Stragi: il contesto storico-politico di Gladio

GLADIO

IL SUO CONTESTO STORICO-POLITICO

nell’analisi della Commissione Stragi

(relazione Pellegrino)

AVVERTENZA

La relazione Pellegrino non va letta come una sorta di maxi-sentenza definitiva, ma soltanto come <<la formulazione di un giudizio storico-politico globale>>.

Come ogni analisi storico-politica essa è, comunque, soggetta a integrazioni e mutamenti.

Licio Gelli e Gladio

Licio Gelli e Gladio

Qual è il contesto in cui nasce Gladio? Quali sono le esigenze a cui deve rispondere una struttura armata e segreta, composta da civili e militari? La struttura Gladio ha avuto dei progenitori o è sorta dal nulla?Quali erano le logiche politico-militari alle quali doveva rispondere una simile struttura?

A queste e ad altre domande cerca di rispondere questo lungo brano della relazione scrittta dal presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino.

Le direttive internazionali nei documenti del National Security Council

Il quadro internazionale più volte richiamato, che si determinò già nella fase finale del secondo conflitto mondiale e venne a consolidarsi nei decenni successivi, è così noto da non meritare forse troppa ampia esplicitazione.

Sicché è solo compiutezza espositiva che induce a rammentare, sia pure in termini di dovuta sommarietà, come il 12 marzo 1947 il Presidente degli Stati Uniti, Harry Truman, di fronte al forte espansionismo sovietico nell’Europa orientale, pronunciò dinanzi al Congresso il celebre discorso che sarebbe stato ricordato come l’enunciazione della dottrina che porterà il suo nome. In base ad essa gli Stati Uniti si facevano carico di proteggere militarmente qualsiasi zona del mondo fosse stata minacciata da eserciti di paesi comunisti e da forme di guerriglia comunque appoggiate da paesi di area comunista.

Una enunciazione programmatica, che informò di sé tutta la politica statunitense del successivo quarantennio.

Sui riflessi che tale politica ebbe nella situazione interna italiana la Commissione ha già ampiamente riferito al Parlamento nella prerelazione relativa all’organizzazione Gladio.

La storia dello Stay behind risale al '43

La storia dello Stay behind risale al '43

Sono dati su cui appare ora opportuno ritornare nella prospettiva di un’indagine volta a ricostruire una realtà storica complessiva, di cui l’attivazione della struttura Gladio costituisce soltanto un momento.

In tale direzione indagativa la Commissione ha già sottolineato l’importanza che rivestono i documenti del National Security Council, a partire dal documento n. 1/2 del 10 febbraio 1948.

In previsione di una possibile invasione dell’Italia da parte di forze militari provenienti dall’Europa Orientale, o nell’ipotesi che una parte dell’Italia cadesse sotto dominazione comunista a causa di una insurrezione armata o di altre iniziative illegali, il governo degli Stati Uniti predispose un piano articolato in sette punti, il cui ultimo paragrafo prevedeva di:

Dispiegare forze in Sicilia o in Sardegna, o in entrambe, con il consenso del governo italiano legale e dopo consultazione con gli Inglesi, in forze sufficienti ad occupare queste isole contro l’opposizione comunista indigena non appena la posizione dei comunisti in Italia indichi che un governo illegale dominato dai comunisti controlla tutta la penisola italiana[1].

Ancor più interessante è il documento successivo: NSC 1/3 dell’8 marzo 1948, dal titolo: “Posizione degli Stati Uniti nei confronti dell’Italia alla luce della possibilità di una partecipazione comunista al governo attraverso sistemi legali[2].

Fin dalle prime righe del documento, il problema politico viene posto con grande chiarezza. Si legge infatti:

Gli interessi degli Stati Uniti nell’area del Mediterraneo, relativi ai problemi di sicurezza, risultano seriamente minacciati dalla possibilità che il Fronte Popolare, dominato dai comunisti, ottenga una partecipazione al Governo attraverso le elezioni nazionali che si terranno in aprile e che, come conseguenza di ciò, i comunisti, seguendo uno schema ormai consueto nell’Europa dell’Est, potrebbero riuscire ad ottenere il completo controllo del Governo e a trasformare l’Italia in uno stato totalitario subordinato a Mosca. Un’eventualità del genere produrrebbe un effetto

demoralizzante in tutta l’Europa occidentale, nel Mediterraneo e nel Medio Oriente[3].

Nella parte conclusiva del documento sono elencati i provvedimenti che gli Stati Uniti dovrebbero prendere

nel caso in cui i comunisti italiani dovessero riuscire ad ottenere la guida del governo attraverso sistemi legali[4].

Tra essi figurano, al punto a):

Prendere delle misure immediate, compreso ciascun tipo di misura coercitiva, per realizzare una mobilitazione limitata“,

e al punto d):

Fornireassistenza militare e finanziaria alla base anti-comunista italiana[5].

I documenti della serie NSC1 vennero sostituiti, a partire dall’aprile 1950, con quelli della serie NSC67; l’ultima versione, l’NSC67/3, redatta dal National Security Council il 5 gennaio 1951, venne infine approvata dal Presidente degli Stati Uniti l’11 dello stesso mese.

Si trattava di una sintesi delle ipotesi previste dall’NSC1/2 e NSC1/3 con una leggera limitazione in quanto l’attacco esterno all’Italia ricadeva ora nella responsabilità della Nato.

Il documento trattava quindi delle misure preventive e, eventualmente, punitive da adottarsi in caso di insurrezione interna appoggiata dall’esterno o di partecipazione del partito comunista al governo con mezzi legali.

Fra le misure preventive è da notare il suggerimento, messo in pratica alcuni mesi più tardi (Dichiarazioni anglo-franco-americana del 26 settembre 1951), di avviare le procedure per una revisione informale del Trattato di pace, specialmente di quelle parti che imponevano dei limiti sulla qualità e la quantità delle Forze armate nazionali.

Le misure punitive in caso di insurrezione interna erano volutamente lasciate nel vago; gli stessi JCS (Joint Chiefs of Staff) avevano insistito su questo punto; si auspicava infatti di

utilizzare le forze militari statunitensi in modo da essere in grado di impedire, quando necessario, che l’Italia cada sotto il dominio comunista[6].

Una ulteriore clausola specifica che ciò sarebbe stato attuato in ogni caso con il consenso del governo italiano e secondo le direttive elaborate nell’occasione dai JCS.

Ancora più vaghe apparivano le misure legali:

Gli Stati Uniti dovrebbero dare corso alle iniziative (censura) mirate ad impedire la presa del potere da parte dei comunisti e a rafforzare la determinazione italiana di opporsi al comunismo[7].

Queste direttive rimasero immutate durante il primo anno della nuova amministrazione Eisenhower. Nell’aprile 1954, l’NSC67/3 venne sostituita dall’NSC5411/2: il documento si differenziava da quelli dell’amministrazione precedente per l’insistenza sull’importanza strategica della penisola nell’ambito della Nato, definita a “una posizione geografica cardine[8].

Il documento analizzava i successi del sostegno americano alla rinascita economica italiana e il parallelo fallimento della politica anticomunista. Il miglioramento della situazione economica non aveva funzionato come antidoto all’affermazione dei socialcomunisti (come dimostravano i risultati elettorali del 1953); l’anticomunismo dei governi succedutisi dopo le elezioni politiche del 1953 avevano dato prova di grande instabilità. L’NSC

auspicava per l’Italia un governo costituzionale democratico, sorretto da una florida situazione economica.

L’ipotesi di un governo autoritario di destra, anche se definita preferibile a quella di un governo comunista, non veniva prospettata come uno scenario desiderabile (ed è questo un profilo importante perché individua nella stabilizzazione del quadro politico italiano, il principale obiettivo strategico comunque perseguito).

Venendo alle tradizionali ipotesi previste in merito ad una presa di potere comunista (attacco esterno, insurrezione interna sorretta da un appoggio sovietico, mezzi legali), la versione disponibile del documento è pesantemente censurata; in essa non appare dunque alcun riferimento alle ultime due ipotesi e, nel caso della prima, il riferimento va, come già nell’NSC67/3, alla garanzia fornita dal Trattato Nord Atlantico.Non è dato sapere quindi cosa sarebbe successo nelle altre due ipotesi.

Si arriva così all’NSC6014 del 16 agosto 1960 in cui la parte analitica era approfondita ulteriormente secondo le linee già tracciate dall’NSC5411/2. Il documento rilevava ancora una volta come, a partire dalle elezioni del 1953, l’instabilità politica di governo fosse stata accentuata dalle spaccature interne al partito di maggioranza, dall’incapacità di formare coalizioni di governo durature e dalla differenza di opinioni esistenti nelle varie forze democratiche sulla credibilità di una partecipazione socialista al governo.

Per questo si auspicava l’appoggio all’evoluzione del PSI verso posizioni autonome rispetto al PCI e filo-occidentali. Finché tale cambiamento non fosse stato palese, l’influenza del PSI sulla politica estera e sulla politica di difesa nazionale doveva essere contrastata.

Il maggiore pericolo, stando così la situazione, era

che le forze politiche ed economiche conservatrici e quelle clericali costituissero con le forze neofasciste un Fronte nazionale contrapposto a un Fronte popolare, guidato dai comunisti, comprendente le classi lavoratrici e gli elementi democratici della sinistra moderata[9].

In sostanza, pur riconoscendo, come era stato dichiarato nel NSC 5411/2, che un regime autoritario sarebbe stato meno pericoloso nel breve periodo per gli interessi della politica estera americana, si affermava che nel lungo periodo avrebbe avuto un effetto deleterio, aggravando le frizioni interne e rafforzando in ultima analisi lo stesso partito comunista.

Per quanto riguarda la parte punitiva, la censura impedisce anche in questo caso di valutare appieno il significato del documento. Non è chiaro infatti se le misure prese in considerazione per contrastare l’avvento con mezzi legali o illegali del PCI al governo fossero solo di tipo non militare (come appare dal testo) o non comprendessero invece altri tipi di interventi (eventualmente censurati).

Va comunque sottolineato che una versione aggiornata dello stesso documento (NSC6014/1 del 19 gennaio 1961) escludeva l’ipotesi di azioni militari in questa circostanza almeno che non fossero attuate di concerto con altri alleati europei.

La lettura dei documenti attinenti l’Italia negli anni ’50 sembra dunque screditare l’ipotesi di un intervento militare diretto americano automatico in caso di avvento del PCI al governo con mezzi legali o illegali.

Rimanevano in piedi le tattiche elaborate fin dal 1948 dello stesso NSC per fronteggiare il pericolo comunista a livello mondiale.

Si trattava di quelle che vennero definite covert operations nella direttiva NSC 10/2 del 18 giugno 1948: erano misure che avrebbero affiancato le attività all’estero di carattere ufficiale e per le quali, a differenza di queste, non doveva essere possibile risalire alla responsabilità del governo americano.

Si trattava, cioè, di operazioni legali e illegali di cui il Governo avrebbe avuto la paternità, ma non avrebbe assunto la responsabilità.

La tipologia di queste operazioni era assai vasta. Si trattava di

propaganda, guerra economica; azione preventiva diretta, comprendente il sabotaggio, l’antisabotaggio, misure di demolizione ed evacuazione; sovversione contro Stati ostili, comprendente assistenza a movimenti clandestini di resistenza, a gruppi di guerriglia e di liberazione di rifugiati, nonché appoggio ad elementi indigeni anticomunisti nei paesi del mondo libero minacciati

Tali opinioni (…) non dovranno includere conflitti armati condotti da forze militari riconosciute, spionaggio, controspionaggio, copertura e occultamento di azioni militari[10].

Responsabile di questo tipo di operazioni era la nuova branca della CIA, l’Office of Special Projects; solo in caso di guerra, o quando il Presidente degli Stati Uniti lo avesse richiesto, i piani per le covert operations (operazioni coperte) sarebbero stati coordinati con i Joint Chiefs of Staff.

Ciò significa che la CIA godeva, in questo campo e in tempo di pace, della massima discrezionalità.

Questa direttiva, modificata secondo termini che rimangono sconosciuti (NSC10/5, non rinvenuta), rimase in vigore fino al marzo 1954, quando venne approvato un nuovo documento riguardante le covert operations che, nel frattempo, erano diventate un cavallo di battaglia della nuova amministrazione Eisenhower. Le attività delle aree dominate o minacciate dal comunismo internazionale venivano in questo documento specificate con chiarezza (e senza censure).

Si trattava di

sviluppare una resistenza clandestina, favorire operazioni coperte e di guerriglia ed assicurare la disponibilità di tali forze nel caso di conflitto bellico, compreso sia l’approntamento, ovunque praticabile, di una base a partire dalla quale l’esercito posa espandere, in tempo di guerra, il suddetto tipo di forze nell’ambito di teatri attivi delle operazioni, sia l’approntamento di strutture stay behind e strumenti per l’evasione e la fuga[11].

La novità del documento non consisteva solo nel prevedere la creazione di “Stay-behind assets” (“strutture stay behind”, cio’ “stare indietro”) poggiati su basi costituite nei vari paesi fin dal tempo di pace per attivarle in tempo di guerra, ma anche nel preconizzare la collaborazione fra CIA e militari non solo in caso di conflitto (come risultava dal documento precedente).

Questo aspetto venne ulteriormente chiarito in una revisione del NSC 5412, ovvero l’NSC 5412/2 del 28 dicembre 1955, in cui si prospetta la necessità per la CIA di avvisare il Dipartimento di Stato, il Dipartimento della Difesa, nonché un rappresentante dello stesso Presidente riguardo alle attività intraprese sotto il titolo di covert operations.

La discrezionalità della CIA era cioè fortemente ridotta e la corresponsabilità degli organi consultanti parallelamente accresciuta. Il punto chiave della collaborazione tra CIA e militari era la disponibilità delle basi di appoggio per le attività clandestine da attuarsi in territori comunisti o minacciati dal comunismo.

L’Italia ricadeva in quest’ultima categoria.

La situazione politica italiana nell’immediato dopoguerra

Un quadro d’insieme emerge quindi con sufficiente chiarezza, malgrado il persistere di marginali zone grigie, la cui ricostruzione storica non è allo stato ancora possibile. William Colby, che fu capo della CIA dal 1973 al 1976, riferendosi al 1948 scrive:

La possibilità di una presa del potere comunista in Italia come risultato elettorale aveva preoccupato molto gli ambienti politici di Washington prima delle elezioni italiane del 1948. Anzi, era stata soprattutto questa paura a portare alla creazione dell’Office of Policy Coordination, che dava alla CIA la possibilità di intraprendere operazioni politiche, propagandistiche e paramilitari segrete[12].

Che tanto sia poi avvenuto non può dirsi con certezza, anche se alcune organizzazioni, sorte in quegli anni, sembrano riconducibili ad un intervento diretto o indiretto degli Stati Uniti o comunque di organizzazioni para governative occidentali.

Documentazione ufficiale è disponibile, come meglio si vedrà in seguito, soltanto su “Pace e Libertà”. Per altre associazioni è legittimo il sospetto che possa esservi stato un finanziamento occulto da parte degli Stati Uniti.

Peraltro, nel delineare lo scacchiere internazionale in cui l’Italia veniva ad inserirsi – per coglierne i riflessi e le influenze non solo sulla storia ufficiale del paese (e cioè nel succedersi degli eventi che furono democraticamente conoscibili all’atto del loro verificarsi), ma anche su eventi che restarono occulti perché parte di una storia sotteranea, che oggi appare possibile ricostruire sia pure per grandi linee, ma comunque su base almeno documentale – non appare neppure revocabile il dubbio che politica analoga a quella statunitense (di cui è stato più e più volte sottolineato il carattere imperiale) sia stata perseguita dall’Unione Sovietica, non solo – e in maniera esplicita, dato il carattere non democratico, ma dispotico, dei relativi ordinamenti – nei paesi aderenti al Patto di Varsavia, ma anche – e in maniera occulta – all’interno del blocco occidentale e in particolare in luoghi (come l’Italia) di frontiera, sotto forma di aiuti anche finanziari ai partiti comunisti nazionali o a gruppi a questi interni.

Nella X legislatura, all’interno del dibattito in Commissione che condusse all’approvazione della prerelazione sull’inchiesta in ordine alle vicende connesse all’operazione Gladio, fu acutamente sottolineata la difficoltà di comprendere le vicende più recenti relative alla strategia della tensione e delle stragi nel nostro paese, senza fare fino in fondo i conti con il quadro uscito dalla seconda guerra mondiale, e cioè non soltanto con la divisione del mondo in due sfere di influenza, ma anche con il processo ulteriore che

condusse in brevissimo tempo:

-alla sistematica soppressione della sovranità dei paesi collocati nella sfera di influenza sovietica, con la formazione di regimi autoritari prima, totalitari poi;

-alla progressiva e rapida instaurazione nei paesi del blocco occidentaledi una situazione sostanziale di sovranità limitata.

E’ pur vero che in questi ultimi ci fu uno Stato di diritto, una democrazia pluralista e uno scontro sociale e politico. Ma se ciò appartenne alla storia palese dei singoli paesi, vi era però negli stessi un limite invalicabile e ufficialmente non scritto (ancorché risultante anche indirettamente da documenti destinati a lungo a restare segreti, e ancora oggi in parte non noti): l’impossibilità di mutare gli assetti politici realizzati nei paesi della sfera di influenza.

Su tali basi e con specifico riferimento alla situazione italiana (fortemente segnata dalla presenza da un lato dello Stato Vaticano, dall’altro del maggior partito comunista occidentale) non appare enfatizzato affermare, con riferimento all’immediato dopoguerra, l’instaurarsi di una situazione che fu per alcuni anni al limite di una guerra civile, sia pur latente e potenziale; e ciò almeno come situazione vissuta dalle forze politiche che ne sono state protagoniste con l’inizio della guerra fredda e con l’uscita delle forze di sinistra dal governo De Gasperi.

Vuol cioè riferirsi ad una situazione di simmetrica diffidenza degli opposti schieramenti politici rispetto alla volontà reciprocamente dichiarata di mantenimento della democrazia, fase che si prolunga sicuramente fino alla metà degli anni cinquanta anche se le datazioni sono probabilmente diverse per le varie forze politiche.

Ciò perché soprattutto nella vigilia delle elezioni politiche del 1948 nessuna delle due parti era sicura che la forza vittoriosa avrebbe rispettato e garantito sino in fondo il sistema democratico: da una parte mettendo fuori legge il partito comunista, come invece non è stato; dall’altra, temendo che, se avesse prevalso il Fronte popolare, sarebbe accaduto qualcosa di analogo a quanto si era verificato a Praga.

E’ una realtà documentata e documentabile anche attraverso testimonianze dirette, non smentite, nel riconoscere che, in seno a tutte o quasi le forze politiche, dopo la fine della seconda guerra mondiale, gruppi o nuclei di aderenti continuarono per alcuni anni a comporre strutture clandestine parallele armate.

Tale realtà[13] è stata peraltro rimossa nei decenni successivi, perché ritenuta inconfessabile a fronte degli ideali democratici che medio tempore avevano avuto – con il decisivo concorso delle forze e di maggioranza e di opposizione – realizzazione quasi piena in istituzioni che andavano mano a mano consolidandosi; rimozione che ha indubbiamente pesato – e in parte ancora pesa – nel ritardo con cui si è proceduto alla lettura di tragici eventi successivi, che pure da quella realtà rimossa furono indubbiamente influenzati.

Le strutture paramilitari nell’immediato dopoguerra

E’ quindi coerente con la situazione internazionale ed interna sin ora delineata la costituzione in territorio italiano e prevalentemente nelle zone adiacenti al confine orientale, di formazioni paramilitari segrete.

Per vero l’unica organizzazione sulla quale sia stato possibile reperire ampia documentazione è la “Osoppo”, sulla quale la Commissione ha già riferito al Parlamento nelle relazioni sul caso Gladio e sulla quale, anche per compiutezza espositiva si tornerà più diffusamente nelle pagine successive (Vedi caso Gladio).

Vi sono, comunque, tracce dell’esistenza di altre strutture segrete, sulle quali la Commissione non è riuscita a raccogliere se non scarne informazioni.

Un’organizzazione era denominata “Fratelli d’Italia” e sembra sorta a seguito dello scorporo di cinque battaglioni dell’ex “Osoppo Friuli”, come si evince da un documento a firma dell’allora Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, indirizzato alle massime autorità dello Stato[14].

Non sono stati trovati altri riscontri, tranne che in un passo di un volume storiografico nel quale sono rievocate le vicende del confine orientale nell’immediato dopoguerra. In esso è riportato un rapporto del questore di Udine al capo della polizia, Luigi Ferrari, nel quale si afferma:

Le autorità a cui si fa carico di distribuire armi agli Osovani si identificano negli esponenti delle disciolte formazioni partigiane della Divisione Osoppo-Friuli, i quali, con l’acquiescenza dei comandi alleati avevano provveduto […] alla organizzazione dell’associazione ‘Fratelli d’Italia’ […] nonché alla creazione, in seno ad essa, di squadre armate con il compito precipuo di impedire o perlomeno di ostacolare le continue infiltrazioni in questa provincia di emissari e di armati slavi[15].

Un’altra organizzazione segreta dovrebbe essersi denominata “Duca”, di cui è traccia, nella documentazione a suo tempo sequestrata dalla Procura di Roma presso gli archivi della VII Divisione del Sismi.

E’ logicamente ipotizzabile che il riferimento ad “accordi preesistenti” contenuto nel noto protocollo di intesa del 28 novembre 1956 tra il servizio italiano e quello statunitense possa riferirsi anche a queste strutture, come confermerebbe anche il documento inviato dal Presidente del Consiglio Andreotti a questa Commissione il 17 ottobre 1990, laddove si afferma che, con l’intesa del 1956,

furono confermati tutti i precedenti impegni intervenuti tra l’Italia e gli Stati Uniti“.

Su ben più ampia base documentale può invece essere ricostruita – nella sua indubbia significatività – la storia della principale organizzazione paramilitare del periodo e cioè la “Osoppo” che sorge nel gennaio 1946, per iniziativa dei dirigenti della preesistente formazione partigiana “Osoppo-Friuli”, nell’atmosfera di tensione che continuò a regnare al confine jugoslavo anche dopo la conclusione della guerra.

Secondo una relazione stilata dal capo dell’organizzazione stessa, col. Luigi Olivieri, nel gennaio 1946, i capi della disciolta formazione partigiana[16], dinanzi alla situazione di tensione che si era creata nella zona di confine, si riunirono sotto la guida dello stesso Olivieri

dandogli l’incarico di riarmare in segreto i più fedeli osovani e simpatizzanti, di ordinarli in reparti per la difesa delle popolazioni di frontiera e nello stesso tempo ne informarono l’allora Capo di Stato meggiore dell’Esercito signor Generale di Corpo d’Armata Raffaele Cadorna, già comandante del Corpo volontari della Libertà[17].

Il col. Olivieri provvide a riarmare gli uomini

con armi provenienti dai recuperi e con quelle che non furono versate nel 1945[18].

Dopo due mesi la struttura era già di 2.150 uomini[19].

D’altro canto, la struttura nasceva con intenti non solo difensivi, se tra i compiti fissati nell’aprile 1946 risulta anche quello di

far affluire un certo quantitativo di armi e munizioni a Pola, Trieste e Gorizia[20].

Nello stesso documento si dice anche che tra i compiti della formazione è quello di

mantenere efficiente il servizio informazioni, riferendo le notizie più importanti[21].

Dal maggio 1946 la Osoppo e varie unità minori furono raggruppate in un unico reparto, che aveva assunto il nome di III Corpo volontari della libertà.

Al momento dell’entrata in vigore del Trattato di pace, nel settembre 1947, l’organizzazione aveva raggiunto una consistenza di 4.484 unità[22].

Un’occasione di grosso impegno fu rappresentata dalle elezioni politiche del 18 aprile 1948: in quella occasione, e più esattamente dal 16 aprile al 2 maggio

1.000 uomini delle formazioni Corpo volontari della libertà assunsero uno schieramento occulto, ma vigile, sul confine orientale, tenendo le armi nascoste, però a portata di mano, pronte a dare l’allarme e quindi ostacolare e rintuzzare ogni velleità jugoslava[23].

La tensione di quei giorni sfociò in uno scontro a fuoco con soldati jugoslavi in località Brienza di Topolo. A seguito di questo episodio, l’esistenza del III Corpo volontari della libertà divenne pubblica.

Si decise allora di

far figurare sciolto il III Corpo volontari della libertà e di dargli una nuova denominazione, quella di Volontari Difesa Confini Italiani VIII (VDCI VIII)[24].

Un’altra variazione, questa volta non solo di denominazione, avvenne nel 1949, quando la struttura passò direttamente alle dipendenze della Presidenza del Consiglio dei Ministri, rimanendovi fino all’aprile del 1950[25].In altro documento si afferma che il periodo di dipendenza della Presidenza del Consiglio si protrasse dal 1948 al 1950[26].

Il 6 aprile 1950, sulla base di direttive dello Stato Maggiore dell’Esercito, il

Corpo Volontari Difesa Confini Italiani VIII fu trasformato in una organizzazione militare segreta alla quale fu data la denominazione di “Organizzazione O”[27].

Tra i compiti dell’organizzazione vi erano:

– protezione alle comunicazioni e agli impianti di particolare importanza militare; – guerriglia e contro guerriglia; – guida, osservazione e informazione[28].

Una precisazione importante, alla luce della quale si può affermare che “l’organizzazione ‘O’” aveva i caratteri di struttura occulta predisposta anche per la guerra non ortodossa.

Ma l’organizzazione era predisposta anche per compiti militari tradizionali. Il 18 ottobre 1953, in occasione della crisi di Trieste, la organizzazione fu posta alle dirette dipendenze del V Corpo d’Armata per un eventuale impiego. Un certo numero di ufficiali furono richiamati; la mobilitazione si protrasse fino a metà dicembre.

Secondo le norme di rigida segretezza vigenti nell’organizzazione, tutti gli ufficiali che avevano partecipato alla mobilitazione dovevano essere allontanati, proprio per essere venuti a conoscenza di norme segrete[29].

Questo conferma il carattere di assoluta segretezza dell’organizzazione, che fu sciolta con le modalità che verranno chiarite nel 1956.

Indagini giudiziarie su tale organizzazione risultano avere avuto luogo solo in connessione con la struttura Gladio, quando cioè per il lungo tempo trascorso eventuali profili di rilevanza penale sarebbero stati già coperti da prescrizione.

Tali indagini tuttavia hanno consentito di cogliere notevoli elementi di continuità tra l’organizzazione “O” e la organizzazione “Gladio”, in palese contrasto con le affermazioni ufficiali, secondo le quali soltanto poche decine di uomini sarebbero transitati dalla “O” alla “Gladio”.

A conferma, in un appunto di provenienza SIFAR del 1958, poi confluito in un documento del SID del 1972, a proposito dello scioglimento della Osoppo può leggersi:

Il servizio italiano ha sempre considerato che sarebbe stato un errore il lasciar cadere nel nulla tali idealità (della Osoppo, NdR) e propositi (che sarebbero altrimenti andati delusi e perduti) e, perciò, quando a fine 1956 lo Stato Maggiore dell’Esercito disponeva lo sciolgimento della “Osoppo”, il servizio italiano prendeva a suo carico l’organizzazione e ne decideva la conservazione e la ricostituzione. (sottolineato nel testo, NdR)”.

Le nuove vere basi per la ricostituzione dell’organizzazione datano dal 1º ottobre 1957 quando esse venivano così precisate:

-denominazione “Stella Alpina”

-compiti: in tempo di pace: controllo e neutralizzazione dell’attività slavo-comunista; in caso di conflitto o insurrezione interna: antiguerriglia e antisabotaggio; in caso di invasione del territorio nazionale: guerriglia o altri eventuali compiti accessori[30].

Il documento appare di rilevante interesse perché elenca una tripartizione di funzioni: in tempo di pace, in caso di conflitto o insurrezione interna, e in caso di invasione del territorio, mentre le fonti ufficiali e del servizio hanno sempre affermato che la struttura stay-behind era predisposta solo per la terza eventualità.

In altra parte del documento si afferma:

la riattivata organizzazione ‘Osoppo’, ora denominata ‘Stella Alpina’ si propone l’inquadramento preventivo e locale delle forze della guerriglia eredi delle tradizioni di onore e di italianità delle formazioni partigiane anticomuniste[31].

Ulteriori emergenze documentali.

La ricostruzione del periodo sino ad ora delineata consente di attribuire rilievo anche ad ulteriori emergenze documentali, che pur ampiamente incomplete acquistano nel quadro di insieme suscettibilità di lettura.

Il riferimento è a realtà documentali che consentono di ritenere estremamente probabile la creazione anche all’interno dell’organizzazione di pubblica sicurezza (così come indubbiamente avvenuto nell’organizzazione della difesa) di strutture, cui sono stati affidati segretamente compiti non istituzionali e che hanno agito in sinergia più o meno completa con organizzazioni e strutture private.

E’ noto infatti il testo di un telegramma segreto spedito dall’Ambasciata di Roma al Dipartimento di Stato il 10 febbraio 1949, nel quale è dato leggere, tra l’altro:

Anche l’Italia sta ora istituendo simili organizzazioni di polizia segreta anticomunista sotto il Ministro dell’interno e con esponenti dell’ex polizia segreta fascista come parte determinante a livello strutturale e organizzativo[32].

Dopo la pubblicazione del documento, il senatore Scelba replicò affermando:

I servizi di polizia che si occupavano della prevenzione dei reati contro la sicurezza interna non costituivano né una polizia speciale né tanto meno segreta, né furono creati nel 1949, anche se dopo tale data e data la situazione del paese furono notevolmente potenziati (…). Il funzionario che dirigeva il particolare settore era […] un funzionario civile[33] che, per aver appartenuto all’OVRA era stato sottoposto a giudizio di epurazione […] e mandato pienamente assolto da ogni e qualsiasi responsabilità. Collocato a riposo per limiti di età, fu sostituito da me dal suo vice, anch’egli funzionario civile, anch’egli giudicato come appartenente all’OVRA e mandato esente da ogni responsabilità e reintegrato con tutti i diritti nell’amministrazione. Ma dell’esistenza del particolare servizio e dei suoi dirigenti fu data ampia informazione al Parlamento in sede di discussione del bilancio dell’Interno[34].

Ma lo stesso Scelba, in una conversazione con lo storico e giornalista Antonio Gambino, ha parlato della creazione, in quegli anni, di una struttura riservatissima pronta a scattare in caso di insurrezione:

Già nei primi mesi del 1948 era stata messa a punto una infrastruttura capace di far fronte a un tentativo insurrezionale comunista. L’intero paese era stato diviso in una serie di grosse circoscrizioni, ognuna delle quali comprendeva varie province, e alla loro testa era stato designato in maniera riservata, per un eventuale momento di emergenza, una specie di prefetto regionale, che non sempre era il prefetto più anziano o quella della città più importante, perché in alcuni casi era invece il questore o un altro uomo di sicura energia e di assoluta fiducia. L’entrata in vigore di queste prefetture allargate sarebbe stata automatica, nel momento in cui le comunicazioni con Roma fossero state, a causa di una sollevazione, interrotte: allora i superprefetti da me designati avrebbero assunto gli interi poteri dello Stato sapendo esattamente, in base a un piano preordinato, che cosa fare. D’altra parte ci eravamo preoccupati anche di impedire che si potesse arrivare a una interruzione delle comunicazioni. Pensando che la prima mossa dei promotori di un eventuale colpo di Stato sarebbe stata di impadronirsi delle centrali telefoniche e delle stazioni radio, o quanto meno di renderle inutilizzabili, avevamo organizzato un sistema di comunicazioni alternative, servendoci, come punti di appoggio, di un certo numero di navi italiane e alleate presenti nel Mediterraneo[35].

Non vi è dubbio che il piano, così come viene presentato, ha connotazioni assolutamente “difensive” e tuttavia della pianificazione che, alla stregua di quanto dichiarato, l’allora ministro Scelba deve ritenersi approntata, non è stato possibile alla Commissione trovare traccia in documenti ufficiali.

Ciò fonda il dubbio che alla struttura medesima possono essere stati affidati anche compiti non istituzionali nonché il dubbio, sia pure in termini di minore spessore, che l’infrastruttura in tale direzione sia stata attivata.

Nella medesima direzione ricostruttiva va rammentato che il 14 ottobre i ministri dell’interno, Scelba, della difesa, Pacciardi, del tesoro, Pella e dei lavori pubblici, Aldisio, presentarono un disegno di legge dal titolo “Disposizioni per la protezione della popolazione civile in caso di guerra o

di calamità (difesa civile)[36].

Il disegno di legge incontrò la durissima opposizione delle sinistre, che temevano che la costituzione di “milizie volontarie”, previste nel disegno di legge avrebbe potuto preludere ad una loro utilizzazione in caso di scioperi.

Peraltro, dallo stesso intervento del ministro dell’interno alla Camera trasparivano intenti legati in qualche modo ad una emergenza di tipo militare.

Disse infatti Scelba:

Il disegno di legge sulla difesa civile si propone due scopi fondamentali il

primo è quello di una riorganizzazione dei servizi assistenziali a favore della popolazione civile, in caso di calamità naturali; il secondo è quello di provvedere alla difesa passiva del territorio in caso di eventi bellici o connessi con la guerra. (…) Nel mondo è intervenuto qualcosa di nuovo e cioè l’affare coreano, che ha obbligato tutti i paesi pensosi della sicurezza all’interno e della difesa delle proprie frontiere ad organizzare anche la difesa civile, così come hanno organizzato la difesa esterna (…) considerato il modo in cui le guerre vengono oggi combattute, sono intimamente legate. Questo provvedimento, per una parte almeno, è intimamente connesso con la difesa del paese[37].

Da queste esposizioni, sembra emergere un ruolo della difesa civile molto simile a quello successivamente assunto in ambito militare dalla struttura Gladio.

E’ da rilevare, peraltro, che il 23 settembre 1951 il Consiglio dei Ministri aveva già istituito presso il Ministero dell’interno una Direzione generale dei Servizi di difesa civile, con la facoltà di avvalersi anche di elementi volontari[38].

Il disegno di legge appare, a questo punto, una sanatoria legale di una organizzazione già istituita.

In quello stesso periodo vi fu a Roma il Congresso dei partigiani cattolici, presieduto dall’ing. Enrico Mattei, nel corso del quale quest’ultimo enunciò un decalogo di comportamento attivamente anticomunista[39].

In quel Congresso, secondo l’onorevole Pietro Amendola, l’onorevole Mattei e i convenuti, oltre i loro manifesti intendimenti di costruire un bastione antibolscevico, proclamarono anche la loro calda volontà di essere i primi volontari di questa milizia civile[40].

Il disegno di legge fu approvato dalla Camera dei deputati l’11 luglio 1951, ma successivamente decadde perché il Senato non riuscì ad esaminarlo prima della conclusione della legislatura.

Il 20 dicembre 1956 fu presentato un nuovo disegno di legge intitolato: “Norme sulla protezione civile in caso di eventi bellici e calamità naturali[41], che sostanzialmente riproponeva lo stesso schema del disegno di legge precedente.

Anch’esso non giunse a favorevole conclusione.

Appare quindi legittimo ipotizzare che un settore difesa civile al Ministero dell’interno possa essere stato costituito tra il 1950 e il 1953, nonostante le mancate approvazioni del Parlamento, e che abbia espletato mansioni riservate e di cui il Parlamento non è stato mai posto al corrente. Analogamente fondato è ipotizzare il collegamento con organizzazioni collaterali sorte in dichiarata funzione anticomunista.Anche su ciò esiste una base documentale, sia pure ben lungi dall’essere completa.

In una lettera indirizzata all’allora ministro degli esteri Aldo Moro da Edgardo Sogno è dato leggere tra l’altro:

Fin dal 1949 l’onorevole Scelba, allora che avrebbe comportato il distacco presso il Ministero dell’interno (Organizzazione del progettato servizio di difesa civile)[42].

E’ da rilevare che nel fascicolo concernente “Pace e libertà” presso la Divisione Affari riservati del Ministero dell’interno vi è una”riservatissima” priva di firma nella quale si afferma tra l’altro:

elemento fiduciaro riferisce che nel corso di un lungo colloquio col Conte Sogno (…) il predetto gli ha esposto le sue idee politiche. Convinto che il popolo italiano ama la forza e persuaso inoltre che il primo squadrismo fascista del 19 e del ’20 sia degno di encomio, in quanto fu capace di rintuzzare la tracotanza rossa, Sogno tenta di rimettere in piedi uno squadrismo “democratico”, capace di difendere gli ideali cristiani e democratici contro l’assolutismo comunista (…). Egli ha detto che nel 1948, l’onorevole Scelba gli offrì la direzione della “Difesa civile”, egli rifiutò perché la “Difesa civile” doveva entrare in azione soltanto nel caso che i comunisti tentassero un’azione di forza e (secondo le sue opinioni) non si possono galvanizzare gli uomini soltanto per un’occasione sola, che anche non potrà verificarsi. Occorre uno squadrismo risoluto e attaccabrighe, capace di prendere l’iniziativa e non di servire da semplice reazione[43].

Di questa offerta vi è traccia anche in una lettera di Sogno al ministro Carlo Sforza del 1949, nella quale egli dice:

Come Ella sa il ministro Scelba mi ha recentemente manifestato il desiderio di chiedere il mio distacco presso l’amministrazione dell’interno allo scopo di affidarmi un incarico alle sue dipendenze. L’onorevole Scelba mi ha parlato in proposito della carica di prefetto di Firenze o di quella di capo del costituendo Servizio per la Difesa civile[44].

La figura di Edgardo Sogno e il movimento (rectius la sezione italiana del movimento) “Pace e Libertà” rimandano ad ulteriori emergenze documentali, in parte rese accessibili dal governo alla Commissione soltanto in questa legislatura, dalle quali chiaramente risulta che compiti di guerra psicologica furono almeno nella metà degli anni cinquanta affidati a settori istituzionali e soprattutto a organismi di natura privata collegati a settori istituzionali.

Si legge in un appunto non firmato della Direzione Generale degli Affari politici del Ministero degli esteri:

La questione della contro propaganda o guerra psicologica fu sollevata per la prima volta nel settembre 1951 ad Ottawa, quando il presidente De Gasperi richiamò su di essa l’attenzione dei Ministri degli esteri del Consiglio Atlantico. Fu ripresa nelle sessioni di Roma e di Lisbona, dove l’Italia fu inviata a sottomettere al Consiglio – come poi fece – una particolareggiata memoria. (…) I ripetuti nostri interventi non hanno tuttavia dato che ben scarsi risultati. (…) L’azione dei paesi più esposti risulta frustrata dalla mancanza di un minimo di coordinamento con altri paesi. (…) Iniziative isolate, connesse con la contropropaganda, si sono tuttavia avute sul piano bilaterale (…). Nel giugno scorso, per incarico del governo francese, è venuto a Roma l’onorevole David, presidente del Movimento “Paix et Liberté”, per raccogliere informazioni sulla situazione interna italiana e sulla azione che viene svolta nel nostro paese contro la propaganda comunista. Egli si incontrò con il presidente De Gasperi; con il Capo di Stato Maggiore e con il Capo della Polizia (…)[45].

L’appunto era contemporaneo a due lettere riservate, una del Segretario generale del Ministero degli affari esteri e una dello stesso Ministro, ambedue indirizzate al Ministro dell’interno, nella quali si dava notizia dell’avvenuta costituzione della sezione italiana di Pace e Libertà, diretta da Edgardo Sogno, legando strettamente la costituzione dell’organizzazione anticomunista con il problema, sollevato in Consiglio Atlantico, della guerra psicologica. Scriveva infatti il Segretario generale del Ministero degli esteri:

Cara Eccellenza, a seguito della lettera dell’onorevole Presidente del Consiglio n. 8/8210 del 9 corrente, concernente la sezione italiana di “Pace e Libertà” costituitasi a Milano, mi sembra opportuno segnalarLe la seguente comunicazione nella quale mi si conferma che, in sede di Consiglio atlantico, Bidault solleverà il problema della guerra psicologica. La comunicazione mi sembra particolarmente interessante anche perché offre un quadro generale del modo in cui si articoleranno le varie sezioni nazionali di “Pace e Libertà” rispetto all’attività internazionale in questo settore. Desidero riferire quanto mi ha comunicato David in colloqui che ho avuto con lui ieri a Parigi. Egli mi ha confermato che Bidault solleverà la questione della guerra psicologica nella prossima riunione del Consiglio atlantico e mi ha precisato che il suo intervento sarà impostato su un programma massimo ed un programma minimo. Il programma massimo, che è quello cui tende David, consiste nella riorganizzazione del Servizio informazioni della Nato che sarebbe trasformato in un centro motore e coordinatore dell’azione anti Cominform sul piano internazionale. A tale centro farebbero capo dei nuclei nazionali in ogni paese Nato. Detti nuclei o “cellules nationales” avrebbero la funzione di presiedere e coordinare tutta l’azione anti cominform, svolta da parte dei vari Ministeri ed organi governativi. L’attività sostanziale sarebbe invece affidata agli organismi di natura privata, come “Pace e Libertà”, i quali continuerebbero ad operare alle dipendenze del centro internazionale ed in collegamento con i nuclei nazionali. (…) In sostanza l’onorevole Pella dovrebbe: a- appoggiare le proposte Bidault b- sostenere più caldamente di quanto non potranno fare i francesi la costituzione dei nuclei nazionali (a livello Nato) c- mettere in luce l’opportunità di affidare l’azione anti cominform ad organismi privati perché più efficaci e più efficienti (…)[46].

A sua volta, il ministro degli esteri Pella scrive:

Caro Fanfani, sin dalla riunione di Lisbona (febbraio 1952) del Consiglio atlantico fu da parte italiana presa l’iniziativa di far presente la necessità di far coordinare fra i vari paesi Nato l’attività di informazione e propaganda onde contestare adeguatamente e secondo linee congiuntamente studiate le analoghe attività cominformiste. La differenza nelle situazioni interne fra i vari paesi non consentì un coordinamento completo nei particolari dell’azione. Tuttavia Francia e Italia si accordarono per una più intima cooperazione fra di esse in questa materia. Fu perciò che il ministro Bidault inviò in Italia, nell’aprile scorso, il deputato Paul David che ha creato e dirige in Francia il Movimento Paix et Liberté” con sede in Parigi. Il signor Paul David prese contatto, a Roma, con l’appoggio del Ministero degli affari esteri, col Tuo Ministero ed anche col Capo della Polizia dottor Pavone. Nel settembre u.s. si è costituita poi a Milano – via Palestro n. 22 – una sezione italiana di tale movimento. […] La sezione italiana di Pace e Libertà è diretta dalla medaglia d’oro Edgardo Sogno Rata, funzionario del ministero degli affari esteri in aspettativa […]. Ti sarò perciò assai grato se vorrai esaminare la possibilità di rivolgere la Tua attenzione a Pace e Libertà in Italia, alla quale il Ministero degli affari esteri già fornisce assistenza nei limiti delle proprie possibilità e competenze (informazioni dai paesi d’oltre cortina, giornali, etc.) ma che, per la sua particolare e utile attività all’interno conviene possa far capo anche al Tuo Dicastero[47].

Come si evidenzia in particolare dalla lettera del Segretario generale del Ministero degli esteri, l’attività dell’onorevole David è una diretta emanazione del programma delineato in sede di Consiglio atlantico dal Ministro degli esteri francese, Bidault.

Dal testo delle due lettere emergono anche chiaramente i collegamenti sia di Paix et Liberté che di Pace e Libertà con ambienti istituzionali dei due paesi e con le strutture della Nato.

E’ da rilevare che, secondo una relazione dell’Ufficio Affari riservati del Ministero dell’interno, nel gennaio 1956 si svolse a Milano un congresso internazionale dei Comitati “Paix et liberté” al quale presero parte rappresentanti di Italia, Francia, Belgio, Svizzera, Olanda, Germania.

Si legge inoltre nella relazione:

I rappresentanti di altri comitati, non potuti intervenire, hanno fatto

pervenire messaggi di solidarietà e di augurio[48].

A quella data, dunque, appare costituita una rete internazionale vasta e articolata.

Nella relazione si afferma tra l’altro:

I congressisti, pur tenendo conto delle particolari modalità di azione dipendenti dalla situazione politica dei vari paesi, hanno convenuto che, in vista dei continui progressi del bolscevismo in tutto il mondo, e poiché il comunismo rappresenta un grave pericolo per le istituzioni fondamentali degli Stati democratici, occorre promuovere un anticomunismo di Stato[49].

Emerge quindi chiaramente nel complesso delle richiamate emergenze documentali una evidente “tensione” fra due opposte esigenze: l’una tendente ad istituzionalizzare l’attività di propaganda anticomunista, l’altra tendente invece a tener celato il legame, indubbiamente sussistente tra gli organismi di natura privata impegnata in tale attività di propaganda e gli apparati istituzionali dei rispettivi governi.

Ciò in disparte, va peraltro segnalato che sussistono indicazioni documentali idonee a fondare l’ipotesi, tuttavia non pienamente verificabile, che l’attività di tali organismi privati sia andata anche al di là dell’attività di propaganda conoscibile e conosciuta.

Nella citata lettera di Sogno all’onorevole Moro vi è infatti un passaggio che appare assai significativo

Nel luglio del 1953, per iniziativa della Presidenza del Consiglio (governo Scelba) mi veniva nuovamente proposto un incarico di carattere eccezionale e riservato (organizzazione della difesa psicologica delle istituzioni democratiche) in ripresa di una operazione avviata nel 1948 per iniziativa del ministro Sforza nel quadro dell’attività svolta in base al piano Marshall. Accettai tale incarico (…) l’azione volta per il tramite del comitato da me organizzato ebbe tre fasi principali: in un primo periodo (fino all’ottobre 1954) essa si concretò nella realizzazione del progetto che gli onorevoli De Gasperi e Pella avevano ripetutamente sostenuto in Consiglio atlantico e consistente nel contrapporre l’azione degli organi promotori e coordinatori della propaganda occidentale alla costante iniziativa sovietica nel campo della informazione. Nel secondo periodo (ottobre 1954 – giugno 195) il Comitato assolse funzioni specifiche nel quadro dei provvedimenti adottati dal governo Scelba per la difesa delle istituzioni, assumendo compiti di punta che non potevano essere affidati ad organi governativi. Nel terzo periodo (dopo il giugno 1955) il Comitato ridusse progressivamente l’azione esterna per concentrarsi su compiti di carattere riservato sempre nel campo della difesa psicologica. Durante questo servizio prestato alle dirette dipendenze della Presidenza del Consiglio ed in collaborazione con i Ministeri dell’interno e della difesa, rimasi nei ruoli del Ministero esteri (…)[50].

E’ da rilevare che nel corso dell’interrogatorio del gen. Allavena dinanzi alla Commissione d’inchiesta Lombardi (sulle deviazioni del SIFAR ed il piano Solo. Ndr) egli afferma che l’istituzione, al Servizio, di una rubrica “E” (estremisti), avvenuta nel 1953

derivava dalla circostanza che si era costituito presso il Ministero dell’interno un Comitato anticomunista[51].

L’affermazione di Allavena sembra offrire una conferma delle parole di Sogno.

L’attività di Pace e Libertà può inserirsi in questo contesto ma non certo esaurire le iniziative di questo Comitato. Sogno, peraltro, nella lettera a Moro, opera una precisa periodizzazione, mostrando che il suo incarico assume, nel volgere degli anni, un carattere sempre più riservato.

Una conferma di tale affermazione potrebbe rilevarsi nella

relazione sull’attività svolta dal Comitato Nazionale ‘Pace e Libertà’ dal 1º gennaio al 31 dicembre 1956

redatta, presumibilmente, dalla Direzione del Movimento e contenuta tra gli atti del fascicolo esistente alla Divisione Affari riservati del Ministero dell’interno:

Agli inizi del 1956 gli sviluppi internazionali e nazionali della politica della coesistenza e della distensione consigliavano una parziale rinunzia alla propaganda di tipo diretto e aggressivo e rendevano necessaria una più o meno rigorosa mimetizzazione dell’azione anticomunista. In conformità a tale esigenza, il Comitato Difesa Nazionale sottrasse una parte considerevole dei mezzi disponibili al Comitato Nazionale ‘Pace e Libertà’ per destinarli ad altri organismi[52].

E’ ipotizzabile, dunque, l’esistenza di altre strutture non note a questa Commissione. Contatti con i servizi di sicurezza della Nato non adombrati in una relazione contenuta nel fascicolo dedicato a Pace e Libertà presso la Divisione Affari riservati del Ministero dell’interno[53].

In un altro appunto, sempre nel predetto fascicolo, c’è la conferma del rapporto tra Sogno e Pièche:

Dal dottor Sogno stesso si è appreso che il generale di Corpo d’Armata Giuseppe Pièche fa parte attiva della sua organizzazione. E’ da ritenere, quindi, che tale alta personalità possa agire con funzioni di guida e di controllo[54].

Nel più volte citato fascicolo della Divisione Affari riservati del Ministero dell’interno vi è infine una relazione anonima, che l’Ufficio invia in copia al Capo della polizia, di una non precisata “fonte fiduciaria militante nel PSI“, nella quale si afferma:

approfittando del soggiorno a Milano ho ritenuto opportuno, prendere contatti concreti e conclusivi con il dottor Sogno Edgardo (…) già addetto al Defence College della Nato (…). L’opera di propaganda e di forza del Movimento ‘Pace e Libertà’ esorbita dalle limitazioni osservate da analoghe organizzazioni (…) ponendosi su un piano di lotta aperta ed a oltranza, con organizzazione paramilitare. (…) Il ‘centro sicurezza’ raccoglie gruppi di ex partigiani autonomi, nonché di giovani volontari di ‘Pace e Libertà’, organicamente costituiti in reparti da impiegarsi in azione controrivoluzionaria, qualora il potere dovesse passare in mano alle sinistre, anche se ciò dovesse malauguratamente, avvenire attraverso consultazioni elettorali. (…) L’accesso ai locali è inibito a chicchessia. Essendo accompagnato dal Sogno, ho potuto personalmente rendermi conto della elevata efficienza della organizzazione. Presso la Direzione ho preso visione di (…) carteggio riservato. Da esso si è rilevato:a) che il Sogno ha preso diretto contatto, recentemente, con il Presidente del Consiglio, onorevole Scelba. Dell’esito di tale contatto egli ha trasmesso una succinta, ma delicata, relazione alle autorità dalle quali dipende (non esattamente definite)b) che il Sogno opera con la piena autorizzazione del Ministero degli esteri italiano dal quale direttamente dipende (…)c) che la organizzazione ‘Pace e Libertà’ è validamente sostenuta da potenti erogazioni finanziarie provenienti da gruppi industriali del Nordd) che il Sogno gode di un certo appoggio di elementi dell’Ambasciata americana (segreteria Signora Luce) (…)[55].

Il dato più rilevante di questa informativa riguarda certamente l’affermata esistenza di reparti da impiegarsi in non meglio specificate “azioni contro rivoluzionarie” qualora il potere fosse passato alle sinistre, anche in seguito a libere consultazioni elettorali.

Dal complesso di informazioni a disposizione di questa Commissione appare evidente il carattere di “Pace e Libertà” come organizzazione con doppio livello di attività, una palese e legale, l’altra occulta e illegale.

Questo doppio livello si appalesa anche nella forma societaria, privata nella forma e ufficiale nella sostanza.

Resta oscuro il senso delle affermazioni contenute nella lettera di Sogno a Moro, nella quale egli accenna ad una attività più riservata che egli stesso avrebbe svolto – non è chiaro se all’interno di Pace e Libertà o a prescindere da essa – dopo il giugno 1955.

Di rilevante interesse sono anche gli accenni fatti da Sogno alla “difesa civile“, che – come già accennato nelle pagine precedenti – lascia intuire la possibile esistenza di una

struttura segreta di intervento anticomunista fin dal dopoguerra in seno al Ministero dell’interno, probabilmente nell’ambito della

direzione generale dei Servizi antincendi.

Prime conclusioni

Nell’iniziare a delineare, con riferimento al dopoguerra, il contesto in cui, un quarto di secolo più tardi, conflagreranno le fiammate del terrorismo e dello stragismo, appare più possibile alla Commissione trarre, sulla base di quanto si è esposto, alcune preliminari conclusioni.

– E’ certo che nell’immediato dopoguerra furono costituite strutture paramilitari segrete operative soprattutto nella parte Nord orientale del paese.

– E’ certo che a tali organizzazioni furono assegnati compiti non solo difensivi, ma anche informativi e di controinsorgenza.

– E’ certo che nel medesimo arco temporale sorsero nel paese organizzazioni di natura privata in funzione anticomunista.

– E’ probabile che il sorgere di tali organizzazioni sia stato favorito anche con aiuti finanziari da parte degli Stati Uniti.

– E’ altamente probabile che all’interno dell’organizzazione del Ministero dell’interno siano state costituite strutture che, al di là di compiti istituzionali apparentemente loro affidati, perseguissero analoghe finalità.

– E’ probabile un accentuato parallelismo operativo tra le anzidette strutture pubbliche e private.

– E’ indubbio che tali certezze e tali elevate probabilità obbedissero ad un unico, quanto inequivoco, disegno strategico.

– Con la ovvia conseguenza della intrinseca debolezza di un quadro democratico, che mentre apparentemente andava consolidandosi, continuava a posare su fragili basi perché a livello occulto costantemente posto in discussione, si dà apparire sostanzialmente a rischio di tenuta.


[1] Direttiva del National Security Council 1/2, 10 febbraio 1948. Foreign Relations, 1948 volume III, pag. 769.

[2] Direttiva del National Security Council 1/3, 8 marzo 1948. Foreign Relations, 1948 volume III, pag. 775.

[3] Ibidem, pagg. 775-776.

[4] Ibidem, pag. 779.

[5] Ibidem.

[6] Direttiva del National Security Council 67/3, 5 gennaio 1951, Foreign Relations, 1951, volume IV, pag. 544.

[7] Ibidem, pag. 545.

[8] Direttiva del National Security Council n. 5411/2, 15 aprile 1954, Foreign Relations, 1952-54, volume VI, pag. 1678.

[9] Direttiva del National Security Council n. 6014, 16 agosto 1960, pag. 5.

[10] Documento del National Security Council n. 10/2, 18 giugno 1948, pagg. 2-3. A Report to the National Security Council by the Executive Secretary of the Office of Special Projects.

[11] Direttiva del N.S.C. n. 5412 del 15 marzo 1954.

[12] William Colby – La mia vita nella Cia, – Milano, Mursia, 1981, pag. 82.

[13] Con tale quadro politico deve ritenersi sostanzialmente coerente la permanenza all’interno del sistema amministrativo statale – e in particolare degli apparati di sicurezza – anche in posizione di elevata responsabilità, di personale formatosi nel periodo fascista. In particolare nei ranghi della Polizia e nei ruoli del Ministero dell’interno furono accolti o riaccolti ex appartenenti alle forze della R.S.I. ed anche membri della Milizia, prima epurati e poi immediatamente riabilitati.

[14] Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri Reali. Lettera del Comandante generale dell’Arma al Presidente del Consiglio, a vari Ministri e ai vertici militari del 28 aprile 1946.

[15] Rapporto del questore di Udine al capo della Polizia, Luigi Ferrari, del 19 agosto 1946, archivio di Stato di Udine, B.55, F.191; in: AA.VV. – Nazionalismo e Neofascismo nella lotta politica al confine orientale – Istituto regionale del Movimento di Liberazione, Trieste, pag. 524.

[16] La Formazione partigiana “Osoppo-Friuli” aveva partecipato alla lotta di Liberazione nella zona del Friuli-Venezia Giulia, raggiungendo una consistenza di 8.700 uomini. Il 24 giugno 1945, conclusasi la lotta di liberazione, tutte le formazioni partigiane operanti in Friuli furono smobilitate.

[17] V Comando militare territoriale, Ufficio Monografie, col. Luigi Olivieri, relazione riguardante la “Organizzazione O”, pag. 5.

[18] Ibidem.

[19] Ibidem.

[20] Ibidem, pag. 6.

[21] Ibidem.

[22] Ibidem, pag. 7.

[23] Ibidem, pag. 9.

[24] Ibidem.

[25] V Comando militare territoriale, Ufficio Monografie, colonnello Luigi Olivieri, promemoria di servizio per il maggiore Carlo Vendramini del 14.12.1954.

[26] Stato di servizio militare, peraltro dattiloscritto e in carta non intestata, del col. Luigi Oliveri.

[27] V Comando militare territoriale, Ufficio Monografie, rel. cit. pag. 15.

[28] V Comando militare territoriale, Ufficio Monografie, rel. cit. pag. 32.

[29] V Comando militare territoriale, Ufficio Monografie, col. Luigi Oliveri, promemoria di servizio per il magg. Carlo Vendramini del 14.12.1954, pag. 4.

[30] Appunto n.H/57/0 del 26 marzo 1958, poi divenuto allegato 2 dell’appunto Sid/05/3204 del 6 marzo 1972.

[31] Ibidem.

[32] Departement of State, incoming telegram secret N.MAR.608, 10 febbraio 1949, doc. 865.105/2-1049. Pubblicato integralmente in: Faenza-Fini, Il Malaffare – Milano, Mondadori, 1978 pagg. 319-320, sulla base di un’anticipazione apparsa su Stampa Sera il 1° settembre 1975..

[33] Il riferimento è a Giuseppe Pièche, figura indubbiamente complessa: proviene dal SIM il servizio segreto militare del periodo fascista dove, dal 1932 al 1936 è capo della sezione (III) controspionaggio. Successivamente prende parte alla guerra di Spagna con l’incarico di dirigente il servizio di istituto affidata all’Arma dei carabinieri; poi svolge vari delicati incarichi su

ordine personale di Mussolini e dal luglio 1942 al luglio 1943 coordina e dirige le azioni di polizia in Balcania. In sede saggistica è stato attribuito a Pièche anche il ruolo di organizzatore della polizia politica di Ante Pavelic (il leader dei sanguinari Ustascia croati. NdR) durante la guerra. Dopo il 25 luglio regge brevemente la prefettura di Foggia, successivamente viene nominato Comandante generale dell’Arma dei carabinieri e poi, per incarico degli alleati, prefetto reggente della provincia di Ancona. Mentre ricopre tale incarico l’Alto Commissariato delle sanzioni contro il fascismo decide di deferirlo alla Commissione di epurazione, che dichiarò non esservi luogo al provvedimento solo perché il Pièche fu medio tempore collocato nella riserva. Ai sensi dell’articolo 2 del Decreto legislativo luogotenenziale 11 ottobre 1944, 257, le persone nella sua posizione non potevano “in nessun caso essere assunti o riassunti in servizio alle dipendenze di amministrazioni dello Stato o di enti pubblici o di enti comunque controllati o sovvenzionati dallo Stato”.

[34] “Replica di Scelba a Stampa Sera“, in: Il Popolo del 2 dicembre 1975. Ciononostante, nel febbraio 1948 il Consiglio dei Ministri deliberava di nominare il generale Pièche prefetto di seconda classe a decorrere dal 1° marzo successivo, collocandolo a disposizione del Ministero con le funzioni di Ispettore generale. In realtà, successivamente, Pièche fu nominato Direttore generale dei Servizi antincendio ma non sono molto chiare le funzioni realmente svolte dal prefetto dopo la sua nomina, anche se in un rapporto segreto della Cia datato 5 luglio 1963, poi pubblicato in un settimanale, si legge: “Quando Scelba fu al governo come ministro dell’interno concepì l’idea di mettere insieme una serie di fascicoli su personalità di primo piano nei campi politico, sindacale, degli affari e intellettuale. Il prefetto Pièche, che aveva importanti funzioni ufficiali nella

polizia segreta e nei servizi di sicurezza, fu incaricato della cosa”.

[35] Antonio Gambino – Storia del dopoguerra, dalla liberazione al potere DC -Bari, Laterza 1955-1988, pag. 516 (edizione 1988).

[36] Camera dei deputati, disegno di legge n. 1593.

[37] Camera dei deputati, seduta pomeridiana di martedì 8 maggio 1951.

[38] Marcella e Maurizio Ferrara – Cronaca di vita italiana 1944-1958 – Roma, Editori Riuniti, 1960, pag. 304.

[39] “1) Sorvegliare nelle fabbriche e negli uffici ogni nucleo promotore della disobbedienza, che è un larvato sabotaggio, degli attentati alla libertà di associazione e di lavoro, delle minacce contro l’efficienza e la produttività delle imprese. 2) Opporsi all’attuazione dei temi politici di disobbedienza civile sia aperta sia mascherata dai fini sindacali. 3) Scoprire e sventare tentativi di creare organizzazioni clandestine, abbiano o no carattere militare. 4) Sorvegliare e segnalare tutte le fonti di finanziamento dell’avversario e prendere misure adeguate in merito. 5) Prevenire e concorrere a reprimere i rilievi e le segnalazioni clandestine di centri nevralgici della nazione, sia civili che militari. 6) Concorrere con le forze dell’ordine alla scoperta di nascondigli di armi e munizioni, a svelare le fonti, i metodi e i mezzi sovversivi di rifornimento e di ogni altra attività connessa. 7) Opporsi all’avvelenamento sistematico delle coscienze e impedire che i più deboli soggiacciano alla propaganda avversaria, specialmente se accompagnata da forme di coercizione. 8) Ostacolare la scalata comunista ai posti e alle posizioni di comando e di responsabilità, da dove al momento propizio essi possono trasformarsi in altrettanti Pontecorvo. (…)”, c.f.r. Marcella e Maurizio Ferrara, cit. pag. 306-307.

[40] Camera dei deputati. Seduta pomeridiana di venerdì 18 maggio 1951, intervento onorevole Pietro Amendola.

[41] Atto Camera dei deputati n. 2636-A, II legislatura.

[42] Lettera di Edgardo Sogno al ministro degli esteri Aldo Moro del 12 agosto 1969. Archivio storico Camera dei deputati.

[43] Ministero dell’interno. Divisione Affari riservati, fascicolo “Pace e Libertà”. Comitato centrale Milano. Sottofascicolo 1.

[44] Lettera di Edgardo Sogno al ministro degli esteri Carlo Sforza del 22 ottobre 1949. Archivio storico Camera dei deputati.

[45] Ministero degli affari esteri. Direzione generale degli Affari politici. Appunto dell’11.12.1953. Archivio storico Ministero affari esteri. Fondo “cassaforte”, busta n. 8.

[46] Lettera del Segretario Generale del Ministero degli affari esteri del 10 dicembre 1953 al ministro dell’interno onorevole Fanfani. Ministero dell’interno, Divisione Affari riservati, fascicolo “Pace e Libertà”, cit.

[47] Lettera del ministro degli affari esteri Pella al ministro dell’interno Fanfani. La lettera è senza data: il protocollo è 224-4193 del 18.2.54.

[48] Ministero dell’interno, Direzione generale della Pubblica Sicurezza, Divisione Affari riservati, relazione al Gabinetto del Ministro del 23 gennaio 1956. In: Ministero dell’interno, Divisione AA.RR, fasc. cit.

[49] Ministero dell’interno, Direzione generale della Pubblica Sicurezza, Divisione Affari riservati, relazione 23 gennaio 1956,cit.

[50] Lettera di Edgardo Sogno al ministro degli esteri Aldo Moro del 12 agosto 1969. Archivio storico Camera dei deputati.

[51] Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo, cit. doc. XXIII, n. 25, vol. V, pagg. 192-193. Interrogatorio del 20 marzo 1968.

[52] Relazione citata, in: Ministero dell’interno, Direzione generale della Pubblica Sicurezza. Divisione Affari riservati, sottofascicolo n. 1.

[53] “Movimento Pace e Libertà” documento anonimo del 20 settembre 1954, in: Ministero dell’interno, Divisione AA.RR, fasc. cit.

[54] “Aggiornamento notizie sull’organizzazione Sogno: “Pace e Libertà”. Doc. datato 12 maggio 54 in: Ministero dell’interno, Divisione AA.RR. fasc. cit.

[55] Organizzazione politica anticomunista “Pace e Libertà”, relazione anonima del 16 aprile 1954, in: Ministero dell’interno. Divisione AA.RR, fasc. cit.


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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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2 risposte a Stragi: il contesto storico-politico di Gladio

  1. Luciano Corrado ha detto:

    C’è una ragione per cui non c’è alcun cenno a quanto scrive Paolo Emilio Taviani a proposito di Sogno nel libro Politica a memoria d’uomo (2002 ed. Il Mulino)?
    C’è una ragione per cui non si fa alcun cenno agli attentati (14) di Savona (1974-1975), alla presenza accertata del “latitante” Sogno, anche in ristorante a Varazze, con gli allora figli del presidente del Tribunale e del procuratore capo della Repubblica di Savona, come emerge in modo inoppugnabile?
    E’ solo una curiosità nell’ambito di una ricerca personale sulle “bombe” anonime di Savona. Grazie

    • casarrubea ha detto:

      Caro lettore,
      ci occupiamo semplicemente di riceche d’archivio e, naturalmente, trattiamo (e cerchiamo di fare venire alla luce) ciò che è nelle carte che riusciamo a tirare fuori.
      Ci perdoni i nostri limiti. Non siamo lo Stato onnipotente, ma dei semplici volontari squattrinati.

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