Morte a Togliatti!

Palmiro Togliatti

Il 14 luglio 1948 il segretario nazionale del Pci, Palmiro Togliatti, veniva aggredito da Antonio Pallante con una pistola avuta in quei giorni in Sicilia. Dopo la strage di Portella della Ginestra era la seconda volta che i neofascisti attaccavano il movimento democratico ricorrendo al delitto premeditato. Nei giorni successivi, per capire il contesto nel quale era maturato il gesto criminale, Alberto Jacoviello effettuava per l’Unità, l’organo ufficiale del Pci, un’inchiesta che tendeva a fare luce su quello strano episodio che non scatenò la guerra civile solo perchè lo stesso Togliatti diede disposizione a tutti i dirigenti comunisti di non accettare la provocazione. L’inchiesta uscì in diverse puntate e noi, qui, la riportiamo per intero. Si noti come sia in questo attentato, sia anche nelle stragi di Portella della Ginestra (1° maggio 1947) e di Partinico (22 giugno 1947) l’Unità condanni espressamente il terrorismo nero.

***

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Alberto Jacoviello


I complici di Antonio Pallante


L’Unità, 24 luglio/1° agosto 1948

Togliatti ("Il Migliore") durante un comizio

Togliatti ("Il Migliore") durante un comizio

I–Il covo dei fascisti di Randazzo da cui è uscito l’attentatore.

Il nome di Pallante estratto a sorte tra 12 nomi? 70 giovani del Msi addestrati per l’attentato. La testimonianza di Somma.

In una settimana il governo ha ‘liquidato’ il ‘caso Togliatti’. Uno dei capi più autorevoli dell’opposizione è stato colpito a morte davanti a Montecitorio: il governo esprime la sua esecrazione per l’attentato, invia telegrammi di solidarietà e… passa all’ordine del giorno.

La Polizia, dal canto suo, ha chiuso il fascicolo Antonio Pallante. Una sola incertezza: conviene tenerlo ancora in galera o conviene, invece, rinchiuderlo in un manicomio? La grande stampa ‘indipendente’ si è pronunciata per l’ipotesi ‘pazzia’. “Antonio Pallante è un pazzo. Ha agito senza complici…” si è letto sui grandi giornali. “L’accusa lanciata dai comunisti contro il governo, che si vorrebbe far passare per responsabile morale del crimine, trova attenuanti soltanto nel grande attaccamento che i parlamentari comunisti hanno per il loro leader: l’hanno visto grondante di sangue, il saperlo in imminente pericolo di vita, li ha sconvolti ed allora essi si sono lasciati andare ad accuse assurde, a paralleli senza fondamento… Si è letto su quei giornali che, pur ostentando assoluta indipendenza da ogni corrente politica, trovano sempre modo di essere d’accordo con il governo. Ed anche a Randazzo, il paese dal quale Pallante è partito per arrivare tranquillamente fino in parlamento con l’intento di uccidere, il maresciallo dei carabinieri ha chiuso il fascicolo delle indagini. O, forse, non lo ha mai aperto: che cosa ci può fare lui se un cittadino di Randazzo, improvvisamente preda della follia, parte e va ad uccidere Togliatti a Roma, davanti al Parlamento? Lo stesso ragionamento ha fatto il questore di Catania, dott. Rovello, che si è affrettato a mandare al ministero dell’Interno un rapporto telegrafico in cui si esclude , nel modo più tassativo, che il Pallante possa avere avuto dei complici.

A conclusioni diverse non è pervenuta la grande stampa di informazione: non si è trovato nessun grande giornale che abbia avuto l’idea di mandare un redattore a Randazzo per ricostruire, come si dice, l’ambiente del delitto. Anche in un caso come questo hanno preferito indicare un’altra strada: la strada che porta a Siena: proprio come si è regolato il ministero dell’Interno.

Troppi fascisti per un paese solo

E così, da Randazzo al Viminale, niente da fare, niente di interessante da scoprire: Antonio Pallante, non si sa bene perché – giacché nessuno, fino ad ora, ha tentato una spiegazione seria sul suo gesto criminale- un giorno è montato in treno, dopo avere comprato una pistola ed è venuto a Roma ad uccidere Togliatti.

Follia improvvisa o follia costituzionale, è sempre follia solitaria. Complici? Nemmeno il più lontano odore. Mandanti? Meno che mai: né diretti né indiretti. Istigatori? Nessuno: né vicini né lontani.

Cominciamo da Randazzo. E’ provato che nel piccolo paese della provincia di Catania c’è un covo di fascisti: troppi per un paese solo. Non si tratta di fascisti platonici, di quelli che si limitano a grandi sospiri di nostalgia e, magari, a custodire gelosamente un ritrattino del duce. Fascisti di quelli buoni, organizzati, legati da una rete sottile di interessi e politicamente ben indirizzati, conseguenti, senza scrupoli. La loro organizzazione fa perno intorno ad un paio di vecchie famiglie feudali che da secoli sono abituate a dominare in senso assoluto i tredicimila abitanti del piccolo centro siciliano. I membri delle due famiglie sono tipi decisi, di quelli che devono una bottiglia di vino vecchia alla notizia di un sindacalista ammazzato dalla mafia in agguato.

Rodolfo Graziani

Rodolfo Graziani

Come se non ce ne fosse stato abbastanza per il piccolo paese siciliano nel 1945 è calata a Randazzo una appendice organizzata dell’impresa etiopica: il comm. Colito, sposato ad una sorella della moglie di Rodolfo Graziani ed il suo amministratore, l’ex capitano delle truppe coloniali Arena. Entrambi hanno partecipato all’invasione dell’Abissinia: il primo nell’entourage familiare di Graziani, il secondo capitano, alle dirette dipendenze del maresciallo. Il comm. Colito, in Lombardia, è stato repubblichino; dopo la liberazione ha fatto parte di un movimento neofascista clandestino e si è trasferito a Randazzo quando a Milano non c’è stata più aria buona per lui.

Tutti questi personaggi vivono in stretto contatto tra di loro; non potrebbe essere diversamente, data la affinità ‘ideologica’ e le stesse condizioni ambientali di Randazzo. E non sono tipi da occuparsi soltanto di Messe cantate: sono tipi che, insieme, organizzano la lotta politica locale e creano contatti ben definiti con i gruppi che operano nei paesi vicini e nel capoluogo.

La lotta elettorale a Randazzo è stata dura: i braccianti avviliti dalla miseria e dalla lunga schiavitù del feudo avanzavano decisi a mutare il rapporto di forze esistenti. Davanti al pericolo, l’organizzazione fascista di Randazzo, passò in blocco alla Democrazia cristiana che, mentre alle elezioni per il parlamento regionale aveva racimolato un migliaio di voti, il 18 aprile mise insieme circa seimila voti a scapito di tutti gli altri gruppi di destra.

Ma non per questo il nucleo fascista si sfasciò né i suoi componenti hanno abbandonato le loro ‘posizioni ideologiche’ primitive: il comm. Colito ed il suo amministratore hanno anticipato, recentemente 30.000 lire per il fitto dei locali destinati ad ospitare la sezione del Msi che sarà inaugurata in questi giorni.

Antonio Pallante arrestato dopo il tentato omicidio di TogliattiAntonio Pallante dopo l’arresto

E Pallante? Pallante è il galoppino di tutti costoro. Servo abituale dei padroni del feudo, fu il primo ad entrare in contatto con Colito tramite il padre, che, milite forestale, era obbligato ad avere rapporti particolari con l’organizzazione dell’industria per lo sfruttamento dei boschi.

Pallante è con un piede a Randazzo e con un altro a Bronte, al centro di due organizzazioni fasciste. E’ a Bronte, dove egli ha abitato fino al 1942, che vivono i due fratelli Zerbo, entrambi notissimi fascisti oggi organizzatori dell’Msi e che girano con emblemi di Mussolini sul risvolto della giacca.

Pallante, notoriamente, è amico dei fratelli Zerbo uno dei quali, Pietro, è stato spesso visto in compagnia della figlia del Console a Catania di una repubblica sudamericana. Petro Zerbo, alla mezzanotte del 14 luglio, è fermato: la mattina del 15 è stato rilasciato.

Su tutti questi personaggi, che hanno tra loro tali legami da impensierire il più ingenuo poliziotto, non è stata fatta alcuna indagine. Né il prefetto di Catania – ex prefetto repubblichino – né il questore hanno mosso un dito per veder chiaro in tutta la vicenda, sebbene come vedremo, ci siano elementi gravi da chiarire.

“A Catania – dice il questore non possono esistere organizzazioni di tipo terroristico. Qui non è successo mai niente”.

E invece, appena saputa la notizia dell’attentato, l’operatore cinematografico Alfio Somma, noto organizzatore del Msi di Catania, pronunziò in presenza di testimoni, la frase seguente: “Solo noi del Msi potevamo organizzare una cosa di questo genere: abbiamo settanta giovani bene addestrati nella tecnica dell’attentato”.

Per il questore di Catania anche Alfio Somma è un pazzo. Un pazzo che fa l’organizzatore del Msi. E così non si è dato la pena di interrogarlo. Come non si è dato la pena di vedere che cosa ci sia di vero nella voce che corre insistentemente a Catania, secondo cui il nome di Pallante sarebbe venuto fuori da un sorteggio di dodici nomi. E meno che mai si è dato la pena di vedere quali siano esattamente i rapporti che corrono tra il comm. Colito, il capitano Arena, ed un funzionario del Ministero dell’Africa Italiana che vive a Roma e che il 14 luglio era a Roma.

II–Un uomo controllò la partenza del sicario

L’arma non fu comprata a Catania. Il viaggio a Bronte. Uno strano furto

Le autorità di polizia di Catania non hanno creduto opportuno, nel corso delle loro indagini-lampo, di operare una perquisizione nella sede del Msi: avrebbero appreso, tra l’altro, che il giorno dell’attentato – non è chiaro se prima o dopo che la notizia dell’attentato si diffondesse – uno dei fratelli Beneventano ha nascosto fuori dalla sede alcuni documenti che vi si trovavano: non è provato che si trattasse di edizioni rare della Sacra Bibbia. I dirigenti del Msi di Catania, d’altronde, non sono uomini da nascondere gelosamente copie della Bibbia. Uno di essi è l’avvocato Federico Ciancio di Paternò, ex ispettore di zona dei “fascisti di combattimento”. Poi vi sono i fratelli Beneventano, grossi feudatari, figli del barone Francesco Beneventano, deputato monarchico all’Assemblea regionale siciliana. Padre e figli non sono tipi pacifici: sono tipi avvelenati contro i contadini, contro i braccianti, contro le loro organizzazioni democratiche.

Ma, probabilmente, sono amici del fratello di Scelba che fa l’avvocato a Catania e che in questura non è uno sconosciuto. E in questura, a Catania, non si può dire che sian tutti, dal primo all’ultimo, degli uomini di sicura fede democratica. C’è, per esempio, il commissario Labrizzi che all’arrivo degli inglesi fu rinchiuso in campo di concentramento non certo per antifascismo esagerato. Il commissario Labrizzi è nativo di Randazzo: il più indicato, in un certo senso, per condurre le indagini intorno all’attività di Pallante.. Recentemente, inoltre, è arrivato a Catania l’ispettore di Ps Sciabica, proveniente dalla questura di Brescia: il dott. Sciabica è stato processato per attività antipartigiana durante la guerra di liberazione e poi è stato amnistiato.

Non vogliamo fare nessuna malignità intorno al comportamento di questi uomini durante le indagini; sta di fatto, però, che le indagini non sono state fatte giacché non è pensabile che la questura di Catania sia organizzata in modo da poter concludere, entro tre ore, un caso di questo genere.

Né è pensabile che l’attività di Pallante e dei suoi amici fosse così limpida, così lineare da escludere la possibilità di andare fino in fondo in queste cose. Pallante, orientato come i suoi amici di Randazzo, di Bronte e di Catania, era un fascista arrabbiato: è provato che egli girava con distintivi di Mussolini sotto il risvolto della giacca. E’ provato che egli era corrispondente di sicuri giornali fascisti; e vedremo poi quanta influenza questi giornali avessero su di lui. E’ provato che nell’ultima lettera scritta alla nonna, c’era una frase di questo genere: -Raccomanda agli zii e a tutti i nostri parenti di votare contro il Fronte popolare: bisogna eliminare i comunisti dalla faccia della terra. E non c’è dubbio intorno ai mezzi di cui Pallante e i suoi amici volessero servirsi.

Storia di un biglietto

Ma qui siamo ancora nel campo delle cose astratte – dicono i funzionari della questura di Catania. E’ giusto. Veniamo al concreto..

Pallante è stato a Bronte per l’ultima volta otto o dieci giorni prima del 14 luglio. Si trattenne con Pippo Zerbo e con altri elementi fascisti. Nella stessa giornata decise di tornare a Randazzo: andò alla stazione e acquistò un biglietto. Attendendo il treno cambiò parere. Chiesa al capostazione il rimborso del biglietto. Il capostazione rifiutò, gli disse che, al massimo, per fargli piacere, avrebbe cercato di vendere il biglietto e, nel caso gli fosse riuscito lo avrebbe rimborsato. Pallante accettò. La mattina del 6 luglio, durante la sosta del treno che va da Randazzo a Catania, fu visto alla stazione di Bronte dal capostazione che avendo nel frattempo venduto il biglietto, gliene offrì il rimborso. Pallante rifiutò il denaro, il che è strano per uno che secondo le versioni ufficiali doveva avere il denaro contato. E’ vero, entra in ballo la sua megalomania: ma non è contraddittorio il fatto che prima egli aveva mostrato di avere bisogno di quel denaro, se aveva preteso che la biglietteria gli riprendesse il biglietto acquistato?

“E’ partito?”

Con chi si incontrò Pallante a Catania? La polizia si è ben guardata dall’indagare in questa direzione. Pallante, a Catania, si è incontrato con una donna, tale Saitta, vedova di un certo Rizza, di Randazzo. La Saitta che abita in via Lanolina 43, ha dei contatti con elementi fascisti. Saitta non si sa come viva, non ha alcuna attività definita. Ha un fratello gabelloto, che di recente ha acquistato una tenuta piuttosto vasta in provincia di Grosseto. Né è possibile stabilire se Pallante, oltre che con la Saitta, si sia incontrato con alcuni altri elementi che di solito egli frequentava: il signor Benedetto Maiorana della Nicchiara, ex vicefederale di Catania e l’avvocato Mazza, ex segretario provinciale del Partito Liberale.

E’ provato, però, che la mattina del 9 luglio un uomo di avvicinò alla casa della Saitta e con lei scambiò queste testuali parole: “ – E’ partito? –“ “Sì, è partito” fu la risposta. La mattina del 9 luglio Antonio Pallante si era messo in viaggio per Roma. Armato di pistola? Questo è un altro interrogativo al quale la questura di Catania non sa rispondere. Sta di fatto – ed è sufficientemente provato – che nel luogo dove Pallante dice di avere comprato la pistola, non vi è traccia di venditore di armi: né legali, né clandestini.

Ricostruiremo domani l’attentato in tutte le sue fasi tecniche. Per ora un altro particolare: ignorato, come gli altri, dalla questura di Catania.

La Saitta, la mattina del 15 luglio, alle sette, chiamato un conoscente che passava davanti la porta di casa sua, gli disse a voce piuttosto alta come se ci tenesse a farsi sentire dal maggior numero possibile di persone: –Con questo Pallante è venuta la rovina di casa mia. Oltre ad avere rubato dal mio comò, si è fatto prestare denaro dalla madre di Messina (Messina è un aviere suo conoscente) e dal Messina stesso-.

Il minimo che si può dire è che è ben strano che la signora Saitta si sia accorta del furto soltanto la mattina del 15 luglio.

Togliatti degente in ospedale

Togliatti degente in ospedale

III-Da Randazzo a Via del Macao tutta una rete di fascisti

I viaggi del signor Caracciolo. Uno dei testimoni è scomparso: l’uomo che ha dato il segnale di sparare su Togliatti

Che strano destino quello di Antonio Pallante!

Abbiamo visto come una sola costante ci sia nella sua vita: il fascismo! Abbiamo descritto l’ambiente nel quale è vissuto a Randazzo; abbiamo ricostruito la cerchia dei suoi amici; abbiamo provato – nomi e documenti alla mano – che tra tutti i suoi amici di Randazzo, di Bronte e di Catania non ce n’è uno solo sul quale si possa dire: “E’ un democratico”, oppure: “E’ un uomo politicamente anonimo”. Tutti fascisti: dal commendator Colito a Pippo Zerbo, dal capitano Arena all’ex ispettore dei fasci di combattimento della provincia di Catania. E non amici nel senso di come si può essere amici in un piccolo paese siciliano: per una partita a scopone giocata insieme o per una passeggiata lungo i sentieri di campagna che partono dalla strada maestra, troppo polverosa per la passeggiata di paese: amici politici nel senso del legame stabilito attraverso una organizzazione. E non è veramente singolare – ammesso che non ci siano altri elementi più probanti – il fatto che Antonio Pallante, pur muovendosi continuamente tra gente che pensa come lui, ad un certo momento possa aver deciso di compiere di sua iniziativa un gesto politico che rientra nei “canoni ideologici” della idea politica abbracciata dai suoi amici, e che da solo ne curi tutta l’organizzazione?

E non si arresta qui la serie delle “avventure singolari” di Antonio Pallante.

Vediamo. Nell’interrogatorio reso alla polizia il giorno stesso del suo arresto, Pallante ha dichiarato di essere partito da Randazzo con l’intento preciso di uccidete Togliatti. E’ partito da Catania la mattina del 9 luglio. Sarebbe stato normale che dal momento in cui il treno si è mosso egli avesse rotto il legame con l’organizzazione fascista nell’ambito della quale si muoveva in Sicilia; che da quel momento egli avesse cominciato ad incontrare altra gente, compagni di viaggio che non concordassero del tutto con le sue idee. Invece no. Antonio Pallante, da Catania a Roma, viaggia con il signor Caracciolo, funzionario del ministero dell’Africa italiana e, una volta a Roma, va ad abitare, su indicazione di quest’ultimo, in via del Macao.

Chi è il signor Caracciolo? Durante il fascismo è stato per qualche anno fattorino a Tripoli. Da quelle parti deve essere capitato qualche volta, il commendator Colito o il capitano Arena. Non è provato che i tre personaggi non abbiano mai avuto rapporti tra di loro. Dopo il fascismo il signor Caracciolo si occupava di strani traffici, guarda caso, con militari polacchi del generale Anders. E sembra che continui in questa attività: recentemente, infatti, egli si è interessato per far ottenere un lasciapassare per Tripoli ad una polacca.

Sciopero nazionale dopo l'attentato a Togliatti

Sciopero nazionale dopo l'attentato a Togliatti

Dove trattava i suoi affari con i polacchi il signor Caracciolo? Nella “pensione” di via del Macao n. 6, la stessa che egli ha consigliato ad Antonio Pallante. Curiosa “pensione”, quella di via del Macao: nel registro dei frequentatori c’è una costante uguale a quella che c’è nella vita di Antonio Pallante: il fascismo. Sembra proprio una pensione per fascisti di ogni gradazione: da certi personaggi piuttosto noti in taluni ambienti ben definiti, ai polacchi di Anders, che assaltavano le sezioni del Partito comunista, al sicario Antonio Pallante che ha sparato contro Togliatti. Curioso anche il comportamento della polizia che ha proibito alla padrona della pensione, di fornire una qualsiasi notizia sui frequentatori abituali della pensione stessa: sarà stato forse per evitare di farle perdere clienti: un modo come un altro di interessarsi della sorte della povera gente. Un modo uguale, del resto, a quello adottato dal questore di Catania per proteggere la signora Saitta. “E’ inutile che andiate da lei” – diceva il questore di Catania – “è una povera vedova vittima della perversità di Antonio Pallante”. Chissà che cosa saranno capaci di tirar fuori quando qualcuno andrà loro a domandare se è vero che il signor Caracciolo ha passato, ai primi di luglio, una parte delle vacanze a Randazzo, il paese nel quale esiste un covo di fascisti amici di Antonio Pallante.

La polizia naturalmente ignora che cosa Antonio Pallante abbia fatto nei quattro giorni passati a Roma prima dell’attentato. O, meglio ha stabilito che il sicario ha passato tutto il tempo dormendo, visto che è stata in grado di concludere subito per l’assenza di complici.

Vediamo. Antonio Pallante, il giorno prima dell’attentato, ha cercato di vedere Togliatti alla Direzione del Partito comunista. A parte l’ingenuità che dimostrerebbe un tipo che ha in testa di uccidere il capo del Partito comunista e va a cercarlo proprio alla Direzione del Partito, in un luogo, cioè, dove certo gli sarebbe venuto male prima di riuscire a tirar fuori la pistola, sta di fatto che Pallante è andato a cercare Togliatti cinque minuti dopo che Togliatti era uscito. La polizia dice che è un caso: abbiamo visto come troppo spesso la polizia si sia trincerata dietro questa conclusione. Poi è andato a Montecitorio, dopo essersi procurato vari biglietti d’ingresso alle tribune del pubblico. “Per imprimermi bene in mente la fisionomia di Togliatti” – dice Pallante e la polizia mostra di credergli. E’ provato che da nessuna tribuna è possibile “imprimersi bene in mente” la fisionomia di un qualsiasi deputato di un qualsiasi settore.

Il 15 luglio il sicario si apposta in via della Missione.

“Qualcuno gli ha detto che Togliatti era solito uscire da quella porta e Pallante vi si è appostato” – dice la polizia. Ma chi gli ha dato questa indicazione generica? E chi gli ha fornito l’altra indicazione, assai più precisa, che Togliatti sarebbe uscito quel giorno determinato, a quella data ora dalla porta di via della Missione?

La polizia tace.Togliatti, a quella determinata ora esce, seguito a breve distanza dalla compagna Leonilde Iotti. Pallante non spara subito: ha un attimo di incertezza, come se non avesse riconosciuto l’uomo da uccidere. Poi si muove, lo raggiunge quasi correndo, spara. Perché quell’attimo di incertezza? A questo punto interviene la testimonianza di Schiena: Pallante ha sparato quando un uomo, appostato nelle vicinanze, gli ha dato il segnale toccandosi ostentatamente la testa.

Un attimo dopo, tutti i testimoni che hanno assistito alla scena, hanno parlato, hanno detto quello che hanno visto. Soltanto il tipo che ha dato il segnale è scomparso, senza lasciar tracce, a bordo di una grossa e veloce automobile.

Un’ora dopo o poco più , con tutti questi interrogativi che son rimasti senza risposta e che sono tanti da potere tappezzare tutta la strada che da Randazzo mena al Viminale, il ministro dell’Interno ha diramato un comunicato in cui, tra l’altro, è detto: “Dalle indagini finora esperite risulta in modo inequivocabile che si tratta di doloroso e condannabile episodio – con responsabilità individuale già accertata e che l’attentatore non ha avuto alcun complice nell’esecuzione del delitto”.

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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2 risposte a Morte a Togliatti!

  1. grazie Giuseppe, per la puntualità e passione con cui racconti la nostra storia,
    Maria Adele Cipolla

  2. bruno brunacci ha detto:

    che dire? grazie per cio’ che hai fatto, scusa per cio’ che abbiamo distrutto

    bruno

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