Giuliano e l’altra faccia di Montelepre

Nel febbraio 1964, un coraggioso editore palermitano  pubblica un libro inusuale. Ha come tema centrale  Montelepre. Da qualche anno è uscito il” Salvatore Giuliano” di Francesco Rosi e forse l’autore é stato affascinato dalle scene del film e dall’estetica del racconto. Vi si parla di banditi e del profumo della zagara,  di mascalzoni e della bellezza dei fiori, dell’amore per la natura e per gli esseri umani. Nessuno sfondo politico, come nel grande affresco neorealista della fiction cinematografica. Le descrizioni sono  primitive e rappresentano un mondo ancestrale, agricolo e pastorale. La Sicilia di sempre. Come se il tempo non fosse mai mutato e al carattere selvaggio del latifondo facesse da contrappasso la gentilezza dell’animo. Mafiosi e banditi con le loro parentele ed eredità, vivi e vegeti tra la gente onesta,  sono la parte selvaggia e irrazionale delle scene e il protagonista, un autore poco più che ventenne, l’anima consapevole di quella terra, di quella gente. C’é, ad aggravare il quadro, la possibilità di trovarseli  davanti, girato l’angolo della strada. Quindi se il coraggio dell’editore sta nel fatto che appronta dei capitali per la stampa di un’opera tutto sommato lontana dalla sensibilità comune, quello dell’autore é più encomiabile per l’evidente ragione che rischia di persona. Quel giovane si chiama Stefano Mannino ed é il sindaco di Montelepre tra il ’45 e il ’50.  Lo nomina nel 1945 il Comitato di Liberazione nazionale. Il Cln, rappresenta l’Italia antifascista di quel tempo. E’ costituito dalle forze più sane che hanno fatto la Resistenza contro i fascisti e contro i nazisti e che in Sicilia cominciano proprio allora ad essere presenti grazie alle prime voci autorevoli della nostra Repubblica: don Luigi Sturzo che parla dal suo esilio di Jacksonville, Girolamo Li Causi giunto in Sicilia per dare un migliore futuro ai contadini, e molti altri. Di contro vi sono gli approfittatori e gli opportunisti di sempre, separatisti e fascisti, qualunquisti e falsi liberali. Quelli che vogliono mettere ordine soffiando sul disordine e sull’intrallazzo e non per ultimi quelli che fanno il doppio e triplo gioco, per intascare denaro e fare carriere.

referendum del 2 giugno 1946

La prima pagina del 'Corriere della Sera' con l'annuncio della nascita della Repubblica

Ma quando nel 1964 esce in forma ridotta, per ragioni di economia editoriale, il libro di Mannino, é passato un quindicennio dalla definitiva sconfitta del banditismo. Dopo tanti anni finalmente si sente una voce critica, si avvia una riflessione collettiva. Da dove cominciare? L’autore parte da lontano, dalle due facce che si era data Montelepre negli anni del secondo dopoguerra. Quella ufficiale di chi fingeva di combattere contro la prepotenza di sempre e quella più immediata di chi stava realizzando una sua battaglia contro un gruppo di delinquenti, un’Italia che si stava impiantando in un modo sbagliato.  Con la legittimazione dei mafiosi, la corruttela di certi politici. Quelli di sempre. Prezzolati e sostenuti da oscuri personaggi.

Quando questo giovane accetta di fare il sindaco, compie una scelta coraggiosa. Sa che da quel momento due modelli si confronteranno: quello del bandito Giuliano che purtroppo farà carriera e clamore, e quello silenzioso ma operativo di una persona pulita che cerca di fare il bene del suo paese in un momento tra i più difficili della storia d’Italia. Difficilissimo anche per Montelepre perchè qui il banditismo spadroneggia  e lo Stato è lontano e complice. Lo seppero bene gli innumerevoli  carabinieri uccisi, e i tanti civili, come i coniugi Frisella e tutti quegli onesti cittadini che solo per avere lasciato trasparire una parola di condanna del bandito o per averlo combattuto apertamente furono condannati dalla sua follia criminale alla pena capitale. Non furono pochi i monteleprini assassinati da questo falso eroe popolare costruito a tavolino da interessati ambienti americani e italiani. Il primo a scoprirlo, dopo il capomafia Vito Genovese, fu l’agente americano del controspionaggio Vincent Scamporino che riferì a Washington della presenza in quel paese di un “picciotto dritto e ‘very strong’ che non si faceva posare la mosca sul naso. Montarono il burattino e questi fu lieto di recitare la sua parte. E’ scandaloso che per tutte le vittime fatte da Giuliano nel suo paese, non ci sia ancora oggi una sola lapide, un solo indizio , una via che ne ricordi il sacrificio.

Quel ruolo accettato con responsabilità non fu dunque un’impresa facile. Erano gli anni in cui  mentre i bassi ranghi dei carabinieri e della Ps venivano mandati al macello, gli alti vertici dell’Arma e della Ps facevano finta di dare la caccia al bandito. Libero di muoversi, superprotetto. E qui si può capire meglio il ruolo di Stefano Mannino, sindaco e giovane alle prime armi. Sapeva di essere solo con uno Stato assente o complice, senza mezzi , senza nessuno. Compito difficile quello che rivestiva. A distanza di tempo, si fa fatica a capire la difficoltà, unita a un forte senso di responsabilità, che dovette travagliare questo amministratore rimasto sconosciuto, dai modi garbati e innamorato della sua gente. Aveva deciso di rappresentare l’altra faccia del suo paese. Perché questa non fosse quella che l’opinione pubblica doveva essere indotta a percepire: un paese di banditi.

Almeno da un punto di vista psicologico e personale Stefano Mannino non poteva non essere stato messo alla prova. La scelta dovette rappresentare per lui una specie di scommessa, l’obbligo di testimoniare che non esistevano solo i gruppi criminali. Molti suoi compaesani facevano la vita da signori. Come Pisciotta e lo stesso Giuliano. Magari nel loro paese facevano i pezzenti, ma quando sparivano, si potevano incontrare a Roma. Ben vestiti e con i capelli “impomatati”, o negli appartamenti di certi nobili  incipriati e profumati. Killer a pagamento. A Roma, ci dicono le carte, s’incontravano al bar del ‘Traforo’ con la crema dei neofascisti filomonarchici  o a piazza San Silvestro, al bar dell’angolo di via della Mercede frequentato dal capitano dell’Office of Strategic Services , Mike Stern, per prendere ordini e parlare d’armi. C’erano poi i ragazzi per bene che pensavano veramente a una Italia diversa in cui contava soltanto l’onestà e il lavoro e non le sudditanze mafiose o politiche. Erano studenti universitari, amanti della lettura, dello studio e della Sicilia più autentica.

Il libro uscì con l’introduzione di uno storico che ebbi come professore di storia moderna e contemporanea all’Università di Palermo: il professore Virgilio Titone. Un’istituzione già dal dopoguerra. E come le istituzioni anche lui aveva i suoi difetti e le sue virtù. Delle sue lezioni che ascoltavo spesso con piacere, per la sua arguzia e “concettosità”, ne ricordo alcune sulla Rivoluzione francese, e parecchie altre su mafia e costume. Non entro nel merito di tali ricordi. Qui voglio dire soltanto che non condividevo molte delle letture di questo strano personaggio che parlava sempre dalla cattedra come avesse la scienza  infusa. Caratteristica che detesto, specie nei professori. Un vizietto comune a molti accademici. Forse Mannino conosceva Titone; forse tra di loro c’era una relazione di stima. Qui voglio semplicemente dire qualcosa che si lega al suo “Mitra e poltrone” senza entrare nel merito. Perchè è lo stile del libro che mi interessa in quanto riflesso di memorie rielaborate dall’esperienza e dal tempo. Il volume è autobiografico. Al centro c’è l’autore e il suo stato d’animo, la sua sensibilità. C’è la forza di saper sperimentare sulla propria pelle, che non cerca carriere con le armi in pugno. E’ un’altra cosa. Non un libro qualunque, come a una prima lettura potrebbe apparire, ma una sorta di diario che con pazienza certosina,  l’autore aveva compilato, nero su bianco, quando nel paese del “re di Montelepre” non passava giorno che non ci fosse un morto. Ammazzato, naturalmente. Per lo più la vittima era tra i carabinieri e il mandante e l’esecutore dalla parte opposta: il bandito Salvatore Giuliano. Per quanto si trattasse di un carnefice che si era messo in testa di fare saltare caserme e luoghi dello Stato, il bandito s’era fatta una fama di Robin Hood, tenendo a battesimo il suo lungo curriculum, sparando contro un bersaglio facile: Antonio Mancino, una povera guardia mandata lì, nella zona del ‘Quarto mulino’, tra San Giuseppe Jato e Partinico, col compito di fare rispettare la legge, di proibire che il contrabbando del grano (e di altri generi mai descritti dagli atti ufficiali) continuasse ad essere, come era stato nei secoli passati, la via più facile all’arricchimento di feudatari e baroni, proprietari di estese aree di latifondo. Questi proprietari costituivano l’aristocrazia monarchica e fascista, da cui dipendeva Giuliano, la faccia opposta a quella che invece, per conto delle forze della Resistenza era rappresentata, dal giovane Stefano Mannino.

Nella nuova edizione che adesso viene presentata  del vecchio “Mitra e poltrone” a cura di Iole Mannino, la sorella di Stefano, che con tenacia e forza ha voluto dare alle stampe  il testo integrale  del manoscritto del fratello, non notiamo più l’introduzione di Titone. Leggiamo, al contrario, una recensione di Alfonso Madeo pubblicata per il ‘Corriere della Sera’ nel ’64, cioè in coincidenza della prima edizione del libro. Un’edizione, questa, molto contenuta nelle analisi e valutazioni, come era giusto che l’autore facesse, e che risultava soprattutto una visione romantica e di sogno di quegli anni che erano invece anni di violenza e di mistero. Ma forse qui stava la delicatezza sottilissima dell’operazione di Stefano Mannino: nell’avere lasciato ai posteri le valutazioni storiche e delle ragioni sociali di un periodo troppo presente alla sua memoria personale per essere trattato con la dovuta freddezza dell’analisi, e nell’averci dato un affresco arcadico e da egloga di come egli, giovane sentimentale ed innamorato, vedeva il suo paese martoriato, i suoi amori e il suo futuro.

Coetaneo di Giuliano (entrambi erano nati nel 1922), i due si trovarono, quindi, su fronti opposti. A 23 anni il bandito è già un latitante, Mannino un sindaco rispettato. Lo sarà per una mera coincidenza fino alla morte di Giuliano, come se il destino avesse voluto segnare due facce opposte di una stessa medaglia: Montelepre. Per quanto riguarda gli aspetti positivi il lettore li potrà cogliere nello stile narrativo ulteriormente confermato da questa edizione. Una sorta di illustrazione da cartolina per turisti di Montelepre, ma senza l’elemento nefasto che ha deturpato questo paese. Per quanto riguarda gli aspetti negativi, accennati nel libro, essi si legano tutti alla vicenda storica degli anni del dopoguerra.

La madre di Gaspare Pisciotta dopo l'uccisione del figlio (1954)

La madre di Gaspare Pisciotta dopo l

Oggi aprono nuove prospettive di discussione e di analisi che già il libro riproposto da Iole Mannino consente di ipotizzare. Il resto è marginale e non vale la pena di soffermarcisi. Una su tutte: l’uccisione di Gaspare Pisciotta che già per lo stesso Stefano Mannino presentava punti deboli che scagionavano “Gasparino” dalle responsabilità di avere ucciso il suo capo. A “Turiddu” infatti  “Gasparino” era legatissimo da affetto più che fraterno, fino a condividere la stessa stanza il giorno in cui  Giuliano fu ammazzato. Dissero allora gli stessi carabinieri, o lo fecero capire: nel sonno. Nel sonno e non nel cortile di Gregorio De Maria, aggiungiamo noi. Il capitano Antonio Perenze, che la sapeva più lunga del diavolo, fece il resto. E come sempre qualcuno pagò il conto per tutti.

(Giuseppe Casarrubea)

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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Una risposta a Giuliano e l’altra faccia di Montelepre

  1. Maurizio ha detto:

    complimenti per tutto, mi ricordo quando ero ragazzo mio padre mi raccontava che Salvatore Giuliano venne veramente ucciso a Monreale, fu poi trasportato dentro una grande cesta a Castelvetrano su una MotoGuzzi a tre ruote, come pure mi raccontava che Giuliano aveva a disposizione una Alfa Romeo 1900 mentre invece la Polizia aveva la camionetta come facevano ad inseguirlo?

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