fino alle quattro del mattino (W/1, 129) – e la presenza a quel rito di molti componenti della banda confermano che l’iniziale dissenso del Giuliano traeva origine soltanto da una esigenza di costume e di prestigio, non da contrasti ideologici e meno ancora da un risentimento personale verso lo sposo.

Invero, se il capo bandito avesse realmente mosso allo Sciortino l’addebito, che questi assunse, di essere venuto mano volontariamente alla legge dell’omertà, nella migliore ipotesi non avrebbe dato il consenso al matrimonio, o, quanto meno, non vi sarebbe intervenuto: Mazzola Vito ebbe seriamente paura di essere soppresso quando, uscito dal carcere per amnistia seppe che era giunta voce al Giuliano che egli fosse stato liberato per aver dato promessa di fare la spia e si affrettò a smentire tale diceria ed a rassicurarlo della sua immutata fedeltà (Z/1, 129 – 130).

E non diversamente deve dirsi delle dedotte e non provate divergenze politiche, per altro smentite da una coerente e logica valutazione dei fatti.

La rivelazione di uno Sciortino Pasquale simpatizzante comunista – che nelle elezioni comunali dell’ottobre 1946 in S. Cipirrello viene proposto a capo della lista del Blocco del Popolo, che per consiglio del nonno rifiuta, che fa il nome del­l’omonimo zio Pasquale Sciortino e lo sostiene – deve avere sorpreso non poco anche i suoi difensori che in base alle risultanze del processo, consapevoli della sua fede politica decisamente anticomunista, hanno fonda­to sul movente politico la richiesta subordinata di atte­nuanti generiche contenuta nei motivi d impugnazione (v. n. 54, IV, 6).

L’imputato ha il diritto di difendersi anche con la menzogna, ma quando la mistificazione della verità giunge a tal punto essa acquista valore sintomatico e, in concorso di altri elementi, può assurgere a indizio di colpevolezza.

II. Come l’alibi morale, così non regge e si sfalda l’alibi temporale dedotto tanto in relazione ai fatti di Portella, che agli attentati contro le sedi delle sezioni dei partiti di sinistra.

Primo alibi. Al riguardo la Corte osserva che la valutazione coordinata delle risultanze istruttorie (v. n. 42, D) e di quelle dibattimentali pone in evidenza, attraverso le incoerenze e le contraddizioni che si colgono, il mendacio e l’artificiosità della proposizione.

Sulla insorgenza, sulla entità e sulla durata del preteso attacco di appendicite il contrasto è gravissimo.

Diversamente dalla sua deposizione scritta (v. n. 42, D, I), il dott. Salsedo dichiarò nel dibattimento di primo grado di aver visitato lo Sciortino, una volta sola, un giorno imprecisato tra la fine di aprile ed i primi di giugno 1947, di averlo trovato affetto da lieve appendici­te cronica riacutizzata e da nevrosi cardiaca, di avergli prescritto le cure del caso e di non averlo visitato più (V/6, 800 r).

Caruso Elisabetta e Candela Marianna, sentite nel presente dibattimento, hanno reso similmente deposizioni difformi da quelle scritte (v. n.42, D, III e V): una sola volta avevano visto lo Sciortino a letto, in preda a dolori, ed una sola iniezione (di canfora), dietro prescrizione medica, gli aveva praticato la Candela; non sapevano altro. Entrambe tuttavia hanno confermato che ciò erasi verificato … al terzo giorno dal matrimonio (cioè il 27 aprile), di mattina, tra le 9 e le 10, secondo la Candela (W/2, 250 – 251 e 252 e segg.). Parimenti di mattina, intorno alle 10, ­hanno collocato l’avvenimento Cerlito Crisafi Pasqualina e Di Paola Maria, sentite per la prima volta in questo dibattimento, e mentre l’una, la Cerlito, ha indicato il giorno nel 27 aprile (W/2, 268 r.), l’altra, ex domestica di casa Giuliano, ha detto che era il terzo o il quarto dopo il matrimonio, cioè il 27 o il 28 aprile (W/2, 278).

Una prima osservazione intanto può farsi ed è che quando l’alibi fu dedotto il problema di conciliare l’in­sorgenza della malattia con la consegna della lettera al Giuliano non esisteva ancora e la prova fu organizzata unicamente per escludere la partecipazione dello Sciortino ai fatti di Portella della Ginestra; a tal fine parve sufficiente dimostrare che questi fu malato e stette a letto “dai giorni successivi al matrimonio (si noti la prudenziale indeterminatezza della proposizione) al 13 – 14 maggio” e i testi escussi in istruttoria furono tutti pronti ad attestarlo. Tuttavia nel dibattimento, venuta meno quella situazione ineluttabile che li aveva costretti a mentire, essi hanno ristabilito, entro certi limiti, chi più e chi meno, la verità, ma è interessante notare che quasi tutti hanno mantenuto il primo assunto circa la data d’insorgenza della colica ed anche quelli che hanno depo­sto in questa sede per la prima volta si sono espressi in modo conforme.­

Il problema di conciliare il fatto affermato dal Geno­vese con l’asserita colica dello Sciortino si presentò drammaticamente in primo grado e Lombardo Maria, cui fu posto, lo risolse smentendo parzialmente Il Genovese ed accorciando la durata della malattia: “dopo alcuni giorni (dal matrimonio) – ella disse – mio genero ebbe un attacco di appendicite per cui restò a letto circa otto giorni.

Fu dopo la guarigione di mio genero che io mandai la lettera, certamente dopo il 1° maggio l947, giorno nel quale egli era ammalato ed a letto (V/5, 642 e 644). E la stessa versione mantenne nella deposizione resa nel corso della inchiesta giudiziaria contro i pretesi man­danti precisando che il genero portò la lettera al cogna­to circa sei giorni dopo il 1° maggio”, cioè il 6 od il 7 maggio.

Senonché cotesta disinvolta soluzione, respinta dalla sentenza impugnata, non parve accettabile neanche ai difensori dello Sciortino i quali nei motivi di appello hanno scritto: “…..nessuno contesta che Sciortino abbia portato la lettera il 27 o il 28 aprile, ma nessuno pari­menti può contestare allo Sciortino di essersi ammalato subito dopo avere portato la lettera”.

Ma la contestazione è venuta proprio dallo Sciortino che con una disinvoltura ancora più grande, ponendosi contro tutte le risultanze sino allora acquisite, ha modificato la proposizione dell’alibi: non la mattina, ma nelle ore pomeridiane del 28 aprile gli era insorta la colica appendicolare; il 30 aprile aveva avuto una grave recidiva; era rimasto a letto fino al 3 o al 4 maggio; aveva portato la lettera al cognato il 4 od il 5 maggio.

In tal modo egli ha smentito i testimoni; ha smentito la moglie che, nel memoriale pubblicato sul n.55 della rivista “Epoca”, in data 17 ottobre 1951, e confermato giudizialmente, aveva parlato di un attacco di appendici­te insorto il 29 aprile 1947; ed ha smentito anche sé stesso là dove, nell’interrogatorio del 21 aprile 1953 raccolto dall’autorità giudiziaria di Palermo, aveva detto: “ero ancora convalescente quando il 1° maggio 1947 si sparse per Montelepre la notizia della sparato­ria avvenuta a Portella della Ginestra” (v. atti inch. giud. c. i mandanti, 432 e segg.), dappoiché non avrebbe potuto essere ancora convalescente il primo maggio se il giorno precedente avesse avuto una recidiva della colica appendicolare tanto allarmante da indurlo a chiamare la madre o la sorella.

Una seconda osservazione s’impone a questo punto ed è che nessuno prima di lui aveva parlato della pretesa reci­diva del 30 aprile, nonostante che ad una ricaduta si fosse fatto cenno, per giustificare il preteso decorso della malattia, fin dalla prima enunciazione dell’alibi; e che i suoi familiari, i quali l’hanno fatto assistere e difendere strenuamente anche in primo grado, non avessero pensato a dedurre una siffatta circostanza e a darne la prova è talmente strano da consigliare la più attenta cautela nella valutazione delle testimonianze cui ora la prova stessa è affidata.

Tutti i testi escussi a questo fine – legati allo Sciortino, o ai familiari di lui, o a quelli della moglie da vincoli di parentela, di affinità, di amicizia, di solidarietà – hanno ammesso la pretesa recidiva del 30 aprile e la conseguente degenza a letto il 1° maggio: Gaglio Francesco, cognato di Giuliano Marianna, avver­tito verso le ore 9 del mattino, mentre lavorava in campagna, del nuovo attacco appendicolare avuto dallo Sciortino, e del desiderio della suocera che si recasse a S. Cipirrello ad informarne i familiari dello stesso, tornò in paese, vide l’ammalato a letto e mosse verso le 16 in bicicletta per S. Cipirrello, dove notiziò la sorella di lui dellaccaduto e del desiderio dal medesi­mo manifestato di rivederla; Sciortino Santa in Scamarda, sorella dell’imputato, informata dal Gaglio la tarda sera del 30 aprile (la madre ed il marito si trovavano a Palermo), nella impossibilità di reperire subito un automezzo, partì l’indomani mattina all’alba in calesse accompagnata da Cangelosi Vincenza e dal fratello di costei, Cangelosi Francesco, che guida­va il cavallo; giunse a Montelepre verso le ore 7,30: il fratello Pasquale era a letto, sconvolto, gli occhi affossati, in preda a dolori che, secondo questi le disse, il giorno precedente erano stati assai più forti; assisté alla visita praticata dal medico il quale precisò che trattavasi di appendicite, rimase accanto al fratello tutto il giorno e ripartì per S. Cipirrello a tarda sera quando le luci dell’abitato erano già accese; Cangelosi Vincenza, accompagnò la signora Scamarda, vide il di lei fratello Pasquale Sciortino che si lamen­tava di forti dolori da appendicite e seppe che questi aveva avuto due o tre giorni addietro un primo attacco, il quale si era ripetuto il giorno precedente; mentre si tratteneva in casa Giuliano era venuto il medico che, a dire della signora Scamarda, aveva diagnosticato trat­tarsi di un forte dolore all’appendice ed aveva prescritto applicazioni di ghiaccio; Cangelosi Francesco, bracciante agricolo alle dipendenze allora degli Scamarda, fu richiesto la sera del 30 aprile 1947 dalla signora Scamarda di cercarle subito un automezzo e, non essendo stato questo reperito, di accompagnarla l’indomani mattina a Montelepre: ella piangeva avendo appreso, come disse, che il fratello stava morendo, accettò, benché avesse già deciso di andare l’indomani con la sorel­la alla festa di Portella della Ginestra; partirono alle 4,30 e giunsero a Montelepre tra le 7,30 e le 8; vide lo Sciortino a letto che si lamentava di un forte dolore al fianco, ripartirono nel pomeriggio con lo stesso mezzo e giunsero a S. Cipirrello prima che l’aria si scu­risse; Cerlito Crisafi Pasqualina, vicina di casa dei Giuliano, si recò quotidianamente dopo il primo attacco a chiedere notizie dello Sciortino e ora l’uno, ora l’altro dei fa­miliari le dicevano che continuava a star male; dopo un miglioramento questi ebbe un più forte attacco durante il quale invocava la sorella e la madre; la mattina dopo che l’accompagnava, esse rimasero tutto il giorno in casa Giuliano e ripartirono verso l’imbrunire; il giorno successivo vide il medico del paese in casa Giuliano mentre visitava lo Sciortino; infine Di Paola Maria, a quel tempo domestica dei Giuliano fu presente quando lo Sciortino ebbe il primo attacco; chiamò il medico che disse trattarsi di un dolore da appendicite e prescrisse ghiaccio e diverse iniezioni vide il medico tornare un paio di volte e vide la Candela praticare le iniezioni per più giorni consecutivi; due o tre giorni dopo lo Sciortino ebbe un secondo attacco più intenso; piangeva e diceva che prima di morire voleva ri­vedere i suoi; fu così che Giuseppina Giuliano mandò il proprio marito a S. Cipirrello e l’indomani giunse la sorella accompagnata da una signorina.

Ma la piatta uniformità di tali dichiarazioni genera il sospetto della preordinazione della prova più di quanto forse non valgano certe illuminazioni improvvise a disvelare il mendacio delle dichiarazioni stesse, così come quando: Gaglio Francesco dice che, recatosi la sera del 1° maggio verso le ore 20 in casa della suocera, vi trovò anche “la mamma e la sorella dello Sciortino che restarono a Montelepre ad assistere il loro congiunto e vi si fermarono due o te giorni” (W/2, 258), immaginando che ­questo senza dubbio sarebbe avvenuto se il loro congiunto fosse stato colto da una colica appendicolare di tanta gravità; Cangelosi Francesco imprudentemente afferma, in pieno contrasto con i detti di Sciortino Santa e di Cerlito Crisafi Pasqualina, di aver fatto ritorno a S. Cipirrello avanti l’imbrunire muovendo di primo pomeriggio da Monte­lepre; e Cerlito Crisafi Pasqualina a sua volta dichiara di aver dato lei il consiglio di chiamare i familiari dello Sciortino anche per sapere se di attacchi simili questi avesse sofferto pure in passato.

Tali testimonianze non sono attendibili e la loro falsità si manifesta irrefutabilmente tosto che si consi­deri la resipiscenza dei testi Salsedo, Candela e Caruso e l’insanabile contrasto con i detti di costoro.

Una terza osservazione è d’uopo fare ancora – ammesso che lo Sciortino abbia avuto la mattina del 28 aprile una manifestazione morbosa – ed è che non esiste alcuna certezza intorno alla esatta diagnosi di essa.

L’imputato, descrivendo la sintomatologia dell’asse­rito disturbo: dolore vivo nella parte destra del basso ventre, nausea; conati di vomito, ha descritto indubbia­mente l’insorgenza di una colica appendicolare; ma egli ha parlato anche di “sudorazione fredda” e non ha ricor­dato l’elevazione della temperatura, il che – posto che abbia detto la verità – potrebbe far sospettare di un fenomeno di natura diversa..

D’altra parte la diagnosi di “appendicite acuta” e­spressa dal dott. Salsedo nella deposizione scritta – di cui egli stesso riconobbe implicitamente la falsità non sembra conciliabile con l’altra più attenuata, di “lieve appendicite cronica riacutizzata”, fatta nella deposizione orale, affezione questa che, secondo si dice, presupporrebbe sempre processi di guarigione ritardati e recidivanti, mentre lo Sciortino, per sua ammissione, non aveva avuto mai in passato disturbi appendicolari (W/2, 177 r).

Comunque, se alla base della tesi difensiva v’è, come è probabile, un minimo di verità, da cui l’idea dell’alibi è scaturita e sul quale s’innesta l’artificio se lo Sciortino ebbe realmente una colica che destò qualche apprensione nella moglie e nella suocera sì da chiamare il medico; sia stata poi una colica appen­dicolare, come ritenne il dott. Salsedo, oppure una colica gastrica come parve alla Di Paola che suggerì una decozione di camomilla (W/2, 279 r), non ha importan­za; è certo che si trattò di una forma assai lieve che si risolse in poche ore e non richiese ulteriore assi­stenza medica, poiché il dott. Salsedo non fu più chiama­to e non tornò a rivedere lo Sciortino.

La Corte condivide l’opinione espressa dai difensori dell’imputato nei motivi d’impugnazione circa il recapito della nota lettera e ritiene, per le considerazioni più sopra svolte, che ciò sia avvenuto non oltre il 27 aprile, prima cioè del fenomeno morboso allegato dallo Sciortino; ma non dubita neanche che questo ove pur non debba re­legarsi del tutto nel regno della fantasia, sia stato di lieve entità e di brevissima durata, tale da non costituire ostacolo all’esercizio dell’attività crimi­nosa che all’imputato viene attribuita.

Secondo alibi. Ha sostenuto lo Sciortino, per smen­tire la chiamata in correità fatta dal Di Lorenzo e per escludere la possibilità materiale della sua partecipa­zione agli attentati contro le sedi delle sezioni dei partiti di estrema sinistra, che dal 20 giugno 1947 sino alla fine di luglio, egli era stato a Terrasini, nella casa di tal Cracchiolo Antonio tolta in fitto per trascorrervi l’estate con la famiglia; doveva esservi raggiunto dalla moglie, senonché costei era stata fermata dalla polizia e quando, venticinque giorni dopo, fu rila­sciata aveva preferito restituirsi a Montelepre; per cui egli aveva abitato da solo l’alloggio, salvo i primi quattro giorni nei quali l’aveva diviso con tal Scalia Giuseppe, cognato del Cracchiolo (W/2, 165 r., 188 r.); aveva lasciato Montelepre il 17 o il 18 giugno recandosi a Palermo e non vi era tornato più (W/2, 190 r.).

Ma anche qui i testi Cracchiolo e Scalia, indotti per sorreggere l’alibi, sono caduti in tali difformità ed hanno mostrato nel deporre così poca sicurezza da generare nella Corte la convinzione che essi siano stati tutt’altro che sinceri.

Il Cracchiolo ha detto di aver conosciuto lo Sciortino verso la metà del giugno 1947 in Terrasini, dove gli fu presentato dallo Scalia, e di avergli locato e consegna­to seduta stante, su proposta di costui, il proprio appar­tamento di cui in quel periodo non usufruiva vivendo con la famiglia a Grisì; tre o quattro giorni dopo, precisa­mente verso il 18 dello stesso mese, avendo trasportato un carico di fieno a Terrasini, aveva notato che la sua casa era aperta e qualcuno – non sapeva dire chi l’aveva notiziato che di già vi abitava lo Sciortino (W/2, 282 – 283).

A sua volta il cognato Scalia, nativo di S. Cipirrello ed ex compagno di scuola dello Sciortino, ha dichiarato che la presentazione di costui al cognato e la locazione dell’appartamento avvennero il giorno 19 giugno 1947 ed ha chiarito di poterlo affermare esattamente perché quel­l’anno aveva fruito della sua licenza a Terrasini, dal 19 al 24 giugno, coabitando con lo Sciortino (W/2, 286).

Il disaccordo è completo, ma la causa risale all’impu­tato il quale, dimenticando che, secondo l’istanza difen­siva del 16 febbraio 1956 con la quale il secondo alibi fu proposto, egli era stato a Terrasini ed aveva occupato la casa del Cracchiolo “dalla metà di giugno 1947 alla fine di luglio”, ha creduto bene di fissare l’occupazione della casa al 20 giugno per rendere l’alibi più operante rispetto alla riunione di “Belvedere o Testa di Corsa”.

Neanche lo Scalia si è uniformato alla posizione: avrebbe dovuto confermare la medesima circostanza affida­ta alla deposizione del Cracchiolo ed aggiungere di essere rimasto “in casa dello Sciortino, in Terrasini, dal 21 al 24 giugno”; si è avvicinato invece alla versione del­l’imputato unificando i due tempi al 19 giugno.

È ovvio che nessuno di costoro ha detto la verità e dalle loro affermazioni non può trarsi alcuna prova.

III. Rilevata l’appartenenza dello Sciortino alla banda – appartenenza del resto dichiarata dal Tribunale di Palermo con la citata sentenza del 13 maggio 1954, confermata in appello, gravata di ricorso dall’imputato – e controllata l’artificiosità degli alibi, la Corte osserva che gravi e concordanti elementi di prova legano lo Sciortino stesso, quale concorrente primario, alle azioni criminose attribuitegli.

In relazione all’episodio di Portella della Ginestra giova ricordare innanzi tutto che nell’interrogatorio giudiziale del 29 gennaio 1949 Genovese Giovanni, rispondendo al giudice istruttore ch’egli non aveva chiesto al Giuliano chi avesse spronato lui ed il cognato ad organizzare la strage (v. n. 45, II, C), chiaramente accomunò lo Sciortino al capo della banda e lo pose sullo stesso piano con un’accusa consapevole e precisa, vanamente ritrattata. Accusa che non poteva trarre motivo solo dal fatto di essere stato latore e di avere condiviso col Giuliano il segreto di quella misteriosa lettera che pre­cedette la decisione e l’organizzazione del delitto con tale immediatezza da parerne il segnale; ma che affondava certamente le sue radici nella realtà dei rapporti esi­stenti tra loro, nella comunanza delle idee, nella con­vergenza degli interessi costituenti il sottofondo di quell’azione, nonché nell’attività concretamente svolta per realizzarla; circostanze tutte che il Genovese era in grado di sapere e che trovano riscontro in altri elementi del processo.

Lo Sciortino, acceso separatista, rimase accanito anti­comunista; e tutto conduce a ritenere che, già animatore e propagandista dell’EVIS, non sia stato estraneo a quella propaganda, concepita in funzione di una così detta “crociata antibolscevica” con cui stranamente si pensò di accendere gli animi e suscitare consensi a cri­mini sanguinosi e nefandi (v. n. 17 e n. 24).

Il giorno che precedette la riunione di “Pizzo Saraceno” – probabilmente il 27 aprile, dopo la consegna della lettera al cognato – egli fu veduto in contrada “Fontanazze” da Mazzola Vito in possesso di un voluminoso fascio di carte ch’erano, a suo dire, stampati di propaganda anticomunista (v. n. 41, II, A, c); e la circostanza è credibile sia perché, pur con qualche modifica, fu ripetuta nel primo interrogatorio giudiziale (v. n. 41, II, B), sia perché realmente manifestini a stampa furono poi dif­fusi in occasione degli attentati del 22 – 23 giugno 1947; mentre non è attendibile la ritrattazione, che si palesa un mezzo di ripiego, (v. n. 48, B, VIII) dappoichè è ovvio che, parlando dei fatti di Portella, il Mazzola non aveva motivo di richiamare un episodio dei fatti dell’EVIS.

Inoltre non può lasciarsi in ombra l’accusa mossa da Pisciotta Gaspare e da Terranova Antonino “Cacaova” nel dibattimento di primo grado quando elevarono da undici a quindici il numero dei ­partecipanti. La Corte ha portato il suo esame sui fattori psicologici di cotesto comportamento processuale (v. n. 51, B); ha valutato, nel considerare la posizione dei fratelli Genovese, l’attendibi­lità delle dichiarazioni accusatorie suddette (v. n. 67, I); ed ora osserva che non vi è ragione per dubitare che nei confronti del­lo Sciortino il Pisciotta ed il Terranova abbiano mentito. Invero ciò si manifesta chiaramen­te ove si pensi che nel presente dibattimento Terranova Antonino “Cacao­va”, volendo ritrattare l’accusa facendola risalire alla malafede di Pisciotta Gaspare, non ha saputo trovare migliore argomento per smentirla che quello di aver saputo, nel corso di un colloquio con sua moglie nelle carceri di Palermo, che, secondo si diceva a Montelepre, lo Sciortino era ammalato al tempo dei fatti di Portella: non una parola sulla causale del preteso mendacio, concernenti: l’una, la irritualità della prova affidata al riconoscimento fotografico; l’altra, l’insufficiente identificazione dell’imputato nella persona indicata per Sciortino Pasquale dai menzionati “picciotti” e da Di Lorenzo Giuseppe, stante la possibilità, a causa della con­fusione da essi fatta tra “Pino” e “Pinuzzo”, che sia stato scambiato col cugino Sciortino Giuseppe appartenen­te alla squadra Terranova. La Corte osserva che né l’una, né l’altra sono fondate.

Il riconoscimento mediante esibizione di fotografia, sia che la esibizione venga fatta dalla polizia giudiziaria­ oppure dal giudice, non è mai una ricognizione in senso formale, presupponendo questa la presenza fisica della persona o della cosa da riconoscere, ed è per sua natura sottratto alla disciplina stabilita dal codice di rito (art. 225 e 360 e segg.) per gli atti di ricognizione.

Cosicché l’eccezione di irritualità del riconoscimento fotografico e conseguentemente di nullità dell’atto rela­tivo, per inosservanza delle norme citate è priva di base in quanto le norme stesse non dovevano e non potevano essere applicate.

Ciò però non significa che un siffatto riconoscimento sia vietato dalla legge e non possa il giudice valersene per formare il proprio convincimento; esso costituisce un semplice accertamento di fatto (Cass. pen. II, 8.5.54 n. 1452; G. Completa Cass. Pen. 1954, sent. n. 1741), ma pur sempre suscettibile di valutazione, vale a dire un indizio idoneo, nel concorso di altri elementi di riscontro e di controllo, ad assurgere a valore e a dignità di prova.

Invero è giurisprudenza costante della suprema Corte di cassazione che “l’identificazione dell’autore di un reato può essere stabilita dal giudice con ogni mezzo le­gittimo, anche al di fuori di un formale atto, di ricognizione” (Cass. pen. III, 23.4.53 – Giust. Pen. 1953, p. III, col. 462); è legittimo e senza dubbio in un sistema processuale che non contempla prove legali, il riconoscimento­ a mezzo di fotografia.

Ad escludere la prospettata ipotesi di una erronea identificazione fotografica, dipendente da suggestione o da altro motivo, e a dimostrare la irrilevanza di alcune inesattezze nelle quali taluni dei “picciotti” sono incorsi nella indicazione del soggetto basterebbero le chiamate in correità provenienti da Gaglio “Reversino” e da Di Lorenzo Giuseppe i quali, ben conoscendo l’imputato – l’uno per aver fatto da testimone alla richiesta delle pubblicazioni civili del matrimonio e alla cele­brazione del matrimonio stesso, l’altro per rapporti avu­ti precedentemente (erano stati detenuti insieme nelle carceri di Palermo a causa dei moti dell’EVIS, (R, 41) come pure per avere partecipato alla festa nuziale – non avevano bisogno di vederne la fotografia per identificarlo, né potevano scambiarlo per il cugino Sciortino Giuseppe. Ma altri elementi concorrono a dare piena tranquillità sulla certezza della identificazione.

Tinervia Francesco descrisse Sciortino Pasquale quasi fedelmente, ponendo in evidenza una nota segnaletica parti­colare, quale i “capelli castani e leggermente ondulati” (v. n. 29, I, b), nota che confermò al giudice istruttore con l’accenno ai “capelli ricci” (E, 92), e dando risalto ad una circostanza essenziale, quella che in contrada Cippi esso si teneva sempre accanto al Giuliano che gli parlava con confidenza e con affabilità.

Tinervia Giuseppe lo descrisse, è vero, ai carabinieri come dai “capelli neri ed ondulati” (v. n. 29, IV, b) e non ripeté la descrizione al giudice istruttore; ma si trattò di una evidente inesattezza di ricordo circa il colore dei capelli poiché egli precisò che lo chiamavano “Pino” e parlò contemporaneamente della presenza di un altro giovane che chiamavano “Pinuzzo”, riconoscendoli senza equivoco entrambi nelle rispettive fotografie. Nell’interrogatorio giudiziale invece parve fare confusione tra Pino e Pinuzzo: “nella fotografia della carta d’identità n. 591 del comune di S. Cipirrello – egli disse – intestata a Sciortino Giuseppe di Emanuele, che la SV mi esibisce, riconosco perfettamente il giovane chia­mato “Pino” che pervenne ai Cippi dalla parte di S. Giu­seppe Jato; nella fotografia di un giovane con pastrano accanto a Giuliano Marianna, a me ben nota, (cioè in quella di Sciortino Pasquale) riconosco quell’altro giovane venuto dalla parte di S.Giuseppe Jato che Giuliano chia­mava “Pinuzzo” (E, 114).

Tuttavia l’identificazione è ugualmente esatta. Terranova Antonino di Salvatore similmente incorse nella stessa inesattezza segnaletica (v. n. 29, III, b), ma riconobbe Sciortino Pasquale nella fotografia, precisò che lo chiama­vano “Pino” e pose in risalto anche lui la circostanza che “stava sempre vicino al Giuliano”.

Buffa Antonino rese al riguardo dichiarazioni coerenti ed ineccepibili (v. n. 30, II, b): parlò della presenza di entrambi dando esatte indicazioni dell’uno e dell’altro, siccome avute dal Candela; ripeté anche al giudice istruttore di aver notato che a Cippi Sciortino Pasquale si teneva in compagnia del Giuliano (E, 127); lo riconobbe senza tema di errore nella fotografia, mentre restò incerto sulla identificazione fotografica di Sciortino Giuseppe, il che dà la misura della serietà e della obiettività della indagine.

Russo Giovanni mostrò di conoscere Sciortino Pasquale: lo indicò per nome, chiamandolo anche lui “Pinuzzo” Sciortino da S Cipirrello, cognato di Giuliano Salvatore, di tal che i verbalizzanti ritennero superfluo procedere al riconoscimento foto­grafico; indicò anche l’altro come “uno sconosciuto di 28 anni circa da S. Giuseppe o da S. Cipirrello” e lo identificò nella fotografia di Sciortino Giuseppe (v. n. 31).

Cristiano Giuseppe, infine, asserì soltanto di aver veduto a Cippi pure dei “forestieri (cioè non di Montelepre) di giovane età”; ed è interessante ricordare (v. n. 32, III, h) che, invitato ad osservare le fotografie, mentre non fu in grado di identificare Sciortino Pasquale, ravvisò nella fotografia di Sciortino Giuseppe le sembianze di un giovane forestiero, veduto a Cippi e tra i roccioni della “Pizzuta”, che uno dei compagni aveva chiamato “Pino”.

Ora, nel presente dibattimento, Terranova “Cacaova” ha chiarito che Sciortino Giuseppe veniva solitamente chiamato tanto “Pino” quanto “Pinuzzo”; ed ha precisato pure che, ai tempi dell’EVIS, Sciortino Pasquale era conosciuto come “Pino Sciortino” (W/1, 96 r), senza tuttavia escludere che più familiarmente fosse chiamato anche “Pinuzzo”; ed in tal modo difatti l’ha chiamato Di Lorenzo Giuseppe allorché il 21 ottobre 1947, confer­mando la sua ritrattazione, testualmente disse: “nulla so della riunione di Testa di Corsa e del discorso che vi avrebbe tenuto Sciortino Pasquale inteso Pinuzzo” (F, 21).

La confusione adunque tra “Pino” e “Pinuzzo” è soltanto apparente dato che ambedue gli Sciortino venivano chiamati nell’un modo o nell’altro: e l’erroneo ricordo del colore dei capelli avuto sia da Tinervia Giuseppe da Terranova Antonino di Salvatore non vale a scuotere l’attendibilità del riconoscimento poiché l’esattezza della identifica­zione è avvalorata dal tratto familiare ed affabile che il Giuliano aveva verso colui che essi hanno ravvisato nella fotografia di Sciortino Pasquale.

La disamina che precede dimostra senza ombra di dubbio che a Cippi ed a Portella andarono entrambi; il che, mentre per un verso elimina in radice la possibilità del suppo­sto scambio di persona, toglie per l’altro validità all’argomento di natura psicologica e morale di cui l’appellante si è fatto scudo per censurare la sentenza e negare la propria colpevolezza: la sicura partecipazione alla festa del lavoro in Portella della Ginestra dello zio Pasquale Sciortino, sindaco comunista di S. Cipirrello, e la conseguente impossibilità di sparare su quella gente.

Invero la Corte osserva che se il timore di uccidere o di ferire lo zio non fu operante per Sciortino Giuseppe, semplice gregario ed esecutore di ordini, meno ancora poteva esserlo per Sciortino Pasquale che quel delitto era concorso ad organizzare nella cieca furia di una passione di parte; la quale si rispecchia ancor più di­rettamente nelle parole pronunziate nella riunione di “Belvedere o Testa di Corsa” dove, in sostituzione del capo della banda, riaffermò la necessità di continuare la lotta da questi intrapresa contro i comunisti fino a farli scomparire dalla Sicilia.

È impossibile negare veridicità alla confessione del Di Lorenzo tanto le parole dallo stesso riferite, siccome dette dallo Sciortino, aderiscono alla personalità di questo imputato, indicative come sono di un metodo di lotta che, per concezione, si riannoda al disegno operativo che fu proprio dei moti dell’EVIS; e come allora si dette inizio alla guerriglia nell’intento di suscitare la sollevazione dell’Isola, cosi ora a “Belvedere o Testa di Corsa” si annunzia che è in programma la distruzione di tutte le sedi del Partito comunista esistenti nella zona d’influenza della banda per incitare gli avversari del comunismo a fare altrettanto, nelle altre province (v. n. 27).

Rettamente i primi giudici hanno ricondotto anche tali attentati alla decisione del Giuliano: dopo la rappresaglia di Borgetto, lungo la via del ritorno a Montelepre, Cucinella Giuseppe spiegò a Sapienza Vincenzo, che così­ avevano agito perché tali erano gli ordini impartiti dal Giuliano (L, 81), la qual cosa il Pretti, che pure ­partecipò all’azione, aveva subito intuito; Terranova “Cacaova” affermò più volte in primo grado lo stesso concetto (R, 92; V/2, 208); e del resto basterebbero ­a dimostrarlo i manifestini a stampa rinvenuti dopo gli attentati tanto a Partinico, quanto a Carini (v. n.24), manifestini che il predetto Terranova ammise di aver visti, insieme ad altri che non furono lanciati, nelle mani del Giuliano (V/2, 208). Ma portavoce, a “Belvedere o Testa di Corsa”, della decisione del capo della banda fu lo Sciortino che la manifestò ai convenuti, così come egli stesso pensava e sentiva, di poi concorse ad attuarla nell’azione compiuta a S. Giuseppe Jato.

Le chiamate di correo provenienti da Di Lorenzo Giuseppe e da Musso Gioacchino, considerate nel quadro delle altre risultanze, offrono la prova convincente e sicura della partecipazione dello Sciortino a tali fatti.

Riservando per coordinazione logica al momento opportuno l’esame degli altri motivi di gravame, può rilevarsi intanto che pienamente fondata si palesa la doglianza che concerne l’assoluzione per insufficienza di prove dal reato di tentato omicidio in persona di Rizzo Benedetta di cui alla lett. N delle imputazioni (v. n. 54, IV, 2).

Alla stregua di quanto, in merito a tale reato, si è avuto occasione di esporre in altra parte della presente sentenza è chiaro che, se pure non vi sia la prova che, nell’allontanarsi con i suoi correi da S. Giuseppe Jato, lo Sciortino non abbia sparato alcuno dei colpi di mitra che in quella circostanza furono esplosi, nessuna prova del pari esiste, all’infuori di una vaga presunzione, che anche lui abbia sparato e che con qualche probabilità uno dei suoi colpi possa aver raggiunto la Rizzo.

In tale situazione, su conforme richiesta del PM, appare giusto alla Corte, in riforma della sentenza impugnata, mandare assolto lo Sciortino dalla imputazione suddetta per non aver commesso il fatto.

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A. L’impugnazione di Candela Vita è fondata solo parzialmente. Valutando gli elementi di prova emersi a carico della stessa, correttamente i primi giudici hanno in punto di fatto affermato che qualche giorno prima della strage di Portella ella aveva ospitato per alcune ore nella propria abitazione, unitamente al fratello Candela Rosaro, i la­titanti Terranova Antonino fu Giuseppe e Pisciotta Fran­cesco (v. n. 53, II, 11).

Il fatto è inoppugnabile: la stessa Candela, pur assu­mendo di ignorarlo, non ha escluso che potesse essersi verificato a sua insaputa in uno dei giorni della fine di aprile 1947, che dapprima non precisò (v. n. 33) e di poi indicò nel 27 aprile (v. n. 41, III); ma la realtà è, come risulta dalle dichiarazioni di Buffa Antonino e di Pisciotta Vincenzo, che il fatto avvenne la sera del 29 aprile e che la Candela era in casa quando costoro vi furono chia­mati, tanto che il fratello la fece allontanare per poter parlare con loro liberamente.

Senonché, la Corte deve rilevare che nel semplice fatto di aver dato breve ricetto in casa sua a Terranova Antonino, a Pisciotta Francesco ed a Cucinella Giuseppe dappoiché anche questi intervenne a quella riunione – non si realizza il delitto di favoreggiamento personale. Costoro erano ricercati dalla polizia giudiziaria sotto un duplice profilo: per la loro appartenenza alla banda armata costituita dal Giuliano e per i singoli delitti commessi in attuazione del programma criminoso della banda; e, mentre in relazione al primo non può aversi favoreggiamento, stante la permanenza del delitto di associazione o di banda allorché ai medesimi fu dato ricetto, tale reato potrebbe aversi in relazione a secondo sempre che l’ospitalità fosse stata loro concessa per aiutarli ad eludere le investigazioni dell’Autorità oppure a sottrarsi alle ricerche della medesima.

Ciò infatti i primi giudici hanno supposto, ritenendo che, nel darsi convegno in quella casa, essi ebbero in animo di sottrarsi alle ricerche dell’Autorità durante la permanenza nell’abitato, ma è una supposizione che contrasta con le risultanze del processo le quali danno evidenza ad un fatto certo, di cui già si è detto (v. n. 60), al fatto cioè che i banditi monteleprini riusciva­no a vivere quasi permanentemente intorno a Montelepre, ad introdursi nelle loro case, ad aggirarsi persino temerariamente in certe ore per l’abitato, nonostante l’azione rigorosa e continua da parte delle forze di polizia per arrestarli.

La ragione per cui essi si portarono in casa della Candela è nota ed è certo che non avevano bisogno di quel ricetto per sottrarsi alle ricerche dell’Autorità durante la permanenza nell’abitato, poiché appena pochi giorni prima si erano riuniti in casa Giuliano e, secondo si è appreso da Russo Giovanni, inteso “Marano”, in quel medesimo torno di tempo si dettero convegno anche in casa del Terranova; d’altra parte in tale situazione, è per lo meno assai dubbio che la Candela, ospitandoli, avesse la scienza di prestare loro l’aiuto di cui si tratta.

Il reato di favoreggiamento, pertanto, non sussiste; ma ciò non significa che il fatto della Candela non co­stituisca reato. Il dare ricetto sia pure per breve tempo a taluno dei componenti di un’associazione per delin­quere, fuori dei casi, come è nella specie, di concorso nel reato di associazione o di favoreggiamento, configura l’ipotesi delittuosa di assistenza agli associati prevista e punita dall’art. 418 cp.

In tali sensi va giuridicamente definito il fatto a­scritto all’appellante in titolo di favoreggiamento perso­nale; e, poiché il reato è compreso nel generale beneficio di cui all’art. 1 del DP l9 dicembre 1953 n. 922 e non ricorrono cause di esclusione, in riforma della sentenza impugnata, va dichiarato di non doversi procedere contro Candela Vita per estinzione del reato a causa di amnistia.

B. Non è fondata invece e va respinta l’impugnazione di Cucchiara Pietro.

La falsità testimoniale del medesimo posta in essere con tanta risoluta ostinazione (v. n. 19) non consente dubbi sulla sussistenza del dolo il quale consiste nella consapevole volontà di affermare il falso.

Il comportamento mendace del Cucchiara fu manifestamente motivato dal timore, del tutto infondato, di essere coinvolto nella responsabilità che si attribuiva al Troia avendo partecipato alla riunione tenutasi a Kaggio il 28 aprile 1947 (Kaggio o Caggio era uno dei luoghi battuti dalla banda Giuliano, v. n. 3); ma cotesto stato soggettivo, mentre non realizza alcuna delle esimente previste dalla legge (art. 54, art.3 84 c.p.), non vale ad escludere neanche la volontarietà dell’azione. Esso è un indice tuttavia della gravità della tensione degli animi che dovette rivelarsi in quella riunione di mafiosi a Kaggio, tensione che si inquadra nel risentimento esploso nell’ambiente per la vittoria riportata dal Blocco del Popolo nei comuni di Piana degli Albanesi, S. Cipirrello, S. Giuseppe Jato, (v. n. 10), risentimento che caratterizzò l’atmosfera nella quale avvenne il delitto di Portella della Ginestra.

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I. Dopo quanto si è avuto occasione di esporre, nella prima parte della presente sentenza, intorno alla perso­nalità del bandito Giuliano non si può disconoscere che questi avesse creato intorno a se un clima di suggestione e di terrore sul quale fondava la propria potenza.

Se è vero che taluni, attratti dalle sue gesta e dal mito di eroe epico e cavalleresco, abilmente suscitato durante i moti dell’EVIS, aspiravano a far parte della banda e servivano il Giuliano chi per compiacenza e chi per lucro (v. n. 2), è vero pure che non pochi in Montelepre ed altrove, in Montelepre soprattutto, lo assistevano e gli obbedivano per paura, una paura che si alimentava della sua sanguinaria criminalità. L’omicidio di Telluto Angela ed il tentato omicidio di Spica Giovanni, l’ucci­sione del carabiniere Sassano, l’omicidio dei fratelli Misuraca, l’eccidio di Balletto, l’uccisione dei coniugi Frisella, la strage di Bellolampo (v. n. 5 e n. 44) – per citare alcuni degli episodi più impressionanti avvenuti prima e dopo la strage di Portella della Ginestra – sono, quale ne sia stato il movente, manifestazioni chiare e terrifiche della sua capacita criminosa, le quali la­sciavano intendere ad ognuno la gravità del pericolo cui si esponevano coloro che in un modo o nell’altro, gli si opponessero o non rispettassero la sua volontà.

Il gen. Luca, deponendo in dibattimento, ha dichiarato­ constargli che a seconda dell’azione da compiere, il Giuliano soleva reclutare per l’occasione altre persone che poi rimandava a casa, “costoro dovevano andarci salvo rappresaglie sui familiari” e che “nessun caso di reazione si verificò perché tutti ubbidirono” (V/6, 687 – 688).

Questa situazione che non può essere sottovalutata, ha indotto i primi giudici a considerare con senso di profonda umanità la condizione nella quale vennero a tro­varsi i “picciotti” – per l’invito rivolto loro dal Giuliano a mezzo degli altri banditi ed a ravvisarvi gli estremi dello stato di necessità.

L’errore della sentenza impugnata è soltanto quello di averli posti tutti sullo stesso piano senza fare distinzioni, ad essi accomunando anche Giuseppe Di Lorenzo che non era un “picciotto”; sotto questo aspetto la censura mossa dal Pubblico Ministero è fondata, ma sa­rebbe altrettanto erroneo e lontano dalla verità fermar­si alle apparenze per riversare su tutti la posizione che è propria e particolare di taluno, senza tener conto, nella valutazione della loro condotta, delle condizioni dell’ambiente.

Al riguardo giova notare che, nella deposizione istruttoria, il m.llo Santucci, accennando al metodo della investigazione, disse: “a tutti gli imputati ho rivolto delle esortazioni a dire la verità nel loro interesse perché il Giudice, data la loro giovane età, avesse potuto, ove possibile, essere clemente nei loro riguardi. Ciò anche perché dalle confessioni avute da alcuni di essi risultava lo stato di costrizione morale al quale non potevano sottrarsi per la nefasta autorità esercitata dal Giuliano verso la popolazione di Montelepre (D, 482).

La quale affermazione non esprime – come diversamente opina il PM nei suoi motivi di gravame – un convincimento personale del Santucci, ma rispecchia una situazione obiettiva che il Santucci conosceva per lunga esperienza, avendo comandato il Nucleo Mobile dei Carabinieri di Montelepre dal giugno 1945 al giugno 1947, fino a quando, cioè, il ten. col. Paolantonio, informato da Salvatore Ferreri, inteso “Fra Diavolo”, che il Giuliano aveva ordinato ai fratelli Pianello e ad altri gregari della banda di eliminarlo, non ne dispose il trasferimento al Nucleo Centrale di Palermo per impedire che la rappresaglia fosse attuata (V/6, 719).

Di guisa che, affermando dinanzi ai primi giudici – come egli ha fatto (V/3, 401) – che “Giuliano Salvatore era il terrore del paese di Montelepre”, il teste Santuc­ci ha detto una verità accertata e controllata nell’eser­cizio della sua attività funzionale; una verità che, del resto, traspare altrimenti dappoichè solo in uno stato di soverchiante paura, diffuso in un’atmosfera appesantita dalla caligine dell’omertà, può trovare spiegazione la rassegnata condotta di coloro – e sono tanti – che hanno preferito sopportare le durezze del confino di polizia anziché ribellarsi alla “nefasta autorità del capo ban­dito” (v. n. 44).

In tale situazione di ambiente lo stato di costrizio­ne morale, accennato o semplicemente adombrato dai “picciotti” nelle loro confessioni, non può senz’altro considerarsi un espediente di difesa. Non basta rilevare, per dedurne la libera ed entusiastica adesione di tutti all’invito, che il Giuliano aveva bisogno, al fine di assicurarsi il successo, di gregari audaci, obbedienti e fedeli; che nella riunione di “Pizzo Saraceno” aveva ordinato ai suoi associati di scegliere gli ausiliari fra compaesani fidati; che i “picciotti” prescelti erano legati ai banditi da vincoli di parentela o di amicizia; dappoichè cotesti vincoli, lungi dal proteggerli, potevano risolversi – ove i prescelti non avessero avuto la vocazione delittuosa dei loro parenti od amici – in una fonte di coazione maggiore per un duplice pericolo di rappre­saglie in caso di rifiuto, sia da parte del capo della banda, sia da parte degli stessi parenti od amici esposti al rischio di cadere in disgrazia.

Benché quasi tutti i “picciotti” ignorassero l’impresa cui erano chiamati a partecipare (salvo, forse il Pretti e Sapienza Vincenzo con i quali Cucinella Giuseppe fu più largo di notizie) certamente tutti sapevano o, comunque, potevano intuire che trattavasi di un’impresa delit­tuosa, giacché, come acutamente nota la sentenza impugna­ta, “dove era Giuliano non poteva esservi che un delitto da preparare o da compiere”; e neanche hanno fondamento quelle allegazioni di inettitudine al maneggio delle armi fatte per annullare od attenuare il valore causale del rispettivo apporto, in quanto i “picciotti” furono ingaggiati per dare all’azione di fuoco una più impres­sionante potenza (come appare dalle parole del Giuliano ai quattro cacciatori: “dicite ai chianoti che eravamo cinquecento”) e per fronteggiare l’eventualità di una pronta reazione delle forze di polizia che potevano essere affluite a Portella per misure di sicurezza dato fermento esistente nella zona.

Ma se ciò dimostra che tutti sapevano sparare e che certamente spararono posti, così come erano, sotto il controllo degli affiliati alla banda, non prova affatto, una loro libera ed entusiastica adesione al delitto e non esclude la sussistenza dello stato di necessità che ha quale suo presupposto la volontarietà della condotta necessitata.

Per valutare in modo aderente alla verità lo stato psicologico nel quale ciascuno versava occorre innanzitutto tenere presenti le dichiarazioni rispettivamente rese tanto ai carabinieri, quanto al giudice istruttore.

Tinervia Francesco fu ingaggiato da Gaglio “Reversino” che gli rappresentò le gravi conseguenze cui si esponeva in caso di rifiuto, e si determinò a seguirlo a “Cippi” per paura di rappresaglie ben sapendo che uomo questi fosse (v. n. 29, I, a); e nel confermare tale assunto al giudice istruttore proruppe in pianto e disse: “mi ha rovinato “Reversino” e ci sono stato per paura”. (E, 94).

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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