Partinico e il tempo morto

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Asmara: l'ufficio postale

Partinico e il tempo morto

Di solito per “tempo morto” si intende ciò che si fa tra due attività. Il tempo in cui non si fa niente é ritenuto vuoto, senza contenuto. Ma qui non ci riferiamo a questo tempo, ma a qualcosa di molto diverso.

Sono nato a Partinico e ho vissuto gran parte della mia vita sotto altri cieli, altrove. Dai monaci benedettini di Monreale, durante la mia adolescenza, ho imparato il senso dell’ “ora et labora”. Ma sono cresciuto con una formazione laica forse per l’eccessiva paura dell’inferno che mi propinarono i monaci appena ragazzino. Una cultura oppositiva, la cultura della ragione e del doveroso dubbio cartesiano. In Piemonte dalla fine del ‘68, e poi a Enna, a Palermo o in giro per mezza Europa, ho imparato a vivere e ad osservare. A ritenere non ovvie le cose che mi sono capitate davanti agli occhi. Perciò sono allenato a interrogarmi. Ho conosciuto anche l’Eritrea italiana, Asmara e le sue case stile Impero o realizzate secondo i gusti dell’architettura degli anni ’30. Qui, per la prima volta, ho provato la sensazione, un paio di anni fa, di cosa significhi tornare indietro nel tempo o, meglio, bloccarlo. Ho conosciuto una suora ultranovantenne, partita missionaria per l’Africa. Partinicese e amica di Pina Suriano non concepiva l’amore per il prossimo, come una semplice frequentazione di una chiesa. Ragazza fece le valigie e andò a fondare una scuola per bambini orfani a Cheren. Così mentre Mussolini fondava l’impero ammazzando gente che non aveva neanche un fucile, lei, salvava i figli dei soldati morti e li faceva crescere insegnando loro a vivere, sfamandoli e mettendoli al riparo sotto un tetto. Il suo era un tempo pieno. Il seme che ha prodotto i risultati di una comunità di suore che parlano l’italiano e ti accolgono tra di loro come un amico, un fratello. Questa parte dell’Africa mi ha dato il valore del tempo reale, significativo, il contatto degli uomini con l’universo e il senso del loro stare assieme. Gli occhi dei bambini scalzi mi hanno fatto capire cosa siamo e quanto ci stiamo allontanando dalla natura delle cose. Lucrezianamente, secondo il De Rerum Natura. Così nella mia vita ho avuto a che fare con un tempo vivo, produttivo e un tempo bloccato, pazzo furioso al quale si mette la camicia di forza. Ma il tempo vero corre come uragano e travolge tutto. Ad Asmara il senso del disfacimento, del travolgimento, è dato dal logoramento delle strutture del centro storico, dal declino dei palazzi e degli edifici costruiti dai soldati italiani, quando la buon’anima si era messo in testa di colonizzare l’Europa e l’Africa e di spartirsele con i suoi camerati tedeschi. Nonostante il suo aspetto, tuttavia, questa città conserva una più intima decadenza, come una sofferenza dell’anima. La noti soprattutto se ti induce a confrontarti con le storie segnate nei sorrisi mancati, nella rassegnazione per un futuro che si prevede sempre uguale a se stesso.

Ingresso alla Casa degli Italiani (Asmara)

Ingresso alla Casa degli Italiani (Asmara)

Mi capita spesso di uscire per le strade di Partinico e di provare analoghi stati d’animo. Tutto qui è fermo anche se sembra cambiato, migliorato nei termini del cosiddetto benessere. Mi convinco sempre più che uomini come Berlusconi o Lombardo, il governatore della Sicilia, siano il frutto dell’onda alta della globalizzazione, dell’omologazione irrazionale, di una crescita statistica (quando c’è) senza sviluppo. O il fruttto delle emergenze, alle quali forse ci dovremmo abituare per un lungo tempo buio e difficile. Il merito è anche di come si è evoluta nel tempo la destra italiana. Già dalla fine della Repubblica di Salò, prima attraverso un arcipelago neofascista, poi in virtù dell’unificazione operata dal Msi, quando si avviò un processo lungo e tormentato che portò alla svolta di Fiuggi, e oggi alla fusione tra An e Forza Italia. E si capisce bene come certo capitalismo industriale, spregiudicato ed eversivo nei primi anni della Repubblica italiana, possa oggi preferire una linea che presume di essere più modernista e tecnologica rispetto ad altri esempi di destra liberale. I valori principali su cui questa destra, in realtà tradizionalistica ed avventuriera, basa la sua ideologia, niente affatto morta, sono il consumismo e la mediazione. Non è solo la diffusione degli ipermercati e delle banche su scala planetaria che qui preoccupa. E’ soprattutto un modello di mediazione culturale in base al quale si è indotti al consumo come valore in sé. E’ la connessa rimozione dei valori identitari degli individui e delle popolazioni, la cui vita resta spesso legata, in mancanza d’altro, al mero atto consumistico, all’incultura dell’abbondanza. All’estremo opposto della povertà che c’è nel mondo questo è il limite paradossale di uno sviluppo impossibile. Impossibile perché porta con sé nuovi analfabetismi. Il primo cambiamento reale, anche a Partinico che è il paese dove ho scelto di vivere e di “resistere”, anche se per me è più conveniente andare altrove, é il passaggio dalla cultura dello stomaco a quella del cervello. Non ci sono alternative. Occorre un processo educativo generale che trascinerebbe dietro di sè tutto.

C’è un particolare da aggiungere. In Sicilia, come nel resto nel Mezzogiorno d’Italia, la mediazione è un elemento essenziale della cultura mafiosa. Secondo questa cultura il lavoro non è un valore costituzionalmente sancito. Ciò che conta è il cuneo che collega saldandoli assieme i centri della grande produzione e gli individui. Cosa nella quale pare si sia specializzato da tempo il boss, come al solito imprendibile, Matteo Messina Denaro. Il nuovo papa della mafia, dopo la disgrazia della cattura capitata a Bernardo Provenzano.

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(nella foto: identikit ufficiale di Matteo Messina Denaro pubblicato da http://www.repubblica.it aggiornato al 28.12.2008)

La globalizzazione unifica messaggi simbolici e prodotti. In una parte del mondo compri le stesse cose che puoi acquistare in qualsiasi altra parte. Non è un discorso semplice e banale perchè nella tendenza all’unificazione indotta da processi che possono apparire come causa di forza maggiore, non è un caso che due culture opposte e per molti versi estranee come quella siciliana e quella (diciamo così) del lombardo-veneto si incontrano su artificiosi interessi, quali sono, ad esempio, quelli legati al federalismo fiscale. Un esperimento che penalizzerà la Sicilia sotto il profilo dei servizi, della loro qualità e del loro essere rinviati a un privato classista i cui interessi non saranno mai quelli delle conquiste riformistiche nazionali degli anni ’70. A cominciare dalla riforma del sistema sanitario.

Ma nel processo in atto di tendenza controriformistica ( nonostante le conclamate vanterie di presunte innovazioni) i regionalismi tendono a scomparire e siccome Dio fa gli uomini e tra di loro si accoppiano, non è difficile constatare contraddittorie connivenze che fanno a cazzotti con le radici delle storie uniche e irripetibili. Su scala generale la situazione nella quale viviamo è questa: dall’alto premono le forze dello schiacciamento, dal basso le persone mettono in atto meccanismi inconsapevoli di difesa. Oggi i politici non dovrebbero fare altro che leggerli e tradurli in proposte per il cambiamento. Ma la reazione naturale delle persone non la riscontri quando le vedi al supermercato con i carrelloni da immolare al dio pagano del ventre. Quello è ormai un rito inconsapevole. La vedi nella vita di tutti i giorni. Basta fare qualche prova con qualcuno per rendersene conto. C’è, ad esempio, un modo di difendersi che riguarda il tempo, strana categoria dell’universo. Non devi fare grandi sforzi per capirlo. Basta che chiedi ad un amico: – Quando ci vediamo? – Non ti darà un orario preciso. Non mi pare di avere riscontrato il caso contrario se non come una rara eccezione. Di solito il tempo degli incontri è assai approssimativo e si divide nelle tre grandi ripartizioni della giornata: mattina, pomeriggio e sera. Alla domanda la risposta potrebbe essere, ad esempio, – di pomeriggio. Nel migliore dei casi l’ora indicata è preceduta dalla preposizione impropria “verso”. Racchiude una casistica ampia di variabili dipendenti e introduce la categoria filosofica del tempo determinato dall’attesa oppure dalla tolleranza in caso di ritardo. Fenomeno che capitò, come forse si sa, a Leonardo Sciascia quando il Pci ebbe l’infelice idea di candidarlo come indipendente nelle sue liste in una elezione regionale. Lo scrittore era solito presentarsi alle convocazioni rispettando cronometricamente gli orari. Una volta, preso forse dall’impazienza, protestò e chiese le ragioni di quella pessima abitudine. I suoi colleghi parlamentari gli dissero che visto che le riunioni cominciavano due ore dopo il previsto, poteva rimediare all’inconveniente arrivando due ore dopo, anche lui. Sciascia preferì dimettersi avendo altre cose migliori da fare che non perdere tempo. Si era imbattuto nel tempo morto che non era quello dell’attesa, bensì quello che introduceva l’inutilità dell’agire politico deprivato dalle regole e dai fatti creativi, dal senso del futuro.

Il tempo morto è la palude, il non senso, lo scollamento tra politica e società, la destoricizzazione dei fatti, la rimozione della memoria. Il tempo morto si ha quando la politica si riduce a faida, a scontro di parti, a guerra, o partecipazione alla guerra in nome della pace. La politica non ha più senso quando rinuncia al proprio passato e diventa uno scimmiottamento continuo, una mistificazione. O quando si riduce a gioco delle parti. Solo che non possiamo più dire che ci troviamo a fare come I ragazzi della via Pàl, il famoso racconto dello scrittore ungherese Ferenc Molnàr. Oggi lo scontro è totale e molti ancora non se ne sono resi conto. (G.Casarrubea)


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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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2 risposte a Partinico e il tempo morto

  1. Francesco Alotta ha detto:

    Caro Giuseppe,

    condividendo la gran parte del tuo pensiero, mi permetto di segnalare solo tre passaggi che non rispecchiano le mie convinzioni.

    Non credo che Berlusconi e Lombardo siano l’onda alta della globalizzazione. Nella tua affermazione mi pare di registrare un giudizio negativo di quest’ultimo fenomeno storico, che è, secondo me, appunto, un fenomeno storico e, come tale, ineludibile.
    L’uomo è un animale sociale. Nella normalità dei casi necessita di relazionarsi con i suoi simili. Relazioni fini a sé stesse, relazioni che producono crescita intellettuale e personale, relazioni che hanno fini commerciali.
    Anche l’idea che la globalizzazione sia un fatto storico recente, senza precedenti, ha i suoi limiti. E le relazioni stabili della Repubblica di Venezia con la Cina (v. Marco Polo)? Non sono forse un esempio, e non l’unico, della globalizzazione dei rapporti, anche commerciali, datati secoli fa? E dopo secoli di guerre in cui i popoli anche europei si sono isolati, viviamo un’era di nuove relazioni internazionali, questa volta di massa, facilitate dai nuovi mezzi di comunicazione coi quali, dal mio computer palermitano, con la stessa facilità, posso entrare in contatto con te o con chiunque altro vivi a Shangai piuttosto che a Washington.
    Il punto è se dalla globalizzazione vogliamo farci travolgere oppure proviamo a gestirla.
    Oggi gli operai FIAT di Termini Imerese rischiano di perdere il posto di lavoro se in Europa arriva l’auto dell’imprenditore indiano Tata che costa € 3.000,00 e non è di qualità peggiore dell’omologa torinese. E lo stesso vale per i loro colleghi della General Motors di Detroit. Qual è la soluzione? Accogliere il suggerimento di Tremonti e alzare le barriere doganali, come se la storia non ci avesse insegnato nulla? Parafrasando De Maistre, sarebbe più facile mettere in bottiglia il lago di Ginevra.
    No. Va gestita la globalizzazione. Va immaginato un nuovo assetto sociale che fuoriesca dalle classificazioni novecentesteche. Forse è brutto dirlo, forse è peggio anche solo provare ad immaginare di abbandonare comodi assetti sociali, ma o lo facciamo o la marea ci travolgerà. È una questione che riguarda l’intero occidente e dunque va affrontata in maniera complessiva. Ciò che serve, quindi, è una nuova proposta politica, anche questa globale. Una nuova famiglia politica che si ponga questo obbiettivo per tutto l’Occidente. Tenendo presente che le esigenze dei paesi più economicamente avanzati (il che non vuol dire migliori) sono diverse rispetto a quelle dei paesi emergenti, in via di sviluppo o ancora poveri. Diverse le esigenze sociali, diverse le soluzioni politiche. Ma comune può essere la famiglia politica. Un nuovo modello, quindi, che metta insieme i popoli al di qua e al di là dell’Oceano Atlantico, il Nord e il Sud del mondo, che faccia crescere i paesi poveri e quelli che sono riusciti a mettersi la povertà alle spalle, senza che questo impoverisca le nazioni annoverate finora tra la ricche. Una sfida immane.
    Berlusconi e Lombardo frutto di tutto questo? No. Purtroppo l’esatto contrario, purtroppo proprio quello che non serve. Provinciali, localistici. Lombardo che si mette a scimmiottare la Lega senza averne il tessuto sociale alle spalle. Il primo frutto del peggiore assistenzialismo, la seconda che della lotta all’assistenzialismo statalista ha fatto uno dei sui tratti più distintivi. E Berlusconi. Il suo primo impegno politico, prima ancora di evadere dalle sue responsabilità giudiziarie, è stato quello di garantire il suo impero economico nei ristretti confini italiani. Sfuggendo così alla concorrenza della globalizzazione. Berlusconi non costruisce l’Europa, candidata ad essere protagonista nel mondo globalizzato insieme a USA, Cina, India, Brasile, e forse la Russia, bensì si preoccupa di indebolirla, di fiaccarne le istituzioni comunitarie, piegandole agli interessi dei singoli paesi membri o, meglio, dei loro gruppi dirigenti; ritardandone la coesione.
    Aggiungo. Oggi non esiste una famiglia politica globale. Perché non può definirsi globale un partito che sia assente negli USA, in questo secolo prima potenza economica, commerciale, politica, culturale, militare. Dall’internazionale democristiana (nel mondo si chiama ancora così) sono assenti i repubblicani; da quella socialista i democratici. Che forse hanno qualcosa in comuni coi laburisti inglesi, con gli omonimi italiani (ma ne siamo proprio sicuri?) con qualche partito socialista nordeuropeo, ma non certo con Lula, Chavez e Morales. Bello sarebbe se una forza politica riformista globale mettesse insieme i riformisti del mondo.
    Un’idea che negli ambienti politici internazionali più avveduti è già presente, ma che ancora stenta a decollare. Fallito il tentativo di quello che in Italia è stato chiamato l’Ulivo globale, quando a Firenze si sono incontrati Clinton, Blair e D’Alema. Al di là del giudizio su ciascuno dei tre, un prologo di un libro che deve ancora essere scritto.

    Caro Giuseppe, consentimi di indurti a un po’ più di ottimismo nella lotta alla mafia. Messina Denaro è sì ancora latitante, ma non al solito imprendibile. Ne hanno presi tanti, prenderanno anche lui…

    Sul federalismo fiscale ho un giudizio più positivo del tuo. Staremo peggio dopo? Può darsi. Ma per poco. Noi siamo come quei figli che spendono soldi che non guadagnano, tanto poi i genitori sovvenzionano sempre. E mamma Stato finora c’è sempre stata, con la Sicilia, come con il comune di Roma anche due mesi fa. Con il federalismo fiscale la mamma ci dice che d’ora in avanti non ci sovvenzionerà più. Dobbiamo spendere quel che abbiamo e se vogliamo spendere di più prima dobbiamo andare a lavorare e guadagnarlo. All’inizio la sensazione è quella dello sbandamento, di non farcela, di essere con l’acqua alla gola, buttati in mare senza aver imparato a nuotare. Ma poi si prendono le misure a se stessi, ai propri bisogni, si distingue fra necessità e lussi, spese necessarie e superflue e ci si gestisce meglio. E se proprio ci si vuol togliere qualche sfizio in più aggiungiamo qualche ora di straordinario.
    Anche qui aggiungo. Il nostro Statuto rende già la Sicilia la regione più fiscalmente federalista d’Italia.

    Caro Giuseppe, mi rendo conto di essermi dilungato e forse troppo ma le tue sollecitazioni come vedi erano talmente interessanti da indurmi lunghe riflessioni.

    Complimenti per questa tua recente iniziativa,

    a presto,

    Francesco.

  2. giuseppe ruffino ha detto:

    Caro Casarrubea,
    leggo con estremo interesse la tua suggestiva riflessione sul “tempo morto” (faccio pure mie alcune considerazioni di Alotta sul ruolo storico di Berlusconi e Lombrado).
    Ma la di là di ogni altra considerazione di tipo socio-politico, mi ha colpito lo stile e l’atmosfera che affiora dal tuo scritto. Ci sarebbe materia di ispirazione per un romanzo…?!

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