Il presunto terzo memoriale di Giuliano

Che la storia d’Italia sia stata falsificata, o, comunque, deviata verso interessi di parte (a destra come a sinistra) è dimostrabile ed è una questione che non vale neanche la pena di sollevare, tanto è scontata. Non per questo, tuttavia, il cosiddetto “memoriale di Giuliano” che la rivista ‘Epoca’ cominciò a pubblicare nel lontano 29 gennaio 1961, è l’ennesimo falso costruito a tavolino, come molte vicende italiane, anche recenti, e siciliane in particolare.

Giuliano era un grafomane. Scriveva veramente molto e malissimo commettendo errori di ogni sorta ad ogni parola. Quasi tutti i suoi scritti (sull’atlantismo, sui ‘rossi’, sulle maree, sull’universo e chi più ne ha più ne metta) riflettono questa sua condizione di spirito, tipica degli esaltati che pensano di avere le chiavi di lettura del mondo. Naturalmente si tratta di soggetti deboli, facilmente condizionabili, che non possono fare altro che ricorrere alla pistola non potendo utilizzare il cervello. Per lo più sono affascinati da personalità forti di cui frequentano gli ambienti familiari e forse anche i salotti incipriati.

E’ più facile premere il grilletto che spremersi il cervello e per chi ama il denaro ed è rapito da ragazzo dal mondo dei miti, come lo fu a modo suo Giuliano, è facile montarsi la testa, vivere di questi miti e diventare, alla fine, una sorta di “very strong man” artefatto e ben costruito per conto terzi.

Il memoriale che Epoca pubblica, con un’accattivante fotografia del bandito in copertina, non va fuori dall’originale operazione di maquillage del pessimo bandito, truccato alla perfezione a cui hanno creduto in molti e persino uno storico come Eric Hobsbawm. Lo studioso inglese pensava – scrivendo dei banditi – che essi sono una forma primitiva di ribellismo sociale e pertanto l’espressione di una condizione pre-politica del mondo pastorale e contadino. Umilmente devo dire che si sbagliava di grosso quando pensava in questi termini a Giuliano. Per qualche altro storico nostrano si dovrà invece ricorrere al trasferimento del bandito nel Pantheon degli eroi caduti per la patria perchè se è vero – come sostenuto – l’autonomia siciliana deriva dal separatismo e dà a sua volta origine al federalismo, dobbiamo pure stabilire, per la proprietà transitiva che Giuliano , capo dell’Evis, dopo la liquidazione del sinistreggiante Canepa, è alle origini della nostra storia contemporanea. Ci sarebbe veramente da stare allegri!

Ma andiamo per ordine. Al processo di Viterbo furono esibiti due memoriali. Il primo non piacque a Ciro Verdiani, l’ispettore di polizia al cui indirizzo privato il bandito aveva fatto pervenire la sua proposta di lettura sulla strage di Portella della Ginestra. Il monteleprino allora ne scrisse un altro che, questa volta, dovette apparire accettabile alla mente a dir poco diabolica dell’ispettore. Il testo ha parecchie correzioni ed è chiaramente scritto sotto dettatura. E’ un’autoaccusa; scagiona tutti da ogni responsabilità tranne lui, il capobanda. E’ perfetta e una settimana dopo averla scritta il “re di Montelepre” è ammazzato. Giova ricordare che due avvoltoi girano attorno a questo morto. Il primo è, appunto, Verdiani, il secondo il capitano dei Carabinieri Antonio Perenze. Il primo già questore fascista in Croazia, al tempo dell’occupazione italiana della Jugoslavia, il secondo l’autore materiale del falso rapporto sulla morte del capobanda, avvenuta, come si sa, la notte tra il 4 e il 5 luglio 1950. Il primo ha conosciuto le organizzazioni anti-titine (nazifascisti, cetnici e ustascia di Ante Pavelic) che già nel ’41 avevano avviato una feroce lotta contro la resistenza; il secondo è lo stesso personaggio sorpreso col mitra ancora fumante, per sua stessa ammissione, accanto al corpo del bandito morto. Ammazzato mentre dormiva.

Giuliano all'obitorio

Giuliano

Quanto detto non è marginale rispetto a questo ennesimo memoriale. Bisogna però avere l’accortezza di dare rilievo e significato a ciò che appare come in filigrana, nel sottofondo o che è appena accennato. Come in un thriller, in un “noir” senza fine. Il testo è corretto con una penna di colore verde. Verdiani usava scrivere con penne a inchiostro verde perchè a quanto pare richiamavano il suo nome. Ognuno ha le sue piccole manie, e chi ne è affetto senza saperlo spesso ne piange le conseguenze. Ciò non basta per affermare che anche questo terzo ‘memoriale’ sia stato dettato o ampiamente corretto da quell’anima previggente che col fascismo aveva fatto carriera. Anche lui finì male perché, ultimato il processo di Viterbo e dovendosi preparare l’appello, un brutto giorno fu trovato morto. Come Pisciotta e un numero indescrivibile di morti che Portella si tirò dietro.

Giuliano e Verdiani erano in ottimi rapporti, La cosa è assodata da una mole inoppugnabile di documenti: una fitta corrispondenza epistolare tra il bandito e il “caro commendatore”, i banchetti tra i due alla vigilia del Natale del ’49 con panettone e marsala, e cosa peggiore l’invio all’indirizzo romano dell’ispettore di uno dei memoriali del bandito esibiti in tribunale. E’ quindi legittimo ritenere che il falso dei primi due memoriali (che ho pubblicato nel 1997 nel mio libro su Portella della Ginestra per i tipi di Franco Angeli) si sia perpetuato anche nei giorni che precedettero la morte di Turiddu, perchè il depistaggio su quanto accaduto fosse completo.

Nel mezzo ci sono almeno tre stragi di vaste proporzioni. Nel ’47 Portella della Ginestra e il 22 giugno; nel ’49 Bellolampo in cui muoiono parecchi carabinieri. C’é quanto si sta tramando nell’Italia di allora, ancora occupata dagli Usa, e fortemente inquinata dalle attività golpistiche di generali e colonnelli senza scrupoli e pronti a tutto, pur di bloccare il cammino della nascente democrazia.

Altro elemento su cui vale forse la pena soffermarsi è che quando sbarcano gli americani il 10 luglio ’43 essi si trovano a lavorare gomito a gomito con spie e doppi agenti, con forze dell’ordine che non sanno a chi credere e Carabinieri i cui capi, da Perenze al generale Ugo Luca saranno dentro le trame di monarchici e fascisti, agenti filoamericani e doppiogiochisti filonazisti o fascisti.

Il 2 settembre ’43, quando Giuliano tiene a battesimo la sua carriera con l’uccisione del carabiniere Mancino, non è una data qualsiasi. Segna esattamente, sotto il profilo cronologico, la coincidenza della resa incondizionata dell’Italia agli Alleati, eufemisticamente nota come armistizio. Da questo momento il peso politico e internazionale dell’Italia è abbastanza inconsistente e meno ancora lo sarà lungo la catena dei crimini che la vicenda del 3 settembre (data ufficiale dell’armistizio) provocherà sulle sorti del nostro Paese. La Sicilia è terra sperimentale e d’inizio di questi scontri e comincia a segnare da allora gli equilibri politici e internazionali dell’Italia. La guerra contro i bassi ranghi dei Carabinieri è perciò la guerra dei vecchi fautori del regime fascista al nuovo incipiente Stato. Allora il bandito entra in un gioco molto più grande di lui. Come innumerevoli altre formazioni paramiliari in Italia, dopo la nascita della Repubblica di Salò in quel caldo settembre del ’43, si prepara alle nuove forme di una guerra combattuta “oltre le linee”. Per questo se Giuliano non ci fosse stato si sarebbe dovuto inventarlo. Gli lasciano assaltare caserme e galere e persino i depositi d’armi, come la polveriera abbandonata di Piano dell’Occhio, a pochi minuti da Montelepre.

Ci sono in ultimo due altri particolari che risaltano dalla lettura di questo strano memoriale. Particolari lasciati cadere lì, come messaggi cifrati, messi a margine per chi avesse voluto avere orecchie per intendere, o per la futura memoria. Il primo si registra circa tre settimane dopo l’uccisione di Mancino. I Carabinieri fermano degli sventurati che fanno il contrabbando tra Montelepre e Palermo. Giuliano li attacca facendo sentire una scarica del suo moschetto. I Carabinieri stranamente fuggono e non si sa perché colgono la palla al balzo “per far credere agli Alleati che si tratta di Tedeschi annidati nelle vicine colline organizzando resistenza”. I Tedeschi, appunto. Non avrebbero potuto far riferimento a questa presenza se fosse stato impensabile averli ancora tra i piedi. Invece ci sono e devono essere tanto numerosi che gli Americani intervengono con autoblinde e carri armati. Cosa ci facevano i Tedeschi in quell’area ad alta densità mafiosa? E avrebbe potuto Giuliano intraprendere quella sua già “brillante” carriera senza il consenso dei boss locali? E questi galantuomini in che rapporto stavano con gli americani, con i Tedeschi e i politici che da allora cominciavano a farsi strada lungo l’arcipelago del terrorismo e dei movimenti neofascisti di cui la Sicilia cominciava a pullulare?

A dimostrare comunque che Giuliano non era un montanaro isolato in un sistema feudale, come in malafede ebbe a definirlo l’allora ministro dell’Interno, il democristiano Mario Scelba, dopo la strage di Portella della Ginestra, basti un ultimo, quasi impercettibile, particolare. Dietro la casa di Giuliano, si legge nello scritto, erano accampati i soldati jugoslavi, formalmente adibiti alla costruzione di una strada di circonvallazione per Montelepre. Dobbiamo credere al redattore del settimanale e ritenere quindi che uno dei primi atti compiuti dagli Alleati, dopo il loro ingresso in Sicilia e la loro avanzata nel Mezzogiorno d’Italia sia stata la liberazione degli jugoslavi estremisti di destra e quindi anticomunisti già in combutta con i fascisti e i nazisti prima dello sbarco alleato e poi imprigionati. Gli angloamericani li liberano ufficialmente perché si rendano utili per opere pubbliche, ma in realtà per altri motivi. A dimostrarlo bastino i documenti del Nara (National Archives and Records Administration) di College Park, nel Maryland, in Usa che confermano la presenza di gruppi jugoslavi antititini e persino ebraici tra le fila del fantomatico esercito dell’Evis. Altro che separatismo siciliano!

(Giuseppe Casarrubea)


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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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3 risposte a Il presunto terzo memoriale di Giuliano

  1. sergentehartman ha detto:

    Interessante articolo. Anche io credo che Salvatore Giuliano sia stato, se non “usato” al 100% quanto meno indirizzato, in modo che interessi “privati” (del bandito) coincidessero con interessi diciamo “pubblico”. Il famoso “gioco più grande”.

  2. Basilio ha detto:

    Carissimo Giuseppe, quello che dici è pura verità o per lo meno abbiamo le stesse idee,volevo dirti che la storia della storia o meglio la storia del mondo,della vita, a partire da Gesù è stata tutta modificata e strumentalizzata dai potenti del mondo…quindi lascio a te immaginare.Cmq sei un grande ciao

  3. francesco ha detto:

    Apprezzo molto la ricerca seria e metodica dei documenti che hai realizzato, apprezzo l’analisi che sovverte la realtà diffusa dal potere colonizzatore, potere che oltrepassa i confini politici italiani. Tuttavia mi piacerebbe che lo storico Casarubea approfonfisse ancora di più ll’indipendentismo in sicilia. Oltrepassando lo scambio messo in atto dagli aristocratici massoni conterranei con i massoni rappresentanti dello stato italiano, finalizzato al mantenimento dilagante dei loro privilegi. Mi piacerebbe che trattassi quella parte, per me autentica, del separatismo, di sensibilità diversa, che riconosco degnamente rappresentata da Antonio Canepa, poco considerato nel tuo blog.
    Grazie per l’immane lavoro che hai realizzato, non nascondo la mia profonda gratitudine.

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