Dolci e l’Antimafia

Introduzione a

DANILO DOLCI UN TESTIMONE DEL ‘900

ED. GAEFRA- PALERMO

Dolci e i suoi dazebao

Dolci e i suoi dazebao

Il presente volume è il frutto di una sinergia tra due scuole: l’istituto comprensivo ‘Giovanni Meli’ di Cinisi e la Scuola Media Statale ‘G.B.Grassi Privitera’ di Partinico. L’intento comune è stato quello di recuperare una testimonianza quasi sconosciuta: le audizioni di Danilo Dolci da parte della Commissione Nazionale Antimafia nei primi anni in cui questa fu costituita. Ci auguriamo che questo sforzo possa essere utile, in particolar modo ai docenti, per lo sviluppo di una cultura della legalità tra le nuove generazioni e possa servire anche alla loro attività di educatori come contributo documentario per la loro ricerca in questa direzione. Che si tratti di un materiale pregevole non pare possa essere messo in discussione, per il suo valore ormai storico e per le spinte che ne derivano a dare memoria e voce a chi non meriterebbe proprio che le siano sottratte.

Il testo, qui riportato, contiene i resoconti delle sedute del 13 novembre 1963 e del 13 ottobre 1965 ed è stato reso di dominio pubblico dalla stessa Commissione con la pubblicazione, da parte del Senato della Repubblica, del doc. XXIII, n. 3, vol. III, tomo primo[1] costituente uno degli innumerevoli e corposi volumi che raccolgono l’attività parlamentare antimafia.

Alla Commissione, Dolci aveva fatto pervenire un memoriale, unitamente ad altri documenti, sulle connessioni tra alcuni esponenti politici siciliani e la mafia.[2] Qui non interessa tanto mettere in risalto la mappa mafiosa di quegli anni, quanto in realtà l’impegno civile e umano di uno degli intellettuali impegnati, dalla metà del secolo passato, nel cambiamento della Sicilia, e cioè l’impegno di uno dei precursori dell’antimafia dei nostri giorni. Senza questa memoria, vani sarebbero gli sforzi prodotti dalle pubbliche istituzioni, dalla società civile e dalla stessa scuola nella lotta contro un fenomeno secolare. Sarebbe altresì difficile capire quanto la mafia sia stata impedimento allo sviluppo, sottrazione di futuro per le nuove generazioni e violenza perpetrata contro quanti, volendola combattere, hanno pur dovuto sopportare accuse, ostacoli e persino processi. Ci si trova di fronte ad un lavoro capillare, minuzioso, di documentazione e identificazione dei reticoli sociali implicanti relazioni distorte. Queste pagine ne recuperano un frammento mentre rimandano ai necessari approfondimenti su tutta l’opera dolciana, in parte ancora non conosciuta soprattutto a scuola, nelle città e nei luoghi dove maggiormente essa ha insistito per quasi cinquant’anni.[3] Interessa osservare il metodo seguito. L’azione sociale non è mai astratta, si fonda sulle analisi scientifiche. Lo stesso fenomeno mafioso non è teorema né, tantomeno, è teorizzato o letto per vie deduttive. E’ affrontato, al contrario, di solito su tre versanti: quello della gente che racconta, quello della mafia vista dal suo interno e quello in ultimo degli amici dei mafiosi che ne parlano. Interessante a questo proposito l’intervista – cui si accenna in queste pagine- che Dolci ebbe a fare al boss Genco Russo, a un suo amico e a un suo nemico. Un vero e proprio ‘ trittico ’. E a guardar bene, tutta la fenomenologia mafiosa è osservata sempre da tre angolazioni. I mafiosi sono al centro e ai loro lati incontriamo sempre i loro nemici e i loro amici.

Testimoni del loro tempo, uomini come Danilo Dolci, ci indicano la strada in salita che essi hanno dovuto percorrere per affermare il diritto alla verità e alla giustizia, quando pochi erano ormai disposti a rischiare in prima persona, pagando con la vita il loro coraggio. Erano stati uomini e dirigenti sindacali come Nicolò Azoti, Accursio Miraglia, Calogero Cangelosi, Epifanio Li Puma, Giuseppe Casarrubea, Vincenzo Lo Iacono, Placido Rizzotto, Salvatore Carnevale, Michelangelo Salvia: tutti uccisi dalla mafia e da quanti con la mafia avevano stretto un patto scellerato, già dagli anni bui dell’occupazione militare angloamericana della Sicilia. Il patto che aveva consentito la nascita e l’istituzionalizzazione di ‘ Cosa Nostra ’.

Per questa ragione il lettore troverà, nella seconda parte del volume, tre brevi o brevissimi racconti, raccolti dallo stesso Dolci, su alcuni dei primi sindacalisti assassinati dalla mafia nel secondo dopoguerra. Anche le loro storie e il fatto che in nessun caso siano stati consegnati alla giustizia i nomi dei mandanti di quegli assassini, ci fanno riflettere su quale storia travagliata ed ambivalente ha caratterizzato la nostra Repubblica e come la conoscenza di questa storia, e soprattutto dei suoi aspetti sommersi, meno visibili, nel flusso ipogeo degli eventi, sia stata a fondamento anche dell’azione sociale e dell’impegno umano e civile di un uomo come Danilo Dolci. La sua esperienza ci spiega, dunque, una perfetta coniugazione tra ricerca e progetto di futuro, tra denuncia e cambiamento, e cioè tra consapevolezza delle ragioni e dei modi dell’esistere e il sogno, forse utopico, di un mondo nuovo.

Il lettore troverà in queste pagine alcuni luoghi di riflessione ineludibili: la denuncia dei bassi livelli tecnico-culturali necessari al processo di trasformazione generale delle popolazioni della Sicilia occidentale; l’avvertenza (siamo nei primi anni Sessanta) che il miglioramento delle condizioni di vita era, di fatto, il frutto di processi indotti dall’esterno; il permanere del pessimismo individualista, elemento caratterizzante la più diffusa cultura morale; l’analisi del sistema clientelare-mafioso come dato di fondo della condizione di soggezione delle popolazioni e delle loro difficoltà ad emergere dal sottosviluppo; ecc. Si tratta di elementi topici, ricorrenti nella metodologia di Dolci, nello sviluppo della sua coerente azione nonviolenta. La sua esperienza antimafia era, di fatto, non un’azione contro, ma un’azione per. Così anche i nomi che incontriamo nel suo faticoso percorso di ricerca, peculiare del suo modo d’essere sociologo e poeta, intellettuale e agitatore sociale, non vanno letti come espedienti di uno scontro personalistico, ma come momenti di un percorso collettivo che, in definitiva, finiva per essere testimonianza personale, ‘pietra’ che grida di fronte al popolo ridotto al silenzio, alla servitù dell’accondiscendenza, della dipendenza. Hanno valore, quindi, queste pagine per il grado di coraggio e di solitudine rispetto ad un’epoca nella quale la percezione del fenomeno mafioso era scarsamente diffusa, e non solo ad un livello sociale, mentre era ormai scontato il fatto che a mettersi da questo lato, sul versante di chi non si rassegnava alla cultura dell’omertà e del silenzio, talvolta istituzionalmente indotto, c’era solo da perdere. Dolci affermava, qui, non tanto il suo isolamento, quanto in realtà il suo vero compito: “…è un lavoro lungo ma educativo quello di cercare di fare in modo che gli uomini riconoscano i loro problemi e i loro bisogni”. Impresa ardua in una realtà nella quale la ragione s’identificava con la forza e il torto col debole e dove su cinque classi di prima elementare ne arrivava in quinta solo una. Tuttavia Dolci fu sempre assolutamente convinto della possibilità del cambiamento. Poneva una sola condizione –che era quella per la quale lavorava-: che la gente ne fosse convinta. Così alla cultura dell’individualismo, che si traduceva nel farsi i fatti propri, funzionale all’omertà e alla mafia, contrapponeva lo sviluppo del solidarismo e della cultura consortile.

Le battaglie per la costruzione della diga sul fiume Jato, iniziate nella seconda metà degli anni ’50, rappresentarono una vera e propria operazione culturale. La diga fu la sua più grande realizzazione pedagogica. Fu anche il suo primo significativo impatto contro la mafia e contro lo spirito di mafiosità diffuso nel territorio. Non ne rimase vittima; lo dominò, anzi, con tenacia e metodica coerenza. Finché ebbe partita vinta prima con l’avvio dei lavori nel 1962, e dopo con l’affermarsi progressivo del consorzio irriguo che metteva assieme i produttori e li spingeva verso una radicale trasformazione dei loro impianti agricoli. A distanza di quarant’anni da quelle esperienze si potrebbero avanzare, forse, le prime conclusioni su una realizzazione unica nel suo genere e rimasta tale nonostante il lungo tempo decorso. Non è questa la sede per una valutazione di questo genere. Possiamo solo dire che oggi questo immenso patrimonio è in rovina; i canali di irrigazione sono ridotti a colabrodo e nessuno pare se ne preoccupi; inoltre la diga, destinata inizialmente allo sviluppo dell’agricoltura, tende a trasformarsi sempre più in una grande risorsa idrica per l’area metropolitana di Palermo. Allora? Può dirsi fallita l’esperienza di Danilo Dolci? Pare proprio di no.

Restano i suoi grandi insegnamenti:

la centralità dell’educazione per lo sviluppo, anticipata almeno trent’anni prima che se ne cominciasse a parlare a un livello istituzionale in Europa e negli accordi tra governi e parti sociali in Italia;

la pratica della nonviolenza per la costruzione della pace e della crescita virtuosa dell’economia;

la necessità di non ridurre l’educazione a una semplice (o peggio ancora complessa) pratica di misurazione dei risultati;

la valorizzazione delle risorse umane e naturali per lo sviluppo;

la lotta alla mafia in quanto ostacolo alla modernizzazione;

il rifiuto della cultura consumistica e trasmissiva;

la globalizzazione dei problemi imposti dalle crescenti forme di imperialismo e di dominio sul mondo;

la centralità della comunicazione nelle relazioni tra individui, gruppi e popoli.

E si potrebbe continuare. Qui, per concludere, interessa rilevare la speciosa situazione in cui viene a trovarsi Dolci di fronte all’Antimafia. E’ lì per denunciare e, invece, a tratti, pare sia lui il denunciato. Aveva ragione l’amico di Placido Rizzotto, quando raccontava al sociologo triestino l’amara costrizione cui era ridotto persino dalle stesse istituzioni: “…siccome certe cose non si possono scrivere, la parola è tutto; [è tutto] guardarsi negli occhi”.

Vorremmo proprio che non fosse così.

Giuseppe Casarrubea


[1] Cfr. Testo delle dichiarazioni del signor Danilo Dolci rese alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia nella seduta del 13 novembre 1963 (dal resoconto della seduta), sta in Documentazione allegata alla Relazione conclusiva della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia (doc. XXIII, n. 2- VI Legislatura), tipografia del Senato, VII Legislatura, 1977, doc. XXIII, n. 3, vol. terzo, tomo primo, pp. 369-406, e Testo delle dichiarazioni del signor Danilo Dolci rese alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia nella seduta del 13 ottobre 1965 (dal resoconto della seduta), ivi, pp. 1125-1142.

[2] Si tratta del doc. n. 403 recante l’intestazione: Dichiarazioni e documenti vari raccolti in Sicilia da Danilo Dolci e Franco Alasia su presunti rapporti di collusione esistenti tra la mafia e gli onorevoli Bernardo Mattarella e Calogero Volpe, trasmessi alla Commissione il 22 settembre 1965 e in date successive. Il 6 maggio 1966 il memoriale fu inviato alla quarta sezione penale del Tribunale di Roma, in quanto Dolci aveva in corso un procedimento penale per diffamazione aggravata a mezzo stampa promosso da Mattarella. La querela, comunque, non sortì l’effetto sperato in quanto, se Dolci fu condannato, sia pure a fronte di una corposa documentazione, il ministro non vide più rinnovato il suo posto col terzo governo Moro. Nei precedenti tre governi (I Leone, I- II Moro) era stato ministro dell’Agricoltura e Foreste e per il Commercio con l’Estero (1963-1966).

[3] Una pregevole bibliografia è stata redatta da Giuseppe Barone, La forza della nonviolenza. Bibliografia e profilo biografico di Danilo Dolci, Napoli, Libreria Dante & Descartes, 2000. Si tratta di un lavoro che comprende solo testi editi in lingua italiana. Manca, purtroppo, ancora oggi, una bibliografia universale su D.D., che certamente fu molto più conosciuto all’estero che in Italia. Molti riferimenti in questa direzione sono contenuti nel mio, ormai introvabile, Aspetti di un’alternativa culturale dalla Sicilia occidentale, Trapani, Celebes, 1974, uscito allora con una introduzione di Lucio Lombardo Radice.

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
Questa voce è stata pubblicata in Danilo Dolci e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...