Danilo Dolci: sul filo della memoria

DANILO DOLCI

SUL FILO DELLA MEMORIA

di GIUSEPPE CASARRUBEA

1-L’eredità delle lotte contadine

Non è facile scrivere su Danilo Dolci ora che la sua figura e la sua opera sono consegnate per sempre al vaglio della storia. Ebbi ad azzardare una volta. Avevo vent’anni ed ero preso da questa presenza fuori dall’ordinario tra la gente della Sicilia occidentale. Mi ero imbattuto, per una sorte incredibile in una realtà quale quella di Partinico in quegli anni, in un personaggio che di siciliano non aveva nulla e che tuttavia, dal suo mondo apparentemente lontano, era straordinariamente proteso a capire, a trasformare la sua intelligenza delle cose in fatti, azioni concrete. Non capitava tutti i giorni e pertanto quest’uomo mi appariva come una figura inusuale per le battaglie che aveva saputo provocare, per l’imponenza della sua figura, per i modi con cui sapeva correlarsi a ciascuno di noi, intuendone le potenzialità, la disponibilità a seguirlo. Ma allora la voglia di fare era stata soverchiata dal bisogno di lavorare, di seguire un personale destino.

Nell’inverno del 1964, non so come, ebbi un posto di insegnamento a Roccamena: corso post-elementare per analfabeti di ritorno. Una corriera traballante avrebbe dovuto lasciarmi in piazza. Si fermò un po’ prima e l’autista mi disse che potevo scendere per proseguire a piedi. Avevo già prenotato una stanza in affitto e così mi accingevo a disfare le valige per sistemare le mie cose per l’indomani. Non ebbi il tempo di farlo perché all’improvviso mi giunse un coro di voci lontane. Prestai un po’ d’attenzione pensando che qualcuno, chissà in quale via, tenesse la radio ad alto volume. Avevo la curiosità di sapere dove si fosse sintonizzato. Esclusi che si potesse trattare di un canale nazionale perché sentivo adesso distintamente canti di lavoratori, cori in dialetto siciliano, inni di partigiani interrotti da un vociare insolito. Mi rimisi la giacca a vento, chiusi la porta e mi indirizzai seguendo le voci che mi giungevano all’orecchio sempre più vicine. Così capii perché l’autista, quella sera non aveva potuto lasciarmi in piazza. Era occupata da una folla enorme di persone disposte tutte a cerchio attorno a un fuoco; molte s’erano munite di sedie, altre stavano sedute a terra. Guardai più attentamente e tra i bagliori delle fiamme scorsi uno accanto all’altro Danilo Dolci e Ignazio Buttitta. Conoscevo entrambi. Danilo more solito sventolò in aria le sue mani come fossero bandiere per salutarmi, Ignazio si dimostrò al solito suo apparentemente più chiuso, ma affabilissimo nel momento in cui gli strinsi la mano. Due caratteri diversi, due mondi che si incontravano e si capivano, e lottavano assieme in quel luogo sperduto della Sicilia dominato da una mafia meno visibile di quella di Partinico, Corleone o Castellammare del Golfo. Mi sentii rincuorato, avvertii che uscivo dalla solitudine e da certo gramsciano pessimismo che mi confermava tuttavia il dovere dell’ottimismo della volontà. Erano le prime lotte per la costruzione della diga sul Garcia, che tanti lutti, battaglie e sangue doveva costare negli anni a venire. Ricordo le numerose iniziative di allora in quell’entroterra ancora feudale: le sfilate interminabili dei contadini sui loro muli, i sit-in in quella piazza dove molte finestre restavano chiuse per l’intero anno, e stavano a guardarci come giganteschi occhi di fantasmi di pietra, le iniziative del Centro Studi curate da Lorenzo Barbera, la proiezione, in una vecchia sala cinematografica, del film di Rosi “Salvatore Giuliano” (1961). Mi rendevo conto che Danilo, modulava dai grandi dirigenti delle lotte contadine ammazzati dalla mafia, gli schemi delle azioni rivendicative che essi avevano condotto negli anni delle occupazioni delle terre. Mi venne spontaneo l’accostamento delle famose “cavalcate” nella Sciacca di Accursio Miraglia con quelle manifestazioni altrettanto plateali che ridavano adesso ai latifondi seminati a grano l’antica anima di un tempo. Sapevo che Miraglia era una figura centrale di Spreco.[1]

Biglietti volanti

Biglietti volanti

Sul finire del 1968 feci le valige e me ne andai in Piemonte a cercare lavoro. E qui, tra Verbania e Stresa, al rientro dalla Scuola, mi ero dato dei tempi di riflessione sulla Sicilia, i suoi uomini e i suoi misteri. Sentivo tale bisogno come una sorta di dovere etico e confesso che Danilo era quasi sempre al centro dei miei pensieri. Perciò anche se a distanza di duemila chilometri, non potevamo fare a meno, talvolta, di comunicare. Ero stato ed ero un suo collaboratore volontario, avevo creduto nella sua azione e volevo dare a questa un mio contributo tangibile. Pertanto non percepivo una lira dal Centro Studi per la piena occupazione che lui dirigeva a Partinico, in quel vecchio edificio ottocentesco di proprietà degli Scalia. Volevo essere disinteressato e impegnato. Così mi sentivo in qualche modo forte e pago. Con una carica positiva dentro che mai prima mi era stato dato di avere.

Approfittai delle vacanze di Natale di uno di quei “caldi” inverni che avevano visto, tra piazza Gramsci e la Rhodiatoce di Verbania Intra, imponenti manifestazioni operaie, per tornare a Partinico e consegnargli un lavoro dattiloscritto su di lui. Erano pagine arricchite da un’appendice di incontri e seminari tenutisi a “Borgo di Dio”, il Centro di Trappeto che egli aveva fondato con i primi aiuti di Elio Vittorini. Lo lesse in un paio di giorni. Poi mi telefonò e mi fissò un incontro. Andai a trovarlo di mattina presto, sapendo che egli alle otto era in piedi già da quattro ore. Aveva l’abitudine dei contadini, di quei braccianti agricoli che se volevano sopravvivere dovevano alzarsi prima dell’alba per essere poi ingaggiati per una giornata di lavoro. Aveva imparato da loro e aveva così appreso uno stile di vita che sin dai primi anni della sua attività a Trappeto prima e a Partinico dopo, aveva costituito per lui un valore fondamentale, così grande da plasmare anche il suo carattere. Dunque l’andai a trovare di buon’ora e mi ricevette nel suo studiolo: una stanzetta umile e un po’ umida piena di libri contenuti in scaffali di tavole e laterizi, con una vecchia scrivania piena di altri libri e carte in un angolo. Ma c’era dell’altro, c’erano i suoi grandi interrogativi che egli affiggeva sistematicamente al muro, in grandi dazebao scritti a caratteri cubitali. Ne ricordo alcuni che costituirono per anni enigmi anche per me. Fino a quando, quasi trent’anni dopo, non me ne sono dovuto occupare nelle mie ricerche di storia. Leggevo: “Che successe nel baglio dei Parrini?”, “Chi ha ucciso Vincenzo Campo ad Alcamo?”, “Perché è stato ucciso Nardo Renda?”. Non era usuale allora entrare in una qualsiasi sede di partito e trovare, non dico affisse al muro, ma sussurrate in qualche sensibile orecchio, analoghe domande. In queste, mi sono reso conto ora, c’era la storia di cinquant’anni della nostra Repubblica. Dunque, si veniva ricevuti con questa preliminare ambientazione. Come dire: “Avviamo un qualsiasi discorso, ma teniamo conto che c’è una filigrana di questioni che caratterizzano a monte le cose che facciamo.“

Mi espresse le sue impressioni attenendosi, come era solito fare con tutti, ad una scaletta che evidentemente aveva preparato in precedenza e che alla conclusione dell’incontro mi diede. Aveva annotato, tra l’altro: “il treno pigro”, “bello: la rivoluzione è un punto di arrivo”, “non mi piace dolciano, meglio ‘di Danilo’ “, “prime opere di Dolci: autoanalisi contadine”, “parlare: non ho mai parlato: è venuto fuori”, “invenzione locale”, “Gli schemi del sistema clintelare-mafioso e del sistema democratico”. Credo che avesse avuto la pazienza di leggere tutto quel testo perché le annotazioni erano puntualmente riferite alle pagine e in cima portavano questo giudizio finale: “è saggio, è fondo, è scritto bene: penso sarà utile”.

Anfiteatro di Mirto. Bambini della Scuola elementare Abba ion concerto

Anfiteatro di Mirto. Bambini della Scuola elementare Abba in concerto (da G. Casarrubea, '74)

2- Mirto

Ne fui lusingato tanto più che mi consegnò il diario di bordo che egli aveva compilato per le sue visite nei Centri educativi più avanzati degli Stati Uniti, con un contributo della Ford Foundation e dell’Institute of International Education, senza i quali quegli “studi-incontro” non avrebbero potuto realizzarsi. Cito tra quelli che mi sono rimasti in memoria: l’East Harlen Bloch Schools di New York, il The Esploratorium di San Francisco, l’East Central Committee for Opportunity di Mayfield e parecchi altri. Questi appunti, molto sintetici e puntuali, costituiscono l’allegato terzo di quel mio testo dattiloscritto che l’editore Celebes di Trapani volle coraggiosamente pubblicare nel 1974.

Ma in quell’occasione Danilo fece di più. Mi fissò un altro incontro al quale ne seguirono parecchi, fino a quando un bel giorno, tra il 1970 e il 1971 non si mise mano all’idea, auspice anche Franco Alasia, di costruire un Centro educativo a Mirto, una contrada tra Borgetto e Partinico. In una delle solite scalette che conservo, leggo:

1-Per il tuo programma consiglierei di precisare (bozza da discutere):

le date degli incontri;

i soggetti specifici;

ti pregherei di includere la discussione di:

“Chissà se i pesci piangono”;

“Inventare il futuro”;

“Conversazioni”;

il tuo libro;

altri libri che consideri essenziali (in modo che ciascuno legga, rifletta, approfondisca, discuta, si sviluppi);

lasciando anche argomenti a scelta.

Doveva certamente seguire un punto due, ma proprio qui Danilo dovette fermarsi o perché il mio arrivo gli aveva impedito di proseguire, o perché dovette ritenere di non potere chiedere troppo a quei “soggetti specifici”. Non era il tipo da lasciarsi sorprendere: se doveva fare una cosa la portava a termine, calcolando bene i tempi necessari perché quel compito, per quanto piccolo potesse essere, fosse espletato nei tempi prefissati. A questo proposito ricordo che era di una puntualità al limite della paranoia. Tollerava solo qualche minuto di ritardo, e non senza disapprovazione. Una volta Rinaldo Rizzi, durante un seminario sulla comunicazione tenutosi a Taranto su iniziativa del Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), fu richiamato, davanti a tutti – lui che a sua volta da goriziano aveva una puntualità tedesca – perchè era arrivato con sette minuti di ritardo.

Perciò ritengo che volontariamente avesse deciso di non aggiungere altro a quell’ordine del giorno che mi suggeriva. Era uno dei primi tentativi di avviare con gli insegnanti del luogo un lavoro su Mirto. Era fatto così: aveva in mente per gli altri centomila risorse e potenzialità e confondeva il piano del sogno e del desiderio con quello della realtà. Certamente sopravvalutava gli altri, pensava di spingerli fino al punto in cui egli era arrivato, proiettava su di loro tutto lo spazio del suo immaginario creativo, ma non coglieva il dato che tale proiezione era o rischiava di essere totalizzante, nel senso che poteva condurre gli altri, consapevoli o no, a essere soggetti catturati, presi dal suo sogno.

A distanza di tempo mi rendo conto che questa caratteristica del comportamento di Danilo fu al contempo il suo principale merito e il suo limite. Fu un merito perché servì a definire la sua massima: “Ciascuno cresce solo se sognato”, fu un limite perché il piano della realtà e dei bisogni non sempre coincide con quello delle proprie percezioni e aspirazioni. Sono diversi i ritmi, le culture, i processi biologici, le dimensioni della storia dei singoli o dei gruppi sociali ai quali essi appartengono. Ma Danilo, pur rispettoso di tale divaricazione, non l’accettò mai.

In questo fu molto hegeliano. Ritenne che fossero le idee a muovere la storia. Solo che nella sua biblioteca, ricca ed essenziale, Hegel non trovò mai posto, tranne che con la sua Fenomenologia dello Spirito. Tra i suoi grandi maestri citava: Cristo e Lenin, Gandhi e Capitini, San Francesco e don Zeno Saltini. Diceva sempre: “Le cose fondamentali della vita, quelle per cui vale veramente la pena vivere, sono racchiuse in pochi valori essenziali”. Citava don Zeno che ripeteva sempre pochissime frasi del Vangelo. L’attività di questo prete straordinario a Nomadelfia aveva costituito per lui la prima esperienza rilevante, a contatto con un mondo cattolico autentico, ricco, perché fondato sullo scambio, sul rifiuto del denaro come valore, sull’accettazione della solidarietà. Credo che questo prete abbia fondato la sua convinzione della povertà come valore ineludibile, dando forma alla sua analisi del solidarismo come fondamento dello sviluppo. E, in effetti, Danilo fu sempre povero, non disdegnò mai di esserlo. Per necessità di cose si potè permettere solo il lusso di qualche utilitaria (sceglieva sempre il colore bianco), ma nei quarant’anni che l’ho conosciuto, non gli ho visto mai indossare un cappotto. Solo a Milano una volta dovette ricorrere a un loden e a un ‘basco’. Indossava per lo più dei pantaloni che sembravano di vent’anni prima, stretti e alti sui malleoli, dei maglioncini bianchi e raramente a fantasia che gli si modellavano addosso sempre più stretti. Lo incontravo talvolta nel corso, a Partinico. Camminava al centro della strada, alto e solenne, con piglio deciso. Solo. Andava alla posta, dal pescivendolo, salutava col suo fare sempre affabile annunciandoti le ultime cose che in quel momento gli premevano. Non ebbe mai l’aria di passeggiare. Andava sempre di fretta. Il suo cervello non era mai in vacanza. Chi andava in macchina con lui trovava sempre un blocco notes e una penna pronti per gli appunti: guidava e organizzava le sue idee, aveva bisogno di fissarle subito. Puntava all’essenziale. Era anche questo un modo di manifestarsi della sua povertà, e ritengo che ritenne sempre la ricchezza una stravaganza priva di contenuto, un’idiozia. Aveva in avversione gli uomini in cravatta, e mai in vita sua ne ebbe una. Soleva dire che le cravatte gli ricordavano i nodi scorsoi, quasi un simbolo d’impiccaggione volontaria, di suicidio. Anche a questo credo si riferisse quando diceva che più gli uomini crescono in un certo modo, distorto, più i loro cervelli si callificano.

Con Lucio Lombardo Radice per il premio Lenin per la pace

Con Lucio Lombardo Radice per il premio Lenin per la pace (da G. Casarrubea, '74)

Eppure investì miliardi per costruire il Centro di Trappeto, destinato alla formazione dei formatori, come oggi si usa dire, e il Centro Educativo di Mirto, destinato all’educazione dei più piccoli. Si erano formati nel mondo veri e propri trust per sostenerlo, ed egli si dedicava a tempo pieno a quest’opera fruttuosa che metteva a contatto con la realtà locale intellettuali come Paulo Freire, Otto Klineberg, Joahn Galtung, Lucio Lombardo Radice, politici come Ferruccio Parri, giuristi come Piero Calamandrei, avvocati di grido come Fausto Tarsitano, artisti come Ernesto Treccani ed Ettore De Conciliis, economisti come Paolo Silos Labini, architetti come Bruno Zevi, psicologi e medici come Gastone Canziani, allievo di Alfred Adler. Si incontravano con la gente del luogo, tutti attorno a un tavolo circolare enorme per discutere assieme come gli uomini e le cose potessero essere diversi. Ricordo ancora Albino Bernardini, Italo Calvino, Emma Castelnuovo, gli architetti Polo di Milano, alle prese questi ultimi tra la Sicilia e la Lombardia col sogno di Mirto, di una nuova educazione, prima ancora che i decreti delegati sancissero, nel 1974, la gestione democratica della Scuola. Al Centro Studi ci si era pensato qualche anno prima: la struttura e l’azione educativa dovevano essere a misura di bambino; la gestione, popolare, con un auditorium aperto al territorio. Si era formato un gruppo di lavoro del quale facevo parte pure io, come coordinatore, nonostante fossi a Verbania prima e a Enna dopo (1971). Ricordo, tra i tanti due incontri preliminari al lavoro su Mirto, tenutisi a Firenze e a Venezia, credo nel 1970. Nella capitale toscana c’era la Scuola-Città Pestalozzi e un importante Centro Valdese con cui Danilo era in contatto; ma l’incontro si tenne nella hall di un albergo con i Polo. Ero stato invitato per esprimere il mio parere sul rapporto tra spazio ed attività educativa. Danilo era dell’idea che una scuola per bambini dovesse essere fatta a misura di bambino.

Danilo Dolci e i bambini

Danilo Dolci e i bambini

Ma questo non risultava affatto in tutta la storia dell’edilizia scolastica nazionale e non solo nazionale. Portava l’esempio delle scuole elementari costruite in epoca fascista: sembravano (e in gran parte se ne possono constatare le caratteristiche e gli effetti ancora oggi) pensate apposta perché dalla più tenera età gli individui si smarrissero, perdessero il senso della loro esistenza, e sentissero il peso dell’istituzione che li sovrasta. Edifici fatti apposta perché i bambini non potessero guardare fuori, e si sentissero granelli di sabbia nel grigiore di uno spazio vuoto e sconfinato. Così, non solo occorreva ripristinare il rapporto tra bambino e ambiente esterno perché tutto gli potesse essere visibile, ma occorreva realmente pensare al bambino come il punto di osservazione del mondo. Allora tutto si sarebbe adeguato ai suoi bisogni. Questa considerazione comportava un’incredibile mobilitazione di energie. E Danilo non risparmiò fatiche per questo sforzo non indifferente mettendo sul campo direttamente professionalità di altissimo profilo. A parte Freire, Calvino, Lodi, con i quali egli tenne assidui contatti, nella pratica educativa di Mirto, quando finalmente i locali furono consegnati e l’attività avviata, gli indirizzi e la ‘vigilanza pedagogica’ furono esercitati con una cura certamente fuori dall’ordinario. Ricordo che a Mirto una tarda mattina era presente Canziani, il “nonno Gastone”, come lo chiamavano i bambini. A una maestra era scappata la pazienza e non so quale aggettivo bonariamente avesse usato nei confronti di un bambino. Forse il termine era ‘cattivo’. Le antenne paraboliche di Canziani ebbero un sussulto, e quella qualificazione errata costò a tutto il gruppo degli educatori ore di lettura e di riflessione sui pericoli delle ‘aggettivazioni’. Avevano ragione Canziani, Danilo e Adler che li sovrastava tutt’e due. Adler, così, un dimenticato dalla pedagogia moderna, certamente perché le Accademie non gli perdonarono mai la sua rottura con Freud, entrava a Mirto a pieno titolo. E con lui Rogers e Freinet. Vi entrava soprattutto Capitini col suo Antifascismo tra i giovani, con le sue marce per la pace e con la sua scuola di democrazia.

Del resto al ‘Borgo’ e al Centro Studi di Partinico era in atto una sperimentazione con gli allievi più disagiati che durava da anni e costituiva già dal 1962 un campo di battaglia di Danilo contro la dispersione scolastica. Si fondava su un progetto di ricerca-azione ante litteram curato da Marcella e Marco Marchioni, con la consulenza metodologica di Eyvind Hytten. A quegli anni si riferiscono le ricerche di Paola Barbera sui Problemi di Roccamena dal punto di vista scolastico, l’attività di studio e ricerca dello stesso Hytten e di Annette Lawrence su vari aspetti della realtà sociale di Partinico, ad esempio su Autoritarismo e sottomissione nei bambini del doposcuola (poi pubblicata in ‘Scuola e Città’, n.7/8 di luglio-agosto 1963), o sull’integrazione delle norme di comportamento (relazione tra grado di condivisione delle norme e sanzioni sociali).

A Venezia mi recai in 500 dopo un telegramma ricevuto il tardo pomeriggio del giorno precedente all’incontro. Non avevo benzina nella tanica e in serata con i rifornimenti chiusi feci peripezie per trovare qualcuno che mi venisse incontro, perché l’indomani alle otto dovevo essere alla facoltà di Architettura di quella città stupenda che conoscevo poco. Pensavo di fermarmi qualche giorno per visitarla. Invece, finito l’incontro, Danilo mi disse che bisognava andare a Milano dai Polo dove si doveva lavorare per Mirto. Rimasi deluso, ma mi confortava l’idea di passare alcune ore in buona conversazione. Ebbi modo di costatare l’eccezionale capacità di adattamento di un uomo alto e robusto, obeso anche, un colosso, a un ambiente minuscolo, impossibile per uno come lui. Si sedette accanto al posto di guida non senza qualche difficoltà; sistemò un sacchetto di plastica con panini e bottiglia d’acqua tra i suoi piedi; collocò dei bicchieri sul parasole e non so che altro sul sedile posteriore. Stava perfettamente comodo straripando un po’ sul lato guida. Aveva la faccia di una persona felice, anche se non ricordo di averlo mai visto ridere. Ma era in movimento perpetuo. In macchina si parlò di Tolstoi e Pestalozzi e fummo d’accordo nel sostenere che anche se le esperienze di grandi educatori sono state qualche volta fallimentari, non per questo il loro messaggio per le generazioni future, ha perso di significato, al contrario. Aveva il grande intuito della centralità dell’educazione naturale, e si dimostrava con ciò in sintonia con la scuola di Celestino Freinet, e con quella di uno dei suoi più fedeli allievi: Paul Le Bohec. Per Mirto, infatti, si doveva preparare un progetto educativo capace di unire la maieutica con i percorsi naturali dell’educazione, lasciando a ciascuno i suoi ritmi, nel pieno rispetto della sua storia e dei suoi bisogni biologici. La natura doveva essere il grande libro su cui leggere il mondo: dentro vi erano le scienze e la comunicazione. Si doveva cominciare dall’osservazione, dal dare senso all’esistente, a partire dalla realtà più vicina. Una margherita aveva in sé la matematica e l’universo, non aveva senso l’artificioso gioco della istituzionale costrizione della mente tra carta e inchiostro. Almeno per i più piccoli. Sognava un diverso modo di essere dell’uomo.

In questo suo romanticismo pedagogico non sempre andava d’accordo con tutti. Ricordo un seminario sulla matematica a ‘Borgo di Dio’ (1973) tenuto dal suo amico Lucio Lombardo Radice. Era da poco uscito, per i tipi Einaudi, “Chissà se i pesci piangono”, e Lucio aveva cominciato a introdurre il suo punto di vista per l’insegnamento di questa disciplina. Il problema era sapere quale fosse il migliore approccio scientifico. Non potè eludere la nuova pubblicazione di Danilo. Riporto, qui di seguito, un passaggio critico, ma nodale, di quella giornata di lavoro:

Danilo- Vogliamo riassumere meglio la domanda essenziale da porre a tutti?

Lucio- Cerco un pochino di specificare meglio, anche in relazione al Centro Educativo. Allora, come dobbiamo collocare l’insegnamento della matematica? Qui i problemi sono tanti; c’è un problema interno della matematica; e di questo abbiamo parlato in fondo fino a adesso; esiste anche questo problema, non va mica trascurato, cioè vedere che cosa è la matematica oggi, che cosa serve agli uomini in generale, che modificazioni devono essere fatte. Di tutto questo abbiamo discusso; ne potremmo discutere ancora. Esiste poi un secondo problema: in che relazione sta la matematica con le altre scienze che l’adoperano più costantemente? Per i primi anni, ad esempio, vedere come misurare la caduta della pioggia, la crescita di una pianta, o quello che sia, utilizzando uno strumento matematico; o, come facevo io con questi bricconi qua, giocare ai dadi e vedere su quale dado conviene puntare, oppure vedere quant’è che si guadagna al totocalcio facendo tutte le puntate possibili che sono tre alla tredicesima. Trovare una relazione con tutte le altre cose, con le malattie ereditarie, ecc. Poi c’è un terzo punto, che è più generale, e cioè di come l’insegnamento della matematica, diventa un elemento della formazione generale della personalità, della sua socialità, del suo coraggio intellettuale, della sua onestà, del suo modo di vivere. Esiste una risposta che è sia quella dei filosofi idealisti, sia quella dei tecnocrati, per i quali la matematica è puramente tecnica. Se qualcuno vorrà sostenere questa tesi la sostenga, ma io la rifiuto, per esempio, e credo che tutti più o meno la rifiutiamo. Allora, per entrare nel vivo delle cose, facciamo un po’ di critica a Danilo. Secondo me c’è un limite in questa bellissima documentazione di un’esperienza educativa, che è proprio un certo squilibrio dall’altra parte. Io critico già il titolo “Chissà se i pesci piangono”. I pesci non piangono…

Danilo- Sei sicuro?

Lucio- Assolutamente sicuro. I pesci non piangono. Comunque la domanda può avere una sua validità se si pone come domanda relativa a un problema naturalistico, invece qui nel titolo c’è una certa commistione tra l’osservazione naturalistica e i problemi etico-individuali. In fin dei conti il pesce diventa simbolo dell’uomo solo alienato, il quale di solito piange. Il pesce che si aggira così solo piangerà o non piangerà. Secondo me in questo c’è uno squilibrio dalla parte etico-artistica, umanistica. Questo squilibrio si vede in modo più netto nella discussione presieduta da Chiara con l’astronomo, dove Chiara stessa, o Daniela, non ricordo, alla fine dice “qui parliamo linguaggi un po’ diversi, come facciamo a capire? Dobbiamo avere una preparazione di base che noi non abbiamo”. Cioè l’accentuazione di questa preparazione al Centro Educativo, secondo me, è stata piuttosto da una parte: come collocarsi nella società, i problemi dell’individuo, i problemi di espressione, di rapporti umani: tutti problemi per i quali Danilo ha dato un grosso contributo. Non stiamo qui a farci i complimenti, sappiamo quanto in passato abbia scavato in questa materia. Bisogna riequilibrarla dalla parte dell’osservazione naturalistica, che sia effettivamente tale, che diventi poi una scienza, schematizzazione matematica, abitudine mentale a conoscere e dominare la realtà anche attraverso schemi, formule, teorie che sono poi anche ereditate da altri; non sono tutta scoperta nostra. Dobbiamo riprendere, creativamente quello che gli altri hanno fatto. Pongo un po’ questo problema, non solo sul valore formativo della matematica, ma anche se vi sia o no necessità di unire meglio queste due cose in questa esperienza educativa che stiamo in fondo conducendo tutti insieme. Con questo chiarimento forse la discussione si può riprendere.

Elvira- Ti ricordi Danilo che avevo detto che avrei voluto sapere qualcosa di più su questa nuova scuola? Quando si dice: ‘vogliamo una vita migliore’ vorrei sentire come.

Danilo- A questo punto è molto importante che i ragazzi intervengano; è importante che facciamo il discorso insieme soprattutto con loro. Io direi per prima cosa a Lucio che lui avrebbe ragione di parlare di squilibrio se noi volessimo questa situazione; invece non la vogliamo: siamo partiti dagli interessi, dalle domande ai ragazzi e abbiamo avuto delle risposte; dalle risposte abbiamo cercato di approfondire certi argomenti sapendo che ci sono anche degli aspetti scientifici e matematici che loro volevano approfonditi; però non mi risultava che partissero da quelli. Allora ci sarebbe squilibrio se noi dicessimo: ‘Ecco, noi abbiamo tutto, così va bene’. Noi più che lacune, abbiamo vuoti. Il senso del seminario, lo scomodare persone di tanto valore e lavoro come voi, è proprio questo: fare un consulto. Che cosa non vorremmo fare? Siamo relativamente sicuri della partenza, però non vorremmo appiccicare dei pezzi e montarli. Poiché veramente crediamo nei processi educativi. Vogliamo verifiche e ricerche in una chiave non soltanto etico-umanistica, per usare le tue parole. Dunque, credo che in questi giorni, abbiamo avuto il senso della direzione necessaria, e sarebbe importante che noi venissimo fuori dal seminario non con delle ricette, ma con delle indicazioni che ci permettano di continuare ad allargare il settore della ricerca e della sperimentazione, senza aggiungere elementi spuri. Non è che dico molto dicendo questo, ma voi capite in che senso lo dico.[1]

Sia Lucio, sia Danilo volevano dire tutto, senza togliere spazio all’utopia. Anche Lucio ebbe le mie pagine, per le quali mi ero premurato di fare delle registrazioni durante alcuni seminari. Ma quanto lavoro è andato perduto perché non documentato! E’ una perdita imperdonabile. Lucio lesse quei fogli dattiloscritti, mi diede alcuni consigli e preparò un’introduzione che assieme al testo uscì, come ho detto, per i tipi Celebes. Il contenuto del seminario sulla matematica, assieme ad altri materiali, si può leggere in questo lavoro, ormai introvabile. Ora molti argomenti mi sfuggono, dato il lungo tempo decorso, ma un’affermazione decisa, perentoria di Lucio non l’ho mai dimenticata. In uno dei tanti seminari di quegli anni ebbe a dire: “Nella scuola dell’obbligo non si boccia mai”. E scandì mai come se ogni lettera di questo avverbio costituisse una sillaba a sé. Mi sono regolato di conseguenza in tutta la mia carriera scolastica, prima da professore e poi da preside. Naturalmente nessuno dei sostenitori della promozione ha mai pensato ad un inerte esercizio meccanico di trasferimento di un alunno (parola che a Danilo non piaceva affatto per il suo chiaro significato etimologico) da una classe alla successiva. Al contrario, se ne evince l’implicito carico di incombenze e doveri, il necessario processo che deriva dal bisogno di impedire che gli altri siano bloccati, “bocciati”. Danilo intuiva perfettamente i nessi che saldavano i concetti riferiti alla persona con i sistemi di cui questa diveniva prigioniera. E ricorreva all’etimologia per dimostrarlo. Ad esempio la “classe”, non è il luogo in cui si sviluppa la personalità del ragazzo, ma la “classis” nel senso latino di “truppa”, “esercito”, “flotta”. Capiva benissimo come nel rapporto tra persona e sistema, quest’ultimo aveva il sopravvento, conformando la prima a sua immagine e somiglianza. Per quest’attenzione sugli effetti prodotti dalla deformazione del potere sugli individui e specialmente dei regimi totalitari, credo che molta influenza abbiano avuto su di lui Aldo Capitini e Michel Foucault, e soprattutto il pensiero rogersiano. Ma si commetterebbe un errore nell’affermare che Danilo abbia seguito una precisa scuola di pensiero. Fu creativo anche in questo, perché fu contraddittoriamente dibattuto tra una sorta di spinta marxiana che lo legava ai fatti strutturali e il sogno di un mondo possibile al di fuori degli schemi della lotta di classe. Ecco perché ritengo che il più grande risultato pedagogico raggiunto da lui, in tutta la sua esperienza, sia stato non Mirto, ma l’invaso Poma sul fiume Jato, la grande diga con i suoi fitti canali d’irrigazione per la quale egli si era battuto già dai primi anni ’50. Risultato: appena alcuni anni dopo si è avviata la trasformazione dei sistemi produttivi nelle campagne del partinicese; dalla gestione mafiosa delle acque si è passati al controllo popolare; si sono messi in atto processi di democratizzazione sociale impensabili nel decennio precedente. Danilo ha così cominciato a scrivere sul libro di un territorio delimitato, i primi caratteri alfabetici di un nuovo linguaggio, di nuovi messaggi simbolici e semantici. E sappiamo tutti quanto in Sicilia sia difficile proseguire su questa strada, da soli. Tuttavia sarebbe errato arrestarsi o voltarsi indietro. Occorre andare avanti senza la finzione di una partecipazione al cambiamento meramente esteriore, retorica o formale. “Quando si porta una trave – diceva Danilo di fronte ad un compito – è imperdonabile fingere di fare la fatica di trasportarla: meglio non esserci”. Odiava i furbi, tanto quanto apprezzava nei semplici, nei lavoratori della terra, nei disoccupati, il loro modo di vedere le cose, le loro osservazioni su realtà, fatti e fenomeni. Diceva che aveva da apprendere da loro. Era in realtà attento alla filosofia della sopravvivenza, per coglierne i limiti e per fare scaturire da qui contraddizioni e prospettive.

Seminario a Borgo di Dio

Seminario a Borgo di Dio foto in G.Casarrubea 'Aspetti di un'alternativa culturale' ('74)

3-“Borgo di Dio”

Era stato esemplare in questo stile di vita, proponendosi come artefice e modello, senza mai per altro manifestarlo esplicitamente. Il valore della sua azione, è nel suo carattere implicito, sostanziale. Perciò l’azione in quanto tale fu sempre da lui tenuta in debita considerazione, in quanto valore comunicativo, messaggio, processo. Gli aspetti espliciti ed esteriori di questa vanno colti solo come manifestazioni effettuali, secondarie. Perché Danilo amava la sostanza delle cose. La prima, quella che segna l’inizio della sua esperienza, fondandola, è la nascita della comunità di ‘Borgo di Dio’, a Trappeto, un paese di pescatori, tra i più poveri della Sicilia negli anni ’50. Il racconto di questo momento cruciale ci è fornito da Grazia Fresco, che, dopo il capodanno del ’54, aveva raccolto dalla viva voce di due pescatori, Paolino Russo e Toni Alia, la storia del ‘Borgo’, dall’arrivo di Danilo alla fine del ’53. Il testo, tutto in dialetto siciliano, fu stampato dalla tipografia Staia di Milano nel giugno del ’54, in un’edizione di 500 copie numerate. A questa ci atteniamo.

Sin dalle prime battute la filiazione del ‘Borgo’ dalla comunità di don Zeno Saltini è evidente. Danilo, infatti, era stato a Nomadelfia un suo collaboratore e aveva partecipato alla costruzione della nuova borgata sul Ceffarello, in provincia di Grosseto. Conosceva quindi la vita di comunità e sapeva bene come questa poteva rispondere “alle troppe inquietudini della società contemporanea”. Una prima domanda che ci si pone è, dunque, questa: “Per quale motivo Danilo decide di rompere con l’esperienza di don Zeno e di trasferirsi in Sicilia? Cosa rappresentava nel suo vissuto o nel suo immaginario l’isola? E’ molto probabile che egli, studente di architettura, abbia riflettuto molto prima di fare un passo così decisivo. Certamente non era per una vita contemplativa, o per un modello statico slegato dall’azione, né per una comunità che presumesse di raggiungere l’autosufficienza nello stesso momento in cui il solidarismo era relegato al solo scambio interno, in una sorta di primordiale giusnaturalismo, o di nostalgica visione di un paradiso perduto. Fu pertanto la spinta dell’“immediatezza”, e cioè l’urgenza di rispondere ai “bisogni immediati” a determinare una scelta irreversibile. Egli contrappose così al modello implosivo di don Zeno, quello esplosivo della sua personale azione rivoluzionaria e non violenta, tutta proiettata all’esterno. Gli giovò un precedente familiare. Il padre era stato dieci anni prima impiegato alla stazione ferroviaria di Trappeto dove abitava con la moglie. E’ probabile che anche Danilo fosse stato con i suoi genitori per qualche tempo almeno. Il giovane rivide come in un cortometraggio le scene del degrado e dell’infelicità di quella gente, e non ebbe molti confronti da fare per scegliere il luogo del suo destino, il punto da cui cogliere il senso del mondo. Scelse quel borgo di pescatori perché da qui sentiva provenire il lamento della Sicilia che moriva, e la Sicilia per lui era la metafora del mondo, al contrario di quanto molti anni più tardi, potesse pensare Leonardo Sciascia che gli rimproverò di avere confuso l’isola con l’India. Si cimentò così con se stesso, ma scommise sull’uomo, sulle sue energie vitali, come un rogersiano ante litteram approdato sul limitare della forza cosmica dell’individuo. Avevo cinque-sei anni allora e non potevo avere consapevolezza di quello che stava facendo. Anzi ignoravo del tutto persino l’esistenza del personaggio. Ma ricordo che una sera d’estate, sul davanzale della porta di casa di mia nonna, in corso dei Mille a Partinico, si riunì, come di consueto, tutto il vicinato per chiacchierare del più e del meno. Quella sera passò un gruppetto di stranieri, parlavano una lingua incomprensibile, erano alti e avevano degli zaini sulla schiena. Qualcuno di quelli che stavano seduti nel crocchio, come se avesse avvistato dei marziani disse: “E’ gente del Borgo di Dio”. Come a dire: “Fanno parte di un altro mondo, chissà cosa vanno cercando”. C’era diffidenza: naturale per l’antico servaggio che tutti gli stranieri, conquistatori o meno, avevano riservato alla Sicilia di sempre. E Danilo non poteva fare eccezione. Ma bastava fargli i conti in tasca per capire che era tutt’altra cosa che un colonizzatore.

Era arrivato a Trappeto con trenta lire in tasca e tante idee per la testa, un bel giorno del 1951, col treno dell’una. Qualcuno riconobbe nei suoi lineamenti quelli dei suoi genitori, gli si avvicinò per interrogarlo e ne ricevette risposta affermativa. Non ci furono tanti preamboli e convenevoli al primo impatto. E’ veramente bella ed efficace la descrizione che di questo momento fanno i due pescatori che ci raccontano la storia di quei primissimi anni:

Per vedere se era proprio lui, alcuni gli chiesero se era il figlio di Dolci e lui rispose di sì. E se ne andarono a vedere il paese e da qui si recarono in un luogo dove c’erano cinquanta pescatori. Tutti si avvicinarono e gli chiesero cosa fosse venuto a fare.

La scena ci fa ricordare l’assetto difensivo delle tribù indiane del West, di chi teme l’invasione straniera, la colonizzazione, appunto. Ma la diffidenza durò un attimo:

Rispose che voleva trovare il sistema migliore per vivere da fratelli. Diceva che era venuto a Trappeto per buttarsi tra i poveri.

Primo obiettivo: costruire una o due case per ospitare i più disagiati del paese, gli orfani e i bambini, dargli da mangiare e di che vestirsi. Con alcuni pescatori iniziò subito la ricerca del luogo più adatto per la nuova comunità. Nuova perché, già nella seconda metà degli anni Venti, il partinicese Giuseppe Di Maggio aveva abbandonato gli studi romani dell’avvocato Scimonelli ed era passato dalla toga al saio francescano autoinvestendosi di una missione filantropica che la Chiesa siciliana di Ernesto Filippi prima e del cardinale Ruffini dopo, non vollero mai riconoscere. Si capirà qualche anno dopo perchè sarà proprio quest’ultimo a ostacolare e denigrare l’opera di Dolci. Se ne colgono le ragioni. La Chiesa siciliana era fortemente compromessa col sistema clientelare-mafioso, asse portante del sottosviluppo. Folgorato sulla via di Damasco il frate francescano aveva fondato la comunità delle “Cinque Piaghe” e si era impegnato prima nel dare asilo agli anziani emarginati e, dopo il 1943, nel recupero dei ragazzi che la guerra aveva reso orfani e sbandati. Personaggio carismatico il Di Maggio fu tradito da quelle stesse gerarchie ecclesiastiche alle quali si era rivolto per il riconoscimento delle sue iniziative caritatevoli. Al contrario Danilo non cerca riconoscimenti ed è ben lontano da una visione assistenzialistica. I suoi interlocutori sono le popolazioni depresse da un lato e lo Stato, nelle sue varie articolazioni, dall’altro. Anche il metodo dell’azione è diverso: organizzare il bisogno, trasformarlo in proposta, iniziativa concreta. Egli è rogersianamente convinto che ciascuno, individuo o gruppo, ha in sé il potenziale della sua crescita. Basta attivarlo. Non ci devono essere tempi morti in questa pratica. Sono ancora i due pescatori che ce ne dànno conferma:

L’indomani mattina venne con noi, gli piacque il posto, chiamato ‘Serro’, e lui non sapeva ancora che c’era l’acqua. Appena si decise che il posto era buono ci accorgemmo che l’acqua che arrivava al paese era al limite della terra che gli era piaciuta.

L’indomani siamo andati dal padrone della terra per chiedergli quanto voleva e abbiamo fatto il prezzo di 370.000 lire. Dicemmo al proprietario che soldi non ne avevamo e il padrone in buona fede ci disse che potevamo cominciare a lavorare.

I debiti si pagano. Per saldarli Danilo va in giro per l’Italia. Bastano tre giorni e torna con 100.000 lire in tasca. Dà l’anticipo e firma 270.000 lire di cambiali. Prende possesso della terra e vi fissa una tenda, sua provvisoria dimora. Ma in tenda si sta male, i pescatori se ne rendono conto e lo invitano a casa loro: non c’è molto spazio ma si può mangiare e dormire come meglio si può. Nello stesso tempo si interrogano e si chiedono come mai un uomo come lui avesse deciso di vivere in mezzo a loro facendo una vita “spacinziata” (da far perdere la pazienza) e più povera di quella che loro –che pure non avevano niente- conducevano. Arrivano il sindaco e l’arciprete di Balestrate; il primo promette aiuto. Un muratore acconsente di cominciare a lavorare anche se non ci sono soldi. Nasce la formula di un nuovo contratto di lavoro, o di compravendita: ““A quannu chiovi”” (salario rinviato a quando le circostanze lo consentono). Un alcamese fornisce la calce e due giorni dopo Danilo va a Mazara a comprare due vagoni di “tistette” (conci di tufo). Li fa spedire contro assegno nella speranza che all’arrivo la Provvidenza avesse risolto il problema. I soldi non arrivano; occorre una soluzione: attendere il tempo necessario pagando la merce per il periodo di deposito. Finalmente si comincia. Danilo è il primo a usare pala e pico, aiutato dai volontari. Monta sulle sue spalle i pesanti fardelli, li porta su dal viottolo dove arrivano i muli e i cavalli carichi di sabbia e ghiaia. Un mese e mezzo. Quando il solaio fu messo Danilo ebbe finalmente un tetto sotto il quale ripararsi. Adesso bisognava pensare all’arredo e quindi a qualche ditta di Palermo disposta ad accettare di ricevere i soldi “a quannu chiovi”. Ebbe un piccolo aiuto dall’assessore regionale agli Enti locali, Giuseppe Alessi, e così furono saldati alcuni debiti, ma non quelli che aveva fatto per l’acquisto dei mobili. I creditori arrivarono dalla capitale piuttosto malintenzionati e minacciarono di denunziarlo al commissariato di Ps di Partinico. E lui serafico:

Questi bambini solo perché hanno perduto il padre e la madre sono destinati a morire? Vi do la moto in permuta, prendetevela, soldi non ne ho.

Quattro mesi dopo, però, arrivarono e la moto tornò al suo legittimo proprietario. Dopo i mobili giunsero vasca da bagno e gabinetti. Bisognava adesso dare un nome al luogo, per costituire l’ente di fatto. E così nasce il ‘Borgo di Dio’. L’edificio comprende un paio di stanze prima, quattro, dopo (1953): il soggiorno con un pianoforte inviato dal direttore del Conservatorio di Palermo e molti quadri raffiguranti la primavera ( da qui si accede a una terrazza con la panoramica del golfo di Castellammare), la stanza per le attività con i bambini, la farmacia, un’altra stanza che ospita alcuni membri della comunità. Non manca la cucina. Il bagno è il primo a nascere a Trappeto. Anche la strada è frutto di un lavoro volontario. I disoccupati si mobilitano. Affluiscono a decine per lavorare. Anche ottanta al giorno. Il salario lo avrebbe mandato la Provvidenza. I primi ad abitare la casa sono due coniugi il cui figlioletto era morto di fame qualche giorno prima. Sono seguiti da una vedova con cinque figli (Vincenzina, che Danilo sposerà nel 1953). Arrivano poi una quindicina di bambini orfani o col padre in galera. E, naturalmente, una maestra. Le richieste di ospitare i bambini sono numerose, Danilo non le può esaudire tutte, anche per ragioni di spazio. Provvede in questo modo: i bambini che non trovano posto per il convitto, li fa frequentare solo di giorno affidandoli a giovani insegnanti. Da parte sua, non sottrae spazio a nessuno e va a dormire nella casa dove era morto di fame quel bambino.

Questa realizzazione (il primo nucleo è dell’estate 1952), le modalità con cui essa si era sviluppata fino a quel momento, segnano la metodologia di quella che, con termini abusati, possiamo oggi definire ricerca-azione. Danilo la applicava su più livelli. Vi si fondono: la fiducia nelle energie dell’uomo, l’aggregazione dal basso, a partire dai bisogni, il solidarismo, la progettualità. E naturalmente l’agire quotidiano.

Si riscontrano già da ora i principali piani del complessivo impegno di Danilo: educativo, economico, sociale, letterario. Aveva pubblicato Alcune liriche nell’’Antologia della poesia religiosa italiana’, edita a Firenze da Vallecchi (1952) e nell’antologia ‘La giovane poesia’ curata da E. Falqui edita dall’editore romano Colombo nel 1956. Nello stesso anno per i tipi di Canevini di Milano uscirà anche un volumetto di Poesie.

Per il primo aspetto non troviamo nulla di codificato. Sappiamo però che l’Anonima Castelli e altri amici gli avevano dato in dono materiali e arredi Montessori; che una maestra volontaria era venuta da Roma per dare vita alla scuola; che il numero massimo dei bambini frequentanti in questo periodo, in ragione della disponibilità degli spazi, è di trenta. Ad essi venivano forniti i vestiti e la mensa. Alle otto prendevano il caffè e latte, a mezzogiorno andavano a pranzo. Le attività cessavano alle 16, ora in cui i bambini venivano restituiti alle loro famiglie. Ogni quindici giorni essi erano visitati da due pediatri. Periodicamente, poi, nel soggiorno alcuni giovani che venivano da Palermo, davano un concerto. Strumenti preferiti: pianoforte, violino, violoncello e flauto. Da Palermo giungevano anche Lamberto Borghi e un gruppo di altri docenti per attivare l’Università popolare.

Il primo manifesto del suo impegno sociale è Fare presto (e bene) perché si muore, pubblicato a Firenze da De Silva, presso ‘La Nuova Italia’, nel 1954. Seguiranno a ruota: Banditi a Partinico (Bari, Laterza, 1955), Processo all’art. 4 (Torino, Einaudi, 1956), Inchiesta a Palermo (Torino, Einaudi, 1957). In quegli anni si occupano più direttamente di lui Aldo Capitini che gli dedica due libri: Rivoluzione aperta (Milano, Parenti, 1956) e Danilo Dolci (Manduria, Lacaita, 1958) e J. Galtung che lo accosta, in un saggio pubblicato su ‘Il Ponte’, nel marzo del 1957 a Gandhi (Gandhi, Dolci e noi). Ci si rende conto di quanto il quinquennio ‘52-’57 sia determinante nel qualificare l’intera esperienza di Dolci, contenendo in nuce i futuri sviluppi di questa: dal versante letterario a quello educativo, dall’impegno sociologico alle iniziative per il cambiamento. A questo periodo (seconda metà del ’52) si può fare risalire l’idea della costruzione della diga sullo Jato, un’intuizione tutta sua che egli amava attribuire a un contadino di Partinico: “u zu Sariddu”, che in una delle tante riunioni a ‘Spine Sante’, il quartiere più povero di questo paese, l’avrebbe più tardi espressa ricorrendo alla metafora della ‘bacinella’. Era felice quando la sua immaginazione poteva entrare in sintonia con quella degli altri, e specialmente dei più umili, perché coglieva così il potenziale di riscatto per cui lavorava, attraverso l’autoanalisi popolare. Raccontano ancora i pescatori:

Si era accorto che l’acqua del fiume Jato si perdeva a mare e che l’acqua di questo fiume poteva dare lavoro a tutto il paese, e ad altri paesi, irrigando la terra arida.

E noi dicevamo che dove ci va l’acqua nella stagione estiva ci va un altro Dio, passa il Signore.

E vedendo che con l’acqua si poteva eliminare la miseria dal paese, e qualche bandito che rubava perché non sapeva che fare, Danilo con tutti noi avviò le pratiche per l’acqua.

Ma gli uffici non si sbrigavano mai, e allora lui assieme agli amici di Trappeto e a quelli del ‘Borgo’ ci siamo riuniti.

Abbiamo detto che lavoro non ce n’era più e che altri bambini potevano morire di fame.

Non sapevamo come fare, perché tutto si era tentato secondo i regolamenti, negli uffici e altrove.

Abbiamo scritto una lettera nella quale dicevamo che si doveva provvedere subito per togliere il paese dall’estrema necessità. Non volevamo soldi in contanti, ma cominciare il lavoro di tirare l’acqua su dal fiume per portarla nelle campagne.

Se non l’avessero fatto subito, considerato che i bambini morivano di fame, Danilo non avrebbe più mangiato.

La lettera si mandò in giro agli amici, a Roma, a Milano, ad Alessi, Restivo ed altri Era il 14 ottobre 1952.

Lotta dal basso contro un potere che veniva esercitato per il non-potere dei più deboli, consenso popolare, i primi risultati, dopo sette giorni di digiuno:

Appena venne il nuovo giorno uno di noi andò a Palermo per riferire a Mignosi [ il segretario di Giuseppe Alessi] come stavano le cose, perché Danilo stava morendo.

La stessa sera sono venuti, mandati da Alessi e Restivo, mons. Arena, il dott. Mignosi, il dott. Grifò, la baronessa La Lumia e hanno detto a Danilo che avrebbero tolto dalla strada i vecchi e i bambini in estrema necessità –cosa che poi non fecero- che avrebbero dato un milione e mezzo subito, avrebbero pensato loro per tutte le spese per l’irrigazione (e questo lo stanno facendo), e avrebbero aperto un cantiere-scuola per costruire le strade per un importo di cinque milioni.[1]

Nel 1953 nasce, con atto notarile, il Consorzio irriguo tra i proprietari dei terreni che avrebbero dovuto essere irrigati nella piana del partinicese.

E’ il passo successivo all’ultimazione del ‘Borgo’.

4-Alla ricerca dell’‘anima della vita’

L’impegno di Danilo si allarga ora da Trappeto a Partinico, Montelepre, e via via a tutta la Sicilia occidentale, e per molti versi al mondo. Lo schema di sviluppo cronologico relativo, può essere quello dei cerchi concentrici. Il passaggio è graduale. Partinico, analogamente a Trappeto, ha una condizione sociale paurosa. Due quartieri sono i più degradati: quello della via Madonna, e quello di ‘Spine Sante’. Nel primo la risposta al degrado cronico era stato – e in parte continuava ad essere – il banditismo, nel secondo la follia. Scriveva in quegli anni Germana Fizzotti, alla quale Danilo si era rivolto per riceverne aiuto:

Nel quartiere Spine Sante, su 330 famiglie, 300 sono miserrime, 319 senz’acqua in casa, e con una fontanella pubblica che funziona solo 4 ore al giorno, per cui le donne devono fare la ‘coda’ e attendere il turno per attingervi. I due terzi delle strade dal fondo di terra metà acciottolato – sono senza fognatura. Fra le altre malattie quelle mentali si rivelano con una frequenza insolita.

[…] A Spine Sante la risposta all’offesa del mondo non è il banditismo, ma più debole e straziante, la malattia e la follia. Le strade sono anche qui, polverose e sporche, ma nella sporcizia non ci sono residui di cibo, né bucce d’arance, né foglie, né torsi di cavolo, né scatole, né ossa: i cani magri annusano con aria delusa. In poche case vivono diciassette malati di mente dichiarati, e chissà quanti altri meno evidenti e clamorosi. Davanti a una porta, con le braccia penzoloni, stava una giovane col viso asciutto e gli occhi spenti, tranquilla ora, ma, ci dissero i vicini, quando è assalita dalla fame è invasa dalla furia. Entrammo in un’altra casa dove vedemmo un uomo chiuso in una gabbia. La piccola stanza dove viveva tutta la famiglia era stata divisa dalle sbarre di ferro come quelle degli animali feroci, e nella gabbia camminava avanti e indietro un giovane dal viso bestiale, dai neri occhi terribili. Nella casa vicina il capo della famiglia stava in letto, senza muoversi da mesi, chiuso al mondo, pieno di una sua angoscia nera, negativo. Lasciò che ci avvicinassimo al letto e si coprì, come un morto, il viso col lenzuolo”.[1]

In questo percorso si possono individuare alcuni caratteri inconfondibili, precisi:

a)l’analisi delle risorse per lo sviluppo;

b)la necessità di collegare gli elementi strutturali dell’economia con i processi educativi, in senso lato;

c) l’organizzazione sul territorio dei gruppi di intervento.

E’ un periodo cruciale la cui sintesi può essere ricondotta al titolo di un articolo che Danilo pubblicò sul Tempo illustrato, il 29 marzo 1956, in cui troviamo la spiegazione di tutta la sua esperienza fino a quel momento. L’articolo si intitolava: Volevo scoprire l’anima della vita. In quest’anno lo ‘sciopero alla rovescia’ sulla ‘trazzera vecchia’ fa parlare tutti i giornali nazionali. Si rivendica il diritto costituzionale al lavoro. Arriva la polizia e Danilo, con i dirigenti sindacali del luogo (Salvatore Termini, Francesco Abbate e altri) finisce in galera. Qui incontra dei banditi, raccoglie le loro storie, ascolta i loro racconti sulla violenze subite dalla polizia. C’è un’osmosi continua tra il micro e il macro.

Nel luglio del 1963 si tiene a Stavanger, in Norvegia, il Congresso dell’Internazionale dei resistenti alla guerra, e Danilo, che nel 1956 aveva conseguito il premio Lenin per la pace, vi partecipa con una relazione pubblicata poi, in versione integrale, in una antologia curata da Erich Fromm, suo amico. E’ un punto alto della ricca attività di Danilo e segna forse una svolta verso una prospettiva che enuclea il lavoro futuro nello stesso tempo in cui il livello della riflessione è ormai sulle grandi questioni che riguardano gli uomini su scala planetaria:

Ogni individuo è come un radar-calcolatore, messo sempre più a punto negli incontri-scontri del lavoro e della vita quotidiana, capace di captare milioni di impressioni e di dati, capace di raccoglierli ed elaborarli spesso con notevole esattezza: l’uomo, che non ha in sé il metro della verità assoluta, il metro per misurare quali particolari bisogni sono, o dovrebbero essere, legittimi e validi, ha però la possibilità di aprirsi, osservare, analizzare, ordinare, ricordare, confrontare, commisurare, connettere, bilanciare, verificare, sintetizzare, intuire, ipotizzare; ed ha disponibile già in sé tutto un complesso processo attraverso il quale può pervenire a scelte determinanti per lo sviluppo futuro suo e degli altri.

L’uomo non ha in sé il metro definitivo della verità, ma ha la possibilità di conoscere sempre meglio se stesso ‘dal di dentro e dal di fuori’. Rilevante possibilità, se consideriamo che ogni individuo, ogni fenomeno individuale, è correlato a tutto il resto; in modo più sensibile a quanto gli è vicino, meno a quanto gli è più lontano nello spazio e nel tempo.

[…] Quanto più cerco di approfondire e allargare la mia visione, rifletto, decanto l’insieme delle mie esperienze di lavoro e di vita, le relative interpretazioni, tanto più pervengo a dei principi validi e tanto più validi fini mi propongo, tanto più valide strategie ipotizzo.

Ad alcuni principi morali (poche pagine permettono più l’esposizione di un credo che la dimostrazione della sua fondatezza) l’uomo nuovo non potrà non pervenire. A questi, per esempio:

– la vita deve essere di tutti;

– ciascuno deve potere essere vivo nel miglior modo;

– più si capisce la natura dei mali e meglio si è in condizione di guarirli;

– ciascuno vede da un punto di vista;

– un presupposto di una sana umanità è riconoscere la sua necessaria unità.

Credo che tra non molto tempo questi principi saranno acquisiti per evidenza dagli uomini, e non solo in questa così generica formulazione. Anche in questo campo penso valga il processo della intuizione verificabile dalla razionalità e dalla pratica, come accade dalla progettazione architettonica, dalla scienza delle costruzioni alla fisica teorica.

Senza un vivo rapporto coi principi, senza tensioni, fini, ideali, sufficientemente vasti, i nostri interessi appassiscono, si rinchiudono, e tutta la nostra vita immiserisce. E tanto necessario per gli uomini è avere tesi i propri interessi che, se non ne hanno, ne inventano dei surrogati.

[…] Le forme di vita più tradizionali che oggi ci si vuole e ci si lascia imporre, sono gravemente unilaterali, casuali, insufficienti. Ci si rassegna facilmente a divenire determinati e determinanti in direzioni e forme di sviluppo che, ad un attento uomo di buon senso, a prima vista possono rivelare la loro insufficienza o mostruosità. In queste condizioni la vita individuale deve come risvegliarsi per diventare il primo centro di responsabilità. Per dire in breve, l’uomo ha un primo strumento per la salute sua e dell’umanità per divenire lui stesso obiettore di coscienza: non semplicemente nel rifiutare la guerra, ma nella piena chiarezza che ogni suo momento di vita deve essere coerente per non essere smembrato e disfatto, per avere la possibilità di un autentico sviluppo; nella piena chiarezza che il fronte contro la guerra, estremo delle mostruosità, va organicamente approfondito e allargato contro i diversi tipi di irregimentazione economico-industriale-politica-giuridica-culturale-morale, contro le disumane tecnocrazie incombenti.

Sono gli anni di: Verso un mondo nuovo (Torino, Einaudi, 1964), Chi gioca solo (Torino, Einaudi, 1967), Inventare il futuro (Bari, Laterza, 1968), ai quali dovevano seguire quelli delle sue grandi liriche. Aveva nei confronti dei suoi libri di poesie un comportamento diverso rispetto ai suoi scritti di sociologia, o di altra natura: li rileggeva appena pubblicati, e non trovandole di suo gradimento, le cancellava, le integrava, ne incollava le pagine, o, addirittura, le strappava. Sorte che toccò al Limone lunare, che egli aveva scritto ‘per la radio dei poveri cristi’. E’ pieno di correzioni fatte di suo pugno.

Danilo Dolci e i suoi dazebao

Danilo Dolci e i suoi dazebao (da Casarrubea, '74)

Stava preparando il Poema umano e rileggendo quelle poesie, le aveva rivisitate tutte, intervenendo estesamente con colla e forbici. Aprendo a caso quel testo originale che egli volle donarmi, certamente perché Josè Martinetti, la sua ‘provvida segretaria’, lo aveva già battuto a macchina per consegnarlo al nuovo editore, leggo:

Puoi, in un giorno

scoprire un nuovo punto

di prospettiva;

puoi scoprire, cercando [per un giorno],

quanto non hai appreso in una vita:

dentro di te, o in quanto pare fuori –

non arrivi soltanto alla tua pelle.

Era straordinario il modo con cui approfondiva sempre se stesso per capire meglio il mondo e il senso della vita. Odiava ogni deformazione del potere e teneva a distinguere tra il senso latino del possum e il potere come abuso. Dopo il terremoto del ’68 mobilitò tutte le sue energie per denunciare l’inerzia dei governanti nelle opere di ricostruzione. Mi beccai una denuncia perché nottetempo con lui, Corrado Corghi, Ernesto Treccani, e altri che non ricordo andammo a Palermo a scrivere con la vernice al palazzo di Giustizia, e in altri pubblici edifici: “La burocrazia uccide più del terremoto”, “Chi tace è complice degli assassini”, “Lavoro”, e concetti del genere. Ma era come parlare al vento. Nel ’70 così decise di mettere in atto un’azione dimostrativa che credo sia stata la prima ad anticipare, su scala nazionale, il diritto ad esistere delle radio private. “Radio libera” durò l’arco di una serata. Dentro palazzo Scalia si erano asserragliati Pino Lombardo e – credo – Fifiddu Robino suoi collaboratori fissi. Rischiavano di saltare in aria se la polizia avesse fatto un’irruzione improvvisa, perché avevano con loro cento litri di benzina. Devevano a qualunque costo trasmettere un messaggio al mondo, un SOS disperato dei baraccati della Valle del Belice, dei disoccupati di Partinico, dei ‘poveri cristi’ che non avevano altra voce per farsi sentire. Il messaggio fu trasmesso e il testo integrale SOS in Sicilia si muore, uscì, con una introduzione di Pio Baldelli, nel luglio di quell’anno stampato dal Centro di documentazione di Pistoia.

Rientrato a Partinico nel ’74, continuai a seguire Danilo fino al ’78, quando l’esperienza di Mirto entrò in crisi. Poi i contatti si diradarono per ragioni di lavoro che mi tenevano occupato costantemente.

Tra la fine del ’96 e i primi del ’97 ero andato a trovarlo a largo Scalia. Ero interessato a definire alcuni aspetti della mia ricerca sulla strage di Portella della Ginestra, poi pubblicata per i tipi di Franco Angeli nella collana di storia. Mi fornì alcune copie di testimonianze scritte -di cui mi riferì di avere gli originali- concernenti le collusioni tra alcuni politici e i banditi di Giuliano. Negli anni ’60 aveva analizzato con dovizia di particolari il sistema clientelare-mafioso nella Sicilia occidentale, ed era la persona più esperta in materia, tanto da essere sentito, per più di una volta dalla stessa Commissione Antimafia. In tempi non sospetti aveva lavorato da pioniere, da solo, con alcuni coraggiosi settentrionali, come Franco Alasia, e centinaia di onesti siciliani che lo avevano appoggiato nella sua azione contro potenti ministri e sottosegretari collusi con la mafia. Era stato denunciato, e i giudici lo avevano condannato. Gli sottolineai questo particolare dato, aspettandomi una sua valutazione sul comportamento dei rappresentanti dello Stato nei suoi confronti. Si accontentò di dirmi che, nonostante tutto, da quel momento Bernardo Mattarella non era stato più ministro. La sua principale preoccupazione quando ci intrattenemmo quel giorno a discutere, non era tuttavia l’intreccio, ormai documentato e dato alle stampe da Einaudi nel 1966 tra mafia e politica (“Chi gioca solo”), ma il nuovo potere mafioso che si stava determinando in Sicilia. Era preoccupato anche del nuovo potere telecratico, massmediale, di cui egli, sempre attento ai fatti comunicativi, vedeva i risvolti disumani, aberranti. Odiava Berlusconi, il suo antipodo. E da qui credo che stesse avviando un nuovo percorso, avendo attraversato con coerenza tutte le strade, anche le più impervie, alla ricerca di un mondo nuovo.

Lo rividi per l’ultima volta tra i mesi di marzo e aprile del 1997. Era reduce dalla Cina. Lo trovai stanco, malandato. Gli avevo dato l’incarico di relatore in un corso di aggiornamento per i docenti della scuola, e avevo invitato una collega a concordare tutto con lui. Danilo stabilì il calendario e le modalità degli incontri. Nel giorno fissato per l’inizio mi ritenni in dovere di fare le presentazioni ai docenti, e avevo costatato come mi aspettavo – che le sedie erano disposte a semicerchio. Non avevo previsto un particolare che lì per lì non presi in considerazione: era un tavolo con una sedia posti al centro del semicerchio, di fronte a lui. Finita l’introduzione me ne dovetti tornare in presidenza per una serie di incombenze che non potevo trascurare, anche perché implicavano delle scadenze. Augurai buon lavoro e me ne andai a lavorare. Dopo un’ora vidi arrivare la collega coordinatrice del corso, visibilmente stravolta, preoccupata. Mi spiegò che Danilo mi aveva atteso per tutto quel tempo e che alla fine, non vedendomi arrivare, aveva deciso di andarsene. Rimasi di stucco, mortificato. Mi precipitai a casa e lo chiamai al telefono al Centro studi di largo Scalia dove presumevo si fosse recato. Lo trovai. Mi rispose tranquillo, quasi sollevato da qualche ansia che lo aveva preso a causa della mia assenza a quel corso che avevo voluto. Gli spiegai le ragioni dei miei impegni e aggiunsi che queste non contraddicevano affatto quanto volevamo fare col suo aiuto. Il corso arrivò a conclusione, ma allora mi diede una risposta che ancora oggi mi pone dei problemi di coscienza, perché – mi disse – non se la sentiva di suonare un’orchestra senza il direttore. Non aveva torto, ma io ero convinto che il direttore era lui.

1 Cfr. Danilo Dolci, Spreco. Documenti e inchieste su alcuni aspetti dello spreco nella Sicilia occidentale, Torino, Einaudi, 1960.

2 Cfr. Giuseppe Casarrubea, Aspetti di un’alternativa culturale dalla Sicilia occidentale, Trapani, Celebes, 1974, pp. 158-159.

3 Cfr. Due pescatori siciliani raccontano la storia del ‘Borgo di Dio’, Milano, Edizioni di Portodimare, 1954, a cura di Grazia Fresco (tiratura di 500 copie numerate), pp. 1-30.

4 Cfr. Germana Fizzotti, La divina follia – Danilo Dolci ed il ‘Borgo di Dio’”, Palermo, Tipografia dell’Organizzazione editoriale ABC, s.d. (ma 1956), pp. 33, e 58-59.

5 Cfr. Danilo Dolci, Riflessione su obiezione di coscienza, gruppi, pianificazione, in ‘La Rivista di Servizio sociale, Roma, Anno III- n. 3, 1963, pp.15-21.


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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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8 risposte a Danilo Dolci: sul filo della memoria

  1. mario ha detto:

    visto che siete bravi a parlare , e a fare progetti, anzichè interessarvi di partinico o altri poveri paesi, interessatevi di castelvetrano, città umiliata e diffamata da delinquenza e sindaci incapaci, vergognoso sistema politico. mafioso, serbatoio di voti e chiacchere a vanvera ,come se problemi non nè avesse…..dove si ha un lavoro solo chi è figlio di papà o chi tramite propri i sindaci del belice, molti paesani si sono sistemati nei posti in comune o ospedale a danno dei giovani castelvetranesi, condannati o all’emigrazione o alla vergognosa esperienza dell’articolo 23, vergogna delle vergogne….forse castelvetrano ha ,provocatoriamente, secondo me, bisogno di fare una scelta drastica, uscire dalla valle del belice. infatti è utile quando la sua popolazione deve fare numero per raggiungere gli obiettivi per avere soldi, quando arrivano, no , a casteletrano non toccano i sold i .perchè ha avuto meno danni dal terremoto. cosa non vera, visto che campobello, senza alcun danno, si è tutto rifatto, e tutti sanno come era prima, arretrato e africano…ora si sente una cima….se viene meno castelvetrano, il belice ne risente. non diamo colpa solo allo stato italiano, ma anche a noi, che per 4 soldi ci siamo venduti e divisi, 42 anni sono troppi di ritardi e siamo pitre di paragone di scandali e ricordati solo se ci sono altri terremoti….

  2. Ubaldo Nicola ha detto:

    Gentile Giuseppe Casarrubea,
    complimenti per il blog, molto interessante.
    Dirigo una rivista di filosofia, di cui può trovare ogni notizia al sito http://www.diogenemagazine.eu.
    Sul prossimo numero pubblichiamo un articolo su Danilo Dolci e vorremmo utilizzare due immagini da lei pubblicate nel blog, ovviamente segnalando la provenienza.
    Sono: “danilo Dolci tiene un incontro a partinico” e “Danilo Dolci sul letto”.
    Anche se nell’intestazione del suo bolg afferma che i contenuti sono usabili, per favore, sarebbe così gentile da inviarci una mail di assenso. E se vi acclude l’indirizzo postale, le manderemo qualche copia della nostra rivista, oppure, se lo deisera, un abbonamento annuale gratuito.
    cordialmente
    Ubaldo Nicola
    red Diogene
    0382539413

  3. calogeromira ha detto:

    Complimenti per le foto.

  4. Pingback: Danilo Dolci – Biografia | Rightprofit

  5. Rinaldo Rizzi ha detto:

    Saluti Pino e complimenti per il tuo lavoro. Rinaldo Rizzi

  6. Pingback: Si chiamava Danilo Dolci | Noise From Africa

  7. Pingback: TRANSCEND MEDIA SERVICE » (Italiano) Si chiamava Danilo Dolci

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