“Fratelli” d’Italia

“Fratelli” d’Italia

Sant'Anna di Stazzema

Sant’Anna di Stazzema

Siamo nel pieno dell’attività dei bulldozer. Il cantiere è in fermento e si sta già male per il rumore assordante delle pale “movimento terra”. Tutto il gran da farsi si chiama ‘rimozione’. Non c’è più bisogno di affastellare arredi fastidiosi o libri che vanno bruciati o ingiuriati perchè dannosi. Non servono più né sante inquisizioni, né roghi, né “Indici” di libri proibiti. La rimozione è come un fiume in piena. Silente e pauroso a guardarsi. Si porta dietro tutto. Se ne sente il fervore minaccioso, l’incresparsi nella corsa.

Chi segue la corrente trova più facile dimenticare. Chi tenta una difficile risalita, forse per rendere meno faticoso lo sforzo, propaganda conciliazioni, legittima gli sconfitti dalla storia. Così hanno potuto dirci che i fascisti nostrani sono stati più buoni dei nazisti. Tale bontà è servita per discriminare i peggiori dai migliori. Operazione necessaria alla nuova destra, ma anche a un’area moderata aspirante sempre a nuove alleanze.

Ma è proprio vero che i fascisti furono sconfitti? I più dicono che sono acqua passata. Resta il fatto che stiamo precipitando nella notte in cui tutte le vacche sono nere. Si cominciò – vi ricordate? – con i “ragazzi di Salò” e con le “battaglie” per i loro ideali, e si è finiti con la loro legittimazione da parte di voci autorevoli, come quella di esponenti di certa sinistra e poi di fonti pubblicistiche come quella di Paolo Pansa. Tutti interessati più al “sangue dei vinti” che a quello dei vincitori. E se fosse finita lì saremmo a posto e potremmo spiegare il capovolgimento della storia ritenendo che ognuno è libero di dire quello che vuole. Ma non è così, perché la storia non si può rovesciarla, svuotarla come un calzino. Si è scoperto, ad esempio, che dopo il congresso degli ex missini a Fiuggi, quella che si sperava potesse essere la nascita di una destra liberale ha avuto invece l’esito delle croci celtiche che sembrano costituire ancora i talismani di certa “nuova destra”, assunti a simboli di memorie politiche e personali. Nulla di male se non si fosse rappresentanti di una città come Roma, come è il sindaco Alemanno.

Nazisti in Italia

Nazisti in Italia

Perché da quello che sappiamo, la croce celtica, bandita persino da Almirante nel 1978 e mantenuta in vita dagli evoliani, una volta approdata tra gli  ultrà del calcio, fu dichiarata illegale dalla legge Mancino(1993). Eppure questo simbolo lo porta appeso al collo il sindaco di Roma, almeno dal maggio 2006, quando alle Invasioni Barbariche Daria Bignardi indusse l’esponente di An a mostrarlo alle telecamere.

Per me – disse in quell’occasione l’esponente della destra-

è un simbolo religioso e rappresenta un modo d’essere del cristianesimo”.

Questa destra liberale, appoggiata dal nuovo blocco moderato, è anche artefice dei soldati mandati a vigilare il territorio delle metropoli contro delinquenti identificati tout court con gli immigrati, dei reparti speciali del nostro esercito mandati dritti dritti a mantenere quella che chiamano “pace” contro i nuovi nemici come gli integralisti islamici o i gruppi etnici non allineati come in Kossovo. Meritevoli perciò di rappresentare il modello della nuova gendarmeria mondiale che dovrebbe governare il mondo. E la truppa è già pronta a ripartire. La vecchia truppa. Quella degli anticomunisti, dei “ragazzi di Salò” e della Decima Flottiglia Mas, degli “Arditi” e dei golpisti, dei generali e dei colonnelli non contenti delle loro carriere, dei militaristi e del pugno duro. Di quegli altri che nei primi anni della Repubblica ritenevano che bastasse essere di sinistra e democratici per essere definiti comunisti. E’ la piccola Italia che non avendo idee e progetti sani per la testa, mostra i muscoli e il muso duro. Una truppa che viene da lontano. Dalle campagne coloniali e dall’Ottocento, dalla cultura nazionalistica e guerrafondaia.

Con la svolta di Fiuggi (1993) e il varo di Alleanza Nazionale nelle elezioni politiche del 1994, si realizza l’antica aspirazione della destra più conservatrice di includere forze politiche rappresentative della nuova realtà sociale in movimento di cui Forza Italia costituisce l’asse portante. Da allora An e Fi avviano una tendenziale convergenza che porta alla nascita della “Casa delle Liberta’ ” e poi alla fusione del partito di Fini con quello di Berlusconi. L’antenato è il vecchio blocco monarchico-missino dell’epoca di Covelli presto fallito. Questa volta, però, non c’è più un sistema politico capace di assicurare la tenuta democratica del nostro Paese. Con la scomparsa dei partiti storici che l’avevano garantita, sono venute meno le condizioni che l’avevano permessa e tutto diventa più difficile. La sinistra non ha avuto un processo analogo se non a costo di negare se stessa, di essere ciò che non è con la nascita del “Partito Democratico”. Staccata dalla sua natura storica è rimasta sospesa nell’aria, patrimonio di memoria e di valori da custodire, piuttosto che un’organizzazione politica capace di interpretare il mondo di oggi per governarlo. Perciò è più credibile il Pd quando mostra la sua coerenza con lo spirito popolare-sturziano che non quando si pone come forza complessa capace di contenere anche la sinistra. Per il resto dov’è questa sinistra se persino l’altro ieri, al corteo di Roma che ne doveva segnare la rinascita e la nuova visibilità, si è presentata all’opinione pubblica divisa persino nei cortei? Di Liberto da un lato, Ferrero da un’altra parte. E dentro la stessa Rifondazione comunista Bertinotti da una parte e il nuovo segretario dall’altra.

Ma la diaspora non finisce qui.

Alcuni giorni fa un regista come Spike Lee ha aggiunto pepe ai cavoli. Non tanto per il suo film Miracolo a Sant’Anna, quanto per quello che ha scritto su “La Repubblica” per giustificare il suo racconto cinematografico, visto che il film, appena agli esordi, stava suscitando equivoci e reazioni sacrosante, come quella di Giorgio Bocca. Più del film che non ho visto, è proprio la puntualizzazione del regista che mi preoccupa e mi conferma nella convinzione della generale deriva nella quale ormai siamo ridotti. Quei “ragazzi”, del suo film – sostiene Spike Lee – altro non sono che combattenti che fanno il loro dovere, simili a quegli altri, senza differenza di sorta, che avevano combattuto con Che Guevara e Fidel Castro per liberare Cuba dalla dittatura di Batista, o ai vietcong che si erano sacrificati contro il dominio statunitense. O, ed eccoci al punto, ai partigiani italiani antifascisti che se ne erano andati sulle montagne per combattere contro i nazifascisti. Messi sulla bilancia della storia gli uni valgono quanto gli altri. E qui credo che le coscienze libere e democratiche debbano sussultare. Il paragone non si pone nemmeno, è persino inconcepibile per la nostra Costituzione antifascista. Il problema non è naturalmente il regista ma l’indifferenza degli intellettuali italiani sul tema. Quale nuova Italia si può fondare su una offesa al pudore così sfrontata e inconcepibile? Non è superfluo allora ricordare che la repubblica di Salò fu imposta a Mussolini dai nazisti quale strumento politico-operativo di cui disporre a loro piacimento. Fu la risposta all’armistizio voluto da quanti volevano portare l’Italia fuori dalla guerra, dal patto che l’Italia aveva sottoscritto con la Germania di Hitler. La “congiura”, nel bene e nel male, durava da almeno sei mesi. Ma quale altra soluzione poteva avere chi lavorava per tirare fuori l’Italia dalla catastrofe in cui il regime fascista l’aveva condotta? Assoggettandosi ai tedeschi i salotini scelsero dunque la strada della loro schiavitù nei confronti dei nazisti. Continuarono a tramare e a costruire il loro progetto antidemocratico, sostenendo i responsabili di imperdonabili tragedie contro le popolazioni inermi, come doveva avvenire il 12 agosto 1944 proprio a Sant’Anna di Stazzema. Qui, mentre i giovani erano sulle montagne a fare la resistenza contro i nazifascisti, tre reparti delle SS, guidati da fascisti collaborazionisti, circondarono il centro abitato e uccisero 560 civili inermi: donne, vecchi e bambini. Sarebbe un errore considerare stragi del genere, come dovute solo alla ferocia dei nazisti. Gli italiani non avevano fatto da meno nel 1941-’42 durante l’occupazione della ex Iugoslavia che si erano spartiti con i tedeschi. Il modello delle deportazioni e dei campi di concentramento era stato sperimentato dai fascisti in Italia e nei territori occupati proprio in quegli anni. Ma l’Italia dell’Impero non aveva fatto da meno sterminando intere popolazioni di civili. Ecco perché non si può rimanere equidistanti rispetto alle tragedie di quegli anni. Occorre scegliere da che parte stare, almeno nel giudizio. E quello di Spike Lee mi sembra proprio sballato.

Ricordare è un dovere prima che sia troppo tardi. Prima che arrivi la notte della ragione. Sant’Anna, Marzabotto, Portella della Ginestra, sono tappe di uno stesso modello che si sviluppa fin dentro la nostra Italia repubblicana nata dalla Resistenza. Segnano il marchio dello stragismo nazifascista che si stava fondando negli anni del riscatto e della costruzione democratica del nostro Paese. I neofascisti non si sono mai rassegnati alla sconfitta. Per questo abbiamo l’obbligo di sapere:

– che a sparare a Portella non furono solo le armi del bandito Giuliano, ma anche quelle di coloro che erano stati addestrati ai sabotaggi e agli attentati terroristici;

– che nel 1946 Palermo divenne la capitale del neofascismo in Italia per un eccessivo afflusso nell’ isola di fascisti di ogni risma in contatto con gli ex repubblichini di Salò;

– che Portella fu il segnale di inizio di una provocazione golpistica.

– che tra i primi di gennaio e il 22 giugno 1947, la presenza in Sicilia di Lucky Luciano (alloggiava all’Hotel Excelsior, e poi all’Hotel delle Palme a Palermo) servì alle mafie locali per diventare “Cosa nostra”.

Detto questo occorre dire anche che le dichiarazioni (pubblicate su La Repubblica dell’8 settembre 2008) del ministro della Difesa La Russa, sui “ragazzi” di Salò aiutano a gettare nuova luce sulla mancata evoluzione della destra ex missina.

“Farei un torto alla mia coscienza – ha detto il ministro La Russa – se non ricordassi che altri militari in divisa, come quelli della Nembo dell’esercito della Rsi, soggettivamente, dal loro punto di vista, combatterono credendo nella difesa della patria, opponendosi nei mesi successivi allo sbarco degli anglo-americani e meritando quindi il rispetto, pur nella differenza di posizioni, di tutti coloro che guardano con obiettività alla storia d’Italia”.

Quelli della “Nembo”?! Ma chi erano?

Pochi accenni, per non farla lunga. Siamo nel 1946 e il 25 aprile 1945 è passato da un anno circa. La Rsi è seppellita e i fascisti hanno bisogno di riciclarsi. L’unione monarchica italiana (Umi) diventa snodo di molte trame.Presso la sua sede sono ospitati gli “Arditi d’Italia” di cui nel marzo del 1946 si occupano il tenente Alfredo De Persis, il tenente di complemento Andrea Ferrante, il maggiore Alfonso Ciavarella, comandante della brigata “Arditi” di Napoli. Qui a Porta Capuana (“Torre degli Arditi”) ha sede il comando divisione. Ospitati inizialmente presso la sede dell’Uomo Qualunque, seguono le direttive del colonnello Giuseppe De Santis e del capitano Zambelloni. Questi ultimi tengono misteriosi contatti con un tenente dei paracadutisti della “Nembo” e con altri militari della stessa divisione. Le reclute sono costituite da ex appartenenti alla Gnr, alle Brigate Nere e a varie formazioni neofasciste. Appoggiati dalla Casa Reale, si occupano anche della raccolta di armi in vista dell’assalto finale (alle carceri, alle sedi del Pci, ecc.)

Il dissidio tra il Carnevali e gli altri capi fascisti porta all’entrata in crisi dell’Ail (Armata italiana della libertà) che cessa di esistere dal 20 settembre 1946. Lo scontro avviene per rivalità di comando tra il “comandante” della formazione fascista armata dell’Ail e il colonnello Mariani, fautore di un accordo tra neofascisti e industriali per una svolta autoritaria in Italia. Oltre all’Ail si era costituita a Milano la “Brigata Colleoni” formata da elementi della Decima Mas, della Nembo e della Folgore, efficientissime sotto il profilo militare. I fascisti confluirono nel Pni (Partito nazionale italiano) che ebbe un proprio giornale, “Il popolo italiano”, scritto con gli stessi caratteri del “Popolo d’Italia”. Il Pni fu, dunque, secondo il Servizio di Informazione e Sicurezza (Sis) italiano, il preludio di un nuovo Pnf (Partito nazionale fascista). Il controllo della stampa era determinante e seguiva gli scopi espliciti delManuale di intelligenza per la propaganda occulta, che i servizi americani diffusero ai loro capi-area a maggio ’46 con l’intenzione di provocare “campagne di stampa ed incidenti atti” a raggiungere gli obiettivi sperati (“monarchia o dittatura, magari a carattere militare”).

Tutti gli ufficiali del Sim (Servizio informazioni militari) lavorarono in sintonia con gli Alleati, il cui comando controllava un ufficio informazioni clandestino che faceva capo al generale Marras, diverso dall’ufficio ufficiale del Sim diretto da colonnello Pasquali. Ne era anima il generale Pièche. Quest’ufficio era in possesso dell’elenco di tutti di dirigenti del Pci e del Psi da arrestare in caso di “conflitto con gli Alleati”. Questi ultimi e i neofascisti, a qualsiasi organizzazione appartenessero temevano in realtà quattro punti nevralgici della situazione italiana: il fronte interno, il fronte del Nord-est jugoslavo, quello siciliano, dove, dopo le elezioni del 20 aprile 1947 aveva vinto il blocco socialcomunista, e il fronte albanese. Alla frontiera jugoslava furono schierate tre divisioni italiane: Nembo, Folgore, Cremona, alle quali si aggiunsero, nel retroterra, quelle inglesi e americane.

Ci vuole molto allora a capire che la democrazia intesa da certi ministri e partiti politici nell’Italia di oggi ha ancora a suo fondamento l’antica e viscerale lotta anticomunista? E cioè il rifiuto ad accettare il gioco democratico posto alla base dell’ordine costituzionale? Hanno ragione quelli che dicono che questo non è fascismo. Come vogliamo chiamarlo allora? (Giuseppe Casarrubea)

Cfr. Acs (Archivio centrale dello Stato), Sis, b. 44, f. LP40, Arditi, Pro memoria, class.: segreto, 7 giugno 1946

Cfr.Acs, Sis, b. 43, f. Attività monarchica, L25, titolo: Movimento monarchico e neo – fascista dopo la promulgazione della repubblica, 20 settembre 1946.

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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