Retate naziste a Roma

Herbert Kappler

Herbert Kappler

LA RETATA E L’ORO

I NAZISTI A ROMA E LA PERSECUZIONE DEGLI EBREI

(OTTOBRE 1943)

Dal 12 settembre ’43 Roma è nelle mani dell’esercito tedesco. Dieci giorni prima gli Alleati hanno raggiunto Napoli, la città che si è liberata da sola combattendo strada per strada contro i tedeschi in fuga durante le celebri “Quattro Giornate”. Il comandante della Wehrmacht in Italia, il feldmaresciallo Albert Kesserling, vive giorni d’ansia per la difficile situazione militare. Sbarcati in Sicilia il 10 luglio, in appena due mesi gli americani della Quinta Armata ed i britannici dell’Ottava Armata hanno liberato tutto il sud fino alla Linea Gustav e la loro avanzata sembra inarrestabile. A Berlino, c’è chi teme che le operazioni nella penisola possano concludersi entro al fine del ’43. I servizi segreti tedeschi sono in stato di massima allerta. Il golpe del 25 luglio contro Mussolini li ha colti di sorpresa. Ai vertici dell’Sd nazista in Italia troviamo Herbert Kappler, un colonnello delle Ss di 45 anni che frequenta il Belpaese fin dal ’38, quando inizia a lavorare presso l’ambasciata del Reich. Parla un buon italiano e non disdegna le feste, le gite ai castelli e i flirt con le nobildonne della dolce vita romana. Ma l’estate del ’43 gli riserva non poche sorprese. Ai primi di agosto, è convocato da Heinrich Himmler presso il quartier generale di Rastenburg, in Germania. Su precisi ordini del Hitler, il capo delle Ss lo incarica di riferirgli nel dettaglio gli sviluppi della caotica situazione italiana.

I fonogrammi inviati da Roma a Berlino (e intercettati dall’intelligence service britannico) ci raccontano l’attività frenetica intrapresa da centinaia di agenti tedeschi e confidenti italiani. Desecretati da Londra nel 2004, i messaggi top secret dell’Sd ci offrono un quadro inedito dello spionaggio tedesco in Italia tra il luglio e il novembre del ’43. Kappler e soci, ad esempio, sono aggiornati ora per ora sugli spostamenti di Mussolini, detenuto prima a Ponza e alla Maddalena e poi al Gran Sasso, da dove sarà liberato il 12 settembre grazie a un blitz dei paracadutisti del generale Student. “Dollman ha appreso che il Duce si trova dall’altro ieri nell’isola di Ponza, tra Gaeta e Napoli”, scrive il colonnello delle Ss il 2 agosto.[1] E il 5 settembre: “Grazie alle informazioni ottenute tramite una fonte della polizia in località Isola di Gran Sasso, abbiamo scoperto che, con ogni probabilità, il Duce si trova presso un albergo sito in quella montagna. Ho già inviato alcuni miei uomini perché effettuino un sopralluogo.”[2] Ai primi di agosto, segnala a Berlino che “secondo informazioni provenienti dal Vaticano, i negoziati per la firma dell’armistizio sono progrediti a tal punto che la capitolazione dell’Italia potrebbe avvenire, al massimo, entro quaranta giorni.”[3] Qualche settimana dopo, il 6 settembre, invia un fonogramma in Germania confermando che “il direttore della centrale telefonica presso il quartier generale dell’Aeronautica militare italiana, ha trasmesso al nostro confidente (Del Re) la seguente notizia. Alle ore 17.00 del 4 settembre si è svolta una conversazione telefonica tra il Comando supremo delle forze armate italiane e il comando dell’Aeronautica. Le proposte di pace italiane sono state sostanzialmente accolte dagli inglesi. Nel corso delle future trattative, si tenterà di rimuovere le obiezioni sollevate dagli americani. Sebbene non sia possibile verificare la notizia, abbiamo comunque proceduto a esaminarla con attenzione. E’ stata infatti messa a confronto con altri rapporti sui presunti negoziati portati avanti dagli uomini di Badoglio con gli Alleati.”[4] Lo spionaggio nazista funziona, non c’è dubbio. Ma nell’estate del ’43 nessuno si fa più illusioni sull’esito finale della guerra in Italia. “I sentimenti degli italiani nei confronti dei tedeschi si stanno deteriorando – annota Kappler il 29 settembre – In seguito alle voci crescenti di saccheggi e sequestri, vi è ovunque apprensione (se non proprio panico) per le distruzioni e gli arresti compiuti. Persiste la convinzione che Roma sarà presto evacuata dai tedeschi. Un nostro ritiro avrebbe l’effetto di distruggere totalmente la fiducia nella vittoria. Prevale un atteggiamento di disgusto e orrore.”[5] Nemmeno l’ex duce è risparmiato dalle fredde analisi del colonnello delle Ss. “L’annuncio della rifondazione del Partito fascista da parte di Mussolini ha destato scarsa impressione nella popolazione romana – avverte il 18 settembre – La gente è scettica e non si aspetta niente di buono da questo governo Quisling. Numerosi fascisti di provata fede ritengono che il rilancio degli ideali fascisti nella loro vecchia forma (in alcuni casi, addirittura con gli stessi uomini) costituisca un errore politico.” [6] Uno dei suoi collaboratori più fidati a Roma è il capitano delle Ss Erich Priebke, che il 30 ottobre segnala: “Le celebrazioni del 28 ottobre non hanno avuto ripercussioni. Le bandiere italiane sono state esposte nei taxi e nei tram, sebbene senza i gagliardetti del fascismo. Tuttavia, la mancanza di disciplina le ha trasformate in un carnevale incompatibile con la gravità della situazione. Il fascismo è oggetto di derisione. Molte chiacchiere e poca azione.” [7] L’11 settembre è Kappler in persona ad affermare senza mezzi termini che “l’atteggiamento della popolazione italiana è ostile alla Germania.”[8] Il 15 ottobre è addirittura profetico: “La dichiarazione di guerra del governo Badoglio contro la Germania ha sollevato scarso interesse tra i settori popolari. I gruppi antifascisti guidati dai comunisti la interpretano come il via libera ad ogni sorta di violenze contro i tedeschi. Le classi colte condannano in modo netto questa mossa del re e di Badoglio che, pur di salvare la monarchia, gettano il popolo italiano in uno stato di miseria ancor più profondo. Si teme lo scoppio di una guerra civile. La popolazione prevede che i tedeschi attueranno misure sempre più drastiche come, ad esempio, la chiamata alle armi di tutti gli uomini in grado di imbracciare un fucile. L’incertezza è accresciuta dal fatto che il Duce tace e non appare in pubblico. In tal modo, vengono meno le ultime speranze nel nuovo governo della Rsi. In generale, la situazione finisce per rafforzare la propaganda antifascista”. [9] Ma il quadro non sembra poi così nero se l’8 agosto un cablogramma comunica a Berlino che “almeno fino a questo momento, le forze armate italiane sono state infettate dal bolscevismo solo in forma leggera.”[10]

La diffidenza dell’intelligence nazista verso i gerarchi del fascismo è totale. “Una fonte attendibile della polizia italiana ci comunica che, di recente, sono stati rinvenuti due chilogrammi e mezzo di oro durante una perquisizione presso l’abitazione di Buffarini Guidi”, scrive Kappler il 7 settembre ai suoi superiori.[11] Di oro, comunque, i nazisti se ne intendono non poco se il 21 settembre il colonnello annuncia che “è già iniziata la rimozione delle circa cento tonnellate d’oro appartenenti allo Stato italiano.”[12] E il 23: “Abbiamo dato il via ad un’operazione su larga scala per impadronirci dell’oro della Banca d’Italia. In serata, un convoglio scortato da paracadutisti è partito per Milano.”[13] Poche settimane dopo, il prezioso carico è già sui binari per la Germania. “Il 5 novembre 1943, Rudolf Rahn, ambasciatore tedesco presso la Rsi, ha ricevuto l’ordine di trasportarlo da Milano a Fransenfeste (Val d’Adige) – recita un rapporto dei servizi segreti statunitensi, l’Oss, con base a Berna – “L’oro era scortato da guardie italiane, da agenti della Gestapo e da funzionari del ministero degli Esteri tedesco. Rahn è stato successivamente istruito a informare Mussolini (‘in forma amichevole’) delle misure assunte.”[14]

Ma la precaria situazione militare non è l’unico problema a togliere il sonno ai nazisti. C’è la questione per eccellenza, “l’infezione ebraica mondiale”, che le Ss cercano di risolvere a modo loro nei paesi europei occupati dal Reich. Ora, in Italia, si sentono finalmente liberi di agire senza l’intralcio delle autorità fasciste, che sui quarantamila “giudei” della penisola, fin dalla promulgazione delle Leggi Razziali nel ’38, si sono sempre comportate con ambiguità e lentezza. Da metà settembre ‘43 si mettono a punto i piani per la loro deportazione nei lager tedeschi. Le prime vittime designate sono gli ebrei romani, la comunità italiana più antica e autorevole (si è installata sulle rive del Tevere duemila anni prima, ai tempi di Cesare). Il 25 settembre giunge a Kappler l’ordine di predisporre la deportazione degli ebrei della Capitale “senza distinzione di nazionalità, età, sesso e condizioni” perché “siano trasferiti in Germania e ivi liquidati.” Il rapporto continua: “E’ noto che tale nucleo di ebrei ha collaborato attivamente col movimento badogliano e pertanto un suo sollecito allontanamento rappresenterà, tra l’altro, una necessaria misura di sicurezza atta a garantire l’indispensabile tranquillità nelle immediate retrovie del fronte sud. Il successo dell’impresa dovrà essere assicurato mediante un’azione di sorpresa e, per tale ragione, è strettamente necessario soprassedere all’applicazione di eventuali misure antiebraiche a carattere individuale, atte a suscitare tra la popolazione il sospetto di un’imminente azione.”[15] Il dispaccio è firmato da Himmler.

“La retata dei giudei romani è stata fissata per il 7 ottobre.” Fa sapere Kappler il 5 ottobre.[16] “Wolff ha inviato in Italia Dannecker con l’ordine di catturare con azioni fulminee tutti gli ebrei italiani e di spedirli in Germania – leggiamo in un fonogramma del giorno successivo – A Napoli, a causa della condotta della città e della conseguente situazione di incertezza, non è stato possibile procedere. A Roma, si sono già conclusi i preparativi dell’operazione.”[17] Ma c’è chi non è d’accordo. Il 6 ottobre, il console Moellhausen segnala a Berlino che “il colonnello Kappler ha ricevuto l’ordine di arrestare gli 8000 ebrei residenti in Roma e di trasferirli nell’Italia settentrionale, dove dovranno essere liquidati. Il generale Stahel, comandante della piazza di Roma, mi comunica che egli eseguirà il suddetto ordine se ciò corrisponde ai desideri del ministro degli Esteri del Reich. Tuttavia, ritengo che sarebbe preferibile assegnare i giudei al lavoro coatto, come è già avvenuto a Tunisi. Assieme a Kappler, invierò una proposta in tal senso al maresciallo Kesserling. Chiedo istruzioni al riguardo.”[18] Il 7 ottobre interviene il feldmaresciallo in persona: “Kesserling ha chiesto al colonnello Kappler di sospendere i piani dell’operazione contro gli ebrei romani. Tuttavia, se questa dovesse avvenire, Kappler dovrebbe assegnare al lavoro coatto gli ebrei idonei.”[19] Berlino non gradisce affatto i messaggi che arrivano dall’Italia. Da Rastenburg, il 9 ottobre, Hitler ordina a von Ribbentrop, ministro degli Esteri del Reich, di “inviare all’ambasciatore Rahn e al console Moellhausen la seguente comunicazione: gli 8000 ebrei abitanti in Roma devono essere condotti a Mauthausen (sul Danubio) come prigionieri. Il ministro prega di istruire Rahn e Moellhausen perché non si intromettano in nessun modo nella questione e affidino tutta l’operazione alle Ss.”[20] L’11 ottobre, il generale Kaltenbrunner, uno dei principali collaboratori del Fuehrer, rincara la dose e spiega a Kappler che “nell’interesse dell’attuale situazione politica e, in generale, della sicurezza in Italia, gli ebrei italiani devono essere immediatamente e totalmente eliminati. Rinviare l’espulsione dei suddetti giudei al completamento delle operazioni di disarmo dell’Arma dei carabinieri e dell’esercito italiano, è un’ipotesi che non può essere presa in considerazione, così come quella di destinarli al lavoro coatto sotto la direzione delle autorità italiane, una possibilità che finirebbe per rivelarsi poco utile. Prolungare l’attesa significa permettere ai giudei – che sono indubbiamente al corrente delle misure previste per la loro deportazione – di nascondersi nelle case degli italiani filoebraici e di scomparire del tutto. L’Italia è già stata istruita a eseguire gli ordini del comandante delle Ss, ovvero a procedere con gli arresti dei giudei senza ulteriori ritardi.” [21]

Il 16 ottobre, un sabato, il giorno del riposo per gli israeliti, prende il via la caccia all’ebreo in vari quartieri di Roma. E’ lo stesso Kappler a farci la cronaca di quel tragico evento con un fonogramma inviato a Berlino in serata: “L’azione contro i giudei è iniziata e si è conclusa in giornata, nel migliore dei modi possibili e secondo i piani prestabiliti. Sono state impiegate tutte le forze a disposizione (Sichereitspolizei e Ordnungspolizei). A causa della sua inaffidabilità, non è stato possibile utilizzare la polizia italiana, che ha partecipato soltanto agli arresti individuali (avvenuti in rapida successione) nei ventisei settori in cui si è svolta l’operazione. Non è stato possibile circondare interi isolati, sia per lo status di ‘città aperta’ di cui gode Roma, sia per il numero insufficiente della polizia germanica (365 uomini in tutto). Malgrado ciò, nel corso dell’azione, 1259 persone sono state arrestate nelle case degli ebrei e condotte qui, al punto di raccolta della scuola militare. L’operazione si è svolta dalle ore 5.30 alle ore 14.00. Il numero dei giudei detenuti è di 1002. Sono stati rilasciati gli elementi di sangue misto, gli stranieri (tra questi, un cittadino vaticano), le famiglie composte da coppie miste (incluse quelle in cui uno dei coniugi è giudeo), i domestici e gli inquilini ariani. La deportazione [degli ebrei] è prevista per il 18 ottobre, sotto la scorta di 30 uomini dell’Orpo. In maniera inequivocabile, il comportamento della popolazione italiana è stato di resistenza passiva, ma in molti casi si è trasformato in assistenza attiva [verso gli ebrei]. In un caso, ad esempio, la polizia si è trovata, ad una porta d’ingresso, dinanzi a un fascista in camicia nera munito di documento d’identità. Era entrato nella casa ebrea un’ora prima e sosteneva che l’abitazione era di sua proprietà. La maggior parte della popolazione non si è vista durante l’azione. Si è fatta avanti solo una folla sguaiata che ha cercato di tenere lontani i poliziotti dai giudei, in alcuni casi con le armi in pugno. […] La popolazione è eccitata e furibonda nei nostri confronti. La simpatia verso gli ebrei è il sentimento più evidente tra le classi povere, soprattutto perché gli arresti hanno toccato anche donne e bambini. La diffusione delle voci alimenta in maniera artificiale questo affetto. Cresce l’indignazione, soprattutto contro la polizia tedesca. I fascisti, intanto, si rammaricano che il problema ebraico non sia stato risolto dal regime.”[22] Il 21 ottobre, Dannecker comunica a Berlino che “al momento, un unico treno merci ha lasciato Roma, il 18 ottobre. Trasporta 1007 ebrei. La scorta è composta da 20 uomini.”[23]

Il raid nazista inaugura anche i sequestri dei beni appartenenti agli ebrei italiani, un metodo che sarà applicato con teutonica determinazione in tutto il territorio della Rsi fino all’aprile del ’45, questa volta con la dinamica collaborazione degli alfieri del fascismo di Salò, a cominciare dal segretario del Pfr, Alessandro Pavolini. “Su istruzioni di Wolff, il carico di tessuti appartenenti agli ebrei romani, da me confiscato, doveva essere consegnato a Bolzano – leggiamo in un fonogramma inviato a Berlino da Priebke, il 3 novembre – Tuttavia, dal momento che al momento vige il divieto di trasportarli, non siamo in grado di procedere. Una data probabile potrebbe essere il 20 novembre. Per poter pagare i nostri funzionari, sono quindi intenzionato a mettere in vendita una parte del carico. Si richiede il vostro assenso. Al momento, procediamo con la vendita dei titoli del tesoro espropriati agli ebrei.” [24] Il 29 ottobre, è sempre il capitano delle Ss a comunicare che “negli ultimi giorni, gli ebrei hanno avanzato ripetute offerte a persone note a questo ufficio, con l’obiettivo di riportare in Italia i loro parenti in cambio di oro. Inoltre, durante un colloquio avvenuto oggi, il capo della polizia mi ha accennato alla vicenda di una donna che ha offerto fino a 3 chilogrammi d’oro per il ritorno del marito. Trasmetto queste informazioni per motivi precauzionali e Vi sarei grato se fosse possibile ricevere istruzioni al riguardo. In generale, le offerte ammontano a 3 o 4 chilogrammi d’oro.” [25] Il 15 ottobre, Kappler invia in Germania cinquanta chili d’oro estorti alla comunità ebraica nelle settimane precedenti. E non è casuale che il trasporto avvenga poche ore prima dell’incursione delle Ss. “I prigionieri sono partiti oggi in treno, alle ore 11.00. – annuncia soddisfatto – Hartl viaggia sullo stesso convoglio, assieme ai cinquanta chilogrammi d’oro. Siete pregati di prenderli in consegna a Berlino.” [26]

All’alba del 16 ottobre, dunque, le Ss cominciano a bussare alle porte delle loro vittime. E’ la retata più imponente organizzata fino a quel momento sul territorio italiano, che rimarrà nella memoria degli italiani e delle comunità ebraiche come uno dei simboli più dolorosi di una guerra che sembra non voler mai finire. Alla deportazione e alla morte nei lager tedeschi e polacchi non sfuggono né donne, né anziani o infermi, né bambini o neonati. È una storia che è stata più volte raccontata. Una studiosa italiana, Liliana Picciotto Fargion, che ha lavorato a lungo sul tema della shoah italiana, ha ricostruito in vari volumi e saggi gli aspetti più nascosti della vicenda. Il comando militare tedesco è convinto che gli angloamericani occuperanno Roma entro novembre. Ecco perché Berlino ha fretta in quell’autunno romano del ’43. I rappresentanti della Germania nazista a Roma molto meno. Vediamo chi sono. Il generale Rainer Stahel risponde agli ordini di Kesserling ed è al comando della piazza di Roma. Il console Eitel Friedrich Moellhausen ha funzioni di ambasciatore presso uno Stato italiano che, dall’8 settembre, sembra essersi sciolto come neve al sole. Sostituisce Rudolf Rahn, convalescente dopo un incidente d’auto. A Roma c’è anche Ernst von Weizsäcker, ambasciatore in Vaticano. I servizi segreti sono al comando di Kappler, che dipende dal generale Karl Wolff. Sono tutti contrari alla retata. Kesserling, cattolico bavarese, considera un errore grave sfidare il Papa in un modo così smaccato. Stahel e Kappler temono disordini sul modello delle giornate napoletane di tre settimane prima. Alle prime avvisaglie dell’operazione, (definita una “porcheria” da Moellhausen), Kappler si precipita da Kesserling. Si può telegrafare a Berlino dicendo che il comando della Wehrmacht in Italia ha un bisogno urgente di manodopera ebraica per i lavori di fortificazione, com’è già accaduto a Tunisi? Il feldmaresciallo trova un pretesto di natura militare. Le sue spie gli hanno infatti comunicato che è imminente uno sbarco angloamericano a Ostia. Di conseguenza, avrà bisogno di tutte le forze tedesche disponibili per difendere la Città Eterna. Partono da Roma una serie di concitati fonogrammi con la richiesta di rinviare il blitz. Ma, come abbiamo visto, Berlino non sente ragioni: l’ordine è “deportazione immediata.”

Kappler ha comunque in serbo un colpo basso. Il pomeriggio del 26 settembre convoca il presidente della Comunità ebraica di Roma, Ugo Foà, e il presidente dell’Unione delle comunità israelitiche italiane, Dante Almansi. La sua richiesta è esplicita: vuole 50 chili di oro nel giro di 36 ore, altrimenti 200 capifamiglia saranno arrestati e deportati. Anni dopo, sarà lo stesso Foà a descrivere in terza persona l’incontro: “Fu appunto il maggiore Kappler a ricevere i due presidenti. Di media statura, biondo, dall’apparente età di 40 anni, con una guancia attraversata da una lunga cicatrice, il Kappler affettò in principio un contegno piuttosto cortese. Si dolse del disturbo recato, s’informò del numero degli israeliti romani e s’intrattenne per qualche minuto in una conversazione generica ostentatamente affabile. Quindi, cambiando improvvisamente tono ed accento, mentre il suo sguardo diveniva tagliente e duro, fece ai suoi interlocutori il seguente discorso: ‘Voi e i vostri correligionari avete la cittadinanza italiana, ma di ciò a me importa poco. Noi tedeschi vi consideriamo unicamente ebrei e come tali nostri nemici. Anzi, per essere più chiari, noi vi consideriamo come un gruppo distaccato ma non isolato dei peggiori tra i nemici contro i quali stiamo combattendo. E come tali dobbiamo trattarvi. Però non sono le vostre vite né i vostri figli che vi prenderemo se adempirete alle nostre richieste. E’ il vostro oro che vogliamo per dare nuove armi al nostro paese. Entro 36 ore dovete versarmene 50 chili. Se lo verserete, non vi sarà fatto del male. In caso diverso, 200 tra voi verranno presi e deportati in Germania, alla frontiera russa o altrimenti resi innocui.’ Nessuna protesta, nessuna osservazione sulla enormità della richiesta avanzata e sull’esiguità del termine concesso per soddisfarla, valsero a smuovere il Kappler. Alla domanda se le ‘misure’ minacciate concernessero soltanto gli israeliti iscritti alla Comunità o anche i dissociati e se comunque si estendessero ai battezzati e ai figli di matrimonio misto, rispose: ‘Io non faccio distinzione tra ebreo e ebreo. Iscritti alla Comunità o dissociati, battezzati o misti, tutti coloro nelle cui vene scorre una goccia di sangue ebraico sono per me uguali. Sono tutti nemici.’ All’altra domanda se invece di oro, ove non fosse riuscito procurarsene tutta la quantità pretesa, si sarebbe contentato di riceverne il valore in denaro, rispose: ‘Se mi darete dollari o sterline passi, ma della vostra moneta non so che farmene; posso stamparne da me quanta ne voglio. Badate, concluse (e mentre così diceva nei suoi occhi brillava come una luce di follia), che già altre volte io ho intrapreso operazioni di questo genere e sempre le ho condotte a buon fine. Una sola volta non riuscii, ma allora qualche centinaio di vostri fratelli pagò con la vita.’ Prolungare una simile conversazione era evidentemente inutile.”[27] E l’oro arriva puntuale. Trentacinque chili sono raccolti in fretta e furia dalla comunità romana, 15 sono forniti dal Vaticano, sotto forma di prestito (a dare l’autorizzazione è lo stesso Pio XII). Tra il 13 e il 14 ottobre, i tedeschi sequestrano e inviano in Baviera anche la biblioteca del Collegio Rabbinico e l’archivio della Comunità Israelitica. Si tratta di volumi preziosi e antichi ma anche di manoscritti, codici e pergamene. La razzia è opera dell’Einsatztab Reichsleiter Rosenberg, un commando speciale fondato dall’ideologo del Partito nazista Alfred Rosenberg, un gruppo specializzato nella razzia di opere d’arte, libri e archivi ebraici.

All’inizio di ottobre arriva a Roma Theodor Dannecker, stretto collaboratore di Adolf Eichmann, con pieni poteri per l’arresto e la deportazione degli ebrei italiani. Ha fatto pratica nell’Europa centro orientale, al pari di un altro ufficiale delle Ss, Odilo Globocnik, che nelle stesse settimane è messo a capo della Risiera di San Sabba, a Trieste. Tocca a Kappler ospitare Dannecker e i suoi collaboratori presso il comando della Gestapo di via Tasso, trovare gli uffici per i suoi collaboratori, mettere a disposizione il personale italo – tedesco necessario alle operazioni di rastrellamento nei 26 settori in cui è stata divisa la città. Il 9 ottobre, cominciano a circolare per tutta Roma voci su una imminente azione nazista. Alcuni antifascisti sono arrestati. Le schede sugli ebrei romani, preparate e aggiornate dall’Ovra fin dal ’38, finiscono nelle mani di Dannecker, malgrado il ripulisti messo in atto nei 45 giorni di Badoglio in tutti i ministeri della Capitale. Negli stessi giorni, la Santa Sede chiede e ottiene dalle autorità militari l’aumento dei membri della Pontificia Guardia Palatina per “prevenire elementi perturbatori che eventualmente potrebbero profittare della diminuita vigilanza della polizia per tentare il saccheggio delle basiliche romane.” Di fatto, si tratta di approntare isole “protette” nella Roma occupata. Chi può, cambia casa o entra in clandestinità. Ma nascondersi in tempo di guerra costa molto ed i meno abbienti non possono permetterselo. Gli ebrei romani iniziano a chiedere asilo agli istituti religiosi della Capitale e del Lazio. In molti entrano in Vaticano passando dalla basilica di San Pietro, spesso sotto il naso delle sentinelle tedesche. Sull’atteggiamento del Vaticano nei confronti della shoah si discute da decenni. Ma due fatti sono certi: il primo, che dal Vaticano non partirà mai la condanna pubblica che molti si attendono contro lo sterminio degli ebrei; il secondo, che gli uomini della Chiesa, cardinali ma anche semplici sacerdoti, fanno il possibile e l’impossibile per salvare il maggior numero di vite umane, spronati in questo dal papa in persona.

Molti si illudono che l’oro consegnato a Kappler sia una garanzia di ferro. Ma a un gran numero di famiglie risulta impossibile scappare per la presenza di anziani, infermi, bimbi in fasce. La sera del 15 ottobre, una voce inquietante si diffonde nel ghetto. “Una donna scarmigliata, vestita di nero, è giunta da Trastevere di corsa. – scrive Debenedetti – Poco fa, da una signora presso la quale va a mezzo servizio, ha veduto la moglie di un carabiniere, e questa le ha detto che il marito, il carabiniere, ha veduto un tedesco, e questo tedesco aveva in mano una lista di 200 capifamiglia da portar via con tutte le famiglie. […] Così, la donna non ebbe difficoltà a radunare un gran numero di ebrei per avvertirli del pericolo. Ma nessuno volle crederci, tutti ne risero”. [28] E sono proprio questi a spalancare la porta, all’alba del 16, alle pattuglie delle Ss, e non solo nel ghetto. I militari agiscono sulla base di elenchi precisi, ottenuti incrociando i dati dell’anagrafe e della questura con quelli sequestrati nella sede della Comunità israelitica romana, il 29 settembre. Bussano e consegnano un foglio che intima di prepararsi in pochi minuti con abiti, denaro, gioielli e cibo per sette giorni, richieste a dir poco assurde in una Roma affamata dalla guerra e dalla borsa nera. Chi assiste alla scena si precipita ad avvertire gli amici ebrei. Qualcuno si salva in extremis, uscendo di casa mentre i tedeschi sono già ai piani bassi degli stabili. “Ci misero in fila e ci spinsero verso il Portico d’Ottavia – ricorda Settimia Spizzichino – Fummo ammassati con tutti gli altri davanti a Sant’Angelo in Pescheria. I camion grigi arrivavano, i tedeschi caricavano a spintoni o col calcio del fucile uomini, donne, bambini e anche vecchi e malati ripartivano.”[29]

Le persone rastrellate sono 1259, subito trasportate al collegio militare di via della Lungara, a poche centinaia di metri dal Vaticano. Qui i prigionieri sono registrati mentre gli ebrei stranieri provenienti dalle nazioni amiche dell’Asse, gli appartenenti a famiglie miste e “i domestici e gli inquilini ariani”, come scrive Kappler nel suo rapporto, sono rimessi in libertà. Saranno 252 alla fine di quella triste giornata. Per le famiglie degli ebrei romani non c’è scampo. Il 17 ottobre, don Igino Quadraroli, della Segreteria di Stato Vaticana, riceve dalle autorità germaniche il permesso di entrare nel collegio. “Stamane, accedendo alle preghiere di buone persone, sono riuscito a entrare nel luogo dove si trovano molti poveri ebrei, di umile condizione. Non mi hanno fatto parlare con nessuno di essi, ma ho potuto lasciare un pacco di cibarie con l’indicazione dei destinatari, fra cui vi è un signore di 80 anni. Chi mi mandava, mi ha detto che quei poveretti non hanno potuto avere ieri né bevanda né nutrimento. Li ho veduti da lontano ricoverati nelle aule, poi metterli in fila per avere un pane. Ho notato una povera donna far cenno ad una sentinella Ss che la sua bimba aveva bisogno di appartarsi. Ho veduto la sentinella negarlo recisamente. Ho veduto parimenti uscire una macchina con alcuni medici dell’ospedale Santo Spirito, recatisi per medicare quei poveretti che sono stati percossi. Nell’uscire, ho appreso che una povera donna soffriva per un parto prematuro e difatti di lì a poco mi sono incontrato con l’ostetrica dell’ospedale, chiamata d’urgenza, la quale mi ha chiesto come poteva fare per entrare.”[30]

Secondo gli studi dell’Archivio Storico della Comunità ebraica di Roma, sono 1015 le persone deportate in Germania. Secondo i rapporti tedeschi, sono invece 1007. Ma è probabile che la differenza sia da attribuire alla presenza di alcuni neonati che sfuggono alla registrazione o alle scarcerazioni avvenute all’ultimo minuto, all’alba del 18 ottobre. Il 42,1 per cento è catturato al ghetto, il 55,62 negli altri quartieri. In Roma, nell’autunno del ’43, soggiornano circa 13.000 ebrei, molti di più, quindi, degli 8000 stimati dai nazisti. Il treno della morte parte il 18 ottobre dalla stazione Tiburtina, alle 14.00. Vi salgono anche Costanza Sermoneta, che ha cercato e trovato suo marito tra i deportati, e Carolina Milani, assistente di un’anziana, Enrichetta De Angeli, immobilizzata per malattia. Carolina è un’“ariana”, secondo la casistica compilata dalle Ss, ma per nessun motivo intende separarsi dalla signora De Angeli. Il convoglio, con i vagoni merci carichi di persone ammassate come bestie, non passa inosservato. Alle 20.00 è a Firenze. A Padova, a mezzogiorno del 19 ottobre, gli agenti della polizia ferroviaria italiana convincono la scorta delle Ss a consentire che alcuni sanitari prestino soccorso ai deportati. “Alle 13.00 si aprono i vagoni chiusi da 28 ore. – annota nel suo diario una crocerossina – In ogni vagone stanno ammassate una cinquantina di persone: bimbi, donne, vecchi, uomini giovani e maturi. Mai spettacolo più raccapricciante s’è offerto ai nostri occhi! E’ la borghesia strappata alle case, senza bagaglio, senza assistenza, condannata alla promiscuità più offensiva, affamata ed assetata. Ci sentiamo disarmati e insufficienti per tutti i loro bisogni: paralizzati da una pietà fremente di ribellione, da una specie di terrore che domina tutti, vittime, personale ferroviario, spettatori, popolo.”[31] Il treno arriva ad Auschwitz la notte del 22 ottobre e poche ore dopo entra nel lager. I più deboli hanno perso la vita durante il viaggio. I responsabili del campo operano una rapida selezione: sono internati nel campo 149 uomini e 49 donne. Subito dopo, i prigionieri scartati sono inviati alle camere a gas.

Tra il 20 e il 28 agosto 1947, a Forte Boccea, Herbert Kappler è interrogato dal Tribunale Militare Territoriale di Roma.[32] Il colonnello delle Ss si consegna alle autorità di occupazione angloamericane il 9 maggio ’45, in Germania, e all’inizio del ’47 è estradato in Italia sotto scorta militare. Vogliamo concludere questo capitolo con il lungo, allucinante brano iniziale del documento. Sono le parole di un uomo che non mostra alcun pentimento per gli spaventosi misfatti da lui compiuti durante la guerra (tra questi, l’eccidio delle Fosse Ardeatine, nel marzo ’44): “Non intendo dare un riassunto storico della questione ebraica germanica o mondiale, ma ritengo necessario premettere alle mie dichiarazioni alcuni dati storici generali, e qualche riferimento sul mio atteggiamento in proposito. – racconta Kappler al tenente Vittorio Picozzi e al cancelliere che tiene il verbale – Nel mio paese, il Wurtemberg, e specialmente nella popolazione contadina, regnava sempre un tradizionale sentimento di sprezzo contro gli ebrei poiché si era constatato che erano sfruttatori senza scrupoli. […] Durante la prima guerra mondiale (1914 – 1918), gli ebrei in Germania, in seguito alla dottrina del loro consanguineo Karl Marx, e dei principi della Seconda e della Terza Internazionale, riuscirono a sabotare la condotta della guerra della Germania, rifiutando nel Reichstag di accettare le richieste del governo per le esigenze finanziarie belliche. La funzione di primo piano degli stessi elementi nella preparazione ed esecuzione della rivoluzione del 1918 in Germania è ormai provata dalla Storia ed è rimasta sempre presente nella memoria della popolazione. Mentre il popolo tedesco soffriva sotto le condizioni inflitte dai vincitori, e per il mantenimento del blocco alimentare durante un lungo periodo postbellico, immigrarono in massa orde ebraiche dall’est e cominciarono con la loro tattica oscura ma infallibile nel commercio, ad accaparrarsi per arricchirsi fin le minime risorse della popolazione di una Germania spogliata completamente. Mentre vecchi, donne e bambini morivano a migliaia per la fame, gli ebrei appena entrati in Germania, sudici, miserabili e senza risorse di fortuna, in poco tempo con spirito affaristico, senza misericordia, erano diventati dei padroni con immensi capitali e palazzi lussuosissimi, approfittando delle spoglie della Germania. Nel corso del decennio seguente, l’influenza ebraica in Germania si espandeva in tutti i settori della vita pubblica. I giornali della capitale e delle grandi città erano diventati di proprietà ebraica, e la casa editrice Ullstein e altri editori minori inondavano il mercato di libri di contenuto tendenzioso, immorale e pornografico. Mentre ad esempio all’Università di Francoforte sul Meno, nel 1930, erano iscritti il 50 per cento degli ebrei, la piccola borghesia, gli artigiani e altri precipitavano nella bancarotta. Mentre i consorzi industriali diventavano sempre più dipendenti dal capitale ebraico, il grano non ancora maturo nei campi del contadino era già messo sotto confisca da parte del Tribunale, su richiesta del creditore ebraico, per la liquidazione dei debiti. E mentre le famiglie di milioni di disoccupati affrontavano la miseria, fu promossa con tutti i mezzi di propaganda e sotto la direzione di medici ebrei, una larga campagna per l’abolizione dell’art. 218 del codice penale, riguardante l’aborto come reato contro la maternità. Così, la questione ebraica per forza diventava un problema etnologico, demografico, eugenico, culturale, economico e politico. I sentimenti della parte ancora sana del popolo tedesco trovarono la loro espressione, come reazione all’influenza ebraica che minacciava di estinguere il popolo stesso, nell’idea nazionale e socialista del crescente Partito nazionalsocialista. […] Nello stesso periodo si stabilì il predominio ebraico negli stati anglosassoni. Il padre gesuita Becker in un libro descrive il successo ottenuto dagli ebrei nel penetrare le posizioni economiche e politiche dell’Inghilterra. Mentre però il carattere conservatore del popolo inglese, e la posizione geografica delle isole britanniche offrivano sicuri ostacoli ai loro piani, negli Stati Uniti d’America essi poterono operare tranquillamente. […] La responsabilità che incombe sull’ebraismo mondiale per aver provocato quest’ultima guerra non può essere stabilita oggi, ma sarà oggetto di un esame obiettivo da parte degli storici delle future generazioni.”

(Fabio Amodeo e Mario J. Cereghino, da L’Italia della Shoah. Gli ebrei, il fascismo e la persecuzione nazista, Trieste-Udine, Editoriale FVG spa, 2008. La documentazione originale si trova presso l’archivio “Casarrubea”- Partinico)


[1] Na/Uk, Hw 19/237.

[2] Na/Uk, Hw 19/237.

[3] Na/Uk, Hw 19/237.

[4] Na/Uk, Hw 19/237.

[5] Na/Uk, Hw 19/238.

[6] Na/Uk, Hw 19/237.

[7] Na/Uk, Hw 19/239.

[8] Na/Uk, Hw 19/237.

[9] Na/Uk, Hw 19/238.

[10] Na/Uk, Hw 19/237.

[11] Na/Uk, Hw 19/237.

[12] Na/Uk, Hw 19/238.

[13] Na/Uk, Hw 19/238.

[14] Nara/Usa, Tentativi tedeschi di impossessarsi dei fondi italiani (dispaccio n. 63), rg 226, s. 210, b. 440.

[15] Aa.Vv., Roma, 16 ottobre 1943. Anatomia di una deportazione, Milano, Edizioni Angelo Guerini e associati, 2006, pp. 24 – 25.

[16] Na/Uk, Hw 19/238.

[17] Na/Uk, Hw 19/238.

[18] Na/Uk, Gfm 33/2518.

[19] Na/Uk, Gfm 33/2518.

[20] Na/Uk, Gfm 33/2518.

[21] Na/Uk, Hw 19/238.

[22] Na/Uk, Hw 19/238.

[23] Na/Uk, Hw 19/238.

[24] Na/Uk, Hw 19/239.

[25] Na/Uk, Hw 19/239.

[26] Na/Uk, Hw 19/238.

[27] Relazione del Presidente della Comunità Israelitica di Roma Ugo Foà, in Ottobre 1943: cronaca di un’infamia, a cura della Comunità Israelitica di Roma, Tipografia Dapco, 1961, pp. 12 – 13.

[28] Giacomo Debenedetti, 16 ottobre 1943, Palermo, Sellerio, 1993, pp. 22 – 23.

[29] Aa.Vv., Roma, 16 ottobre 1943, cit., p. 42.

[30] Aa.Vv., Roma, 16 ottobre 1943, cit., p. 53.

[31] Aa.Vv., Roma, 16 ottobre 1943, cit., p. 57.

[32] Aa.Vv., Roma, 16 ottobre 1943, cit., pp. 151 – 153.

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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4 risposte a Retate naziste a Roma

  1. Armando ha detto:

    Mi permatto di mettere link al mio sito rigurado una discussione su Pio XII, è veramente rilevante la documentazione che avete; grazie.
    Ma siete un gruppo di studiosi indipendenti o è l’ iniziativa di qualche organismo?
    Questa è una curiosità mia.
    Comunque Arrivederci

  2. casarrubea ha detto:

    Grazie a Lei per l’attenzione. Siamo un gruppo di tre persone assolutamente indipendenti,senza tessere in tasca e senza parrocchie di appartenenza. Abbiamo rispetto per tutte le religioni, ma ci piace mettere a nudo la verità perchè non passino mistificazioni di sorta. Quindi non facciamo differenza tra cattolici o protestanti, ebrei o musulmani, e via dicendo. La verità non ha infatti padroni.
    G.C.

  3. lello dell'ariccia roma ha detto:

    leggo solo ora il vostro articolo e mi congratulo per il vostro impegno.

    Vorrei però precisare che in occasione della raccolta dell’ oro imposta da Kapler il Vaticano non contribuì affatto in alcuna misura a differenza di molti cittadini non ebrei che spontaneamente si presentarono ad offrire un loro contributo.

    Non è neanche certo che il Vaticano si sia dichiarato disposto a contribuire in caso di necessità.

    La notizia da voi riportata è sicuramente inesatta e vi pregherei di correggerla.

    Cordiali saluti

    lello dell’ ariccia

    • casarrubea ha detto:

      Egregio Lello,
      quello che riferiamo è la sempolice sintesi di documenti che abbiamo nel nostro archivio. Pertanto mi pare ci sia poco da correggere. Nel caso Lei abbia altra documentazione che integra o contrasta con la nostra saremo felici di renderla nota.

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