“Cosa Nostra” e la “Santissima trinità”

strage di Capaci (1992)

strage di Capaci (1992)

Ricordo il 1992. Uno spartiacque, dopo circa un quindicennio lastricato di sangue. Il battesimo di fuoco aveva preso le mosse dall’assassinio di Peppino Impastato (1978). Erano stati poi autorevoli rappresentanti del mondo politico, della magistratura e delle forze dell’ordine a cadere sul fronte di una lotta impari. Nel mezzo c’erano stati il ruolo dei pentiti, il lavoro di Giovanni Falcone e del pool antimafia, il maxiprocesso a “Cosa Nostra”. C’era stata anche un’accresciuta consapevolezza sociale, un’onda lunga di coscienza politica che doveva portare, sul finire del ’93, alla rinascita democratica di molte amministrazioni locali. Forse si superò la soglia consentita da certi poteri e tutto progressivamente fu ricondotto ai limiti di partenza, come se una ragione superiore avesse voluto azzerare la situazione.

Qualcuno sbagliò i conti ed ebbe effetti indesiderati: un’accresciuta reazione sociale, un’accentuazione dell’azione di contrasto da parte dello Stato, l’affermarsi di un nuovo clima politico e civile inimmaginabili prima.

A Palermo, l’antimafia fu più un effetto della situazione generale che il risultato di un processo di crescita dovuto all’associazionismo del momento. Questo era stato sempre diviso, oltre che da programmi e progetti, da nomi, persone e ‘facciate’ col loro seguito di relazioni amicali e gruppali. Fatto, questo, caratteristico e spiegabile, vista la persistenza di una certa antimafia da bottega. A favore di tale frammentarietà giocavano peculiarità intellettualie presunzioni dogmatiche e interpretative, per lo più non inclusive e tendenti alla marginalizzazione.

Fino a quel momento l’ossatura principale del fronte (se così possiamo definirlo considerata l’assenza di uno schieramento unitario in campo)era stata costituita da un lato dall’azione instancabile dei magistrati, dall’altro dal lavoro silenzioso e capillare delle scuole che nelle diverse province della regione, avevano sviluppato un’azione concentrica sui temi della legalità e dei nuovi diritti di cittadinanza. Talvolta sbagliando, amplificando vicende e biografie, raccontando semplicemente cronache e storie di padrini o di martiri, talaltra entrando nel vivo del processo formativo, individuando situazioni di rischio concreto nei modelli sottesi alla stessa azione educativa. Si era avuta quindi un’azione consapevole e istituzionalizzata, la prima nella storia della Sicilia, dopo l’assassinio di Cesare Terranova (1979) e di Pier Santi Mattarella (gennaio 1980). L’aveva reso possibile la prima legge antimafia varata dall’assemblea regionale con i frutti che essa doveva dare negli anni successivi. Non solo sotto il profilo di una migliore conoscenza dei fatti criminali, ma anche sotto l’aspetto psicologico e sociale, oltre che culturale ed antropologico. Approcci, questi ultimi, che certamente interessavano il mondo delle scienze dell’educazione, ma che lo trovavano, da questo punto di vista, distratto, lontano, come lontana era stata la scuola dal mondo reale delle storie dei singoli, a partire dagli alunni. Poi tutto aveva cominciato a prendere una piega diversa, come se improvvisamente, la ragione fosse uscita da un suo inspiegabile torpore atavico.

Giovanni Falcone

Giovanni Falcone

Ricordo la primavera-estate del ‘92 e l’angoscia da cui fui preso quando mi arrivò la notizia delle stragi. Si brindò nelle carceri, e si notò che in certi ambienti c’era stata un’effervescenza di compiacimento. Ma si trattava di atteggiamenti isolati, distanti dagli umori della società viva. Il clima reale era cambiato e si poteva toccare con mano il divario profondo tra l’antimafia diffusa nella coscienza dei siciliani e la mafia ridotta alle estreme conseguenze di un’entità marginale e virulenta, eversiva e settaria, pericolosissima per il suo potenziale, anche tecnologico, di morte. Era un potenziale inedito e antico nello stesso tempo. Perché fare saltare una vettura in corsa su una strada di grande traffico, come era successo nell’attentato al giudice Carlo Palermo, era come sparare nel mucchio, ricorrendo una certa probabilità di mancare il bersaglio. Giocarono a favore dei criminali da un lato la precisione, dall’altro la fatalità. Perché solo casualmente nessun’altra vettura si venne a trovare sullo stesso cratere di fuoco che inghiottì la macchina di Falcone, della sua compagna Francesca Morvillo e degli uomini della scorta.

Dopo Falcone fu il turno di Borsellino, come prima ancora era stato il turno di Gaetano Costa e  di Rocco Chinnici. E l’elenco potrebbe continuare a lungo. Perchè colpire i livelli istituzionali che compivano il loro dovere? La risposta è semplice: perchè si comportavano in modo difforme da come avevano agito all’epoca in cui erano stati organici al sistema di “Cosa Nostra” facendo il loro dovere. “Siamo una cosa sola – aveva gridato Gaspare Pisciotta ai giudici di Viterbo che lo avevano condannato all’ergastolo- . Come il padre, il figlio e lo spirito santo”. All’epoca del procuratore della Repubblica Emanuele Pili che andava a caccia nella tenuta dei Greco di Ciaculli, possedendone persino le chiavi, il padre era lo Stato con i suoi rappresentanti fisici presenti in carne e ossa sul territorio delle mafie; il figlio era ciò che promanava da questa entità lontana e vicina al contempo, e cioè il mondo istituzionale; lo spirito santo era la filigrana che univa tutti in un comune disegno antidemocratico. Nell’Italia del dopo banditismo era avvenuto però un processo di aggiornamento del modello. Per cui i banditi erano diventati inservibili ed erano stati sostituiti dai criminali organizzati e ubbidienti alle gerarchie mafiose. Queste ultime erano state legittimate dentro le istituzioni fino ad averne un controllo quasi completo. E lo Stato aveva saldato il circuito di quel suo essere fatto unitario e organico alle mafie suggellando le proprie alleanze attraverso il sistema delle clientele.  Negli anni Settanta e Ottanta si consolida dunque il modello di “Cosa Nostra” col completo superamento della fase primordiale del ventennio precedente.

Avevo incontrato Paolo Borsellino ad un dibattito organizzato intorno al ‘90 da Teresa Vivona della Fidapa di Alcamo. Dovevo relazionare su un libro pubblicato dal comune amico Vito Mercadante. Avevo avuto modo di apprezzare la ponderatezza del magistrato. Parlava con calma e disinvoltura dei suoi anni  giovanili e del fatto che, come tutti i siciliani, era stato costretto a conoscere da sempre mafia e mafiosi. Era preoccupato soprattutto dei grandi affari che essi sapevano realizzare con certi enti locali, della  loro capacità di  penetrazione all’interno dei Comuni. Fumava una sigaretta dopo l’altra, segno evidente di alcune sue ansie interiori che tuttavia non lasciava trasparire se non attraverso una sorta di soprappensiero da cui sembrava preso prima e durante l’incontro. A un dibattito in un istituto tecnico avevo incontrato qualche tempo  prima Falcone. Non avrei mai immaginato che entrambi sarebbero morti  come due soldati senza capi gerarchici, tranne la loro coscienza e professionalità, per difendere uno Stato che non aveva saputo difenderli, e forse neanche capirli. Erano due siciliani autentici, orgogliosi di esserlo, con la loro carica di energia positiva, di ottimismo. Non credo che ci sarebbe stata la primavera siciliana senza la loro azione. Furono come un lungo respiro, una ventata d’aria nuova che sembrò dare speranza e vigore alle attese secolari della gente o, come siamo abituati a dire, del popolo.

Rocco Chinnici

Rocco Chinnici

E poi? Poi è seguito un decennio che ha condotto il nostro Paese alla realtà che abbiamo sotto gli occhi. Una specie di capovolgimento paradossale delle spinte in avanti registrate fino a quel momento, con Bernardo Provenzano uccel di bosco, il suo primato di latitanza, lo Stato quasi bloccato. Si chiudeva inoltre l’epoca del pentitismo e subentrava una sorta di clima ovattato e nebbioso di silenzio, anticipato dalle stragi di Firenze e Milano del ’93. Nascevano nuovi partiti e movimenti e anche l’autonomia siciliana tanto millantata, cominciava a ripercorrere la sua vicenda tradizionale, dopo la parentesi del governo Capodicasa. Era la normalizzazione. La Sicilia anticipava l’Italia e apparivano sempre più evidenti gli anelli deboli del sistema di democrazia.

Le elezioni politiche del ’94 ne segnarono l’esordio, il punto enigmatico, di ‘precipitazione’.

Venivano progressivamente sfumandosi i valori di riferimento. I Ds, ad esempio, subivano dal 1996 in poi quattro passaggi: l’Ulivo, col ruolo centrale di Romano Prodi, i due governi D’Alema rappresentati dall’avversario come una sorta di colpo di mano, il governo Amato che appariva ai più come la restaurazione del vecchio centro-sinistra, il nuovo Ulivo di Rutelli. La progressione non è indifferente perché segna una ricerca, un logoramento interno fino alle elezioni politiche del 13 maggio 2001, quando, per mantenere il fronte anche la testa di quel partito è stata costretta a scendere in campo, con un leader ulivista che è apparso solo una copia del movimento che allora si riuscì a costruire sull’asse Prodi-Veltroni. Un clichè riprodotto meccanicamente dall’anima ulivista del ‘95-’96. Questi dati se sono incidenti sulla frammentazione politica e sociale possono essere tenuti in considerazione per le ricadute che hanno provocato. In Sicilia, ad esempio, gli effetti della situazione politica generale hanno giocato in parallelo con una gestione personalistica ed elettoralistica anche da parte del centro-sinistra spingendo verso situazioni plebiscitarie e indebolendo il sistema democratico. Quest’ultima eventualità era stata una preoccupazione costante di Falcone, a prescindere dalle sue appartenenze ideologiche. Pertanto sarebbe erroneo ignorarla, anche per le situazioni diffuse di trasformismo.

Gaetano Costa

Gaetano Costa

In Sicilia, dopo il 13 maggio, avveniva da un lato lo svuotamento di fatto dell’area moderata di centro facente capo all’Udeur, e dall’altro il consolidamento dei democratici cristiani unitari di Buttiglione. Un partito, il Cdu, che si incuneava nel centrodestra con caratteri che costituivano a mio giudizio il maggior elemento di novità e di pericolosità per la politica in Sicilia negli anni successivi. Perché qui la sfida è stata sempre tutta interna al potere e si è giocata, allora, come ora, tra conservazione sicilianistica e modernizzazione indotta.

Il calcolo oculato della scelta di Cuffaro a ‘governatore’ della Sicilia nasceva come punto di equilibrio tra le ragioni della superiorità politica forzista e il ruolo nuovo assegnato non certo da Berlusconi ai veterodemocristiani di Buttiglione, formalmente gratificati, ma in realtà investiti dalla natura stessa del rischio: la vulnerabilità del ‘sottosistema Sicilia’. E qui occorre richiamare un pensiero sciasciano:

“Alla base di tutto c’è, ovviamente, il fatto geografico: la Sicilia è un’isola al centro del Mediterraneo; ma alla sua importanza in un sistema, per così dire, strategico, cioè come chiave di volta che ha assicurato potenza e dominio ai popoli conquistatori, paradossalmente ha corrisposto una vulnerabilità di difesa, una insicurezza che, accompagnandosi alla tendenza a separarsi dal sistema di potenza cui è stata di volta in volta conquistata, l’ha resa aperta e disponibile ad ogni azione militare e politica”.

Condizione tutt’altro che compatibile con l’autonomismo siciliano “inteso e maneggiato come un privilegio, una franchigia che lo Stato italiano […] concedeva alla classe borghese-mafiosa”. Tale incompatibilità accentuava, ma non rivelava all’esterno, l’intrinseco antagonismo tra le diverse anime che compongono il nuovo blocco sociale, di cui le posizioni neoliberiste e imprenditoriali di alcuni esponenti politici appaiono in gran parte velleitarie, anche se decisamente sostenute e diffuse a livello massmediale. Nel ritorno ciclico sembrava ricomporsi la filosofia resa esplicita nel discorso di don Fabrizio al piemontese Chevalley nel famoso romanzo di Tomasi di Lampedusa:

“Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra”.

Appellarsi agli atavici diritti negati della Sicilia depredata da sempre, fa parte di un vecchio gioco delle classi dominanti. E’ segno di vittimismo, di sicilianismo post-unitario abusato. L’atteggiamento canonico è questo: – ‘noi siamo determinanti per il governo nazionale, seguiamo i venti, già dal loro primo insorgere, siamo ultrasensibili alle previsioni del tempo, non vogliamo disturbare il grande manovratore. Poniamo una sola condizione: essere riconosciuti nei privilegi previsti dallo Statuto. Dateci le risorse. Le classi dirigenti siciliane hanno avuto modo così di rafforzare il loro potere di clientela e di sudditanze, e non hanno mai prodotto sviluppo. La prospettiva è stata precisa, come a suo tempo dichiarato dal procuratore della Repubblica Piero Grasso. “Il futuro della mafia – ha detto – è legato ai 50 miliardi di euro destinati dalla Comunità europea al Mezzogiorno”.

C’è poi un limite nell’azione politica democratica e in quella più particolare del centrosinistra. E’ lo schematismo, l’insistenza sull’alternatività dell’uno rispetto all’altro, come se lo scontro in atto non avesse una sua ragione che sfugge alle logiche correnti di una visione totalizzante della politica. In realtà assistiamo a uno scontro tra i bisogni anche non manifesti di legalità e di sviluppo delle imprese e dell’attività produttiva e la restituzione ai ‘poteri forti’: finanziari e illegali legati a “Cosa Nostra”. Centrodestra e centrosinistra sono state due categorie astratte di definizione della realtà politica. Il 24 giugno 2001 in Sicilia non vinceva Berlusconi, ma Cuffaro, i veterodemocristiani. Può sembrare un paradosso, ma è un dato che nel passaggio dalla consegna dell’isola a Berlusconi (13 maggio) alla vittoria di Cuffaro si è disvelato il riequilibrio dei rapporti tra forzisti e Cdu a vantaggio di questi ultimi con la connessa promozione del coordinatore di FI a incarichi di partito superiori, fuori dall’isola. Il fatto fu sintomatico. La filosofia sottile del promoveatur ut admoveatur pare abbia sancito la seconda e sbrigativa fase del ripristino egemonico delle vecchie forze che nell’isola hanno sempre dominato, da posti di manovra più o meno occulti, per il ripristino dell’ancien regime, con la celata valutazione inespressa per qualcuno circa il suo essere di troppo. Se in questo senso poteva cogliersi il conseguente effetto della promozione di Miccichè dalla vittoria di Cuffaro ci sarebbe da ritenere che in Sicilia a qualcuno la modernizzazione non piace e che gli sforzi prodotti hanno avuto altri scopi, altre ambizioni: perpetuare l’ideologia del parassitismo, la cultura della mediazione, il gioco delle sudditanze. Tale pericolo si è incontrato in modo preoccupante con la caduta di senso della legalità sul piano nazionale. Non è azzardata pertanto l’ipotesi che al ‘sottosistema Sicilia’ la natura e la consistenza di certi partiti sia servita come elemento di facciata e di garanzia.

Bernardo Provenzano

Bernardo Provenzano

In questo quadro andrebbero spiegati gli apparenti successi ottenuti dalle forze dell’ordine negli ultimi anni in merito alla lotta contro la mafia: dalla cattura di Salvatore Genovese, capo della famiglia di San Giuseppe Jato, a quella di Nino Giuffrè, capofamiglia di Caccamo; da quella di Benedetto Spera all’altra di Giuseppe Balsano. Padrini tutti che possono ricondursi alla stessa onda d’urto che portò all’arresto di Totò Riina. Un dato di fatto rimaneva tuttavia: l’irreperibilità e l’imprendibilità di Bernardo Provenzano, l’altra anima dell’establishment politico-mafioso del dopo Riina. Libero di muoversi per oltre quarant’anni e di andare dove più gli aggradava Binnu Provenzano è finalmente beccato in una casa rustica di campagna, come un eremita alle prese con i riti della sua ascesi mistica. Tra cicorie, caciotte e ‘pizzini’. La sua principale dedizione è per i media la lettura della Bibbia. A guardarlo ha un’aria da monaco laico, sofferente per le afflizioni corporali necessarie alla purificazione della sua anima. Se ne coglie la personalità penitente. Ma anche con questa rappresentazione artificiosamente costruita si capisce che è stato “deposto”.Ma da chi? E per quale motivo? Interrogativi non retorici perché le ragioni di tale“decapitazione” sono nell’intreccio dei livelli istituzionali e meno istituzionali, che ne hanno fatto per mezzo secolo un uomo chiave di un sistema di potere, quello, appunto, di “Cosa nostra”. Dentro ci sono i responsabili delle indagini mancate, irappresentanti del mondo politico che ne sono stati beneficiari, il mondo affaristico e criminale. Tutti quelli, insomma, ai quali è stato assicurato un vantaggiodalla organicità del sistema clientelare-mafioso. Perché non c’è dubbio alcuno che non esiste mafia senza il mondo delle clientele politiche che la sorregge. E viceversa questo mondo non può prescindere dalla mafia.

Ora la disgrazia occorsa al deposto Provenzano segna un avvio nuovo. E’ il discrimine di un’organizazione che si adegua, dopo una lunga fase gangsteristica e tutto sommato primitiva. Anche da un punto di vista politico sono mutati gli interlocutori e le compatibilità culturali che rendevano  il sistema aderentealla cultura sociale. Anche alcune prerogative di tipo tradizionale della mafia non reggono più rispetto ai bisogni della società contemporanea e al quadro politico-geografico del mondo di oggi. Che cosa sono i Lo Piccolo se non un residuo, purtroppo ancora devastante ma superato, del vecchio dominio territoriale inventato da don Vito Cascio Ferro? L’invenzione da parte di questo patriarca del sistema delle “imposte” mafiose necessarie ai “bilanci” delle famiglie locali, ha ormai oltre cento anni di vita. Non è da escludere perciò che ben altre forme di controllo territoriale e di autofinanziamento  (oltre a quelli derivanti dai traffici di droga) possano essere nel frattempo intervenute per garantire l’espansione e il consolidamento della mafia su scala planetaria. Perciò non può essere consentito a nessuno di abbassare la guardia.

A questo proposito non va trascurata un’ultima considerazione. Le commemorazioni non bastano, anzi, quando diventano rituali, cicliche, isolate nell’anno o negli anni, non accompagnate da una quotidiana azione volta a dare senso e valore alla memoria, si trasformano in mera rievocazione. Diventano un modo buono per mettersi la coscienza a posto. Così i decennali, i ventennali, i centenari rischiano di essere un modo conveniente e sbrigativo per ricordare, a distanza di tempo più o meno lungo, quello che la coscienza ci dovrebbe suggerire di fare perché il semplice ricordo non diventi un alibi. (g.c.)

L’utilizzazione di qualsiasi parte del presente blog è consentita a soli fini non commerciali, citando la fonte e l’autore, inserendo un link cliccabile ben visibile ed inviando una mail di notifica.

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
Questa voce è stata pubblicata in Società e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a “Cosa Nostra” e la “Santissima trinità”

  1. riccardo uccheddu ha detto:

    Salve, Giuseppe.
    Considero il tuo post (scusa se osa darti del “tu”) pressochè perfetto dal punto di vista della documentazione, della concatenazione dei fatti, delle argomentazioni e dello stesso stile letterario. Conta anche quello. E molto.
    Non saprei quindi che cosa aggiungere.
    Eppure, mi ha colpito una dichiarazione (che pure avevo già trovato in un libro su Giuliano) da te citata: “Siamo una cosa sola – aveva gridato Gaspare Pisciotta ai giudici di Viterbo che lo avevano condannato all’ergastolo- . Come il padre, il figlio e lo spirito santo”.
    La dichiarazione in questione mi ha colpito per 2 motivi: il 1°, forse banale, è questo… da qualche giorno vado ripetendomi questa frase, che vorrei inserire in un mio romanzo.
    Vorrei riferirla oltre che alla mafia, anche ai legami tra servizi segreti “deviati”, cascami neofascisti e criminalità organizzata.
    Il romanzo è ancora in gestazione, ma mi ha colpito questa sorta di… telepatia!
    Il 2° motivo è ben più serio: penso infatti che non si rifletta abbastanza sulla complessità del fenomeno mafioso e sulle sue numerose, profonde ed oscure stratificazioni.
    Il tutto, intendo questo autentico monstrum che è allo stesso tempo criminoso, legale (per le protezioni di cui gode), economico, mediatico, finanziario ecc. vien spesso ridotto alla macchietta del mafioso con coppola e lupara.
    Non da molto, in tv ho visto il giovane regista Amenta quasi ridicolizzato da chi “spiegava” a lui ed ai tespettatori che la mafia con le sue alte protezioni/infiltrazioni è, in fondo, un’invenzione romanzesca. O di giornalisti avidi di vendere qualche copia in più dei loro giornali.
    Chiedo scusa se posso aver ripetuto cose che ti avevo scritto in una mail di qualche tempo fa, o comunque per aver detto cose che tu sai benissimo.
    Ma come dire?, repetita iuvant. Ciò vale più che per noi, per i giovani che possono leggerci.
    Buona giornata.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...