Una scuola in Svezia


Il Nygardskolan

(appunti a margine di un projectmeeting)

Nel mondo occidentale è sempre esistito un dualismo esasperato. Uomo e sistema, persona e Stato, non hanno mai raggiunto quell’equilibrio necessario a fare in modo che il primo termine di questi binomi non avesse a subire una spropositata rinuncia dei principali diritti vitali: la crescita, il benessere, il lavoro, lo sviluppo, la libertà. La scuola è stata uno dei terreni nei quali l’incontro (o scontro) tra le due entità si è dimostrato, forse, tra quelli che hanno prodotto gli effetti più funzionali, non per la persona, ma per la sua conformazione a quella che Danilo Dolci definiva come “macchina diabolica” dell’istituzione.

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In Italia il processo si è concretizzato in assenza di reali strutture di servizio: edifici idonei, sussidi adeguati, politiche d’investimento nel settore, tipologie edilizie congegnate a misura dei tecnici e non dei bambini o dei ragazzi. E’ bastata la convinzione, ereditata forse dall’idealismo, che al processo educativo fosse necessario il semplice ‘ruolo’ dell’insegnamento, dentro lo spazio artificioso delle ‘aule’, perché questo potesse da solo esaurire la funzione formativa che ne derivava. E così abbiamo avuto ‘alunni alimentati’, e una società che del rapporto unidirezionale della ‘comunicazione’ ha fatto un regime di vita, un costrutto sistemico dalle radici profonde e nefaste. E’ stato così per lungo tempo, e non si intravede speranza di cambiamento per l’immediato avvenire. Non cambiano alcune strutture ideologico-culturali di base. Quelle che fondano, ad esempio, i concetti di ‘classe’ e del tempo della cosiddetta lezione. Due strutture violente: la ‘classis’ e il tempo usato in modo artificioso, ma anch’esso concettualmente militare.

Per cambiare occorrono altri modelli, altri schemi mentali e sociali.

Me ne rendo conto visitando la Svezia, grazie ad uno dei progetti Comenius che stiamo realizzando a scuola.

Ha veramente un’ “aura stregata”, snodo di passato e futuro, “tradizione e avanguardia”, questa città “d’immaginazione demoniaca e di rigorosa amministrazione interiore dell’incubo e dei suoi paesaggi reali” dove “è presente come una oscura chiave problematica ed emblematica […] con le sue bizzarrie un po’ spettrali dei suoi eterni viandanti che come funamboli dell’irreale sembrano scivolare nei vicoli o arrampicarsi nella rarefatta solitudine delle sue torri”. Così scriveva Ferruccio Masini, a proposito di Praga, introducendo Il Castello di F. Kafka. Non minore è l’incanto da cui si è presi incontrando Stoccolma. Abbiamo avuto la fortuna, nella realizzazione del nostro progetto di incontrare grandi scuole e grandi città dalle storie secolari.

Stoccolma

Stoccolma

Stoccolma! Ho superato la paura di volare e, anzi, sognando le bellezze del mondo, me ne è venuta voglia. La visitiamo velocemente da un posto all’altro in battello, e ci sentiamo a Venezia. Visitiamo la piazza dove fu eretto l’obelisco di Gustavo III, nel 1790, il palazzo con annessa chiesa cattolica di Carlo XII. All’ingresso una frase avverte i visitatori:

Stat fortuna domus

Avorum numeret avos

Memoria e identità secolari: ecco cosa è Stoccolma, a differenza di tutte quelle città dell’Europa dei mercati e delle banche che hanno inventato l’euro, ma dimenticato il passato e le loro radici. Questa città è un’altra cosa e ce ne accorgiamo subito quando tentiamo di pagare in euro e ci viene detto che si accettano solo le corone. Così la Svezia mi appare come un’isola, con la sua apparente solitudine. Ne sono un simbolo i cavalli di legno rossi e azzurri che si possono comprare dovunque. Ma tra tutti i simboli quello più significativo è il museo Vasa. Le varie parti della nave e le diverse esposizioni, forniscono un dettagliato resoconto di come si sarebbe dovuta svolgere la vita a bordo. Si ha la sensazione di starvi all’interno, anche se per ragioni di sicurezza, non è possibile salirvi. La grande struttura che protegge l’imbarcazione è illuminata da una luce tenue in un clima mantenuto costante e

Stoccolma

Stoccolma

umido. Al piano seminterrato trovano posto una stazione multimediale e la ricostruzione dell’arsenale; al piano terra si può accedere al ristorante e allo shop, a un’aula scolastica e a due sale di proiezione dove ogni ora viene proiettato un film sul Vasa. Qui sono collocati anche i servizi igienici e stupisce che ci sia un apposito locale, dove le madri possono cambiare i pannolini ai loro neonati. Al piano superiore si trova la rappresentazione della vita a bordo, con reperti originali. Tutti gli ambienti sono stati ricostruiti con un’accuratezza impressionante, come del resto eccezionale è l’impegno illustrativo e didascalico, oltre che scientifico e artistico nella spiegazione degli argomenti. Si può visionare un film non-stop su schermo sferico e attraverso un passaggio visitare le altre navi del museo: il rompighiaccio Sankt-Erik costruito nel 1915 e la nave faro Finngrundet, costruita nel 1903. Vi è anche un angolo di lettura per bambini. L’accesso a queste navi è sovrastato da un altro spazio dove è spiegato il significato simbolico delle sculture del Vasa, rappresentanti tutta l’iconografia del potere all’inizio del XVII secolo.

Il gruppo ungherese arriva per ultimo. Alla partenza da Budapest ha avuto problemi. Attila è deluso per le recenti elezioni in Ungheria; pensa che la vittoria della sinistra sia il ritorno dei veterocomunisti. Per lui tutta l’Europa è a rischio. Non credo gli piaccia molto Tony Blair, e ho l’impressione che la stessa Francia di Chirac sia un po’ stretta per lui, anche se condanna il successo estremista di Le Pen. E’ contro il fascismo, il razzismo e pensa a una little federation con l’Austria, l’Italia del Nord, l’Ungheria e la Repubblica ceca: una sorta di restaurazione dei confini dell’impero austro-ungarico.

Chi arriva da fuori non può capire nulla degli uomini di queste terre e di come vivono, se non ne coglie i segni e la storia. Può essere un incontro casuale ad anticiparli.

Mangiamo in un Mc Donald e facciamo appena in tempo a tornare in albergo per prepararci alla partenza per Borlange, due ore più a nord di Stoccolma. Percorriamo in treno il tratto Stoccolma-Borlange e abbiamo così la possibilità di osservare l’ambiente naturale e antropizzato della Svezia centro-meridionale. I colori del cielo ai primi di maggio, anche molto dopo il tramonto, continuano a rimanere grigio-scuri e l’occhio si perde sulla distesa continua di laghi, fiumi e boschi che dànno alla pianura un carattere unico, irripetibile. Puoi osservare lontano, anche più tardi, e capire com’è fatta qui la gente e come vive. Lo vedi dalle case con i tetti a spioventi accentuati, dai boschi tagliati e reimpiantati, dai tronchi d’albero accatastati ai bordi delle stradine private o dentro i recinti delle masserie, dai camini che fumano, dalla cura che i proprietari si prendono per le loro abitazioni. Lo vedi dalla luce tenue che filtra dal cielo, come se ci fosse la luna.

Al Vandrarhem, ostello della gioventù, non è possibile fumare e vige il principio dell’autogestione e della pulizia.

Borlange

Borlange

Borlange ha una grande cartiera, la Kvarnsveden AB, della Stora Enso, dove lavorano circa 900 persone per lo più a full time. Essa ha anche un ipermercato, il Cupolen, e numerose fattorie e case disseminate nella campagna, in mezzo ai boschi. I villages più numerosi hanno pure le loro scuole e bambini e ragazzi non devono fare così fatica nel percorrere svariati chilometri per raggiungerle. Le distanze che intercorrono tra il servizio pubblico e l’utenza sono sempre ridotte al minimo. Al Nygardskolan, quando arriviamo alle otto in punto, ci sorprende un grande silenzio, e ci assale il dubbio che la scuola sia deserta. Al contrario, gli allievi sono già nel pieno delle loro attività, tutti nei loro ‘appartamenti’ che sarebbe improprio e ingiusto chiamare aule. Sono, infatti, come le case, nel senso che cercherò di descrivere tra poco. I disabili hanno pure le loro ‘case’ con televisori, salotti, tavoli e cucina, angoli attrezzati per l’apprendimento su misura, vani arredati per i docenti, con altre cucine, librerie, scrittoi e scaffalature ricche d’ogni cosa che dalle nostre parti i ragazzi spesso devono elemosinare. Nel reparto dei più piccoli, diretto da un’altra dirigente, si notano uno schieramento di passeggini e, negli spazi destinati ai bambini di qualche anno, i cerchi colorati al centro del pavimento con su scritto il nome del bambino e il disegno che forse lui ha scelto per sé: un fiore, un oggetto che gli piace.

Le ‘classi’ sono poco numerose, gli stessi ‘alunni’ li troviamo ora in una home ora in un’altra. Spesso si dividono in gruppi per svolgere nello stesso tempo attività diverse. Il rapporto docente/alunni non credo superi la frazione di 1/15, ma per i disabili che vivono in una home a parte, tale rapporto è di tre docenti su otto ragazzi o bambini. Sorprendono i fiori di plastica nella sala mensa, o nella sala per il ristoro del personale, anch’essa fornita di cucina e lavello. Ma non si trovano fiori di plastica nelle ‘aule’, né in nessun’altra parte in cui vivono i bambini. Qui i fiori sono naturali, ben curati nei loro vasi.

Negli spazi adibiti ai primi anni é adottato il metodo Montessori, e gli ambienti sono attrezzati per l’insegnamento individualizzato: schede per il lavoro linguistico e scientifico, distribuite, secondo un piano quadriennale; materiali strutturati e dimensionati sui singoli alunni. Viene tanto da pensare alla scuola sognata, alla fine degli anni ’60, da Danilo Dolci quando per fondare una società nuova si mise in giro per il mondo alla ricerca delle esperienze educative più avanzate. Ne accenno al rappresentante del Comune di Borlange, Lars-Eric Hammarqvist che ci offre una cena al ristorante Haganas. Fa piacere constatare che ha letto Danilo Dolci e che conosce la sua attività antimafia in Sicilia. Ne parliamo mentre prendiamo il caffè, al piano superiore da dove, ancora alle undici di sera, si può ammirare la bellissima veduta sul lago, il chiarore di un tramonto che sembra non finire, il riflesso grigioverde degli alberi del bosco sull’acqua tranquilla. Con la sola luce del sole, ormai tramontato, a quest’ora si possono leggere i titoli dei giornali, osservare ad occhio nudo gli oggetti del paesaggio per un raggio di qualche chilometro. E’ straordinario lo spettacolo della natura. Dal 21 al 27 giugno – mi dice Johnny, headmaster del Nygardskolan- a Borlange il sole non tramonta. Mi chiedo cosa possa significare tutto questo per la vita degli uomini. Il sole che non tramonta è come la vita che non finisce, e certamente ci sarà un motivo – non solo scientifico- per cui, al di sopra di una certa latitudine, il sole non tramonta più per periodi più o meno lunghi. In Italia, come in moltissime altre parti del mondo, non siamo abituati a questo fenomeno. Perciò ritengo che la gente di questi luoghi sia in qualche modo segnata dalle leggi naturali del mondo, ma anche dal culto per la propria memoria e della propria cultura. Il 30 aprile l’intera scuola commemora la scomparsa di Astrid Lindgren, l’autrice di Pippi dalle calze lunghe. I bambini hanno letto i suoi libri e li hanno illustrati con disegni che hanno fatto vedere a tutti. Johnny è intervenuto e ha riscosso gli applausi della platea. I bambini gli vogliono bene e lo rispettano. Non potrebbero farlo se non lo stimassero.

manca la nozione della 'classis' (esercito, flotta)

manca la nozione della 'classis' (flotta, esercito)

Al bosco si legano numerosi racconti, nati nella notte dei tempi per spiegare i giorni e le stagioni, i fatti e gli eventi umani. Alla fine di aprile, di sera, si vanno a vedere i fuochi nel bosco, antica usanza delle campagne che si ripete ogni anno per scacciare l’arrivo delle streghe e salutare la primavera che arriva, perché qui la prima stagione dell’anno arriva solo allora, con i primi germogli. The last of april – spiega il programma del nostro projectmeeting- all Swedish people go out for this happening. Dalle nostre parti si è fatta sentire già da qualche mese e i nostri contadini, nelle loro antiche usanze, unendo sacro e pagano, avevano inventato pure loro i fuochi di primavera facendoli coincidere con le ‘luminarie’ di San Giuseppe. I fuochi si possono vedere salendo per viottoli che portano in alto, dove gli alberi sono più diradati. Salendo si sente l’odore del bosco e i piedi calpestano gli strati morbidi e sedimentati delle foglie cadute nel corso del tempo. “Il silenzio di questi spazi immensi mi spaventa; la natura mi inghiotte come un punto, ma io la comprendo”.

Visitare una scuola è come aprire un libro, leggere una pagina della civiltà che stiamo vivendo oggi, in Europa.

La scuola è ubicata in un contesto popolare, alla periferia del centro urbano di Borlange, dove risiedono parecchie famiglie d’immigrati.

Il Nygardskolan, sotto la direzione di Johnny Mansson, è veramente una scuola per i bambini, e cioè per gli uomini. Tutto qui è costruito per loro, cioè per la loro crescita organica. Notiamo subito che non suonano campanelle all’inizio o al termine delle lezioni. Cinque minuti prima di un’attività (forse per segnalare lo scadere dell’ora di lezione), si sente un breve suono nella sala del relax del personale, arredato con divani, poltrone, cucina, tavoli, vettovaglie, soprammobili, sedie e lavagna a muro. Gli insegnanti arrivano, prendono il caffè, leggono il giornale, e ad un certo punto scompaiono.

A sei anni non s’impara a leggere e scrivere, ma ad ascoltare. Non perché qualcuno parla tu lo ascolti. L’ascolto non è astratto, ma concreto; unisce al ‘sapore’ dei sensi l’immaginazione, in un assetto circolare. La sua base è la relazione umana. Due insegnanti assistono un gruppo di quindici allievi mentre, seduti a terra, gustano un frutto. La teacher legge da un libro un racconto illustrato e mostra ai bambini le immagini. Durante la lettura qualcuno interviene, qualche altro raccoglie i tovaglioli usati in un contenitore di plastica. La visita alle classi (di 7-9 anni) offre spunti di riflessione interessanti, a partire dagli arredi. Tutto è a misura di ‘alunno’. Ci sono mobili di legno dappertutto con cassetti piccoli e bassi; le sedie molto robuste hanno le punte arrotondate ed è impossibile che possano ribaltarsi a terra con una spinta; anche i tavoli da lavoro sono a norma di sicurezza. Ogni classe ha i suoi lavandini, e i vari reparti (materna ed elementare) le proprie rispettive cucine. Non mancano i computer in ciascuna ‘classe’, le librerie, mentre i principali oggetti prodotti dai ragazzi, per lo più disegni, acquerelli o lavori a tempera e a cera sono appesi alle pareti su appositi listelli di legno, o pannelli, perfettamente ordinati negli spazi, compresi quelli dei corridoi. Le ‘aule’ si aprono in androni collettivi anch’essi molto arredati con tavoli, sedie, librerie, solotti e poltrone.

svezia35A sette anni i bambini tentano da soli le operazioni con la matematica (addizioni, sottrazioni, divisioni, moltiplicazioni). Non c’è fretta d’apprendere e i genitori non esercitano pressioni perché sanno che i loro figli hanno un percorso formativo molto interessante da seguire prima di arrivare alle nozioni o alle astrazioni. Anche qui le classi non hanno cattedre, sono laboratori attrezzati, stanze come nelle case di abitazione, con le tendine, le librerie, i fiori e tutto il materiale didattico occorrente. La differenza tra classe e aula scompare; l’anima dell’una si riversa nell’altra. Alcune hanno i banchi rivolti verso l’insegnante, altre sono organizzate per gruppi. Le carte geografiche sono arrotolate al soffitto e si può tirare giù quella che interessa. La distribuzione degli spazi è proporzionata alla centralità dei soggetti che vi agiscono: essi si riducono progressivamente a mano a mano che si va da quelli utilizzati dagli allievi a quelli destinati al dirigente. L’ufficio di quest’ultimo è il vano più piccolo che si possa trovare in tutta la scuola.

Oltre agli innumerevoli spazi attrezzati all’esterno, la scuola ha anche una grande palestra, dove si fa molta ginnastica ritmica, aerobica, pallavolo, spettacolo, ecc. Mi sorprende che ragazzini di 8-9 anni giocano con un pallone molto grande, un metro di diametro almeno: favorisce il gioco per tutti. E di fatto quanto più piccolo è il pallone, tanto più saranno in pochi a sviluppare l’attitudine verso il basket e la pallavolo. In sartoria c’è di tutto: un grande telaio per la tessitura, come quello che si usava un tempo per la canapa e il lino dalle nostre parti; un telaio più piccolo dove lavora una ragazzina che ha la madre svedese e il padre africano, ferri da stiro e macchine da cucire, di cui una computerizzata, fornita di scanner. C’è anche una falegnameria dotata di tutto: dai banchi da lavoro ai torni.

Anette Pettersson insegna matematica e la sua classe è molto numerosa. Mentre spiega, l’assetto di lavoro è quello tradizionale, ma la sua affettuosità e il suo sorriso sono una buona premessa per l’apprendimento.

I bambini hanno un certo grado di autonomia, specialmente quando giocano. Se ne vedono alcuni, a gruppi, che si autoorganizzano con molta sicurezza: giocano a corda, sono sulle altalene, o attorno a un tavolo intenti a studiare senza che all’apparenza qualcuno li controlli. Quest’autonomia si nota anche nella grande sala mensa, dove ciascuno si serve da solo e poi va a riconsegnare negli appositi spazi i piatti, le posate e i bicchieri sporchi. Sul versante della cucina un’addetta alla pulizia delle stoviglie lava i piatti introdotti nei contenitori dai bambini, con getti d’acqua. Per evitare gli scarsi rumori che provengono dal reparto porta delle cuffie protettive.

La cura e l’affetto per i bambini traspaiono come un’anima dal contesto dell’ambiente.

Johnny dice: – è la qualità della relazione che fonda l’apprendimento, specialmente negli alunni problematici. A un allievo in difficoltà puoi dare un insegnamento se egli sente che tu operi per lui, che tu sei dalla sua parte.

Solidarismo, interculturalismo e pacifismo fondano il progetto educativo della scuola. Vi sono bambini provenienti da Paesi diversi. Tutti imparano ad accettarsi, a superare i conflitti e persino le eventuali tensioni psicologiche che insorgono sempre durante la convivenza. Il progetto della scuola prevede l’attività della comunicazione interpersonale. I bambini, divisi in coppie, si esercitano nelle tecniche del rilassamento, si massaggiano vicendevolmente le spalle, la nuca, la schiena, ascoltando musica e stando per qualche tempo nella penombra, alla luce di una candelina accesa. In un’altra classe ci si mette seduti a terra in cerchio. Anche questa volta c’è un lumino acceso al centro e ciascuno comunica agli altri quello che fa, o che preferisce dire. Per il momento l’occasione è data dalla presenza di due allieve dei nostri partner ungheresi che si presentano una con un canto tipico della sua terra e l’altra parlando brevemente dei costumi del suo paese. In un’altra classe l’apprendimento dell’inglese è favorito dalle canzoni più in voga. Una è famosissima, di John Lennon: Image. I ragazzi la cantano e noi ci associamo a loro.

L’auspicio di John Lennon al Nygardskolan è già una realtà. Constato il modo con cui i ragazzi riescono a superare i conflitti interpersonali, durante una pausa di ricreazione dei bambini. Ci sono delle pozzanghere a terra, fuori, mentre facciamo quattro passi. Un ragazzo fa schizzare l’acqua su un suo compagno disabile che si mette a piangere senza reagire. Il ragazzo allora lo abbraccia, gli stringe affettuosamente la testa e lo bacia. Tutto dura un minuto: conflitto e risoluzione dello stesso, senza alcun intervento esterno.

La scuola è finanziata interamente dal governo svedese che per ogni alunno versa circa ventisettemila corone (tre mila euro) all’anno. Essa dipende dall’amministrazione del sindaco, il diretto capo di Johnny. I docenti sono una quarantina, gli alunni circa cinquecento. Gli stipendi dei docenti, in media il doppio di quelli italiani, hanno uno zoccolo comune, e per il resto sono decisi dall’headmaster. Johnny valuta ciascuno mediante colloqui mensili, anche informali, e decide seguendo criteri che tengono conto del tempo-scuola impegnato da ciascun docente, dei progetti realizzati, della qualità del servizio, della professionalità e dei risultati. Si avvale della collaborazione di un suo staff. Non ci sono altri organi che decidono.

Nella sezione della Scuola superiore (11-16 anni) stanno preparando uno spettacolo interculturale, vi sono ragazzi d’ogni parte del mondo. Le mostre di prodotti tipici dei paesi di provenienza, le danze e le bandiere nazionali disegnate nello spazio del teatro ci dicono quanta distanza separa molti studenti dai loro paesi d’origine. Ma ora tutto s’incontra e s’incrocia, come in una sorta di Babele rovesciata. Non si parte biblicamente da Babele per confondere le lingue, ma ci s’incontra qui per unirle, convenzionalmente con l’inglese. Gli immigrati hanno fatto 1920 chilometri per venire da Sarajevo; 2758 da Tunisi; 6916 da Beijing; 3303 da Beirut; 6952 da Dhaka; 10525 da Jakarta; 13064 da Santiago; 3055 da Diyarbakir; 9529 da Manila; 2583 da Ankara; 6972 da Mogadishu; 198 da Stockholm.

Questo solidarismo, cultura dell’identità e della diversità, rispettoso processo di integrazione, credo abbia molto in comune con la politica socialdemocratica svedese, la sua storia passata e recente. Non piace ad Attila Lenart, l’headmaster di Sarospatak (Budapest), l’altro partner del progetto da noi coordinato. Il Reformatus Collegium di questa ridente cittadina è una bella scuola, ma è fatta per una certa élite ungherese. Non credo sia la stessa realtà di quando v’insegnava Comenio, anche se conserva ancora i segni di quei tempi: una storia di parecchi lunghi secoli durante i quali sono avvenute grandi trasformazioni in Ungheria: dalla dominazione turca (1526-1686) a quella dell’impero austro-ungarico, dalla rivoluzione del 1848 di Kossuth Lajos all’instaurarsi della monarchia, dalle due guerre mondiali alla rivoluzione antisovietica del 1956, con le sue nefaste repressioni. Gli ungheresi ci assomigliano per storia e cultura: sono stati sempre alla ricerca della loro autonomia e temono ancora i mostri del passato.

Abbiamo passato un primo maggio straordinario. Ero solito, da sempre, celebrarlo a Portella della Ginestra, dove nel 1947 proprio in questo giorno fu compiuta la prima strage, ancora impunita, della nostra storia repubblicana. L’averlo trascorso, questa volta, nella miniera di rame di Kopparberget a Falun, ha costituito una gradita eccezione. Credo che Johnny abbia predisposto la nostra visita, perché l’anno scorso, proprio il primo maggio, il programma del meeting a Partinico, di tutti i partner del nostro progetto, incluse una visita a Portella, nel pieno della celebrazione del primo maggio. Ho avuto così due realtà storiche e sociali a confronto, molto simili, per la rivendicazione dei diritti umani e civili, e per le tragedie subite. Attivata oltre un millennio fa la miniera fu alle origini una ricchezza nazionale e favorì lo sviluppo del commercio. Nel ‘500 la montagna di rame era la più produttiva del mondo e l’economia della Svezia poggiava molto sull’estrazione di questa materia prima. Ma quanto sangue, quante vittime e quanto sudore è costata questa ricchezza? Ce lo spiega una conduttrice, a sessanta metri di profondità, nel buio dei cunicoli, tra rigagnoli d’acqua e pozzanghere, lunghe scale di legno che s’inerpicano scivolose su pareti scoscese, grotte e strapiombi nella grande umidità che ci avvolge. Da un punto di sosta, in passato, si poteva scendere per altri centocinquanta metri o al contrario fare risalire i carichi di pietra e fango che a grande fatica i minatori scavavano dalle viscere della terra. Ancora oggi, nel silenzio spettrale e ammonitore, una carrucola, scandita dal suono di un campanellino, tira su un grosso recipiente di legno verso la luce del sole che non vediamo. Più che una miniera Kopparberget è un luogo di meditazione. Tanto che nel 1730 Carl von Linnè, il grande botanico svedese, ebbe a scrivere: “E’ certamente la più grande meraviglia della Svezia, ma così piena di dolore che può essere paragonata allo stesso Inferno”. Erano passati poco meno di cinquant’anni da quando una gigantesca frana aveva inghiottito la miniera (1687).

E’ misteriosa coincidenza il fatto che, alcuni luoghi che visitiamo, abbiano avuto una fine dolorosa e improvvisa nel ‘600, come se questo secolo avesse voluto segnare le tragedie che fino a quel tempo avevano afflitto la storia di questo straordinario Paese. Ma anche la svolta, l’apertura all’età moderna che da noi, in Sicilia, ha tardato ad arrivare fino alla metà del ‘900. Ancora oggi, all’inizio del terzo millennio, non abbiamo saputo imparare a conservare la nostra memoria e il nostro passato, cancellandolo dalla nostra coscienza.

Una natura tanto straordinaria non poteva non avere i suoi grandi artisti. Dopo un pasto frugale visitiamo la casa del famoso pittore Karl Larsson, sulle rive del Sund Borns-An nella zona sud-est della Dalarna. Ha uno stile liberty, con riferimenti insistenti al mondo orientale. All’interno ogni particolare risente dell’amore e del calore della famiglia del pittore svedese scomparso nel 1919. E’ la casa di un intellettuale, piena di libri, quadri dipinti dall’autore, tessuti lavorati dalle stesse mani dell’artista. Il legno è il padrone assoluto degli ambienti, risaltano i decori floreali alle finestre e nelle maioliche che rivestono in modo armonico i camini di ciascuna stanza. Le finestre dànno sul fiume e sul bosco di pini che avvolge tutto, oltre l’acqua e i prati all’inglese che circondano la casa.

Amico di Larsson fu Anders Zorn (+1920), la cui casa a Mora, ora adibita a museo, non è da meno di quella dell’artista di Borlange: librerie, camini maiolicati, ceramiche, arredo, finestre colorate e suppellettili varie, le stesse strutture di legno, dànno agli ambienti un calore unico che solo le case degli artisti possono avere. Situata a un centinaio di chilometri più a nord di Borlange, Mora è una ridente small town adagiata sul lago Siljan, sulla stessa costa di Rattvik. Sono luoghi incantevoli, con le loro case di legno dipinte di rosso e i caratteristici tetti a spioventi accentuati. Se ne vedono di tutte le dimensioni con i fiori e i lumi alle finestre, le tendine a colori vivaci e le legnaie all’esterno riparate da apposite tettoie.

A Nusnas vi è una fabbrica del principale simbolo della Svezia: il cavallo, abilmente scolpito da un artigiano e colorato con sapiente rapidità da un’anziana signora. Se ne fanno di tutte le dimensioni. E il colore preferito è il rosso. Non minore fascino esercita il teatro all’aperto di Dalhalla, situato all’interno di una cava di pietra che assomiglia a un grande cratere aperto dalla caduta di un meteorite: esempio concreto della vittoria della creatività sulla forza distruttiva dell’uomo. Per arrivarci, ai primi di maggio, incontri ancora la neve sulla strada e a Valentina vengono in mente i versi di Majakovskij:

L’anima trema

Prigioniera dei ghiacci

Ed è così che stregato

Io cammino sulle rive della terra

Ora il ritorno non è come l’andata. Alle quattro è ormai chiaro il giorno, e le rotaie scandiscono già il fluire malinconico dei fiumi soffusi di nebbia, dei laghi argentati, delle mandrie che pascolano tranquille, dei cavalli rinchiusi nei loro steccati, dentro le fattorie, dei pini e delle betulle che dominano sul paesaggio delle pianure. Dalle nostre parti il sole non è ancora sorto e non s’intravede neanche l’alba. (Giuseppe Casarrubea, 2002)

per una sintesi in inglese del testo clicca qui:

il-nygardskolan-_versione-inglese_

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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2 risposte a Una scuola in Svezia

  1. Rosanna Sesto ha detto:

    Salve!
    Sono una collega d’inglese in un liceo di Catania.
    Ho letto con moltissimo interesse il tuo diario di viaggio.
    Partirò per Stoccolma ad Aprile per un incontro internazionale nell’ambito di un progetto Comenius, e quanto scrivi mi predispone incredibilmente all’esperienza.
    Grazie!
    Rosanna Sesto

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