Il caso De Mauro: la pista nera

Mauro De Mauro

Mauro De Mauro

Iniziamo da oggi a compilare nella categoria dei ‘personaggi’ articoli e documenti concernenti il caso di Mauro De Mauro, il giornalista scomparso a Palermo il 16 settembre 1970. Un caso ancora aperto.

Una problematizzazione del personaggio la riscontriamo nella stampa, secondo un cliché non agiografico, a cominciare dai giornalisti Attilio Bolzoni e Francesco Viviano che se ne occuparono per primi, sulla base delle rivelazioni del boss Di Carlo.

Pubblicato su: REPUBBLICA in data: 26/01/2001 a pagina: 14 nella sezione: CRONACA


Il capomafia: “Lo sepellimmo alla foce dell’ Oreto”

De Mauro è stato ucciso perché sapeva del golpe”

Trent’ anni dopo l’ omicidio del giornalista, le rivelazioni del boss Di Carlo ai magistrati di Palermo Uno scoop condannò il cronista: riguardava l’ accordo tra Junio Valerio Borghese e Cosa Nostra per il colpo di stato La tomba lungo il fiume Il padrino di Altofonte Conosceva i suoi sicari Lo trascinarono in una masseria per torturarlo Tra loro c’ era anche Bernardo Provenzano Il corpo sarebbe sepolto non lontano dalla sede dell’ Ora, quotidiano per il quale scrisse le prime inchieste sulla mafia L’ omicidio maturò al Circolo della Stampa, frequentato da mafiosi: a loro chiese conferme De Mauro aveva contatti con gli ambienti neofascisti: forse da lì gli arrivò la soffiata IL CASO DE MAURO

di ATTILIO BOLZONI e FRANCESCO VIVIANO

PALERMO – Dice il capomafia di Altofonte, Francesco Di Carlo: “E’ qui, alla foce dell’ Oreto, il cadavere di Mauro De Mauro. Io so chi lo ha ucciso, so perché è stato ucciso. Ora vi racconto…”. Così è in fondo a questa gola dove il fiume scende lentamente verso il mare di Palermo – si vedono le case popolari del villaggio di Santa Rosalia e più su le guglie della Cattedrale – che si chiuse la vita e oggi il mistero di Mauro De Mauro. Il suo cadavere è da qualche parte qui tra le alte felci e le cavità della roccia, gli antri e i cunicoli scavati dall’ acqua, sepolto tra i piccoli massi trascinati dalla corrente, nascosto dentro la terra e la melma di quella che fu la Conca d’ Oro. A tre chilometri dalle stanze gonfie di fumo de

Una rara foto di Kappler

Una rara foto di Kappler

“L’ Ora”, il suo giornale in piazzale Ungheria. A sei chilometri dalla sua casa in via delle Magnolie. A due chilometri dalla strada dove poi ritrovarono la sua Bmw color blu notte. Trent’ anni fa morì Mauro e aveva tra le mani lo scoop “che – diceva – avrebbe fatto tremare l’ Italia” e che invece lo trascinò all’ inferno. Scoop. Bisogna essere cronisti per conoscere il sapore aspro che ti dà anche soltanto la parola. Scoop. Mauro De Mauro era uno tosto, se si parla di notizie. Un paio di generazioni di cronisti in Sicilia e in Italia è cresciuta nella sua leggenda. Raccontano che, quando ancora i “pezzi” si dettavano al telefono e i giornalisti si dividevano in chi aveva dettato e chi non lo aveva ancora fatto, Mauro non lasciava chances ai concorrenti. Ora dovete immaginare Mauro De Mauro in quell’ estate del 1970. Lo hanno confinato allo sport e il suo ultimo titolo a nove colonne era sul “libero” Alberto Malavasi, ingaggiato dal Palermo per 18 milioni di lire. In redazione c’ era chi diceva: “Povero Mauro…”. Mauro se la rideva tra sé e tirava diritto. Stava già lavorando da settimane sul suo scoop. Lo scoop era questo: i fascisti di Junio Valerio Borghese avrebbero tentato il colpo di Stato con l’ aiuto di Cosa Nostra. La dannazione di notizie come queste è che hai bisogno di riscontri e di conferme e di dettagli. E, per averne, devi scoprirti. Devi fare domande in giro e sei consapevole che più domande fai, più è facile per chi ti ascolta conoscere che cosa hai già saputo e che cosa puoi già scrivere. Mauro sapeva dove cercare ciò di cui aveva bisogno. A quel tempo il Circolo della Stampa di Palermo era, più o meno, una bisca e gli “uomini d’ onore” ci andavano a giocare a poker, eleganti come damerini. Mauro li avvicinò. Distrattamente buttò lì qualche domanda. Quelli avvertirono subito i loro capi. “C’ è quel De Mauro che fa troppo domande sul ‘ fatto di Roma’ “. Mauro fu trascinato in una masseria a Santa Maria del Gesù. La borgata è appena dopo un antico monastero diroccato, trecentocinquanta metri dal fiume, viottoli polverosi, i confini degli orti segnati dai muretti di pietra viva, cortili, piccole piazze deserte, case basse che si confondono tra i mandarini. Lì, nel baglio di una tenuta ai piedi di monte Grifone, Mauro fu torturato e “interrogato”. Lui sapeva, ma chi altro sapeva? Poi ci fu chi gli scivolò alle spalle e lo strangolò. Il corpo di Mauro fu seppellito lungo il letto del fiume, in fondo alla gola. La storia della morte di Mauro De Mauro, scomparso la sera del 16 settembre del 1970, è stata raccontata per la prima volta una settimana fa da un mafioso che lo aveva conosciuto, un mafioso che ha svelato i retroscena di quella clamorosa notizia a nnunciata dal “segugio” de “L’ Ora” di Palermo. Mauro De Mauro sapeva del golpe, sapeva che cosa stava progettando in quei mesi il “principe nero” Borghese e, con lui, alcuni boss di Cosa Nostra. Le prime voci le aveva ascoltate negli ambienti militari e in quelli neofascisti, magari gliele aveva “soffiate” un suo compagno d’ armi o un vecchio “camerata”. Era un mondo, quello, che De Mauro conosceva di diritto e di rovescio. Era stato un repubblichino della Decima Mas, prima di venire a vivere in Sicilia nel 1946 con sua moglie Elda. “Fu ucciso perché aveva scoperto che Borghese e la mafia si erano alleati per il golpe… il giornalista si fece scappare qualcosa con uno dei tanti boss che allora frequentavano il Circolo della Stampa che era dentro il teatro Massimo”, ha ricordato giovedì 18 gennaio ai procuratori palermitani Francesco Di Carlo, il padrino di Altofonte che è in qualche modo invischiato anche nella misteriosa morte del banchiere Roberto Calvi e che ora ha deciso di vuotare il sacco. Di Carlo ha fatto i nomi dei mandanti dell’ uccisione di Mauro De Mauro. E anche quelli degli assassini. C’ era anche Bernardo Provenzano quella sera in via delle Magnolie, il corleonese latitante dal 1963. Era una caldissima sera di settembre, era il sedici, lo scirocco soffiava a 65 l’ora. Mauro sbrigò il suo lavoro in redazione e, come sempre solo, lasciò il palazzo di vetro dell’ Ora. Si fermò a un bar di via Pirandello, comprò due etti di caffè macinato, tre pacchetti di “nazionali” senza filtro e la solita bottiglia di bourbon. Sua figlia Franca – che si sarebbe dovuta sposare il mattino seguente – stava aprendo la porta di casa e lo vide vicino alla sua Bmw “parlare con due o tre uomini”. Un paio di minuti dopo, via delle Magnolie era deserta. E nessuno – fino a sette giorni fa – ha saputo più nulla di lui. Con chi andò via? Chi lo uccise, e dove? Perc hé fu ucciso? Mauro De Mauro parlottava sotto casa con quegli uomini e poi la sua Bmw improvvisamente ripartì. Spiega Di Carlo nel suo verbale: “Si è sempre detto che fu rapito. Non fu rapito invece né prelevato con la forza. Non ce ne fu bisogno. De Mauro conosceva bene uno di quei tre uomini, era Emanuele D’ Agostino, mafioso di Santa Maria del Gesù. Gli altri due erano Bernardo Provenzano e Stefano Giaconia”. Forse Mauro non si insospettì più di tanto, quando i tre gli chiesero di seguirlo. Aveva lavorato duro, alle 7 del mattino in redazione, all’ una al lido dell’ hotel “La Torre” di Mondello per mangiar qualcosa, nel pomeriggio ancora in redazione. Valeva la pena di lavorare ancora per ore, per tutta la notte se necessario: quell’ amico – Emanuele D’ Agostino – gli prometteva il pezzo mancante della “sua” storia, del suo scoop. Mauro li fece salire sulla sua auto. Si diressero dal lato opposto della città. Scesero da via Sciuti, poi da via Terrasanta, forse a quel punto svoltarono in piazza Diodoro Siculo e abbandonarono la Bmw di Mauro in via Pietro D’Asaro. Su un’ altra macchina puntarono verso i giardini di Santa Maria del Gesù, verso il regno di quello che era allora il più potente mafioso della Sicilia: Stefano Bontate. I ricordi di Francesco Di Carlo sono molto nitidi: “Quando Emanuele D’ Agostino seppe al Circolo della Stampa che De Mauro era a conoscenza del golpe, raccontò tutto a Stefano Bontate che era il suo capo. Stefano avvertì gli altri boss della Commissione, tra cui Giuseppe Di Cristina di Riesi e Pippo Calderone di Catania. Tutti volarono subito a Roma insieme a uno che chiamavano “l’ avvocato”, non esercitava la professione ma era laureato… Andarono a Roma per parlare con il principe Borghese, con un certo Miceli (il generale Vito Miceli, capo del Sid, il Servizio informazioni difesa? ndr) che forse era un militare e forse con un certo Maletti (il generale Gianadelio Maletti, capo dell’ ufficio “D” del Sid? ndr)…”. Generali e mafiosi si incontrarono, parlarono per ore, cercarono di saperne di più su che cosa aveva scoperto Mauro De Mauro e convennero che era troppo pericoloso per troppi di loro tenere in circolazione “quello lì”. A quel punto, era chiaro a tutti i presenti quale sarebbe stato il passo successivo dell’ affare. Di Carlo svela ancora chi decise di uccidere il giornalista: “Da Roma partì subito l’ ordine di chiudergli la bocca… I miei amici mafiosi, quando ritornarono a Palermo, mi raccontarono che quella gente era molto preoccupata, mi dissero che avevano paura, che se fosse uscita anche la più piccola delle notizie sull’ operazione che stavano preparando, loro sarebbero stati tutti arrestati…”. Così morì Mauro De Mauro. Cominciò a morire al Circolo della Stampa nei saloni bui del teatro Massimo. Dove c’era sempre Tommaso Buscetta. Dove andava Masino Spadaro, che allora era il più grosso contrabbandiere di “bionde” del Mediterraneo. Dove c’ era sempre Emanuele D’ Agostino che era l’ autista di Stefano Bontate. Era esuberante Mauro De Mauro. Curioso della vita, ciondolava in quei saloni, tra quella gente e chiacchierava volentieri, chiedeva sempre qualcosa (“Ci sono novità?”) e rideva e scherzava e sapeva dar fiducia e farsi rispettare come “uomo con una sola faccia” e anche voler bene come un amico sincero. Poi tornava in redazione, infilava la testa nello stanzone della cronaca e ripeteva l’altro suo grido di guerra ai più giovani che pestavano apprensivi i tasti della macchina per scrivere: “Minchiate…sono tutte minchiate…”. Mauro era scuro, alto, claudicante e con il naso ricucito per le ferite di un incidente stradale nei pressi di Verona o, come sosteneva qualcuno, per le legnate prese da un gruppo di partigiani. Un suo fratello aviatore era morto in guerra e un altro, Tullio, (l’ attuale ministro della Pubblica istruzione) era già allora un autorevole linguista. Sua moglie Elda era stata anche lei braccata dai partigiani del Pavese, alla seconda figlia avevano dato il nome di Junia come quello di Borghese che era stato il suo comandante alla Decima Mas. Aveva 49

Junio Valerio Borghese

A sinistra: Junio Valerio Borghese

anni Mauro De Mauro, la sera che incontrò D’ Agostino, Provenzano e Giaconia sotto casa. Aveva lo scoop della vita tra le mani, ma non intuì che era stato già tradito. “Gli interessi in gioco erano troppo grossi e dentro Cosa Nostra non tutti erano d’ accordo con quel golpe”, ha precisato meglio il mafioso Di Carlo venerdì 19 gennaio, nel suo secondo giorno di interrogatorio sul mistero della scomparsa del giornalista con il procuratore Pietro Grasso, l’ aggiunto Guido Lo Forte e il sostituto Vittorio Teresi. La notizia che il principe Borghese stava progettando un colpo di Stato e che aveva chiesto un appoggio alla mafia, Mauro De Mauro la venne a sapere da un suo vecchio amico di estrema destra, uno che conosceva tutti i dettagli dell’ operazione “Tora Tora”, nome in codice del piano insurrezionale che sarebbe dovuto scattare la notte tra il 7 e l’ 8 dicembre del 1970. Mauro De Mauro aveva scoperto tutto tre mesi prima. Seppe che il principe Borghese aveva “arruolato” anche Cosa Nostra. In cambio di un aiuto aveva promesso di cancellare ergastoli e processi per gli uomini d’ onore in gabbia. Lo torturano, ma non fece il nome di chi per primo gli “soffiò” la notizia. Ricorda Francesco Di Carlo: “Ci avevano assicurato che nessuno di noi sarebbe più andato al soggiorno obbligato né avrebbe più subito provvedimenti tipo la sorveglianza speciale, il nuovo governo avrebbe dato un colpo di spugna al passato… ma non tutta Cosa Nostra vedeva di buon occhio il piano dei fascisti”. Una parte era d’ accordo, altri non volevano sentire ragione di quelle promesse di Junio

Bernardo Provenzano

Bernardo Provenzano

Valerio Borghese. Il principe pretendeva che alla vigilia del golpe la mafia consegnasse ai generali una “lista” di tutti i mafiosi dell’ isola, poi per farsi riconoscere durante il colpo di Stato gli stessi mafiosi avrebbero dovuto portare una fascia al braccio. Ci fu un summit a Milano per decidere cosa fare. C’era tutta la Cupola. E c’era anche Francesco Di Carlo quel giorno con gli altri boss. Il golpe non ci fu più, ma anche Mauro De Mauro non c’era più. Era stato inghiottito nel nulla. Là dove le acque dell’ Oreto seguono le colline e poi, lentamente e sempre più torbide, finiscono nel mare di Palermo.

Pubblicato su: REPUBBLICA in data: 27/01/2001 a pagina: 10 nella sezione: CRONACA


Parla Bruno Carbone, ex “compagno di banco” di De Mauro a “L’ Ora”

“Le sue fonti tra i fascisti così preparava lo scoop”

Le rivelazioni su “Repubblica” “Conosceva bene anche quel Giacomo Micalizio che poi fu coinvolto e poi ancora assolto per il golpe Borghese…” IL RACCONTO

di ATTILIO BOLZONI

PALERMO – Sulla sua scrivania di ferro color verdastro c’ erano sempre due o tre pacchetti di “nazionali” senza filtro e una bottiglia di whisky. E poi ci faceva volare su anche il solito maglione un po’ largo che si sfilava ogni volta che doveva picchiare le dita sulla macchina per scrivere, cinque o sei cartelle di trenta righe l’ una buttate giù in meno di un paio d’ ore, fogli che scivolavano via cronaca dopo cronaca, giorno dopo giorno. “Fumava come un turco ma beveva solo dopo che avevamo chiuso, cioè solo di pomeriggio… io ho sempre creduto che l’ avessero ucciso per il golpe ma ormai si sono persi 30 anni prima di seguire la pista giusta”, ricorda il collega che ha vissuto a fianco di Mauro De Mauro, prima stanza a sinistra al secondo piano del palazzotto di vetro dove si stampava “L’ Ora”, quotidiano della sera che in quell’ epoca era voce e cuore dell’ altra Palermo, “L’Ora morti e feriti” venduto dagli strilloni che annunciavano sempre nuove sparatorie agli angoli delle vie. Si chiama Bruno Carbone, il giovanissimo “compagno di banco” del povero Mauro alla fine di quell’ estate del 1970. Aveva cominciato con Achille Occhetto a “Nuova Generazione”, l’avevano mandato giù in Sicilia a farsi le ossa affidandolo proprio a lui, il principe della “nera”, quel De Mauro che era già famoso per i suoi scoop sui fatti di mafia. La memoria di Bruno Carbone – che poi sarebbe anche diventato direttore di quel giornale – torna all’ estate del 1970: “Era sempre in contatto con quel mondo neofascista, io prendevo le sue telefonate, lo sentivo parlare, mi aveva detto che aveva per le mani un colpo straordinario… eppure nessun poliziotto e nessun magistrato mi ha mai ascoltato: sono stato testimone della vita e forse della morte di Mauro e nessuno mi ha mai chiesto nulla: è incredibile ma è così. Certi miei sospetti li ho confidati solo in privato, sono sempre stato convinto che De Mauro era stato ucciso perché a conoscenza di qualcosa sul quel piano militare…”. Un altro ricordo: “Pochi giorni prima di sparire gli suggerii di parlare con il procuratore capo

L'assassinio di Pietro Scaglione in via dei Cipressi a Palermo

L

Pietro Scaglione, lui ci andò… dopo pochi mesi uccisero anche Scaglione”. Il giornale era proprio al centro di Palermo, le finestre della stanza di De Mauro e di Carbone davano sul fioraio di piazzetta Napoli. “L’avevo conosciuto lì, primo servizio con lui in un paesino dove un uomo era fuggito con la cognata ma dopo poche ore li trovarono morti tutti e due: si erano suicidati. De Mauro mi portò a casa della moglie, c’ era anche Gigi Petix il fotografo, appena quella aprì la porta lui la tramortì raccontandole cosa era successo al marito e alla sorella. Intanto Mauro aveva già ripulito la casa di tutte le foto e quando arrivarono quelli del “Giornale di Sicilia” non trovarono più niente. Io ero sconvolto, ma allora si faceva così…”. Bruno Carbone racconta le scorribande di De Mauro cronista e poi torna a quei rapporti che aveva sempre mantenuto con i neri: “Sentiva tanta gente che era stata come lui nella Decima Mas, conosceva sicuramente bene anche quel Giacomo Micalizio che poi fu coinvolto e poi ancora assolto per il golpe Borghese… non so se ebbe contatti con lui in quegli ultimi giorni, questo non mi risulta…”. Giacomo Micalizio è un medico che ha un laboratorio di analisi a Palermo. Risponde al telefono: “Non ho sentito De Mauro in quei giorni, lo frequentavo ma tantissimi anni prima. Non voglio parlare di queste cose fino a quando non capirò che piega prende tutta questa vicenda… quando capirò, e solo allora, offrirò la mia testimonianza”. Caporedattore de “L’ Ora” in quell’anno, il 70, era Etrio Fidora. Ricorda come se fosse ieri la mattina di quel 17 settembre, quando “quello straordinario giornalista che era Mauro” non si trovava dalla notte prima. “Non ci preoccupammo più di tanto, era già accaduto altre volte… qualche mese prima non era venuto al giornale per due giorni, io e il direttore amministrativo Giovanni Fantozzi lo trovammo a casa completamente sbronzo”. Fu sempre Etrio Fidora a entrare nella stessa casa di via delle Magnolie tre giorni dopo la scomparsa, quando ritrovarono la sua auto, la Bmw blu. Accade qualcosa che non è facile dimenticare. E’ sempre Fidora che parla: “Il commissario Boris Giuliano voleva prendere impronte digitali di Mauro ma in casa sua non ne aveva trovata neanche una, allora io gli dissi che c’ era un posto dove sicuramente le avrebbe trovate: sui tasti della sua macchina per scrivere. Mi sbagliavo… non c’ erano neppure lì sopra… in casa mi dissero che avevano pulito tutto, che era loro abitudine pulire tutto ogni mattina”.

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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7 risposte a Il caso De Mauro: la pista nera

  1. Gabriella Modica ha detto:

    E’ strano.
    Quella scritta ” L’ Ora”, sebbene fossi molto piccola, all’ epoca, e’ un’ immagine familiare. Adesso, come allora.
    Questa descrizione del tipo ” troppo toco”, che beve solo a chiusura del pomeriggio e all’ indomani è già scattante e attivo,
    sembra la descrizione essenziale dell’ essere palermitani. Dell’ essere completamente sottosopra. Lucidi e pronti in mezzo all’ incubo di giorno ed ebbri quando si dovrebbe lasciar posto, la notte, al riposo e al sognare per il meglio costruire.
    Si beve per non ricordarli, i sogni. E in questo caso, vivere e lavorare a Palermo in quegli anni voleva dire vivere in un brutto sogno in cui non si vuole restare mai perfettamente lucidi. Ad ogni modo i racconti della figura e del modo di lavorare di De Mauro, sembrano quasi un’ ammissione di colpa. Nessuno lo dice mai, in questi racconti. Ma è evidente che si racconta un grande talento sovrastato dall’ incoscienza.
    Dove nasce questa figura del cronista d’ assalto che deve combattere il male facendogli la guerra oppure fregandolo con le parole scritte? Secondo lei, questi giornalisti, hanno mai avuto la consapevolezza di essere delle bombe ad orologeria umane?
    Che storia, che intenzioni ha mai avuto il nostro raccontare? Era fine a sè stesso?, voleva essere un incentivo alla gente semplice, a ricordarsi d’ avere una dignità? O era soprattutto una rivendicazione d’ esistenza del tutto personale?
    Un caro saluto.
    Gabriella

  2. casarrubea ha detto:

    Cara Gabriella,
    inutile dirti che la tua osservazione provoca in me un riaffiorare di immagini e ricordi. Il rimpianto di un tempo che non c’è più, di una stampa che segnò un’epoca e morì affossata dai tempi nuovi che si avvicinavano col loro carico minaccioso per il futuro, per la comunicazione e il diritto dell’informazione.
    Ricordo quando il “L’Ora” si vendeva a squarciagola per le strade di Palermo. La gente si fermava e lo comprava. Ed era sempre scandalizzata, turbata. Perchè il giornale faceva bene il suo compito: informare. Vi scrivevano giornalisti che avevano la schiena dritta e sapevano a cosa potevano andare incontro. Come Giuliana Saladino, Orazio Barrese, Mario Farinella e tanti altri che magari il giorno prima avevano subito delle minacce e il giorno dopo, puntuali come sempre, erano sul posto di lavoro.
    Anch’io andavo qualche volta alla sede del giornale in via Mariano Stabile. Facevo o volevo fare il corrispondente. Scrivevo dei pezzi e la mattina li spedivo che la corriera che andava da Partinico a Piazza Marina, dove, puntualmente quacuno li ritirava. Era un giornale attento alle persone; curava i particolari delle relazioni umane e appariva come un punto cardinale per l’orientamento civile di molti giovani. Un giornale che veniva da lontano e che tutti sapevamo poteva durare solo il respiro di un mattino. Subì infatti molti attentati e rappresentò per molte generazioni di studenti e di persone libere un punto di riferimento per le battaglie civili dei palermitani e dei siciliani onesti. Vi scrivevano anche Leonardo Sciascia e molti intellettuali siciliani e italiani che volevano riscattare la Sicilia dalla servitù dei poteri forti. Per questo il giornale fu anche il trampolino di lancio di uomini come Danilo Dolci, impegnati sul fronte della guerra alla mafia e per lo sviluppo. Fu l’emblema del dissenso, della trasgressione necessaria, della rottura delle regole sociali governate dalle strutture culturali mafiose.
    Quando mi recavo a visitare qualche amico, come Vincenzo Vasile, attraversavo corridoi e stanze. Ricordo benissimo di avere visto, più di una volta, alla sua scrivania Mauro De Mauro: sempre serio, quasi tenebroso in viso, fumava una sigaretta dopo l’altra. Leggevo sempre le lunghe inchieste che scriveva, e ne rimanevo sempre affascinato. Era una buona penna. E avevo di lui una rappresentazione romantica, come quella espressa in qualche modo dalla Saladino dopo la sua scomparsa.
    Ma non mi sono mai accontentato delle prime impressioni che si provano dopo un evento, tragico o bello che sia. Perciò ho considerato sempre la morte di questo giornalista come qualcosa di più profondo e grave rispetto alla stessa battaglia che stava combattendo assieme ai suoi compagni di lavoro, per una Sicilia nuova. Il suo era e rimane ancora un caso a sè. Perchè lo scopo del nostro raccontare si lega spesso a noi stessi, alla nostra storia, a ciò che abbiamo voluto essere prima, oltre al rapporto che abbiamo voluto avere col mondo che più da vicino ci circonda. Noi siamo spesso vittime del nostro stesso passato. Ma i vincitori chi sono? (GC)

  3. Gabriella Modica ha detto:

    Sa, cos’ è, professore?
    Credo che, ammesso che sia importante stabilire se ci sono dei vincitori, ogni vittima è un punto di riferimento che ci serve ad andare sempre oltre il nostro punto di vista. E’ vero, siamo spesso, troppo spesso vittime del nostro passato. Ma una volta i princìpi per cui si diventava vittime avevano un senso per la società. Si spostava l’ attenzione dalle proprie vicende personali per concentrarla su temi che permettessero di scatenare quella rabbia. Come un adolescente che non può scagliarsi contro i propri genitori e si scaglia con la stessa violenza contro qualcosa che è in qualche misura l’ estensione del mostro da uccidere. La violenza dell’ informazione di quegli anni scandalizzava perchè era pura come la voce di un bambino che strilla perchè non accetta che il mondo è cattivo.
    Perchè attraverso quel raccontare senza peli sulla lingua metteva a nudo non solo il mafioso, ma tutta la società che aveva permesso che le cose andassero in quel modo.
    Ma come in tutte le storie umane, nessuno ha colpa di essere come è. Dovremmo sempre sforzarci di comprendere, prima di giudicare. Sia che a giudicare sia il lettore che si scandalizza, che a farlo sia il giornalista che denuncia.
    In questi giorni mi è capitato di parlare con della gente che mi ha raccontato qual’ era il ruolo del mafioso nel loro quartiere, fino ad una cinquantina di anni fa. In sintesi, il loro ricordo era di un uomo che esisteva solo ed esclusivamente per mantenere l’ ordine nel proprio quartiere. Ovviamente sappiamo che non è così.
    Però le parole degli uomini possono darci delle indicazioni utili per capire molte cose. Non è solo una questione di informazione. E’ anche una questione di conoscenza. Il concetto positivo del mafioso che mantiene l’ ordine nella propria zona ha radici lontane. Persino il Conte Ruggero dava libertà e fiducia agli uomini di diverse culture, di gestire il proprio quartiere. E più di recente le vicende dei mafiosi venivano messe in scena Ne ” I mafiusi della Vicaria”. Sembra la versione senza tempo, ma deviata di quell’ antico modo di fare.
    Eppure ancor oggi Quei Signori qualcuno li ricorda con grande ammirazione. Ai tempi della Vicaria il termine mafioso nella mentalità popolare aveva ancora una connotazione positiva: indicava baldanza, prestanza, coraggio. Le immagini mentali persistono anche nelle società, non solo nei singoli. E sembrano attraversare i secoli cercando di dirci sempre qualcosa d’ importante. Il giovane coraggioso del 1863 che ruba ai ricchi per dare ai poveri, il mafioso buono, figura ancor oggi dura a morire, fa pensare al povero Giuliano, vittima egli stesso di un passato che qualcuno vuol farti credere che puoi trasformare con coraggio, plauso e onori. Bisognerebbe dargli un nuovo aggettivo, al mafioso. O forse, bisognerebbe non definirlo più. Per assurdo, sembra che oggi il mafioso sia più che mai una sorta di capro espiatorio molto, molto comodo.
    Le piccole storie, quelle dei bimbi mandati per strada a vendere i fiori, o che finiscono nella tratta dei pedofili, quelle degli immigrati che sono ancora tanto distanti in un paese di cui sono stati in buona parte fondatori, l’ ignoranza e la fatica ad elaborare dei nuovi metodi d’ informazione che abituino i nostri figli fin da piccoli a sviluppare una coscienza civile, sono, per l’ informazione di oggi, elementi secondari cui dedicare spesso solo il trafiletto sulla colonna a destra del giornale e non molto altro. A meno che non si tratti della notizia che fa rumore, sempre in senso negativo. E tanto altro. La rabbia è la stessa, e aumenta. E’ importante, la sua riflessione. E in qualche modo, è una conferma ad un pensiero che sempre più persone stanno sviluppando. Questa rabbia e questa incoscienza sono emozioni che bisogna conoscere profondamente, prima di farle esplodere in modo devastante. E’ una guerra, senz’ altro. Le vittime sono alleati e maestri.
    La vittoria non è importante sapere quando la otterremo. Quel che importa è fare ognuno, chi in piccolo, chi in grande, la nostra parte con la massima consapevolezza. Buona serata.
    Gabriella Modica

  4. E’ singolare leggere tanta santificazione di un uomo in morte quando da vivo, posso testimoniarlo per esperienza diretta (anche se avevo 13 anni quando scomparve), non godeva di molta stima all’interno del giornale L’Ora. E’ vero, lo confinarono allo sport, ma la versione che io conosco è che aveva fatto sparire delle foto che compromettevano un uomo delle istituzioni, poi assassinato. Molti all’interno del giornale si chiedevano cosa ci facesse un ex appartenente alla decima MAS in un giornale di sinistra. Io me lo chiedo ancora, forse quel goffo PCI sperava di avere un doppiogiochista al suo interno, è probabile invece che De Mauro spiasse i suoi colleghi. All’indomani della sua scomparsa tutti i telefoni privati dei giornalisti dell’Ora iniziarono ad essere intercettati, e la cosa andò avanti per anni. Nel vostro ultimo libro c’è un’interessante capitolo su De Mauro che lo descrive molto coinvolto con fascisti, nazisti e servizi segreti. Mi ha sconvolto sapere che una persona incontrata tante volte, che ha lavorato a fianco dei miei genitori, avesse libero acceso a vi Tasso. Ma tale rivelazione non ha fatto altro che confermare i miei dubbi. Spiace deludere la visione agiografica del post mortem, soprattutto per la sua famiglia, ma non si diventa limpidi solo perché si muore, anche Salvo Lima è stato ucciso dalla mafia.

  5. Comunista ha detto:

    Invece Mauro De Mauro era un galantuomo ed aveva un buon rapporto con il giornale L’Ora (non con tutti, ma con la maggioranza dei giornalisti).
    Era in buoni rapporti con Vincenzo Vasile (che lottava nel Sessantotto insieme alla figlia di De Mauro Junia), ma anche con Salvo Licata, con Ciccio La Licata, con Giuliana Saladino e con tanti altri giornalisti del glorioso L’Ora.
    Anche Bocca e tanti altri avevano un passato fascista, ma si sono ovviamente emendati da quell’errore di gioventu’ militando nella sinistra.
    De Mauro non era piu’ fascista, aveva sinceramente aderito ai valori e agli ideali del glorioso L’Ora. Ed era un ottimo giornalista d’inchiesta, vecchio stile, come Mario Francese o Salvo Licata. Inoltre, Mauro De Mauro, anche per le battaglie progressiste delle figlie Junia e Franca, guardava con simpatia al movimento del Sessantotto e dava voce a quelle spinte libertarie, antiautoritarie e progressiste.
    Quindi non condivido che si parli male di un eroe moderno come Mauro De Mauro, martire del giornalismo italiano e lontano anni luce dal passato repubblichino.

  6. Claudia ha detto:

    Ci sono storie che meriterebbero di essere raccontate tutti i giorni. Nelle piazze, nelle scuole, ovunque. La storia di un giornalismo coraggioso che senza fronzoli, peli sulla lingua ha avuto il coraggio di denunciare la mafia, quando questa non era minimamente presa in considerazione dallo stato italiano. Chiudo citando la descrizione che Giuliana Saladino ha fatto di Mauro De Mauro nel suo libro-memoria.
    ” Generoso, ingenuo, sentimentale, bravo a fiutare la notizia, svelto a scrivere in buona forma, un po’ fanfarone, pronto all’emozione, all’entusiasmo, un buono. Ma anche intrigante, un po’ traffichino, altro che ingegno, era un furbo”. Grazie professore per il suo contributo e impegno. Senza storia e qualcuno che la imprima su carta ,non c’è neanche futuro.

  7. Francesco Paolo Magno ha detto:

    Sono convinto che le convinzioni ideologiche e le militanze politiche della giovinezza ci accompagnano per tutta la vita,anche quando (in buona,o in cattiva fede) dichiariamo di averle abbandonate:il che è presente nei comportamenti di Mauro De Mauro.

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