L’Italia in nero (II)


Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino

IL TERRORISMO NERO

E LA STRAGE DI PORTELLA DELLA GINESTRA

1) Neofascisti, monarchici, antibolscevichi e banda Giuliano

Le sentenze di Viterbo e di Roma (1952 e 1956) non prendono in considerazione i reali moventi, gli scenari e i protagonisti delle operazioni stragiste del maggio – giugno 1947. Appare ora evidente che Salvatore Giuliano e la sua banda fanno parte di un complesso sistema eversivo neofascista che si sviluppa in Sicilia e in tutta Italia a partire dal 1944. Occorre quindi considerare con attenzione alcuni dati in gran parte inediti.

Dalle centinaia di documenti rinvenuti dallo storico Aldo Sabino Giannuli dal 1997 presso l’archivio dell’Ufficio Affari Riservati di Federico Umberto D’Amato (noto anche come archivio del Servizio informazioni e sicurezza, Sis), apprendiamo che negli anni 1944 – 1948 la banda di Salvatore Giuliano è direttamente collegata ai gruppi eversivi neofascisti, monarchici e antibolscevichi, in particolare romani e meridionali [cfr. Aldo Sabino Giannuli, Salvatore Giuliano, un bandito fascista, rivista Libertaria, anno 5, n. 4, ottobre – dicembre 2003, pp. 48 – 58]. Cfr. anche l’articolo di Francesco La Licata (titolo: Il bandito Giuliano era un collaboratore dei clandestini fascisti), pubblicato dal quotidiano La Stampa in data 20 settembre 2003.

In un documento Sis del 31 dicembre 1946, leggiamo: “[…] Il Macri (Movimento anticomunista repubblicano italiano) è organizzato militarmente, forte di undicimila uomini tratti dai quadri dei vari partiti di centrodestra purché decisamente anticomunisti. […] Sono in corso trattative, il cui esito favorevole è dato per certo, con i capi dell’Evis e con Giuliano. […]”.

Da un documento Sis del 1° novembre 1946 (titolo: Attività monarchica), apprendiamo che: “[…] Il colonnello Marseguerra (capo divisione a Palazzo Caprara – ministero della Guerra, 1° piano, stanza 20) ed il maggiore Massa (paracadutista), comandante la zona di Roma ‘Bonifiche montane’, sono i capi militari dell’organizzazione clandestina del Partito nazionale monarchico. Marseguerra provvede all’armamento dei fedelissimi. Sono comandanti militari dello stesso movimento: l’On. Alfredo Covello [Covelli] – che funge da segretario generale del partito monarchico ufficiale – e l’On. Sarrocchi. Il detto partito sta richiamando, con invito recapitato a mano da appositi fiduciari, tutti i vecchi iscritti. Da 20 giorni è stata riaperta la sede del partito in via Quattro Fontane, che è quella legale e dove gli iscritti vengono indirizzati verso l’organizzazione clandestina. Ferve l’opera di riorganizzazione soprattutto in Sicilia, dove non si disdegnano i contatti diretti neppure con la banda Giuliano. Il tenente colonnello Polverini Domenico dei Cc, richiamato a Roma dal Pnm, abitante in via Buonarroti, fascista, è al comando di una formazione di monarchici clandestini (carabinieri) che si ritiene fornita di armi e munizioni. Il Polverini frequenta gli ambienti ufficiali dell’Arma (comando generale e piazza in Lucina), dove conta molte amicizie politiche. […]”.

Da un documento Sis del 26 novembre 1946 (titolo: Organizzazione monarchica clandestina a Potenza), apprendiamo che “[…] In tutta la provincia di Potenza, principalmente nello stesso capoluogo ed a Lavello, esiste una forte organizzazione monarchica clandestina a carattere anche militare. Il presidente provinciale è tal Cossidente Michele, medaglia d’oro, il quale ha diretti contatti con la direzione centrale di Roma e, per questa, con tale Antonio Vivonna […] Le riunioni hanno luogo nell’abitazione di Germani Emanuele, con la connivenza della locale arma dei Cc. […] Il Cossidente ha rapporti con la banda Giuliano, e ciò tramite la centrale provinciale di Napoli. […]”.

In un documento Sis del 1° luglio 1947 (titolo: Cipolla Gioacchino), leggiamo: “[…] Palermo. La recente assoluzione in tribunale del noto Gioacchino Cipolla, presidente del Fronte antibolscevico italiano (Fai, già precedentemente segnalato), ha prodotto sgraditissima impressione nei partiti di sinistra locali e anche nella Dc, non potendosi spiegare come, con l’effettivo ritrovamento di una bomba nel locale della sede del Fai, si sia potuto giungere ad una assoluzione con formula piena. La maggiore impressione è stata prodotta dal fatto che detta formula è stata chiesta dal rappresentante la pubblica accusa, sostituto procuratore della repubblica dott. Margiotta. Si ha l’impressione che vi siano state delle forti pressioni di elementi neo – fascisti, che avrebbero così raggiunto lo scopo. […] Le mosse del Cipolla meritano di essere seguite perché ha un largo seguito di elementi ex – fascisti, fra cui primeggia un certo avv. Cefalù, nota creatura dell’ex – onorevole Cucco. Con i fondi raccolti, il Cipolla ha anche acquistato una lussuosa automobile, ed egli vanta presso la questura aderenze fortissime. […]”.

In un rapporto Sis del 16 novembre 1947 (titolo: Attività neo -fascista), il questore di Roma Saverio Pòlito scrive: “[…] Nel 1946 [Alessandro Piccinini, un neofascista] entrò in contatto per la prima volta con elementi neofascisti, i quali apparivano diretti dal dott. Romani e da un suo collaboratore, nei quali vanno identificati il noto Di Legge Antonio e l’avv. Fossa Marco, ex colonnello dell’aeronautica. I suoi contatti con dette persone, che si vantavano di essere a capo di una potente organizzazione internazionale che collegava i fascisti di tutti i paesi in lotta contro il comunismo sotto l’egida degli americani e di grandi industriali finanziatori, durarono relativamente poco. […] Si unisce un interessante documento che porta l’intestazione ‘Fronte internazionale antibolscevico’ (Fia), nel quale si impartiscono direttive a dirigenti in sottordine da parte di un direttorio nazionale firmato ‘Romani, Marco, Bianca’ e vistato da ‘Armando’: trattasi del Di Legge, Fossa, della Bonavoglia e del futuro omicida Armando Di Rienzo. […] Il Di Rienzo, individuo moralmente tarato e di mentalità politica fascista, faceva parte da lungo tempo dell’organizzazione clandestina denominata Eca (Esercito clandestina anticomunista). […] Si ha notizia, inoltre, dei contatti del Di Legge con religiosi non alieni dall’occuparsi di politica, il che confermerebbe l’informazione, che questo ufficio ha da fonte sicura, che il Di Legge è anche in rapporti con un servizio informativo del Vaticano, il Centro Informazioni Pro Deo. […]”.

Da un rapporto Sis del 16 ottobre 1947 (titolo: Attività neofascista: repressione), apprendiamo che “[…] Vannozzi Vinicio [un neofascista] dichiara di aver conosciuto un certo dott. Quinto Romani, che si qualificava capo di un movimento neo – fascista e asseriva essere alle dipendenze degli anglo – americani per i quali organizzava gruppi armati anticomunisti. […] Il Di Legge Antonio ha assunto lo pseudonimo di prof. Romani. […]”. Il documento accenna poi ai contatti del Di Legge con Pino Romualdi, i Far (Fasci di azione rivoluzionaria, gruppo neofascista) e l’Eca.

Prelati e autorità con Hitler

In un documento dell’808° battaglione per il controspionaggio, redatto dal maggiore dei carabinieri Cesare Faccio (data: 5 marzo 1945, titolo: Organizzazione Sabotatori – Attentatori, Abwher Kommando L90, Milano, Gruppo David) e destinato alla Quinta armata americana in Italia, leggiamo: “[…] Reclutatori: Tommaso David, alias prof. D’Amato, alias dott. De Santis, tenente colonnello della milizia fascista, squadrista, marcia su Roma, già capo del suo gruppo a Roma, piazza Colonna. Chiamato ‘il Nostromo’ da Mussolini, col quale ha frequenti contatti. Età 70 anni, non ne dimostra più di 50. Ufficio ed alloggio: villa Hiche, via Carlo Ravizza 51, Milano. […] Reclutatori degli elementi maschili: membri dell’esercito repubblicano e della Decima Flottiglia Mas. […] Enti di provenienza dei reclutati: esercito repubblicano; Decima Flottiglia Mas; movimento giovanile misto ‘Onore e combattimento’ […] Missioni per conto del Gruppo David: […] prendere contatti, presso l’albergo ‘Boston’ in Roma, con certo Fiori Alfonso, capo di una squadra di agenti al servizio dei tedeschi, provvista di apparecchio radio e che da tre mesi non dà segni di vita, usando la parola d’ordine ‘LB 3519’. Se rintracciato, attingere dal Fiori notizie di carattere politico, economico e militare e chiedergli se abbia bisogno di denaro. Il Fiori dovrà inoltre porre l’agente in contatto con certo Fra’ Diavolo, capo di una banda di fascisti operante nella zona di monte Esperia, sita a circa 40 chilometri al sud di Roma.

Fra’ Diavolo dovrà fornirgli le seguenti informazioni: progressi della banda, morale degli uomini, provvista di armi, condizioni finanziarie. Se la banda ha necessità di denaro, indicare sopra una carta topografica, servendosi della punta di uno spillo, la località precisa sulla quale dovrà essere effettuato un futuro lancio di denaro a mezzo di paracadute. […]”. Il Fra’ Diavolo in questione è Salvatore Ferreri (inteso Fra’ Diavolo), numero due della banda Giuliano negli anni 1944 – 1947?

Da un documento redatto a Firenze dall’agente dell’Oss (l’Office of strategic services, il servizio segreto americano) Charles Siragusa, (data: 15 marzo 1945, titolo: Interrogatorio supplementare di Vito Laginestra), apprendiamo che “[…] Il 18 gennaio 1945, giorno in cui Laginestra fu convocato da Tommaso David del gruppo sabotatori – attentatori, quest’ultimo affidò all’agente il compito di trovare Ronzoni [un ex agente della Rsi caduto nelle mani degli Alleati] e di ucciderlo. Inoltre, David istruì Laginestra ad entrare in contatto con Fra’ Diavolo, il leader della banda fascista, per commissionargli l’uccisione di Ronzoni. […]”.

In un rapporto Oss del 4 marzo 1945 (titolo: Sidari Pasquale, alias Secchi, agente dell’Abwherkommando 150), leggiamo: “[…] A Palermo, verso il 15 dicembre 1944, il soggetto incontrò per caso di fronte al teatro Finocchiaro altri due colleghi, paracadutisti del battaglione S. Marco. Si trattava dei fratelli Consoli, Giuseppe (25 anni circa) e Giovanni (30 anni circa), siciliani. I fratelli risiedevano all’epoca in via dei Mille, a Partinico, in provincia di Palermo. Un altro paracadutista del battaglione S. Marco, un certo Magistrello o Pagistrello, era in compagnia dei due fratelli. Assieme a Giovanni Consoli, Magistrello meditava di tornare nella Rsi dopo il Natale del 1944. Sia i fratelli Consoli che Magistrello sono dei sabotatori che hanno attraversato le linee nei pressi di Nettuno. […] Nel corso dell’incontro suddetto, i fratelli Consoli accennarono al fatto che vi era una banda fascista di diverse centinaia di elementi che operava nei pressi di Partinico al comando di un certo Giuliani. Della banda, che disponeva di armi, facevano parte molti tedeschi. Uno degli obiettivi della missione di Giovanni Consoli e di Magistrello nella Rsi era di assicurare equipaggiamenti e armi per la suddetta banda […]. Nell’agosto del 1944, il Sidari incontrò il tenente di vascello Rodolfo Ceccacci a Montorfano (Como), ufficiale del battaglione S. Marco che aveva appena concluso una missione a Taranto. […] Il Ceccacci, che aveva a sua disposizione un gruppo del battaglione S. Marco, lavorava in stretta collaborazione con il comando tedesco e addestrava i suoi uomini per missioni oltre le linee. Era di stanza a Cesenatico, in provincia di Forlì […] Dalla lista dei sospetti preparata dal controspionaggio del Sim [il Servizio informazioni militari dell’Italia liberata], Quinta armata, in data 4 ottobre 1944, apprendiamo che Giovanni Tarroni [l’agente catturato assieme al Sidari] sembra aver frequentato un corso organizzato dall’Abwehr nel maggio del 1944, a Firenze. […] Da un rapporto datato 1° luglio 1944, intitolato: ‘Formazioni speciali italiane’, apprendiamo che il sergente Sidari compare nelle liste del battaglione S. Marco della Decima Flottiglia Mas. Visto per l’ultima volta a Jesolo. […] Da un rapporto datato 30 maggio 1944, intitolato ‘Agenti nemici’, apprendiamo che il sergente Sidari indossava una uniforme del battaglione S. Marco (Np, Nuotatori paracadutisti). Visto per l’ultima volta a Jesolo nel gennaio 1944. Nato a Reggio Calabria, di circa 28 anni, fanatico fascista. […] All’inizio dell’agosto 1944, Tarroni Giovanni, che il Sidari conosceva fin dai tempi dell’addestramento del battaglione S. Marco a Tarquinia, giunse a Montorfano (Como), dove il Sidari si trovava di stanza con il suo reggimento. Il Tarroni raccontò al Sidari che lavorava per il servizio segreto germanico e lo invitò ad unirsi a lui per una missione da svolgersi in territorio nemico. […] Il Sidari è convinto di essere stato scelto per la missione anche perché di origini meridionali. Ciò lo avrebbe reso meno sospetto nell’Italia del sud, rendendo così difficile la sua cattura da parte degli Alleati. […]”. Dei fratelli Consoli parla Aldo Bertucci nel suo volume Guerra segreta oltre le linee, Milano, Mursia, 1998, pp. 100 – 103, dedicato alle operazioni di sabotaggio e spionaggio condotte dai gruppi speciali agli ordini del tenente della Decima Mas Rodolfo Ceccacci, classe 1918, nel territorio dell’Italia liberata. I fratelli Consoli appartengono alla squadra di Anassagora Serri e, nella primavera del 1944, penetrano la zona controllata dagli Alleati nei pressi di Cassino. Gli Np della Decima Mas, appartenenti alla Rsi e specializzati in azioni di sabotaggio e controguerriglia nel periodo 1943 – 1945, sono comandati da Nino Buttazzoni (classe 1912).

Da un documento Sis del 19 novembre 1947 (titolo: Militari italiani condannati da corti alleate), apprendiamo: “[…] Allegato A: elenco dei militari condannati da corti militari alleate per sabotaggio o spionaggio: […] Magistrelli Adolfo, di Luigi e di Topazzini Mercedes, nato a Milano e ivi residente. Condannato con sentenza 14.3.45. dalla corte militare alleata di Roma ad anni 10 di reclusione per sabotaggio. Soldato S. D., celibe, detenuto nella casa di reclusione di Procida. […]”. Altri documenti Oss certificano che, catturato dagli Alleati all’inizio del 1945 (probabilmente mentre tenta di attraversare le linee per raggiungere la Rsi), il Magistrelli è in un primo momento condannato a morte. Si tratta del Magistrello citato nel paragrafo precedente? Da notare che a Procida sono internati nel dopoguerra gli esponenti più pericolosi della Rsi (tra questi, lo stesso Junio Valerio Borghese, comandante della Decima Mas).

In un documento Sis del 25 maggio 1947 (titolo: Dichiarazioni dei nominati Gazzotti Adriano e Tommassetti Ettore, detenuti nelle carceri di Sulmona), il Tommassetti dichiara al questore di Roma Saverio Pòlito: “[…] Durante l’occupazione [tedesca] ero ingaggiato come militare nel battaglione Barbarigo [della Decima Mas], che ha combattuto sul fronte di Nettuno assieme alle forze germaniche. Dopo la Liberazione sono venuto a conoscenza di un movimento neofascista che tramava un colpo di Stato, che aveva sede a Roma ed era collegato con la Sicilia. Ciò mi consta perché fui ingaggiato come autista dal comando di tale movimento, ed ero alle dirette dipendenze del capitano di artiglieria De Prazza. Nel novembre del 1944, in auto, accompagnai il De Prazza in Sicilia ove egli si recava per fare della propaganda, come posso attestare perché ero incaricato di spedire telegrammi diretti in diversi paesi e città della Sicilia e con i quali il De Prazza mandava a chiamare varie persone. […]”.

Da un documento Oss dell’8 febbraio 1945, apprendiamo che: “[…] Nel giugno 1944, Otto Ragen, alias maggiore Begus, fu richiamato in Germania e, in luglio, inviato a dirigere una nuova scuola di sabotaggio dello Sd [lo Sicherheitsdienst, lo spionaggio del partito nazista] a villa Grazzani [Grezzana] di Campalto, nei pressi di Verona. Riteniamo sia il capo dello Sd in Italia. Riteniamo inoltre stia costituendo una Quinta Colonna nell’Italia settentrionale e che invii sabotatori nell’Italia liberata. […]”.

In un documento dei servizi segreti italiani del 6 gennaio 1945, intitolato Rapporto sul mese di dicembre 1944, il capitano dei carabinieri e capo centro del Sim a Palermo, Vincenzo Di Dio, annota che “[…] Giuseppe Sapienza, di Giuseppe e di Purpura Caterina, nato a Montelepre (Palermo) il 19 aprile 1918, inviato in missione nell’Italia liberata, è stato identificato come un agente sabotatore nemico [appartenente, cioè, ai servizi segreti della Rsi]. […]”. Da una scheda Oss del 29 ottobre 1944 intitolata Agenti nemici, veniamo a sapere che un certo Giuseppe Sapienza, 26 anni, si trova presso un campo di addestramento tedesco a Villa Grazzani [Grezzana] di Campalto (Verona) per frequentare un corso speciale di addestramento alle tecniche di sabotaggio militare. Vi partecipano 29 militi scelti, in gran parte della Decima Mas. L’agente Hill – Dillon segnala che i suddetti “[…] potrebbero essere utilizzati come agenti sabotatori clandestini [contro gli Alleati]. […]”. Vale notare che della banda Giuliano fa parte un altro Giuseppe Sapienza, inteso “Scarpe sciolte”, classe 1927 [cfr. Nicola Tranfaglia, Come nasce la repubblica, Milano, Bompiani, 2004, p. 204, nota n. 97]. I nomi dei 29 uomini in addestramento a Campalto sono i seguenti: Italo Argo (22 anni, Firenze, Decima Mas), Corrado Balest (23 anni, Genova, Decima Mas), BeniniCeccarone (22 anni, Decima Mas), Michele Cervo (28 anni, Firenze), CorradiUgo Defanis (22 anni, Ancona, Decima Mas), Francesco Dionisio (21 anni, Firenze, Decima Mas), Remo Iacozzilli (26 anni), Benito Menegatti (22 anni, Ferrara, Decima Mas), Miotto (30 anni, Udine, Decima Mas), Negrisoli (22 anni, Bergamo, Decima Mas), Luciano Oppo (23 anni, Venezia, Decima Mas), Luigi Pessino (22 anni, Genova, Decima Mas), Prete (30 anni), Ravasio (25 anni, Milano, Decima Mas), Ricciuti (22 anni, Ancona, Decima Mas), Rigoni (24 anni, Verona, Decima Mas), Giovanni Roca (26 anni, Bari), Rossi (22 anni), Ruggero (22 anni), Ruggero Rumi (22 anni, Pola, Decima Mas), Giuseppe Sapienza (26 anni, Palermo, Decima Mas), Giorgio Sciamanna (25 anni, Bergamo, Decima Mas), Bruno Sciascia (22 anni, Decima Mas, Firenze), Nicola Terracciano (24 anni), Tino Tini (30 anni), Giuseppe Varaldo (23 anni, Decima Mas, Biella), Luigi Verlengia (22 anni, Decima Mas, Torino). È infine da rilevare che il già citato Salvatore Ferreri, inteso Fra’ Diavolo, era solito utilizzare lo pseudonimo di Salvo Rossi (la sua falsa carta di identità è agli atti del processo di Viterbo). L’età del Rossi nella suddetta lista – 22 anni – corrisponde a quella del Ferreri (classe 1923). In un documento del 12 novembre 1944 (in cui compare nuovamente il nome di Giuseppe Sapienza), l’Oss descrive l’aspetto fisico del Rossi: “[…] Italiano, 22 anni, altezza 1 metro e 60, peso 70 chili, corporatura normale, carnagione scura, volto ovale, sabotatore della Decima Mas. […]”. Il ritratto fisico tracciato dai servizi americani corrisponde a quello di Salvatore Ferreri. Infine, da un rapporto Oss del 25 gennaio 1945, apprendiamo che: “[…] Utilizzando i canali dello Sd e per conto del Pfr, gli agenti nemici Aristide Fabbi e Adolfo Magistrelli [di Magistrelli si parla nei paragrafi precedenti] sono stati inviati nell’Italia liberata [nell’autunno 1944] per entrare in contatto con un certo Rossi, leader di un gruppo di guerriglieri fascisti a Firenze. […] La missione del Rossi consisteva nell’organizzare attività sovversive contro gli Alleati. […] Non siamo in possesso di dettagli sul suddetto elemento, ma riteniamo che ‘Rossi’ sia un nome di copertura. […]”. Il Rossi della Decima Mas in addestramento a Campalto, il Rossi “leader di un gruppo di guerriglieri fascisti a Firenze” e il Fra’ Diavolo “capo di una banda di fascisti operante nella zona di monte Esperia, sita a circa 40 chilometri al sud di Roma” (vedi paragrafi precedenti) sono la stessa persona? Come vedremo nel capitolo VI, anche Salvatore Ferreri soggiornerà a Firenze tra l’estate del 1946 e il marzo del 1947.

In un documento Oss del 14 agosto 1945 (titolo: Capitano Aniceto Del Massa), leggiamo: “[…] Alessandro Pavolini [il segretario del Partito fascista repubblicano] era favorevole alla creazione di bande armate fasciste nell’Italia liberata, simili alle bande partigiane che operavano nella Rsi per conto degli Alleati. […] Il gruppo ‘Bruno Mussolini’ era il più attivo in Sicilia ed aveva il suo quartier generale a Palermo. Era al comando di un certo Liscitra e dal suo vice, Figari o Fegari. Inoltre, vi era un collegamento tra questo gruppo e i separatisti di Andrea Finocchiaro Aprile. […] Nel dicembre 1944 Pucci presentò a Del Massa [Puccio Pucci e Del Massa sono i principali responsabili dei servizi segreti della Rsi] il capitano Brentano, reclutatore tedesco del Kommando 190 e ufficiale di collegamento tra il Prf e l’esercito tedesco [si tratta di August Ludwig, alias Bertram o Brentano, vice del maggiore Begus in Italia]. Brentano gli parlò di un ambizioso progetto che prevedeva l’invio di 30 agenti italiani per una missione speciale in Sicilia. Tutti gli agenti erano stati addestrati ad azioni di sabotaggio. […] Ogni agente doveva essere provvisto di un milione di lire, finanziamento a cui provvidero equamente sia i tedeschi che i fascisti. I tedeschi avrebbero pensato al trasporto degli agenti. […]”. I 29 sabotatori del campo di addestramento di Campalto (cfr. paragrafo precedente) sono gli stessi 30 agenti da inviare in Sicilia su suggerimento del capitano Brentano? I già nominati uomini al comando di Rodolfo Ceccacci (i fratelli Consoli, Sidari, Tarroni, Magistrello) si affiancano allo schema di sabotaggio e di spionaggio organizzato dai tedeschi in Sicilia nell’autunno – inverno del 1944?

Nel volume di Felice Chilanti Da Montelepre a Viterbo (Roma, Croce editore, 1952, dedicato alla storia di Salvatore Giuliano), il bandito Frank Mannino afferma (p. 141): “[…] La squadra [di Terranova] si è praticamente formata nell’esercito dell’Evis. Il primo comandante che conobbi era un ex sergente di Marina, tal Ferrari. Poi fu Ferrari a comunicarci che Giuliano era il comandante dell’Evis. […]”. Da un documento Oss intitolato Movimento giovani italiani repubblicani (Mgir), una organizzazione ultrafascista della Rsi con base a Milano e a Firenze, apprendiamo che “[…] Il tenente Domenico Ferrari, ex ufficiale della Decima Mas, mantiene i collegamenti tra l’Mgir e i servizi di intelligenza germanici. […]”. Il rapporto aggiunge che, nell’ottobre 1944, il tenente Ferrari si reca a Verona per incontrarsi con il maggiore Begus. Il documento cita più volte uno dei principali dirigenti del movimento, Gino Stefani (classe 1920), e vari ufficiali della Decima Mas che vi aderiscono: tra questi, Nino Buttazzoni e Armando Zarotti. Infine, vari rapporti Oss del gennaio – febbraio 1945 riferiscono che il capitano Brentano e il tenente Ferrari lavorano assieme al reclutamento di agenti da inviare nei territori controllati dagli Alleati.

Da un documento Oss del 5 gennaio 1945 apprendiamo che un agente dell’Mgir agli ordini del tenente Ferrari, il milite della Decima Mas Eugenio Cesario, è catturato dagli Alleati nel novembre 1944 mentre tenta di attraversare la Linea Gotica in compagnia del monaco benedettino Giuseppe Cornelio Biondi. Cesario lavora per i servizi segreti germanici del maggiore Begus.

Da alcuni rapporti Oss del 1945 apprendiamo che anche padre Biondi è un agente al servizio del maggiore Begus. I due si incontrano per la prima volta a Verona nell’ottobre 1944. Nella seconda metà degli anni Quaranta, a Monreale, ad avere rapporti con padre Biondi è Gaspare Pisciotta: lo afferma lo stesso bandito in un documento desecretato dalla Commissione Parlamentare Antimafia nel 1998 (cfr. la lettera di Fausto Cohen, direttore del quotidiano Paese Sera, al leader comunista Girolamo Li Causi, luglio 1954, Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul fenomeno della mafia, pubblicazione degli atti riferibili alla strage di Portella della Ginestra, PG, parte prima, documento XXIII, n. 6, 1998, pp. 355 – 358).

In un rapporto del 12 aprile 1945 (titolo: Note sul controspionaggio in Italia), l’agente del Cic Arthur Blom scrive: “[…] Squadra per i sabotaggi: composta da 60 elementi, era al comando del direttorio del Prf e rispondeva direttamente ai centri locali delle Brigate nere e ad uno speciale centro per il sabotaggio con sede a Firenze. Quest’ultimo aveva il compito di coordinare le squadre di sabotaggio in tutto il territorio dell’Italia liberata. Gli obiettivi erano di natura prettamente militare. Il centro di Firenze era coordinato da 10 uomini, tutti provenienti dagli Np della Decima Flottiglia Mas. La nostra fonte ha aggiunto che, nel dicembre 1944, i suddetti elementi erano già in piena fase di addestramento. […] Il personale delle Brigate nere per il sabotaggio era selezionato da una lista di nomi inviata a Pavolini dal principe Borghese. I corsi di addestramento al sabotaggio erano promossi dal Pfr utilizzando istruttori tedeschi in Italia [Begus e Brentano?]. […] Le squadre speciali delle Brigate nere percepivano 30.000 lire al mese. Come forma di ulteriore incentivo, erano inoltre disponibili premi in denaro per missioni speciali, premi che variavano dalle 30.000 alle 300.000 lire. Il centro politico di Roma disponeva di 20 milioni di lire, mentre quello di Firenze (sabotaggio) di 5 milioni di lire. […]”.

In un rapporto dell’808° battaglione di controspionaggio inviato alla Quinta armata americana (titolo: Ufficio e scuola di spionaggio navale di Milano, Abwehrkommando 150, 1 Marina, datato 19 aprile 1945), il maggiore dei carabinieri Cesare Faccio scrive: “[…] Reclutatori: capitano Buttazzoni Nino, ufficiale comandante del reparto Nuotatori e paracadutisti del battaglione S. Marco, Decima Flottiglia Mas. È di stanza a Iesolo (Venezia); tenente di vascello Rossi Mario [classe 1910], appartenente al reggimento S. Marco. È di stanza a Montorfano, Como [sede del battaglione Vega dall’ottobre 1944]; […] Altro personale: tenente di vascello Ceccacci Rodolfo, età 28 anni circa, ufficiale del battaglione S. Marco. Addestra gli agenti sul modo di attraversare le linee. Egli stesso ha compiuto una missione nel porto di Taranto. Precedentemente era di stanza a Cesenatico (Forlì). Trovasi attualmente a Montorfano (Como). […] Enti di provenienza dei reclutati: reparto Nuotatori e paracadutisti del battaglione S. Marco, Decima Flottiglia Mas. […] L’ufficio di spionaggio navale di Milano, nelle notti tra il 5 e il 6 e tra il 6 e il 7 settembre 1944, fece rispettivamente aviolanciare nei pressi di Taranto gli agenti nemici di spionaggio Sidari Pasquale, alias ‘Secchi’ (raccoglitore di notizie) e Tarroni Giovanni, alias ‘Trudu’ (radiotelegrafista), arrestati poi dal Cic (Quinta armata), in data 2 marzo 1945. […] Mezzi per comunicare con i servizi segreti germanici: apparecchio radio ricetrasmittente, consegnato agli agenti dall’ufficio di Milano. […]”.

Da un rapporto dell’agente del Cic (Quinta armata) Stephen J. Spingarn (titolo: Tarroni Giovanni, alias Trudu, data: 4 marzo 1945), apprendiamo che: “[…] Il 28 febbraio 1944 il capitano Buttazzoni Nino, comandante dell’unità di Nuotatori paracadutisti del battaglione S. Marco (Decima Flottiglia Mas, Iesolo), convocò nel suo ufficio il Tarroni, milite degli Np, per chiedergli di partire per una missione di 22 giorni in Sardegna, agli ordini dei tedeschi. Il Tarroni, che era già stato in Sardegna con il battaglione S. Marco tra l’aprile e il luglio del 1943, accettò e fu immediatamente inviato a La Spezia, dove giunse il 1° marzo. […]”.

In un rapporto Oss dell’11 aprile 1945 (cfr. il volume Come nasce la repubblica, cit., p. 72, nota n. 64), leggiamo: “[…] Ufficiali e soldati della Decima Mas sono inviati nell’Italia liberata per missioni di spionaggio. Partono dalla Liguria a bordo di piccoli sottomarini e raggiungono prevalentemente il nord della Toscana e Firenze. […]”.

Da un documento Oss del 23 aprile 1945 (titolo: Organizzazione, metodi e attività dei servizi di informazione tedeschi e italiani), apprendiamo che “[…] Lo Sicherheitsdienst opera specialmente in Sicilia, a mezzo dell’ambiente fascista e delle manifestazioni di dissidenti o separatisti. […]”.

In un rapporto dei servizi segreti italiani intitolato Separatismo siciliano (data: 16 febbraio 1946; p. 182 del volume Come nasce la repubblica, cit.), leggiamo: “[…] È ormai constatato che forze di ‘fuorilegge’ non siciliani confluiscono in Sicilia, come affluirebbero in qualsiasi luogo ove vi fosse da combattere: si tratta di elementi per lo più ex – fascisti repubblicani, giovani, perfettamente addestrati alla guerra, che l’antifascismo perseguita e che trovano in Sicilia rifugio, cibo e arruolamento. […]”. Sul tema, cfr. le opere dello storico Giuseppe Carlo Marino.

Da un rapporto dei servizi segreti statunitensi del 10 aprile 1946 (Il movimento neofascista, p. 80 del volume Come nasce la repubblica, cit.), apprendiamo che l’ex capo degli Np della Decima Mas, Nino Buttazzoni, diventa un confidente di James Jesus Angleton, capo dell’X – 2, il controspionaggio alleato in Italia tra il 1944 e il 1947. Nel corposo documento, Buttazzoni si sofferma sulle attività eversive del neofascismo italiano e, in particolare, del Fronte antibolscevico. Il Fronte è attivo anche in Sicilia, con sede in via dell’Orologio a Palermo. Le gravi responsabilità eversive di tale organizzazione – secondo il giornalista Felice Chilanti, è direttamente finanziata dai servizi segreti statunitensi e dalla mafia – si evincono da tre episodi ben precisi: sono ritrovati nei locali del Fronte gli stessi manifestini a stampa lanciati durante gli assalti delle Camere del lavoro di Carini e Partinico (22 giugno 1947); le manifestazioni popolari spontanee, successive agli assalti, vedono la folla irrompere nei locali del Fronte a Palermo, a dimostrazione che le masse individuano lo stesso come l’artefice degli eccidi; alcuni quotidiani, nel valutare la natura politica di quelle stragi, fanno esplicito riferimento alle responsabilità dirette dei gruppi paramilitari neofascisti in Sicilia (cfr. l’articolo di Pietro Ingrao, pubblicato su l’Unità del 24 giugno 1947, titolo: Le forze del disordine). Da rilevare infine che, in un volume pubblicato nel 2002 (Solo per la bandiera, Milano, Mursia, pp. 121 – 126), Buttazzoni scrive di aver iniziato a collaborare con Angleton e con i servizi segreti americani nella primavera del 1946, con l’obiettivo esplicito di combattere il comunismo nell’ambito di una struttura paramilitare clandestina. A mediare tra i due troviamo Agostino Calosi, capo del Sis. Buttazzoni afferma inoltre di aver ripreso i contatti con numerosi Np nell’Italia meridionale.

Da un documento Sis del 12 ottobre 1946 (titolo: Attività monarchica), apprendiamo che “[…] Il movimento clandestino monarchico è diretto dal colonnello Luterchi [Laderchi] e da Callegarini, entrambi del comando generale dell’Arma, già in servizio presso la Real casa, dall’ammiraglio Maugeri, capo del servizio informativo della Marina, e da un cugino del Re, che si fa chiamare Bastiano e che, unitamente al colonnello Carlo Resio, già del servizio informativo della Marina, compie spesso viaggi a Lisbona e si tiene in contatto con i neofascisti monarchici e con la frazione monarchica dell’Uq. […] Il movimento ha provveduto a distribuire agli aderenti armi, già in dotazione ai comandi dei Cc, e prepara una rivolta armata nel paese. […] Attività clandestina monarchica si svolgerebbe a Napoli, Genova, Milano, Sardegna e in Sicilia. […]”. Da numerosi documenti dell’Oss, apprendiamo che Carlo Resio collabora attivamente con l’X – 2 di James Angleton, a Roma, negli anni 1944 – 1947. Assieme ad Angleton, Resio partecipa inoltre alla liberazione di Junio Valerio Borghese, a Milano, nel maggio del 1945.

Nel fascicolo HP 68 intitolato Partito fascista repubblicano (busta 39 del fondo Sis, conservato presso l’Archivio centrale dello Stato, Roma), numerosi documenti segnalano l’attività di un certo Francesco Garase (Catania, 1908), noto come “Franco”, un ex prigioniero di guerra che nella primavera – estate del 1947 opera come emissario della banda Giuliano presso i gruppi paramilitari neofascisti di Firenze, Arezzo e Roma (Fasci di azione rivoluzionaria, Fronte antibolscevico italiano, Partito fusionista italiano, Arditi, ecc.). Nella capitale, il Garase frequenta vari esponenti del neofascismo romano. Tra questi, Ambrosini, Di Franco, Puccioni e Buttazzoni.

Nel già citato saggio di Giannuli, a p. 51, leggiamo: “[…] 25 giugno 1947. […] La banda Giuliano è da ritenersi, fin dall’epoca delle nostre prime segnalazioni, a completa disposizione delle formazioni nere. Il nucleo romano della banda Giuliano era comandato fino a 15 giorni fa da un certo ‘Franco’ e da un maresciallo della Gnr, che si trovano attualmente a Cosenza. Partirono da Roma improvvisamente ‘per ordine superiore’, e in Sicilia, dopo una breve permanenza a Napoli, hanno scritto al Fronte dando ‘ottime notizie sulla situazione locale’. […] Con la loro ultima annunciavano ‘cose grandi in vista e molto prossime’ e richiedevano la presenza a Palermo di 8 uomini completamente sconosciuti in Sicilia. […]”.

In un lungo articolo pubblicato nell’edizione palermitana del quotidiano la Repubblica (data: 16 novembre 2003; titolo: Giuliano aveva un capo), il sottoscritto Giuseppe Casarrubea evidenzia il fermo da parte delle forze dell’ordine di 11 “continentali” a Montelepre nel luglio – agosto del 1947, tutti di giovanissima età. Leggiamo: “[…] Un gruppo di settentrionali composto da Giancarlo Celestini, 20 anni da Milano, Enzo Forniz, 18 anni da Pordenone e Bruno Trucco, un ragazzo di Genova, ebbero a entrare nella banda. A quale appello avevano risposto? Tra il 10 luglio e il 14 agosto del 1947 furono fermati sulle montagne di Montelepre 11 misteriosi individui nativi di Cava dei Tirreni (Francesco Lambiase e Vincenzo di Donato); Sicaminò, in provincia di Messina (Francesco Minuti); Taranto (Cosimo Vozza, Pietro Capozza, Cataldo Sorrentino, Santo Balestra); Cagliari (Carlo De Santis); Vicenza (Gaetano Dalconte ed Edoardo Affollati); Ragusa (Giuseppe Ferma). […]”. Tolti De Santis (come vedremo più avanti, il probabile capo del commando), Minuti e Ferma (entrambi siciliani), restano 8 uomini provenienti da Cava dei Tirreni, Taranto e Vicenza. Si tratta degli elementi “completamente sconosciuti in Sicilia” a cui si accenna nel paragrafo precedente?

Nel documento Sis intitolato Reparto speciale di polizia dott. Pietro Koch (busta 3, fascicolo non indicato), leggiamo: “[…] Elenco nominativo dei componenti: […] De Santis Carlo, Firenze 1926. […]”. Dal rapporto, apprendiamo inoltre che Carlo De Santis passa alla banda del dott. Mario Finizio in data 25 settembre 1944. Su quest’ultimo, nel documento Sis intitolato Centro informativo politico (busta 3, fascicolo non indicato), leggiamo: “[…] Dott. Mario Finizio, dirigente della sezione maschile, è coadiuvato dalla moglie dirigente la sezione femminile. Scopo ufficiale: operazioni di carattere finanziario alle dipendenze delle Ss germaniche. Il Cip è stato costituito il 23 settembre 1944 dall’ex ministro degli Interni Buffarini Guidi, col capo della polizia, il prefetto Bassi, ed il questore Bettini. Sede in Milano: via Fatebenefratelli 14. […]”. Da un altro documento Sis, busta 44, fascicolo LP 39 (titolo: Movimento neofascista e costituzione banda armata, a firma Ciro Verdiani; data: 26 giugno 1946), apprendiamo che un certo De Santis (nome di battaglia: “Marco”) fa parte di una banda armata anticomunista composta da circa 200 elementi, agli ordini di Giuseppe Caccini (nome di battaglia: “Tempesta”), un ex comandante della brigata Osoppo. Il Caccini frequenta elementi monarchico – fascisti siciliani e il principe Flavio Borghese, a Catania. Il Carlo De Santis della banda Koch, il De Santis (“Marco”) agli ordini di Caccini e il Carlo De Santis fermato a Montelepre nel 1947 (cfr. paragrafo precedente) sono la stessa persona?

Nel suddetto elenco degli appartenenti alla banda Koch, troviamo anche “[…] Di Franco Giuseppe, oppure Walter Franco, alias Argentino Francesco fu Matteo, ufficio investigativo ex Sid, Catania 1916. […]”. Anche Giuseppe Di Franco entra nella banda Finizio. Il già visto Di Franco in contatto con il neofascista Francesco Garase e il Di Franco della banda Koch sono la stessa persona?

Nel già citato documento Sis, redatto da Verdiani in data 26 giugno 1946, leggiamo inoltre: “[…] Caccini ha aggiunto che, poichè la situazione si delineava grave [per l’imminente referendum del 2 giugno 1946], e constatando che elementi contrari alla monarchia avrebbero reagito qualora l’esito del referendum fosse stato a questa favorevole, decise di condurre a Roma gli uomini della sua ex brigata per difendere eventualmente gli interessi del popolo e la legalità delle elezioni. […] Entro il giorno 10 di maggio arrivarono nella Capitale, alla spicciolata, i suoi uomini in numero di 221, i quali nelle rispettive valigie tenevano nascosta la divisa militare degli alpini. […]. Portarono a Roma 4 fucili mitragliatori, uno marca Brem e gli altri 3 n. 37 di fabbricazione italiana, molti mitra Steen, mitra Parabellum, pistole automatiche e bombe a mano. […]”. Nel già citato volume Solo per la bandiera, a p. 122, Buttazzoni annota: “[…] È in questo periodo [agli inizi del 1946] che nasce l’Eca, l’Esercito clandestino anticomunista. Possiamo contare su un nucleo ristretto di gente decisa e ben addestrata. Un esponente militare vuole valutare visivamente la consistenza di questo gruppo. Al Pincio facciamo una prova. Viene mandato un osservatore che non conosco. Io sono seduto su una panchina e davanti a me faccio sfilare tutti gli aderenti con un segno di riconoscimento. Alla fine sono 212. Sono momenti in cui per molti repubblica significa comunismo e la nostra scelta non ha incertezze. Abbiamo a disposizione armi e depositi al completo. […]”. Tra la ex brigata Osoppo e la ex Decima Mas si delinea nel 1946 un patto sotterraneo per combattere il comunismo, con la benedizione dei servizi segreti statunitensi? Da rilevare che i contatti tra le due formazioni iniziano a svilupparsi clandestinamente già nell’autunno del 1944, nel tentativo di arginare l’avanzata dei partigiani comunisti jugoslavi e italiani sul confine orientale italiano.

Lubiana, lapide in memoria dei partigiani antifascisti caduti

Lubiana, lapide in memoria dei partigiani antifascisti caduti

Nel fascicolo del Sis (HP 59, busta 38) intitolato Complotti e attentati contro responsabili del Pci, i servizi segreti italiani segnalano le attività neofasciste di una certa Selene Corbellini (Piacenza, 1906) nell’ambito delle Squadre di azione Mussolini (Sam). Si parla della preparazione di un attentato a Palmiro Togliatti ad opera dei gruppi del clandestinismo fascista, da attuarsi nell’autunno del 1947. Nel già citato saggio di Giannuli, a p. 56, leggiamo inoltre: “[…] 2 agosto 1947. […] Da Palermo viene segnalata la presenza in quella città di Selene Corbellini, ricercata, già della ‘Banda Koch’, detta anche ‘Lucia’ o ‘Maria Teresa’. È giunta in Sicilia munita di lettere di vivo accredito dell’On. Misuri e del capitano Pietro Arnaud, La suddetta lavorerebbe in Sicilia per conto del Comitato Anticomunista di Torino, di cui si spaccia per rappresentante per l’Italia centrale e meridionale, che cerca collegamenti con le formazioni del sud. Si tratta di un elemento pericoloso. Ai ‘camerati’ di Palermo dichiarava appena giunta di dover stabilire contatti diretti col noto Martina, capo della banda Giuliano. […]”.

Dal fascicolo Sis HP 13/5 intitolato Elenco nominativi appartenenti alla Brigata Nera Aldo Resega, busta 30, apprendiamo che di detta brigata fa parte “[…] Angelo Martina, fu Tommaso e Coltri Luigia, nato a Milano il 5 maggio 1894. Membro delle Brigate nere dal 17 agosto 1944. Membro del Pfr dal 26 settembre 1944. […]”.

In un documento Sis del 10 giugno 1947 (busta 44, fascicolo LP 39, titolo: Movimento anticomunista), leggiamo: “[…] È tornata [a Roma] dalla sua missione da Torino la Corbellini. […] Ha visitato colà le sedi camuffate, i depositi di armi e il comando superiore, dove si è tenuta una riunione ristretta di capi giunti da tutta Italia in presenza di due ufficiali americani. […]”.

Anche il giornalista de l’Unità Vincenzo Vasile cita gli importanti documenti rinvenuti dallo storico Aldo Sabino Giannuli nel 1997 (cfr. il volume Salvatore Giuliano, bandito a stelle e a strisce, Milano, Baldini Castoldi Dalai editore, 2004; capitolo: La banda Giuliano è mai esistita?, pp. 303 – 326).

Sulle probabili connessioni tra i gruppi paramilitari neofascisti e l’attentato al leader del Pci Palmiro Togliatti (14 luglio 1948), va rilevato che, in data 3 luglio 1951, al processo di Viterbo per la strage di Portella della Ginestra, si presenta un testimone, tal Corrado Guastella. Rinchiuso per un certo periodo nello stesso carcere in cui è detenuto l’attentatore di Togliatti, Antonio Pallante (classe 1924), Guastella dichiara di aver intercettato la corrispondenza di quest’ultimo e di aver scoperto che Pallante intrattiene rapporti epistolari con un ex capitano della Decima Mas, Matteo Guglielmo Ferro, e direttamente con la banda di Salvatore Giuliano. Da un documento pubblicato nell’antologia Come nasce la repubblica, cit., p. 19, (titolo: Organizzazione segreta della Decima Mas; data: 11 giugno 1945), veniamo a sapere che, nella primavera del 1945, nella Rsi, “[…] gli apparecchi radio a valigia venivano preparati a Crema da un certo Ferro […]”. Si tratta del medesimo Ferro in contatto con Pallante tre anni dopo, nel 1948? Infine, dal già citato volume di Aldo Bertucci, apprendiamo che un certo Ferro, membro degli Np della Decima Mas, fugge assieme ad altri suoi commilitoni dal campo di detenzione alleato di Taranto nella primavera del 1946 (testimonianza del sergente allievo ufficiale Giacomo Cossu, p. 228).

Da un rapporto segreto Usa intitolato Il movimento fascista clandestino del 30 gennaio 1946 (cfr. il volume Come nasce la repubblica, cit., p. 72) a firma James Angleton, apprendiamo che Fortunato Polvani – ex federale di Firenze durante la Rsi, stretto collaboratore di Alessandro Pavolini e di Pino Romualdi ed esponente di spicco del fascismo clandestino – si trova a Palermo dall’estate – autunno del 1945 per dirigere il Centro nazionale fascista (clandestino) di Palermo. Da rilevare che, secondo un documento Oss del 12 ottobre 1944, Polvani aveva sostenuto con forza le attività spionistiche e paramilitari del già citato Mgir a Firenze (autunno 1943 – estate 1944). Nel 1948, Polvani emigra in Brasile e, successivamente, in Argentina, dove entra in contatto con Gaio Gradenigo (classe 1913), ex – capitano della Guardia nazionale repubblicana (Gnr), ex capo ufficio stampa delle Brigate nere di Pavolini e attivo rappresentante dei gruppi neofascisti italiani (e dell’Msi fino agli anni Ottanta) nel Cono sud latinoamericano.

In un documento del 13 maggio 1946 intitolato Il Fronte Nazionale (cfr. il volume Come nasce la repubblica, cit., p. 87, nota n. 80), l’anonimo redattore segnala che “[…] Romualdi Carlo, ingegnere, è un collaboratore di Polvani. Dal momento che Polvani è rimasto in Sicilia per un lungo periodo, Romualdi mantiene i contatti tra la Sicilia, Roma e l’Italia settentrionale. […]”. Il Romualdi in questione è parente di Pino, ex-vice segretario del Partito fascista repubblicano e, nel periodo in questione, molto attivo nell’organizzare i neofascisti nei ranghi dei Fasci di azione rivoluzionaria (Far)? In ogni caso, il rapporto sottolinea anche che Pino Romualdi collabora con il Fronte nazionale e che “[…] lo ‘Schieramento Nazionale’ ha ventimila aderenti nella provincia di Milano e trentamila a Roma. […] Il movimento è forte in Emilia, Veneto e Piemonte […]”; mentre a pagina 2 (punto 3) leggiamo che “[…] il Fronte è in contatto con un’organizzazione di Napoli apertamente fascista (capeggiata da Calogero e Moroni). Il suo quartier generale è nelle vicinanze della stazione radio della città. Ha collegamenti in Puglia, Calabria e Sicilia. Il movimento è particolarmente forte in Sicilia, dove progetta di stampare pamphlet e direttive per poi spedirli nell’Italia del nord. È estremamente nazionalista ed è probabile che mantenga legami con i monarchici. Tenta inoltre di reclutare gli ex prigionieri di guerra per promuovere la sua politica anticomunista. […]”.

Un rapporto dei servizi segreti Usa del 20 febbraio 1946 (cfr. il volume Come nasce la repubblica, cit., p. 206, nota 98, titolo del documento: Attività del bandito Giuliano in Sicilia) segnala al punto 1 (paragrafo 3) che “[…] Vi sarebbero numerosi gruppi di neofascisti a Palermo e a Catania. Al momento, la loro attività sembra confinata alla distribuzione di materiali di propaganda. Inoltre, elementi neofascisti provenienti dal nord Italia sono stati inviati in Sicilia per organizzare i suddetti gruppi. Sono stati rinvenuti volantini con i nomi delle organizzazioni Sam (Squadre d’azione mussoliniane) e Spsfe (Società patriottica siciliana fascista dell’Etna). Benchè tali attività non costituiscano al momento una minaccia diretta alla sicurezza degli Alleati, non è da escludere che gli elementi neofascisti partecipino con l’Evis ad attacchi contro la polizia e le forze armate italiane. […]”. Sull’Evis, in data 30 aprile 1946, l’agente JK 23 annota che “[…] I reparti operativi, le cosiddette ‘brigate’, sono costituite da un massimo di 50 o 60 uomini, divisi in squadre di 5 o 6 elementi, e ciò allo scopo di sfuggire più facilmente all’individuazione e avere maggiore libertà di movimento nell’attuazione di sabotaggi o rapine. […]”. È interessante rilevare che le “brigate” e le “squadre” dell’Evis ricordano da vicino i commandos del battaglione Vega della Decima Mas, costituiti nella Rsi alla fine del 1944 e formati in gran parte dai militi degli Np agli ordini di Buttazzoni e di Ceccacci.

In un articolo pubblicato dal sito internet www.amicifolgore.com in data 26 novembre 2003 (titolo: La storia della Rsi in Sicilia), il giornalista Andrea Lodato scrive: “[…] Decapitato dagli arresti degli Alleati, il Mui [Movimento unitario italiano] continuò la sua azione dal campo di prigionia di Padula, da dove i prigionieri uscirono tra la fine del 1945 e il 1946. […] Ma si può dire che a quel filone fascista intransigente è legata, anche a Catania, la nascita dei Fasci di azione rivoluzionaria (Far). Fondati a Roma da Pino Romualdi, furono importati nel capoluogo etneo da Nino Platania, che aveva combattuto in Africa orientale, in Spagna e a El Alamein, con la Folgore. Un fascista repubblicano a tutti gli effetti, che ingaggiò presto personaggi come Girolamo “Momo” Rallo, Nino La Russa, Rosario Costa, Cesare Laurenti, Guglielmo Zarbà, Vito Cusimano e quell’Agatino Giammona, che della Rsi era stato Guardia nazionale. Anche molti di questi passarono, all’inizio della loro carriera politica, dal carcere. Ma nel frattempo, il 23 febbraio 1947, nasceva a Catania il Movimento sociale italiano (Msi) […]”. Il nome di Pino Romualdi ricorre ancora una volta nelle turbolente vicende siciliane dell’immediato dopoguerra. Nel volume Come nasce la repubblica, cit., leggiamo (a p. 72, nota n. 64): “[…] L’afflusso a Catania di fascisti romani e fiorentini è un dato confermato anche da altre fonti Oss. Dal 1944, nella città siciliana è molto attiva una organizzazione neofascista al comando del principe Flavio Borghese, fratello maggiore del comandante della Decima Mas. In una nota del 28 novembre 1944, l’agente Scamporino segnala che ‘[…] il leader del Mui (Movimento unitario italiano), il principe Flavio Borghese, condivide con il Partito unionista (monarchico) l’opposizione al separatismo ma non si pronuncia sulla questione monarchica. Sospettiamo che il Mui sia un movimento fascista molto diffuso tra gli studenti. Il suo quartier generale si trova presso la casa di Angelo Maccarone, un fascista convinto e proprietario di una sartoria in cui venivano confezionate uniformi del regime. I suoi aderenti utilizzano il linguaggio e i metodi tipici dei fascisti. Molti studenti che militavano nel movimento sono stati arrestati. Due di questi avevano anche tentato di attraversare il fiume Volturno per unirsi ai fascisti repubblicani’. […]”.

Dal volume di Daniele Lembo Taranto: fate saltare quel ponte, Pavia, Ma. Ro., 2002, apprendiamo (p. 101) che “[…] In Sicilia, a Catania e a Palermo, disordini e tumulti fecero da sfondo all’apertura dell’anno accademico [1943 – 1944]. All’indirizzo di quella parte del corpo docente più servile verso gli occupanti furono lanciati cocenti insulti. Gli stessi studenti siciliani diedero vita al Mui, che ufficialmente era un partito in contrapposizione ai movimenti separatisti, ma dietro la facciata di copertura si occupava di svolgere attività clandestine fasciste. Molti giovani siciliani furono incarcerati nei campi di concentramento di Padula e Terni […]. Altri movimenti si ebbero a Barletta e a Taranto. Il gruppo di Taranto [con cui prendono contatto gli Np Ceccacci e Bertucci fin dall’autunno del 1943], il capo del quale fu poi internato nel campo di concentramento di Terni, fu processato per collaborazionismo. […]”. Vale infine notare che, da Taranto, provengono ben 4 degli 11 uomini fermati a Montelepre nell’estate del 1947.

Secondo Francesco Fatica (cfr. Italia tricolore per la III Repubblica, n. 1, 30 gennaio 1995), “[…] Il personaggio più brillante del movimento resistenzialista [della Rsi] del sud fu certamente un principe ultracinquantenne [Valerio Pignatelli] originario di Chieti. […] Questi seppe radunare attorno a sè tutte le vibranti energie patriottiche presenti nel sud Italia. Il principe operò in un primo tempo in Calabria, da dove si trasferì in Campania al fine di realizzare un contatto tra i gruppi calabri e quelli partenopei. Nel capoluogo campano prese contatti anche con un gruppo di patrioti provenienti da Castellamare di Stabia, città che, tra l’altro, era stata obiettivo di una missione a carattere propagandistico ed informativo da parte di una pattuglia di Np. […]”. Tra il 1945 e il 1947, Pignatelli (assieme a Buttazzoni) è in contatto con Junio Valerio Borghese, detenuto nel penitenziario di Procida. Inoltre, da Cava dei Tirreni (Campania) provengono alcuni degli uomini fermati dalle forze dell’ordine a Montelepre nell’estate del 1947 (cfr. l’articolo del sottoscritto Casarrubea del 16 novembre 2003, cit.).

Tra le armi in dotazione alla Decima Mas nel periodo 1943 – 1945, figurano il fucile mitragliatore Breda mod. 30, cal. 6,5; il mitra automatico Beretta mod. 38, cal. 9; il moschetto mod. 1891/38, cal. 6,5 (cfr. il volume di Raffaele La Serra, Il battaglione guastatori alpini Valanga della Decima Mas, Monfalcone, 2001, pp. 185 – 187). Secondo i giudici del processo di Viterbo, tra le armi utilizzate dalla banda di Salvatore Giuliano a Portella della Ginestra, vi sono il fucile mitragliatore Breda mod. 30 (cal. 6,5) e il moschetto mod. 1891/38 (cal. 6,5). Il moschetto automatico Beretta mod. 38 (cal. 9) è invece utilizzato da Salvatore Ferreri e dai fratelli Giuseppe e Fedele Pianello (cfr. il capitolo sulle perizie e le autopsie). È infine da rilevare che, tra le armi dei commandos della Decima Mas citate da La Serra, troviamo anche la bomba a mano Srcm mod. 35, lo stesso tipo di ordigno utilizzato per gli assalti alle Camere del lavoro nella provincia di Palermo (22 giugno 1947).

A proposito del generale dei carabinieri Ugo Luca, responsabile della cattura e dell’uccisione del bandito Giuliano nel luglio del 1950, scrive l’opuscolo del Pci La verità sul bandito Giuliano (Roma, supplemento al n. 24 del periodico Propaganda, 1949): “[…] Il colonnello Luca è un ex appartenente al Sim, quel Servizio informazioni militari che, ufficialmente disciolto all’indomani della sconfitta militare fascista, pur nondimeno ha continuato nell’ombra ad intessere le sue trame equivoche ed antinazionali. Strumento indispensabile della diplomazia segreta del fascismo, della monarchia e dello Stato Maggiore militare, esso ha sulla coscienza la preparazione di tutti gli intrighi internazionali che precedettero le guerre di aggressione fasciste alla Spagna, all’Albania, alla Grecia. Specializzatosi nel corso dell’ultima guerra nel doppio gioco a favore dei gruppi più reazionari anglosassoni, esso [il Sim] ha messo oggi tutti i suoi più compromessi elementi al servizio dichiarato dell’imperialismo americano. […] Se il governo della Dc ha creduto opportuno inviare in Sicilia quest’uomo, notoriamente legato attraverso il Sim agli agenti di Roatta, l’unica conclusione possibile è che la Dc abbia anche in questo caso agito come rappresentante di interessi stranieri in Italia, di interessi antinazionali, della volontà americana di disporre di una porzione del nostro territorio nazionale completamente e senza doverne rendere conto a nessuno. […]”. Nel documento statunitense Principali risultati ottenuti dalla sezione italiana del Si (data: 12 gennaio 1945, contenuto nel volume Come nasce la repubblica, cit., p. 285, nota n. 64), leggiamo: “[…] Secondo il generale Carboni, quest’ultimo [il generale Ugo Luca] sarebbe stato personalmente incaricato da Mussolini di recarsi in Turchia, nel maggio del 1943, per avviare trattative segrete con la Russia sovietica, con l’obiettivo di concludere una pace separata dalla Germania e sganciare l’Italia dal fronte orientale […]”. In data 6 settembre 1945, l’Oss segnala inoltre che “[…] il colonnello è sempre stato molto vicino a Mussolini e al regime fascista. […]”.

2) I servizi segreti Usa, la mafia siculo – americana e la banda Giuliano

Le indagini della polizia giudiziaria condotte in seguito alle stragi del maggio – giugno 1947, appaiono ora insufficienti rispetto ai nuovi elementi emersi negli ultimi anni, elementi che collegano i servizi segreti Usa, la mafia e il clandestinismo fascista agli uomini della banda Giuliano.

La nota 31 a pagina 56 del già citato saggio di Giannuli (rivista Libertaria) accenna all’esistenza di numerosi documenti che attestano i rapporti diretti intercorsi nel dopoguerra tra neofascismo e servizi segreti statunitensi.

In una celebre foto scattata in Sicilia, vediamo ritratti insieme, sorridenti, Salvatore Giuliano e il gangster siculo – americano Vito Genovese, quest’ultimo in uniforme dell’esercito Usa. Con ogni probabilità, la foto è scattata tra la fine del 1943 e l’inizio del 1944, periodo in cui il Genovese è uno dei collaboratori di Charles Poletti, capo del governo militare alleato in Sicilia. Da alcuni documenti dell’Oss recentemente desecretati negli Usa, apprendiamo che il Dipartimento di polizia di New York spicca un mandato di cattura nei confronti del gangster nell’agosto del 1944, dopo aver scoperto che questi si trova alle dipendenze dell’esercito statunitense in Italia. Genovese è ricercato per aver organizzato l’assassinio a New York dell’anarchico italiano Carlo Tresca, nel gennaio del 1943. Il gangster avrebbe commissionato il delitto al mafioso siculo – americano Carmine Galante, su ordini diretti di Galeazzo Ciano. Dopo aver abbandonato gli Usa per l’Italia alla fine del 1936, Genovese si sarebbe infatti messo alle dipendenze del genero del Duce, alloggiando presso l’hotel Plaza di Roma. Nel settembre del 1944, la Polizia di New York annota che “[…] Genovese lavora ora come interprete civile per l’esercito Usa in Italia, alle dipendenze del maggiore Anderson o Henderson. […]”. Sebbene il mandato di cattura sia emesso in agosto, è soltanto alla fine di novembre del 1944 che Genovese è arrestato a Roma dalla polizia militare americana, con l’ordine di essere estradato negli Usa. Ma un documento Oss del 15 marzo 1945 evidenzia le preoccupazioni del Dipartimento di polizia di New York, che non è ancora riuscito a mettere le mani sul gangster. In particolare, i funzionari della polizia americana chiedono all’Oss se “[…] Genovese non abbia per caso ‘amici’ nei posti chiave e se l’X – 2 [il controspionaggio alleato alle dipendenze di Angleton in Italia] sia stato a conoscenza del suo nascondiglio fino al momento dell’arresto. […]”. L’Oss rileva infine che la polizia di New York desidera ricevere informazioni dettagliate “sui contatti e gli amici di Genovese in Italia”.

Dal volume intitolato Lucky Luciano di Ovid Demaris, Derby (Connecticut, Usa), Monarch Books, 1961, pp. 135 – 137, inedito in Italia, apprendiamo che: “[…] Vito Genovese, conosciuto come Don Vitone, sembra aver accumulato una fortuna personale di 30 milioni di dollari. Genovese trascorse gli anni tra il 1937 e il 1945 in Italia, per sfuggire ad una accusa di omicidio a Brooklyn [avvenuto nel 1934]. Il nome della vittima era Ferdinando Boccia (inteso ‘L’ombra’). Non era la prima volta che Genovese affrontava una accusa di omicidio, ma questa volta la cosa sembrava mettersi male. […] In Italia, Genovese entrò ben presto nelle grazie dei fascisti. Frequentava il Duce e il gerarca nazista Goering. Il conte Ciano, il genero del Duce, era un ospite abituale del castello di Don Vitone, a Nola. La generosità di Genovese non aveva limiti: acquistò una centrale elettrica e donò 250.000 dollari per la costruzione del nuovo palazzo comunale di Nola. Colpito da tale filantropia, Mussolini lo investì del titolo di ‘Commendatore del Regno’, la più alta onorificenza civile nell’Italia del tempo. Durante la guerra trovò il modo di servire il Duce. A New York viveva un antifascista italiano, Carlo Tresca, che dalle colonne del suo settimanale, Il Martello, denunciava senza mezze parole il fascismo. Il Duce odiava Tresca e ne parlò con Genovese. Ansioso di accontentare Mussolini, Genovese mise in piedi un complotto internazionale: nel gennaio del 1943, Tresca era assassinato in pieno giorno, sulla Quinta strada [il delitto fu commissionato a Carmine Galante]. Quando l’esercito americano raggiunse Napoli [settembre 1943], non c’era un americano più americano di Genovese ad accogliere i soldati. ‘Certifico che Vito Genovese è stato da me assunto come interprete personale in data 28 gennaio 1944. Mi è stato utilissimo, ha lavorato onestamente e, di fatto, ha denunciato numerosi casi di corruzione e di mercato nero nell’ambito del cosiddetto personale civile di fiducia. È brillante, conosce gli italiani come pochi ed è assolutamente devoto al suo paese di adozione, gli Stati Uniti, e a tutto il personale dell’esercito americano.’ Questo toccante documento, datato 9 giugno 1944, è firmato dal capitano Charles I. Dunn, ufficiale del governo militare americano a Nola, in Italia. Sembra proprio che Don Vitone fosse una persona per bene. Persino il colonnello Charles Poletti, capo del governo militare statunitense ed ex governatore di New York, ne cantò le lodi. E anche il maggiore Stephen Young si sentì obbligato a esprimergli al sua fiducia. Scrisse infatti: ‘Vito Genovese è stato il mio interprete sul campo ed ha lavorato come mio assistente in numerose occasioni. Non ha mai percepito alcun compenso in denaro. Lo considero una persona affidabile, leale e devota.’ Sta di fatto, però, che nello stesso periodo Genovese trafugava camion dell’esercito americano, razioni di cibo, dirigeva il mercato nero (compravendita di dollari Usa, di grano e di olio d’oliva) e procurava compagnia femminile agli ufficiali dell’esercito americano. Ci voleva un sergente dell’esercito, Orange C. Dickey della Criminal intelligence division (Cid), per guardare oltre la seducente apparenza di Don Vitone. Mentre indagava sulle operazioni del mercato nero nell’area di Napoli e di Foggia, il sergente Dickey si imbattè più di una volta nel nome di Vito Genovese. Venne a sapere diverse cose tramite la manovalanza del mercato nero e grazie a vari soldati colti sul fatto. Due soldati canadesi, pizzicati mentre conducevano due camion rubati con a bordo farina e zucchero, confessarono di aver ricevuto ordini di portare i veicoli in una certa località. Dissero semplicemente: ‘Ci manda Genovese’. Don Vitone fu quindi arrestato [27 agosto 1944] e tradotto a Brooklyn [17 maggio 1945] per affrontare il processo per un omicidio avvenuto undici anni prima [il delitto Boccia]. Ma poco prima dell’arrivo di Genovese a New York, Peter La Tampa, il super testimone di quel delitto, fu trovato morto in un carcere di Brooklyn. Era stato avvelenato. […]”. Iniziato nel 1945, il processo si conclude l’11 giugno 1946 con l’assoluzione di Genovese per insufficienza di prove.

Dal volume intitolato King of Crime di Dom Frasca, New York, Crown Publishers, 1959, inedito in Italia, apprendiamo, a p. 103, che: “[…] Genovese fu arrestato a Nola il 27 agosto 1944, mentre era a bordo della sua limousine con autista. Le indagini erano durate 4 mesi. Sia Genovese che il suo autista erano armati. Altre armi furono rinvenute nel cofano della limousine. Dopo aver portato Genovese in prigione, Orange C. Dickey si recò a Napoli per perquisirne l’appartamento. Qui trovò una potente radio ricetrasmittente. ‘Il controspionaggio sospettò che Genovese fosse una spia, un elemento che all’epoca io ignoravo’: così testimoniò Dickey al suo ritorno a New York, il 1° settembre 1945. Sotto giuramento, Dickey raccontò inoltre che Genovese aveva fatto dono di una automobile [una Packard Sedan] al colonnello Poletti durante il suo servizio nell’Amgot. […]”. Pp. 119 – 120: “[…] Orange C. Dickey testimoniò nuovamente su Genovese il 1° luglio 1958, questa volta dinanzi Comitato per le attività illecite istituito dal senato americano. […] Emersero nuovi elementi quando il presidente del Comitato, Robert Kennedy (fratello di John F. Kennedy, anch’egli membro del comitato e, all’epoca, senatore del Massachusetts), pose a Dickey il seguente quesito (un quesito che nessuno si era sognato di porre 13 anni prima): ‘Quando Genovese era sotto la Sua custodia, prima di tornare negli Stati Uniti, Le furono offerti denaro o incentivi per favorirne la fuga?’ Dickey sorrise e fornì la seguente, ovvia risposta: ‘Ad un certo punto delle indagini, mi furono offerti 250.000 dollari per permettere a Genovese di prendere il volo. In un’altra occasione, mi fu offerta un’altra somma di denaro. E questa volta ero in compagnia di un altro ufficiale.’ […]”.

In un documento della Drugs enforcement administration, Dea (titolo: Lucania Salvatore, data: 12 gennaio 1947), leggiamo: “[…] Lucky Luciano arrivò per la prima volta a Palermo, da Roma, il 19 aprile 1946. Tornò a Roma (via Napoli) il 4 maggio 1946. Il soggetto fece nuovamente ritorno a Palermo il 18 maggio 1946 in in compagnia di un italoamericano, Gaetano Martino, un membro della guardia costiera della marina statunitense. Martino ripartì poco dopo e non è stato più visto. In albergo, all’inizio, Luciano intratteneva rapporti amichevoli con gli ufficiali americani ivi alloggiati (l’hotel delle Palme era stato integralmente requisito dalla marina statunitense e gli ufficiali del comando navale che ancora risiedevano a Palermo continuavano ad abitarvi). Gli italiani pensavano che Luciano fosse un uomo d’affari, almeno fino al giorno in cui scoppiò una lite tra il soggetto e l’unico ufficiale medico ospitato presso l’albergo. Subito dopo, gli americani informarono tutti sulla vera identità e sul passato di Charles ‘Lucky’ Luciano. All’hotel, Luciano occupava una stanza in compagnia della sua amante. I conti che pagava erano spesso molto salati. Per quanto riguarda le ragioni del suo viaggio a Palermo, vi sono varie ipotesi: secondo alcuni, il soggetto si sarebbe messo in affari investendo denaro straniero; secondo altri, invece, Luciano si sarebbe interessato alla mafia e al movimento separatista. Durante il suo soggiorno all’hotel, infatti, numerosi membri del movimento separatista siciliano e noti elementi mafiosi gli resero visita. […]”. compagnia della sua amante, Virginia Massa. […] La coppia prese alloggio all’hotel delle Palme, Palermo. Il 26 giugno 1946 Virginia Massa partì per Roma (via Napoli), mentre Luciano si diresse in automobile (numero di targa: Pa 9026) verso Settecannoli, nei pressi di Palermo, per raggiungere sua sorella Rosa presso la tenuta ‘Gargano’. Luciano rientrò a Roma una settimana dopo. Durante il suo primo soggiorno all’hotel delle Palme (19 aprile 1946), Luciano era

Da un rapporto della Dea redatto dall’agente speciale Henry L. Manfredi (titolo: Brani tratti dall’archivio di Salvatore Lucania conservato presso il ministero dell’Interno, Interpol, Roma, data: 7 aprile 1959), apprendiamo che “[…] John Michael Balsamo, un cittadino statunitense, si è recato a Palermo il 19 giugno 1946 e, da lì, a Villabate per consegnare del denaro a Michele Miranda. […] Il 20 giugno 1946 Balsamo e Lucania si sono recati a Villabate per incontrare Domenico Profaci, fu Emanuele, nato a Villabate il 18 luglio 1921 e ivi residente in corso Vittorio Emanuele 530. […] Balsamo si è spacciato per un generale dell’esercito americano e per ‘garante’ di Lucania. Un altro associato a Lucania è Francesco Barone, fu Umberto. […] Balsamo, inoltre, ha raccontato di essere un rappresentante dell’ambasciata americana a Roma. […]”. All’epoca, Francesco Barone è un giovanissimo membro della banda Giuliano (cfr. il volume: Francesco Barone, Una vita per Giuliano, Genova, Immordino editore, 1968).

In un documento della Dea del 18 aprile 1947 (titolo: Charles Luciano, alias Lucky, alias Charlie Lucania, data: 18 aprile 1947), l’agente Aidan Burnell annota: “[…] Gli archivi dell’Fbi indicano che, durante il suo soggiorno romano del 1946 [marzo e aprile] e prima di partire per il Sud America e i Carabi [dove soggiorna dal settembre del 1946 al marzo del 1947], Luciano fu visto spesso a bordo di un’automobile Pontiac Club (coupè) munita di targa diplomatica. Si ritiene trattarsi di un’automobile ufficiale del Dipartimento di Stato statunitense, veicolo solitamente guidato da John Balsamo, un cittadino americano impiegato presso l’ambasciata statunitense a Roma. […]”.

Da un rapporto confidenziale del 15 aprile 1947, firmato da Lester L. Schnare, console generale americano a Genova (titolo: Arrivo a Genova, Italia, di Salvatore Lucania, alias Lucky Luciano), apprendiamo che “[…] In data 12 aprile 1947 alle ore 5 antimeridiane, a bordo della nave ‘Bakir’, Lucania è stato preso in consegna dalla polizia portuale di Genova. La nave si trovava ancora a dodici miglia dalla costa. Le autorità di polizia lo hanno poi condotto alla prigione di Marassi. I quotidiani affermano che Lucania sarà presto tradotto a Palermo. […] Un impiegato del consolato generale americano a Genova ha inoltre riferito dell’arrivo presso il Ponte dei Mille (stazione passeggeri) di una lussuosa automobile di fabbricazione americana, munita di targa statunitense. Ciò avveniva venerdì 11 aprile, nel pomeriggio. La stampa ha poi riferito che a bordo della macchina si trovavano un certo John Balsamo e un rappresentante del ministero dell’Interno italiano. Si dice che il signor Balsamo si sia presentato come un radio operatore dell’ambasciata americana a Roma e che abbia chiesto l’autorizzazione a trasportare il Lucania in Sicilia. Ricevuto un diniego, la macchina con i suoi due occupanti si è quindi allontanata. […]”.

In un documento confidenziale dell’ambasciata americana (titolo: Investigazione preliminare sulle attività di John Michael Balsamo, data: 28 aprile 1947), J. F. Huddlestone, primo segretario d’ambasciata e console, scrive: “[…] John Michael Balsamo è arrivato in Italia, a Napoli, il 26 novembre 1945. A bordo della nave, ha fatto la conoscenza di un certo James J. Ryan. Giunto a Roma, Balsamo ha prima alloggiato all’hotel Excelsior, per poi trasferirsi in piazza Fiume e infine in via Lucilio 6, dove attualmente risiede. […] Il suddetto James J. Ryan è stato identificato come il direttore della filiale romana della New York Mercantile Company, con sede in via Regina Elena 68. […] Ryan ha affermato di aver incontrato Lucky Luciano nell’appartamento di Balsamo alla fine di febbraio del 1946 e di averlo poi visto frequentemente in quella casa. […] Ryan ha poi osservato che Balsamo aveva rapporti stretti con il cardinal Todeschini e con altre personalità vaticane e che, per sua stessa ammissione, Balsamo utilizzava un’automobile dell’ambasciata per attività di mercato nero. […]”.

Dopo due settimane di permanenza nel carcere di Marassi, Lucky Luciano parte dalla stazione ferroviaria di Genova Brignole alle 12.30 del 29 aprile 1947 (cfr. il quotidiano l’Unità del 1° maggio 1947), scortato da cinque carabinieri. Il giorno seguente arriva a Palermo. Ecco la cronaca del settimanale L’Europeo del 18 maggio 1947 (titolo: La mafia condanna a morte il Pci, di Ludovico Tuccu): “[…] Mercoledì 30 aprile, al treno giunto da Palermo con i viaggiatori che avevano traghettato lo stretto alle prime luci dell’alba, era agganciata una carrozza cellulare. Ne scesero con i loro fagotti pochi detenuti e la scorta li guidò verso un passaggio di servizio, dove li attendeva il furgone delle carceri. Contemporaneamente, da uno scompartimento di seconda classe scesero due carabinieri con il moschetto a tracolla, poi un signore che indossava un abito chiaro di buona stoffa e di taglio elegante. Era un uomo alto e snello, di mezza età. Nella pelle olivastra del volto erano impressi i segni di antiche e profonde ferite. Sei o sette uomini che attendevano sotto la pensilina – evidentemente amici di vecchia data – gli corsero subito incontro e lo abbracciarono. Poi uno parlamentò con i carabinieri, che si erano fino allora tenuti un poco in disparte. Ma non fu difficile raggiungere un’intesa. Uscirono tutti in gruppo: il viaggiatore in grigio ed i suoi amici salirono su due automobili private. I carabinieri presero posto, da soli, in un taxi. Le tre macchine arrivarono assieme davanti al portone del carcere, dove l’uomo dal volto segnato entrò. Il giorno seguente fu rilasciato, con l’ingiunzione di non allontanarsi per nessun motivo dalla provincia di Palermo. Così ha rimesso piede in Sicilia Salvatore Lucania, nato a Lercara Friddi. […]”. È da rilevare che l’arrivo a Palermo del gangster coincide con la strage di Portella della Ginestra, eccidio che avverrà meno di 24 ore dopo. Riacquistata la libertà il 14 maggio, Lucky Luciano risiede all’hotel Excelsior fino al 30 maggio, per poi trasferirisi all’hotel delle Palme fino al 22 giugno. Il 23 parte per Capri. Fino al 1962 (anno della sua morte), Luciano risiede a Napoli. A monitorarne le attività, la Dea invia l’agente Charles Siragusa, stretto collaboratore dell’Oss di Angleton, a Roma, negli anni 1944 – 1947.

Dal rapporto dei servizi segreti italiani intitolato Promemoria su Lucky Luciano del 27 agosto 1947 (cfr. il volume Come nasce la repubblica, cit., p. 209), apprendiamo che il boss siculo – americano abbandona Palermo la notte tra il 22 e il 23 giugno 1947, la stessa sera in cui avvengono gli attacchi terroristici (attribuiti alla banda Giuliano) contro le sedi comuniste e sindacali della provincia di Palermo. Sul settimanale L’Europeo del 6 luglio 1947 (titolo dell’articolo: Seguite la Dodge rossa a firma di Tommaso Besozzi), leggiamo: “[…] Subito dopo gli attentati anticomunisti, parecchi avevano accusato apertamente Lucky Luciano di essere l’organizzatore delle ‘spedizioni punitive’. […] Fino a poco tempo fa abitava al Grand Hotel delle Palme. Da quindici giorni gli era giunta a bordo di un piroscafo americano una grossa Dodge rossa, carrozzata a torpedo e targata NY 3243: la più bella macchina che si possa vedere in Sicilia. […] Il giorno dell’attentato di Carini, due ore prima della sparatoria, Lucky e “U longo” [il suo autista] sarebbero stati visti assieme a otto giovanotti eleganti: ed i pochi testimoni dell’aggressione parlano, appunto, di una macchina rossa, che potrebbe benissimo essere la Dodge, e di otto persone giovani e ben vestite. Era una grande automobile rossa anche quella da bordo della quale partirono tre raffiche di mitra contro la sede comunista di San Giuseppe Iato. […]”.

In un documento della Dea del 16 agosto 1951 (titolo: Notizie varie riguardanti Salvatore Lucania, alias Lucky Luciano), l’agente Joseph Amato annota. “[…] Pagando tangenti ad alcuni funzionari della polizia italiana, Luciano è sempre riuscito ad assicurarsi l’impunità. […] Forzato a tornare in Sicilia nel 1947, Luciano era solito pagare ‘mazzette’ settimanali al commissario Guarino, capo della squadra mobile di Palermo. I pagamenti avvenivano all’hotel delle Palme. La mia fonte è stata testimone di alcuni di questi pagamenti. Inoltre, numerosi gangster siculo – americani erano soliti rivolgersi a Luciano perché ‘aggiustasse’ i loro arresti. […]” Vale notare che l’agente Joseph Amato afferma che Luciano è stato “forzato” a tornare in Sicilia nel 1947.

Da un rapporto intitolato Interrogatorio di Iole Inciardi (data: 19 luglio 1949), apprendiamo che: “[…] Prima di partire per l’Italia nel 1947, la Inciardi seppe da alcuni amici che Luciano si trovava presso l’hotel delle Palme, a Palermo. Al suo arrivo in Italia, gli telefonò e la loro relazione riprese. […] Secondo la signora Inciardi, il trattamento riservato dalla polizia italiana a Luciano costituiva un insulto alla legge. A Palermo, infatti, i poliziotti erano alla costante ricerca della compagnia di Luciano, con il quale andavano sempre a cena. […]”.

Secondo Earl Brennan (responsabile Oss per il settore italiano, a Washington), la banda del “colonnello” Giuliano è rifornita di armi, munizioni e divise provenienti dalle scorte della divisione del generale polacco Anders. Il collegamento tra la divisione Anders e la banda Giuliano è il capitano Mike Stern, agente dell’Oss, (cfr. il volume Gli americani in Italia, di Roberto Faenza e Massimo Fini, Milano, Feltrinelli, 1976, p. 138).

Il giornalista Mike Stern (classe 1911) arriva in Italia nel 1944 assieme alle truppe alleate ed è tra i primi reporter americani a raccontare la liberazione di Roma (4 giugno). Nei vent’anni successivi risiede in Italia, scrive per le più prestigiose testate giornalistiche internazionali e collabora con registi del calibro di Roberto Rossellini e Vittorio De Sica. L’8 maggio 1947 intervista Salvatore Giuliano (la strage di Portella della Ginestra è avvenuta appena una settimana prima). Corredato da numerose foto, il clamoroso scoop è pubblicato dalla rivista americana True e contribuisce non poco a forgiare il mito del “re di Montelepre”. Stern agisce da referente dell’intelligence Usa per la banda Giuliano? Sulla questione interviene Felice Chilanti con un lungo articolo pubblicato il 26 novembre 1960 sul quotidiano Paese Sera, dal titolo Le due lettere del bandito Giuliano. Chilanti entra in possesso della copia fotografica di due biglietti inviati dal bandito a Stern presso la sede romana della Stampa estera, in via della Mercede. In cambio del suo contributo alla lotta contro “i vili rossi”, Giuliano chiede all’agente statunitense di essere messo a contatto con un non meglio precisato “comando americano”. Da un’opuscolo pubblicato dal Pci (titolo: La verità sul bandito Giuliano, cit.), apprendiamo che “[…] I suoi [di Stern] rapporti con il bandito Giuliano sono il frutto di precise istruzioni dell’Ufficio servizi strategici [l’Oss] degli Stati Uniti, allo scopo di agganciare il bandito alla politica americana nel Mediterraneo. […]”. All’inizio degli anni Cinquanta, Stern è apertamente accusato dal quotidiano l’Unità di lavorare per la Cia. È attualmente presidente onorario del museo storico della Marina militare americana di New York [cfr. Giuseppe Casarrubea, Salvatore Giuliano. Morte di un capobanda e dei suoi luogotenenti, Milano, Franco Angeli, 2001]. Cfr. anche il volume Come nasce la repubblica, cit.

Secondo il giornalista Felice Chilanti, Giuliano si incontra con dei misteriosi emissari americani nel maggio – giugno 1946 (cfr. il volume Tre bandiere per Salvatore Giuliano, Milano, Il Saggiatore, 1968, p. 78).

In data 12 febbraio 1946 (cfr. il volume Come nasce la repubblica, cit., p. 347, nota 120), James Angleton spedisce da Roma un cablogramma (classificato “confidenziale”) allo Strategic services unit (Ssu), Dipartimento della Guerra (Washington). “[…] Ho immediato bisogno – scrive – di almeno dieci agenti per aprire e rendere operative le stazioni di Napoli, Sicilia, Bari e Trieste. Prima di assumere l’incarico, costoro devono essere sottoposti ad un periodo di addestramento intensivo a Roma. I suddetti sono destinati ad una fase militare. […]”.

Durante un incontro con Giuseppe Saragat a Washington, nel luglio del 1947, il reverendo Frank GigliottiGli americani in Italia, cit., p. 138, documento del Dipartimento di Stato). (massone di rito scozzese e agente dei servizi segreti americani in Italia) confessa al nostro uomo politico di aver recentemente incontrato Salvatore Giuliano in Italia e di essere pienamente d’accordo con l’uso dell’illegalità e della violenza da questi impiegate contro i comunisti (cfr. il volume

Scrive l’ispettore Ettore Messana al ministro dell’Interno Mario Scelba, in data 4 giugno 1947: “[…] Ho appreso che il Giuliano in questi ultimi tempi ha avuto frequenti contatti con emissari americani, i quali lo avrebbero incaricato di compiere delle aggressioni ai maggiori esponenti del Pci della Sicilia. Principale tra essi, l’On. Li Causi, esponente al quale si attribuisce l’improvviso e rapido incrementarsi del comunismo in Sicilia. […]”. Cfr. Cpim, PG, documento XXIII, n. 22, 1999, p. 398.

Nel corso di un’intervista video realizzata nel 1999 dal giornalista televisivo olandese Peter Fleury (titolo: Sicilia 103), l’avvocato Vito Guarrasi (aiutante di campo del generale Castellano, firmatario dell’armistizio di Cassibile con gli Alleati del 3 settembre 1943) rilascia le seguenti dichiarazioni: “[…] Io avevo dei rapporti di stima con lo Strategic Service [l’Oss], che poi si trasformò in Cia. Questo per ragioni di servizio, perché era il servizio segreto. D.: Ma a quel livello, che cosa dicevano [gli americani]? R.: Dicevano che bisognava difendersi, evitare l’invasione dei comunisti. Erano già schierati e con le idee chiare. Se non ci fossero stati gli americani, noi [italiani], come li abbiamo avuti a Trieste e in Istria [i comunisti], li avremmo avuti pure in Sicilia! D.: Ma come andavano avanti [gli americani] con questo aiuto? Aiutavano pure gli italiani [anticomunisti]? R.: Andavano avanti a livelli altissimi – Yalta, ad esempio – nelle trattative… Yalta, ad esempio, stabilì la divisione [tra i blocchi dell’Est e dell’Ovest] e mise l’Italia fuori dall’invasione [comunista]… D.: Ma insomma, qui in Sicilia, come si traduceva questo aiuto? R.: No, non c’era bisogno di un aiuto… Non è che potevano venire [gli americani] con degli elicotteri in Sicilia. C’erano delle aspirazioni [del popolo], c’erano dei movimenti pericolosi… D.: Lo so. Ma gli americani, in che senso potevano… R.: Influivano…Perché loro [gli americani] creavano [in Sicilia] dei movimenti di opinione a loro favore. D.: Come facevano? R.: Beh… Come facevano… [Guarrasi appare visibilmente imbarazzato] Sa… Prima di tutto… Erano delle cose che nascevano quasi naturalmente. Per esempio, erano cose dettate non del tutto da simpatie ma moltissimo da interessi [Guarrasi riprende un tono deciso]. Insomma, uno che fosse proprietario di una tenuta cercava di fare tutto il possibile per evitare che questa gli fosse presa [dai comunisti] fra le terre incolte. […]”.

In data 20 marzo 1949, il settimanale L’Europeo riporta un breve articolo sulla giornalista svedese Maria Cylliakus (classe 1915), che due mesi prima ha pubblicato sul settimanale Oggi una clamorosa intervista in quattro puntate al bandito Salvatore Giuliano. L’Europeo lascia intendere che la “giornalista” (il suo nome da nubile è Maria Lamby Karintelka e arriva in Italia da Stoccolma nel 1948 per lavorare come “traduttrice” presso l’ambasciata cubana) sia in realtà una spia internazionale al servizio della neonata Cia, per la quale organizza un traffico d’armi clandestino a favore dei gruppi sionisti ebraici che combattono in Palestina (all’epoca, un protettorato britannico). Sempre nel 1948, la Cylliakus è arrestata a Roma dal controspionaggio britannico per aver tentato di fotografare alcuni velivoli all’interno di una base militare.

Nel 1946, nel già citato volume Solo per la bandiera, Buttazzoni afferma (p. 125) di essere stato invitato dai servizi segreti Usa a organizzare e ad addestrare alle armi e alla guerriglia i numerosi gruppi ebraici decisi a raggiungere i territori del Medio Oriente. Buttazzoni declina l’invito ma suggerisce agli americani di avvicinare vari ufficiali degli Np della Decima Mas, sia al nord che al sud. Alcuni sono infatti ingaggiati per condurre delle piccole imbarcazioni. Tra questi, il capitano Geo Calderoni, che riuscirà più volte a beffare la stretta sorveglianza dell’esercito britannico in Palestina. È infine da rilevare che, all’epoca del loro ingaggio da parte dei servizi segreti Usa (1946/1947), gli ex Np continuano ad essere ufficialmente ricercati dalle autorità alleate e italiane per i numerosi crimini di guerra commessi dalla Decima Mas tra il 1943 e il 1945.

3) La dinamica della strage di Portella della Ginestra

Le sentenze di Viterbo e di Roma sulle stragi di Portella della Ginestra (1° maggio) e gli assalti alle Camere del Lavoro della provincia di Palermo (22 giugno 1947) condannano Salvatore Giuliano e gli uomini della sua banda come unici responsabili degli eccidi. Ma l’analisi delle deposizioni rese all’epoca dai testimoni e l’acquisizione di nuove documentazioni medico – legali consentono ora di mettere in discussione la versione ufficiale della strage del 1° maggio.

In sintesi, nei giorni e nelle settimane successivi all’eccidio, numerose persone (tra queste, i quattro cacciatori catturati dalla banda Giuliano sui roccioni del Pelavet) rilasciano agli inquirenti dettagliate testimonianze sulla dinamica della sparatoria. I giudici del processo di Viterbo non tengono conto di tali dichiarazioni, che attestano la presenza di un misterioso gruppo di uomini sulle pendici del Cozzo Duxait (noto anche come monte Cometa o Kumeta) [cfr. Giuseppe Casarrubea (a cura di), Portella della Ginestra 50 anni dopo: documenti, volume II, Caltanissetta – Roma, Salvatore Sciascia editore, 1999, pp. 29 – 66];

In particolare, segnaliamo i seguenti elementi.

In data 2 maggio 1947, in Piana degli Albanesi, Vincenzo Petrotta, 46 anni, segretario del Pci di Piana, agricoltore, dichiara al Procuratore della Repubblica di Palermo, dott. Rosario Miceli: “[…] A un certo momento, vidi che dall’altra montagna Cometa, che trovasi di fronte a quella della Pizzuta, una trentina di uomini che si muovevano e sparavano pure. […] Posso assicurare che tanto dalla montagna Pizzuta che dalla Cometa sparavano con le mitragliatrici. Sentii inoltre che si sparava pure con mitragliatrici da un terzo posto e cioè dalle falde della stessa montagna Cometa, che digradano verso la galleria non molto lungi dalla diga del lago. […] So che due ragazzi di San Giuseppe Iato, che erano venuti insieme ieri con gli altri, videro nei pressi della galleria, di cui sopra ho fatto cenno, due persone che portavano addosso una mitragliatrice ciascuno. Essi erano stati allontanati dalla diga, verso cui erano diretti, da un uomo in maniche di camicia e con baffi che, qualificandosi per custode, aveva detto che in quei pressi non si poteva stare. […]”.

In data 3 maggio 1947, in San Giuseppe Iato, Giacomo Schirò, 39 anni, segretario della locale sezione socialista, calzolaio, dichiara: “[…] Ma avevo appena dato inizio al mio dire, e credo avevo parlato per circa dieci minuti, quando incominciò un crepitìo di colpi. Qualcuno si impaurì, ma altri disse: ‘Non temete, saranno spari di mortaretti’. […] Percepii anche che si sparava non solo dal costone della montagna Pizzuta, ma anche da un punto opposto, e precisamente dalla montagna Cometa. Infatti, oggi stesso, ritornato sul posto, ho potuto constatare che si vedono tracce di proiettili sulle pietre opposte la montagna Cometa. […] Ritengo che i primi colpi non produssero vittime perché il tiro non era aggiustato, mentre quando fu aggiustato cominciarono ad aversi morti e feriti. Ciò spiega perché da principio si riteneva trattarsi di fuoco di mortaretti. […] Pochi giorni fa hanno sparso la voce che gli americani erano sbarcati in Sicilia e che avrebbero fatto piazza pulita di tutti gli appartenenti al Blocco del popolo. […]”.

In data 3 maggio 1947, in San Giuseppe Iato, Giuseppe Di Lorenzo, 32 anni, segretario della locale Camera del lavoro, muratore, dichiara: “[…] Debbo ancora far rilevare che i colpi non venivano sparati soltanto dalla montagna Pizzuta, ma doveva esserci un appostamento in un sito opposto donde si sparò pure sulla folla, perché io ho constatato tracce di proiettili sulle pietre del poggetto, e precisamente su quelle opposte alla montagna della Pizzuta. […] Una donna di cui sconosco il nome, ma che posso ora rintracciare, mi disse che da parte di un’altra donna, moglie di un borgese a nome Balestreri Domenico, la mattina del 1° maggio mentre si avviava alla Ginestra, ricevette questa intimidazione: ‘Oggi vi finirà bene la festa’. […]”.

In data 4 maggio 1947, in Piana degli Albanesi, Giovanni Parrino, 42 anni, maresciallo dei carabinieri di Piana degli Albanesi, dichiara: “[…] Egli [Giacomo Schirò] iniziò il suo discorso dicendo che finalmente si ritornava alla vecchia consuetudine di festeggiare il 1° maggio ed aveva aggiunto altre poche parole quando si udirono alcuni spari, che io e gli altri percepimmo come spari di mortaretti. […] Anche sulla montagna Cometa vidi persone, ma non posso stabilire se fossero pastori o banditi. […]”; e ancora: “[…] I primi colpi non furono neppure da me avvertiti, o almeno non li intesi passare sulla testa, e quindi penso che avessero avuto una direzione verso l’alto. Non posso dare spiegazione come mai i primi colpi non avessero raggiunto il podio, perché era naturale che si volessero colpire quelli che erano attorno al podio, che dovevano essere le autorità […]”. Cfr. Cav, verbale di continuazione di dibattimento, teste Giovanni Parrino, 13 giugno 1951, cartella n. 4, vol. V, n. 3, f. 382, retro.

In data 4 maggio 1947, in Palermo, Rosario Cusumano, 12 anni, di San Giuseppe Iato, dichiara: “[…] Una persona, che io non conosco, cominciò a parlare dall’alto di un piccolo rialzo di pietre. Ma aveva pronunciato poche frasi, quando incominciammo ad udire degli spari. Sulle prime, si credette trattarsi di spari di mortaretti ed io mi ero levato sulla punta dei piedi per guardare meglio. […]”.

In data 6 maggio 1947, in Palermo, Anna Guzzetta, 46 anni, di San Giuseppe Iato, dichiara: “[…] Il signor Schirò salì sul podio che è al centro della radura ed aveva pronunciato poche frasi per commemorare la giornata, quando si udirono raffiche di spari. Si credette trattarsi di spari di mortaretti o razzi (carrittigghi), ma le raffiche si ripeterono e la gente cominciò ad essere colpita e a cadere al suolo. […]”.

In data 15 maggio 1947, in Palermo, Vincenza Spataro, 48 anni, di San Giuseppe Iato, dichiara: “[…] Ad un tratto abbiamo udito degli spari, che da prima furono ritenuti prodotti da mortaretti. […]”.

In data 15 maggio 1947, in San Giuseppe Iato, Nicolò Napoli, 48 anni, di San Giuseppe Iato, dichiara: “[…] Di un tratto furono uditi gli spari. Dapprima ritenni trattarsi di fuochi artificiali, però poco dopo ho visto cadere uccisa sul colpo una donna. […]”.

In data 15 maggio 1947, in San Giuseppe Iato, Menna Farace, 17 anni, contadino, dichiara: “[…] Ad un tratto abbiamo udito degli spari che provenivano dalle falde della Pizzuta. Ho guardato da quel lato ma non ho scorto nulla. Dapprima ho ritenuto trattarsi di mortaretti. […]”.

In data 23 maggio 1947, in San Giuseppe Iato, Pasquale Sciortino, 34 anni, sindaco di San Cipirello, dichiara: “[…] Randazzo Vincenza e Maniscalco Giovanna, in mia presenza, ebbero a dichiarare al vice questore di avere inteso, la mattina del 1° maggio, certa Trupiano Maria dire: ‘I preparativi sono buoni, ma ancora un u sacciu’; e l’altra frase: ‘Vanno cantando e tornano cacando’. Certo Russo Salvatore, inoltre, mi ha detto che la mattina del 1° maggio tale Grimaudo Giuseppe gli avrebbe detto: ‘Tu non ci vai perché ti scanti delle bombe’, intendendo così riferire alla festa della Ginestra. […]”.

In data 27 maggio 1947, in Siena, Nunzio Borruso, 22 anni, militare di leva, dichiara: “[…] Alle ore 9 del mattino, come ho detto, già ferveva la festa, allorchè sentimmo raffiche di mitragliatrice provenienti dalla montagnola di Ginestra. A queste si aggiunsero subito dopo colpi di fucile tedesco, provenienti dalla Cometa. Dico che trattasi di fucile perché lo riconobbi dal colpo, che faceva: ‘ta… pum, ta… pum’. […] Vidi soltanto tre uomini sulla Cometa: uno con un impermeabile bianco; un altro con una camicetta e un cappello grande scuro; il terzo aveva stivali con pantaloni alla cavallerizza. […]”.

In data 11 giugno 1947, in San Giuseppe Iato, Pietro Tresca, 55 anni, di San Giuseppe Iato, dichiara: “[…] Mentre parlava Schirò Giacomo, abbiamo udito degli spari che dapprima furono ritenuti prodotti da mortaretti. […]”.

Vincenzo Di Salvo (figlio di Filippo Di Salvo, una delle vittime) si trova sotto il palco e ode come dei mortaretti. Cfr. dichiarazione resa al sottoscritto prof. Casarrubea, nell’aprile 1998.

In data 29 maggio 1947, in Palermo, Salvatore Fusco (uno dei 4 cacciatori catturati da Salvatore Giuliano prima della strage), bracciante di Piana degli Albanesi, dichiara: “[…] Aggiungo che mentre eravamo a terra, guardati, notai sul monte Kometa di fronte a noi numerosi altri individui. Ci venne detto che erano compagni dei malfattori. […]”. E ancora: “[…] Il segnale d’allarme [prodotto dalla sirena portatile di Giuliano], secondo quanto essi riferirono, doveva essere dato forse a quelli sulla Kumeta. […]”. Cfr. Agca, verbale di continuazione di dibattimento, interrogatorio 28 maggio 1947, cartella 4, vol. V, n. 3, foglio 321 e retro.

Vari quotidiani nazionali, in data 2 e 3 maggio 1947, segnalano la presenza di misteriosi individui sulle pendici del Cozzo Duxait. Il Giornale di Sicilia del 2 maggio 1947 scrive: “[…] Qualcuno addita all’altra montagna: mentre da monte Pizzuta si spara, da monte Kumeta altri assassini seguono immobili sotto i tabarri la scena, le armi al piede. […]”. Su l’Unità del 3 maggio 1947, leggiamo: “[…] Scariche di mitragliatrice, provenienti dai sovrastanti costoni della Pizzuta e della Cometa, si abbattevano sul luogo del comizio. […] Un nutrito fuoco incrociato si protraeva per venti minuti, mentre la folla si disperdeva in corsa in tutte le direzioni. […] Anche sul costone della Cometa si notavano gruppi di uomini in ritirata e pare, anzi, che da essi fosse partito il segnale di fuoco. […]”. Anche La Voce della Sicilia del 2 maggio 1947 riporta l’episodio: “[…] Intanto, sul costone della Cometa si notava un gruppo di uomini che si ritirava. Pare che da essi era partito il segnale di fuoco. Poco prima, all’imboccatura della galleria – che fa parte di una strada ferrata incompiuta che unisce Piana dei Greci a San Giuseppe Iato – una macchina attendeva dentro la galleria, che dovette accogliere gli uomini della Cometa. Questi sarebbero dovuti intervenire a fare fuoco incrociato, se quelli della Pizzuta fossero stati fatti segno ai colpi della forza pubblica, che avrebbe dovuto trovarsi presente al comizio, ma che, invece, era presente solo con tre uomini […]”. Su La Stampa del 3 maggio 1947, leggiamo: “[…] Dal monte Cometa altri criminali erano con le armi al piede, pronti a dar man forte ai compagni di delitto se da parte della folla si fosse tentata la reazione […]”. E, infine, su Il Messaggero del 3 maggio 1947: “[…] Da monte Cometa, fermi con le armi al piede, immobili nei loro tabarri, altri briganti osservavano la scena e l’opera bieca dei loro colleghi del monte Pizzuta […]”. Anche il leader comunista siciliano Girolamo Li Causi, nel dibattito svoltosi alla Camera dei Deputati il 2 maggio 1947, riferisce che “dai due costoni, la Cometa e la Pizzuta, sono partite raffiche di mitragliatrice”.

Sul quotidiano l’Unità dell’8 maggio 1947, leggiamo: “[…] Testimoni oculari hanno dichiarato che a partecipare all’operazione sono stati dai 40 ai 50 assassini. Essi dovevano aprire un fuoco incrociato sui lavoratori dai costoni di Monte Pizzuta e di Monte Cometa. Il disegno dell’aggressione era infatti di proporzioni molto più vaste di quanto sia stato effettuato e, se esso fosse riuscito secondo i piani dei mandanti, la zona di Piana delle Ginestre sarebbe stata il 1° maggio ricoperta di cadaveri. Per un puro caso, invece, gli individui che erano appostati sui costoni del Monte Pizzuta hanno dovuto aprire il fuoco prima che quelli destinati a sparare da Monte Cometa raggiungessero le loro postazioni. Essi [gli uomini sul Pizzuta] sono stati infatti scoperti da un giovane di San Giuseppe, che era andato a fare erba per i muli. Uno degli uomini appostati aprì allora il fuoco sul giovane. A lui fecero seguito i mitra degli altri puntati sulla folla. […]”.

Secondo Felice Chilanti, la mattina del 1° maggio la folla nota un gruppo di uomini sul Cozzo Duxait (cfr. il volume Tre bandiere per Salvatore Giuliano, cit., p. 107).

Scrive ancora Il Giornale di Sicilia del 2 maggio 1947: “[…] Un po’ più a valle, intanto, due ragazzetti venuti giù da San Cipirello bighellonavano in riva al lago. Cercavano fave e volevano forse fare un bagno. Ma c’era parecchia gente in giro, affaccendata, che non voleva importuni tra i piedi. Poi venne un grosso camion rosso con a bordo cinque o sei figuri e si cacciò nella galleria presso il lago. Dall’altro lato, s’era ai piedi di Monte Pizzuto d’onde s’organizzava l’agguato. I ragazzi guardavano un poco e poi tiravano dritto, abituati ad essere poco curiosi. Ad un tratto, uno sussurrò piano qualcosa all’altro, e si nascosero: passava carponi un tizio con sulle spalle un’arma grossa che avevano visto di rado in giro, pur in questi tempi larghi di esibizioni del genere. A fatica si è riusciti poi a capire che si trattava di una mitragliatrice pesante, del tipo in uso nel nostro esercito. I ragazzi rimasero un attimo senza respiro, poi pensarono di raggiungere la comitiva, chè quel luogo era poco rassicurante per troppi sintomi […]”.

Giorgio Parrino, originario di Piana degli Albanesi, inteso “il sergente”, ha raccontato qualche anno fa al prof. Giuseppe Schirò (abitante a Piana degli Albanesi) il seguente episodio: “Il 1° maggio 1947, tra le 7 e le 8 del mattino, in compagnia del mio amico Filippo Camarda, salivo le falde della Kumeta per andare a mangiare la ricotta presso la mandria della famiglia Riolo. Arrivati nei pressi di un poggio roccioso, abbiamo sentito un ‘Urrà!’ gridato da un gruppo di uomini appostato dietro ai massi. Dopo che abbiamo risposto, babbiando, con un altro ‘Urrà!’, siamo stati avvicinati da uno del gruppo che indossava un impermeabile bianco, che era uscito da dietro quelle rocce. Quello, in siciliano, ci ha chiesto chi eravamo e che cosa facevamo da quelle parti. Dopo che ha saputo che il mio amico era figlio del mandriano di Giuseppe Riolo [capomafia di Piana degli Albanesi], l’uomo con l’impermeabile ci ha detto di andare via”.

Maria Baio, maritata Cuccia, nata a Piana dei Greci, ma domiciliata a San Giuseppe Iato, dichiara che la mattina del 1° maggio la vicina di casa Antonia Partelli, vedova, le si rivolge dicendo: “Vanno a Portella ma non sanno che lì ci stanno gli americani che devono buttare le caramelle!”. La Baio di rimando: “Botta di sangue in bocca, che andate dicendo?”. Allora quella riprende: “Io lo dico per ischerzo, ma sapete che a Palermo ci stanno i soldati americani?” [cfr. Giuseppe Casarrubea, Portella della Ginestra. Microstoria di una strage di Stato, Milano, Franco Angeli, 1997, p. 300, rapporto del questore Filippo Cosenza al Procuratore della Repubblica di Palermo]. Cfr. anche Rosa Mecarolo e Angelo La Bella, Portella della Ginestra, Milano, Teti, 2003.

In un articolo apparso sul settimanale L’Espresso in data 7 maggio 1967, titolo: E Giuliano li andò ad ammazzare, il giornalista Lino Jannuzzi scrive: “[…] La Fata Vincenzo, un pastore, dichiara: ‘Passò un gippone di corsa [dopo la strage], coperto di polvere, con due uomini in divisa americana e uno dietro con un impermeabile chiaro. Andavano verso Monreale’. […]”.

In un manuale di combattimento in dotazione agli agenti dell’Oss (titolo: Armi speciali, congegni ed equipaggiamenti, febbraio 1945, cfr. il volume Come nasce la repubblica, cit., p. 204, nota 98, titolo: Attività del bandito Giuliano in Sicilia), troviamo un capitolo illustrato sul funzionamento di un “simulatore di bomba aerea” che, prima di esplodere come un grosso petardo, emette un fischio assordante di circa 3 secondi e mezzo. Come abbiamo visto, molti dei presenti a Portella in quel drammatico giorno ricordano di aver sentito, pochi secondi prima dell’inizio della sparatoria, una rapida successione di scoppi e di fischi prolungati scambiati dalla folla per fuochi d’artificio. Vale notare che decine di persone subiscono quella mattina ferite nelle parti basse del corpo (piedi, gambe, cosce e glutei). Stupisce, infine, che il probabile uso di esplosivi a Portella della Ginestra sia citato nella sentenza del processo di Viterbo in appena mezzo rigo [cfr. Giuseppe Casarrubea (a cura di), La strage di Portella della Ginestra, vol. III, Documenti, Sentenza di Roma del 10 agosto 1956, Caltanissetta – Roma, Salvatore Sciascia editore, 2001].

In un’intervista pubblicata nell’edizione palermitana del quotidiano la Repubblica in data 20 settembre 2003 (titolo: All’antimafia l’archivio Usa), lo storico Francesco Renda afferma: “[…] Io partecipai ai sopralluoghi [a Portella della Ginestra, il 1° maggio] con i carabinieri. La presenza di un lanciagranate non mi sembra che escluda per forza Giuliano. Era il colonnello dell’esercito indipendentista dell’Evis, poteva averlo un lanciagranate. E la traiettoria dei colpi, così come ufficialmente riconosciuta, pare l’unica attendibile: c’erano mille persone, ne morirono undici e ne rimasero ferite trenta. Il tributo di sangue sarebbe stato ben più pesante se la folla fosse stata bersagliata da un tiro incrociato. Domanda [di Enrico Bellavia]: Lei era l’oratore di Portella, fu mai interrogato? Risposta: Mai, io arrivai a bordo di una sgangherata motocicletta. Avevo venticinque anni, ero un attivista della Federterra e meditavo di tornare ai miei studi universitari […]”. Vale notare che, per la prima volta in 56 anni, lo storico rivela di aver preso parte ai sopralluoghi sul luogo della strage assieme all’arma dei carabinieri. Nel corso di un colloquio sostenuto con il sottoscritto Giuseppe Casarrubea nell’agosto del 1998, anche il giornalista e critico d’arte Franco Grasso rivela di essere arrivato a Portella poche ore dopo l’eccidio.

4) Indagini a senso unico

Prima di affrontare con dovizia di particolari i capitoli sui feriti e sui morti, va rilevato che nessun atto relativo a referti medico – legali, autopsie e ricognizioni sommarie su feriti e cadaveri fa mai riferimento esplicito al calibro dei proiettili repertati. Di conseguenza, risulta impossibile stabilire quali armi abbiano realmente sparato a Portella della Ginestra il 1° maggio 1947. La nostra richiesta di riapertura delle indagini trova in questa motivazione la sua principale ragione d’essere.

a) Le perizie medico – legali sui feriti

Tra le decine di feriti, segnaliamo i seguenti casi.

Cristina La Rocca (San Cipirello, 9 anni) è seduta su un sasso a circa venti metri dal podio, con la Pizzuta Subito si alza e corre verso suo padre, che è accanto al podio, ma si sente mancare e cade a terra. La sparatoria è in pieno svolgimento. Suo padre la raggiunge, la solleva ed inizia a correre verso Piana degli Albanesi. A piedi, la porterà in braccio fino a San Cipirello dove, sfinito, morirà di collasso cardiaco alcuni giorni dopo. Cristina è colpita da qualcosa alla regione lombare sinistra (cfr. radiografia realizzata nel 1947). Nel foglio di accettazione dell’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo, in data 1° maggio, ore 17.00, leggiamo: “[…] Ferita d’arma da fuoco emitorace sinistro penetrante in cavità. […]”. Sempre in data 1° maggio, nel verbale di perizia, il dott. Martorana annota: “[…] Rimosse le bende, si osserva una lesione di continuo di forma circolare a bordi introflessi. […] La Rocca Cristina ha subito una ferita di arma da fuoco all’emitorace sinistro penetrante in cavità. […]”; e il 23 maggio: “[…] Sulla qui presente La Rocca Cristina, si osserva in corrispondenza del decimo spazio intercostale […] una crosta ematica della grandezza di 1 centimetro circa, di forma rotondeggiante. Alla palpazione, la paziente avverte dolore. Giudico che la crosta ematica è il reliquato di una ferita di arma da fuoco lunga e costituisce il foro di entrata del proiettile. […]”. In data 17 aprile 1997, a Palermo, il dott. Livio Milone (specialista in medicina legale all’Università di Palermo) visita Cristina La Rocca ed esegue una radiografia. Scrive il medico: “[…] Esame radiografico torace: presenza di corpo estraneo metallico in sede basale paramediana sinistra che il L – L si proietta posteriormente al cuore e, pertanto, localizzato nel parenchima polmonare del lobo inferiore sinistro. Considerazioni medico – legali: la signora La Rocca Cristina venne attinta da un frammento metallico alla regione lombare sinistra con orificio d’entrata posto centimetri 10 sopra la bisiliaca e centimetri 8 a sinistra della medio – vertebrale, nonchè ad una altezza dal suolo di centimetri 102. Il frammento penetrato negli strati sottocutaneo e muscolare della regione lombare è risalito in alto sino a pervenire in sede basale paramediana sinistra, venendo ritenuto in corrispondenza del lobo inferiore del polmone sinistro. Dall’esame diretto delle lastre radiografiche, si rileva nella proiezione antero – posteriore, la presenza di un corpo estraneo di densità metallica, attribuibile verosimilmente a scheggia metallica proveniente da frammentazione di proiettile d’arma da fuoco o di bomba o di lamiera metallica, avente conformazione grossolanamente quadrangolare delle dimensioni di mm. 6,2 per mm. 7,5 sui radiogrammi in A – P, e di mm. 8,3 per mm. 9,6 sui radiogrammi L – L. Considerando la presenza della cicatrice residuata all’originario foro d’entrata, regione lombare sinistra, e considerando la sede di ritenzione del ‘proiettile’, si può ritenere che il detto elemento sia pervenuto sul corpo con forte inclinazione dal basso verso l’alto, da un punto di fuoco posto alla sinistra del soggetto. […]”. Infine, la bambina racconta che, mentre si reca con tutta la famiglia a Portella, alcune persone si rivolgono ai suoi genitori esclamando: “Va purtastivu a mattula cu spiritu?” (Vi siete portati bambagia e alcool?). Cfr. dichiarazione resa al sottoscritto Casarrubea nell’aprile del 1998. alle spalle. Uditi i primi colpi, li scambia per fuochi d’artificio e prende a battere le mani. Subito dopo sente come una gragnuola di sassi che colpiscono le pietre vicine e pensa: “E che, tirano sassi?”.

Maria Caldarera (San Giuseppe Jato, 35 anni) si trova di fronte al Sasso Barbato, con il viso rivolto agli oratori. Ha davanti a sè la Pizzuta e, alle spalle, la Kumeta. Uditi i primi colpi, che anche lei scambia per mortaretti, si volge a destra e vede alle sue spalle, a circa due metri, il terreno che si gonfia e si solleva (“La terra si sparmau”, racconta al sottoscritto Casarrubea nell’aprile del 1998). Spaventata, fugge verso lo stradale, lo supera e sale correndo il pendio della Kumeta. Percorse poche decine di metri, sente il piede destro nella scarpa come bagnato. Si ferma e scopre di avere tutta la gamba destra coperta di sangue. Maria è colpita da qualcosa che, penetratole sotto il gluteo destro (a 61 cm da terra), le esce sul lato anteriore della coscia a 64 cm da terra, cioè con una direzione dal basso verso l’alto e dall’indietro al davanti. È probabile che la donna sia raggiunta dalla scheggia dell’ordigno che ha visto esplodere alle sue spalle poco prima. Nel verbale di perizia, compilato in data 1° maggio 1947 presso l’ospedale Filiciuzza di Palermo, il dott. Costantino Martorana scrive: “[…] In corrispondenza della coscia destra, presenta una lesione di continuo della grandezza di un cece, a bordi introflessi (foro d’entrata). Altra lesione di continuo si nota allo stesso lato, a bordi estroflessi (foro d’uscita). […] Giudico che la Caldarera Maria ha subìto una ferita di arma da fuoco. […]”; nel foglio di accettazione dell’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo, sempre il 1° maggio, leggiamo: “[…] Ferita d’arma da fuoco un terzo superiore coscia destra. Anamnesi: ferita coscia sopra interessante le parti molli, con foro d’entrata alla faccia antero – esterna e foro d’uscita alla faccia posteriore. […]”. In un secondo verbale di perizia, in data 23 maggio, il dott. Martorana annota: “[…] Giudico che le soluzioni di cui sopra costituiscono rispettivamente foro di entrata e foro di uscita di un proiettile di arma lunga da fuoco. […]”.

Giuseppe Fratello (San Giuseppe Jato, 34 anni) si trova sullo stradale con il viso rivolto verso il podio e con, alle spalle, la Kumeta. È colpito contemporaneamente alla mano sinistra, alla spalla sinistra e alla regione inguinale destra (“Ho avvertito come un pugno alla mano sinistra e poi anche alla spalla sinistra”, rivela al dott. Milone nel 1997). Nel foglio di accettazione dell’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo, in data 1° maggio, alle ore 15.20, leggiamo: “[…] Ferita d’arma da fuoco alla spalla sinistra, alla mano sinistra ed alla regione inguinale destra. […] Esame obiettivo: ferita a proiettile di medio calibro con foro d’entrata alla regione inguinale destra e foro d’uscita alla regione sacro destra, con lesione degli organi interni. L’addome si presenta in contrattura in corrispondenza dell’ipocondrio destro. Altra ferita alla spalla sinistra con foro di entrata lungo la spina della scapola e ritenzione del proiettile in corrispondenza della regione deltoidea. Altra ferita all’indice e al medio della mano sinistra, con frattura della seconda falange dell’indice. […]”. Nel verbale di perizia del 1° maggio, il dott. Martorana scrive: “[…] Presenta ferita di arma da fuoco alla spalla sinistra a bordi introflessi (foro di entrata) in corrispondenza della spina della scapola. Altra ferita della stessa natura alla mano sinistra con frattura aperta della prima falange. Altra ferita alla regione inguinale destra, penetrante in cavità, e foro di uscita alla regione sacrale. […]”; e nel verbale del 19 maggio, a proposito della lesione alla spalla sinistra: “[…] Il proietto trovasi ancora tra i tessuti della regione scapolare sinistra, […]”. È probabile che il Fratello sia stato colpito contemporaneamente da almeno 3 schegge di una granata esplosa sul terreno, alla sua sinistra. Secondo la dichiarazione resa dal Fratello al prof. Milone nel 1997, il “proiettile” penetratogli nella regione scapolare sinistra è estratto in un periodo successivo al 19 maggio.

Gaspare Pardo (San Giuseppe Jato, 19 anni) è in piedi sul podio del sasso Barbato, alla sinistra dell’oratore Schirò. Ha il viso rivolto verso la strada e, alle spalle, la Pizzuta. Mentre si gira a sinistra per essere fotografato da un amico, ode dei botti, che scambia come il segnale di inizio della festa. Subito dopo, è colpito da qualcosa alla spalla destra ed esclama: “Che tirate a fare questi sassi?”. Subito dopo, vede cadere Filippo Di Salvo e Vincenzina La Fata. Nei pressi, si trova anche suo cognato, Alfonso Di Corrado (ferito al calcagno da vari frammenti metallici). Nel verbale di perizia del 10 giugno 1947, il dott. Martorana scrive: “[…] Si rileva quanto appresso: 1) Alla regione infrascapolare destra, due cicatrici ovulari, superficiali, alla distanza di circa 2 centimetri l’una dall’altra; 2) Al braccio destro, terzo medio, si nota una cicatrice di forma lineare, superficiale, della lunghezza di circa 3 centimetri e larga 1 centimetro. Giudico che le cicatrici, di cui al punto 1, sono rispettivamente il foro di entrata e quello di uscita di un colpo di arma lunga da fuoco, che ha attraversato solamente cute e sottocute. La cicatrice, di cui al punto 2, è stata prodotta da un proiettile di arma lunga da fuoco, che ha colpito di striscio la cute del braccio. Il Pardo è guarito in giorni 10 senza conseguenze. […]”. Con ogni probabilità, e contrariamente a quel che afferma Martorana, le 2 schegge che colpiscono Pardo (ma anche Di Salvo, Caldarera e Di Corrado) provengono da una granata esplosa davanti al podio.

Alfonso Di Corrado (San Giuseppe Jato, 25 anni, bracciante) è ricoverato alle ore 15.20 del 1° maggio all’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo perché “[…] Affetto da ferita d’arma da fuoco al piede destro. Anamnesi: ferito durante l’eccidio di Portella della Ginestra. Esame e diario: ferita da scoppio della grandezza di una moneta da cinque centesimi circa. Margini frastagliati sulla faccia naturale al di sotto del malleolo. Esame obiettivo: alla spellazione si apprezza presenza di corpi estranei di aspetto metallico. Radiograficamente: frammenti metallici multipli regione calcagno destro. 10.5.47: si estrae una piccola scheggia metallica. 15.5.47: si estrae una grossa scheggia metallica. 19.5.47: si estrae altra scheggia metallica. […]”. Sempre in data 1° maggio, nel verbale di perizia consegnato al Procuratore della Repubblica di Palermo, il dott. Costantino Martorana annota: […] “Visitato il qui presente Di Corrado Alfonso di Salvatore, lo stesso presenta: ferita di arma da fuoco al tallone destro, penetrante in cavità nella regione tibio tarsica, a bordi introflessi (foro d’entrata). […]”; e il 19 maggio: “[…] Richiesta la radiografia, già eseguita, si nota che vi è situazione di due schegge di proiettile al calcagno. Giudizio: giudico che le soluzioni di continuo di cui sopra, costituiscono rispettivamente foro d’entrata e foro di uscita di proiettili di arma lunga da fuoco. […]”. Il dott. Martorana non accenna al fatto che al Di Corrado sono estratte 3 schegge metalliche tra il 10 e il 19 maggio (cfr. il foglio di accettazione delle ore 15.20 del 1° maggio). Inoltre, il chirurgo parla ora, per la prima volta, di un foro di uscita, contrariamente a ciò che ha affermato nel verbale di perizia del 1° maggio. Infine, nella “Relazione di perizia su Di Corrado Alfonso” dell’11 novembre 1947, il dott. Martorana scrive che il bracciante è stato “investito da raffica di mitragliatrice” e, poche righe dopo, che: “[…] All’esame obiettivo, si riscontra quanto è stato già detto, e cioè, con dettagli, dirò che si riscontra cicatrice da ferita da scoppio di pallottola dum – dum alla faccia posteriore del calcagno destro. È questa la sede di penetrazione del proiettile. La cicatrice del foro di uscita è alla faccia interna del piede, a livello dell’articolazione del collo del piede. […] L’esame radiografico mostra schegge di proiettile quasi puntiformi a livello del calcagno. Lo scheletro è integro. Possiamo concludere che il Di Corrado fu colpito da proiettile d’arma da fuoco, verosimilmente fucile o mitra, tirato a distanza e che con direzione dall’indietro all’avanti attraversò le parti molli del piede. La guarigione dovette avvenire entro un mese. Non si ebbero esiti. […]”. Gaspare Pardo, imparentato con il Di Corrado, conferma che l’uomo è ferito da diverse schegge al calcagno destro (dichiarazione resa al sottoscritto Casarrubea nell’aprile del 1998).

Filippo Di Salvo (San Giuseppe Iato, 49 anni). La mattina del 1° maggio 1947 si trova vicinissimo al Sasso Barbato e ascolta l’oratore che parla sul podio, dinanzi a lui. Di Salvo ha il viso rivolto verso la Pizzuta e volge le spalle allo stradale e alla Kumeta. All’improvviso è ferito al labbro inferiore e nella cavità orale. Nel pomeriggio del 1° maggio è ricoverato all’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo. Il verbale di perizia del 7 giugno 1947, rileva: “[…] Si nota l’asportazione del canino inferiore sinistro e di due premolari inferiori a sinistra. Il paziente presenta agitazione febbrile e lievissima rigidità nucale. Pur avendo la coscienza e volontà dei propri atti, presenta un lieve stato confusionale. […] L’asportazione dei denti sopra indicati è stata causata da corpo contundente scagliato con violenza, probabilmente scheggia di proiettile o di pietra. […]”. Filippo Di Salvo muore l’11 giugno per infezione tetanica. È probabile che sia stato colpito alla bocca dalla scheggia di una granata esplosa nei pressi del Sasso Barbato.

Giovanni Grifò racconta che il suo omonimo zio (12 anni) si trova sullo stradale, accanto a un palo telefonico. È rivolto verso il palco. Colpito al petto, afferma di avere qualcosa che gli brucia dentro, un carrittigghiu (un petardo). Cfr. testimonianza resa al sottoscritto Casarrubea nell’aprile del 1998. Trasportato a Palermo, muore il 3 maggio. Nel verbale di perizia del 1° maggio, il dott. Martorana scrive: “[…] Presenta una lesione di continuo da intervento chirurgico all’addome per ferita di arma da fuoco alla regione epicolica sinistra, con foro d’uscita alla regione lombare stesso lato. Si notano lesioni multiple sul tenue ed al colon discendente. […]”. Nel rapporto inviato al procuratore della Repubblica di Palermo in data 4 maggio, il dott. Martorana scrive che il bambino “[…] È deceduto per ferite d’arma da fuoco alla regione apicolare destra, penetrante in cavità con lesione intestinale (colon discendente e tenue) e foro di uscita alla regione lombare dello stesso lato. Tali lesioni sono state prodotte da proiettile unico a pallottola di arma automatica […]”. Infine, nella relazione di perizia del 3 giugno 1947, il dott. Martorana e il dott. Bambino, scrivono: “[…] La lesione riscontrata sul cadavere era stata sicuramente prodotta da un unico proiettile a pallottola. Le dimensioni delle due soluzioni (d’entrata e d’uscita), d’altra parte, fanno argomentare che il proiettile non doveva essere di grosso calibro, ma di calibro ridotto e presumibilmente dello stesso tipo di quelli repertati durante l’autopsia del Megna Giovanni e del Vicari Francesco. […] Una migliore precisazione potrebbe farsi conoscendo la planimetria e la topografia dei luoghi della strage, e soprattutto della posizione nella quale venne trovato il cadavere. Mancandoci l’uno e l’altro elemento di orientamento, dobbiamo limitarci a identificare la direzione del colpo, ricavandola dal corpo della vittima in posizione anatomica (eretta). In tali condizioni, il colpo appare diretto dall’avanti all’indietro e dall’alto in basso (il foro di entrata infatti corrispondeva alla regione epicolica sinistra, mentre il foro di uscita si trovava posteriormente più in basso alla regione lombare dello stesso lato). Lo sparatore, stando a questi risultati, doveva cioè occupare una posizione sopraelevata rispetto alla vittima. […] Conclusioni: 1) le ferite riscontrate sul cadavere del piccolo Grifò Giovanni (a prescindere dalla ferita laparatomica chirurgica) sono state prodotte da un unico proiettile a pallottola; 2) l’arma adoperata è stata sicuramente un’arma di grande potenza balistica e presumibilmente un’arma lunga da fuoco rigata; 3) il colpo è stato sicuramente esploso al di fuori dei limiti delle brevi distanze. Teoricamente, la distanza di sparo è identificabile in quella zona della traiettoria indicata come zona delle perforazioni o delle distanze medie (400 – 1000 metri circa). […]”. Da rilevare la confusione che è fatta nei tre rapporti tra lato destro e lato sinistro delle lesioni. In ogni modo, è verosimile che il Grifò sia stato colpito da un proiettile calibro 9 parabellum, lo stesso tipo di proiettile che uccide anche la bambina Provvidenza Greco (anche lei sullo stradale).

Provvidenza Greco (San Giuseppe Iato, 13 anni) è colpita alla testa da un proiettile. Racconta Andrea Greco (fratello maggiore della ragazza): “[…] Alla mia destra, le pallottole mietevano l’erba. Io ero buttato a pancia in giù verso la Pizzuta, verso il podio. Quando la sparatoria si calmò, sono andato per trovare mia sorella e l’ho vista in un piccolo burrone verso la strada. Me la caricai sulle spalle e mi diressi verso San Giuseppe Iato. […]”. Cfr. dichiarazione resa al sottoscritto Casarrubea nell’aprile del 1998. Nel foglio di accettazione dell’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo, in data 1° maggio alle ore 15.00, leggiamo che la ragazza ha subìto una “[…] Ferita d’arma da fuoco alla regione orbitaria destra. […] Esame obiettivo: ferita con foro di entrata nella regione sotto orbitale destra. Chimosi della congiuntiva e delle palpebre. […]. Radiografia: presenza proiettile in corrispondenza della rocca petrosa destra. […]”. Nel verbale di perizia del 1° maggio, il dott. Martorana annota: “[…] Si presenta una lesione di continuo di forma semi circolare della grandezza di 1 centimetro a bordi introflessi, in corrispondenza della regione orbitaria destra. Si osserva ecchimosi della congiuntiva. […]; e in un secondo verbale (23 maggio): “[…] Giudico che la soluzione di continuo di cui sopra costituisce il foro di entrata di un proiettile di arma lunga da fuoco, che ha prodotto eventuali lesioni interne alla massa cerebrale o alla base cranica, non ancora guarita. È opportuno sottoporre la Greco ad esame radiografico e all’esame di uno specialista in malattie nervose per gli accertamenti neurologici. […]”. Nei due verbali citati, Martorana non accenna mai alla presenza del proiettile ritenuto nel cranio della Greco, elemento che è invece notato fin da subito nella radiografia realizzata il 1° maggio dal pronto soccorso dell’Ospedale Civico di Palermo. Ma alcuni mesi dopo, nella relazione di perizia del 25 ottobre 1947, il medico scrive: “[…] La piccola perizianda fu ferita da pallottola di fucile che, penetrando nell’orbita destra verso il suo contorno inferiore, andò ad arrestarsi contro la rocca petrosa dello stesso lato, rimanendo trattenuta all’interno della cavità cranica. La bambina perdette la coscienza e non la recuperò che dopo circa tre ore, nella propria abitazione dove era stata frattanto trasportata. La madre riferisce che essa, oltre che dalla ferita alla palpebra, perdeva sangue anche dall’orecchio destro (otorragia), e che da allora ha presentato deturpazione della armonia facciale, impossibilità di chiusura dell’occhio destro, difficoltà di pronuncia, stiramento della rima labiale verso sinistra: in una parola, i segni di una paralisi del nervo facciale destro. […]”. Dall’esame della radiografie realizzata sulla bambina nel 1947, notiamo la ritenzione di un proiettile calibro 9 Parabellum, lo stesso tipo di proiettile che si trova ancora nelle carni di Francesco La Puma. Provvidenza Greco muore nel 1951 in conseguenza delle lesioni riportate durante la strage.

Francesco La Puma (San Giuseppe Iato, 25 anni, bracciante) è di fronte al palco (alla sua sinistra si trova Salvatore Invernale, anche lui ferito) e ode all’improvviso come dei mortaretti. Subito dopo è colpito all’emitorace anteriore destro da un proiettile, che è ancora nelle sue carni. La Puma è rivolto verso il podio e volge le spalle alla Kumeta. Nel foglio di accettazione dell’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo, in data 1° maggio 1947, leggiamo: “[…] Esame radiografico: presenza di proiettile di medio calibro in corrispondenza della clavicola destra. […]”. Sempre il 1° maggio, nel verbale di perizia, il dott. Martorana, annota: “[…] In corrispondenza della spalla destra regione anteriore, ed in vicinanza del cavo ascellare, si nota una cicatrice di forma rotondeggiante dal diametro di circa 1 centimetro. […] Alla palpazione, il paziente avverte dolore e dolore avverte altresì alla regione scapolare corrispondente. […]”. Nel verbale del 1° maggio (ma anche in un secondo documento del 16 maggio), Martorana non fa alcun accenno alla presenza del proiettile ritenuto nella spalla di La Puma. Infine, dalla relazione di perizia del 28 agosto 1947, apprendiamo che: “[…] Praticate radioscopie, si vede nella regione toracica profondamente stirata un proiettile lungo circa 10 mm, che ha i caratteri di un proiettile di mitra. […]”. In data 17 aprile 1997, a Palermo, il dott. Livio Milone visita La Puma. Scrive il medico: “[…] Dall’esame diretto delle lastre radiografiche si rileva nella proiezione antero – posteriore la presenza di un corpo estraneo di densità metallica, attribuibile chiaramente a proiettile d’arma da fuoco, indovato tra le parti molli della regione posteriore del torace a livello dell’arco posteriore della seconda costola. Il proiettile appare avere conformazione cilindro – ogivale con punta rivolta verso il basso e verso l’esterno, delle dimensioni sui radiogrammi di mm. 17,00 per mm. 9,5. Si è proceduto quindi a raffronto sugli stessi radiogrammi con proiettile ‘test’ calibro 9 Parabellum interamente camiciato, proveniente da smontaggio di cartuccia calibro 9 marca ‘Fiocchi’, mod. ‘9 M 38’, di produzione dell’anno 1943, posta sul torace del soggetto anteriormente, alla stessa altezza del proiettile ritenuto, rilevando che le dimensioni del proiettile suddetto appaiono di mm. 16,2 per mm. 9,4. Si desume, tenendo conto della lieve differenza dimensionale determinata dalla non planarietà dei due elementi e, quindi, ai raggi X, di un lieve aumento delle dimensioni originali degli elementi, che il proiettile ritenuto posteriormente al torace del sig. La Puma sia un proiettile cal. 9 Parabellum, in origine proveniente da cartuccia militare di pari calibro (nelle varie denominazioni usate: cal. 9 Luger, cal. 9 Parabellum, cal. 9 Lungo, cal. 9 M 38 italiana, cal. 9 per 19 mm.). Considerando la presenza di cicatrice rotondeggiante all’emitorace anteriore destro, regione sopramammaria (cicatrice attribuibile sicuramente a pregresso orificio d’arma da fuoco), e considerando la sede di ritenzione del proiettile posteriormente, si può ritenere che il detto proiettile sia stato esploso con direzione antero – posteriore da un punto di fuoco posto sul davanti e da destra rispetto al soggetto. Il proiettile è arrivato con scarsa forza di penetrazione, ha perforato gli indumenti e le parti molli non riuscendo a perforare lo strato osseo costale con produzione di tramite sottocutaneo circumgirante e ritenzione posteriore dell’elemento. Considerando la scarsa penetrazione, la sede attinta e la produzione di un tramite circumgirante, si può ritenere che il proiettile sia stato esploso da una certa distanza e con una inclinazione praticamente ortogonale rispetto al soggetto o comunque con inclinazione compresa entro i 45 gradi circa”. Da chi è sparato il proiettile che colpisce La Puma? Secondo la versione ufficiale della sparatoria, la banda Giuliano spara con un mitragliatore Breda modello 30 (calibro 6,5) e con i moschetti 1891 (calibro 7,6). Con ogni probabilità, i proiettili calibro 9 sono esplosi dai mitra Beretta modello 38 in dotazione a Salvatore Ferreri e ai fratelli Giuseppe e Fedele Pianello (membri della banda Giuliano).

Salvatore Invernale (San Giuseppe Iato, 29 anni, contadino) si trova di fronte al palco, alla sinistra di Francesco La Puma. Nel verbale di perizia del 1° maggio 1947, il dott. Martorana scrive: “[…] Presenta una ferita di arma da fuoco a bordi introflessi in corrispondenza della regione sterno cloideo e mastoideo sinistra (foro di entrata); altra lesione di continuo in corrispondenza della prima vertebra dorsale, a bordi estroflessi (foro di uscita). […]”; e nel verbale del 16 maggio: “[…] Si osserva una cicatrice puntiforme alla regione sterno cleido mastoidea. […] Alla regione scapolare sinistra, e precisamente all’altezza della prima vertebra dorsale, si osserva una cicatrice di forma rotondeggiante dal diametro di circa 1 centimetro. […] Giudico che le cicatrici sopra specificate costituiscono rispettivamente il foro di entrata e il foro di uscita di un proiettile di arma lunga da fuoco, esploso dall’alto verso il basso. […]”. Infine, nella relazione di perizia del 3 novembre 1947, Martorana commenta: “[…] Riassumendo, possiamo concludere che l’Invernale fu colpito da proiettile d’arma da fuoco, che penetrò nella regione laterale sinistra del collo e uscì dorsalmente in corrispondenza della fossa sopraspinosa di sinistra. Non vennero lesi organi importanti. La guarigione completa avvenne nel termine di giorni 45. Date le diversioni del foro di entrata, si presume che l’arma sia stata un comune mitra. […]”. Vista la sua vicinanza a La Puma, è verosimile che anche Invernale sia stato colpito da un proiettile calibro 9 Parabellum.

Marco Italiano (16 anni) è sotto il palco. Uditi i primi colpi, si mette a correre ma subito dopo sente la gamba sinistra come bagnata. Alza il pantalone e nota che qualcosa gli ha perforato la gamba, da destra a sinistra (cfr. dichiarazione resa al sottoscritto Casarrubea nell’aprile del 1998). Nel foglio di accettazione dell’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo, in data 1° maggio, alle ore 15.00, leggiamo: “[…] Ferita d’arma da fuoco al ginocchio. […] Esame obiettivo: ferita come sopra, con foro di entrata al lato interno e fuoriuscita esterna. Ginocchio leggermente tumefatto e presenta ballottamento rotuleo. I movimenti attivi e passivi sono possibili. […] Firmato: il primario Lombardo. […]”. In data 1° maggio 1947, il dott. Martorana annota nel verbale di perizia: “[…] Presenta una lesione di continuo a bordi introflessi in corrispondenza della regione laterale del ginocchio sinistro. Altra lesione di continuo, a bordi estroflessi (foro di uscita) al cavo popliteo. Giudico che le lesioni sopra descritte sono state prodotte da arma da fuoco. […]”; e in un successivo verbale del 23 maggio: “[…] Notasi una cicatrice di forma rotondeggiante e dal diametro di circa mezzo centimetro alla faccia interna del ginocchio sinistro. Altra cicatrice notasi al cavo popliteo della stessa gamba. Notevole edema in tutto l’arto ed in special modo alla regione del ginocchio. La deambulazione non è regolare, anzi notevolmente difettosa. Giudico che le cicatrici sopra riscontrate sono rispettivamente il foro di entrata e di uscita di un proiettile di arma lunga da fuoco. […]”. In realtà, è verosimile che Italiano sia stato colpito al ginocchio dalla scheggia di una granata esplosa nei pressi del podio.

Antonina Caiola. Nel verbale di perizia del 27 giugno, il dott. Martorana scrive: “Sulla qui presente paziente Antonina Caiola si osserva al terzo medio inferiore sinistro, in prossimità della regione malleolare, una cicatrice alla faccia interna della gamba, rotondeggiante e dal diametro di circa 50 millimetri. Altra cicatrice, simile alla prima, notasi alla faccia esterna della stessa gamba. Deambulazione normale. Giudico che le cicatrici suddette costituiscono rispettivamente foro di entrata e foro di uscita di un proiettile di arma lunga da fuoco. […]”. Lesioni da scheggia?

Ettore Fortuna (San Cipirello, 36 anni). Nella relazione di perizia del 28 agosto 1947, il dott. Martorana scrive: “[…] Presenta cicatrice di foro di entrata d’arma da fuoco a centimetri 2 sotto la cresta iliaca sinistra. La cicatrice di foro di uscita è alla natica destra, al limite anteriore della regione glutea. […] All’esame radiologico del bacino, non si riconoscono nè proiettile nè frammenti di esso, nè lesioni scheletriche. […]”; e nel verbale di perizia del 1° maggio: “[…] Presenta una lesione di continuo alla regione glutea destra ed altra lesione di continuo a due dita traverse dalla cresta iliaca destra. Dette lesioni sono state prodotte da arma da fuoco […]”. Vi è contraddizione tra i due documenti a proposito del lato della cresta iliaca in cui si presenta la ferita. Lesioni da scheggia?

Damiano Petta (Piana degli Albanesi, 36 anni). Nel foglio di accettazione dell’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo, in data 1° maggio, leggiamo: “[…] Affetto da ferita da arma da fuoco al terzo medio della gamba destra. Esame obiettivo: come sopra, con foro d’entrata alla parte media e foro di uscita alla stessa altezza parte laterale. […]”. Nel verbale di perizia del 19 maggio, il dott. Martorana scrive: “[…] In corrispondenza del terzo medio della gamba destra, alla sua parte mediana, faccia posteriore, si nota una soluzione di continuo, di forma circolare, dal diametro di 1 centimetro. […] Alla faccia anteriore della stessa gamba, notasi una forma rotondeggiante dal diametro di 1 centimetro circa. Giudico che le due soluzioni di continuo, sopra specificate, costituiscono rispettivamente foro di entrata e foro di uscita di un proiettile di arma lunga da fuoco. […]”. Nel 1997, Petta riferisce al dott. Milone che, mentre si allontana di corsa, è colpito da qualcosa alla faccia posteriore della gamba destra. Lesioni da scheggia?

Pietro Schirò (Piana degli Albanesi, 24 anni). Nel verbale di perizia del 1° maggio, il dott. Martorana annota: “[…] Presenta ferita al piede sinistro. Palpando, non si apprezza lesione ossea. […] Giudico che detta lesione, che fu prodotta da arma da fuoco, potrà guarire in dieci giorni da oggi. […]”.; e il 20 maggio: “[…] Sul qui presente Schirò Pietro si osserva: alla regione metatarsica del piede sinistro una soluzione di continuo, di forma circolare, dal diametro di 1 centimetro circa. Al margine laterale, altra soluzione di continuo, simile alla prima. […] Giudico che le dette soluzioni di continuo costituiscono rispettivamente il foro di entrata e quello di uscita di un proiettile di arma lunga da fuoco. […]”. In un documento autografo (la firma del sanitario è illeggibile) stilato il 1° maggio, leggiamo invece: “[…] Certifico di aver visitato il sig. Schirò Pietro e di avergli riscontrato ferite multiple al dorso del piede sinistro, con dubbio di frattura ossea guaribile in giorni 30. […]”. In realtà, è probabile che Schirò sia stato colpito da almeno due schegge di granata.

Giorgio Caldarella (Piana degli Albanesi, 61 anni). Nel foglio di accettazione dell’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo, in data 1° maggio, leggiamo: “[…] Affetto da frattura aperta alluce destro da ferita d’arma da fuoco. […] Esame obiettivo: ferita come sopra con foro di entrata al dorso dell’alluce destro e di uscita a parte plantare. Diagnosi: ferita arma da fuoco seconda falange alluce destro con asportazione dell’unghia. […]”. Nel verbale di perizia, sempre il 1° maggio, il dott. Martorana scrive: “[…] Presenta frattura aperta alluce destro, guaribile in giorni venti salvo complicazioni. Detta ferita è stata prodotta da arma da fuoco. […]”. Lesioni da scheggia?

Giorgio Mileto (Piana degli Albanesi, 17 anni). Nel verbale di perizia del 13 maggio, il dott. Martorana scrive: “[…] Sul qui presente Mileto Giorgio si riscontra quanto appresso: in corrispondenza della regione mediana del braccio sinistro una lesione di continuo, di forma circolare, a bordi introflessi e lievemente arrossati in alcuni punti, mentre in altri si nota già un processo di cicatrizzazione in atto. Tale lesione è della grandezza (diametro) di circa 80 millimetri. Altra lesione, a bordi estroflessi, o meglio: altra soluzione di continuo a bordi estroflessi dal diametro di circa 1 centimetro, notasi al terzo medio regione posteriore dello stesso braccio. […] Giudico che le dette soluzioni di continuo sono state prodotte da colpo di arma da fuoco e costituiscono rispettivamente foro di entrata e foro di uscita della pallottola, che ha prodotto un’unica lesione interessante le parti molli del terzo medio del braccio sinistro del Mileto. […]”.

Maria Vicari. Nel verbale di perizia del 23 maggio, il dott. Martorana annota: “[…] Alla regione dorsale del piede sinistro si nota una lesione in via di cicatrizzazione, per intervento chirurgico, della lunghezza di circa 1 centimetro. […] Epidermide arrossata. Edema diffuso al piede. […] Giudico che la lesione di cui sopra è stata prodotta da intervento chirurgico su processo suppurativo derivato da ferita di arma da fuoco. […]”. Lesione da scheggia?

Giuseppa Parrino (Piana degli Albanesi, 73 anni). Nel foglio di accettazione dell’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo, in data 1° maggio, leggiamo: “[…] Affetta da ferita d’arma da fuoco penetrante in cavità emitorace destro. Esame obiettivo: ferita a fuoco all’emitorace destro, con foro d’entrata alla regione sottoclavicolare e foro di uscita alla regione scapolare stesso lato. Radiografia torace: notevole ingrandimento fasci aortici e ventricolo sinistro. […] 6.5.47: enucleazione di una voluminosa cisti dermoide regione laterale sinistra del collo. […]”. Nel verbale di perizia del 1° maggio, il dott. Martorana rileva: “[…] Una lesione di continuo della grandezza di un cece, a bordi introflessi, all’emitorace destro (foro di entrata). Altra lesione di continuo a bordi estroflessi alla regione scapolare destra (foro di uscita). Giudico che la Parrino, in atto, versa in pericolo di vita e che le lesioni causate da colpi di arma da fuoco possono guarire entro venti giorni da oggi, ove non sopravvengano complicazioni. […]”. Alla Parrino è forse asportata una scheggia metallica, responsabile dell’infiammazione dei fasci aortici?

Antonio Palumbo (San Giuseppe Iato, 49 anni). Nel foglio di accettazione dell’Ospedale Civico e Benefratelli, in data 1° maggio, leggiamo: “[…] Affetto da ferite d’arma da fuoco ad entrambe le regioni glutee. Esame obiettivo: 2 ferite ai glutei. In prossimità della fossa iliaca destra, si palpa sottocute un corpo della forma e del volume di grossa fragola, che si sposta facilmente in ogni senso. L’esame radiografico non ammette presenza di schegge metalliche. Cura chirurgica: asportazione della cisti. […]”. Nel verbale di perizia del 1° maggio, il dott. Martorana annota: “[…] Lesione di continuo alla regione glutea destra e sinistra. Dette lesioni potranno guarire entro il decimo giorno salvo complicazioni e sono state prodotte da arma da fuoco. […]”; e il 16 maggio: “[…] Si accerta quanto appresso: alla regione glutea sinistra si nota una cicatrice di forma rotondeggiante e dal diametro di 1 centimetro circa. Alla palpazione, notasi un inasprimento dei tessuti circostanti. Il Palumbo non accusa alcuna sensazione dolorifica. Alla regione glutea destra, notasi 2 cicatrici di forma rotondeggiante e distanti l’una dall’altra circa 2 centimetri. Tra queste, in senso verticale, notasi altra cicatrice di forma lineare, a bordi netti, della lunghezza di 3 centimetri circa. Giudizio: le cicatrici di forma rotondeggiante sopra indicate sono i reliquati di ferite di arma lunga da fuoco e sono guarite chirurgicamente nel termine di giorni dieci, senza conseguenze. La cicatrice di forma lineare è stata prodotta da intervento chirurgico a scopo esplorativo, per estrarre eventuali proiettili. […]”. A Palumbo, insomma, sono estratti dei “proiettili” o “una cisti delle dimensioni di una grossa fragola”? In realtà, è probabile che l’uomo sia stato colpito ai glutei da almeno 3 schegge di granata.

Salvatore Caruso (San Giuseppe Iato, 57 anni). Nel foglio di accettazione dell’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo, in data 1° maggio, leggiamo: “[…] Affetto da ferita d’arma da fuoco penetrante in cavità emitorace sinistro. […] Esame obiettivo: ferita come sopra da mitraglia, in corrispondenza dell’emiclaviare sinistra al terzo medio. Foro di uscita alla scapola sinistra, a 4 centimetri inferiormente all’angolo della spalla. […] Nel verbale di perizia del 1° maggio, il dott. Martorana annota: “[…] Presenta una ferita di arma da fuoco a bordi introflessi (foro di entrata) al terzo spazio intercostale sinistro. Vasta enfisema. Altra lesione alla regione scapolare con forte enfisema (foro di uscita). […]”; e il 19 maggio: “[…] All’emitorace sinistro, in corrispondenza della emiclaviare, si nota una soluzione di continuo, di forma circolare, dal diametro di 1 centimetro circa. In corrispondenza della linea scapolare sinistra, si nota altra lesione di continuo, dal diametro di 1 centimetro circa, di forma circolare. […] Giudico che le due soluzioni di continuo, di cui sopra, costituiscono rispettivamente foro di uscita e foro di entrata di un proiettile di arma lunga da fuoco. […]”. Vi è contraddizione, tra le ultime due perizie, in rapporto ai fori di entrata e di uscita del proiettile.

Salvatore Renna (San Giuseppe Iato, 27 anni). Nel verbale di perizia del 1° maggio, il dott. Martorana annota: “[…] Presenta frattura apice malleolo piede destro. Giudico che detta lesione, che fu prodotta da arma da fuoco, potrà guarire entro dieci giorni da oggi, salvo complicanze. […]”; e il 23 maggio: “[…] Si osserva all’apice del malleolo del piede destro una cicatrice di forma circolare, dal diametro di circa 1 centimetro. Altra cicatrice, simile alla prima, notasi alla faccia anteriore della gamba destra, all’altezza del collo del piede. […] Giudico che le cicatrici, di cui sopra, costituiscono rispettivamente il foro di uscita e quello di entrata di un proiettile d’arma lunga da fuoco. […]”. Lesioni da scheggia?

Eleonora Moschetto (Piana degli Albanesi, 17 anni). Nel foglio di accettazione dell’Ospedale Civico e Benefratelli, in data 1° maggio, leggiamo: “[…] Affetta da ferita d’arma da fuoco alla spalla destra. In gravidanza al nono mese. Esame obiettivo: ferita come sopra con foro d’entrata alla regione sopra spinosa e foro di uscita alla regione deltoidea. […]”. Nel verbale di perizia del 1° maggio, il dott. Martorana annota: “[…] Presenta una lesione di continuo alla spalla destra a bordi introflessi. […] Giudico che la lesione sopra descritta fu dovuta a colpo di arma da fuoco. […]”; e il 13 maggio: “[…] Si nota quanto segue: al braccio sinistro due soluzioni di continuo, la prima a bordi introflessi dal diametro di circa 1 centimetro, la seconda a bordi estroflessi dal diametro di circa 120 millimetri. La prima sulla faccia anteriore del braccio al terzo superiore, mentre l’altra alla regione scapolare. […] Giudico che dette soluzioni sono state provocate da un proiettile di arma da fuoco lunga, e rappresentano rispettivamente il foro di entrata e quello di uscita del proiettile stesso. […]”. Da rilevare la contraddizione sulla spalla colpita: quella destra nei primi due rapporti, quella sinistra nel terzo. Nella primavera del 1967, Rosario Moschetto (padre di Eleonora e marito della vittima Margherita Clesceri), rievoca per la rivista L’Espresso la sua drammatica esperienza: […] “La mattina del 1° maggio ci avviammo verso Portella della Ginestra. Giunti nella piana, ci avvicinammo al podio dove si poteva sentire bene l’oratore che faceva propaganda. Io, tenendo mio figlio Vito per la mano, salii su una pietra. Quando mia moglie sentì i primi colpi, mi gridò: ‘È per la festa, è per la festa’. Ma mia figlia Eleonora (17 anni) mi afferrò per le spalle, dicendo: ‘Babbo, mi fa male il braccio, non so che ci ho.’ Niente si vedeva, solo una striscia nera sulla carne. A mia moglie Margherita, invece, ci vidi il sangue dalla bocca e cadde sulla pietra strappando la bandiera”. La “striscia nera” notata da Moschetto potrebbe essere stata provocata da una grossa scheggia di granata che ferisce di striscio il braccio di Eleonora. A questo proposito, Felice Chilanti racconta che, subito dopo la strage, vari testimoni notano sul sasso Barbato delle grosse macchie nere (cfr. il già citato volume Da Montelepre a Viterbo). Si tratta dell’alone della polvere da sparo, causato dall’impatto di una granata sulla pietra?

Giuseppe Muscarello (Piana degli Albanesi, 44 anni) si trova davanti al podio, assieme ai genitori. Nel verbale di perizia del 13 maggio, il dott. Martorana scrive: “[…] Si riscontra quanto appresso: al polpaccio della gamba sinistra si riscontrano due soluzioni di continuo di forma circolare dal diametro di 1 centimetro circa. La prima, cioè quella più prossima alla faccia anteriore, a bordi introflessi mentre la seconda a bordi estroflessi. Ciascuna dista dall’altra 6 centimetri circa e costituiscono rispettivamente foro d’entrata e foro di uscita di un proiettile di arma da fuoco, che interessò solo le parti molli del polpaccio. […]”; e nella relazione di perizia del 20 novembre 1947: “[…] Il Muscarello fu colpito da colpo di arma da fuoco. La guarigione avvenne entro un mese senza lasciare conseguenza. Il proiettile dovette essere quello di un comune fucile o di mitra, dal calibro medio abituale. Il colpo fu tirato a distanza e attraversò di striscio la faccia interna del piede. […]”. Da rilevare la contraddizione tra i due documenti: Muscarello è colpito al polpaccio sinistro o al piede? In realtà, è probabile che l’uomo sia stato colpito da 2 schegge al polpaccio della gamba sinistra e al piede sinistro.

Vincenza Spina (San Giuseppe Iato, 69 anni). Nel foglio di accettazione dell’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo, in data 1° maggio, leggiamo: “[…] Affetta da ferita d’arma da fuoco in cavità addominale. Esame obiettivo: ferita d’arma da fuoco con foro d’entrata alla regione epatica sotto l’arco costale e foro di uscita all’undicesimo spazio intercostale circa, lungo la paravertebrale destra. […] Diagnosi: ferita d’arma da fuoco a canale completo alla regione laterale emitorace destro. […]”. Nel verbale di perizia del 1° maggio, il dott. Martorana rileva: “[…] Una lesione di continuo di forma circolare a bordi introflessi, in corrispondenza della regione epatica sotto l’arco costale (foro di entrata). Altra lesione di continuo a bordi estroflessi in corrispondenza del terzo spazio intercostale (foro di uscita). Giudico che le lesioni sopra descritte sono state prodotte da arma da fuoco. […]”; e nella relazione di perizia del 28 agosto 1947: “[…] Presenta cicatrice di foro di entrata alla regione lombare di destra, all’altezza della quarta vertebra lombare e lungo il margine destro della doccia lombare. Il foro di uscita è stato nel torace posteriormente, all’altezza della settima costola lungo l’ascellare medio. Accusa dolori di testa e grande debolezza. L’esame radiologico della zona della lesione esclude l’esistenza di proiettile e di lesioni. […]”. Torneremo ad occuparci di Vincenza Spina nel quinto capitolo (Le perizie balistiche).

Zina Ricotta. Nella relazione di perizia del 28 agosto 1947, il dott. Martorana annota: “[…] Fu colpita da proiettile d’arma da fuoco e riportò ferita alla mano sinistra. […] All’esame obiettivo locale, si riscontra che al lato volare delle quattro ultime dita si ha una successione di strisce, l’una successiva all’altra. È evidente che sono state prodotte da un unico proiettile d’arma da fuoco. Le strisce sono le cicatrici che residuano alla scomparsa del processo suppurativo. […]”. Lesioni da scheggia?

Salvatore Marino (Piana degli Albanesi, 23 anni). Nel foglio di accettazione dell’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo, in data 1° maggio, leggiamo: “[…] Ferita d’arma da fuoco con foro d’entrata radice coscia sinistra regione anteriore e foro d’uscita regione ischiatica. […]”. Nel verbale di perizia del 13 maggio, il dott. Martorana annota: “[…] Si rileva in corrispondenza della radice della coscia sinistra, regione anteriore, una lesione di continuo di forma circolare della grandezza di una moneta di 1 centesimo fuori corso, a bordi fortemente arrossati. […] In corrispondenza della regione ischiatica sinistra, si nota una lesione di continuo di forma quasi ovoidale e più grande della prima. I bordi sono arrossati ed estroflessi. […] Giudizio: Da quanto sopra è stato rilevato, il Marino ha subito una ferita di arma da fuoco con foro di entrata alla radice della coscia sinistra, con foro di uscita alla regione ischiatica sinistra. […]”.

Gaetano Di Modica. Nel verbale di perizia del 27 giugno, il dott. Martorana rileva: “[…] Alla regione frontale, si nota una piccola cicatrice […] di forma ovoidale e lunga circa 1 centimetro. Giudizio: la cicatrice sopra descritta è stata prodotta dallo striscio di un proiettile di arma lunga da fuoco. […]”. La ferita di striscio di Di Modica è stata probabilmente provocata da una scheggia di granata.

b) Le perizie medico – legali sui cadaveri e le autopsie

Oltre a Grifò, Di Salvo e Greco (già citati, deceduti rispettivamente 2 giorni, 40 giorni e 4 anni dopo la strage), a Portella della Ginestra si contano altri 9 morti.

Castrense Intravaia (San Giuseppe Iato, 20 anni) si trova davanti al palco, con il viso rivolto verso la Pizzuta e con il Kumeta alle spalle. Nel processo verbale di autopsia del 2 maggio, il dott. Martorana scrive: “[…] Sul cadavere in esame, si rilevano le seguenti lesioni prodotte da proiettile unico a pallottola appartenente ad arma automatica: alla regione acromiale dell’arto superiore sinistro e fuori, sul prolungamento della linea ascellare anteriore, si rileva una soluzione di continuo di forma allungata nei due terzi superiori e con asse lungo di circa 2 centimetri e dal diametro di circa 1 centimetro. […] La soluzione rappresenta il foro di entrata del proiettile. Il foro di uscita è situato nell’emitorace posteriore sinistro, e precisamente lungo la marginale interna della scapola, e circa 3 centimetri al di sotto dell’angolare della scapola. […]”. La relazione di perizia del 2 giugno, a firma Martorana e Bambino, rileva inoltre: “[…] La direzione del colpo, ricavata sulla vittima immaginata in posizione anatomica (eretta) al momento della esplosione del colpo, riesce dall’alto in basso e da sinistra verso destra; il feritore, pertanto, doveva occupare una posizione sopraelevata rispetto alla vittima. […]”.

Vincenza La Fata (San Giuseppe Iato, 9 anni) si trova sotto il palco. Nel processo verbale di autopsia del 3 maggio, i medici Martorana e Bambino annotano: “[…] Sul cadavere si rilevano le seguenti lesioni prodotte da proiettile unico di arma automatica: alla regione occipitale sinistra, in prossimità della regione mastoidea. Il cuoio capelluto presenta una soluzione traumatica a forma rotondeggiante ed un foro ovulare, la quale ha un diametro massimo di circa 8 millimetri nell’asse più lungo e una ampiezza di circa mezzo centimetro. Il cuoio capelluto è stato perforato a tutto spessore. […] Al sondaggio, la soluzione riesce penetrante in cavità cranica. Essa ha i caratteri del foro di entrata di proiettile unico a pallottola. […] Il foro di uscita del proiettile corrisponde alla glabella frontale e si estende dalla regione nasale a quella paraorbitaria sinistra (angolo interno). […]”. Nella relazione di perizia del 3 giugno, Martorana e Bambino scrivono: “[…] La direzione del colpo, ricavata sul corpo della vittima in posizione anatomica, riesce postero – anteriore e pressoché rettilinea. È possibile pertanto che, al momento in cui veniva colpita, la vittima si trovava in un atteggiamento atipico, nella vana speranza di trovare riparo ai colpi di arma da fuoco. […]”.

Giovanni Megna (Piana degli Albanesi, 18 anni). Dal processo verbale di autopsia del 2 maggio, a firma Martorana e Bambino, apprendiamo che “[…] Sul cadavere, si rilevano le seguenti lesioni prodotte da proiettile a pallottola: alla regione frontale, lato destro, e precisamente in prossimità dell’angolo esterno della zona sopraccigliare, si osserva una soluzione di continuo prodotta da proiettile d’arma da fuoco. La soluzione ha forma rotondeggiante, margini introflessi e un diametro di circa mezzo centimetro. […] Essa rappresenta il foro d’entrata del proiettile e risulta penetrante in cavità cranica. La soluzione non ha corrispondente foro di uscita. Si è avuta, pertanto, ritenzione del proiettile. Un’altra ferita a canale completo si rileva alla regione deltoidea destra (foro di entrata), sulla faccia latero – esterna dell’arto […], e con foro di uscita alla faccia interna del braccio, a circa 3 centimetri dal cavo ascellare destro. […]. Il proiettile è rimasto incuneato nei tessuti epicranici ed in corrispondenza dell’impianto del proiettile si nota un diffuso ematoma. Esso viene rimosso e consegnato all’autorità giudiziaria presente. […]”. Nella relazione di perizia del 2 giugno, i due sanitari annotano: “[…] Il proiettile repertato appare di calibro ridotto, di forma cilindro ogivale e di piccolo peso; inoltre, appare poco deformato dalle resistenze ossee incontrate. […] La direzione del colpo, rilevata sulla vittima immaginata in posizione anatomica (eretta), ha una obliquazione dall’alto in basso non molto appariscente, talchè, a prima vista, il colpo apparirebbe diretto pressoché perpendicolarmente all’asse della superficie corporea della vittima, nel colpo che ha attinto alla regione cranica; mentre per il colpo al braccio destro, la traiettoria dall’alto in basso risulta più appariscente. […]”.

Margherita Clesceri (Piana degli Albanesi, 47 anni). Si trova dinanzi al palco, spostata un po’ a sinistra. Nel verbale di autopsia del 2 maggio, Martorana e Bambino annotano: “[…] Sul cadavere si rilevano le seguenti soluzioni traumatiche prodotte da proiettile unico di arma automatica: sulla superficie cutanea dell’emitorace posteriore sinistro, lungo la linea ascellare posteriore a circa 1 centimetro traverso dalla spina della scapola, si nota una soluzione di continuo a forma allungata con asse obliquo in basso e a destra. L’asse lungo misura circa 2 centimetri, mentre il diametro della soluzione è a circa mezzo centimetro. La soluzione ha i caratteri del foro di entrata del proiettile ed, al sondaggio, riesce penetrante in cavità toracica. Altra soluzione (foro di uscita) si rileva nell’emitorace anteriore destro, e precisamente lungo la linea ascellare anteriore nell’incrocio con il quarto spazio intercostale. Anche questa soluzione ha forma allungata ed asse obliquo, in basso e verso sinistra. Le dimensioni sono pressoché analoghe a quelle del foro di entrata, i margini apparentemente estroflessi. […]”. Nella relazione di perizia del 2 giugno, i due sanitari scrivono: “[…] Nel caso in esame, la lesione rilevata sul cadavere si presentava a ‘canale completo’ (foro d’entrata, tramite e foro di uscita) ed era stata prodotta da un proiettile unico a pallottola. Il proiettile, pertanto, ha dimostrato grande forza viva, tanto da superare le resistenze del bersaglio (frattura di costole) e fuoriuscire. […] Teoricamente, pertanto, il colpo che ha ucciso la Clesceri Margherita è partito da una distanza superiore ai metri 400. […] Non possiamo precisare le posizioni rispettive tra sparatore e vittima al momento del fatto delittuoso, ma dobbiamo limitarci a ricavare la direzione del colpo immaginando la vittima in posizione anatomica (eretta) al momento in cui il proiettile ha urtato contro il bersaglio. In tali condizioni, il colpo presenta una obliquità dall’alto in basso non molto sensibile ed appariscente, ed è diretto nettamente da sinistra a destra. La vittima, cioè, venne colpita di fianco. Risulta evidente, pertanto, che lo sparatore doveva occupare una posizione sopraelevata rispetto a quella della vittima. […] L’arma adoperata ha dovuto essere un’arma di grande potenza balistica (fucile o mitra da guerra). […]”.

Vito Allotta ( Piana degli Albanesi, 20 anni). Nel processo verbale di autopsia, in data 4 maggio, Martorana e Bambino scrivono: “[…] Sul cadavere si rilevano le seguenti ferite prodotte da proiettile unico a pallottola di arma automatica: alla regione sottoclavicolare destra, in corrispondenza del terzo medio esterno della clavicola, si nota una soluzione di continuo di forma rotondeggiante e dal diametro di circa 8 millimetri. La soluzione è circondata da un piccolo alone abraso ed ecchimotico dello spessore di pochi millimetri. Al sondaggio, riesce penetrante in cavità toracica. La soluzione descritta ha i caratteri del foro di entrata del proiettile. Il foro di uscita è situato nell’emitorace posteriore sinistro e precisamente lungo la linea marginale esterna della scapola, a circa 4 centimetri dall’angolo scapolare ed a 9 centimetri dalla linea paravertebrale. […]”. Nella relazione di perizia del 2 giugno, Martorana e Bambino annotano: “[…] I caratteri della lesione sono indubbiamente quelli di una lesione prodotta da proiettile unico a pallottola ed analoghi a quelli rilevati sui cadaveri di Megna Giovanni e Vicari Francesco, per i quali è stato ritrovato il proiettile. È possibile, pertanto, che le lesioni siano state tutte prodotte da armi dello stesso tipo e sicuramente di grande potenza balistica. […] In rapporto al corpo della vittima, immaginato in posizione anatomica (eretta) al momento del fatto delittuoso, il colpo appare diretto da destra a sinistra, con una evidente obliquità dall’alto in basso. È possibile anche che, al momento del delitto, la vittima si era stesa a terra, nella vana speranza di trovare riparo. […]”.

Francesco Vicari (Piana degli Albanesi, 23 anni). In data 2 maggio, nel processo verbale di autopsia, Martorana e Bambino scrivono: “[…] Sul cadavere si rileva: una soluzione di continuo prodotta da proiettile d’arma da fuoco, all’emitorace anteriore sinistro. La soluzione ha forma tendente a quella ovale, con asse obliquo in basso e lateralmente. Ha le dimensioni di un cece ed appare ricoperta da croste ematiche. […] La soluzione riesce a canale cieco: non si nota infatti la corrispondente soluzione di uscita, per cui si è avuta ritenzione del proiettile. […] Il proiettile repertato è stato consegnato all’autorità giudiziaria presente. […]”; e nella relazione di perizia del 2 giugno: “[…] Tenuto conto del tipo di proiettile repertato e del fatto che il proiettile non ha avuto forza viva sufficiente a superare le resistenze incontrate e fuoriuscire, è chiaro che, al momento in cui il proiettile è pervenuto sul bersaglio, doveva trovarsi pressoché al limite della sua traiettoria, avendo esaurito quasi completamente la sua forza viva iniziale. Le resistenze incontrate, infatti, sono state pressoché insignificanti, avendo il proiettile incontrato nella sua traiettoria organi esclusivamente parenchimatosi. Il proiettile repertato appare di calibro ridotto, ricoperto da metallo Maillechort (lega di nikel e rame elettrolitico), di forma cilindrica e di piccolo peso. A noi sembra identificabile in proiettile di tipo mitra. L’esame del perito tecnico – balistico potrà, comunque, meglio precisare le caratteristiche del proiettile e dell’arma adoperata. […] È chiaro che il proiettile è pervenuto sul bersaglio con una forza viva pressoché esaurita nelle scarse resistenze offerte da tessuti molli. Il colpo pertanto è partito da grande distanza, possibilmente da una zona intermedia tra quelle da noi indicate come zona di perforazione e di contusione (1000 metri circa). […] La direzione del colpo, ricavata sulla vittima immaginata in posizione anatomica (eretta), risulta antero – posteriore e dall’alto al basso. Lo sparatore, pertanto, doveva occupare una posizione sopraelevata rispetto alla vittima. […]”.

Giuseppe Di Maggio (San Giuseppe Iato, 12 anni). In data 3 maggio, nel processo verbale di autopsia, Martorana e Bambino scrivono: “[…] Sul cadavere in esame si rilevano le seguenti ferite prodotte da proiettile unico a pallottola di arma automatica: alla regione dell’ipocondrio destro, lungo la linea mammillare, circa 8 centimetri al di sotto della papilla mammaria destra, si nota una soluzione di continuo a forma rotondeggiante e dal diametro di circa mezzo centimetro. I margini della soluzione sono netti ed introflessi. I caratteri sono quelli del foro di entrata. Al sondaggio, la soluzione riesce penetrante in cavità toracica. Il foro di uscita è situato nell’emitorace posteriore sinistro, sul prolungamento della linea marginale interna della scapola. Quest’ultima soluzione ha forma leggermente allungata con asse lungo obliquo dall’alto in basso e da sinistra a destra. […]”; e nel rapporto di perizia del 2 giugno: “[…] In rapporto al corpo della vittima, immaginata in posizione anatomica (eretta), il colpo ha una netta direzione antero – posteriore, dall’alto in basso e da destra a sinistra. È presumibile, pertanto, che lo sparatore dovesse occupare una posizione sopraelevata rispetto alla vittima. […] Le lesioni rilevate sul cadavere sono state prodotte da un proiettile unico a pallottola. L’arma adoperata è stata un’arma di grande potenza balistica e presumibilmente un’arma lunga da tiro rigata. […]”.

Giorgio Cusenza (Piana degli Albanesi, 42 anni). Nel processo verbale di autopsia, in data 2 maggio, Martorana e Bambino scrivono: “[…] Sul cadavere in esame si rilevano le seguenti lesioni prodotte da proiettile unico a pallottola: alla regione della fascia sopraclavicolare destra, fuori dall’inserzione del collo, si nota una ferita d’arma da fuoco a forma rotondeggiante, a margini introflessi e dal diametro di circa 1 centimetro. La soluzione appare circondata da un alone ecchimotico dello spessore di pochi millimetri. Ha i caratteri del foro d’entrata del proiettile ed, al sondaggio, riesce comunicante con altra soluzione della stessa natura (foro d’uscita) situata nella zona simmetrica sinistra, ma un poco più in basso e lateralmente. […]”; e nella relazione di perizia del 2 giugno: “[…] È evidente che l’arma adoperata doveva essere un’arma di grande potenza balistica, tanto da consentire al proiettile una notevole forza di penetrazione. È difficile precisare il tipo di arma adoperata, basandosi esclusivamente su dati probativi, quali possono essere quelli ricavabili dalle misurazioni delle soluzioni traumatiche e dagli effetti lesivi causati dal proiettili. È certo però che le varie lesioni rilevate sulle vittime mostrano carattere di similitudine assai sensibili sia per tipo di lesioni, sia per traiettoria dei colpi. Non è improbabile, pertanto, che le armi adoperate siano state armi di tipo e calibro analoghi. A questo riguardo, riteniamo che l’esame peritale praticato dal tecnico – balistico sui pochi proiettili repertati nelle varie autopsie praticate, potrà fornire elementi di giudizio assai importanti. […] In rapporto all’asse del corpo della vittima immaginata in posizione anatomica (eretta), il colpo appare diretto da destra a sinistra, con una modica obliquità dall’alto in basso. Ciò lascerebbe presumere che la posizione dello sparatore doveva essere sopraelevata rispetto a quella della vittima. È possibile che tale direzione del colpo sia da mettere in relazione ad una particolare posizione della vittima al momento del fatto delittuoso. È possibile, cioè, che il Cusenza Giorgio si fosse steso a terra, nella vana speranza di trovare riparo ai colpi d’arma da fuoco. […]”.

Serafino Lascari (Piana degli Albanesi, 12 anni). Nel processo verbale di autopsia, in data 2 maggio, Martorana e Bambino annotano: “[…] Sul cadavere si rilevano le seguenti ferite prodotte da proiettile unico a pallottola di arma automatica: alla superficie antero – mediale del braccio destro, una ferita d’arma da fuoco a striscio, interessante per circa 3 centimetri i tegumenti comuni ad un terzo superiore dell’arto. Alla stessa altezza nell’emitorace destro si osserva una soluzione di continuo di forma rotondeggiante, dal diametro di circa mezzo centimetro. Detta soluzione è situata sulla linea ascellare anteriore, all’incontro con la quarta costola destra. Ha i caratteri del foro di entrata del proiettile e, al sondaggio, riesce penetrante in cavità toracica. Lo stesso proiettile che ha leso a striscio i tegumenti del braccio destro, pertanto, è successivamente penetrato in cavità toracica. Il foro di uscita del proiettile corrisponde all’emitorace sinistro, all’incrocio della linea ascellare anteriore con il quinto spazio intercostale. La soluzione di uscita ha forma allungata, con asse lungo di circa 1 centimetro e mezzo e parallelo all’asse costale, ed un’ampiezza massima di circa mezzo centimetro. […]”; e nella relazione di perizia del 2 giugno: “[…] È difficile precisare il tipo di proiettile che ha prodotto la lesione, ma questo risulta di tipo analogo a quelli repertati sui cadaveri del Megna Giovanni e del Vicari Francesco. Le soluzioni traumatiche, infatti, presentano caratteri analoghi di forma e di dimensioni. Il proiettile è stato lanciato, cioè, da un’arma di grande potenza balistica e sicuramente da un’arma da tiro rigata. […] Basandoci su dati teorici, si può stabilire che il colpo che ha ucciso il piccolo Lascari è partito da una distanza superiore ai 400 metri. […] Dobbiamo limitarci ad identificare la direzione del colpo ricavandola dalla posizione anatomica (eretta). In tali condizioni, il colpo si presenta con direzione pressoché rettilinea e con una assai modesta inclinazione dall’alto in basso. È verosimile, però, che tale rettilineità della traiettoria sia da identificare nel fatto che, al momento in cui la vittima veniva raggiunta dal proiettile, il ragazzo si era disteso a terra nel vano tentativo di trovare riparo ai colpi di arma da fuoco. In questo caso, è chiaro che lo sparatore doveva occupare una posizione sopraelevata rispetto alla vittima. […]”.

5) Le perizie balistiche

Vari documenti allegati al processo di Viterbo affrontano la questione dei bossoli, delle cartucce e dei caricatori rinvenuti sul luogo della strage nonchè dei proiettili estratti dai cadaveri e dai feriti.

Dagli atti esaminati emerge quanto segue.

In un documento redatto dalla stazione dei carabinieri di San Giuseppe Iato in data 9 maggio 1947, il maresciallo capo Giovanni Calabrò e il carabiniere a piedi Giuseppe Criscioli scrivono: “[…] Riferiamo a chi di dovere che il 1° maggio corrente, recatici sul posto della strage (Portella della Ginestra), rinvenimmo 1 proiettile intriso di sangue per terra che, col presente processo verbale, viene repertato a disposizione dell’autorità giudiziaria. Noi maresciallo Calabrò riferiamo inoltre che la sera dello stesso giorno, fatto ritorno in San Giuseppe Iato, dal dott. Licari Giuseppe gli veniva consegnato 1 proiettile (il più piccolo dei 2 repertati) estratto dal medico alla nominata Spina Vincenza, di anni 61, di San Giuseppe Iato. […]”. È da rilevare che tale passo entra in contraddizione con le tre relazioni di perizia eseguite sulla donna (capitolo quarto, punto a). Secondo queste relazioni, infatti, Vincenza Spina non ritiene alcun proiettile, giacchè è affetta da “[…] ferita d’arma da fuoco a canale completo alla regione laterale emitorace destro […]”. Vale inoltre notare che i due carabinieri non specificano il calibro dei due proiettili repertati. Di conseguenza, ignoriamo di che calibro sia il proiettile che colpisce Vincenza Spina. I due militi si limitano a dire che il proiettile estratto dalle carni della donna dal dott. Licari è “il più piccolo dei 2 repertati”.

In data 27 maggio 1947, in una lettera inviata dal direttore sanitario dell’Ospedale Civico di Palermo al Giudice Istruttore della Quinta Sezione Tribunale di Palermo (prot.: 1023), leggiamo: “Oggetto: Trasmissione copie cartelle cliniche. Con riferimento alla Sua richiesta del 19 corrente mese, Le rimetto le accluse copie di cartelle cliniche, relative ai feriti di Portella della Ginestra (Piana degli Albanesi) il 1° maggio c.a. Per i feriti ancora ricoverati, le copie delle cartelle cliniche sono state redatte allo stato presente. I proiettili estratti ai medesimi sono stati già inviati da tempo, con i relativi referti medici, alla Procura della Repubblica, sezione corpo del reato”.

In un documento inviato alla Procura del Tribunale di Palermo in data 16 giugno 1947 (titolo: Relazione di perizia balistica), il maggiore di artiglieria Antonio Purpura scrive: “[…] In data 30 maggio 1947 ho effettuato un sopralluogo nella zona di Portella della Ginestra (Piana degli Albanesi) allo scopo di stabilire, in base all’esame dei bossoli, cartucce e caricatori rinvenuti sul posto, ed in base alle tracce sul terreno delle pallottole lanciate, il tipo delle armi adoperate dai banditi che hanno sparato sulla folla il 1° maggio 1947, l’efficacia e la direzione del tiro. Dagli elementi acquisiti sul posto, e dall’esame del materiale del reperto fornitomi dal Tribunale di Palermo, è risultato quanto segue: 1) tipo delle armi relative ai caricatori, cartucce e bossoli rinvenuti: fucile mitragliatore Breda 30 cal. 6,5; fucile o moschetto mod. 91 cal. 6,5; moschetto automatico mitra Beretta cal. 9; carabina americana cal. 7,6 circa; fucile a ripetizione Enfield; fucile mitragliatore Bren. Per quanto le due prime armi adoperino le stesse cartucce, si arguisce che siano state adoperate entrambe dal fatto che, nel reperto, esistono i due diversi tipi di caricatori adoperati dalle due armi. Non si può stabilire se l’Enfield e il Bren sono stati adoperati entrambi, o uno solo dei due, in quanto non esistono nel reperto i due diversi tipi di caricatori, ma un solo bossolo del tipo adoperato da entrambe le parti. I bossoli delle cartucce cal. 9 esistenti nel reperto possono essere adoperati, oltre che dal moschetto automatico Beretta, anche da pistole in uso dello stesso calibro e con la stessa camera di scoppio. È da escludersi però l’uso della pistola, in quanto è difficile che i tiratori abbiano potuto pensare che la pistola potesse avere efficacia alla distanza in cui trovavasi il bersaglio dalle postazioni dei tiratori, e comunque dal posto in cui i bossoli stessi sono stati rinvenuti. Risulta in via ufficiosa, in quanto le nostre regolamentazioni non contemplano tale tipo di arma, che le cartucce 7,6 circa, di cui nel reperto esistono i bossoli ed una completa, sono dagli americani adoperate con la loro carabina. Quindi, stante tale notizia ufficiosa, si dovrebbe escludere l’uso di altro tipo di arma dello stesso calibro e dare per certo l’uso della carabina americana. 2) Sul posto, in un sasso sito a circa venti metri dal podio dal lato del Pelavet, è stata notata una traccia di proietto lanciato e schiacciato contro il sasso stesso. Data la forma e l’ubicazione del sasso, e la posizione in esso della traccia, si desume che il proietto è stato lanciato da un’arma posta a nord del podio. 3) In seguito a tipi di prova effettuati sul posto in presenza mia, delle autorità giudiziarie e dei carabinieri con armi portatili postate sulle pendici del Pelavet, e precisamente sul luogo ove sono stati rinvenuti caricatori, bossoli e cartucce, su bersagli posti accanto e sopra il podio, sono stati notati su diversi sassi siti lungo la direttrice di tiro, a monte e a valle del podio, quattro tracce di proietti schiacciatisi contro i sassi stessi della stessa natura di quelle precedenti. 4) Tutte le armi elencate al n. 1 hanno sicuramente efficacia alla distanza di 530 metri, che intercorre tra il luogo ove sono stati rinvenuti i relativi caricatori, bossoli e cartucce e il podio, specie trattandosi di un bersaglio di considerevoli dimensioni quale la folla compatta di spettatori raccolti il 1° maggio attorno al podio. Con l’occasione, si fanno presenti le differenze riscontrate tra quanto segnato nel reperto e quanto materialmente rinvenuto dentro in seguito ad apertura del pacco: bossoli per armi 91 sparati: n. 128 e non 129; bossoli per armi 91 con la capsula non percossa: n. 1; bossoli per carabina americana: n. 52 anzichè 51; cartucce di nazionalità inglese, e non tedesca: n. 1. Firmato: i periti Purpura Antonio (maggiore di artiglieria) e Gaudesi Natale (maresciallo capo/capo armaiuolo). […]”. Risulta interessante che i due periti escludano che i proiettili cal. 9 siano stati esplosi da pistole, a conferma dell’ipotesi che a sparare i proiettili cal. 9 utilizzando un mitra Beretta siano stati Salvatore Ferreri e i fratelli Pianello.

In un documento inviato al Tribunale di Palermo in data 26 giugno 1947 (titolo: Perizia balistica relativa al processo di Portella della Ginestra, cfr. Cav, cartella 1, foglio 164), il maggiore Purpura annota: “In base ai quesiti posti da codesto tribunale, il sottoscritto avrebbe dovuto esaminare, tra l’altro, dei proiettili estratti dai cadaveri e dai feriti di Portella della Ginestra. Però, nel materiale repertato messo a disposizione del sottoscritto, non si sono notate pallottole che risultassero tali. Si prega pertanto volere cortesemente fornire chiarimenti in merito e, se le pallottole di cui trattasi trovansi custodite a parte presso codesto Tribunale, metterle a disposizione del sottoscritto perché possa esaminarle e completare così la sua relazione di perizia balistica. Firmato: il perito maggiore di artiglieria Purpura Antonio”. Con tutta evidenza, la richiesta di Purpura è subito esaudita. In una annotazione a mano aggiunta in calce al documento, leggiamo infatti: “A) 26 giugno 1947. Consegnati al maresciallo Gaudesi: 1 reperto contenente 2 proiettili; 1 reperto contenente 1 proiettile; 1 reperto contenente 1 proiettile”. Rimane comunque il mistero sulle “pallottole che non risultano tali” estratte dai feriti e dai cadaveri e consegnate al maggiore Purpura. Per quale motivo non è redatta nessuna perizia su queste? Si tratta forse delle numerose schegge di granata estratte dai feriti (cfr. capitolo quarto, punto a)?

I 3 reperti (contenenti complessivamente 4 proiettili, a cui si accenna nell’annotazione a mano del punto precedente) costituiscono il tema della Relazione di perizia balistica redatta da Purpura e Gaudesi in data 1° luglio 1947 e inviata alla Procura del Tribunale di Palermo. Vi leggiamo: “[…] Seguito relazione del 16 giugno 1947. Esaminato il materiale reperto, richiesto dal sottoscritto con lettera del 16 giugno 1947, è risultato quanto segue: 1) delle 2 pallottole contenute nel reperto n. 1, una è del cal. 6,5, impiegabile indifferentemente e solamente col fucile mitragliatore Breda 30, col fucile o moschetto mod. 91. Nel caso specifico, non si può stabilire con quale delle suddette armi [la pallottola] è stata lanciata, non essendo in possesso del relativo caricatore che differenzia l’uso dei due tipi di arma da fuoco. L’altra pallottola è del cal. 9, impiegabile solamente col moschetto automatico mitra Beretta, se si esclude nel caso specifico, per motivi esposti nella precedente relazione, l’uso di pistole dello stesso calibro e con la stessa camera di scoppio del mitra Beretta; 2) la pallottola contenuta nel reperto n. 2 è del cal. 9 impiegato normalmente colle pistole Glisenti. È stato provato, però, che la stessa pallottola con relativo bossolo può essere efficacemente impiegata anche col moschetto automatico mitra Beretta, che ha lo stesso calibro e la stessa camera di scoppio della predetta pistola; 3) la pallottola contenuta nel reperto n. 3 è del cal. 9, impiegabile solamente col mitra Beretta, sempre escludendo nel caso specifico l’uso di pistole dello stesso calibro, come detto sopra. […]”. È anzitutto da rilevare che Purpura e Gaudesi non specificano da quali cadaveri o feriti provengano i proiettili esaminati. Le 2 pallottole del reperto 1 (una di calibro 6,5 e l’altra di calibro 9) sono probabilmente i 2 proiettili di cui scrivono in data 9 maggio i carabinieri Calabrò e Criscioli. Possiamo ipotizzare che la già citata Vincenza Spina sia stata colpita da un proiettile cal. 9, definito dai due militi “il più piccolo dei due repertati”. La pallottola cal. 9, infatti, è più tozza e corta rispetto ad un proiettile cal. 6,5 (di forma più affusolata e lunga). I 2 proiettili cal. 9 contenuti nei reperti 2 e 3 sono probabilmente quelli estratti dai cadaveri di Giovanni Megna e di Francesco Vicari (cfr. capitolo quarto, punto b).

Appare sconcertante il comportamento dell’autorità giudiziaria, dei medici e dei periti balistici. In sintesi, abbiamo appurato le seguenti circostanze: a) dai cadaveri di Giovanni Megna e a Francesco Vicari sono estratti 2 proiettili che sono consegnati alle autorità giudiziarie presenti alle autopsie. Ma il rapporto del dott. Martorana non ne specifica il calibro; b) i carabinieri Calabrò e Criscioli rinvengono a Portella, il 1° maggio, un proiettile intriso di sangue, mentre il giorno stesso a Calabrò è consegnato dal dott. Licari un altro proiettile estratto dalle carni di uno dei feriti, Vincenza Spina. Ma nel rapporto del 9 maggio, i due militi non specificano il calibro delle 2 pallottole; c) in data 26 giugno, il maggiore Purpura si lamenta con gli inquirenti del fatto che “nel materiale reperto messo a disposizione del sottoscritto non si sono notate pallottole che risultassero tali”, ma non specifica che tipo di materiale gli sia stato consegnato; d) Infine, in data 1° luglio, i periti balistici Purpura e Gaudesi esaminano 4 proiettili (1 cal. 6,5 e 3 cal. 9), ma non specificano da quali feriti o cadaveri siano stati estratti.

In ogni modo, a conclusione dei capitoli 3 e 4, siamo in grado di affermare che una vittima (Provvidenza Greco) e un ferito (Francesco la Puma) sono stati sicuramente colpiti da proiettili cal. 9, mentre è probabile che anche un altro ferito (Vincenza Spina) e altre due vittime (Giovanni Megna e Francesco Vicari) siano stati raggiunti da proiettili cal. 9.

6) Il ruolo di Salvatore Ferreri (inteso “Fra’ Diavolo”)

È accertato che nella Sicilia del dopo sbarco alleato (1943 – 1947) si sviluppano e prosperano forze politico – militari che hanno in comune un feroce anticomunismo. Tra queste, il Fronte antibolscevico italiano (Fai), il Mis (Movimento per l’indipendenza siciliana) di Finocchiaro Aprile, il suo braccio armato, l’Evis (l’Esercito volontario per l’indipendenza siciliana), il movimento dell’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini, i Far (Fasci di azione rivoluzionaria) e l’Fdos (Fronte democratico per l’ordine siciliano), appoggiato e finanziato dalla complessa rete mafiosa che fa capo a don Calogero Vizzini e a Calogero Volpe. Salvatore Ferreri (classe 1923) è uno dei personaggi più attivi dell’Evis e, tra il 1943 e il 1945, partecipa alla lotta armata contro lo Stato. Secondo una lunga videotestimonianza resa nell’ottobre del 2002 da Vito Coraci (cugino minore del bandito) al sottoscritto prof. Casarrubea, il Ferreri frequenta, a partire dall’estate – autunno del 1943, la base aerea militare di Boccadifalco, in provincia di Palermo. A detta di Coraci, Ferreri visita i suoi familiari ad Alcamo indossando una divisa dell’esercito Usa. Ma chi è veramente Salvatore Ferreri, alias Fra’ Diavolo? Nonostante in quegli anni egli sia colpito da numerose condanne (tra queste, un ergastolo), lo troviamo a partire dal 1945 a operare come confidente di prima grandezza dell’ispettore capo di polizia Ettore Messana. Sempre nel 1945, a conclusione del processo che lo vede imputato per l’uccisione di Vincenzo Monticciolo, Ferreri è condannato all’ergastolo e di lui non si hanno più notizie tra la seconda metà del 1946 e la primavera del 1947. Sappiamo solo che, per un lungo periodo, Fra’ Diavolo soggiorna a Firenze assieme alla madre e alla giovane compagna fiorentina, Caterina, con le quali gestisce una trattoria. Con ogni probabilità, la sua attività di ristoratore non è che una forma di copertura. Ma di cosa? Secondo Vito Coraci, Ferreri riceve nel locale frequenti visite di strani personaggi, con i quali, dopo aver congedato i suoi familiari, sostiene lunghe discussioni. Nel marzo del 1947, Ferreri è riagganciato da Messana e fatto rientrare nella banda Giuliano, forse con la promessa di una amnistia. Secondo i giudici di Viterbo, il 1° maggio 1947 sia Ferreri che i fratelli Pianello si trovano a Portella per partecipare alla strage. È inoltre probabile che Fra’ Diavolo prenda parte agli assalti del 22 giugno ai danni delle Camere del lavoro della provincia di Palermo, assalti che, a Partinico, provocano la morte di due persone. Pochi giorni dopo, nella notte tra il 26 e il 27 giugno, Ferreri, suo padre Vito, suo zio Antonino Coraci e i due fratelli Pianello (a loro volta confidenti del tenente colonnello dei carabinieri Giacinto Paoloantonio) rimangono uccisi ad Alcamo durante un “conflitto a fuoco” sostenuto con i carabinieri del capitano Roberto Giallombardo (Cc, classe 1915). In sintesi, con la morte di Ferreri, di suo padre, di suo zio e dei fratelli Pianello scompaiono cinque testimoni chiave delle stragi del 1° maggio e del 22 giugno 1947 [cfr. Giuseppe Casarrubea, Fra’ Diavolo e il governo nero. Doppio Stato e stragi nella Sicilia del dopoguerra, Milano, Franco Angeli, 1998].

***

**

*

N.B.: La riproduzione di qualsiasi parte contenuta nel presente blog è rigorosamente vietata. Essa è consentita invece a soli fini non commerciali, citando la fonte e l’autore, inserendo un link cliccabile ben visibile ed inviando una mail di notifica. Ogni trasgressione alla presente nota sarà deferita alle autorità competenti.

Advertisements

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
Questa voce è stata pubblicata in SAGGI e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a L’Italia in nero (II)

  1. antonio ha detto:

    è una ricostruzione parafantastica.Mi permetto consigliare l’attenta lettura del libro di Buttafuoco, ” Le uova del Drago”.
    La verità è li. Ma anche in quel che rimane dell’Archivio di Stato.
    E nel complesso dell’Archivio Militare presso la Stato Maggiore.
    Gli 859 bossoli della ” 37 “, avrebbero effettuato una strage.
    Ed ancora, la Divisione Sabaudia, non aveva completato il rientro, ed i Morti di Comiso erano, e sono, altrettanto inbarazzanti.
    Grazie.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...