Il tempo muto degli italiani

Curzio Malaparte

Curzio Malaparte

Gli italiani sono una tipologia antropologica molto peculiare. Se ne accorge chi arriva da fuori. Di primo acchito stenta a orientarsi. Lingua e accenti non gli sono congeniali e nota che qualcosa non funziona nella comunicazione. Non è un problema di comprensione linguistica. Gli saltano subito all’occhio o all’orecchio alcuni dettagli: parlano gridando; gridano per non ascoltare; non rispondono alle domande ma ne fanno altre; non rispettano gli appuntamenti; non hanno il senso della cosa pubblica; credono di avere sempre la precedenza su ogni persona e ogni cosa. Insomma si sentono al centro dell’universo. C’è in loro una sorta di autodifesa preventiva. Prevengono l’attacco attaccando e la comunicazione diventa una corrispondenza tra compari sordi, con l’aggravante che i sordi sono anche loro nemici; sono sempre gli altri. In questo cosmo egocentrico si avverte l’analogia della loro crisi esistenziale permanente col senso del decadimento sociale. Intendiamoci, ogni paese ha le sue caratteristiche, come ogni persona. Tutti senza saperlo abbiamo cominciato a parlare una lingua che non abbiamo mai capito e siamo diventati come mueslim, predicatori in arabo dai nostri minareti di cartapesta. O voci nel deserto. L’urlo è il segno della disperazione, dell’angoscia. Può essere inascoltato, tutto interiore. Nessuno lo può sentire e percepirlo è già un grande risultato. Lo avverti come attraverso lo scirocco nelle giornate aride e secche, senza acqua e senza refrigerio.

La mancanza di dialogo vieta che ciascuno sappia rispondere alle domande.  Chi le fa non  ha mai risposte. Nella loro carenza  c’è l’evanescenza delle relazioni. Perciò è possibile che a una domanda si possa rispondere facendone un’altra. Ad esempio: – Che hai fatto? Con la risposta: – Che dovevo fare?

Al posto nostro è subentrato un diverso comunicatore. Uno per tutti. E tutti a soverchiare le parole degli altri alzando la voce. E’ la logica delle semplificazioni nei comizi, dei media che non ti consentono di replicare. E’ il potere negato alle maggioranze. E tutti lì, come duplicatori, a ripetere la lezioncina. All’italiana. Cosa sono i rappresentanti politici nel nostro paese? Predicatori di verità vuote e retoriche, di parole caricate su se stesse; annunciatori solitari le cui voci si perdono a distesa sui tetti delle case e nelle campagne. Non predicano la politica, i suoi valori, le sue storie, i suoi progetti. Predicano e cantano con lunghe cantilene affogate dall’arsura; gridano il verbo del loro ego, la vacuità dell’effimero del giorno dopo giorno, del problema da inseguire, del particolare, sempre sfuggente, sempre lontano. I siciliani ne applicavano la filosofia con solerzia insospettabile già dai secoli passati, attenendosi al concetto del massimo profitto col minimo sforzo.

A noi italiani piace parlare a noi stessi. Non abbiamo interlocutori e non ne vogliamo avere. Turberebbero la nostra tranquillità. Comunichiamo con i messaggi del fumo e dei tamburi attraverso i deserti che ci separano dal mondo, ignorando che la comunicazione ha la stessa radice della nostra appartenenza: essere parte di una comunità (dal latino cum munis, secondo il significato originario di essere partecipi di un dovere, di una funzione, di una carica o di un incarico).

I siciliani in particolare non sono fatti per il comune, ma per essere commissariati, comandati. Sono più proclivi a chinare la testa ai nuovi vincitori. In questo sono simili all’italiano “baciastivali” di cui parlava Curzio Malaparte quando scriveva:

*

Solo rimedio ai vostri mali è rispettare la buona creanza:

voltate giubba e indossate i piviali.

Chi potrà dir che tradite l’usanza?

Se non osate alzar la fronte,

alzate il culo, che avete bifronte.

*

“Da noi- scriveva il maledetto toscano- cambiano solo i tirannelli, ma – precisava – gli schiavi e i culi sono sempre quelli”. Ora i tempi sono cambiati perché gli italiani, grazie a Dio, non sono più com’erano allora, ma si sono di gran lunga migliorati. Abbiamo infatti parlamenti che fanno leggi ad personam e che a differenza dei vecchi tempi liberali prefascisti o democratico-popolari postfascisti, oggi non si ha ritegno alcuno nel difendere. E’ il macromodello dominante. L’importante è essere nel palazzo. E trovare il modo per fare i propri riti pagani, i propri sacrifici agli dei del proprio egoismo. Quanto all’idea della partecipazione, e cioè della democrazia, siamo ai tempi del Savonarola. Così tra nuovi santi potenti e poveri cristi obbedienti non si intravede proprio un ultimo barlume di speranza (G.C.).

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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