Felice Lioy: come si fa il vino

 

Antica pigiatura dell'uvaRiproduciamo fedelmente un’introvabile ‘Memoria’ a stampa di Felice Lioy, amministratore dei beni della Magione di Palermo, scritta, in vista della realizzazione di un progetto basato sulla produzione di vino a Partinico. Lioy scopre che nelle case di Partinico, come in quelle del Regno delle due Sicilie, il vino si conserva in recipienti inadeguati e in ambienti carenti sotto il profilo igienico. Vuole dare un esempio di azienda razionale ed efficiente, e propone al re, appunto, la costruzione della Cantina del Real Podere: un esempio di microefficienza tra i più rilevanti in tutto il Mezzogiorno d’Italia. L’opera è datata 1800 ma può ricondursi ad una lunga esperienza osservativa condotta sia a Partinico sia anche a Marineo tra il 1789 e il 1799. Nel caso di Partinico si utilizzano i terreni della contrada Giancaldaja. Sono tra i peggiori, ma la scelta non è casuale.  Se l’esperienza riesce con uve di qualità mediocre  – pensa Lioy –  allora a maggior ragione utilizzando vitigni di qualità superiori i risultati saranno  migliori.  Partinico non era l’ultima landa sperduta del Regno delle due Sicilie. Vantava un primato nella produzione di vino in quanto, qui, i vigneti erano stati impiantati  in modo sistematico da diversi secoli (dalla fine del XV) e costituivano un primato assoluto, almeno in tutta l’area siciliana. A questa nicchia storica  si aggiungeva quella dell’area etnea, nel catanese.

La sperimentazione del Lioy può essere collocata alla base dell’effettiva realizzazione della Cantina del Real Podere. Il testo originale è stato rintracciato e pubblicato da G. Casarrubea in “Uomini e terra a Partinico” (Palermo, Vittorietti, 1981).

Cantina reale (1808) Foto Tommaso Aiello

Cantina reale (1803) Foto Tommaso Aiello

‘Memoria per la manipolazione dei vini’

Vuole il Re, che si dia alla stampa in questa Reale Stamperia una

Memoria composta dal cav. D. Felice Lioy con delle osservazioni intorno

a’ difetti, che in generale si sono introdotti nella preparazione de’ Vini

nelle due Sicilie, cogli sperimenti de’ Vini da lui preparati in Marineo, e

Partinico; ed io nel Real Nome prevengo V.S. di questa Sovrana risoluzione, perchè ne disponga la esecuzione. Palazzo. 1800.

Il Principe de’ Luzzi

Sig. Cav. Speciale Direttore della Reale Stamperia.

Trovai al mio arrivo in Sicilia nel 1789 il Vino di Prizzi, e quello di Palazzo Adriano impotabile, da Maggio in poi aceto guasto, o per meglio dire una composizione meravigliosa di cattivi odori, e sapori; m’impegnai da principio dare a quella buona gente qualche istruzione intorno al metodo da farsi buono, e sano, ma non fui ascoltato: mia Moglie il fece anni sono a Prizzi, gli riuscì ottimo: per tale lo presero tutti coloro, che lo assaggiarono; eppure non vi fu alcuno tra essi, che avesse provato a farne una botte con regola per proprio uso (1-2).

particolare architettonico  Foto Tommaso Aiello

Cantina: particolare architettonico Foto Tommaso Aiello

Non mi sono mai stancato d’insistere, e di mostrare, che tutto ciò, che si pratica colà nella manipolazione del Vino è contro il buon senso, e contro la ragione: ne cennerò talune delle di loro insensate pratiche. Si vuoI fare del buon Vino con uve raccolte immature, e alla rinfusa; mischiando la nera colla bianca, quella di specie precoce a maturarsi, e l’ultima a venire a maturazione (3). Si pretende avere buon Vino senza pigiare bene l’uva, mettendo a fermentare insieme talvolta la vendemmiata di parecchi giorni, senza comprendere, che così non può riuscire se non cattivo; conciosiacchè scorgesi chiaramente, che in tal modo, mentre una parte del liquore ribolle, l’altra non ha cominciato a darsi alcun moto pella decomposizione dell’acino dell’uva, onde incamminarsi alla formazione, e composizione del vino. Consequentemente non essendo simultanea, dee accadere necessariamente, che dieci grappoli di uva posti in differenti tempi, e succedaneamente a fermentare insieme, mentre il liquore del primo comincia a fermentare, quello dei secondi, terzo, e così via discorrendo degli altri, va dappresso tanto disordinatamente, quanto alla fine una parte del liquore serve di veicolo all’altra per corrompersi, e guastarsi (4).

Eglino non vogliono capire, che nel palmento di pietra è impossibile, che la fermentazione riesca perfetta, perciocchè nel mezzo ribolle ordinariamente la vinaccia, e negli estremi vi è appena tepore.

pigiatura dell'uva

pigiatura dell'uva

La forma dei palmenti è quadrilunga, di piccola profondità a cielo scoperto con evaporazione, e perdita strabocchevole dello spirito di vino, senza avvedersi, che cosl la fermentazione vinosa dee esaurirsi di spirito, dee riuscire imperfetta, ed ineguale. In verità pare, ch’essi presumano, che la natura debba rallentare il suo corso nel processo della fermentazione vinosa a quella dell’aceto, e della putrefazione, per riguardo della di loro ignoranza, e negligenza (5).

Che dirò del loro torchio del Vino? Forse appena è poco meglio disposto del primo inventato dall’uomo a tal uso; e il trappeto da Vino? si paragoni pure ad un porcile, che non si sbaglierà.

Raccomandai mille volte a quelle popolazioni l’uso del vaglio, che costa pochi tarì, ed è quasi simile a quello, che adoprasi per la paglia, onde si separano i grappoli dagli acini dell’uva; dimostrai loro, che mediante tal macchinetta, appena che si fruga sopra il craticcio l’uva ven-demmiata, facilmente si esacina da’ grappoli. Egli è dimostrato, che il Vino non solo riesce delicato, ma ancora vi si risparmia a calcolo fatto il dieci per cento nella quantità del mosto, che viene altrimenti assorbito dalla vinaccia; all’incontro col fatto vedesi chiaramente, che non solo non vi è fatica e spesa maggiore nell’adoperarsi il vaglio, ma piuttosto risparmio. Come se avessi predicato al deserto (6).

Ma che dirò delle tine da essi adoperate per la formazione della vinaccia, e delle botti, ove conservano il Vino? Alle corte queste formano una quintessenza stomachevole, e nauseosa; sicchè, se mi fosse permesso dar parere, ei converrebbe farne un sacrificio quasi di tutte in una baldoria, e abbruciarle ad onore dei Santi protettori del paese.

Si procede innanzi colla stessa balordaggine nella costruzion delle cantine quasi tutte a pian terreno in un clima così caldo come questo, dove un’ora di scirocco in tutta la sua gala è più che bastevole a guastarlo, e a corromperIo.

Si lasciano per lo più dimezzate le botti, e lungi di aver cura di riempirle, almeno nel tempo del ribollimento ne’ giorni seguenti al travaso nelle botti del mosto fermentato, costoro sono nella falsa credenza, che anzi questo giova a render loro il vino perfetto; infatti ho trovato mille volte le di loro botti senza conchiume, ed allo scoverto: in somma tutto si fa a caso, e quasi a dispetto per ridurre a meno del nulla, a danno della salute pubblica, cotanto prezioso liquore; il quale quando è ben preparato, e sobriamente bevuto, conforta, e prolunga la nostra vita, e rallegra in mezzo ai guai, che ci circondano; all’opposto è cagione di molte malattie sino a rendersi micidiale.

Non basta: trattosi il Vino dalle botti, queste lasciansi vuote, trascurandosi di farIe percolare sossopra, acciocchè si purgassero de’ residui, e della feccia, ed allora in poi sino alla nuova vendemmia si abbandonano aperte alla ventura; onde avviene, che sanno per lo più di muffa, e di seccume con gravissimo discapito della qualità del Vino, che vi si ripone nell’anno seguente. Finalmente con sommo danno pure per la conservazione delle botti, senza interIoquire degli altri utensili, de’ quali si servono per l’intera preparazione dei Vini, i quali fanno vergogna, ed insieme compassione. Piacesse al Cielo almeno, che i Deputati della salute pubblica vegliassero a proibire i vasi di rame, che in diversi luoghi si adoperano, da me più di una volta trovati vestiti di verde rame, che compone uno de’ più tremendi veleni.

mosto

mosto

E chi non vede, che in si fatta guisa senza la presunzione di far miracoli non si potrà giammai ottener buon vino in eterno? che così nel riporsi il nuovo nelle botti, oltrechè si espone a guastarsi immediatamente, lo sfrido, e la perdita nella quantità dee essere almeno il quindici a venti per cento; nè vi vuol meno per saturare i pori delle droghe disseccate dall’aria, che vi penetra da per tutto, principalmente in tempo d’estate: che così restando le botti a discrezione di tutte le lordure, e del ricamo delle fuligini, che adorna le loro cantine, che di tratto in tratto si precipitano, e vi cascan dentro, senza contare gl’insetti, sorci, ed altro, che vi vanno a fare i loro nidi, il nuovo mosto patisce, e guastasi, gittandosi in un perpetuo lievito di putrefazione. Finalmente, che la durata delle botti debba esser cortissima, e la spesa annuale del di loro risarcimento il decuplo almeno dippiù di quello, che altrimente avverrebbe, se vi si spendesse una dramma di giudizio.

Si prendono essi forse cura della durata, che si conviene alla prima interessantissima fermentazione del mosto nelle tine? niente affatto. Si pesta, e s’imbotta, o pure lasciasi fermentare appena un giorno il mosto per imbottarsi; onde il Vino riesce torbido, difficile a scaricarsi delle parti terree, grossolane, e fecciose, riesce fumoso, indigesto; quindi si ricorre in molti luoghi della Sicilia a purgarlo mediante vari nocivi medicamenti. È qualche anno che, visitai una magnifica cantina di un ricco Gentiluomo, ove in verità consumasi a tal uopo tanto gesso all’anno, quanto potrebbe forse bastare a fabbricarne una casa.

A proposito mi trovava nel mese di Ottobre qui in Marineo, donde scrivo questa Memoria, quando preparava il Vino col Valente Soprastante di questi Regali Boschi D. Giovan Battista Sevanse. Questa buona gente si rideva, e si burlava di me allorchè venne a sapere di aver lasciato fermentare il mosto nel tino oltre a otto giorni prima d’imbottarlo: mi fecero già il cattivo augurio, che a quest’ora l’avrei dovuto abbandonare al valente distillatore d’acquavite D. Giovanni d’Antoni, il quale per altro qui si diverte tutto l’anno alla distillazione del loro Vino guasto.

Egli è però avvenuto tutto il contrario, giacchè la maggior parte del Vino del paese, siccome essi stessi mi han confessato, si è già a questa ora tutto perduto, ovvero corre di galoppo alla corruzione: all’incontro quello da me preparato beesi con qualche gradimento alla mensa del Re.

Spinto dal desiderio, e da certo entusiasmo, che la provvidenza mi ha regalato pel bene della mia patria, che così anche riguardo la Sicilia, anni sono feci un viaggio in compagnia del difonto mio Suocero, e del professore di Agricoltura Abbate Balsamo. Ci fermammo in un bello e vasto vigneto ben coltivato, appartenente ad un benemerito, ed onestissimo Gentiluomo nostro amico, ricco negoziante di Vini. Ivi tutti tre c’impegnammo di preparare a nostro modo diverse specie di vini colle buone regole; ma siccome i nostri affari ci obbligarono a partire senza compire l’opera, così in buona fede ne raccomandammo la cura a quel curatolo, o sia Gastaldo. Quale ne fu il risultato? Colui fece tutto il contrario delle istruzioni, che noi gli lasciammo: il nostro Vino riusci pessimo; noi fummo posti in berlina e quasi trattati da Ciarlatani (7).

D’allora in poi mi contentai di farne ogn’anno alla Magione per uso della mia famiglia, e de’ miei amici. sino ch’ebbi il premio preziosissimo, ch’essendosi dato il pranzo alla Magione dal Commendatore Sua Altezza Reale il Principe Leopoldo mio Signore agli Augusti Genitori, e a tutta la Real Famiglia, co’ principali Cavalieri della Corte, e Ministri Esteri, non isdegnarono de beverlo, e di gradirlo.

Questo mi ha incoraggiato, e mi ha animato a preparare del Vino in Marineo, ed in Partenico nel passato Ottobre per servizio di Sua Maestà, e della Sua Real Famiglia. Or come potrei esprimere il mio contento in Marineo, ed in Partenico nel vedere, che il nostro amabilissimo Sovrano ne ha bevuto, e lo ha anche gustato. Egli, donatoci da Dio per essere la nostra felicità, giunge colla sua magnanimità, e clemenza ad approvare, e lodare anche questa mia tenuissima opera, sino a farmi la grazia di ordinarmi di pubblicare nella sua Reale Stamperia lo sperimento.

Quindi mi fo un dovere, e gloria insieme di spiegarlo ora colla maggiore precisione, e chiarezza possibile, ne’ due sperimenti fatti in quest’anno qui in Marineo, ed in Partenico.

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Sperimento del Vino preparato in Marineo ed in Partenico, sua riuscita, e costo

I. Premesso l’apparecchio di tutte le cose necessarie per la preparazione del Vino, e principalmente de’ tini, e delle botti abbonate, si è procurata dell’uva nera nella contrada detta di Casachella, e Carrioli nel territorio di Marineo, ed Ogliastro, le quali per altro non sono le migliori, e di là alla distanza di tre a quattro miglia in circa di questo Reale Ospizio, si è trasportata a schiene di mule ne’ barili: l’uva vendemmiata la giornata si è separata da’ grappoli per mezzo di un vaglio sovrapposto al tino la stessa sera (8). Lo stesso si è praticato per fare il Vino in Partenico nella contrada di Giancaldaja, la quale non è neppure delle migliori.

foto di gruppo di pigiatori (primo Novecento)

foto di gruppo di pigiatori (primo Novecento)

II. Indi si è pigiata la uva diligentemente, sino che si è veduto, che la massa della vinaccia non avesse acini interi, o non interamente spremuti.

III. La vinaccia col mosto si è lasciata fermentare, per mancanza di un tinaccio regolare, in una botte coperta per sollecitare la fermentazione, e perchè la polvere non l’imbrattasse, questa si è riempita un palmo sotto al coverchio, perchè colmandosi la vinaccia per mezzo della fermentazione, non traboccasse.

IV. Allora quando si è osservato, che avvicinandosi, anzi mettendosi nel mezzo sopra la vinaccia in fermento una lucerna, questa non si è spenta (9), subito si è passato nella botte il vino, avvertendo di mettere da parte lo strato superiore della vinaccia all’altezza di quattro dita, la quale galleggiando col contatto dell’aria, comincia a sentire di acido soverchio, e se vi si lasciasse, potrebbe servire di lievito a inacidire col tempo il Vino (10). Indi spremuta al torchio alla meglio leggermente la vinaccia, il Vino della prima torchiatura si è unito all’altro nella botte, per accrescergli colore, e sostanza, comechè si sà, che la parte colorata del Vino si contiene nella mucilaggine vicino alla scorza (11).

V. Si è tenuta da parte una sufficiente quantità dello stesso mosto per riempire la botte lasciata senza cocchiume ne’ primi giorni del forte bollimento, sino a tre, quattro volte, e in seguito la sera, e la mattina, sino a che a capo di 15 o 20 giorni nel cessare la sensibile fermentazione la botte si è chiusa col cocchiume esattamente, e questo si è fabbricato di gesso.

Alla fortunata occasione poi, che Sua Maestà si è conferito qui in Marineo di passaggio nella fine di Novembre, la M. S. si è degnata farne il primo saggio di quello sopravvanzato in una mezza botte, anche prima di farsene la tramuta, e lo ha gradito co’ Cavalieri del suo seguito Marchese Tanucci, e Principe di Jaci.

In Partenico poi nel felice incontro, che la Maestà Sua è venuta nella fine di dicembre a consolare, e felicitare quella popolazione colla Regina, col Principe Ereditario, e col Commendatore della Magione Principe Leopoldo, di quel vino si è servito alla Augusta mensa non senza applauso.

Ora che si avvicina la tramuta dell’uno, e dell’altro, e che sono più maturi, io spero, che si troveranno di molto migliorati, e già ora si trova buono assai. Non v’ ha dubbio, che quello di Marineo fatto di uva di monte non può avere quel pregio, che avrà quello di Partinico fatto di uve di piccoli colli alla vicinanza del mare; e per verità, dopo che quello giungerà a perfetta maturità, avrà meglio composti i due sapori dell’acido, e del dolce, i quali abbracciati dallo spirito a dose proporzionata compongono il Vino perfetto.

Non mi resta ora, che a rapportarne la spesa, e ‘1 costo, per compire questa Memoria, eccolo:

Per prezzo di uva

carrozzate 19 once 58. 1. 17.

Spese di manifattura, ed affitto di botti 8. 15. 18.

Sommano once 66. 17. 13.

Quale somma divisa a botti 15, vino risultato, viene a costare ad once 4.13.3 la botte, o sia a tarì 11.5 barile posto qui in Marineo.

Il Vino poi fattosi a Partinico dell’uva della contrada di Giancaldaja è risultato in tutto a tarì diciotto il barile.

uva21Mi sia infine lecito far da Profeta: subito che si spargerà la voce, che a Sua Maestà è piaciuto il Vino fatto in regola, siccome è già noto a tutti la protezione, e le grazie, che accorda la Maestà Sua a chiunque si occupa, e travaglia per il ben pubblico, e il desiderio di tutt’i suoi sudditi di dargli piacere (e qual altro piacere più delizioso pel nostro Re, e Padre, che quello di vederci felici per ogni riguardo), così in un momento nascerà la virtuosa gara per la necessaria riforma nella manipolazione de’ Vini (2) ed in questo stesso anno 1800 mille e mille de’ miei concittadini faranno miglior Vino del mio, ed io ne goderò.

N.B.: Le note di questo allegato sono del Lioy.

(1) L’ho detto più di una volta a miei amici; tentai di cacciare il fumo dalle abitazioni di Prizzi, e di Palazzo Adriano, dove per introdurre le ciminiere proposi di fame costruire per modello a spese dd Re in quelle dei poveri, ma non fu possibile persuadere coloro, i quali se la presero contro di me, come se cosl avessi voluto togliere il beneficio del calore, che loro dava il fumo in tempo d’inverno.

(2) Dopo aver ottenuto da Sua Maestà la beneficienza (nè ho chiesta beneficienza al nostro amabilissimo Sovrano per il bene di quelle popolazioni, che non me l’abbia sempre accordate al doppio) di prestarsi dalla Real Commenda della Magione, la somma necessaria per le strade da Vicari a Palazzo Adriano, dopo di essersi molto travagliato a formarne la traccia, e dopo aver tutto preparato per mettervi mano all’opera, si tenne il Consiglio in Prizzi, e fattasene la proposizione per principiarsi, i Consulenti furono tutti di voto negativo, gridando taluni fra essi: noi vogliamo romperci il collo ai cattivi passi, e annegarci ai torrenti, se fa bisogno, per timore di contribuire alla rata della spesa, la quale si riduceva a nulla in confronto del vantaggio, ce ne avrebbe ritratto.

(3) Tra i due difetti della vendemmia dell’uva immatura, non già agresta, e la troppo matura, è sempre meno pregiudizievole il primo, poiché si può in qualche modo riparar con l’arte, che l’altro, ch’è irreparabile; mentre Dio solo risuscita i morti.

(4) Spero che i miei amici di Prizzi, e di Palazzo Adriano non debbano offendersi di queste mie ingenue osservazioni sulle di loro erronee usanze nella preparazione del Vino; giacchè io loro presto quest’ufficio con animo di scuoterli a riconoscerli; acciocchè siano solleciti a ripararli una volta a loro vantaggio, perché mi sono cari, e perché mi sono stati dalla Real Clemenza del nostro amabilissimo Sovrano raccomandati. Per altro io confesso, che quelle non sono le sole popolazioni, le quali peccano d’igno- ranza, e di oscitanza su questo interessante oggetto di economia. Se si visita di parte in parte questo Regno, e quello di Napoli, eccettuatine pochi paesi, dove ho trovato de’ Gentiluomini, Sacerdoti, e Frati, i quali si sono da qualche tempo applicati a correggere cotali abusi, che urtano col buon senso, e colla ragione, ed hanno preso qualche sorte di gusto per le cose economiche, tutto il resto si somiglia. Infatti io, che d’ordine di Sua Maestà nel 1788 visitai la provincia di Bari, dove nacqui, e quella di Lecce, non ostante che si distinguano alquanto nella coltura fra le altre, le trovai su questo proposito non esenti da usanze contro senso, ed ineconomiche.

(5) Ottenni da Sua Maestà la grazia con Dispaccio de’ 22 Settembre 1791 di stabilirsi in Prizzi, ed in Palazzo Adriano, colla promessa anche de’ premi, una Società economica per lo miglioramento dell’agricoltura, e per lo studio della storia naturale del paese, affin di occupare utilmente i talenti di quei Sacerdoti, e Gentiluomini (e per la verità ve n’ha de’ distinti); ma non ostante le mie sollecitazioni, e sin anche amichevoli rimproveri non ho potuto ancora aver la consolazione di vedere spuntare alla luce un qualche loro pensiero per il bene pubblico.

(6) Il guadagno della separazione dei grappoli dagli acini d’uva lo certificai con replicati sperimenti fatti nella Villa tra Padova, e Vicenza dalla felice memoria del mio dilettissimo, e non abbastanza compianto, amico, e suocero D. Francesco Modena uno de’ miei Maestri, virtuosissimo cristiano, e benefico economista. Or chi volesse tener conto de’ due Regni dell’importo di questa pratica economica, forse resterebbe meravigliato nel trovarla quasi di un milione di once all’anno.

(7) Nell’affare de’ Vini qualsivogtia piccola diligenza trascurata decide della riuscita non solo nel prepararlo, ma ancora nel conservarlo, principalmente nel preservarlo dall’aria, e nella proprietà, e convenienza de’ vasi, in cui si ripone.

(8) Questo vaglio è ordito, e tramato di spago, che passa per dritto, e a traverso in un telaro di legname pertugiato ai lati, in modo che collo spago attraversato forma dello stesso piccole figure in quadretto larghe quanto vi passi comodamente il pollice di una mano, sicché l’acino d’uva nel rimenarsi i grappoli casca nel tino, e quelli vi restano sopra per gittarsi da parte. I telari debbono essere dell’altezza di mezzo palmo nelle sponde, acciocchè non si spanda versandosi su questa macchinetta economica l’uva vendemmiata co’ cofani, o barili. Non vi è bisogno di lungo discorso per comprendere questa man d’opera: due uomini si mettono in piedi di dirimpetto vicino al tino, dove è soprapposto il vaglio, ed a misura che vi versano i confini d’uva la rimenano, e ne frugano i grappoli, ed all’istante gli acini vanno giù nel tino, e le graspe vi restan sopra, le quali ammucchiandosi, e sbattendosi sullo stesso vaglio, si buttano a terra in un lato per gli altri usi economici.

(9) Di tutt’i metodi di saggiare il mosto di aver compita la fermentazione, quello di pprossimarvi la lucerna a’ tini, e di travasarlo nelle botti subito, che quella non si spegne, è il più semplice, il più sicuro, o almeno più adatto alla capacità delle persone ideote, che sogliono sopraintendere alle cantine. Potrei accennare molte altre diligenze, le quali sono avvertite dagli economisti per la manipolazione del Vino; ma ho creduto meglio di prescinderne per non uscir fuori de’ miti di una breve memoria, ed anche a riflesso, che moltiplicandosi il ricettario all’infinito, come suol farsi dagli scrupolosi, non si ottien niente di buono. Non vi è peggiore nimico del buono, che l’ottimo, e guai quando i metafisici Poeti si mischiano nelle facende della nostra vita economiche, ed anche politiche.

(l0) Di questa utile precauzione economica mi riconosco umilmente debitore all’istruzione, che mi ha fatto grazia darmi Sua Altezza Reale l’ornatissimo, e virtuoso Principe Ereditario. Ma io queste stesse vinacce le ho poste anche a profitto per fame dell’aceto, che mostra di riuscire squisito. Sul proposito delle vinacce non sarà inutile di rapportare l’uso profittevole, che fassene in Lombardia, e che pel Regno di Napoli, e per questo della Sicilia non dovrebbe trascurarsi. Cavasi una fossa, come si costuma da noi per riporvi la neve, questa si riempie dopo la vendemmia di vinaccia alternatamente uno strato di questa, ed un altro di rape pestandovisi bene, e cuoprendosi dalla parte superiore di paglia, e fascine. Or nell’inverno questa trovasi buona pastura per le pecore, specialmente in tempo di neve. Fra noi, ove non è ancora introdotto l’uso delle rape, in taluni luoghi invece potremo servirci delle pastinache, ed anche senza di queste così potremo salvare nei rigidi inverni, e nevosi molte migliaia di pecore dalla fame, e dalla morte. Posso intanto assicurare, che così ingrassano, ed abbondano di squisito latte.

(11) Non conviene volendo Vini delicati, e non già da taverna, comprimere per cavarne il mosto sino all’ultima goccia della vinaccia, perché così s’investe della materia oleosa, ed aspra del seme dell’uva, sopra tutto in questi paesi, dove le uve si tengono basse, e s’atterrano, e sono imbrattate di fango, oltreché si sa, che del liquore, che spremesi dalla torchiatura sforzata, se ne fa uso pel piccolo Vino, che fra noi chiamasi acquata, e che serve ne’ primi mesi pe’ lavoratori delle terre, e talvolta, quando è fatto egolarmente, si gradisce nelle tavole nobili verso Natale.

(12) Sono innumerevoli gli scogli dove si urta dall’umano ingegno, e che ritardano gli progressi delle nostre cognizioni, e i tentativi per la nostra felicità; ma si possono contare tra i principali quello del folle attaccamento a’ vecchi errori, e pregiudizi, la maledetta gelosia, che altri, che noi, pensi, o tenti qualche cosa di nuovo pel ben pubblico; lo studio inumano di taluni Magistrati nell’ampliare solo il codice penale, e la di loro avara ambizione di estollersi alle prime dignità dello Stato con de’ nocivi, e malintesi risparmi, senza aver avuto mai il talento, o il coraggio di proporre un nuovo codice di premi, degno di un Sovrano filosofo, e cristiano come il nostro; codice magico, che in questi Regni produrrebbe rapidi, e portentosi cangiamenti. Finalmente quello, che le utili scoperte, ed osservazioni cadono per lo più sotto la censura degl’ignoranti talvolta posti in dignità, buoni soltanto, a metterli capricciosamente in discredito, ed in oblio assieme co’ loro Satelliti, di loro ancora più ignoranti, e spesso forse maliziosi, a’ quali se ne affida l’esame. Costoro, accrescendo, o sottraendo colla rovinosa, e sciocca idea del poco più, poco meno al processo dello sperimento, ne tolgono per lo meno la maggior parte del merito, e vantaggio.

Per vedere un’intervista rilasciata da Giuseppe Casarrubea al Centro EDA di Partinico, e altre interviste su antichi mestieri nel territorio, clicca qui sotto:

Intervista a G. Casarrubea

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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3 risposte a Felice Lioy: come si fa il vino

  1. Michael Lioy ha detto:

    My Grear Great Grandfather was Felice Lioy. Have visited Partinico many times over the past several years. I have visited the Cantina Borbonica and it really is beautiful.

    Sincerely

    Michael Lioy
    338 S. Sonoran Heights Drive
    Tucson, Arizona 85748

  2. Michael Lioy ha detto:

    I will be coming back to Partinico in Spring of 2010 and I would like to meet you also

    Sincerely

    Mike Lioy
    338 S. Sonoran Heights Drive
    Tucson, Arizona 85749

    Ph 011-520-749-3232

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