“Badoglio parla troppo”


Castellano durante la firma dell'armistizio di Cassibile

Castellano durante la firma dell'armistizio di Cassibile

“BADOGLIO PARLA TROPPO”

Il 10 settembre 1943 una corvetta carica di strani personaggi, partita da Ortona a Mare, si dirige a tutta velocità verso il porto di Brindisi. Pochi sanno della strana comitiva che vi è ospitata. I curiosi che possono soffermarsi a guardare l’insolito spettacolo pensano che veramente la guerra non sia finita e che nuovi venti spirano minacciosi sull’Italia. I passeggeri, nonostante tutto, però, si sforzano di mostrare un’apparente calma, anche se agitati nel loro intimo. A guardarli bene fanno ricordare quegli altri viaggiatori che un tempo, pigiati nelle stive di vecchie navi fuori uso, trasportavano verso un tragico destino quanti avevano perso il lume dell’intelletto. Erano ritenuti pericolosi per se e per gli altri e pertanto venivano in tal modo allontanati dal consorzio civile. Usanza barbara e disumana che per secoli aveva affidato a una morte sicura pazzi e lebbrosi. Ma gli ospiti dell’imbarcazione che in ben altro modo ora sembra andare alla deriva, sono di tutto rispetto. Si distinguono Vittorio Emanuele III con la regina Elena e il figlio Umberto, Pietro Badoglio, capo del governo quasi fresco di nomina, Raffaele De Courten ministro della Marina e dell’Aeronautica, il generale Vittorio Ambrosio, anche lui fresco di nomina d’annata, capo di Stato maggiore, Pietro Acquarone ministro della Real Casa. Sparsi qua e là, poi, fanno da sfarzosa tappezzeria cortigiani e militari. Tutti hanno abbandonato in fretta e furia la capitale e sembrano ora alla ricerca di qualcosa che hanno perduto. La memoria o forse la ragione. Certamente il senso della responsabilità. Tutti, infatti, ciascuno per la propria competenza, si sono scordati di dare ordini e disposizioni,come se avessero perso la testa per le smanie di un’improvvisa villeggiatura.

Nei giorni immediatamente successivi il loro esempio è seguito da altri: il capo di Stato Maggiore dell’esercito, generale Mario Roatta, il capo del servizio segreto militare e capo di corpo d’armata generale Giacomo Carboni e alcune centinaia di generali che o per non restare tagliati fuori dalle simpatie di quelle illustri massime autorità, decidono di raggiungere quella città che nessuno avrebbe pensato sarebbe assurta, in breve volgere di tempo, agli onori della cronaca e della storia. Anche loro vogliono mettere la pelle in salvo.

Intanto mentre a Brindisi nasce un governo che sembra possa governare soltanto qualche provincia pugliese, l’intero territorio nazionale precipita sotto il dominio tedesco o sotto il controllo militare alleato. L’Italia, a differenza della Spagna, pur essa fascista, è terra di conquista. A Roma, dove non è scattato nessun dispositivo di difesa, cadono 412 uomini, più della metà civili. In tutto 24.000 ufficiali e oltre mezzo milione di soldati finiscono in mano tedesca. Molti in preda allo sbandamento tornano a casa. Sono forse i più fortunati. Migliaia di altri soldati e ufficiali, che si trovano a combattere fuori dai confini nazionali, rimasti senza ordini e ignari dell’armistizio firmato già il 3 settembre, sono sterminati o fatti prigionieri dai tedeschi.

E’ questa condizione di incertezza a causare le stragi di Cefalonia, Kos, Leros, Rodi e le tante altre che si verificano nella penisola italiana in questo periodo. Sui vari fronti di guerra aperti prima ancora dell’8 settembre, nelle isole dell’Egeo, in Grecia, in Albania e in Iugoslavia, oltre che sul fronte meridionale italiano, presto segnato dalla linea Gustav, i caduti si contano a migliaia. Vittime del nuovo potere, di un monarca e di un capo di governo in fuga, entrambi incapaci di pensare alle sorti dell’Italia. E’ forse la loro scarsa capacità di previsione del futuro o la loro insufficiente conoscenza degli uomini a causare i danni maggiori. Così, con platealità e seguito di testimoni, è sfatato il mito che i Savoia conoscessero la strada dell’esilio e non quella del disonore e che i fascisti fossero veramente morti per sempre. Per loro si tratta solo di avere pazienza e di lasciare che i tempi dell’occupazione e del cambio di guardia, subiscano la loro naturale decantazione, come in un travaso, in una verifica generale. Molti si consegnano ai nuovi conquistatori, molti altri continuanoa combattere fino al 25 aprile ’45, con i tedeschi. L’Italia che sta per nascere paga così il costo dell’incapacità delle sue classi dirigenti e della loro ambiguità.

Non è tuttavia, questa, solo una storia di quei giorni.

Nel maggio 1942, a Berna, alcuni emissari del maresciallo Badoglio intraprendono una serie di trattative segrete col governo britannico. Il loro obiettivo è di espellere Mussolini e firmare un armistizio con Gran Bretagna e Stati Uniti. Ma all’inizio del 1943 le trattative naufragano per le divisioni all’interno del gabinetto guidato da Churchill (fonte: National Archives, Kew Gardens, Gran Bretagna). Le cose non possono andare diversamente perché il fascismo, giunto alla sua crisi terminale, comincia a mostrare le sue diverse anime, ma anche la sua natura irredimibile.

A conferma delle trame di palazzo tendenti al golpe antiregime appare utile il resoconto dettagliato delle trattative segrete tra il generale Giuseppe Castellano e i rappresentanti britannici e statunitensi (Madrid, agosto 1943), come traspare dalle pagine inedite del diario dello stesso generale scritto come una sorta di memorandum per gli Alleati (fonte: Nara/Office of strategic services, Oss, 1943).

Quelle enucleate sono due questioni nodali. Molti gerarchi non digeriscono la dichiarazione unilaterale di entrata in guerra dell’Italia, nel giugno del ’40, dopo la stipula del patto d’acciaio con Hitler, cominciano a pensare a una soluzione in grado di fare uscire l’Italia dal cul de sac in cui il fondatore dell’Impero l’ha condotta. Il colpo di Stato del 25 luglio appare perciò un’operazione tutta interna al nostro Paese anche se non prescinde dalle condizioni internazionali della guerra e dagli effetti della presenza della Germania nazista sullo scacchiere europeo. Anche la collocazione dell’Italia nelle sue colonie africane viene a mutare, in special modo per quanto riguarda l’influenza italiana in Etiopia alla cui conquista era stato determinante il sostegno di Hitler. Ed è proprio nell’area del corno d’Africa che già nel 1941-’42 vengono a maturazione i contatti dello spionaggio italiano con quello britannico per la stipula di una pace separata.

Il documento che riportiamo (vedi nella rubrica ‘documenti’  il diario segreto di Castellano nella stesura originale e integrale) apre scenari di ricerca interessanti ai fini delle indagini sul crollo del fascismo e sulla faticosa e lenta rinascita dell’Italia negli anni della guerra di liberazione e della ricostruzione democratica. Si intravede come la destituzione di Mussolini abbia avuto un suo periodo di incubazione nella stessa leadership del regime, e come questa, almeno nei settori più consapevoli, lavorasse già da tempo in combutta con gli Alleati per un cambio radicale della strategia del fascismo rispetto alla guerra e alla sua collocazione internazionale.

Il documento appare in ultimo prezioso per l’analisi delle trame di palazzo, per quell’ambivalenza che caratterizzerà l’intera durata della guerra e i decenni successivi. Una condizione dello spirito italico, quasi gattopardesca. La sua filosofia è cambiare tutto per non mutare nulla e consentire alle vecchie classi sociali di un tempo di continuare a dominare le scene della politica come da sempre avevano fatto. Ma questa volta il palcoscenico è calcato da attori di prima mano che recitano senza saperlo e immaginano mondi che non esistono. Tutto avviene nel gioco dell’intrigo: il generale Giuseppe Castellano trama con Galeazzo Ciano il genero del duce per ottenere la nomina di Vittorio Ambrosio a Capo di Stato Maggiore dell’Esercito. Mussolini appare come il grande artefice della trappola che gli viene fatta costruire con le sue stesse mani. La sostituzione del generale Cavallero con Ambrosio, dopo la perdita della Libia da parte dell’Italia, è nodale. Il nuovo generale, infatti, nominato da Mussolini è la prima autorità a tramare apertamente contro di lui. Così lancia il segnale, dà il primo input del cambiamento di rotta e attizza l’aria della cospirazione. A parte Ciano che sicuramente nutriva qualche idea di sostituire il suocero alla guida del governo nazionale, è la componente militare a rendersi conto per prima che la situazione italiana precipita verso la sua autodissoluzione. Ma si badi bene. Sono veramente pochi quelli che mettono in discussione il fascismo come sistema. L’attenzione è più che altro rivolta agli aspetti dell’andamento della guerra, ad esempio alla perdita della Tunisia e di Pantelleria da parte italiana. Fatto quest’ultimo che già nel febbraio del ’43 induce Castellano alla decisione di liquidare Mussolini. Lo sbarco angloamericano del 10 luglio farà il resto. Almeno per quanto concerme le scelte delle principali autorità istituzionali, a cominciare da Vittorio Emanuele III. Quando la svolta è già avvenuta sia per la missione segreta del Castellano, mandato in avanscoperta a tentare una trattativa con gli Alleati, sia per la progressiva liberazione della Sicilia da parte di questi ultimi, il piano golpista prende realmente corpo. Il re decide su ciò che sembra ormai morto irrimediabile, ma anche su quanto possa servire al progetto del colpo di Stato. Cerica è nominato capo dei Carabinieri, Vittorio Emanuele prepara un elenco di uomini vicini a Mussolini da arrestare e di edifici da occupare. Il golpe assume i connotati di un’operazione tutta sabauda e di palazzo. Il re è al centro dell’intero sistema agonizzante, offre il suo cappello protettivo. In qualche modo si fa forte della tenuta fascista degli apparati e del potere dei gerarchi. A evidenziare la mancanza di una linea antifascista nel golpe del 25 luglio basti notare che anche a seguito dell’arresto di Mussolini e della nascita del governo Badoglio, nessun fascista spara un solo colpo. In questa sorta di vuoto generale nessuno sa che pesci pigliare. Combattere accanto ai Tedeschi è per molti un atto di coerenza; scegliere gli Alleati un atto di fiducia nel futuro e di coraggio. Ma non sceglie nessuno per il momento e prevale il gioco delle mistificazioni che anche il documento che riportiamo evidenzia. Prevale la tendenza a continuare a trattare sottobanco con Eisenhower e Churchill e al contempo di fingere di continuare ad essere alleati di Hitler.

A parte questo dato oggettivo, dovuto allo sbandamento generale collettivo, nuoce soprattutto il senso di autosufficienza che i generali della guerra sembrano avere in quella situazione in cui il peso che gli italiani potevano avere sotto il profilo delle strategie militari da adottare, era veramente nullo. Perciò il documento si può anche leggere con un certo sapore umoristico nelle parti in cui, ad esempio, Castellano immagina di suggerire agli Alleati dove sbarcare e quali piani operativi gli italiani dovrebbero mettere in campo per favorire la loro avanzata, o quando ipotizza un incontro di Badoglio (un “imbecille”, una “mente malata”- come lo definisce) con Hitler perché il primo persuada il fuhrer ad accettare magari la lealtà dei nostri eserciti con l’Asse.

Insomma questa cronistoria di un armistizio, non pensato dagli italiani, ma imposto da Eisenhower già parecchi mesi prima che Castellano lo firmasse è la dimostrazione di come si possa prevedere l’esatto contrario delle cose che poi realmente accadranno nel nostro Paese. Una predizione dello scarso senso del futuro delle nostre classi dirigenti, nel frangente drammatico di una catastrofe. Alcune di queste previsioni ancora oggi ci lasciano di stucco: la proposta di scegliere la sede del governo Badoglio al Nord anziché al Sud; lo sbarco alleato per l’accerchiamento dei Tedeschi pensato sulla costa adriatica anziché su quella tirrenica; gli italiani visti come un popolo monolitico e docile a lottare contro il nazifascismo e non diviso da una incombente guerra civile; la sottovalutazione delle forze in campo e l’incapacità di prevedere tempi lunghi di una guerra che avrebbe spaccato l’Italia e gli italiani.

La debolezza del piano complessivo di uscita dalla crisi dell’Italia nei mesi che precedono l’armistizio risulta anche dalla previsione delle cessazioni delle ostilità nei Balcani, come se i Tedeschi non ci fossero e come se la resistenza antifascista e anticomunista di quell’area, occupata dai nazifascisti già nel 1941, ad esempio la resistenza titina nella ex Jugoslavia o quella di Mihailovic, fossero realtà da sottovalutare.

Piani militari simili, redatti da Castellano e Roatta hanno perciò dell’incredibile. Si pensi ancora all’ipotesi che il governo e il supremo comando militare restassero nella capitale, nonostante si prevedesse che due divisioni SS sarebbero avanzate su Roma; all’idea di imbarcare il re su una nave da guerra da lasciare in alto mare in attesa di chissà quali miracolosi eventi; al progetto di fare saltare in aria i sottomarini tedeschi con un’operazione chirurgica capillare o a quell’altra idea di bombardare ponti e ferrovie italiane per impedire ai tedeschi di avanzare. Tutto sarebbe dovuto avvenire a tamburo battente, con un semplice fischio di avvio. E mentre si preparavano simili cose bisognava incontrare i tedeschi per dire loro che l’Italia continuava la guerra al loro fianco.

Questi limiti spiegano anche le storie che alcuni dei protagonisti dell’Italia di questo momento avranno negli anni successivi a quegli eventi: dalla cospirazione monarchico-fascista dell’Italia postreferendaria e repubblicana, alle scelte stragiste che avvieranno una storia di sangue e di morte: dalla “strage del pane” avvenuta nell’ottobre ’44 a Palermo sotto le baionette del Castellano, ai delitti perpetrati dal generale Mario Roatta come responsabile del Sim e come persona addentro alle segrete cose del governo Badoglio.

Con quelle idee in testa tuttavia Castellano parte per Lisbona per la sua missione presso gli Alleati. E’ la sera del 12 agosto 1943 e la sua destinazione è Madrid. Vi giunse tre giorni dopo senza visti d’ingresso e senza identità. Pensa di assestare colpi al cerchio ed altri alla botte, forte anche dell’appoggio del Vaticano che in tutto questo frangente svolge un ruolo determinante. Il papa, infatti, si comporta come il re ed entrambi agiscono pensando di giocare con due mazzi di carte. Pensa di rappresentare l’Italia a un ipotetico tavolo di trattative. Ma rappresenta solo se stesso. Samuel Hoare lo riceve rinviandolo all’ambasciatore britannico a Lisbona Ronald Campell. E’ lo stesso Castellano, senza vergogna, a descrivere questo momento e quello che segue:

“La mattina del 19 agosto, Campbell mi invita a casa sua per le ore 22.30. Qui incontro George Kennan (l’incaricato d’affari americano), il generale Smith (capo di gabinetto del generale Eisenhower) e il brigadiere Strong, dell’esercito britannico. Sono arrivati da Algeri poche ore prima apposta per potermi incontrare. L’ambasciatore mi presenta. Mi salutano tutti con un cenno del capo. Nessuno mi stringe la mano. Ci sediamo. Il generale Smith inizia a leggere un foglio con i termini dell’armistizio”.

Ciascuno può immaginare a suo piacimento la scena. Sta di fatto però che i personaggi che animano la scena di questa Italia in cui l’unico vero movente è forse la volontà tardiva di casa Savoia di uscire dalla guerra, piuttosto che dichiararne una contro il fascismo, sono tutti di basso profilo oltre che compromessi con la storia del regime. Si consideri, ad esempio, la nomina di Raffaele Guariglia (1889-1970) a ministro degli Esteri del governo Badoglio (28 luglio 1943-11 febbraio 1944). E’ la persona che dovrà garantire sui negoziati per l’armistizio e che è stata in stretta collaborazione con Dino Grandi, quando, tra il 1925 e il 1932, il gerarca fascista era ministro degli Esteri di Mussolini. Risalgono a quel tempo i particolari rapporti degli ambienti diplomatici italiani con l’ambasciatore britannico a Madrid. Lungo queste frequentazioni si sono consolidati quei rapporti diplomatici che conducono Castellano a cercare in Samuel Hoare un suo punto di riferimento. Non è un caso che la nomina di Guariglia a ministro degli Esteri induce il ministro tedesco della Propaganda Goebbels a definirlo come “l’uomo che probabilmente già aveva condotto delle trattative con il nemico”.[1]Certamente sfuggiva ai tedeschi la profondità e l’ampiezza della crisi del regime fascista. In tutti e tre gli ordini del giorno presentati alla seduta del 24 luglio 1943 del Gran Consiglio, ben prima della sottoscrizione dell’armistizio, di fatto o si toglieva a Mussolini ogni comando delle Forze Armate affidandole a Vittorio Emanuele III (Grandi-Farinacci) o si proclamava l’urgenza di attuare riforme e innovazioni nel governo e nella società che direttamente dovevano provocare un cambio della guardia (Scorza). Una direzione delle cose profondamente diversa. (Giuseppe Casarrubea)


[1] Cfr. Silvio Furlani, Raffaele Guariglia, in “Il Parlamento Italiano. Storia parlamentare e politica dell’Italia. 1861-1988”, vol. XII, II tomo, pp. 169-170.

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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