Garibaldi a Partinico

 

Momenti del Risorgimento[1]

 

 

(Giuseppe Casarrubea, in ‘Nuovi Quaderni del Meridione’, 1978)

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La sera del 30 novembre del 1847 una folla inneggiante alla libertà sostava davanti alla cattedrale di Palermo: era un raduno antiborbonico che si svolgeva sotto l’insegna della bandiera tricolore collocata sulla statua di Santa Rosalia. Ad un certo punto prendeva la parola un prete, Vito Ragona, di Partinico. Doveva essere questo prete uno di quelli che non facilmente s’incontravano, dalla parola facile e dalle idee chiare; doveva avere, soprattutto, una forte presa sul popolo, se è vero – come vuole A. Sansone[2] -che la folla, presa d’entusiasmo, assaltava la vicina sede di polizia, aprendo un conflitto a fuoco con le guardie.

Vito Ragona, prete rivoluzionario, ci dà un’immagine attuale eci dà così viva del modo con cui si preparava il Risorgimento in Sicilia: un modo che presupponeva una mediazione culturale e un’incidenza sul tessuto popolare possibili qualora un’avanguardia, magari, di borghesi (ma ci saranno baroni e marchesi nella rivoluzione palermitana del ’48 oltre ai vari Ruggero Settimo, Mario Stabile, Francesco Crispi) riusciva ad operare quel necessario rapporto con la coscienza del popolo, senza la quale, ovviamente, nessuna rivoluzione è possibile.

Francesco Crispi

Francesco Crispi

 

 

A Partinico questa espressione trovava uno dei tanti riferimenti nell’ opera propagandistica di Stefano Marino, attraverso un giornale di stampo federalista, non certo mazziniano, dall’eloquente titolo Stati Uniti d’Italia, la cui prima copia apparve il 20 gennaio 1849.

Ma il Marino era un neoguelfo, cattolico moderato e monarchico; altra era la personalità del Ragona: il governo borbonico gli negherà prima l’amnistia del 7 maggio 1849 e, dopo la sua fuga a Malta e a Parigi, la concessione del ritorno in patria. La polizia, infatti, lo giudicava ” pericoloso “[3]. E veramente pericoloso sarebbe stato, perché nel 1860, avendo tutt’altro che perso i contatti con l’isola, sbarcava a Malta e qui con Pasquale Calvi organizzava una spedizione armata [4].

Frontespizio del libro di Stefano Marino (1855)

Frontespizio del libro di Stefano Marino (1855)

Partinico ha un suo riscontro documentario, riferito dal Guardione in Dominio dei Borboni in Sicilia, in quella valutazione che il luogotenente generale in Sicilia faceva al ministro per gli affari siciliani a Napoli, nella quale i partinicesi venivano definiti tout court ” sempre pronti alle rivoluzioni “. Ed in effetti, rivoluzionari come il Ragona, lo Scalia, anche lui esiliato e presente all’epopea garibaldina del ’60, o quelli meno noti[5] che parteciparono alla spedizione che il 14 giugno 1848 si diresse da Milazzo a Paola[6], ci danno un quadro singolare del paese in una condizione particolare, quale poteva essere quella di una comunità economicamente arretrata, come tutti i paesi isolani del tempo, ma che aveva, però, a differenza di altri, un esteso terreno di disponibilità.

Una storia di ” fujuta” di napoletani nella temperie del’ 48 è stata raccolta a Partinico: è la storia di una vittoria sull’oppressione, il canto di liberazione del popolo che armato alla men peggio sbaraglia un esercito ben equipaggiato: ” passa d’oceddi rapini” che corrono come stelle cadenti[7].

Ovviamente certa borghesia intellettuale, quale poteva essere quella espressa dal Crispi, deve essere presa con tutte le precauzioni possibili, anche quando opera in un frangente storico come quello del’ 48-60.

Francesco Crispi, che fu a Partinico nel momento della dittatura garibaldina, col compito di rendere esecutiva l’ordinanza di Garibaldi che imponeva ai Comuni il risarcimento provvisorio dei danni provocati dallo sterminio borbonico[8], rappresentava il vertice di quella borghesia isolana che aveva preparato la tessitura dell’ordigno antiborbonico in Sicilia, puntando, là dove gli era possibile, sulla utilizzazione di gruppi nazionalistici gravitanti attorno a quella parte di aristocrazia e borghesia delusa dal governo borbonico. Così, mentre a Sambuca di Sicilia, per opera dei Navarro, a Piana e in altre località della Sicilia occidentale, il movimento nazionalista aveva delle sue connotazioni di centralità strategica nell’opera di favoreggiamento dell’avanzata dei Mille, altrove, come ad Alcamo (tranne qualche esempio) situata sulla traiettoria Trapani-Palermo, le truppe garibaldine non poterono sempre contare sull’affiancamento locale, nonostante i borboni si fossero, parecchie volte, dimostrati spietati nella repressione. Quando la colonna del generale borbonico Landi giunse ad Alcamo, la popolazione non mosse un dito, consentendogli in tal modo di avanzare verso Palermo[9]. Landi dovette prendere coraggio; ma a Partinico trovò una situazione diversa.

 

Non avrebbe dovuto fare fatica a prevederla se solo avesse posto mente all’avvertimento che il luogotenente generale di Palermo aveva inviato a Napoli al ministro per gli affari di Stato in Sicilia, quando fra i comuni insorti nel periodo dell’insurrezione palermitana, aveva incluso anche Partinico. Qui “i facinorosi si erano levati a tumulti, spiegando la bandiera tricolore “.

Era il 5 del mese di aprile; nella provincia di Palermo la macchina che avrebbe dovuto ricevere Garibaldi era già pronta, anche se non ancora provata[10]. A capo del movimento partinicese c’era Ercole Scalia; il comitato rivoluzionario comprendeva Bernardo Calcagno, Francesco Cannavò, Francesco De Simone, i fratelli Patti, Giuseppe Ricupati, i fratelli Timpa, Pietro Tagliavia, i fratelli Pietro e Tommaso Gianì: armati di fucili s’erano indirizzati verso Monreale al comando di Damiano Gianì, dando così manforte alla truppa del pianese Piediscalzi che attaccava i presidi borbonici nei dintorni di Monreale[11]. Poi, finite in una giornata le munizioni, mentre i patrioti di Piana ritornavano nel loro paese per rifornirsene, la squadra partinicese si univa a quella di Stefano Sant’ Anna di Alcamo ostacolando l’iniziativa di Bosco. Il Gianì che aveva costruito due cannoni di legno portandoseli dietro, mise finalmente a prova la sua tecnica di costruttore d’armi: uno scoppiò al primo colpo facendo un ferito, ma tra i patrioti, l’altro non dovette dare migliore prova di sé. Niente di irrimediabile. Grave era invece l’affronto di Bosco durante il quale due partinicesi e un alcamese persero la vita: erano i primi Pietro Tagliavia e Francesco Ricupati, l’altro Giuseppe Fazio. Dopo questo episodio i partinicesi ripiegarono verso Piana. Qui il 13 aprile erano presenti formazioni di Partinico, Alcamo, Ciminna,Termini e Contessa, che presto dovevano spostarsi a Partinico, per ovviare all’aggressione della colonna del generale Cataldo. Queste azioni di guerriglia, al di là dell’avventura di maggio, potevano essere considerate come operazioni di rodaggio che servissero a provare fino a che punto la macchina potesse funzionare: evidentemente dove il movimento non passava per il giro delle élites locali, si prestava ad essere autonomo; talvolta, disarticolato, non corrispondeva all’opportunità di attaccare nei punti nevralgici. Così a maggio, mentre Alcamo non risponderà al Landi, Partinico sarà pronta con i suoi volontari schierati sulla via per Alcamo, fuori del paese, a Tauro, a ponte Margi e a Ragali. Nei momenti in cui la carica di combattività subiva una flessione, come avvenne dopo l’annuncio della concessione dell’amnistia da parte del Cataldo a coloro che avessero deposto entro le ventiquattro ore le armi, rientrando nei paesi di provenienza, giungevano allora a riaccenderla uomini come Rosalino Pilo: la strategia garibaldina operò tutta su questa oscillazione: corse dalla tattica e meticolosa preparazione crispina ai tramiti più in vista ai diversi livelli locali di cui è testimonianza, ad esempio, l’incontro avvenuto tra la formazione partinicese riorganizzata e il marchese Firmaturi nell’ex feudo Gallardo, subito dopo la sperimentazione di una tattica di guerriglia a Roccamena e da qui all’organizzazione di piccole formazioni illuse magari di ottenere maggiori garanzie di libertà e una diversa condizione economica. La prova generale del funzionamento del meccanismo a Piana, Partinico, Carini aveva dato per il momento esito negativo; l’inconveniente consisteva nella mancanza di tenuta del movimento, per cui l’opera di riorganizzazione di piccole formazioni vedeva intanto l’avanzata del Cataldo, proveniente dalle parti di San Giuseppe.

 

Verso la metà di maggio la situazione, però, era cambiata. Sconfitto a Calatafimi, il Landi si dirigeva verso Palermo[12]. L’uscita da Alcamo gli aveva dato l’idea e la tacita speranza che le popolazioni dei vicini paesi non gli si sarebbero opposte. In contrada Tauro, invece i primi colpi di fucile gli preannunziarono che l’avanzata non gli sarebbe stata del tutto facile: erano formazioni che, avendo preso coraggio dalla vittoria di Calatafimi s’erano armate come meglio avevano potuto e s’erano messe ad aspettare. Le comandava Ercole Scalia; con lui c’erano anche il prete Salvatore Conti, Luigi Nicoletti, Nicolò Sansone, i fratelli Patti. Mentre il padre Santo Giannola, e i fratelli Tommaso e Damiano Gianì organizzavano formazioni, Francesco Cannavò, reduce dalla rivoluzione del’ 48, radunava uomini scelti del suo quartiere. Così quando le prime fucilate sorpresero i borbonici, il Landi fece avanzare persino la cavalleria costringendo i partinicesi a indietreggiare. A Valguarnera Ragali, le truppe napoletane si diedero alle devastazioni, uccidendo vecchi e ammalati, come quel Marchione che fu bruciato vivo nell’incendio della sua casa. Nei pressi del centro abitato un bambino, che impaurito cercava rifugio, venne crivellato di fucilate[13]. La resistenza organizzata opponeva, a Partinico, un’efficace iniziativa contro la ritirata borbonica, con lo scopo precipuo di alcune azioni di disturbo e di decelerazione che si attuavano nell’applicazione, apparentemente episodica, dello stato di guerriglia dei picciotti più o meno egemonizzati dai gruppi di potere locali.

 

Questa egemonia, ammessa del resto anche da Leonardo Sciascia in un suo saggio su Navarro della Miraglia[14], dipendeva più o meno direttamente dalla penetrazione ideologica delle stesse classi dominanti, per cui non stupisce neppure Sciascia che mentre, ad esempio, a Sambuca di Sicilia volontari affluissero incontro alla colonna inseguita di Vincenzo Giordano Orsini (che simulando con una piccola formazione una fuga verso Corleone ” permise l’ingresso di Garibaldi a Palermo”), a Giuliana, poco distante da Sambuca, nessuno si muovesse. Ora se a Sambuca un certo clima culturale e patriottico era stato favorito, se non proprio determinato, dal dottore Vincenzo Navarro, padre di quell’Emanuele Calogero autore del romanzo La Nana, a Partinico, un retroterra fu preparato attorno alle élites locali di cui erano espressione gli Scalia (imparentati con i La Franca) e i Cannavò, le cui iniziative rientravano nel solco dell’azione diretta da Vito Ragona: espressioni di una linea repubblicana e insurrezionale, si differenziavano dalle posizioni federaliste di Stefano Marino. Da qui una significativa divergenza del fronte risorgimentale locale che rispondeva certamente agli orientamenti dominanti della penisola.

L’estensione della linea insurrezionale e popolare già al di là dello sbarco dei Mille, se riconduce sotto termini più realistici e meno mitizzanti il momento della dittatura garibaldina in Sicilia, induce, per un altro verso, a pensare come la convinzione della centralità nevralgica dell’iniziativa dell’Orsini non sia affatto fondata, perché se è vero che “la colonna Orsini è un po’ il naso di Cleopatra dell’impresa garibaldina; il perno su cui la ruota della fortuna garibaldina decisamente girò; il momento in cui l’ardimento personale del colonnello Orsini e la virtù del silenzio del popolo siciliano giocarono e vinsero le sorti dell’impresa (questa virtù dei siciliani che è anche difetto e remora, meglio nota col nome di omertà)[15] “, è altrettanto vero che questo naso di Cleopatra fu per Garibaldi la Sicilia in sé, col suo retroterra organizzativo e i suoi volontari, le sue speranze e le sue passioni.

Spedizione dei Mille. Partenza da Quarto

Spedizione dei Mille. Partenza da Quarto

 

L’organizzazione della resistenza a Partinico, per l’esiguità delle forze da contrapporre alla colonna del Landi, composta da 2.600 uomini, cento cavalli, tre cannoni, comportava, come prevedibile, l’arretramento nel cassaro del paese, e il conseguente e motivato panico delle devastazioni e dello sterminio. E in effetti il saccheggio e le stragi dei borboni furono senza precedenti[16], ma si conclusero come il Landi non aveva previsto.

Quel giorno (16 maggio), oltre che dai gruppi che avevano attaccato gli avamposti borbonici, l’esempio della risposta locale venne anche dai fratelli Patti, della squadra di Ercole Scalia già dal mese di aprile. Attirati dalle fucilate, sotto le quali avevano trovato la morte i coniugi Ascone e una cameriera, salirono in casa La Franca per cogliere di sorpresa un gruppo di soldati regi che intanto si attardavano, dopo la strage, a derubare; e senza dargli tempo di reagire li uccisero scaraventandoli dal balcone nel cassaro. Dietro il loro esempio molti partinicesi armati alla meglio scesero dalle loro case nelle vie pubbliche e fecero una vera e propria carneficina di borboni: volarono giù dal balcone altri soldati regi e altri furono fatti prigionieri per essere sottratti ” alla furia del popolo “; altri ancora partirono ad attaccare il grosso della colonna aiutati dai garibaldini che scendevano da Borgetto con Nicolò Salamone in testa.

Fu una vera e propria disfatta per Landi, che per la verità non doveva avere un’intelligenza spiccata se giunto alle soglie del paese anziché deviare per la montagna preferì chiudersi nella trappola del cassaro.

Altro naso di Cleopatra fu dunque Partinico, momento di quella contraddizione isolana, senza la quale, forse, neppure la vittoria si sarebbe potuta ottenere, perché, con tutta probabilità, se Alcamo avesse risposto positivamente, l’itinerario e le sorti della colonna Landi, maltrattata anche dai monteleprini e giunta in uno stato tra ridicolo e tragico a Palermo, sarebbero stati diversi. Intanto il bilancio dei danni materiali subiti dal paese era il seguente: 80 case bruciate, 177 danneggiate per un valore di 19.500 once.[17]

Garibaldini bresciani venuti in Sicilia per l'unità d'Italia

Garibaldini bresciani venuti in Sicilia per l'unità d'Italia

 

Nella mattinata del 18 maggio, due giorni dopo lo scontro, arrivava, proveniente da Alcamo, Garibaldi che aveva accolto la modifica del Sirtori al piano di marcia da Calatafimi a Palermo, spostando il percorso da Corleone a Partinico.[18] Trovava all’entrata del paese mucchi di cadaveri destinati ad essere bruciati per evitare l’infestazione dell’aria, e numerosi altri corpi, che ancora, a distanza di due giorni, giacevano sulle strade. Una certa soddisfazione, velata dall’indescrivibile vista dei morti, gli si doveva leggere nel volto. Il giorno prima, infatti, al direttore del Milione di fucili così aveva scritto:

 

 

“Il risultato della vittoria di Calatafimi è stupendo. Le popolazioni sono frenetiche. La truppa del Landi, demoralizzata per la disfatta, è stata assalita nella ritirata e a Partinico e a Montelepre con molto danno; non so quanti torneranno a Palermo o se ne tornerà qualcuno”.[19]

 

E il 26 maggio, da Misilmeri a Vincenzo Cordova:

 

“Il combattimento di Calatafimi è stato il più brillante che io abbia mai avuto in Italia: il generale Landi disfatto completamente dai miei prodi, fu poi assalito, nella sua ritirata in Palermo, dalle popolazioni di Partinico e Montelepre, di modo che giunse nella capitale con pochi resti della sua colonna”.[20] [nda: si deve ricordare che questa, nonostante fosse stata sconfitta, era stata riassestata da truppe fresche che non avevano preso parte alla battaglia di Calatafimi].[21]

 

E Rosalino Pilo, venuto pure lui a conoscenza dei fatti di Partinico, cosi gli scriveva:

 

In Partinico le squadre combatterono e la strada principale rimase coperta di cadaveri di vigliacchi soldati che fuggivano: La cavalleria fu pure battuta[22]

 

L’arrivo del generale ebbe la caratteristica delle grandi manifestazioni di folla, fu una specie di corsa al santo, al taumaturgo; molti gli erano andati incontro a piedi verso Alcamo:

 

I cittadini di Partinico, avuta conoscenza che il generale muoveva alla volta della loro città festevolmente con bandiere tricolori, all’alba del 18, intonando canzoni ed inni patriottici gli mossero incontro a una metà del cammino. I cacciatori delle Alpi, entrati in città tra gli entusiasmi popolari, poterono ben convincersi che tanta gioia era dovuta al felice risultato del combattimento di Calatafimi, e si trascuravano per essa cadaveri dei morti soldati, l’incendio delle case, ogni massacro cagionato nei due giorni precedenti. [23]

 

Nel paese si erano riunite tutte le formazioni di lotta; quella del pianese Piediscalzi era giunta nella mattinata.

Lo spettacolo che già alla punta del paese si presentava ai Mille non era però molto entusiasmante sia per quei morti gonfi e straziati, sia per lo spettacolo che certe ” fanciulle scapigliate come le furie” davano ballando attorno ai morti in uno scenario d’incendi non ancora spenti, sia ancora per quelle ” campane che suonavano a stormo” e per quella ” confusione di preti, frati, popolo d’ogni ceto” che “urlavano gloria ai militi correnti dietro a Garibaldi “.

Il generale attraversò rapido il paese col cappello calato sugli occhi e andò a ” posarsi all’altro capo, in un bosco d’ulivi, mesto come non era ancor parso in quei giorni”.[24]

Lo stesso Garibaldi annoterà:

 

A Partinico il popolo era frenetico. Molto maltrattato dai soldati borbonici, anteriormente alla pugna di Calatafimi quando questi tornarono fuggendo e sbandati, la popolazione di Partinico diede loro addosso massacrando quanti potevano, e perseguendo il resto verso Palermo. Miserabile spettacolo! Noi tro-vammo i cadaveri dei soldati borbonici, per le vie divorati dai cani! Eran cadaveri d’Italiani da Italiani sgozzati che, se cresciuti alla vita dei liberi cittadini, avrebbero servito efficacemente la causa del loro oppresso paese; ed invece, come frutto dell’odio, suscitato dai loro perversi padroni, essi, finivano straziati, sbranati dai loro propri fratelli, con tal rabbia da far inorridire le jene.[25]

 

La battaglia di Calatafimi

La battaglia di Calatafimi

L’atteggiamento di commiserazione del generale nei confronti di quello sterminio, ha un riscontro nella sensibilità riflessa dell’ Abba, che si può rilevare nella descrizione dello stato d’animo del dittatore (la cui personale soddisfazione per l’esito delle vicende subiva un’incrinatura malcelata alla vista di quello sterminio) e nell’episodio (descritto pure dal memorialista garibaldino) della presentazione di due prigionieri borbonici in mano ai partinicesi: “poveri giovani disfatti dal terrore di due giorni passati copn la morte alla gola. Consegnati a lui si sentirono sicuri, e piansero e risero come fanciulli”.

A Partinico Giuseppe Cesare Abba, più scrittore che soldato, avrebbe preferito non esserci:

 

Meglio sarebbe stato rompersi il petto e scalare le montagne. […] Già sulla strada il vento recava con l’odore e col fumo degli incendi non spenti del tutto un fetore insopportabile. Cadaveri di soldati e di paesani, cani e cavalli morti e squarciati. Le campane suonavano non so se a stormo o a festa, e il popolo esultava e preti e frati urlavano frenetici evviva. Quei morti eran soldati.

 

Problematica era pure l’annotazione di Ippolito Nievo nel suo Da Quarto a Palermo:

 

I cani sono ancora occupati a mangiare i napoletani abbrustoliti, non è un sintomo di civiltà.

 

Scrive Luciano Bianciardi:

 

A Partinico il Landi perse quaranta uomini, oltre a quindici prigionieri, che poterono, chissà come, scampare alla strage: a Calatafimi non aveva avuto tante perdite. Eppure trovò il modo di vantarsi anche di quella ignominiosa e sciagurata fuga, descrivendola nei suoi rapporti come una ritirata a regola d’arte e come una beffa che egli, con somma astuzia, aveva giocato a Garibaldi. Il discorso di Garibaldi ai partinicoti (ed anche le parole che in seguito egli pronunciò e scrisse su quel paese) paiono smentire il raccapriccio di cui narra l’Abba. ‘Partinico, ebbe a dire il generale, occuperà la pagina migliore nella storia del Risorgimento italiano’. E quando gli offrirono la cittadinanza onoraria: ‘Accetto con orgoglio la cittadinanza di Partinico, della città che diede il vero esempio del come si trattano gli oppressori della Patria’[26]

 

Ora siccome il discorso e la lettera di accettazione della cittadinanza onoraria risalgono press’a poco allo stesso periodo di tempo e cioè al 18 maggio e al 5 giugno, e non si può ritenere che un così breve spazio di tempo cancellasse dalla memoria dell’eroe dei due mondi i fatti circostanziati avvenuti nel paese il 16 maggio e verificati il 18; una diversa visione delle cose nell’Abba e in Nievo induce alla supposizione che i memorialisti esagerassero certe situazioni per dare un quadro più teatrale dell’epopea. Il Trombatore infatti scrive:

 

L’Abba non fu sempre e in tutto veridico. Non ne aveva il dovere, giacché egli scriveva un’opera di poesia, e non una cronaca documentaria. Ma quel che spiace nelle Noterelle non è la trasfigurazione poetica dei fatti; è invece quel tono d’unzione che egli assume qua e là trattando delle cose garibaldine”.[27]

 

E certo è una voluta esagerazione teatrale il riferimento a quelle figure di ” preti e fanciulle” danzanti attorno ai cadaveri squarciati, perché la scena, in sé, appare come una circostanza aggiuntiva tendente a sottolineare la condizione selvaggia di un’isola lontana e misteriosa, che l’impresa garibaldina voleva adesso redimere dalla sua primitività. Teatrale non fu però il generale che aveva capito la situazione ed era a conoscenza dei maltrattamenti che i partinicesi avevano subito da parte dei borboni prima della battaglia di Calatafimi.

 

Andando a leggere il Salomone-Marino il quadro torna ad essere, invece, quello dell’ Abba:

 

“Il partinicoto adora un solo Dio: l’omicidio; a un solo santo si raccomanda: alla carabina. Par nato dal sangue e pel sangue; e lo sparge in pubblica piazza, in pieno mezzodì, senza scrupoli e senza paura. Inorridisco a dirlo!… ma fu in Partinico che si ammazzò un tale usciere percettoriale (1860) ed il mutilato cadavere inchiodossi al muro! Fu in Partinico che si ammazzò per sola sete di sangue un assai dabbene notaio e la sua sorella, in casa propria ed in pieno dì (1860); e la sanguinaria turba, trascinando in istrada il corpo di quella vergine donzelletta, ne scopriva le pudende e…delitto senza nome!… le sputava, e violava con lo estremo del fucile!… Fu in Partinico, nel maledetto e rio anno 1861 nel quale si contarono più di duecento crudeli omicidi… Ah, mi contento dei ladri e delle puttane di Borgetto, ma non d’un partinicoto, che, pur invocando la Madre SS. del Ponte, sua Patrona, mi manda due palle micidiali”.[28]

 

Prima di soffermarsi per alcune ore in una casa del paese, Garibaldi ordinò la immediata rimozione dei corpi ed emise l’ordinanza di risarcimento provvisorio dei danni subiti dalla popolazione; i capi dei municipi avrebbero dovuto immediatamente far valutare i danni, e risarcirli nell’attesa che, finita la guerra, intervenisse lo Stato; avrebbero dovuto soccorrere le famiglie dei combattenti e rendere conto della esecuzione del decreto a lui in persona.

Una copia del decreto venne inviata da Francesco Crispi, segretario di Stato, al sindaco Giovan Michele De Francisco.[29] Il generale, quindi, pronunziando un discorso disse anche che il giorno prima aveva abolito nell’isola il dazio sul macinato e sospeso il pagamento di ogni imposta[30]; poi, mentre i comandanti delle compagnie vennero ospitati per un pranzo da Ercole Scalia e dai suoi fratelli, andò a sedere in piazza Duomo e mangiò pane e frutta: questa è almeno l’immagine agiografica che ci tramanda qualche storico, il quale azzarda a dire pure che il generale mangiò pane e arance (supposto che a maggio potesse trovarne). Un discorso, in effetti, Garibaldi lo pronunciò prima della partenza, verso le 15: elogiò i partinicesi, li informò del decreto, assicurò che tutto sarebbe andato per il verso giusto.

La partenza dei Mille (rimanevano i ricoverati all’ospedale come il bergamasco Giovanni Sartori) avveniva con due ore di ritardo. La colonna che si era ingrossata frattanto con l’afflusso di volontari di vari paesi, attraverso Borgetto giungeva a Renda, e qui, mutate improvvisamente le condizioni atmosferiche, il generale fece sapere che aveva bisogno di coperte e denaro incaricando a tale proposito il Crispi di recarsi a Partinico. Qui il riberese prendeva contatto con Luigi Scalia al quale consegnava la nomina dittatoriale a governatore del distretto di Partinico e lo informava della richiesta di aiuto[31].

I partinicesi aiutarono anche Vincenzo Giordano Orsini, fornendogli materia prima per la costruzione di materiale bellico[32] e quando i Mille partirono furono in molti a muoversi alla presa di Palermo. Qualcuno, come Damiano Vitale, doveva morire da lì a poco: ” fu visto l’ultima volta disteso morto presso un cacciatore borbonico, che moribondo egli stesso lo guardava “.

Garibaldi attraversò il paese come una ventata di sognata libertà, rappresentò un simbolo che per i borghesi fu una certa idea del potere, e per i poveri la speranza di una condizione diversa dopo un lungo periodo di servaggio e di indigenza. Il consiglio civico, prima gli concesse la cittadinanza onoraria (il generale accettò con orgoglio, il 5 giugno 1860 scrivendo da Palermo), poi deliberò di innalzargli una statua e gliene diede informazione. La lettera di risposta, un tempo reperibile all’archivio comunale di Partinico, misteriosamente disperso come tutta la corrispondenza di quei giorni, dovette lasciare male gli amministratori, perché ai toni celebrativi rispondeva in questi termini: ” ‘” credo giusto ricordarle – scriveva al presidente del consiglio civico – che son venuto in Sicilia per fare la guerra. Ogni spesa che a questo fine non è diretta, non mi soddisfa. Lasciate adunque di pensare a statue, e impiegate il denaro in compra d’armi e munizioni”. Un senso questo che i fatti di Bronte serviranno a chiarire in modo inequivocabile, perché al di là del mito dell’epopea, l’impresa servì a rafforzare chi il potere nelle mani l’aveva detenuto sempre, a discapito degli illusi dalla speranza.

[1] Il saggio che abbiamo riportato, con qualche ritocco, fu pubblicato in ‘Nuovi Quaderni del Meridione’, n. 62, aprile-giugno 1978.

[2] Cfr. A. SANSONE, Prodromi della rivoluzione del ’48, in ” Memorie della rivoluzione del ‘48″, Palermo, Tip. coop., 1898.

[3] Cfr. F. GUARDIONE, Il dominio dei borboni in Sicilia, Palermo, Reber, 1901.

[4] Cfr. GASPARE NICOTRI, Rivoluzioni e rivolte in Sicilia, cit. in MICHELE GULINO, Partinico e la Rivoluzione del ’60, Palermo, Corselli, 1932.

[5] Come Giovanni Speciale, Michele Passalacqua, Nunzio Sgroi, Seilagare Giambattista, Rosario Latino, Vito Rappa, Salvatore Russo, Vincenzo La Spia, Giovanni Ruisi, Giovanni Bua.

[6] Cfr. F. GUARDIONE, La spedizione calabro-sicula, in Memorie…, V. Il, pp. 88-89.

[7] Cfr. A. UCCELLO, Risorgimento e società nei canti popolari siciliani, Firenze, Parenti, 1961, p. 8.S e sgg. La ” storia ” è di sei ottave a rima alternata con la ” ‘ntruccatura “. Nel febbraio del’ 48 questa ” storia” venne diffusa da un ignoto editore palermitano in un foglio volante, col titolo: Littra in versi siciliani di la fuga di li Napulitani. Un esemplare era posseduto dal dott. G. Lodi. La versione di Uccello è quella del Salomone Marino in Memorie della rivoluzione siciliana dell’anno ’48 pubblicate nel 500° anniversario del 12 gennaio, Il, Palermo, 1898, pp. 4-5.

[8] Cfr. M. GULINO, op. cit., p. 20.

[9] Cfr. ibidem, p. 11

[10] Cfr. F. GUARDIONE, l Mille, Palermo, Reber, 1913, p. 66.

[11] Cfr. PAOLUCCI, Da Riso a Garibaldi, in ” Archivio Storico Siciliano “, 1904, pp. I03-

[12] Cfr. GUARDIONE, I Mille, cit., pp. 181-182.,193; e GULINO, op. cit., pp. 7-8.

[13] Cfr. GULINO, op. cit., p. 12

[14] Cfr. LEONARDO SCIASCIA, Pirandello e la Sicilia, Caltanissetta-Roma, Sciascia, 196I, pp. 135-146.

[15] Cfr, ibidem, p. 137

[16] Rimando ai materiali recuperati all’Archivio comunale di Partinico da Michele Gulino e pubblicari nel suo breve saggio. Si tratta di documenri oggi non più reperibili. Cfr. GULINO, op. cit., pp. 13-14 e ivi “Discorso per l’inaugurazione del monumento a Garibaldi “, Partinico, 1883.

[17] Cfr. ibidem.

[18] Cfr. GUARDIONE, I Mille, cit., p. 159.

[19]Cfr. G. GARIBALDI, Scritti e discorsi politici e militari, Bologna, Cappelli, 1934 (ed. naz.

degli scritti di G. G.), vol. IV, p. 253.

[20] Ibidem; cfr. pure ed. a cura di Ciampoli, Roma, Voghera, 1907.

[21] Cfr. GUARDIONE, op. cit., p. 224.

[22]Cfr. ibidem

[23] Cfr., ibidem, pp. 182-183. L’autore annota: … parrebbe un contrasto strano pe’ lutti in cui era stato immerso Partinico nel precedente giorno; ma non si può dubitare sul mutamento degli animi. L’Oddo a p. 273 de’ Mille di Marsala ne fa cenno.

[24] Oltre le Noterelle dell’Abba cfr. le Memorie citate del Garibaldi, vol. II, p. 430. Qui, più che altro, è doveroso rilevare la contraddizione tra un atteggiamento di esultanza e una condizione di fatto che non lo avrebbe dovuto consentire.

[25] Cfr. G. Garibaldi, op. cit., vol. II, p. 433.

[26] Cfr. LUCIANO BIANCIARDI, Da Quarto a Torino, Milano, Feltrinelli, 1960, pp. 75-76.

[27] Cfr. GAETANO TROMBATORE, L’isola sconosciuta, in ‘Riflessi letterari del Risorgimento in Sicilia’, Palermo, Manfredi, 1962, p. 13.

[28] Cfr. S. SALOMONE-MARINO, Paesi e popoli siciliani, in ‘Costumi e usanze dei contadini in Sicilia’ (a cura di Aurelio Rigoli), Palermo, Andò, 1958, pp. 20-21.

[29] F. GUARDIONE, I Mille, cit., p. 183.

[30]Cfr. M. GULINO, op. cit.., pp. 20-21.

[31] Luigi Scalia provvide a consegnargli 4.000 scudi, che costituivano un fondo per la sistemazione delle strade. Un banditore comunale pubblicizzò le necessità dei Mille e in poco tempo il municipio divenne centro di rifornimento degli attendati di Renda. Cfr anche GULINO, op. cit., p. 22.

[32] Cfr. GUARDIONE, op. cit., p. 184.

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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2 risposte a Garibaldi a Partinico

  1. Nicola Gagliardo ha detto:

    Salve,
    l’episodio del lancio dei soldati borbonici dai balconi del nostro palazzo a Partinico mi veniva raccontato da mia nonna quando ero piccolo.
    Leggere il Suo articolo mi ha fatto tornare alla mente tante storie di famiglia.
    La ringrazio per il Suo blog perchè sono convinto che sia necessario tramandare alle nuove generazoni nomi, storie ed eroismi che finirebbero altrimenti per scomparire per sempre.
    Saluti
    Nicola Gagliardo

  2. luigi giordano orsini ha detto:

    Leggere le gesta del mio avo il Gen. Vincenzo Giordano Orsini mi inorgoglisce e rinnova quell’amor patrio che oggi è sempre più un valore ‘accessorio’
    Saluti

    Luigi Giordano Orsini

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