Da criminale a ispettore ps

Da criminale di guerra a ispettore generale di pubblica sicurezza in Sicilia

ecco il battesimo della prima Repubblica

Nel gruppo di fuoco che spara a Portella della Ginestra il 1° maggio 1947 c'è Fra' Diavolo, confidente di Messana

Nel gruppo di fuoco che spara a Portella della Ginestra il 1° maggio 1947 c'é Fra' Diavolo, confidente numero uno dell'ispettore Ps Messana

Devi prendere il taxi, se ci vai in aereo, perché la distanza di Ljubljana dal suo aeroporto è di parecchi chilometri. In compenso ne trai qualche vantaggio che, se non ti sei distratto, il volo potrebbe averti anticipato attraverso l’oblò.

Da Roma all’Adriatico vedi scorrere sotto di te la penisola e in mezz’ora rivedi di nuovo il mare e poi le isole della Dalmazia. A quel punto devi già essertene reso conto. Quando l’aereo si abbassa immergendosi nelle nebbie alte sopra i boschi, prima di atterrare, già senti di penetrare in un mondo nuovo. Lo avverti dalla freschezza del paesaggio, dall’assenza di inquinamento, dalle case frammentate nelle campagne, dalla scarsa densità demografica. La Slovenia conta un paio di milioni di abitanti; è meno grande della Sicilia e la sua capitale è una città di neanche trecentomila anime, con una storia piuttosto recente rispetto a quella che hanno molti comuni italiani che affondano talvolta le loro radici in memorie millenarie. Apprezzi subito la dimensione umana degli aggregati urbani, dei villaggi di campagna, delle case sparute che vivono di bosco e di legna. Misuri il vantaggio della vivibilità anche quando eviti l’inerzia dell’attesa davanti alla fermata di un bus che parte ogni due ore.

Il taxista ti conduce all’albergo e, se questo non ti piace o non ha posti, ti accompagna da un’altra parte, lasciandoti poi capire che non ha un gran da fare con i turisti che scarseggiano, anche se la stagione è, come si dice, alta.

All’hotel Pri Mraku, tre stelle, ma pulito e con qualche pretesa di antica tradizione nel settore, l’addetto alla reception è disposto a trattare sul costo della camera. Una disponibilità ragionevole che apprezzi soprattutto se a Lubiana ci vai non da turista ma per sapere qualcosa degli italiani, anche se adesso qui, quasi nessuno parla l’italiano e molti negozi fanno persino difficoltà a ricevere euro piuttosto che “tolariev”. Non essendo, dunque, un vacanziere, ma un segugio sulla pista di qualcosa che sembrava essersi definitivamente smarrita una sessantina d’anni fa, avrei preferito la pensione Emonec, a quattro passi dall’Archivio Nazionale della Repubblica slovena, che a Lubiana è ubicato a piazza dei Congressi. Un Archivio dove non si conoscono, come in Italia, le chiusure estive, e dove puoi restare dalle otto del mattino alle quattordici. Il personale è gentile. Vi lavora uno staff di donne all’altezza del compito: amano il loro mestiere, sono motivate, e si avverte l’attaccamento che hanno alla loro storia, la spinta civile e culturale che le induce a non volere smarrire le atroci sofferenze che gli Sloveni, come i fiumani, i croati, i serbi e altre minoranze etniche e linguistiche, furono costrette a subire, al tempo dell’occupazione fascista o tedesca del loro Paese, e, in particolare, tra il 1941 e il 1943. Vi lavorò, fino ad alcuni anni fa, Tone Ferenc, al quale si deve una sistematica e accurata raccolta di documenti intitolata La legge inflessibile di Roma. Se lo ricordano bene le sue colleghe: la storica Nevenka Troha, la signora Gombac e un’altra, addetta alla sala di lettura, il cui padre tra il ’39 e il ’43, prestò servizio militare in Sicilia. Ma qui hanno fatto le loro ricerche sui crimini del fascismo Alessandra Kersevan e Claudia Cernigoi, nell’incuria più assoluta dell’intellighentia e del mondo accademico italiano.

Anche l’hotel Pri Mraku è in una posizione, per me, favorevole. Girato l’angolo sono in via Vegova. La percorro a piedi in pochi minuti, superato il Petit Café di piazza della Rivoluzione francese, sempre pieno di giovani. Così sono subito al Park Zvezda, a piazza dei Congressi dove, oltre all’Archivio, si affacciano i bellissimi edifici dell’Università (1902) e dell’ Academia Philharmonicorum (1701) nonchè vari palazzi ottocenteschi. Il rispetto per la città lo noti dall’assenza di cemento nel centro storico. Nessun edificio ne è deturpato e avverti subito la vivibilità della città: nelle piste ciclabili, nei numerosi giovani che vi fanno ricorso, nell’uso che diversi ragazzi e ragazze fanno di pattini a rotelle, nella cura del verde, ecc. Questo contatto immediato con le strade, le mura, i giardini e le piazze è il regno della resistenza di una città non ancora del tutto contaminata dal modello occidentale dello sviluppo distorto, sempre più in agguato. Lo noti dalla presenza delle macchine, dei supermercati, delle boutique di moda, dall’eccessiva pubblicità televisiva, dall’invasione di prodotti ormai globalizzati, dalle fungaie dei grandi alberghi costruiti negli ultimi quindici anni nelle vicinanze del polmone verde di Lubiana che è il Parco Tivoli. Ma per me Lubiana non è oggetto di interesse sotto questo profilo, ma perché è una tappa obbligata delle mie peregrinazioni nella storia oscura delle stragi e dei fatti che hanno caratterizzato gli ultimi sessant’anni della nostra Repubblica democratica. Convinto come sono sempre stato che non puoi conoscere il presente e chi sei se non conosci il passato e quelli che ti hanno preceduto e che magari attraversarono un tempo, la tua stessa strada o quella dei tuoi antenati, ostruendone talvolta il cammino. Perciò mi sento in questa bella città una sorta di Marlowe sulle tracce di persone, di nomi, di facce concrete, oltre che di fatti realmente accaduti.

A Lubiana operò, infatti, tra l’aprile del 1941 e il 15 maggio 1942, come questore, Ettore Messana, uno dei più pericolosi persecutori di “comunisti” e di sloveni, che la storia d’Italia abbia mai conosciuto. Non li considerava esseri umani, con una famiglia, un ideale, una cultura, una lingua, ma animali che potevano essere trattati nelle maniere più brutali e sbrigative, ad esempio deportandoli nei numerosi campi di concentramento che Mussolini aveva fatto costruire in molti comuni d’Italia, oltre che in Slovenia e di cui poco o nulla si sa fino ad oggi. Era questa, forse, una via breve per baipassare i tribunali ordinari o di guerra, e rientrare nelle meno dipendenti regole di alcuni grandi gerarchi del regime. Perciò penso che rispetto a quello che hanno patito, gli Sloveni siano un popolo paziente e tollerante, se hanno sopportato che per decenni il nazionalismo italiano e il fascismo imponessero la legge dello sterminio e del terrore, la teoria della snazionalizzazione dei popoli sottomessi, quale fu, ad esempio, la folle impresa fiumana di D’Annunzio.

A tracciare un profilo del Messana è la Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra, su indicazione del governo jugoslavo, già nel 1945, quando questo signore sul quale pendevano gravi atti di accusa, minuziosamente documentati, anziché essere incarcerato dal secondo governo di Ivanoe Bonomi (che aveva Alcide De Gasperi agli Esteri e lo stesso presidente del Consiglio agli Interni) fu promosso ispettore generale di pubblica sicurezza in Sicilia, per diventare il referente principale della banda Giuliano e di Salvatore Ferreri, inteso Fra’ Diavolo. Entrambi, questi ultimi, esecutori materiali della strage di Portella della Ginestra e degli assalti contro le sedi della Sinistra nella provincia di Palermo. Era il 1947, l’anno che chiudeva la carriera di questo oscuro poliziotto, che l’aveva cominciata durante il biennio rosso, con la strage di Riesi, nel 1919. Si era fatto le ossa attraversando poi tutta la vicenda del ventennio fascista, e specializzandosi bene alla fine in persecuzione di Sloveni, e poi come questore a Trieste (1942-1943). E’ in quest’ultima città che operò la banda Collotti, una sorta di squadrone della morte che aveva come scopo ben delineato quello di eliminare, tanto per cambiare, i “comunisti”. E forse a questa banda pensava il capomafia di Monreale don Calcedonio Miceli, quando a Viterbo, interpellato dal presidente del tribunale che voleva sapere quale fosse l’opinione di questa autorevole personalità, sulla banda Giuliano, ebbe a rispondergli che era esattamente un “plotone di polizia”.

Una figura da incubo, insomma, quella di Messana. E non so se abbia una qualche connessione con questa il sogno che ebbi a fare la prima notte del mio arrivo all’hotel Pri Mraku. Sognai un mio conoscente che aveva una casa in costruzione e me la faceva visitare. L’edificio sembrava un vecchio rustico con una cucina a legna di quelle che usano i pastori nelle loro abitazioni di fortuna, durante la transumanza; vecchie pentole di rame dove non so cosa si stesse cuocendo. A parte, in un angolo della spelonca, sostava un’altra grossa pentola di rame. L’uomo rimuoveva con le mani gli strati superiori della materia di cui era riempita, che sembrava terra, e, come a volermi fare un dono o una piacevole, per lui, sorpresa, cercava più in profondità qualcosa che avrebbe voluto farmi assaggiare. Aveva già rimosso uno strato gelatinoso che un vecchio che gli stava accanto tentava di maneggiare per farne non so bene quale uso, quando, agganciata da un mestolo, saltava fuori una mano. Come nello splendido, grottesco angelo sterminatore di Bunuel. Ero sconvolto e mi ero messo a fuggire inseguito dal vecchio che, bontà sua, voleva farmi quel prezioso omaggio a tutti i costi. Mi svegliai di soprassalto con la sensazione che in quel posto dove mi trovavo fosse stato ucciso qualcuno, anche se nulla ancora sapevo, attraverso i documenti che solo dall’indomani avrei cominciato a leggere, che molti partigiani comunisti sloveni, perdurante l’attività di questore del Messana, erano stati uccisi in modo atroce, dopo essere stati arrestati, perseguitati, torturati. Per questo sento questa città a me vicina. Mi assomiglia nella storia personale, ma non rappresenta questo passato come io non voglio rappresentare le tragedie della mia infanzia. Ma Lubiana ed io abbiamo in comune questo personaggio oscuro, a capo delle forze dell’ordine prima in una città da lui saccheggiata col silenzio dei benpensanti del regime, e dopo in una terra, la Sicilia, che da allora doveva intraprendere un lungo cammino di sangue.

Lubiana è una città martire, come la Sicilia, Piana degli Albanesi e San Giuseppe Jato, Partinico e tutti gli altri comuni dove la virulenza del fascismo che non voleva morire, fece stragi dei lavoratori in festa. E come questi paesi molto lontani dalla Slovenia, anche Lubiana è oggi una cittadella piena di vita, con una grande capacità di sorridere e di accogliere. Molti sono i palazzi barocchi o liberty che si possono vedere attraversando il vecchio nucleo della città. Passando per Wolfova ulica si può vedere la statua dell’amore non corrisposto del poeta France Preseren, Julia Primic, scolpita da Tone Demsar, e quindi vagare per negozi, piazze e mercati, pizzerie, trattorie e pub (gostilna) che riempiono le due sponde del fiume Ljubljanica, Hrbarjevo Nabrezje e Cankarjevo Nabrezje, ai piedi dell’imponente e sovrastante castello.

E’ una città molto antica. Le sue prime tracce risalgono ai Romani e al Medioevo, ma tutte le sue bellezze sanno di nuovo e di storia attuale: il parco Tivoli, la Galleria Nazionale, prima eretta come Casa del Popolo (1896), il Teatro Nazionale, il recente Cankariev dom, centro della cultura e della vita congressuale della città, i palazzi di Miklosiceva cesta, la via intitolata al linguista sloveno Fran Miklosic. Così, passeggiando per Lubiana e vedendone le strade, la gente e i palazzi, ascoltando il suono della lingua dei suoi abitanti, mi rendo conto di quanto sia stata assurda la pretesa degli uomini del fascismo di togliere il diritto di esistere e persino di usare la propria lingua, i propri nomi a individui e popoli che avevano avuto una storia secolare e di come l’anima nera che lo distinse abbia cercato di fermare la stessa ragione e il corso inesorabile della storia.

Inesorabile perché anche i morti possono tornare a vivere e con loro i fatti che furono all’origine di tante tragedie. Lubiana ha un Archivio Nazionale specializzato nella storia degli anni a cavallo della seconda guerra mondiale. Contiene una sezione speciale costituita dai fondi Kraljeva Kuestura Ljubljana, Carabinieri Reali, Alto Commissariato. I Carabinieri furono un’organizzazione militare e politico-spionistica al servizio del regime, specialmente negli anni della Resistenza jugoslava che più da vicino ci interessano (1941-1943). Così sappiamo di numerosi attentati contro la Milizia confinaria, alla quale erano state assegnate le “camicie nere d’assalto”, e i militari italiani che procedevano a sistematici rastrellamenti di villaggi e popolazioni slave; di attentati a linee e stazioni ferroviarie, come le linee Lubiana-Postumia, sul ponte del Lubljanika (settembre-dicembre 1941), la linea ferroviaria Skoblica-Smaric (28 luglio 1941), nonché della fitta rete di propaganda antifascista e degli arresti conseguenti (28 dicembre 1941). Per l’aggressione al ponte sul fiume Lubljanika furono consegnati al Tribunale militare di guerra della Seconda Armata, 48 detenuti, tra i quali Francesco Krasovec, Marian ed Herbert Lichtenberg, Antonio Giuseppe Kovacic. Degli arrestati 28 furono condannati a morte, tra i quali Antonio e Giuseppe Troha; 12 furono condannati all’ergastolo; 4 a trent’anni; 6 ebbero pene fino a dieci anni e 19 furono assolti. Per tale esemplare azione Mussolini propose che Messana, il questore di Lubiana, e Raffaele Lombardi, maggiore dei CC.RR., avessero conferita la Commenda dell’ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro e il cavalierato dello stesso Ordine.

Con la destinazione di Messana a capo della questura di Lubiana, l’attenzione verso i cospiratori antifascisti si fece sistematica e minuziosa. Furono seguiti scrupolosamente gli ex arruolati nelle milizie rosse spagnole, i comunisti precedentemente schedati che si trovavano a fare i militari presso i vari battaglioni di stanza in Slovenia, i confinati politici, e quanti, come Mary Baltic, svolgevano attività in favore degli Sloveni già colpiti da provvedimenti delle autorità di occupazione. Informazioni su contatti con elementi serbi e “sovversivi sbandati” nella zona di Verconico si registrarono alla fine di agosto ’41. Qui erano presenti ufficiali dell’esercito jugoslavo soliti riunirsi presso una trattoria del Duomo, in via Gradisca. Nonostante il frenetico controllo poliziesco la notte del 14 luglio ’41 ottanta “comunisti” prigionieri a Kerestine, pochi chilometri a est di Samobor, evasero e, dopo essersi impossessati di armi e munizioni, si diressero verso Zumberck-Planina.

L’accanimento del regime contro gli sloveni, identificati tout court con i “comunisti”, è dimostrato dalla presenza di veri e propri squadroni della morte che avevano il compito, al di fuori delle vie ordinarie imposte dallo stato di occupazione militare, di eliminare in modo brutale i capi o gli elementi ritenuti pericolosi del fronte di Resistenza. Così alle ore 14,30 del 4 dicembre 1941, in via Vodnikova Lubiana, lo studente ventitreenne di Kranj, Francesco Emmar, residente in via Gledaliska 12, fu ucciso con due colpi di pistola alla testa sparatigli da uno sconosciuto in bicicletta. I casi sono innumerevoli ed è proprio difficile che si trattasse di una intensificazione dei fenomeni di criminalità comune nel periodo della gestione del Messana e dell’Alto Commissario Emilio Grazioli. Lo dimostrano parecchi episodi di persone uccise per strada, come, ad esempio, l’operaio comunista di Novo Mesto, Giuseppe Kocevar, 21 anni, colpito da quattro colpi di moschetto a Grosupllje, perché non si sarebbe fermato all’intimazione dell’alt della guardia di Finanza, Lino Spadaro. Sbrigativi appaiono anche i soldati del primo battaglione Gaf che perlustrano l’abitato di Hrastje (Lubiana). Il militare Giovanni Bresciani, non tollerando che uno sconosciuto gridasse: “Viva la Russia”, gli sparò uccidendolo, senza tanti problemi. Poteva, al contrario, capitare che un sottufficiale della Regia marina, come Francesco Sossi di 28 anni, perdesse la testa per la slovena Maria Pirkovic di Velike Lasce (Lubiana), benestante, ma “di idee comuniste e avverse all’Italia”, e che, pertanto, i suoi superiori fossero messi di fronte alla necessità di “prendere opportuni provvedimenti”. Tom Joze, calzolaio di 30 anni, fu ucciso con due colpi di pistola nella frazione di Tancagora di Lubiana da uno sconosciuto. Sul cadavere l’assassino lasciò un cartello eloquente; “Morte alle spie, al fascismo, libertà al popolo”. Qualcuno sospettò che quella spiegazione servisse, invece, a nascondere che si era eliminato un partigiano e per giunta lo si era voluto fare passare per spia. Non era la prima né l’ultima volta che si ammazzasse qualcuno per due volte. Antonio Melec, 21 anni di Pograje (Venezia Giulia) fu ucciso a Lubiana il 28 dicembre 1941; il suo cadavere fu trovato nei pressi del cimitero di Grovlje. Presentava cinque colpi di arma da fuoco: quattro alla schiena e una alla nuca. Il numero rilevante delle persone uccise perché ufficialmente in fuga o perché non si sarebbero fermate all’intimazione dell’alt, nasconde, in realtà un piano diabolico che costituì l’espediente di cui si servirono i fascisti italiani nella ex Jugoslavia invasa, per giustificare l’eliminazione di ogni focolaio di resistenza. Ebbe a occuparsene la Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra, che deferì Messana, il commissario di Ps. N. Pellegrino e il dott. Macis al tribunale per i crimini compiuti da loro durante l’occupazione italiana della Slovenia. A denunciarli fu per primo il Comitato centrale del Partito comunista sloveno con un proprio appello ciclostilato, datato 28 aprile 1941. Si esecravano il crollo della Slovenia sotto il dominio dell’imperialismo italiano e tedesco, gli arbitrari arresti in massa dei civili, le torture e i licenziamenti dai posti di lavoro. Si chiamavano, quindi, i partiti e gli Sloveni all’unità nazionale e alla lotta comune di liberazione, l’Osvobodilna Fronta (OF), il peggiore incubo del Messana.

Questi delitti, come quelli compiuti dal regime fascista in Libia, Etiopia, Albania, Croazia, Grecia, Dalmazia, sono stati fino ad oggi poco indagati se non addirittura rimossi dalla memoria collettiva degli italiani. Pesano sulla nostra coscienza, come una delle pagine più tristi e vergognose della storia del Novecento. Ma tanto – si sa – ci si adagia sul falso mito degli “Italiani brava gente”, col cuore in mano, tra canti, spaghetti e mandolini. Come in un brutto documentario in bianco e nero degli anni Trenta.(Gc)

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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5 risposte a Da criminale a ispettore ps

  1. Pingback: Foto: Crimini italiani in Slovenia (1941-1943) « Blog di Giuseppe Casarrubea

  2. cernigoidiot ha detto:

    I crimini italiani in Slovenia? Ah ah ah presumo gli storici slavi si basino ancora sulla propaganda titina farcita di falsità per giustificare i crimini loro ormai condannati da mezzo mondo… :-))))
    Il comunismo è morto e pure quel criminale di Tito, fatevene una ragione…

    PS – Soprattutto pagate il debito che avete con l’Italia o veniamo a riprenderci le terre.

    • casarrubea ha detto:

      Caro lettore, se lei avesse la bontà di recarsi all’Archivio nazionale sloveno di Lubiana e di studiare attentamente le carte del fondo RR.CC e Alto Commissariato relative al periodo 1941-1943, si renderebbe conto che non è corretto attaccare le persone che lavorano seriamente nel campo della ricerca, sulla base dei propri pregiudizi. Purtroppo in Italia, lo vediamo tutti i giorni, non c’è argomento che venga trattato che non induca a continue contrapposizioni, giochi di cortile e urla assordanti. Come se gli italiani fossero stati presi senza rendersene conto da un attacco di isteria cronica divenuta adesso parossistica e da TSO.
      Lei inoltre accusa la Slovenia di essere comunista e filotitina, ma non sa che lì la destra è sostanzialmente maggioritaria. Sarà una destra più intelligente e civile di quella italiana. Tanti auguri. Giuseppe Casarrubea

      • Antonio ha detto:

        Non Le rispondo in sloveno, ma in romagnolo: “Mo và là!”
        Tenga presente anche la protezione accordata dai militari italiani agli ebrei durante l’occupazione, nonché il contesto generale dello stato di guerra in Europa. Una forza di occupazione deve putroppo tutelarsi contro atti di guerra compiuti ai suoi danni, e stupirsi della repressione italiana é ingenuo. Oppure ci stupiamo di tutto: nazisti cattivi, sovietici, repressioni di Paveliç, comuniste, francesi in Algeria e Incodina, Vietnm. Insomma, c’è mai stato un occupante “buono”?

      • casarrubea ha detto:

        Ma sparare alla schiena ai civili inermi, colpevoli solo di essere sloveni, o distruggere con incendi e borbardamenti i villaggi appartenuti da secoli alle genti del luogo, oppure imporre alle popolazioni invase la lingua italiana, impedendo loro di essere libere, oppure costruire campi di sterminio in Italia per eliminare i partigiani sloveni o croati, questo no; è intollerabile.

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