Partinico: nel nome del nulla

 

 

Cavalli morti

Cavalli morti

La parola, come si sa, è uno dei modi attraverso i quali ci liberiamo di ciò che ingombra la nostra mente e manifestiamo noi stessi. Ci succede anche di dire cose che non vogliamo, di mentire, di promettere e di non mantenere. Sono cresciuto costatando che la parola è per molti un atto di rinvio, un modo per non fare, di eludere ingannando. Una mancanza di senso. O, meglio: é il senso di un vuoto. Nella vecchia cultura democristiana, trasmigrata a partiti e generazioni più modernizzate, l’arte della parola era anche sapere rinviare. Sine die. Tuttavia, senza questa opportunità, l’uso cioè della parola, saremmo privati della nostra libertà, di un nostro diritto. E anche del futuro. Circostanza che si verifica sempre con maggiori tassi di rischio, senza che ce ne accorgiamo. Il fenomeno rende meno preciso e meno pieno il valore che la parola stessa esprime. Procedo o mi sforzo di farlo, con ordine e ricorrendo a esempi concreti, frutto di verifiche sul campo. Nei decenni passati sono stato formato dall’esperienza della negazione dell’identità tra promesse e parole. Alcuni politici, ad esempio, passavano gran parte del loro tempo passeggiando. Non era un tempo perso ma un modo per intrattenere le persone e sentirne le richieste. Erano specializzati nel mantenere sulla corda i loro sostenitori. Per anni. La sera rientravano a casa e svuotavano le tasche degli appunti che con cura erano riusciti ad accumulare durante il giorno. Rinviavano da un mese all’altro e di questo passo erano capaci di mantenere in attesa i loro elettori per un periodo appunto indefinito. Per loro fortuna e per disgrazia dei miei concittadini raramente si faceva tesoro del tempo perduto. Il tempo perduto è l’amara costatazione del bilancio passivo di uno sforzo. Tiri le somme e vedi che tutto è come prima. O peggio. Prendiamo il caso, noto ai partinicesi appunto, della villa Margherita. E’ da anni che questo piccolo gioiello di architettura del verde è in sofferenza. Adesso tutte le scuse sono buone per giustificare il tormento che deriva solo dal guardarla. Alcune sono inverosimili, assurde. E’ vero che nella cultura locale una volta i medici si chiamavano solo in punto di morte, come estremo, anche loro, dei mali che capitano all’uomo. Ma nel caso della villa ottocentesca siamo alla follia. Si dice: – Sono state introdotte delle piante nuove che hanno turbato l’ecosistema della villa. Per questo motivo la villa soffre. Bisogna estirpare le nuove piante e lasciare quelle secolari- . Oppure: – Non diamo acqua alle piante perché potrebbe nuocere ai vecchi alberi- . Avete mai sentito dire che si priva un ammalato dell’acqua di cui necessita? Pare che questa sia una nuova terapia inventata dai “saggi” chiamati al capezzale del moribondo. Si dice anche che qualche albero potrebbe avere dei rami secchi che potrebbero rompersi o staccarsi costituendo un pericolo per la pubblica incolumità. E’ vero? Quanti mesi ci vogliono per fare le opportune verifiche? Nessuno ci dice di che cosa soffre veramente la villa. Ad esempio come si chiamano i parassiti che avrebbero aggredito gli alberi? Quali rimedi si sono individuati per combatterli? E perché si dovrebbero estirpare le aiuole che da ragazzini abbiamo sempre visto lungo la recinzione e nei vialetti interni di questo gioiello che stiamo perdendo? Cosa è successo veramente alla villa comunale? Non c’è risposta. Ma qualcuno, forse maliziosamente, avanza una ipotesi in mancanza di adeguate spiegazioni. A parte la presenza o meno di impianti di irrigazione che a memoria d’uomo nessuno ha mai visto funzionare, o lo stato di totale abbandono della manutenzione del verde, pare che la villa sia stata attraversata tempo addietro da certe condutture che deteriorandosi hanno prodotto degli allagamenti sotterranei. Questi allagamenti avrebbero provocato del marciume radicale. Sicuramente si tratta di una voce malevola. Ma proprio per questo vorremmo che si desse una spiegazione ragionevole a ciò che cade sotto i nostri occhi. Perché certe affermazioni potrebbero essere prive di senso e creano più perplessità di quanto si possa immaginare. Inoltre fomentano la fantasia. E i partinicesi non hanno bisogno di fumo da vendere, ma di capire.

Ora quello che si capisce e si constata è che piano piano ogni traccia dell’identità di questo nostro paese si sta cancellando. C’è una spiegazione. A Partinico tutto tende al nulla. Il paese é come un macinino. Ha un meccanismo strutturato di conformazione al nulla. A chi avesse qualche dubbio gli faccio notare che la perdità di identità, nei singoli o nelle collettività, é esattamente il loro precipitare in questa grande categoria cosmica che é il nulla. Questa giunta del rinnovamento segue l’andazzo. Sono tutti bravi ragazzi, ma neanche loro sanno che schieramento politico e amministrativo hanno costituito. Non sono né di destra né di sinistra. E fin qui niente di male. Ma quando si mettono ad amministrare il segnale che dànno è quello della secolare continuità. Che vuole il ‘popolo’? Festa, farina e forca? Diamogliele. Partinico è ormai un paese dove ogni sera c’è un fuoco d’artificio. Non si sa più se si festeggiano santi o supermercati che aprono. E tra feste e supermercati la differenza è irrisoria. La farina di un tempo è stata sostituita dai carrelli della spesa e quanto alle forche, queste sono sempre quelle degli altri. Così ogni tanto qualcuno esce fuori di testa perchè la giustizia che vorrebbe nessuno gliela può dare. In tal modo continua il meccanismo della riduzione ai minimi termini delle cose e delle persone.

 

 

Nella casistica del nulla, categoria filosofica e di pensiero alla quale si sacrificano spesso i rudimenti della ragione, rientrano inoltre alcune variabili che vale la pena anticipare. Prendiamo il caso degli appuntamenti.

Un appuntamento preso alcuni giorni prima è disdetto all’ultimo minuto. Per qualcuno vanno all’aria impegni, calendari e programmi. Bilancio: dovrà rifare molte cose da capo. Per lo più la giustificazione della disdetta è introdotta dalle scuse. “Scusa”, ci si sente dire, “è sopravvenuta una causa di forza maggiore”. Spesso tale causa non c’è, o, peggio ancora, consiste nel fatto che il mancato interlocutore ha preso un altro appuntamento. Il potere è il criterio selezionatore del rapporto che intercorre tra certe persone e il mondo. Le scuse, dunque, disvelano almeno due errori tattici di grande impatto. Il primo è che si lascia ritenere comunque che un appuntamento vale meno di altre cose; il secondo è che la ragione ostativa di ordine superiore è un criterio giustificativo sufficiente. Di solito si adduce l’ “autorità” come criterio plausibile. Questa, se saggia evita inconvenienti di sorta visto che non può essere assimilabile alle gerarchie militari consegnate dentro una caserma. Ecco perché, come scriveva Danilo Dolci, quando manchi a un appuntamento fai un buco nella stessa barca dove presumi di navigare.

 

Il perdere di significato della parola, su scala generale, non dipende da un singolo, grazie a Dio. Il comune cittadino non ha nulla da invidiare al decadimento generale. In qualche modo lo anticipa nel corso della sua storia personale. Le variabili eziologiche sono molte. Una è il peso sempre minore che hanno le persone che ci circondano. E questo è un dato compatibile con la cultura mafiosa per la quale le persone valgono zero. Figuriamoci quelle del passato. I partinicesi hanno avuto a tale proposito primati assoluti. Un sindaco, ad esempio che diceva di amare i suoi concittadini ad ogni campagna elettorale, aveva il gusto di storpiare i nomi per dare al suo paese natale radici sempre più antiche. Il barone Francesco Ramo che aveva avuto ai primi del secolo XVII la felice idea di costruire un palazzo sulla via per Borgetto, era declassato sistematicamente a Ram.

Una volta mi capitò di fissare, dopo vari tentativi mal riusciti, un appuntamento con un altro sindaco. Fu una tortura cinese. Una sofferenza istruttiva, comunque. Riceveva telefonate a tutti i minuti ed io avevo appena il tempo di aprire bocca che l’illustre dirimpettaio si attaccava con visibile trasporto al suo cellulare. Interloquiva di cose che certamente non volevo sentire. Dopo più di un’ora di sofferenza kafkiana, alla sesta o settima telefonata, alla chetichella mi alzai, guadagnando avvilito l’aria libera delle strade. Tirai un sospiro di sollievo.

Quanto valgono gli altri per chi ha il potere? E quanto valgono per chi non ce l’ha? La memoria e il rispetto degli altri c’entrano con la nostra identità? La piramide della valutazione è molto articolata e tende ad assottigliarsi sempre più a mano a mano che si va dal basso verso (diciamo così) l’alto. Mi capita di constatare in certi uffici di presidenza di alcune scuole, che l’accesso è regolato da veri e propri semafori. Spia rossa significa che devi aspettare. Così anche in una struttura educativa la simbologia degli elementi che connotano la ‘comunità’ ti dice che quello è un luogo in cui le persone valgono poco, sono come macchine nel traffico anonimo. Ma anche se non ci sono i semafori, il sistema organizzativo è a gabbie. Per lo più aule chiuse che si affacciano su un unico corridoio. E’ il vuoto. Perché la formazione non costruisce solo specializzazione, ma relazioni umane, lettura del mondo. Altrimenti la scienza diventa un corpo separato ed esce dal controllo democratico dei cittadini. Ora il problema è che la parola unisce sempre meno e separa sempre di più. Si crea un vuoto molto pericoloso perché cos’altro fu il fascismo se non privazione del diritto di parola?

Sarò pessimista ma mi pare che ci muoviamo verso la progressiva perdita dell’uso del diritto alla parola. Un giornalista come Carlo Ruta, che in Sicilia conduce coraggiose battaglie per la libertà di parola e di ricerca, ha dovuto subire vari processi per esercitarla ed è stato pure condannato. Ci avviamo verso il non senso delle parole, o verso la loro deformazione. In che mondo ci avviamo a vivere? (G. Casarrubea)

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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Una risposta a Partinico: nel nome del nulla

  1. floreana ha detto:

    Sono contenta d’averla trovata. E’ da un pò che cercavo un sito o blog, che mi permettesse di testimoniare la mia gratitudine per la sue parola che pesano come pietre.Grazie ad esse, sono cresciuta nella consapevolezza. E da questa non si torna più indietro. Né lo voglio.

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