Partinico: il re tra cappelli e coppole


Alla fine del ‘700 Ferdinando III di Borbone chiuse un secolo, all’insegna della peggiore delle sciagure che gli potessero capitare.  Napoli era infatti in piena rivoluzione, come dieci anni prima lo era stata Parigi. Qui erano finiti sul patibolo il “cristianissimo” re di Francia Luigi XVI e la sua consorte Maria Antonietta. Perciò non credette opportuno perdere altro tempo e portatosi dietro un confessore salpò per Palermo.

La scelta non fu sbagliata perché i siciliani con le loro manie di grandezza avevano sempre avuto la pretesa di essere sede di un regno, perché a loro giudizio, la Sicilia, terra di vulcani e ciclopi, valeva un re e molto altro, cioè dei signori in grado di trarre  da questa presenza vantaggi d’ogni sorta. Bastava la generosità.

Palermo era stata da sempre città ospitale con i potenti. Lo fu col re allora, e lo è stata col sultano e altri consimili oggi. Tutti bene accolti perché tutti potenzialmente generosi. Il nuovo re, che si chiamerà Ferdinando I, questa volta volle fare sul serio e dare prova della sua magnanimità. Avea tutto da guadagnare e niente da perdere con i suoi sudditi, visti i tempi che correvano.

Nell’isola si circondò di gente illuminata e cercando anche qui di capire da dove soffiava il vento, anche lui si fece trasportare dalla corrente. Una corrente particolare quella siciliana perchè, come è noto, a comandare è sempre chi della Sicilia si fa interprete.  Non fu la sua una scelta facile. Tuttavia volle dare seguito a quello che i vicerè Caracciolo e Caramanico avevano intrapreso contro il baronaggio parassitario parecchio tempo prima. Consigliato da uomini illuminati come il cavaliere Felice Lioy fece per i partinicesi quello che non aveva mai fatto nessuno. Con un semplice atto amministrativo diede alla borghesia agraria  (i galatuomini che usavano i cappelli) i poteri che questa classe non aveva mai avuto. La investì di cariche e diede origine, giusto nell’anno in cui un secolo moriva e un altro nasceva, nel 1800, all’universitas autonoma di Partinico. Nacquero allora il Comune, il Municipio e le sue rappresentanze. Non era mai accaduto in passato. Per lunghi secoli gli abati cistercensi, proprietari delle migliaia di salme di terre boschive che coprivano gran parte della piana che si affaccia tra il golfo di San Cataldo e le ‘balestrate’, avevano fatto il bello e il cattivo tempo spezzettando il latifondo in parecchie particelle di terra  e affidandole a questa o quella famiglia aristocratica. Così baroni, marchesi e principi si erano accattivati convenienti contratti di enfiteusi, praticamente trasformati in proprietà definitiva. Naturalmente sulla pelle dei contadini. Nacque da quel momento un nuovo conflitto sociale i cui protagonisti non furono più gli aristocratici assenteisti come gli abati di Altofonte, per lo più provenienti da casati della nobiltà ecclesiastica, ma i borghesi i cui antagonisti furono i contadini abituati a portare le coppole. Mettendo da parte le ‘coppole storte’, nate come deviazione delle coppole ‘dritte’ abitualmente portate da quelli che lavoravano, durante i loro tempi di permanenza nel paese, ci interessa evidenziare qui, un’eccezione alla regola del pessimo governo cronicizzatosi per secoli a Partinico.

Con la legittimazione della borghesia cittadina alla gestione della città, questa ebbe un esempio concreto di azienda capace di essere volano per l’economia del principale suo prodotto agricolo: il vino. Per quanto i vigneti costituissero ormai a quell’epoca la principale percentuale dell’intera estensione agraria delle originarie cinquemila e cinquecento salme di terra che occupavano la piana, tuttavia – notava Lioy – i partinicesi producevano un vino di pessima qualità. Lo tenevano in botti conservate n luoghi inidonei e in ambienti igienicamente non adeguati. Era facile perciò che inacidisse. La cantina del Real Podere doveva essere perciò esempio di come una struttura produttiva potesse essere all’avanguardia nella produzione di vini altamente pregiati.

Alla concessione dell’autonomia amministrativa seguì quindi la costruzione di una Cantina che per la sua destinazione e per la sua concezione non ha uguali in tutta la Sicilia. Come il lettore potrà vedere vi trovarono impiego e lavoro numerose figure professionali, divenendo punto di conferimento delle uve per tutti i proprietari di vigneti della zona. Un primato al quale i partinicesi avevano diritto.

Già dalla fine del XV secolo si era avviata una consistente pratica di trasformazione del terreno boschivo in terreno adibito a vigneto come dimostra in questo stesso sito l’opera dell’imprenditore Gian Domenico Cicala che impiantò il suo vigneto all’inizio del ‘600 continuando l’azione secolare del riformismo agrario che dalle nostre parti ebbe caratteristiche e condizioni del tutto peculiari (ad esempio i contratti “a quarta generatione aut nominatione” della durata cioè di cento anni) praticamente inesistenti altrove.

Nelle pagine di Stefano Marino che riportiamo, tratte dal suo “Partinico e i suoi dintorni. Un raggio di storia siciliana” (Palermo, tipografia Clamis e Roberti, 1855), si può notare come la Cantina reale sia una struttura unitaria multivalente avente per caratteristiche sia la produzione e la conservazione razionale del vino, sia anche strutture di interesse per la pubblica utilità.  I cittadini potevano assistere agli spettacoli offerti dal marchese di Gran Montagna nel suo teatro costituente parte integrante del sistema produttivo realizzato all’interno dell’area di pertinenza della Cantina. IPotevano passeggiare lungo le 84 salme di terra ricche di piante esotiche (le “stufe botaniche”), viale intensi di aromi mediterranei, laghetti con cigni, migliaia di alberi fruttiferi, fioriere. In questo modello era sottesa una concezione politica e sociale di grande interesse: e cioè lo sviluppo economico non scisso dalle componenti culturali della società. Il notaio Giuseppe Di Bartolomeo che fece appena in tempo a vedere allestita la Cantina, prima di ultimare il suo lavoro sulla storia di Partinico (1805), ebbe modo di apprezzarne la filosofia che vi era sottesa e di partecipare alla vita del teatro rappresentando alcune delle  opere letterarie da lui stesso prodotte (vedi gli altri articoli della stessa rubrica).

Insomma con la Cantina si realizzava la prima opera pubblica, riconosciuta su scala internazionale, per cui finalmente i partinicesi, per la prima e forse l’ultima volta, nella loro storia potevano dire di essere all’attenzione del mondo intero. O almeno, del popolo che presto sarebbe diventato italiano.

Per leggere le pagine del Marino sulla Cantina Borbonica clicca qui:

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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Una risposta a Partinico: il re tra cappelli e coppole

  1. Michael Lioy ha detto:

    The article is very nice and articulate. My Great-Great Grandfather was Felice Lioy whom did the wine experiments for the King and was instrumental for the building of Cantina Borbonica

    Mike Lioy

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