Magiari

MAGIARI

di Giuseppe Casarrubea

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Quel giorno a Sarospatak mi sentii perfettamente all’unisono col mondo, preso da un’inspiegabile tensione, da un desiderio che m’invadeva stomaco e cervello, come un languore, una piacevole fame. Ebbi la sensazione che dovette provare il signore di quel racconto di Dino Buzzati, “Paura alla Scala”, quando, spingendosi verso confini inesplorati, improvvisamente si sentì straniero nel suo stesso regno. Il libro, “Riadalom a Scalában”, mi

Budapest, il Parlamento visto dal Danubio

Budapest, il Parlamento visto dal Danubio

era stato consegnato come un segno del destino dopo il mio arrivo in biblioteca, instradato da una signora incontrata per caso, vicino a un’edicola. Cercavo, italiano tra magiari, una postazione internet, ma trovai lei che, per soddisfare la mia richiesta, si era prestata ad accompagnarmi alla Casa della cultura – mi disse –. Fu una sorpresa scoprire che il paese, ai confini con la Slovacchia, nell’estremo nord-est ungherese, aveva alcune migliaia di abitanti e una biblioteca dieci volte più grande di quella che avevo lasciato a Partinico; ben più organizzata e aggiornata, fino alle ultime edizioni degli scrittori e dei poeti ungheresi più o meno conosciuti. Altro segno, questo, non del destino, ma della volontà degli uomini.

Trovai, dunque, una biblioteca, sale piene di scaffali, addetti alla distribuzione dei libri pronti a sorridermi, un bibliotecario alto e smilzo a totale mia disposizione. Le facce mi parvero inconsuete perché dalle mie parti è quasi impossibile trovare una persona che ti sorride da dietro un tavolo, fosse pure il bancone di un usciere. Sentivo su di me la premura di tutti e ciò mi dava la sensazione di una condizione di serenità, come le nuvole nuove del racconto buzzatiano che avrei avuto tra le mani. Cercai di farmi capire, aiutandomi malamente con l’inglese. Chiesi se la biblioteca disponesse di una sezione di libri in italiano e se potevo usufruire di internet. Il bibliotecario mi fece sedere davanti a un computer perché intanto non perdessi tempo e dopo varie esitazioni e ricerche, con visibile rammarico, mi consegnò quel libro in italiano, forse l’unico che aveva trovato, con traduzione a fronte in magiaro. Apertolo a caso, lessi: “Di giorno in giorno vado allontanandomi dalla cittá e le notizie che mi giungono si fanno sempre piú rare”. Invano cercai le corrispondenti parole magiare: c’erano tutte, ma erano assolutamente indecifrabili. Mi parve l’inizio della storia di una lontananza e di un viaggio esplorativo. Per la prima volta in vita mia mi sentii anch’io straniero.

Mi trovavo a duemilacinquecento chilometri dalla Sicilia, e mi pareva che ogni angolo del mondo e ogni azione, anche insignificante, fossero destinati a spiegarmi cosa fosse una scoperta, e come tutto quello che é in fieri nel nostro piccolo mondo, compresa l’Europa ancora lontana e sconosciuta, fosse ora animato da una nuova energia, da nuovi segnali del destino. Il bibliotecario era entrato in agitazione e s’era messo alla ricerca della minuscola sezione di libri in lingua italiana che pur doveva esserci in quella nutrita biblioteca, affollata di computer e ragazzi di ogni età intenti a studiare. Non sapeva più dove mettere le mani; leggevo il suo rammarico e la sua ansia di trovare qualcosa. S’era messo a controllare scaffali e stanze, schedari e inventari. Niente da fare. Forse, senza volerlo, l’avevo messo in

Dino Buzzati

Dino Buzzati

crisi. Quel libro di Buzzati, tirato fuori da uno scaffale dimenticato, nascosto dietro la tenda di una delle più remote sale che conosceva a menadito, era proprio l’unica cosa che a suo giudizio poteva soddisfare alla mia richiesta. Ma era, prima ancora, il frutto della lungimiranza di chi, con molto anticipo sulla caduta del muro di Berlino, l’aveva fatto stampare a Budapest, nel 1981. I fogli dispari del testo avevano la versione magiara, i pari quella italiana. Ricordo che me lo portò con aria interrogativa e che lo guardai dispiaciuto, ma con un sorriso di compiacimento. Aveva scelto un libro qualsiasi, convinto forse della sua inutilità e me lo aveva presentato come atto di mera testimonianza della sua buona volontà. E come tale lo riposi con garbo accanto al mio computer. Non sapevo che aprendolo la mia immaginazione si sarebbe animata di una certa luce e che avrei provato la sensazione di aver preso una boccata d’aria fresca, dopo essere

Sarospatak

Sarospatak

stato chiuso in un luogo viziato. Era lo spunto che avevo cercato, nei fiori delle innumerevoli aiuole di Sarospatak, nei volti, nel portamento delle persone, nel suono della loro lingua, nel volto di quella donna che avevo incontrato alla posta, nelle donne e negli uomini intenti a fare la spesa, nei proprietari dei negozi, nell’immagine, sempre viva, di un’amica che avevo incontrato in questo paese, parecchi anni prima, nel suo puritanesimo calvinista. Preso dal gusto di viaggiare, ritenevo che potevo afferrare il mondo nella breve durata di un mio viaggio e che tutto mi sarebbe stato comprensibile nel mutevole alternarsi dei giorni.

Girai qualche pagina e trovai un’interiore conferma: “Credevo, alla partenza, – lessi – che in poche settimane avrei facilmente raggiunto i confini del regno, invece ho continuato ad incontrare sempre nuove genti e paesi”. Sentivo proprio il bisogno di saperne di più, del passato e del presente, della continuità dell’uno nell’altro e delle rotture che c’erano state, come argini di un fiume straripante. Avvertivo una pulsione nuova, qualcosa di indescrivibile che si muoveva con la stessa serenità delle nuvole bianche che lentamente scorrevano nel cielo primaverile.

Vent’anni prima non si sarebbero notati in questi paesi dell’est europeo, sotto la soggezione del dominio sovietico, segnali di cambiamento che adesso riscontravo attorno a me. Mi indicavano i caratteri di una storia che, nel bene e nel male, appariva comune: all’Ungheria, alla Repubblica ceca, alla Slovacchia, alla Slovenia, alla Polonia e a molte altre realtà segnate da civiltà secolari, temprate dalla disciplina e dalla sofferenza di decenni di lotte e di aspirazioni, di conquiste silenziose, di aneliti di libertà, talvolta ferocemente repressi. Dopo il crollo del muro di Berlino, per una sorta di autodissoluzione delle cortine di ferro che separavano, più che l’occidente dall’oriente europeo, le stesse realtà umane dentro le gabbie del cosiddetto socialismo reale, tutto si è rimesso in gioco. A qualcuno sembra che questo vada a senso unico, precipitosamente verso il modello capitalistico, o, come dimostrerebbero i cinesi, verso una spericolata gestione comunista di questo modello. Per il momento ci basta considerare la fluidità del processo che ci attraversa e il grave pericolo che la deriva del consumismo e della globalizzazione possa trascinare con sé anche ciò che di positivo storicamente, quelle società secolari o millenarie, hanno prodotto.

Se facessimo questa sorta di viaggio, come Socrate nella sua discesa all’ateniese porto del Pireo, per ricominciare un cammino, impareremmo una lezione; ci sentiremmo immersi e affascinati da un mondo di grandi ricchezze interiori e di civiltà impareggiabili. Non avremmo, prima di tutto, il senso di una continuità col ritmo delle nostre città assalite dallo smog e dalla frenesia o dal consumismo sfrenato e proveremmo la sensazione di un ritmo di vita più consono agli equilibri naturali e ambientali, meno nevrotico, più normale. Perché la normalità, qui, segue i percorsi di una certa armonia, le vie della mente e della ragione, laddove, spesso, nelle società opulente registriamo l’alterazione dei valori, lo smarrimento degli scopi della vita, la rottura degli equilibri che legano l’uomo alla natura. Al contrario, Budapest, Praga, Bratislava, Varsavia, e molte altre città dell’Europa che dovremmo scoprire, mi appaiono mondi sognati, lontani dalla mia infanzia, e forse per questo più vicini alla mia più autentica memoria smarrita. L’esito di questo percorso dentro di me e attraverso le testimonianze che queste città rappresentano, potrebbe essere allora inaspettato. Uomini e donne, città e paesaggi, monumenti che parlano di antiche storie e di immaginari collettivi, di attese e di speranze, potrebbero offrire la sorpresa delle realtà inesplorate, deformate non dal tempo ma dal pregiudizio. Abituati alle nostre prospettive, ci verremmo a trovare come il protagonista del lungo racconto di Buzzati capitatomi tra le mani, che si mette in viaggio alla scoperta di nuovi orizzonti, constatando alla fine di essere uno straniero nel mondo che lo circonda. Straniero nella sua relazione con la natura, straniero per il modo nuovo con cui la realtà sensibile gli parla. E scoprire di essere stranieri é la più autentica condizione per cominciare a sperare che il nostro mondo possa cambiare, che possiamo uscire dal grigiore delle cose che già sappiamo.

[…] “Penso talvolta – scriveva il viaggiatore – che la bussola del mio geografo sia impazzita e che, credendo di procedere sempre verso il meridione, noi in realtá siamo forse andati girando su noi stessi, senza mai aumentare la distanza che ci separa dalla capitale; questo potrebbe spiegare il motivo per cui ancora non siamo giunti all`estrema frontiera. Ma piú sovente mi tormenta il dubbio che questo confine non esista, che il regno si estenda senza limite alcuno e che, per quanto io avanzi, mai potró arrivare alla fine”[…]. “Invano – concludeva – cercavo di persuadermi che le nuvole trascorrenti sopra di me fossero uguali a quelle della mia fanciullezza, che il cielo della cittá lontana non fosse diverso dalla cupola azzurra che mi sovrastava, che l`aria fosse la stessa, uguale il soffio del vento, identiche le voci degli uccelli. Le nuvole, il cielo, l`aria, i venti, gli uccelli, mi apparivano in veritá cose nuove e diverse; e io mi sentivo straniero”.

Era la sensazione che provavo a contatto con quei libri, quelle facce, con chi mi stava accanto davanti al suo computer e che stava digitando un testo che persino nel modo in cui le dita delle sue mani lo componevano, mi appariva nuovo e unico, come il canto poetico di

Ady Endre, poeta ungherese

Ady Endre, poeta ungherese

Ady Endre. Filtrava impercettibile come un’alba, all’orizzonte della mia solitudine. A guardarli attraverso le grandi finestre, il cielo e la terra mi apparivano elementi scollegati dall’impatto della mia quotidianità siciliana e violenta. Mi sentivo straniero e scoprivo, finalmente, di essere arrivato oltre i confini angusti delle mie abitudini, del mio ‘piccolo mondo antico’.

Anch’io, quindi, come quel personaggio di Buzzati, provai uno stato d’animo di freschezza. Avevo visitato l’Ungheria per la prima volta nel 2001. Andavo quasi di corsa e forse la rigidità del programma che mi ero dato, rendeva la mia presenza un fatto burocratico, una sorta di adempimento istituzionale. Poi la storia aveva aperto uno squarcio. Così avevo saputo del principe Arpad, quando, nel IX secolo dopo Cristo, alla guida di tribù magiare, di origine ugro-finnica, provenienti dalla regione degli Urali, insediò i suoi eserciti nel bacino del Danubio. Fu il duca Geza (972-997), della dinastia degli Arpadi, a centralizzare il potere e a gettare le basi del sistema feudale. Così avevano fatto, nell’Europa occidentale, i cattolici Normanni, dopo avere sconfitto gli Arabi.

L’Ungheria ha una storia millenaria, dal fondatore dello Stato, Stefano, suo primo re cristiano (997-1038), ai nostri giorni. Tra il XII e il XIV secolo lo Stato magiaro allargò il suo potere fino alla Croazia, alla costa Dalmata, al mare Adriatico, ai Carpazi e alla Transilvania finché non ebbe inizio il dominio turco che durò centosessant’anni (1526-1686).

E’ impressionante l’attaccamento che gli ungheresi hanno per la loro storia. Ancora oggi, ad esempio, si conserva nel bellissimo edificio del Parlamento che si specchia sul Danubio, la corona di re Stefano. Quattro guardie sono destinate a turno alla custodia di questo oggetto prezioso, forse il simbolo più alto dell’Ungheria. Il cambio della guardia, a mezzogiorno, e ad ogni otto ore, segue un rituale antico di secoli, ed è veramente commovente assistervi. Specie se sei di ritorno dalla visita all’aula del Parlamento, che da quel simbolo primordiale sembra trarre il suo vigore e il suo stesso significato. Ed è questo il fascino più sottile, impercettibile quasi, dell’Ungheria: il suo essere, con discrezione e leggerezza, memoria e identità, passato e presente, voglia di futuro. Una voglia pari ad un’attesa placida, non priva di cautele perché ciò che può perdere entrando nella comunità europea è forse molto di più di quello che può ricevere. Nel senso più preciso che molte cose potrebbero turbare la sua serenità, i suoi cieli limpidi, le sue acque pulite, i suoi boschi e le sue bellezze naturali. Con questa natura concorda la sua tradizione musicale. Non per nulla l’Ungheria è il Paese di Zoltan Kodaly e di Béla Bartok, della musica tzigana e del Festival agostano dell’Opera e del Balletto di Budapest.

Eger, ai confini con la Slovacchia, è legata al ricordo della difesa ungherese dall’attacco turco di Solimano II il Magnifico, il gran sultano dell’Impero ottomano che nel XVI secolo, nella sua minaccia all’Europa, aveva deciso di invadere l’Ungheria. Era il 1552 e questa cittadina diede allora un esempio impareggiabile di difesa della territorialità ungherese contro gli invasori. Duemila uomini e trecento cannoni tennero testa contro centocinquantamila turchi. Asserragliati dentro le alte mura furono guidati dai mitici Istvan Dobo e Istvan Mecksey: eroi della territorialità ungherese e della sua autonomia, diedero origine al mito delle “stelle” di Eger. Ci vado. La città é ridente, con molte chiese cattoliche. Quella che visitiamo è in stile neoclassico, imponente con la sua scalinata. All’interno i fedeli ascoltano un concerto di organo. E’ forse la seconda chiesa ungherese per importanza, in quanto la città è anche sede vescovile.

Visito il castello.

L’Ungheria é una terra straordinaria con le sue pianure sconfinate, le sue rare montagne, i suoi grandi parchi nazionali, i suoi paesaggi fluviali, il suo Danubio e i suoi cavalli, i suoi campi gialli di repce, o verdi di grano, rossi di papaveri, i suoi grandi laghi. Non ha i contrasti violenti dei paesi mediterranei; ha la dolcezza della realtà sognata. Il bianco, il rosso e il verde sono i suoi colori naturali e rappresentano la bandiera nazionale: molto simile a quella italiana, ma con i colori distesi orizzontalmente. Essa è anche la terra del

Ungheria

Ungheria

Tokaj, dominante la valle del Bodrog, al centro del triangolo Miskolc-Sarospatak-Nyrégyhaza, nonché di numerose altre zone vinicole (ventidue in tutto) che disegnano a macchia di leopardo l’intera pianura ungherese. Terra di vini e di canti magiari, di musicisti e scrittori, l’Ungheria ha l’Europa e l’Italia nel sangue.

E’ infatti molto simile all’Italia, per le sue battaglie per l’indipendenza; le assomiglia anche per la sua antica ansia di libertà, la difesa della sua autonomia, la bellezza delle sue città e dei suoi abitanti, le sue prerogative istituzionali. La cordialità e la rarefazione dei suoi paesaggi la rende simile all’Italia, alle nebbie della Padania e al calore umano della nostra gente meridionale. La sua storia millenaria è testimoniata dalle antiche fortezze, dai suoi castelli, dalle sue capitali medievali: Esztergom, Szekesfehervar, Buda, Visegrad, Veszprém, la città delle regine, a nord del Balaton, o da città storiche come Eger, Sopron, Pécs, quest’ultima nota per le sue antiche catacombe protocristiane affrescate, area protetta dall’Unesco come patrimonio mondiale dell’umanità. Al pari degli altri grandi siti naturalistici come la puszta di Hortobagy, il lago Ferto, le grotte del Carso di Aggtelek.

Budapest è il suo cuore. Anche se non l’avessi mai vista ti parrebbe di averla conosciuta da sempre, quasi per ricorrenti apparizioni oniriche. Un po’ come Praga e tutte le altre città di sogno esistenti al mondo. Segno vivo della civiltà degli uomini, per questo è stata inserita nel programma “Patrimonio del mondo” dell’Unesco per la tutela dei luoghi di interesse mondiale. I suoi ponti sono il simbolo e il dato evidente del carattere unitario e indissolubile di questa città di due milioni di abitanti: collegano la parte collinare della medievale Buda alla pianeggiante Pest, da quando nel 1873 avvenne l’unificazione delle due sponde cittadine sul Danubio.

Se prendi il battello scendi all’isola Margherita, un anello di pietre preziose incastonate nel grande fiume, tra un ponte e l’altro. Allora ti puoi immettere a piedi o in bicicletta sulle piste pedonali o ciclabili, o sederti negli immensi parchi ricchi di alberi secolari, ascoltare gli uccelli, vederli muoversi indisturbati sui prati o assistere al Tai Chi di due giovani sul prato all’inglese. La serenità e la tenacia degli ungheresi la respiri nell’aria, nell’armonia che corre tra uomo e natura. Così, appena sceso dal battello, ti immetti, senza volerlo, in un mondo sognato. Ma se vuoi, puoi trovare anche il fermento dei salotti all’aperto com’è la via Raday, di sera, animata di trattorie, pizzerie, bar, giovani. Qui, al numero 28 si trova la szekhaz (sede) del Dunamelleki Reformatus Egyhazkerulet che ci ospita. Un collegio riformato, appunto, perché qui la riforma protestante ebbe un grande seguito.

Gli austriaci dominarono questa terra fino alla dissoluzione del loro impero, dopo la prima guerra mondiale, lasciando molte tracce della loro presenza. Molti monumenti testimoniano un’antica presenza occidentale, l’immersione nella storia del cattolicesimo e del protestantesimo: dalle chiese ai castelli. Famosi quelli di Esterhazy a Fertod, noto come la

Godollo

Godollo

“Versailles ungherese” , Grassalkovich a Godollo, residenza di campagna di Francesco Giuseppe I; il castello Festetics al Balaton, a Keszthely. Ma molti monumenti sono costituiti dalle stesse case, come quelle che si possono vedere a Szeged, alla confluenza dei fiumi Tibisco e Maros. Città spazzata via dall’alluvione del 1879, conserva ancora evidenti gli influssi dell’Art Nouveau, nelle facciate di molti edifici.

Centro della chiesa riformata in Ungheria è Debrecen. Gli effetti di quel movimento ideale e innovativo sul piano sociale, religioso ed educativo sono ben visibili anche nelle città del nord-est ungherese, come Sarospatak e Satoraljaujhely, città di memoria e natura, sagge di antica storia; di un tempo perduto che ancora resiste, profondo come radici, ai confini con la Russia e la Slovacchia. Qui il giorno sembra non morire; subito rinasce spinto dall’immensa pianura verde del Bodrog silenzioso che avanza sotto i ponti secolari. Queste città di confine solo apparentemente si collocano ai margini geografici; sono attaccate in modo indissolubile alla loro identità, e per quanto gli uomini e il potere le abbiano assegnate alla sottile striscia di demarcazione tra uno Stato e l’altro, sono città aperte, nodi di incontro in cui puoi trovare culture e anime diverse. Perciò sono, a modo loro, capitali. Lo indicano le case ben conservate, le scritte marmoree sui prospetti, alcuni

Sarospatak

Sarospatak

particolari apparentemente insignificanti. A Sarospatak una lapide nella via Rakoczi ricorda il breve soggiorno nella cittadina di Sandor Petofi, il poeta combattente che tanto ci richiama Francesco de Santis e le sue lotte risorgimentali, o il più vicino Sergio Corazzini che pensando alla Torino del suo tempo scriveva che sarebbe stato meglio “vivere al tempo sacro del Risorgimento” che al suo “tempo mite e sonnolento”

E hazban idozott

mint Palkovi Antal

tanar vendege

Petofi Sandor

1847

julius 8-an

Tra i diversi particolari di questa ridente cittadina mi colpisce l’esposizione fotografica dei mezzi busti di alunni e insegnanti delle varie scuole, di classi al gran completo. Non sono foto di gruppo, ma di singoli ripresi di volta in volta con meticolosa cura. Visi ovali, aggraziati, nordici; alcuni dai tratti forti; pettinature ben curate e indumenti sobri. Tutte in bianco e nero. Rigorosamente. Sono esposte in grande evidenza nei vari negozi. Analoga cosa avviene anche a Miskolc. La scuola insomma si fonde con la comunità, dimostra almeno questa spinta e indica un’identità fondata sulle istituzioni formative, ma soprattutto sulla responsabilità personale. Come se si volesse mettere in risalto la centralità della persona rispetto allo “sfondo” istituzionale. Questa soggettività ha fondato lo stile di vita della generazione cresciuta sotto la spinta del crollo del muro di Berlino, una generazione di ventenni intraprendente, culturalmente ricca,

Debrecen, la piazza principale

aperta alle novità del futuro. Da Budapest a Debrecen, da Miskolc a Nyiregyhaza, il protestantesimo e il calvinismo hanno forgiato masse consistenti di giovani temprati dal rigore dello studio e da costumi austeri. Miskolc, adagiata sulle vie che attraversano le pendici dei monti Bukk, ha la chiesa protestante di Avas, che rappresenta una delle maggiori testimonianze del periodo tardo-gotico.

La povertà, qui, ha una condizione diversa da quella che solitamente siamo abituati a conoscere. Si rischia di confonderla con la sobrietà o col mancato consumismo, con l’assenza di una cultura dello spreco o della patologia della sovrabbondanza. Al contrario, l’Ungheria mi pare molto sviluppata sotto il profilo della sua vita tradizionale, anche se appare limitata sotto quello del cosiddetto sviluppo. Le nuove tecnologie, come anche gli standard economici complessivi sono al di sotto di quelli dei Paesi europei occidentali, allo stesso modo dei tassi concernenti la proprietà di alcuni beni di confort (automobili, lavastoviglie, sistemi computerizzati, ecc.). Ma tale limite non va valutato in modo superficiale. C’è da prendere in considerazione, prima di tutto, il fatto che l’Ungheria, come quasi tutti i paesi soggetti all’ex Unione Sovietica, ha avuto per parecchi decenni un modello di sviluppo non capitalistico che scoraggiava o impediva standard di vita basati su logiche di mercato e di concorrenza. Favoriva, al contrario, i servizi, come la formazione e la sanità pubblica, e consentiva alla comunità di appropriarsi di un modello di sviluppo ecocompatibile, non distorto. Questo dato positivo, non disgiunto da una grossa spinta sociale, in senso solidaristico, non andrebbe smarrito, se si vuole veramente evitare lo sfascio e la distorsione prodotti dallo sviluppo del vecchio Occidente.

Nella rilettura dell’Europa andrebbe evitata ogni forma di paranoia ideologica. In Ungheria ho imparato come bellezza e sobrietà si coniughino sotto i comuni denominatori dell’armonia e della dignità. Ma avverto l’incombente pericolo che, sotto la spinta del modello consumistico e capitalistico dell’economia e della società, questo grande patrimonio di ricchezza diventi preda del degrado e dell’abbandono. L’Europa dovrà salvaguardare le sue identità storiche. Sono patrimonio comune. Non c’è solo la comunità delle città che più o meno direttamente si affacciano al Mediterraneo; c’è anche la storia delle libertà dei popoli affrancatisi nei secoli dalle soggezioni militari e politiche dei paesi più forti. Ogni diversità è una ricchezza per tutti.

Cattolicesimo e presenza asburgica sono stati la filigrana che l’ha attraversata lasciando testimonianze architettoniche, in Ungheria, come anche nella Repubblica ceca e nella Slovacchia. Ma forti segni unitari sono anche quelli che hanno espresso il pensiero più combattivo e meno ortodosso del cristianesimo europeo. Essi sono visibili anche nell’Accademia teologica ubicata all’interno della stessa struttura del Reformatus Kollegium di Sarospatak. La scuola risale al 1531, ma la presenza, nel museo della scuola, di libri e documenti risalenti a data anteriore, ci dice che l’insegnamento veniva praticato già ai primi del XVI secolo. Ne è prova un volume manoscritto recante l’intestazione Libri scholae sarospatachinae, datato 8 gennaio 1521, una specie di prima carta dei servizi scritta da Giorgio Rakoczi. Qui Joh. R. Comenius insegnò per circa cinque anni. Il museo che contiene i primi oggetti della scuola conserva ancora, oltre al regolamento, i primi strumenti didattici: proiettori, lanterne magiche, microscopi, e persino banchi e carte geografiche allora in uso. Vi è anche una copia a stampa della Sicilia antiqua di Filippo Cluverio, dove si possono trovare le varie città di quest’isola, gli abitanti e la descrizione delle sue coste (“primum universale huius insulae varia nomina, incolae, situs, figura, magnitudo, tum orientale, meridionale atque septentrionale litora dein mediterranea ejus ac tandem lugduni batavorum sumptibus Petri Vandea”, ecc.).

Così la Sicilia non fu la sola realtà a trovarsi al centro degli interessi dell’espansionismo islamico, prima che i Normanni lo bloccassero, fu uno dei tanti pazzle di una cultura più diffusa che accomuna i comportamenti e la lingua dei siciliani a quelli della realtà meridionale della Spagna, e della Murcia. La musica li unisce, parla delle stesse cose e della stessa memoria, li accomuna nel tango. Più difficilmente troveremo tra i ragazzi ungheresi, i loro padri e antenati e i nostri allievi siciliani uno stesso attaccamento alla storia e alla loro memoria. Lo vedi andando al Reformatus Kollegium, scorgendo già nel piazzale antistante il monumento bronzeo di Rakoczi Ferenc (1676-1735), e osservando nel grande parco della scuola i busti marmorei dei professori che in questa scuola hanno prestato il loro servizio nei secoli. L’attaccamento alla memoria lo scopri anche se vedi una bandiera a mezz’asta dal balcone centrale dell’imponente edificio di questa istituzione. Chiedi informazioni e magari ti senti rispondere che è deceduto un insegnante che aveva prestato servizio mezzo secolo prima. Nulla si perde qui. Il ricordo è il presente, è l’azione stessa, è la continuità e la trasformazione. Senza questo carattere ben altra sarebbe stata la formazione di Molnar Ferenc (Budapest, 1878-New York,1952), autore de I ragazzi della via Pal: un racconto sulla vita dei ragazzi di strada, quando gli spazi delle città erano a misura umana; una sorta di esorcizzazione della guerra, un modo per ridurre i conflitti degli adulti alla finzione. Senza questo carattere, ancora, non ci sarebbero stati intellettuali e combattenti come Ady Endre e Petofi Sandor che anticiparono, in modi e tempi diversi, le tendenze verso la cultura occidentale del popolo ungherese.

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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Una risposta a Magiari

  1. Guido Mastrobuono ha detto:

    Sono l’ideatore di una community che raccoglie circa 450 artisti e si chiama Progetto Cicero (http://progettocicero.ning.com).

    Stiamo tentando un esperimento di comunicazione on-line basato sulla creazione di comunità piccole ma dotate di una forte coesione tra i membri che viene ottenuta sia con regole di comportamento (nominalità, tolleranza, proattività ed educazione) sia con la condivisione di discussioni e ragionamenti.
    Allo scopo di alimentare la discussione tra di noi e trarre ispirazione dalla stessa, abbiamo dato il via ad un’attività che si chiama “Quindi-Ci” (http://progettocicero.ning.com/group/quindici).

    In soldoni, ogni 15 giorni ci diamo un tema e lo trattiamo con diversi linguaggi.
    In una sorta di gioco/concorso, passata la quindicina, scegliamo l’intervento più interessante.

    Il tema attuale è “La vera ricchezza”.

    Ti scrivo in quanto, nel documentarmi, ho trovato la tua pagina ed ho pensato di invitarti ad alimentare con essa la nostra discussione nella convinzione che, quello che per te sarebbe un secondo di taglia ed incolla, per noi potrebbe essere la fonte di spunti interessanti e la possibilità di aggiungere nuove menti brillanti al nostro gruppo.
    Tu potresti pubblicizzare il tuoi scritti e trovare persone interessanti con cui discutere.
    Spero che considererai il mio messaggio come il complimento che esso è.

    Una cosa importante: ognuno di noi ha i suoi siti, il suo blog, i suoi spazi e non li abbandona.
    Il Progetto è un luogo dove discutere o presentare questi tuoi lavori (oppure semplicemente le tue idee) e non per fa alcuna concorrenza a blog siti e comunità che già li contengono.

    Un saluto
    Guido Mastrobuono
    (Direttore del Progetto Cicero)

    PS.

    Coerentemente con i nostri obiettivi, per l’accesso alla comunità, richiediamo una registrazione nel sito all’indirizzo http://progettocicero.ning.com/?xgi=db6QQdU , per la quale sono richiesti i seguenti dati: Nome, Cognome, Età, Residenza ed una foto del viso.

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